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13 storie per riflettere

Amor Ben
www.amorben.es/ottimizzatrice
13 storie per riflettere

Amor Ben
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Voglio ringraziare tutte le persone che nella mia vita mi hanno


raccontato storie, mi hanno insegnato ad amarle e a scegliere
o inventarne una per ogni occasione, e specialmente Marilena,
che ha insistito perché le raccogliessi in un libro oltre a metterle
sul sito…

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13 storie per riflettere

Indice
Il ponte tibetano .......................................................................................... 6
Fortuna, sfortuna, chi lo sa?! ................................................................. 7
I tre setacci ................................................................................................. 10
La gente del posto… ................................................................................. 12
La famiglia e l’asino ................................................................................... 14
La rana sorda… ......................................................................................... 16
Dio mio, perché mi hai abbandonato? ............................................... 18
Hai ragione .................................................................................................. 20
Ritrovare la pace ...................................................................................... 22
I due vasi per l’acqua ............................................................................... 24
Il maestro e lo scorpione ........................................................................ 26
Una manciata di semi .............................................................................. 28
La pace perfetta ....................................................................................... 30

Amor Ben
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Perché queste storie?


Ogni lunedì sul mio sito www.amorben.es/ottimizzatrice, in cui
parlo di argomenti inerenti il mio lavoro come coach delle
relazioni, pubblico una storia per riflettere, per cambiare punto
di vista, per trovare spunti diversi e, spero, ispirazioni utili.
Sono storie che provengono da diverse culture, alcune si
trovano in più di una, ma sono tutte storie che parlano di
aspetti che normalmente non teniamo in considerazione,
perché ci sembrano poco importanti e che, invece, possono
nascondere chiavi di volta inattese.

Perché 13 storie?
Perché amo particolarmente il numero 13, devo ammettere che
in parte perché è un numero spesso emarginato, ma anche
perché secondo la numerologia è equivalente al numero
quattro, conosciuto come il costruttore, l’organizzatore e (mi
oso aggiungere la mia personale versione) l’ottimizzatore…
Ma soprattutto perché 13 settimane sono un trimestre di
storie e mi piaceva l’idea di fare quattro raccolte ogni anno.

Come leggere questo e-book?


Si può leggere tutto d’un fiato, una storia alla volta, o può
essere aperto “a caso” quando uno è in difficoltà e sente il
bisogno di una nuova ispirazione.

Tutto qui?
Non esattamente. Dopo alcune delle storie ci saranno delle
domande, delle domande per riflettere, per fare autoanalisi e
per allenare la capacità di trovare le risposte dentro di noi,
come facevano le persone che hanno inventato queste storie.

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13 storie per riflettere

Il ponte tibetano

Dicono che c’era una volta in un monastero un allievo che


continuava a lamentarsi con il proprio maestro perché non
riusciva a raggiungere mai nulla di stabile e di definitivo.
L’allievo si lamentava tutti i giorni perché non riusciva a fare
degli esercizi, non riusciva a raggiungere degli obiettivi ma,
soprattutto, non riusciva a mantenere uno stato sereno e
duraturo.
Il maestro lo stava ad ascoltare ma non gli dava nessuna
risposta, lasciando l’allievo in preda alla propria disperazione.
Un bel giorno, dopo l’ennesima lamentela, il maestro gli disse:
“la colpa è solo tua”. L’allievo già sapeva che la colpa era solo
sua, ma voleva sapere in cosa sbagliava. Allora chiese al
maestro: “Maestro, cosa sbaglio? cosa mi manca?”
Il maestro, che non amava dare risposte, lo invitò a seguirlo.
Mentre stavano uscendo dal monastero il maestro chiamò

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anche un altro allievo. Il primo allievo si stupì quando sentì il
maestro chiamare proprio quell’ allievo perché l’allievo che il
maestro chiamò era cieco. Il maestro portò i due allievi in cima
ad una montagna fino davanti ad un crepaccio su cui era
stato posto un sottile e vecchio ponte tibetano molto poco
rassicurante. Il maestro invitò l’allievo vedente ad attraversare
il crepaccio.
L’allievo guardò il maestro e si rifiutò: “non ci riesco, mi fa
paura”.
Il maestro allora si rivolse all’allievo cieco e lo invitò ad
attraversare. Gli disse che c’era un ponte tibetano. Il secondo
allievo cercò con mani e piedi dei punti di appoggio, e
attraversò il ponte senza esitare.
Il maestro chiese al primo allievo: “Capito? Il problema non è
qualcosa che ti manca, ma qualcosa che non ti serve.”

Cosa faresti se
non avessi
paura?

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Fortuna, sfortuna, chi lo sa?!

Dicono che c’era una volta in un lontano paesetto un povero


contadino che viveva da un campicello che lavorava assieme
alla moglie e al figlio e con l’aiuto di un cavallo. Un giorno il
recinto venne lasciato inavvertitamente aperto e il cavallo
fuggì. I vicini, appresa la notizia, esclamarono: “Poveretto, che
sfortuna, e adesso come farai a lavorare?”. Il contadino
rispose: “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo?!” I vicini restarono
perplessi nel sentire quella strana risposta.
Dopo qualche settimana il cavallo che era scappato tornò
portandosi dietro una mandria di cavalli selvaggi che furono
rinchiusi nel recinto. I vicini, vedendo tutti quei cavalli,
esclamarono: “Che fortuna!” E il contadino ancora una volta
rispose: “Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo?!” I vicini restarono
ancora più perplessi nel sentire quella risposta.

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Dopo qualche giorno, mentre il figlio stava cercando di domare
uno dei cavalli, cadde a terra e si ruppe un piede. I vicini subito
esclamarono: “Che sfortuna, e adesso come farai?!” E il
contadino ancora una volta rispose: “Sfortuna, fortuna, e chi
può dirlo?!”. I vicini non sapevano più che cosa pensare del
vecchio. “Forse è matto!”, pensarono.
Dopo qualche settimana comparvero in paese alcuni soldati
che reclutavano i giovani validi per la guerra. Quando
entrarono nella capanna trovarono il giovanotto zoppicante e
naturalmente lo scartarono, mentre tutti gli altri giovani
furono reclutati. I vicini non ci videro più: “Che fortuna!” E il
vecchio contadino ancora una volta rispose imperturbabile:
“Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo?!”

C’è mai stato, nella tua


vita, un evento che prima
sembrava fortunato e
poi si è dimostrato
sfortunato
o viceversa?

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I tre setacci

Dicono che Socrate, che aveva una grande reputazione di


saggezza, un giorno ricevete una visita di un uomo che voleva
raccontargli una novità su un suo amico.
– Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?
– Un momento – rispose Socrate – Prima che me lo racconti,
vorrei farti un test, quello dei tre setacci…
– I tre setacci?
– Eh, sì… – continuò Socrate – Prima di raccontare qualsiasi
cosa sugli altri, è bene prendersi il tempo di filtrare ciò che si
vorrebbe dire. Io lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo
setaccio è quello della verità. Sei assolutamente sicuro che
quello che stai per dire è vero?

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– No… ne ho solo sentito parlare… ma è una notizia proprio
succosa, perciò sono subito venuto a raccontartela.
– Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Proviamo a vedere se
passa dal secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi
dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?
– Ah no! Al contrario. Proprio per quello sono corso da te,
perché tu sappia con chi hai a che fare…
– Dunque, – continuò Socrate – Vuoi raccontarmi brutte cose
su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi
ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello
dell’utilità, della necessità. E’ utile o necessario che io sappia
questa cosa del mio amico?
– No, utile e necessario… non direi, ma…
– Allora – concluse Socrate – se quello che volevi raccontarmi
non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo? perché
disturbare la bellezza del silenzio?

Nella tua vita di tutti i


giorni, dedichi più
attenzione alle cose che
vanno o a quelle che
non vanno?

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La gente del posto…

Dicono che alle porte di un paesello sedeva un vecchio saggio,


perso nei suoi pensieri… quando arrivò uno straniero e gli
chiese come erano le persone di quel paese. Il vecchio (che,
come tutti i saggi, senza saperlo era molto coach) rispose alla
domanda con una domanda: “com’erano quelli del paese da cui
viene lei?”
– Guardi -continuò lo straniero- erano delle persone
bruttissime. Ho dovuto andare via perché erano tutti invidiosi
ed egoisti. Non facevano altro che parlare male gli uni degli
altri, erano ipocriti e mi facevano arrabbiare un giorno si, e
l’altro pure. – Mentre parlava si innervosiva e diventava
paonazzo, pieno di rabbia e disprezzo mentre riviveva i suoi
ricordi.
– Qua è più o meno la stessa cosa. - sentenziò il vecchio.
E lo straniero andò avanti per la sua strada senza nemmeno
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entrare nel paesino. Il vecchio tornò ai suoi pensieri finché,
qualche ora dopo, arrivò un altro straniero e fecce,
curiosamente, una domanda molto simile su com’erano le
persone del paese. Alla quale rispose sempre con la stessa
domanda: “com’erano quelli del paese da cui viene lei?”
– Guardi – rispose – erano delle persone meravigliose, semplici,
sincere, accoglienti e amichevoli, da quando sono arrivato mi
hanno fatto sentire uno di loro e mi è dispiaciuto lasciarle ma
sentivo che era arrivato il tempo di cercare un posto nuovo.
Sicuramente tornerò ogni tanto a trovarli. – Mentre parlava i
suoi occhi si illuminavano e il suo cuore batteva al ritmo delle
sue parole sognanti.
– Qua è più o meno la stessa cosa. - sentenziò il vecchio.
E lo straniero lo abbracciò, gli disse che si sarebbero trovati più
tardi in piazza, dopo che avrebbe trovato un posto e si
sarebbe sistemato aveva tante altre domande da fargli, e poi
si addentrò nel paese fischiettando.
Un giovanotto che ascoltava musica col cellulare là vicino si
avvicinò e gli chiese curioso… come mai ad ogni straniero aveva
risposto in modo così diverso.
– Diverso, dici? Ho detto ad entrambi le stesse cose, ho chiesto
loro com’erano quelli del paese da cui venivano e ho detto loro
che qua è più o meno la stessa cosa, ma ognuno ha capito una
cosa completamente diversa. Perché ognuno aveva cose
diverse nel cuore. L’importante, ragazzo, non è com’è la gente,
ma come la vedi tu… e dipende molto di più da te che da loro!

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La famiglia e l’asino

Dicono che c’era una volta una famiglia composta da tre


persone: una madre, un padre ed un figlio di 12 anni. Insieme,
decisero di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo.
Partirono tutti e tre con il loro asino.
Arrivati nel primo paese, la gente commentava: “Guardate quel
ragazzo quanto è maleducato. Lui sull’asino e i poveri genitori,
già anziani, che lo tirano”. La moglie disse a suo marito: “Non
permettiamo che la gente parli male di nostro figlio. Sali tu
sull’asino” Il marito la ascoltò e salì sull’asino.
Nel secondo paese, la gente mormorava: “Guardate che
svergognato quel tipo. Lascia che il ragazzo e la povera moglie
tirino l’asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa”. Il
marito così chiese alla moglie di salire mentre lui ed il figlio
tiravano l’asino.
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Anche nel terzo paese, il solito mormorio. “Pover’uomo! – si
disse – dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie
salga sull’asino, e povero figlio. Chissà cosa gli spetta, con una
madre del genere!”. Sconfortati, decisero di salire tutte
sull’asino e continuare la loro vacanza.
Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente
del paese: “Sono delle bestie, più bestie dell’asino che li porta. Gli
spaccheranno la schiena!”. Seccati dalle critiche, decisero di
scendere tutti e camminare insieme all’asino.
Ma le critiche non erano terminate. Arrivati all’ultimo paese
udirono delle persone ridere tra loro: “Guardate quei tre idioti;
camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!”

Nella tua vita di tutti i


giorni, dedichi più tempo
ad accontentare gli
altri o ad essere
te stesso?

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La rana sorda…

Dicono che c’era una volta un gruppo di rane saltava che per il
bosco. Improvvisamente, due di esse caddero in una buca
profonda. Le compagne allora si raccolsero attorno alla buca
e, vedendo che era profonda, giunsero alla conclusione che
non c’era modo di salvare le compagne sfortunate.
-La buca è molto profonda! Non sopravvivrete! -gridavano
Le due rane, non dando retta alle compagne, cominciarono a
saltare con tutte le forze, tentando di uscire da quella buca.
– E inutile! Non ce la farete mai ad uscire – insistevano le altre.
Alla fine una delle due, stremata e demoralizzata, dando
ascolto a quello che le altre gridavano, si arrese. Fu tale la sua
stanchezza fisica e mentale, che crollò, e dopo un po’ morì.
L’altra rana invece continuò a saltare con ferrea
determinazione. Ad ogni salto che faceva, ripeteva a se stessa:

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-Ce la puoi fare! Ce la puoi fare!
Per tutto quel tempo, le altre rane, frenetiche come gli
spettatori di un circo romano, le continuavano a gridare:
-smettila di lottare! Rassegnati, e muori in pace!
Ma la rana continuava a dire a se stessa:
– Si ce la farò! Ce la farò! – e ogni volta saltava con più forza,
finché non riuscì ad uscire dalla buca.
Vedendola sfinita, ma salva, le altre rane dissero:
-Sei la nostra eroina! Non prendere a male il fatto che ti
abbiamo scoraggiato tanto.
La rana rispose loro:
– Per favore, potete parlare più forte? Il colpo che ho subito
cadendo nella buca, mi ha lasciato quasi sorda. Comunque
voglio ringraziarvi che, mentre saltavo, ho visto che vi
agitavate e, pur non potendovi sentire, ho capito che di certo
mi stavate incoraggiando a sforzarmi di più e a non darmi per
vinta. Se non fosse stato per il vostro incoraggiamento, vi
assicuro che sarei rimasta in fondo alla buca per sempre, come
e successo alla nostra povera compagna!
Questa favola vuole porre l’accento sul potere che hanno le
parole. La morale è che le nostre parole hanno potere sia di
vita, sia di morte. Benché la rana trionfatrice della favola non
abbia “fatto la sorda”, ma realmente non sentiva, ad ogni
modo ci insegna a “fare i sordi” ai cattivi consigli e alle parole di
scoraggiamento che ascoltiamo.
Stabiliamo, a cominciare da oggi, che se abbiamo una buona
parola, una parola di edificazione, di dirla, altrimenti e meglio
che ce ne stiamo zitti. Facciamo si che il sapore delle nostre
parole sia gradito all’udito dei nostri amici, soprattutto a chi e
caduto in qualche disgrazia.

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Dio mio, perché mi hai


abbandonato?

Dicono che c’era una volta un uomo molto devoto, il più devoto
al mondo, molto buono, il più buono al mondo, che faceva molte
opere di bene, quello che faceva più opere di bene al mondo… e
che un giorno sul suo paese cadde una tale pioggia che si
inondarono molte strade, tra cui la sua casa…
Le acque stavano salendo rapidamente, l’uomo fu costretto a
salire al primo piano quando le acque inondarono il
pianterreno, e dal balcone vide un gommone della polizia che
veniva a salvarlo: “Salga a bordo” urlò il poliziotto.
— “No, grazie…— risposte l’uomo. — Ho vissuto tutta la mia vita
come uomo devoto e caritatevole. Dio mi proteggerà.

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Il poliziotto, chiamato con urgenza da altre persone in
difficoltà, decise di lasciare stare il vecchio testardo, e andrò
dove la sua presenza era richiesta e gradita. Siccome il livello
dell’acqua continuava ad aumentare, un altro gommone passò
da quelle parti e disse al nostro uomo, che ormai era nel
terrazzo al secondo piano perché il primo era stato già
sommerso:
— Non sia sciocco — replicò il secondo poliziotto. — Salga in
barca. Le acque continuano a crescere e lei corre un grande
pericolo!
Ma l’uomo continuò a rifiutare e anche la seconda barca se ne
andò, richiamata dalla centrale per aiutare delle persone
rimaste intrappolate in altro punto della cittadina. Ad un certo
punto fu costretto a rifugiarsi sul tetto di casa sua. Molte case
erano già coperte, ma la sua era alta e il panorama che si
vedeva dal tetto era surreale. L’ultimo gommone passò e gli
dissero di salire a bordo, ma per l’ennesima volta si rifiutò:
— “Dio mi proteggerà” insisteva, pieno di fiducia.
Poco dopo l’alluvione sommerse l’intera casa compreso il tetto
e lui annegò. In cielo incontrò Dio. Furioso perché non lo aveva
salvato, l’uomo si lagnava ad alta voce.
— “Ti sono stato devoto per tutta la vita. Ho osservato tutti i
comandamenti. Ho fatto tanta beneficienza e l’unica volta che
ho chiesto io qualcosa, tu mi hai abbandonato!”
— “Abbandonato?” rispose Dio divertito “Ma se ti ho mandato
tre gommoni… sei tu che hai scelto di rifiutare il mio aiuto e non
sei salito!”

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Hai ragione

Dicono che una volta Maometto andò a predicare in una città in


cui non era mai stato prima, e alcuni suoi discepoli uscirono ad
accoglierlo già nella strada, prima di entrare.
Uno di essi, Noori, disse “qua nessuno ti seguirà, maestro,
sono tutti stolti con menti chiuse e non capiscono che tu porti
l’unica verità. Temevo che avresti scelto di passare da noi ma
non ho potuto avvertirti prima, comunque ti proteggerò se
cercheranno di lanciarti frutta e verdura mentre parli in
piazza”
─ Hai ragione, grazie di avermelo detto, così sarò più
preparato.

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Noori, si riunì agli altri felice di aver avvertito il suo maestro.
Mentre camminavano si avvicinò a lui Siraaj, che disse “in
questa città ci sono tante persone che ti seguono e sono
pronte ad accogliere i tuoi insegnamenti… sono tanto felice che
sei arrivato, ti stavo aspettando da tempo”
─ Hai ragione, grazie di avermelo detto, così sarò più
preparato.
Siraaj, si riunì agli altri gioioso, rilassato in chiacchiere e
contento. In quel momento si avvicinò al profeta un ragazzino
giovanissimo di nome Ali, curioso come pochi, e gli chiese:
“maestro, come mai hai dato ragione a tutti e due se tutti e due
ti hanno detto cose così diverse?”
─ Caro Ali, ho detto ad entrambi che avevano ragione, perché è
vero. Ognuno mi ha raccontato una parte della realtà, e li ho
ringraziato di avermelo detto, così sarò più preparato. Il loro
problema è che sanno solo una parte della realtà e non l’altra,
ma non vuol dire che uno dei due debba essere sbagliato. Il
mondo ha molte sfaccettature e chiuderci in un solo punto di
vista ci fa diventare meno potenti e meno utili ad Allah…

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Ritrovare la pace

Dicono che c’era una volta un ebreo povero, che abitava


insieme a tutta la sua famiglia in una casa piccola. Tra moglie,
figli, suocera, genitori, zii e cugini… non aveva spazio né tempo
per se stesso. Non riusciva a pensare, a lavorare, né a
riposare… Era così disperato che decise di andare a chiedere
aiuto al suo Rabbino…
— Oh, mio Rabbino, non so veramente cosa fare… mi stanno
facendo impazzire, non riesco a concentrarmi su nulla, c’è
sempre qualcuno, qualche rumore, qualche richiesta, qualche
disturbo… cosa posso fare per ritrovare la pace? Faccio
appello alla tua saggezza perché sono disperato, farò
qualunque cosa tu mi dica di fare…
— Figliolo, mi viene in mente solo una soluzione estrema. Sei
davvero disposto a qualunque cosa? — chiese il rabbino dopo
che aveva sentito la storia e consultato i suoi libri.
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— Si, mio Rabbino, qualunque cosa!
— Dovresti prenderti una pecora e portarla a vivere con voi
dentro alla casa, prenderti cura di lei per due settimane. —
disse il rabbino molto serio.
— Come? Scusami ma non sono sicuro di avere capito bene… Ti
ho appena detto che siamo troppi in casa e tu mi dici di
portarmi una pecora? ma sporcherà, farà rumore e
distruggerà delle cose se non facciamo attenzione… sei sicuro
che sia la cosa migliore? — chiese sorpreso ma anche se pronto
a seguire il consiglio che aveva chiesto.
— Si, sono sicuro, porta la pecora in casa per due settimane e
poi ne riparleremo. — disse il rabbino sicuro di se e diede ordine
di consegnare una pecora all’uomo.
Il pover’uomo fecce quello che li era stato detto, anche se
sembrava assurdo. E furono le due peggiori settimane della
sua vita. Tra proteggere la pecora dai bambini e i mobili dalla
pecora, tra pulire e discutere con tutti perché capissero
l’importanza del lavoro affidatoli dal Rabbino… Sentiva di non
avere nemmeno il tempo di accorgersi di non avere tempo.
Passate le due settimane tornò dal Rabbino e riconsegnò la
pecora.
— Come ti sembra ora la tua vita di due settimane fa? — chiese il
Rabbino
— Molto meglio, a confronto con questo incubo qualsiasi cosa è
più semplice. Grazie Rabbino, grazie. Da oggi non mi lamenterò
più e farò sempre del mio meglio per cambiare le mie
circostanze.

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I due vasi per l’acqua

Dicono che c’era una volta un’anziana donna cinese aveva due
grandi vasi, ciascuno sospeso all’estremità di un palo che lei
portava sulle spalle, e che uno dei vasi aveva una crepa,
mentre l’altro era perfetto, ed era sempre pieno d’acqua alla
fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello
crepato arrivava mezzo vuoto.
Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava
a casa solo un vaso e mezzo d’acqua…
Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri
risultati. Si vanagloriava e si vantava della sua efficacia ed
efficienza e della sua superiorità rispetto al suo compagno.
Ma il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, ed
era avvilito di saper fare solo la metà di ciò per cui era stato
fatto.

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Dopo due anni che si rendeva conto del proprio amaro
fallimento, un giorno trovò il coraggio per parlare alla donna
lungo il cammino: “Mi vergogno di me stesso, perché questa
crepa nel mio fianco fa sì che l’acqua fuoriesca lungo tutta la
strada verso la vostra casa”.
La vecchia sorrise, ”Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua
parte del sentiero, ma non dalla parte dell’altro vaso? È perché
io ho sempre saputo del tuo difetto, perciò ho piantato semi di
fiori dal tuo lato del sentiero ed ogni giorno, mentre
tornavamo, tu li innaffiavi.
Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la
tavola. Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle
bellezze per ingentilire la casa”.
Ognuno di noi ha il proprio specifico difetto. Ma sono la crepa e il
difetto che ognuno ha a far sì che la nostra convivenza sia
interessante e gratificante. Bisogna prendere ciascuno per
quello che è e vedere ciò che c’è di buono in lui.

Incontri un genio ti offre di


donarti qualsiasi cosa tu
voglia con due sole condizioni,
devi prendertene cura e
non puoi scambiarla con
altre cose. Cosa chiedi?

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Il maestro e lo scorpione

Dicono che c’era una volta un maestro zen che vide uno
scorpione annegare e decise di tirarlo fuori dall’acqua.
Quando lo fece, lo scorpione lo punse.
Per effetto del dolore, il maestro lasciò l’animale che di nuovo
cadde nell’acqua. Il maestro tentò di tirarlo fuori nuovamente e
l’animale lo punse ancora.
Un giovane discepolo, che era lì, si avvicinò e gli disse:
“Mi scusi, maestro, ma perché continuate a prendere lo
scorpione? Non capite che, ogni volta che provate a tirarlo
fuori dall’acqua, vi punge?”
Il maestro rispose:
“La natura dello scorpione è quella di pungere. Questo non
cambierà la mia che è quella di aiutare”.

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Il maestro si fermò a riflettere e, con l’aiuto di una foglia, tirò
fuori lo scorpione dell’acqua e gli salvò la vita. Poi, rivolgendosi
al suo giovane discepolo, continuò:
“Non cambiare la tua natura se qualcuno ti farà del male.
Prendi solo delle precauzioni. In genere gli uomini sono ingrati
del beneficio che gli stai facendo. Ma questo non è un motivo
per smettere di fare del bene, di abbandonare l’amore che vive
in te”.

Quando trovi delle


difficoltà, sei solito
arrenderti o sei di quelli che
cercano altre strade finché
trovano
quella giusta?

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Una manciata di semi

Dicono che c’era una volta un grande re aveva tre figli, e


voleva sceglierne uno come erede. Era in difficoltà perché tutti
e tre erano molto intelligenti, molto coraggiosi. Ed erano
gemelli. Avevano la stessa età, per cui era impossibile scegliere.
Per cui, il re decise di chiedere consiglio a un saggio, e il saggio
gli suggerì un’idea.
Il re tornò a casa e chiamò i tre figli. Diede a ognuno di loro un
sacchetto di semi, e disse che sarebbe partito per un
pellegrinaggio: “Starò via qualche anno – uno, due, tre, forse di
più. E per voi questa è una prova… quando tornerò mi dovrete
ridare questi semi. E chi li proteggerà meglio, sarà il mio erede.”
Poi partì per il suo pellegrinaggio.

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Il primo figlio pensò: “Cosa dovrei fare con questi semi?” Li
chiuse in uno scrigno di ferro così, quando suo padre fosse
tornato, li avrebbe restituiti così com’erano…
Il secondo figlio pensò: “Se li rinchiudo come ha fatto mio
fratello, moriranno. E un seme morto non è affatto un seme.”
Per cui andò al mercato, vendette i semi e conservò il denaro.
Pensò: “Quando mio padre tornerà, andrò al mercato,
comprerò dei semi nuovi e gliene ridarò di migliori…”
Il terzo andò in un giardino e li seminò.
Dopo tre anni, quando tornò il re, il primo figlio aprì lo scrigno. I
semi erano tutti morti, puzzavano. Il padre disse: “Cosa? Questi
sono forse i semi che ti ho dato? Avevano la possibilità di fiorire
e donare fragranza alla vita – e questi semi puzzano! Questi
non sono i miei semi.” Il figlio insistette nel dire che erano gli
stessi semi, e il padre concluse: “Sei un materialista.”
Il secondo figlio si precipitò al mercato, comprò dei semi, tornò a
casa e li diede a suo padre. Il re disse: “Ma questi non sono gli
stessi semi. La tua idea è migliore di quella di tuo fratello, ma
non sei ancora abile come io vorrei che tu fossi. Sei uno
psicologo.”
Quando andò dal terzo – con molta speranza e trepidazione:
“Che cosa avrà fatto?” si chiedeva – il figlio lo condusse in
giardino dove c’erano milioni di piante fiorite, e milioni di fiori! Il
figlio disse: “Questi sono i semi che mi hai dato. Appena le piante
saranno adulte, li raccoglierò e te li restituirò.” Il re disse: “Tu sei
il mio erede. Ecco cosa bisogna fare con i semi! Coltivarli, perché
rappresentano l’amore che vive in te”.

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La pace perfetta

Dicono che c’era una volta un re amante dell’arte che offrì un


premio all’artista che riuscissi a rappresentare in una pittura
la PACE perfetta. Il re osservò e ammirò molte pitture, ma
soltanto due lo colpirono e dovete sceglierne una tra quelle.
La prima rappresentava un lago molto tranquillo. Era uno
specchio perfetto in cui si rispecchiavano delle montagne
serene tutt’attorno. Su di esse c’erano un cielo azzurrissimo e
delle nuvole bianche. Chiunque l’osservava pensava fosse la
miglior rappresentazione della pace perfetta.
La seconda pittura scelta dal re rappresentava anche delle
montagne, ma non erano serene, c’era una tempesta sulle loro
cime e dal cielo cadeva acqua minacciosa che aveva ravvivato

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un torrente che saltava fra le rocce in una cascata. Fin qui non
sembrava per nulla pacifico ma… osservando più in dettaglio…
Si poteva osservare dietro alla cascata un rametto che usciva
da una crepa nella roccia, in cui gli uccellini avevano fatto un
nido. E, nel nido, in mezzo alla tempesta, l’uccellino dormiva
sereno noncurante del rumore e della violenza con cui cadeva
l’acqua. In perfetta pace.
Alla fine il re scelse la seconda pittura dicendo:
“Pace non vuol dire trovarsi in un luogo senza rumore, senza
problemi, senza nessun dolore né pericolo. Pace vuol dire
rimanere sereni anche in mezzo alle vicissitudini della vita.
Questo è il vero significato della pace.”

Cosa credi di
dover controllare
a tutti i costi?

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