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Analisi Quai Ouest di Koltes

Dicono che la bruttezza sia qualcosa che nasce dall'interno e morde le viscere fino a strapparle, che
annichilisca la nobiltà dell'uomo e apra scenari di distruzione dai quali è difficile tornare indietro.
Quai Ouest, testo teatrale del compianto Bernard-Marie Koltès, indaga l'orrore che ha segnata la
seconda metà del Novecento, con la sua sanguinosa scia di guerre, razzismo, colonialismo,
speculazioni, e immagina un rovesciamento di rapporti di forza tra l'Africa e l'Occidente, con
quest'ultimo colto nel momento del suo completo sfacelo, segnato dalla decadenza morale della
società, segnata da guerre infinite delle quali si è persino dimenticata la ragione che le ha provocate.
Scritto nel 1985, Quai Ouest, s'inserisce appieno nel drammatico clima socio-politico degli anni
Ottanta, che ancora oggi è materia di studio per storici e sociologi. Quel decennio non fu una
parentesi a sé stante, bensì rappresentò l'inizio di una spaventosa modernità, fatta di violenza
sociale, violenza politica, avidità, interessi economici, tutte dinamiche non nuove, certo, ma che in
quegli anni conobbero una rapida escalation e una recrudescenza di modalità e intensità.
Magelli riprende integralmente testo e atmosfere di Koltès, accentuandone, se possibile, la
drammaticità, attraverso una scenografia di apocalittica bellezza, che, se da un lato può essere
apparentabile a certe tele dello statunitense David Onica (artista icona degli anni Ottanta), con i suoi
paesaggi lunari al limite della "terra di nessuno", dall'altro richiama le atmosfere urbane della
narrativa di Pier Vittorio Tondelli, e persino, a ben guardare, di quel Cesare Pavese alla continua
ricerca del mito di Eros e Thánatos, nonché assertore di un'impossibile redenzione. La scenografia
di Quai Ouest, con il suo fango ingegnosamente sparso sul palcoscenico, quell'angosciante mezza
oscurità, quei cassoni ammaccati che sembrano improvvisati rifugi per animali, propone la
distruzione fisica quale metafora della distruzione morale e spirituale dell'essere umano, logorato
dalla troppa violenza vista, subita e perpetrata. E il fiume, di cui s'intravede l'argine; novello
Acheronte che trascina con sé cadaveri e storie dolorose.
La trama di Quai Ouest, semplice e assurda insieme, vede la strana coppia Monique e Maurice persi
in un quartiere della periferia devastata di una città abbandonata da Dio e dagli uomini. Lei,
raffinata borghese dallo splendido passato, alla ricerca di sé stessa; Valentina Banci interpreta con
fine maturità una Marlène sotto la pioggia che si è persa nel regno dei morti, ora nevrotica ora
supplichevole, con sbalzi d'umore che ne rivelano la fragilità. Lui, in fuga dopo un crac finanziario,
è deciso a morire suicida; Paolo Graziosi dà vita a un uomo ormai giunto al tramonto, la cui
indolenza è ben resa dalla dizione impastata, dalla camminata contorta e la gestualità indolente, che
però tradisce ancora isolati barlumi dell'antica fierezza e avidità. Cerca il suicidio gettandosi nel
fiume, ma Abad, misterioso uomo di colore, lo salva, per adesso, dalla furia della corrente.
Monique e Maurice: sono loro il simbolo di un Occidente ormai colonizzato, che paga duramente la
sua politica di rapina. Ed è appunto di questo scenario che Koltès immagina il sovvertimento, con la
fine dei suoi abusi, e forse l'inizio di quelli altrui. C'è un fondo di dostoevskiano fatalismo, nell'idea
sottesa che ogni ingiustizia debba trovare la sua vendetta, chiudere il cerchio, e aprirne uno nuovo,
nella certezza che l'assunto homo homini lupus trovi sempre applicazione.
La strana coppia Maurice e Monique diviene ben presto la vittima designata di una scombinata
famiglia d'immigrati sudamericani, che cercano di derubarli. La famiglia è composta dal padre,
Rodolfe, reduce di guerra; la madre, Cécile, figura equivoca dalla dubbia moralità; e i due figli
Charles e Claire, ladruncolo di strada il primo, ragazzina spaurita ma sensibile la seconda.
Si tratta di individui perduti, con Mauro Malinverno allucinato profeta di sventure future: è lui che
consegna il mitragliatore ad Abad - scena sulla quale torneremo più avanti -, è lui il disilluso marito
di Cécile, che Alvia Reale interpreta con tutta la disperazione necessaria a una madre fallita, alla
continua ricerca di avventure che l'età adesso le preclude, e frustrata nei suoi avidi sogni di
ricchezza.
Il figlio Charles - Francesco Borchi -, è cresciuto con la mentalità del ladro, anch'egli avido come la
madre, un'avidità che si fa violenza, e che Borchi riesce a portare sul palco attraverso
un'interpretazione al limite dell'allucinato. Elisa Langone è la sorella Claire, cui infonde struggente
poesia, caratterizzandola di una dolcezza d'animo che la miseria della sua esistenza non le permette
di esprimere appieno; è lei la sola che ancora sia capace di provare un sentimento di amore e pietà,
come si evince dal gesto di coprire il cadavere della madre, appena morta imprecando contro la
sorte. È lei, infine, l'unica a concepire il sesso come un atto che implichi l'amore, a differenza del
tronfio Fak, ladruncolo sbandato cui presta il volto Fabio Mascagni, infondendovi sogni
irrealizzabili e un più concreto, animalesco, desiderio sessuale. Una famiglia ormai sfrangiata, dove
è troppo tardi per ricostruire un minimo di normali rapporti affettivi.
Sorta di coscienza, giudice e carnefice di tutti questi strani personaggi, è il misterioso Abad, dalla
pelle scura, e capitato chissà come in quella periferia dimenticata e che parla pochissimo,
interpretato da un convincente Francesco Cortopassi, che fa del linguaggio del corpo la chiave
d'espressione del suo personaggio. I suoi silenzi sono riempiti d'uno sguardo penetrante, come
accade nella scena chiave dove riceve il mitragliatore dalle mani di Rodolfe, affinché lo usi per
uccidere la posto suo. Una scena simbolo del colonialismo e degli interessi occidentali. Ma qualcosa
va storto, Abad compie con l'arma in mano una sorta di danza sacra, è il segnale dell'imminente
riscossa, poco dopo compirà la sua vendetta.
Il primo a morire è Maurice, che chiede di essere ucciso sotto una suggestiva, scrosciante pioggia
della quale giunge l'odore fino alla platea. Andando incontro al proprio destino, Maurice è in parte
redento. Non così per Charles e Fak, redenti loro malgrado, ovvero uccisi a sangue freddo da Abad,
che nella sua vendetta trascina anche Claire, sicuramente la meno colpevole, se non l'unica
innocente. Ma si sa, nelle vendette non si guarda troppo per il sottile. Il sipario si chiude su uno
struggente inno religioso in sottofondo, che riconosce in Abad "colui che toglie i peccato del
mondo"; beffarda stilizzazione della vendetta.
Magelli mette in scena un struggente, suggestiva bruttezza - umana e paesaggistica -, che con
maturità e tenerezza quasi pirandelliana, ci parla della coscienza dell'Occidente, e dei crimini di cui
è responsabile. La regia è attenta al dettaglio, eppure mai pesante, e si avvale di un linguaggio
fortemente contemporaneo, volgare quanto basta senza essere di maniera. Sul palcoscenico si
avverte la rabbia che alza il velo su rimpianti, solitudini, frustrazioni, disavventure e malattie, una
rabbia che i monologhi, ora apocalittici, ora pervasi di folle ebbrezza, tendono ad accentuare.
Si tratta di un'opera drammaturgica particolarmente complessa, che si fa specchio di un momento
storico - la metà degli anni Ottanta -, in cui il dramma del continente africano esplose in tutta la sua
gravità; AIDS a livelli incontrollati, guerre civili, compravendita di schiavi, prostitute e bambini-
soldato, il tutto con la palese complicità occidentale, che aveva nell'Africa un fiorente mercato di
armi.
Una logica neo-colonialista che la linea politica dell'edonismo reaganiano faceva apparire come
"necessaria", giustificata dall'indifferenza che gran parte dell'Occidente dimostrava nei confronti
dell'Africa. Negli Stati Uniti in particolare, la violenza non scandalizzava più nessuno, sintomo,
questo, di un imbarbarimento morale della nostra ricca società. Come sintetizza Bret Easton Ellis
nel suo romanzo d'esordio Less than zero - pubblicato nel 1985, lo stesso anno di Quai Ouest -, "se
si vuole qualcosa, è giusto prendersela". Parole che, in retrospettiva, spiegano anche tutta la politica
americana in Afghanistan e in America Meridionale negli anni Ottanta.
L'Occidente ha voluto prendersi tutto ciò che pensava gli occorresse, lo ha preso con qualunque
mezzo, lasciandosi alle spalle morte e distruzione. Ma un giorno, in un modo o nell'altro quel conto
dovrà essere saldato. A questo allude il drammatico finale di Quai Ouest. Si tratta della paradossale
vendetta di un continente e dei suoi popoli, contro cinque secoli di razzismo, colonialismo,
sfruttamento di anime e risorse naturali, devastazione, guerre civili innescate ad arte, interessi
incrociati. Un testo che leva una voce contro il razzismo, e rivolge un appello alla pace; un invito a
indagare in profondità le nostre coscienze occidentali, strettamente attuale ancora oggi - a quasi
trent'anni dalla stesura di questo testo -, con l'Europa che vede le sue istituzioni in difficoltà, in
concomitanza con l'aumento dell'emigrazione e dell'espandersi, anche in Africa, dell'integralismo
islamico. I rapporti di forza potrebbero subire cambiamenti importanti, ed è indispensabile non farsi
cogliere impreparati, cambiando radicalmente la politica di approccio verso questa nuova realtà.