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CAPITOLO 1 - L’INCONTRO

1.1. Letture proibite

Quando si parla di incontro tra due poeti vissuti in epoche lontanissime, ci si

riferisce ovviamente all’incontro di temi, riflessioni, stili e immagini evocate

dall’arte dei predetti autori, quindi un incontro in cui le opere in questione

vengono poste sotto la lente del microscopio da critici e lettori. Ma nel caso

specifico di Leopardi e Lucrezio sembrerebbe che un incontro fisico, se così

vogliamo definirlo, vi sia stato, nel momento in cui Leopardi ebbe modo di

leggere il De rerum natura. Un incontro unilaterale, certamente, ma, come

vedremo nel successivo paragrafo, foriero di tanta discussione e ricerca da

parte di studiosi e lettori. 


Soprattutto un evento non banale, quello della lettura che Leopardi

probabilmente fece della poesia di Lucrezio, non soltanto per il valore

1
letterario, scientifico, filosofico e aggiungerei zoo-antropologico1 del testo

lucreziano, ma per il fatto che il De Rerum natura tradotto fosse stato

inserito nell’Index librorum prohibitorum nel 1718, solo un anno dopo la

pubblicazione a Londra della sua prima traduzione italiana ad opera di

Alessandro Marchetti (il primo codice manoscritto era stato scoperto

esattamente 4 secoli prima della pubblicazione). 


Una misura tanto restrittiva era legata alla crescente importanza filosofica

dell’atomismo lucreziano in ambito scientifico, importanza ritenuta pericolosa

dalle autorità civili ed ecclesiastiche.

In una lettera del 1813 il Conte Monaldo Leopardi si rivolge alle autorità

ecclesiastiche per ottenere il permesso di leggere i libri proibiti per i suoi figli

e tra i testi interdetti figura appunto il De rerum natura, ed esattamente il

testo tradotto da Marchetti, testo che sarà poi presente nella Biblioteca di

Casa Leopardi nella sezione specifica dei libri messi all’Indice.

Dunque, presumibilmente, la traduzione italiana del De rerum natura di

Lucrezio arriva, come libro proibito, nelle mani di un quindicenne Giacomo

Leopardi, anche se con ogni probabilità (le opinioni degli studiosi sono

divergenti in tal senso) Leopardi aveva avuto modo già prima, invece, di

leggerne il testo latino, come sembra emergere da alcune annotazioni

bibliografiche della Storia dell’Astronomia (1813) cui Leopardi si era

1Prospettiva zoo-antropologica di cui sono stata edotta durante lo studio del corso di
Letteratura Latina del presente Master dal titolo: La lente lucreziana. Zooantropologia e filosofia
nella letteratura latina, a cura del prof. Guasparri)
2
dedicato. Lucrezio viene anche citato, sempre da Leopardi, nel Saggio sopra

gli errori popolari degli antichi (1815).

Gli studiosi dibattono ancora, a suon di citazioni, confronto di testi, numeri di

versi che sembrano non corrispondere, su quale sia l’edizione su cui si sia

svolta la lettura di Leopardi, se l’atteggiamento nei confronti della poesia di

Lucrezio e la sua filosofia sia cambiato dopo aver appreso il greco e aver

potuto leggere i brani in originale relativi alla filosofia epicurea di cui

Lucrezio si faceva portavoce a Roma e con la sua poesia.

Tracce lucreziane sono dunque state avvistate nell’utilizzo di «e le seguaci

ambasce» dell’Inno ai patriarchi (v.66), che sembra evocare il curaeque

sequaces del secondo libro del De rerum natura (v 48). Una analogia, anche se

dibattuta tra gli studiosi, è quella tra i versi 66 e 67 del primo libro del De

Rerum natura e quegli occhi mortali che ardiscono sollevarsi contro il fato

comune che vengono menzionati nella Ginestra. Anche se ovviamente

parliamo di brani e autori inseriti in contesti temporalmente e culturalmente

lontani, gli studiosi che hanno rilevato tale analogia ritengono non possa

ritenersi casuale. 


Non sono però le singole citazioni ad interessarci in questa breve ricognizione

o un’indagine strettamente filologica. Ciò che ci interessa e che sarà oggetto

di riflessione nel secondo capitolo del presente elaborato, è quell’intreccio di

temi, atteggiamenti, interessi, speculazioni che i due poeti, a cavallo di secoli

di distanza, hanno saputo porre splendidamente in versi, al punto da

3
suscitare, in chi legga oggi le loro opere, risonanze e rimandi all’indagine

dell’altro.

4
1.2 Un incontro combinato

Lucrezio e Leopardi sono stati accostati dalla critica molto frequentemente.

Risulta infatti impossibile non rilevare una certa affinità, come già detto, di

temi, atmosfere e riflessioni tra il grande poeta latino e l’autore recanatese.

Chiaramente non si tratta solamente di un confronto diretto tra i due autori e

le loro opere, ma anche di una questione che riguarda i rapporti di Leopardi

con l’epicureismo, di cui Lucrezio era seguace e divulgatore, in maniera

originale anche rispetto alle indicazioni dello stesso Epicuro rispetto agli

strumenti di diffusione del suo pensiero filosofico. La scelta di Lucrezio di

utilizzare la poesia didascalica, nel De rerum natura, è infatti in

controtendenza e più laboriosa rispetto alla diffusione coeva, ad esempio nei

circoli di Ercolano e Napoli, delle riduzioni ufficiali del pensiero di Epicuro.

L’obiettivo di Lucrezio era chiaro: voleva raggiungere, attraverso una scelta

formale ispirata alla poesia greca, l’élite aristocratica romana affinché questa

diventasse volano per la diffusione e il successo sociale della filosofia

epicurea.

Lucrezio pone verso la fine del libro primo la sua scelta deliberata della

poesia, e lo fa attraverso un bellissimo paragone (vv. 935-950): come un

medico, che cosparge di miele il bordo del recipiente al cui interno vi è una

medicina sgradevole, dal sapore amaro, ma fondamentale perché il paziente,

colui che porta in sé la malattia possa guarirne, così Lucrezio procura a

Memmio e a tutti coloro che leggeranno il testo la medicina degli

insegnamenti di Epicuro, vestendoli dell’abito, gradevole alla vista e al tatto,

5
di un componimento poetico. Anche Tasso si ricorderà dell’immagine della

poesia del primo libro di Lucrezio all’inizio della Gerusalemme liberata. 


La poesia diventa dunque strumento, e attraverso l’armonia dei versi e la

potenza delle immagini il lettore rimane avvinto e lascia penetrare in

profondità il contenuto benefico, anche se può avere un retrogusto amaro.

Non è forse ciò che accade anche con la poesia di Leopardi le cui immagini si

stagliano nella nostra mente e si imprimono nel nostro cuore, e il cui portato

sedimenta in noi senza che a volte abbiamo piena consapevolezza degli abissi

di profondità che tali immagini recano con sé? 


A testimonianza di quanto frequente sia stata, nelle pagine dei critici, la

giustapposizione tra i due autori, numerosissimi studi, sin da tempi

relativamente recenti rispetto alla morte del poeta di Recanati. Uno dei primi

studi era di Baracconi, del 1883; voce autorevole, senza dubbio alcuno, quella

di Carducci che in più scritti accosterà i due poeti, così come faranno

Cargnelli, Spartaco Borra e non mancano convegni, studi, ricerche, incontri,

tesi di laurea e dottorato fino ai giorni nostri che vadano ad investigare uno o

più aspetti di tale combinazione.

Tale accostamento, almeno nelle semplificazioni degli esiti finali arrivati a

lettori e studenti, ha però rischiato di ridurre l’apporto dell’indagine dei due

grandi autori, ingabbiandoli in delle cornici interpretative che, pur attingendo

ai testi e al sostrato soggiacente, possono risultare “strette”, a mio parere e

non solo, rispetto alla portata e alla profondità dei due poeti e anche alle

differenze che li contraddistinguono.


6
Un esempio in tal senso è il tema del “pessimismo leopardiano” che a volte,

forse troppo frettolosamente, si è voluto definire di ascendenza lucreziana.

Certamente a creare le premesse ad un’analisi del testo di Lucrezio in termini

di pessimismo ha contribuito la sua vicenda biografica, o meglio la narrazione

che ci è arrivata per mano di San Girolamo. il quale tradusse il Chronicon di

Eusebio (260-339 d.C.). San Girolamo, in questa traduzione, racconta dunque

dell’esistenza del poeta Tito Lucrezio, facendo menzione della sua follia a

causa di un filtro d’amore, delle opere scritte durante i momenti di lucidità,

opere riviste da Cicerone per la loro pubblicazione e dell’epilogo tragico della

vita di Lucrezio con il suicidio, all’epoca in cui aveva 44 anni. 


Il ritratto geronimiano ha contribuito decisamente a creare e diffondere

l’immagine di quello che potremmo definire “un poeta maledetto”,

angosciato, pessimista, e la letteratura e gli studi, trasversalmente alle

epoche, hanno corroborato tale visione, a partire da Tasso che riteneva la

malinconia lucreziana condizione psichica caratterizzante tutti i grandi

filosofi. In tempi più recenti, è possibile leggere un saggio dal titolo Lucrezio

poeta dell’angoscia.2 e Lucrezio e la sua opera, in generale, vengono guardati

e analizzati con la moderna lente della indagine psicologica.

Certo è innegabile che il poeta latino insista su alcune immagini di distruzione

e di morte, che però coesistono con il riconoscimento della infinita bellezza

della natura, come la luce che pervade l’esordio del primo libro, conosciuto

come l’inno a Venere.


2 Luciano Perelli, Lucrezio poeta dell’angoscia, La Nuova Italia 1971


7
Per le immagini di morte potremmo prendere ad esempio il seguente verso del

V libro: Viva videns vivo sepeliri viscera busto. Il poeta sta parlando

dell’umanità primitiva, un momento storico in cui le cause di morte erano

imputabili alle belve feroci e non alle guerre o agli eccessi degli uomini.

Dunque sta parlando di morte, di un uomo il cui corpo viene dilaniato dalle

zanne di una bestia e che si vede “seppellire vivo” in un altro essere ancora

vivo. Linguisticamente notiamo una sequenza di allitterazioni con consonante

V che sembrano quasi voler enfatizzare una morte che diventa comunque Vita

per un altro essere vivente. Vedremo, nel secondo capitolo del presente

elaborato, il brano del II libro che riporta la similitudine del neonato con il

marinaio, sicuramente una delle immagini più potenti del De rerum natura

che ha portato la critica ad elaborare il mito del pessimismo angoscioso di

Lucrezio.

Dell’idea che i due pessimismi, quello di Lucrezio e di Leopardi, non possano

essere avvicinati, o comunque non in maniera pedissequa, è un eminente

filologo classico e studioso della cultura ottocentesca italiana ed in

particolare della figura di Leopardi, Sebastiano Timpanaro. Egli afferma che

quello di Lucrezio dovrebbe essere definito “ottimismo relativo” 3 ( ed esiste

addirittura un saggio dal titolo L’ottimismo relativo nel De rerum natura di

Lucrezio 4), trovando dunque non accettabile l’interpretazione pessimistica

3Sebastiano Timpanaro, Epicuro, Lucrezio e Leopardi, in Critica storica, anno XXV, 4,


Associazione degli storici europei, Roma 1988, p 383

4Giancotti Francesco, L’ottimismo relativo nel «De rerum natura» di Lucrezio,, Torino, Loescher,
1965.
8
della filosofia lucreziana. L’affermazione nasce dal fatto che, secondo

Timpanaro, l’epicureismo non possa sfociare nel pessimismo, perché si basa

sulla convinzione che la ragione abbia la capacità salvifica di eliminare

l’infelicità. 


Il fine di Lucrezio, anche nei brani che hanno portato a definirlo pessimista ed

associarlo a Leopardi in tal senso, non è quello di trovare giustificazioni

pessimistiche all’impotenza dell’essere umano, alla sua fragilità. Il fine di

Lucrezio, che come sappiamo sposa la filosofia epicurea e se ne fa portavoce

nel De Rerum natura, è quello di liberare, invece, l’animo umano, di

eliminare i filtri delle illusioni che offuscano la visione e la capacità critica

dell’uomo di fronte alla natura, all’osservazione della quale l’uomo dovrebbe

arrivare a dedicarsi con mente pacata.

Il pessimismo, ribadisce Timpanaro nel testo già citato, è invece inevitabile in

un sistema come quello di Leopardi, in cui manca la fiducia nel potere

consolatorio della ragione filosofica, tanto che il poeta recanatese arriva a

criticare l’“autosufficienza” del sapiente.

Anche il tema della “natura matrigna” di Leopardi è stato spesso associato al

De rerum natura e ritenuto di ascendenza lucreziana, ma l’aver trovato una

notizia 5 del 1994 su una scoperta della filologa Andreoni Fontecedro rende

evidente come il dibattito in merito ai confronti tra Lucrezio e Leopardi sia

fonte inesauribile di studi e ricerche. Nell’agenzia di stampa che riporta la

notizia si precisa infatti che l’esito delle ricerche della menzionata studiosa

5http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1994/05/31/Altro/LEOPARDI-LUCREZIO-
NON-FU-LISPIRATORE-DELLA-NATURA-MATRIGNA_122400.php
9
rintracci le fonti dell’idea di “natura matrigna”, idea che è divenuta nota

proprio grazie a Giacomo Leopardi, non nei testi e nella filosofia di Lucrezio

ma piuttosto in Cicerone e Lattanzio.

Non è questa la sede per approfondire ulteriormente il discorso ma ci

sembrava significativo riportare la vivacità di una discussione e di una ricerca

filologica tanto produttiva e che dimostra l’interesse sempre vivo, anche in

ambito accademico, per l’entità Lucrezio-Leopardi.

10
CAPITOLO 2 - COMPAGNI DI VIAGGIO

2.1 Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, /silenziosa luna 


La luna, appena s’affaccia nei versi dei poeti, ha avuto sempre il potere di
comunicare una sensazione di levità, di sospensione, di silenzioso e calmo
incantesimo. In un primo momento volevo dedicare questa conferenza tutta alla
luna: seguire le apparizioni della luna nelle letterature d’ogni tempo e paese. Poi ho
deciso che la luna andava lasciata tutta a Leopardi. Perché il miracolo di Leopardi è
stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare. Le
numerose apparizioni della luna nelle sue poesie occupano pochi versi ma bastano a
illuminare tutto il componimento di quella luce o a proiettarvi l’ombra della sua
assenza.

Dolce e chiara è la notte e senza vento,


e questa sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela 

serena ogni montagna.
...

O graziosa luna, io mi rammento 



che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pieno d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allora su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
...

O cara luna, al cui tranquillo raggio


11
danzan le lepri nelle selve…
...
Già tutta l’aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e torna l’ombre
giù da’ colli e d’ tetti,
al biancheggiar della recente luna.
...

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,


silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai, 

contemplando i deserti; indi ti posi. 6

La luna tutta a Leopardi, ma il parlare della luna di Leopardi (e non solo)

tutto a Calvino, perché quando qualcosa viene detto in maniera tanto

splendida, ogni rilettura, trasposizione o sintesi sembra decisamente

inefficace e riduttiva.

Leggerezza, da cui è estrapolato il brano riportato in apertura di paragrafo, è

la prima di un ciclo di conferenze che Italo Calvino stava preparando per

l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Harvard, conferenze

raccolte e pubblicate postume con il titolo di Lezioni americane. Poche righe

più su del brano già citato, Calvino sottolineava anche il fatto che Leopardi

avesse composto, a soli 15 anni anni di età, dimostrando una profonda

conoscenza anche di Newton delle sue teorie, la Storia dell’Astronomia di cui

abbiamo fatto menzione nel primo capitolo del presente elaborato.


L’atto di contemplare il cielo notturno che sarà fonte di ispirazione per i

memorabili versi di Leopardi non era dunque soltanto un motivo lirico;

»quando Leopardi parlava della Luna, sapeva esattamente di cosa parlava». 7


6 Italo Calvino, Lezioni americane, Mondadori, 2016, pp.28-29


7 Ivi, p.28
12
Dunque in Leopardi la luna non è solo un motivo lirico, anche se i versi che la

riguardano illuminano in maniera indelebile l’immaginario dei lettori, i quali

subiscono “il giallo incantesimo della luna”8 . Ho espressamente voluto

citare un verso di Esenin, perché ricordo che all’esame di Letteratura russa

affrontato durante il percorso universitario, il cui corso monografico era

incentrato sulla produzione poetica dell’autore in questione, avevo iniziato la

mia dissertazione con un parallelo tra Leopardi ed Esenin, definendoli poeti

della luna, accostamento che non avevo desunto da testi critici ma che era

scaturito spontaneamente dalla lettura dei versi in cui la luna aleggiava in

maniera splendida e sistematica. 


Ma per guardare alla luna di Leopardi oltre l’aspetto lirico, era necessario

proprio un sguardo come quello di Calvino, uno scrittore appartenente alla

schiera di quegli autori che sposano quella che lui stesso riteneva una

vocazione profonda della letteratura, e nello specifico della letteratura

italiana e e cioè il metter in scena, nella produzione letteraria, il proprio

sguardo sul mondo, percorrendo gli assi della filosofia e della scienza, perché

“se la letteratura non basta ad assicurarmi che sto inseguendo dei sogni,

cerco nella scienza alimento per le mie visioni in cui ogni pesantezza viene

dissolta…”.9 Calvino riteneva infatti che con autori come Dante e Galileo,

Ariosto e Leopardi e Bruno la letteratura italiana avesse raggiunto vette

elevatissime di quello che egli stesso definiva il “ménage a trois scienza-

8 Sergej A. Esenin, Motivi Persiani in Poesia e Poemetti, Bur, p.249


9 Calvino, Lezioni americane, cit, p.12
13
filosofia-letteratura.”10 


E Lucrezio? Calvino non ci lascia a mani vuote:

Il De rerum natura di Lucrezio è la prima grande opera di poesia in cui la


conoscenza del mondo diventa dissoluzione della compattezza del
mondo, percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero.
Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che
la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili. È il poeta
della concretezza fisica, vista nella sua sostanza permanente e
immutabile, ma per prima cosa ci dice che il vuoto è altrettanto
concreto che i corpi solidi. La più grande preoccupazione di Lucrezio
sembra essere quella di evitare che il peso della materia ci schiacci. Al
momento di stabilire le rigorose leggi meccaniche che determinano ogni
evento, egli sente il bisogno di permettere agli atomi delle deviazioni
imprevedibili dalla linea retta, tali da garantire la libertà tanto alla
materia quanto agli esseri umani. La poesia dell’invisibile, la poesia
delle infinite potenzialità imprevedibili, così come la poesia del nulla
nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo. 

Questa polverizzazione della realtà s’estende anche agli aspetti visibili,
ed è là che eccelle la qualità poetica di Lucrezio: i granelli di polvere
che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia (II, 114.124); le
minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l’onda mollemente
spinge sulla fibula harena, sulla sabbia che s’imbeve (II, 374-376); le
ragnatele che ci avvolgono senza che noi ce ne accorgiamo mentre
camminiamo 11


Filosofia e scienza nella poesia di Lucrezio, filosofia e scienza in quella di

Leopardi, tanto che Calvino parla di “un filo che collega la luna, Leopardi,

Newton, la gravitazione e la levitazione…C’è il filo di Lucrezio, l’atomismo

[…] Resta ancora un filo, quello che avevo cominciato a svolgere all’inizio: la

letteratura come funzione esistenziale, la ricerca della leggerezza come

reazione al peso di vivere. Forse anche Lucrezio, anche Ovidio erano mossi da

questo bisogno: Lucrezio che cercava - o credeva di cercare - l’impassibilità

10Italo Calvino, Filosofia e letteratura, in Una pietra sopra, in I.C., Saggi I, Meridiani,
Mondadori, 1995, p.186.
11 Italo Calvino, Lezioni americane, cit, pp.12-13
14
epicurea…”12


C’è un filo che continua, lungo il percorso tra scienza, filosofia e poesia sul

cui sentiero ci ha guidato finora Calvino, e questo filo ci porta alla luce della

luna che Lucrezio definisce “spuria”, perché riflessa (De rerum natura V, v.

575 notho lumine, espressione utilizzata anche da Catullo nel carme 34, dove

l’aggettivo nothus ha l’originario significato di illegittimo, fasullo). 


Il termine di paragone, a cui si oppone la luce riflessa della luna, è quella del

sole, che invece splende in maniera diretta. Il 'lume spurio' della luna: su

metafore e immagini della luce nel De Rerum Natura di Lucrezio era proprio

il titolo di una conferenza organizzata nel 2016 dall’Università di Udine

L’intento dei relatori per l’edizione del 2016 era dunque quello di focalizzarsi,

insieme agli studenti, sulla potenza evocativa del poema di Lucrezio, ed in

particolare sulla distinzione tra la luce originale del sole e la luce invece

indiretto, riflessa, appunto “spuria”, della luna, estendendo tale distinzione,

in una corrispondenza allegorica, a quella tra filosofia e poesia. La filosofia

come luce diretta sulla verità, in una forma pura, autentica, ma difficile da

guardare direttamente, perché l’esposizione diretta alla luce porta

istintivamente a proteggersi gli occhi, la poesia, invece, come luce riflessa,

mediatrice di verità, ma proprio per questo, attraverso i miti, le favole, le

potenti immagini evocative, più adatta agli occhi e alla comprensione

umana.13


12 Italo Calvino, Lezioni americane cit, p.30


13 https://qui.uniud.it/notizieEventi/ateneo/lucrezio-e-la-luce-riflessioni-tra-filosofia-e-poesia
15
«Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai silenziosa luna?» 


Ci sembra che alla domanda leopardiana che dà il titolo al paragrafo, Lucrezio

possa rispondere con i versi che concludono il libro I:

Haec sic pernosces parva perductus opella;


namque alid ex alio clarescet nec tibi caeca 


nox iter eripiet, quin ultima naturai


pervideas: ita res accendent lumina rebus.

Così penetrerai queste verità, condotto con lieve fatica: 


un fatto trarrà luce dall’altro, né la cieca notte 


ti impedirà il cammino, sì che tu non giunga a vedere gli ultimi confini 


della natura: tanto le cose accenderanno lume alle cose. 14

14Tutte le citazioni e le traduzioni del De rerum natura sono tratte da Lucrezio, De Rerum
Natura, a cura di Armando Fellin, Utet, 2013
16
2.2. Naufragio con spettatore

Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,

e terra magnum alterius spectare laborem;


non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,

sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est

(De rerum natura, II, 1-4). 15


«Dolce, quando nel mare immenso i venti sconvolgono le acque, contemplare

dalla riva l’affanno grande di altri, non perché l’angoscia d’un uomo dia gioia

e sollievo, ma perché è dolce vedere da che mali tu stesso sei libero.»

L’esordio del secondo libro del De rerum natura di Lucrezio è senza ombra di

dubbio un testo che ha suscitato sempre grande attenzione ed interesse, a

livelli diversi, tra studiosi e lettori in generale, soprattutto per le riletture

moderne della potente immagine evocata nei quattro versi citati.

La potenza dell’immagine proviene innanzitutto dall’elemento che funge da

scenario alla vicenda cui assistiamo, e cioè il mare, che ha sempre

rappresentato, sia nel sentire degli uomini che nelle narrazioni letterarie, un

altrove, un orizzonte oltre il quale spingersi, un elemento misterioso, simbolo

di imprevedibilità, di precarietà, in contrapposizione alla terraferma. 


Il mare è il luogo del viaggio verso una meta ma è anche l’ostacolo che può

impedire al viaggiatore di raggiungerla, è un luogo in cui ci si immerge senza

15 Lucrezio, De Rerum Natura, a cura di Armando Fellin, Utet, 2013


17
avere sempre punti di riferimento spaziali visibili, a meno che non si stia

ancora nei pressi della terraferma o in vista della terra da raggiungere, ma i

riferimenti sono comunque esterni al mare stesso. Il mare e il dominio del

mare con flotte navali ha sempre rappresentato anche un elemento di potere,

sin da epoche remote, tanto che con la civiltà minoica, per la prima volta, si

arrivò a parlare di talassocrazia. 


Per quanto detto il mare racchiude in sé la potenza evocativa e metaforica

del viaggio della vita, dell’uomo alle prese con eventi che lo sommergono in

maniera improvvisa e imprevedibile, della sfida oltre i propri limiti, verso

l’ignoto che è il mare aperto.

Il vero protagonista del proemio citato è però l’esito più drammatico del

viaggio in mare: il naufragio. La carica simbolica del naufragio è utilizzata da

Lucrezio anche in un altro celebre passo in cui troviamo la similitudine del

neonato con il marinaio:

Tum porro puer, ut sauvais prospectus ab unis 


navita, nudus hui iacet, infans, indigos omni

vitali auxilio, cum primum in luminis oras

nixibus ex alvo matris natura profundit, 


vagituque locum lugubri complet, ut aequumst

18
cui tantum in vita restate transire malorum. (De rerum natura V, vv. 222, 227)

16


«E il bambino, come un naufrago buttato a riva dalle onde infuriate, giace

nudo in terra privo di parola, bisognoso d’ogni aiuto vitale, non appena sulle

spiagge della luce con dolorosi sforzi natura l’ha gettato fuor dal ventre della

madre e d’un lugubre vagito riempie lo spazio, com’è giusto che faccia chi

nella vita dovrà attraversar tanti mali.»

Il nascere alla vita è dunque il primo dei nostri naufragi, un evento che ci

pone nudi e indifesi di fronte all’incommensurabile fragilità umana, sin dal

primo istante di vita Questa immagine potente, come abbiamo accennato nel

primo capitolo, è quella che più di altre ha contribuito ad elaborare il mito

del pessimismo lucreziano. 


L’intento di Lucrezio è liberare l’animo umano dalle illusioni, perché la natura

possa essere osservata con mente pacata e l’uomo possa sfruttare a pieno le

proprie capacità razionali, soprattutto possa acquisire consapevolezza che

nella ragione troverà l’unica possibile via di salvezza.

Torniamo al primo naufragio. È un Naufragio con spettatore 17, una bellissima

espressione che dà il titolo ad un celebre studio del filosofo tedesco Hans

16Tutte le citazioni e le traduzioni del De rerum natura sono tratte da Lucrezio, De Rerum
Natura, a cura di Armando Fellin, Utet, 2013
17Hans Blumenberg Naufragio con spettatore, Paradigma di una metafora dell’esistenza, Il
Mulino, 1985
19
Blumenberg. Con i piedi ben saldi sulla terraferma, sulla spiaggia, lo

spettatore contempla il naufragio che si compie dinanzi ai suoi occhi. Non

prende parte all’azione, gode solamente di ciò che dispiega davanti ai suoi

occhi, ma non è si tratta di iocunda voluptas, non si compiace delle sciagure

altrui, ma le guarda con il distacco del saggio epicurei. La gioia che lo

pervade nasce dalla consapevolezza della propria sicurezza di fronte al

pericolo e agli eventi disastrosi che altri stanno vivendo davanti ai suoi occhi. 


La terra su cui poggia i piedi Lucrezio è la filosofia epicurea, e Lucrezio

contempla il mare in tempesta, la natura, la società umana, i naufragi delle

epoche, le lotte degli elementi. Il dominio contemplativo sui naufragi del

mondo a cui arriva il saggio epicureo nasce dalla forza d’animo, che egli

esercita abituandosi a contemplare la rappresentazione di vita e di morte che

la natura manifesta senza soluzione di continuità, in un processo infinito.

Blumenberg nel suo studio arriva a dire che, a partire da Pascal c’è un

rovesciamento e il pericolo, il mare e l’agitazione di un naufragio diventano

preferibili all’immobilità dello spettatore, che risulta comunque impraticabile

perché è l’esistenza stessa ad essere il viaggio in mare.

20

Anche Leopardi naufraga, il suo naufragar dolce è forse una delle

espressioni poetiche più conosciute e citate in assoluto dalla poesia

L’infinito (inclusa la citazione nel titolo del presente elaborato).

Leopardi si perde nell’infinito spaziale e temporale, il suo naufragar è

dolce, il suo pensier s’annega. Leopardi sente (interiormente e

sensibilmente) la piccolezza dell’uomo al confronto con il cosmo, con il

mare che rappresenta l’ignoto e l’oltrepassare il limite che avviene con

l’immaginazione. Ed è interessante che degli studiosi abbiano

rintracciato, soprattutto nell’Infinito (ma non solo) una dimensione

pascaliana 18 in Leopardi, del Pascal che fa la diagnosi impietosa della

condizione dell’uomo, della sua sproporzionata piccolezza nei confronti

di un infinito che egli esperisce come infinito della natura. il che porta

ad un uno sguardo reale sul tutto, a porsi di fronte al mondo e ad

immergersi per intero, riportandoci con un balzo al rovesciamento

pascaliano sul naufragio con spettatore come analizzato da Blumenberg. 


Il saggio epicureo prova si smarrimento quando è messo di fonte alle

leggi di natura che gli sono state rivelate dalla filosofia, ma grazie alla

filosofia stessa contempla il naufragio dalla sua posizione sicura, è lo

spettatore che guarda i non sapienti affannati nelle lotte umane. 


Qual è il nostro naufragio? Siamo gli spettatori di Lucrezio, anneghiamo

come Leopardi di fronte all’infinito o da spettatori diventiamo attori

18 Ines Scaramucci La dimensione pascaliana, in Leopardi e noi. La vertigine cosmica, a cura di


A. Frattini, G. Galeazzi e S.Sconocchia, Studium, 1990, p.314
21
come suggerito da Pascal? Mi sembra bello e significativo cogliere, a

conclusione della nostra navigazione, uno spunto di riflessione sul tema

del naufragio con spettatore con approdo ai nostri giorni, scritto da

Edoardo Albinati. 


In un articolo apparso prima sul Corriere della sera e poi riportato nella

rivista Psiche 19, Albinati si spinge nella riflessione del naufragio con

spettatore di cui abbiamo già parlato, portandola sulle rive e nei porti

dell’attualità in cui i disperati e gli scampati al naufragio arrivano a

poche miglia dalla riva ma non trovano, nella terraferma che vedono così

vicina, l’approdo sicuro a cui anelavano. E Albinati arriva dunque a dire

che dal naufragio con spettatore si è arrivati invece ad uno in cui lo

spettatore non c’è più, perché ci si astiene addirittura dal guardare il

naufragio altrui, perché togliendolo dalla vista ci si riesce ad illudere che

l’evento non sia mai accaduto.

19Edoardo Albinati, Naufragio senza spettatore, in "Psiche, Rivista di cultura psicoanalitica"


1/2019, pp. 177-180, doi: 10.7388/93691
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CONCLUSIONE

Il tratto di strada fin qui percorso in compagnia di Lucrezio e Leopardi è una

porzione molto limitata rispetto all spazio delle possibili combinazioni di

strade e traiettorie delineate dalla poesia e dalla speculazione filosofica dei

due autori. 


Mi sono bagnata i piedi, come sulla battigia, con i loro versi, ho gettato uno

sguardo ai miei compagni di viaggio, a tutti coloro che prima di me, anche da

un punto d’osservazione molto più autorevole e competente, hanno guardato

a Lucrezio e Leopardi e all’intreccio dei temi, riflessioni, suggestioni

rintracciabile nella loro produzione.

Ma proprio per l’inesauribile fonte che la poesia dei due rappresenta, ritengo

che sia sempre interessante e mai superfluo percorrere la strada del

confronto, indagare, ricercare materiale, porsi in ascolto, deponendo

qualsiasi preliminare aspettativa sugli esiti di similarità, ma lasciando che le

parole scelte, le metafore, le suggestioni e la luce riflessa della poesia

illuminino il cammino.

Credo di poter affermare, senza tema di smentita, che il tratto fondamentale

che accomuna i due poeti è l’interrogarsi sull’esistenza, è far proprie le

domande e le invocazioni del pastore errate di Leopardi sul senso, sullo scopo

della vita, sul dolore che la sommerge come le acque di un naufragio:

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E quando miro in ciel arder le stelle

dico fra me pensando: 


A che tante faccele?


Che fa l’aria infinita e quel profondo 


infinito serena? Che vuole dire questa 


solitudine immensa? ed io chi sono? 20

Come dice splendidamente De Gregori, due buoni compagni di viaggio quali

Leopardi e Lucrezio, “potranno scegliere imbarchi diversi, saranno sempre

due marinai” nel mare nostrum della poesia. 


20 https://www.giacomoleopardi.it/giacomo-leopardi/opere/xxiii-canto-notturno-di-un-pastore-
errante-dellasia/
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1
BIBLIOGRAFIA

Blumenberg, H., & Rigotti, F. (1985). Naufragio con spettatore. Bologna , Italia : Il
Mulino.

Calvino, I., & Barenghi, M. (1995). Filosofia e letteratura. In Saggi (p. 186).
Milano, Italia: Mondadori.

Calvino, I., Manganelli, G., & Baranelli, L. (2016). Lezioni americane. Milano,
ITALIA: Mondadori.

Esenin, S. A. (2009). Poesie e poemetti . Milano, ITALIA : BUR.

Giancotti, F. (1965). L’ottimismo relativo nel de rerum natura . Torino, Italia :


LOESCHER.

Giordano , E. (1990). La fortuna critica del secondo Novecento. In A. Frattini,


G. Galeazzi e S. Sconocchia (Ed.), Leopardi e noi. La vertigine cosmica (p.
176). Roma , Italia : Studium.

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Scaramucci, I. (1990) La dimensione pascaliana in A. Frattini, G. Galeazzi e S.


Sconocchia (Ed.), Leopardi e noi. La vertigine cosmica (p. 340). Roma , Italia :
Studium.

Timpanaro S. (1988), Epicuro, Lucrezio e Leopardi, in Critica storica : rivista


bimestrale diretta da Armando Saitta. Messina G. D'Anna.

2
SITOGRAFIA 


http://dspace.unive.it/bitstream/handle/10579/6946/

Georgia%20Schiavon_Felicità%20antica%20e%20infelicità%20moderna.

%20L%27epicureismo%20e%20Leopardi.pdf?sequence=1

http://www2.classics.unibo.it/Didattica/LatBC/IntroLucr.pdf

http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1994/05/31/Altro/LEOPARDI-
LUCREZIO-NON-FU-LISPIRATORE-DELLA-NATURA-MATRIGNA_122400.php

https://qui.uniud.it/notizieEventi/ateneo/lucrezio-e-la-luce-riflessioni-tra-filosofia-
e-poesia

https://www.giacomoleopardi.it/giacomo-leopardi/opere/xxiii-canto-notturno-di-
un-pastore-errante-dellasia/

https://illuminationschool.wordpress.com/2019/06/30/4374/


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RINGRAZIAMENTI 


Un lavoro di tesi non è mai l’opera di una singola persona, ma anche del

contesto che contribuisce a far si che l’autore possa lavorare sull’elaborato. 


Ringrazio il prof. Guasparri per la passione, per la materia e per

l’insegnamento, che trasudava dalle dispense delle sue lezioni, ringrazio tutti i

docenti che ho incontrato nel mio percorso scolastico e accademico che hanno

vissuto, con me, l’esperienza dell’insegnamento con altrettanta dedizione e

competenza. 


Li ringrazio perché mi hanno insegnato cosa significhi insegnare, mi hanno

trasmesso la passione per la lettura, la curiosità, e poi nello specifico per la

letteratura in genere, l’approfondimento, lo studio. 


Spero di poter mettere a frutto quanto ho ricevuto in quella che spero sarà, un

giorno, la mia futura professione, quella di insegnante. 


Un ringraziamento speciale ad una maestra elementare che mi ha donato il suo

esempio di insegnante e di vita: mia madre.