Sei sulla pagina 1di 482

SOCRATE

Come si fa a non
innamorarsi di Socrate: era
buono d'animo, tenace,
intelligente, ironico, tollerante
e, nel medesimo tempo,
inflessibile. Di tanto in tanto
sulla Terra nascono uomini di
questa levatura, uomini senza i
quali noi tutti saremmo un po'
diversi: penso a Ges, a Gandhi,
a Buddha, a Lao Tse e a San
Francesco. C' qualcosa per
che distingue Socrate da tutti
gli altri ed la sua normalit di
uomo. Infatti, mentre per i
grandi che ho appena nominato
c' sempre il sospetto che un
pizzico di esaltazione abbia
contribuito a tanta
eccezionalit, per Socrate non
esistono dubbi: il filosofo
ateniese era una persona
estremamente semplice, un
uomo che non lanciava
programmi di redenzione e che
non pretendeva di trascinarsi
dietro torme di seguaci.
Tanto per dirne una, aveva
anche l'abitudine, del tutto
inconsueta nel giro dei profeti,
di frequentare i banchetti, di
bere e, se ne capitava
l'occasione, di fare l'amore con
un'etera.
Non avendo mai scritto
nulla, Socrate sempre stato un
problema per gli storici della
filosofia.
Chi era veramente? Quali
erano le sue idee? Le uniche
fonti dirette che abbiamo sono
le testimonianze di Senofonte,
quelle di Platone e alcuni
commenti "per sentito dire di
Aristotele; sennonch il ritratto
lasciatoci da Senofonte risulta
completamente diverso da
quello di Platone e l dove c'
coincidenza tra le due versioni
perch il primo ha copiato dal
secondo; per quanto poi
riguarda Aristotele permangono
fondati dubbi sulla sua
obiettivit.
Senofonte, detto tra noi, non
era un'aquila d'intelligenza
filosofica: al massimo possiamo
definirlo un generale di
bell'aspetto e un buon
memorialista. Da giovanotto
aveva frequentato la dolce vita
di Atene: simposi, palestre, gare
ginniche eccetera finch un bel
giorno incontra Socrate in un
vicolo stretto.1 Il filosofo lo
guarda fisso negli occhi, gli
blocca il passo mettendogli il
bastone di traverso e dice:
" Sai dove si vende il pesce?"
"S, al mercato.
"E sai dove gli uomini
diventano virtuosi?
"No.
"Allora seguimi.
E fu cos che Senofonte, pi
per darsi importanza con gli
amici che per amore della
saggezza, cominci a seguire
Socrate nelle sue passeggiate;
dopo un paio di anni, per,
forse esausto per il troppo
discutere, parte volontario per
la prima guerra che riesce a
trovare. Frequenta le corti di
Ciro il Giovane, di Agesilao re
degli Spartani e tanti altri
luoghi dove il suo maestro non
avrebbe mai messo piede.
Trascorre tutta la vita tra
battaglie e scaramucce,
militando quasi sempre in
eserciti stranieri. Quando parla
di Socrate, lo fa come se fosse il
suo difensore d'ufficio: cerca di
riabilitarne la memoria dopo il
processo e ce lo presenta come
un uomo integerrimo, bigotto e
ossequioso verso le autorit. Se
il ritratto di Senofonte un po'
convenzionale, quello di
Platone (genio creativo per
eccellenza) pecca dell'eccesso
opposto: in altre parole,
leggendo "i dialoghi, ci si
domanda se l'eroe platonico
esprima le idee di Socrate o
quelle del suo autore. Cos
stando le cose non mi resta che
raccontare tutto quello che so e
lasciare che il lettore si faccia
un'opinione personale.
Fisicamente Socrate
rassomigliava a Michel Simon,
l'attore francese degli anni
Cinquanta, e si muoveva come
Charles Laughton nel film
Testimone d'accusa. Nacque nel
469 nel demo Alopece, un
sobborgo a mezz'ora di
cammino da Atene alle pendici
del Licabetto. Per gli
appassionati di astrologia
diremo che doveva essere un
Capricorno, essendo nato nei
primi giorni dell'anno. La sua
era una famiglia
medioborghese appartenente
alla classe degli zeugiti (la terza
e ultima, in ordine
d'importanza, tra le classi di
Atene che contavano qualcosa).
Il padre, Sofronisco, era uno
scultore, o forse solo uno
scalpellino di periferia, e la
madre, Fenarete, una levatrice
2. Della sua infanzia non
sappiamo praticamente nulla e,
a essere sinceri, facciamo anche
un po' fatica a immaginarcelo
bambino: comunque, essendo
di famiglia benestante o quasi,
riteniamo che abbia seguito gli
studi regolari come tutti gli altri
ragazzi di Atene, che a diciotto
anni abbia prestato il servizio
militare e che a venti sia
diventato oplita dopo essersi
procurato un'armatura
adeguata.
Da giovanotto di sicuro
dette una mano in bottega al
pap scultore, finch un bel
giorno Critone, "innamoratosi
della grazia della sua anima, 3
non se lo port via per iniziarlo
all'amore della conoscenza.
Diogene Laerzio, nelle sue Vite
dei filosofi, racconta che
Socrate ebbe come maestri
Anassagora, Damone e
Archelao e che di quest'ultimo
fu anche l'amante 4 o, per
essere pi precisi, l'ermenos (a
quei tempi, quando c'era un
rapporto amoroso tra due
uomini, veniva chiamato
erasts l'amante pi anziano ed
ermenos quello pi giovane).
Su questa faccenda per degli
amori omosessuali dei filosofi
greci, prima di andare avanti e
di considerare Socrate un gay,
apriamo una parentesi e
chiariamoci le idee una volta
per tutte.
L'omosessualit a quei
tempi era cosa normalissima e
non a caso passata alla storia
come "amore greco.
Addirittura c' stato chi, come
Plutarco, l'ha definita
"pederastia pedagogica 5.
A ogni modo non era
oggetto di scandalo: quando
Gerone, tiranno di Siracusa,
s'innamora del giovanetto
Dailoco, commenta il fatto
dicendo semplicemente: "E'
naturale che mi piaccia ci che
bello; 6 che poi questo bello
fosse un ragazzino, un uomo o
una donna era un particolare da
poco. I veri guai per gli
omosessuali cominciarono con
il cristianesimo: la nuova
morale concep il sesso solo
come mezzo di procreazione e
consider peccaminoso
qualsiasi altro tipo di rapporto
sessuale, donde le persecuzioni
e i pregiudizi assai diffusi
ancora oggi.
Socrate spos Santippe
quando aveva quasi
cinquant'anni, forse pi per
avere un figlio che non una
moglie. Fino a quel momento si
era sempre tenuto alla larga dal
matrimonio e, a chi gli chiedeva
consiglio se doveva sposarsi o
meno, rispondeva
invariabilmente: "Fa' come
vuoi, tanto in entrambi i casi ti
pentirai. 7
Santippe, donna dal
carattere forte, passata alla
storia come lo stereotipo della
moglie rompiscatole e
possessiva: non escluso per
che lo stesso Socrate non le
debba qualcosa in termini di
popolarit.
Perfino il "Corriere dei
Piccoli, negli anni Trenta, le
dedicava ogni settimana una
striscia che iniziava sempre con
la stessa quartina:
Tutti sanno che Santippe
matta andava per le trippe.
Trippe a pranzo, trippe a
cena, Dio per Socrate che pena!

Sul rapporto Socrate-


Santippe si sempre un po'
ricamato. Con ogni probabilit
la loro vita coniugale doveva
essere molto pi normale di
quanto non si pensi: lei era una
casalinga come ce ne sono
tante, dotata di senso pratico,
gravata da problemi concreti,
con uno (o tre) figli da crescere
e con un marito che, a parte
una piccola rendita lasciatagli
dalla madre, non portava a casa
una lira. Lui, un brav'uomo,
ricco d'ironia, che le voleva
Bene e che la subiva con
rassegnazione. Quello che pi
faceva andare in bestia Santippe
era il fatto che il marito non le
rivolgeva quasi mai la parola:
tanto era ciarliero con gli amici
per le strade di Atene, quanto
taciturno a casa. Diogene
Laerzio racconta che una volta,
durante un litigio, Santippe
s'infuri a tal punto da tirargli
addosso un secchio pieno
d'acqua, al che Socrate
comment la cosa dicendo:
"Lo sapevo che il tuono di
Santippe prima o poi si sarebbe
tramutato in pioggia. 8 "Ma
come fai a sopportarla? gli
chiese un giorno Alcibiade.
E lui: "Certe volte vivere con
una donna del genere pu
essere utile come domare un
cavallo furioso: dopo si pi
preparati ad affrontare i propri
simili nell'agor. 9 E poi, cosa
vuoi che ti dica, ormai mi ci
sono abituato: come sentire il
rumore incessante di un
argano. 10
Aristotele c'informa che
Socrate aveva anche una
seconda moglie, una certa
Mirto, figlia nientemeno che di
Aristide il Giusto. 11
Secondo Plutarco, il filosofo
si spos due volte solo per
bont d'animo, giacch questa
Mirto, pur essendo parente
stretta di Aristide, era finita
nella pi nera miseria. 12 Altri
invece sostengono che fosse
solo una concubina che si era
trascinata in casa una sera che
aveva bevuto. A ogni modo,
moglie o amante che fosse,
Mirto gli regal due figli
Sofronisco e Menesseno che,
messi insieme a Lamprocle, il
primogenito, figlio di Santippe,
portarono a tre la discendenza
del filosofo.
La cosa non deve poi tanto
meravigliarci dal momento che
il governo di Atene, per
aumentare il numero degli
ateniesi veraci, incoraggiava i
cittadini ad avere pi figli con
donne diverse. 13
Sul triangolo Socrate-
Santippe-Mirto c' un
divertente brano tratto da
un'opera di Brunetto Latini. 14
A titolo di cronaca ricordo che
l'autore in questione quel
famoso "ser Brunetto che
Dante Alighieri colloca
all'Inferno, nel girone dei
sodomiti. 15 La citazione, pur
non avendo alcun fondamento
storico, per ci fa capire come
nel Medio Evo fosse visto il
rapporto SocrateSantippe.
"Socrate fue grandissimo
filosafo in quel tempo. E fue
molto laido uomo a vedere,
ch'elli era piccolo malamente, el
volto piloso, le nari ampie e
rincazzate, la testa calva e
cavata, piloso il collo e li omeri,
le gambe sottili e ravolte. E
aveva due mogli in uno tempo,
le quali contendeano e garriano
molto spesso perch il marito
mostrava amore oggi pi all'una
e domane pi all'altra. E questi,
quando le trovava garrire, si le
innizzava, per farle venire a'
capelli e faceasine beffe,
veggendo ch'elle contendeano
per cos sozzissimo uomo. S
che un giorno, faccendo questi
beffe di loro, che si traeano i
capelli, quelle in concordia si
lasciarono e vengorli indosso e
mettollosi sotto e plallo, s che
di pochi capelluzzi ch'egli avea
no li ne rimase uno in capo.

A proposito di guerre,
Socrate fu un buon soldato,
anzi diciamo pure un buon
marine: nel 432 viene
imbarcato insieme ad altri
duemila ateniesi e mandato a
combattere a Potidea, una
piccola citt nel nord della
Grecia che si ribellata allo
strapotere di Atene. Siamo in
piena guerra del Peloponneso:
gli ateniesi, temendo che la
rivolta possa estendersi a tutta
la Tracia, sono costretti a
inviare sul posto una
spedizione punitiva. E in questa
occasione che Socrate si
guadagna la sua prima medaglia
al valore salvando la vita al
giovane Alcibiade: lo vede ferito
sul campo di battaglia, se lo
carica a cavalluccio e lo porta in
salvo tra una selva di nemici.
Non tanto per il coraggio del
filosofo a sorprenderci, quanto
la sua totale indifferenza ai
disagi della guerra: in proposito
sentiamo che cosa ci racconta lo
stesso Alcibiade nel Simposio.
"Fummo insieme sul campo
di Potidea e avevamo il rancio
in comune. Tanto per
cominciare, non solo era
superiore a me nelle fatiche
militari, ma anche agli altri.
Quando ci capitava di dover
sostenere la fame, come spesso
avviene in guerra, tutti noi al
suo confronto non valevamo un
bel niente. Nelle baldorie invece
era lui solo a godere fino in
fondo. Non che lo volesse, ma
quando lo si forzava a bere era
capace di battere tutti senza
mai cadere ubriaco. Quanto poi
a sopportare l'inverno, che al
nord tremendo, faceva
addirittura miracoli. Un giorno
c'era un gelo da inorridire: tutti
si erano rintanati nei rifugi e
quelli che uscivano all'aperto,
avevano cura di avvolgersi in
una incredibile quantit di
panni e di fasciarsi i piedi con
feltri e pellicce; ebbene, lui se
ne and in giro con la
gabbanina di sempre e, scalzo,
cammin sul ghiaccio come se
niente fosse, tanto che alcuni
soldati pensarono che li volesse
mortificare.
Un'altra volta, tutto assorto
in una qualche idea, si piant
ritto in mezzo al campo, fino
all'alba, a meditare; e poich
non ne veniva a capo, continu,
sempre restando immobile, a
pensare anche durante il
giorno.
Quando si fece mezzogiorno
alcuni uomini, accortisi di
(questo suo) strano
atteggiamento, cominciarono a
dirsi l'un l'altro: "Socrate se ne
sta impalato dall'alba in un
qualche pensiero". Alla fine
alcuni loni scesa la sera, giacch
quella volta era estate,
portarono fuori i giacigli e si
misero a riposare all'aperto per
controllare se fosse rimasto
piantato l tutta la notte. Ed egli
vi stette finch non vide
spuntare di nuovo l'alba. 16
Questo racconto di Alcibiade
ci fa ritenere che Socrate fosse
capace di cadere in catalessi,
come accade ad alcuni sciamani
in India. Certo che l'uomo era
del tutto indifferente ai comfort
della vita moderna. Il suo
abbigliamento abituale, sia che
facesse caldo o freddo, era
costituito da una specie di
tunichetta chiamata chitone, o
al massimo da un tribon, un
mantello di stoffa che aveva
l'abitudine di portare
direttamente sulla pelle,
drappeggiandoselo sulla spalla
destra (ep dxia). Sndali o
maglie di lana, neanche a
parlarne. Per quanto riguarda
poi i generi di lusso, non c'era
nulla che lo potesse interessare.
Un giorno si ferm davanti a
un negozio di Atene e,
guardando la merce esposta,
esclam stupito: "Ma guarda di
quante cose hanno bisogno gli
ateniesi per campare!. 17
Otto anni dopo l'assedio di
Potidea, lo vediamo combattere
contro i Beoti. La battaglia si
mette subito male per gli
ateniesi: dopo il primo scontro,
le truppe di Atene vengono
sbaragliate e messe in fuga.
Anche Socrate e Alcibiade sono
costretti a ritirarsi.
lo ero tra i cavalieri e lui tra
gli opliti, racconta Alcibiade, "e
qui ammirai Socrate ancor pi
che a Potida: sembrava che
camminasse, guardando
superbamente a destra e a
sinistra.
Indietreggiava squadrando
con calma amici e nemici e
mostrando a tutti che se
qualcuno avesse osato toccarlo,
egli si sarebbe difeso
strenuamente. 18

A quarantasette anni viene


di nuovo chiamato sotto le armi
e partecipa alla campagna di
Anfipoli: anche in questa
occasione fa il suo dovere di
soldato. E' strano come un
uomo che ha tutti i requisiti per
essere considerato un non
violento, un Gandhi del quinto
secolo, una volta sul campo di
battaglia diventi un ottimo
combattente.
Il fatto che Socrate, nei
confronti della patria e delle
autorit costituite, sempre
stato, nel medesimo tempo, un
rivoluzionario e un osservante
delle leggi. Ecco due episodi che
ci fanno capire quali fossero le
sue convinzioni morali.
Un giorno Crizia, diventato
il capo del governo dei Trenta
Tiranni, ordina a Socrate e ad
altri quattro ateniesi di
prelevare a Salamina il
democratico Leonte e di
portarlo ad Atene, per poi
condannarlo a morte. Per tutta
risposta il filosofo se ne torna a
casa come se non gli avessero
detto nulla, ben sapendo che
questa mancata ubbidienza
avrebbe potuto costargli la vita.
Buon per lui che Crizia nel
frattempo muore. E' lui stesso a
raccontarci l'episodio
nell'Apologia: E allora io feci
vedere agli ateniesi che della
morte non me ne importava un
bel niente, mentre molto
m'importava di non
commettere ingiustizia o
empiet verso Leonte. 19

Un'altra volta viene


sorteggiato come giudice e
partecipa al consiglio dei
Pritani. Quel giorno devono
essere giudicati dieci strateghi,
per non aver salvato la vita ad
alcuni marinai ateniesi caduti
in mare, durante la battaglia
delle Arginuse. Chiaramente
un caso di giustizia sommaria,
non essendo possibile accertare
quale comandante si sia reso
colpevole di omissione di
soccorso e quale no. Il popolo
vorrebbe una condanna
indiscriminata. Socrate invece
si oppone e affronta con
serenit le minacce dei parenti
dei naufraghi. 20
Purtroppo per Socrate, non
ci fu un'eguale serenit di
giudizio quando tocc a lui
salire sul banco degli imputati:
accusato di empiet 21 dal
giovane Meleto, venne
condannato dai suoi
concittadini a bere la cicuta.
Questa dell'empiet una
storia davvero strana: mentre
nella vita quotidiana gli ateniesi
si dimostravano molto
tolleranti in fatto di religione,
in alcuni casi particolari bastava
esprimere anche il minimo
dubbio sull'esistenza degli Dei
per trovarsi nei guai. La verit
che ad Atene nessuno faceva
caso alla religiosit degli altri,
ma ogni scusa era buona per far
fuori un avversario politico o
uno come Socrate che con la
sua dialettica inesorabile
minacciava ogni giorno il potere
costituito.
Tra i filosofi accusati di
empiet, ricordiamo
Anassgora, Protgora, Digene
di Apollonia e Digora: tutti,
tranne Socrate, si salvarono con
la fuga. 22 A questo punto per,
invece di raccontare il processo
cos come ce lo hanno
tramandato Platone e
Senofonte, cerchiamo di
riviverlo "in diretta e
mettiamoci nei panni di due dei
cinquecento giudici: tali
Eutmaco e Callione.
"Callione, figlio di Filonide,
anche tu fra gli eliasti: a quanto
vedo, preferisci giudicare il tuo
vecchio maestro piuttosto che
goderti il calore del letto e della
dolce Talessia.
"Non mi sembra, o
Eutimaco, di essere il solo
questa mattina ad aver visto
l'alba. Il Sole non aveva ancora
fatto capolino dai monti
dell'Imetto, che gi la citt
brulicava di ateniesi assetati di
giustizia. Pensa che dove abito
io, allo Scambonide, tanti erano
i cittadini che si avviavano
all'agor per assistere al
processo di Socrate, che non si
riusciva nemmeno a
camminare per le strade. Ho
visto molti mercanti affidare le
botteghe agli schiavi pi fedeli e
molti amides 23 svuotati nel
buio dai piani superiori tra le
proteste dei passanti. Insomma
c'era in giro una strana
eccitazione, come se invece che
a un processo ci si recasse tutti
alle oscoforie. 24
Siamo nel febbraio del 399
avanti Cristo, ancora notte
fonda, migliaia di ateniesi si
dirigono verso l'agor. Ogni
cittadino si fa precedere da uno
schiavo con una torcia accesa. A
quell'epoca ci voleva poco a
intasare una strada di Atene:
Plutarco racconta che le vie
erano cos strette che, a evitare
collisioni, ogni qual volta si
usciva di casa, c'era l'obbligo di
bussare alla porta per avvisare i
passanti.
Man mano che passa il
tempo, davanti alle urne dei
sorteggi s'ingrossa la fila degli
aspiranti giudici. Gli schiavi
pubblici, facenti funzione di
polizia urbana, per impedire
alla folla dei curiosi d'invadere
le zone riservate ai prescelti,
tengono tesa davanti agli
ingressi la "corda vermiglia,
una fune rossa dipinta di fresco,
che, macchiando un cittadino,
lo avrebbe privato per un anno
dei misths ekklesiastiks,
ovvero dei diritti di assemblea.
La giustizia, ai tempi di
Pericle, era organizzata in
questo modo: gli arconti, ogni
inizio d'anno, sorteggiavano
seimila ateniesi di et superiore
ai trent'anni e costituivano
l'Eliea, ovvero il serbatoio dal
quale, volta per volta, avrebbero
prelevato, i cinquecento giudici
di ciascun processo.
Il secondo sorteggio, quello
definitivo, aveva luogo la
mattina stessa della causa e
questo per evitare che gli
imputati potessero corrompere
i giudici. Per eseguire i sorteggi
giornalieri, all'ingresso dei
tribunali erano stati predisposti
dei marchingegni di marmo,
chiamati klerotria, con delle
fenditure orizzontali, dentro le
quali ciascun candidato avrebbe
introdotto una tavoletta di
bronzo con le proprie
generalit.
Queste tavolette erano in
pratica delle vere e proprie carte
d'identit: portavano inciso il
nome, il patronimico e il demo
di provenienza.
Ad esempio: "Callione, figlio
di Filonide, del demo
Scambonide Z. Quest'ultima
lettera stava a indicare che
Callione apparteneva alla sesta
sezione della sua trib. Una
volta introdotta la tavoletta, un
meccanismo interno faceva
rotolare, attraverso una serie di
condotti, un dado bianco o un
dado nero: a seconda del dado
che usciva dal klerotrion, il
cittadino veniva ammesso o no
alla giuria. Per la loro opera i
giudici ricevevano un gettone di
presenza: tre oboli al giorno,
pi o meno il 60 per cento della
paga di un operaio. 25
"Lo scorso anno dice
Eutimaco "il Fato mi ha
favorito quattro volte: tre come
giudice popolare e una come
giudice del Freatto in un
processo che si tenne in
primavera nei pressi del Falero.
26
Il Freatto era un tribunale
speciale che si riuniva solo se
bisognava giudicare un ateniese
gi condannato all'esilio.
L'imputato, non potendo
contaminare con il proprio
corpo il suolo della patria, era
costretto a difendersi da una
barca, a qualche metro dalla
riva, mentre i suoi giudici si
disponevano lungo la spiaggia.

"Giudicammo Auriloco, il
figlio di Damone racconta
Eutimaco. "Essendo io amico
del padre, avrei fatto di tutto
per salvargli la vita; ma le prove
a suo carico erano tali e tante
che sono stato costretto a
pronunciarmi per la condanna a
morte.
"Anche per Socrate temo che
non ci sia nulla da fare
sospira, sinceramente
dispiaciuto, Callione "Sono
troppi quelli che si sentono
stupidi al suo confronto, e
nessuno pi vendicativo di
colui che si accorge di essere
inferiore.
"Se verr condannato a
morte, pu prendersela solo
con se stesso: Socrate
l'individuo pi presuntuoso che
sia mai nato al mondo!
"Ma se dichiara a tutti di
non sapere nulla esclama
Callione, "di essere un
ignorante!
"Ed proprio questo il
colmo della sua presunzione!
ribatte Eutimaco. "E come se
dicesse a tutti gli uomini: "lo
sono un ignorante, ma tu che
non sai di esserlo sei ancora pi
ignorante di me! . Ora
naturale che, a forza di
insultare il prossimo, prima o
poi qualcuno reagisce e te la fa
pagare. Anzi, sai che ti dico? E'
davvero strano che il vecchio
sia arrivato fino a settant'anni
senza essere mai stato esiliato
una sola volta per ostracismo!
27
L'ostracismo era una strana
procedura molto in voga a quei
tempi, una specie di elezione
all'incontrario. Quando un
ateniese si convinceva che un
suo concittadino avrebbe
potuto nuocere in qualche
modo alla plis, non doveva
fare altro che recarsi all'agor e
scrivere il nome del suo nemico
su un'apposita pietra di
ceramica (strakon). Non
appena la persona presa di mira
totalizzava 6000 segnalazioni,
aveva dieci giorni di tempo per
salutare amici e parenti, dopo di
che era costretta a prendere la
via dell'esilio. La condanna
poteva durare dai cinque ai
dieci anni, a seconda del
numero di coloro che avevano
firmato. Nessuna
giustificazione era dovuta da
parte della cittadinanza.
Questa pratica era stata
voluta da Clistene, il vero
fondatore di Atene, come
espediente contro il mito della
personalit.
Plutarco la definisce "una
moderata soddisfazione
generata dall'invidia. 28
Se fosse in vigore oggi
chiss quanti politici (quanti
personaggi televisivi e quanti
campioni sportivi dovrebbero
espatriare! Non il caso di fare
nomi, ma ogni lettore libero
di compilare una sua lista di
indesiderati.
Appare Socrate. Ha un'aria
serena: indossa il solito tribon e
cammina appoggiandosi a un
bastone di rovere.
"Eccolo l, il vecchio
irriducibile esclama
Callione,"a guardarlo sembra
che, invece che a un processo
per empiet, si stia recando a
un simposio: sorride, si ferma a
parlare con gli amici e saluta
tutti quelli che vede!
E' il solito rompiscatole
protesta Eutimaco pi astioso
che mai, "fra l'altro non si rende
conto che il popolo lo considera
colpevole e lo vorrebbe
impaurito e supplicante.
Nel frattempo Socrate
salito sul palco: si messo alla
sinistra dell'arconte-re e
attende con pazienza che il
cancelliere dichiari aperto il
processo.
"Eliasti proclama il
cancelliere, "gli Dei hanno
scelto, i vostri nomi dall'urna,
perch voi possiate assolvere o
condannare Socrate, figlio di
Sofronisco, dall'accusa di
empiet che gli stata rivolta
da Meleto, figlio di Meleto.
Nei tribunali di Atene non
esisteva la figura del Pubblico
Ministero. L'accusa poteva
essere condotta da un qualsiasi
cittadino che lo faceva a suo
rischio e pericolo: se il
colpevole veniva condannato,
incamerava la decima parte del
suo patrimonio, se invece era
assolto pagava una multa di
mille dracme. 29 Cos pure non
esistevano gli avvocati
difensori. Gli imputati, colti o
analfabeti che fossero,
dovevano difendersi da soli e,
quando non se la sentivano,
avevano la possibilit, prima del
processo, di convocare un
logografo, ovvero un legale di
fiducia capace di scrivere un
testo di difesa da imparare a
memoria.
Eccezionali logografi furono
Antifonte, Prodico, Demostene
e Lisia. 30

"La parola a Meleto, figlio di


Meleto annunzia il cancelliere,
indicando un giovane ricciuto e
ricercato nel vestire.
Meleto sale sulla tribunetta
riservata all'accusa: il suo viso
altero e sofferente, come
lecito attendersi da un poeta
tragico. Egli vuol far credere di
essere dispiaciuto di dover
infierire su un vecchio come
Socrate.
"Giudici di Atene! inizia a
dire il giovanotto, girando
lentamente lo sguardo per
coprire tutto l'arco dei giudici
che gli sono di fronte. Io,
Meleto, figlio di Meleto, accuso
Socrate di corrompere i giovani,
di non riconoscere gli Dei che la
citt riconosce, di credere ai
dmoni e di praticare culti
religiosi a noi estranei.
Un lungo mormorio sale
dalla folla: l'attacco secco e
preciso. Meleto tace qualche
istante per meglio sottolineare
la gravit di ci che ha appena
detto, poi riprende a parlare
scandendo le parole a una a
una:
"Io Meleto, figlio di Meleto,
accuso Socrate di darsi da fare
in cose che non gli competono;
d'investigare su ci che sotto
la terra e che sopra il cielo e di
discorrere con tutti e di tutto,
tentando ogni volta di far
apparire migliore la ragione
peggiore. Per questi reati chiedo
agli ateniesi che egli venga
mandato a morte!
A quest'ultima frase tutti si
voltano verso Socrate per
osservarne le reazioni. Il
filosofo ha sul volto
un'espressione di meraviglia:
pi che un imputato, sembra
uno spettatore. Eutimaco d di
gomito a Callione e commenta
la situazione dicendo:
"Ho paura che Socrate non
si renda conto in che guaio si
sia andato a cacciare. Meleto ha
ragione: tutti sanno che Socrate
non ha mai creduto agli Dei. Si
dice che un giorno abbia detto:
"Sono le nuvole e non Zeus a
provocare la pioggia, altrimenti,
se dipendesse solo da Zeus,
vedremmo piovere anche
quando sereno". 31
"In verit obietta Callione
" Aristofane che fa dire queste
cose a Socrate e non Socrate a
dirle.
Il processo intanto prosegue
il suo corso e, dopo Meleto,
salgono sulla tribuna altri due
accusatori: Anito e Licone.

"Mi ha raccontato
Apollodoro dice Callione "che
ieri sera Socrate ha rifiutato di
farsi aiutare da Lisia.
"Gli aveva scritto un
discorso di difesa?
"S, e pare che si trattasse di
un discorso straordinario.
"Lo credo bene: il figlio di
Cefalo il migliore di tutti ad
Atene! E perch mai ha
rifiutato? chiede Eutimaco.
"Non solo ha rifiutato, ma
ha anche rimproverato Lisia per
la sua offerta di aiuto. Gli ha
detto: "Tu con i tuoi trucchetti
verbali vorresti ingannare i
giudici per il mio bene. E come
pensi di perseguire il mio bene
se nello stesso tempo trami
contro le Leggi?".
"Il solito presuntuoso!

Anito e Licone hanno


appena terminato il loro
intervento. Il cancelliere
capovolge la clessidra ad acqua
che controlla il tempo delle
arringhe e proclama:
"E adesso la parola a
Socrate, figlio di Sofronisco!
Socrate si guarda intorno,
come se volesse prendere
tempo, si gratta dietro al collo,
d uno sguardo all'arconte-re e
subito dopo si volta verso i
giudici.
"Io non so quale
impressione abbiate provata
voi, o ateniesi, a sentire le
ragioni dei miei accusatori.
Certo che stata tale e tanta
la persuasione di costoro che,
se non si trattasse della mia
persona, anch'io crederei alle
loro parole.
Il fatto che di vero questi
cittadini non hanno detto
proprio nulla. E adesso
perdonatemi se da me non
udrete un'orazione adorna di
belle frasi. Io parler cos come
sono abituato a fare, alla buona,
ma in compenso cercher di
dire sempre il giusto, e voi solo
a questo dovrete badare: se le
cose che sto per dire... saranno
o non saranno giuste!

"Eccolo l che comincia con i


suoi discorsi tortuosi!,esclama
Eutimaco dando segni
d'insofferenza.
Per Zeus, quanto mi sta
antipatico!
"Clmati, Eutimaco! lo
prega Callione "E fammi
sentire.
"Voglio raccontarvi dice
Socrate "di uno strano episodio
che capit a Cherofonte, mio
carissimo amico fin dalla
giovinezza. Un giorno egli si
rec a Delfi e os porgere
all'oracolo questa strana
domanda: "C' qualcuno al
mondo pi sapiente di
Socrate?". E sapete che cosa
rispose Apollo Pizio? "Non c'
nessuno al mondo pi sapiente
di Socrate." Immaginatevi la
sorpresa quando Cherofonte mi
rifer il responso: che cosa avr
mai voluto dire il Dio? Io so di
non sapere n poco n molto, e
dal momento che il Dio non
pu mentire, mi chiedo: che
cosa avr nascosto sotto
l'enigma? Di ci pu essere
testimone il fratello di
Cherofonte, giacch lui non
pi tra i vivi.
"Io vorrei sapere che c'entra
tutta questa storia di
Cherofonte con l'accusa di
empiet! sbotta Eutimaco. "Se
c' qualcosa che non sopporto
in Socrate proprio il suo modo
di prendere le cose tanto alla
lontana: solo per questo lo
condannerei a morte!
"E per capire il messaggio
del Dio continua Socrate con
la massima calma "mi misi in
giro e andai da uno di quelli che
hanno fama di essere sapienti.
Il nome non ve lo dico, o
ateniesi: vi basti sapere che era
uno dei nostri uomini politici.
Ebbene, questo brav'uomo
mi parve s che avesse l'aria del
saggio, ma che poi in realt non
lo fosse per niente. Allora
provai a farglielo capire e lui
per questo mi prese in odio.
Subito dopo mi recai da alcuni
poeti: presi in mano le loro
poesie, o almeno quelle che mi
parevano migliori, e a loro
domandai che cosa volessero
dire. O cittadini... provo
vergogna nel dirvi la verit... chi
ragionava peggio, su qualunque
componimento poetico, era
proprio il suo autore!
Dopo i politici e i poeti mi
rivolsi agli artisti e indovinate
che cosa scoprii? Che costoro,
coscienti di esercitare bene la
propria professione, pensavano
di essere sapienti anche in altre
cose, magari pi importanti e
difficili. A quel punto capii che
cosa aveva voluto dire l'oracolo:
"Socrate il pi sapiente degli
uomini perch l'unico che sa
di non sapere". Nel frattempo
per mi ero attirato l'odio dei
poeti, dei politici e degli artisti;
e non a caso oggi mi vedo
accusato in tribunale da Meleto
che un poeta, da Anito che
un politico e un artista, e da
Licone che un oratore.
"Ci che hai detto, o Socrate,
sono solo insinuazioni ribatte
Meleto. "Difenditi piuttosto
dall'accusa di corrompere i
giovani.
"E come pensi, o Meleto,
che io possa corrompere i
giovani?
"Dicendo loro che il Sole
una pietra e che la luna fatta
di terra risponde Meleto.
"Io credo che tu mi abbia
scambiato con un altro: queste
cose i giovani possono leggerle
quando vogliono comprandosi
per una dracma i libri di
Anassagora di Clazomene a
ogni angolo dell'agor.
"Tu non credi negli Dei!
urla Meleto alzandosi in piedi e
minacciandolo con l'indice della
mano. Tu credi solo nei
dmoni!
"Chi sarebbero questi
dmoni? chiede Socrate senza
scomporsi. "Figli malvagi degli
Dei? Dunque affermi che non
credo negli Dei, ma solo
all'esistenza dei figli degli Dei.
E come dire che credo nei figli
dei cavalli ma non nei cavalli.

Una risata del pubblico


copre un po' la voce di Socrate.
Il filosofo attende che l'uditorio
sia di nuovo attento, dopo di
che si volge verso il secondo
accusatore.
"E tu, Anito, che chiedi la
mia morte, perch non hai
portato qui, innanzi ai giudici,
tutti quei giovani che io avrei
traviato? Per venirti incontro io
stesso avrei potuto indicarteli.
Oggi molti di loro sono
diventati vecchi e potrebbero
testimoniare contro di me,
confermando che io li ho
corrotti. Eccoli l che ci
guardano: quello Critone col
figlio suo Critobulo, e poi c'
Lisania di Sfetto, col figlio
Eschine, e ancora Antifonte di
Cefisia, Nicostrato, Paralio,
Adimanto col fratello Platone, e
vedo anche Aiantadoro con suo
fratello Apollodoro. Forse, o
Anito, potrei rabbonirti se
promettessi di andare in esilio e
di non farmi pi vedere in giro.
Ma credimi: ubbidirei solo per
farti un piacere, perch in verit
sono convinto che ci
nuocerebbe molto agli ateniesi.
Io invece non cesser mai di
stimolarvi, di persuadervi, di
rampognarvi uno per uno, di
starvi addosso tutto il giorno,
dovunque voi siate, come un
tafno che punge ai fianchi una
cavalla di buona razza che vuol
dormire, perch questo che
mi chiede il Dio Apollo. O
cittadini, la cavalla di cui sto
parlando Atene, e se voi mi
condannerete a morte, non
troverete tanto facilmente un
altro tafno che potr tener
sveglia la vostra coscienza. Ora
basta: le ragioni che potevo
dirvi le ho dette. A questo punto
dovrei fare entrare gli amici, i
parenti e i figli pi piccoli per
invocare la vostra piet, come
abitudine di molti. Anch'io ho
famiglia: ho tre figli, eppure
non ve li mostro perch in
gioco la mia e la vostra
reputazione. Il giudice non deve
graziare chi lo commuove, ma
deve solo badare alle Leggi.
Cade l'ultima goccia d'acqua
dalla clessidra.
Socrate ha terminato il suo
discorso e arretra per andarsi a
sedere su uno sgabello di legno
posto alle sue spalle. Gli amici
pi cari, con un timido
applauso, cercano di trascinare
il consenso del pubblico, ma il
tentativo cade nel disinteresse
generale. Iniziano le votazioni.

"Non ho nessun dubbio:


colpevole sentenzia Eutimaco
alzandosi in piedi. E anche se
non lo fosse, lo condannerei
ugualmente. I suoi discorsi, il
suo continuo mettere in forse le
convinzioni altrui, non sono
utili alla plis. Socrate diffonde
insicurezza: un disfattista.
Prima muore e meglio per
tutti!
"Al tuo posto io non sarei
cos sicuro ribatte Callione
con foga, "una citt che si
rispetti deve sempre avere
qualcuno che la sorvegli e
Socrate l'unico in grado di
farlo: imparziale, non un
politico e soprattutto povero.
Anche se fosse colpevole, non
ha certo agito per favorire se
stesso.
"E tu, Callione, pensi che la
povert sia un buon esempio da
dare ai giovani? Vuoi che i
nostri figli crescano come lui?
Su e gi per l'agor a chiedersi
continuamente l'un l'altro: "Che
cosa il bene? Che cosa il
male? Che cosa giusto? Che
cosa ingiusto?".
Eutimaco, senza attendere
la risposta, si alza di scatto e,
con in mano lo psephos, il
sassolino nero per la condanna
a morte, si avvia verso le urne.
Mentre passa tra gli scanni,
cerca d'influenzare anche gli
altri giudici.
"Basta con Socrate!
Togliamocelo di torno una volta
per tutte! Lui sostiene di essere
un tafno che punzecchia
Atene. Ebbene, lo prendo in
parola: ma quale cavallo non
cerca di liberarsi dei suoi tafni,
quale cavallo non lo
schiaccerebbe se solo avesse le
mani!
Callione ancora incerto:
interroga i vicini per capire
quale l'opinione della
maggioranza.
Sembra che la giuria si sia
divisa in due partiti pressoch
uguali: quelli che odiano
Socrate e quelli che sostengono
che sia il migliore uomo della
Terra. Ognuno, mentre fa la fila
davanti alle urne, difende la
propria tesi. Nel frattempo
quelli che hanno gi votato si
sistemano alla meglio sugli
scanni per fare uno spuntino.
Aprono il cesto delle vivande e
ne estraggono sardine, olive e
gallette di maza. 32
Antifonte, dopo aver chiesto
il permesso al capo degli
Undici, 33 va da Socrate e gli
porge un vassoio con fichi e
noci. I processi ad Atene
duravano l'intera giornata e ai
giudici era proibito allontanarsi
dal tribunale. Al tramonto, in
un modo o in un altro,
dovevano emettere un verdetto:
non esisteva la figura
dell'imputato in attesa di
giudizio.
Ma ecco che finalmente le
urne vengono scrutinate.

"Cittadini di Atene
proclama con solennit il
cancelliere, "questa la
sentenza emessa dagli Eliasti:
voti bianchi 220, voti neri 280.
Socrate, figlio di Sofronisco,
condannato a morte!
Un "oh di sgomento si leva
dal popolo assiepato dietro le
transenne. Critone si nasconde
il viso tra le mani. Il cancelliere,
dopo una breve pausa, riprende
la parola.
"E ora, secondo la legge di
Atene, chiediamo al condannato
di proporre lui stesso una pena
alternativa.
Socrate si alza di nuovo, si
guarda intorno e allarga le
braccia in segno di sconforto.
"Una pena alternativa? E
cosa mai ho fatto per meritarmi
una pena? Per tutta la vita ho
trascurato gli interessi
personali, la famiglia e la casa.
Non ho mai aspirato a
comandi militari n a pubblici
onori. Non mi sono
immischiato in congiure o in
altre sedizioni. Quali pene
spettano a chi ha fatto queste
cose? Non vorrei sbagliarmi,
ma credo di aver diritto solo a
un premio, quello di essere
ospitato nel Pritaneo 34 a spese
dello stato.

Un coro di proteste copre le


ultime parole.
L'assurda richiesta del
filosofo, per molti giudici,
suona come una presa in giro o
una vera e propria
provocazione. Socrate stesso si
rende conto di avere esagerato.
Riprende a parlare e cerca di
rabbonire l'uditorio: "D'accordo,
d'accordo, miei cari
concittadini: mi accorgo di
essere stato frainteso.
Qualcuno ha scambiato il mio
senso di giustizia per un atto
d'arroganza. Ma ditemi
francamente: che cosa avrei
mai potuto proporre come
pena? Il carcere? L'esilio? Una
multa in denaro? E quale multa
potrei pagare io che non ho mai
insegnato per denaro? Al
massimo sarei in grado di
offrire una mina d'argento.
La protesta si fa pi
rabbiosa. Una mina d'argento
poco pi di niente come
alternativa a una sentenza di
morte. Sembra quasi che
Socrate stia facendo di tutto per
essere condannato.
"E va bene sospira Socrate,
indicando Critone e gli altri
discepoli, "qui ci sono i miei
amici che insistono perch io
mi multi per trenta mine. Loro
stessi, a quanto pare, se ne
fanno garanti .

Inizia cos la seconda


votazione: condanna a morte o
multa per trenta mine.
Purtroppo la prima "pena
proposta dal filosofo (quella di
essere ospitato nel Pritaneo a
spese dello stato) ha talmente
irritato i giudici, che molti di
quelli che in un primo
momento si erano schierati
dalla sua parte, adesso gli si
sono messi contro.
Questa volta i sassolini
nell'urna nera sono molto pi
numerosi: 360 contro 140.
"Cittadini ateniesi" -
conclude Socrate. "temo che vi
siate presi una grande
responsabilit nei confronti
della plis. Ero vecchio: bastava
aspettare e la morte sarebbe
venuta da s, in modo naturale.
Cos facendo non avete
nemmeno la sicurezza di
avermi punito. Sapete forse che
cos' il morire? Di sicuro una
di queste due cose: o uno
sprofondare nel nulla, o
trasmigrare altrove.
Nella prima ipotesi,
credetemi, la morte potrebbe
essere un gran vantaggio: mai
pi dolori, mai pi sofferenze;
nel secondo caso, invece, avrei
la fortuna d'incontrare tanti
personaggi eccezionali. Quanto
pagherebbe ciascuno di voi per
parlare a tu per tu con Orfeo,
con Museo, con Omero o con
Esiodo? Oppure con Palamede
e con Aiace Telamonio che
morirono entrambi per essere
stati trattati in modo ingiusto.
35 Ma ecco che giunta l'ora di
andare: io a morire e voi a
vivere. Chi di noi abbia avuto il
destino migliore oscuro a tutti
fuorch agli Dei.

Perch Socrate fu
condannato a morte? A 2400
anni di distanza c' ancora chi
se lo chiede.
Gli uomini, per vivere,
hanno bisogno di certezze, e
quando queste non ci sono, c'
sempre qualcuno che se le
inventa per il bene comune.
Ideologi, profeti, astrologi, chi
in buona fede, chi solo per
interesse, sfornano di continuo
verit con cui lenire le angosce
della societ.
Se poi arriva un uomo a
sostenere che non c' nessuno
che sa veramente qualcosa,
ecco che quest'uomo diventa
improvvisamente il nemico
pubblico numero uno dei
politici e dei sacerdoti.
Quest'uomo deve morire!
Platone ha dedicato al
processo e alla morte di Socrate
ben quattro dialoghi:
- l'Eutifrone, dove vediamo
il filosofo, ancora libero, recarsi
in tribunale per conoscere le
accuse che gli sono state mosse
da Meleto; - l'Apologia, con la
descrizione del processo; - il
Critone, con la visita in carcere
del suo amico pi caro;
- il Fedone, con gli ultimi
istanti di vita e il discorso
sull'immortalit dell'anima.
Sono opere che gli editori
continuamente ripubblicano,
anche riunendole in un unico
volume, 36 e noi ne consigliamo
la lettura a tutti quelli che
volessero conoscere pi a fondo
il carattere e le idee del grande
filosofo.

Socrate non venne


giustiziato subito dopo il
processo. Proprio in quei giorni,
infatti, era partita l'ambasceria
per Delo e la tradizione voleva
che durante il viaggio della
Nave Sacra fossero proibite le
esecuzioni capitali. 37 Dopo una
ventina di giorni lo troviamo
ancora in carcere con il suo
compaesano e coetaneo
Critone.

l'alba: Socrate sta


dormendo ancora e Critone gli
si siede accanto in silenzio. A
un certo punto il filosofo si
ridesta di colpo, vede l'amico e
gli chiede:
"Che fai qui, o Critone, a
quest'ora? Non troppo presto
per i visitatori?
"S, presto: appena
l'alba.
"E come hai fatto a
entrare?
"Ho dato una mancia al
messo degli Undici.
"E sei qui da molto?
"Da molto.
"E perch non mi hai
svegliato subito?
"Perch dormivi cos
tranquillo che mi sembrava un
peccato svegliarti risponde
Critone.
"Io mi chiedo come tu possa
trovare tanta serenit in questa
sventura!
"Sarebbe strano il contrario,
o Critone risponde Socrate
sorridendo, "pensa come sarei
ridotto se alla mia et mi
rammaricassi di dover morire .
Critone, nel dialogo che
porta il suo nome, si comporta
un po' come il dottor Watson
con Sherlock Holmes: il
maestro parla e lui lo
interrompe solo per dire "Dici
giusto, o Socrate oppure "E'
proprio cos, o Socrate". In
compenso il filosofo ha molto
pi tatto del suo collega inglese:
non umilia mai l'amico con un
impietoso "Elementare,
Critone!. Alla fine ci si rende
conto che il dialogo altro non
che un monologo di Socrate.
"Perch sei venuto cos
presto, mio buon Critone?
"Sono qui, o Socrate, per
recarti una notizia dolorosa
risponde Critone con tono
disperato.
"Alcuni amici mi hanno
riferito che la Nave di Delo ha
appena doppiato il capo Sunio.
Oggi, o al massimo domani,
dovrebbe arrivare ad Atene.
"E che c' di strano? Prima o
poi doveva arrivare replica
Socrate, "vuol dire che cos
piaciuto agli Dei.
"Non parlare in questo
modo e lasciati persuadere a
mettere in salvo la vita. Ho gi
preso accordi con i carcerieri:
non neanche molto il denaro
che mi chiedono per farti
fuggire. E comunque si sono
offerti di finanziare la tua fuga
anche Simmia di Tebe, Cebete e
moltissimi altri.
Fa' che un domani nessuno
possa dire: "Critone, per non
spendere il suo denaro, non
aiut Socrate a fuggire".
"Sono pronto a prendere la
fuga: prima per vorrei che
decidessimo insieme se sia
giusto che io tenti di uscire dal
carcere contro il volere degli
ateniesi. Giacch se giusto lo
faremo, e se ingiusto ci
asterremo dal farlo "
"Dici bene, o Socrate
"Non credi tu, o Critone, che
nella vita per nessuna ragione
si deve commettere
ingiustizia?
"Per nessuna ragione.
"Neanche se prima ci stata
fatta ingiustizia?
"Neanche in questo caso.
"E supponiamo che proprio
nel momento in cui io sto per
svignarmela ci venissero
incontro le Leggi e ci
domandassero: "Dicci, o
Socrate, che cosa hai in mente
di fare? Non mediti forse di
distruggere noi, che siamo le
Leggi, e con noi tutta la citt?".
In tal caso, che cosa potremmo
rispondere noi a queste e ad
altre simili parole?
Risponderemmo forse che
prima della fuga ci fu inflitta
un'ingiusta condanna?
"Certo: questo
risponderemmo.
"E se le Leggi mi dicessero:
"Sappi, o Socrate, che bisogna
ubbidire a tutte le sentenze,
giuste o ingiuste che siano,
giacch l'intera esistenza
dell'uomo regolata dalle
Leggi. Non fummo forse noi a
darti la vita? E non stato
grazie a noi che tuo padre ha
preso in moglie tua madre e ti
ha generato? E non fummo
sempre noi a insegnarti a
rispettare la patria e a non
indietreggiare davanti al
nemico?". Se queste fossero le
domande, che cosa potremmo
rispondere: che dicono il vero o
che dicono il falso?
"Che dicono il vero."
"E ciononostante tu vorresti
che io, dopo essermi travestito
buffonescamente con una
palandrana, magari con abiti da
donna, scappassi da Atene, per
andare in Tessaglia, l dove gli
uomini sono soliti vivere nel
disordine e nella dissolutezza, e
tutto questo per prolungare di
qualche annetto una vita che
ormai volge alla fine. E quali
ragionamenti potrei ancora fare
sulla virt e sulla giustizia dopo
aver infranto le Leggi?
"Nessuno, in verit.
"Come vedi, mio buon
amico, non mi proprio
possibile fuggire; se per tu sei
convinto di potermi ancora
persuadere, parla: ti ascolter
con la massima attenzione.
"Oh, mio Socrate, io non ho
nulla da dire!
"E allora rassegnati, o
Critone, ch questo il sentiero
per il quale ci conducono gli
Dei.

Il giorno dopo quello


dell'esecuzione. Gli amici si
danno appuntamento davanti
alla porta del carcere e
attendono con impazienza che
il capo degli Undici li faccia
entrare. Ci sono quasi tutti: c'
il fedele Apollodoro,
l'onnipresente Critone con il
figlio Critobulo, il giovane
Fedone, Antistene il cinico,
Ermogene il povero, 38 Epigene,
Menesseno, Ctesippo ed
Eschine, il figlio del salsicciaio.
Qualcuno venuto da lontano
come i tebani Simmia e Cebete,
o come Terpsione ed Euclide
che sono di Megara. Tra i
discepoli pi noti mancano
Aristippo, Cleombroto e
soprattutto Platone che, a
quanto pare, proprio quel
giorno aveva la febbre.
Quando i discepoli entrano
nella cella trovano il maestro in
compagnia di Santippe e del
figlio pi piccolo. Alla vista dei
nuovi venuti la donna si mette
a urlare disperatamente.

"O Socrate, questa l'ultima


volta che gli amici parleranno a
te e tu a loro!
Al che il filosofo si rivolge a
Critone e gli dice: "Qualcuno
per cortesia la riporti a casa.
"Ma tu muori innocente!
protesta Santippe mentre la
trascinano fuori dalla cella.
"E che volevi risponde
Socrate, "che morissi
colpevole?
Nel frattempo uno dei
carcerieri ha provveduto a
staccare la catena dalla caviglia
del prigioniero.
"Che strana cosa sono il
piacere e il dolore dice Socrate
massaggiandosi la caviglia
indolenzita "semhra che
ognuno di loro segua sempre il
suo contrario e che tutti e due
non vogliano mai trovarsi
insieme nella stessa persona.
Mentre prima, sotto il peso
della catena, nella mia gamba
c'era solo il dolore ecco che gi
sento, dietro di lui,
sopraggiungere il piacere. Se
Esopo avesse riflettuto su
questo rapporto dolore piacere,
di sicuro ne avrebbe fatto una
bellissima favola.
Quindi la conversazione si
sposta sul tema della morte e
dell'aldil. Socrate in proposito
accenna a un qualcosa che
potrebbe somigliare all'Inferno
e al Paradiso.
"Io ritengo che ai morti sia
riservato un futuro dice
testualmente il maestro "e che
questo futuro sia migliore per i
buoni che non per i cattivi.
Inizia cos la discussione
sull'immortalit dell'anima. Il
tebano Simmia, paragonando il
corpo a uno strumento
musicale e l'anima all'armonia
che nasce da tale strumento,
sostiene che una volta rotta la
lira (ovvero il corpo), muore
con essa anche l'armonia (e
cio l'anima).
Cebete non d'accordo e
avanza l'ipotesi della
reincarnazione.
"L'anima come un uomo
che nella vita abbia consumato
molti mantelli. Tutti i mantelli,
ovvero tutte le reincarnazioni,
saranno meno longevi del loro
proprietario, a eccezione
dell'ultimo che vivr pi a
lungo di lui.
In altre parole, secondo
Cebete, quando uno muore,
potrebbe avere la disgrazia di
essere arrivato all'ultimo turno,
e di concludere in questo modo
la sua vita. Socrate di parere
contrario e sostiene la tesi
dell'immortalit dell'anima.
Tutti s'infervorano a tal punto
che Critone costretto a
intervenire per rimproverare il
maestro.
"Il carceriere, o Socrate, ti
raccomanda di parlare il meno
possibile. Egli afferma che se ti
accalori troppo il veleno non
avr molto effetto sul tuo corpo
e lui sar costretto a farti bere il
farmaco due e forse anche tre
volte.
"E tu digli di prepararne due
o tre porzioni, per adesso, per
cortesia, ci lasci parlare.
Dopo di che si rivolge ai
discepoli e ricomincia a
discutere dell'anima.
"Solo i malvagi possono
augurarsi che dopo la morte ci
sia il nulla, ed logico che cos
la pensino, perch nel loro
interesse. Io invece sono sicuro
che essi vagheranno angosciati
nel Tartaro e che solo chi ha
trascorso la vita in onest e
temperanza sar ammesso a
vedere la Vera Terra.
"Cosa vuoi dire, o Socrate,
con l'espressione "Vera
Terra"? chiede Simmia
alquanto perplesso.
"Sono persuaso risponde
Socrate "che la Terra sferica.
Essa non ha bisogno di un
appoggio per restare dov',
perch trovandosi al centro
dell'Universo, non saprebbe
dove cadere. Inoltre sono
convinto che molto pi vasta
di quanto non sembri e che noi,
conoscendone solo quella parte
che va dal Fasi alle colonne
d'Ercole, 39 siamo come
formiche o ranocchi che vivono
intorno a un piccolo stagno. Gli
uomini sono convinti di abitare
la sommit della Terra e invece
si trovano in una sua cavit,
allo stesso modo di chi, vivendo
in fondo a un abisso marino,
scambiasse la superficie del
mare per la volta del cielo. Si
dice che la Vera Terra abbia
l'aspetto di una palla di cuoio a
dodici pezzi 40 e che sia
iridescente e intarsiata di
diversi colori.
In alcune parti di essa ha lo
splendore dell'oro e in altre
pi bianca della neve, in altre
ancora argentea o porporina.
Le stesse sue cavit, viste
dall'esterno, essendo piene di
acqua o di aria, rifulgono in una
iridescente variet di colori.
Cos pure gli alberi, i frutti, i
fiori, i sassi e le montagne della
Vera Terra sono cos levigati e
trasparenti che al loro
confronto diventano opache
quelle piccole pietre che
quaggi hanno tanto valore. In
quel luogo, uomini beati
abitano le rive dell'aria cos
come noi quaggi viviamo sulle
rive del mare.
"Chi dice queste cose?
chiede sensatamente Simmia.
Socrate ignora l'interruzione
e prosegue:
"Per contro, nella profondit
della Terra c' quella grande
voragine che Omero e molti
altri poeti hanno chiamato
Tartaro. Qui confluiscono tutti i
fiumi e di qui tutti i fiumi
defluiscono di nuovo. Di questi,
quattro sono da ricordare: il
fiume Oceano che scorre
intorno alla Terra, l'Acheronte
che gira in senso contrario e
termina in una palude chiamata
Acherusiade, il Piriflegetonte
che, essendo di fuoco, appena
trova un varco erompe dalla
Terra sotto forma di lava, e
infine il quarto fiume, il Cocito
che, girando a spirale,
sprofonda fra le viscere della
Terra e si getta anche lui nel
Tartaro. Qui, nella palude
Acherusiade, vengono portate le
anime di coloro che si sono
macchiati di gravi colpe. Alcune
di esse, avendo agito in un
momento di collera, dopo un
periodo pi o meno lungo
potranno risalire in superficie;
altre, invece, per la gravit dei
loro crimini sono condannate in
eterno. Questa dunque la
sorte che tocca alle anime dei
viventi: i tristi nel Tartaro e i
puri sulla Vera Terra. Ecco
perch giovevole nella vita
acquistare virt e saggezza con
la filosofia; giacch bello il
premio e grande la speranza!

"Credi davvero nelle cose


che hai detto, o Socrate, torna
alla carica Simmia.
"Crederci forse non si addice
a un uomo assennato, ma in
compenso procura un grande
benessere interiore...
Proprio in quel momento
uno schiavo appare sulla soglia:
ha tra le mani un recipiente di
marmo con la cicuta da pestare.
"Ecco che il destino mi
chiama dice Socrate alzandosi
in piedi.
"Hai qualche ordine da
darci? mormora Critone,
cercando di non far trapelare la
disperazione.
"In che modo vuoi essere
seppellito?
"Come pi vi piace,sempre
che riusciate a pigliarmi e non
vi sgusci tra le mani risponde
ridendo Socrate. "Ma insomma,
mio buon Critone, come posso
convincerti che Socrate sono
solo io, quello che adesso sta
conversando con te, e non
quell'altro che tra poco vedrai
cadavere su questo lettino?
Il tempo stringe. Vengono
fatti entrare per gli ultimi saluti
Santippe, Mirto e i tre bambini.
Socrate li abbraccia
affettuosamente e poi li invita a
uscire. Apollodoro non riesce
pi a trattenere le lacrime.
Entra di nuovo il messo degli
Undici.
"O Socrate dice il
carceriere, "io certo non dovr
lagnarmi di te, come accaduto
con altri che, prima di morire,
hanno inveito contro Atene e
mi hanno stramaledetto.
Durante la tua reclusione ho
avuto modo di conoscerti e
posso ben dire che sei la
persona pi buona e pi mite
fra quante siano mai capitate in
questo luogo.
Appena pronunziate queste
parole, il messo degli Undici
scoppia in lacrime ed esce dalla
cella. Socrate un po'
imbarazzato: non sa pi che
dire, poi, per dissolvere il clima
di commozione venutosi a
creare, si rivolge a Critone e lo
invita a far entrare lo schiavo
con la cicuta.
"Perch tutta questa fretta,
mio caro amico: il sole non
ancora tramontato protesta
Critone. "Io so di condannati
che hanno atteso l'ultimo
raggio per bere il farmaco e di
altri che si sono decisi
all'estremo passo solo dopo
aver mangiato a saziet e aver
fatto l'amore con una donna
scelta per l'occasione.
" naturale che ci si
comporti cos, quando si ritiene
vantaggioso ritardare il
momento della morte ribatte
Socrate "ma naturale che io
faccia esattamente il contrario,
giacch, manifestando un
eccessivo attaccamento alla
vita, diventerei patetico e
smentirei in un solo attimo
tutto quello che ho sempre
predicato.
Entra l'uomo con la tazza
del veleno.
"Brav'uomo gli si rivolge
Socrate, "tu che di queste cose
te ne intendi, che cosa si deve
fare in simili circostanze?
"Niente altro che bere e
camminare su e gi per la
stanza risponde lo schiavo.
"Poi, quando comincerai a
sentirti vacillare sulle gambe
sdraiati sul lettino e vedrai che
il farmaco far tutto da s
"Pensi che con una bevanda
simile si possa brindare a
qualche Dio? chiede Socrate.
"Noi di queste cose non ci
occupiamo: ci limitiamo a
pestarne quel tanto che basta.
Cos dicendo lo schiavo
porge il veleno a Socrate il
quale, senza tremito alcuno, lo
tracanna tutto d'un fiato. Un
gesto improvviso, definitivo,
che sconvolge tutti i presenti,
anche quelli che fino allora
erano riusciti a trattenere le
lacrime.
Critone disperato, si alza
ed esce dalla cella. Apollodoro,
che gi da prima aveva le
guance rigate di pianto, si mette
a singhiozzare disperatamente.
Fedone piange con il viso
nascosto tra le mani.
Il povero Socrate non sa che
fare: passa dall'uno all'altro,
cercando di dare un po' di
conforto a ognuno: rincorre
Critone e lo riporta nella cella,
accarezza i capelli di
Apollodoro, abbraccia Fedone e
asciuga le lacrime a Eschine.
"Ma come? Che vi piglia?
protesta Socrate, tra un gesto
consolatorio e l'altro. "Ho fatto
uscire Santippe proprio per
evitare simili scene incresciose:
non mi sarei mai immaginato
che vi sareste comportati
peggio. Siate forti e sereni, o
amici, come si addice ai filosofi
e agli uomini giusti.
A queste parole i discepoli si
vergognano un po' di essersi
lasciati andare e Socrate ne
approfitta per passeggiare
avanti e indietro nella cella,
come gli era stato suggerito
dallo schiavo.
Dopo qualche minuto,
sentendo le gambe sempre pi
pesanti, si sdraia sul lettino e
attende con calma la fine. Lo
schiavo gli preme con forza una
gamba e gli chiede se avverte la
pressione della mano. Socrate
risponde di no: il veleno sta
facendo il suo dovere. Ormai
anche il ventre ha perduto ogni
sensibilit.
"Ricordati, o Critone, che
siamo debitori di un gallo ad
Asclepio sussurra Socrate,
"restituisciglielo per mio conto,
non te ne dimenticare.
"Sar fatto lo rassicura
Critone. "Non vuoi nient'altro?
Hai ancora qualcosa da dirmi?
Ma Socrate non risponde
pi.

Qualche giorno dopo gli


ateniesi si pentono di aver
condannato Socrate: chiudono
per lutto i ginnasi, i teatri e le
palestre, mandano in esilio
Anito e Licone e condannano a
morte Meleto.

La vita di Socrate fa tutt'uno


col suo pensiero.
Lui, in pratica, non ha fatto
altro che cercare la verit in
ogni persona con la quale
riuscito a mettersi in contatto:
ha braccato gli uomini come un
cane da caccia, li ha bloccati agli
angoli delle strade, li ha
tempestati di domande e li ha
costretti a guardarsi dentro nel
profondo dell'animo.
Con tutto il rispetto per la
statura morale del filosofo,
sono convinto che molti ad
Atene devono averlo evitato
come la peste. Non appena la
sua figura tracagnotta appariva
sotto la Porta Sacra doveva
esserci un fuggi fuggi generale,
al grido di: "Oilloco, oilloco,
fuitavnne!. 41

Platone nel Lachete


racconta che "chiunque veniva
avvicinato da Socrate e si
metteva a parlare con lui,
qualunque fosse l'argomento
della conversazione, non poteva
pi andar via senza aver prima
reso conto di s 42 e Diogene
Laerzio aggiunge che molte
volte "i suoi interlocutori, per
potersene liberare, lo
prendevano a pugni e gli
strappavano i capelli. 43
Con ogni probabilit, da
giovane avr cominciato anche
lui a studiare la natura e le
stelle, cos come erano soliti
fare tutti quelli che si
occupavano di filosofia, poi un
bel giorno si accorse che della
fisica non gliene importava
nulla e allora concentr tutta la
sua attenzione sul problema
della conoscenza e sull'etica. A
chi gli proponeva un bel viaggio
a scopo d'istruzione, o magari
anche una scampagnata,
rispondeva sorridendo: "Ma
cosa vuoi che mi possano
insegnare gli alberi e la
campagna, quando qui in citt
ho a disposizione tutti gli
uomini che voglio e tutti cos
istruttivi?. 44

Per sintetizzare al massimo


il pensiero di Socrate vi
proponiamo qui di seguito tre
argomenti socratici: la
maieutica, l'universale e il
demone.

La maieutica.
Quando Socrate dice "So di
non sapere, non nega
l'esistenza della verit (come
avevano fatto i sofisti) ma ne
incita la ricerca.
come se dicesse: "Guagli,
la verit esiste, anche se io non
la conosco; per, siccome non
posso credere che uno che l'ha
conosciuta non ne tenga conto,
penso che sia indispensabile
raggiungere la "conoscenza".
Solo cos, infatti, potremo
sapere con sicurezza da che
parte sta il Bene.

Cerchiamo adesso di
descrivere la mente umana
come deve essersela
immaginata Socrate: al centro
un enorme cumulo di erbaccia e
sotto di esso, ben nascosta, la
verit, ovvero la giusta
valutazione dei comportamenti,
il "senso delle cose. Che fare,
si chiede Socrate, per giungere
alla conoscenza? Innanzitutto
liberarsi dell'erbaccia e poi tirar
fuori la verit. Per la prima fase,
che potremmo chiamare
"operazione piazza pulita o
pars destruens per gli amanti
del latino, Socrate si serve
dell'ironia. La parola viene dal
greco e vuol dire "interrogare
dissimulando (da eiromai,
interrogare, e eirone uomai
dissimulare). Nessuno pi di lui
maestro in questa arte.
Manifestando la pi assoluta
ignoranza e sprovvedutezza,
finge sempre di voler imparare
dal suo interlocutore: gli chiede
continue precisazioni e alla fine
lo mette di fronte alle sue
stesse contraddizioni.
L'erbaccia infatti, di cui
parlavamo prima, l'insieme
dei pregiudizi, dei falsi ideali e
delle superstizioni che
occupano la nostra mente. Una
volta liberato il campo da
queste scorie, bisogna tirar
fuori la vera conoscenza ed
qui che interviene la maieutica,
ovvero "l'arte del far partorire le
menti. Socrate nel Teeteto,
ricordandosi della madre, ce ne
d una descrizione: "Il mio
lavoro di ostetrico rassomiglia
in tutto a quello delle levatrici,
solo che loro operano sulle
donne e io sugli uomini, loro
sui corpi e io sulle anime. 45
Socrate non si presenta
come depositario di una "sua
verit, al massimo aiuta gli
altri a cercarla in se stessi,
"giacch egli dice "sono sterile
di sapienza, ed per questo che
il Dio (Apollo) mi costrinse a
fare da ostetrico, pur
vietandomi di generare.
E' chiaro che, per esercitare
la maieutica, Socrate ha
bisogno del dialogo), ovvero
d'improvvisare il suo discorso a
seconda degli stimoli che gli
offre l'interlocutore. Nessuno
scritto, egli dice, potrebbe avere
un'eguale efficacia, anche
perch non sapendo nulla cosa
mai avrei potuto scrivere?".
Socrate, del resto, diffidava
profondamente della scrittura,
come risulta dalla favola che
Platone gli fa raccontare nel
Fedro. 46

"C'era una volta un Dio


egiziano che si chiamava
Theuth. Egli fu l'inventore dei
numeri, della geometria,
dell'astronomia, del gioco dei
dadi e della scrittura. Un giorno
Theuth and da Thamus, il re
dell'Alto Egitto, e gli present
tutte le sue invenzioni. Quando
giunsero all'alfabeto, Theuth
disse: "Questa scienza sar una
medicina miracolosa per la
sapienza e per la memoria dei
tuoi sudditi". E il re rispose: "O
ingegnoso Theuth, il tuo
alfabeto produrr proprio il
contrario di ci che vai dicendo.
Gli egiziani, infatti, fidandosi
della sapienza scritta, non
eserciteranno pi la memoria e
richiameranno le cose alla
mente non pi dall'interno di se
stessi, come dovrebbero, ma dal
di fuori, attraverso segni
estranei".
Fedro, quando si accorge
che Socrate si inventato la
favola di sana pianta, protesta
vivacemente e il filosofo gli
risponde: A voi giovani l'unica
cosa che importa sapere se ho
raccontato un aneddoto vero o
falso e sottovalutate il fatto che
contenga la verit che
cerchiamo.
Dopo di che aggiunge."La
scrittura simile alla pittura:
come le figure dipinte non
parlano quando le interroghi,
cos le parole scritte non sanno
rispondere che sempre nello
stesso modo, quello scelto
dall'autore quando ha scritto il
libro.

Ho sempre avuto il sospetto


che Socrate, come Ges del
resto, non sapesse n leggere n
scrivere. Il fatto che Diogene
Laerzio dica che abbia scritto
una favola esopica non significa
proprio niente: potrebbe averla
dettata a uno scriba. A chi
obietta che un uomo
intelligente come Socrate non
poteva non aver imparato a
scrivere, rispondo che anche
oggi ci sono milioni di persone
intelligentissime che non
hanno ancora imparato a usare
il computer, bench sia
sufficiente una settimana per
impratichirsi nella
videoscrittura. La verit che a
quei tempi erano pochissimi a
saper leggere e scrivere:
Plutarco 47 racconta di un
ateniese che, essendo
analfabeta, per incidere il nome
di Aristide sugli straka, si
rivolse proprio a lui. Alla
domanda di Aristide: se
conoscesse l'uomo che voleva
mandare in esilio, il cittadino
rispose che non lo conosceva,
ma che non ne poteva pi di
sentir dire da tutti che era un
uomo giusto; al che Aristide
scrisse il proprio nome nelle
liste e non disse pi nulla.

L'universale.
Nei dialoghi platonici
Socrate solito chiedere ai suoi
interlocutori la definizione di
un valore morale, e
regolarmente costoro
rispondono citando un esempio
particolare. Al che Socrate si
mostra insoddisfatto e insiste
per ottenere una definizione
"pi universale. 48
SOCRATE: Sapresti dirmi, o
Menone, che cosa la Virt?
MENONE: E che ci vuole a
dirlo! La Virt dell'uomo sta
nell'essere capace di svolgere
bene un'attivit politica,
nell'aiutare gli amici e nel
danneggiare i nemici. La Virt
della donna consiste invece nel
sapere amministrare la casa e
nell'essere fedele al marito. Poi
c' la Virt del fanciullo, quella
del vecchio, quella. . .
SOCRATE: Ma tu guarda
che fortuna questa mattina!
Cercavo una Virt sola e ne ho
trovato uno sciame... A
proposito di sciame, o Menone,
secondo te esistono molti tipi di
api?
MENONE: Molti certamente
e ogni tipo differisce dall'altro
per grandezza, bellezza e colore.
SOCRATE: E tra tutte
queste diversit, c' qualcosa
che ci fa dire: "Oh, ecco,
un'ape!?
MENONE: S, il fatto che, in
quanto ape, non molto diversa
dalle altre api. 49
SOCRATE: Quindi sei
capace di riconoscere un'ape a
prescindere dal tipo a cui
appartiene E se ti chiedessi che
cosa la Bont?
MENONE: Ti risponderei
che vuol dire aiutare il
prossimo e dare del denaro a un
amico che non ne possiede.
SOCRATE: Mentre se aiuti
uno che non ti amico, non
un atto di Bont.
MENONE: Nossignore,
anche se aiuto uno che non
amico, una buona azione.
SOCRATE: E se nel dare il
denaro a un amico, tu sapessi
che lui se ne servir per
commettere una cattiva azione,
sarebbe ancora una buona
azione la tua?
MENONE: No, in questo
caso no di certo.
SOCRATE: Allora
ricapitoliamo: dare del denaro a
un amico potrebbe essere e non
essere una buona azione,
mentre potrebbe essere una
buona azione dare del denaro a
uno che non amico.

A questo punto Menone va


in tilt e Socrate, il bulldozer,
continua imperterrito a
dimostrargli che tutte le buone
azioni possibili e immaginabili
hanno un qualcosa in comune e
che solo questo qualcosa in
comune, questa "essenza, la
Bont. Si arriva cos al concetto
di universale che prelude al
mondo delle idee di Platone.
Resta il dubbio che tutto questo
Socrate non l'abbia mai detto, e
che sia Platone a servirsi di lui
per introdurre la pi nota delle
sue teorie.

Il dmone.
"Un giorno accadde un fatto
molto strano: eravamo un
gruppo di amici e stavamo
ritornando ad Atene dopo
essere stati a pranzo a casa di
Andocide. Con noi c'erano
Socrate, il flautista Carillo,
l'indovino Eutifrone, Cebete e
alcuni giovani ateniesi. L'umore
della brigata era allegro, come
spesso accade quando si
appena smesso di bere: i pi
giovani cantavano in coro e
Socrate prendeva in giro
Eutifrone per le sue arti
divinatorie. Quand'ecco che
all'improvviso vediamo il
nostro maestro fermarsi,
restare per un attimo assorto e
poi cambiare strada: invece
d'imboccare via degli Ermoglifi,
come avrebbe dovuto fare per
raggiungere l'agor, gir per via
dei Cassai. A chi gli chiese il
perch di questa decisione, lui
rispose che cos gli era stato
consigliato dal dmone. I
giovani risero a questa battuta e
continuarono a scendere per via
degli Ermoglifi, insieme al
flautista Carillo, mentre noi
anziani, anche per non lasciarlo
solo, seguimmo Socrate per via
dei Cassai.
Quelli che presero la strada
pi breve, dopo un centinaio di
metri, proprio all'altezza del
tribunale, s'imbatterono in un
branco di scrofe che proveniva
in senso contrario. Il branco era
cos numeroso e cos compatto,
che molti di loro furono
costretti a tornare sui loro
passi. Il flautista Carillo, che
invece volle attraversarlo,
giunse all'agor con le gambe e
gli abiti tutti lordati di fango.
Questa storia si trova in uno
scritto di Plutarco intitolato per
l'appunto: Il dmone di Socrate.
50 Il personaggio che racconta

l'indovino Teocrito.

Qual era secondo voi la vera


natura del dmone di Socrate?
chiede Teocrito alla fine del
racconto.
"Anch'io ho sentito parlare
di un dmone, a proposito di
Socrate risponde uno dei
presenti.
"Un megarese mi ha riferito
che si trattava di un semplice
starnuto: a seconda che Socrate
sentiva uno starnuto provenire
da destra o da sinistra, da dietro
o davanti, prendeva l'una o
l'altra decisione. Per quanto
riguarda invece i propri
starnuti, tutto dipendeva da
quando gli veniva la voglia, se
in movimento o da fermo: nel
primo caso si bloccava e nel
secondo proseguiva in ci che
stava per fare. Questo quanto
mi hanno raccontato anche se,
in verit, non credo affatto che
un uomo come Socrate possa
essersi fatto guidare da simili
sciocchezze.

A parte le dicerie di
Plutarco, lo stesso Socrate,
durante il processo, dichiara di
possedere un dmone che lo
consigliava nei momenti
difficili.
". . . come una voce che ho
dentro di me fin da fanciullo; la
quale, ogni volta che si fa
sentire, sempre per
dissuadermi dal fare qualcosa,
mai per farmi agire. In
particolare, essa mi sconsiglia
di occuparmi di politica. 51

Le interpretazioni del
dmone sono innumerevoli: si
va dallo spirito guida, all'angelo
custode, alla coscienza critica,
al sesto senso, all'intuizione e
via dicendo. La mia opinione
che si tratti di un jolly, che
Socrate si era voluto riservare
per non essere costretto, ogni
volta, a motivare le sue
decisioni.

(da Storia della filosofia


greca, volume secondo).
Il Simposio

Il tema dell'Amore fu
l'argomento principale di una
celebre cena, tenutasi ad Atene
2407 anni fa (anno pi, anno
meno) in casa del poeta tragico
Agatone. Oltre al padrone di
casa erano presenti i seguenti
signori: Fedro, Eurissimaco,
Pausania, Aristofane, Socrate e
Aristodemo (quest'ultimo, in
verit, non invitato). Sul tardi
arriv anche Alcibiade con il
suo seguito. Tutto quello che
venne detto in tale occasione fu
trascritto fedelmente, parola
per parola, da Platone nel pi
bello dei suoi dialoghi: il
Simposio.
"Simposio", detto alla
buona, vuol dire banchetto.
Quello greco, in particolare,
aveva regole molto rigide:
prima ci si lavava le mani, poi
gli schiavi portavano il cibo,
quindi ci si lavava di nuovo le
mani e infine si ascoltava una
flautista suonare. Il clou del
simposio, per, stava tutto nel
finale, e per la precisione nel
momento in cui si cominciava a
bere e a parlare: i commensali
si mettevano in testa una
coroncina di alloro, forse in
onore di Apollo, e sceglievano il
tema della serata. Il vino, in
genere, era molto allungato, un
po' perch costava caro e un po'
perch bevuto allo stato puro
era considerato un veleno. La
misura degli annacquamenti
variava alquanto: si oscillava
dalle tre parti di acqua e una di
vino alle tre parti di acqua e due
di vino, e si arrivava a tanto
solo nel caso che ci si volesse
ubriacare.
Il dialogo inizia con
Aristodemo e Socrate che
s'incontrano per caso lungo una
strada di Atene, una di quelle
strade, precisa Platone, "che
sembrano fatte apposta per
parlare e camminare.

Aristodemo vide Socrate


lavato da capo a piedi e calzato
con i sandaletti, cosa che faceva
alquanto di rado, e gli chiese
dove andasse cos in ghingheri.
E Socrate gli rispose:
"Vado a cena da Agatone,
giacch ieri, alla sua vittoria me
ne sono scappato per paura
della confusione. Gli ho
promesso, per, che sarei
tornato oggi per i
festeggiamenti, ed ecco il
motivo per il quale mi sono
fatto cos bello: per andare da
bello in casa di un bello. Tu,
piuttosto, cosa ne penseresti di
venire a cena con me, seppure
non invitato?
Aristodemo disse:
"Ci verrei senz'altro, sempre
per che la mia presenza fosse
di tuo gradimento.
E Socrate:
"Allora seguimi, o
Aristodemo, in modo che
potremo avvalorare il proverbio
che dice: 'A tavola dei grandi,
vanno i grandi senza invito".

In realt il proverbio non


diceva affatto cos (per la
precisione, diceva che a casa
degli umili vanno i grandi senza
invito), ma dal momento che
agaths voleva dire anche
"buono e nobile, Socrate
subito ne approfitt per farci
sopra un gioco di parole.
Comunque, umile o grande che
fosse, il giovane Aristodemo
s'imbuc lo stesso, e noi, da
queste poche battute, abbiamo
capito che anche a quell'epoca
c'era il problema degli imbucati.
Venivano chiamati parasitoi nel
senso di "coloro che mangiano
con''.

Una volta giunti alla porta di


Agatone, Socrate disse ad
Aristodemo di avviarsi da solo
giacch lui voleva sostare un
attimino a riflettere.
Dopo di che si blocc in
mezzo alla strada, in pratica
come una statua di marmo, e si
mise a pensare. A Socrate
capitava spesso questo fatto di
estraniarsi dal resto del mondo:
una volta (si dice) lo avrebbe
fatto per un'intera notte, non
solo, ma a piedi nudi in mezzo
alla neve. Quella volta del
Simposio, invece, ci rest solo
un paio d'ore e giunse a tavola
quando gli altri erano quasi alla
frutta.
"O Socrate gli disse allora
Agatone, facendogli spazio sul
triclinio, "distenditi accanto a
me, e fa' che io pure possa
avvalermi, toccandoti, della
sapienza che ti venuta
incontro fuori della mia porta.
"Sarebbe bello, o Agatone
rispose prontamente Socrate
"che la sapienza fosse di tale
natura che, come l'acqua,
scorresse dal pi pieno al pi
vuoto. In questo caso, per,
avvicinandomi a te, sarei io a
riempirmi della tua sapienza,
dal momento che la mia
robetta di poco conto, mentre la
tua cos grande che stata
capace di farti prevalere su tutti
i poeti davanti a trentamila
Elleni!.
Chiaramente Socrate lo
stava sfottendo e Agatone se ne
accorse subito, tant' vero che
gli rispose alquanto risentito:
"Sei insolente, o Socrate, ma tra
poco sar qui Dioniso a
constatare chi di noi due pi
pregno di sapienza Ora, per, tu
pensa a mangiare!.

Andata via la flautista, prese


la parola Eurissimaco
"Se siete tutti d'accordo
disse l'insigne medico, "io
proporrei come argomento
della serata l'Amore. Che
ciascuno, procedendo da destra
verso sinistra, faccia un bel
discorso in lode del Dio, e che
sia il giovane Fedro a
cominciare, dal momento che
lui anche il primo da destra.

Inizi cos la lunga


carrellata degli oratori.
Fedro all'epoca era poco pi
di un ragazzo e, con ogni
probabilit, quello per lui
doveva essere il primo
simposio: non si sbilanci
quindi pi di tanto e si
mantenne sulle generali.
"Amore un Dio potente e
meraviglioso per molte ragioni,
non ultima la nascita: deve
essere considerato infatti il pi
antico degli Dei, e, ove mai ne
dubitassimo, ce lo conferma
Esiodo allorquando sostiene
che fu lui il primo a emergere
dal Caos. Ebbene, amici, cos
come Amore un Dio
meraviglioso, anche coloro che
amano sono a loro volta
meravigliosi, giacch sono tutti
disposti a sacrificarsi per la
persona amata. Alcesti alla fin
fine fu l'unica ad accettare la
morte al posto del marito,
sebbene questi avesse ancora in
vita entrambi i genitori. Ci
detto, io affermo che chi ama
pi divino di chi amato, dal
momento che solo lui pervaso
dal Dio.

Il secondo a parlare fu
Pausania, un amico di Platone,
da non confondere con l'altro
Pausania, il viaggiatore, quello
che scrisse la Guida della
Grecia.
"Ho l'impressione, o Fedro,
che tu abbia parlato di Amore
come se si trattasse di un unico
Dio, laddove essi sono almeno
due, e noi tutti vorremmo
sapere quale dei due di questi
Dei sia il pi degno di essere
onorato. Esiste infatti l'amore
celeste di Afrodite Urania e
quello volgare di Afrodite
Pandemia. Ebbene, sapete cosa
vi dico? Che l'amore volgare di
Afrodite Pandemia davvero
volgare. Gli uomini che lo
praticano corrono dietro alle
donne, desiderano i loro corpi
pi delle loro anime e, intenti
come sono a raggiungere uno
scopo cos modesto, finiscono
col prediligere le persone pi
stupide, per l'appunto le donne.
Al contrario il vero amatore,
quello celeste, preferisce i
maschi, ammirandone la natura
forte e l'intelligenza pi viva.
Purtroppo da noi, in Grecia, la
norma non sempre chiara: in
Elide, in Beozia e presso i
Lacedemoni, onesto amare i
maschi, nella Ionia e nei paesi
barbari invece, proprio perch
governati da tiranni, la
pederastia considerata una
pratica vergognosa. Ad Atene,
infine, non si sa bene come
stiano le cose: a parole sono
tutti permissivi, mentre nei
fatti mettono i pedagoghi alle
costole dei figli per poterli
meglio controllare, vietano ai
ragazzi pi ambiti
d'intrattenersi con gli amanti e
inducono i loro coetanei a fare
la spia. Ora io penso che
l'amore in s per s non sia una
cosa n bella n brutta, ma che
tutto dipenda dal come viene
fatto: se fatto bene morale,
se fatto male vergognoso.

L'omosessualit, e in
particolare la pederastia, era
una pratica normale nella
Grecia classica: ne fanno fede le
poesie di Alcmane a Sparta e
quelle di Saffo a Lesbo. Non a
caso l'amore tra due persone
del medesimo sesso passato
alla storia come "amore greco.
Per i maschi, i primi approcci
sessuali avevano luogo nelle
palestre, mentre per le
femmine il luogo pi indicato
per l'iniziazione erano le scuole
di danza.
L'amante veniva chiamato
erasts, l'amato ermenos, i
bambini (sia maschi che
femmine) pas, e i ragazzini dai
quattordici ai diciotto anni
ephehoi. Il lottare insieme
completamente nudi offriva
molte occasioni d'incontro tra
gli adolescenti. Spesso le
palestre esibivano nei vestiboli
una statua di Eros, e non gi di
Ares, come sarebbe stato,
invece, pi lecito attendersi, dal
momento che Ares era il Dio
della Guerra.

Dopo Pausania, avrebbe


dovuto prendere la parola
Aristofane, ma un singhiozzo
continuo glielo imped. Il
commediografo allora chiese a
Eurissimaco di sostituirlo o, in
alternativa, di guarirlo
all'istante con un rimedio. A me
questa faccenda del singhiozzo
di Aristofane ha fatto crescere
ancora di pi l'ammirazione che
gi nutrivo per Platone
scrittore! E infatti mi chiedo:
quale filosofo d'oggi avrebbe
mai interrotto la sua
esposizione solo per raccontare
il singhiozzo di un partecipante
al convegno?

"Far l'uno e l'altro rispose


il medico. "Parler al posto tuo
e nel frattempo tu tratterrai il
respiro in modo da farti passare
il singhiozzo. Sull'Amore ho
anch'io una mia teoria che per
strettamente connessa al mio
lavoro, ovvero alla medicina.
Pausania sostiene che ci sono
due forme di Amore, mentre io
penso che ce ne sono
moltissime: vedo infatti
l'Amore, non soltanto negli
uomini e nelle donne, ma anche
negli animali, nelle piante e in
tutte le altre specie viventi.
Dovunque esiste una
contrapposizione di valori
(pieno,/vuoto, caldo/freddo,
amaro/dolce, secco/umido) io
scorgo la necessit di una
mediazione.
Amore pertanto inteso come
apportatore di armonia. La
medicina, o amici, uno
strumento del Dio Amore e di
questo bisogna essere
riconoscenti al suo fondatore, al
divino Asclepio. Quando
l'amore volgare spinge l'uomo a
indulgere ai piaceri della tavola,
ecco giungere di corsa l'Amore
celeste che sotto forma di
medicina fissa il limite della
giusta misura.
Un potentissimo starnuto
copr l'ultima frase di
Eurissimaco, e forse gli imped
di ricevere l'applauso a cui
aveva diritto. Tutti, infatti, si
volsero verso Aristofane,
l'autore dello starnuto, e il
commediografo ne approfitt
per dare inizio al proprio
intervento.
"Non ho pi il singhiozzo!
esclam. "E trovo stupefacente
che il Dio Amore di cui parla
Eurissimaco si sia servito di
una cosa ridicola come uno
starnuto per ripristinare
l'ordine nel mio corpo!
"Il tuo difetto, o Aristofane,
quello di voler essere sempre
spiritoso a ogni costo! replic
sconsolato il medico. "Ora, se
non la smetterai, sar costretto
a montare la guardia al tuo
discorso, per capire, ogni volta,
quando stai parlando sul serio e
quando per scherzo.
"Non dartene pensiero, o
Eurissimaco, dal momento che
sto per dire cose solo ridicole e
non spiritose. Per capire bene la
forza dell'Amore, necessario
che tu sappia quali prove ha
sofferto la natura dell'uomo. In
origine l'umanit comprendeva
tre sessi: gli uomini, le donne e
certi esseri strani, chiamati
androgini, che erano maschi e
femmine nello stesso tempo.
Tutti questi individui per
erano doppi rispetto a noialtri:
avevano quattro braccia,
quattro gambe, quattro occhi e
via dicendo; e ciascuno di essi
aveva due organi genitali, tutti e
due maschili negli uomini, tutti
e due femminili nelle donne, e
uno maschile e uno femminile
negli androgini.
"Camminavano a quattro
gambe, ma potevano procedere
in ogni direzione, come i ragni.
Avevano un caratteraccio
tremendo: possedevano una
forza sovrumana e una
sovrumana superbia, al punto
da sfidare gli Dei come se
fossero loro pari. Zeus, in
particolare, era indignato per la
loro tracotanza: non voleva
ucciderli, per non perdersi i
sacrifici, ma doveva pur reagire
alle loro intemperanze. Pensa e
ripensa, un bel giorno decise di
dividerli in due, in modo che
ciascuna parte avesse due
gambe, e un solo organo
genitale; e li minacci che se
avessero perseverato
nell'empiet, li avrebbe divisi
ancora in due in modo da
costringerli a camminare a
balzelloni su una gamba sola.
Dopo l'intervento
"chirurgico", malgrado Apollo
avesse provveduto a cicatrizzare
le ferite, gli uomini erano
diventati infelici: ciascuno di
essi sentiva la mancanza
dell'altra met, i semiuomini
cercavano i semiuomini, le
semidonne desideravano le
semidonne, e la met maschile
degli androgini correva dietro,
disperatamente, alla met
femminile. Insomma, per
ritrovare la felicit perduta,
ognuno di loro non vedeva l'ora
di riunirsi con l'anima gemella.
Ed appunto questa smania
che si chiama Amore.

Dopo Aristofane prese la


parola Agatone. L'intervento del
padrone di casa apparteneva al
genere in cui la forma prevale
sui contenuti. In altre parole,
Agatone non disse nulla
d'interessante: bad solo a
impreziosire il discorso con
fronzoli, iperboli e frasi a
effetto, le stesse;
probabilmente, con le quali
aveva vinto le gare il giorno
prima. Ciononostante, un lungo
applauso lo premi alla fine.
Agatone si alz in piedi per
ringraziare, e subito dopo
Socrate (l'unico a non aver
applaudito) prese la parola.
Lo sapevo che sarei stato
messo in crisi dalla bravura di
Agatone!, esord il filosofo, con
una smorfia di disappunto.
"Ascoltandolo mi sembrava di
udire i virtuosismi di Gorgia e
poco ci mancato che non me
ne scappassi via dalla vergogna.
Nella mia ingenuit, infatti,
pensavo che ognuno di noi
dovesse limitarsi a dire il vero e
non gi che fosse obbligato a
fare l'apologia dell'Amore,
magari raccontando delle
frttole. Adesso non vi
aspettate da me un secondo
panegirico, se non altro perch
non lo saprei fare. Posso solo
provare a dire la mia verit
sull'argomento.
"Che Agatone abbia parlato
in modo sublime vero lo
contest Eurissimaco, "ma che
tu, o Socrate, sia in imbarazzo,
non lo credo nemmeno se me lo
giuri su tutti gli Dei. Parla,
ordunque, e raccontaci la tua
verit!
A istruirmi sulle cose
d'Amore continu Socrate "fu
una donna della Mantinea; si
chiamava Diotima. Ella mi
disse che Amore non era un Dio
ma un dmone, come dire
qualcosa a met tra un Dio e un
mortale, e che non era n bello,
n brutto, n sapiente, n
ignorante.
A me sembra che tu stia
bestemmiando! esclam
Agatone. "Come fai a dire che
Amore non un Dio?!
"Cos disse Diotima si
scus Socrate, come a precisare:
non sono io che lo affermo.
Pare che il giorno in cui nacque
Afrodite, gli Dei abbiano tenuto
sull'Olimpo un grande
banchetto e che fra i tanti
invitati ci fosse anche Poros, il
Dio dell'Espediente o, se
preferite, dell'Arte di
arrangiarsi.
A questa festa accaddero
molte cose: arriv Pena, la
Povert, ma non la fecero
entrare perch era troppo
malvestita, e lei rimase fuori
della stanza del banchetto nella
speranza di rimediare qualcosa,
un avanzo o una coscetta di
pollo. Poros esager nel bere: a
un certo punto, completamente
sbronzo, usc all'aperto e, fatti
appena due passi, croll al
suolo. Al che Pena,
vedendoselo davanti lungo
disteso, pens bene di
approfittarne. "Io sono la Dea
pi povera, questo Poros, il
pi furbo di tutti gli Dei: chiss
che accoppiandomi con lui non
riesca a migliorare la mia
sorte!" E dall'unione della
Povert con l'Arte di arrangiarsi
nacque l'Amore.

Un lungo mormorio segu le


parole del vecchio filosofo.
L'uditorio si fece ancora pi
attento: voleva saperne di pi di
questo Amore, cos diverso da
tutti quelli che, fino allora,
erano stati descritti dai
presenti. Socrate se la prese con
calma: bevve un lungo sorso di
vino, poi si guard intorno,
quasi meravigliato di aver
suscitato tanto interesse con il
racconto di Diotima, quindi
cominci a descrivere il figlio di
Poros e Pena.
"Amore non n bello, n
delicato, come pensano molti,
ma al contrario, a somiglianza
della madre, duro, scalzo,
vagabondo, uso a dormir nudo e
sulla nuda terra, sui
pianerottoli delle case e per le
strade, abituato a trascorrere le
notti all'addiaccio e sempre in
compagnia della miseria.
Inoltre, come suo padre,
anche insidiatore dei belli e dei
nobili, sempre pronto a
escogitare trucchi di ogni tipo,
curiosissimo di apprendere,
inventare trappole, dedito a
filosofare, terribile ciurmatore,
stregone, sofista...

Ebbene, ditemi se questo


non il ritratto preciso dello
scugnizzo napoletano
immortalato da Sommer nei
suoi dagherrotipi verso la fine
dell'Ottocento! "Nudo, uso a
dormir per terra, ricco di
trappole, insidiatore dei ricchi e
dei nobili.
La descrizione di Socrate,
per, non riusc a soddisfare il
gusto oleografico dei
commensali, e il primo a
protestare fu proprio Fedro, il
pi giovane di tutti.
"Come possibile, o Socrate,
che Amore non sia bello?!
chiese il ragazzo.
"Tu stesso l'hai detto, o
Fedro: Amore chi ama, non
chi amato. Solo chi amato
ha bisogno di essere bello. Chi
ama, invece, ne pu fare a
meno, e siccome il Bello pu
identificarsi col Bene, chi vuole
il Bello desidera anche il Bene,
e potr essere felice solo
quando lo avr trovato. Scopo
dell'Amore la procreazione del
Bello.
"Vuoi forse dire chiese
ancora Fedro "che se io
desiderassi il Bello, lo potrei
anche generare?
"Certo che lo puoi, e
genereresti
contemporaneamente sia il
Bello che il Bene! rispose
Socrate infervorandosi. "Tutti
gli uomini desiderano diventare
immortali. Ma come riuscirci?
E' semplice: partorendo il Bello
e il Bene. Ognuno fa di tutto per
assicurarsi l'immortalit: c' chi
la cerca attraverso la gloria, chi
s'illude di ottenerla
accoppiandosi a una bella
donna, e chi, fecondo
nell'anima, lascia tracce di s
nelle opere d'ingegno. Ebbene,
questa la strada giusta:
cominciare dalle bellezze del
corpo per poi elevarsi, un
gradino alla volta, fino a
raggiungere il Bene Assoluto.

Considerare l'Amore come il


frutto dell'unione della povert
con l'arte di arrangiarsi
un'intuizione eccezionale. Basta
darsi una guardatina intorno
per rendersi conto: il dialogo, la
solidariet umana, il bisogno di
agor, il dividersi ogni giorno le
gioie e i dolori, sono tutte
prerogative dei popoli poveri,
cos come la privacy figlia
naturale della ricchezza. Non
appena una comunit raggiunge
un alto reddito pro capite, ecco
far capolino la difesa strenua
del benessere gi raggiunto:
ognuno si chiude nel suo
bunker, comincia a diffidare del
vicino di casa e prova persino
un senso di fastidio ogni volta
che lo incontra in ascensore.
Visto da questa angolazione, il
Simposio anticipa di
quattrocento anni il Vangelo e,
in particolare, il paradosso del
cammello e della cruna dell'ago.
Per quanto riguarda poi il
collegamento tra il Bello e il
Bene, Platone considera
l'Amore al pari di un ascensore
che pi sale e pi trova
inquilini di prestigio: al primo
piano incontra l'amore fisico, al
secondo quello spirituale, al
terzo l'arte, e poi via via la
giustizia, la scienza e la vera
conoscenza, fino ad arrivare al
piano attico dove abita il Bene
Assoluto.

Socrate aveva appena finito


di parlare quando si ud un
frastuono assordante provenire
dalla strada, poi un insistente
bussare al portone e subito
dopo la voce di una donna,
forse una flautista, che
chiedeva di entrare. Agatone
ordin agli schiavi:
"Ragazzi, andate a vedere
chi : se qualcuno dei nostri,
fatelo entrare, in caso contrario
ditegli che siamo andati tutti a
dormire.
Ed ecco la voce di Alcibiade
risuonare nel vestibolo:
completamente brillo, la
flautista lo sorregge per non
farlo cadere. Dietro di lui un
gruppo festante di compagni di
baldoria urla a pi non posso.
"Salute, o amici esord
Alcibiade, "e se accettate la
compagnia di un ubriaco, del
tutto fradicio, eccomi a voi: io
sono qui per incoronare il mio
amico Agatone, eccelso fra i
poeti e bellissimo fra gli
amici!
Cos dicendo Alcibiade cerc
di sfilarsi dal capo una corona
di alloro per appoggiarla sulla
testa di Agatone. Ma siccome
barcollava, l'operazione non gli
riusc al primo colpo, e questo
gli imped di vedere Socrate
seduto accanto ad Agatone. Il
padrone di casa lo invit ad
accomodarsi e solo allora il
giovanotto si accorse del
maestro.
"Tu qui, o Socrate, e proprio
accanto al pi bello della
compagnia! Per Ercole: le
inventi davvero tutte pur di
sdraiarti al fianco di chi
desideri!
E Socrate, rivolgendosi ad
Agatone:
"Se puoi, o Agatone cerca di
aiutarmi giacch costui
diventato per me un problema:
dal giorno in cui nata tra me e
lui una storia amorosa, non mi
pi permesso posare gli occhi
su nessun altro. Mi fa mille
bizze, mi ingiuria in pubblico e
a volte non riesce nemmeno a
trattenere le mani. Bada che
anche ora non si scateni, e se
diventa violento, difendimi per
cortesia, giacch l'esaltazione e
la follia amorosa di Alcibiade
non conoscono limiti!.
A questo punto
Eurissimaco, noto
propugnatore dell'Armonia,
fece un timido tentativo per
ammansire Alcibiade.
"Ascoltami, o Alcibiade, mio
giovane amico: prima del tuo
arrivo, decidemmo di bere e nel
contempo di render gloria al
Dio Amore nel miglior modo
possibile, cominciando a
parlare dal lato destro della
tavolata. Ebbene, al punto in
cui siamo, tutti abbiamo bevuto
e parlato, e l'ultimo a parlare
stato proprio Socrate. Ora, se
non erro, tu hai gi
abbondantemente bevuto: non
ti resta quindi che dire la tua .

Quanto segue, signori miei,


di sicuro la parte pi bella del
Simposio. Al di l, infatti, del
contesto omosessuale (che
magari potrebbe anche
infastidire qualcuno), l'amore
che Alcibiade nutre per il suo
maestro commovente.
"Vi accontento subito
esord Alcibiade a bassa voce,
"ma se per caso, o Socrate, mi
capitasse di raccontare qualcosa
su di te che non fosse vera,
smentiscimi pure senza timore
in presenza di tutti, giacch di
proposito non intendo dire
menzogne".
Alcibiade fece una lunga
pausa per poter ancora di pi
accentrare su di s l'attenzione
dei presenti, poi, indicando
Socrate, riprese:
"Lo vedete quest'uomo?
Prover a farne l'elogio per
immagini: lui
somigliantissimo a quei sileni
esposti nelle botteghe degli
scultori, raffigurati in genere
mentre stanno soffiando nel
flauto. E forse pi di tutti
rassomiglia a Marsia, il sileno
nemico di Apollo: che lo sia
d'aspetto, nemmeno Socrate
potrebbe negarlo, ma che lo sia
anche per il resto lo affermo io.
E infatti insolente come
Marsia (e che non si azzardi a
negarlo se non vuole che lo
metta a confronto, subito, con
dei testimoni). E' pi flautista
di Marsia: quello almeno
incantava gli uomini con la
musica, lui invece si serve della
parola. Pensate che, quando
l'ascolto, molto pi che ai
coribanti mi batte il cuore. Ho
ascoltato Pericle e gli oratori
che vanno per la maggiore, e se
me ne chiedete un giudizio non
ho difficolt ad ammettere che
sono bravissimi, ma solo in
presenza di Socrate ho sentito
l'anima ballarmi dentro e le
lacrime sgorgare spontanee per
effetto delle sue parole. A volte,
facendomi violenza, ho
distratto le orecchie dal suo
parlare e, come con le Sirene,
ho trovato scampo nella fuga,
Spesso, infine, mi sono
sorpreso a desiderare che non
fosse pi tra i vivi, pur sapendo
che, se ci accadesse, ne
resterei sconvolto. E lui? Lui
niente. Lui non se ne importa.
Lui va diritto per la sua strada.
Sappiate che se uno bello per
lui non significa nulla, n gli
importa se uno ricco o
possiede una di quelle doti che
sono ambite da tutti. Un giorno,
illudendomi che gradisse la mia
bellezza, mi reputai fortunato e
per compiacerlo mi misi ad
ascoltarlo in silenzio. Era
presente uno dei miei servi e lo
mandai via di corsa. Pensavo
che prima o poi mi avrebbe
fatto uno di quei discorsi che in
genere gli amanti fanno al loro
amore non appena si trovano
soli, ma lui non disse nulla:
discorse con me come al solito
e, una volta terminata la
giornata, mi salut e and via.
Allora io l'invitai in palestra a
far ginnastica insieme, sempre
sperando che almeno l
avremmo combinato qualcosa.
Ebbene, non ci crederete, ma
facemmo ogni tipo di esercizio,
anche quelli pi coinvolgenti:
lottammo l'uno avvinghiato
all'altro senza che per questo
accadesse nulla di significativo.
Accortomi allora che non
riuscivo a concludere nulla, lo
invitai a cena a casa mia,
proprio come fa un amante che
tende una trappola all'amato.
Ma neppure il bere e il
mangiare insieme lo smosse
pi di tanto; allora io, fattomi
coraggio, dopo un'ennesima
cena, lo invitai a restare, a
parlare e a bere fino a notte
inoltrata, e quando volle
andarsene, lo convinsi a
dormire con me col pretesto
che ormai era troppo tardi per
uscire. Riposammo l'uno
accanto all'altro, nel mio letto.
Nella stanza non c'era nessuno:
eravamo soli. Ora, se racconto
queste cose perch vedo qui
intorno tanti miei compagni di
sventura, vedo Fedro, Pausania,
Agatone, Aristodemo, tutti
accomunati dallo stesso delirio
e dall'entusiasmo dionisiaco per
la filosofia . Come stavo
dicendo, quando spensi il lume
e i servi furono usciti, mi parve
che non fosse pi il caso di far
troppe cerimonie, e allora gli
rivelai sinceramente le mie
intenzioni:
""Dormi, o Socrate?"
""No" mi rispose.
""Sai cosa ho pensato?"
""Che cosa?"
""Ho pensato che sei l'unico
amante, che potrei avere, degno
di questo nome, eppure, non so
perch, esiti a dichiararti! Ora,
io ritengo che non vi sia nulla di
pi importante che il cercare di
diventare migliori, e sono
altres convinto che nessuno
pi di te potr aiutarmi a
raggiungere questo obiettivo ".

"Ebbene, cosa credete che


mi abbia risposto? Prima si
fatta una risatina delle sue, e
poi, ha detto:
Mio caro Alcibiade, se ho
ben capito, tu vorresti barattare
la tua bellezza, fatta di forme,
con la mia bellezza, fatta di
contenuti. In pratica come se
un mercante mi chiedesse di
scambiare l'oro con il rame.
Allora io, a mia volta, ti chiedo:
ma non ti sembra di voler
guadagnare un po' troppo a
spese mie?"
"A queste parole non mi
trattenni: lo coprii con il mio
mantello (era d'inverno) e
tentai di abbracciarlo, ma lui mi
respinse. Insomma, amici,
dormii con Socrate e mi levai al
mattino n pi n meno che se
avessi dormito con mio padre o
mio fratello. E ora eccomi
ridotto alla stregua di uno
schiavo, costretto come
nessuno mai a girargli intorno.
Consideratemi pure ubriaco per
quello che ho detto, ma non
dubitate della mia sincerit.
Queste parole le dedico a te, o
Agatone, affinch almeno tu
non ti faccia ingannare come
me, ma anzi, reso edotto dalle
mie sventure, te ne stia sempre
in guardia!
"Non mi sembri affatto
ubriaco, o Alcibiade, replic
Socrate, come al solito
sornione, "anzi, a mio avviso sei
lucidissimo, dal momento che
hai fatto tutto questo
lunghissimo discorso,
apparentemente
sconclusionato, solo per
raggiungere lo scopo che ti eri
prefisso, e cio quello di
mettere zizzania tra me e
Agatone!.
Hai perfettamente ragione,
o Socrate, - esclam Agatone,
alzandosi di scatto per poi
andarsi a sedere alla destra del
filosofo, "non a caso, infatti,
Alcibiade si voluto sedere
giusto tra noi due. Ma io non
gliela dar vinta e mi sdraier
di nuovo al tuo fianco!

Questi erano i Greci del


Simposio.
(da I miti dell'amore).
La Repubblica

Supponiamo che un lettore


qualsiasi, senza saper nulla di
filosofia, prenda in mano la
Repubblica di Platone e ne
legga i primi cinque libri: a
lettura ultimata, che idea si sar
fatta del suo autore? Che un
fetentone tremendo,
paragonabile a Hitler, Stalin e
Pol Pot. Ma allora come
spiegare il successo che ha
sempre avuto nel mondo?
Calma e gesso, dicono i
giocatori di carambola:
leggiamoci prima il dialogo e
poi ne parliamo.
La Repubblica comincia con
una riunione di amici in casa di
Cafalo. Sono presenti:
Polemarco, Eutidemo,
Glaucone, Trasimaco, Lisia,
Adimanto e altri signori. Tema
del giorno: "Che cos' la
giustizia.
Cefalo il primo a parlare:
per lui giustizia vuol dire
"pagare i debiti, per Polemarco
"far bene agli amici e male ai
nemici e per Trasimaco
"l'utile del pi forte. E fin qui,
grazie a Dio, c' solo una certa
confusione di idee. Poi per
interviene Socrate e il discorso
si fa ancora pi equivocabile.
In effetti, alcuni concetti
base, come giustizia e
democrazia, avevano per i Greci
un significato del tutto diverso
da quello che poi assumeranno
ai giorni nostri, per cui certe
affermazioni di Platone, lette
oggi, possono sembrare
reazionarie. Tanto per capire
come stanno le cose, noi, eredi
della Rivoluzione francese,
pensiamo che la giustizia sia
soprattutto galit, ovvero
uguaglianza dei diritti dei
cittadini, mentre per Platone e
compagni coincideva con
l'ordine, e come tale la si poteva
ottenere solo quando "ognuno
faceva il proprio dovere senza
interferire in quello degli altri.
52Comunque, ecco qui di
seguito alcuni stralci della
Repubblica, nello stile di
"Selezione dal Reader's Digest.

"Per capire che cos' la


giustizia dice Socrate
"proviamo ad assistere alla
nascita di uno stato.
Proviamo, acconsentono
tutti.
Secondo me, prosegue il
filosofo, uno stato nasce perch
ciascuno di noi non basta a se
stesso. L'uomo ha tanti bisogni,
cos tanti che pi uomini sono
costretti a vivere insieme per
aiutarsi l'un l'altro. A questa
convivenza noi daremo il nome
di stato.
"Senza dubbio, concordano
i presenti, che da questo
momento in poi avranno solo il
ruolo di spalla.
"Ora, il primo dei bisogni il
cibo, il secondo l'abitazione, il
terzo il vestiario e cos di
seguito.
Nel nostro stato allora ci
sar bisogno di un agricoltore,
di un muratore, di un tessitore
e poi magari anche di un
calzolaio. Ciascuno si
specializzer nel proprio lavoro,
producendo per s e per gli
altri, giacch, per raggiungere la
massima efficienza,
necessario che ciascuno faccia il
proprio mestiere e non il
mestiere degli altri. Ogni
categoria per avr bisogno
anche di attrezzi per poter
lavorare: di aratri, di cazzuole e
di cesoie, e quindi di
carpentieri, di fabbri e di tanti
altri artigiani. Come vedete, pi
parliamo, e pi il nostro stato
diventa popoloso.
In verit, o Socrate, gi
molto popoloso.
"Ma la produzione interna
potrebbe anche non bastare,
continua Socrate, "nel qual caso
dovremmo ricorrere a scambi
con gli stati vicini, e per far
questo avremo bisogno di
commercianti abili ed esperti. E
infine di marinai, di piloti e
comandanti per i trasporti via
mare. Poi, dal momento che a
nostra volta riceveremmo la
visita di commercianti stranieri,
avremo bisogno di persone che
sappiano fare da intermediari
tra costoro e i nostri
agricoltori.
Insomma, pian pianino
Platone fa inventare al suo
Socrate una comunit operosa.
Ovviamente, come al suo solito,
prende il discorso molto da
lontano, anche perch in Grecia
se c'era qualcosa che non
mancava era il tempo.
Questa volta Glaucone a
parlare.
"Purtroppo, o Socrate,
elencando i bisogni dell'uomo,
tu hai parlato solo di cibo, di
vestiario e di abitazione,
limitandoti a desiderare il
minimo indispensabile. Forse,
se avessi dovuto progettare uno
stato di porci, non li avresti
nutriti in modo diverso!
"E cosa mi consigli?
"Di tener conto delle
abitudini in uso presso la gente
dabbene: bei letti dove
sdraiarsi, pasticcini di fichi...
Ho capito, Glaucone, tu
vorresti uno stato gonfio di
lusso, dove ci siano profumi
incensi ed etere. E dimmi: ti
piacerebbe che ci fossero anche
imitatori, musici, rpsodi, poeti,
valletti, attori, impresari,
coruti e fabbricanti di monili e
suppellettili, soprattutto per
accontentare le nostre donne?
E perch no?
"Perch in tal caso
risponde Socrate "avremo
bisogno di un territorio pi
vasto per nutrire tutti questi
abitanti, e saremo costretti a
sottrarlo ai nostri vicini. E
anche loro, se saranno avidi
come noi, vorranno prendersi
una parte del nostro territorio.
"E allora come andr a
finire?
"Che scoppier una guerra
tra noi e i nostri vicini, e che
avremo bisogno di soldati, bene
addestrati, per difenderci e
aggredire.
"Non potranno bastare i
cittadini da soli?
"No, se valido il principio
che abbiamo accettato fin
dall'inizio: che ognuno faccia il
suo mestiere e non quello degli
altri.
E cos Platone, dopo aver
definito l'agricoltura,
l'artigianato e il terziario,
inventa anche il militare di
carriera.
"Questi soldati, che
chiameremo i custodi dello
stato, dovranno essere miti con
i compagni e duri con i nemici.
E come possibile, o
Socrate, trovare uomini con un
carattere mite e coraggioso nel
medesimo tempo?
"Formandoli con la musica e
la ginnastica.
"Nella musica fai rientrare
anche le composizioni
letterarie?
"Tutto quello che dipende
dalle Muse musica risponde
Socrate, "a eccezione delle
favole false.
"Di quali favole intendi
parlare?
"Di quelle di Omero, di
Esiodo e di altri poeti.
"Cosa trovi in essi, o
Socrate, di criticabile?
"Il fatto che mostrino gli Dei
e gli eroi con tutte le nostre
debolezze, che ci parlino di
divinit spergiure e sopraffatte
dall'ira, di eroi che piangono e
di Dei che ridono...
"Di Dei che ridono?!
"S, che ridono ribadisce
Socrate, "giacch disdicevole
essere troppo facili al riso e non
si pu approvare chi, come
Omero, scrive versi del genere:
"Inestinguibili risate
scoppiarono tra i numi beati /
come videro Efesto in faccende
girar per la casa". Ora io penso
che queste cose, anche se vere,
non dovrebbero mai essere
raccontate ai bambini o alle
persone immature, ma sarebbe
opportuno tacerle o al massimo
farle conoscere a un numero
ristretto di persone, dopo aver
sacrificato agli Dei una vittima
di raro pregio e grandi
dimensioni.

Con questo invito alla


censura termina il secondo
libro della Repubblica. Nel terzo
si precisa quale musica e quale
ginnastica occorrano per
educare i custodi. Niente
melodie ioniche o lidie, tipo
Core ngrato tanto per
intenderci, che potrebbero
produrre combattenti
smidollati, ma marce militari,
doriche o frigie, che possano
infondere coraggio e amore
verso la patria. Attenzione,
per: anche un'educazione
basata solo sulle arti marziali
potrebbe risultare pericolosa;
finirebbe infatti col formare
non uomini pensanti, ma belve,
incapaci di persuadere gli altri
uomini con la forza della
parola.

Ci detto, si entra nel vivo


del discorso: alcuni dei
guardiani saranno pi bravi a
comandare e altri a essere
comandati. Una volta scelti i
primi, avremo tre classi di
individui: quelli che
comandano (i filosofi), quelli
che combattono (i soldati) e
quelli che lavorano (gli
agricoltori e tutti gli altri). La
Repubblica di Platone quindi
uno stato con una serie A, una
serie B e una serie C di
cittadini, nel quale chi nasce in
una categoria finisce, con ogni
probabilit, col rimanerci per
tutta la vita, a meno che non
venga promosso per meriti
speciali o retrocesso per
demeriti.

"Quando lo si fa a fin di
bene precisa Socrate " lecito
ricorrere alle menzogne. Noi
dunque diremo ai nostri
cittadini: siete tutti fratelli, ma
la divinit, mentre vi plasmava,
ha mescolato dell'oro in quelli
che erano destinati a
comandare, dell'argento negli
ausiliari e del bronzo nei
lavoratori.
"E se un giorno un cittadino
di una classe superiore si
accorgesse di avere un figlio
fatto di bronzo, cosa dovrebbe
fare?
"Inserirlo senza piet tra i
lavoratori, cos come,
reciprocamente, se da costoro
nascesse un figlio con chiare
tracce d'oro e d'argento, sar
compito dei custodi sottrarlo ai
genitori per elevarlo al rango
dovuto
"E diventerebbe ricco?
"Nient'affatto risponde
Socrate, "nessuno dei guardiani,
sia esso filosofo o soldato,
dovr mai avere sostanze
personali. Solo il popolo potr
continuare a possedere
propriet terriere.
Per quanto riguarda invece
il cibo, i custodi riceveranno
tutto quello che sar necessario
al loro benessere. Vivranno in
comune e prenderanno i pasti
insieme, come se si trovassero
in caserma.
"E non pensi che cos
vivendo sarebbero infelici?
chiede Adimanto. "Pur avendo
in pugno lo stato, non ne
potrebbero ricavare alcun
profitto, n essere generosi con
le etere o avere case belle e
spaziose.
"Il fatto , mio caro
Adimanto, che lo scopo che ci
siamo prefisso non quello di
rendere felice una classe o un
individuo, ma tutto lo stato nel
suo insieme. Tieni conto che la
grande ricchezza e l'estrema
povert rendono l'uomo
infelice, in quanto l'una
produce lusso, pigrizia e moti
rivoluzionari, e l'altra grettezza,
lavoro scadente e moti
rivoluzionari.
"Ma in tutti gli stati che
conosco esistono ricchezza e
povert!
"S replica Socrate, "perch
invece di essere stati unitari,
sono costituiti da due classi,
quella dei ricchi e quella dei
poveri, l'una nemica dell'altra,
come nel gioco delle pleis. 53

Dalla giustizia sociale,


Platone passa alla giustizia nel
singolo individuo, che ha tre
anime, cos come lo stato ha tre
classi di cittadini.

"In ciascun individuo dice


Socrate "ci sono tre anime fra
loro diverse: la prima, che serve
a ragionare e che chiamer
razionale, la seconda
(passionale) che lo rende
intrepido e la terza che gli fa
desiderare l'amore, il cibo e
l'acqua, e che chiamer
appetitiva. Ora, per mostrare
come queste tre anime si
comportino, vi racconter un
aneddoto: un giorno Leonzio,
figlio di Aglaione stava salendo
dal Pireo, quando vide alcuni
cadaveri appena deposti dal
boia. Un po' il giovanotto
moriva dalla voglia di guardare
e un po' aveva paura di farlo;
finch, vinto dal desiderio, li
osserv e disse."Eccoli a voi,
occhi sciagurati, saziatevi pure
di questo bello spettacolo!"
In quel caso l'anima
intrepida si era alleata con
l'appetitiva contro la razionale.
Ebbene, perch ci sia giustizia
necessario che il coraggio (la
classe dei soldati) sia sempre al
servizio della razionalit (la
classe dei filosofi) e mai degli
appetiti (il popolo).

A questo punto Socrate fa


per andar via, ma Adimanto lo
afferra per la tunica e lo
trattiene.

"A nostro avviso, tu ci


derubi di una parte del discorso.
Hai creduto di cavartela
dicendo che tra i custodi viene
messo tutto in comune, anche
le donne; ma in che modo si
attuerebbe questa
comunanza?
"Non facile affrontare
simili discorsi risponde
Socrate alquanto imbarazzato,
"la soluzione che propongo,
amici carissimi, inconsueta e
le mie parole potrebbero
sembrare un'utopia.
"Non esitare, o Socrate, dal
momento che quelli che ti
ascoltano non sono n
increduli, n ostili.
"Allora seguitemi:
supponiamo di considerare le
donne pari agli uomini...
"Come sarebbe a dire pari?
"In grado di svolgere le
stesse funzioni dei custodi, in
modo che l'unica differenza
esistente stia nel fatto che le
prime sono pi deboli e i
secondi pi vigorosi...
"Ma impossibile...
"... e diamo loro la stessa
educazione che abbiamo
riservata ai custodi, ovvero la
musica e la ginnastica.
"Sarebbe davvero ridicolo!
"Che cosa ci trovi di tanto
ridicolo? chiede Socrate
alzando la voce. "Che le donne
facciano la ginnastica nude
insieme agli uomini? E come
vuoi che possano essere d'aiuto
allo stato, se prima non le
istruisci a dovere?
"D'accordo, ma questa tua
idea dirompente come
un'ondata che si abbatte sulle
nostre abitudini.
"Se ti sembra gi alta la
prima ondata, sta' ora attento
alla seconda.
"Ti ascolto, o Socrate.
"Queste donne, come
dicevo, saranno date agli
uomini, tutte a tutti e nessuna a
uno soltanto.
Anche i figli saranno allevati
in comune, in modo che non ci
sia genitore che possa
riconoscere i propri.
"E Con quale criterio si
accoppieranno uomini e
donne?
"I migliori con i migliori, i
peggiori con i peggiori, e per
non avere proteste da parte di
questi ultimi faremo finta di
ricorrere a un ingegnoso
sorteggio, cos che per ogni
accoppiamento sgradito l'unico
colpevole sar la sorte. Ripeto
che anche le bugie possono
essere lecite, se vengono dette
per nobili scopi.
"E i figli?
"Quelli dei migliori
verranno allevati in un nido
d'infanzia dalle madri col seno
pi turgido, escogitando un
sistema affinch nessuna possa
riconoscere la propria creatura.
Quelli dei peggiori, invece,
verranno ospitati in un luogo
segreto e celato alla vista. 54
"E con quali vantaggi?
"Non riuscendo a
identificare la prole, i custodi
non potranno anteporre la
famiglia allo stato e nessun
giovane oser mai colpire un
anziano nel timore che si tratti
del proprio genitore.
Per quanto concerne la
guerra, i giovani pi dotati
fisicamente verranno portati
sul campo di battaglia perch
possano assistere agli scontri.
Monteranno cavalli veloci per
mettersi in salvo in caso di
sconfitta. Impareranno ad
ammirare i soldati coraggiosi e
a disprezzare i vigliacchi. Chi di
loro combatter dando prova di
valore, verr incoronato dai
suoi stessi compagni e, per
tutta la durata della spedizione,
potr far l'amore con chi vorr,
femmina o maschio che sia, e
nessuno potr rifiutarsi.
Siamo arrivati pi o meno a
met dialogo: fermiamoci un
attimo e, prima di accusare
Platone di apologia di nazismo,
mettiamoci nei suoi panni.
La Grecia, a quei tempi, era
una regione montuosa con
tante piccole citt, isolate l'una
dall'altra e quasi sempre
nemiche tra loro, al punto che
l'essere invasi da uno straniero
spesso voleva dire morte per i
maschi adulti e schiavit per
donne e bambini.
Sopravvivenza, in Grecia
significava alte mura cittadine,
un'Acropoli ben situata e un
esercito valido.
Appena ventenne, Platone
assist alla sconfitta di Atene a
opera di Sparta. Il generale
Lisandro, dopo aver distrutto
l'esercito ateniese, fece
abbattere le Lunghe Mura e,
fatti fuori i democratici, mise al
loro posto gli oligarchi che
subito ne approfittarono per
instaurare un regime di terrore.
E' naturale che in quel
frangente il filosofo abbia
avvertito un forte bisogno di
ordine o, come lo chiamava lui,
di "giustizia.
Ebbene, il modello politico a
cui ispirarsi non poteva essere
che quello del vincitore. Il
mitico Licurgo, l'inventore del
comunismo spartano, gli sar
sembrato una specie di Mao
Tse-tung da seguire con fiducia.
Ecco perch, dovendo
progettare uno stato, Platone se
lo immagina piccolo, attorniato
da nemici e tutto raccolto
intorno alla polis. I suoi
cittadini ideali li vede amanti
della collettivit e non del
privato. Perci, quando fissa le
dimensioni territoriali della
Repubblica, non esce dai
confini del circondario di Atene.
Mai, nella pur lunga
trattazione, riesce a ipotizzare
un impero di vaste proporzioni.
D'altra parte Alessandro Magno
non era ancora venuto a
mostrare come un pollaio di
trib turbolente potesse
diventare un unico popolo.
C' poi un altro problema:
dove situare uno stato ideale?
Platone manifesta una certa
diffidenza verso il mare. Nel
dialogo Leggi 55 dice
testualmente: "Il mare una
realt piacevole da vivere
giorno per giorno, ma alla lunga
diventa una vicinanza amara e
salata, giacch riempie la citt
di traffici e di piccoli affari,
introducendo nei cittadini i
germi dell'incostanza e della
falsit.
In altre parole, mentre
l'agricoltore un brav'uomo che
produce solo quel tanto di cui
ha bisogno, o al massimo quello
che gli serve per fare dei baratti,
il commerciante non fa altro
che arraffare denaro.
I prodotti della terra, in
quanto facilmente deperibili, si
oppongono all'accumulo, il
denaro invece si presta a essere
conservato e procura
inappagamento e infelicit.
E siccome a quell'epoca il
commercio veniva praticato
esclusivamente via mare,
essendo l'Attica priva di strade
confortevoli, una citt marinara
era anche un centro
commerciale e, come tale, un
luogo poco sereno. 56 Platone,
nel suo progetto ideale, arriva a
fissare perfino una distanza di
sicurezza dal mare: quattordici
chilometri e settecento metri; 57
non chiedetemi il perch.

Nella storia del pensiero


occidentale, a causa del dialogo
Repubblica, Platone ha avuto
molti critici: primo fra tutti il
filosofo austriaco Karl Popper
che, associandolo a Hegel e a
Marx, finisce col definirlo un
nemico della libert o, come
dice lui, della "societ aperta.
Popper in particolare accusa
l'ateniese di essere l'ispiratore
di tutti i totalitarismi e cita per
esteso quei brani dove Platone
si scaglia contro la democrazia.
58 Il difetto principale di Popper

sta nel giudicare Platone con il


senno di poi (cio di oggi) e non
con il senno del quarto secolo
avanti Cristo. In effetti Platone
non era n per la dittatura, n
per la democrazia, ma giudicava
migliore l'una o l'altra a
seconda di chi si trovava sul
ponte di comando; quando fa
l'elenco dei regimi politici, in
ordine d'importanza, ne cita sei
e mette al primo posto il
governo di un solo uomo (la
monarchia, il filosofo-re,
praticamente lui stesso, anche
se non lo dice), poi quello dei
pochi (l'aristocrazia) e infine
quello dei molti (la
democraza); questo quando i
governanti sono buoni. Se
invece sono dei farabutti,
capovolge la graduatoria e
mette in testa il regime dei
molti (la demagogia), al
secondo posto quello dei pochi
(l'oligarchia) e per ultimo la
tirannia. 59

Per le stesse ragioni per cui


criticato da alcuni, Platone
amato da altri. Spesso per si
tratta di amore interessato,
come quando si cerca di usare il
suo prestigio per avallare una
propria tesi reazionaria. In altre
parole, poter dire "Guarda che
lo ha detto pure Platone! fa
sempre effetto. Una volta,
durante i giorni burrascosi del
'68, mi capit di vedere in
cornice, nello studio di un
dirigente d'azienda, questa frase
di Platone: "Quando un popolo,
divorato dalla sete di libert, si
trova ad avere a capo dei
coppieri che gliene versano a
volont, fino a ubriacarlo,
accade che, se i governanti
resistono alle richieste dei
sempre pi esigenti sudditi, son
dichiarati tiranni. E avviene
pure che chi si dimostra
disciplinato nei confronti dei
superiori definito un uomo
senza carattere e servo; che il
padre impaurito finisce col
trattare il figlio come suo pari e
non pi rispettato, che il
maestro non osa rimproverare
gli scolari e costoro si fanno
beffe di lui, che i giovani
pretendono gli stessi diritti dei
vecchi, e questi, per non parere
troppo severi, danno ragione ai
giovani.
In questo clima di libert,
nel nome della medesima, non
vi pi riguardo n rispetto per
nessuno e in mezzo a tanta
licenza nasce e si sviluppa una
mala pianta: la tirannia. 60 Al
termine della lettura il dirigente
mi disse: "Ha visto, ingegnere?
Anche Platone la pensava come
noi! Sembra scritto oggi.
Post scriptum

Il Socrate della Repubblica


non ha niente a che vedere col
Socrate di nostra conoscenza. A
mio avviso la Repubblica
un'opera pochissimo socratica.
In proposito si racconta che un
giorno Platone si sia messo a
leggere, in presenza di Socrate,
uno dei suoi dialoghi e che alla
fine il maestro abbia esclamato:
"Ma tu guarda quante
sciocchezze mi fa dire questo
giovanotto!. 61

(da Storia della filosofia


greca, volume secondo).
Socrate e il paraurti

SOCRATE: Caro Fedro!


Dove vai e da dove vieni?
FEDRO: Ero con Lisia, il
figlio di Cefalo, o Socrate: ora
me ne vado fuori delle mura
perch, dovendomi comprare
un'automobile usata, desidero
visitare un mercato di auto
d'occasione che, mi si dice,
stato da poco aperto sulla
strada di Eleusi.
SOCRATE: Dal momento
che hai deciso di farti la
macchina, perch non aspetti di
avere pi soldi per poterne
comprare una nuova?
FEDRO: Non essendo
ancora pratico della guida,
preferisco imparare su un'auto
usata. Tu piuttosto, o Socrate,
perch fino a oggi, pur
avendone i mezzi, non ti sei
comprato una macchina?
SOCRATE: Per farne cosa?
FEDRO: Per andare dove
meglio ti aggrada.
SOCRATE: E dove dovrei
andare?
FEDRO: Ma, non so...
all'agor, per esempio, dal
momento che abiti nel demo
Alopece, e che ogni mattina sei
costretto a camminare per pi
di mezz'ora...
SOCRATE: E tu pensi che a
me dispiaccia tutto questo
camminare?
FEDRO: Cos credo, o
Socrate.
SOCRATE: Invece, caro
Fedro, io amo talmente il
passeggiare che, se fossi molto
ricco e avessi un'auto, per non
licenziare il mio autista, gli
affiderei la macchina e mi farei
seguire da lui, passo dopo
passo. E poi non credi che,
andando in auto, perderei ogni
possibilit d'incontrare gli
amici, di fermarmi e di parlare
con loro?
FEDRO: Forse quanto tu
dici giusto per le brevi
distanze, ma non per le lunghe.
Come potresti, senza
automobile, raggiungere in
poco tempo luoghi lontani e
belli da vedere?
SOCRATE: Senofane, a
quanto dicono, per
sessantasette anni ha girato il
mondo in lungo e in largo,
spingendosi persino nella
lontana Elea, e che io sappia
non ha mai posseduto
nemmeno una misera 500. Ma
ammettendo, soltanto per
amore del conversare, che sia
indispensabile disporre di
un'auto per visitare il mondo,
mi puoi suggerire, per cortesia,
un motivo valido per visitarlo?
FEDRO: O bella! Ma per
guardarsi intorno, per godere
della natura. Hai mai visto tu le
alture che circondano Pilo? I
dirupi e gli abissi del Citerone?
Gli ulivi che rallegrano le
campagne della dolce
Tessaglia? Vuoi forse morire
senza conoscere tutte queste
gioie?
SOCRATE: Sii buono con
me, o Fedro: io sono
appassionato dell'imparare.
Cosa vuoi che possano
insegnarmi i dirupi, gli alberi e
le campagne, laddove invece ho
tanto ancora da imparare dagli
uomini. E di uomini, penso che
in Atene ce ne siano gi in
numero sufficiente da non
essere costretto ad andare in
giro per scovarne degli altri.
Infine voglio farti partecipe di
un mio dubbio.
FEDRO: Dimmi tutto senza
timore.
SOCRATE: Io credo che gli
automobilisti, come categoria,
non siano persone molto
sensibili alle bellezze naturali.
Mai una volta infatti, che ne
abbia visto uno fermarsi lungo
la strada per ammirare il
paesaggio. Sembra che l'unico
scopo che hanno nella vita sia
quello di percorrere, da casello
a casello, una precisa distanza
in un tempo prestabilito.
FEDRO: Dici giusto, o
Socrate. Ma ecco che si avvicina
Aristogamo. Egli, come tu sai,
un dirigente dell'Alfa Romeo e,
in quanto tale, potrebbe
illuminarci sull'argomento.
ARISTOGAMO: Di cosa
parlate, amici, e qual il
problema su cui avete opinioni
diverse?

FEDRO: Io sto per


acquistare un'automobile,
ritenendola indispensabile, e
Socrate sostiene che essa invece
non utile a nulla.
SOCRATE: La riterrei utile
se fossi, per disgrazia, un
paralitico e non potessi pi
usare le gambe.
ARISTOGAMO: L'unica cosa
veramente inutile, caro Fedro,
parlare con Socrate di
Progresso.
Tu che conosci le sue
simpatie per i cinici e per
Antistene, come puoi pensare
che egli, che non ha ancora
scoperto l'uso delle scarpe,
possa accettare quello
dell'automobile?
Socrate non sa, o forse non
vuole sapere, che il Progresso
ha cambiato il modo di vivere
del genere umano.
SOCRATE: Io credo che
tutto quello che ha inventato
questo nuovo Dio che tu chiami
Progresso sia solo una serie di
"prolunghe. L'automobile una
prolunga delle gamhe. il
telefono una prolunga
dell'orecchio, il televisore
dell'occhio e il computer del
cervello; ma nessuno di questi
nuovi marchingegni, che io
sappia, mai riuscito a
cambiare l'uomo nel suo
profondo. Passano gli anni
infatti e, malgrado le nuove
prolunghe immesse sul
mercato, gli uomini continuano
a comportarsi come sempre.
Non ci sono forse, ancora oggi,
uomini ambiziosi come
Alcibiade, gelosi come Menelao
e invidiosi come Tieste?
Quando, come spero, il
Progresso sar capace di
produrre a un prezzo
conveniente anche l'Amore e la
Libert, allora io, caro
Aristogamo, diventer un suo
fervido seguace.
ARISTOGAMO: Caro
Socrate, tu vivi sempre con la
testa fra le nuvole. Ha ragione
Aristofane a prenderti in giro.
Fosse per te, gli uomini
dormirebbero ancora sugli
alberi e sarebbero tutti coperti
di peli.
SOCRATE: Dal momento
che sottovluti i pericoli del
Progresso, voglio raccontarti
cosa mi disse Parmenide il
giorno in cui lo incontrai in
casa di Pitidoro. Sembra che un
po' pi a nord di Elea ci sia una
grande citt di mare chiamata
Neapolis, molto suggestiva e
molto popolosa. Neapolis
stata cos amata da Zeus che il
suo golfo, si dice, il pi bello
del mondo. Alcune isole di
straordinario fascino la
circondano, cos come una
collana di diamanti pu cingere
il collo di una regina di Oriente,
e il cielo pi azzurro degli
stessi occhi di Glauco. Perfino
Vulcano, pare, ha contribuito a
questo scenario facendo s che
una delle fornaci, un monte
chiamato Vesuvio eruttasse la
lava per meglio conservare ai
posteri i parchi archeologici di
Pompei ed Ercolano. Per tutte
queste cose Neapolis negli
ultimi due secoli stata fra le
mete pi ambite di tutti i turisti
del mondo. Gli inglesi per essa
hanno coniato addirittura uno
slogan: "Vedi Neapolis e poi
muori, e questo per dire che
non ha senso continuare a
vivere dopo aver visto il
massimo che la natura ha
saputo creare.
ARISTOGAMO: Perch ci
racconti queste cose, o Socrate,
e cosa ha a che vedere la
bellezza di Neapolis con l'utilit
dell'automobile?
SOCRATE: Se avrai
pazienza, carissimo amico, ti
mostrer come questo
trabiccolo con quattro ruote,
che tu chiami automobile, pu
essere pi potente di Zeus e di
Vulcano messi insieme.
FEDRO: Dl' pure ci che
vuoi, Socrate, ch noi ti staremo
a sentire.
SOCRATE: Come stavo
dicendo, Neapolis era la meta
dei turisti e degli studiosi
quando, improvvisamente,
stata cancellata dagli itinerari di
tutte le compagnie di viaggio
per colpa dell'automobile. Il
traffico disordinato, il rumore
dei clacson, gli ingorghi che
rendono impossibile spostarsi
velocemente da un capo
all'altro della citt, hanno fatto
s che i turisti, oggi, evitino di
fermarsi nei suoi alberghi e
percorrano solo il tratto che va
dall'aeroporto all'imbarcadero
degli aliscafi.
ARISTOGAMO: E tu pensi
che, eliminando l'automobile,
Neapolis ritornerebbe a fiorire?
SOCRATE: Non ho dubbi in
proposito. Anche perch
Neapolis afflitta da un'altra
calamit, e cio dalla Camorra.
FEDRO: La Camorra? Che
cos': una malattia?
SOCRATE: In un certo
senso, caro Fedro, una
malattia sociale, che pu
persino provocare la morte. La
Camorra un'associazione di
banditi che taglieggia e
terrorizza tutta la citt.
ARISTOGAMO: E cosa
c'entra la Camorra con
l'automobile?
SOCRATE: E' bene che tu
sappia che impossibile fare il
bandito senza possedere
un'automobile, dal momento
che l'epilogo di ogni impresa
criminosa pur sempre la fuga.
In altre parole non si pu
rapinare una banca e poi
aspettare l'autobus. Infine, pi
l'animo di un uomo arido e
incline al cattivo gusto, e pi
egli non pu fare a meno
dell'automobile.
Proprio nei dintorni di
Neapolis ci sono due isole che
ci danno un esempio concreto
di ci che voglio dimostrare.
Queste due isole si chiamano
Capri e Ischia. La prima, per
l'angustia delle strade, del
tutto vietata alle auto e per
questo viene frequentata da un
pubblico colto e raffinato; la
seconda viceversa, pur essendo
altrettanto splendida di bellezze
naturali, viene regolarmente
invasa ogni estate da una
masnada di trogloditi
motorizzati che la rende
inabitabile. Alla luce di queste
riflessioni, io dico che Neapolis
potrebbe risolvere, in un sol
giorno, ogni suo problema
sempre che proibisse l'uso delle
auto in tutto il territorio
comunale e si accontentasse dei
soli servizi pubblici: i
delinquenti emigrerebbero
altrove e i turisti, non pi
disturbati dai rumori del
traffico, ritornerebbero a frotte
in questo ritrovato Paradiso.
ARISTOGAMO: Credi che
Atene corra questo pericolo?
SOCRATE: S, ne sono certo,
a meno che non si vieti fin da
subito la circolazione delle
auto.
FEDRO: Probabilmente, o
Socrate, tu dici il vero: ma
siccome io per pi di venti anni
sono stato un povero pedone e
ho sempre visto gli altri andare
su e gi in automobile, ritengo
giusto, adesso che venuto il
mio turno, provare anche io
l'ebbrezza della velocit per
almeno altri venti anni, salvo
poi convertirmi alle tue tesi,
una volta esercitato questo mio
diritto.
SOCRATE: Temo, mio caro
amico, che in Atene l'ebbrezza
della velocit sia un po' difficile
da provare. Non ti accorgi che
ogni giorno che passa sempre
pi problematico attraversare il
centro storico?
ARISTOGAMO: E tu che sei
il pi saggio di noi, quali
accorgimenti proporresti agli
strateghi del traffico per
rendere pi agile la nostra
citt?
SOCRATE: Istituirei le
corsie preferenziali per le sole
auto bene utilizzate.
ARISTOGAMO: In che
senso bene utilizzate?
SOCRATE: Penalizzerei gli
automobilisti solitari. Quando
esco la mattina mi accorgo che
quasi tutte le auto che mi
passano accanto ospitano una
sola persona: il guidatore. In
pratica ogni giorno gli ateniesi
escono di casa e portano a
spasso per la citt alcune
centinaia di migliaia di metri
cubi di aria. Con il mio metodo
invece, nelle zone
particolarmente intasate, quelle
appunto del centro storico, io
farei circolare solo le auto con
almeno tre persone a bordo.
Questa disposizione
convincerebbe gli impiegati ad
allearsi fra loro e a recarsi in
ufficio in gruppi di tre, il che
favorirebbe il dialogo e la
comprensione fra gli esseri
umani.
ARISTOGAMO: Temo che
non farebbe altro che favorire la
nascita di una nuova
professione: quella dell'auto-
accompagnatore.
FEDRO: A proposito,
Aristogamo, come va che oggi
sei solo e non hai con te il tuo
amico Meneandro?
ARISTOGAMO: Sono
venuto qui, al portico di Zeus
Liberatore, proprio perch ho
un appuntamento con lui.
FEDRO: Avete gi un
programma per il resto della
giornata, o potete restare a
conversare in nostra
compagnia?
ARISTOGAMO: No.
Meneandro verr con la sua
auto, una Land Rover, per poi
portarmi a Falero a mangiare il
pesce in una trattoria dove, a
suo dire, si mangia benissimo.
SOCRATE: Ho scorto
Meneandro proprio questa
mattina mentre, in un piccolo
spiazzo accanto al tempio di
Artemide, stava lavando con
uno shampoo la sua auto. Non
credo che Meneandro abbia mai
avuto tanta cura per se stesso,
n per la propria moglie, la
povera Calimno. Dopo aver
asciugato la macchina con un
pezzo di porpora di Tiro, egli
arretrava di qualche metro per
poterla meglio contemplare,
quindi si protendeva di nuovo
con dolcezza verso ogni suo
interstizio come se fosse stata
un'amante. Ho visto molti
schiavi affaccendansi come
Meneandro, ma nessun
ateniese dabbene fare
altrettanto. Ogni volta che
toccava l'auto era evidente che
il contatto gli procurava un
estremo piacere, simile a quello
che debbono provare i sacerdoti
di Pallade quando viene dato
loro il permesso di toccare la
statua della Dea.
FEDRO: Molti ad Atene
amano la propria auto in questo
modo, o Socrate, non vedo
perch te ne meravigli tanto.
SOCRATE: Mi dispiace
deluderti, caro Fedro, ma non
riesco proprio a capire questo
sentimento.
Confesso le mie debolezze:
ammiro il seno di Frine e posso
cedere ai desideri della carne
guardando il corpo del figliuolo
di Clinia, ma non credo che
potrei mai trovare una
"fuoristrada pi desiderabile
di Frine o di Alcibiade.

ARISTOGAMO: Ogni
generazione ha i suoi feticci, i
suoi miti. Forse, carissimo
Socrate, tu sei semplicemente
vecchio.
SOCRATE: Tu piuttosto,
Aristogamo, che lavori
nell'industria automobilistica,
perch non ti dai da fare con la
tua societ per migliorare
questa tremenda cosa che
l'automobile?
ARISTOGAMO: Cosa vuoi
pi migliorare? Ormai l'auto ha
raggiunto il massimo della
perfezione.
SOCRATE: Nient'affatto. Io
penso che sia del tutto sbagliata
e sarei in grado di
dimostrartelo, sempre che tu
abbia per voglia di ascoltarmi.
ARISTOGAMO: Come ti ho
gi detto prima, sono qui in
attesa di Meneandro. Non
avendo nulla da fare, non vedo
un motivo per non ascoltare le
tue fantasticherie.
SOCRATE: Il maggior
difetto di tutte le auto il
paraurti.
ARISTOGAMO: Il paraurti?
E perch mai?
SOCRATE: Perch cos come
concepito non pi uno
strumento di difesa, come
immagino dovrebbe essere, ma
bens uno strumento di offesa,
al punto che sarebbe pi giusto
chiamarlo "provocaurti.
ARISTOGAMO: Spiegati
meglio, o Socrate!
SOCRATE: A mio avviso, per
legge, i paraurti di tutte le
macchine dovrebbero essere
posizionati alla stessa altezza da
terra proprio per svolgere al
meglio la loro funzione.
Altrimenti accade che il
paraurti di un'auto offende la
carrozzeria di un'altra auto, e
viene a sua volta offeso dal
paraurti di quest'ultima. Dico
bene. o Fedro?
FEDRO: Dici bene, o
Socrate.
SOCRATE: Di questi
argomenti se ne dovrebbe
occupare addirittura Pericle,
quando viene invitato a sedersi
tra i rappresentanti dell'Onu. E
dal momento che questa
organizzazione internazionale e
altre consimili nulla riescono a
combinare in materia di grandi
problemi, si occupino almeno di
queste piccole cose. Il paraurti,
per far bene il suo lavoro,
dovrebbe sempre scontrarsi con
un altro paraurti. In caso
contrario esso si comporterebbe
come uno di quei rostri che
Caio Duilio appose alle navi
romane per meglio sconfiggere
i cartaginesi. E dal momento
che dobbiamo disegnare l'auto
del futuro, consentitemi di
esporre tutte le mie
innovazioni.
FEDRO: Parla, o Socrate,
ch le tue riflessioni possono
essere molto di aiuto a chi,
come me, si appresta proprio a
comprare una macchina.
SOCRATE: Primo: un'auto
deve disporre di soli due posti e
non deve essere pi lunga di
quanto oggi non siano larghe le
altre auto, in modo da poterla
sempre parcheggiare con il
muso contro il marciapiede.
Molti credono che un'auto
grande sia pi comoda di una
piccola, laddove la vera
comodit di un'auto si misura
dalla facilit con la quale si
riesce a parcheggiarla.
ARISTOGAMO: E se uno
deve fare un viaggio con tutta la
famiglia?
SOCRATE: Si chiede in
primo luogo se effettivamente
deve fare questo maledetto
viaggio, dopo di che, in caso di
risposta affermativa, prende
treno o l'aereo con i soldi che
ha risparmiato comprando
un'auto pi piccola.
ARISTOGAMO: Temo, o
Socrate, che tu faresti fallire in
breve tempo l'industria
dell'auto.
SOCRATE: Secondo: la
velocit dell'auto non dovr mai
superare i sessanta chilometri
orari. Oggi vengono costruite
macchine in grado di superare i
duecento chilometri l'ora.
Adesso io vorrei sapere una
cosa dalle case costruttrici e
dalle autorit competenti: dal
momento che le Leggi dello
stato vietano di superare i
centoquaranta chilometri l'ora,
anche sulle autostrade, in quale
luogo della Terra queste auto
potranno mai sfruttare tutta la
loro potenza?
ARISTOGAMO: Le Leggi
vietano la velocit effettiva, non
quella potenziale.
SOCRATE: Tu sai come io la
penso sulle Leggi. Se un giorno,
percorrendo l'autostrada Atene
Maratona a duecento
chilometri l'ora, le Leggi mi
sorpassassero e, dopo avermi
fermato, mi dicessero: "O
Socrate, che cosa avevi in
mente di fare viaggiando in
codesto modo? Non mediti
forse, con questa tua velocit
eccessiva, di distruggere noi, le
Leggi, e con noi l'intera
nazione? Sai tu che ogni anno,
in questo paese, muoiono ben
ottomila persone in incidenti
automobilistici? Puoi dirci che
cosa ne farai tu adesso dei sette
minuti che hai guadagnato
viaggiando a duecento
chilometri l'ora?, ebbene,
Aristogamo, io ti chiedo: che
cosa risponderemmo noi a
queste e ad altre simili parole?
ARISTOGAMO: Tu ragioni,
o Socrate, sempre in termini
utilitaristici e sottovaluti il
piacere del superfluo, l'ebbrezza
della velocit, il brivido della
conquista del limite, la purezza
di un profilo aerodinamico.
L'auto che tu desideri un
carretto condotto da un somaro.
SOCRATE: Non proprio, e
adesso prover a descrivertela.
L'auto, che secondo i miei
intendimenti depositata nel
Mondo delle Idee del mio
allievo Platone circondata da
ogni lato da un robusto paraurti
di gomma, largo venti
centimetri e spesso altrettanto.
ARISTOGAMO: Ma codesta
macchina che tu descrivi gi
esiste nella realt e la si trova
negli autoscontri dei Luna
Park! Tutti si vergognerebbero
a farsi vedere su un'auto simile!
SOCRATE: Ma in compenso
migliorerebbe l'umore degli
automobilisti. Oggi tutti quelli
che guidano un'auto nel traffico
hanno costantemente
un'espressione truce dipinta sul
volto: temono il contatto con le
auto vicine e vedono negli altri
automobilisti altrettanti nemici
da cui difendersi. Con il mio
cordolo di gomma, invece,
fallirebbero i carrozzieri e
diminuirebbero i costi delle
assicurazioni. Potrebbe essere
addirittura divertente urtarsi
l'un l'altro durante le soste ai
semafori. Ma ecco Meneandro
che si avvicina con la sua
macchina.
FEDRO: O Meneandro,
eravamo in tua attesa e io, in
particolare, ero molto curioso di
vedere la tua auto. Dimmi tutto
quello che sai di questa
macchina, in modo che io me
ne possa fare un'opinione.
MENEANDRO: E una Land
Rover, una "fuoristrada.
SOCRATE: Che vuol dire:
"fuoristrada?
MENEANDRO: Sta a
significare che quest'auto pu
camminare agevolmente anche
quando non si trova su di una
strada asfaltata.
SOCRATE: E fino a oggi hai
molto camminato fuori strada?
MENEANDRO: No, mai.
SOCRATE: E allora perch
hai comprato una "fuori-
strada?
MENEANDRO: Perch
molto pi bella di una
macchina comune.
SOCRATE: Temo di non
capire i giovani d'oggi. Ma credo
che, come al solito, Parmenide
possa venire in mio aiuto.
MENEANDRO: Anche io
provo una qualche difficolt a
capirti, o Socrate. Cosa c'entra
adesso questo Parmenide con i
nostri discorsi?
SOCRATE: Parmenide un
vecchio filosofo italiano, mio
amico, che ha la strana mania
di classificare ogni azione
umana e ogni oggetto che vede,
tra le cose che sono o tra quelle
che non sono. Ebbene io, anche
senza interrogarlo in proposito,
sono sicuro che, se fosse qui
con noi, classificherebbe la tua
Land Rover tra le cose che non
sono.
MENEANDRO: Vuoi
scherzare? D al signor
Parmenide che la mia Land
Rover un'auto che
sicuramente , dal momento
che costa ben quattro talenti e
che tutti i giovani di Atene me
la invidiano. Infine, se gli fosse
rimasto ancora qualche dubbio,
venga con me a farsi un giretto
fuori citt e gli mostrer come
tiene la strada nelle curve e
come raggiunge facilmente i
centocinquanta chilometri l'ora.
SOCRATE: Non credo che
Parmenide misuri il valore
dell'essere con i talenti e meno
che mai con la velocit. Anzi, a
questo proposito, addirittura
convinto che la tua macchina
non riesca neppure a mettersi
in moto. Parmenide, infatti,
nega l'esistenza del movimento.
MENEANDRO: Questo
Parmenide deve essere un
pazzo. Se gli sei veramente
amico, portalo da Ippocrate
perch lo faccia rinsavire.
SOCRATE: La prima
domanda che ti farebbe, se
avesse modo di interrogarti,
sarebbe questa: "Che cosa
un'automobile?.
MENEANDRO: E io gli
risponderei: un mezzo di
trasporto semovente munito di
ruote e di alcuni accessori utili
alla manovra, come per
esempio il volante, il freno,
l'acceleratore e cos via.
SOCRATE: Benissimo. Ma
anche una piccola 126 Fiat, che
costa solo poche mine, ha tutti
questi accessori, o sbaglio?
ARISTOGAMO: Dici il
giusto, o Socrate.
SOCRATE: E allora perch
tu, Meneandro, hai speso
quattro talenti per comprare
un'auto che ha gli stessi
requisiti di un'altra macchina
che costa solo poche mine?
MENEANDRO: Ma che
discorsi vai facendo, o Socrate!
Hanno proprio ragione quelli
che ti chiamano "il pazzo di
Alopece Paragonare la mia
Land Rover a una 126! E come
dire che la tua Santippe e la Dea
Afrodite sono la medesima
donna solo perch hanno
entrambe lo stesso numero di
membra! Tu non tieni conto
della bellezza, del comfort e
soprattutto del prestigio che
un'auto come la Land Rover
pu dare al suo proprietario.
SOCRATE: Ed qui che ti
aspettavo, mio giovane amico.
Ho fatto come Orione che, di
notte, si acquatta nei pressi
dello stagno, per catturare il
cinghiale. In questo caso lo
stagno stato la parola
"prestigio. Se ho ben capito, tu
pensi che gli ateniesi, alla vista
della tua Land Rover,
dovrebbero tutti esclamare: "O
quanto bella questa
macchina! Chi sar mai il suo
proprietario? e che qualcuno
dir loro: "Ma Meneandro il
padrone di questa macchina, il
magnifico e illustre
Meneandro! E cos accadrebbe
che le maggiori qualit
dell'oggetto verrebbero riflesse
sul suo padrone. Ne deduco
quindi che tu hai speso quattro
talenti per sembrare migliore,
ovvero per apparire agli altri pi
degno di stima.
MENEANDRO: E cosa c' di
male nel voler desiderare la
stima del prossimo?
SOCRATE: Nulla, se la stima
per la tua persona, tutto il
male possibile, invece, se la
stima indirizzata verso la tua
auto. So che anche Aristippo ha
un'auto e che su di essa ha
montato un telefono...
MENEANDRO: S: ha una
Mercedes turbo.
SOCRATE: Ora io mi chiedo:
cosa se ne fa Aristippo di un
telefono in macchina, dal
momento che un debosciato,
che non lavora e che vive di
rendita?
MENEANDRO: Immagino
che se ne servir per telefonare.
SOCRATE: E deve
telefonare per forza mentre
guida? Non pu, come tutti i
mortali, fermare un attimo
l'auto e andare nel primo bar
che gli capita a tiro? E forse
Aristippo un agente di borsa, un
industriale, un medico, per il
quale ogni secondo di ritardo
potrebbe essere fatale? La
verit che il telefono in
macchina sostituisce agli occhi
degli altri quelle doti che
Aristippo sa di non possedere.
Qui il dilemma se sia
preferibile il sembrare o l'essere
e a me pare che Aristippo abbia
deciso per il sembrare.
MENEANDRO: Continuo a
non capirti, o Socrate Io so solo
che amo quest'auto sopra
qualsiasi altra cosa al mondo.
SOCRATE: E pensare che
Meleto accusa me,
pubblicamente, di fabbricare
nuovi Dei!
ARISTOGAMO: Tu, o
Socrate, commetti un grave
errore nel giudicare il prossimo:
pensi che tutti gli uomini
dovrebbero sempre avere degli
alti ideali da perseguire e per i
quali, magari, essere disposti a
sacrificare la vita. Orbene, sappi
che esistono persone semplici
che, senza fare del male a
nessuno, prendono la vita come
viene, vivendola alla giornata e
nutrendosi di piccoli obiettivi. Il
fatto che Meneandro in questo
momento si sia invaghito della
propria auto ti reca forse
qualche danno?
SOCRATE: A me nessuno,
ma a lui stesso moltissimi. Il
modo di vivere che tu mi
descrivi abbastanza diffuso tra
gli uomini. I filosofi di Torino
lo hanno classificato come
"teoria del pensiero debole.
Quelli di Neapolis, che sono
meno intellettuali, e che per
questo vengono criticati, lo
hanno messo addirittura in
versi: "Basta ca ce sta 'o sole /
basta ca ce sta 'o mare / 'na
nenna accore accore/ e na
canzone pe' cant /chi a avuto,
a avuto, a vuto/ e chi a dato, a
dato, a dato / scurdammoce o
passato / simme e Napule,
pais. Ci non toglie che una
vita fatta di piccoli obiettivi
allontani l'uomo dalla felicit.
MENEANDRO: Io sono
felice con la mia Land Rover.
SOCRATE: E' la prima auto
che possiedi?
MENEANDRO: No, prima
avevo una Porsche.
SOCRATE: E hai amato la
Porsche?
MENEANDRO: S, l'ho
amata.
SOCRATE: E perch l'hai
cambiata con la Land Rover?
MENEANDRO: O bella!
Perch trovo migliore la Land
Rover.
SOCRATE: E prima della
Porsche, avevi un'altra auto?
MENEANDRO: S, avevo
una BMW. Ma perch continui
a farmi queste domande senza
costrutto?
SOCRATE: Perch penso
che sia pi felice un uomo che
si serve sempre della stessa
auto, magari un'utilitaria, che
non un uomo posseduto da un
dmone che lo costringe
continuamente a cambiare. Tu,
Meneandro, non te ne sei
accorto, ma stai versando vino
in un orcio bucato. Versi
sempre e non bevi mai! Ora che
hai finalmente ottenuto la tua
nuova macchina, non senti
come un vuoto dentro di te?
MENEANDRO: E pensi che
se avessi solo una 126 sarei
felice?
SOCRATE: Basta una
piccola ciotola per bere e, a
volte, anche il cavo della mano.
FEDRO: Da quanto tu dici, o
Socrate, io allora non dovrei pi
comprare alcuna macchina,
perch, una volta soddisfatto il
mio desiderio, verrei subito
preso da un altro desiderio
ancora pi costoso.
SOCRATE: L'Avere non
concede tregue ai suoi seguaci.
Ciononostante, o Fedro, tu
puoi comprare lo stesso la tua
auto; l'importante che non ne
divenga schiavo. Sappi
comunque che non sar certo
un'automobile a farti fare il pi
importante dei tuoi viaggi:
quello che, partendo dal posto
in cui ti trovi ora, raggiunge
l'interno di te stesso.

(da Oi dialogoi).
Socrate e gli Ufo

SOCRATE. Salve, Eupolemo,


finalmente sei di nuovo qui tra
noi; se la memoria non
m'inganna, sono trascorsi
almeno tre mesi da quando
partisti per Larissa.
EUPOLEMO: Tre mesi
esatti, o Socrate. L'ultimo
giorno che ci siamo visti fu il
quarto delle Panatenee. Ricordo
ancora che, appena scesi
dall'Acropoli ci recammo
insieme in casa di Filosseno e
che l, dopo un buon bicchiere
di Tachos, tu mi parlasti degli
Dei e del Fato, e di come il Fato
fosse sempre il pi potente fra
tutti gli Dei.
SOCRATE: E per quale
motivo questa volta ti sei tanto
trattenuto nella tua citt
natale? Non eri tu quello che
accusava i Tessali di essere tutti
fannulloni e superficiali?
EUPOLEMO: S, ma un
luttuoso evento mi ha colpito:
ho perso mio padre e ho dovuto
badare agli affari della famiglia,
essendo ancora i miei fratelli in
et minore.
SOCRATE: Mi dispiace
davvero. Accetta le mie parole
di conforto, anche se tardive.
EUPOLEMO: In fondo, non
c' da dolersene troppo, o
SOcrate: mio padre era vecchio
e aveva gi vissuto una lunga
vita adeguata ai suoi desideri.
CRITONE: Scusami se
m'intrometto, o Eupolemo, ma
anch'io sono vecchio e anch'io
ho sempre vissuto a mio
piacimento, eppure i miei figli
si dispiacerebbero a vedermi
morire.
EUPOLEMO: Non solo i
tuoi figli, o Critone, ma tutti gli
uomini giusti di Atene
piangerebbero la tua
scomparsa.
SOCRATE: E dimmi,
Eupolemo: come hai trovato
questa volta i Tessali?
EUPOLEMO: Sono sempre
gli stessi, o Socrate, prima
s'inventano le cose e poi le
giudicano vere. Uno dei miei
concittadini per esempio, un
certo Prestiforemo, giura di
avere incontrato una notte, tra
gli ulivi della sua terra, un
extraterrestre in carne e ossa.
CRITONE: Un
extraterrestre?
EUPOLEMO: S, un
omuncolo di colore verde con
due occhi sul davanti e due sul
didietro, e con in testa un
orecchio rotante per captare i
suoni. Ebbene i Tessali, invece
di canzonarlo come avrebbe
meritato, gli hanno prestato
fede e portato doni. Ora
addirittura il marpione rifiuta
di lavorare la terra e preferisce
vivere alle spalle della plis,
raccontando in continuazione
sempre la stessa storia. Mi
stato riferito che per due mine
disposto anche a disegnare su
una tavoletta il corpo
dell'alieno.
SOCRATE: E' singolare
come tutti quelli che hanno
visto esseri di altri mondi ce li
descrivano sempre di colore
verde e mai di un altro colore !
EUPOLEMO:
Probabilmente per distinguerli
meglio da noi terrestri. A un
uomo che ha visto un
extraterrestre giallo gli si
potrebbe obiettare che ha
incontrato un cinese!
CRITONE: Dice Anassagora,
dotto in cose celesti, che fino a
oggi sono stati segnalati pi di
duecentomila avvistamenti di
Ufo, e che nella foresta di
Oreos, nell'Eubea, sono state
rilevate impronte gigantesche a
forma di zampe di gallina.
SOCRATE: Se qualcuno ha
visto dischi volanti e uomini
verdi a passeggio per i boschi, e
nel contempo uomo degno di
stima, non vedo perch non
credergli sulla parola, tuttavia a
me sembra strano come per ben
duecentomila volte questi
esseri misteriosi abbiano
visitato la Terra e poi si siano
dileguati nel nulla. Tu, o
Eupolemo, sei partito questa
mattina da Larissa e immagino
che tu abbia impiegato un certo
tempo per arrivare ad Atene.
EUPOLEMO: Cinque ore e
dieci minuti, da casello a
casello.
SOCRATE: E appena giunto
in vista delle mura di
Temistocle non hai cambiato
idea e invertito la marcia per
tornare a Larissa?

EUPOLEMO: Non lo avrei


mai fatto, o Socrate: se sono
venuto ad Atene perch avevo
uno scopo preciso che era
appunto quello di incontrare te
e Critone.
SOCRATE: Anche gli
extraterrestri, debbo
presumere, avranno un loro
scopo, altrimenti non avrebbero
mai intrapreso un cos lungo
viaggio. Immagino che essi
siano ricercatori di civilt
galattiche o persone comunque
interessate ai mille e mille
interrogativi che la natura pu
porre agli esploratori dello
spazio: materie fino a questo
momento ignote, invenzioni
strane, alimenti diversi, usi e
costumi locali e via di seguito.
Ebbene, secondo gli assertori
della presenza degli
extraterrestri sulla Terra, gli
alieni finora avvistati, dopo un
viaggio estremamente noioso di
due o trecentomila anni, si
sarebbero mostrati per qualche
attimo a un contadino qualsiasi
per poi iniziare
immediatamente il viaggio di
ritorno.
EUPOLEMO: Certo che
poco credibile.
SOCRATE: E' come se
Cristoforo Colombo, una volta
avvistate le spiagge
dell'America, subito dopo aver
udito il suo mozzo gridare
"terra, terra! avesse detto
all'equipaggio: "Bravi ragazzi,
adesso torniamo subito in
Spagna che la regina Isabella
sta in pensiero; proprio
mentre un indigeno stava
correndo dal suo capo per
dirgli: "Io questa mattina avere
visto tre caravelle-Ufo.
CRITONE: Cos dicendo, o
Socrate, vuoi forse dire che noi
siamo i soli abitanti
dell'Universo?
SOCRATE: Non oserei mai
dirlo, o Critone, anzi, se proprio
vuoi sapere come la penso, ti
dir che nell'Universo ci sono
migliaia e forse milioni di
pianeti abitati; solo che questi
mondi non comunicano tra loro
a causa delle immense distanze
che li separano. Democrito un
giorno mi disse che sui pianeti
a noi pi vicini non ci pu
essere alcuna forma di vita:
Mercurio una palla infuocata
e lo stesso dicasi di Venere,
dove le temperature superano i
mille gradi. Da Marte in poi,
invece, i pianeti, per via della
loro lontananza dal Sole, sono
pi freddi dei ghiacciai del
Caucaso. Cos stando le cose,
per trovare un ambiente pi o
meno simile al nostro,
giocoforza spostarci su un altro
sistema solare.
CRITONE: E quale potrebbe
essere il Sole di quest'altro
sistema?
SOCRATE: Una stella
chiamata Alpha Centauri.
Secondo Democrito, cos
vicina a noi che, a vederla da un
altro punto della Galassia,
sembrerebbe attaccata al nostro
Sole cos come coloro che
hanno la vista acuta vedono
Mizar attaccata alla sua
gemella.
EUPOLEMO: Ebbene, non
pu essere che a una certa
distanza da questa stella, pari a
quella che ci separa dal Sole, ci
sia un pianeta simile al nostro,
con la stessa temperatura, con
la stessa atmosfera e con un
altro Socrate che proprio in
questo momento sta
ragionando sulla nostra
esistenza?
SOCRATE: E molto
probabile che cos sia,
sennonch per raggiungere
questo pianeta impiegheremmo
tanto di quel tempo, ma tanto
(centomila anni ad andare e
centomila a tornare), che
nessuna spedizione potrebbe
mai raccontarci le meraviglie
che ha visto. Ecco perch io
sono convinto che il primo
incontro con un individuo di un
altro mondo non potr mai
essere ravvicinato, bens di tipo
radio-astronomico. Un bel
giorno accadr che uno dei tanti
radiotelescopi puntati verso gli
spazi interstellari capter un
segnale diverso da tutti gli altri.
In quel momento i nostri
astronomi si daranno da fare
per decifrarne il contenuto e,
usando lo stesso codice,
rispondere con un altro
messaggio.
EUPOLEMO: E come
spieghi, o Socrate, che tante
persone giurino di aver gi visto
degli alieni e di averci parlato?
SOCRATE: L'animo
dell'uomo ha bisogno di nutrirsi
di speranza, cos come lo
stomaco ha bisogno di cibo. La
vita invece spesso amara e
non concede scappatoie ai
desideri dei mortali. Alcune
verit sono senza alternativa:
tutti dobbiamo morire, chi
brutto non potr mai diventare
bello, chi vecchio non potr
mai ritornare giovane e chi vive
una vita opaca e senza
entusiasmi sa che molto
difficilmente riuscir a
cambiarla. E allora che fare?
Non resta che rifugiarsi nel
mistero, evadere nel
trascendente. Ed ecco fiorire da
ogni parte le favole, i miti, gli
extraterrestri, gli oroscopi, le
droghe e gli estremismi politici.
Appena nasce la domanda sul
mercato, subito appare l'offerta,
spuntano come funghi gli
sfruttatori delle angosce altrui,
gli indovini, i capipopolo, gli
spacciatori di droga e i venditori
di biglietti della lotteria.
EUPOLEMO: E cosa si
potrebbe fare contro questi
mercanti?
SOCRATE: Bisognerebbe
cacciarli dai templi! Io ormai
sono vecchio e non ho pi forza
per simili battaglie.
Spetterebbero semmai a te,
Eupolemo, che sei giovane e
robusto.
EUPOLEMO: Ti ringrazio
per i consigli che mi dai e per le
tue illuminanti parole. Ora per
ti lascio, o Socrate, e lascio a
malincuore anche te, o Critone,
perch ho un appuntamento
con Simmia il tebano davanti al
cinema Apollo... Questa sera c'
la prima mondiale del Ritorno
di E.T. sulla Terra e io e Simmia
non vogliamo arrivare in
ritardo.

(da Oi dialogoi).
Socrate e la Tv

SOCRATE: Riposiamoci
sotto questo cedro e poniamoci
il problema se gli uomini con il
passare del tempo diventano
migliori o peggiori dei loro
padri.
CRITONE: Non vorrei
essere giudicato un pessimista
come Antistene, ma ho paura
che le nuove generazioni non
abbiano quelle qualit che di
solito vengono attribuite alle
persone di buon senso, e che
comunque sono indispensabili
al filosofo.
SOCRATE: Mio buon
Critone, hai tu qualche esempio
da portare a difesa di questa
tesi?
CRITONE: lo ritrovo
addirittura in casa: parlo, ma
forse l'hai gi capito, di mio
figlio Trasbulo. Il ragazzo,
invece di dedicarsi alle buone
letture e allo studio della
natura, dorme per buona parte
della giornata e trascorre notti
insonni in un sotterraneo di
Atene chiamato "Dioniso
Night.
SOCRATE: E tu invece,
Critone, da ragazzo leggevi e
studiavi tutto il giorno? Perch
questo il vero problema: il
confrontare le qualit e i difetti
delle nuove generazioni con le
qualit e i difetti che noi
anziani avevamo alla loro stessa
et. Solo cos potremmo capire
se l'umanit diretta verso il
Bene o verso il Male.
CRITONE: Temo, o Socrate,
che la risposta sarebbe
ugualmente negativa. Anche
noi, a vent'anni, trascorrevamo
la notte per le strade, io ad
accompagnare te nel demo
Alopece e tu a riaccompagnare
me al Ceramico, ma grazie agli
Dei parlavamo tra noi, ed
stato appunto questo continuo
parlare e questo discutere a
formarci l'animo e la mente.
Che cosa invece pu imparare
un giovane dei nostri tempi, se
ogni sera si rintana in una buia
e fumosa discoteca, dove al
massimo potr ordinare a gesti
qualcosa da bere?
SOCRATE: E perch si
rifiutano di parlare tra loro?
CRITONE: Non potrebbero
farlo nemmeno se lo volessero:
il volume della musica cos
alto che non consente loro
alcun tipo di comunicazione. Se
ben ti ricordi, anche noi da
ragazzi eravamo soliti ballare il
kdax e la skinnis al chiarore
della luna, ma tra un pezzo e
l'altro ci riposavamo e avevamo
modo di conoscerci. Oggi invece
va di moda la disco music, una
specie di rumore non ispirato
da alcuna Musa, che viene
trasmessa di continuo e con la
quale tutti ballano da soli,
assorti in chiss quali lugubri
pensieri. Ecco perch io parlo di
figli degeneri, e quando dico
degeneri non mi riferisco solo
alla mia esperienza familiare,
ma penso anche ai figli di
Arstide, di Tucdide, di Cimone
e di Pricle e li confronto con i
loro padri.
SOCRATE: Concedimi, o
Critone, di dubitare di quanto
vai dicendo. Anche Temstocle,
e prima di lui Senfane, e prima
di lui Esodo, e prima di lui
Omro, si lamentavano dei
giovani.
A sentire costoro, ogni
generazione sarebbe stata
peggiore della precedente. Ora,
se cos fosse, i nostri figli
sarebbero dei mostri pi feroci
delle Ernni e delle Moire
messe insieme. Io temo invece
che ogni qual volta si torna con
la mente ai tempi della
giovinezza, un dmone bonario,
nascosto nella nostra memoria,
cancelli con un colpo di spugna
il Brutto per lasciar filtrare solo
il Bello e il Sublime. Basterebbe
infatti ricordarsi di Atreo che
dette in pasto al fratello Tieste i
propri nipotini, di Eracle che
uccise Telamne solo perch lo
aveva preceduto nell'entrare in
Ilio e dei gemelli Preto e Acrisio
che lottavano per interesse fin
da quando erano in attesa di
nascere nel grembo materno,
per non essere poi cos sicuri
della bellezza dei tempi andati.
CRITONE: Sar come tu
dici, o Socrate, ma ascolta il
consiglio di un amico che ti
vuol bene: se di notte per
avventura ti capiter
d'imbatterti in uno sconosciuto,
tranquillzzati se si tratta di un
uomo della nostra et e abbi
paura invece se un giovane
ateniese.
SOCRATE: Caro Critone,
ecco venire alla nostra volta
Simmia il tebano, chiediamo a
lui se anche in Beozia i giovani
sono tutti gaudenti e
fannulloni.
CRITONE: Caro Simmia,
siediti qui sull'erba e partecipa
ai nostri discorsi. Io e Socrate
stavamo parlando delle qualit
delle nuove generazioni. Che tu
sappia, in Beozia sono migliori i
giovani o i loro padri?
SIMMIA: Non saprei come
risponderti, mio buon Critone:
gli uni e gli altri non godono
della mia stima. A Tebe altro
non vedo che uomini e donne
seduti a guardare in silenzio la
televisione, siamo arrivati al
punto che in tutta la Grecia dire
"beoti" o dire "telespettatori"
diventato in pratica la
medesima cosa.
SOCRATE: Consolati,
Simmia: anche ad Atene la
maggior parte delle persone
adulte si rinchiude in casa a
guardare la televisione. Ti dir
di pi: a volte gli ateniesi
accendono la Tv anche quando
non desiderano vederla. L'altra
sera ero ospite di Cllia e notai
che durante la cena la
televisione restava accesa
bench nessuno le prestasse
attenzione. Tanto che chiesi al
padrone di casa: "Dimmi, mio
gentile amico, forse un lume
codesta scatola che tu accendi
ogni sera non appena metti
piede in casa?.
CRITONE: Io credo che tu,
Socrate, parli con tanto astio
della televisione perch a causa
di essa hai dovuto litigare con
Santippe. Mi ha detto Crizia, il
figlio di Callescro, che la scorsa
settimana la povera donna
stava seguendo una telenovela
di Aristofane, quando tu, in uno
scatto d'ira, le hai fracassato il
televisore lanciandogli contro
un sasso. Il giorno dopo,
nell'agor, tutti dicevano che
quel sasso tu avresti voluto
lanciarlo direttamente
sull'autore.
SOCRATE: Le cose non sono
andate in questo modo, o
Critone. Santippe stava
guardando un telefilm di
Aristofane, quando si aperta
la porta ed apparso Cllicle,
quel sofista da strapazzo che
una volta ebbi a umiliare in
pieno Pritano. Cllicle era
alterato in volto, aveva il naso
paonazzo e un sasso in mano:
evidentemente doveva essere
ubriaco. "Cosa vuoi, Cllicle, a
quest'ora della notte? gli ho
chiesto, e lui: "Voglio che tu mi
dia ragione almeno una volta
nella vita: se non mi dici entro
un secondo che ho ragione, ti
spacco il televisore!. Cosa
potevo fare io, povero vecchio,
contro un simile energmeno?
Ho guardato l'apparecchio, ho
visto che stavano trasmettendo
la duecentoventiduesima
telenovela di Aristofane e ho
risposto: "Credo proprio che tu
abbia torto, o Cllicle e lui ha
lanciato il sasso. Poi, per
calmarlo, gli ho detto: "Va' pure
felice per la tua strada, ch
questa sera, per la prima volta
nella vita, forse hai avuto
ragione.
CRITONE: Tu non hai
gettato il sasso, o Socrate, ma
come se lo avessi fatto: ti sei
servito della mano di Cllicle
per distruggere il televisore di
Santippe. Prima, quando
Simmia ci parlava dei Beoti che
trascorrono tutto il loro tempo
davanti alla Tv, ho intravisto
nei tuoi occhi il desiderio di
lanciare milioni di sassi! Dimmi
onestamente se ho colto il tuo
pensiero.
SOCRATE: Sei in errore,
mio buon Critone: io non ho
nulla contro la televisione, anzi,
apprezzo il telegiornale e tutte
le trasmissioni che mi
consentono di vedere il mondo
senza costringermi a fare e
disfare le valigie. Sono
contrario solo all'uso che tutte
le reti, sia di stato che private,
fanno del mezzo televisivo.
Esse trasmettono in
continuazione solo programmi
futili e ripetitivi: quiz, serial e
show. E come se, invitandomi a
un banchetto, tu mi offrissi da
mangiare come primo un dolce,
come secondo un dolce, come
frutta un dolce e, infine, come
dolce un dolce.
CRITONE: Perch non ne
parli agli altri e non li convinci
a mutare indirizzo, nei loro
palinsesti?
SOCRATE: Ho tentato di
farlo ma stata fatica inutile:
uno degli arconti voleva il
predominio sulle reti di stato e
l'altro proteggeva le
trasmissioni private. Il primo
ha favorito il secondo con un
decreto e ha ricevuto in cambio
maggior potere nelle reti della
polis, ma nessuno dei due ha
tutelato l'interesse degli
ateniesi.
SIMMIA: Come utilizzeresti
tu, o Socrate, la televisione, se
ne avessi il potere?
SOCRATE: Come prima cosa
eliminerei il monoscopio.
SIMMIA: Il monoscopio?
SOCRATE S: lo sostituirei
con un programma educativo di
bassissimo costo.
SIMMIA: E quale?
SOCRATE: Vedi, Simmia,
noi qui ad Atene abbiamo un
grande problema: il numero dei
criminali aumenta ogni giorno
a vista d'occhio e le nostre
carceri non sono pi sufficienti
a contenerli tutti. Per fare
entrare i nuovi malfattori
spesso si costretti ad
accordare la libert provvisoria
a quelli vecchi e ogni quattro o
cinque anni viene concessa
un'amnistia, il che non di
esempio al popolo.
SIMMIA: E questo, cosa ha
a che vedere questo con la
televisione?
SOCRATE: Un momento
ancora e lo saprai. Ascolta
questa storia di Solone il
Grande.
SIMMIA: Ti ascolto, o
Socrate.

SOCRATE Un giorno un
ladro entr in casa di un
vecchio cieco e gli rub tutto
quello che aveva; qualcuno per
lo vide uscire dalla casa dove
aveva commesso il furto e il
giorno dopo fu trascinato in
catene davanti a Solone. Disse il
saggio al mariuolo:
"Chiudendoti in carcere ti farei
un favore, perch ti aiuterei a
nascondere la vergogna. Io
invece preferisco che tu venga
esposto nella pubblica piazza:
solo cos potrai sapere che cosa
gli altri pensano delle tue
azioni e lo fece appendere in
una gabbia tra le colonne del
tempio di Zeus.
SIMMIA: Non riesco ancora
a vedere la conclusione del tuo
ragionamento, o Socrate.
SOCRATE: Sii pi paziente,
o Simmia, e capirai. Solone quel
giorno aveva inventato la
berlina, aveva cio capito che
l'esposizione in pubblico di un
criminale poteva essere una
pena pi educativa di qualche
anno di carcere. Oggi per, non
esistendo un'agor cos vasta da
poter contenere tutti i cittadini
dello stato, io propongo di
adottare in sua vece il video,
ovvero la piazza televisiva, e di
esporre la testa del reo al posto
dell'inutile monoscopio.
CRITONE: E pensi che i
colpevoli si vergognerebbero?
SOCRATE: Senz'altro, se il
loro caso venisse spiegato nei
minimi particolari. Vi faccio
degli esempi: la Finanza fa un
accertamento su Erissimaco il
chirurgo e scopre che ha
denunziato molto meno di
quanto non abbia guadagnato.
Allora il giudice lo condanna a
sette giorni di monoscopio e
alla seguente soprascritta:
"Questo Erissimaco, figlio di
Acumeno, evasore fiscale; come
chirurgo solito percepire due
milioni di mine per una
semplice operazione di
appendicite e nel contempo non
dichiara mai pi di un milione e
mezzo di mine al mese. Altro
caso: due teppisti scippano una
vecchia signora e vengono
arrestati. Il tribunale li
condanna alla tele-esposizione
per due mesi. Ogni sera gli
spettatori, accendendo la Tv,
vedrebbero uno dei due teppisti
con la testa infilata in una
gogna e sotto la scritta:
"Individuo particolarmente
vigliacco: in compagnia di un
compare picchiava una
vecchietta di settant'anni e le
sottraeva le duecentomila lire
della pensione; il volto del
complice verr trasmesso
questa sera alle 22.30 sulla
Rete Uno
CRITONE: E non hai paura,
o Socrate, che qualche
truffatore, pur di apparire in Tv,
incrementi i suoi delitti?
SOCRATE: Indubbiamente
esiste questo rischio, tuttavia
dobbiamo far ricorso ai residui
di onest che si annidano
nell'animo degli uomini per
migliorare il mondo.
CRITONE: E non pensi che
la televisione possa migliorare
il mondo pi di quanto tu non
riesca a fare parlando con gli
ateniesi, porta a porta?
SOCRATE: Forse potrebbe
farlo. Resta comunque il
problema che la televisione non
accetta domande, come un
uomo che parla in
continuazione senza mai
prestare ascolto.
CRITONE: Non quello, di
ascoltare il suo compito, bens
quello d'informare. Si presume
che, a seguito delle notizie
trasmesse, possa poi aver luogo
una discussione tra gli
spettatori.
SOCRATE: Mai vista una
famiglia ateniese spegnere il
televisore per dare inizio a un
dibattito. No, mio buon amico,
temo proprio che il nostro
secolo sia condannato alla
passivit! Donne che
trascorrono la vita in silenzio a
guardare la televisione, uomini
che vanno a vedere la partita di
calcio senza praticare uno sport,
ragazzi e ragazze che ballano da
soli senza mai sussurrarsi
poetiche frasi all'orecchio!
Dammi ascolto, o Critone, la
parola il vero dono di Dio, il
dialogo l'unica alternativa che
hanno i nemici per evitare la
contesa. Beati coloro che
parlano, anche quando parlano
troppo.

(da Oi dialogoi).
FINE
Note
1) Diogene Laerzio, Vite dei filosofi,
II, Vi, 48. Trad' it' di M' Gigante,
Laterza, Bari 1962; a ediz'
riveduta e accresciuta 1976.
2) Platone, Teeteto, 149 a. L'edizione
italiana delle opere platoniche qui
liberamente utilizzata : Opere, 2
voll', Laterza, Bari 1966, ora
anche in ediz' tascabile.
3) Diogene Laerzio, op' cit', II, V, 21.

4) Ibid', II, V, 19.
5) Plutarco, Dialogo sull'amore, 750
d. Cit' in Robert Flacelire,La vita
quotidiana in Grecia nel secolo di
Pericle, Rizzoli, Milano 1983, p'
147.
6) Senofonte, Jerone, 1, 33.
7) Diogene Laerzio, op' cit', II, V, 33

8) Ibid', II, V, 36.
9) Senofonte, Simposio, 2, 10,
in:Socrate. Tutte le
testimonianze: da Aristofane e
Senofonte ai Padri cristiani, a
cura di G' Giannantoni, Laterza,
Bari 1971. Cfr' Diogene Laerzio,
op' cit', II, V, 26.
10) Diogene Laerzio, op' cit', II, V,
36.
11) Aristotele, fr' 93 Rose. Cfr'
Diogene Laerzio, op' cit', II, V, 26.

12) Plutarco, Vita di Aristide, 27, in
Vite parallele, trad' it' di C'
Carena, Einaudi, Torino 1958.
13) Diogene Laerzio, op' cit', II, V,
26.
14) Brunetto Latini,:Fiori e vita di
filosafi e d'altri savi e
d'imperadori, cap' VII, La Nuova
Italia, Firenze 1979.
15) Dante Alighieri, Inferno, XV, 32.

16) Platone, Simposio, 219 e-220 d.

17) Diogene Laerzio, op' cit', II, V,
25.
18) Platone, Simposio, 221 b.
19) Platone, Apologia di Socrate, 32
c.
20) Ibid', 32 b.
21) Empiet: atto sacrilego,
vilipendio della religione di stato.

22) Jacob Burckhardt,:Storia della
civilt greca, Sansoni, Firenze
1955, vol' II, p' 27.
23) Ams (pl' amdes): il vaso che
necessario tenere in camera.
Cfr' Aristofane, Vespe, v' 935;
Tesmoforiazuse, v' 633.
24) Oscoforie: festeggiamenti in
onore di Dioniso. Le feste
iniziavano con un corteo di
ragazzi e ragazze (non orfani) che
portavano tralci di vite carichi
d'uva e terminavano con
un'ubriacatura generale al grido
di elele i i.
25) R' Flacelire, op' cit', cap' Ix.
26) Falero: antico porto di Atene,
prima dell'arcontato di
Temistocle.
27) Sull'ostracismo cfr' R' Flacelire,
op. cit, cap' Ix; J' Burckhardt, op'
cit' vol' I, p' 7; J' Carcopino,
L'ostracsme athnien, Alcan,
Paris 1935.
28) Plutarco, Vita di Aristide, 7.
29) L'accusatore veniva multato per
mille dracme solo nel caso che
non ottenesse almeno il quinto
dei voti a favore dell'accusa.
30) Sui logografi cfr' J' Burckhardt,
op' cit', vol' II, p' 43; R' Flacelire,
op' cit', p' 297.
31) Aristofane, Nuvole.
32) Maza: farina d'orzo.
33) Collegio di magistrati che
sovrintendevano alle prigioni.
34) Il Pritaneo era l'edificio sacro
dove venivano mantenuti, a
spese dello stato, i cittadini che
avevano conquistato l'alloro
olimpico.
35) Palamede fu accusato di furto e
lapidato, per colpa di quel figlio di
buonadonna di Ulisse che aveva
nascosto nella sua tenda l'oro di
Priamo. Aiace, figlio di Telamone,
si uccise per essere stato privato
ingiustamente delle armi di
Achille.
36) Platone, Opere, cit', vol' I
(1971;a);:Processo e morte di
Socrate, Lattes, Torino 1981.
37) Quando Teseo part per Creta
con le sette coppie di vergini e di
bambini da dare in pasto al
Minotauro, gli ateniesi fecero un
voto: se le vittime si fossero
salvate, avrebbero inviato a Delo,
ogni anno, un'ambasceria in
onore del Dio Apollo e ad Atene,
durante tutto il viaggio della
nave, nessuno sarebbe stato
ucciso per ordine dello stato.
38) Ermogene era noto come il
povero perch, oltre a essere
povero, era anche il fratello di
Callia, l'uomo pi ricco di Atene.

39) Dal Fasi alle colonne d'Ercole:
dall'estremit orientale del Mar
Nero allo stretto di Gibilterra.
40) Dodecaedro costituito da dodici
pentagoni, in pratica quasi una
sfera. Cos come la descrive
Socrate, questa palla doveva
essere simile ai nostri palloni di
calcio.
41) Oilloco, oilloco, fuitavenne!
non un'espressione greca, ma
napoletana, e vuol dire: Eccolo,
eccolo, fuggite!. In realt gli
ateniesi avranno gridato: :Ido
autn, ido autn, fughete!.
42) Platone, Lachete, 18 e.
43) Diogene Laerzio, op' cit' II, V, 21.

44) Platone, Fedro, 230 b-e.
45) Platone, Teeteto, 149 a-150 c.
46) Platone, Fedro, 274-275.
47) Plutarco, Vita di Aristide, 7.
48) Platone, Menone, 71-72.
49) Fin qui il Menone. Il secondo
esempio, quello della Bont,
stato aggiunto dall'autore per
meglio illustrare il concetto di
universale.
50) Plutarco,Il dmone di Socrate,
580 d-f. Trad' it' Adelphi, Milano
1982.
51) Platone, Apologia, 31 d.
52) Platone, Repubblica, IV, 433 a.
53) Qui Platone fa riferimento a un
gioco popolare (una specie di
Monopoli del IV secolo), dove su
una scacchiera di sessanta spazi
ogni giocatore doveva
conquistare quanti pi lotti
poteva.
54) gi tanto che Platone non
abbia consigliato di ammazzarli.
Nell'antica Grecia bambini, nei
primi giorni di vita, correvano
brutti rischi: a volte bastava una
crisi di pianto perch si accusasse
il neonato di scarsa virilit. Gli
spartani eliminavano anche i pi
gracilini e gli ateniesi avevano
l'abitudine di esporre i meno
riusciti, nel senso che li
deponevano sulla pubblica piazza
a disposizione di chi li volesse
allevare come schiavi.
55) Platone, Leggi, IV, 705 a.
56) Klein,:Platone e il suo concetto
politico del mare, Lumachi,
Firenze 1910, pp' 11 sgg'.
57) Platone, Leggi, IV, 704 b.
58) A titolo d'esempio riportiamo
una delle definizioni di
democrazia attribuite a Platone
nel libro di Popper,:La societ
aperta e i suoi nemici (Armando,
Roma, 1973): La democrazia
nasce quando i poveri, dopo aver
riportato la vittoria, ammazzano
alcuni avversari, altri ne esiliano,
e si spartiscono con i rimanenti il
governo e le cariche pubbliche.

59) Platone, Politico, 291 d.
60) Platone, Repubblica, VIII, 562 c.

61) Il dialogo era Liside; cfr' Diogene
Laerzio, op' cit', III, 35.