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Torquato Tasso

Dialogo
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana
ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli
Edizioni di riferimento
elettroniche
Liz, Letteratura Italiana Zanichelli
a stampa
Torquato Tasso, Dialoghi, a cura di E. Raimondi, Firenze, Sansoni, 1958
Design
Graphiti, Firenze
Impaginazione
Thsis, Firenze-Milano
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Op. Grande biblioteca della letteratura italiana
ACTA G. DAnna Thsis Zanichelli
Torquato Tasso Dialogo
Dialogo
Argomento
Con loccasione duna repulsa, che ad un cavaliero da una gentildonna
era stata data nel ballo, si discorre del debito del cavaliero amante e de la
gentildonna amata: se lun debba per amor de lamata mancar con laltre
donne del debito e de la creanza, e se laltra debba pi favorir gli amanti o
coloro che non sono amanti; e si dicono molte cose damore e de le qualit
de gli amanti.
Interlocutori Giulia<c>, forestiero napolitano.
G.C. Sete ancora sdegnato meco perch laltra sera ricusassi di ballar con esso voi?
F.N. Io non posso negare che molto il vostro rifiuto non mi dispiacesse; nondi-
meno pi tosto con me medesimo io debbo essere sdegnato: perch tale io
dovea essere e tale anco sforzarmi di parere a cos giudiziosa signora come
voi sete, che da voi non meritassi desser rifiutato. Dunque debbo anzi
accusare il difetto del merito mio che il mancamento de la vostra cortesia.
G.C. Niun difetto di merito in voi, per lo quale io di ballare con voi ricusassi; ma
prima aveva altrui promesso, e per questa cagione non potei compiacervi.
F.N. Gi questa scusa fu allora anco addotta da voi e creduta da me; ma dapoi
chio mi fui ritirato, rimirando intentamente, non vidi che dalcuno foste
invitata; laonde credetti quel chera convenevole che da me fosse creduto.
G.C. Di poca fede. Dunque il vostro credere altro non fu che negar credenza a le
mie parole?
F.N. Per certo; perch non so chi possa esser tanto trascurato o s poco giudizio-
so chavendovi invitata a ballare, o se ne dimentichi o non ne faccia stima.
G.C. E fu pur alcuno il quale, se non se ne dimentic, almen dimostr di non
curarsene; n a me s nuova la smemorataggine di molti uomini, o l di-
sprezzo che fan di noi altre, che allora molto me ne fossi maravigliata se avessi
conosciuto men cortese il gentiluomo; ma ora pi tosto mi maraviglio che
voi, mosso da leggier argumento, giudichiate le mie parole indegne di fede.
F.N. Uomo per aventura pu esser colui che in tal modo si dimentichi del suo
dovere e s poco stima cose che debbono esser tenute in molto pregio, ma
non gentiluomo o giudizioso gentiluomo.
G.C. Se da voi fosse conosciuto colui di chi parliamo, e giudizioso e gentiluomo
sarebbe giudicato.
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F.N. Segli tale per aventura, non per dimenticanza o per picciola stima, ma
per alcunaltra secreta cagione si rimase di venirvi a prendere; e segli
amante, convenevol rispetto il pot ritenere, e forse desiderio di far prova
de lanimo vostro: perci che non men gli uomini che le donne si fanno
talora lecito di tentar le persone da le quali sono amate, con gelosie e con
sospetti e con altri simili passioni; i quali, come che per altro possono esser
giudiciosi, no l dimostrarono ne lamore.
G.C. Sio credessi desser tale che fossi meritevole damante giudizioso, vi potrei
confessare chegli fosse; ma non posso dir chegli sia giudicioso, che insieme
non dica chamante non sia, mio almeno: perch amante dalcunaltra, che
pi sia degna de lamor suo, potrebbesser per aventura.
F.N. Non cos di leggieri vi creder, signora Giulia, che voi vi riputiate indegna
di giudizioso amante, la qual di lui degnissima sete a mio giudicio; ma
agevolmente perdonerei a quel gentiluomo ogni colpa, dove non per difet-
to o di memoria o di giudicio o di cortesia avesse lasciato di ballar con esso
voi, ma per abondanza damore che ad altra donna portasse, la qual a s
lavesse chiamato e da voi per gelosia disviato.
G.C. E se per questa cagione egli si fosse rimaso, giudizioso potrebbe esser insie-
me e amante, ma non mio: e io prima avrei avuta alcuna ragione di ricusar-
vi, avendo promesso di ballare con uomo s fatto, ed egli poi navrebbe
avuto molta di non ballar meco.
F.N. In ci non vi niego che voi non ne abbiate avuta alcuna.
G.C. Dunque con altrettanta ragione io di poca fede vi chiamai, poi che cos
agevolmente credeste chio, non avendo promesso altrui, voi rifiutassi nel
ballo, e negaste credenza a le mie parole.
F.N. Se la mia stata poca fede, per aventura da molta ragione fu accompagnata,
perci che, se ben degno di scusa era quel giudizioso amante che, per non
dispiacere a la sua donna, lasciava ingannata di s cos valorosa signora
come voi sete, nondimeno maggior prudenza avrebbe dimostrato non mo-
strando desiderio di compiacere a la sua donna con tanta discortesia.
G.C. Io avrei creduto che l giudizio de lamante si dovesse manifestare nel far
elezion di donna meritevole, ma che dapoi che tale se lavesse eletta, le
convenisse ubidirla a cenni e volere e disvolere tutto ci cha lei piacesse o
dispiacesse.
F.N. E quando a lei le cose sconvenevoli piacessero e spiacessero le convenienti,
dimostrerebbe di non aver fatto buona elezione; e se fu cosa poco convenevole
lo schivar di ballar con esso voi, si pu scusar pi tosto quel vostro giudizio-
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so cavaliero non conosciuto da me che lodare: il qual sia, sa voi cos pare,
giudizioso per altro; ma non lo stimer giamai tale ne lelezione, avendo
eletto di servir chi del suo debito lo inducesse a mancare.
G.C. Ma che dee far, o signor, colui che da alcuna apparenza ingannato, la qual
molte fiate gli uomini di pi sottile avedimento suol ingannare? ritirarsi da
lamore?
F.N. Dovrebbe, se pu.
G.C. Ma credete voi che lamore che comincia per elezione possa anco per ele-
zione aver fine?
F.N. A me pare che colui che elegge damare faccia cosa ragionevole, percioch
leleggere operazione de la ragione; e chi con ragione comincia ad opera-
re, non veggo perch in mezzo de le operazioni debba la ragione abbando-
nare: e se non labbandona, dee, sempre che ragionevole le paia, poter riti-
rarsi da lamore.
G.C. Quegli amori dunque da quali luomo a sua voglia non pu ritrarsi, quasi
da tempesta in porto, sono anzi per destino che per elezione?
F.N. Cos dicono coloro che vogliono che lamore sia o per destino o per elezio-
ne; io nondimeno non approvo la loro opinione, parendomi che niuno
amore sia dal destino cagionato e che molti non siano per elezione.
G.C. E come chiamerete voi quellamore il quale non sar n per destino n per
elezione?
F.N. Volontario: il qual come volontario diverso da quelli che sono per desti-
no. N segue che sia sempre per elezione, percioch non tutto quello che
volontario si fa per elezione, quantunque tutto ci che si fa per elezione sia
volontario. E se lamore una affezione o uno affetto, distinguendosi gli
altri in volontari e involontari e consigliati, egli ancora in questa guisa dee
esser distinto. Degli amori dunque salcuno involontario, questo solo pare
esser detto per destino: gli altri saranno o fatti con qualche consiglio, per-
ch preceda lelezione, o volontari sempre, ne quali non v n elezione n
consiglio. E io sono stato amico duomo che non elesse damare, n fu
dalcuna violenza necessitato ad amare, ma am perch si compiacque ne la
bellezza e ne costumi di bella e valorosa donna: il qual compiacimento a
poco a poco divent amore, non perch giamai eleggesse damare, ma per-
ch, tornando la seconda volta a rivedere quel che gli era piaciuto la prima,
e la terza doppo la seconda e la quarta doppo la terza, finalmente savide
chamante era divenuto, ma certo assai moderato.
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G.C. Ma quando egli tornava a rivedere la donna amata, non eleggeva di ritornarvi?
F.N. Poco importa se eleggesse di ritornarvi, ma certo con consiglio dinnamo-
rarsi non vi ritornava. Ma benchil suo amore in questa guisa cominciasse,
non irragionevole chaltri, la prima volta senzalcunelezione oltra modo
dalcuna bellezza compiacendosi, di lei possa innamorarsi: che se ci non
fosse possibile, indarno sarebbe stato detto:
Ut vidi, ut perii, ut me malus abstulit error.
G.C. Dunque molti sono gli amori volontar che non sono per elezione?
F.N. Sono.
G.C. Non dunque maraviglia che quel del cavaliero del qual ragioniamo sia pi
tosto volontario che per elezione.
F.N. Agevolmente a creder mio. Ma volontari son detti quelli ancora i quali si
fanno per cupidigia, avegnach gli involontari paiano violenti: e ove sia
violento, sar ancora acerbo; tutta volta pi volontari son quelli per, se per
volont saran fatti che se per <elezione>.
G.C. Ma gli amori s fatti possono aver cos il fine comil principio volontario?
F.N. A la volont e a lappetito per aventura non pu non piacere quel che
piacevole o che le pare; onde molte fiate queste potenze sono quasi sforzate
da lobietto: e questo forse quello che dalcuno chiamato destino, il qual
io non so vedere perch sia pi ne lamore che n alcuna de laltre cose; forse
non in veruna. Ma colui cha lanimo cos ben avezzo che sol le belle e le
buone cose soglion piacergli, non amer mai in guisa che sia da lamor
condotto a far cose non convenienti, e potr, non dir a sua voglia stimare
non piacevole quel che pare a gli occhi, ma a sua voglia disamare, il piace-
vole disprezzando.
G.C. Dunque, tutto che la donna prima amata come prima gli piacesse, potreb-
be nondimeno rimanersi di cotale amore?
F.N. Potrebbe a parer mio, perch lamore e l compiacimento son per aventura
diversi.
G.C. E se l cavaliero del qual ragioniamo, non conosciuto da noi, ha cos mode-
rati gli affetti come dee, ove damar la sua donna non avesse voluto rima-
nersi, doveva nondimeno infingersi di conoscere i suoi non convenevoli
desideri, n far cosa per compiacimento di lei, che a la cortesia di cavaliero
non convenisse.
F.N. Cos credo.
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G.C. E segli ci avesse fatto, o signor, voi non avreste di ci presa vana sospizione,
percioch a ballar meco sarebbe venuto, e voi lavreste veduto e vi sareste
assicurato de la verit de le mie parole, de la quale ancora parete dubbio ne
sembianti; e, se non minganno, per modestia o per vergogna mostrate di
prestarmi credenza, ma veramente non mi credete.
F.N. Io non so, signora Giulia, quel che possiate da miei sembianti raccogliere;
ma sessi possono esser testimoni del core, sono pi degni di fede che le
parole, e io assai mi contento che voi non meno a sembianti crediate quali
sieno gli intrinsechi affetti miei che quali sieno le opinioni: e ora n de gli
uni n de laltre pi oltre vi voglio rivelare, ma lascer che voi ne spiate e ne
crediate quel che vi pare.
G.C. Egli non mi si laseria credere che voi quella sera meco volentieri non aveste
ballato. E questo solo mi par di conoscere da gli affetti vostri; ma de le
opinioni che ne potr io mai altro sapere che quel che da voi mi sar detto?
Se forse non volessi estimare che le opinioni in voi da affetto nascessero o
fossero confermate, comin molti suol avenire, i quali a quelle pi volentieri
sappigliano che pi sogliono giovare.
F.N. Gi non vi nego che voi di me a vostro modo crediate; ma, per ver dire, io
mi sono uno che porto assai fiate opinioni di cose che, palesandole, anzi
dannose e amare che giovevoli mi sarebbono, e care.
G.C. Se tal voi sete ne le vostre opinioni, non so quel che da vostri sembianti io
possa ritrarne.
F.N. Io non tanto giudicava che questo potesse esser possibile, quanto desidera-
va che fosse, accioch, vedendomi questi nel cuore, secondo il vostro
bendisposto giudicio pensaste meglio di me che non pensate, e anco con
maggior affetto, se non damore, di benevolenza almeno corrispondeste a
quello co l quale io vonoro.
G.C. Queste parole, sio non minganno, sono tutte piene di risentimento e di
finto sdegno, il qual, conceputo da voi per la repulsa del ballo, non anco,
a quel che me ne paia, fatto minore, ma cos modestamente si dimostra
chio non diffido di potervi placare, e vorrei <chiedervi> qual cosa io debba
fare per vostra sodisfazione.
F.N. Non sappartiene a me, signora, dinsegnarvi il vostro debito, n voi alcun
debito avevate; ma se maveste fatto degno di ballar con esso voi, sarebbe
stata vostra cortesia.
G.C. Non potr io dunque intendere da voi qual opinione abbiate del debito
duna gentildonna che, avendo altrui promesso, sia da altrui ricercata?
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F.N. Al primo dee osservar la fede.
G.C. E se l primo non viene a prenderla, come pu sodisfare al secondo, o sia
alcun altro, se voi non volete essere quel desso?
F.N. Io non credo che fosse disdicevole chella gli parlasse, segli cos vicino che
acconciamente possa farlo: e voi eravate tanto vicina a chavreste potuto
ragionar meco senza disconvenevolezza; e sio fossi stato lontano, ad un
vostro cenno sarei corso per udire quel che vi fosse piaciuto.
G.C. Io certo parlar vi vedeva, ch non voglio negarvi davervi veduto mezzo fra
pensoso e sdegnato riguardar coloro che ballavano; ma fui lungamente trat-
tenuta da laspettazione del cavaliero a cui aveva promesso, e la sua venuta
credeva che dovesse a bastanza con voi discolparmi: ma del debito di lui
non potrei io ancora intendere la vostra opinione? N gi vi chiedo segli
dovesse meco ballare o non ballare, perch gi a questo, se non minganno,
avete risposto, ma se, non essendo venuto al ballo, doveva scusarsi.
F.N. Doveva al parer mio.
G.C. Ma quale scusa poteva fare? forse che a la sua donna cos fosse piaciuto? Se
questa egli avesse detto, <come la sua donna avrebbe potuto scusare? E se
con la colpa de la sua donna voleva discolpar se medesimo,> peraventura
molto a quel obligo avrebbe mancato che muove ciascuno a difender la
cosa amata; e io vorrei che l cavaliero a lun debito in guisa sodisfacesse cha
laltro non mancasse.
F.N. Egli non doveva per iscusa di s incolpar la sua donna, ma amore, il qual
assai fiate a oltre la volont de la amata ci suol constringere a far molte cose
che non debbiam fare e a tralasciarne alcune che non dovrebbono esser
tralasciate.
G.C. Ma sa lamore avesse voluto rimproverar la sua colpa, poteva egli dir che
lamor fosse stato cagione doblivione o pur di poca stima, percioch gli
amanti in guisa amano la donna amata, sio nodo il vero, che ci che non
lei sono usati dodiare e di sprezzare; ma per cortesia dovea tacersi.
F.N. Doveva, quantunque vavesse trovata assai cortese in perdonare a gli affetti de
gli amanti; nondimeno chi chiede perdono dun errore o lo scusa, non dee dir
cosa per la quale debba chiederlo di nuovo errore o pure de la scusa istessa.
G.C. Dunque sola la smemoratagine gli rimaneva, con la quale egli dovesse scu-
sarsi, o pur alcuna ragione ancora: perch non solo amor di donna, ma
carit di signore e obligo damicizia possono dare assai convenevol soggetto
a le scuse.
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F.N. Da tutti questi luoghi ella si pu fare; nondimeno da gli altri non cos
volentieri ricevuta come ella sarebbe da lamore: laonde da questo fonte pi
tosto che da alcuno io lavrei derivata.
G.C. E che avreste detto? forse che lamore fosse stato cagione di oblio?
F.N. Assai convenevolmente senza offesa vostra mi pareva che potesse dirsi.
G.C. E pu alcun dimenticarsi di quelle cose che non disprezza, o pur ogni
smemorataggine da alcun disprezzo accompagnata?
F.N. Io estimo che di quelle sogliamo dimenticarci che ci paiono di minor pre-
gio; onde per lo paragone de laltre, a le quali pi pensiamo, che son degne
di maggiore stima, possiam dire chelle sieno meno stimate, ma per se stesse
non sarebbono mai poco stimate. Teseo bastici per essempio, il quale non
istimava poco Egeo suo padre, nondimeno si dimentic, occupato da mag-
gior pensiero, dalzar le vele nere; onde, se luomo dalcuna donna si scorda,
non dee ella in alcun modo recarselo ad onta, ma ben ingiuria dovrebbe
reputarla se per altro gli paresse meritevole di poca stima.
G.C. Dunque avrebbe potuto dir quel cavaliero, scusandosi, che l pensiero, chera
tutto volto a la sua donna, laveva in guisa rapito chegli aveva tuffati in Lete
tutti gli altri in un fascio, e l debito insieme chegli aveva seco?
F.N. Poteva, se desser amante avesse voluto confessare: poteva anche dire che
un profondo pensiero, che linvolava a tutti gli altri e a se stesso, era stato
cagione chegli del debito suo si fosse scordato.
G.C. Ma, cos parlando, chiaramente, senza dirlo, avrebbe appalesato lamore.
F.N. Avrebbe; ma molte cose pi ne lun che ne laltro modo son convenevolmente
manifestate: oltre che pi doveva schivare il sospetto di poco cortese cavaliero
che di troppo affettuoso amante.
G.C. Ma forse nel palesare il suo amore avrebbe offesa la donna amata.
F.N. Se le cose belle sono amate, non veggo perch alcuna donna, la qual non
istimi oltraggio lesser giudicata bella, se l debba recare ad offesa; ma forse
alcuna, piena dalterezza, non tanto schiva desser amata, quanto si sdegna
de lamante; onde si legge:
Vostro gentile sdegno
Forse talor mia indignitade offende.
Ma se tal il cavaliero del qual parliamo, quale da voi m descritto, a niuna
donna dovrebbe spiacer desser da lui servita.
G.C. Onde dunque aviene che molte donne, se sono amate, si riputano offese?
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F.N. Ci dovrei anzi chiedere a voi; nondimeno dir, per ubbidirvi, che, salcu-
na la quale senzalcuna distinzione di persona rifiuti desser amata, o molto
casta o troppo altiera convien chella sia: e tale fu per aventura madonna
Laura cantata dal Petrarca; onde de lalterezza si legge:
Ed ha s eguali a le bellezzorgoglio
Che di piacer altrui par che le spiaccia;
e de la castit:
Lalta belt chal mondo non ha pare,
Noia l se non quanto il bel tesoro
Di castit par chella adorni e fregi.
Nondimeno, se le parea pure che la castit de la bellezza fosse ornamento se
lalterezza non era in lei tale che da lumilt non fosse accompagnata, non
veggo altra cagion per la quale le devesse dispiacere di esser amata: e certo
non le dispiacque, come in que altri versi si conosce:
Sal mondo tu piacesti a gli occhi miei,
Non ti vo dir; ma pur il dolce nodo
Mi piacque assai chintorno al cor avei
E piacemi il bel nome, se l ver odo,
Che lungi e presso co l tuo dir macquisti;
N ma in tuo amor richiesi altro che modo.
Quel manc solo; e mentre in atti tristi
Volei mostrarmi quel chio vedea sempre,
Il tuo cor chiuso a tuttil mondo apristi.
G.C. Da questi versi par a me che si raccolga cha lei non tanto dispiacesse lamo-
re quanto il publico amore.
F.N. Si raccoglie senza alcun dubbio: e molte donne possono essere s fatte, a le
quali tutto che piaccia lesser amate, non vorrebbono per esser conosciute
come amanze, parendo loro che la fama de lamore lor possa portar alcuna
noia, e alcuna gelosia al marito e a parenti: altre nondimeno si compiaccio-
no desser amate publicamente; comunque sia, salcuna a cui dispiaccia,
non le dee spiacere che lamante, occultando la cagione del suo amore,
manifesti leffetto, percioch, se, palesando la donna amata, poco cauto
amante si dimostrerebbe, occultando lamore, molto accresce le sue noie.
Ma quella donna a la quale aggrada desser amata secretamente, dee per
mio aviso esser pi liberale de suoi favori a coloro che amanti non sono,
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che a gli amanti istessi: il che io mingegner di provarvi, perch non istimo
s poco i favori di coloro de le quali non sono amante, che non mi debba
parer questa assai piacevol fatica. Ma prima, signora Giulia, che l nostro
ragionamento pi oltre proceda, vorrei che tra noi rimanessimo daccordo
quel che fosse amore; percioch alcuni damor parlano come sessi fossero
non uomini ma intelligenzie, i quali altro che lanimo non mostrano damare:
e se pur de gli occhi o de la bocca de la sua donna ragionano alcuna volta,
non passano nondimeno pi oltre, n gli altri sentimenti del corpo chiama-
no a parte de diletti amorosi. Ma io per me credo che luomo, che com-
posto di sentimento e di ragione, voglia ne lamore appagar cos i sentimen-
ti tutti come la ragione: laonde direi che l amor fosse desiderio
dabbracciamento. Piacevi, o signora Giulia, questa diffinizione, o pur an-
cora alcunaltra cosa ci desiderate?
G.C. A me tanto pi piace di quella cho spesso udito addur da gli altri, che
lamor sia desiderio di bellezza, quanto pi mi pare che ci possa far accorte
che noi da voi altri debbiam guardarci; ma se laltra stimeremo buona,
molto di voi ci potrem fidare, percioch la bellezza, se l vero nho udito,
non pu esser in alcun modo obietto del tatto; e, fidandocene, poco caute
forse ci dimostreremmo, e troppo semplici e facili da esser ingannate.
F.N. Non mancano de filosofi i quali vogliono che non solo la vista e ludito, ma
tutti i sensi posson esser giudici de la bellezza.
G.C. La bellezza a me pare cosa spiritale anzi che no; e se l tatto ne fosse giudice,
ella sarebbe materialissima, come son forse que filosofi: ma io non servo
lor credenza e credo a [...].
F.N. Mi piace che la verit detta da me sia creduta da voi, quantunque a me
stesso potesse esser dannosa; ma non vorrei <che credeste che>, benchio
stimi amore cupidit dabbracciamento, <creda per> chogni s fatta cupi-
digia sia amore: percioch, salcun desidera gli abbracciamenti per un cotal
bisogno di natura o pur se non pi dun che dun altro abbracciamento
cupido, non detto amadore in alcun modo, ma amante solo si dice colui
che de gli abbracciamenti cupido per compiacimento chabbia dalcuna
particolar bellezza. Dunque, se vi pare, diremo chamor sia cupidit
dabbracciamento per compiacimento di particolar bellezza, <e che amanti
sian coloro che de gli abbracciamenti altrui per compiacimento di particolar
bellezza> son cupidi.
G.C. Assai mi pare daver inteso quel che sia amante.
F.N. Ma accioch meglio gli amanti da non amanti sian conosciuti, saper
debbiamo che ne gli animi nostri signoreggiano, per cos dire, lopinione
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del bene e la cupidit del piacevole, che lo guidano e sono cagione de le
nostre operazioni. Ma se lopinione, scorta da la ragione, supera la cupidit
e ci conduce al bene, detta temperanza; e, vincendo la cupidit, lopinio-
ne, che ci guida al piacevole, si chiama intemperanza, la qual, perch pu
esser di varie sorti e in varie cose dimostrarsi, con vari nomi chiamata: ma
quella che a piaceri de la bellezza del corpo, per cos dire, ci rapisce, detta
amore. Or, poi che noi quel che sia amore e quel che sian gli amanti abbiam
ritrovato, vogliam noi ricercare se debba giudiziosa donna attender prima a
gli amatori o a non amatori?
G.C. Ricerchiamo, di grazia.
F.N. Or ditemi: credete voi che in colui che in questo modo de gli abbracciamenti
de la sua donna cupido, lungamente la cupidit durasse, segli non isperasse,
quando che sia, di goderne?
G.C. Credo chassai tosto sestinguerebbe.
F.N. La speranza dunque suol esser compagna de lamore?
G.C. Suole.
F.N. E la speranza non si volge, come a suo obietto, a le cose difficili?
G.C. Cos mi pare.
F.N. E forse le cose che sono agevoli rade volte si desiderano e, non essendo
desiderate, non possono esser amate.
G.C. Cos credo che avenga.
F.N. Ma quando alcun si propone le cose malagevoli, quantunque egli speri di
conseguirle, la speranza nondimeno da alcun timore accompagnata?
G.C. E1 a parer mio.
F.N. Il qual timore, come che possa nascere per diverse cagioni, se nasce perch
lamante abbia compagni ne lamore, gelosia.
G.C. Gelosia certo.
F.N. E l geloso, come che propriamente sia timido, nondimeno invidioso an-
cora del ben di coloro a quali porta gelosia.
G.C. Cos mi pare.
F.N. E se stima che i favori de la sua donna siano fatti a rivali immeritamente,
molto fra se stesso se ne sdegna e odia assai sovente coloro a quali son fatti.
G.C. Cos avien, credio.
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F.N. Ma lanimo che ama e odia, spera e teme, invidia e si sdegna, da cotai
movimenti molto agitato onde, non altramente che l corpo per la
distemperanza de gli umori suol infermare, egli divien infermo. Credete
queste cose o non le credete, signora Giulia?
G.C. A me paiono assai ragionevoli.
F.N. Ma se lamore infirmit e se gli amanti sono infermi, non debbono co-
minfermi esser trattati?
G.C. Debbono a parer mio.
F.N. E dove listesse cose da gli infermi e da sani sian desiderate, a chi sono pi
volentieri concedute?
G.C. A sani senza dubbio.
F.N. E se gli amanti saranno simili a gli infermi, coloro che non amano saranno
simili a sani?
G.C. Saranno.
F.N. Dunque i favori, che da non amanti e da gli amanti sono desiderati, a non
amanti pi tosto che a gli amanti da le donne si debbono concedere, o, se
pur a gli amanti alcuna volta, saran fatti parcamente in quel modo cha gli
infermi si danno alcuni cibi; e come gli assetati vorrebbono parimente che
gli altri avessero sete, e par che godano quando altri bee in lor presenza, e
volentieri veggono gli amici mostrarsi compassionevoli a le lor passioni,
cos gli amanti vorrebbono che le lor donne amate di sete amorosa ardesse-
ro e da quegli istessi affetti che essi sentono fossero perturbate, e che in
somma languissero per la medesima infirmit: ma la infirmit male, dun-
que gli amanti vogliono male a le lor donne amate. Oltre a ci tutto quel
che ripugna a gli infermi molesto; ma se lonest de lamata donna ripu-
gna a lamante infermo, gli molesta: lamante dunque non ama lonest de
la donna amata, e perci che le cose inferiori a le superiori non possono
contrastare, sempre lamante desidera vedersi la donna amata inferiore. Ma
limprudente inferiore al prudente, il timido al forte, colui che non sa
parlare a leloquente, il zotico e materiale al sottile e intendente: dunque
lamante desidera lamata e imprudente e timida e poco atta a parlare e
dingegno addormentato. Oltre a ci, come gli infermi portano invidia a
sani, cos gli amanti de la donna amata sono invidiosi; e s come gli infermi
di doglianze, cos gli amanti sono sempre pieni di lamenti e di lacrime e di
rimbrotti e dispettosi come gli infermi, e assai spesso molti detti e molti
fatti de le donne si recano ad offesa. E oltre a ci desiderano chelle siano
povere damici e di parenti, parendo loro chove tali siano, di leggieri deb-
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bano esser soggette; e mal volentieri le odono lodare, perch temono chaltri
se ninamori, onde tanto pi divenga malagevole il conseguirle: e vorrebbono
che fosse in lor poter di farle altrui care e odiose, onorate e disonorate,
stimate e dispregiate.
G.C. Sin ora de gli amanti in modo avete ragionato chio non so quel che pi di
male i nemici a nemici possan desiderare.
F.N. Non vi maravigliate, signora Giulia, che i nemici a gli amanti siano assai
somiglianti: perch, se simili non fossero, con nome di nemici gli amanti
non sarebbono chiamati.
Gi cominciava a prender sicurtade
La mia dolce nemica a poco a poco,
disse lun de nostri poeti; e laltro:
Col la mia nemica bella e cruda.
Ma in questo, se non minganno, lamata dal nimico sar assai dissimile,
che sempre ella sar dolce, ne le amaritudini eziandio, e sempre bella a gli
occhi de lamante e a gli altri sensi: ove la vista del nemico amara e abomi-
nevole suol parere; onde si legge:
Hostis amare, quid increpitas?
Se tale dunque lamata a lamante, egli ne lamare non ha altro fine che l
proprio piacere. Ma colui che non ama, molte fiate lutile e lonor de la
donna con la quale ha dimestichezza si prepone per obietto; e chi desidera
lutile e lonor altrui ben gli vuole: molto pi ragionevol dunque che la
donna al non amante benevogliente che a lamante che mal gli vuole desi-
deri di sodisfare con onesti favori. E quantunque io amato non fossi, non
per tutto ci era indegno desser da voi nel ballo favoreggiato; e ove niunaltra
mia qualit me navesse fatto meritevole, il desiderio chio ho del bene e de
lonor vostro, se non minganno, me ne faceva non indegno.
G.C. Assai bene avete provato, per quel che a me ne paia, che la donna anzi al
non amante che a lamante debba esser cortese de favori: con qual artificio
io non so, ma qualunque egli sia, da voi a vostro danno non mi pare usato.
E, se ben mi soviene de le cose da voi dette, si ritrovano pur alcuni amanti
giudiziosi e temperati: questi vorre io sapere se voglion tanto di male a le
loro amate donne quanto gli altri che da voi sono stati descritti.
F.N. Tutti gli amanti, se non minganno, sono infermi, e niun animo infermo
pu essere temperato: ma s come ne linfermit del corpo alcuni da gli
appetiti si lascian vincere, onde spesso sadirano e co serventi e co medici,
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e oltre il comandamento loro mangiano quei cibi che pi lor piacciono, e
beono quante volte voglia lor viene, altri assai meno da la cupidigia sogliono
lasciarsi trasportare, onde i medici ascoltano volentieri e co famigliari ra-
gionano mansuetamente, ma per aventura alcuno non che o nel bere o nel
prendere il cibo e il sonno alquanto non esca da la regola medica, cos de gli
amanti alcuni da lappetito concupiscibile e da gli altri affetti senzalcuna
resistenza si lascian vincere, altri resistono, ma pur son vinti; ma chi gli
affetti superi non si ritrova o, se pur si ritrova, non amante. Che se gli
amanti tutti da gli affetti non fosser vinti, indarno i poeti avrebbon finto
chAmor di lor trionfasse: e il trionfo dAmore segue, non chaltri, colui del
qual si legge:
Tacendo, amando quasi a morte corse;
E lamor forza e l tacer fu virtude;
il quale, bench facesse ad Amor lungo contrasto, nondimeno con gli altri
vinti dAmore segue il suo trionfo. Quelli dunque son detti e temperati e
giudiziosi amanti, i quali o meglio san ricoprire lamore o pi modestamen-
te manifestarlo: e temperanti non sono, tutto che tali sian chiamati, ma
men de gli altri incontinenti.
G.C. E gli incontinenti vogliono male a le donne?
F.N. Se ben de la donna la pudicizia e lonest, e male limpudicizia e la disone-
st, lor desiderano anzi male che bene; nondimeno n vergogna lor deside-
rano n disonore, perch il disonore e la vergogna consistono ne le opinioni
de gli uomini; laonde molto secreti sogliono esser ne lor amori, e pensosi e
taciti e solitari si veggono il pi de le volte.
Solo e pensoso i pi deserti campi
Vo misurando a passi tardi e lenti;
cos cant in quel sonetto quel poeta, la cui poesia pi che quella dalcuno
altro fu in grande onor attribuita a la sua donna; e non potendo nascondere
lamor suo, con gloria di lei si sforz di manifestarlo; onde altro non mo-
strava damare che la bellezza de lanimo, e quella del corpo in quanto de gli
occhi pu esser obietto, come si legge:
Laria percossa da suoi santi rai
Sinfiamma donestade e tal diventa
Che l dir nostro e l pensier vince dassai.
Basso pensier non chivi si senta,
Ma donor, di virtude. Or quando mai
Fu per somma belt vil voglia spenta?
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e in quellaltro:
Un vive, ecco, dodor l su l gran fiume,
Io qui di foco e lume
Queto i vaghi e famelici mei spirti.
Nondimeno alcuna fiata, a se stesso contradicendo e non ben sapendo ogni
suo amoroso desiderio ricoprire, dice:
Con lei fossio, da che si partil sole,
Sol una notte, e mai non fosse lalba,
E non ci vedessaltri che le stelle;
e altrove:
Pigmalion, quanto lodar ti di
De limagine tua, che mille volte
Navesti quel che sol una vorrei.
Comunque sia, perch il pi de le volte assai modesto amante si dimostr,
lamor suo senza vergogna de la sua donna manifest. E gli amanti s fatti,
se sono conosciuti, sono assai volentieri tolerati: nondimeno tanto e non
pi de lonor de le donne loro soglion esser desiderosi, quanto essi par che
in alcun modo ne siano cagione; onde i poeti del grido donest, per lo
quale le donne loro sono gloriose, si compiacciono assai volte come di effet-
to de larte loro; n solo i poeti, ma i cavalieri eziandio e gli altri amanti,
tutto che bramino di vederle onorate, desiderano che ci avenga per loro
inato modo e avedimento: onde a questi amanti ancora men liberali de lor
favori debbono esser le donne che a non amanti che bene lor vogliono. In
questo proposito vorrei che mi giovasse daver animosamente ragionato,
non per far alcun risentimento de la repulsa datami, ma perch altra fiata
per difetto di benevolenza o di stima non mi reputiate indegno di favore.
G.C. Sio son tale chaltrui possa farlo, non lo desiderarebbe da me indarno il
signor; ma se favilla in fiamma alcuna fiata suol convertirsi, guardisi il si-
gnor, di non divenire amante: ch per vero sarebbe il pi affettuoso del
mondo. Ma se meco user, a niun pericolo damore, per quel chio ne cre-
da, sar esposto; ove se con altra pi di me bella avesse dimestichezza, di
leggieri potrebbe avenire che i molti favori cangiassero la benevolenza in
amore.