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Io credo che esista qualcosa di ineffabile (l'Uno), dal quale è stato emanato il resto, e anche nelle Divinità

non separate dall'Uno e non separate tra Loro.


Innanzitutto, credo che una sequenza infinita di cause sia praticamente impossibile, quindi
necessariamente debba esserci una Causa Prima, in secondo luogo, credo che questa Causa Prima debba
essere diversa dal Non Essere in quanto per essere causa, il Non Essere dovrebbe prima essere, ma se fosse
sarebbe qualcosa e non il nulla, che oltre a non poter assolutamente esistere (come ricordava Parmenide)
non può nemmeno essere pensato in quanto perché sia pensato è necessario che si pensi qualcosa e quindi
non sarebbe pensare al Nulla.
Una volta stabilito cosa non possa essere l'Arché direi che il resto è logica conseguenza: se ciò che esiste
esiste per emanazione di qualcosa, allora è corretto pensare che ogni cosa che esista ne conservi qualche
tratto e cosa hanno in comune tutte le cose che esistono? L'esistenza, quindi la Causa Prima non è scorretto
chiamarla Essere.
Se, inoltre, ogni cosa è partecipe dell'Essere, può possedere l'essenza in qualche misura... e quando si
possiede una qualità si può possedere o in misura maggiore, o in misura uguale o in misura minore rispetto
a qualcos'altro. Se però ci fosse qualcosa che possiede l'essenza più dell'Essere (che per definizione è la sua
massima espressione e per questo gli si addice essere unico -per questo, il termine Uno fu anche usato dai
sapienti antichi-), allora l'Essere non sarebbe tale, ma sarebbe Essere quello che possiede in sé l'essenza e
non per partecipazione.

Ora, a meno che non vogliamo scendere nel paradosso di considerare la ragione come qualcosa di meno
dell'essere inermi, dobbiamo riconoscere che questa è una qualità degna di forme di esistenza superiori
(quali per esempio l'uomo), assente in forme di esistenza inferiori (quali ad esempio il sasso), quindi
ammetteremo che essendo una qualità che si trova solo negli enti superiori, l'ente che a tutto è superiore
(l'Essere) sia anche Razionale, ergo abbia una Intelligenza... una volta stabilito ciò, dovremmo dire: può un
essere intelligente, non avere consapevolezza di sé?
In caso però sorgerebbe un problema: se l'Uno ha consapevolezza di Sé necessariamente sa autopensarsi,
ma questo significa che debba delimitarsi e quindi distinguersi (ergo pensare l'esistenza) di qualcosa che è
altro da Sé, o Non Sé: essendo però l'Uno l'Essere, questo Non Sé è impossibile da pensare per i motivi
sopra detti, allora ci si troverà in un paradosso che non può essere altrimenti risolto se non con il
politeismo, ossia il Pensiero Autopensante che si "scompone" in varie Divinità che condividono la stessa
sostanza, non separate dall'Uno né tra Loro.

D'altronde, come fa notare Cicerone nel De Natura Deorum

Com’era solito fare, Zenone concluse il ragionamento con questa similitudine: “Se da un olivo nascessero
dei flauti che suonano armoniosamente, dubiteresti forse che nell’olivo sia insita l’arte di suonare i flauti?
Cosa diresti se i platani producessero strumenti a corde che suonano a ritmo? Anche in questo caso
senz’altro riterresti che nei platani è insita la musica. E perché allora non ritenere il mondo dotato d’animo
e di sapienza, dato che da sé procrea esseri animati e sapienti?”
(Cicerone, De Natura Deorum II, VIII)

L'altro argomento che mi spinge a credere nell'Esistenza degli Dèi, è invece tratto dalla lettera a Meneceo
in cui Epicuro afferma che di considerare innegabile (io sono più cauto credendo che di innegabile, ci sia -
ammesso che le regole della logica non siano solo una approssimazione- il fatto che esistiamo almeno come
cose con la facoltà di porre in dubbio) in quanto sono adorati dagli uomini che ne hanno una idea comune
"gli uomini attribuiscono agli dèi caratteristiche contrarie alla stessa idea che se ne fanno". (Epicuro, Lettera
a Meneceo)

Del resto, se fosse solo una cosa innata e senza utilità (ma anzi, anche con dei contro dal punto di vista
pratico, come il privarsi di risorse per edificare luoghi di culto, sprecare tempo per le preghiere, ecc,), non
mi spiego perché non sia stata eliminata dalla natura umana.

Ma vabbé, posto cosa credo io e parte dei perché (giusto i più semplici)... non dovresti avere paura della
morte se credi non vi sia niente dopo, in quanto come scrisse Platone, in quel caso sarebbe solo come un
sonno senza sogni. Inoltre, come scrisse Epicuro (che a differenza di Platone, condivideva questa idea) in
fondo la morte non la incontriamo mai, in quanto quando verrà da noi, noi non ci saremo, e quando noi ci
siamo, lei non viene da noi!

Giovanni Paolo II: «Il termine “mito” non designa un contenuto fabuloso, ma semplicemente un modo
arcaico di esprimere un contenuto più profondo. Senza alcuna difficoltà, sotto lo strato dell’antica
narrazione, scopriamo quel contenuto, veramente mirabile per quanto riguarda le qualità e la
condensazione delle verità che vi sono racchiuse»

Il tuo amore per loro era un amore interessato. Non era una vera amicizia.
Ti rapportavi col Signore solo come un medicante che cerca una grazia da un benefattore generoso.
Ed ecco che sei stato deluso.

“Esercitati alla pietà”, oppure “allenati spiritualmente”. “Pietà” è un termine che deriva dal latino “pietas”,
che non vuol dire misericordia o compassione ma devozione, pratica di culto, adorazione. È un rapporto
d’intimità con Dio, che si manifesta con un servizio arreso.

Compassione significa subire insieme.

Sono molti coloro che sostengono la tesi che tutto dipenda dal benessere materiale e dal fatto che i giovani
d’oggi, avendo più del necessario, sono per questo insoddisfatti.

Può esser che questa insoddisfazione sia dovuta non perché hanno più del necessario in senso materiale o
meglio corporeo, ma perché essa, cioè i beni corporei non soddisfano a pieno l’essere umano, da qui si
spiega questo eccesso dei beni corporei, infatti, non conoscendo altro bene che quello corporeo si rifugiano
in esso.

l’uomo è insoddisfatto e non riuscirà mai ad appagare il vuoto del cuore con i beni materiali: “Come un
affamato sogna ed ecco che mangia, poi si sveglia ed ha lo stomaco vuoto; come uno che ha sete sogna che
beve, poi si sveglia ed eccolo stanco ed assetato…” (Isaia 29:8).

I giovani coinvolti dalla sindrome di una vita vuota, insoddisfatta e delusa, pur di cercare qualcosa che dia
loro un pò di colore, di appagarli e di gratificarli, sono disposti a fare i gesti più eclatanti, a compiere azioni
roboanti e ad avere atteggiamenti inconsulti. Le notizie d’azioni folli, compiute dai giovani per ammazzare
la noia, sono sempre di più e stanno suscitando la psicosi tra la gente.
Giovani caratterizzati da una vita monotona, che cercano attraverso atti eroici di far salire l’adrenalina,
commettendo facili errori che portano conseguenze gravi e fanno male a persone innocenti. In molti casi, le
azioni sono filmate e mandate in rete affinché tutti vedano quello che i protagonisti sono capaci di fare. La
monotonia d’ogni giorno, la mancanza di sani ideali, induce tanti giovani all’insofferenza manifestata da
una chiusura verso gli altri e dalla suscettibilità. Per cercare di vincere il disagio esistenziale lanciano dei
chiari segnali d’aiuto con un atteggiamento di ribellione, con una condotta qualunquista e un look
bizzarro: “Anche ridendo, il cuore può esser triste; e l’allegrezza può finire in dolore” (Proverbi 14:13).
Ci sarà un fine a tutto questo? Quale altra cosa sarà fatta da chi non sa come ammazzare il tempo? I giovani
che ricercano nella trasgressione, nel divertimento e nello sballo ciò che appaghi il vuoto del cuore,
diventano sempre più insoddisfatti, delusi e insofferenti, incamminandosi in un tunnel senza uscita.
La Bibbia rivela che la vita vissuta lontano da Dio produce sempre delusioni, incontentabilità e dolore: “Non
vi è pace per gli empi, dice il Signore” (Isaia 48:22).
Il sole rappresenta il principio attivo il quale illumina e scalda, mentre rappresenta il principio passivo,
infatti noi vediamo la luna grazie alla luce del sole, senza di essa come verremmo a sapere della luna.

L'uso più comune del numero quattro è per indicare le quattro direzioni (Is 11,12; Ez 1,17;
7,2; 10,11; Ap 20,8) celesti e del vento (Ger 49,36; Ez 37,9; Dn 7,2; 11,4; Zc 2,10; 6,5; Mt
24,31; Mc 13,27; Ap 7,1); è il numero del creato nella sua espansione totale, e in particolare è
il numero della terra poiché, mentre il cielo è visto come cerchio, la terra è vista come un
quadrato.