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Collana DI

Facezie e novelle
del Rinascimento
A cura di
Edoardo Mori
Testi originali trascritti o trascrizioni del 1800 restaurate
www.mori.bz.it

G I O VA N NI S ER C AM B I

Il Novelliere Testo restaurato

Bolzano - 2017
Ho creato questa collana di libri per il mio interesse per la sto-
ria della facezia e per riproporre il tesoro novellistico del Ri-
nascimento italiano. Molte opere sono note e reperibili, altre
sono note solo agli specialisti e difficilmente accessibili in te-
sti non maltrattati dal tempo. Inoltre mi hanno sempre di-
sturbato le edizioni ad usum Delphini, adattate a gusti bigotti,
o le antologie in cui il raccoglitore offre un florilegio di ci
che piace a lui, pi attento all'aspetto letterario che a quello
umoristico. Un libro va sempre affrontato nella sua interezza
se si vuole comprendere appieno l'autore. Perci le opere pro-
poste sono sempre complete; se non le ho trascritte, stante la
difficolt di fa comprendere ai programmi di OCR il lessico e
l'ortografia di un tempo, ho sempre provveduto a restaurare il
testo originario per aumentarne la leggibilit.

Edoardo Mori

Giovanni Sercambi (Lucca, 1348 - 1424) scrisse le sue novel-


le attorno al 1400; esse sono conservate in pochi manoscritti il
principale dei quali, il Trivulziano n. 193 il pi ampio e af-
fidabile. Qui ho riprodotto la trascrizione a cura di Rodolfo
Renier del 1889. Egli aveva espurgato il testo di una decina di
novelle un po' sconce e le ho recuperate da liberliber (trascri-
zione di Sinicropi) e riportate nella appendice. Quindi questo
testo integrale, salvo la cornice narrativa che il Renier ha
eliminato; in effetti non riveste un grande interesse.
L'edizione critica moderna, con note e glossario quella di
Giovanni Sinicropi, Scrittori Italiani, Laterza Editore, 1972.

2
NOVELLE INEDITE
DI

GIOVANNI SERCMBI
TRATTO

D A L CODICE T R IY U L Z IA N O C X C I II

F* CURA DI

R O D O L F O R E N IE R

TORINO
ERMANNO LOESCHER
riKINII ----- ROMA
Y l T t r i a b o o s i . SO V ia dal C o r s o , 307
1889
AL PROFESSORE

ALESSANDRO DANCONA

P R I M O ED A MO R O S O ILLUSTRATORE

DELLE NOVELLE

DI GIOVANNI SERCAMBI

CON A F F E T T O R E V E R E N T E

DEDI CO
PREFAZIONE

i.

Miserando spettacolo di continui commovimenti e m utam enti e


travagli offire la storia di Lucca nel corso del secolo XIV. Morto
Castracelo Castracene, Enrico suo figlio si & riconoscere signore
di Lucca ; m a presto Ludovico il Bavaro lo spoglia del dominio e
affranca la c itt a peso doro. Una squadra di cavalieri tedeschi
simpadronisce di Lucca e la vende a Gherardo Spinola. Questi
si sostiene m alam ente tra le insidie dei figli di Castracelo e l o
stilit aperta dei Fiorentini, finch costretto a cedere Lucca a
Giovanni di Boemia. Giovanni la vende ai Bossi di Parm a, i quali
alla lor volta, la cedono a Mastino della Scala, che finisce col darla
in mano ai Fiorentini. I prossimi Pisani, ingelositi, tanto si ado
perano che recano Lucca in loro potere e vi tengono pessimo go
verno. Finalm ente i Lucchesi comprano a caro , prezzo la loro li
bert da Carlo IV , che gli sottrae al giogo dei Pisani il 6 aprile
del 1869, giorno memorando, che i cittadini festeggiarono allora
e commemorarono poi.

Andando, noi vedemmo in picciol cerchio


torreggiar Lucca a guisa d'un boschetto
e donnearsi con Amo e con Sarchio.
Gentile tutta e ben tratta a diletto,
e pi sarebbe, se non fosse il pianto,
che quarantanni e pi le ha stretto il petto,
V ili NOVELLE DI GIOVANNI SERGAMBI

dice un poeta sincrono (1), che quando scriveva questi versi non
aveva peranco veduto spuntare quel giorno di redenzione, m a
non ne era molto discosto (2).
Se peraltro Lucca vide cessare col 1369 quella specie di palleggia
mento politico, che i potentati esterni facevano di lei, principiarono,
con la libert ricuperata, a ltri m ali nel suo seno medesimo. (Tn
uomo di specchiata probit e di senno politico non ordinario,
Francesco G uinigi, seppe ovviare, nei prim i anni ai pericoli che
le ambizioni dei grandi e la potenza delle consorterie preparavano
alla libert lucchese. Diede egli assetto allufficio degli anziani,
che potevano essere scelti indistintam ente tra i grandi ed il popolo,
e fu principale autore del m agistrato detto dei consenatori della
libert, il quale doveva difendere lo stato dalle insidie esterne ed
interne; provvide alla sicurezza messa a repentaglio dalle com
pagnie di ventura, che infestavano l Italia, e si scherm dal rischio
di una invasione a mano arm ata per parte del Visconti (1373);
rialz la istruzione dei giovani, contribu alla buona igiene della
citt derivando lacqua dal Serchio, istitu una cassa di depositi per
far fronte ai bisogni im previsti. Quando il 5 giugno del 1384 egli
venne a m ancare, fu lu tto generale in tu tti i buoni, che vedevano
in lu i il pi saldo ed onesto custode della libert della patria.
Ma se da una parte lopera di Francesco Guinigi torn di grande
profitto alle libere istituzioni, dallaltra essa doveva preparare uno
stato di cose estremam ente pericoloso per la citt, accrescendo a
dism isura la potenza in Lucca della sua fam iglia. Ond che dopo
la sua m orte levarono la testa le fam iglie rivali, che attaccarono
subito quella istituzione guinigiana, che dava loro pi noia, il 12

(1) Fazio degli Uberti nel Dittamondo, L. Ili, cap. 6, a p. 221 della ediz.
Silvestri.
(2) Il Dittamondo, composto e ritoccato a riprese, era finito di scrivere
verso il 1367. Cfr. G rion , Intorno atta famiglia e alla vita di F. d. Ub.,
Verona, 1875, p. 19 e la mia introduzione alle Liriche di F. d. Ub., Fi*
renze, 1883, pp. cxcicxgvii.
PREFAZIONE IX

m agistrato dei conservatori della libert. Snaturato nel 1385 questo


ufficio per opera particolarm ente di Bartolomeo F orteguerri, la
fazione avversa ai Guinigi prese il sopravvento e giunse ad audacia
inaudita. Di qui odi e contese, che approdarono finalm ente alla
guerra civile. Nel maggio del 1392 si venne apertam ente alle
arm i. Capo delluna parte era Bartolomeo Forteguerri; capo del-
laltra Lazzaro Guinigi, figliuolo di Francesco. La guerra com bat
tu ta rabbiosamente si risolse a favore dei Guinigi. Il gonfalone
del popolo fu strappato dal palazzo e portato trionfalm ente a Laz
zaro; il gonfaloniere Forteguerra Forteguerri, invano opponendosi
Lazzaro, fu ucciso a furia di popolo e sorte non dissim ile toccava
poco dipoi al fratei suo Bartolomeo.
Il 15 maggio del 1392 si assembr il senato sotto la presidenza
di M artino rnolfini, anziano, eletto gonfaloniere dai G uinigiani.
Si presero disposizioni nuove di governo, tu tte a pr* dei G uinigi
e a danno dei Forteguerri e loro consorti. Lazzaro Guinigi, di
gran lunga inferiore al padre per virt civili, divenne il vero capo,
bench senza nome, della repubblica. Sotto il suo reggim ento se
darono alquanto le discordie intestine; non i pericoli esterni, per
le bande arm ate vaganti e per la guerra con Pisa. Con le prim e
si us il solito mezzo del denaro. La guerra di P isa era n u trita
dal signore di quella terra, ser Jacopo dAppiano, e dietro a lu i
stava ad aiutarlo Gian Galeazzo Visconti, al quale premeva di
tener occupati i Fiorentini e i Lucchesi, perch non andassero al
soccorso di Francesco Gonzaga, signore di Mantova, chegli cercava
di opprimere. Cercate alleanze, i Lucchesi dapprim a resistettero
e poi nel 1398 conchiusero una tregua. Morto Jacopo nel 1399,
P isa fu ceduta al Visconti, ed a lu i and am basciatore Lazzaro
Guinigi, per cattivarselo. Se non che un terribile destino lo aspet
tava al ritorno. Antonio suo fratello e Nicolao Sbarra suo cognato
lo uccidevano a tradim ento, in casa sua, il 15 febbraio del 1400.
Causa del delitto fu nello Sbarra lodio concepito per Lazzaro dopo
la m orte di Bartolomeo Forteguerri, a lu i parente, in Antonio
X NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

Gmnigf da alenili vuoisi cagione politica, da a ltri rancore pri


vatissimo per le none volute da Lazzaro del fratello Paolo con
Caterina A ntelm inelli, unica erede di C astracelo, alla cui mano
Antonio aveva vanamente aspirato.
. Comunque sia, la m orte di Lazzaro G uinigi parve portare un
colpo m ortale alla potenza di quella fiumiglia. E ci sarebbe forsanco
avvenuto senza la accortezza e l'operosit risoluta e instancabile
di un uomo che a noi interessa molto da vicino, Giovanni Sercambi.
Giovanni di Jacopo Sereambi aveva allora varcato di poco la
cinquantina, essendo nato, come egli medesimo ci attesta nella
Cronaca, il 18 febbraio del 1347, nella contrada di san Cristo-
foro, in nella casa di mes. Santo F alabrina da Lucca (1).
Insofferente dell'um ile professione del padre, che era speziale, aveva,
non appena cresciuto negli anni, m ostrato di voler attendere a cose
m aggiori. Poco dopo infatti del francam ente di Lucca del 1369,
dava opera a ricuperare dai Pisani la rocca di Pontetetto e ne
acquistava lode di soldato valente. Nel 1382, per incarico della
signoria, andava ambasciatore al capitano di ventura Alberigo da
Barbiano, che occupata Arezzo, m inacciava di venire ai danni del
Lucchese, e questa pratica conduceva a buon fine (2). Ma il Ser-12

(1) Sa quella casa, che porta ora il n 1413 nella via S. Carlo in Canto
dArco, fa morata una inscrizione composta da Carlo Minutoli, che suona
cos : I n quest * case oi d e F alabrina | signori di Segromigno | n acq u i
Giovanni S ercambi | novclliero e cronista del sbc . XV | fautore di
PRINCIPATO | CONCULCANDO LE LIBERT DEL COMUNE | MCCCXLVII-MCCCCXXIV.
Debbo gentile comunicazione di questa e di qualche altra notizia al cav. Gio
vanni Sforza, che ringrazio qui sentitamente. Per quello che spetta ai fatti
della vita del Sercambi, mi valsi specialmente della biografia di lui, messa
insieme con cura da C. M inutoli e pubblicata prima negli A tti detta R. Ac
cademia dei Filomati, Lucca, Giusti, 1845, pp. 133-196, e poi con parecchie
correzioni in testa alla stampa procurata dal Minutoli stesso di Alcune no
velle di Giovanni Sercambi lucchese, che non si leggono netta edizione
veneziana, Lucca, Fontana, 1855.1 miei rinvi si riferiscono sempre a questa
ultima edizione.
(2) M inutoli, Op. cit., p. x.
PREFAZIONE XI

cambi era troppo avveduto per non intendere che a lu i, non ricco
e isolato, m al sarebbe venuto fatto di colorire i suoi disegni am
biziosi. E per si strinse ad ima fam iglia, che godeva in Lucca
dei prim i onori, che godeva ricchezza di censo e di aderenze, dalla
quale quindi cera molto da sperare, la fam iglia Guinigi.
Nelle fortunose vicende di questa fam iglia, dalla m orte di Fran
cesco in poi, trovossi il Sercambi sempre pronto a sovvenirla col
braccio e col consiglio. N, pare, tardarono i G uinigi, ad accorgersi
del partito che potevano trarre di questuomo ambizioso, destro e
fidato. Inauguratasi, come si disse, nel maggio del 1392 la signoria
effettiva, se non titolare, di Lazzaro Guinigi, fu il Sercambi creato
a far parte della bala e da questa sal replicate volte a ll an-
zianato, e finalm ente nel 1397 tenne il supremo grado di gonfa
loniere di giustizia e nel 1499 fu inviato am basciatore alla signoria
di Firenze (1). Egli era, come si vede, pervenuto alle cariche pi
cospicue e alle missioni pi onorevoli e delicate, quando accadde
quel fiero caso dello assassinio di Lazzaro, cui siamo giunti col
nostro racconto.
F u un colpo di fulm ine per quella fam iglia e dovette esserlo
anche pel Sercambi. Al recente fratricidio si univa lopera logo-
ratrice del tempo e quella della peste, m anifestatasi in Lucca con
grande intensit fin d allautunno del 1399, per istrem are la po
tenza dei G uinigi. Dei m aggiori, Dino era fiaccato dagli anni,
Michele dagli anni e dalla m alattia, che appunto in quel 1400
lo condusse a m orte (2); Paolo era giovine, inesperto, peritoso.12

(1) M inutoli , Op. city p. xiv.


(2) Fu questo Michele, fratello di Francesco, personaggio assai ragguar
devole. Si occup anche di lettere e una sua corrispondenza in sonetti ed in
prosa con Franco Sacchetti pubblic il M inutoli, Op. cit., p. xlvi-liv (cfr.
Zjlmbrini, Op. volg. a st.*, 503-4). Notevoli sono, nella lettera del 3 sett. 1392
di Michele a Franco, queste paiole: Delle avversit sorte qua sono certo
< vi dispiacque, e piacquevi la fine, che fu assai buona, secondo il male.
Ora, per la grazia di Dio, la terra tutta bene addirizzata e posta in vera
libert; e bench altramente sia stato detto di noi, mai non la desideramo
XII NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

Gli avversari dei Guinigi stavano gi per prendere il sopravvento,


e col loro predominio avrebbe il Sercambi veduto svanire tu tti i
suoi sogni di potenza e di ricchezza. Ci voleva ardire pari alla
gravit del momento. E il Sercambi lebbe. Quella medesima epi
demia desolatrice egli la volse a proprio vantaggio. M entre gli
avversari im pauriti dal morbo temporeggiavano fuori di Lucca,
attendendo di impossessarsene quando il m alore fosse cessato, il
Sercambi radunava tu tti i consorti dei G uinigi, incuteva loro spa
vento rappresentando il loro destino se gli inim ici si fossero im
padroniti della cosa pubblica, proponeva mezzi, uom ini, fatti. Nello
stesso tempo incoraggiva e riscaldava il tim ido e freddo Paolo Gui-
nigi, il minor figliuolo di Francesco, nel quale erano riposte le
ultim e speranze dei G uinigiani. Cogliendo il pretesto che la citt
si vuotava per la pestilenza, il gonfaloniere fatto eleggere dai Gui-
nigi, Giovanni Testa, propose che si nominasse una bala di dodici
cittadini, con autorit larghissim a sugli affari dello stato. In questo
ufficio di bala entrarono parecchi divoti a casa G uinigi, fra i
quali il Sercambi. Poco appresso, per una catena di combinazioni,
il Sercambi era fatto gonfaloniere e Paolo Guinigi anziano. P re
parato ben bene il terreno, avvenne nellottobre del 1400 il colpo
di mano, che il Sercambi ed i suoi avevano disegnato. Spuntava
il 14 ottobre e Paolo Guinigi con discreto seguito di arm ati oc
cupava la piazza di S. Michele, m entre il gonfaloniere Sercambi
radunava in tu tta fretta la bala. Alcuni di quelli della bala,
non consapevoli del segreto, chiedevano corrucciosi al Sercambi
le intenzioni di Paolo. Il gonfaloniere rispondeva che voleva as
sicurare s e la citt dai fuorusciti, che serano fatti forti con la
alleanza dei Fiorentini. M andati due della bala a Paolo, questi

in altra forma; e di due cose vogliamo essere li maggiori, alla fatica ed


alla spesa; e la prova se n' veduta e vederti (p. l u i ). Nobili parole in*
vero, che sinceramente potea pronunciare un fratello di Francesco, ma che
i successori non avrebbero potuto ripetere.
PREFAZIONE XIII

rispondeva bruscam ente che tornassero al gonfaloniere e facessero


quanto loro ordinava. A llora il Sercambi alz visiera e disse che
Paolo voleva essere creato capitano e difensore del popolo. La bala
stava irresoluta, quando si sente un moto darm i e Paolo, prece
duto da voci acclam anti, entra nella sala ove il consiglio di bala
era radunato. Cos, per opera precipua di Giovanni Sercambi, non
solo i G uinigi mantennero il loro predominio, ma lo portarono
molto pi in alto di quanto prim a fosse, conseguendo Paolo il
capitanato del popolo, vale a dire la d ittatu ra. N guari tard
che una congiura, di cui era a capo il vescovo Niccol G uinigi,
opportunamente sventata, diede occasione a Paolo di chiedere alla
bala che il titolo di capitano gli si m utasse in quello di signore
assoluto. Niuno os contraddirgli, sicch il 21 novembre 1400 co
minci la sua signoria (1).
11 trentenne dominio di Paolo G uinigi fu. certo molto diverso
da quello che lenergico carattere del Sercambi avrebbe desiderato.
Alieno per indole dalle imprese guerresche e travagliato dal
contnuo tim ore di soccombere pei maneggi dei fuorusciti e degli
em uli, nulla ardiva intraprendere, e guardingo tenevasi e titu -
bante fra le gare dei potentati, a ciascuno dei quali avrebbe
voluto essere in grazia, senza procacciarsi in fatto lam icizia di
alcuno..... La sua politica coi governi degli a ltri stati, figlia
della paura, stava tu tta nei sotterfugi e nelle tergiversazioni, sempre
mendicando egli pretesti, a fine di serbare continuamente la pi
stretta n eutralit (2). C ostrutta nel 1401 una rocca, nella quale
potesse riparare in caso di sinistro, barcamen col Visconti, che12

(1) Una pi larga e precisa esposizione di questi fatti pu trovarsi in Mi-


nutoli , Op. cit., p. xvi-xxin. Ma per la storia civile di Lucca io mi sono valso
particolarmente di M azzarosa, Storia di Lucca, Lucca, 1833, voi. I, pp. 227
segg. e di T ommasi, Sommario della storia di Lucca, in Arch. stor. ital.,
voi X, Firenze, 1847, pp. 263-306. Chi voglia pu vedere anche la disserta
zione VII del C ia n elli , in Memorie e documenti per servire allistoria
della citt e stato di Lucca, voi. II, Lucca, 1814.
(2) T ommasi, Op. cit., pp. 293 e 295.
XIV NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMM

Varava aiutato al dominio, e coi Fiorentini. Promosse il m iglio


ram ento economico, ed in ispecie agrario, del territorio e us con
tu tti clemenza, sperando cosi di cattivarsi g li anim i de* m olti ne
m ici. Quando gli furono ordite contro delle congiure, che riusc
ad eludere, us indulgenza ai rei, che non sebbero altra puni
zione che il confino. La sua clemenza si manifest pure verso Guido
M anfredi suo segretario, il quale nel 1418 lo tradiva, aiutando
la scorreria nel Lucchese del capitano di ventura Braccio da Mon
tone. Paolo si accontent di allontanare Guido relegandolo di fuori,
e Guido lo pag aizzando in appresso contro di lui i Fiorentini.
Nel 1413 aveva saputo procacciarsi dallim peratore Sigismondo il
titolo di vicario im periale; Venezia lo fece nobile e senatore. Ma
la politica incerta e conciliativa di Paolo non sempre poteva so
stenersi in quei tem pi fortunosi. Nel conflitto che insorse nel 1425
tra Filippo M aria Visconti e i Fiorentini coi loro alleati, da una
parte e dallaltra si sollecitava loppoggio di Paolo. Dopo essersi
lungo tempo scherm ito, finalm ente egli invi settecento uomini al
Visconti, sotto la guida del figlio Ladislao. Questatto doveva ca
gionare in seguito la sua rovina, ch conclusa la pace nel 1428
tra il Visconti e la lega, il Guinigi si trov in posizione im ba
razzante. Trascinato alla guerra, resistette dapprim a Paolo con
l aiuto del Petrucci di Siena e del Visconti. Ma il capitano dei
soldati viscontei era Francesco Sforza, di cui il Guinigi non aveva
fiducia, onde nuove incertezze in lu i, che determinarono una con
giura, alla quale Paolo soggiacque nel 1430. Consegnato allo
Sforza e condotto coi figli in Milano, fu rinchiuso nel castello di
Pavia. I figli ne uscirono lib eri; Paolo vi term in i suoi giorni
nel 1432 (1). In questo modo term in la potenza dei Guinigi.1

(1) M azzarosa , Op. cit., I, 256-282. Non mi riusc reperibile il discorso


documentato di S a lt . B o n g i , Di Paolo Guinigi e delle sue ricchezze,
Lucca, 1871. Della famiglia Guinigi ' tratta diffusamente G. V ino . B aroni
nelle sue Famiglie lucchesi, opera che si conserva ms. nella R. Biblioteca
di Lucca.
PREFAZIONE XV

Elevato Paolo al potere, pi dalla audacia dei suoi partiagini (fra


i prim i il Sercambi), che dalla volont propria, riusc di gran
lunga inferiore alle esigenze di quei tem pi pieni di pericoli e di
lotte, in cui la equit e la m itezza del carattere m al valevano a
salvare dalle conseguenze di una politica fondata sulla paura.
A Giovanni Sercambi la m orte risparm i l amarezza di veder soc
combere in carcere luomo che egli aveva fatto assorgere al pi alto
potere dello stato. E gli venne meno alla vita il 27 marzo 1424 (1).
Ma se non alla totale rovina, certo ei dovette assistere alla politica
titubante di Paolo, che non poteva riuscire troppo di suo gusto. Che
Paolo si tenesse caro quel principale autore del suo innalzamento,
non a dubitare. Quando, in fatti, nel 1403, egli si rec a visi
tare il proprio dominio, fa il Sercambi chiam ato a far parte della
reggenza cui era commesso lo stato, e nellanno medesimo and
am basciatore a Gabriello M aria Visconti, divenuto signore di P isa,
e nel seguente prendeva possesso in nome del Guinigi di Carrara,
Lavenza ed a ltri castelli, rivendicati a Lucca. Nel 1405 ricupe
rava, alla testa di arm ati, il castello di Ortonuovo in Lunigiana
e dal 1408 in poi fu annoverato tra i consiglieri di Paolo (2).
Queste onorificenze peraltro non bastavano, sembra, a Giovanni,
che forse desiderava una pi decisa ingerenza negli affari pub
blici. In fine della sua Cronaca egli ha una rubrica tu tta per
sonale, che porta per titolo : B e l danno che Johanni Sercam bi d i
Lucha ha ricevuto p er essere stato amico della casa de G uinigi
e del signor P aulo G uinigi. Quivi ram m enta i servigi da lui resi
a quella fam iglia ed enum era i danni m ateriali che gliene ven

ti) Come si rileva dalla iscrizione sepolcrale, che si leggeva un giorno


nella chiesa di S. Matteo in Lucca, e che il C ia n elli estrasse dall'opera del
Pera sulle iscrizioni lucchesi. Gfr. Memorie e docum. per servire alVist. di
Lucca, II, 145. La rifer quindi il L ucchesini, nelle medesime Memorie e
documenti, IX, 126, e finalmente il M in u t o u , Op. cit., p. xxvi.
(2) M inutoli, Op. cit., p. xxiv.
XVI NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

nero, per rodio che sera tirato addosso da parte de suoi concit
tadini dim oranti in Lncca e fuori. Da questi suoi lagni si discerne
chiaram ente come gli cocessero in ispecie i danni pecunian (1).
Ci non ostante noi abbiamo buono in mano per ritenere che
il Sercambi mettesse insieme non poca roba in quel suo servire
e favorire i Guinigi. Esiste un documento, per vari risp etti note
vole, che io pubblico nella sua integrit in fondo a questa prefa
zione. il testam ento di Giovanni Sercambi, del quale si rogava
il 21 febbraio 1424 il notaio ser Domenico Ciomucchi (2). Da
questo testam ento risultano parecchi fatti della vita privata del
Sercambi e si imparano nel medesimo tempo a conoscere le sue
condizioni finanziarie.
Non avendo avuto figliuoli dalla moglie P in a Campori (3), no
m ina il Sercambi suoi eredi universali i nipoti Giannino e Bar-

(1) Di questa interessante rubrca inedita non posso che riferire il breve
sunto datone dal M inutoli, Op. cit., p. u v : Premesse alcune considera-
zioni sui percoli che s'incorrono da chi, essendo nella citt divisione, si
accosti ad una delle parti, corroborate da esempli di antiche storie e au-
torit di dottori, viene riepilogando i servigli da lui renduti alla casa Gui-
nigi; e quindi passa a raccontare i danni sofferti per detta cagione enu-
inorandone fino a otto; cinque de quali non sono per che la conseguenza
del terzo danno, cio dell'essergli stato impedito d'entrare al possesso del-
l'eredit di maestro Giglio Sercambi suo zio, morto in Parigi il 1404, pel
fatto degli esecutori del testamento. Aveva Giovanni mandato a tale
effetto il suo fratello Bartolommeo con lettera commendatizia del signore
di Lucca: ma tutto fu nulla; che Bartolommeo vi lasci la vita, e in luogo
di conseguire la eredit, che egli fa ascendere a meglio di fiorini sette*
mila, gliene andarono settecento de' proprii . Cfr. p. xxv.
(2) 11 documento si stampa qui per la prima volta; il Minutoli peraltro
ne ricav varie notizie in Op. ctf., pp. xxvi e liv. Io ne feci estrarre copia
ufficiale dallArchivio notarile di Lucca e per la precisione di questa copia'
debbo grazie al conservatore di quell'Archivio not. Federico Merli.
(3) Apparteneva questa donna alla medesima famiglia Campori di Fibbialla,
donde era uscita Lucia, moglie di Jacopo Sercambi, e madre di Giovanni.
Pina dovette essere largamente fornita di beni di fortuna e Giovanni la spos
giovanissimo (ventenne?), come risulta da uno strumento veduto dal Minia
toli, p. IX.
PREFAZIONE XVII

tolomeo, figli del defunto fratello Bartolomeo (1). A lle figlinole


del medesimo, e sue nipoti, B eatrice, M attea e Giovanna, concede
di abitare, in caso di vedovanza, nel suo palazzo in contrada di
S. M atteo, o se vogliono, nella sua casa di Mazzarosa, e g li eredi
sono obbligati a provvederle di vitto e vestito. P er di pi fa un
lascito speciale alla nipote B eatrice, moglie di Tegrino Sabolini,
di due piccole case e di varie terre nel comune di Corsanico, con
obbligo di non poterle alienare senza volont degli eredi. A ma
donna Pina, sua moglie, ordina sieno dati fior. 800, che egli ri
cav dalla vendita di buona parte delle terre da lei portate in
dote; la nomina padrona di una m et dei possessi che sono per
venuti ai Sercambi per mezzo suo; le lascia in usufrutto il pa
lazzo di S. M atteo, con tu tti i m obili onde provveduto, la villa
e i poderi di S. Anna delle piagge e la casa di Mazzarosa con
lannesso giardino. Regola i conti con Gabriele Neri da Siena, che
fu suo socio e gerente nella farm acia patem a. Essendo stato il
testante tutore e curatore del morto Antonio, figlio del fratello
Bartolomeo, ordina si rivedano i conti, e si soddisfacciano i debiti,
nel caso che dal libro risu lti chegli debba qualcosa agli eredi di
lui. Non avendo peranco dato corso ad un lascito di fiorini 30, fatto
da M argherita moglie di Giglio a favore dei monaci di S. Agostino,
vuole che tale impegno sia sciolto dagli eredi. A costoro d fa
colt di rivendere le terre che egli aveva comperate da Tomma-
succio Giovannetti di Mazzarosa e da Guiduccio P ieri, pur di Maz
zarosa, e a questi ultim i lascia un prem io, quando la vendita
avvenga alle condizioni medesime, sotto le quali ebbe luogo la
compera. Assegna 100 fiorini da distribuirsi a zitelle povere di
Lucca e vuole si dia del panno per fiorini 30 ai poveri di Maz
zarosa e per fiorini 20 a quelli di Fibbialla. Dispone messe di

(1) Certamente quel medesimo che indarno aveva cercato di raccogliere


in Francia la eredit dello zio Giglio e che vi lasci la vita, come attesta
U brano della Cronaca compendiato nella nota 1, p. xvi.
xvm NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

suffragio e stabilisce le chiese in cui devono esser dette, tra le


quali la chiesa di S. Pietro di F ibbialla e quella di S. Andrea
di Mazzarosa. Inoltre, tra vari lasciti di cere, ve n uno all'o
pera della chiesa di F ibbialla e un altro all'opera di S. Jacopo di
Mazzarosa. Vuole che due anni dopo la sua morte siano m andati,
in suffragio dell anim a sua due pellegrini, uno a S. Jacopo di.
Compostella e l altro a Boma. Desidera di essere sepolto in Lucca,
nella chiesa di S. M atteo, e quando ci venga permesso, si diano
a quella chiesa fiorini 20, altrim enti no. Nel caso di divieto, vuole
essere tum ulato nella chiesa dei disciplinati di S. M aria della
Boea, ai. quali disciplinati ordina siano date delle cere e un pic
colo legato di 4 fiorini annui.
Da tu tte queste disposizioni si discem e come il piccolo speziale
figlio di Jacopo, che abitava in una casa non sua nella contrada
di S. Cristoforo, abbia accum ulato in seguito una discreta fortuna.
Lasciata la gestione della farm acia a Gabriele N eri, cui uni
in m atrim onio la nipote Giovanna (1); sposata P ina Campori con
dote per quei tem pi cospicua ed ereditata poco appresso, dopo la
m orte di Ciomeo di Betto Campori, una porzione di quella so
stanza, egli deve avere procacciato bene per s e per i suoi, in
mezzo alle turbolenze politiche di cui fu tan ta parte, giacch nel
l anno della sua m orte lo troviamo padrone di un palazzo nella
contrada di S. M atteo (2), ove abitava con la moglie, di altre due
case m inori in Lucca, di casa, giardino e campi a Mazzarosa (3),123

(1) Vedi Minatoli, Op. cit., p. lx.


(2) Intorno alla provenienza di questa casa non sono ben chiaro. La prima
volta che se ne parla nel testamento, detto che essa provenne ex here-
< ditate olim magistri Gilii Ser Cambii . Ci posto, Giovanni non avrebbe
potuto prenderne possesso prima del 1404, anno in cui Giglio mor. Ma
come va che il M inutoli (p. xlvi) trov inscritto Giovanni nell'estimo del
1399 come possessore di quella casa? Si tratterebbe forse di due case diverse
nella medesima contrada?
(3) I Sercambi provenivano da Mazzarosa, e Massagrogia, come si legge
nei documenti (cfr. M inutoli, p. rra). Ivi probabilmente avevano la loro an-
PREFAZIONE XIX

di terre a C oranico, di una v illa e poderi a S. nna delle piagge


nel contado lucchese. Sembra che anche senza la eredit dello
zio di P arigi, per la quale men tanto scalpore, egli dovesse poter
vivere agiatam ente.
Questi pochi dati biografici potranno essere rettificati e com
pletati da chi abbia modo di frugare negli archivi d i Lucca. N
dubito che ci sia per avvenire presto e bene, per cura delluomo
egregio cui fu commessa la stam pa della Cronaca sercambiana.

IL

Se la attiv it politica di Giovanni Sercambi rim ase oscura per


molto tempo, massime fuori della patria sua, ancor pi oscure e
dim enticate furono le opere di lu i. L esserne a stam pa o indicata
alcuna nel secolo passato, non valse al Sercambi lonore di venir
considerato nelle m aggiori storie letterarie. 11 Tiraboschi appena
lo cita, e quando nel principio del secolo nostro Bartolomeo Gamba
ebbe tra mano il codice delle sue novelle, ne identific non senza
fatica lautore col poco noto storico lucchese, di cui aveva pubbli
cato qualcosa il M uratori. Crebbe bens pi tard i la sua impor
tanza agli occhi degli eruditi, quando Cesare Luccbesini nella
Storia letteraria del ducato Lucchese (1) e tren tanni pi tardi,
molto meglio, Carlo M uratoli, parlarono di lu i di proposito e quando
si cominci a por m ente alla principale delle sue opere letterarie,
le novelle, conosciuta solo in piccola parte. Lultim o, diligente

tica casa e qualche tenuta, e quindi Giovanni fece col degli acquisti di
campi. Dai lasciti del testamento si pu rilevare laffetto ch'egli serbava a
quella terra, donde erano usciti i suoi maggiori. E cos pure volle favorito
il paese d'origine della moglie sua, Fibbialla. Per quanto misogino e diffi
dente delle mogli appaia nelle novelle, sembra che a Pina lo legasse viva
affezione.
(1) Mem. e docum. c it, voi. IX, Lucca, 1825, pp. 126-128.
XX NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

quanto dotto, storico delle lettere nostre (1), non manc di asse
gnare il suo posticino anche al Sercam bi; ma a valutarlo nella
sua interezza gli mancavano g li elem enti. Volle in fatti il caso che,
per ostacoli di diversa natura, degli scritti del Sercambi vedessero
sinora la luce soltanto pochi, e quei pochi o incom pleti o scorretti.
Lo scritto che forse meglio di ogni altro serve a caratterizzare
lindole politica del Sercambi e quella sua acutezza di reggitore
pratico, che gli fece avere tanta parte nei destini civili della sua
terra, il M onito ai Guinigi (2). Questa breve prosa, diretta a
Dino, M ichele, Lazzaro e Lazzario Guinigi, certam ente poco dopo
il 1392, in cui la potenza della fam iglia usc rafferm ata pella
vittoria ottenuta sui suoi nemici, ha in s condensato un vero pro
gram m a di governo, sul quale non sar m ale che noi ci soffer
miamo alcun poco. La riassunsero il Lucchesini (3) e il M uni
toli (4 ); ma troppo breve e incom piutam ente.
Detto nel piccolo proemio che dagli avvenimenti passati dee
luomo trarre ammaestramento per evitare i pericoli presenti e
prevenire i futuri, lautore indica il numero de soldati da pi e
da cavallo, che devono tenersi a guardia della citt e del terri
torio, e m inutam ente precisa come queste guardie si abbiano a
disporre. Le castella pi esposte si affidino a castellani fidati;
l ufficio dello anzianatico si procuri sempre ad am ici, e cos puro
si cerchi degli a ltri uffici, intendendo vostri am ici quelli che1234

(1) Gaspary , Qeschichte der italianischen Literatur , voi. II, Berlin, 1888,
pp. 72-73 e 645.
(2) Lautografo di questo Monito si trova, come mi informa lo Sforza,
nella filza 38 della serie intitolata Governo di Paolo Guinigi nel R. Ar
chivio di Stato in Lucca. Di su un cod. proprio lo stampava il M ansi, in
Stephani B alutii Tutelensis Miscellanea novo ordine digesto, voi. IV, Lucca,
1764, pp. 81-83. Qui il testo, del quale pur troppo sono forzato a valermi,
dato cosi male, con errori tanto evidenti e madornali nella lettura del
codice e nella divisione delle parole, che a desiderare una sollecita e di
ligente riproduzione deUautografo.
(3) Mem. e d o c u m IX, 127.
(4) Op. cit., pp. xxxi-xzxn.
PREFAZIONE XXI

alla morte et alla vita con la volont vostra sono u n iti . Co


loro che possono dare sospetto, non si perm etta che tengano arm i
ed arm ati. I confinati, che si sanno nemici, conferminsi nel con
fino, mandandoli in luoghi lantani, e se non ubbidiscono si seque
strino i loro beni e si dichiarino ribelli del Comune. Ogni ribelle
possa essere ucciso, preso et derubato in avere et in persona,
< et chi ta l ribello rappresenter al Commune abbia profitto, e
chi lo dar morto, ovvero chi quello uccida, abbia compenso .
Q uelli che senza colpa si fossero p artiti dalla citt, vi si richia
mino e si faccia che si diano alle loro arti, per accrescere la pro
sperit interna. Ma se qualcuno d sospetto, lo si voglia innanti
povero di fuori che ricco, acciocch con la sua ricchezza non
< possa lo stato et libert di Lucca turbare . Siccome il Con
siglio generale capace di m olti uomini ed ha grande autorit,
creinsi dei com m issari, che possano essere da 12 a 18; i quali
siano gente amica e fida ed abbiano pari autorit che il Consiglio
generale, acci che quello che per Consiglio generale vincere
non si potesse, ovvero che a voi paresse non doversi a quel
Consiglio m ettere, si possa per questo ottenere, sicch sempre
la vostra volont si fccia e non pi . G li uffici meno rile
vanti e segreti si aprano paranco agli a ltri cittadini di Lucca,
acci non paia si vogliano escludere; ma si tengano pei fidi quelli
uffici, che hanno vera e diretta importanza nelle cose dello stato.
Si scelgano uomini appositi (una specie dei nostri giudici conci
liatori) e costoro determ inino quelli p iati, i quali non ben chiari
per Tuna parte et per F altra parte m ostrare si puonno . Si
tenga gran conto degli am ici, perocch Dio ci di esemplo che
a quelli che fanno del suo volere, fece grande u tile . Si Accia
di nuovo il libro delle bandiere , cio si notino rigorosamente
tu tti i soldati che si hanno, per poterne, a lloccorrenza, profittare.
P er sopperire alla spesa di questi soldati, che sar grande, si fac
ciano economie nel resto; m a tu tto si pratichi, pur di non dim i
nuire le proprie frze. Sicch, concludendo, a me pare che le
XXII NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

prediti parti, prim a che 1 soldati si facciano am ici, confidanti


e savi; et alli offici sabbia rocchio, et sim ile a m ercadanti,
che in Lacca sono ovvero che p artiti si fusseno, che vegnino a
fare buona terra, e tu tte le d itte p arti si m ettano ad effetto
senzalcuno indugio o dilazione; perocch facendolo, lo vostro
stato et libert di Lucca non viver in sospetto n gelosia, e
la cipt e la vostra persona e d e' vostri am ici saranno sicuri e
leverassi la m ateria a nostri sudditi di non attentare alcuna
cosa contraria. E seppure alcuno fosse tanto m atto, che atten-
tare volesse, non gli de n pu venir fatto, osservando le parti
di sopra ditte ; et di tale attentazione non se nabbi
cordia, bench io penso che Dio ci prester grazia ch
sogner . Term inato cos il programma di governo, segue un
piccolo programma finanziario. Considerato il poco fare della
seta, la quale arte era quella che riem piva Lucca di denari,
almeno quello che per noi far si pu, per altri non si faccia .
E per rendasi difficile con una forte gabella la importazione
de vini forestieri, si im pedisca che nel contado di Lucca entrino
mercanzie di fuori e si faccia invece che quelle lucchesi vi si diffon
dano esenti da imposizioni ; si vendano e utilizzino i locali vuoti e
i terreni incolti; si dia nuovo ordinamento alle imposte, in modo
daccrescerne i proventi. Insomma, in poche parole, un abbozzo
di riforme economiche, fondato sulla teoria del protezionismo in
dustriale ed agricolo.
Unico che abbia ravvisato la im portanza storica vera di questo
scritterello del Sercambi fu il B ruckhardt, che dopo averne dato
un compendio, not in esso una delle molte prove di fatto, che in
Italia la riflessione politica si svolge assai prim a che in tu tti
i paesi del settentrione (1) . M irabile in fatti questuomo,(i)

(i) Civilt del rinascimento, trad. ital., I, 118-19. Erra peraltro il Bur
ckhardt quando ripone l'operetta sercambiana nei primi decenni del se
colo XV. L'esser nominati nella dedica Lazzaro e Michele e il non trovarvisi
Paolo, indicano manifestamente che il Monito anteriore al 1400.
PREFAZIONE XXIII

che alla fine del secolo XIV, quando la scienza politica non si
era ancor term inata di fare su base teologico-scolastica, pun
tando alle due supreme autorit, la papale o la im periale, e non
era petanco sorta la politica classicizzante, m a non perci meno
vuota, degli eruditi (1), m irabile dico, questo figlio di speziale
lucchese, che con tan ta chiarezza e precisione di idee, con tan ta
sem plicit ed efficacia di mezzi, senza perdersi in astruserie n in
paragoni, addita la via pratica da seguirsi con la coscienza dellar
tefice, che costruisce un meccanismo. D i fronte ad una sim ile rive
lazione dello spirito pratico italiano, sarebbe puerile il lam ento che
il disegno politico del Sercambi m irasse a innalzare e tutelare la
tirannide, anzich a m antenere le istituzioni libere della patria.
H concetto dello stato come opera d arte, che ebbe agiorni nostri
un cos segnalato illustratore, si forma e si sviluppa parallelo al
concetto monarchico; n poteva essere diversamente. A noi basti qui
lavere osservato come, se questo concetto aveva trovato gi pi di
imo nella pratica, che m aterialm ente lo aveva adottato, nessuno
forse prim a del Sercambi ne espose g li ingegni con maggiore sem
plicit, schiettezza ed accortezza. Per che in quelle sue poche pa
gine, che dicono tanto, non solo egli accenna allordinamento poli
tico e m ilitare, non solo indica i mezzi meglio a tti per allontanare i
pericoli interni, non solo consiglia g li spedienti per rim ettere in vi
gore le arti m anuali, fieramente colpite dalle passate yicessitudini
politiche; ma traccia una via per far rifiorire le finanze depauperate.
Leconomia politica, che solo nel aec. X III aveva cominciato a tro
vare interpreti teorici tra i teologi, i filosofi ed i giureconsulti, i
quali tu tti si rifacevano per lo pi ai principi aristotelici (2), esce12

(1) Vedi gli indirizzi di queste scuole politiche riassunti con la solita acu
tezza e perspicuit dal V illari , N . Machiavelli e i suoi tempi, II, 230 segg.
(2) Cfr. Ch. J ourdain, Mmoire sur les commencements de Vconom.
polii, dans les icoles du moyen-Age, in Mmoires de Vacad. des inscript. et
beUes lettres, voi. XXVIII, 1874, pp. 1-51. L'opera del Cibrabio, Della
XXIV NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

interam ente nel M onito del Sercambi dalla dipendenza dei motivi
astratti tradizionali e inaugura, nella m aniera pi esplicita, quello
che parecchi secoli dopo fu chiam ato sistem a protettore (1). Ci
m eritava di essere rilevato, perch torna a vanto non piccolo dellin
gegno e del senno pratico del Sercambi. I cui am m aestram enti
economici furono forse in parte meglio seguiti che g li am m aestra
m enti politici dal debole Paolo Guinigi (2), tanto diverso da quel
signore ideale che il Sercambi vagheggiava.
Singolare il vedere che i medesimi intendim enti didattici di
governo, che inspirarono il M onito, fanno capolino eziandio in una
opera ben maggiore del Sercambi, la sua Cronaca. Di essa Cro
naca io non potei leggere se non quellunica parte che finora
a stam pa, il principio cio del secondo libro, dal 1400 al 1409,
pubblicato dal M uratori (3). Questo frammento trov il M uratori
in un cod. della Ambrosiana e gli parve di aver rinvenuto tu tto
intero il secondo libro. Ammaestrato dalle parole del Sercambi
medesimo chegli aveva scritto un primo libro, del quale questo

economia politica del medio evo, Torino, 1842, nella quale, del resto, di troppe
cose si parla che con la economia, politica e non politica, non hanno che
vedere, non si occupa affatto delle teorie.
(1) Lo riconobbe con un cenno L. C ossa nella Guida allo studio della
economia politica, Milano, 1870, p. 128. Circa alle prime manifestazioni di
scienza economica in Italia, nei tempi del Sere, e nei successivi, vedi una
disamina alquanto superficiale di E m. Gebhart , Les historiens fiorentine de
la renaissance et les commencement de 1iconomie politique et sociale, in
Sances et travaux de Vacad. des Sciences morales et politiques, voi. XXXIV,
1875, 2* sem., pp. 552 sgg.
(2) Sulle migliorie specialmente agrarie, introdotte da Paolo, vedi M az -
zarosa , St. di Lucca, I, 258-60. Egli cerc anche di porre un riparo al de
cadimento dellarte dei drappi serici; ma non vi riusc (vedi T ommasi, Som
mario, p. 297). 11 Sercambi, come s' visto, la considerava ornai spacciata.
(3) In R. I. 8., XVIII, 797 sgg. Parecchi hanno creduto che quivi ai tro
vasse tutto quanto il Sere, scrisse della storia di Lucca. Fa meraviglia di veder
ripetuto tale errore anche in un libro recente e pregevole, qual quello di
U. B alzani, Le cronache italiane del medio evo, Milano, 1884, p. 280.
PREFAZIONE XXV

secondo era la continuazione (1), fece pratiche presso il governo


di Lucca per ottenere comunicazione di quel ms., ma tale favore
g li fu costantemente negato per gelosia politica (2). Quindi sino
ad oggi tu tto il primo libro rim ase inedito e cos pure una gran
parte del secondo. Oggi, su proposta della sezione di Lucca della
R . Deputazione di storia patria per la Toscana, l Um bria e le
M arche, lIstitu to storico italiano ha deliberato di pubblicare in
tera la Cronaca del Sercam bi, affidandone la cura al eh. cav.
Salvatore Bongi (3).

(1) Il primo libro, come appare anche dall'effptictf riferito dal M inutoli
(Op. cit., p. xxvm), era destinato a far corpo da s. Negli inizi del libro
secondo il Sercambi stesso ci dice che sera proposto di non voler pi oltre
narrare delle cose della sua terra, ma che poi mut consiglio.
(2) Di ci muove lagno il Muratori in una lettera da lui diretta il 26 set*
tembre 1727 a Oiov. Domenico Mansi. Ivi scritto: Del resto, mi auguro
ben la fortuna di far conoscere il mio singolare ossequio a cotesti illu-
c strissimi signori e alla loro nobile citt, ricordevole sempre delle grazie e
finezze che ne ho ricevuto. E volesse Iddio che i medesimi si accordas-
s sero a contribuire altre memorie e storie, ond'io potessi far onore alla lor
s patria. Le repubbliche di Venezia e Genova, siccome vedr V. R. (per
tacere di tante altre citt), mi hanno data maniera di servire alla lor
gloria con pubblicare le loro antiche croniche. Solamente Lucca non vuol
somministrare neppure un foglio. Ho fatto chiedere una parte della Gr*
c nica di Ser Gambi, avendo io l'altra. Non l'ho potuta ottenere. Si far ben
credere alla gente, che cotesta s antica e riguardevole citt sia la pi
c povera di tutte, e mancher a lei quel lustro che tante altre minori avranno
nella mia raccolta, perch vi si leggeranno le loro storie vecchie. N io
altre storie desidero che le composte prima del 1500, perch le posteriori
non fanno per me. S'io fossi cost, direi tanto, che forse mi riuscirebbe
di levar tutta l'ombra e gli ostacoli che impediscono la gloria propria e
l'accrescimento della pubblica erudizione. Almeno V. R., che anche pi
di me ama la sua citt, desidera il suo onore e conosce ch'io parlo pi
per suo che per mio bene, dica e ridica qul che pu in tal congiuntura .
Vedi Lettere inedite di L . A. M uratori scritte a Toscani, Firenze, 1854.
p. 405.
(3) Cfr. Ballettino dell*Istituto storico italiano, tene. 1, p. 21; fase. 2*,
p. 71; fase. 3, pp. 35*37. Gi quarant'anni sono il march. Antonio Mazza-
rosa (1780-1882) ebbe l'idea di pubblicare la Cronaca del Sercambi, ma poi
non ne fece nulla. Lo rilevo da una lettera inedita di P. Giordani a lui, in
data 23 maggio 1843, che verr presto in luce.
XXVI NOVELLE DI GIOVANNI SERCAUBI

Il prim o libro va dal principio del 1164 allaprile del 1400 ed


diviso in tre p arti. La prim a narra a gran tra tti g li avveni
m enti occorsi dal 1164 al 1314; la seconda, saltando (o meglio
toccando di sfuggita) un ventennio, muove dal 1335 e giunge al
1369; la terza va da quest ultim o anno allaprile del 1400 (1).
Trovasi questo primo libro in un bellissimo codice membranaceo
del R. Archivio di Stato in L ucca, ornato di numerose e no
tevolissime m iniature, che illustrano assai bene i costumi del
tempo (2). Comincia il secondo libro col maggio del 1400 e resta
interrotto nel 1423, m entre narra della m ora che infestava Lucca
a quel tempo. Scritto dalla medesima mano che il primo, tro
vasi questo libro nellArchivio domestico dei signori G uinigi (3).
Nonostante la naturale parzialit che il Sercambi dim ostra in
questa sua Cronaca per la fam iglia Guinigi (4), essa pur sempre
uno dei pi antichi e copiosi documenti storici di Lucca. N solo
questo. Il Sercambi, oltrech uomo politico e storico, era anche
novelliere e pizzicava di poeta (o almeno ci teneva). Quindi spesse
volte i fatti vanno prendendo nel suo racconto atteggiam enti ro
manzeschi, e in mezzo ad essi troviamo inseriti dei versi di ar
gomento religioso, m orale o politico, to lti dalla Commedia o dal1234

(1) Minatoli, Op. ctf., pp. xxvn-xxvm.


(2) Vedi quanto sull'importanza di tali m iniature dice il Bonoi nel ciL
Bullettino, fase. 2, p. 71. Esse verranno riprodotte, o tutte o in gran parte,
nella edizione.
(3) Oltre il frammento che ve n' in Ambrosiana e che serv al M uratori,
havvi del secondo libro una copia intera, ma scorretta, di Bernardino Ba
roni nella R. Biblioteca di Lucca.
(4) Nella parte che ho potuto consultare, il cronista registra con speciale
affetto, in mezzo agli avvenimenti pubblici, anche i casi privati di Paolo
Guinigi, come i suoi matrimoni, le nascite dei figli, ecc. Vedi R. I. S., XVIII,
833, 847, 876, 881. La insistenza peraltro con cui replicate volte accusa il
Sercambi di partigianeria il T ommasi (Sommario, pp. 284,288,294,307, ecc.),
che pur se ne giova parecchio, non mi sembra punto giustificata. La posizione
politica del Sere, era troppo decisa perch ei potesse scrivere altrim enti da
quello che fece.
PREFAZIONE XXVII

D ittam ondo, e quel che pi im portante raccattati dalla viva


voce del popolo e dei suoi cantastorie. Di questi componimenti
altri ha gi dato un saggio, pochi anni or sono (1); il vederli
tu tti, inquadrati nella loro cornice, certo il primo desiderio di
quanti vogliono apprezzare la cronaca in s medesima e non so
lam ente per i casi in essa registrati.
Ma tornando a quanto ho detto di sopra, notevole , ripeto,
rosservare come anche nella Cronaca il Sercambi si atteggi a
m aestro di governo. Dai la tti chegli viene narrando prende occa
sione a delle ammonizioni, che occupano talora interi capitoli, e
a rincalzo delle quali narra fatterelli antichi, di Lucca e non di
Lucca, che sono vere e proprie novelle. Ci avviene particolar
m ente nel libro secondo, e pi che altrove nel frammento m ura-
tonano. Subito nel principio di questo, narrato come Paolo G ui-
nigi divenisse capitano, g li & un sormontino per am m aestrarlo
che bisogna far tesoro degli am ici provati e non credere subito
am ici quelli che ta li si professano; e per confermare collesempio
quanto ha detto, narra le novelle di Fatino e Ambrogio suo padre
e di Giabino e Cionello (2). A proposito della signoria conseguita
in Bologna da Nanni Bentivoglio, narra il fatto dei Creioni e dei
M angiadori di S. M iniato (3). poco dopo, quando nel 1401 lo 123

(1) Cfr. M kdin , Poesie politiche nella oronaca del Sercambi, in Giom.
star. d. lett. ital., IV, 398 sgg. Le poesie sono in gran parte di Davino Ca
stellani, oscuro poeta lucchese. V un serventese di Antonio Pucci, che il
Sere, guasta raffazzonandolo e una poesia anonima in morte di Francesco
Guinigi, tanto cattiva, che il M. non credette neppure pregio dellopera il
riferirla intera. V' pure toscanizzato un Lamento in morte di Bernab Vi
scontii che il Ceruti pubblic nella sua forma originale lombarda. Di sul testo
aercambiano stampato nella raccolta Mkdin-Fbati di Lamenti storici dei
sec. X IV , X V e X V I, voi. I, Bologna, 1887, pp. 185 sgg. 11 Medin non con
sider che le sole poesie politiche del solo libro primo. Nel libro secondo
sono pure inseriti dei versi; ma in minore copia che nel primo.
(2) R . I. 8., X V III,' 809-10 e 811-13. Sono la I e II del M inutoli corri
spondenti alle VI e XV del Gamba.
(3) R. I. &, XVIII, 817-18. Nov. 1 del Neri, che corrisponde a n 98 della
presente ediz.
XXVIII NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

stesso Nanni, trascurati gli am ici, strngeva p atti segreti con


Astorre Manfredi, gli si indirizza direttam ente e lo proverbia, quasi
chei non avesse posto m ente allo esempio portogli. Mosso da
buona cagione a narrare a te, Nanni Bentvoglia, perch non
hai voluto prendere esemplo a quello, che fattoti tu signore di
< Bologna con tuoi am ici, che tu solo non eri da tanto, che tal
signora dovessi aver presa; m a avendo a te m olti am ici, quella
prendesti; e tu , come poco am atore delli am iri, volesti far quello,
che tu tti, come tu , ne rimaseno ingannati. E pertanto ti ricordo
che non avendo tu voluto intendere a quello, che gi ti fa no-
tato, quando il dominio di Bologna prendesti, ora in questa
parte ti ricordo quello, che intervenne a uno signore ingrato,
come m i pare che sia divenuto ora a te . E racconta la no
vella di Ettore Pallavicini e Papino da P al (1). Siccome poi gli
avviene di narrare la triste fine di Nanni, aggiunge sermoneggiando
sullo stesso tono: E ben gli fu dim ostrato, che g li am ici serano
da lu i p a rtiti; e quelli, che lu i credeva che fossero fatti suoi
am ici, quelli furono i prim i a dargli della lancia. Or questo
diviene di tu tti coloro, che lasciano g li am ici provati e credono
potersi difendere con quelli, che sono stati nim ici: certo tal
credenza viene a tu tti fallita. E ben s dim ostrato il tuo poco
senno a non avere compreso g li esempli gi d itti e a te notati,
quando di Bologna ti facesti signore: che se g li avessi notati,
non saresti caduto di ta l signora (2) . A lla duchessa di Mi
lano, rim asta arbitra del dominio dopo la m orte del m arito, rac
comanda il Sercambi che attenga la promessa agli am ici del suo
consorte, ed espone, per confortarvela, la novella di Gottifredi e
di Zuccarna (3). A varie novelle d luogo la entrata in Pisa, nel123

(1) R. 1. & , XVIII, 821-22. Nov. Ili del M inutali, che corrisponde a n 100
della presente ediz.
(2) R. 1. S., XVIII, 834.
(3) R. I. S., XVIII, 83840. Nov. IV del M inutali, che corrisponde a n* 35
della presente ediz.
PREFAZIONE XXIX

1403, di Gabriello M aria Visconti, insieme con la madre, e i fatti


pisani che successero durante quella breve e fiacca signoria (1).
D etto come Gabriello M aria e Agnese Mantegazzi (N ieaa de M an
fegati, la chiam a il Sercambi) si acconciassero in P isa dandosi
buon tempo e cercando rappattum arsi con la fazione contraria,
narra il cronista tre esempi intorno alla pigrizia, per dim ostrare
< quanto la pigrizia sta male a ogni persona, e massimamente
a chi ha a reggere citt, per li pericoli, che tuttod si vedono (2) .
Poscia, quando la signoria di Gabriello fu m inacciata dai Fio
rentini, riferisce il Sercambi uno esempio per m ostrare quanto
la persona si de guardare di non fidarsi in nel suo nimico (3) .
Allorch, poco appresso, Gabriello ed Agnese furono costretti ad
abbandonare Pisa, sermoneggia il cronista: Quanto pi sam-
m aestra chi regge al suo bene, e massimamente essendo in for-
tona, tanto pi da lodare. E pertanto si dir a voi, madonna
Nieza e messer Gabriello, che non vi dovete per aversit, che
venir vi potesse, disperare dellaiuto di Dio, m a ferm i stare,
sperando sempre in lui, pi tosto che accostarvi col suo con

ri) Nel 1403 Pisa fu lasciata in eredit a Gabriello Maria Visconti, figli
uolo naturale di Gian Galeazzo. Egli con la madre recossi 1*8 nov. a pren
derne possesso. Inetto e povero principotto, mal seppe regolarsi tra le diffi
denze dei cittadini e 1ingordigia dei limitrofi. Minacciato dai Fiorentini, mal
difeso dai Genovesi e dal re di Francia, cui s'era alleato, fu ben presto
costretto a vendere la citt, la quale insorse contro i Fiorentini, e si riven
dic a indipendenza. Ma per poco, cb i Fiorentini la strinsero d'assedio e
lebbero per fame (1406). Che il Gambacorti contribuisse a tale dedizione,
lo affermano il Sercambi e altri cronisti antichi; storici pi recenti lo ne
gano. Vedi T ronci, Annali Pisani^ voi. II, Pisa, 1871, pp. 216-230 e R on-
aoNi, Istorie Pisane, voi. II, Firenze, 1844, pp. 970 sgg. La storia della
conquista dei Fiorentini fu narrata in terza rim a da un contemporaneo, Gio
vanni di ser Piero. I suoi Capitoli sono pubblicati dal Bonini in appendice
al R omcioio, Ist. jr ., Ili, 247 sgg.
(2) R. I. S., XVIII, 84245. Novelle V, VI, VII del M inutali, che sono
tutte tre comprese nella 82* della presente ediz.
(3) R. I. 8., XVIII, 852-53. Nov. II del Neri, che corrisponde a n 83 della
presente ediz.
XXX NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

trarr. S pac ad esemplo Ti conter quello che intervenne a


chi si partio da Dio e seguio il suo contrario . Ed eceo la
novella di Astolfo da D ierta e del suo patto col diavolo (1). R i
tornati i Pisani in libert, li ammonisce il cronista quanto il
tradim ento, che si fa, stia male a ogni persona , e racconta
dei due m onetari pisani (2). N arrato come i Fiorentini si faces
sero nel 1406 signori di P isa, il Sercambi viene predicando: Am-
m aestrare si doverebbe ogni Signoria, che facesse contro la vo-
lont di Dio, perch ogni buono e fedele cristiano si dee sempre
< a Dio raccomandare, e seguir quello che Iddio comanda, e non
avere tan ta presunzione che si dia a credere la Signoria averla
< da s, non ricognoscendola da Dio, dal quale tu tte le signorie
< procedono. E non volendo ta l dono ricognoscere da Dio, se male
< ne gli avviene, lha bene m eritato. E pertanto dico ora a voi,
Fiorentini, che di P isa vi siete fa tti signori e maggiori, bene
dovete esser certi, se le promissioni, che faceste di Pisa, sono
per voi osservate; e pertanto dir ad esemplo quello che intra-
venne a chi si pregi di contrastare a Dio . Dopo di che dice
la novella di Anibrotto, una delle tante m edievali, che narrano
la leggenda del re superbo (3).
Ho voluto a bella posta indugiarm i sulle occasioni che colse il
Sercambi per inserire alcune sue novelle nella Cronaca e sulle
cornici di ammonimenti e di sentenze, che egli ha condotte intorno
alle pi fra esse, acci si potesse discernere la funzione, che tali
novelle sono chiam ate ad esercitare in mezzo al racconto. Solo chi
abbia modo di consultare tu tta intera la Cronaca potr verificare
-se realm ente sia quanto io congetturo; m a se non fallace la

(1) R. I. 5 ., XVIII, 854-56. Nov. V ili del M inutoli, che corrisponde a n '12387
della presente ediz.
(2) R. I. XVIII, 858-59. Nov. IX del Minutoli, senza riscontro nel no
velliere Trivulziano.
(3) R. I. S.y XVIII, 871-74. Nov. X del M inutoli, che corrisponde a n* 38
della presente ediz.
PREFAZIONE XXXI

impressione che io ricavai da quel poco che a me fu dato di leg


gerne, m i pare che questopera, e massimamente poi il secondo libro,
debba avere un intendim ento didattico, anzi didattico personale,
perch tu tti quelli ammonimenti e quelli esempi non m irano gi
alle persone cui apparentem ente si riferiscono, m a riguardano in
modo diretto i Quinigi ed in ispecie poi Paolo. Se alle novelle
inserite nella Cronaca si aggiungano quelle politiche, che nella
C ronaca non sono, ma si leggono nel novelliere, si avr un gruppo
politico di esempi, che tende tu tto ad un medesimo scopo: dimo
strare la necessit della energia nel governo e della compattezza
d ella consorteria, nella quale non si debbono introdurre che uom ini
fid ati; dim ostrare che degli am ici deve tenersi il massimo conto
beneficarli in tu tti i modi; dim ostrare che chi stato inimico
una volta (per ingiurie fatte o ricevute) non pu essere amico in
seguito, se anche ne la sem bianza; dim ostrare che pericoloso
assai il trascurare, per amor di giustizia, gli am ici, e m ostrarsi
troppo teneri verso g li avversi. Sono pur sempre i precetti del
M onito, che qui trovano la loro esemplificazione. A ltri forse (e io
non dico che abbia torto) vedr in questo continuo battere sui
medesimi chiodi un riflesso della condizione personale del Ser
eam bi, al quale, pi che a ogni altro, doveva stare a cuore che
i G uinigi dessero retta ai loro am ici e largam ente li compensas
sero. Ci sar benissim o; ma m ia opinione che si faccia torto
a l Sercambi immiserendolo al punto di credere, che tu tti i suoi
consigli politici non avessero altro scopo che il suo egoismo di
uomo di parte, desiderante im pinguarsi ad altru i spalle. Sia nel
M onito, sia negli esempi delle novelle, sia negli ammonimenti
della Cronaca, c del vero e del sentito; del vero per rispetto a
quelle condizioni di vita politica, del sentito per rispetto a quelli
uom ini, a cui il parteggiare stava nel sangue, e che vivevano di
querele, di ripicchi, di artifizi ingannevoli. Non aveva forse ve
duto il Sercambi Lazzaro Guinigi ucciso a tradim ento dal fra
tello e dal cognato, chegli trattav a da am ici, per l offesa di un
XXXII NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

m atrim onio negato e di Bartolomeo Forteguerri morto? Non aveva


potato in Nicolao Sbarra, pi che la am icizia e la parentela per
sonale, pi che la riconoscenza per benefici ricevati, il desiderio
di vendicare lingiuria passata? E che valsero a Paolo G uinigi
la mitezza conciliativa del carattere e la clemenza verso i nem ici,
se non a m oltiplicare nellinterno le congiare, e faori a creargli
nel traditore Guido M anfredi, cui aveva fatto grazia, l alleato dei
Fiorentini inim ici? In posizioni difficili necessaria oculatezza
contnua, buone arm i, compagni fidati, energia sempre ed in tu tto ,
occhio insomma di lince e cuore di ferro. Questo voleva il Ser-
cambi, non soltanto per profitto suo proprio, ma, secondo il suo
parere, anche della citt. Ed vana retorica il m eravigliarsene
ed il gridare al fautore della tirannide. Se mi lecito paragonar
cose piccole alle molto m aggiori, non vha forse nell ideale
politico del Sercambi, rinchiuso nel gretto am bito comunale,
qualche accenno a quellaltro ideale, grande e grandem ente con
cepito e descritto, nel libro del P rincipe? Un paragone certam ente
non si pu insttuire, sarebbe ridicolo; ma chi ben guardi vedr,
o minganno, nel signorotto comunale del modesto cronista luc
chese, vissuto a cavallo tra il XIV e il XV secolo, pi di una
linea di quel tipo perfetto del signore della rinascenza, nel quale
e col quale avrebbe il M achiavelli voluto fitr trionfare cos alti
concetti politici nazionali.
Lintuito politico del Sercambi, di cui seppe dar prova anche
coi fatti, riesce tanto pi a m eravigliarci perch abbiamo ragione
di credere il nostro autore quasi interam ente destituito di coltura.
Allorch al buon M uratori capit in mano quel mozzicone della
Cronaca, che diede alle stampe, gli salt subito agli occhi la sua
sintassi scorretta e la lingua rude e m aldestra. Scripsit autem ,
dice egli, hanc historiam homo cetera rudis stilo tam hum ili
et confuso, u t nullam umquam operam dedisse gram m aticae vi-
deatur, quum syntaris interdum in ejus dictone et sensibus
desideretur. Usus etiam fu it Lucensis urbis dialecto, cuius singu-
PREFAZIONE XXXI11

lares loquendi form ulas ego plerasque retiim i (1) . Questo giu
dizio, ripetuto dal Lucchesini e attenuato, per rispetto alle novelle,
dal Gamba, trov nel M inutoli chi g li oppose, che buona parte
delle scorrezioni osservate dal M uratori si debbono al ms. Am
brosiano, di cui egli si valse, m entre non si trovano nel cod. Qui-
nigi (2). E questo sar ben vero, come certo io credo che neUau-
tagrafo non avr il M onito quella forma barbina, e talvolta quasi
incom prensibile, che ha nella stam pa del Mansi. Non per nulla
10 dissi fin dal principio di questo capitolo che il Sercambi fu poco
e male conosciuto, perch solo piccola parte de suoi scritti venne
pubblicata e quella parte scorretta. Tale osservazione pu estendersi,
come vedremo, anche alle novelle sinora edite. Ma per quanta colpa
si voglia gittare sugli amanuensi, ne resta p u r sem pre abbastanza
a ll autore, perch si finisca credendo col M uratori nullam um -
quam operam dedisse gram m aticae . Le scorrezioni degli scritti
sercam biani sono di tal natura, che rivelano a prim a giunta la sua
ignoranza, giacch ritornando esse in forma uguale, e nel M onito
e nella Cronaca e nelle novelle, bisognerebbe, per scagionarne lo
scrittore, am m ettere che i m enanti diversi si fossero dati laccordo
di sgram m aticare tu tti nella medesima m aniera. Se poi usciamo
dalla gramm atica, basta leggere le novelle e vedere come vi diventi
anarchica la geografia, comunale la storia romana, fanciullesca la
storia biblica, per formarsi unidea della coltura dello scrittore. La
confessione ri tem pi di Salomone, nella nov. 40 del mio testo, pu
stare a confronto con la donna di Catilina, che va a messa a Fiesole
11 d di Pentecoste nella M aU spiniana (3). 1 versi poi inseriti nella
Cronaca e negli interm ezzi delle novelle sono la pi m isera e ingar
bugliata cosa del mondo. Al Sercambi mancava, sembra, quasi affatto
il senso della m isura nel verso; lo si pu scorgere dalla m aniera 123

(1) R. I. 5 ., XVIII, 795.


(2) Op. cit., pp. xxx-xxxi.
(3) Gap. XVII.

Jtaciu, NonUe di 0. Streambi.


XXXIV NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

come ci ha tram andato le poesie, che ha estratte dal primo libro


della Cronaca il Medili. I tito li poi delle novelle, che vorrebbero
essere scritti in latino e sono invece una accozzaglia di parole ita
liane latinizzate, con pi di un errore nelle dipendenze dei casi e
nelle declinazioni (1), mostrano come al Sercambi mancasse anche
la cognizione esatta di quella lingua, che a tem pi suoi si reputava
indispensabile ad ogni elem entare coltura. N di questa sua igno
ranza si deve troppo stupirsi, quando si pensi alle cattive condizioni
in cui versava la istruzione pubblica in Lucca nel tempo in cui il
Sercambi era giovinetto (2).
Dopo queste considerazioni parr senza dubbio strano che il Ser
cambi abbia avuto la tem erit di commentare la D ivina C onm edia.
11 codice Laurenziano Mediceo Palatino LXXTV contiene il P aradiso
con la seguente intitolazione: T ertia p a rs Comoediae D antis, sci-
licei P aradisus, cum com entario Joatm is Cam bii. P raecedii index
rubricantm , sive argum entorum utriusque cantus, tum sum m arium
eorum quae in hoc tertia p a rte continentur. U codice in parte
membranaceo, in parte cartaceo, m iniato, di fogli 382, ed ha in
fine la seguente caratteristica dichiarazione del chiosatore: L a
soprascripta expositione, chiose o vero postille, oe scripto io12

(1) Si ammetta pure che qualcuno di questi errori debba andare a carico
del copista; ma a lui non possono certamente attribuirsi i vocaboli toscani
fatti latini, che occorrono cos di frequente. Tranne in pochissimi casi, io ho
mantenuto i titoli quali li ho trovati, non approvando punto le rettificazioni
ohe pietosamente ha introdotte il Gamba in alcuni titoli delle novelle da lui
pubblicate. Queste rettificazioni giungono talora soltanto ad alterare il signi
ficato vero del titolo. P er es. nelle nov. I e VII della ediz. Gamba troviamo
De inganno plausibili e De moto plausibili, mentre nel testo (n. 122 e 125
del cod.) leggasi, nell'un luogo e nellaltro, placibili, che una latinizzazione
di piacevole. Di plausibile v assai poco, in entrambi i casi, n questo vo
leva dire lautore.
(2) Lo osserv giustamente il Minutoli, Op. cit., pp. vm-ix, col quale mi
accordo nel ritenere che gli studi cui il Sere, dette opera non dovettero
estendersi gran fatto al di l de* rudim enti intorno allarte dello speziale,
che riceveva dal padre .
PREFAZIONE XXXV

Ioaimi Ser C am bi, secondo che a me minimo intendente pare


< che fosse lo intellecto dellautore ; e per ogni esempio, argo-
mento, oppinione, conclusione, allegora, sententia o vero alcnno
< dicto che in essa ho scripto, inteso o vero assegnato, se lo si
conforma e assomiglia al senso e al tenore della s. Madre Ec-
d esia catholica romana, approvo, affermo, et oe per bene dicto:
< se deviasse, discrepasse, o vero contradicesse al prelodato senso,
sia per vano et non bene dicto; et per lo casso et tegno per da
nessuno valore, siccome |christiano puro, fedele e verace (1). Il
M inutoli, che esamin questo commento, cos ne discorre: Le chiose
al testo non sono in sostanza che tentativi di spiegare chiaram ente
in prosa i concetti del poeta per poetiche m aniere m anifestati; m a
noi pensiamo che pi spesso gli venga fatto il contrario, cio di
avviluppare maggiormente, invece di dichiarare, i sensi pi oscuri
e difficili. Grandissim a la erudizione di cui & pompa, ogni
qualvolta gliene capita il destro, mescolando gi alla rinfusa il
sacro col profano, ed anco la favola con l istoria; e infinita la
m oltitudine delle citazioni e degli esempli tra tti dagli antichi
< filosofi, in ispecie da A ristotile e dai ss. P adri, coi quali vuol
rinfiancare le opinioni di Dante e le proprie. Bare per lo contrario,
e di non molto momento, sono le osservazioni filologiche . E poco
appresso lerudito lucchese conclude che questo lavoro del Ser-
cam bi ih fede di sua dottrina, che fu m olta per quellet, ed anzi
m aravigliosa, se si consideri che poco o niun sussidio pot avere
di m aestri e dinsegnam enti (2) .
Ora, io purtroppo non ho avuto agio di recarm i a Firenze per
istudiare m inutam ente, come si dovrebbe, questo commentario; m a
movendo dalla idea che mi sono formata della coltura del Sercambi
dalle altre opere sue, m i riesce inconcepibile questo sdoppiamento1

(1) Descrizione in Bandini, Suppl 111, 225-26 e in Minutoli, Op. cit.,


pp. xxxn-xxxir. Il F erbazzi, Manuale Dantesco, V, 291-92, copi alla let
tera, senza dirlo, il M inatoli.
<2) Minutoli, Op. cif., pp. xxxrr-xxxr.
XXXYI NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

curioso, per cui il medesimo autore sarebbe in taluni scritti igno


rante di gram m atica e di latino, m entre nel commento apparirebbe
dottissim o, sia pure alla m aniera medievale, di storia e di teologia.
Un fatterello, che m i avvenuto a questo proposito, serv a confer
m arm i nei m iei sospetti. Il ms. fiorentino ha in testa, subito dopo
Tindice, alcune terzine ed un discorso filosofico. Io m i sono procu
rato copia delle une e dellaltro (1). Le terzine vogliono essere rife
rite per saggio, ta li e quali come sono nel codice:

Incominciasi socio brevit quello che si contiene


in questa tersa parte di paradiso.
In questa parte con altra doctrina
In nove parti figurata prende
Simile al ben che da nove declina
La prima con quella virt risplende
Che con fredezza danimo excellenza
Che charita di spirito sintende
Ella segonda celestial semenza
Al governo del mondo cura e guarda
Secondol senso della sua sentenza
La tersa parte che foco damor arda
Nella quarta risplende tanta luce
Che sapientia a suo rispecto e tarda
La quinta con feroce ardir aduce
Tanta virt e forsa corporale
Che solo il m ilitar prende per duce
Dogni grandezza e animo reale
La sesta par che suo parere inpetri
La mente in lei che sua virtute chale
E lla sectima par che si contenti
A chastitaten sacerdote! manto
E ci dimostran ben su argomenti
Dogni virt e dogni habito santo
Loctava dogni ben paresser madre
Per la virt chella in se cotanto
Ella nona conchiude come padre
Mobole piu ciascun mocto celeste.

Questi b ru tti versi non sono del Sercambi, che ne faceva anche di
peggiori, m a di Jacopo A lighieri, nel ternario riassuntivo della 1

(1) Il cav. N. Anziani, bibliotecario della Laurenziana, ha voluto, con la


sua abituale gentilezza, favorirmi in questa ricerca. Gliene porgo qui le pi
sentite grazie.
PREFAZIONE XXXVII

Commedia (1). E fin. qui meno male ; m a v*ha di peggio, se si consi


dera bene il discorso filosofico. Lautore di esso vuol dim ostrare che
la beatitudine non pn provenire da nessun bene terreno; m a sola-
m ente dalla contemplazione di Dio, e che quindi unica via per giun
gervi la teologia.Passa in seguito a tratteggiare brevemente la co
stituzione del P aradiso dantesco. L a trattazione condotta con suf
ficiente garbo, n manca di citazioni erudite, attin te alle solite fonti
fam igliali nel medioevo. Ma il gran m ale si ohe questo discorso
non punto del Sercambi. Lo si trova parola per parola nel Laneo (2).
T u tti sanno quale immensa diffusione abbia avuto il commento
d i Iacopo della Lana, del quale il Batines annovera pi di cin
quanta m anoscritti. Composto nella prim a m et del XIV secolo,
esso , in ordine di tempo, il primo commentario compiuto della
Commedia (3). Tradotto in latino da Alberico da Bosciate, sac
cheggiato a man salva dall' O ttim o,, stam pato poi due volte gi
nel quattrocento, esso godette (a dritto o no) di una grande re
putazione, in ispecie nel secolo in cui venne compilato. Non po
trebbe darsi che tu tto il commento al P aradiso di Giovanni Ser
cambi non fosse altro che un plagio, come il prologo, o, se non
ad d irittu ra un plagio, un compendio od un rimaneggiamento di
quello del Lana ? In questo caso si spiegherebbe benissimo tu tta
quella dottrina uscita dun tratto dal cervello e dalla penna del
buon farm acista lucchese. E che il commento del Lana g li an
dasse particolarm ente a genio, lo si intenderebbe anche conside
rando l indole di quel commentario, in cui i fotti storici ri fon-123

(1) Cfr. la stampa che ne ha dato recentemente il R oedigxr in Propugna


tore, N. S., 1 ,368-60, w . 109-134. La Divisione di Jacopo, scritta nel 1322, si
trova in un numero sterm inato di codici. Il nuovo editore tenne a raffronto
molti mas. fiorentini e miglior notevolmente il testo, che nelle altre stampe
scorretto. 11 Sere, mise di suo parecchi errori nelle terzine che trascrisse.
(2) Vedi Comedia di D. A . col commento di Iacopo Giovanni della Lana,
pubbl. da L. Sgababklli, Bologna, 1866, pp. 311-12.
(3) Cfr. quello che ne dice G. Htoel, Ueber den historischen Werth der
dlteren Dante- Commentare, Leipzig, 1878, pp. 10 sgg.
XXXVIII NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

dono curiosamente nella fantasia del chiosatore e vengono esposti


molte volte col colorito della novella (1). Ci doveva rispondere
allindole del novelliere di Lucca. Ma io non voglio q u i, trasci*
nato dalla congettura, anticipare i risu ltati cui pu solo giungere
legittim am ente un esame particolare del m anoscritto, che a m e
per ora non concesso (2).
Qualunque sia peraltro il valore del commento della Lauren-
ziana, sta il fatto che il Sercambi ebbe per Dante una speciale
predilezione. Valgono ad attestarla g li spessi richiam i de suoi versi
nella Cronaca (3); valgono anche in parte i due aneddoti dante*123

(1) Scrve il W ittk, e ne reca molte prove: Bei Jacopo della Lana nimmt
Geschichtliches und Mythisches, Antikes und Neuestes den gleichen, allea
< Coetfim verachmhenden Legenden, oder richtiger Novellali, Charakter an>.
Die bidden ltesten Commentatoren v. D's Qttl. Komdie, in Dante-For-
schungen, I, 372.
(2) Dopo che queste pagine erano scrtte, essendosi recato a Firenze il mio
carissimo Novati, io lo pregai di dare un'occhiata al cod. Laurenziano. La
risposta che ne ebbi conferma interam ente la mia congettura. L'amico mi scrive:
Ho confrontato rapidamente, ma con sufficiente diligenza, il commento at-
tribuito al Sercambi col Laneo, e mi son persuaso che l'uno non che
< una copia ad litteram dell'altro. Il Sercambi non vi ha messo di suo nep-
pure una riga; gran che se qualche volta aggiunge una parola o duo
al testo che copia con tanto scrupolo . Ma v'ha di pi. 11 Novati ritiene
che il cod. Laurenziano sia autografo del Sercambi. Egli si fonda sull' et
del ms., sulla sua correzione e conseguenza di grafia, sui molti lucchesismi,
sulla somiglianza dei caratteri con quelli del primo libro della Cronaca nel
cod. dell'Archivio di Lucca, sullo stemma che nella facciata quarta, con
cui comincia il prologo. Quello stemma un leone d'oro rampante in campo
azzurro; precisamente lo stemma del Sercambi, come si pu vedere nel Mi-
nutoli, p. lx. Anche le miniature del ms., che il Novati mi ha accurata
mente descrtte, meritano molta considerazione. A ll' infuori di quella della
facciata quarta, che opera di un miniatore di professione, le altre, schiz
zate a penna con fattura disinvolta, e poi ripassate a mala pena con qualche
tocco di pennello, senza fondi solidi n a oro n a color, hanno l'aria di
provenire dalla mano di un artista esercitato, di un pittore. Utile potr certo
riuscire lo studio di questi disegni e il confronto con quelli che adornano iL
cod. Lucchese del primo libro della Cronaca.
(3) Un lungo passo del secondo libro di essa, ove il Sercambi, prendendo
argomento dalla peste del 1422, moralizza sullavarizia citando i passi dan
teschi, in cui parola di questo vizio e dandone un commento storico, ri-
PREFAZIONE XXXIX

schi che narra nelle novelle (1) e pi vale il trovare due copie
della Commedia tra i lib ri che gli appartennero. P er sicurezza
della dote m aterna venne praticato nel 1426 verso Giannino del
fu Bartolomeo Sercambi (uno degli eredi universali, come s ve
duto, del cronista) un sequestro dei m obili appartenuti allo zio
Giovanni. N ellatto pubblico, ohe se ne conserva (2), v anche un
catalogo de lib ri, tra quali sono notati i seguenti:

Uno libro di novelle fece Johanni.


Il protocollo delle croniche di Giovanni Sercambi.
XVI quaderni di croniche di Giovanni Sercambi in carte grandi di
capretto.
Una comedia di Dante diapoeto colle coverte bianche cio il purgatorio.
Una comedia di Dante del paradiso.
Un testo di Dante in carta montonina.*4

fer il Minutoli, Op. cit., pp. lv-lix. Trattandosi di passi del Purgatorio e
dell'Inferno, credette il M. trovarvi una prova per ritenere che il Sere, non
chiosasse soltanto il Paradiso ; ma eziandio le litre due cantiche. Il M. in
fatti osserva : A noi non par da credere che egli imprendesse la fatica di
dichiarare que luoghi della D. C. solo per dimostrare i m ali effetti della
avarizia; e crediamo piuttosto che avendo commentato Tintiero poema, ne
4 venisse levando i brani che gli facevano a taglio, accomodandoli e inne-
4 standoli nella Cronaca, come il simile teniamo eh' e' facesse delle novelle .
Benissimo; ma il male si che le esplicazioni del Sercambi corrispondono
interam ente (tranne variet insignificanti di forma) a quelle che diede il
Lana ai passi relativi di Dante. Altrove il M. (p. xxxv), sempre inteso a
provare che il Sercambi abbia commentato pure le due prime cantiche, ad
duce alcune sue parole nel proemio al canto X del Paradiso. Ma quelle pa
role sono copiate dal Lana, ediz. c it, p. 373.:
SlRGAMBI L ana
Or siccome noi sverno dicto nel Or si come appare noi avemo ditto
quarto capitolo del Purgatorio, quelle nel quarto capitolo del Purgatorio,
due extensioni che fa lo dicto zodiaco quelle due estensioni ch ela lo ditto
verso li poli sono chiamate tropici. zodiaco verso li poli sono appellate
tropici.
Se pertanto esistettero le due prime cantiche con un commento che il Ser
cambi si attribuiva, non ritengo che quel commento potesse essere di varia
natura da quello che ai ascrive a lui nel ms. Laurenziano.
(1) Novelle IX e X del Gamba.
(2) Negli A tti civili del Potest di Lucca , registro 1038, c. 52-53. Di
questo documento sono pure debitore al cav. Sforza.
XL NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

HL

Ed ora veniamo alle novelle.


Nel 1816 il bibliografo veneziano Bartolomeo Gamba pubblicava
in Venezia, in edizione di sole 113 copie, venti novelle di Gio
vanni Sercam bi, dedicandole al possessore del codice, donde le
aveva tratte, il marchese Gio. Giacomo Trivulzio (1). Come dice
egli medesimo nella prefazione, il Gamba era stato per pi mesi
il depositario del m anoscritto, ed essendone la lettu ra assai diffi
cile, ne avea fatto fare una copia. Da questa copia, di cui avr
occasione di parlare in seguito, egli deve aver ricavato qualche
estratto. Uno di tali estra tti, contenente undici novelle, trov U
DAncona nella biblioteca del barone Cristoforo Scotti d^Bergam o,
e lo pubblic nel 1886 (2). Non m olti anni prim a era stato con
cesso ad Isaia Ghiron di trarre due novelle del Sercambi diretta-
mente dal cod. Trivulziano, ed egli le aveva pubblicate per nozze (3).
Le novelle adunque, che sinora erano a stam pa, ricavate d iretta-
mente o indirettam ente dal m anoscritto Trivulziano, ammontavano
a trentatr.
Ma unaltra fonte di novelle era ben presto stata ravvisata nella
Cronaca, ove sono poste per esemplificazione, come abbiamo veduto.

(1) Novelle di Giovanni Sercambi Lucchese, ora per la prim a volta pub*
blicate, Venezia, Alvisopoli, 1816. Le novelle pubblicate dal Gamba corri
spondono nel cod. Triv. ai n12312, 15, 21, 37, 52, 57, 08, 70, 71,73, 77, 86,
92, 111, 113, 122, 133, 142, 143, 145. Cfr. la Tavola che in fondo al pre
sente volume.
(2) Novlle inedite di Giovanni Sercambi, Firenze, Libreria Dante, 1886.
Le novelle edite la prima volta dal D'Ancona corrispondono nel cod. Triv.
ai ni 16, 24, 26, 27, 33, 34, 41, 53, 58, 120, 127. Vedi la Tavola cit.
(3) Dite novlle d i Giovanni Sercambi, Milano, Bernardoni, 1879, per nozze
Gori-Riva. Sono le nov. 45 e 55 del Triv.
PREFAZIONE XLI

Dodici di queste novelle pubblic nel 1855 il M ntoli in 108


esem plari; delle quali dieci erano gi stam pate nel frammento
M uratoriano (1). A ltre due ne ricavava dal medesimo frammento
A chille N eri (2) ed una, dalla parte inedita della C ronaca, Mi*
chele Pierantoni, a 30 soli esem plari (3). Le novelle quindi ta tto
dalla Cronaca sommano a quindici.
Essendo ben presto divenute assai rare le pubblicazioni del
Gamba, del M uratoli e del Pierantoni, ristam p queste novelle,
illustrandole acconciamente, il DAncona nella disp. 119 della Scelta
d i curiositit letterarie (4); e quindici anni dopo il medesimo DAn
cona aggiungeva alla prim a stam pa delle undici novelle anzidetto,
di provenienza bergamasca, la ripubblicazione di quelle gi edite
dal Ghiron e dal N eri, e di una variante del cod. Baroni gi edita
dal Papanti, su cui avr a ritornare (5). Le due novelle di sog
getto dantesco, pubblicate tra le venti del Gamba, furono inserite
da Giovanni Papanti nellopera D ante, secondo la tradizione e i
novellatori (6).
Il Gam ba, nella lettera proemiale al suo volum etto, osserva:

(1) Alcune novelle di Giovanni Sereambi lucchese, che non si leggono


nelledizione veneziana, colla vita dell'autore scritta da Carlo M inatoli,
Lacca, Fontana, 1855. Queste novelle corrispondono, con molte varianti, alle
seguenti del cod. Triv.: 54, 60, 73, 115 (comprende tre delle novelle del M.),
123, 133, 135, 138. Due poi, le 156 e 157 della mia Tavola, non hanno cor
rispondenza nel Triv.
(2) Nel Propugnatore, 1871, voi. IV, P . Il, pp. 223 sgg. Se ne stampa
rono 32 esemplari a parte. Le novelle si trovano, con molte varianti, nel
cod. Triv. ai n123117 e 136.
(3) Novella inedita di Giovanni Sercambi, tratta da un ms. della pub
blica libreria di Lucca, Lucca, Canovetti, 1865. Risponde al n 48 del cod.
Trivulziano.
(4) Novelle di Giovanni Sercambi, Bologna, Romagnoli, 1871.
(5) Nel citato volumetto della Libreria Dante.
(6) Livorno, Vigo, 1873, pp. 65 sgg. P er la bibliografia delle novelle del
S era, vedi P assano, I novellieri italiani in prosa, Torino, 1878,11,702-705;
P aranti, Catalogo dei novellieri italiani in prosa, Livorno, 1871, voi. II,
pp. 80-82; Zambrini, Op. volg. e st.45 6, coll. 933-35 e Append., 144.
XLII NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

Voi non leggerete nella presente edizione alcuna delle novello


che si trova im brattata di oscenit e di laidezze, abbench posta
per lo pi in bocca di gente che porta cherca o cocolla, e ab*
bench lautore protestisi in pi di un luogo un cristianello
buono e m origerato. Non vi dissim ulo che ta li novelle appunto,
s per la condotta che per la sposizione, starebbero in cim a a
tu tte ; m a io so quale il debito che m i corre e so a chi in*
dirizzo questo lib ro , n intorno a ci servir parlar di van-
taggio > (1). L esempio dato dal Gamba e lautorit s u a , il
giusto tim ore che le novelle lubriche del Sercambi potessero d ar
luogo a pubblicazioni popolari m alsane, destinate a servire di
pascolo agli istin ti pi ignobili, condizioni particolari di fam iglia,
che qui non il caso di esporre, fecero in modo che il prezioso
cimelio della biblioteca T rivulzio, che unico ci conserva i rac
conti del novelliere toscano, non venisse m ai concesso agli studiosi,
che ripetutam ente e con le m aggiori insistenze ne fecero richiesta.
Ma questa riluttanza non era illiberalit, e chiunque, come me,
ha avuto lonore di profittare a varie riprese di quella splendida
raccolta di rarit dogni genere che la Trivulziana, pu e devo
affermarlo e ripeterlo. La Eccellenza del principe Giangiacomo T ri
vulzio ha voluto oggi dim ostrarlo novamente, m ettendo il codice
del Sercambi a m ia disposizione, acci ne traessi quel profitto che
meglio m i fosse sembrato. Perm etta lillustre gentiluomo, in cui
pari la gentilezza alla nobilt del sangue ed allamore pei buoni
studi, ch io gliene porga qui i m iei ringraziam enti pi v iv i, ai
quali si uniranno, ne sono certo, quanti si occupano della storia
nostra letteraria.
Il cod. n 193 della biblioteca Trivulzio (Scaff. 81, palch. 5)
un grosso cartaceo di cc. 277 e di dim . 290 X 200, scritto nel se
colo XV col brutto corsivo del tempo (2). La scrittura veramente12

(1) Op. cif., pp. xn-xin.


(2) Il P orro , Catalogo dei codici mss, della Trivulziana , Torino, 1884,
PREFAZIONE XLII1

orribile, tanto che conviene assuefarvisi per capirla, ora pi ser


rata, ora meno. In fine del codice rinchiostro ha talora corroso la
carta. La rilegatura attuale, in pergamena non cartonata, poste
riore al tempo cui il m anoscritto rim onta. F a probabilm ente nel
rilegarlo che si aggiunsero in principio ed in fine del cod. alcuni
fogli bianchi. Ma gi prim a esso doveva aver sofferto qualche
sminuim ento. In fatti della tav o la, con cui il cod. ha principio,
sono ora m antenute solo due faccio e anchesse in cattiva condi
zione. N ella tavola sono contrassegnate alcune novelle con un punto,
e in fine si legge la seguente avvertenza: T u tte quelle che sono
m iniate d i nero non sono da leggere m presenzia d i donne da
im e . N ota lettore (1). Dopo la tavola viene subito il proemio senza
alcuna didascalia e dopo il proemio una canzone, di cui ci sono
soltanto conservati g li ultim i 21 versi. In fondo al cod. m anca
una carta, la 276 (2), per cui ci quasi totalm ente so ttratta la
novella 154. Il cod. finisce fram m entariam ente, della nov. 155 v*
solo il principio; m a non abbiamo ragione di ritenere che alcuna
novella, oltre a questa, sia andata perduta, giacch con essa te r
m ina anche la tavola, che senza dubbio scritta dalla medesima
mano che stese il codice. O ltre le novelle 154 e 155, che sono
fram m entarie per mancamento di carte, fram m entaria anche la
19 (c. 36 e.), della quale m anca il principio, che fu lasciato in 12

p. 406, lo fa del sec. XIV; ma un errore. Gi il G amba (Op. cit., p. x)


aveva scritto: La forma de' suoi caratteri e quella delle sue abbreviature,
la qualit della carta, e i modi tenuti dallo scrittore nella ortografia, non
lasciano dubbio che non sia stato eseguito in Toscana, durante il sec. XV .
(1) Questa onesta nota ha fatto cadere il Gamba in un curioso equi
voco. P er dimostrare che il ms. non autografo, egli dice (Op. cit., pp. x-xi):
Una prova incontestabile che sia copia questo vostro codice bassi in una
nota posta in calce dell'indice, nella quale si accenna a miniature ag-
giunte a fregi del libro, che nel vostro esemplare non sono . Dal con
testo della nota risulta invece chiarissimo che il copista chiamava m iniate
le novelle, i cui titoli aveva contrassegnati.
(2) 0 forse due, 276 e 277, giacch nella tavola l'ultim a novella asse
gnata a c. 278. N ell'ultim a carta attualm ente sparita la numerazione.
XLIV NOVELLE DI GIOVANNI 8BRCAMBI

bianco non si sa perch, probabilm ente perch il trascrittore non


cap in quel luogo il carattere del testo che esemplava. Questa deve
anche essere la ragione per coi in alcune novelle trovansi delle
lacune, che in genere non impediscono la intelligenza del testo.
anche da ci dovettero dipendere g li spessi abbagli, che il tra
scrittore prese, abbagli che risultano in alcuni posti evidenti.
Talvolta ho fondato motivo di ritenere che il copista saltasse
eziandio qualche riga delloriginale; e questa deve essere la causa
della assoluta mancanza di senso in alcuni punti. In fatti il ms.
serba le traccie della maggiore sbadataggine. Vi pochissim a
conseguenza nella grafia; i nomi propri sono una vera croce, giacch
compaiono in cento forme diverse. Ecco pertanto lordine che hanno
le novelle nel codice e le carte in cui si trovano.

P r o e m i o ...............................................................................c. ir .
1. De sapienza ................................................................................ 4 r.
2. De s n p lid ta te ....................................................................... 7 r.
3. De malvagitate etm a litia ...................................................... 8 r.
4. De magna p ru d e n tia ............................................................... 9 r.
5. De summa j u s t i t i a ............................................................. 13 r.
0. De justitia et c r u d e l t ....................................................> 13 v.
7. De transformatione naturae ................................... > 1 4 o.
8. De simplici j u v a n e ............................................................. 18 r .
9. De altro et simplici m e r c a d a n te .................................... 19 .
10. De tritio lussurie in p r e l a t i ............................................ >* 21 r.
11. De vituperio p ie ta tis ............................................................. 23 c.
12. De muliere v o lu b ili ............................................................. * 2 4 1>.
13. De muliere a d u lte ra .............................................................. 25 .
14. De bono f a t t o ....................................................................... 27 v.
15 De ventura in m a tto ............................................................. 31 r.
16/ De tristitia et v ilta te ............................................................. * 3 3 .
17. De periculo in am ore ............................................................. * 34 r.
18. De novo modo f u r a n d i ..................................................... 35 v.
19. Di questa novella manca nel cod. il titolo e il principio, cio
due terzi di pagina, che sono lasciati in bianco * 36 r.
20. De furto castra n a t u r a .................................................... * 37 v.
21. De fa lsa rio ............................................................................... 38 e.
22. De inganno e p a l e t t a t e ..................................................... 41 r.
23. De summa a v a r itia .............................................................. 42 v.
24. De simplicitate et stu ltitia ..................................................... 44 r .
25. De plaettrili sententia . ................................... 45 e.
PREFAZIONE XLV

26. De sententia v e r a ............................................................. c. 46 r .


27. De pucra r e s p o n s io n e .....................................................* 46 v.
28. De astuzia in ju v a n o ............................................................. * 4 7 r.
29. De in g a n n o ............................................................................... 50 .
30. De lib id in e ............................................................................... 52 r.
81. De avaritia e l u s s u r i a ....................................................* 53 v.
32. De prudentia et c o s titu te .................................................... 55 r.
33. De vana lussuria - ................................... 56 v.
34. De novo inganno ...................................................................... 59 v.
35. De m alitia et p r u d e n tia ..................................................... 61 r.
36. De turpi tradimento . * 62 .
87. De m alitia in ju v a n o ............................................................ * 63 v.
38. De superbia et pauco bene ..................................................... 65 r.
39. De vera am idtia et c h a r ita te ............................................ 67 r.
40. De fide b o n a ...................................................................... 70.
41. De p u rita d e ............................................................................... 71 .
42. De castitade............................................................................... 72 r.
43. De re p u b l i c a ...................................................................... * 7 3 r.
44. De re p u b l i c a ...................................................................... 73 .
45. De le a lta te ............................................................................... 74 r.
46. De falso p e r g i u r i o ............................................ > 74 .
47. De amore et c r u d e lta te .................................................... 75 .
48. De recto amore et giusta v e n d e tta ..................................... 76 r.
49. De prudentia in c o n siK is .................................................... * 7 7 r.
50. De fahitate m u lie r is ............................................................. 79 r.
51. De ipocriti et fra u d a to res .................................................... * 82 r.
52. De p ig r itia .............................................................................. * 83 .
53. De placibiU lo q u e la ............................................................. 84 r.
54. De fahitate et tradim ento ................................... 85 r.
55. De sapienza et vero j u d i d o ..........................................* 87 r.
56. De natura /im m u tili ........................................................... 88 r.
57. De patera et magna sapientia . 89 .
58. De bona responsione ............................................................* 91 .
59. De disonesto adulterio et bono consiUo . 92 .
60. De superbia contro rem sacrata > 94 .
61. De competenti consilio de a d u lte r a ................................... 97 r.
62. De justa s e n t e n t i a ............................................................. * 98 .
63. De meretricio et justo j u d i t i o ............................................ 100 r.
64. De disonestitate v i r i ............................................................. * 101 r.
65. De nova malitia in t i r a n n o ............................................ 103 r.
66. De ebrietate et golositate in p rela to ................................... 104 r.
67. De smemoragine p r e l a t i .................................................... * 104 .
68. De dottrina data a p u e r o .................................................... 105 r.
69. De vidua lib id in o s a ............................................................. 106 .
70. De bonis m o r i b u s .............................................................* 107 .
71. De justa responsione .............................................................* 108 .
XLV1 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

72. De presuntitene stulti. c. HO r .


73. De amicitia provata . . . . * 111 r .
74. De competenti misura 112 v.
75. De vituperio mulieris p 113 .
76. De vituperio fatto per stipendiari . 115 v.
77. De simpUcitate viri et tuooris . > 116 v.
78. De muliere adultera et tristitia viri 118 r.
79. De bona providentia cantra Vomicida * 119 r .
80. De disonesta juvana et equali correttone 120 r.
81. De devodone in santo Juliano . 122 r.
82. De crudelt massima 124 r.
83. De bona providentia . . . . 124 v.
84. De bona fortuna in aversitate . 126 v.
85.. De magnanimitate mulieris et bona ventura juvani p 127 t>.
86. De periculo in itinere 130 r.
87. De rasonabiU dominio et bona justitia p 131 v.
88. De latrones et bona justitia p 132.

89. De malitia hospitatoris 133 v.


90. De falsatores et bona justitia . * 135 r.
91. De massimo furto . . . . * 136 r.
92. De restauro fatto per fortuna . 137.
93. De malcapitate ipocriti * 139 r .
94. De m alitia in inganno * 141 r.
95. De cieco a m o re ................................... * 142 r.
96. De cattivitate stipendiari . 144 r.
97. De v ilta te ............................................ 145 v.
98. De falsitate m ulieris . . . . p 147 r.

99. De malitia kominis . . . . 149 v.


100. De subita malitia in muliere . 151 v.
101. De mala correttone . . . . p 153 r.

102. De avaritia magna . . . . * 155 r.


103. De inganno in amore * 157 r .
104. De in v id ia ............................................ > 158 r.
105. De lungo inganno . . . . > 159 v.
106. De malitia mulieris adultera . p 162 r.
107. De p resu n tu o si ................................... 164 v.
106. De somma golositate . . . . p 166 r.

109. De magna golositate . . . . * 167 r.


HO. De prelato adultero . . . . 168 v.
111. De justo ju d itio ................................... p 170 v.

112. De avaro ............................................ p 173 v.


113. De pompa bestiale p 175 r.
114. De meda custodia > 176 v.
115. De p ig ritia ............................................ * 177 v.
116. De pessima malitia in prelato . p 180 r.
117. De nemico inconciliato ne confidetur * 181 r.
PREFAZIONE XLV1I

118. De ingenio muUeris adultera . c. 182 r .


119. De disonesto famulo . . . . 188 r.
120. De pulcra responsione * 190 r.
121. De apetito canino et non temperato 191 r.
122. De inganno p la eib ili. . . . * 193 r.
123. De disperato dominio 195 v.
124. De mala fiducia dinim ici 197 t>.
125. De tradimento fiuto per monacum . 199 r .
126. De malitia muUeris adultera et simile malitia viri 201 v.
127. Senza t i t o l o ................................... * 203 o.
128. De pauco sentimento in juvano 205 r.
129. De magna gelosia . . . . * 207.
130. De juvano fa ttili in amore 209 r.
131. De prava am idtia . . . . * 211 r.
132. De malvagio fa m u lo . . . . 214 v.
133. De perfetta societate . . . . 216 v.
134. De prava am idtia vel societate 218 v.
135. De tiranno ingrato . . . . * 220 v.
136. De somma ingratitudine . > 224 r.
137. De malitia muUeris adultera . * 226 r.
138. De summa et justa venduta de ingrato * 228 r.
139. De bona et justa fortuna . 230 r.
140. De romito adultero et inganno 239 v.
141. De bona ventura . . . . 241 r.
142. De geloso et multare maUtiosa * 245*.
143. De plaeibili furto unius muUeris 247 r.
144. De massima ingratitudine * 252 r.
145. De modo plaeibili . . . . * 254 t>.
146. De f a l s a t o r e ................................... > 255 o.
147. D ejusto m atrim onio. * 257 r.
148. De subito amore acceso in m uliere . 259 .
149. De novo l u d o ................................... 262 r.
150. De inganno amore > 264 v.
151. De muliere volonterosa in libidine . * 2861>.
152. D i muliere costante . . . . 269 e.
153. De pauca sapientia tir i cantra mulierem * 273 v.
154. De falaitate ju vin i . . . . 275 v.
155. De pauco sentimento domini - 277 r.

Le noTelle sono dunque 155 e non 156, come dopo il Gamba ri


peterono tutti* n Gamba ha evidentemente computato come no
vella anche il proemio.
Da quanto ho detto risu lta che il cod. Trivulziano ben lungi
d allessere un ideale di correttezza. D Gamba tu tta v ia , giusta-
XLVUI NOVELLE DI GIOVANNI SERCMBI

mente valutandone la grande im portanza, pens di fiume fine nna


trascrizione, che agevolasse la lettu ra delle novelle ai meno pra
tici di scritture antiche. La copia da lu i fatta eseguire trovasi
pure in Trivulziana, divisa in due codici, che hanno i n1 194 e
195, e preceduta da alcune osservazioni del Gamba, che con<y>r-
dano quasi compiutamente con quelle della lettera proemiale man
data innanzi alla sua edizione del 1816. Questa copia, sotto lap
parenza di una scrupolosit diplom atica eccessiva, ha mende non
piccole. Il copista deve aver trascritto m aterialm ente senza curarsi
di capire; quindi ha preso dei granchi colossali, che contribuiscono
a rendere alcune volte il testo, di per s oscuro, incomprensibile.
Non di rdo gli avvenne di saltare, non soltanto parole, m a incisi
e righe intere. D ella poca fedelt di questa copia e quindi della
edizione delle venti novelle, che condotta su di essa, ebbe ad
accorgersi poi il Gamba medesimo ed a confessarlo (1). Il che
non toglie che, in mancanza di meglio, tu tte le novelle non rica
vate dalla Cronaca, che sino ad oggi si conoscevano, all infuori
forse di quelle del Ghiron, rim ontino alla copia p red etta, e non
gi al ms. antico. D DAncona in parecchi luoghi dovette confes
sare che il testo non correva: il Gamba, siccome era luso detem pi
suoi, non si perit di porvi dentro le m ani per raddrizzarlo a suo
modo.
P er quanto almeno dato di affermare assolutam ente in sim ili
bisogne, il cod. Trivulziano 193 l unico antico delle novelle del
Sercambi che sia pervenuto sino a noi. Se pot nascere la speranza
di rintracciarne un secondo, essa non dur certam ente a lungo. Ma
un qualche fondamento alla speranza era pur dato dalla notizia che
si ha di un secondo m anoscritto, il ms. Baroni.

(1) Cfr. quanto dice nella sua Bibliografia delle novelle italiane in prosa,
Venezia, 1833, p. 54 e poi nei Testi di lingua, Venezia, 1839, p. 351, n 1153.
Vedanai anche i risultati che ha dato la collazione col testo antico praticato
per la novella De justa responsione, in P apanti, Dante, pp. 67 sgg. e 72.
PREFAZIONE XLIX

Bernardino Baroni fu ano di quelli immensi eruditi del secolo


passato, che raccoglievano patrie memorie per tu tta la vita, scri
vevano volumi su volumi e non pubblicavano nulla o quasi. Gli
o ttan tan n i abbondanti (1694-1781), che gli furono concessi, egli
impieg tu tti a vantaggio della storia lucchese. Aveva una libreria
cospicua, ricca di parecchie m igliaia di lib ri e di numerosi mano
scritti (1). T ra questi ve nera uno che conteneva le novelle del
Sercambi, di cui ci d notizia il Baroni medesimo in una nota alle
mss. M em orie degli scritto ri e lettera ti lucchesi di A. P . B erti.
Quivi cos si esprime a proposito del Sercam bi: O ltre queste
(cio le cronache) scrisse ancora ad im itazione del Decameron
del Boccaccio cento novelle, raccontate da una brigata di uomini
e di donne, quali per fuggire la pestilenza che era in Lucca,
intraprendono un viaggio per la Toscana; e per sollevare il di-
sagio del cammino, sono raccontati varii casi e accidenti con sen-
tenze m orali e poesie. Questo m anoscritto codice, che forse unico
e autografo si conserva presso di me, prego sia guardato e custo-
dito come cosa pregevole (2). Il ms. Baroni, identificato prim a
t:ol Trivulziano, certam ente affatto diverso da esso, come il Luc-
chesini sospett (3), e il M inatoli asser (4). Come abbiamo veduto,
il ms. Trivulzio ha 155 novelle; il Baroniano ne racchiudeva so
lam ente 100. Ma fortuna volle che qualche altra notizia ci perve
nisse di questultim o m anoscritto. T ra le carte spettanti al Poggiali,
il Papanti rinvenne alcuni anni sono una lettera a lu i d iretta dal
padre Luigi Baroni, in data Lucca 17 luglio 1793. Con questa let- 1234

(1) G. Minutoli, Intorno agli studi e lavori di erudizione e di storia


patria di Bernardino Baroni, in A tti dell*Accademia Lucchese, voi. XVU,
1860, pp. 1 sgg. 11 Baroni ebbe l'onore di essere registrato dal Mazzuchelli,
Scritta li, I, 384.
(2) Questa nota riferita dal Minutou, nella molte volte citata prefazione
alle novelle da lui poste in luce, p. xxxvi.
(3) Op. ciU p. 127.
(4) Op. cit; alla p. xxxvi menzionata poc anzi.

B arn, Nov*U$ di G. Sercambi.


L NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

tera il Baroni accompagnava al Poggiali una novella del Sercambi,


trascritta dal codice di fam iglia. In quella parte di questa lettera,
per noi preziosa, che il Papanti credette di pubblicare(1), si legge:
Il ms. del Sercambi ha per titolo Novelliere) d i ser G iovanni
Sercam bi, lucchese; lo scriveva nel 1874, come apparisce da una
novella di un giudice che comincia: In questo d 4 aprile 1374
avvenne in Lucca che uno G iudice M archigiano, ecc. Sono cento
novelle, con rim e alla fine di ogni diecina, e dette novelle sono
avventure accadute a suo tempo, nominando la fam iglia e le cam-
pagne del lucchese Stato dove accadute . Raccolti insieme tu tti
i dati, noi possiamo cos caratterizzare i due m anoscritti: il ms. T ri-
vulzio ha 155 novelle, e tra luna e laltra di esse vi sono degli inter
mezzi con descrizioni e sentenze m orali in prosa ed in verso, che si
mettono in bocca ai componenti la brigata lucchese, che percorre tu tta
lItalia: il ms. Baroni ha 100 novelle divise per giornate come le
boccaccesche (2), ed ha gli intermezzi in fine ad ogni giornata
( = diecina); la compagnia vi intraprende un viaggio per la Toscana
ed i soggetti dei racconti si pongono per lo pi in Toscana e p arti
colarmente nel territorio lucchese. N solo la novella del cod. Ba
roni riferita dal Papanti e dal DAncona, unica che conosciamo,
differente per il dettato delle corrispondenti del cod. Trivulzio; m a
nella lettera di Luigi Baroni riferito il principio di una no
vella, che nel codice Trivulzio non si trova. Aggiunto questo fatto
allaltro gi avvertita che due delle novelle della Cronaca, la IX e
la X II del M inutoli, entram be di soggetto toscano, non compaiono
nel cod. T riv., parm i si possa concludere che tra i due testi vi do
vesse essere, non soltanto diversit di numero e di redazione, ma12

(1) Vedi il suo Catalogo cit., p. iv della Prefazione.


(2) Come nota lo stesso L. Baroni. La novella da lui inviata al Poggiali,
ch'egli indica come quinta della giornata terza, corrisponde nel cod. Triv.
alla 34*, che sarebbe a dire quarta della giornata terza, ammettendo, come
si deve, la giornata di dieci novelle.
PREFAZIONE LI

lorse anehe io parte di contenuto e certam ente poi di distribuzione.


11 DAncona ritenne che il ms. Trivulzio rappresenti una pi
ricca e corretta forma del novelliere aereambi ano , m entre il ms.
Baroni sarebbe Btato forse il prim o getto del novelliere (1). E
in ci vi certam ente del vero. Ma a me pare che, sulla base delle
notizie che abbiamo ora, si possa andare pi oltre. Nel ms. Baroni
il disegno del novelliere riproduceva molto pi dappresso il Deca
m eron; il viaggio non oltrepassava la Toscana; i soggetti tra tta ti si
attenevano pi specialmente alla storia lucchese e italiana. N si
potrebbe forse tacciare di troppo avventato chi mettesse fuori lipo
tesi che le novelle inserite nella Cronaca fossero tolte dal cod. Ba
roni ; giacch, se non minganno (e lingannarsi in queste cose
assai facile), tra la redazione delle novelle nella Cronaca e quella
che hanno nel cod. Trivulzio, passa una differenza assai sim ile a
quella che intercede tra la novella del testo Baroniano e la sua cor
rispondente del Trivulziano. N ella redazione del cod. Trivulzio si
vede una maggiore accuratezza ed anche una maggiore disinvoltura.
1 racconti diventano pi am pli, pi pieni, meno angolosi. A me
sembra, in conclusione, che il Sercambi, scritto sulla falsariga del
Boccaccio il novelliere del cod. Baroni e trattone profitto per gli
esempi della cronaca, ritornasse su llopera propria, allargandone la
tela, sopprimendo alcune novelle che non gli piacevano, altre cor
reggendone pi o meno, mutando talvolta i nomi, talaltra i luoghi,
aggiungendo m olti nuovi racconti, che era venuto raccogliendo. 11
libro che deriv da questo suo rimaneggiamento rappresentato
dal cod. Trivulziano.
Se questa congettura colpisse nel segno, noi avremmo dalle no
velle della Cronaca rappresentato in parte il cod. Baroni (2). 1112

(1) Vedi le pp. 6 e 60 del volumetto della Libreria Dante.


(2) Quando tutta la Cronaca sar a stampa, si potr giudicare se le 15
novelle pubblicate siano veramente tutte quelle in essa contenute. Frattanto
noto che il Mnutoli (Op. taf., p. xxxvtu) indica come contenuta nella Cro
naca anche la novella di Griselda, che ha il n 152 nel cod. Triv.
LII NOVELLE DI GIOVANNI SEHCAMB1

qual codice B aroni, passato forse verso il 1808 nella biblioteca


Baciocchi (seppure non fu venduto prim a, ma non credo), and
con gli altri libri di quella biblioteca disperso, dopoch i Baciocchi
ebbero preso stanza in Bologna (1). Probabilm ente il m anoscritto,
tanto pi prezioso se veramente autografo, come lo credeva il suo
possessore, fu d istru tto ; m a non dobbiamo perci toglierci la spe
ranza debolissima che lo si trovi un giorno in qualche libreria
inesplorata doltrem onti o doltrem are.

IV.

Dal Proem io, che per la prim a volta si pubblica in questa edi
zione, chiara si pu discernere loccasione che il Sercambi volle
dare alle sue novelle. Egli finse che imperversando in Lucca la
mora nel 1374, una brigata di uomini, tonsurati e no, e di donne
decidesse di lasciare lam biente infetto della citt natale e di per
correre lItalia. Radunatisi tu tti in una domenica di febbraio nella
chiesa di Santa M aria dei Corso, elessero a loro preposto un Luigi,
che doveva guidarli. Luigi raccolse tra i convenuti tre m ila fio
rini per le spese del viaggio, stabil gli uffici del camerlingo e
di due spenditori, scelse uomini e donne cui fosse affidata la cura
di edificare o di sollazzare la brigata con ragionam enti m orali e
scientifici, o con balli, suoni e giuochi diversi. Quindi rivoltosi ad
uno il.q u ale senza cagione ha di molte ingiurie sostenute e t
lui senza colpa sono state fatte ordina che debbia essere au-
< tore et fattore di questo libro . L uomo indicato con queste
vaghe e pur significanti parole, Giovanni Sercambi, come ri-1

(1) P panti, Catalogo cit., II, y. La biblioteca Comunale di Bologna pos


siede una copia del catalogo generale di S. A. il principe Baciocchi, fatta
nel 1834; ma questo catalogo tutto di opere a stampa.
PREFAZIONE LUI

su lta da un cattivo sonetto acrostico, che il preposto dice (1).


E gli dunque ha rincarico di narrare le novelle e di raccoglierle
poscia in volume.
Ecco pertanto ritin erario , che segue la com itiva, movendo da
Lucca: V oltdrra, San M iniato, P isto ia, P ra to , F irenze, Siena,
Arezzo, Cortona, C itt di Castello, Borgo San Sepolcro, Massa di
Maremma, Grosseto, Civitavecchia, Bolsena, Orvieto, A ssisi, Pe
rugia, Todi, N am i, Tem i, Montefiascone, Viterbo, Boma, Spoleto,
Jesi, Aversa, A quila, N apoli, Benevento, Salerno, Beggio di Ca
labria, Squillace, B rindisi, Sant'Angelo, Scariotto, Ascoli, Fermo,
Becanati, Ancona, Sinigaglia, Fano, Pesaro, Fossombrone, Gubbio,
Urbino, Cagli, Cesena, Cervia, Bertinoro, Bavenna, F orl, Faenza,
Imqla, Meldola, Bologna, Ferrara, Chioggia, Venezia, Murano, Tre
viso, Feltro, Cividale, Vicenza, Padova, Verona, Brescia, Cremona,
Mantova, Bergamo, Monza, Milano, Como, Novara, Pavia, Vercelli,
Alessandria, Tortona, Piacenza, Lodi, Parm a, Beggio Em ilia, Mo
dena, Asti, Savona, Genova, Luni.
In tu tti questi luoghi e in qualche altro m inore, che ho tra
scurato per b rev it, la brigata si tra ttie n e , consacrando diverse
giornate solo alle citt pi considerevoli. T ra l una novella e l altra
vi sono.degli intermezzi, dordinario assai sem plici e monotoni (2).
Si dice in essi il luogo in cui la brigata giunge (sul quale ta l
volta si d qualche magro schiarim ento) e se ne descrivono le
occupazioni. Queste consistono nei pasti, am m anniti dagli spendi-
tori, in balli e suoni, ed in canzonette cantate dalle canterelle e

fi) Il sonetto era gi stato pubblicato dal Gamba, Op. cit., p. v. Anche
ser Giovanni Fiorentino si nomina in un sonetto che in testa alle sue no
velle (cfr. Pecorone, ed. class., I, xxiv), ma questo sonetto non acrostico.
N sembra siano noti altri esempi di sonetti acrostici nei prim i due secoli.
Il Biadbnb, Morfologia del sonetto nei secoli X I I I e XIV, in Studi di fU.
rom,i, fase. IO, Roma, 1888, p. 185, dice di conoscere soltanto i due ebe com
pose per esemplificazione Gidino.
(2) Chi voglia pu averne un saggio nelle novelle pubblicate dal Ghiron.
Cfr. nel volumetto della Libreria Dante, pp. 53-54 e 59.
LIV NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

dai ocm terelli, o in sentenze esposte dai religiosi della compagnia.


I versi sono per solito assai b ra tti ed oltracci il testo ne molto
corrotto (1). F ra tu tti quanti non m i riesce di trovare passabili
se non i seguenti, che sono nellintermezzo tra la nov. 78 e la 7$
del codice :
Guarda che negligenza non s'annidi
in casa tua, che non ne va per gridi.
La negligenza albergo mai non piglia
che non vi meni povert sua figlia.
Non ti recar, figliuolo, al punto stremo,
ch molti n'ha ingannati gi, faremo.
Madonna negligenza fu la madre
di gi , faremo ed l'indugio il padre.

I canti e i detti morali in v ersi, messi in bocca per lo pi ai


religiosi, sono di varia dimensione, quasi sempre polirnetri. Ci si
scorge la intenzione continua di fare dei bisticci. Alle contorsioni
della forma artificiosa e del concetto lambiccato si uniscono gli
errori della copia, sicch molte volte queste poesie riescono quasi
interam ente inintelligibili. Notevole tra le novelle 150 e 151
una breve canzonetta esposta delle canterelle (il cui testo cor
rottissim o), che racchiude versi italiani, latin i, francesi e alcune
parole che pare abbiano la pretesa di essere tedesche. L* autore
infatti dice subito dopo: La divisa canzonetta cantata per le
canterelle di molto diletto alla brigata, e il preposto [fu] m olto
contento che la sua brigata per lo caminare agiatam ente avea
im parato gram atica, lingua tedesca, franciosa et altre lingue, di
che pens con piacere ridurre la brigata con allegrezza a Lucca .
Quasi sempre negli intermezzi scopri l intento m orale, al quale

(1) Un saggio del modo di poetare del Sercambi il sonetto del Proemio.
Il suo stile, ingarbugliato talora nella prosa, diventa addirittura enimmatioo
nei versi, ove ha da lottare con la misura e con la rima. Del resto gi il
G amba ( O p . d i ., p. xi), il L ucchesini ( O p . c it ., p. 128) e il Minutoli ( O p .
d t., p. xl) hanno detto assai male delle facolt poetiche del nostro novellista.
Meno peggiori degli altri sono i versi inseriti nella nov. 40 del cod. Triv.
(vedi questa ediz. pp. 105-108).
PREFAZIONE LV

m irano, secondo lautore, anche le novelle pi sconcio. La brigata


ci descritta come delle pi costumate. I sacerdoti dicono la messa,
cui assistono gli altri ; non si trascura veruna pratica di piet re li'
giosa, si fanno astinenze e si m angia di magro nei giorni prescritti.
Le novelle si fingono narrate ora per via, ora durante le diverse
tappe. Il novellatore resta sempre il m edesim o, Giovanni Ser-
cambi, ai quale il preposto si rivolge invitandolo a raccontare, ed
egli ubbidisce e racconta. Una relazione necessaria non intercede
tra le novelle e i luoghi ove si narrano; ma qualche volta c ,
non a caso. P er esempio durante il soggiorno della brigata in
Boma, ove si trattiene dieci giorni per prendere le perdonanze e
am m irare le antichit, vengono narrate novelle dedotte dalla storia
romana, o che hanno Boma per luogo dazione, quelle che rispon
dono nel ms. ai num eri 40, 41, 42, 43, 44, 45, 46, 47, 48,49 (1).
Nei pressi di Venezia sono raccontate novelle di soggetto veneziano
(ni 124 ,1 2 6 ,1 2 7 ,1 2 8 ,1 2 9 , cfr. 106,146). A Venezia i nostri viag
giatori vanno da Chioggia, ma come gi aveano lasciato Brindisi
per la moria, piegando verso SantAngelo, cos a Venezia non si
trattengono, perch vera alquanto di peste, e si recano a Murano.
Verso Venezia il Sercambi m anifesta nelle novelle una curiosa
antipatia; la sua aria detta cattiva, le donne libidinose, gli uo
m ini ingannatori (2). In cammino per Verona narrata la novella12

(1) Voglio sia avvertito che nella citazione delle novelle io mantengo
sempre l'ordine numerico del ood. Triv. Chi voglia rintracciare i luoghi ove
le novelle si trovano pubblicate, lo potr facilmente col sussidio della Ta
vola, che in fondo al volume.
(2) Non dubito che questa antipatia avesse una ragione tu tta personale,
che a me sfugge. N arra bens il Sercambi nel secondo libro della Cronaca
che essendosi recato a Venezia per suoi affari, fu da alcuni fuorusciti luc
chesi, che l si trovavano, malmenato e ferito (eh*. Minutoli, Op. cit.,
p. zxv); ma non so se questo fatto sia da giudicarsi anteriore o posteriore
alla composizione delle novelle di soggetto veneziano, e in ogni modo non
giustificherebbe mai 1*avversione per la citt ed i suoi abitanti. 1 rapporti
che i Lucchesi ebbero con Venezia nel sec. XIV furono moltissimi. Le tristi
condizioni di Lucca durante il primo settantennio di quel secolo costrinsero
LV1 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

132, di soggetto veronese. E trovandosi la com itiva a viaggiare


per acqua da Bologna a F errara, dice Fautore: Poich noi siamo
sopra lacqua di necessit di raccontare alcune novelle rette
secondo il luogo, e pertanto dico a voi, donne, che avete tanta
volont di ber acqua, non guardando sella netta o no, dir
ad esempio una novella in questo modo . E narra di Isotta,
figliuola del re di Cipri, che avea un ranocchio in corpo, per aver *
bevuto m oltacqua (n 121). In Maremma il preposto vuole si ri
feriscano novelle di furti e di aggressioni ; e questo succede pure
nel percorrere la Calabria ed altre provincie allora m alsicure del
mezzogiorno. A llincontro le novelle brevi ed argute, quantunque
licenziosette, di madonna Bambacaia (n1 2 5 , 2 6 , 27 ; cfr. anche
56) si narrano quando la compagnia uscita dall uggia della
Maremma e si riposa in un bel pratello fiorito. Di solito peraltro
non vi ha rapporto alcuno fra i luoghi percorsi e le novelle. Queste
tendono a localizzarsi in Toscana, e specialmente in Lucca, in P isa,
in Firenze e nei loro contadi. Chiaro apparisce che il Sercambi ha
trasfuso nella sua brigata il suo affetto per la patria. Diffatti dopo
narrata la novella storica di Giovanni dellAgnello (n 135) egli

molti m ercanti ad esalare, ed il loro principale ricovero fa Venezia. Quella


repubblica cerc di dare incremento all'arte della seta portatavi dai mer
canti lucchesi e li protesse in ogni maniera, sicch alcuni, giunti a Venezia
poveri o quasi, vi accumularono con la loro industria ingenti ricchezze, sino
ad essere in grado di far cospicui prestiti a re ed a repubbliche. La nazione
lucchese costituiva in Venezia uno speciale sodalizio, il quale fond la confra
ternita del Volto Santo e poi costrusse un oratorio allato alla chiesa di S. Maria
dei Servi, che fu consacrato nel 1376, e finalmente un ospizio. Ricuperata Lucca
la libert nel 1369, alcuni Lucchesi tornarono in p atria; altri si fermarono
a Venezia, quantunque mai non rinunciassero alla cittadinanza lucchese. Da
ci si vede che l'antipatia del Sercambi non poteva essere divisa dai suoi con
cittadini. Cfr. per quanto ho detto T. Bini, S u i Lucchesi a Venezia, me
morie dei secoli X lll e XIV in A tti dell' Accademia Lucchese, voi. XV,
1885, pp. 157 sgg., 192 sgg., 208 sgg. e voi. XVI, 1857, pp. 17-34 e 50-51.
Pregevole complemento alla memoria del Bini la rivista che ne fece
S. Bongi, Della mercatura dei Lucchesi nei secoli X I I I e XIV, Lucca, 1858,
che venne ristam pata nel voi. XXIII (1884) degli A tti dell'Accademia Luc
chese,, pp. 447 sgg.
PREFAZIONE LVII

dice nelTintermezzo : A Mantova giunse la brigata colla dilet*


tavole novella, della quale la brigata fu molto contenta, perch
fu cagione che Lucca dalla servit pisana fu libera, e senzaltra
canzone posti a sedere, si trovomo a contare quanti pericoli e
perdite et uccisioni e strussioni erano state latte a Lucchesi
in ne tem pi che Lucca era stata sottomessa fine al d che li-
berata fu, e con questo ragionamento si steo fine che le mense
per la cena fanno poste .
Gli interm ezzi del resto, che ho letti tu tti con la m assim a
diligenza, presentano assai poco di interessante. Si sarebbe potuto
aspettarsi qualche descrizione particolare di luoghi; ma non ve
n quasi nessuna, o sono cos indeterm inate che non soddisfano
punto la nostra curiosit. Di Roma stessa vengono menzionati sol
tanto i monumenti pi noti. M erita tu ttav ia d essere notato che
quando la com itiva ebbe posato in Jesi, il preposto disse che volea
si dirizzasse verso Napoli, andando per quella via che V irgilio
con sua arte f per poter andar pi soave (1), pensando la prim a
giornata fare fine quine u Medea fu soppellita . Questo nome
di Medea suscita l estro dellautore, che canta su di lei una delle
sue brutte poesie, e poi dice ad esemplo di Medea la novella
54 del ms. Come Fazio degli U berti, egli visita Scariotto, < dove
Giuda trovato fu (2). Lunico sito su cui dia qualche particolare 12

(1) Non so se si tratti di quella fabbricata e lunga strada \ Che di Vir


gilio fa parlare assai, di cui discorre Fazio degli Uberti nel Dittamondo,
L. Ili, cap. 1, vv. 5-6 (cfr. Gomparetti, Virgilio nel medioevo, 11, 139). A
ogni modo certo che il Sercambi nel disegno del suo itinerario ha seguito
molto dappresso l'U berti, come pu vedere chiunque confronti il tracciato
che feci di sopra col L. Ili del Dittamondo. Quanto alla leggenda V irgiliana,
tu tti sanno che il nostro novellatore ne tratt una parte nella nov. 48.
(2) Cfr. anche p. 218 della presente edizione. Fazio scrive (111, 1, in fine):
Entrati nella Marca, comio conto,
io vidi Scariotto onde fa Giada,
secondo il dir d'alcan, da cui ft conto.
G il suo chiosatore inedito del quattrocento, Guglielmo Capello, spiega :
Schirioto una villa de Ascoli, ove nacque Juda, che fu discipulo di
Christo e poi il trad . Cod. N. I. 5 della Nazionale di Torino, c. 94v.
LVIII NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

interessante Murano. Ivi, come detto nellintermezzo fra le no-


velie 126 e 127, i nostri Lucchesi visitarono linnocenti in nella
chiesa maggiore e quelli veduti si dienno a vedere le belle bot-
teghe di bicchieri et opre di vetro et cos ogni particolarit
ricercando, piacendo a ogni persona il sito di tale citt .
questa una nuova testimonianza, se ve ne fosse bisogno, della grande
riputazione di cui godevano, sin dai tempi antichi, le vetrerie di
Murano (1).
La prima redazione delle novelle del Sercambi non dovette es
sere di molto posteriore a quel 1374, in cui posta lazione. Non
vi sarebbe infatti ragione di credere che egli scegliesse a caso la
mora di quellanno, mentre in Lucca, nella seconda met del se-
oolo, ve ne furono diverse e anche pi gravi. Ma certamente le
novelle non furono scritte tutte contemporaneamente; giunte al
numero di cento, formarono un vero decameron, nel cod. Baroni.
Solo posteriormente, il Sercambi, avendo messo insieme pi di mezzo
centinaio di altre novelle, si sarebbe deciso a dare nuova forma al
novelliere. Ma anche ih questa nuova redazione, lunica che ora
noi conosciamo interamente, si vede manifesto linflusso che sullo
scrittore lucchese esercit il Boccaccio. Non parlo della occasione
del libro, della cornice tu tta boccaccesca; ma il Sercambi ha fatto
proprie parecchie novelle del Decameron e talora le ha trascritte
quasi alla lettera. La nov. 52 (Gamba, XIX) quasi una trascri
zione di quella del re di Cipro trafitto da una donna di Guascogna1

(1 ) Cfr. L eandro A lb e r ti , Isole appartenenti alla Italia, Venezia, 1588,


pp. 99-100. La industria dei vetri, che rimontava a Venezia alla pi alta
antichit, si spost particolarmente verso Murano dopoch nel 1291 si proibi
rono i forni vetrari nella citt, forse per paura degli incendi. A Murano
peraltro esistevano gi dei forni nel 1255 e nel sec. XIV i vetrai erano co
stituiti in corporazione. Ivi ebbero il massimo incoraggiamento per parte del
governo, finch il 15 marzo 1383 il Senato emanava una legge ut ars tata
nobilis stet et permaneat in loco Murianii. Vedi la bella monografia di
V. L azari, Les verreries de Murano, in Gaiette des beaux arte, voi. XI,
1861, a pp. 322-23.
PREFAZIONE L1X

(Decam., I, 9) ; la no?. 92 (Gamba, XIV) un rifacimento della


novella di Landolfo Ruffolo (Decam., 11,4); la nov. 145(Gamba, VII)
quella della Nonna de Palei (Decam., VI, 3); la nov. 142
(Gamba, V ili) , dalla chiusa in fuori, quella di Tofano e della
Ghita (Decam., VII, 4); la nov. 120 (DAncona, X) corrisponde a
quella di madonna Oretta (Decam., VI, 1); la nov. 81 riferisce la
leggenda di S. Giuliano ospitaliere e della protezione da lui con*
cessa ai viandanti, quale nel Decam., I I , 2 (1); la nov. 99
quella di Masetto da Lamporecchio (Decam., III, 1); la nov. 103
quella del re Agilulfo (Decam., I li, 2), se ne togli che il re,
invece di tondere il ragazzo, lo contrassegna con linchiostro ; la
nov. 106 corrisponde alla III, 3 del Decameron; la nov. 110 con
poche varianti quella di frate Puccio (Decam., I li, 4); la nov. 140
nel Decam., I li, 10 ; la nov. 125 la III, 8 del Decam.; la novella
134 quella notissima di Guglielmo Guardastagno (Decam., IV,
9), mutate il cuore nel viso (2) ; la nov. 152 la Griselda (Decam.,
X, 10). Questultima novella il Sercambi stesso dice di averla fritta
in similitudine duna che messer Giovanni Boccacci ne tocca nel
suo libro capitolo cento (3) ; ma pur sostiene che unaltra
cosa. Quantunque infatti anche in altre occasioni egli confessi la
sua fonte diretta (4), cerca sempre di dare aspetto nuovo ai racconti,1234

(1) Cfr. G ra f , Per la novella i2* del Decamerone, in Giorn. sior. d.


lett. ital., VII, 179 sgg.
(2) Per la leggenda del cuore mangiato vedi, oltre B eschnidt , Die Bio-
graphie dee Trobad. GuiUem de Capestaing und ihr historischer Werth,
Marbug, 1879, pp. 16 sgg. e D 'A ncona , Vita nuova di Dante, Pisa, 1884,
pp. 32-36, e L andau , Die Quellen dee Dekameron, S tu ttg art, 1884,
pp. 112 sgg. e le opere da essi citate, anche C r e s c in i , Contributo agli
studi sul Boccaccio, Torino, 1887, pp. 58-59, n. 5, ed il recente scritto di
G. C ecioni, La leggenda del cuore mangiato, nella Rivista contemporanea,
I, 1888, pp. 336 sgg.
(3 ) Vedi nella presente edizione p. 401.
(4) Nellintermezzo che precede la nov. 99 l'autore confessa di esporre
una novella che mess. Giov. Bocc. narra , e nell'intermezzo che precede
la nov. 106 dice che racconter una novella che mess. Giov. Bocc. ne scrive .
LX NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

mutando i nomi delle persone e dei luoghi. Che da altri novellieri


italiani derivasse direttamente i suoi fatti, non mi pare. Qualche
novella ha soggetto uguale o simile a racconti del Novellino, per es.,
la 49, la quale non altro che la novelluccia di Papirio del N o
vellino (n LXVII) (1) ; ma di dipendenza diretta non v da parlare,
tanto la narrazione larga e prolissa e circostanziata del Sercambi si
dilunga dalla arida tram a deirantichissimo suo precursore. Certa
mente se il Sercambi avesse conosciuto il ricco novelliere del Sac
chetti, ne avrebbe tratto profitto. Ma non mi sembra ve ne sia alcun
indizio, e ci naturale, se badiamo alla cronologia. Le novelle
infatti del Sacchetti, cominciate a scrivere, forse, poco dopo di
quelle del Sercambi, non erano compiute, sembra, prima del 1893 (2)
e se anche alcune se ne conobbero prima, ragionevole credere che
solo gli amici dellautore (tra i quali non consta che il Sercambi
fosse) ne venissero messi a parte. Ser Giovanni Fiorentino cominci,
come noto, il Pecorone, nel 1378, e da quella sua magra opera,
in gran parte desunta dal Villani, cera poco da attingere.
11 novelliere del Sercambi ha del resto tutti i caratteri che
segnalano le raccolte medievali di novelle. Nessuno di quei tratti
della rinascenza, per cui si distingue il libro di Giovanni da
Prato, scritto poco prima del 1430 (3). Di gran lunga inferiore
per arte al Decameron, che im ita , per contenuto, se non per
forma, superiore, non solo a Ser G iovanni, ma al Sacchetti. Le123

(1) Su di essa vedi DA ncona, Le fonti del Novellino in Studi di critica


e storia letteraria, Bologna, 1880, p. 329. Pu darsi che il nome di Merlino,
dato al saggio fanciullo nella novella sercambiana, abbia la sua ragione di
essere in una reminiscenza di saga brettone assai diffusa. Chi non sa quale
enfant prodige fosse il mago Merlino da piccolo? Cfr. S an M a r t e , Die Sagen
v. Merlin, Halle, 1853, pp. 340-47 e P. P aris , Les romane de la Table ronde,
voi. II, Paris, 1868, pp. 26 sgg.
(2) L andau, Beitrdge zur Geschichte der italien. Novelle, W ien, 1875,
pp. 18-19.
(3) Vedi W esselofsry , Paradiso degli Alberti , I, li, Bologna, 1867,
pp. 100 e 104.
PREFAZIONE LXI

varie specie di novelle del Sacchetti, la anedottica borghese, la


ridanciana e sguaiata, la arguta e popolare, hanno, vero, nel novel
liere del Sercambi le loro rappresentanti ; ma accanto a tu tti questi
racconti e pettegolezzi di cronaca cittadina v la novella pi elevata
e complessa, attinta a fonti tradizionali. La estensione e la variet
delle novelle del Sercambi maggiore persino di quelle che hanno
le novelle del Boccaccio. Non deve fare specie se egli copia parecchio
volte questultimo, come s veduto, e se talora copia s medesimo (1).
Ci nulla toglie alla ricchezza dei suoi motivi di narrazione. Non
torner a discorrere delle novelle politiche (2), di cui ho gi esa
minato il carattere e gli intenti. Ma, fra le altre, noi troviam o,.
accanto ai motti sapienti e piacevoli (p. es., 1, 25, 26, 27, 5 6 ,58r
68, 111), ai pettegolezzi di sagrestia (nov. 66, 67) e alle burle
dogni genere fatte a stupidi, a maliziosi e ad arroganti (per es.,
2, 3, 8, 9, 72, 74, 75, 80, 98,100,150), i casi di malandrini e di
ladri (p. es., 18,19, 20, 83, 84, 86, 87, 88, 89,91), le truffe (p. es.
21, 22, 90, 93, 9 4 ,105,146), le seduzioni sapienti (p. es., 28, 29),
le astuzie per cavarsi da brutti imbrogli (p. es., 14, 37, 5 3,103)
e le accortezze per giungere a mete difficili e desiderate (p. es.,
4, 85,121,139). L intendimento didattico che il Sercambi trasfuse
nella Cronaca, non lo abbandona neppure in queste novelle; da
vero scrittore medievale, egli moralizza su tutto, e per dare am
maestramenti m orali, come si vede in ispecie dagli intermezzi,
racconta le pi solenni immoralit. Le donne sono fotte partico
larmente segno ai suoi rimproveri, in ispecie per la loro incostanza
ed incontinenza, e con le donne i preti ed i frati, tra i quali ri
compaiono spesso tipi come frate Alberto e fra Cipolla del Boc*2

ci) Quasi identiche fra loro possono dirsi le novelle 10 e 11, 22 e 90,110
e 116; assai simili le 75 e 80. Pu darsi che a ci abbia contribuito la doppia
redazione del novelliere.
(2) Sono, secondo la numerazione del codice, che seguo costantemente, Io
79, 96, 97, 104, 107, 114, 117, 119, 124, 135, 136, 138, 144.
LXII NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

caccio. Ma non di rado a quelli ecclesiastici libidinosi e a quelle


donne adultere toccano asprissime punizioni (1)> come sono puniti
gli avari (p. es., 2 3 ,1 0 2 ,1 1 2 ) e i gelosi (nov. 129 e 143). non
mancano neppure nobili virt di donna (p. es., 32,131) e novelle
edificanti, in cui si esaltano i soccorsi che la Vergine presta ai
suoi devoti (2). Vi sono soggetti dellAntico Testamento (nov. 55,
62, 63) e della pi vetusta e favolosa storia di Berna (nov. 41,
42, 43, 44, 47, 49); vi sono alcune leggende celeberrime, come
quella di Virgilio nel cesto (nov. 48), del re superbo (nov. 60), di
Piramo a Tisbe (nov. 130), del veglio della montagna (nov. 65),
dAristotile (nov. 50), di Dante (nov. 70 e 71), della matrona
dEfeso (nov. 12) (3), del telesma reso vano dallastuzia duna
donna adultera (nov. 46) (4), di Amis e Amiles (nov. 39) (5).
Da questa mia rapida distinta pu vedersi quanta sia la u n *2345

ti) Vedi pei preti 11, 33, 35, 36, 11G, per le donne 13, 31, 61, 82, 126,
137, 142, 149, 151, 153.
(2) Vedi le nov. 38, 40.
(3) Oltre le illustrazioni del D'A ncona a questa novella nel volume della
Scelta, pp. 288-90, vedi DA ncona nei cit. Studi di critica, pp. 322-25; G r i -
sbbach, Die Wanderung der Novelle von der treulosen Withoe durck die
Weltlitteratur, Berlin, 1886, il quale a pp. 90-94 si occupa dei riflessi ita
liani della leggenda ; De L ollis , L Esopo di Francesco del Tuppo, Firenze,
1886, pp. 63-67.
(4) E la nota leggenda Virgiliana della bocca della verit, su cui vedi
C o m paretti , Virgilio cit., 11, 120-123 e Gr a f , Roma nella mem. e nelle
immagina*, del medioevo, II, Torino, 1883, 243. Nella novella sercambiana
scomparso affatto il nome di Virgilio; ma la scena pur rimasta in Roma
antica. Per le diverse forme di questa leggenda, che ha riscontro nelle due
redazioni pi vecchie del Tristano francese, cfr. R ua , Novelle del Mam-
briano del Cieco da Ferrara esposte ed illustrate, Torino, 1888, pp. 73 sgg.
(5) Cfr. L. G a u tier , Les popes frangaises, voi. 1, Paris, 1878, pp. 479-83;
N yrop -Gorra , Storia de ir epopea francese nel medioevo, Firenze, 1886,
pp. 193-196 e 417-18; P. Sch w ieg er , Die Sage von Amis und Amiles, nel
Jahresbericht ueber da h. F. W. Ggmnas. su Berlin, Berlin, 1885, che si
occupa particolarmente della diffusione della leggenda in Francia ed in Ger
mania. Un lavoro assai lodato, ch'io peraltro non potei mai vedere, quello
del K oelbing , Zur Ueberliefemmg der Sage . Amicus u. Amilius nel
voi. IV, pp. 271 sgg. dei Beitraege di Paul e Braune.
PREFAZIONE LXIII

portanza che ha il novelliere del Sercambi. Il che, del resto, era


stato riconosciuto anche p rim a, giacch sulle novelle che se ne
avevano a stampa si esercit gi la indagine di alcuni dotti cul
tori di novellistica comparata (1). Uno dei pi segnalati ira questi,
il dr. Bainoldo Eoehler, ebbe la gentilezza di accondiscendere al
mio desiderio che anche queste novelle inedite uscissero col cor
redo delle sue preziose illustrazioni. Posso con piacere comunicare
ai lettori che egli ha gi posto mano a queste note ; ma siccome
i riscontri sono moltissimi ed il presente volume di per s ben
nutrito e atteso da non pochi, ho deciso, daccordo col dr. Eoehler,
di farlo ora uscire senza le utilissime chiose, le quali, spero, ve
dranno la luce in qualche fascicolo non troppo remoto del G ior
nale storico della letteratura italiana.

V.

Nel presente volume sono pubblicate le novelle in ed ite, com


prendendo sotto questo nome anche quelle che sono conosciute
soltanto nella redazione diversa data dalla Cronaca. Vi stampato
anche il Proem io; ma non gli intermezzi, perch non mi sem
brava ne valesse la pena. Su di essi possono bastare le notizie
che ho date in questa mia prefazione. Per un riguardo dovuto
allillustre possessore del codice, che con tanta liberalit e senza1

(1) 1 primi accenni furono dati dal L iebrkcht in una nota a Dunlop , Ge-
sehiehte der Prosadichtungen, Berlin, 1851, p. 491, n. 333. 11 D 'A ncona
nel cit. voi. della Scelta, pp. 271 sgg. illustr le novelle pubbl. dal Gamba
e dal Minutoli, e le sue illustrazioni furono completate dal L iebrkcht , nei
Goetting. gel. Anxeigen del 1871, pp. 1158 sgg. e dal K o e h l ir , nel Jahrbttch
fu r rom. und engl. Litterat., XII, 347*352 e 407-9 e dal L andau nei Beitraege
cit., pp. 38-44 (cfr. pure P a pa n ti, Dante, pp. 72-77). Le novelle pubblio, nel
volume della Libr. Dante ebbero le illustrazioni del K odhler a pp. 67 sgg.
di quel medesimo volumetto.
LXIV NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

alcuna restrizione me ne permise la copia, relegai nella Appendice,


dandone solamente un sunto, le novelle pi sconcie (1), quan
tunque esse non eccedano quasi mai la oscenit di alcune del
Decameron e non raggiungano quella di parecchie novelle stam
pate e ristampate del Cinquecento. Nella medesima Appendice diedi
conto delle, novelle frammentarie.
Gli incontentabili, che non mancano mai, si lagneranno sicura
mente, perch io non ho ristampato le novelle gi prima tratte dal
cod. Trivulziano, tanto pi che il loro testo, non attinto al ms. antico,
ma alla copia moderna, lascia, come s veduto, parecchio a desiderare.
Varie sono le ragioni per cui non l ho fatto, n tutte posso addurle
qui. Daltra parte la collazione di quelle novelle mi ha persuaso che
se con laiuto del ms. si pu in vari luoghi rettificarne la lezione,
differenze veramente sostanziali, cio di tal natura da alterare lin
dole ed il corso del racconto, non vi sono. Oltracci i due volumetti
del DAncona sono assai facilmente reperibili da chiunque lo voglia.
Al testo cercai di dare un assetto decente ; ma che non la pretende
affatto a definitivo. Mi industriai di far tornare il senso quante
volte potei, e in tu tti i casi, sia che mi sembrasse di riuscirvi o no,
indicai in nota la precisa lezione del ms. Raddrizzai la gramma
tica, tanto spesso oscillante, sostituendo infinite volte la costruziono
grammaticalmente corretta a quella catena di gerundi isolati, che
il Sercambi prediligeva. Di queste rettificazioni non credetti utile
dar sempre ragguaglio in nota, perch sarebbe stato una ripetizione
continua e molesta, e perch on poteva cader dubbio sulla bont
della restituzione. inutile dire che mi guardai bene dallalterare,
senza avvertirlo, la giacitura delle frasi e delle parole. Quando mi
sembr che nel cod. mancasse qualche parola o qualche inciso
suggeriti dal senso, li aggiunsi in parentesi quadre, e cos pure
colmai alcune piccole lacune del ms., sempre facendone avvertiti i1

(1) Anche di queste novelle tengo copia e le pubblicher forse un giorno


in edizione ristrettisssima, fuori di commercio.
PREFAZIONE LXV

lettori. I nomi propri, scritti nel codice in maniere diversissime,


ridossi, quando non si trattasse di nomi molto noti, alla forma che
trovai occorrervi pi di frequente. Cos poro studiai del mio meglio
per unificare la grafia sempre incerta e variabile, non curando le
particolarit grafiche inconcludenti, probabilmente dovute al copista,
ma rispettando le forme antiche, che si trovano di solito nella lingua
del tempo e della citt in cui il Seroambi scrisse.
Se io sia riuscito a mettere saggiamente in pratica quei canoni
che la filologia moderna propugna nella pubblicazione dei testi an
tichi, giudichino gli studiosi. Io vi ho adoperata certo tu tta la mia
buona volont, non risparmiando n tempo, n &tica. Se in seguito
altri, raccogliendo insieme tutte quante le novelle e novamente r i
scontrandole, dar una edizione veramente definitiva di questo quarto
tra i nostri novellieri trecentisti, sar io il primo ad applaudire
sinceramente.

B . B en ier .
DOCUMENTO

Testamento d i G iovanni Sercambi ricevuto in a tti del notaio


Domenico Giomucchi a f. 102 del protocollo Testam enti
1398-1438, che si conserva nello Archivio notarile e p ro
vinciale d i Lucca, starna Test., banco N . 1, T. 11.

Sopprima hominum Iadicia quibus et anime subfragiis et temporali3


cure patrmonij post vite presenti exitum providetur etiam languente cOrpore
dum tamen in mente presideat raotio legitime disponitur bine est Quod
discreta et prudens ac Egre gius vir lohannes quondam Iacobi ser Cambij
speciarius lucanu civis eger corpore tamen Sue mentis compo et sobrius
recto et articulate loquens ludicium dei timens Nolensque intestata dece*
dare honorum suorum dispositionem per suam nuncupativum testamentum
sine scriptis in bone modum face re procuravi videlicet.
In primis quandocumque Eum mori contigerit Recommendavit devotissime
ammani -et spiritum eius omnipotenti deo Supplicans bumilime pr remis
sione peccato rum Suorum et sue anime salute perpetua Corpus vero Suum
voluit et mandavit sepelliri debere in Ecclesia Sancti Macthei lucane civitatis
et quod in dieta Ecclesia ubi eius corpus erit sepultum voluit et mandavit
quod per eius exequtores et huius sui testamenti expensis suorum beredum
fiat unum sepulcrum cum uno lapide marmoreo sopra Eum absque aliqua
condictione et aliqua mercede inde solvenda alicui rectori diete Ecclesie Sed
in casu quo Sic permictatur tunc et in dictum casum Iudicavit et reliquit
opere Ecdeeie Sancti Macthei predicti florenos viginti et aliter non. Et in
casu quo non permicteretur dictum corpus sepelliri in dieta Ecclesia et
dictum sepulcrum fieri (absque aliqua mercede ut dictum est) tunc et eo casu
voluit et mandavit sepelliri in sepulcro confratrum disciplinatorum Sancte
Marie della Roza et ibi suam sepulturam elegit quod sepulcrum est con-
structum in Ecclesia Sancte Marie della Roza et voluit et mandavit, eius
corpus vestiri veste dictorum disciplinatorum et cum ea humari que vestis
voluit et mandavit fiori expensis eius heredum.
LXVIII NOVELLE 01 GIOVANNI SERCAMBI

ltem Amore dei et pr salate anime Sue voluit et mandavit dari et ero-
gari omnibus confratribus dictorum disciplinatorum qui confiuent seu venient
induti vestes diete sotietatis ad honorandum corpus dicti Iohannis tempore
eius ezequiarum candelos cereos. Scilicet cuilibet eorum unum ponderis
unciarum sex.
ltem Amore dei et pr salute anime sue Iudicavit et Reliquit sotietati
dictorum disciplinatorum quactuor cereos ponderis libra rum vigintiquactuor
inter omnes et voluit quod tempore dictarum exequiarum dicti cerei in astia
diete sotietatis portentur accensi circa corpus predictum deinde debeant
permanere in dieta Sotietate pr accendendo et inluminando corpus domini
quando elevabitur in dieta Sotietate et oratorio diete Sotietatis.
ltem dictus Iohannes testator voluit et mandavit quod quinque nnia inci-
piendis die Sui obitus et finiendis ut sequitur eius heredes et exequtores
infrascripti faciant dici et celebrali quolibet Anno in die mortuorum unam
missam in qualibet infrascriptarum Ecclesiarum Scilicet mortuorum et
voluit dari et erogari cuilibet Sacerdoti qui sic dicent ad requisictionem *
dictorum heredum et exequtorum dieta die sex candelos foratos ponderis
unciarum sex pr quolibet et libras sex candellarum de cera et voluit quod
ad dictam missam retineantur accensi. Et ultra predicta voluit dari et ero
gari cuilibet presbitero seu sacerdoti dicenti dictam missam solidos viginti
parvorum que Ecclesie in quibus voluit dici diete misse sunt hec videlicet
Ecclesia Sancti Macthei de Luca. Ecclesia Sancte Marie della Roza. Ecclesia
Sancti Georgij. Ecclesia Sancti Donati extra portam. Ecclesia Sancti Augu-
stini. Ecclesia Sancti Francisci. Ecclesia Sancti Pieri de Fibbialla. Ecclesia
Sancti Andree de massagroza.
ltem pref&tus Iohannes testator amore dei et pr elemozina Iudicavit et
reliquit sotietati confratrum disciplinatorum Sancte Marie della Roza de luca
florenos quactuor quolibet anno usque in quinque annis inclusive incipiendo
die obitus sui quos quolibet anno voluit dari diete sotietati die Iovis sancti
pr dipendendo in cena domini in dieta Sotietate et oratorio ipsius et re-
fectione confratrum predictorum vel alitar prout dictis confratribus vide-
bitur expendi.
ltem Amore dei et pr salute anime Sue et suorum mortuorum Iure legati
de bonis suis Iudicavit et reliquit infrascriptis Operis infrascriptarum Eccle
siarum infrascriptos cereos, infrascriptorum ponderum pr tenendo ad illu-
minandum corpus domini quando elevabitur in ipsis Ecclesiis Videlicet.
Opere Ecclesie Sancti Donati extra portam lucane civitatis duos cereos
ponderis librarum decem.
Opere Ecclesie Sancti Peregrini lucane civitatis duos cereos ponderis li
brarum decem.
Opere Ecclesie Sancti Georgij duos cereos ponderis librarum decem.
Opere Ecclesie Sancti Macthei cereos quactuor ponderis librarum viginti.
Opere Ecclesie Sancti Allessandri majoris duos cereos ponderis librarum
decem.
Opere Ecclesie Sancti Sentii duos cereos ponderis librarum decem.
Opere Ecclesie Sancti Ghristofori duos cereos ponderis librarum decem.
DOCUMENTO LXIX.

Opere et fabrice fratrum Sancti Francisci cereos qaactuor pondera li-


brarom vgnti.
Opere et fabrice Ecclesie Sancte Marie Servorum de luca cereos duos
librarum decem.
Opere et fabrice Sancte Marie carmelitarum de luca duos cereos librarum
decem.
Opere et fabrice Ecclesie fratrum Sancti Pauli de luca duos cereos pondera
librarum decem.
Opere et fabrice Ecclesie Sancti Augustini de luca quactuor cereos pon-
deris librarum viginti.
Opere et fabrice Ecclesie Sancti Dominici fratrum predicatorum duos
cereos pondera librarum decem.
Opere et fabrice Sancti Ponthiani duos cereos ponderis librarum decem.
Opere Ecclesie de fibbialla quactuor cereos ponderis librarum viginti.
Opere Ecclesie Sancti Iacobi de massagroza quactuor cereos ponderis li
brarum viginti.
Opere Ecclesie Sancti Pantaleonis de plebe ylicis duos cereos ponderis
librarum decem.
Opere Ecclesie Sancti Martini de petra sancta duos cereos ponderis librarum
decem et
Opere sancte Crucis de luca quactuor cereos ponderis librarum viginti.
Item Amore dei et pr salute anime Sue et ob Reverentiam sancti Iacobi
apostoli voluit et mandavit prefatus lohannes testator quod intra duos Annos
numerandos a die obitus sui mictatur unus ad vizitandum limina Sancti
Iacobi apostoli 40 gallisia cui voluit dari de suis bonis ipsius testatoris pr
eius labore et pr expensis florenos viginti quinque.
Item prefatus testator Amore dei et pr salute anime sue voluit et man-
davit quod intra duos annos numerandos a die obitus sui mictatur unus
Romam ad vizitandum loca Sancta ibidem existentia cui voluit et mandavit
dari de suis bonis ipsius testatoris pr eius labore et pr expensis florenos
decem.
Item prefatus lohannes testator Iure legati Iudicavit et Reliquit Domine
Beatrici ipsius testatoris nepti et filie olim Bartholomei Iacobi S. Cambij de
Luca et uxori Tegrini quondam Ser Guillelmi Sabolini de luca duas suas
ipsius testatoris domos sitas retro domos magnas ipsius et ubi habitat vide-
licet lega vit domum angularem que coheret a parte orientis curie dicti
lohannis a meridie domui dicti Iohannis et ipsam domum coherentem diete
domui a septetmtrione et occidente curie dictorum flliorum alcherij vel si
aliter confinetur et sunt posita luce seu alitar confinentur Cum hoc onere
et condictione quod diete due domos In totum vel in partem non possint
vendi alienari donari vel Insolutum adhipisci seu obligari alieni seu ali-
quibus contra voluntatem Suorum heredum nisi ipsis heredibus et in
casu quo dictis condictionibus et oneribus contra fleret voluit et mandavit
quod presene legatum Evanescat et locum non habeat et ex nunc ipsum
cassavit et revocavi! In totum Et similiter cum dictis oneribus et condictio
nibus Iudicavit et reliquit diete domine Beatrici terras possessiones et bona
LXX NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

ipsius Iohannis testators sita in comuni Corsanici vicarie canugoris sub


quibuscumque confinibus locis mensuris et qualit tibus reperiantur quos liceat
mihi notano apponere et describere ad omnem mei voluntatem et pr ap
positi et descriptis baber voluit et mandavit et sic prefatus testator mihi
notano liqentiam et parabolani dedit et concessit.
Item prefatus Iohannes testator Iure legati Iudicavit et reliquit dominabus
Beatrici Macthee et Iobanne eius neptibus filiabus olim Bartholomei quondam
Iacobi Ser Cambij in casu viduitatis ipsarum vel alicuius Earum ipsi tali
vidue et viduis toto tempore viduitatis Redditum et habiturium in domo dicti
testators que sibi ut dixit obvenit ex hereditate olim magistri Gilij Ser
Gambij de luca que domus est sita in contrata Sancii Macthei Lucane civi-
tatis cuius confines liceat mihi declarare et sic licentiam et parabolam michi
dedit et concessit ad omnem petitionem et voluntatem predictarum dominarum
vel alicuius earum.
Item Cum nichil sit stabile sub sole et volens dictus Iohannes testator
providere quantum sibi possibile est ne diete domine Beatrix Macthea et
lohanna vadant querendo aliena Suffragia vel aliqua Earum vadat Ideo
ipse testator voluit et mandavit quod in casu quo predicte domine Rema-
nerent vidue vel aliqua earum vidua remaneret Et pr duabus partibus
amisB8et dotes suas seu amisissent tunc in dictis casibus voluit quod illa
talis sic vidua et dotes amiserit pr dictis duabus partibus habeat et habere
debeat ab heredibus ipsius testators et super bonis suis victum et vestitum
secundum facultatem eius hereditatis toto tempore eius viduytatis vivendo
bene et honeste et non aliter Et sic in dictis casibus dictum victum et
vestitum toto dicto tempore Iudicavit et legavit eisdem suis neptibus.
Item prefatus Iohannes testator voluit et mandavit quod in casu quo Tho*
muccius Iohannetti de massagroza seu eius heredes vellent intra unum Annum
numerandum a die mortis ipsius testators Emere ab heredibus ipsius testa-
toris terras quas ipse Iohannes emit ab ipso Thomuccio et patire suo pr
tot denariis quot ipse Iohannes expendidit in eisdem (ut dixit apparer per
Instrumentum emptionis et ipsos denaros solvat) et afdctum debitum re-
tentum et non solutum reddat et solvat dictis heredibus (tunc et eo casu
dicti heredes eius teneantur eidem Thomuccio vel eius heredibus vendere
dictas terras E t in casu predicto amore dei dictus lohannnes testator de
dicto pretio Iudicavit et reliquit dicto Thomuccio et heredibus florenos
viginti.
Item prefatus Iohannes testator voluit et mandavit quod in casu quo Gui-
duccius Pieri de massagroza vel eius heredes vellet seu vellent intra unum
Annum numerandum a die mortis ipsius testators et finiendum ut sequitur
emere ab heredibus ipsius testators terram seu terras quam seu quas ipse
Guiduccius vendidit dicto Iohanni pr simili pretio solvendo et reddendo
etiam integraliter affictum diete terre seu terranno tunc et eo casu voluit
dictus Iohannes quod vendatur seu vendantur per eius heredes dicto Gui-
duccio tunc et eo casu Iudicavit et Reliquit dictus Iohannes de dicto pretio
eidem Guiduccio florenos decem.
Item prefatus Iohannes testator amore dei et pr salute anime Sue Iure
DOCUMENTO L*X1

legati ludicavit et reliquit pauperibus domicellis nubilibus florenos centum


dando et rogando per dicto eius heredes intra duo Anno inchoandos
die morti ipsio illi et illis prout ei videbitur et placebit in parvo et magno
numero prout eis videbitur et placebit. Ita quod noluit quod dicti heredes
valeant astringi ad solvendum dictam quantitatem fiorenorum centum vel
Residuimi quod reatarent nisi elapais dictis duobus Anni.
Rem prefatus lohannes testator amore dei et pr salute anime Sue voluit
et mandavit dari et distribu intra duos anno inoobandos die obitus ipsius
testatone pauperibus personis habitantibus in terra massagroze pannum al-
bagium extimationis et valoris in totum fiorenorum Triginta et pauperibus
personis habitantibus in terra fihbialle pannum albgium valoris fiorenorum
viginti Ita quod intotum voluit quod ematur tanta quantit panni albagij
qua valeat florenoe quinquaginta et voluit dari et distribu prout videbitur
eius heredibus et fideycommissariis et placebit Et prohibuit quod dicti eius
heredes non possint astringi ad faciendum dictam distributionem nisi elapsis
dictis duobus annis.
Item prefatus lohannes testator pr ventati manifestatione stipulatione
solemni dixit et confessus fuit michi Dominico notano infrascripto ut per
sone publfee officio publico presenti recipienti et stipulanti pr Domina
Pina uxore dicti Iohannis et filia Gyomey quondam.... (1) de fibbialla et eius
vice et nomine quod ipse habuit in dotem pr dote et nomine dotis ipsius
Domine Pine multas quantitates terrarum et possessionum prediorum in una
parte. E t quod de dictis terris vendidit tot et tantas pluribus et divenis
personis manu plurium et diversorum notarorum ex quibus percepit florenos
Octingentos et habuit de predictis prediis dotalibus et sic verum esse Iu-
ravit ad Sancta dei Evangelia tactis corporaliter scripturis in manibua mei
notarj quos florenos Octingentos voluit et mandavit quod eius heredes sibi
reddant et restituant sive in denaris sive arnensibus vel possessionibus ad
omnem ipsius Domine Pine petitionem requisitionem et voluntatem et eos
florenos Octingentos eidem Domine Pine iudieavit et Reliquit.
Item prefatus lohannes testator dixit et stipulatione solemni confessus fuit
mihi notano ut supra recipienti et stipulanti pr dieta Domina Pina et eius
vice et nomine Quod medietas integra pr Indiviso terrarum et possessionum
ac prediorum descriptorum et descriptorum in libro dicti Iohannis ubi scripte
sunt possessiones qui liber est Signatus 0 etapparent esse et fuisse empte
per Cioneum patrem diete Domine Pine ac etiam apparent sibi obvenisse
in partem seu portionem a fratribus suis pertinet et spectat ad dictam Do
doinani Pinam Et sic verum esse luravit ad Sancta dei Evangelia tactis
corporaliter scripturis Quapropter dedit et concessi! eidem domine Pine
plenam licentiam et auctoritatem et mihi notario ut supra recipienti et
stipulanti pr ea dictas terras pr ipsa dimidia propria auctoritate et sine
alterius ludicis vel officiali auctoritate licentia vel decreto et proolamatione1

(1) CSoboo di Batto Campoii, Meondo litio documento, veduto del Kurotou, Op. cit. p*g- IX.
LXX1I NOVELLE DI GIOVANNI SERC MBI

dictorum heredum ac alterus persone intrandi apprehendendi et retinendi


possessionem corporalem et eam dominam Pinam in Dominam diete dimidie
nominavit Et prohibuit ipsius testatoris heredibus ut aliquam molestiam non
inferant diete domine Pine de dieta dimidia nec volenti inferre conaentiant
eed espresse contradicant.
Item prefatus Iohannes testator animadvertens quod domina Pina supra-
scripta eius uxor semper in corde suo geret amorem circa animam ipaius
testatoris et diligentiam ac caritatem habebit versus ipsius testatoris ac do
mine Pine nepotes Ideo Iure legati Iudicavit et reliquit eidem domine Pine
quo ad uxufructum et godimentum una cum eius heredibus toto tempore
vite ipsius domine Pine ipsa vidua permanente et vitam vidualem servante
et dotes suas non petierit domum seu palatium in qua seu quo none ipee
testator et dieta domina Pina habitant sitam in contrata Sancii Macthei
lucane civitatis cum omnibus arnensibus fulci mentis et guamimentis pannis
bonis et rebus in dieta domo seu palatio ezistentibus seu que reperientur
tempore obitus dicti testatoris ad cautelam Iubens volens et declarans quod
dicti ipsius testatoris heredes sint uxufructuarij cum eadem Et prohibuit
dictus testator in predictis omnem cautionem et promissionem de utendo
et fruendo ad albitrium boni viri et quamlibet aliam cautionem cuiusque
generis Et prohibuit ac remisit eidem domine Pine necessitatesi conficiendi
Inventarium de bonis et rebus in dieta domo existentibus et ab ipso onere
Inventarj conficiendi ipsam dominam Pinam prefatus testator liberavit et
absolvit.
Item prefatus Iohannes testator Iure legati Iudicavit et reliquit eidem
Domine Pine sole ipsa vidua permanente et dotes suas non petente quo
ad uxufructum et godimentum toto tempore vite ipsius domine Pine predium
seu podere ipsius testatoris et omnes petias terrarum dicti testatoris perti-
nentes ad dictum poderem situm in contrata sancte Anne de plageis extra
portam cum omnibus suis massaritij8 et hedificijs ac apparatibus Et pro
hibuit ac remisit ut supra Ac etiam dictus testator voluit et licentiam
concessit diete domine Pine eundi ad Palatium ipsius testatoris situm in
terra massagroze et ibidem morandi standi et habitandi ad eius beneplacidum
semel et pluries et rursum et totiens quotiens voluerit et de fructibus de
viridario dicti palati) pr se legendi et comedendi et exportandi absque alia
prohibitione heredum vel alterus.
Item prefatus IohanneB testator voluit quod domine Beatrix Macthea et
Iohanna toto tempore Earum et cuiusque Earum vite possint et quelibet
Earum possit ire stare et morari in dicto ipsius testatoris palatio sito in terra
Massagroze semel et pluries et rursus et totiens quotiens voluerint vel aliqua
Earum voluerit et de fructibus qui erunt in viridario dicti palatij legere pr
ipsarum et cuiusque Earum consolatione absque aliqua prohibitione heredum
vel alterus.
Item E t Cum prefatus Iohannes testator fuerit ut dixit tutor et curator
olim Anthonij eius nepotis et filij olim Bartholomei Iacobi Ser Cambij de
luca Et ut dixit circa dictam tutelata fuerit versatus et uxus bona et pura
fide et non dolo neque fraude E t Cum de gestis per Eum circa dictam tu-
DOCUMENTO LXXIII

telam ut curam retinuerit ut dixit computum et ractionem et de introytibus


et exitubus in uno libro per ipsum deputato signato hoc signo et in Eo
scripserit ut dixit mera et pura ventate Et sic verum esse Iuravit ad sancta
Dei Evangelia tactis scripturis. Ideo prefatus Iohannes testator voluit et
mandavit quod in casu quo heredes dicti olim Anthonij velint adhibere
plenam fidem dicto libro in omnibus Suis partibus et aprobent ipsum intotum
et nil ulterius querant quam sit descriptum in dicto libro dicti heredes
dicti teatators occasione diete tutele et cure Quod tunc et eo casu ipsi
heredes dicti olim Anthony sint liberi et absoluti ab omni eo et hiis omnibus
et singulis in quibus Ipse Anthonius reperire tur teneri dicto lohanni facto
calculo super dicto libro de datis et receptis et similiter delegato facto
per olim Bartholomeum lacobi suprascriptum dicto lohanni in eius testa*
mento E t si per dictum librum reperiretur teneri dictus Iohannes testator
dicto Anthonio in aliquo voluit et mandavit dari solvi et restitu heredibus
dicti olim Anthonij omne id in quo ipse Iohannes reperiretur teneri et in
casu quo heredes dicti olim Anthonij nollent seu aliquis Eorum nollet adhi
bere plenam fidem dicto libro in omnibus suis partibus et vellent inpingere
ipsum Iohannem fuisse vers&tum seu uxum circa dictam tutelam aliquo
dolo seu firaude vel malitia seu negligentia vel non scripsisse pura et mera
ventate in Eo libro tunc et in dictis casibus et quolibet Eorum dictus te
stator voluit et mandavit quod ab heredibus dicti olim Anthonij petatur et
exigatur omne id quod restaret solvere ipse Anthonius et restituere per
dictum librum facto calculo et similiter petatur et exigatur legatum pre-
dictum factum per dictum Bartholomeum dicto lohanni Quia luna est qui
malum sua culpa sentit sibi imputet et qui videt bonum et malum eligit
non est dignus gratie.
Item prefatus Iohannes testator pr veritatis manifestatione dixit et de-
claravit quod in eius libr scripsit pura et mera ventate nulla mixta falsi-
tate E t sic verum esse Iuravit ad Sancta Dei Evangelia tactis scriptur Ideo
voluit et mandavit quod dictis eius libr adhibeatur piena fides tam in
dando quam in recipiendo.
Item prefatus Iohannes testator dixit et declaravit quod domina Marga
rita olim uxor magistri Gilij cuius domine Margarite dictus Iohannes dixit
se heredem legavit fratribus capitalo et conventui Sancti Augustini de luca
fiorenos Triginta et nunquam fuerunt soluti Ideo voluit et mandavit quod
de suis bonis ipsius testator dentur et solvantur dictis fratribus capitalo
et conventui dictos fiorenos Triginta.
Item dictus Iohannes testator dixit quod ipse habet sotietatem in arte et
exercitio speciarie cum Gabrielle Nerij de Senis lucano cive que sotietas
ducitur et exercitatar in apotheca domus que olim fuit Bartholomei Vannis
speciarij de luca posita in bracchio Sancte lucie versus archum. Et cum
de Iure sotietas per mortem finiatar Ideo voluit et mandavit quod post eius
mortem dieta aptheca diete sotietatis et omnia bona et res eiusdem exti-
mentar per duos eligendos concorditer per eiusdem Iohannis heredes et
dictum Gabriellem Et facta dieta extimatione voluit et mandavit quod
LXXIV NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

portio dicti lohannis et ipsum tangens in dieta sotietate et apotheca ven-


datur dicto Gabrielli pr ipsa existimatione in casa quo voluerit emere
Et in dictum casam quo voluerit mere et emerit seu non steterit per Eum
quia non emat tunc in dictis caaibus prefatus lohannes testator Iure legati
ludicavit et reliquit dicto Gabrielli florenos Quadraginta de preto diete
eiutadem lohannii onis.
In omnibus au iis soia ipeius testatoris bonis mobilibus et immobilibus
luribuB et actionibus quibuscumque tam preaentibus quam futuris prefatus
lohannes testator fecit Instituit et dimisit sibi universales heredes Iarininum
et Bartholomeum ipsius lohannis nepotes et filios olim Bartholomei Iaeobi
Ser Gambij de Luca quos ipse lohannes ut dixit legiptimavit ut dixit con*
tineri pubblico Instrumento manu Ser Laurentij Nucciorini Notarij de luca
descripto quos Ianninum et Bartholomeum fratrea voluit dictus lohannes
quod sibi subeedant Equalibus portionibus.
Exequtores et fideyoommissarios suos et huius sui testamenti et ultime
volontaria et contentorum in Eo et Ea prefatus lohannes testator feoit oon-
stituit et ordinavit dominam Pinam eius uxorem. Ser Marcum qundam
Martini de luca notarium. Ianninum et Bartholomeum fratres filios quondam
Bartholomei Ser Gambij et quemlibet Eorum cum auctoritate potestate et
baylia quod dieta domina Pina ctm uno ipsorum quem voluerit poasit omnia
suprascripta Iudicia et legata exequtoni mandare et alia lacere que ad
dictum officium spectant. Et in casu mortis ipeius domine Pine duo ipsorum
tertio inscio et inrequisito poasint omnia pi*edicta facere et executioni man
dare in officio et pr officio dicti fideycommissariatus et sine ipsa domina
Pina ipsa vivente nil fieri ger aut exequtoni mandali possit vel debeat
quibus fideycommissariis et executoribus modo forma et baylia prediris dedit
et concessit plenum liberum et generale mandatum ac speciale ubi et quotiens
speciale exigeretur vel necesse fuerit cum piena libera et generali admini-
stratione ac etiam speciale ubi et quotiens specialii exigeretur vel nsessse
fuerit
Et hanc dictus lohannes testator dixit et asseruit esse et esse velie soam
ultimam voluntatem et suorum bonorum disposictionem quam et que omnia
et singula suprascripta et infrascripta valere voluit disposuit et mandavit
Iure et vigore testamenti quodque si aliqua causa presenti vel futura Iure
testamenti non valet vel valebit valere voluit disposuit et mandavit Iure
et vigore codicillorum quodque si aliqua causa presenti vel futuro Idre
codicillorum non valet vel valebit valere voluit disposuit et mandavit
et robur firmitatis habere omni alia via Iure et modo quibus melius ul
time defunctorum voluntates valere possunt vel tenere. E t prohibuit in
predictis Et quolibet Eorum legem falcidiato et trebellianam et quamlibet
aliam legem Ius et statutum que vel quod predictis vel alieni Eorum modo
aliquo obstare vel preiudicare possit Cassans cancellai et revocane omne
aliud testarnentum codicillos et aliam ultimam voluntatem quamlibet per
Eum abhino retro quomodolibet factum vel conditum manu tam Ser Iannini
Nocchi quam quorumeumque notariorum vel alterius et sub quibusoumque
datalibus et verbis arrogatoriis seu derogatoriis facta reperiantur quorum
DOCUMENTO LXXY

verborum dixit se penitele et noluit quod huic aao testamento vel ultime
voluntati po8sint preiudicare vel obstare Et Rogavit dictus lobannes testator
me Dominicum notarum infrascriptum ut de predio tis omnibus conflcerem
publicum Instrumentum Actum luce in domo seu palatio habitationis dicti
Iobannis posita in contrata Sanoti Macthei Coram Urbano quondam Franchi
de monte dar mercatore lucano dve Anthonio quondam locti de piastra
olim pannario Bartholomeo quondam Nannis Pieri calthajolo e t Francischo
quondam henrici Giomucchi stiviliario omnibus licanis civibus testibus ad
hec rogatis et vocatis Anno Nativita tis Domini Millesimo quadringentesimo
vigesimoquarto lndictione Seconda die vigesimo primo mensis februarij.

Ego Dominicus quondam henrici notarius suprascri-


ptus de luca hec publice rogatus scripsi.
NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI
PROEMIO

Lo sommo e potente Dio, dal quale tutti i beni derivano, ha


la n atura umana creata e fatta a sua somiglianza (1) acci che
tale um ana natura la celestiale corte debbia possedere, se di
peccato non ripiena ; et quando per follia dessa del celeste pa
radiso privata, non se ne de' dare la colpa se non ad essa
umana natu ra et simile se gli dae di veritade per li nostri pec
cati commissi. Perocch moltissime volte s veduto per li nostri
peccati Iddio avere conceduto alli spiriti angelichi et maligni
podest sopra di molti et a corpi celesti, li quali mediante la
potenzia di Dio hanno a guidare et condurre i corpi di sotto,
cio noi, e tu tte le piante et bestie con tutte le cose elemen-
tate. Et spesso per alcuni peccati commissi venuto fuoco et
acque et sangue dal cielo per purgare et punire li malifattori, et
molte citt e paesi sommersi e t arsi. Et di tutti i segni quali
in nelle scritture antiche si trovano scritti e di quelli che tut
tod si veggono neuno ne vuole prendere esemplo, et non che
da' vizii si vogliano astenere, m a con ogni sollecitudine s1 inge
gnano con quanti modi sanno di fere male, et chi fare noi pu
insegna ad altri il modo di farlo. Et per questo modo quella
creatura che Dio pi f* beata e che a sua similitudine la cre,

(1) Ms.: ella natura humana creata e fatta da lui a sua somiglianza.
4 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

pi vituperosam ente da Dio s i parte. Et pertanto non da m e


ravigliarsi se alcuna volta la natura um ana pat afflizioni di
gu erre e pestilenzie, fame, incendi, ru b a n e e t storsioni, c h e se
da' peccati s'astenesse, Iddio le dare' quel bene c h e ha prom esso,
cio in questo mondo ogni grazia e t nell'altro la sua gloria. Ma
p erch la natura um ana al contrario del b en e saccosta e t quello
segue, ha disposto la potenzia di Dio mandare di que segni ch e
mand a Faraone, acci ch e partendoci da' vizii ci am endiam o.
Et noi duri e t indurati i nostri cuori, com e quello di Faraone,
spettando l'ultim a sentenzia, in n elle pene (1) etern e ci far col
locare. Et non da m eravigliarsi se ora in 1374 la m oria v e
nuta e neuna m edicina pu riparare, n ricchezza, stato, n
altro argom ento c h e prender si possa sia sofficiente schifare
la m orte, altro ch e solo il bene, e h quello c h e da tutte pe-
stilenzie scam pa. Et quella la m edecina ch e salva l'a n im a e
1 corpo, e t non prendendo la v ia di tal bene, necessaria cosa
dandare in nella m ala vita. Gh accostandosi la prim a {sic) col
m alato e senza febbre la m orte il giugner. Quine non bisogna
essere gagliardo, quine non v a le stato n (2) parenti c h e da tal
colpo li possa difendere. Et essendo alquanti om ini e t donne,
Arati e preti et altri della citt di Lucca, la m oria e la pesti-
lenzia nel contado, deliberarono, se p iacere di Dio fusse, per
a l c u n ............................................................................................................ (3).
et prim a accostarsi con Dio per bene adoperare et da tutti
vizii astenersi; e t questo facendo la pestilenzia e t li altri mali,
c h e ora e t per lavven ire si spettano, Iddio per sua piet da noi
cesser. Veduto adunque essi (4) om ini e t donne, Arati e t preti
la pestilenzia m ultiplicare, prim a ben disposti verso Iddio, penso-
rono con un bello consenso passare tempo, tanto laire di L ucca
fusse purificata, e t per la Italia fare loro cam ino con ordine bello 1234

(1) Ma.: glorie. La mutazione mi parve richiesta dal senso.


(2) Ms.: che.
(3) Lacuna nel ms.
(4) Ms.: essere.
PROEMIO 5

e t con onesti e santi modi. Et del m ese di febbraio, un giorno di


dom enica, fotta dire una m essa e t tutti com unicatisi et fatto loro
testam ento, si raunarono in n ella ch iesa di Santa Maria del Corso,
parlando cose di Dio. Et levatosi in pie uno excellen tissim o omo e t
gran ricco nom ato Aluisi, e d isse: Cari fratelli e a m e m aggiori,
e t voi care e t venerabili donne, c h e dogni condizione sete qui
raunati per fuggire la m orte del corpo e t questa pestilenzia,
prim a c h e ad altro io vegn a dir, c h e poi ch e deliberati siem o
p er cam pare la vita e t fu ggire la peste, debiamo altrettanto (1)
pensare di fuggire la m orte dell'anim a, la quale pi davern e
cara c h e lo corpo. Et acci c h e luno e t laltro pericolo si fugga,
di necessit segu ire (2) la via di Dio e t i suoi com andam enti, et
con quelli savi modi, c h e si denno, guidare le nostre persone. Et
questo fare non si pu se prima tra noi non persona a cui
tu tti portino riverenzia, obbidendolo in tu tte le cose oneste, et
lu i com e onestissim o non com andi se non cosa c h e sia p iacere
d ella brigata senza peccato. Et fatto questo tale, disponga il no
stro cam ino, la vita e l modo ch e tenere si de, s c h e senza
lesion e o m ale et senza vergogna salvi alla nostra citt e t a lle
nostre case possiam o lieti e t allegri tornare, avendo lui a tu tte
le ore dato buoni esem pli. Ditto ch e A luisi ebbe le ditte
parole, subito la brigata fra loro disseno: P er certo in questa bri
g a ta m iglior di lui non si potrebbe trovare. E t subito a v iv e
voci disseno tu tti: N oi vogliam o c h e A luisi sia il preposto di
questa brigata et lui preghiam o ch e ta le officio accepti, disposti
noi tutti, m aschi e fem m ine, a obbedire il suo com andamento,
p erocch in lui sentiam o tanta virt, c h e altro c h e don este cose
ci richieder, et per lo suo gran senno et lungo ved ere sani col
nom e di Dio a L ucca ci condurr.
A luisi, c h e ode la brigata, non potendo altro, disse: Carissimi
fratelli e t m aggiori, e t voi onestissim e donne, io cognosco in questa 12

(1) Ms.: e stando.


(2) Ms.: pregare.
6 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

brigata essere di quelli molto pi savi et pi intendenti et di


maggior veduta di me, che tale officio farenno meglio in una ora
che io in uno anno, et bene era che avesti altri eletto. Ma poi
ch a voi piace che io vostro preposto sia chiamato, sono p u r
contento, pregando tutti che quello che comander sia obbedito.
Tutti dissero: Comandate e sar fatto.
Lo preposto disse: Prim a che ad altro si vegna, bisogna che
si faccia una borsa di dinari, acci che in nelle cose necessarie
siamo per li nostri dinari soccorsi. Subito missno mani a dinari,
et fatto un monte di fiorini tre mila, in mano al preposto dati,
dicendo: Quando questi saranno spesi, mettremo delli altri; lo
preposto, vedendo la quantit de dinari et la buona volont di
m etter de nuovi, disse: Ornai stiamo allegri che la brigata ca
piter bene.
Avuto il preposto dinari, parl alto dicendo : Ornai che andare
dobbiamo per salvare le persone, vi comando a tutti, omini e
donne, m entre che abbiamo a fare il viaggio, nessuna disonesta
cosa tra noi n tra altri si faccia, et quale avesse pensieri daltro
fare prima che in camino ci mettiamo si ritorni in Lucca, et se
alcuno dinaro pagato avesse, vegna, che renduti gli saranno. La
brigata, ci udendo, rispuoseno tutti: O preposto, state certo che
noi staremo con tanta onest, m entre che il camino faremo, che
la moglie col marito n con altri user et cos per contrario in
questo nostro viaggio non saccosteranno per disonesto modo.
Lo preposto, essendo certo che disonest non si de fare, or
din uno camarlingo leale, lo quale pi tosto a re del suo messo
a sostentamento della brigata, che di quel tesoro che il preposto
gli diede n avesse uno dinaro tolto. Et per questo modo la bri
gata spera desser delle necessit ben servita.
Ordinato il camarlingo, dispuose il preposto che dui spenditori
fussero, luno al servigio delli mini et laltro al servigio delle
donne, et perch sempre tali offici si denno dare et attribuire
a persone secondo quello che hanno a m inistrare, dispuose il
preposto che al servigio delli omini fusse uno giovano spenditore,
savio et non d avarizia pieno, et al servigio delle donne fuse
PROEMIO 7
u n o om o di m atura et e discreto in nello spendere, acci ch e
tu tta la brigata di n iente si potesse lam entare.
Appresso ordin che la m attina per alcuni de* preti della bri
gata fusse ditta la messa, alla quale volea che tutta la brigata
vi fusse a udire, e la sera, senza chella vi fusse, dicesseno tu tte
l'o re et compieta, acci che loro (1) alcuna negligenza si possa
im putare.
F atto questo ordine, ordin coloro che colli omini alla cena
e al desnare dovranno con diletto et canti di giostre et di mo
ra lit cantare et ragionare, con alcuni stromenti, et talotta colle
spade da scherm ire, per dare piacere a tutti. Et alcuni tra loro
vi disputassero in nelle liberali scienzie et questi eletti sono per
la brigata dlti om ini e t p r e l a t i ....................................................(2).
Altri ordin che di leuti et stromenti dilettevoli, con voci piane
e basse et con voci piacevoli, canzonette damore et donest di
cesseno alle donne. Et perch ve n avea det alcune, accasate
e t vidue (3), ordin alcuni pargoletti saccenti col salter sonare
un salmo et una gloria, et quando sudiva la messa, al levare (4)
del nostro Signore, uno sa nctus sa nctus dirsi, et per questo modo
volea che la mattina, quando si dicesse la messa, fusse sonato, et
al desnare e t alla cena diversamente, secondo le condizioni delti
omini, fusse lo suono, et cos delle donne. Appresso ordin che
tali strom enti et sonanti dopo il desnare e la cena contentassero
la brigata di suoni et diletto senza vanagloria, et tutto ordina
tam ente misse in effetto.
Dipoi, rivoltosi lo preposto alla brigata, parlando per figura
d isse: Colui il quale senza cagione h a di m olte ingiurie soste
n u te e t a lu i senza colpa sono state fatte, com ando c h e in questo
nostro viaggio debbia essere autore e t fattore di questo libro et 1234

(1) Ms. : per loro.


(2) Piccola lacuna nel ms.
(3) Mi sembrato di ricostruire cos questo passo certo guasto nel ms.,
che dice: Et perche venavea date alcune obligagone et achasata et vedue.
(4) Ms.: et allevare.
8 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

di quello che ogni di gli comander. Et acci che non si possa


scusare che a lui per me non si sia stato per tutte le volte co
mandato et anco per levarlo, se alcuno pensiero di vendetta
avesse, canter (i) uno sonetto, in nel quale lo suo proprio nome
col soprannome ritrover. Et pertanto io comando senz altro
dire che ogni volta io dir: Autore, di la tal cosa; lui senzaltro
seg u a(2) la mia intenzione. Et parlando alto disse:

G i trovo che si die pace Pompeo,


Immaginando il grave tradimento,
Omicidio crudele e violento,
Volendo ci Cesare e Tolomeo.
Am Ecuba quel reo
Nativo dAntenor il cui nome sia spento, (3)
Nascoso su laltar con gran passione
I l convertir ringraziando Deo.
Sotto color di pace ancora Giuda
E1 nostro salvator Cristo tradio,
Radendo a di vita in morte cruda.
Considerando ci, dommi pace io,
Avendo sempre lanima mia cruda
Mossa a vendetta, cancello il pensier mio.
Ben dico che la lingua colla mente
Insieme non difforma in leal gente.

Et udendo ciascuno della brigata lo sonetto piacevole e t neuno


potendo intendere di chi (4) il preposto parlava, salvo colui, il
quale comprendendo le parole e t versi del sonetto vi si trov
per nome et soprannome, senzaltro dire comprese che lui dovea
essere autore di questo libro et senzaltro parlare si stava come
li altri cheto.1234

(1) Ms.: contro.


(2) Ms.: schusa.
(3) 1 versi che non tornano e i non sensi e la mancanza di rime esatte
sono nelloriginale.
(4) Ms.: che.
DE SAPIENTI.*. 0

1.
[TriT., n* 1].

DE SA PIE N T I A.

N arrasi ch e uno m ercadante della Tana nom ato A lu iy , omo


ricchissim o, avendo tr e figliuoli, l uno nom ato Arduigi, laltro
Scandaleo, lo m inore Manasse, divenne c h e *1 ditto A lusi infer
m ando e t cognoscendo dover abbandonare questo mondo, divise
lo suo tesoro, e t prim a tr e pietre preziose di sum m a ciascuna di
ducati tre m ila n ascose in un luogo secreto e t incirca ducati
cento ven ti m ila si riserb in una cassa, e senza alquante pos
sessioni e t arnesi. Et venendo peggiorando e t prossimo alla morte,
ch iam questi tre suoi figli, a lli quali com and e disse c h e prima
c h e m orisse volea c h e loro prom ettessero c h e m ai non tocche-
rebbono li ditti g ioielli e n e ch iar la valsuta (1). Appresso f
v en ire dinanti di s li ditti ducati cento v en ti m ila e t quelli
divise p er terzo, assegnandone a ciascuno quaranta m ila. Et questo
fatto, il ditto suo figliuolo m aggiore nom ato Arduigi giur e t pro
m ise osservare, e t sim ile sacram ento fece Scandaleo e t appresso
M anasse, suo figliuolo m inore. Auto il preditto A luisi tali pro
m issioni e t sacram enti, subito quelli benedisse, e t da indi a pochi
giorn i pass di questa vita. Al cu i corpo i figliuoli feron grande
onore secondo li costum i d e m ercadanti del paese, et stando li
preditti fratelli senza fare alcuna m ercanzia, m a continuo in
su l god ere e t darsi piacere in cen e et in desnari, in femmine
e t in ca v a lli e t altri piacevoli diletti, in tanto ch e non m olto dur
c h e il m inore fratello, cio M anasse, consum quasi la somma
d e ducati quaranta m ila della sua parte et li altri fratelli avean
consum ato pi delle tre parti della loro parte, avendo sem pre
speranza c h e 1 gioiello de ducati tren ta m ila fusse in loro su s
sidio. Consumato il ditto M anasse i suoi ducati, senza rich ied er
alcuno d e suoi fratelli, and al luogo ov erano li gioielli e di
quine n e trasse uno e t a m ercatanti ven ezian i ven u ti alla Tana
lo ven d ea secretam ente ducati trenta m ila, e teneali (2 ) per s, 12

(1) Ms.: erano ella valsata.


(2) Ms.: tenendo.
io NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

facendo m asserizia e t vivendo senza le prim e spese, intendendo


alla m ercanzia. Lo fratello m aggiore nom ato Arduigi, avendo
consum ato la parte a lui data de ducati quaranta mila, disse a
Scandaleo suo m ezzano fratello il suo besogno, dicendo ch e lo
p regava frisse seco a parlare con M anasse, sperando c h e per le
spese ch e M anasse avea fatto dovea stare contento ch e li gio
ielli si partisseno. Il preditto Scandaleo fu contento, p erch lui
sim ilm ente la sua parte avea consum ata. Mossi i preditti dui
fratelli, andarono (1) a M anasse narrandogli quel c h e il loro
padre avea loro im posto e t m assim am ente de' gioielli, c h e quelli
non si toccassero se tutti in prima non fussero contenti, dicendo:
Noi abbiamo consum ato tutti q uelli denari ch e nostro padre
ci die* et sim ile pensiam o c h e tu abbi i tuoi consum ati, pregan
dolo ch e sia contento c h e ciascuno prenda il suo gioiello per
poter con quello ven ire a onore. A i quali il ditto M anasse ri
spose: Io non voglio acconsentire, per io veggo ch e a m e vor
reste tollere il mio g io iello ; m a se sete contenti ch e io abbia la
m ia parte di quelli gioielli, sono contento. A l quale li du fra
telli con sacram ento lo prom isero et cos se n'andarono al luogo
dove il loro padre avea ditto. Et quine cercando trovonno due
gioielli, dove il padre avea ditto di tre. Et com e questo fu veduto,
Manasse disse : Ben lo dico io ch e voi m 'avete ingannato e per
ven iste a m e a dirmi c h e volevate il gioiello, p erch n avete
tolto uno. Et per v i dico, sia com e si vuole, io ar uno di questi
due p erch m i tocca in parte. R ispuose Arduigi m aggior fratello
e t disse: Di vero dobbiamo credere, c h nostro padre non disse
mai bugia, ch e veram ente i gioielli denno esser tre. E t se noi
volessim o dire altri c h e noi tali gioielli h a tolti, dico non esser
vero. Et prim a p erch neuna persona del mondo lo sapesse se
non noi, appresso, se alcuno li a vesse trovati, egli li avrebbe
tutti e tre portati via e non n e n* a re lassato verun o: e t per
tanto io conchiudo di vero c h e uno di noi stato quello c h e h a
preso il gioiello. Et p erch noi siamo fratelli e t dobbiamci am are
insiem e e t non corrucciarci, vi dir m io parere, e t quando Tar
ditto potrete prendere quello [consiglio] v i parr. Et com inci
a dire: F ratelli m iei, voi sapete ch e il Gali signore del Mangi
fue grande am ico di nostro padre e il pi savio omo ch e sia in
nella legge di M acometto. S e paresse a voi (ch e a m e pare) ch e

(1) Ms.: andati.


DE SAPIENTI li
n oi questa questione del gioiello rem ettessim o in lui, e t [di] quello
n e dichiara ciascuno sia contento? Et tanto c h e abbiamo da lui
la dichiarazione, questi du gioielli non si tocchino et lascinsi
qui stare. Il quale dire piacque a fratelli, e t allora ripuoseno li
g ioielli dove il padre li a vea m essi et deliberanno di cam inare
v erso il Mangi. Et prim a ch e si m ossero dalla Tana ordinarono
di v iv e r e sem pre insiem e et a uno scotto et m ai tra loro non
sar alcu na quistione tra v ia p er cagion del gioiello, e t cos n el
ritorno osserveranno (1) q uello c h e il Cali dir. E t cos promesso,
e* mossonsi dalla Tana del m ese di ap rile forniti di vettovaglia
e t da ltre cose bisognevoli alla loro vita, p erch pi di quaranta
giornate hanno a cam inare prim a c h e siano in n el Mangi. Et
cam inando, gi passato aprile, dilungatisi dalla Tana pi di ven ti
giornate, divenne c h e Arduigi, fratello m aggiore, disse a fratelli:
F ratelli m iei, accorgetevi voi ch e per questa pianura passato
una cantinella c h e non h a se non l occhio m anco? Li fratelli
rispuoseno: A ch e te n accorgi? L u i disse: B ene m e n accorgo
io, e t taccio. E t m entre c h e i preditti cam in an o, essendo al
quanto caldo per voler m angiare e t riposarsi sotto a uno arboro
et quine mangiando, Scandaleo, fratello mezzano, disse : F ratelli
m iei, io v i dir c h e in questo luogo s posto a gia cere una
cam m ella carica di m ele et daceto. I fratelli disseno: Come lo
sai? Lui disse ch e cos era. Et m angiato ch e ebbero, volendo
cam inare, Manasse disse: P er certo qui stata una cam m ella
sen za coda. I fratelli disseno: Come lo sai? D isse: La coda non
a v ev a . Et m essisi a cam inare, p erch presso al Mangi erano a
una giornata, et cam inando scontrarono uno vettu rale, il quale
li domand se lro avean o veduto una cam m ella carica. Disse
A rdu igi: La tua cam m ella era duno occhio m eno. Disse il v e t
tu ra le: S. Arduigi d isse: Non la vidi m ai. D isse Scandaleo: La
tu a cam m ella era carica di m ele et daceto. Lo vettu ra le disse :
S. Scandaleo disse: Non vidi a m ia vita. M anasse parlando
disse (2): La tua cam m ella era senza coda. Lo v ettu ra le d isse:
Voi a v e te detto tutti la verit. Manasse d isse: Io non lh o v e
duta; va, cercala. Lo vetturale, avendo udito costoro e tutti i12

(1) Ms.: osserveremo, ma forse non punto errore, giacch il repentino


passaggio dal riferimento indiretto al diretto dei discorsi frequente in
queste novelle, come per molti esempi si vedr.
(2) Ms.: dicendo.
12 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

segni, disse: P er certo voi m e la v ete rubata; m a io far c h e


a m e la restitu irete con ogni danno e t interesse. Et cosi [si] m isse
in cam ino con questi tre fratelli o insiem e giun sero a l Mangi.
Lo vettu rale subito ha fatto rich ied ere i ditti fratelli dinanti a l
signore d el Mangi (1). Et allora domand la sua cam m ella con
ogni danno e t interesse, narrando i segni c h e a lui per loro gli
erano stati contati. Il Gali, ci udendo, disse a ditti c h e si di-
fendino, li quali con sacram ento giuravano la ditta cam m ella
non a vere m ai veduta, posto c h e noi abbiamo contati i segn i (2).
Ai quali il Gali d isse: Se non dite le ragioni evidenti d ei segni
dati, voi am endrete ogni danno e interesse. Arduigi, c h e prim a
avea ditto la cam m ella esser con l occhio manco, disse: Signore,
passando tra du prati derba e t vedendo Torme di cam m ella e t
vedendo c h e solo da l uno dei lati l erba era m orsa, stim ai tal cam
m ella a vere m eno un occhio, perocch luso dei cam m elli
c h e l uno boccone prende da l uno d e lati e l altro da laltro.
Et questo fu quello c h io dissi della cam m ella. Scandaleo d isse:
Signore, essendo noi sotto un arboro posti per riposo, vedendo
quine essere raunate in su l terreno alquante m osche da l uno
d e lati e t daltra parte mostioni, stim ai quine essere stata una
cam m ella caricata di m ele e daceto, perocch al m ele traggono
le m osche e t a llaceto traggono i mostioni, e per questo modo
gli dissi: ma ch 'io mai la vedessi non lo crediate. Manasse, il
quale avea ditto non av ere co d a , d isse: P e r c h le cam m ello
poste a giacere, volendo orinare, fanno colla coda una fossa n ella
ren a e t quine orinano, e t poi colla coda ricoprono colla rena
[lorinaj, e t io vedendo lorina essere sparsa per la rena, stim ai
la caram ella non a v ere coda, e t altro m ai non sentii. Udito il
Gali le belle ragioni assegn ate per quelli tr e fratelli, giudic
esser vero q uello c h e aveano detto et al v ettu rale com and
andasse a ritrovare la cosa sua, dilibcrando coloro. Et veduto
il Gali la bella apparenzia de* giovani e t la sottile interpretazione
della quistione, ven u toli dinanti, dim andandoli di qual paese jerano
e la ragione p erch erano ven u ti desiderava sapere. A l quale,
com e ordinato avean o li tre fratelli, [dissero] c h e A rduigi m ag
giore fratello fusse quello c h e rispondesse. Et fatta la debita re- 12

(1) Ms.: al Mangi singore.


(2) questo uno dei passaggi dal discorso indiretto al diretto, cui ac
cennai a p. 11, . 1.
DE SAPIENTI^ 13
v eren zia, in questo modo rispuose: M agnifico signore e t potente (i),
sa v io e t am atore di verit e t de* vostri am ici, quello M aum etto
c h e voi adorate v i conservi felice e t lungo tempo. N oi siam o
tr e fratelli nati della buona m em oria di A luisi della Tana, li
q uali volendo ubbidire il com andam ento di nostro padre, ci siam o
d irizzati dinanti alla vostra m agnifica signoria e t prudenzia,
a cci c h e voi in tu tte scien zie am m aestrato debbiate cognoscer
e t term inare alcuno dubbio tra noi nato, pensando c h e quello
n e d irete ser tutto vero et buono giudizio, per noi non sop
porr. Et di questo som m am ente vi preghiam o, cognoscendo noi
non essere sofficienti a dovervi riprem iare in alcuna cosa, ma
pregando il vostro e t nostro Iddio c h e vi dia lunga v ita . Lo
Gali, avendo inteso costoro essere figliuoli di A luisi della Tana,
il quale era stato grande suo amico,- con grande am ore ven u to
a* ditti fratelli, volentieri accett v o lere la loro quistione difinire.
Et p er am ore del loro padre piacquegli c h e la sera dovessero
essere con lui ed invitolli dicendo: Io voglio c h e stasera torn iate
in n el mio albergo per am or del vostro padre ed eziandio per
la vostra persona, c h m eritate ogni bene per la vostra pru
denzia. Ma prim a c h e ad altro vegnam o, io vo sap ere la q ui
stion e c h e volete ch e io finisca e t term ini tra vo i. Arduigi
fisp u ose: La nostra quistione sta in questo punto. N ostro padre,
il q u ale mai non disse bugia, ci disse c h e avea in uno luogo se
creto m isso tre gioielli, e t di vdlsuta ciaschiduno di ducati trenta
m ila, e t c h e quelli m ai non si toccassero per noi, se di concordia
tu tti e tre non eravam o, e t cosi lo prom ettem m o. Et lui ci di
la benedizione e t pass. Dapoi n oi, per la giovent non corretta
sfrenati (2) il m obile lassato abbiamo consumato, e t volendo
puoner mano a gioielli nascosti, di concordia andam mo l u'
nostro padre avea disegnato, e t non trovandovi c h e du gioielli,
abbiamo stim ato ch e noi lo terzo abbiamo preso. P are a ciascuno
de m iei fratelli io doverlo a vere preso e t a me pare loro averlo
preso, e t questa la nostra quistione. Udito il Cali la loro
quistione, fu m olto pi contento daverli invitati, stimando, costoro
faranno quistione di tal gioiello, e t io intendendo quello c h e tra
loro diranno potr m eglio sentenziare, diliberando m ettere costoro
in una cam era, nella quale avea una colonna in m ezzo m urata. 12

(1) Ms.: parente.


(2) Ms.: efremati.
14 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

in n ella quale si potea v en ire a u d ire e t ved ere tu tto ci c h e


faranno, ch in q u ella cam era era sen za esser ved u to. E t com e
diliber m isse in effetto. L i fra telli accettando, lo Gali li fe c e
en trare in n ella d itta cam era, dicendo tra s m edesim o: C ostoro
sono ven u ti a m e ch e io d ich iari loro la quistion e, e t eliin o
hanno d itto la in terp retazion e a lle co se non v ed u te, com e d ella
cam m ella, e t a m e vegnono p er in trep etra re le cose ch e h an n o
ved u te del g io ie llo ; p er certo il m odo preso da v erli in ta l ca
m era m i far da questo fatto a v ere onore. E t con questo m odo
fece ap parecchiare in n ella ditta cam era tu tto ci c h era di bi
sogno. V enuta l ora d ella cen a, i p red itti fra telli p osti a m ensa
in n ella d itta cam era, il Gali en trato in n ella colonna, M anasse,
vedendo ta le colonna in n ella d itta cam era e t non parendo a
lu i la d itta colonna n ecessaria in siffatto luogo, stim su b ito
q u ella il C ali a v ere fatta p er p oter sap ere q u ello ch e in ta l
cam era si far, stim ando il Gali in q u ella dentro essere. E t
m entre ch e a tau la stavano, v en u te le v ivan d e e t m angiando (1 ),
dopo alquanto tem po d isse A rduigi : F ra telli m iei, di vero q u esta
carn e ch e il Gali n h a dato questa sera a m angiare fu a llev a ta
a la tte di cagn a. L i fra telli, ci udendo, disseno: A ch e te n e
accorgi? E risp uose: B en m e n e accorgo io . Lo Gali, ch e tu tto
ode, com in ci a rid ere di ta li parole, spettando u d ire pi o ltra .
E passato alquanto, Scan daleo d isse: F ra telli m iei, io m i sono
accorto ch e q uesto vin o c h e il G ali ci h a dato nato d ove si
sotterran o i corp i m orti. I fra telli d issen o: B en h a i so ttile gu sto
a ci sap ere. Lo Gali, udendo, d isse fra s: C ostoro h anno n u ovo
p en sieri ; stando a a scoltare sen tir d ella loro q uistion e. M anasse,
aven d o udito il parlare d e fra telli, dispuose n arrare il suo pen
sieri e t d isse: F ra telli m iei, v oi a v ete ditto l uno d ella carn e
e t la ltro d el vino, e t io v i v o d ire ch e veram en te q uesto Gali,
c h e n ha qui in v ita ti e t fattoci onore, bastardo. D isseno i fra
te lli: M al d i, e ch e puoi tu sap ere di ta l cosa? R ispuose: B en
lo so io. Lo Gali, com e udio d ire essere b astardo, subito p rese
p en sieri v o ler tu tto sap ere e t p artissi d ella colonna e t di pre
sen te m and p er lo suo sin isca lco , a l quale d isse: C he carn e
h ai tu dato stasera a q u elli forestieri? D isse: Io diedi loro uno
agn ello, il quale ci don N ieri nostro vicin o . Lo Gali m and
subito per lo d itto N ieri e v o lse sap ere di q uello a g n ello. L ui
risp uose: A vendo una pecora pregna e t parturendo uno a g n ello,

(1) Ms.: imaginando.


DE SAPIENTIA 15
m orio la d itta pecora, e t io aven d o una cagna, c h e avea fatto
i cagn u oli, questo a g n ello feci a llev a re a la tte di ta l cagna. 11
Gali, sentendo q uesto, stim o s essere bastardo, e t subito m and
p er lo b o ttig lie r i. dicendo di qual vino a v ea dato a* fo restieri.
R isp uose: D i q u el vin o di q u ella vign a dove si soppelliscono
i corpi m orti. Lo Gali ten n e p er certo lu i essere bastardo,
vedendo i due a v er d itto il v ero, e t m and p er la m adre
e t a le i d isse di cu i fig liu o lo era. La m adre d isse: Se* figliu olo
d el G ali v ecch io . L ui replican d o d isse: Di v ero non sono,* d itelo
presto. L a m adre d isse : Di v ero tu se* figlio d el con te di R a-
g u g ia . D unque sono io bastardo? L a m adre d isse: S ie.
R itornato il Gali in n ella sua cam era, p arendogli la n otte m ille
a n n i, s i pos. L evato il sole, il G ali m and p er li tr e fra telli e
v en u ti, d isse a l m aggiore q u ale era il suo ragionam ento a lla
cen a d ella carn e. A rduigi d isse ch e veram en te q u ella carn e era
a llev a ta a la tte di cagn a. D isse il G ali: C he ne v ed esti? R i
spuose : P erch di ta l carn e Tomo non se n e v ed e m ai sazio, e t
ved en d o io a v er m angiato presso a uno agn ello, stim ai cos. Lo
C ali d isse: T u h a i d itto il v ero. E t poi d isse: E tu ch e d icesti
d el vin o, ch e p otesti com prendere? R ispuose S can daleo: Signore,
noi d ella T ana abbiam o buone teste, di ch e io stim ai ta le vin o
essere n ato dove si sop pelliscon o corpi m orti, p erch n atu ral
m ente il corpo d ellom o g ra v e ed a lla testa d im paccio. Lo
G ali sign ore risp uose : E co si trovo. E t a M anasse d isse: 0 tu
ch e d icesti ch e io era bastardo, c h e scien zia h a i apparato ch e
le co se fa tte in n an ti a l tu o n ascim en to possi sapere? M anasse
risp u ose: S e p erm etti dir. D isse il G ali: Io perm etto. M anasse
d isse: Stim ando io tu d overci stare a ved ere e t a u dire, sti
m ando non essere atto d i buono om o, m a di bastardo, m a sti
m andoti a u d ire e v ed ere, stim ai tu essere bastardo; il quale
d ire ti p rego m i perdoni. D isse il G ali: P er certo tu tti a v ete
ben giu d icato; m a acci ch e d ella vostra q uistion e io v i dia
buona assoluzion e, prim a ch e ad a ltro io vegn a, v o g lio d irvi
u na n ovella e t dim andarvi da lcu n e cose. A rduigi d isse: Signore,
d ite. Il Gali d isse: U na b ellissim a giovana, n ata dun g en tile con te
e t m aritata a uno g en tile om o, ebbe a p assare (1) p er lo terren o
di tr e giovan i com e voi sete, ciascu n o p oten te a ten ere il passo.
Stim ando tu, A rduigi, essere il prim o sign ore l u ta l giovana

(1) Ms.: et a passare.


iG NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

accom pagnata a m arito n m enata, e t passa p er lo tu o terren o :


i tu o i fam igli q uella conducono a te dinanti : ch e Daresti dessa?
Et, Scandaleo, passa per lo tuo terren o, presa d a lle tu e b rigate
e t condotta in tu a forza: c h e Daresti di ta le giovana? E t tu , Ma
n a sse, la donna ditta t' rap resen tata b ella e t p u lcella , e t h a i
di le i tu tto tu o dom inio, dim ando c h e n e faresti? A rd u igi
risponde ch e ta le giovana fare12 accom pagnare p er tu tto il su o
terren o sicu ra e t sen za v illa n ia Darle, n con sen tire' ch e a ltr i n e
fa cesse. Scandaleo d isse ch e avu ta ta le g iovan a q u ella usare* e
prendere* b en e p iacere e t dapoi on orevolm ente n e la m andare*
a l suo m arito. M anasse d isse: Di vero ten ete, C ali, quando a
m e fusse presentata, io n e farei m ia volont, e t dapoi v orrei c h e
tu tti i m iei fam igli la v e sse n o e t ch e sem pre tra loro si ten esse
questa, sen za m an d am ela. U dito ta l cosa, il Gali subito d isse: E t
io giudico ch e (tu], M anasse, abbia auto il g io iello , e t non tu oi
fra telli. M anasse disse: T u di* il vero. Lo Gali d isse: Gome lh a i
cos tosto confessato? R ispuose M anasse: Gome con fessasti tu (1 )
ch 'eri bastardo. E dato ta le giud izio, i d itti fra telli p resen o
cum iato dal Gali e t ritornorono in verso la T ana di buona con
cordia, dando l uno d ei g io ielli a A rduigi e t la ltro a Scan daleo.
Et Dettone dinari, dati tu tti e tr e a lla m ercan zia, avarizzand o
vissero (2) on orevolm ente, sen za g itta re pi n fare m ale sp ese,
lassando li a tti giov a n ili.

(1) Ms. : tu tto .


(2) M s.: e t v iv e n d o .
DE SIMPLICITATE 17

8.
[Trir., b 2].

DE SIMPLICITATE.

In n ella citt di L ucca in n ella contrada di San C ristofano fu


uno p elliccia io , om o m ateriale e t grosso di pasta in tu tti i suoi
fatti, nom ato G anfo, sa lv o ch e a lla sua bottega assai guardingo
e so ttile. D iven n e ch e il ditto Ganfo, infirm dalcu na m alattia
e t fu dam edici lodato il bagno a G orsena esserg li u tile, piuttosto
ch e le m ed icin e; di ch e disposto il d itto Ganfo dan dare a l bagno,
ch iese a lla m oglie, nom ata monna Teodora, denari per portarsi (1)
a l bagno e t v iv ere . La donna su a m oglie g li d ie d ieci lir e di
sestin i dicen dogli: Fa p iccole sp ese. Ganfo, m essosi la v ia tra pi
e t cam biato pianam ente, p ervenn e al bagno senza a v ere beuto et
m angiato altro ch e un poco di acqua e t q u ella b ev v e a lla Lim a,
ch volendo p assare la d itta acqua, non volendo m ontare in
su l ponte, si m ise p er lacqua. Et lu i debile e t l acqua grossa,
quasi n e (2 ) affog; e t in questo modo Ganfo a v ea beuto uno
poco dacqua. Ganfo a l bagno, andando a ved er lu i le persone
si bagnavano, vedendovi dentro centin aia di om ini nudi, d isse fra
s m edesim o: Or com e m i cognoscer tra costoro? p er certo io
m i sm arrir con costoro, se io non m i segno di q u alch e segno.
E t pens m ettersi in su lla sp alla ritta una croce di p aglia, di
cendo: M entre io ar la cro ce in su lla spalla, io ser desso.
E t com e ordin m isse in effetto, ch e la m attina rin v eg n en te il
dittoG anfonudo colla croce in su lla sp alla ritta en troe in n el bagno.
Et quine stando, guardandosi la spalla e t ved u ta la croce, dicea:
B en sono desso. Dim orando alquanto e t facendogli a lle sp alle freddo,
e t l acqua galleg g ia v a , tiran d osi a basso, la cro ce d ella sp alla
se g li lev d alla spalla e t a uno fioren tin o, ch e allato a lu i era
presso, la ditta cro ce su lla spalla si puose. Ganfo, guardando s
e t non vedendo la croce, voltandosi la v id e a quel fiorentin o;
subito trasse a lu i dicendo: Tu sei io e t io son tu . n fiorentino,
non sapendo q uello v o lesse dire, disse : V a via . Ganfo replicando 12

(1) Ms.: portare.


(2) Ms.: non.
16 NOVELLE 01 GIOVANNI SERCAMBI

d isse: Tu sei io e t io son tu . Lo fiorentino, parendogli co sta i


fo sse m entegatto, d isse: V a v ia , tu se*m orto. Ganfo, com e ode
d ire: Tu se* m orto, subito u scio d e l bagno e t m isssi i panni sen za
parlare n m angiare n b ere [e p rese] a cam inare venendo v erso
L ucca. E t quantunqua n e scon trava c h e lu i salu tassero, a n eu no
rispondea. V enuto a L ucca e t g iu n to a lla sua casa, m onna T eo
dora vedendolo d isse: Ganfo, o tu se* s tosto tornato? G anfo
udendola d isse: T eodora d olce, i* sono m orto. Et g ittatosi in su l
tetto sen za aprir occh i n altro sen tim ento foro, dim ostrando e s
sere m orto, c h poco sp irito a v ea , s p er la m alattia a vu ta, si
p er lo caulinare senza a v er m angiato n b ea to , s per la p au ra,
la donna giud ic esser m orto. E t subito gridando, scap iglian d osi,
d iceva (1) G anfo suo m arito e sse r m orto. Li v icin i traggono a
con fortare la soonsolata di s buono m arito, dando co n sig lio
c h e Ganfo sia soppellito. E t co se s i msse in ordine. V en u ta
la bara e t quine m esso G anfo, lu i stan d o ch eto e t com e m orto
si lassa m enare, la ch iercia (2 ) rannata e t ven u ta co lla cro ce
a ca sa , e t ricevu ta la cera, andando con G anfo a lla ch iesa p er
q u ello sep p ellire. E t m entre c h e Ganfo era c o si portato, u na
fan tesca nom ata V etessa dom and q u ello era : fo g li d itto c h e
Ganfo era m orto. C om e V etessa questo udio, incom inci a g r i
dare e t disse: M aledetta sia lanim a di G anfo, ch e in q u el m a
led etto punto g li diedi un m io p elliccio n e a ra ccon ciare, c h e
m ai non lo potei av ere. E t questo dioea spesso. Ganfo, c h e pi
v o lte a v ea avu to parole con V etessa, sen tend ola grid are, p aren
dogli c h e V etessa d icesse m ale, parl alto -e disse: V etessa, V e
tessa, sio fosse v iv o com e son m orto, io ti risp ond erei b en e.
A lle quali p arole q u elli ch e portavano la bara b ssa ro n la ca
dere in terra , dubitando fo sse sp irito fentasm o, e t tu tto Ganfo
si m acol. 1 ch ierici traen do a lu i e le persone d'intorno o v e
dendolo v iv o disseno: O c h e m ala ven tu ra h ai tu , G anfo, c h e H
v o lei ffcr so tterra re v iv o p er m orto? Ganfo, vedendosi intorno li
parenti e t v icin i, d isse lo ro la n o v ella del bagno. Li p reti s e
n andarono co lla cera an ta e t Ganfo fo rim enato in ca sa , e t co n
fortato d iven n e sano e la sua a rte esercit.12

(1) Ms.: dicendo.


(2) Ms.: chieria.
DE MALVAGITATE ET MALITIA 49

8.
n q.

DE MALVAGITATE ET MALITIA.

M agnifico preposto e t voi om ini donne desiderosi di u dire,


essen d o Ganfo p elliccia io grosso e t m ateriale, m ente di m eno a lla
sua bottega era so ttile. E t fed en d o la r te sua in una bottega a
S a n G ristofeno di L ucca, uno 'fiorentino nom ato Zanobi avendo
preso a pigione lo solaro dove sta v a Ganfo a bottega, pensando
i l d itto Zanobi ch e p er fe re d isp iacere a l d itto G anfo la bottega
d ovesse abbandonare acci ch e lu i l a v esse p er p otervi la rte
sua d elle scarpe fere, e t aven d o sen tito il modo c h e Ganfo a v ea
ten u to quando d isse essere m orto, pens: Io potr con co stu i
fere ogni d isp iacere e t com e m atto m e laseiar e t cred er ogn i
cosa ch e io g li feccia (1). Et fo lto ta le fondam ento, diliber
Zanobi ogni d du v o lte ooUorin a sua bagnare le p elli di Ganfo
e t com in ci pi p resto potea, ch e a lla scala dove Zanobi m on
ta v a fo uno pertuso, dove Zanobi m ettev a il su o m ard feco io e t
q u in e orinava, in tan to ch e tu tto p elli b agn ava. E t cosi s'in
gegn ava di riten er lorina p er p o ter le p elli di Ganfo ten er
fresch e, ch ogni v o lta ch e ven ia a o rin are q u ellara il suo lu ogo.
Ganfo, ch e ogni mattina trovava le su e p elli b a g n a te, lam en
tandosi di Zanobi p erch di sopra gU stava, e' g li d isse (2) c h e
fecea m ale a g itta re Faoqua in su lle su e p e lli Zanobi, dicendo
c h e topi sono q u elli c h e bagnano le p elli, e t non su a aoqua, do
le s s i (3 ) ch e p er le p elli di Ganfo non potea v iv e r e in casa,
ta n ti topi naveano a lle tta ti. A c o i G anfo disse: 0 veram en te io
ritrovo una g a tta , oh e q u esti topi p ig lier , o io abbandoner
q u esta bottega. Zanobi, udendo d ire ch e abbandoner la b ottega
se la g a tta non p ren d esse i to p i sapendo il fotto, sollecita m en te
pi ch e di prim a orinava in su lteip elli, aven d o fette u no p ertugio,
dove Z anobi com d itto, m ettea m arcifeccio. E di d q u ello 123

(1) Ho cercato interpretare, ma il testo corre poco. Il ms. varamente dioe:


et come inatto non tastiera et credino cosa che io li faccia.
(2) Ms.: et dimando.
(3) Ms.: dolendosi Zanobi.
20 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

ricopria per modo, ch e Ganfo n altri accorger se n e potea~


Ganfo, posto ch e fu sse di grossa m ateria, con uno so ttile in gegn io,
com e sogliono fare alcu n a v olta i m atti, stim lo bagnare le su e
p elli non esser de'topi (1), e t dispuose q uello di certo v ed ere. E t
fatto vista di ch iu d er la bottega, dentro v i si n ascose, p er lo
luogo doverano bagnate le su e p elli si m isse a rigu ard are. V e
nuta la sera, Zanobi, com era sua usanza, s puose il m arcifaccio
p er lo pertugio, pendente m olto a sim ilitu d in e di (2) ogni tristo
can e a gran coda. Ganfo, ch e questo ved e, n ien te d ice, ma co m e
savio raffrena la furia e a suo tem po delibera m anifestare il
suo senno contro la m attia di Zanobi. Et poco stan te Ganfo se
nand a posare. E la m attina, eh era uno sabbato, dolendosi
ch e topi g li guastavano le p elli, disse: Di vero se la gatta c h e
10 ci m ettr stasera non prender li topi c h e non mi lassano le
m ie p elli asciu tte, io m i partir d ella bottega e provedronne
unaltra. Zanobi, ch e tu tto ode, pensa in tu tto d non o rin a re
et p otere la sera bagnare com piutam ente le p elli di Ganfo. Ganfo.
ch e sera accorto del tratto, and alla p esch eria e quine trov
un lu ccio grosso di pi di libbre v en ti e t q uello com pr. F u g li
ditto quello vo lea fare di q u el lu ccio cos grosso: lu i risp uose:
Lopere (3) ch e m onna T eodora m ia dolce m oglie fece a Dio e t la
orazione de'frati m i fenno risu scita re; e t p ertanto io vo g lio ch e
q u elli godano, e t cos si diliber da coloro ch e g li dim andavano
ridendosi di lu i. G iunto a casa, Ganfo disse alla donna c h e con
ciasse q uel luccio, salvo la testa, ch e la vo lea portare a frate
Zanobi, ch era m olto santo: la donna q u ello cred e t conci il
resto. Et Ganfo quella testa n e porta secretam en te alla sua bot
tega, senza ch e altri se n e accorgesse. Zanobi calzolaro, avendo
11 giorno m olto b eu te e t riten u ta 1 orina p er p oter le p elli di
Ganfo gu astare, giun se con grande volont a lla scala e t aperto
il buco m isse il m arcifaccio giuso e t com inci a orinare. Ganfo,
questo vedendo, apprest la testa d el lu ccio e '1 m arcifaccio p rese,
e strettam en te co lle m ani serr (4) la testa, in tanto ch e Zanobi
cred ette ch e fusse la gatta, e t allettan d o la gatta con dolci pa
role, Ganfo dim ostrando esser gatta, dicendo amiau, amiau,.1234

(1) Ms.: t topi.


(2) Ms.: de.
(3) Ms.: lo perche.
(4) Ms.: seraio.
DE MALVAGITATE ET MALITIA 21
strin g en d o la testa d el lu ccio, Zanobi, non potendo pi sosten ere
per lo dolore, e* fu costretto a dover grid are. Li v icin i, venendo
e t trovando Zanobi col m arcifaccio g i d ella scala, stim ado la
g a tta di Ganfo a v erlo preso, biasim arono (1) Zanobi del vitu pero
ch e a vea fatto a Ganfo, avendo sem pre afflrm ato Zanobi ch e i
topi eran q u elli ch e le p elli bagnavano, e t disseno tu tti al ditto
Zanobi: Se m ale non g li avven u to, e* l h a bene com prato.
Zanobi, ch e p er lo dolore era quasi finito, non potendo par
la re, stim orono i v icin i Zanobi m orire. Et deliberarono andare
a casa di Ganfo per ap rire la bottega e t per lev a re la gatta
dal m arcifaccio. Ganfo, sen tito q uesto, ven n e presto acci ch e
non v i fu sse travato, lass e t ap erse la testa del lu ccio. Zanobi
tram ortito fu portato in su l letto e t ch iesto il p rete e t confes
sandosi p el fallo com m esso, ch ied en do a Ganfo perdono, in pochi
g io rn i pass di questa v ita . Di ch e Ganfo p er am m enda sec reta -
m ente ogni d p er la sua anim a d iceva una avem aria.(i)

(i) Ms.: et biasimando.


22 NOVKLLE DI GIOVANNI 8ERCMBI

4.
[T ilr ., 4 ].

DE MAGNA. PRUDENT1A.

Lo r e C ostanzo di P ortugallo, avendo preso p er donna la


figliu ola d el re di T unisi nom ata G aliana, b ellissim a e giovana
e a ita pi tosto a d a ch e a uno p er la su a fortezza e t b ellezza,,
d iven n e ch e essendo ven u ta a m arito a l d itto r e C ostanzo, e t
d i le i Costanzo r e prendendo m olto filetto e p ia cere, con ten
tandosi di le i pi c h e m arito m ai donna ch e a v esse, d iv en n e
ch e la ditta. G aliana rein a, non potendo a v ere a su a su fileien zia
il su o contentam ento, secretam en te d elle parti di T unisi eb b e
un giovano bellissim o, in form a d i fem m ina vestito , in form a di
cam eriera, afferm ando essere m andata d alla m adre p er sua com
pagna. La rein a q uella, di volont di C ostanzo, la r ice v ette. E t
stato alquanto tem po in siem e, la d itta nuova cam eriera dorm en
dosi colla rein a si con ven ia, prendendo d iletto in siem e, a v v en n e
ch e una n otte lo re C ostanzo dorm endo, in v ision e g li p arve u n o
ram arro grossissim o, ch e carnalm ente con la sua donna g ia cca .
Lo re stupefatto con trem ore si dest avendo g i n el cu o re con
cetto nuova m alizia, si per l'am ore ch e portava a lla donna su a,
si p er la paura, ch e quasi di spasim o si m oria. E t m andato p er
suoi m aestri e strolog narrando la sua vision e e t la ra g io n e
d ella sua inferm it, li quali senza alcu n o rim edio partironsi ( i) ,
non sapendo trovare il tenore e t la ragion e di ta l m alattia, lo
re e i rea li, veduto tal fatto, avuto nuovo con siglio e t n arrato
il d ifetto d el re, fu diliberato, dopo m olti con sigli, ch e si m andi
p er tu tta C ristianit e t p er la G iudea e t B arbaria, con pieno
m andato ch e qualunca persona p rom ette di g u a rire lo re , c h e
in ricom pensa (2) e* dar tu tto ci ch e a ltri sa dim andare, sa lv o
la corona e la donna. Et qual persona prom ettesse e t non facesse
sano lo r e , sia m orta. Q uesto con siglio piacque a tu tti e t firm ato
con b olle e t ca rte s elesson o m olti im basciatori in pi luoghi, e t
m assim am ente p er la Italia s elesson o tre im b asciatori.onorevoli12

(1) Ms.: partendosi.


(2) Ms.: recomenda.
DE MAONA PRUDENTI* 2S
con piena b alia. Et p erch de li a ltr i non da fere m enzione,
torner a d ir e ch e g iu n ti i d etti im basciatori a V ignone, e quine
non h a le re, si d iressero verso Saona e t da poi alla citt di G enova,
e t in tra ti in m are p erven n ero a P isa , sem pre in vestigand o d ei
sa v i om ini. G iunti in P isa, poco acquisto feim o. Si dirizzonno
verso L ucca e t sta ti a L ucca alcu n i d , passarono p er la v ia di
P isto ia . E t p erch in P istoia arenno pi tosto trovato di m olte
b arlette (1 ) ch e astrolog n ien te acquistarono. Et cantinato v erso
F iren ze p er la via d el P oggio a Caiano, essendo d el m ese di
lu glio, in ne* grandi cald i, i p reditti im hasciatori giu n sero a
P ereto la e qtrine si posarono, dando p en sieri ch e loro e lo ro
ca v a lli e t fem igli m an giassero e t alquanto posassero. E t ven u to
l'ora da doversi partire p er andare a F iren za, dom andare del
cam ino: fu per uno ca v a lier e fiorentino nom ato m esser A luisi
S alviati, il qual quine era ven u to p er isp esso, d itto: Io vado a
F iren za ; noi possiam o andare insiem e. Gli im hasciatori, vedendo
costui in form a di ca v a liere e t solo, sthnonno con Ini sicu ri
poter an dare a F irenza. E t in trati in cam ino e t cantinato a l
quanto, l'un o d elti im hasciatori parl dicendo: M essere, a cc i
ch e non v in cresca la via, m ontate in su l n ostro ronzino e noi
m onterem o in su l vostro. M esser A lu isi, c h e vedea il suo ca v a llo
esser da poco e t q u ello d ello im basciatore dassai, quasi isdegnato
n ien te rsp uose. Bt carninando ven n ero a una acqua, la quale
p er lo d istru ggere delta n iev e lo giorno era assai grossa e turba.
Et giun to quine, u no d ell! im hasciatori d isse: M essere, se io fusai
conte com e v o i, a ogni acqua fa rei un ponte. M esser A lu isi pi
m alanconoso avrebb e v o len tieri abbandonatoli, m a pur la g en ti
lezza lo te* sta r ferm o sen z'altro p arlare, tan to ch e funno p resso
a F irenza a u na arcata, e t di q uin e vedendo alquanti lum i con
preti u scire fuora d ella porta di F iren ze, d issero a m esser A lu isi
c h e voleau o d ire q u elli lum i e p reti, e m esser A luisi d isse: E gli
un m orto c h e si porta a so p p ellire. G li im basciatori disseno:
m orto o vivo? M esser A lu isi scornato e pi m alinconoso a
n ien te rspuose; E t in tra ti dentro in F iren ze, m esser A lu isi 1
accom pagn a ll'a lb erg o d ella scala a l ponte la C arraia, ch e q u in e
era vicin o, e t tornossi a casa sua, in n ella q uale altri ch e una
sua figliu ola p ulcella d'et de anni quattordici nom ata Calidonia
in quella casa dim orava con m esser A luisi. G iunto m esser A lu isi,1

(1) Parola di lettura assai difficile e dubbia nel ms.


24 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

la figliuola a lusato m odo fattosegli incontra e t vedutolo m alan-


conoso, com inci a dim andare a l padre qual fu sse la cagion e
della sua m alinconia; alla quale m esser A lu isi narr tu tto ci
ch e li im basciatori fo restieri avean o fatto e t d itto. C alidonia,
udendo tu tto, preg il padre ch e si confortasse e t ch e g li p ia
cesse ch e q u elli im basciatori la m attina segu en te fusseno a
desnare con lu i. M esser A luisi, udendo la figliu ola, d isse: Dol
cissim a figliu ola, com e possiam o noi ricev ere ta li, ch e non ab
biam o tanto? La figliuola disse: P ad re ottim o, io im pegner la
m ia palandra e t con q u elli dinari farem o onore a q u elli forestieri.
Lo padre piangendo d isse: Come com parirai a star riparata e t
a lle feste tra la ltre p u lcelle d isonestam ente vestita? A cu i C a -.
lidonia rispuose: P adre p erfetto, sp erate in Dio e t Dio di tu tto
ci ristorr; a lle cu i parole il padre d isse ch era contento. E t
ritornato con la giovana dentro, all'alb ergo d ella scala se n and,
e quine trov li im basciatori et fatto la debita riv eren zia li in
v it p er la m attina rin v eg n en te a desnare seco. Lo m aggiore d ei
tre, vedendolo assai poveram ente vestito, per com passione d isse
ch e non era di bisogno. M esser A lu isi d isse: C onviene ch e n e
con soliate m e e t una m ia dolcissim a figliu ola ch e dom attina
desn ate m eco. L i a ltri im basciatori, ristrettisi (1) co i prim o,
d issen o: N oi siam o ven u ti in queste parti per in v estig a re la
salu te del nostro re, e t se noi non prendiam o buona dom e
stich ezza con a lcu n i buoni om ini, com e potrem o la im basciata
m ai com pire? A noi pare ch e liberam ente accettassim o lo n vito
e t p erch questo ca v a lieri dim ostra esser povero e t p erch h a
una figliuola b ella, direm m o (2) ch e p er com passione di ta l de
sn are g li donassim o cento fiorini, et cos accord ati accettassim o
1in vito: e t cosi fenno. M esser A luisi cos m alanconoso torn a lla
figliu ola d icen do: E liino hanno a ccetta to ; com e farem o? L a
figliu ola d isse : B en e; e tratta la sua palandra d ello scrign o e t
datala a l padre, il padre q u ella con lacrim e p rese, a lu su rieri
portlla, p er quattro fiorin i la m ise in pegno e torn a lla fig li
uola e t d isse: E cco i dinari d ella tua palandra. La figliu ola
p resili, di p resen te m and per una sua serv etta , ch e di contra
a lei stava, e t a le i im puose ch e com prasse di q u elle co se c h e
bisognavano. E t fornito di tu tto et apparecchiato onorevolm ente,12

(1) Ms.: ristringonsi.


(2) Ma.: diranno.
DE MAONA PRUDENTI A 25
a llora d el desinare m esser A lu isi, vedendo la sua figliu ola a v er
tu tto apparecchiato, di ten erezza lagrim ando di tan to p rovved i
m ento fatto p er lei, subito si m osse e t and a llalbergo, dove
trov li tre irabasciatori e q u elli rich iesti con m esser A lu isi si m is-
sero in v ia lassando ogni loro fam iglio. Condutti a casa d i m esser
A lu isi e sa liti la scala, la d onzella con a lleg ra e t b ella faccia
rice u ti li im basciatori e t lev a to loro le m antella daddosso et
fatto li puoner a sed ere, ap parecchiato loro l'acqua a lle m ani, si
lavarono, n a ltra donzella ch e G alidonia non era a quel d esn are,
sa lv o la serv ig ia le, ch e portava e arreca v a le vivan d e e a ltre
co se b isogn evoli. M essi a m ensa li im basciatori e l padre, e t
G alidonia serven doli, e t di m olte m aniere di vivan d e ap parecchiato,
v in i e t con fetti, in tanto ch e li im basciatori diceano tra loro
esser loro ne) paradiso. Et cos m angiaro agiatam ente e t con
p ia cere. M angiato, prim a ch e da tau la si partisseno, G alidonia,
fatta la debita rev eren zia , parl alto dicendo: M agnifici signori,
io sono v erg in e G alidonia, figliu ola di m esser A lu isi S a lv ia ti,
gen tilissim o di F iren za, la quale p er lam ore paterno e t dalla
ragion e costretta, m i strin ge il d overe a ch ia rire le v ostre m enti
da lcu n e cose p er voi n arrate allo m io dolcissim o padre, lo q u ale
dalcu n o p en sieri costretto non v i poteo dare q u elle buone risp oste
ch e lanim o vostro d esiderava. E t p ertanto a m e di sua ca rn e
n ata fia di d overe le su e m ancate co se ristorare, e t p ertanto v i
prego ch e degnam ente a sco ltia te q u ello dir. Li im basciatori,
parendo loro esser costei cosa d ivin a pi ch e um ana, (Unno con
ten ti da scoltare q u ello c h e lla d ire v o lesse. La q uale com inci
a d ire: Quando per voi fu ditto a m io padre ch e m ontasse in
su l vostro ca v a llo e t voi in su l suo p er in crescer il cam ino,
rispondo ch e altro [non] v o lev a te se non ch e l m io padre di
cesse alcuna n ovella e t voi il sim ile lim basciata d ire. D isseno:
V oi d ite la verit . A lla p arte ch e voi d iceste d ellacqua e t
d ello ponte rispondo: se m io padre frisse ricco com e g i fu, tu tto
a re fatto ci, ch e are* fanti ch e arenno fatta 18 v ia dinanti a lle
ste lle [et] arenno portati buoni fia sch i di vino. Li im basciatori
disseno: C erto d ite il vero. A lla parte v oi d iceste se q uello
era corpo m orto o v ivo rispondo, ch e se ta le in n ella sua estrem a
v ita fu ben disposto, ch e q uello era v iv o , o se fu m al disposto,
lu i era m orto. L i im basciatori avendo avu to da co stei la solu
zion e d elle loro quistioni, funno assai pi lie ti ch e di prim a. E
Catto silen zio a q ueste parole, G alidonia com inci a d ire a questi
im basciatori pregandoli ch e donde fussero e t dove andassero e t
26 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

la ragion e p erch , dovessero a le i n arrare. Lo m aggiore de* tr e


im basciatori, udendola, com in ci a d ire: C ostei vorre* sa p ere
q u ello c h e a noi sare vergogna n arrargli. E t d eliberato v o ler
il dono de* fio rin i cen to la ssa re, stretto si in siem e co* com pagni
[parl] d i ta li dinari. L i com pagni risp uosero ch e vera m en te a
loro parca c h e di tu tto ci c h e la giovan a avea dom andato
fo sse (1) da n arrargli, sperando d i ci p oterne p rendere alcu n o
frutto* e t n arratogli e t datogli fio rin i cen to p ren d er lo ro cam in o.
Et m esso in. effetto, e t torn ati a sed ere dove s'eran o lev a ti, il
m aggiore n a rr sotto b rev it tutta la lo ro faccenda e t il p erc h
e t donde vernano e t andavano. U dito a p ien e C alidonia ta le im
b asciata, d isse lo ro : C he guidardone o v vero prem io ar c h i il
vostro re liberasse? L i q uali risp uoseno e t m ostronno la lo ro
b ala. C alidonia, p reso licen zia d al padre di p arlare, il p adre
dandolagli, non sapendo d i c h e v o lesse parlare, e lla d isse: S i
gn ori li im basciatori, (vorre] d ue p rin cip ali cose, le quali con
sacram ento m e le p rom ettiate (2 ). Li im basciatori, ci udendo,
d isseno ch e volen tieri prom etteano e t disseno ch e ella ch ied esse.
C alidonia, arrec (a) q uine u n libricciuok) di nostra Donna, in
su l quale fe ce g iu rare a* d itti im basciatori. E t prim a giuroim o
ch e m ai a p erson a d el m ondo non m anifesteranno le i esse re
fem m ina, m a s m edico, e t sim ile farenno eh* il r e fare tu tto
ci ch e lla ch ied esse, offerendosi a essere m orta s e di ta l m a
la ttia non gu a risse il re . F atto il sacram ento e t data la im posta
d el partire, li im basciatori lie ti si tornarono a llalbergot E t il
padre di C alidonia, pensoso e t con gran d e m alinconia d elle co se
prom esse* ritornatosi in casa, d isse: 0 C alidonia m ia dolcissim a
figliuola, a ch e stato q u ello ch e h a i prom esso? C alidonia ri-
spuose e t d isse: S perate in D io e san ti, e t ogni ben e v e n e a v
verr, e t ora s i parr quanto ci a r san gue g en tile e t c i ar
ardito cu ore: d i con sen tire a lla vostra figliu ola per Dio d ite di
s. M esser A lu isi ch e si lam ava d isse : Di* e com anda ci c h e
vuoi e t io far tu a volont. C alidonia d isse: P adre, v en d ete questa
casa e t fate Parerne fiorin i otto cento e t q u elli a m e a rreca te.
L o padre d isse: E sar fatto; e t subito la d itta casa vend, sotto 12

(1) Ms.: (tesserli.


(2) Qui nel ms. deve essere stata ommessa certamente qualche parola o
firase. Cercai rimediarvi il meno peggio.
3) Ms. aregato.
DB MAONA PRUDENTIA 27
nom e d i m aritare la figliuola p er fio rin i otto cen to, e t q u elli
a v u ti, a le i li port, li q u ali subito diliber* s i sp en d essero in
questo m odo. P rim a ch e p er le i s i com prasse u n am biante d i
p regio di fiorin i ottanta, e t uno ronzino- p er uno famiglio* di fio
r in i v en ti, e t u n o trottore (1 ) p e r lo padre di fiorin i ottan ta, e t
una m ula o v v ero ca v a llo p er una v a lig ia di fiorini v en ti; e t per
le i si fa cesse tr e v este, iuna dun b ellissim o drappo a oro di
stim a d i fiorin i cencin q uan ta con tu tti i fornim enti, e uno v estir e
in form a di m edico con un cappuccio gran d e foderato di vado di
p regio di fiorini cinquanta, e t uno a ltro v estire p er m odo d i
ca v a lca re, stiv a li, v a lig ia e t cap p ello di sp esa m tu tto d i fiorin i
cinquanta. E t a l padre ordin* de* v estim en ti assai orrev o li o ltre
q u elli avea, d i spesa di fiorin i cento. Lo resto di d itti fiorin i
otto cento; con le m asserizie d i casa, con a ltre co sette in som m a
di fio rin i cin q u ecen to, si m isser in borsa. E t c o l n om e di Dio
s partirono di F iren za d el m ese di lu g lio e t tan to cam biarono
c h e d el m ese di agosto ginn sen o a lli con fin i d el re d i P o rtogallo.
E t m andato in a n ti alcu n o a ca v allo notificando la ven u ta del
n uovo m edico, lo re tu tto ralleg ra to si m and loro in con tra m olti
baroni p i giorn ate. E t giu n ti in siem e on orevolm ente accom pa
g n a ti in n ella citt dov'era lo r e C ostanzo, condutti e reposati
al palagio rea le, lo m edico and a v isita re lo re e t confortollo,
a cu i lo r e fe b ella ricev u ta e m olto sp er san it. R iposatosi la
sera, li im basciatori parloim o a l r e dicendo ch e certo lo m edico
lo v o lea g u arire, m a ch e v o lea ch e a lu i fo sse atten u to q u ello
abbiam o prom isso, offerendo s v o ler m orire se d i ta l m alattia
non v i g u arisce. A. cu i lo re risp uose e d isse ch e la m attina
volea ch e in presenzia d e rea li e t baroni l'obbligo fo sse Catto,
e t cos fe* com andare. E t al m edico fe 'd ir e ch e prim a d ie ad
altro si vegn a ch e volea ch e fo sse sigu ro d ella prom essa. V e
n ata la m attina e t rau n ato il con siglio, lo r e fattosi portare e
quine ven u to il m edico, in presenzia di tu tti lo r e prom isse e di
ci s obblig, esclu d en don e la corona e t la sua donna, ogni altra
cosa m ettere (2) in abbandono. F atto questo; il m edico sobblig
c h e s e di ta l m alattia non lo gu ariva lu i vo lea esser m orto, n
a ltro p rem io vo lea . P iacq u e a l re e t a lli a ltri T obbligazione. E t
fatto questo, lo m edico d isse: Santissim a corona, prim a ch e1 io *2

(t) Ma. fratturi.


(2) Ma.: messe.
28 NOVELLE DI OIOVANNI SERCAMBI

v eg lia ad alcu na m edicina, io voglio ch e a m e sia con cedu to


libero e t m ero im pero in tu tta la vostra fam iglia e t sim ile d ella
vostra persona, com e se fo sse voi. A lla qual p arte lo r e fu con
tento, dandogli p iena b ala sopra di s e t di tu tta la sua co rte,
cos d elli om ini com e d elle donne, e t ta le com andam ento fe fare
sotto grave pena. A vuto il m edico nuovo ta le giu rid izion e, e t
volendo p rovare se con effetto era obbidito, non m olti g iorn i
appresso foen v en u ti, ch e fe1 rau n are tu tte le gen ti d'arm e, e
m essi in n ella sala, in n ella quale fe* v en ire lo re. E t v en u ti,
10 m edico com and ch e q u elli arm ati traessen o fuori le spade,
le quali cavate, subito com and, stando presso al re, v en issero a
u ccid ere lo re. Coloro, m ossi da ta le com andam ento, e t v en u ti
p er am m azzare lo re, lo m edico d isse: N on fate; tira tev i in -
d rieto : e t cos fenno. E veduto il m edico ch e ogni dom inio av ea
d ella casa e t d elle persone, dandosi a in v estig a re d ella condi
zione d elle donne e t d ella sua nazione, e t trovato ch e q u elle di
quel p aese tegnono ch e du lo fanno m eglio ch e uno, stim p er
certo costei non dover sta r contenta solo d el re, m a con a ltri
saziare la su a b estia le volont. E t esam inando, per suo in telletto
11 d itto m edico com prese in n ella feccia d'alcuna cam eriera e s
sere alcu no atto m asch ile, di ch e stim ando la sua m edicina
poter adoprare, d iven n e ch e a m ezzo settem b re fe* rich ied ere e t
v olse a v ere tu tti, m aschi e fem m ine, p er li loro propri nom i. E t
q u elli avu ti, fe loro com andare ch e sotto pena della m orte cia
scuno fosse in n ella sala grande d el re, la u quine era fetto
uno nobilissim o letto , in n el q uale lo re si dovea posare. Et v e
nuti tu tti, ciascu n o secondo il suo grado, e ta l con arm i, e le
donne onorevolm ente v estite, e t fatto la rich iesta di ciascu n o e t
trovandosi tu tti esser q uine ven u ti, lo m edico facendo puon er
da parte le b rigate, e t prim a li rea li, appresso li g en tili om ini,
poi scu d ieri e t fam igli e gen eralm en te tu tti i m aschi sen za
arm e, e tu tti q u elli ch e arm ati erano il d itto m edico in n el
m ezzo d ella sala appresso a l r e li riten n e co lla spada nuda in
m ano. E t voltosi a m adonna la rein a e a lla ltr e rea li donne c h e
quine erano, e q u elle fe* sta re appresso del letto del re. E dopo
q u este loro cam eriere e serv ig ia li, digradando la stan za d elle
cam eriere secundo la stanza d elle loro donne. F atto ta le assem
bram ento, com and a ditti arm ati ch e qualunque fo sse q u ello o
q uella ch e del suo luogo si m ovesse sen za sua saputa o ch e
subito non f cesse q uello ch e fo sse com andato, ch e di p resen te
fosse fetto m orire. R isposto ognuno di obbedire il suo com anda
DE MAONA PHDDENTI A 29

m ento, e t lu i subito com and cb e lo re fu sse spogliato nudo


com e nacque, e fu fatto. A ppresso ch e tu tti li rea li e t li a ltri
baroni e t om ini si d ovessero nudi sp ogliare e t fu ubbidito. Co
m and loro cb e non si rivestan o sen za sua licen za . Or ch i v e
d esse m a sserizie ap parecchiate a tu ra re b u ch e I C erto assai v e
n a v ea . La rein a, ch e sapea lopra ch e ten ea, dubitando e t stando
sospesa e t quasi dilib erata di p artirsi, fu e tu tta m ossa, m a non
potendosi p artire steo a ved ere. Et riv o lto il m edico verso a lla
rein a e aU 'altre donne dicendo: S p o gliatevi, e non potendo re
sistere, tu tte si spoglionno nude. E t i panni di ciascu n a fatti
d iscostare, lo m edico con uno torch io acceso, p erch sappressava
a sera, e t anco p erch lo re fu sse pi certo d ella sua intenzione,
accostandosi alla rein a e facendo a quella ap rire le gam be, co l
lum e dim ostr a ciascu n o le i esser fem m ina. Et cos and a
ciascu n a d ella ltre donne. G iunto il m edico a lle cam eriere e v e
dutane una infra l'a ltre ten ere le gam be m olto ch iu se, com an
dandogli ch e q u elle aprisse, lei p ure stringendo, la com pagna
ch e da lato lera d isse : Or com e non pensi tu obbidire il nostro
m edico ? e t non cred i tu ch e a ltri abbia cos caro lo suo onore,
com e tu lo tuo? Et ap erte le b raccia, afferrandogli le co scio , le
gam be ap erse. Et com e q uella le ebbe ap erte, subito g li uscia
davanti uno p astu rale ch e sa re stato su fficien te a ogni gran
p relato. Lo m edico col lum e accostandosi e trovando questa ca
m eriera con cos fatta m asserizia e t con s ftto m anico, il ditto
m edico com and a m adonna la rein a ch e con d u cesse la sua ca
m eriera dinanti a l re col m anico in m ano. La rein a costretta e t
di paura trem ante, in presenzia di tu tte le donne e t di q u elli
om ini, condusse a l re la sua cam eriera. Lo m edico dom and tal
cam eriera donde fu sse e t di ch e nazione. L ui rispuose ch era
d ella lte m ontagne, nato di v ile con d izione. A llora il m edico d isse:
Santa corona, questo q u ello ram arro c h e h a gia ciu to con la
vostra donna rein a. Lo re, vedendo ta l fatto, su bito, sen za riv e
stirli, senza alcu na cosa, in presenza di tu tta la corte e t del po-
pulo in su lla piazza li fe in siem e ard ere, e t cos m orinno. Et
fatto ta le giu stizia e t fatto riv estir e ogni p erson a, incom in ciato
il re a prender conforto, rich iesti tu tti i m edici d ella terra p er
dare a l r e confezioni ristorative, in pochi giorn i il ditto re fu
sano e t in buon punto e fresco pi ch e rosa di m aggio. Lo m e
dico nuovo, sentendo la san it del re, parl co lli im basciatori
d icen do: Oggim ai tem po ch e io m e ne ritorn i in m io paese e t
per m erito io v i voglio p regare ch e d ich ia te a l re ch e m antegna
no NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

la prom essa e '1 sacram ento la tto . L i im b asd atori se n e an d a n w


ad re e disseno: Santa corona, lo m edico d h a d itto d i e v o rre
c h e voi g li a tten este la prom essa e '1 sacram en to fatto, e t F i u t o
c h e in p resenzia di tu tta la vostra co rte, donne e t ca v a lier i, g ii
fa cciate q u ello ch e a voi ch ied er . Lo r e risp u ose: V o len tieri;
ma ben sono m alcontento c h e s valentuom o e t assai g io v a n etto
se n e vada, c h sa rei con tento c h e q u i dim orasse. L i imfaasria-
tori disseno : F a te il vostro d overe e t poi la ssa te a lu i il pen
sie r i dell'andare e d ello sta re. L o. r e Ih con tento e t ordin c h e
lo di d i San M ichele A rcangelo, ch e s'era in dom enica, v eg n a
a ch ied ere ci d ie g li p iace; io l'a tterr m eritam ente second o
la prom essa fatta. T ornati li im baseiatori a l m edico e tu tto n a r
ra to , fu contento. E t d isse al padre: P ad re dolcissim o, ornai
tem po c h e D io ci risto ri di tu tti i v ostri e m iei affanni. E t p er
tanto p iacciavi, com e sem pre sie te stato m eco in una cam era a
dorm ire, co s dom enica m attina sa rete a con ciarm i, e t fate efce
io abbia uno lu stro ch e susa a F iren ze, ch e io voglio dim o
strarm i pi b ella ch io sia (1). Lo padre, ch 'era disposto a tu tto
serv irla , com pr di q u elle co se c h e a fare b ella donna si rich ied e.
La dom enica m attina, v estita si on orevole roba, con ciatasi la
bionda treccia e t leggerm en te a lla costa a v o ltasela, e t in ca p o
uno cappuccio gran d e in m odo di m edico m issesi (2 ) e t uno m an
tello scarlatto in dosso, c h e n ien te d e lla palandra si v ed ea . E t
ben parea un p iacevole e t giovano m edico, in tan to ch e m olte
vo lte le donne ch e lu i avean o veduto, e t m assim am ente q u ella (3)
m attina, s'innam oronno d i lu i. Et rau n ato il re con tu tti i baroni
e donne, lo di nom ato Ai rich iesto lo m edico c h e v en isse a
ch ied er la grazia prom essa. E t uscendo di cam era accon cio co n f
d itto e t d irieto il padre v estito onorevolm ente, e t giun to in n ella
sala, l u' da tu tti g li Ih fatto som m o onore, e t ven u to davanti
a l re, lo r e g li parl, dopo il m olto contentam ento av u to p er la
sua ven u ta, ch e lu i era disposto a tu tto .ci ch e ch ied ere sap esse,
sa lvo la corona. E t co si, p resenti tu tti i baroni e donne, pro
m esse. A l quale rispuose : Io, ch i m i sia , sono nato di g e n tile
san gu e e t di buona e t r e a le terra e t il padre m io h o avu to
sem pre appresso di m e. E t se prim a faccia io non d ico tu tto 123

(1) Ms.: dimostrare piu bello o sia.


(2) M.: messosi.
(3) Ms.: la.
DE MAGNA PRUDENTIA 31
q u ello ch e a m e bisogna e di m ia condizione [dirollo] in appresso
n el m io ragionam ento; [esaudite], v i supplico, la m ia dom anda,
e t se questo p rom ettete, dir. Lo re di nuovo g iu ra e p rom ette
di tu tto fare. A llora, m utato p a rla re, d isse: C arissim o re e t a
m e sign ore. V oi sie te sen za donna, e t onesta e t sa v ia bisognare'
a l vostro m agnifico sta lo , e t non di q u elle ch e d ison estam en te
vv en o , com e g i la p rovaste. E t p ertan to io v i ch ieg g o c h e v i
p iaccia p ren d ere C elid onia figliu ola v erg in e di m esser Alni**
a a tria ti, di Italia nata, per vostra sposa e t m oglie legittim a. E t
acci ch e possiate esser certo d ella sua b ellezza e t bont, v i
d ic o io sono q u ella ch e v o c h e vostra sposa sia. E t gittatosi il
m an tello daddosao e fi cap p u ccio di capo, rim a se in si ftta
roba lu ccica n te com e il sole. Lo re, q uesto vedendo, m ille anni
p arendogli da v erla con tenta, con u n o a n ello in p resenzia d i tu tti
la spos, e t la festa fu in estim ab ile, lodando il suo senno. Lo re,
tenendosi il pi co n ten to om o del m ondo, dispose (1) fi padre d i
Gatidonia co n te, insiem e v issero lungo tem po.1

(1) Ms.: disponendo.


32 NOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

5.
[Triv., n 5].

DE SUMMA JUSTITIA.
Fu in M ilano citt di Lom bardia a l tem po di m esser B ernab
una donna o stiatrice, ovvero balia da lev a re fa n ciu lli, nom ata
m onna A m brogia, la q uale a v ea una sua figliuola di tred ici an n i
nom ata C ateruzza, b ellissim a e t savia d onzella, cu i m onna Am -
brogia in ogni luogo la conducea seco per non ricev ere b effe.
E t m assim am ente la conducea in casa di m adonna la rein a , donna
di m esser B ernab, ch m olto spesso la rein a q u ella facea v e
n ire, prendendo d ella d etta C ateruzza m olto p iacere. D ivenne c h e
un d ie uno cam eriere di corte nom ato m esser M afflolo s inn a
m or di co stei, e t pens con certo m odo la ditta C ateruzza p ren
d ere e t di le i fare sua volont. E t com e pens m isse in effetto .
C h ritornata in casa la d itta C ateru zza, non essend ovi la
m adre, q u ella rapt e t condussela a lla casa su a e quine facen
done suo volere; m onna A m brogia, non trovando la figliu ola l
in casa, dolendosi di ta l cosa et lam entandosi, m adonna la rein a ,
la quale subito lo sen t, a m esser B ernab [lo ] d ice. M esser B er
nab fe m andare m olti bandi sotto g ra v i pene si d ovesse ren d er
la d itta C ateruzza. E t m entre ta li bandi funno osservati (c h
pi di v en ti giorn i passarono e sem pre m esser B ernab m and
bandi) d ivenn e ch e, essendo m esser M afflolo sazio d ella C ateruzza,
ch m oltissim o vo lte a vea provato ca v a lleria con le i, parendogli
tem po di rim andarla, sperando dappoi a ogni sua volont po
terla a v ere, e chiam a s C ateruzza dicendo: Io vo g lio ch e ti
torni con tua m adre, e t acci ch e m eglio possiate v iv ere, [e t] se
caso v en isse ch e ti vo lessi m aritare possi, ti dono questi cento
fiorini, m a a persona del m ondo non m anifestare l u se'stata.
E t questo ditto,-subito la p rese b a sta n d o la e una volta la danza
am orosa g li fece, e t con cen to fiorini n e la m and prom etten
dogli gran fatti. T ornata C ateruzza a casa, la m adre, ved en d o la ,
com inci a grid are: O him , C ateruzza d olce figliuola, dove se
stata? Et questo d icea s a lto ch e tu tta la vicin an za sen tia il
grid are d ella m adre. C ateruzza, ch e g i sen tito avea la d olcezza
d elom o, d isse : M adre m ia, sta te ch eta, ch colu i ch e m i p rese
m ha dato fiorini cen to, li q uali con q u esti m i p otete m aritare.
La m adre, non curando ta li parole, m a di continuo grid an d o,
tan to ch e a ll o recch ie di m esser Bernab e t di m adonna [la ]
rein a fu venuto, e t subito la donna rich iesta a m adonna [la ]
DE SUMMA JUSTITIA 33
rein a v en isse con G ateruzza, le i si m osse e a lla co rte nand, l
u m esser B ernab con m adonna la rein a era. V enuta la m adre
con la figlinola, m esser B ernab v o lse sap ere ch i la v ea rap ita.
F u d itto ch e m esser M afflolo suo cortigiano l'avea rapita e t p er
forcia di casa cavata e t seco tenu ta pi di v in ti d e di le i a v ere
preso suo contentam ento. M esser B ernab, ci sentendo, subito fe
rich ied ere m esser M afflolo, il quale and dinanti a m esser Bernab
sperando ch e altro v o lesse, e quine veduta G ateruzza e la m adre e t
m adonna la rein a con a ltre donne, dubit forte e t pens potersi
scu sare. A cu i m esser Bernab d isse: M esser M afflolo, com e a v ete
v o i d isservito G ateruzza? R ispuose m esser M afflolo: Io l'h o ben
con tentata. M esser B ernab, rivoltosi verso la m adre di G ateruzza
e t a lla (1) figliu ola, d isse : U dite ch e d ice ch e v ha ben con ten
tata? La m adre e G ateruzza disseno: Signore, non la v erit ;
non siam o n sarem o m ai con tente, se voi non fu ste q u ello c h e
con ten tare c i facesse. A lle quali parole m esser Bernab, rivoltosi
verso m esser M afflolo dicendogli se v o lea ch e lu i accordasse
q uesti fatti, risp uose m esser M afflolo di s. Et sim ile si riv o lse a
G ateruzza e t a lla m adre e ta li parole disse lo ro : ellen o risp uo-
seno di s. A llora m esser Bernab stim ch e m esser M afflolo
avea di v a lsen te fiorini sei m ila, e t chiam ato uno ca n celliere fe
fare carta ch e m esser M afflolo prenda G ateruzza p er m oglie e
ch e lu i la dotava fiorin i se im ila , e t sim ile ch e G ateruzza prenda
per m arito m esser M afflolo. Et rogato il contratto, riv o lsesi a
m esser M affiolo dicendo s contento. L ui d isse s. E t poi riv o l
tosi a G ateruzza d icen dogli se ella era con ten ta, avendo Gate
ruzza assaggiato q uello u ccello , posto ch e forzatam ente v i to sse
condutta, g li piacque [e t] d isse di s. Et con ten te le parti, m esser
Bernab [d isse]: Ora si h a a con tentare m e. E v o ltosi verso Maf
fiolo d issegli (2): Come h ai avuto tan to ardim ento sotto la m ia
signoria a rapir le p u lcelle e t donne altrui? E t se* stato s p re
suntuoso c h e a m iei bandi non h ai ubbidito. M affiolo d isse: La
volont b estia le mindusse a fare quello ch e io feci. M esser B er
nab d isse: Come b estia le te n e for portar la pena. E t subito
p er lo podest g li fece ta g liare la testa. Et la ditta G ateruzza a
uno suo cortigiano gen tile e povero la m arit con assegn argli
quello ch era stato di m esser M afflolo. E t p er questo modo m esser
Bernab us som m a giu stizia.1

(1) Ma.: e delia. (2) Ma.: dicendogli.

Rbkikb, Novelle di 0. Sereambi


34 NOVELLE DI GIOVANNI SBRCAMBI

6.
[Tri*., a 1.

DE JUSTITIA ET CRUDELT

Un con te d i F rignano nom ato lo con te L am bnisco da n o d ello ,


om o pi tosto a rubare ch e a offerire [in clin a to ], avendo sotto
la sua giurisdizion e uno buono om o m ercadante nom ato G uaspare,
ricco e t savio, il quale avendo duna sua donna [nom ata O nesta],
assai giovana d i anni tren ta, avu to una b ellissim a fa n ciu lla ,
questa (1) prim a il ditto G uaspare m orisse p ervenn e all* et di
tred ici anni, avendo im parato a tra rre seta di filu g elli, facen
done l'anno gran quantit. G uaspare am m alando m oria, lassando
la donna di tren ta anni e t la figliu ola di tred ici. Stim ando lu i
n la m oglie n la figliu ola dover stare sen za m arito, pens di
d ivid ere il suo a m et [tra la m oglie e la ] figliu ola, se v era
m ente T una sen za 1 altra m aritare non si d ovesse, e t in caso
ch e la m oglie si m aritasse e t non la figliu ola, n ien te a v esse, e t
co n d ella figliu ola. Et passato di questa v ita , la donna savia o n e
stissim am ente colla figliu ola si stava, facendo loro v ita e t guada
gnando. S i dicea G uaspare non esser m orto a l modo ch e si ten ea
O nesta in casa. D ivenne un giorno ch e la fan ciu lla, la q uale p er
vezzo g li fu posto nom e N anna, andando p er uno m azzo d i seta
a un luogo dove la traevan o, e t passando presso della casa dun
donzello d el con te nom ato A rduigi, il predetto A rduigi q u ella
rapt, e *1 m azzo d ella seta , ch e valea pi di fiorini cen to, g li
to lse e t violen tem en te la sfregi, in tanto ch e tu tto il vicin ato lo
sen tio. M adonna O nesta sua m adre, ci sentendo, rich iese alquanti
suo' p aren ti e t se n and a casa d el con te, narrando (2) q u ello ch e
A rduigi suo fam iglio avea fatto d ella figliu ola. Il d itto con te udendo
qui n e m and Onesta e t alcu n o suo parente; licen zia ti li p aren ti,
sotto sp ecie di fare ragione, am ando Onesta e q u elli parenti la s
sando la donna, lo con te riguardando d isse: Il vostro n icch io
ch e portate d i sotto fu fatto p erch il rom ano dentro v i si m etta.
Et m essogli le m ani addosso e t g ittatala in terra, con p on ergli12

(1) Ms.: la quale che.


(2) Ms.: narrato.
DE JUSTITI ET CRUDELT 35

la m ano a lla gola, di le i ebbe suo contentam ento due v o lte.


F atto questo, lo p reditto con te L am bnisco m and p er A rduigi
su o donzello dicendo ch e m enasse la N anna seco. A rduigi, trat
tosi, a m algrado d ella N anna, sua sfrenata volont, al con te
n and e la N anna co lla seta ch a v ea seco. Lo conte, ci vedendo,
d isse: M adonna Onesta e t v o i N anna, questi vostri n icch i non
si vorrebbono lassare sen za rom ano dentro. Com e i h o il m io
rom ano m esso in n el n icch io di m adonna O nesta, e l m io donzello
l'h a m tsso in n el n icch io di N anna. E t pertanto p er rafferm o
c h e A rduigi ha durato d 'avere aperto la prim a volta il n icch io
d ella N anna, voglio ch e questa seta g li rim agna. E t p erch io
non fui il prim o ch e il n icch io di m adonna O nesta apersi, non
v o n ien te: e t per questo modo m antenne giu stizia. A ndatosene
le donne a casa, e t i loro parenti questo sapendo e t non potendo
a ltro fare, con p regh i divotissim i ogni giorno pregavano Iddio
ch e , poich il con te ha contrafatto a g iu stizia , ch e lu i giu d ich i
il diritto. Et non m olto appresso, essendo il ditto conte andato a lla
ca ccia e t con lui m olti fam igli e in fra li altri A rduigi, divenne
c h e facendosi m al tem po una sa elta p ercosse il d itto con te e il
d itto A rduigi e t alcu n i a ltri. E t cosi m alam ente finirono. Senten
dosi ta l m orte, subito fu stim ato [il] p eccato com m esso in n ella
donna O nesta e n ella figliuola li ha si condutti. Li parenti d elle
donne confortandole a prender m arito, a uno ch e avea uno suo
figliuolo m adonna O nesta si m arit, e la N anna diede al figliuolo,
e vissen o in siem e in concordia e buon tem po.
36 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMR1

7.
[Ttt., no 8].

DE SIMPLIGI JUVANO.

Uno m ercadante da Bologna nom ato F elice, ricco e gran m aestro-


di m ercanzia, avendo m olti lavori di seta, cio zendadi e t v e li,
fatti, e t non vedendo q u elli in Italia p oter sp acciare, pens di
m andarli oltram onti. A vendo uno suo fattore pi tosto per an~
titesim e lle p er altro nom ato U golino S ch iarin i, cornandogli c h e
ta li m ercature sp acciasse a l prezzo a lu i dato a contanti, e t se
caso fusse ch e a con tan ti sp acciare non le p otesse, le sp a cciasse
a baratto, salvo ch e non barattasse le m ercanzie a cose c h e
p utessero. U golino d isse: Io ho buono odore, non potre essere
ingannato. Pensando guadagnare un grande tesoro, si m isse in
cam ino, e t cam in tanto, ch e giun se a B ru x elle con tu tte q u este
robe, e t com e fu giu n to , g li funno intorno m olti m essetti, o
vuoi d ire sen sali, dicendo se alcuna m ercanzia a v esse ch e v o
lesse ven d ere. U golino, com e poco am m aestrato, d isse di s, e
disse c h eg li avea di com andam ento di non venderla se non a
b aratto, sicu ram ente ch e non barattasse a cosa ch e p u tisse.
Li sen sali, scorto costui, ristrettisi insiem e, disseno: C ostui
di B ologna ch e vendono il senno, tanto ch e a loro poco ne ri
m ane; pertanto noi possiam o con costui fare bono guadagno,
p oich d ice le su e m ercan zie ven d ere a dinari contanti o a ba
ratto, sicu ram ente ch e baratto non sia cosa putente. Et p ertan to
uno di loro nom ato Zazzara sen sa le d isse : S e v o lete la ssare fare
a m e, io far questo m ercato, e t a voi, cio a l M osca e a Or-
land uccio, dar la terza parte del guadagno. Li du furono con
ten ti ch e Zazzara facesse il m ercato. P a rtitisi, Zazzara scogno-
sciu to se n and a U golino e d issegli s* eg li avea m oscato da
vendere. U golino d isse no; ma ch e v o lon tieri lo cognoscerebbe^
per ch e a Bologna era m olto caro. Zazzara subito and e t ar
rec alquanto sterco di can e in volto in uno zendado e d isse:
E cco il m oscato. U golino, q u ello a l naso accostatosi, d isse :
bene d el buono? v o len tieri lo com prare o lo b arattere colla
m ia m ercanzia. Zazzara subito and a U golino e d isse: Di v er a
questo del buono. Et partitosi da lu i, m utatosi v este, con
buona quantit del m oscato a U golino ritorn d icen d ogli: T u
DB SIMPLICI JUVNO 37
-se m ereadante, hai tu m ercanzia arrecato e t di quanto va
lore? U golino risp uose: Io abbo arrecato di m olti v e li e zen-
-dadi la valu ta di piu di fiorin i m ille cin qu ecen to. Zazzara d ice:
V uo li tu vendere? U golino d ice di s, o b arattare. Zazzara
dice se b arattare v u o le a m oscato. U golino d isse : S, io lo
v o v ed ere, cb altra v o lta ne vidd i e t piacquem i m olto. Zaz
zara sp ieg una scatola coperta di zendado e t piena di sterco
di ca n e e t a l naso sei puose d icendo: Odi com e n e v ien e odore.
U golino d ice: P er certo e g li d el buono: ch e vu oi d ella libbra?
R isp u ose Zazzara: T anto vo g lio d ella libbra quanto tu vuo' d ella
posta d ello zendado, intendo la posta libbre v n te e t cos d e v eli.
U golino, parendogli buona derrata, steo contento, salvo ch e volea
co n ta ti fiorini trecen to. F u contento del m ercato, e t pagato li di
n ari e t preso la m ercanzia e t in una scatola su ggellata g li d iede
il m oscato dicendo ch e m ai q u ella non ap risse fino ch e non tosse
a B ologna, p erocch perdere' lodore, e t m olto m eno ch e non vuo-
le ssi ven d ere. U golino con tento si parto da B ru x elle e t cam i-
nando verso A naldi, arriv una sera a uno ca stello de uno
co n te, e t essendo sera, costui addom andando a lloggio, fa p er la
donna d el conte ricev u to l. P arendogli forestiero e t assai b ello
et parendogli m ereadante, lo in vit ad albergo. U golino, ch e g li
parea essere a B ologna, a ccett. La donna d isse unde eg li era
e t ch e andava facendo e t ch e portava. U golino rispuose: Io sono
da Bologna ove si com pra il senno, e t ho fiorini trecen to e t una
scatola di m oscato, la quale ho abbarattata a m iei zendadi. La con
tessa, udendo costu i essere straniero, e t essendo desiderosa di
q u elli denari e t m oscato, e t an ch e piacendole il g io v a n o , pens
lu i poter la n otte g o d ere, e t acq u istare li dinari e l m oscato.
E t fatto questo p en sieri, ch l con te non era in n el castello,
subito fece lu i da s v en ire e t d issegli ch e vorre ch e g li co
sta sse ch e la n tte fusse da una cos alta con tessa in n el letto r ic e
vu to. R ispuose U golino: F iorini trecen to e t p arte d el m io m oscato.
L a donna disse: U sono li fiorini? U golino, aperta la borsa, in
m ano g lie li puose. La contessa, q u elli avu ti, parendole tem po, lo
m isse in cam era e t q uin e in n el letto sp ogliatasi e t U golino con
le i, preseno d iletto saziando la con tessa suo appetito. Et U golino
cred en do quine rim an ere com e si sforzava di com piacerla, tanto
c h e , essendo die, la con tessa levatasi e t fatto lev a re U golino,
g li d isse: V anne, ch e se il con te ten trovasse, sa resti m orto.
U golino, ch e anco il sonno a v ea in n elli occh i, m ontato a ca
v a llo , col suo m oscato, sen za dinari, si m isse in via e t cam in
38 NOVELLE DI GIOVANNI SERCMBI

verso P arigi p er ritorn are a B ologna. U scitogli il sonno* ved en


dosi senza dinari e t andando pensando com e potea spender in
n el cam ino, sopraggiunse il con te m arito d i q u ella con cu i U go
lino avea dorm ito, e t vedendolo m alanoonoso d isse: 0 gio v a n e,
ch e vai pensando? Lo giovano d isse: P er m ia to' io h oe gia
ciu to stan otte con una con tessa in uno ca stello e t h oe avu to d i
le i m io talen to e t ella di m e, e t tu tti li m iei dinari ho dati e t
non v i com odo ch e io possa a B ologna ritorn are. Lo co n te
disse: T anto quanto dura lo m io terren o ti dar dinari, dapoi
n e p regarsi a ltri e t a p erse la borsa e d ieg li uno franco. E t
p artitosi il con te, torn a casa dicendo [c h e avea incontrato u no
giovano c h e avea m oscato. La co n tessa ] ( i) d isse al co n te: P o ic h
d ite lu i a v er m oscato, p iacciavi alm eno p er fiorin i trecen to da
lu i com prarm ene, ch sap ete quanto tem po m e n a v ete udito ch ie
d ere. Lo con te, desideroso di sa zia re la volont d ella donna, su bito
prese i fiorini trecen to e t trov il giovan o ch ied en dogli il m o
scato. U golino, ch e dinari non a v ea , disse: M essere, sar fa tto ,
e t prese la quarta p arte del m oscato e t d iello (2) a l con te.
Lo co n te, portatolo a lla con tessa, d isse: Donna, il m oscato c h e
h ai desiderato lungo tem po, ora h ai avuto, quanto a m e p are
ch e la m ercanzia di ch e h a i li fiorini trecen to guadagnati olira v a
com e fa questo m oscato c h e h a i com prato. La donna, pensando
ch e lo con te se n e to sse accorto, a n ien te risp uose. U golino, tor
nato con q u elli trecen to fiorin i e t col m oscato com prato, g iu n se
a Bologna a l suo m aestro F e lic e dandogli li fiorin i c h e avan zati
g li erano, dicendo ch e veram en te in n ella p arte doltram onti s i
fa grandi guadagni, m ostrando il baratto Catto del m oscato, af
ferm ando ch e m olto sera guardato di b arattare a cosa p u ten te.
F e lic e d ic e: V questo m oscato? E t com e in ten d en te d elle m er
can zie cognove ch e q u ello era sterco di can e, afferm andogli c h e
lui avea passato il suo com andam ento, e t cosi p rotestand ogli
v olse ch e U golino rifa cesse ram m enda de* v e li e t d elti zend ad i,
et cosi fece.12

(1) Qui fu certamente lasciata una riga o pi nel ms. ; a ci ho cercato


di sopperire. 11 codice ha: tomo a casa dicendo il gooano nomato disse
al conte poich dite.
(2) Ms.: datolo.
DE ALTRO ET SIMPLICI MERCADANTE 39

8.
[Tri*., ).

DE ALTRO ET SIMPLICI MERCADANTE.

N ella citt di L ucca an ticam ente s'usava il giorno dogni san ti


m an giare m oltissim e o ch e. E t non p area esser om o c h i il di non
a v ea o ch e. D ivenne ch e uno m acellaio nom ato F ig liu ccio si m osse
da L ucca con lir e sessan ta di quattrini sen esi per andare a Siena
e t com prare o ch e p er la ditta festa; e giun to a S iena d el m ese di
ottobre e t andato in n el cam po di Siena, accostandosi a uno ch e
g li parea ch e d ovesse esse re m ercadante, nom ato B osso, il ditto
F ig liu ccio lo dom and se fo sse m ercadante do ch e. A cu i Bosso
d i docch io p arendogli strano e t d isse: S, e t ch e navea gran
quantitade. F ig liu ccio d isse q u ello volea del paio. S esso d isse:
Soldi v in ti sen esi. F ig liu ccio d isse: V uo m e n e dare paia ses
san ta p er lir e cinquanta ch e io h o arrecato? Bosso d isse: P o ich
s e p iacevole, io te le vo dare: dam m i li dinari. F igliu ccio, acco
statosi a una banca, innom er li dinari p resen te B osso e t in una
borsa li m ise e t d isse: Andiam o per P oche. Bosso, m enatolo fuori
d ella porta, una gran torm a do ch e sa lv a tich e g li m ostr dicen
dogli: V a e t tonne paja sessa n ta 'et pi uno paro ch e vo te lo
godi co lla donna tu a. F ig liu ccio , datogli la borsa d e lli d en ari e t
ta gliato alcu n sa lci per poter la le d ello ch e leg a re e t scalzatosi,
si m isse in n e ll acq u a. L o ch e pianam ente si tiravan o in fra
lacqua. F ig liu ccio seguendo senza p igliare Poche, discostandosi
F ig liu ccio , ch e fino a lle b rach e sa vea bagnato, d isse: A lle vagn ela
di D io l queste sono och e sa lv a tich e. B esso, com e lo vid e en trare
in n ell'acqu a, d i v olta e t in S iena torn; e t m utatosi di panni
co dinari s* and prendendo p iacere. F ig liu ccio , ch e ved e non
p oter a v ere a lcu n oca, riv o lto ssi pensando d ire a B esso ch e i
suoi dinari g li renda. Non vedendolo, dubit, e t subito calzatosi
torn in S iena e t in cam po fu venuto dicendo a ch i trovava se
av ea ved u to Besso m ercadante d och e. A cu i fu d itto: V a,
cerca lo . F igliu ccio, vedendosi gabbare, si partio d el cam po e t
p er Siena com inci a cercare se v ed esse B esso. Et cos an-
andado quasi a sera, una donna nom ata M onna G ese, vedendo
F ig liu ccio andare pensando, stim costu i esser fo restieri. Et
chiam atolo d isse: U nde se tu? F ig liu ccio d isse: Io sono da
40 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

L u cca . M onna G ese d isse : Or ch e v a i pensando ? F ig liu ccio


d isse: no m erendante d och e m h a ingannato e t ham m i tolto
lire' cinquanta di quattrini sen esi e t non m e n e sono rim aste ch e
d iece. La donna d isse: M ale h a fatto ch ma* a ltretta le com e tu
[cred o] & possa trovare. F ig liu ccio volendosi p artire, m onna G ese
[d isse]: Ornai sera e t io p er am or di L ucca vo* ch e sta sera
alb ergh i m eco. F igliu ccio, avendo ved u to M onna G ese v estita
on esta e t in n ella faccia con uno v elo avvolto, parendogli la
M addalena, d isse: M adonna, volen tieri, c h alm eno quel poco c h e
m rim aso non m i fie tolto in casa vostra. M onna G ese d isse:
Q uello ser fatto a te ch e ad a ltri c h e cap itati c i sono. F ig liu ccio
en trato in casa, la donna ch iu si li u sci, e t cenato insiem e, la
sera ven u ta, m onna G ese d isse: In q uesta cam era ti dorm i e t
p erch non v ha luogo com une, porr* ti in su q uesta fin estra
quando volessi lagio d el corpo [fa re]. E t u scita fuori di cam era,
F ig liu ccio , ch iu so lu scio dentro, credendo sta re sicu ro, si spogli
di tu tti i panni, e t sca lzo rim aso in cam icia e t in m utande, s
m ont in su lla fin estra p er poter il suo agio fare. M onna G ese
p er altro u scio secreto era en trata in n ella cam era. Com e lo
v id e in sul palco, subito p ercosse la fin estra dandogli p er lo petto
e t in n el ch iasso lebbe gittata. F ig liu ccio volendo grid are, Monna
G ese d isse: S e tu grid i io t am m azzo. F ig liu ccio sentendosi m er
doso et in istretto luogo, avendo paura di m orire, non fiat, ma
per lo ch iasso si m isse ad andare, tan to ch e fu in n ella via
m aestra; l u sotto una tenda si puose. La donna, ch iu sa la fi
nestra, le lire d ieci e la sca r sella , panni e t ca lze, ogni cosa si
p rese. Et stando F ig liu ccio in tal m aniera, desiderando m orire
o ch e la fam iglia il p igliasse, p er poter con tare q uello ch e a lu i
era stato fatto, non dorm endo v id e passare alcu n o. F ig liu ccio ,
credendo f sse la guardia, d isse: 0 ch i v a l? Colui udendo, a c
costandosi, vid e F ig liu ccio in cam icia e d isse: Chi se* tu? F ig liu ccio
d isse: Io sono uno da L ucca ch e sono stato rubato, dicendo il
modo. V edendo colu i la form a di F ig liu ccio , d isse: Io sono uno
ladro e t vo* cercando q ualch e com pagno ch e vegn a m eco. Ri*
spuose F ig liu ccio : Io voglio esser tu o com pagno, e t pi tosto puoi
m i m ena a qualche b ottega a rubare. D isse il ladro: Io h oe pen
sato ch e oggi m orio in questa citt il vescovo, a l cu i ossequio
m i tro v a i, e t vid ilo sop p ellire con m olte sn ella doro, e t con una
m itola in capo piena di p erle e t m olte freg ia tu re doro, con uno
cordone di p erle. Ma ben m i penso ch e i calon aci lo verran no
sp ogliare in su l m attino. R ispuose F ig liu ccio : P er Dio andiam o
DE ALTRO ET SIMPLICI MERCADANTE 41

tosto* ch e noi siam o i prim i ch e lo spogliam o. Lo ladro d isse:


A ndiam o. E t mossosi* e F igliu ccio d irieto a lu i, tanto ch e g iu n ti
fh ron o a l duom o di Santa M aria. Lo ladro, en trato p er una fi
n estrella , F ig liu ccio d irieto, fonno in ch iesa, e t acceso una can
d ela a l m onim ento n andonno. E t p erch la p ietra era grande,
am endu v i m isseno le m ani e t alzato alquanto, d isse lo lad ro:
C hi en trer dentro? F ig liu ccio d isse: Sostieni la p ietra ch e non
ca g g ia e t io intro. Lo ladro contento, F ig liu ccio dentro in tr et
su bito, preso il cordone, q u ello si m isse sopra la cam icia, e t posto
le m ani a lle m ani del vescovo, li gu an ti con tu tte ra n elle si m isse
in seno, e t poi lev a ta g li la m itola di testa se la m isse in seno.
E t co si andando, ogni g io iello si m ettea in seno. Et m entre ch e ta li
co se si faceano, apparve un grande splendore in n ella ch iesa , c h i
ca lon aci avendo cenato ven ivano a sp ogliare il v escovo co* torch i
a ccesi e t cro ci e ncenso, salm i e t la tan ie. V edendo questo il ladro,
avendo paura, senza altro d ire a F ig liu ccio la p ietra lass ca
d ere. F ig liu ccio in n el sep olcro rin ch iuso, non per ch e alcu n
sp iraglio di lu m e non d fo sse, p er la fin estra il ladro si foggio.
F ig liu cd o , sen tito si coperto, stim quine essere la su a fin e; m a
poi ricordandosi ch e il ladro g li a v ea d itto ch e i calon aci do-
vean o v en ire, stim ch e i ca lon aci fossen o q u elli ch e avean o
m esso paura a l ladro. E t dilib er stare ch eto e t ved er q uello
c h e i calon aci fare doveano, avendo tu tti li g io ielli in sen o. V e
nuti li calon aci a l m onim ento con orazioni e t lum i, aperto il
m onim ento e l p ietra m essa in terra e ditto: Chi sar q u ello
ch e dentro entrar?, uno ch ierica stro pi tosto giovano di senno,
ch e di tem po, d isse : Io. E gittatosi bocconi, e le gam be dentro
m isse p er v o lersi in n el m onim ento ca la re. F igliu ccio, ved u to
le gam be, subito q u elle p rese, strin gen d ole per m odo ch e e l
ch ieric o sen tio e t di paura quasi m orio, gridando : S occorretem i.
Li ca lo n ici e t li a ltri ch ierici, ch e quine erano, di paura tu tti sbi
g o ttiti si foggiron o. Li lum i s spensero, la cro ce p er terra caduta,
le gam be percosse in n elle banche ch e quasi se le ruppeno, non
cessando in fine ch e in n elle loro cam ere fondo en serra ti la
paura loro. Lo ch ierica stro avendo m olto gridato e t [essend o]
tram ortito per paura, F ig liu ccio , ch e sen te Catto silen zio in n ella
ch iesa , d el m onim ento u scio, e t a ll uscio d ella ch iesa se nand
e t q u ello ap erse e t di fuori in uno fien ile si puose a dorm ire
spettando il giorno. Lo ch ierica stro risen tito e t libero le gam be,
il pi tosto poteo a lle cam ere d e calon aci se n and, dicendo
ch 'eg li erano sta ti troppo presuntuosi ad andare in ch iesa ch e non
42 N O VELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

era ancora m attino. Bt se m ale ce n avven u to, noi labbiam b en e


com prato e t ancora, ora ch e 1 m onim ento aperto, a ltri ru b asse
il vescovo, fare m olto b ene. Et cos si feano ritorno. P ig liu ccio ,
ved u to la m attina il sole, p rese uno a n ello e t a u n o orafo lo
ven d eo per q uello poteo e t di q u elli dinari si v estio. Et con
g io ie ritorn a L ucca, e t q uine ven d ute, com pre ca se e t posse-
sioni, e t fece buona bottega e t v isse a onore.
DE VITUPERIO PJKTATIS 43

9.
[Trtr., II],

DE VITUPERIO PIETATIS

N ella citt di L ucca in n ella contrada di san P aolino era uno


ten to re nom ato V anni, lp quale avea una sua donna on esta assai
g iovan a nom ata m adonna M argarita, la q uale si d iletta v a volen
tier i di u dire la parola di D io e t m olto usava la ch iesa di san
P aolino. D ivenne ch e facendo a lla ch iesa d itta ogni giorn o su o
viaggio, uno prete in ta l ch iesa nom ato p rete A ndrone [le d isse]:
0 cu ore del m io cu lo, com e m i fai m orire lo cu ore e t crescer
la v erg a ! parlam i. L a donna, udendo ta li parole, d isse: O ggim ai
non pi dom enica, e t pens andare a san P iero M acaruolo,
quine presso a v in ti b raccia, in n ella q uale [ch iesa ] uno cap
p ellano di san P aolino, ch iam ato prete F onseca, officiava. Inva
gh en dosi di co stei, com e sola a san P iero la v id e v en ire, disse:
Anim a m ia, ti prego ch e tu m i presti la tu a borsora al m io
ch ierco ch e sotto m i sta. M adonna M argarita sen za p arlare di
q uella ch iesa u scio dicendo: Ornai in n ella p arecch ia mia non
posso usare, e t pens andare a u dire l offlcio in san ta M aria Fi-
licorb i. Qui n e v ien e e t co si la m attina seg u en te se n and a santa
M aria. P rete R onchetta di santo A ngelo, ch e quine era cappellano,
vedendo la donna v en ire in ch iesa , subito pens d irle il su o pen
sieri e t preso tem po disse: Donna, io ti v orrei ron ca re; e t a ltre
p arole d ison este le d isse. Le quali la donna, incorporato tu tto,
stim v o lerla a V anni suo m arito con tare la m ena di ditti p reti,
e t subito ritornata a casa a V anni d isse q u ello ch e da d itti p reti
a vea ricevu to d f v illa n ia . V anni, ch e m alcontento era di ta i
cose, cognoscendo la su a donna n etta, d isse: Io vo g lio pagare
costoro secondo hanno m eritato, d icendo: M argarita, ora si vedr
il tuo onore e *1 m io vorrai m antenere. La donna d isse ch e s,
se n e d ovesse m orire. V anni d isse: F arai c h e dom enica vadi a
san P aolino, e t com e p rete A ndrone n ien te ti d ice, a sco lta lo , e t
d ig li c h e tu sei contenta ch e la sera vegn a a te in su lle tre, di
cen d ogli ch e io sia ito di fuori, e t dato lord ine con lu i, te nan
drai a san P iero M acaruolo e t a p rete F on seca d irai il sim ile,
e t poi a p rete R onchetta farai lo som igliante. E t venuto T ora
d ella sera, ciascu n o m etterai in fondaco e t cen erete, e t cen a to
44 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

farai in tr e bigoncioni tre bagni, luno g ia llo , laltro rosso, la ltro


azzurro, facendoli lavare tu tti a un colpo, e t quando sen tira i
rom ore faralli en trare cos nudi in n ella botte t tu tira il tem -
pano a te. La donna d isse di fare tu tto. Et la m attina a cia
scu n d ed itti p reti d i l ordine ch e la sera ven issero, non sa
pendo luno d ellaltro. Passato il giorn o, la donna fe* fare da cena,
e t sonato le tre, p rete A ndrone fu lo prim o ch e dentro en tr.
La donna lo m isse in fondaco, e t poco stan te p rete F onseca fu
ven u to. La donna lo m isse quine u' era p rete A ndrone, e t tro
vandosi in siem e disseno: Ora c i siam o am endue, e ciascu n d isse
il modo adoperato (1). Et poco dim or c h e prete R onchetta fu
ven u to, e t ch iu so luscio lo m en in n el fondaco, d ove tu tti tr e
ricogn osciu tisi, la donna d isse: P o ich tu tti tre m a v ete rich iesta
dam ore, io non ved ea p i atto tem po a p otervi tu tti tr e ser v ir e
se non stasera, e t pertanto sta te con tenti ch e p er tu tti c e n 'h a,
e t dapoi in n eg li a ltri giorni potr cia sch u n di v oi pren d ere di
m e p iacere. Li preti con tenti, parendo loro un d m ille ch e fus-
sen o a lle prese, la donna apparecchiato li buoni capponi, attin to
il vino, di brigata cenarono e t cenato la donna disse: Prim a ch e
noi andiam o a letto vo ch e tu tti noi ci laviam o. Li p reti con
ten ti, spogliati nudi, a ciascu n o ap parecchi il suo bagno caldo
e t cos dentro in n elle tin e li m isse. La donna, p er dare pi
fede alla cosa, sim ile si spogli e t in n ell acqua cald a si lav.
Et m entre ch e la v a ti funno, subito l u scio fu p icch iato. La
donna di subito v estita si d ella cam icia d isse: P reti, en tra te in
co testa botte fine ch e io vegga ch i si . Li p reti cos nudi in
n ella botte entrarono e t aperto l u scio V anni d isse: Or ch e
vuol d ire ch e cosi in cam icia se in bottega? La donna disse:
Io era per andare a dorm ire, e t ditto questo subito n and
alla b otte e t 1 u sciolo trasse a se dicendo: Io non voglio c h e
V anni v i vegga e t fin e ch e star in fondaco [sta rete] ser
rati cos. V eduto V anni li preti in n ella b otte, subito la stan
g h etta v i m ise, acci ch e ap rire non la potessero. Et d isse alla
donna: E' mi con vien e stasera un poco lavorare, p erch dom at
tin a mi con vien e andare a ltrove. La donna disse: Or non andasti
oggi? V anni disse: N o. Li p reti tu tto ci ch e d icean o udian o.
La donna disse: E sere m eglio ch e tu n andassi a dorm ire e t
io rim arr a fare b ollire il v a g ello fine ch e arai un poco dor

(1) Ms.: d e llo n ia to .


DE VITUPERIO PIETATI8 45

m ito. V anni d ice: P o ich tu se i spogliata, van n e a letto e t io


for alquanto e t poi ti ch iam er. La donna d ice: Fa ci ch e vu oi.
Li preti dicono l'uno a ira ltro : P er certo la donna ci volea pur ser
v ire e t h a cci serv ito e t v ed ete quanto sottilm en te n h a volu to
m andare V anni a letto: ma non ci diam o p en sieri, ch e a m ezza n otte
e lla ritorn er. Et s and V anni in bottega e facendo suoi fatti,
chiam certi suoi garzoni ch e di contra stavano, e t q u elli ven u ti,
tu tta notte li f* la vorare, e V anni alquanto in bottega dorm io fino al
giorno.V anni mand alla piazza p er sei portatori e t quando funno
v en u ti d isse asu oi garzoni e t a certi suoi am ici ch e p arte n'an
dasse a ll'u scio d ella ch iesa di santo P aolino e t p arte all* u scio
d ella ch iesa di santa M aria F ilicorb i e t qualunque persona
traffigurata v en isse ch e q u elli prendesseno fin e ch e tornava.
M esse le poste, V anni d isse a q u elli portatori ch e vo lea ch e
portassero q u ella b otte in piazza di san M ich ele. Li portatori,
leg a ta la botte, non sapendo i preti n ien te di q u ello ch e V anni
volea fare, sen tend o dim enare la botte, stavan o ch eti dubi
tando m orire. L egata la botte, li portatori portatala in piazza,
di p resen te V anni p rese una scu re venendo tagliando li legam i
d ecerch i, le persone facendo cerch io, stim ando V anni esser im
pazzato. E t poco stan te dacerch i slegata la botte, andata in uno
fascio, li p reti luno rosso, 1* altro g ia llo , 1* a ltro azzurro fin e a
ca p elli, nudi fuggendo per la piazza, le persone tenn ero loro
d irieto. Li p reti, non sapendo u* poter fu ggire, si drizzonno verso
le loro ch iese, e t volendo p rete A nfirone e t p rete F onseca en
tra re in san P aolino e t prete R onchetta in santa M aria, le gu ard ie
p oste, vedendo costoro, subito q u elli presono, e t ven u to V anni
e li a ltri v icin i disseno: Costoro sono li nostri buoni p reti ch e
sono tornati da G erusaiem da' perdoni. E t pertanto bene c h e
con questa san tit si presentino a m esser lo vescovo, e t cos fu
rono per li v icin i m enati a m esser lo vescovo. Lo vescovo, v e
dendoli e t avendo notizia ch i erano, subito li fece m ettere in
p rigion e e t privati del b eneficio, d* altri m igliori p reti le ch iese
si riform aro e t q u elli preti cos nudi funno ten u ti tanto ch e *1
cald o d ella loro disonest fu loro u scito d addosso, e t m andati
fh ori d L ucca com e ca ttiv i finirono loro v ite.
40 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

10.
[Trir., n 18].

DB MULIERE ADULTERA

U no nom ato se r Gola da Spoleto, d el quale a ltra v o lta a v ete


udito con tare in n ella n ovella d eirom o giu stizia to a P eru g ia ,
lo q uale ser Gola avendo una sua donna b ella nom ata Ma-
tolda e t avendo ved u to i modi ten u ti da q uella di P eru gia, to r
nato a Spoleto, pens di provare la m oglie se il ben e c h e a
lu i dim ostrava di v o lere era ferm o com e in apparenza d icea .
Et era stato alquanti d in Spoleto con lei, un giorno fingen
dosi desser m alato disse: M atelda, per certo la ere di P eru gia
e t laffanno ch e io v i portai a llofficio mha condutto a ta le c h e
veram en te io m i m orr. M atelda, ch e ode ser Gola, piangendo
d isse: O m arito m io, com e far la trista tua donna se mo
rissi? per certo io m u ccid erei; et ta le era il duolo ch e Ma
telda Iacea di q uello ch e ser Gola g li a v ea ditto, ch e p area
ch e g li fusse m orto, m ettendo g u ai inesprim ibili. S er Gola disse:
Donna, qui bisogna altro ch e piangere, per m entre ch e ar v ita
in corpo ti prego m aju ti in quello si pu. La donna d isse: O him ,
m arito m io e t d iletto m io, ch e m ai a ltri non cognovi, or non
debbo lan gu ire udendoti (i) cos dire? p er certo non m e posso
ten ere, tanto 1 am ore e la lea lt ch e tho portato e t porto.
S er Gola disse: E1 m e pare cogn oscere; nondim eno ora ti prego
mi soccorri ch e uno argom ento mi fa cci, torsi Iddio vorr c h e
io a l p resen te non m uoja. La donna quasi transita strin se le
pugna dandosi p er lo p etto e t alquanto stata dicendo: 0 ser Gola
m io, quanto la m orte tu a mi n uoce ch e piuttosto vo rrei m orire
ch e tu l, ser Gola disse: La m orte durissim a e m olto scu ra a
ved ere. La donna disse: Ser Gola m io, non d ite pi ch e ogn i
volta p er voi m uojo. S er Gola rafferm ando ch e cred e ch e le i
lam asse, ma ch e subito ordini d a vere c e c i per fare uno argo
m ento, tanto lo disse, ch e m adonna M atelda si m osse e t and
fuori di Spoleto per alcu n i ceci a uno orto, et m en trech fuori
and ser Gola p rese un g a llo, il q uale M atelda se la v ea n otri-

(1) Ms.: vedendoti.


DB MOLIERE ADULTERA 47

cato, e t era si dom estico ch e sem pre p er casa andava d irieto a


M atelda. E t preso questo g a llo, subito lo pel e t sotto una cassa
lo m isse sotto il letto , e t rip osesi ser Gola in n el letto facendo
v ista di dorm ire, tanto ch e la m oglie torn. E t giu n ta la m oglie
in ca sa e t andata a l letto , vedendolo co lli o cch i serra ti, disse:
O ggim ai sar m ia donna. Et sta ta alquanto sbaigliando, m isse uno
strid o gridando: Soccorretem i. La donna ch e q uin e era , pian*
gen d o d isse: O tu se V ivo? S er Gola d isse: Donna, io m 'ho so
gn ato ch e la m orte de V en ire a m e inform a di u n u ccello p elato
e t de* m i u ccid ere e portare v ia . La donna p iagn oien te d icea:
O m orte, portam i m e e t ser Gola lassa. E t questo d isse m olte
v o lte. S er Gola d isse: Donna, prim a ch e io m uoia io m i vorrei
con fessare dal nostro sere. M adonna M atelda d isse: Io g li andr
a d ire lam basciata. Et m olto cerch ian d osi, se n'and a uno luogo
d ella cam era u' era uno sp ecch io specchiandosi e t conciandosi
com e se d ovesse andare a nozze. S er Gola, ch e a v ea sen tita la
v o ce e t a v ea la ved u ta sp acch iare, p reso di M atelda sospetto,
p ens tu tto ved ere senza d ire alcu n a cosa. C oncia la donna, co l
m an tello u sc (1) di casa p er andare a l sere, il q u ale avea nom e
P istello , e t ta l nom e g li fu dato p erch era bene am m assariziato
da far p estare salsa in n ell' a ltru i m ortaio. S er Gola, com e la
donna fu u scita di casa, lu i p er un altro u scio d alla p arte
d irieto u scio, e t prim a ch e la donna fusse a casa d el sere,
ser Gola v i fu den tro en trato e t q uin e segretam en te si n ascose.
V en u ta M atelda a casa d el p rete P istello , senza p regare n
ch iam are, in con trata una sca letta , a l p rete se n' ande. P rete
P istello d isse perch* era ven u ta, m eravigliandosi, dicendo: S ta
n o tte non fosti? e t ora ch e v ien i? ch sa i ch e stan otte pas
sa ta io pestai n el tuo m ortaio tr e v o lte la salsa, e t anco sa i c h e
o g n i giorn o ch e ser Cola stato a officio io t ho can tato alcu na
v o lta una m essa e t una ca v a ta ; ora ch e vuoi? D isse M atelda:
S e fu sse tem po, prim a ch e altro v i dica, vorrei c h e u n a volta
p esta ste la salsa in n el m io m ortaio. Il prete d isse ch e le dovea
b astare q uella sa lsa ch e avea a vu ta la n otte alm eno per tre d.
S er Gola c h e h a e veduta la donna m ontare co s lib eram en te,
d isse fra s : C ostei n stata a ltra volta, e t udendo le parole di
p rete P istello e t di M atelda d isse: Ornai potr n avigare a buon
tem po, p oich M atelda fa d ire s sp esso tan te m esse e t ta n ti ca -

(1) Ms.: u scita .


48 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

v a ti. Et sen to lam basciata ch e M atelda d ice al p rete, la q uale,


p oich v id e ch e p rete P istello non v o lea fere salsa, d isse: Sor
Gola vu ol m orire e t prim a ch e m orisse v u o i esse re con fesso.
Lo p rete d isse: V atten e e di ch e sap p arecch i e t io v er r .
U ditogli confessare ser Gola la m oglie, subito se n and a ca sa,
aspettando M atelda. V enuta M atelda a ll' u scio, ser Gola a lz
un poco la testa dovera il g a llo p elato. La donna giu n ta in c a
m era, ser Gola d isse: Donna, la m orte ven u ta poi ti p a rtisti
e t ham m ene volu to pi v o lte p ortare, sen o n ch io g li h o d itto
ch e io m i vo lea prim a confessare, m e n h a reportato, e t p er
so llecita il sere ch e vegn a. La donna d ice: S er Gola, d ite a lla
m orte ch e n e porti prim a m e e t v o i la ssi. S er Gola d isse c h e
so llecita sse il sere. La donna fattasi in su llu scio, p rete P istello
giu n ge e t en tra in cam era segnando a ser Gola. S ollecitan d olo
ser Gola disse: B en vegn a il santo p rete, e t posesi a sed ere a l
lato a ser Gola in p resen zia d ella m oglie e d isse ch e p eccato
a v ea . S er Gola d isse: Io h o ta n ti p eccati ch e io non v e li p otrei
m ai d ire, m a io v i so ben d ire ch e se non fu sse ch e la donna
m ia v h a fatto d ire d elle m esse e d elle ca v a te p er li m iei p ec
ca ti, io sa re i, dannato. D isse lo p rete: C he altro p eccato hai?
D isse ser Gola: A vendo io gran vo g lia di m angiare, non avendo
sa lsa, p er vostra grazia pi v o lte a v ete a M atelda p restato il
vostro p istello e le i in n el suo m ortaio h a fatto spesso la salsa,
ch e m ha tu tto a llegrato. Ma ben vorrei, p rete P istello , noi v a
v esse renduto quando g lie la v ete p restato, p erch e v a le assai, e
questo il terzo p eccato d ell ava rizia . Lo p rete disse: 0 a ltro
p eccato hai? S er Gola disse: S , ch e la donna m ia ch e tanto m
am a ch e vorrem orire prim a di m e, e t questo som m o peccato
ch io h oe, et ditto questo m ostrando di stran u tire si v olt e lev
tu tta la testa daddosso a l g a llo e t ritorn a l p rete dicendo: Da
tem i la soluzione. Lo p rete, postogli la m ano a l capo, lo g a llo
accostatosi alla donna, la donna spaurando si m osse, lo g a llo
d irieto. E lla credendo fu sse la m orte d icea : P ortane lu i e t non
m e, e t voleasi fu ggire. Lo gallo d ireto, c h e non sapea la donna c h e
fare, dicendo: P ortane lu i e t non m e; ser Cola, ch e tu tto sapea
e t uda, d isse a l p rete:. A ndate a M atelda ch e m i pare c h e abbia
paura. Lo p rete and a le i dicendo: C ostui m orto, ornai farem o
a nostro modo. D isse la donna: Or non v ed ete qui la m orte? Lo
p rete subito si faggio di casa stim ando ser Gola d over passare.
La donna venuta in cam era per paura dicendo: S er Gola, non
v o ler ch e io m uoia ch e sai ch e le m esse e le cavate ch e io h o
DE MULIBRE ADULTERA 49

d ette p er te tha libero d airinfern o, ser Gola d isse : P er prem io


di ci io uccider la m orte. Et prese uno bastone, e t una basto*
nata dava a M atelda, laltra al gallo, dando alla donna assai forte,
tan to ch e la m orte fue u ccisa. La donna secura d isse: Or p erch
m a v ete dato? S er Gola d isse: P erch gi era incorporata co lei
e t co si t ho scam pata e t a ltro non g li d isse.
50 NOVELLE DI GIOVANNI SERGAMBI

11.
[Tit ., n U ].

DE BONO PATTO.

In n el contado di M ilano fti uno contadino assai sofflciente, il


q uale a v ea uno suo figliu olo nom ato P incaruolo, b ello del corpo,
e t m orendo il padre d el ditto P incaruolo lass la donna sua n o
m ata m adonna Buona, e t le i lass donna in casa con questo su o
figliu olo, avendo gi anni dodici. La ditta m adonna Buona d isse :
P incaruolo figliu ol m io, tuo padre m orto e t a noi ci con verr
v iv ere con q uello ch e *1 tuo padre n'ha lassato. E t pertanto, fi
g liu olo m io, ritirom i a fare alcu na volta d elle legn a e t a M ilano
p ortarle e t col nostro asino ci potrem o passare, com e i n ostri
v icin i. P incaruolo d isse: M adre, io for q uello v i p iacer. E t co
m inci a foro d elle legn a e t a M ilano le portava e i denari r e
cava a lla m adre, e t cos segu io pi tem po. A vvenn e u no giorno
ch e essendo m olto in grossate Tacque e t P in caru olo volendo fare
legn a in uno ontaneto, ra sin o essendo carico, non potendone
u scire d e colp i dati e t d el fango e t anco p er lo poco a v er m an
giato, l asino convenne m orire. M orto ch e P in caru olo v id e rasin o,
pens di scorzarlo e t il cu oio apportare a M ilano a ven d ere, e t
com e pens fe. Et auto li dinari del cuoio, subito ritorn a lla
m adre d icen d o: E cco i dinari del cu oio d ellasino n ostro. L a
m adre volse sapere in ch e m odo lasino m orto era. P in caru olo
g lie l disse. La m adre d isse: F igliu olo m io, non te n e d are ma
linconia, noi arem o un altro asino. Standosi la sera la donna
con p en sieri d ellasino perduto e t P in caru olo, se n andarono a
dorm ire. La m attina P in caru olo d isse: M adre, io voglio andare
a v ed ere ch e d ellasino nostro. La m adre d isse: N on te n e
cu rare, ch ben e arem o dinari. A cu i P incaruolo d isse: Io andr
pure a vedere, e t m ossosi and a l luogo dove lasino m orto avea
lassato. E t v ed u to v i.m o lti u ccelli intorno, d isse: S e io a v essi uno
di q u elli u ccelli, io sa rei ricco . E t subito p rese d elle p ietre e t
ch iam atoli se n and a llasino, pensando in trare in n el corpo d el
lasino, e t com e li corbi ven issero p er li piedi p renderne uno.
Et com e pens m isse in effetto, ch chiam ato i corbi e t entrato
in corpo all'asino, li corbi ven u ti, P incaruolo un ne p rese. E t
di la testa uscio fuori d ellasino e t q uello leg con uno cordone
DE BONO FATTO 51

o h e a v ev a , e t Ai tanta lalleg rezza ch a v ea , ch e non si ricord


d i ritornare alla m adre, m a m issesi in cam ino verso ponente.
La sera arriv in una v illa di lu n gi da M ilano quindici m iglia,
e t venendo la n otte si risteo a casa di uno contadino. Q uine
essen d o la donna d el contadino e t ricercando P in caru olo albergo
la sera con quel suo u ccello , la donna d isse: E non c i ( l ) lo
m io m arito, ma aspettalo e t e g li v albergh er. P incaruolo aspett
av en d o gran fam e e t puosesi a llu scio d ella casa a posarsi e t
m entre ch e in ta le stato stava, la donna subito duna pentra cav
u n o cappone cotto e t in una tovaglia lo n v o lse e t m isse in nel*
i a rcile. E t poi trasse di du te sti una grosta di p ollastro e t q u ella
m isse in una cassetta. R iposta la grosta, ap erse uno forno e t di
q u ello tra sse una fogaccia incaciata et sim ile q uella in n e llar-
e tte m isse. Pincaruolo fa v ista di non v ed ere; la donna pensa
o h e l giovano non saccorga di n ulla. E t poco stan te lo m arito
d e lla donna nom ato B artolo chiam la donna sua, chiam ata Sofia:
<3hi questo giovano? D isse : P a n n i persona ch e vorre ch e sta
ser a noi l albergassim o; e t per, se se contento, io te n e prego.
B artolo d isse: E mi piace, e m isse il giovano in casa, e t ch iu so
l ruscio e t acceso il lum e si m isse B artolo a tau la per cen are, e t
d isse a l giovano ch e cenasse con lu i. P incaruolo, ch avea gi
fam e, credendo m angiare di q u elle cose ch e la donna avea ri
posto, Ai contento e t a taula si pose col corbo in b raccio. La
donna arrec a B artolo e t a l com pagno un pan m igliato e t a l
q u an te fave fredde e t due capidagli con alquante fronde di porro.
B artolo, ch e tu tto l d av ev a vangato uno cam po presso a casa,
aven d o fam e, m angi, e t sim ile il giovano, parendo loro un pre-
su tto . La donna, attin to il vino, alcuno boccone si m isse in bocca,
e t cos cenarono di b rigata. Et poi B artolo d isse a l giovano: V a,
posati in cotesto tettu ccio, e t lu i con la donna se nandarono a
dorm ire in n el loro letto . P incaruolo avendo veduto ch e di q u elle
c o se ch e la donna a vea riposto n ien te se n era toccato, stim
p er certo la donna essere di ca ttiv a condizione. Et pens nuovo
m odo dappalesare q u elle cose a B artolo, per poter m angiare
m eglio ch e m angiato non avea. E t stato alquanto, il giovano
str in se (2) il p i a l corbo, ta le ch e l corbo com inci a grac
ch ia re. P in caru olo gridava (3) ch e ste sse ch eto, dicendo: Tu fai12

(1) Ma.: non essere.


(2) Ma.: si misse.
<3) Ma.: gridando.
52 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

m ale a sv eg lia re questo buono om o e la donna, ch e sa i q u a n to


onore stasera ci hanno fatto. B artolo, udendolo g rid a re, a l g io
vano disse: Che (1 ) voiea d ir e i Lo giovano d isse: Q uesto m io
u ccello d ice ch e e* vorre di q uella grosta di p ollastri ch e m
n ella cassa. B artolo subito levatosi e t andato alla cassa trov la
grosta de* p ollastri. Chiam ato lo giovano, lo fe lev a re, e t preso d el
pane q u ella grosta m angionno, dandone alquanta a l corbo. P a r
lando lo m arito diceva (2): Sofia m i tratta a questo m odo e t m e
d pane m igliato e t fev e, e t p er s con q ualch e p rete si god e
le groste de* p ollastri. La donna, questo udendo, m aladice la v e
n ata del giovano. M angiato ch'ebbe, B artolo ritorn a letto e
n ien te d ice a lla m oglie. E t stato per lo ispazio di d u e ore, P in -
caruolo di nuovo f grid are lo oorbo con parole a lle , biasim ando
il corbo; a lle cu i grida B artolo d isse ch e voleva d ire. Lo giovan o
d ice ch e non voleva d ir altro se non di quel cappone e t d i q u ella
fogaccia ch e in n ell'a rcile g li fosse dato. B artolo, ci udendo,
u scito del letto , a ll'a rcile se n'and, e t quine trov uno cappone
e t una buona fogaccia. B artolo, chiam ato il giovano, attin to d el
vino, quella fogaccia e t cappone m angionno e a llo corbo n e denno,
m orm orando la donna di q u ello a v ea sen tito. B artolo d isse a
P in caru olo: D eh p iacciati dirm i ch e cosa questo u ccello . P in -
caruolo disse: E gli uno indivino, ch e tu tto ci ch e s i facesse di d
e di n otte indivina. Ora lo credo, disse B artolo, a q uello ho v e
duto, e t per ti prego ch e questo m i ced i. D isse il giovan o: E'
v a le tu tto il tesoro. D isse B artolo: lo ti vo* dare fiorini cinque
cento e t uno paio d e m iei buoi e t tu m i da* questo indivino. Lo
giovano disse: P oich stasera m a v ete ricev u to , io sono contento,
m a tanto v i vo d ire ch e se per avven tu ra uno om o g li p isciasse
in capo, subito m orire, altrim en te m orir non puote. B artolo
d isse: Io far una p ertica tanto a lta con uno spago lungo, c h e
persona non g li potre' in capo p isciare. Lo giovano d ice ch e
bene ha pensato. M adonna Sofia, ch e ha udito tu tto , ch eta
sta fino al giorno. Lo giorno venuto, P incaruolo si p arte co d e
nari e t co' buoi e t cam m a verso ponente. B artolo con cia la per
tica e lo indivino, et prese su e v a cch e in n el cam po presso a
casa, and a lavorare. La donna rim ase trista e sconsolata in 12

(1) Ma. : elio.


(2) Veramente il ms. ha: parlando lo corbo dicendo, ma una confusione.
11 corbo non parlava se non per finzione di Pincaruolo.
DE BONO FATTO 53

-casa. Sopravvenne p rete R ustico, p rete della ch iesa , e t d isse:


S ofia, com e godiam o? Sofia d isse : M ale. Lo p rete disse: P erch ?
S o fia d isse tu tta la con ven en zia d ella grosta e d el cappone e t
d ella fogaccia e t d el giovan o e t d ello indivino, dicendo ch e B ar
to lo l a re a com prato fiorin i cinquecento e t nno paio di buoi e t
c h e m ai quel fhtto non potevano pi fere. D ice p rete R u stico:
O p erch n'abbiam o lo ndivino? Or non si pu lo ndivm o foro
m orire? M adonna Sofia d isse: Si, se a ltri g li p iscia sse addosso.
L o p rete d isse: C otesto far io bene. La donna d isse: Come?
L o p rete d isse: Io m onter in su l tetto, tu p icch ia sotto e sopra
il capo d ello ndivino, e t io scoprir del te tto e t quine m etter
il m io com pagno e t pisciand o u ccid er lo indivino. La donna
disse: F accia (1 ) Iddio v e l cresca e t ingrossi il vostro com pagno,
c h e ben e a v ete pensato. L o p rete m ontato in sa i tetto, m adonna
S o fia con p ertica p icch ia il tetto , il p rete sen te e discuopre il
te tto e t p er le tem pie m ette il suo com pagno assai presso e co
m in cia a p isciare sopra lo ndvvino. Lo corbo, ch e naturalm ente
' tra g g o alla carogn a, com e sen tio l'odore della carogna del p rete,
su b ito a lza ti g li occh i verso il tetto, vedendo 11 com pagno di
p rete R ustico, stim ando fo sse carogna com era, subito volando
c o lli a rtig li e co l becco ta le carogna prese. Lo p rete, sentendosi
p e r la coda preso, subito com inci a grid are. B artolo, ch e in n el
cam p o era a lavorare, a lza ti li occh i a l grido, v id e p rete Ru
stic o in su lla sua casa grid are. P artissi e t a casa n and; quine
v i v id e il suo indivino ten ere stretta la carogna del p rete. B ar
to lo gridando: Indivino, tien i forte ; prete Rustico udendo B ar
tolo, p er lo dolore e t p er la paura d el m orire d icea: O Bartolo,
o m i ti raccom ando. B artolo, gridando a llo ndivino, d icea : T iello
fo r te. Lo prete, avendo pena grande, d isse : 0 B artolo, io t'hn-
prom etto, se allo ndivino m i ibi lassare, ch e m ai in questa casa
n on entro, e t pi io ti v o dare fiorini trecen to e t uno ca v a llo
e t una guascappa nuova e t tu mi fa lassare. B artolo, udendo ci
c h e p rete R ustico ha ditto, d isse ch 'era contento. E presa la
corda d ello ndivino e t stiratolo p er m odo ch e tu tta la carogna
d el p rete isqnarci, e h e poi non m olto tem po visse, ven u to prete
R ustico in casa e t dato a B artolo fiorin i trecen to e lo ca v a llo
e t la guascappa e t quasi m orto andatosene, B artolo m ont in sa i
ca v a llo , e t co fiorini trecen to e t con la guascappa si m isse e t

(1) Ms.: f a r e .
54 NOVELLE DI GIOVANNI SERGAMBI

and per q uella v ia dove P incaruolo era andato. Et tro v a to lo


d isse: Quel tuo indivino [ha fatto] quello d icci, e t tutta g li co n t
la n ovella del p rete. Et poi disse: G iovano, io non ti pagai b e n e ;
ora ti do questo ca v allo e t fiorini trecen to, m a io ti prego c h e
i buoi m i ced i e t questa guascappa m i rim anga. P in caru olo disse:
10 sono contento. Et p rese li denari e *1 ca v a llo , e t rendeo i b u o i,
e t accom andnsi a Dio. P incaruolo m ontato a ca v a llo con fio rin i
otto cento d ice fra s m edesim o: Io posso essere un gran signore, e t
poi ch 'io sono a cavallo e t h o tan ti be' denari, da qui inan ti m i
potr fare ch iam are T orre e t non P incaruolo. E t cam in v e r se
T roia in Cam pagna, e t tanto fu lo suo cam ino, ch e giun se, p as
sato l'alp e de B riga, in su lla pianura di Cam pagna. Et co m e
pass per la pianura, vide uno il quale stava (1 ) alzato p er m od e
ch e correre volesse. T orre ferm andosi, non vedendo alcu no con
lu i, d isse: C he fa costui? E t approssim andosi a lu i d isse c h e
focea. A cu i rispuose: A spetto di prendere uno cavriolo. D isse
T orre: 0 tu non h ai can i n re ti; com e pensi alcu n a cosa pren
dere? R ispuose: Io lo prendr col corso. T orre m eraviglian d osi
d isse: Come pu questo essere? S e asp etti, lo ved rai. E t
poco stan te uno cavriolo u scio d el bosco. Colui g li ten n e d riet
e t in pochi passi l'ebbe preso e t a T orre l'appresenta d icen d o:
V edi se io corro. R ispuose T orre: Di vero tu corri m olto b en e,
e t dicoti, se vuoi m eco ven ire, io ti dar fiorini cen to e la sp esa ,
e t se n iente avanzo arai la tua parte, ma pregoti c h e m i d ich i
11 nom e tuo. R ispuose: Io sono ch iam ato R ondello, e t sono con
tento teco v en ire, e t tu m i d fiorini cento. T orre, aperta la
borsa, fiorini cento g li di. R ondello si m isse in cam ino con lu i.
D ilungati alquanto, T orre v id e uno g ia cer in terra e t disse a
R ondello: Colui de' esser m orto. R ondello d isse: Io andr a v e
dere. Subito fu a lu i e t v id e ch 'era vivo. T orre and a lu i e t
v id e ch e ten ea lorecch io in terra. D isse T o rre: C he fai? C olui
rispuose: Sento n ascere la grim igna. T orre m eravigliandosi n o i
cred ea. Lui disse: Io v i sen ti' quando d iceste: Colui m orto.
T orre d isse se con lu i andare volea, dom andandolo del suo n om e,
il q uale d isse: Io ho nom e Sentim ento e t sono con tento a v en d o
alcu no pregio. T orre g li offerse fiorini cento. Sentim ento li p rese
e t insiem e cam inaro. Cam inato alquanto, vide uno ch e stava e o o
uno balestro teso con uno bulcone. T orre d isse q uello facea. Ri*

(1) Ma.: sta n d o .


DE BONO FATTO 55

spuose: A spetto p ren d ere alcu no u ccello p er desinare. Or


com e lo p otresti m ai prendere, se qui non sono arbori dove li
u cce lli posare si possino? D isse: S e asp etti, ved rai q uello ch e non
cred i. E t poco sta n te una rondina volando p er T ana, colu i ba
lestrand o la diede a* pi di T orre. V eduto T orre la virt di costui,
pens di lu i con li a ltri a v ere buona com pagnia. E t dom andandolo
d el nom e, offrendogli fiorini cento, se con lu i vo lesse andare,
q u egli (1 ) d isse lu i esser chiam ato D iritto, ch e era con tento seco
andare, e t presi fiorini cen to, con lu i e t con li a ltri si m isse in
cam ino. A ccostandosi verso P arigi a una giornata, v id e uno il
q uale avea dinanti da s uno m ulino sen zacqua e sen za ven to.
T orre disse: D eh ch e fee colui? E t andati a lu i lo dim andonno
q u ello facea. R ispuose: M acino grano co l m io soffio. T orre d isse:
B en aresti buon fiato se m acinassi gran o. L ui d isse: La prova
tosto ved er n e potrai. E t m esso sta la tr e di grano in n ella tra
m oggia, dato un soffio a lla m acina, la m acina non rest di v o lg er
tanto ch e staia tre di grano fa r m acinati. T orre, vedendo la
sua bont, g li d isse se con lu i andar volea e t ch e a lu i com e
a lli a ltri d are fiorin i cen to, e t com e a v ea nom e. Colui risp u ose:
10 h o nom e lo Spazza e t sono con tento avendo fiorin i cento.
T orre subito g li d i fiorin i cento e t con lu i n and. A vuto T orre
11 quattro com pagni, e t approssim andosi verso P arigi, sen tio d ire
ch e r e F ilip p o a vea una sua figliu ola nom ata D rusiana, giovana
da m arito; m a ch e la costum a era q uale la v in cesse d i correre
a v erla p er isposa e t c h i fu sse p erd en te m orire. Et m olti gi
avean o perso a correre con le i e tu tti erano sta ti m orti p erch
e lla li avanzava. T orre, sentendo questo, ristretto si con R ondello,
d isse se lu i volea esser q u ello ch e con D rusiana co rresse e t ch e
lu i m ettere* la testa all'in con tra. D isse R on d ello: M essere, non
dubitate, ch e se volasse la v in cer e t v oi a rete di le i vostro
p iacere. P iacq u e a T orre il b el parlare e la buona profferta ch e
R ondello avea fatta. V oltatosi a lli a ltri tr e dicendo: A voi c h e
v e n e pare?, d isse lo Spazza: Signore n ostro, p oich d esideri
a v ere la figliu ola d el re F ilippo, la q u ale corren te e b ella , ti
dico c h e secu ro m e n e prom etto di farla [tua], ch se R ondello
non corresse tan to, le i io la riterr col fiato, ch e largam ente
potr giu n gere a l luogo ordinato prim a di le i, e t p er questo
m odo arai D rusiana. A T orre piacendo d isse: 0 v oi a ltri ch e

(1) Ms.: il quale.


56 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

d ite? D issero Sentim ento e D iritto c h e loro staranno a v ed ere


co* loro argom enti e t se bisogno sar adopreranno per lu i q u ello
bisojjpava. R im aso T orre contento e t avu to la im prom essa, g iu n ti
a P arigi,' sm ontati a llalbergo e t v estitisi e t li a ltri on orevolm ente
riposto^ ^ g u a n ti de, T orre se n and a co rte d el r e F ilippo d i
cend o c h e lu i era ven u to p er essere suo gen ero, offerendosi a
ten ere la costum a. Il r e d isse ch e g li p iaceva e t ordinata la
giorn ata, dato lordine, m ettendo T orre in prigione, con ca rico
c h e se colu i c h e m enato a vea a correre con D rusiana perdea,
g li fo sse la testa taglia ta . La dom enica ordinata c h e co rrere si
debbia, ciascu n o [presto] esser debbia p er correre e t ta li p er
v ed ere, R ondello [fu] presto dinanti a l re, dom andando c h e ca
m ino fare doveano. A c u i lo re d isse: V i m overete con uno fia
sch ette d i cu oio per uno e t co rrerete fino a San D ionigi, e t q uale
prim a torner c o l fiasco pieno dacqna d ella fonte d i San D ionigi
ar vinto, e t qual rim an esse a riete sa r perdente. U dito R ondello
ta l cosa, subito d isse: Ornai foto dare la m ossa. Lo Spazza fot-
tosi in su lla strada con Sentim ento e con D iritto, aspettando c h e
la m ossa si d esse, ordinata la m ossa e t data, la d am igella cor
rendo, R ondello, c h e di leg g erezza passava ogn i anim ale, su bito
fo giu n to a San D ionigi e l fiasco d ellacqua d ella fonte em pio
e t a d irieto tornando, trov D rusiana a l m ezzo il cam ino. La
quale fattasi in an ti, a R ondello d isse: G iovano, ornai veg g o c h e
h ai vin to, ch e p er certo ti d ico c h e b en e h a i il tu o e m io si
gn ore servito. Et p ertanto sen za m olto affanno si pu un poco
riposare. R ondello, udendo le dolci p arole, si puose a sed ere con
D rusiana e t tanto fanno le d olce canzone c h e D rusiana d ice, ch e
lo fece addorm entare. E t com e vide ch e dorm ia, g li cav il
fiasco pieno d ellacqua di sotto il capo e il vu oto v i m isse, e t
tornata in d irieto verso P arigi se n e ven n e correndo. Lo Spazza,
vedendo D rusiana ven ire, d isse : M ale sta. E t fo tto seg ll in con tra,
soffiando la m andava in d irieto, e t com e inanti v en ia, lo Spazza
la riv o lta v a di d iece tan ti ad rieto, e t per questo la rite n n e al
cuno tem po. V edendo ch e R ondello non v en ia, lo Spazza d isse:
P er certo costu i s m orto. D isse Sentim ento: Io sapr tosto su a
condizione. Et posto l o recch ia in terra , sen tio ch e R ondello dorm ia
e t d isse: E dorm e. D isse D iritto: Q uanto v i pu essere |fin] o v e
dorm e? e t da qual p arte d ella strada s' posto a dorm ire? D isse
Sentim ento: T re m iglia e t a man d ritta d ella strada. D iritto
tend e il balestro e t veduto un b u lcion e p ercosse il fiasco c h e
R ondello avea sotto il capo. Et sveglian dosi, e t ved u to il bul-
DB BONO FATTO 57

rion e e *1 fiasco voito, p ens: Io sono stato ingannato. Ma sp e


rando ch e Spazza riten esse la giovan e, subito p rese il fiasch ette
e t a San D ionigi ritornato, em p iette il fiasco dell'acqua, e t dato
volta, in poco d ire giu n se a P arigi prim a ch e la donna. Et per
q uesto m odo T orre fu scam pato e t libero d ella p rigione. Lo re
F ilippo, fatto sposar la fig liu o la e t fotta la festa gran d e, T orre
ebbe parte d el ream e di F ran cia (1). L i com pagni, d on d olio, .
Spazza, D iritto e t S entim ento, f' con ti di a lcu n i paesi, e t v issero
lun go tem po. Dom ando a voi, donne e t om ini, ch i h a m iglior
ragion i d ell'acqu isto d i D rusiana, o T orre, o d ond olio, o Spazza,
o S entim ento, o D iritto? E t questo m i d irete dom ani, quando
sarem o lev a ti p er an dare a nostro cam ino.

(i) Qui bo alquanto modificata la dicitura ingarbugliata del codice.


58 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMB1

12 .
[Tri*., n 18].

DE NOVO MODO FURANDI.


A P arigi, citt di gran nom e e t di gran giu stizia , in n ella
quale la co rte de* r e di F ran cia si tien e, fu uno ladro nom e
Chupin, lo quale di continuo di di e t di n otte si m ettea a in v o
la re co si le p iccole cose com e le grandi, non avendo paura d e la
g iu stizia . E t dim orando m olto tem po p er ta l m odo, vedendo non
poter u scire del fango, pens di v o ler ten ere m odi da d iv en ta re
ricco tosto. E *1 modo ch e questo C hupin pens, si f fra s di
cen d o, m olti om ini p er fu rti e t p er a ltre ragion i erano o g n i
settim ana im p iccati a l giubbetto di P a rig i e t erano ap piccati con
b elli vestim en ti e t alcu n a volta con cin tore darien to, di c h e
questo Chupin dispuose di furare le v esti d i q u elli ap p iccati
fussero, fino a lla cam icia, pensando ch e ta n te ( ssero e t di si
gran v alu ta, ch e tosto sare* ricco . F atto ta l p en sieri, un g iorn o
il g iu stizieri di P arigi m enando a l giubbetto pi di v en ti p erson e,
tra* quali erano alcu n i ca v a lieri li quali erano sta ti a rubare le
strade e t a ltri rubare b ottegh e e t cos in un m odo e t cosi in
uno altro assai o rrevoli di vestim en ti, co i quali il g iu stizieri li
fe appiccare ; veduto C hupin lim p iccati e t ben v estiti, si m osse
e t and a l giubbetto, e t q uine sp ogliossi in cam icia e t m ontato
in su lle fo rch e, tu tti li d itti appiccati ispogli e t poi r iv estito si
tu tte le robe ch e frate avea n e port, aspettando ch e de* n u ovi
v i s*appiccassero. E t non m olti d i steo c h e di nuovo circa d ieci
il g iu stiziere n e m en a l giubbetto p er im piccare, e t vedendo li
prim i esser nudi in cam icia, m eravigliandosi ch i q u elli a v ea spo
g lia ti e t non potendo sap ere ta le cosa, d elibire p en sare q u alch e
modo di trovare quel ladro ch e li a ltri rubava. E t feceli con
durre al giubbetto e t im p iccati, e t ritorn con dare ordine di m an
darvi a lcu n i a ved ere e t cos fece. Chupin, ch e stava atten to,
ved u to q u elli ch e di nuovo erano im piccati, subito se n and a l
giubbetto, et spogliatosi in cam icia e t concio uno nastro a lla
forca con uno nodo di sotto pendente, incom inci a sp o g lia re,
e t quando sebbe tu tti sp ogliati, v id e dalla lu n ga alcu n i v en ire,
li quali lo g iu stiziere li m andava alla guardia p er ved ere c h i
era q u ello ch e i ladri ap p iccati sp ogliava. Et ta li vidieno in q u el
punto uno sopra le forch e e spronando verso il giubbetto p er
giun gerlo, Chupin, ch e [h a ] veduto coloro di trotto v en ire a l
giubbetto, quel nodo d el capestro co* d en ti prese e tra li ap pic
DE NOVO MODO FURANDI 59

ca ti nudi si m isse pendente co lle m ani d irieto. Li guardiani


g iu n ti a l giubbetto e t non vedendovi persona, cb stim avano
tu tti essere im piccati, e t vedendoli tu tti in cam icia, si m aravi-
glionn o forte com e colu i ch e da lu n gi laveano veduto non avean o
trovato e t si tirorono a n eto e fatto ritornorono a l g iu stiziere.
Lo g iu stiziere pens trovare a ltro m odo. Ghupin, partiti coloro,
subito p resi li [vestim en ti] de' ladri, si partio, e t q u elli nascosti,
sperando ogni giorno ten er questi m odi, [steo attendendo. Stando]
G hupin in P arigi, e t vedendo tr e m enare a l giubbetto, li quali
avean o assai [p overi v estim en ti] (1), salvo ch e uno di loro av ea
una sca rsella di stim a di grossi due, d isse : G otesta sca rsella sar
m ia, e t sim ile cotesti panni, posti ch e tristi sien o, m e li terre.
Lo g iu stizieri secretam en te, sen za dim ostrare a persona q uello
ch e v o lea fare, innum er tu tti q u elli ch erano a l giubbetto, per
v ed ere ch i era q uello ch e spogliava rim p iccafi e t [ordin ch e]
se trovassero essere stati sp ogliati rim angano tu tti a guardia,
sa lvo ch e a lu i m andino uno. Et q u elli, udita lam basciata, u sci
rono fuori di P a rig i, e t quando videro lo giubbetto, videro uno
sopra le forche per lo m odo di prim a. G hupin, ch e g i a vea spo
g lia ti et orasi per p artire, ved u ti coloro ch e a l giubbetto veniano,
subito co denti sattacc a l nodo del capestro, lassandosi pendere
com e di prim a tra q u elli im p iccati. L a b rigata giun ta e t non
potendo ved ere il ladro, vedendo q u elli tr e sp ogliati, subito man
darono uno a l g iu stizieri. Lo g iu stizieri ven n e a l giubbetto. V e
dendo ogni persona spogliata, com inci a nom erare lim piccati
e trov ch e uno v e n era pi ch e non dovea essere. Subito co
mand a uno serg en te ch e con una lan cia forasse a llim piccati
li piedi e t d isse forte. Lo serg en te cosi fe, andando ferendo le
piante de piedi a lli im p iccati e neuno sentim ento aveano. V e
nendo a Ghupin e t percotendolo in n elle pian te colla lancia,
sen tend oli forte, tir in su le gam be. Lo g iu stiz ieri, ci vedendo,
disse: Q uesto quello ladro ch e i ladri pi v o lte h a rubati. E t
fatto m ontare uno serg en te in su l giubbetto, trov C hupin ch e
ten eva in bocca quel nodo, e t fattogli lassare, lo g iu stizieri disse :
0 G hupin, non t valu to lo tuo ingegno e t com e tu th ai e letto
il luogo, cosi ti rim arrai. Et quine con uno la ccio a l collo in
quel luogo lo fe im piccare per la gola. E t p er questo modo fU
poi salvo il giubbetto, ch e pi l'im piccati non furono sp ogliati.1

(1) Tre lacune nel ms., cui ho cercato rimediare seguendo il senso e te
nendo calcolo degli spazi lasciati in bianco.
60 NOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

13.
[T H v., i* SO].

DB FURTO EXTRA. NATURA.

N ella citt di P isa Ai uno nom ato Z a ch eo , il quale volen do


trovare m odo d i rubare, a llev a to uno cagnolo co l q u ale di n o tte
andava p er P isa rubando, m oltissim e b ottegh e strafisse. E t tan to
crebbe la fam a de' fu rti in P isa, ch e tu tti officiali di ci si m a
ravigliavan o, m ettendo m olte gu ard ie di n otte p er pi lu o g h i,
non potendo trovare c h i ci ia cea : e a cci ch e non vada la nostra
n ovella p i in an ti d ico il m odo c h e ta le ladro facea. E1 m odo era
questo, ch e lu i andava con grim ald elli e t en tra v a in n ella bot
teg a l un giorno e laltro, e il cagn olo suo sta v a di fu ori andando
in qua e t in l, e t se ved ea o sen tiva (1) n fam iglia n altro,
tornava a lluscio, dove Z acheo suo sign ore era, a fiu tare, e t graf
fiava l uscio, e t allora Z acheo stava dentro ch eto, e com e ved ea
p artita la fm iglia o ch i fu sse, e l ca n e grattava una v o lta e poi
andava in qua e t in l calcando la strada e Z acheo rubava a
sicu rt . E t se sen tia niuno, il can e tornava a llu scio e graffiava
e t questo fhces ta n te v olte quan te g en ti passava. E t q uesta era
la m aniera c h e Z acheo ten ea a ru b are e t con gran d e secu rt v i
si m ettea, e t m ai non trov c h e il cagn olo g li fa llis s e , e t p er
q uesto m odo m olto avea rubato. Era questo Z acheo b a le strier i,
ovvero ven d itore di b a lestre e t nondim eno ladro e t d elle co se
c h e facea n e facea buona la sua b ottega. D ivenne una n otte, ch e
non potendo furare q uello pensava, p erch in n ella bottega d ove
volea en trare eran o dentro certi ch e lavoravano, venendo presso
la loggia d ella Sign oria, fur uno balestro e t a lla sua bottega n el
port. La m attina il soldato, ch e s trov m eno lo b a lestro , v a
cercando e t p ensa: Chi lar tolto lar portato a ven d ere alb a*
lestrieri. E t andato a Z acheo d icen dogli : Sarebbe ven u to niuno
a ven d ere uno m io b alestro ch e stan otte m i Ai rubato?, Z acheo
disse (c h lu i era stato ch e l Ait) d isse: N o, m a se verr io g li
riterr lo h alestro, sicch tu larai. Lo soldato, non avendo su a
in ten zion e, and a lli a ltri b a lestrieri se il suo b alestro ritrovare

(1) Ma.: sentisse.


DE FURTO EXTRA NATURA 61

potesse, e t non trovandolo, sta ti alquanti d, Ai de n ecessit do


v ern e un altro com perare. Z a ch eo , ch e q u ello b alestro furato
avea, lavea appiccato insiem e con a ltri in n ella sua bottega, non
sapendo a ch i to lto la v esse ; posto ch e quel soldato fu sse ven u to
a ricordarlo, nondim eno Z acheo sem pre ta l balestro in bottega
ten ea . E venendo q u el soldato con a leu n i com pagni per com prare
uno balestro per non perder soldo, Z acheo m ostrandonegli m olti
da ven d ere, lo soldato, guardando a lle p ertich e, vide uno b alestro
e h e parea il suo, e t presolo in m ano e t raffigu ran d olo, d isse:
Z acheo, questo '1 m io balestro. Z acheo d isse: Deh va, anfani
tu ? Q uesto b alestro com prai gi Ai m olti giorn i. Lo soldato disse:
T u lo p otresti a v ern e com prato da ch i tu vu oi, io ti dico questo
b alestro m io e fum m i furato non m olti giorn i. D isse Zacheo:
S e ti h i A ffato il tu o balestro, tu non arai il m io in suo scam bio;
va p er C am alto (1), villan eggian d olo di p arole. Lo soldato, c h e
q uine avea p er sua com pagnia alcu n i, d isse loro ch e ponessero
m ente in quel b alestro e partitosi alla Signoria se n'and dicendogli
tu tto ci ch e d el su o balestro era segu ito, dal principio ch e and
a lu i negando ch e neuno b alestro avea da persona com prato ad
ora c h e (2) d ice quel balestro a v ere com prato pi m esi fa. E t io
v i dar testim onianza ch e non an co tre d ch e io lo av ea ed
a m e a lla guardia Ai tolto. La Signoria subito ebbe sospetto d i
Zacheo, e t subito m and p er lu i e f v en ire il b alestro, e fatto
il soldato la prova d el suo b alestro e '1 giorno ch e a lu i fu tolto,
d isse : Zacheo, unde a v esti questo balestro? Et Z acheo d icea ch e
pi m esi l'avea ten u to in b ottega e t ch e l'avea com prato e t non
sapea da ch i. La Signoria, parendogli m enzogna, lo m ise a lla colla.
Zacheo, senza m olto torm ento, confess lu i essere stato q u ello ch e
il b alestro a v ea forato e pi confess li fh rti fatti co l can e e t e l
modo ten ea e a ch i. T utto rin ven n ero, [e t] ved u to la verit , il
p redetto Z acheo col ca g n d o Aie appiccato p er la gola a un paio
di forch e in siem e, e t p er questo m odo finto la persona di Zacheo
ladro e t cos possi ogni ladro la sua v ita fin ire.12

(1) Proprio cos nel ms., ma ohe cosa sia io non lo so.
(2) Ms.: et ora dice.
62 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

14.
[Trir., n* M].

DE INGANNO E FALSITATE.

In terven ne in n ella citt di L acca, donde la b rigata si partio,


ch e ven en d ovi uno da R acanato nom ato G hisello, vestito a m odo
di m ercadante con u na guarnacca sen za m a n tello , e con una
cin tu ra di seta e t uno ca rn ieri di seta, e posato a llo albergo,
dim andando c h i erano i m igliori conoscitori di p ietre p reziose
ch e in L ucca fusseno, fu gli detto luno esser Tom m asino Gagnoli
e la ltro P ietro P agani, am endui b an ch ieri. E fattosegli insegnare
a l fan te d elloste, m ostr loro un d itale di b ellissim e an ella e t di
gran pregio, com e sono baiassi, rubini, diam anti, zaffiri, sm eraldi
e t alcu na p erla, dicendo lu i v o lere q u elle an ella ven d ere. E t il
prim o, cu i ta li an ella m ostr, fu e Tom m asino, p erch a lu i era
ditto esser il m igliore cogn oscitore di l (1). T om m asino, veg-
gendo q u elle a n ella b ellissim e, d isse q u ello n e volea. G hisello
disse : Io n e v o m ille fiorin i. Tom m asino d isse v o lerg li dare fio
rin i seicen to, e dopo m olte profferte Tom m asino n e p roferse fiorin i
settecen to , e G hisello non scendendo m eno ch e ottocento si partio
e t a P ietro le m ostr. E t in quel m edesim o modo funno le profferte
d i P ietro e t lo scen d ere di G hisello com e a v ea fatto a Tom m asino,
e t non firm atosi partio. G hisello p rese il suo d ita le e t in n el ca r
n ieri ch e allato avea lo m isse, e t p er la piazza se n e andava di
portando in qua e t in l . Tom m asino, vedendo ch e a P ietro av ea
m ostrate le an ella, saccost a lu i e d isse : P ietro, ch e ti pare
di q u elle anella? P ietro d is s e : E lle sono m olto b elle. D isse Tom -
m asino: Io non posso con lu i a v ere patto neuno e t h on egli voluto
dare fiorini settecen to, non h a volu to m eno di ottocento, e per
io ti dico forsi farai m eglio di m e e t se vi ten ere allera ta , cio
a m ezzo, ti dico ch e in fine in fiorin i settecencinq u anta li p ig lia re.
Di vero noi guadagnerem o fiorin i dugencinquanta. L e rech i e io
sono con tento le prendi per m e e per te. D isse P ietro : E io co s
far. A ndatene a d esinare e t paja non v e ne cu riate, e la ssa te
fare a m e. Tom m asino si partio dal banco: P ietro rim ase a l suo

(1) Ms.: d i lu i.
DE INGANNO E FALSITATE G3

banco. V edendo G hisello in piazza non esser persona e a b anchi


non esser ch e P ietro, accostatosi a P ietro, [q u esti] d isse: D eh ven
dim i q u elle an ella. G hisello m ise m ano a l ca rn ieri e cavoli fuori
e disse: Io v e n e vo fare p ratica e d irovvi ch e vagliono pi di
m ille fiorini, m a per bisogno di dinari, ch ne vo* com prare
drappi, io v e ne far p iacere. P ietro d isse : D eh d atem ele p er
fiorin i settecen to. G hisello d isse non v o lern e m eno di fiorini o t
tocen to. G hisello m ise ra n ella in n el ca rn ieri e t scese gi in v ia .
P ietro g li offerse fiorin i settecen cin q u an ta. G h isello disse: P o ich
siete p ia cev o le com pratore, io sono con tento, e m ise m ano in ca r
n ieri e trassen e uno d itale duna fazion e d el prim o da n ella con
traffatte, sa lvo le p erle. P ietro, non stim ando falsit, p rese il d itale
e t in n ella cassa lo puone e dagli fiorini settecen cin q u an ta. G hi
sello , c h avea il ca v a llo sellato, tram utatosi di panni, m ontato a
ca v a llo cavalcato via. T ornato T om m asino da m angiare, d isse
a P ietro quello avea fatto. P ietro d isse : Io lho a vu te p er fiorini
settecencinq u anta. Tom m asino d isse : B ene h ai fatto, noi guada
gn erem o fiorini m ille, m ostrale qua. P ietro apre la cassa e *1 d itale
m ette in m ano a Tom m asino. Come Tom m asino lo ha in m ano, co-
gn osce le p ietre esser artefatte di v etro e t d isse : Questa, m ercanzia
ser pur tua, perocch q ueste non sono le p ietre ch e io avea v e
duto. P ietro subito prese ra n ella e t conobbe le p ietre esser false.
D assi d elle m ani in n el capo e m u ovesi per trovare G hisello, ma
poco g li valse, ch G hisello era partito, p er la qualcosa il ditto
P ietro povero stent poi la sua v ita . Iddio, ch e non v u ole ch e il
m ale rim anga im punito, dispuose G hisello andare a V in egia avendo
cu gn ati d el cugno di V in egia ducati dottone dorati in grande
quantit. Et andato a una ch e vendea fregi e oro, m ercadando
di fregi e oro p er som m a di ducati m ille, e p esati e leg a ti ta li
fregi, d isse G hisello: Andiam o a lla tau la, ch e io voglio annom e-
ra rv i li ducati, a ccio cch l'abbiate buoni. La donna v'and e t nu
m er ducati m ille et q u elli lig in una borsa rossa e t com 'era li
su g ell , p resente la donna. D isse : A ndiam o a lla bottega p er l oro
e fregi. La donna giun ta a lla b ottega, dati i freg i e l'oro, G hi
sello g li d una borsa sim ile a q uella di ducati, piena di m ille
d u cati dottone. Et p artitosi, la donna aperse q uesta borsa et in
s uno tappeto innom erava questi ducati, credendo ch e fusseno
q u elli ch e la tau la avea ditto ch erano n uovi e buoni. A vea questa
donna uno figlio grande. Tornando a bottega, la m adre g li disse
q u ello lavea venduto e t com e e lla a v ea ben guadagnato e ch e
av ev a avu ti ducati nuovi. Il figlio d isse : M adre, bene sta , u sono
64 NOVELLE DI GIOVANNI SE RCAMBI

questi ducati ? La m adre, dandogli la borsa, il fig lio aprendola,


vid e d ucati lu ccican ti; parendogli fu ori di usanza, n e p rese u no
e t in suna tau la lo gitt, q uello sonando. D isse : M adre m ia, q u esti
sono falsi e sarem o a p ericolo, se a noi fusseno trovati, e siam o
d isfatti. La m adre v o lse grid are p er lo danno avu to. Lo fig lio ,
com e savio, disse: M adre, la ssa te fe re a m e; e subito con q u elli
nuovi ducati se n'and a lla Signoria, dicendo il ca so a vven u to
a lla m adre e m ostr li d ucati. La S ign oria di V in egia d isse se
la m adre lo cogn oscesse. Lo figlio rispuose : B ene h a d itto q u ello
ricogn oscere. La Signoria con sigli a l giovano ch e a persona
d el m ondo non d icesse n d olessesi di q u ello ch e a lu i era sta to
fetto, m a sem pre a tu tti (1) rispondesse esser ben pagato, p erocch
c o lu i, non sentendo d o le r e , verr. Lo giovano si ritorna a lla
m adre e tu tto g li narr ci ch e la Signoria l'ha ditto e t co si co
latam ente si sta la cosa p i di un' anno. E G hisello, non avendo
sen tito il la m en ta re, pens di nuovo fare il tratto ; e ven u to a
V inegia, p ervenn e a lla donna dom andando fregi. La donna su bito
d isse : B en vegn ate; voi m i faceste subito pagam ento a ltra volta
ch e io v i dar q uello v o lete. E t p rese in fetti e t m ostratoli oro
e freg i in quan tit, fecondo m ercato. V ede questo, ved e q uello.
Intanto ven n e il figliu olo. V edendo ta n ti fregi e oro d isse : M adre
m ia, ch e vu ol d ir q u esto f La m adre d isse: Q uesto m erendante
com pr di m e p er ducati m ille e t fem m i subito pagam ento, ch e
io sono disposta a serv irlo b en e. Lo figlio, ch e in tese, d isse: Cos
si vu ol fare. E t partitosi e' andonne a lla Signoria narrando il
fetto. La Sign oria m and fen ti e q uello p rese, e m enato a l dugio
e a* signori di n otte, ce r c a to lo , g li trovonno addosso di q u elli
ducati falsi gran quantit, e t an co di buoni ta n ti ch e poteo con
ten ta r la donna. E confessato il suo peccato, in una palandra i
d itti ducati falsi frono cu citi e t con essa indosso fu arso e t p er
q uesto modo G hisello fin .1

(1) Ma.: a nessuno.


DB SUMMA AVAK1TIA 65

15.
[Tifo, n 28].

DE SUMMA AVARITIA.

[F u ] in n ella citt di F irenza uno c h era n o m a to m esser B er


told o A dim ari, om o ricco , m a tan to m isero e scarso, ch e non ch e
v o lesse a ltru i riten ere a cortesia, m a in n ella su a propria l*
m ig lia s e n andavano a dorm ire con fam e, tan ta m iseria in lu i
regn ava, e pi c h e da sera sen za lum e volea si cen asse, e t a
pur lu m e savea si facea a ccen d ere una* lu c e r n a , e quando se
n eran o andati a dorm ire, la lu cern a si sp egn eva p er non consu
m are lo lio . A vea q uesto m esser B ertoldo uno fam iglio nom ato
Rospo, a i quale dava il m ese di salario fiorin i m ezzo e t la sp esa.
Com ditto, stando p er ta l m aniera, lo d itto m esser B erto ld o ,
per la ca ttiv a v ita ch e facea, e t an co p erch era v ec ch io , am
m al. E t ta le m alattia port lun go tem po sen za v o lersi m edicare
p er a v a rizia , tan toch la m alattia saggrav p er m odo, c h e d el
letto le v a r e non si potea. V edendo la donna sua e t a ltri p aren ti
m esser B ertoldo am m alato, disseno ch e volean o ch e m aestro Tom
m aso del Garbo lo ven isse a v ed ere. M esser B ertoldo volea* m a
p er lo spendere dicea: Io non ho bisogno. Li p aren ti, cognoscendo
c h e m esser B ertoldo lo d icea pi p er avarizia c h e p er altro, d e
liberanno p ure ch e lo m aestro lo ven isse a v ed ere. E cos m aestro
Tom m aso lo v en n e a v isita re e t cognoscendo la m alattia, d isse :
Se costu i non un poco purgato e poi con fortato di buoni cib i,
e g li m orto. La donna e i p aren ti disseno c h e tu tto ordinasse
a lla bottega e c h e si p agare, e t a lu i faranno q u ello si con ve
n isse sen za farlo a sen tire a m esser B ertoldo, per ch e prim a e*
sere volu to m orire ch e spendere. Lo m aestra p artitosi e ordinato
alcu n o sciloppo, la sera R ospo fam iglio andava p er esso ; con
a v er ordinato alcu n i cristei sim p lici, ch e dovean seg u ire (1) al
p ren d er lo sciloppo. D ivenne, la seconda sera va p er lo sciloppo,.
lo sp ezia le, avendo m olto c h e fare, non poteo lo sciloppo d are
fin e c h e la grossa fu so n a ta . Sentendo R ospo la grassa, d isse:
Or com e n andr senza lum e? D isse lo sp ezia le: S e vu oi una 1

(1) Mb.: e eoA seguio.


R u m , NonU di 0. Sarcomi>.
66 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

can d ela, noi la scriverem o a te, per ch e m esser B ertoldo n h a


m andato a d ire ch e a la i non si scriv a n ien te se non lo scilop po
e la m edicina e t ch e a ltra cosa non si pagare'. Rospo risp o se:
Io non ho tan to sa la rio c h e io v o g lia q uesto fa r e , m a v o i m i
a v ete troppo ten u to e t da voi non rim an e ch e io non sia p reso .
Lo sp ecia le g li d i una poca di can d ela. Rospo se n'and a ca sa
e diliber di a rreca re lo scilop po. P assato q uel d, m esser B ertold o
s avea fatto uno argom ento; p er lo a v er m angiato dapprim a m olto
frascam e, se g li era in gen erato in corpo m olti verm i, di c h e il
d itto argom ento n e m and fori m olti e grossi. Lo fante, spaz
zando la cam era dove m esser B ertoldo a vea fe tte il suo a g io ,
d iven n e ch e uno di q u elli verm i, in v o ltolato n ella p o lv e r e , in
uno can ton e d ella sala f lassato. R o sp o, ch e di q u ello n ien te
sapea, ved u to quel verm e in sala, stim fu sse una can d ela [e t]
q u ello si m ise n ella sca rsella d icen d o: Ornai potr di n otte co n
lum e tornare. E passato a lcu n i d ch e lo sciloppo f preso, a lcu n a
v olta m aestro Tom m aso venendo a v ed ere m esser B ertoldo e
tastan d ogli il polso e t avendo sen tito ch e neuna con fezion e a v ea
voluto p er a v arizia ch e si com prasse, d isse: Se p er n etta re costu i
non prende una m edicina, ch e la m ateria corrotta ch e h a in
corpo n e m eni fuori e poi si rin n ovi di buoni cibi, costu i m orto.
La donna e i p aren ti disseno ch e lu i ordinasse la m edicina e t ch e
poi q u elle (1 ) co se si com perenno per suo conforto; e t dato uno
fiorino a m aestro Tom m aso, lo m aestro ordin la m edicina p er
la n otte. Rospo, ch e m andato era a lo sp ecia le per la m edicin a,
vedendo lo sp ecia le m olto affannato a fe re m ed icin e, d isse : Io
posso un poco in d u giare, p erch io ho una ca n d ela , ch e se la
grossa sonasse tra via , la potr a ccen d ere. E aspettando la m e
d ic in a , essendo quasi p resso a lla g ro ssa , la m edicina fu fetta .
Rospo la prese, e com e f f ori d ella bottega la grossa com in ci
a sonare. R o sp o , ch e h a la speranza d ella c a n d e la , ch e cred e
a v ere in n ella sca rsella , cam ina, e t p erch la ca sa di m esser
B ertoldo era m olto di lu n gi d alla bottega d ello sp ecia le, la grossa
finio. Rospo, m essosi m ano in n ella sca rsella e tratton e q u ello
verm e in iscam bio di candela, p er v o lerla accen d ere s'accost a
una ch e vendea frutta d icen do: M adonna, accen d etem i questa
can d ela. La tricca d isse : V olen tieri, e t accost il suo lum e. R ospo
prende q uello verm e, e t p arendogli ch e il lu cign olo non si v e-

(1) Ma : delle.
DB SUMMA AVARITI A 67

d esse, co* denti v i de' i bocca, e t an o poco n e lev e e poi al


lu m e laccoste. La tricca , vedendo ch e si ro d ea , disse: P er
ce rto co testa candela d i ca ttiv a cera . Rospo, pensando per
terra o p er acqua fu sse q u ello ch e la facea str id e r e , di nuovo
ne p rese un b occon cello e q uello m enandoselo p er bocca, com e
a lcu n a v o lta si su ol far e ,, ch e ch i v u o le accen d ere una candela
co* d en ti n e lev a un poco e t quello poco m astica, stim ando questo
sa r buono a tu rare la botte. Cosi Rospo pensa d el pezzuolo h a
lev a to e volendo accen d ere il resto, quanto p i ra ccostava al
lu m e tan to pi strid ea, tirandosi arieto . La tricca, parendogli una
m eraviglia ch e q u ella can d ela a tanto quanto era stata ten u ta a l
lu m e non s era appresa, d isse: D alla a m e. Rospo ap erse la m ano
e t a lla tricca d iede q uel verm e, credendo frisse can d ela. La tricca ,
c h e a ltro verm e s avea gi trovato in m a n o , a l tasto d isse: O
R ospo, com e tu se' stato sciocco a a v ere preso p er can d ela e t fat
tone il saggio du v o lte co lla b o c c a , e t non h ai ancora cogno-
sciu to ch e cosa questo. Rospo, ch e sem pre m asticava, credendo
frisse cera, disse: 0 ch e ? La tricca disse: Q uesto uno verm e
o vu oi d ire m ignatto, e m ostrlogli ap erto. Rospo, ch e sem pre ma
stica v a e sapea u trovato lavea, sputando e t v ergogn an d osi, di
rabbia il b icch iere d ella m edicina di m esser B ertoldo p ercosse a l
m uro dicendo: P o ich sono cos stato tra tta to , lu i non berr la
m edicina. La tricca d isse : Or ch e v u ol dire? R ospo d isse tu tto il
m odo di m esser B ertoldo. La tricca, aven d o p iet di lu i (1), p erch
ved e Rospo giovano, d isse: P erch non sii p reso, vo* ch e stasera
stii qui, ch e se tu n'andassi p otresti esser preso. Rospo steo con
ten to. La tricca g li dim ostr, essendo in n el letto , il m odo p erch
cognobbe q u el verm e, dandogli la m ostra d el suo, tenendolo in
m ano. R ospo d isse: P er certo, m adonna, voi sie te m olto in ten
d en te ; e cos dim oronno. M esser B ertoldo, non prendendo la m e
d icin a, p er la m alattia g ra v e e t li um ori m u ltip licati sopraggiun
g en d ogli a lcu n i dolori, la m attina m aestro Tom m aso ven u to a
ca sa e dim andato d ella m edicina, Rospo d isse : La m edicina m en
cin q u e v o lte. M aestro Tom m aso d isse: S e presa lha, eg li gua
rito . R ospo d isse: Io cos cred o. E m entre ch e ta li parole diceano,
sen tia n o grid are e p ian gere. M aestro Tom m aso, ch e volea sa lire
la sc a la , d isse : P er certo e g li m orto. D isse R ospo: Io il

(1) Ms.: d i se.


08 NOVELLE DI GIOVANNI SER CAMBI

cred o sen d och voi d iceste (1 )......M aestro Tom m aso si p artio.
Rospo giun to in sala, la donna d isse: La m edicina ch e Don a rre
casti ha m orto m esser B ertoldo. D isse R ospo : A nzi lha m orto
la sua avarizia, ch e so quanto m esso se h a d el m io p er v o lerlo
fere vivo, e la n ostra tricca di con tra la lo sa ch e pi di cin q u e
ru g h ieri ho speso p er salv a re il m io inestro. La donna non in
tese il m otto; ordin ch e m esser B ertoldo fe sse soppelito, e t la
roba rim ase a persone god en ti e t lu i per una candela d 'avarizia
si lass m orire.

(1) Qai certo nel ms. fu saltata urta riga, quantunque non appaia este
riormente.
DE PLACIB1U SENTENTI*. 09

16*
[Triv.t a 251.

DB PLAC1BILI SENTENTIA.

N ella citt di P isa fu una g en tilissim a donna e con tessa, lo


c u i nom e fu m adonna Bam bacaia de* conti da M ontescudaio
donna duna profonda v ert e t on est del suo corpo, a lla quale
om ini e t donne andavano p er risp osta dalcu n e q uestioni e d 'altre
co se. Or p erch la b rigata e t voi, preposto, v i sie te in uno di
lettev o le luogo posti a riposare e t fu g g ire (1) la ere ca ttiv o di
B olsena, p er rin frescam ento dir alcu n a b ella n ovella e sen ten zia
p er la ditta m adonna Bam bacaia assolu ta e t narrata. E t per (2)
prego ogni persona a cu i pi d iletta ch e q u ella tegn a a m ente,
incom inciando prim a d a lle d on zellette, le quali pungendo loro
la lattu ga per n ecessit, possano ad esem plo con oscere il v ero
d al falso. T re giovan otte, essend o in uno prato com e noi ora
stiam o, m osseno tra loro una q u estion e. Il tin ore di ta le que
stion e fii in questo m odo, ch e l una d isse di ch e fa re m eglio per
le donne lo pincoro d alluom o, e t qual m eglio d icesse fu sse ch ia
m ata sopra l'a ltre m aestra. E posta la q uestione, la prim ata
D olcibene d isse: Io p er m e lo v orrei di ferro, p erch non si
p otesse m ai rom pere; con questo sa re m olto duro, e taceo. La
seconda, nom ata P erla, ch iesta : Io lo vo rrei dosso davolio, per
c h e se r e pulito e non m i raffreddore* l u ccello in saziab ile, e pi
non d isse. La terza, ch* *1 suo nom e C aracosa, d isse: Io vo rre
q u ellu ccello di nerbo. D itta la loro volont, e non avendo tra
loro ch i asso lv ere la sappia, disposero andare a m onna Bamba
ca ia acci ch e ella , com e m aestra, sappia a loro d ich iarre qual
de* essere di loro m aestra. A ndatene a m onna B am bacaia e t
esp oste loro questioni, m adonna Bam bacaia, in tese c h ebbe tu tte
le giovan e, riv o lta si a tu tte, v o lse sap ere il p erch D olcibene
lo v o lev a di ferro. D olcibene d isse : P erch il ferro duro e t
m ai rom pere non si pu. R ispuose m adonna B am bacaia : La tua
sp eran za falsa, per ch e il ferro essend o freddo p er sua natura,
rafrigera q uel m em bro ch e vu ol di con tin uo sta re caldo e t per 12

(1) Ms.: fugito.


(2) Ms.: quella.
70 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

lo stare caldo desidera sem pre sta re cop erto; ti dico non d i
essere chiam ata m aestra. E poi a P erla d isse ch e a ssegn asse la
sua ragion e. P erla risp u o se: P erch Posso m olto duro e t
pulito, e t questo v u ole la nostra volont. M adonna B am bacaia
disse: Lo tuo p en sieri non buono, per ch e n atu ralm en te l'o sso
non h a sentim ento e t arido, e la n atura fem m inile d esid era
cosa fruttifera ; e t p er questo non m erti m aestra essere ch iam ata.
A Caracosa disse ch e m ostrasse d ella sua questione la v er it .
C aracosa risp uose: P erch '1 nerbo alquanto sen sib ile e t u n o
m em bro assai dom estico e t boccone c h e la nostra b occa, c h e
sem pre desidera a v ere in bocca q u alch e cosa, pu q u ello con
durre in ch e luogo v u o le. M adonna B am bacaia, udendo assai b ella
ragione, m a non anco efficace (1), d isse: Di vero io ti darei il
m aestrato di costoro, se a v essi detto com piutam ente, m a p erch
h a i in alcu n a cosa fallito, sono contenta ch e prendi tu lo p rim o
onore. E voltossi a tu tte e t d isse: Io lo vorrei di grugno di porco,
ch e quanto pi rum ica, pi diventa caloroso. L e giovan e, u d ito
m adonna Bam bacaia, d issero: Di vero p er le donne fare* se fu sse
di grugno d i porco, e t partironsi.1

(1) Ms.: anno e/icada.


DE ASTUZIA IN JUVANO 71

17.
[T ifo, n* 28].

DE ASTUZIA IN JUVANO.

N ella citt di G enova fu uno m esser Adorno Spinola, il qual


a v ea uno suo figliuolo e t non pi, il q uale a v ea nom e A ndriolo.
E ra questo A ndriolo, p er v ezzi ch e il padre g li portava assai
m al nodrito, nondim eno p er natura era savio, e non volendo
in ten d er a m ercanzia n ad a ltro esercizio di guadagno, m a in
su l vag h eg g ia re e spendere la su a op era, di c h e il padre n e
p ortava gran dolore, considerato lu i esser di tem po e ricco e
di buona casa e t non a v ere a ltro figliu olo. P er am ore noi casti
gava e t di m alinconia era pieno, vedendo il figliu olo isv ia to e a
neu n bene rid u cersi. E stando p er ta l m aniera lo d itto A ndriolo,
ved en d o un di una giovana ved ova bella quanto il so le nom ata
m adonna C hiara d elli A dorni, ricca e di buono parentado, e pia
cend ogli, sinnam or di le i. M adonna C hiara, ch e di ci non s
accorta, m a on estam ente lo di d elle feste con una sua fante a lla
perdonanza n andava e *1 giorno d el lavoro si stava onestam ente
in casa. A ndriolo, aven d o g i sen tito il colpo d ellam ore di costei,
dove m adonna C hiara andava lu i d rieto. E '1 giorn o ch e in casa
stava sem pre davanti tu tto '1 giorno facea resid en za con onesto
modo, n p erci m adonna C hiara sa ccorgea ch e A ndriolo g li
v o lesse bene. A vendo dim orato m olto tem po A ndriolo in ta l ma
n iera, e dalla donna m ai non ebbe un b ello isguardo, pens fra
suo cu ore dicendo: Se io a v essi dinari, io la vorrei a v ere, p oich
lam ore ci , non ch e a v a le. E com e pens, diliber p er uno
onesto m odo dal padre a v ere dinari. E pi tosto ch e poteo disse
a l padre: 0 padre, m i cognosco ch e fatto beffe di m e, p erocch
io sto com e un tristo a non fare n u lla, e con siderato io quanto
la vostra a lta fam a in G enova, alm eno p er risp etto di voi, ch e
ornai sete v ecch io , m i d ovrei sottom ettere a q u alch e bont per
fare ta cere le g en ti, ch e aranno m al parlato di m e. P adre m io,
in quanto a v o i p ia cesse, io m i vorrei dispuonere a n avigare e
fa rei b ene, m a tan to v i v o d ire ch e non v o com pagnia se non
a m io modo e vo una n ave nuova ch e sia fatta p er m e, in su lla
quale vo an dare. Lo padre, ch e ode le b elle ragion i ch e il fi
gliu olo g li d ice, e vedendolo disposto a ben fare, d isse : 0 figliu olo
72 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

m io, p oich io v eggo ch e h a i m utato p en sieri, io far tu tto e


sono con tento c h e una n ave p er te solo si faccia d icen d o g li:
seim ila fiorini m etto da p arte p er fare uno legn o e quattrom ila fio
rin i p er fornire il n aviglio. Et per ch e ora vu oi com in ciare, io li
dar a ta le b anchieri ch e per in fin e alla som m a d itta ti d ia ,
e cosi gli fe* prom ettere. A ndriolo contento, pensando v en ire a lla
in ten zion e sua d 'avere m adonna C hiara, lo padre con tentissim o,
stim ando lo m io figliu olo vorr far b en e; preso A ndriolo fiorin i
m ille dal banco, e* lo di seg u en te v e n n e (l) dinanti alla sua in n a
m orata e t tan to dim or ch e la fon te u scio di casa. A ndriolo g li
ten n e d rieto e t da parte la tir dicendogli : Io ti vo rrei d ire a l
cuna im basciata. La fonte, ch e lo ved e b ellissim o, disse: C he v u o if
A ndriolo disse: Io am o m adonna C hiara sopra tu tte le co se d el
m ondo e se tu puoi fare ch e io g li b aci il piede, io le v o d are
fiorini m ille, d e quali voglio ch e v en ticin q u e n e siano tu oi. D i
q u esto ti ser m olto tenuto, e t p erch sappia il m odo ch e io
terr, ti dico, io verr in casa e t di p i la scala sia la donna
col piede nudo, e b asciato, di subito m e n uscir fuori e t m ai
persona n oi sapr. La fon te, ch e ode li fiorin i m ille c h e d a re
vu ole e t ch e a lei n e v ien e fiorin i ven ticin q u e, e t p erch lo
v ed e b ello e t anco non cred e m olto gran fatto, g li d isse c h e
m olto v o len tieri for lam basciata. E pensa tu tto accord are e a
lu i d ice, ch e q uin e dove lasp etti. E p artitosi, la fan te to r
nata in casa rendendo lam basciata a ch e la donna lavea m an
data, e t poi com inci a d ire: M adonna, ben v i dico ch e uno
b ellissim o giovano m ha ditto a lcu n e co se, le quali, p er lam ore
ch e io v i porto, non lasserei ohe io non v e le d icesse. La donna
d isse: C he n o v elle saranno queste? La fon te d isse: Q uel g io
vano nom ato A ndriolo Spinola m h a ditto ch e m olto v am a e t
ch e v i p reg a -ch e v i piaccia, p oich tanto v am a, di la scia rg li
basoiare il vostro p iede, prom ettendovi d are fiorini m ille e di
q u elli v u o le ch e io n abbia ven ticin q u e. E pi d ice ch e vu o le
v en ire di sera e t voi sta rete in p i di scala e t basciato ch e
lu i fa r , dar volta, e t ch e andranno e t c h e m ai a persona
noi dir. M adonna C hiara, ch e ode q u ello oh e la fan te g li h a
ditto, d isse: Come mi di tu ta le parole? Or com e a cco n sen tirei
ch e a m e toccasse il piede ch e sono di si a lto parentado e t g io -
vana e t onesta, e sai ch e io ho tan ti dinari? P er certo n oi

(1) Ma.: venendo.


DE ASTUZIA IN JUVNO 73

fa rei m ai. La fante d isse : M adonna, la vostra persona b ella e


c h i v'am a bello, voi g e n tile e lu i, v oi ricca e lu i v i dona fio
r in i m ille , li q uali p orrete sopra li altri e tan ti n 'arete di
p i , p oich v i p rom ette a neu no appalesarlo. La donna ridendo
d isse : C he daresti tu, se fu ssi in m io luogo? R ispuose la fan te:
10 lo serv irei a llegram en te, p erocch n atu ralm en te la donna
fu Catta p er serv ir l orno e m assim am ente ch i l'am a, e per
a ssig u ra tev i e p ren d ete q u elli b elli fiorin i c h e d are v i vu ole.
Ma ben v i dico ch e se accon sen tire ch e q u ella sua b o cca p ia
cen te baci il vostro d isiato piede, ch e v i p iaccia n etta rlo e t in
s uno g u a n cia le di seta lo teg n a te, ch e paia ch e v oi am ate le
v o stre cose, e t con uno lum e, sic c h ch iaro p ossiate v ed ere li
fiorin i ch e v arreca, li quali prim a ch e l piede vi baci v eJ i fa r e te
d are e m etteteli in un bacino dargen to e dapoi ch e si sar p artito
d areten e a m e fiorini ven ticin q u e. La donna, ch e g i g lera ven u to
11 desiderio, non fe m olto contrasto e d isse alla fa n te: P o ich
a te p are, e tu m i di ch e b ello giovano, ti d ico ch e vadi a
lu i, e d igli ch e io sono con ten ta ch e stasera di n otte vegn a, p er
m odo o h e a ltri non se n'accorga e t a rrech i i d in ari, e t am m ae
stra lo c h e a verun o ap palesi la cosa. La fon te, avu ta la risposta
c h e d isiava, torn a A ndriolo dicendogli tu tto l accordo. A ndriolo
con ten to, la fon te ritornata e t fatto un bagnuolo al p iede [d i]
m adonna C hiara, e t ap p arecch iato il gu a n cia le di seta dorato e t
uno torch io acceso e t preso uno bacino dargento, aspettando la
sera , A ndriolo, ch e sta v a atten to, ven u ta la sera e n o tte, and a
casa di m adonna C hiara e contento dentro trovolla in p i di scala
co l p i in su l gu an ciale, ch e parea un pezzo d i n iev e. A ndriolo,
v ersato li fiorin i in nel baoino, ingin occhian dosi co lle m ani p rese
q u el p iede e t la bocca v i puose dicendo: O cu ore d el corpo m io,
io m i ti raccom ando. B asciato il p ied e, fece reveren za a m adonna
C hiara, e dato volta, di casa u scio. La fan te ch iu so lu scio, e la
donna col bacino d ei dinari se n and in cam era, e t q u in e, no
m erati li fiorin i, trov essere m ille n uovi, d e quali alla fon te n e
d i ven ticin q u e, d icen do: C redi oh e questo giovano sia stato uno
m atto ad averm i dati tan ti dinari p er s p iccola cosa? La fon te
d isse : Or ved esti m ai pi on sto e t pi b ello giovano? e v ed ete
com e reveren tem en te si partio, ch e sarenno stati di m olti ch e non
si sarenn o volu ti p artire. La donna disse: P er certo, o eg li troppo
ricco o e g li stolto, o g li im pazzato di m e, tanto ben m i vu ole.
La fan te d isse: P er certo io credo ch e vi porta tanto am ore,
c h e ogni cosa fore. E d itte tra loro con m olte risa m olte c ia n cie,
74 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

e infra la ltre cian cio ch e v i si d isse fu, ch e la fon te d isse: Io g li


darei v o lon tieri q uesti ven ticin q u e fiorini se e g li stan otte g ia cesse
m eco. La donna d isse: E tu li aresti ben e in cetta ti; e p a rtitesi
andorono a letto . Stato alquanti d, A ndriolo d isse a l padre: M es
sere, io ho sp eso q u elli m ille fiorin i, ch'ebbi dal banco, in fo re
ta g lia re il pi b ello legn am e ch e m ai si v ed esse e per a m e
bisogna per m aestri fiorin i du' m ila. Lo padre d isse : P rend ili a tu a
posta. A ndriolo la m attina rin vegn en te se n and con fiorini du* m ila
a l luogo dove la fonte di m adonna C hiara trov e t a le i d isse,
ch e se m adonna v u o le io le baci la coscia io g li vo* d are fio
rin i du' m ila, de' quali a te n e trib u isca cinquanta e q uel m odo
terr ch e a ltra volta feci. La fante, desiderosa di servirlo, torn a
casa e t a m adonna C hiara tu tto d isse. La donna d isse: Or non v ed i
tu ch e costu i va prendendo la m ia persona a passi len ti? p er certo
non vo'. D isse la fon te : P er Dio non d ite, ch e se a cco n sen tite v e
n e lod erete dav er com piaciuto cos bel giovano. M adonna C hiara,
ch e g i le parea esser certa di q uello ch e il giovano dopo ta l fa re
le ch ied ere', ven en d ogli g i il san gu e riscald an d o, d isse a lla
fa n te: Se pensi ch e lu i feccia com e altra volta fece, sono con
ten ta ch e stasera vegn a. La fan te and a A ndriolo e tu tto g li
raccont. A ndriolo con tento aspetta la sera. La donna, fetto si il
bagno a tu tta la gam ba, fino a l pennuto (1) e '1 torch io a cceso e
col bacino, tenendo la gam ba tu tta scop erta e la coscia in su
uno pium accio di seta , com e fu n otte A ndriolo en tr dentro et
i dinari v ersa ti in n el bacino, in g in o cc h io ss(2 ) d icen d o: Ma
donna, voi sie te tu tto il m io conforto. A bbracciato la gam ba e
la coscia, distendendosi sopra, la coscia basci, e lev a to si d isse:
M adonna, a Dio v e raccom ando, e partissi. La fonte ch iu so lu scio
e t in trate in cam era, li dinari partirono e la donna d isse: P e r
certo A ndriolo m i pare on esto giovano e t di vero e g li non stolto
e se non mi fusse vergogna io l'am erei. La fan te d isse: M ai non
si biasm ch i am asse, e questo d itto andonno a dorm ire. A ndriolo
torn a l padre dopo alquanti giorn i dicendo: La n ave com in ciasi
a fare, e ch iesto fiorini tre m ila e au toli, torn a l lu ogo d ove la
fonte trov, e dopo m olte p arole A ndriolo d isse ch e se la donna
voleva ch e lu i g li fa sc ia sse la bocca ch e q uelli tre m ila fiorini v o lea
a le' dare, d e quali cen to ne serbasse p er le i. La fo n te narr a 12

(1) Cosi nel ms.


(2) Ms.: inginocchiandosi.
DE ASTUZIA IN JUVANO 75

m adonna C hiara la cosa. La donna d isse: Io penso ch e il m ele


d ella sua bocca ser tan to ch e a m e si* di n ecessit di q u ello
sa zia re il m io ap petito, m a b en e dubito non si sappia q u este
cose. La fon te d isse ch e non d ottasse. La donna, m andato la
fa n te fuori a ren d er lam basciata a A ndriolo, sp ecchian dosi e
v id esi in n ella feccia com e rosa v en ire. D isse: P er certo dopo
questo bascio, ch e penso sia m olto d olce, io non ser pi dura a
d in egargli cosa ch e voglia. E t fattasi tu tta b ella col liscio e
bam bacello, m ettendosi in bocca a lcu n a n oce m oscata e t in seno
un poco di m oscato, com e usano le donne gen ovesi, ven u ta la
fante, e d itto com e A ndriolo era con tento, ven u to la sera, la
donna in una roba nera accon cia in n el viso e t le m am m elle
alquanto fuori del petto, con a llegrezza, sperando ch e A ndriolo
d ovesse rim an ere, stava tu tta baldanzosa. A ndriolo, ch e lu scio
v ed e aperto, and dentro e t trovato la donna cosi accon cia, fat
ta le reveren za e salu tatala, li dinari m essi in n el bacino, poi
con uno atto m olto on esto saccost a lla donna dicendo: 0 con
forto d ellanim a, a cu i tu tto sono dato, io ti prego ch e non ti
sd egn i l anim o se la m ia bocca saccoster alla vostra, la q u ale
degna d'ogni lodo. La donna, ch e volon tieri Tare m orso, acco
stan d osi, A ndriolo abbracciatala, la bocca sua a q uella di ma
donna C hiara puose e con p iacere la basci e t dapoi inchin ato
le gam be la raccom and a Dio, e t fuori di casa u scio. La donna,
ch e a re volu to ch e A ndriolo fesse rim aso, stava pensosa. La fen te
d isse: M adonna, ch e pensate? La donna d ice: P en so quanto on esto
giovan o mh a ora la bocca basciato, e d irotti ch e m ha lassato
tan to d olce la m ia bocca ch e noi p otresti cred ere. La fante, ch e
g i s'era accorta ch e la donna era pi dam ore accesa ch e
*1 giovano, disse: M adonna, e na vverr ch e di q uella dolcezza
ch e p ortate fra le gam be g li ren d iate buono guidardone. La donna
ridendo d isse: La parte d e m iei dinari m i date e voi co lli a ltri
rip onete co testi. La donna cosi fece e andate a dorm ire, ateo
con p en sieri la donna pi giorn i. A ndriolo, ch e g li parea esser
ven u to quasi a buon punto, d isse: Ora m i con vien esser savio
a rico v era re lo m io e a v er m ia inten zion e. E q u ello ch e pens in
n ella n o v ella lo sen tirete. Andando a l padre d isse : P adre, io h oe
fetta la n ave e m anca fiorini quattro m ila p er vararla. Il padre
g lie li fe dare. A ndriolo si p arte e torna a l luogo usato, l u la
fen te trov dicendogli ch e se la donna volea ch e con le i una n otte
a lb ergasse g li d are fiorini quattro m ila e t a le i dugento di q u elli.
La fan te narrato alla donna, la donna parendogli m ille anni, d isse
76 NOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

di si, e tu tta si acconci com e sposa, apparecchiando ben e da cen a .


M esser Adorno padre di A qdriolo d isse: P o ich m io figliu olo h a
fa llo si b ella n ave ch e costa fiorin i d ieci m ila, io vo g lio an dare
a ved erla, e t andato in arsenaia e dim andato d ella n a v e d el
figliuolo, fu gli d itto c h e neuna n ave v avea, di ch e m esser Adorno
v o lle sap ere l usanza d el figliu olo. F u gli d itto ch e v a g h eg g ia v a
la C hiara e ch e q u in e avea speso il suo. M esser Adorno v o lse
v ed er il modo, e t vedendo la fan te fargli lam besciata e t A ndriolo
a lleg ro , pens non d irgli n u lla , m a seg u ire la tram a. G stato
nascoso, v en n e la sera. A ndriolo se n and a casa di m adonna
C hiara e con lu i lo padre d rieto. A n d riolo, m ontato le sca le e t
intrato in cam era, e quine trovato ap parecchiato e la donna in
giubba tu tta g iu liv a , m esser A dorno stava a v ed ere cen are la
brigata e m entre c h e cenarono m adonna C hiara si v o lg e a An
driolo e bacia vaio. A ndriolo, oh e avea l'a n im o a d in ari c h e
a vea spesi, stava pensoso. E cenaron con m olto p iacere, e p erch
a C hiara p arca m ille anni desse r a lle p rese con A ndriolo, d isse
alla fan te andasse a dorm ire. La fan te si pardo. M adonna C hiara
di subito sp ogliatasi nuda e t in n el letto in trata sen za ch iu d ere
u scio di cam era, sperando ch e dentro non d isse persona, ch ia
m ando A ndriolo, dicendo ch e in n el letto in trasse, m esser A dorno,
ch e tu tto v ed e e t ode, sen za d ir n ien te lassa fare. E ssendo An
driolo in n el letto e sa lito sopra il corpo di C hiara, desiderosa
di dare b ecca te a lu ccello dA ndriolo, presolo in m ano, in su o
nido lo n ascose. A ndriolo fuggendosi, la donna desiderosa d isse:
0 A ndriolo, contentam i, io ti v o dare du m ila fiorin i. A ndriolo,
ch e ayea volun t di ria v ere i su oi dinari, tenend ola a bada,
C hiara di fiam m a di fuoco p area a v esse il viso, [e t] p rofferse a
A ndriolo tu tti i fiorini d ieci m ila. A ndriolo, ch e pi o ltre volea,
facendola pi riscald are, la C hiara d isse: Or ch e giova, An
driolo? io voglio esser tua m oglie e darti di con tan ti fiorin i quin
d ici m ila e tan te possessioni e g io ie lli ch e valgano fiorin i v in ti
m ila e tu mi contenta. M esser Adorno, udendo tal profferta, su bito
sa lio in cam era e d isse: 0 figliu olo, vara la n ave c h e ora tem po.
A ndriolo, ch e sen te il padre, n ien te d ice. La donna, sentendo
alcu no in cam era, quasi casc. M esser Adorno, con uno torch io
a cceso andato in su l letto , d isse: C hiara, tu se giovana, b ella ,
g en tile e ricca ; A ndriolo m io figliu olo giovano, h ello , e g en tile,
e ricco ; tu hai ben pensato. E t per, A ndriolo, in m ia presenzia
la sposa; e trattosi un a n ello di dito, a C hiara fu sposato.
M esser A dorno d isse: Ornai v i d ate p iacere, io v asp etto qui in
D ASTUZIA IN JU7AN 77

sala e v o i lavorate il podere. C hiara rassecu ratasi, con A ndriolo


si p rese p iacere e sazi lappetito suo; e poi sorse d el letto e
ap erse uno scrign o e di q u ello cav fiorini vin ticin q u e m ila di
ce n d o : T en ete q u esti; io voglio ch e i m iei paren ti sappiano
c h e io sono m aritata col figliuolo di m esser Adorno. E disse
c h e b en e d icea. E presi li d in a ri, parl a* p a ren ti, e con ten ti li
p aren ti, A ndriolo poteo varar la n ave all'acqu a di C hiara a suo
p ia cere.
78 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

18.
[T it ., aO 29].

DE INGANNO.

Fu n ella citt di P istoia una donna nom ata m adonna A ntonia


vedova de* V irg iliesi, la q uale di suo corpo era gran d e e assai
b ella, m olto balda e t leg g iera assai bene. E q u ella m adonna An
tonia tornava spesso di fuori a un suo luogo a l P oggio a Gaiano, l
u* m olta m assarizia e letti v aveva, e t alcu n a volta d eiran n o si tro
vava in P istoia sola. A vvenn e ch e un giorno uno giovano n o
m ato R icciardo g en tile, d ella casa dei P a n cia tich i, am m al, e t
non avendo in casa neuno ch e *1 govern asse, per ch e non a v ea
ancora avu to donna e stava a l governo di una sua fan te, un g iorn o
una p aren te d el d itto R icciardo, vicin a di m adonna A ntonia, d isse
a lla d itta m adonna A ntonia ch e g li p iacesse andare seco. M adonna
A ntonia disse: V olen tieri, e m essesi le m antella andonno a ca sa
di R icciardo e trovonlo m olto grave e t quine, tra ttesi le m an
te lla , com incionno a porgergli del zu ccaro e d ella ltre co se b i
sognevoli a R icciardo. R icciardo confortatosi, stato alquanto, dice:
P er certo se io potessi stare fuori di P istoia in q u alch e v illa c h e
io v ed esse 1 aere, io gu a rirei per certo. M adonna A ntonia p er
am ore d ella su a v icin a d isse a R icciardo ch e se pen sava da v er
per q u ello [ristoro, se ci g lij (1) fu sse in p iacere, ch e ella lo
m andare a l luogo suo a l P oggio a G aiano. R icciardo, [udendo
la profferta], d isse: M adonna, per certo se io v i fu sse, g u a rirei.
M adonna A ntonia d isse: [S e tu ci] volessi andare, io verr te c o
e penso ch e gu arirai. R icciardo disse; P o ich v i piace c h e v e g n a
a l vostro luogo, m i pare g i esser gu arito. E t ditto tra loro lo
d i d ellandare, R icciardo procur du ca v a lli, l uno per m adonna
A ntonia e t laltro p er s, e fatta v en ire alcu na bestia da som a
p er portare alcu n e cose, ven u to il giorno, presi tu tti i su o i
veli (2), ch e navea assai, e suodenari, e ap parecchiossi (3) p er
m ontar a cavallo p er andare in v illa con m adonna A ntonia. La
q uale m ontata a cavallo, accom pagnata da R icciardo, esciron o da 123

(1) Qui e sotto spazi bianchi nel ms., che ho cercato di colmare.
(2) Cosi nel ma. Forse dovea dir vesti.
(3) Ms.: apparechiatosi.
DE INGANNO 79

P istoia, e t m entre ch e ca v alcan o d ice R icciardo c h e lu i ricco di


b ella ca sa e di buoni g io ielli e dinari. M adonna A ntonia d ice: B en e
io so ch e tu h a i b ella casa e t an co credo ch e abbi quello d i.
R icciard o d ice: A cci c h e m i cred ia te, e t si trasse di seno una
sca to letta in ch e erano di b elli g io ielli e d isse a m adonna A ntonia
c h e li serbasse. M adonna A ntonia li prese dicendo: V olen tieri. E
m en tre ch e cam biavano, R icciardo d ice: Come sar gu arito m i
v o fere ca v a lieri (1 ) e t sem pre ar in P istoia e t a ltro v e buono
officio. M adonna A ntonia d ice ch e fer m olto bene.- R icciardo,
c h e s i dava di gran van ti cavalcando, d isse : O m adonna A n
ton ia, io vo* una grazia da vo i. M adonna A ntonia, pensando [c h e
e g li] (2) le dom andasse q u alch e cosa [intorno] a lla sua m alattia,
risp u o se: C he ti piace? R icciardo [d isse]: V orrei, e t m e ser e
som m a a lleg rezza , ch e voi fu ste con tenta d esser m ia m oglie.
E lla d isse: Or ch e t'odo dire? q uesto il m al ch e tu h ai? R ic
ciardo d isse: In v erit v i dico ch e a m e sere* som m o p iacere.
M adonna A ntonia disse: Or com e vo rresti tu m e cred i. Io non ho
et ad a v ere fig liu oli, e t tu se* giovano. R icciardo afferm ando:
Io v i dico, se a voi p iace, io p er m e sono pi ch e contento, ma
donna A ntonia, ch e le parole g li avean o fatto v en ire la rosa
a l culo, non guardando a ltro risp etto , ra lleg ra ta si d el p arlare di
R icciardo, d isse: Andiam o a l m io luogo e t briga di g u arire, ch e
io ser con tenta di ci ch e vu oi. G iunti al .P oggio a Gaiano, al
luogo di m adonna A ntonia, q uine R icciardo fu [d a] m adonna An
tonia serv ito in d ella m alattia tanto ch e gu arito fu. E m entre ch e
in tal m aniera stava, R icciardo disse: M adonna A ntonia, io v o rrei
ch e fornissim o il m atrim onio. M adonna A ntonia, ch e avea la rabbia
a l culo, d isse: P o ich contento se desser m io m arito, io vo ch e
m i prom etti in ch iesa di prenderm i p er m oglie. R icciardo d isse
c h e g li piacea, e t andati in n ella ch iesa , q uine prom ise quello ch e
p oi non a tten n e. E fatta tal prom issione, tornaro in casa, e qui
m adonna A ntonia s com inci a cavarsi la rabbia del cu lo, non
aven d o guardato a ch e era condutta. R icciardo, saziatosi pi v o lte ,
e non guardando lo vitu p erio e t la prom essione fatta, prendendo
a lcu n a scu sa d isse (3): A ntonia, a m e di n ecessit essere a P istoia 123

(1) Credo di non interpretare male il chari del ms., sa cui sarebbe stato
dimenticato solamente il segno d'abbreviatura.
(2) Lacuna nel ms.
(3) Ms.: dicendo.
80 NOVELLE DI GIOVANNI SERCMBI

e rich ied ere i m iei p aren ti e t dare ord ine c h e n e v eg n i on orevol


m ente, com e s'appartiene. E t acci ch e io possa forn ire q u ello
bisogna, dam m i q u elli g io ielli. A ntonia, c h e g i p er lo su o fallo
a vea perduto il nom e di m adonna, li g io ielli diede a R icciard o
d icen dogli ord inasse ch e a casa la m eni. R icciardo p a rtitosi e t
tornato in P istoia, vantandosi d a v ere cavato la vo g lia a s e
parte d ella rabbia a m adonna A ntonia di q ueste cose, c h e appa
ren ti di R icciardo ven n e a n otizia e t sim ile apparenti di A ntonia,
e t ciasch ed u n o d e paren ti and a l suo, e t (1) li parenti di An
ton ia dissero: 0 A ntonia, pu esser questo ch e R icciardo abbia
avu to contentam ento di te e t usato teco? A ntonia d isse: S ,
p erocch m ha prom esso prenderm i p er m oglie e t ito a P isto ia
a dare ordine di m enarm i. Li p aren ti, ch e sapeano la con d izion e
di R icciardo, quanto era di ca ttiv a condizione, d issero : O ggim ai
sarai vergognata com e m eretrice. A ntonia disse: N on cred o c h e
m i ingan n i, ch quando mi stava addosso prendendo di m e su o
p iacere m i d isse di tornare p er m e. I p aren ti {svergognandola
dissero: V a, ti rim ani (2). Li con sorti di R icciardo, udendo d ire
q uello ch e con A ntonia av ea segu ito, ordinonno di d argli m oglie*
una giovana. A ntonia, ci sentendo, ricorse a l v escovo d icen do:
Io sen to ch e R icciardo v u o le prender m oglie. E t io v i d ico c h e
non la pu p ren d ere per ch e m e h a presa, e t in segn o di ci
pi v o lte usato m eco carnalm ente. Lo vescovo, udendo ta li
parole, m andato per R icciardo e n arratogli q u ello c h e A ntonia
g li a v ea ditto, g li d isse ch e rispondea. R icciardo d isse eh* er a
vero ch e sp essissim e v o lte a v ea usato con lei com e s u sa co lla
m eretrice, ma non ch e m ai la v o lesse n p ren d esse p er m o g lie.
A ntonia, udendo q u ello ch e R icciardo a v ea d itto in p resen zia
d esuoi parenti e d el vescovo, svergognata si parti (3), n m ai
pi non ebbe onore. R icciardo, preso m oglie, non m olto tem p o
steo ch e, q u ello avea consum ato, e fu costretto di P istoia p a r
tirsi e la seconda m oglie con lu i non v o lle torn are. Et u ltim a
m ente alla m oglie fu fatto q u ello ch e fatto a v ea a A ntonia, e
cosi gli fu renduto d el pan focaccia.'123

(1) Ms.: con.


(2) Ms.: vi ti rimane.
(3) Ms.: partinno.
DB AVARIT1A E LUSSURIA 81

19.
(Trfr., n 81].

DE AYARITIA E LUSSURIA.

C arissim e donne e v o i om ini d esiderosi di u dire alcu n a v o lta


T inganni ch e si fen n o a lle donne ch e p er denari vitu p eran o i
loro m ariti e p aren ti, d i c h e in n ella citt di P eru gia, l u* sta
n o tte siam o dim orati, Ai un b a n ch ieri e m ercadante nom ato P ir-
cosso, om o serv en te di d in ari e m assim am ente a soldati fo restieri,
daquali a vea m olto guadagno. A vendo il ditto P ircosso una m o
g lie giovana di vintiqu attro an n i b ella e balda, nom ata m adonna
Sofia, e m olte v o lte avendo fetto ta llo a l suo m arito, pi tosto p er
d in ari ch e p er am ore ad a ltri portasse, p er la qual cosa in alcu n o
lu ogo secreto fa di le i p arlato. E t in tra la ltre v o lte ch e di lei si di
cesse si Ai un giorn o presso a uno ca rn elev a le, dove era uno m es-
ser B ernardo ted esco capo di vin ticin q u e b acin etti (1) e soldato in
P eru g ia . Lo qual m esser B ernardo, essend o giovano, e cognoscendo
m adonna Sofia di P ircosso, s innam or di le i p en san d o, se co stei
con a ltri h a fatto fello , agevolm en te d overn e a v er d iletto ; e t da
tosi a sen tire e v ed ere in ch e m odo potea il suo p en sieri m et
te re in effetto, p er una m essetta m and dicendo il suo v o lere .
La m essetta, ch e era g i stata a ltre v o lte p er s fa tte cose a ma
donna Sofia, g li narr la inten zion e di m esser B ernardo. M adonna
Sofia, sentendo q u ello ch e la m essetta g li a v ea ditto, non avendo
d i le i vergogna, d isse: S e m esser Bernardo m i vu ol dare fiorin i
d ugento, io sono contenta e t in caso sia con tento v o ch e g li d ich i
c h e dom enica, c h e ser la dom enica di ca rn elev a le, dopo d esin are,
c h e l m io m arito ser ito ad A ncona p er m ercanzia, vegn a a m e
e portim i fiorin i dugento e t io sar con tenta ch e sia m eco lo d
e la n o tte seg u en te e t poi lo lu n ed m attina si parta. La m essetta,
u dend o q u ello m adonna la puttana, o vu oi d ire Sofia, a vea ditto, si
p artio e t a m esser B ernardo and e tu tta l am basciata g li d isse.
M esser B ernardo d isse : Troppo d ea v ere odorifera la sua quintana,
c h e sa re vasto fo sse m oscato v o lere tan ti fiorin i. E tra s pens
u n b el modo e d isse a lla m essetta : Va e di a m adonna Sofia ch e 1

(1) Cos nel ms.


B n u n , NohIU di 0. Strcambi.
82 NOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

io sono con tento darreca rg li fiorin i d ugento e t sta re lo d i e la


n otte seco, m a p erch a ltri non si p en si di noi m ale, d ille, c h e io
m err m eco uno fam iglio e sen za a lu i d ire n ien te lo m ander
a Care alcu na am basciata e t p er questo m odo persona si p otr
esser accorta c h e io a le i sia ven u to. La m essetta d isse: B en e
a v ete ordinato. E torn a lla donna e tu tto le d isse. L a donna
con tenta d isse c h e b en e a vea fatto e t m essasi m ano a borsa g li
d i uno fiorino. E t a m esser B ernardo m and a d ire c h e tu tto
era in punto, e t ch e lu i sap p arecch i il giorno ad andare. M esser
B ernardo, avendo ardita la te la e bisognandola tessere, pens
ch ied ere in p restito a P ircosso, m arito di m adonna S ofa, fiorin i
dugento, e t andato a lu i d isse: 0 P ircosso, io ho a lle m ani u n a
m ercanzia a l m io anim o desiderosa, la q u ale m prom essa p er fio
rin i dugento, e t senza q u ella a l p resen te sta re non posso a q u esto
soldo, e per io ti prego m i debbi serv ire d i fiorini dugento e
com e ar le m ie prim e p aghe te li render con q u ello m erito
m i d irai. D isse P ircosso: V o len tieri, e t aperta una cassa, g li
prest fiorin i dugento dicendo : A m e con vien e andare ad A ncona
p er certe m ercan zie. Come a rete le paghe, serbatem i li d in a ri.
M esser B ernardo d isse: Se q u ello ch e m prom esso m anti non
facessi, v o lete ch e a lla donna vostra questi fiorini renda? P ir
cosso d isse: S, p resti questi dinari. E P ircosso, m essosi in pun to
p er andare ad A ncona, e p artissi di P eru g ia la ltro d . M esser
B ernardo sta alleg ro ; m adonna Sofia aspetta doppia pium ata
e t p er fiorin i dugento, appresso la sua quintana riem piuta, sta
m olto con tenta del partim ento di P ircosso. V enuto la dom e
n ica d i c a m e le v a le , m adonna Sofia in vitata dalla v icin an za
a lti o rti [se ] vo lea andare, ella rispondea (1 ): P ircosso m io
ito ad A ncona e non so com e si stia : io non voglio o g g i u sc ir
di casa, m a lo d di carn elev a le, se altro non sen to, v err .
L e v icin e acconcion si, e t se n e vanno a lli orti a god ere; m a
donna Sofia sta ad asp ettare. M esser B ernardo p rese uno su o
stretto fam iglio, avendolo di tu tto il suo p en sieri inform ato*
seco (2) lo m en in casa di m adonna Sofia, e sa liti in sa la , d ove
m adonna Sofia asp ettava, m esser B ernardo fingendosi d isse: U
vostro m arito m i prest fiorin i dugento, li quali, non aven d oli
spesi, v e li rendo, ch e quando P ircosso tornato g lie li date, e 12

(1) Ms.: rispondendo.


(2) Ms.: sondo.
DB AVAR1TIA B LUSSURIA 83
m isseli in su lla tau la. Lo fom iglio inform ato d isse: M essere, sap ete
o h e a casa d ovete esser asp ettato, e t non essend ovi, neuno sapr
n ien te di vo i. Or d isse m esser B ernardo: B en h a i ditto, e va, e
d i' a ch i v ien e c h e io v err tanto ch e questi dinari abbia no
m erati. Lo fon te subito si p artio. M esser B ernardo d isse com e
a v v en n e fotto ch e il fon te si ricordoe di q u ello a vea a fare. Ma
donna Sofia d isse per arte ogni cosa a v ere fotto. Prim a il m io ma
rito esser fu ori, ap resso voi addotti li fiorin i dugento, e t in contrada
non esser persona ch e ved u to v'abbia, e per noi possiam o sta re
in buono agio oggi e stan otte. M esser B ernardo d ice: V oi d ite il
v ero e nom erati li dinari, m esser B ernardo p rese m adonna Sofia
e t basciandola d isse ch e le p iacesse con tentarlo di q u ello ch e p i
v o lte h a d isiato. M adonna Sofia, ap parecchiata la sua quintana a
rim o v er li colpi d ella punta d ella lan cia di m esser B ernardo,
m ontato a ca v a llo co lla lan cia ritta p ercosse in quintana e t fu
d i tu tta la quintana vin cito re e t quante v olte prim a ch e sera
fo sse la punta della su a lan cia in n ella quintana di Sofia m isse
e q u ella dentro tenend ovi tanto ch e da s stessa la lan cia n 'u
sc iv a . E com e il di v en u to vin cito re d ella giostra, cos la n otte
p i di sei colp i colla sua lancia in n ella quintana percosse.
La m attina, coronato di vitto ria , si partio. E m adonna Sofia, a l
le g r a ch e la sua quintana avea portato l onore sopra tu tte le
quintane di P erugia e t rallegrand osi de'fiorini auti e m olte v o lte
inn om eratoli, e t passato alquanti giorni d ella quaresim a, P ircosso
torn d' A ncona. M esser Bernardo, ci sentendo, subito p rese il
su o secreto fam iglio e t a casa di P ircossp se nand e t fotto ri
ch ied ere P ircosso. [Q uando] sen te ch e m esser B ernardo lo r i
ch ied e, d isse ch e v en isse su . M esser Bernardo, ch e a vea a l suo
[fa m ig lio ] fotto com prare alqu an te a n g u ille grosse e t alcuna
tin c a del lago di P erugia, m ontato in sala; subito a P ircosso
d isse (1), p resen te m adonna S ofia: V oi sap ete ch e m i p restaste
fio rin i dugento quando v i p artiste per alcu no m io bisogno e io
quelli non potendo spender li addussi a m adonna Sofia vostra
d on n a, com e mi d iceste, p resen te questo m io fam iglio, e p erch a
m e fu som m o servizio, posto ch e io q u elli non spendesse, vo' ch e
v o i con m adonna abbiate q ueste a n g u ille e questa tin ca e t ch e le
rico rd a te p er m io am ore, non p er risp etto del servizio, m a per
d om estich ezza. P ircosso, ch e ode ch e a lla m oglie ha renduto li1

(1) Mb.: dicendogli.


84 NOVELLE DI GIOVANNI SERCMBI

fiorin i dugento, non aven d ogli nulla ditto, le disse: 0 tu non me-
nh a i d itto n u lla? Lo fam iglio astu to d isse a P ircosso: In m ia pre
sen zia m esser B ernardo g lie li d i. La donna subito com prese la
m alizia di m esser B ernardo e d isse: Io pensavo d irtelo a p i
agio, m a poi ch e m esser B ernardo d ice ch e a m e li rend eo e g li
d ice vero. B en cred ea ch e fusseno sta ti da ltra m ercanzia c h e
di prestito, e t a re voluto ch e alla ragion e d ella m ercanzia tu l i
a v essi m essi. P ircosso d isse: Io g lieli p restai il giorno ch e di q u i
m i p artii. M esser B ernardo: V oi d ite vero e t p er certo il ser
v izio fa a m e grande e per sem pre m i v i tengo obbligato. L a
donna com e baldanzosa d isse: Oim non v i ten ete obbligato, g i
sap ete ch e io sono una volta m oglie di P ircosso e t cos d o v ete
esser obbligato a m e com e a lu i. M esser Bernardo, ch e d i le i
a vea avu to quello volea, cognoscendola ca ttiv a , disse: M adonna,
in n elle nostre contrade li m ariti portano le b rache e t a loro
si d e rend ere- reveren zia, e t io vo osservare la leg g e d el m io
paese, per ch e a P ircosso d e denari prestati g li sono sem pre
obbligato e t non a voi. P ircosso, ch e ode s bel p arlare, d ice a lla
donna: M esser B ernardo ha ditto q uello ch e si con vien e, e t preso-
lan g u ille co lla tinca, m esser B ernardo si partio e P ircosso co lla
m oglie rim ane. M adonna Sofia, vedendosi cos beffata, pens di
non cad ere in ta l fallo m ai con persona ch e p er q uel m odo si
abbia quello ch e dato g li av esse. E cos osserv poi.
DB PRUDBNTIA ET CASTITATB 85

20 .
[Tiy., n 82].

DE PRUDBNTIA ET GASTITATE

Fu una onestissim a ved ova donna di G enova, nom ata m adonna


L ionora G rim aldi, la quale sopra tu tte la ltre donne di G enova
portava di onest e t di ca stit nom e. E ben ch e questo v i debbia
p a rere m eraviglia ch e in G enova si debbia di ta l donne trovare,
v i dico ch e Iddio pu con ceder grazia in ogni lu o g o , e t per
non da m eravigliarsi se costei in una si fetta citt si trovasse
p erfetta . E t stando questa m adonna L ionora onestissim am ente,
non potendo per la su a b ellezza nascondere, ch alm eno quando
a lla ch iesa andava le con ven la la su a feccia m ostrare, posto ch e
a n d asse ch iu sa, la q uale pi v o lte Ih da uno giovano dal F iesco
nom ato S alvestro ved u ta, e t ta l ved u ta g li f cagion e dinnam o
ra rsi di le i p er ta l m odo, ch e ogni di com e (sm em orato sta v a
in n ella sua contrada e m ai di quine non si p arta fin e c h e la
n otte ven ia. M adonna Lionora di ci non dando p en sieri, dur
ta le stanza pi di tr e m esi, ch e m adonna L ionora a lla fin estra
m ai non si puose. V edendo S alvestro ch e m adonna L ionora non
dim ostrava su a persona, com e disonesto, pens un giorno vo lerla
v itu p erare a lla presenzia di m olti e t con ardim ento a lla ch iesa ,
d ove alcuna volta d ollanno andava p er com unicarsi, ab bracciarla
e t con d ison este parole ap palesare il suo p en sieri e questo ten n e
in s . M adonna L ionora, ch e di q u este cose n ien te sap ea, sen za
a lcu n a sospicione alla ch iesa n'andie. S alvestro, sentendo esser
a lla ch iesa andata, subito si m osse e t trov m adonna L ionora
a uno a lta re ch e d icea su e orazioni gin occh ion i, m entre ch e la
m essa si dicea. S alvestro, sen zaltro d ire, accostatosi a le i e t ab
b ra ccia ta la e b asciatala, d isse (1): P o ich io dorm ii teco, non so
c h e si sia stato la cagion e ch e m ai m h ai voluto ved ere, or com e
n on ti ser v i io ben e la n otte, ch e sai ch e pi e pi v o lte ti
d ied i p iacere? M adonna L ionora, fornite le su e orazioni, non
p regian do q u ello la v ev a fatto n ezian d io q u ello d icea, m a ferm a
stando sen za alcu no m otto dire, le p ersone cercu stan ti odendo

(1) Ma.: dicendo.


86 NOVELLE DI QIOVANNI SBRCAMBI

d ire S alvestro e t vedendo ta cere m adonna L ionora, ta li pensa


vano esser v ero e ta li pensavano S alvestro a v er fatto m ale, d i
cendo: V edi com e m adonna Lionora sta ferm a a su e orazion i.
E t tu tto questo d ire udiva m adonna L ionora, e d itto le su e ora
zioni e d itto la m essa, m adonna L ionora si lev essend o q u in e
S alvestro ch e sem pre la nfaraava e t a ltre g en tili donne e t om ini,
com e h o ditto, a ch i n e p esava (1) e ch i cred ea ch e S a lv estro
d icesse il vero. M adonna L ionora si v o lse a questo e d isse: Sal
vestro, S alvestro, p er certo tu m i d i a v ere a vu ta m orta e non
v iv a . S a lvestro d isse: Com e non sai o h e v iv a tho avu ta e t giam
m ai non m oristi? M adonna L ionora disse: 0 io h o sognato, o
veram en te tu ; e p artitasi u scio fuor d ella ch iesa . S a lv estro ,
udendo q u ello ch ella h a ditto, d isse: P er certo costei vu ol c h e
io sia suo, dicen do: Vedi con quanta on est h a con fessato c h e
io ho avu to a fare con le i m orta, e per io m i vo m ettere a lla
prova d' essere (2) con lei. E t un giorno, com e baldanzoso, v id e
l u scio aperto, oh la fante la vea lassato p erch era andata a fa re
alcuna faccenda, e t sa lito S alvestro in casa di m adonna L ionora
e andato su a le i volendola m anom ettere, m adonna L ionora, c i
vedendo, tenendosi a mal p artito e t non vedendo modo di poter il
suo onore sa lv a re, dicendo: Se io grido non m i ser cred u to, n
anco a grid are non mi lasser, e t se io acconsento h o perduto m ia
o n est ; pens subito d ire a S alvestro alcu na cosa e d isse: S al
vestro, tu sai ch e m ai di m e non a v esti a fare e t sai q uanto m i
h ai vitu p erata in ch iesa , per oh e a m e fa cesti e t d icesti q u e llo
ti sai, e t com e ti dissi tu a vere avu to a fare m eco essend o m orta,
e t q uello dissi p erch in p er certo fo sse creduto. Ora v eg g o c h e
h ai l anim o disposto a v o lere la tu a ferm a volont adem pire e t
p ertanto ti dico, se d esid eri p iacere, ora noi p otresti a v ere, m a
indugia alquanto e t io ti caver d ellanim o questo p en sieri con
farti sazio d ella tu a volont, e com e ne se ven u to te n e torn a.
Et tu cognosci la m ia fante, sono con tenta ch e ora ch e la v ed i
g li d ich i tu a volont, e t io, vedendo il tem po, m ander p er te .
S alvestro, parendogli a v er fatto assai, fa con ten to e p a rtissi. Ma
donna Lionora, ven u ta la fan te, subito m and p er li p aren ti d i
S alvestro dicendo loro: Io veggo S alvestro a p ericolo di m o rte,
e p erch s vantato di m e, v i prego v o g liate castigarlo e t n on 12

(1) Ms.: pensava.


(2) Ms.: disse.
DE PRUDBNTl ET CA8TITATE 87
rip u ta re ch e io sia stata tan to sciocca c h e a m e s i sia acco sta to
n m ai s'accosti, m a se in a ltro luogo p er le su e c a ttiv e op ere
fosse trovato, non se n e dia la colpa a L ionora. Li p aren ti d i
S alvestro, ch e sapeano quanto S alvestro era di ca ttiv a condizione,
disseno a Lionora ch e a loro n e in crescea di q u ello ch e S alvestro
a v ea ditto e t ch e loro ten ean o le i p er casta e t se m ale in terv e
n isse a S alvestro g li aer m olto b en e. M adonna Lionora, avu to
d aparenti il loro p en sieri, per cessa r la sua infam ia ordin con
u n o ord ine di frati ch e, com e m orisse una fem m ina, ch e piacesse
loro condurla in una ca sa duna sua vicin a . D itti (1 ) frati, ch e
m adonna Lionora teneano p er san ta e t c h e da le i avean o buone
o fferte p erch era ricca , prom issore, e t non m olti di passarono
ch e una giovana m oglie di uno b arcariolo m orlo e t a luogo di
q u efrati fu p ortata a sop p ellire. L i frati, ci sen tend o, notifica
ron o a m adonna Lionora com e avean o una giovana soppellita
ch e quando vu ole lar. M adonna Lionora subito m and la fan te
a S a lv estro ch e la n otte rin v eg n en te fo sse in n ella casa d ella
su a v icin a e quine ser L ionora e potr di le i a v er d iletto, m a
gu ard i b en e ch e com e altra v o lta g li d isse ch e lu i non abbia
a fare con una m orta. La fan te tu tto in tese. M adonna Lionora
ordina ch e la fan te si co rich i in n el letto dove la m orta g ia ce.
F a tta la vea arrecare e t nuda in q u ella casa d ella sua v icin a in
n el letto lavea m essa. E am m aestrando la fon te, d issele (2): A
te non cura ch e con S alvestro ti godi, p erocch ogni di ta le
op era fai, m a ben ti dico ch e senza lum e, com e g li h ai ditto, serai
e t sen za fo v ella re coricati in siem e, e t com e lo ved i addorm en
ta to , a ccostagli la m orta a la to e t tu co lla n ostra v icin a v e n e
v en ite in casa, lassandolo in n el letto . La fonte, am m aestrata sic
co m e m adonna L ionora g li avea ditto, ven u to la sera e t in n el
le tto sen za lum e e sen za p arlare [p o sta si], S alvestro, credendo
e sse r con m adonna Lionora, si d i p iacere con la fante, dandogli
d i quello volea, ta n to ch S alvestro s addorm ent. E t u scita d el letto ,
a c c e se una lam pana, u scio di cam era e t colla v icin a di m adonna
L ionora a ca di m adonna Lionora am endue se n andarono. Sal
v estro , essend o accostato alla m orta, isv eg lia to si abbracciandola,
sen ten d ola freddissim a e t non m uoversi, di paura salt del letto 123

(1) Ma.: disseno li.


(2) Ma.: dicendole.
(3) Ma.: disse.
88 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

e t preso uno lum e e t intrato in n el letto per ved er m adonna


L ionora, trov esser m orta. Stupefatto, di paura tram ort, sin o
ven en d ogli una terrib ile febbre. La m attina li v icin i traggono,
sentendo la v ecch ia grid are dicendo: Om ei I io non so ch i in ca sa
m intrato. E tratto alla cam era, fu cogn osciu to S alvestro d a l
F iesco, e quasi m orto sta v a alla to d ella donna m orta. V en u ti li
p aren ti di S alvestro, confortandolo e volendo v ed ere c h i q u ella
fem m ina m orta era, fu cognosciuto esser q u ella ch e lo di dinnanzi
era stata soppellita. S alvestro di paura stim Iddio a v erlo fa tto
p er am or di m adonna L ionora, e t con fessato il suo p eccato e t
assolu to dal p rete, pass di questo mondo, e t in u n a fossa c o lla
m orta f sop pellito; e t per q uesto m odo S alvestro, volen do isv er-
gogn are, fu isvergogn ato.
DE MAL1TIA ET PRUDENTIA 89

21.
[Trir., a 85].

DE MLITI ET PR U D EN TIA .

C arissim e e t on este donne. E f in n el contado di L ucca in una


v illa ch iam ata G iello uno prete chiam ato p rete Pasquino, om o
d'assai ca ttiv a v ita e t m olto so lla cieri, il q u ale con ogni m odo ch e
p otea ingannava o cerca v a d'ingannare le donne d ella su a parroc
ch ia e t eziandio d ella ltre. Et stando in ta l m aniera in n ella ch iesa
d i G iello e tenendo scu ola [a ] di m olti fa n ciu lli, in fraquali v e
n era uno di an ni sette, figliuolo di u n giovan o nom ato B arsotto,
e t a v ea questo fan ciu llo una sua m adre di anni v en ticin q u e b el
lissim a, nom ata m adonna M onina, la quale, com usanza d ela-
voratori dandare a lavorare col m arito e talora sola, il d d elle
fe ste v isita v a la ch iesa dove p rete P asquino dim orava. E ved u to
p rete P asquino m adonna M onina, pi v o lte ven en d ogli v o g lia d i
a v er a Care con esso lei (1 ) e veduto se con le i p arlare p otesse
sen za com pagnia, m ai non g li ven n e Catto. [E lla ] (2) p er niuno
m odo non si sa re col p rete ferm ata a p arlare. P rete Pasquino,
ch e non pu il suo m al p en sieri m ettere in effe tto , pens con
alcu no m otto toccarla, e pi v o lte p er certo m odo di m otti la
p un gea (3). M adonna M onina, ci sentendo, g li d isse c h e ta cesse,
se m ale non v o lesse g li fh sse Catto, e t p rete P asquino, vedendo
c h e non giovava m otti d itti a lla donna, pens, com e m alvagio,
b a ttere il figliuolo di m adonna M onina pi so v en te ch e di prim a
Catto non a v ev a . E tu tto q uesto b attere facea a fine ch e il fan
c iu llo spaurendo di s fa cesse (4) q u ello ch e p rete P asquino g li
com andasse. E p er q uesto m odo p er pi du n m ese con b a ttitu re
lo ten n e in trem ore. E ved u to p rete P asquino il fan ciu llo co n
ta l trem ore, pens a lu i d ire q u ello ch e v o lea facesse, in quanto
m adonna M onina a lu i non accon sen tisse a fare q u ello volea.
M a prim a ch e a l fan ciu llo d icesse n ien te, la dom enica seg u en te,
ved en d o m adonna M onina sola, g li d isse: M onina, io m i m oro di1234

(1) Ms. : con esso seco.


(2) Ma.: non ebbe.
(3) Ms.: di notte la piangea.
(4) Ms.: faro.
90 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

te, e faresti b en e a v en ire una n otte a dorm ire m eco, a ltra


m ente io terr m odo, ch e te i con verr fare. La donna di on est
disse: S ere, voi p arlate disonestam ente e t a v ete fatto m ale a
dirm i q u ello a v ete ditto. P rete Pasquino, replicando, le d isse:
Io t'h o d itto m ia inten zion e e forai b en e a form i q u ello ch e io
voglia, altram en te io te i far fare a m al tuo grado. La donna
corru cciosa d isse ch e an dasse in n el m alanno e tornata a ca sa
narr a l m arito d icen do: Q uesto nostro p rete d eessere di ca ttiv a
condizione. Lo m arito d ice: P erch lo dici? La donna d isse: Mi
h a ditta alcu n a parola assai disonesta, b en ch a lu i risp uosi
q u ello si con ven ia. B arsotto d isse : M onina, se p i t a cco rg i di
lu i ch e verso di te v o lesse fore o fa cesse cosa ch e v el^ o g n a o
danno te n e p otesse incontrare, dim m elo e t io lo pagher com e
sar degno. L a donna d isse di forlo, e com e sa v ia , p er non v e
n ire a ta l p artito, pens di non andare in luogo d ove p rete P a
squino sia, n eziandio a lla ch iesa . P rete Pasquino, [ved en d o]
ch e la donna non apparisce dov lu i, si pensa p er a ltro m odo
ch e fotto a vea a v ern e suo p iacere. E t uno giorno ch iam il su o
figliu olo di m adonna M onina e d isseg li: S e tu vu oi c h e io non
ti batta pi, io vo* ch e tu m 'arrech i d ep eli di tu a m adre, c h e
h a tra le coscio d i sotto, e m e tte r a i in questa poca di ca rta ch e io
ti do. Lo fan ciu llo d isse: Com e n e potr a v ere? P rete P asquino
disse: Quando dorm e, m ettigli la m ano colaggi e p iglia de* p e li
e t arrecam eli e t io non ti dar pi, e anco ti dar d e b erico co li.
Lo fon ciu llo, p er non essere pi battu to e p er a v ere d e b erico co li,
d isse di forlo. E la sera, essend osi co ricato a lato a lla m adre e
co l padre, volen do serv ir lo p rete, d istese la m ano, credendo c h e
la m adre dorm isse. [Q uesta], sen ten d osi to ccare a l figliu olo, non
pensando m alizia, d isse : C he foi? Lo fon ciu llo ch eto. La m adre
d isse: C he v u o l d ire c h e l m io figliu olo stasera tien e s fo tti
m odi ch e m ai volse? Lo m arito, ch e ci ode, d isse ch e lo far in
dorm endo. L a donna stata alquanto sen za p a r la r e , il fon ciu llo
pensa ch e la m adre dorm a, e t m esso la m ano l g i e t p reso
p er tira re, la m adre, reca ta si a sed ere, v o lse sap ere dal fon ciu llo
la ragion e. Lo fon ciu llo d isse tu tto ci ch e il p rete g li a v ea im
posto dicendo: H ae prom esso di non darm i e t eziandio m i dar
de b ericocoli se di co ta li p eli di sotto g li porto. Lo m arito d ella
donna pensossi (1 ): Certo questo p rete vorr fore q u alch e m ala.1

(1) Ms.: pensonno.


DE MAL1TI ET PRUDENTI* 91
E su bito u scio il m arito e t la donna del letto e t alla troia nan-
daro e de* p eli d ella troia preseno e t in n ella carta li m issono e
d isseno a l fig liu o lo : P orta questi a l p rete. P rete P asquino, v e
dendoli biondi, d isse fra s: C ostei b ella donna-, ora ar m ia
volon t. E fatto suoi in can ti e m ale sopra di q u elli p eli, pen
sando fusseno q u elli di m adonna M onina, e fatto lo ncanto, subito
la troia d i B arsotto, fracassando il p orcile e rom pendo, di subito
se n and a lla ch iesa . B arsotto, ch ha sen tito tu tto, v a d rieto alla
troia e ved e la troia esser gi in ch iesa . Di rabbia si v o lse git
ta r e addosso a l p rete. Il p rete, ch e non pensa quanto h a fhtto,
frigge su p er la sca la , la troia drieto ; il p rete in s a la , la troia
d rieto. Lo p rete [si rifriggi] in cam era e ch iu se luscio. Barsotto,
c h e v ed e ta l fatto, d isse: Or costui il d iavolo. E tratto co llarm e
a llu scio d ella cam era e t q uello spezzato, d isse (1 ): T raditore, tu
se m orto ch e ora veggo q u ello v o lev i (3) fare della donna m ia,
m a ella savia ti m and de p eli d ella troia, m a io ti pagar. Lo
p rete era m ontato in su una fin estra ; la tro ia stava. B a rso tto ,
ch e v ed e il p rete su lla fin estra, di una spada g li d i su lla testa .
P r e te Pasquino per lo colpo cadde d ella fin estra in uno orto.
La troia scese la scala e t in n ellorto n e andava. Li v ic in i, ch e
sen tian o lo rom ore, traggono l , e t ved u to il p rete in terra fe
rito e rottosi le gam be p er lo ca d ere e la troia g li stracciava
addosso, B arsotto, per non perdere il suo, pensando a v er fette
a ssa i, narrata la cosa a* v icin i, p rete P asquino fri rilev a to e fatto
m edicare e di quello com une ca ccia to . E B arsotto, non potendo
rite n e re la troia, ch e andare v o lea d rieto a l prete, si lu ccise e
p er questo m odo p rete P asquino fu pagato.12

(1) Ma.: dicendo.


(2) M8.: volse.
92 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMB1

22 .
[Tri?., n* 86].

DB TURPI TRADIMENTO.

P o ich la n ovella di p rete Pasquino adat ( l a lla b rigata, d ir


ch e n el contado di P isa, in una v illa nom ata Guoza, fu un p rete
nom ato prete R uffaldo, non m eno ca ttiv o ch e p rete P asquino,
avendo la ch iesa sua posta presso a una casa dove dim orava uno
nom ato T esta, lo q uale a vea u na su a m adre ch iam ata M assaia.
E di poco il ditto T esta a v ea p reso una donna p er m oglie di q uel
com une nom ata G iglietta, e t non m olto tem po T esta ten u ta l a v ea ,
ch e prete R uffaldo sinnam or di le i in tanto, ch e non p oteva
dorm ire, n m angiare, n officio d ire sen za la im m aginazione
d i G iglietta. E t ogni d g li passava dalla ch iesa co lla su a so cera
M assaia, ch e T esta T avea ditto ch e co le i a n d a sse , a cc io c ch
beffe rice v ere non p otesse. M assaia, per am or d el figliu olo, c h e
m olto lam ava, e t anco p er am ore di G iglietta, v o len tieri stava e
andava co le i. V edendo quel v en era b ile p rete ch e G ig lietta d i
continuo con buona guardia andava, pens v o ler il suo p en sieri
sen za disonestarsi fornire, e t uno giorno stando p rete R uffaldo
in su lla porta d ella ch iesa e t vedendo passare M assaia e G iglietta:
Dio ti guarda da lupo, G iglietta, e pi non d ice. M assaia e Gi
g lietta non si danno di ci p en sieri. Lo secondo d lo p rete d ic e
le sim ili parole, e t anco non se ne danno p en sieri. L a terza m at
tin a lo p rete d ice: G iglietta, Dio ti guardi da lupo. M assaia d ice:
S ere, voi ci a v ete g i ditto tre vo lte q u este p arole, ch e v u ol d ire
questo? Lo p rete d isse: E m in crescere ch e s b ella g io van a
debbia essere m angiata da lupo. M assaia d ice: C he d ite , se r e ?
Lo p rete d ice : P er certo co stei al battesim o non ebbe tu tti i
sacram enti e per fate n abbiate buona guardia fino ch e com piu
tam ente l'ofilclo g li sar ditto. M assaia torna a casa e tu tto n a rra
a l figliuolo dicendo: N oi non potrem o lavorare se di con tin u o
mi con verr andare con G iglietta, m a se vuoi io ser co l sere, e
lofficio ch e a battesim o g li m anc, lu i lo d ica. D isse: Io sono
con tento. M assaia, c h era so llicita , d isse a l sere ch e d ice G ig lietta 1

(1) Cosi nel ms. De* valere piacque.


OS TURPI TRADIMENTO 93

[d o v er guardarsi da lu p o]: V olete v o i liv ra re lofflcio ch e m anca


a l battesim o ? P re te R uffaldo d isse : Io sono presto, m a tanto v i
d ico ch e v i con verr durare alquanto fatica, voi e G iglietta. Mas
sa ia d ice ci ch e bisogna. Lo p rete d isse : E gli di bisogno ch e
v o i abbiate uno candejo di m ezza libbra e t una can d ela bene
detta, o voi o a ltri p er le i v egn ate con G iglietta in ch iesa gin oc
ch io n i con q u ello can d elo acceso [e t] sta rete alla porta d ella
ch iesa co lla faccia verso ponente e G iglietta in coro co lla
fa ccia verso le v a n te , e t io far lofficio; b en ch a le i ser un
poco di pena, non se n e cu ri, e t voi con verr stare atten ta
m entre ch e l'atto (1) si fa, e non m u overvi n volg erv i, m a con
orazione sta re ferm a, a ltrim en ti Tofflcio non v a rre e t il lupo
m an gere G iglietta. E tu, G iglietta, b en ch un poco co lla candela
a ccesa benedetta ti toccasse il dito, sostien i sen za (2 ) g rid are, e t
se pur grid asse, voi M assaia, sta te ferm a, ch in voi sta tu tto il
fatto, altram en te lo lupo G iglietta m angere*. G iglietta, ch e tem e
non esser m angiata da lupo, e M assaia p er poter lavorare, dis
se n o : S ere, tu tto si far. E p artitesi M assaia e G ig lietta , e t al
m arito narrato tu tto, subito se nand a P isa e com pr uno can
d elo di m ezza libbra e t una can d ela benedetta, e tornato d isse a lla
m adre e G iglietta ch e andasseno a l sere a fare lofficio. M assaia
con G iglietta, ite a l sere, il p rete ch e asp ettava G iglietta sen za
b rach e, se m isse in ch iesa, e t acceso lo candelo e la candela, e
ch iu so la porta d ella ch iesa, d isse: M assaia, ten ete questo candelo
a cceso e d ite orazion i e p a tern o stri, e sta te qui gin occh ion i.
[C om e] ebbela m essa verso la porta, M assaia inform ata di q u ello
d e fare, G iglietta se n e v a co l p rete in coro e in suna banca
stretta la puone a sed ere colla faccia verso lev a n te. Lo p rete si
puon e verso ponente in su q u ella b an ch etta e la candela accesa
d ata in m ano a G iglietta dicendo: D com e io dico, G iglietta disse:
C os far. Lo p rete colla m ano le tocca la coscia a nude ca rn i,
p ero cch i panni g li ha tratti di sotto, dicendo : D ove ti tocca
la m ano d el p rete, non ti baci bocca di lupo, e b asciolla in bocca.
G iglietta sta ch eta pensando da lupo non esser m angiata e t cos
il p rete pi v o lte la basci in bocca e t le co scie strin g en d o g li,
sem pre accostandosi a le i, G iglietta p ure stava ferm a. P rete Ruf
faldo avendo teso il balestro, riversand o G iglietta, in su l corpo 12

(1) Ms.: chelloneatto.


(2) Ms.: pensa.
94 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

g li m ont; G igi ietta gridando, M assaia sen za riv o lg ersi d ic e a :


G iglietta, porta la pena in p ace. E t poco v a lse il grid are, ch e il
p rete forni il suo p en sieri, e lev a to si d isse : M assaia, ornai pu
G ig lietta sola andare sen za paura. M assaia lieta lass il can d elo
e con G iglietta n e va a casa. G iglietta iqanm conosa d ice a l ma*
rito et a M assaia q u ello ch e il p rete g li ha fatto sotto ta le officio.
T esta, udendo questo, co* parenti suoi e di G iglietta p rese p en sieri
di p un ire il prete secondo ch e h a m e r ita to , e t con d elib erato
anim o trovonno prete RuSfaldo dandogli pi colpi, p er li q u ali
p rete R uffaldo m orio e poco si lod di q u ello ch e a v ea Catto.
DE SUPERBIA ET PAUCO BENE 05

23 .
[Trir., n 38].

DB SUPERBIA ET PAUCO BENE.

U n co n te di q u elli da B rustola d el contado e giu risd izion e di


B ologna, il quale possedea a lcu n e terre in n ella m ontagna, no
m ato lo con te Sparaleone, om o di gran superbia e t cru d elt e di
ogni m ala condizione, e t non stan te ch e lu i fu sse m alvagio e reo,
ancora a* suoi fam igli com andava c h e ogni m ale Capessero, e t
pur non era per tan to m alvagio ch e alm eno questo poco di
b en e facea ch e ogni d la -m a ttin a , quando si lev a v a , p er lo d
d icea una avem aria e la sera n e d icea p er la n otte u n'altra, e
questo era tu tto lo ben e ch e questo con te fa c e a , n m ai a ltro
b en e si disse ch e lu i facesse. A vea questo con te m olti m ascalzoni
e lad ron celli e dogni ca ttiv a condizione, ai quali a v ea com andato
c h e ogn i d facessero o fu rto o rubaria o m icid io , e pi ch e a
tu tti sotto gra v e pena d itto loro ch e m ai persona ch e trovassero
in n el suo terren o ch e a lu i p er neuno m odo si p resentasse, m a
c h e rubato ch e fu sse q uello u ccid essero. Et ogni cosa cru d ele
g li p iacea pi ch e la p ietosa, e t p er questo modo m oltissim i pre
la ti, m ercadanti e t altre buone persone, ultra le ru b erie a loro
fa tte, erano sta ti m orti, e la sera tornavano i ladroni e diceano:
M essere, oggi abbiam o u cciso tr e p reti e du m ercadanti e alcu n o
p overo ch e andava accattando e tu tti sp ogliati e rubati, e loro (1)
in n el bosco a lle fiere i corpi abbiam o la ssati, e la roba loro
v'abbiam o arrecato. Lo con te, ci u d en d o, d ic ea : B ene a v ete
fa tto ; e dato loro la p arte d ella roba e lavan zo p er s tenendo,
d icea (2) loro: Cos fa te sem pre, ch e, sia ch i si v u o le , m orto e
rubato sia. Lo dim onio, vedendo questo con te tanto m aldisposto,
p en s v o lerlo in anim a e in corpo possedere, e t gitta to si in form a
d 'u n o cuoco, per certo m odo com pario a casa del con te d icen d ogli,
s e a v ea bisogno d'un buono cuoco, lu i lo serv eria v o len tieri. Lo
co n te, ch e d'uno a v ea bisogno, d isse ch e s, e fattolo suo cuoco,
lo dim onio fa a lcu n e vivan d e fin issim e. Al con te p iace il suo ser
v ig io e t non m olti d fu stato ch e una sera, essend o addorm en
ta to il co n te, lo dim onio la n otte in dorm endo [lo vo lsej portare
a llo 'nferno. Et com e se g li volse puonere addosso, subito appario
la v ergin e M aria in form a di una d onzella dicendo: S atan as,1

(1) Cos nel ms. (2) Me.: dicendo.


96 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

ch e vu oi fare? Lui d isse: V onne portare questo d iau le a ll'in fern o ,


ch e m ai non fece a ltr o ch e m ale. La v erg in e M aria d isse: Q uesto
non forai tu a l p resen te, n m entre ch e lu i d ir p er m io am ore
quello ha ditto sem pre. Lo dim onio d ice : O ch e h a d itto, ch e io
non n el possa m enare? La v erg in e M aria d ice : Ha ditto p er lo d
una avem aria e t p er la n otte u n 'altra e t tanto quanto questa dir
non vorr ch e tu *1 n e porti e non vo* il d quando l'h a d itta
abbi potenzia sopra di lu i tu tto q u el d, e t sim ile quando da sera
dir una avem aria com 'ha co m in cia to , p er tu tta q u ella n otte
non g li potrai n uocere. Ma quando fo llisse p er li su oi p e c c a ti,
m erita ch e di lu i l cci tu a volont. E sp arita (1 ), lo d im o n io ,
non potendo foro a ltro , torn a lla cu cin a aspettando ch e q uesta
avem aria fa llisca . L o con te p erseveran d o in n el m ale e t da ta l
m ale non v o lersi p artire, pi an ni ten n e q uello s t ile , n m ai
m anc ch e lavem aria fa llisse di d ire, stando sem pre il dim onio
presso e atten to per condurlo a lle p en e d ello 'nferno. V edendo
la divina bont ch e questo con te in n el m alfare p ersev era v a e t
il dim onio ap parecchiato a prenderlo, v o lse verso di ta l p ecca
tore il viso d ella m isericord ia e t di p resen te a uno an gelo sp ir
ch e in form a d'uno p ellegrin o p assasse per lo terren o d el co n te
con dim ostrare l'erro re d el con te e t con d irgli q uello c h e cam
pato lavea. Spirato lan gelo d ella divina p o test , in form a d i
p ellegrin o in n el terren o del con te Sparaleone arriv tra q u elle
gen ti lad re. A rm ati, v en u ti dintorno p er rubarlo e p er u ccid erlo ,
stretti stavano. Lan gelo d isse: Io penso ch e v oi sia te di q u esti
lu ogh i per rubare ch i passa e t questo fate p erch il co n te e v o i
d ivegn ate ricch i e t non altra ragion e cred o ch e sia . D isseno i
lad ri: Tu di* il vero, e per vogliam o quel po eh h ai e le tu e
carni dare a lup i, com e abbiam o fatto d ell! a ltri. D isse la n g elo :
E se il con te e voi d esid erate de esser ricch i, v i dico, se m i m e
nate a l conte, io lo far lo pi ricco con te ch e sia in Ita lia , e t
sim ile v o i far ricch issim i ch e non bisogner pi ch e a lle str a d e
a rubare [an d iate]. Coloro, ch e intendono q u ello ch e il p elleg rin o
ha ditto, d issen o: M eniam lo a l con te, e t se non far q u ello h a
prom esso, in presenzia d el con te lo taglierem o p er pezzi ; e t c o si
condusseno al con te il p ellegrin o. Lo c o n te , com e v id e costoro
m enare il p ellegrin o a v ea loro d itto ch e lo fere *1 pi ricco
con te dItalia, lo con te, ch e ode q uesto, d isse : Fa tosto q u ello h a i
ditto, se no io ti for ta g lia re a p ezzi. L an gelo d isse : P rim a
c h io ti faccia ricco, vo ch e 1 cuoco ch e h ai facci v en ire din an ti1

(1) Ms.: spartita.


DE SUPERBIA ET PAUCO BENE 97

a m e e t allora ti far pi ch e ricco . Lo con te, per esser ricco,


m and p er lo cu oco, com andandogli ch e v en isse a lu i. Lo cuoco
d ice: Di' a l con te ch e io non posso v en ire a lla p resenza di q u el
p elleg rin o . Lo fam iglio torna e narra l am basciata a l to n te di
cend o : Lo cuoco d ice ch e non pu v en ire dinanti a lla p resen zia
d i q u el p ellegrin o. Lo p ellegrin o d isse: V a e d igli ch e io g li co
m ando ch e a m e veg n a . Lo fam iglio and a l cu oco e d isse: Lo
p elleg rin o com anda ch e a lu i vegn i. Lo cuoco, non potendo altro
fa re, fu v en u to . Lo con te d isse a l p ellegrin o: Or m i fa ricco. Lo
p elleg rin o , riv o lto si a l cuoco, d isse: Io ti com ando d alla p arte di
D io c h e subito, in n ella presenza del con te e di tu tti li a ltri ch e
q u i sono, ti debbi m anifestare loro ch i tu se in form a v era e t
n on sim u lata, n a rra n ty tu tto ci ch e dovei fare e la ragion e e
l p erch no lh ai fhtto, com andandoti ancora ch e a neuno d i co
storo debbia fare alcu na v iolen za; e t a voi dir ch e non abbiate
alcu n a paura di cosa ch e u d iste o ved este. G fatto ta li com an
dam enti, subito il cuoco dim onio m esse uno strid o tanto terrib ile,
c h e se non ch e lan gelo avea secu rato il con te e li a ltri, sarenno
m orti caduti. E dato lo strido, ven u to in form a propria di di
m onio tanto orrib ile ch e il con te disse a l p ellegrin o : P er Dio
m andalo v ia . L an gelo d isse : N on abbiate paura. Lo dim onio co
m in ci a d ire c h e g li era ven u to per portarlo in inferno in corpo
e t in anim a, e t p er una avem aria d itta lo di e la n otte la v e r
g in e M aria non m e lo lass m ai portare et era disposto, se cen to
an ni ci d ovesse esser sta to , p ortam elo. Lo an gelo d isse: Ma la
d etto da Dio, io ti com ando ch e in con ten en te te nen tri in in
fern o e t in segn o di ci vo ch e appendi il fuoco in nel bosco l
d ove costoro stavano a rubare, e t tu tto q uel bosco arda. Lo di
m on io, auto lo com andam ento, subito a ccese quel bosco, presente
il con te e li a ltri, e t in infern o torn. Lo con te e li a ltri, stu
p efa tti e t quasi m orti, n ien te diceano. L 'angelo disse: 0 con te
e voi a ltri, io sono langelo m andato da Dio per sa lv a rv i e t p er
ta n to v i com ando, se non v o lete essere m in estrati dal dem onio,
c h e subito v e nan diate a Rom a a l papa e t quine tu tti li v o stri
p ecca ti raccon tate e n arrate. Q uesto fa tto , lu i v i dar la peni-
ten zia , e t facendo co s sa rete sa lv i. E t questo ditto, lan gelo s
spario, lassando q uine una d olcezza ch e il con te disse: Or ch e
stan za d eessere in paradiso I E subito si m osse e a l papa narronno
tu tto. Lo papa, data loro la p en iten zia, la qual fenno v o len tieri,
e finirono bene la loro v ita . Lo papa, per lo m iracolo d ellave-
m aria, f com andare a tu tte ch iese ch e l avem aria da sera e da
m ane sonasse, accio cch si ricordi d ire ch i quella v o lesse dire.
NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

34 .
[Tri*., no s3.

DE VERA AMICITIA. ET CHARITTE.

N el tem po d el re P ipino di F rancia fu u n g en tile uom o no


m ato Tobbia, lo quale era della provincia di B orgogna, e t uno
con te ted esco nom ato con te R icciardo, li quali d ivotissim i eran o
di Dio, e t neuno de' p red etti avea figliuolo n figliu ola, avendo
ciascu n o di loro donna giovana. E ciascu n o d e p red itti fenno
voto ch e se Iddio d esse loro grazia da v er fig liu o li de lle , a rien o
q u elli p ortati a Rom a, a ccio cch p er le m ani d el santo p adre
fusseno b attizzati con offrire a lla ch iesa d i Rom a alquanto teso ro .
E fatto ta le voto, fue di p iacer di D io i loro v o ti esa u d ire, c h
non m olto tem po pass c h e ciascu n a d elie p red itte donne d e l
suo m arito ingravid e dopo il portato de n ove m esi le d onne
partorirono ciascu n a un fan ciu llo m asch io, di c h e li padri e
le m adri con tentissim i, li prediteti fa n ciu lli deliberonno a R om a
condurre per fare ciascu n o il suo cristian o per m ano d el papa
e co l nom e di Dio. Tobbia ca v a liere con buona com pagnia d i
B orgogna co l figliuolo si m osse p er andare a Rom a, essend o g i
il fan ciu llo di due anni. R con te R icciardo te d e sc o , aven d o v e
duto ch e Iddio g li aveva prestato un figliu olo, dispose il voto v o le r
osservare e t d ella M agna si m osse avendo il figliuolo circa m esi
ven totto, e ciascu n o cam inando, fu p iacer di Dio ch e uno g io rn o
in n ella citt nostra di L ucca si trovonno in u n m edesim o a lb erg o
insiem e- N arrando il ca v a lieri Tobbia a l con te R icciardo p erch
quine era e uandare dovea, e m ostrato il fan ciu llo ch e p er v o to
Iddio g li avea p restato, lo con te R icciardo, ch e p er sim ile a tto
di casa sua m osso si era, m ostrato il suo fan ciu llo, deliberonno
in siem e andare. Or ch e direm o d ella potenzia di Dio ch e i fan
ciu lli di due an ni com e si viddeno esser in siem e m ai non v o l
sero m angiare, n b ere, n dorm ire, se non ch e q u ello ch e fa c ea
luno laltro segu ia, e pi v o lte p rovati dal padre trovonno c o s
era? In tanto ch e fu di n ecessit ch e luno e laltro in un m e
desim o letto dorm issero e t in n el cam ino in un letto celo fo ssero
portati, e t pi, ch e convenia in una m edesim a tazza m an giassero
e b evessero, e t duna m edesim a vivand a, e t sopra l a ltre m era
v ig lie , ch e il padre di cia scu n o .a v ea , g li p area q u esta . E c o s i
DE VEELA. AMICITIA ET CHAR1TATE 9

cam biarono a Rom a, e fatto n o to -a i sa n to padre ch e a lu i volean o


p arlare, il san to padre dando*lo ro audienaa, davanti a s li f
venire- dicendo loro q u ello volean o. Lo con te e *1 ca v a lieri dis
seno: P erch ce rto credem o- voi esser- in terra vica rio di Dio, a- noi
d i bisogno ch e q u elli ch e Id d io n ha p restati tu li facci di
g ra zia rip ien i, e cio ch e ti p iaccia du nostri fig liu o li b attezzare,
a cc io c ch possano la gloria c e le ste p ossedere e t p er la santa fe'
com battere* Il papa v u o le sap ere la ca g io n e e t p erch si sono
m ossi. Loro tu tto contonno. Lo papa udendo, disse ch e a lu i p iacea,
e com and che- fo sse apparecchiato il libro e t P atire cose da bat
tesim o, e t co si fu fatio, presenti, i cardinali e a ltri baroni, a* quali,
i l papa im puose ch e q u elli fan ciu lli ten essero al b attesim o; e
c o si fenno. Il papa, facendoli cristian i, puose nom e al figliuolo d el
ca v a lieri A m ico e t q uello d e l con te ted esco g li puose il n om e
A m elio; e t battezzati don loro a ciascu n o una tazza o v vero solfo
d i leg n o con guarn m ento d'argento e duna m edesim a te n u ta ,
e t b en ed ettoli .li raccom and a Dio dicendo: Q uesto dono sia p er
m em oria ch e voi siete* battezzati in n ella ch iesa d i Roma d a i
papa. R itornati ciascu n o de' p red etti aHa loro patria co l dono
c h e *1 papa, avea lor fatto) e crescend o Am ico in m olta sap ienzia
fin e a llet di trenta anni, lo padre am m alando, am m onio il figliu olo
su o dioendo: A m ico figliu ol m io, io ti com ando ch e tu am i Iddio,
ap presso ch e sii m isericordioso a 'tu tte person e e d ifen sore d e lle
ved o e e t pup illi, e t sopra ogni cosa* terren a ab bi-in rev eren sia
il figliuolo d el con te R iccia rd o tedesco nom ato A m elio, p erocch
in uno d fa ste dal som m o pastore a Rom a b attezzati, e t a te e t
a Ini don uno- scifo duna m edesim a fazion e e grandezza, e t si
m ile ti -dico c h e A m elio, tuo- fra tello a battesim o) d una strut
tu ra e fazione com e tu, e non alcu n d ivario da te- a lu i. E
per in ogni.^cosn l'am a e t a lu i ricorri. E ditte- q u este parole,
m on o. E t non* m olto tem po ateo -che certi in vid iosi tu tte ca stella
e te rre g li to lsero , p er la qual cosa il d itto A m ico fu e costretto
a doversi-aasenta?e> e-pens-ad andare-ad A m elio con te, sperando
da lu i a v e r q u a lch e aiu to. E- prese- d ue serv ito ri e t arnesi * e
d isset In ca so ch e*q u in e non1possiam o a v er n o stra --sta n za , a a -
derem o a lla rein a L egoriade, donna di C arlo r e di F ran cia, la
q u ale tu tti li sca ccia ti r ic e v e ; e e o a sr m osseno per andare al
lu ogo ditto. A m elio con te, avendo sen tito la m orte d el ca v a lieri
Tobbia padre di A m ico, pens di v isita rlo e m ossesi con certa
com pagnia p er andare l . Ora cam inano luno e laltro. A m ico,
c h e non trova a casa A m elio, non resta di ca m in are; A m elio,
100 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

ch e trova ch e A m ico stato ca cciato d elle su e terre e noi tro v a ,


dispone non tornare in suo p aese fin e ch e non trova A m ico sca c
ciato. A m ico, c h e va cercando sua ven tu ra, una sera fu a rriv a to
a uno albergatore ricch issim o con su oi com pagni. L 'albergatore
d isse [ad] A m ico ch e se vo lea la figliuola p er m oglie li far tu tti
r icc h i. A m ico, con sigliato la donna prenda (1), e' fanno le n ozze.
E passato uno anno e m ezzo, d isse A m ico a ' servitori su oi: Io fo
quello non debbo. A m elio m i va cercando e t io vo cercan d o lu i,
e stiam o qui. E lassato due de' suoi serv ito ri collo scifo, carni-
nano verso P arigi. A m elio, ch e gi du' anni avea cercato l'am ico,
andando verso P arigi trov uno p ellegrin o. Dom andandolo, com e
solea fare li a ltri, se g li sap esse insegnare Am ico ca v a lieri, co lu i
rispuose ch e mai l'avea veduto. A m elio g li d i un vestim en to e
d isse: P rega Iddio ch e m i dia grazia di trovarlo. A ndato il pel
legrin o fin e a vespro, trov Am ico, il quale disse: 0 p ellegrin o,
saprestim i tu d ire u' A m elio conte? Lo p ellegrin o d isse: Tu m i
u ccelli, ch e stam ane m i d esti una gon nella e io pregassi Iddio
ch e ti facesse trovare A m ico ca v a lieri e tu se'A m elio, ma non
so se tu h ai m utato v este, arm atura e ca v a lli. Am ico d isse: Io
sono quello Am ico ch e A m elio va cerca n d o , e dato a l p elle
grino lim osina, disse: P rega Iddio ch e io lo ritro v i. Lo p elle
grino disse: Cam ina tosto verso P a rig i, io penso lo tro v era i.
Et essendosi di P arigi partito A m elio, e appresso a uno fium e
in uno prato fiorito m angiavano, A m ico, arm ato ven en d o, v id e
que ca v alieri arm ati m angiare. D isse a suoi : S iate v a len ti c h e
questa b attaglia vinchiam o e t andrem o in corte e t serem o li b en e
ricev u ti. Et m esse loste in punto. A m elio, ch e ved e costoro a tti
a com battere, m ontato a cavallo lu i e i suoi, e p ercossen si in
siem e e ciascuno fu valen te. Iddio c h W a ffa n n o di costoro v u o le
puoner fine, parlando a A m elio (2) d isse : D eh p erch v o lete v o i
u ccid erlo lo caro A m ico e li suoi com pagni? A m elio c o n te , c i
udendo, stupefatto cognove Am ico, ch e m ai ved u to non l avea, se
non quando erano di due anni, e t abbracciandosi insiem e fe m o
gran festa e fatto ciascu n o di loro sacram ento ch e sem pre sta
ranno insiem e com e v eri a m ic i, a lla corte del re di F ran cia
sappresentarono. Lo re fa A m ico tesorieri e t A m elio scu d ieri
d'onore. E stato per ispazio di tre anni ch e Am ico dalla donna 12

(1) Ms.: presente.


(2) Ms.: parlando amico, ma un errore.
DE VERA AMICITIA ET CHARITATE 101
su a sera partito, d isse ad A m elio : lo v o andare a v ed ere m ia
donna, e t tu rim arrai in corte, m a guardati ch e tu non abbi a
fe re co lla figlia d el re, ch e veggo c h e t a m a , e sopra tu tto ti
d ico c h e ti guardi dal pessim o A rderigo, il quale n ha portato
sem p re in vid ia. A m elio d isse: E io cosi far. A m ico si parte.
A m elio rim ane, e t non m olto tem po v i steo ch e co lla fig lia d el
r e ebbe a fere e di ta l fatto A rderigo per sen tire d isse a Am elio:
A m ico se n ito col tesoro e t non torner m ai, e per io voglio
e sse r tu o com pagno. E t im palm egiatisi insiem e, A m elio cred e p o
te rg li d ire a sicu rt lo suo segreto d ella figlia d el re [e t] g liel
d isse: E stando uno giorno A m elio dinanti a l re p er dargli acqua
a lle m ani, A rderigo d isse : Sacra Corona, non pren d ete acqua da
A m elio, con ciossiacosach sia degno di m orte, per ch e la vergi
n it d ella tua fig lia h a tolto. A m elio, com e udio ta l cosa, stupe
fatto trem ante cadde in terra. Lo re benignam ente lo p rese per
la m ano dicendo : Sta su, non a v ere p a u r a , m a vigorosam ente
ti difendi, e d ied e loro term in e a d overe in b attaglia provare
d ella v erita e, prendendo A rderigo un con te gagliardo e sa vio per
suo con siglio. A m elio, c h e solo era, non a vea persona ch e per
lu i fu sse. La rein a, sentendo ch e A m elio non a vea neuno ch e
p er lu i fusse, g li fe a ccrescere il term in e fin e ch e fe sse tornato
A m ico. A m elio g li narr tu tto com era segu ito. Spirato A m ico di
sap ien zia, d isse a A m elio: Cam biam o le v esti e t le arm i, e tu te
n e andrai a lla casa d ella donna m ia, e t io com batter per te e
prender la b attaglia e colla speranza di D io narem o v ittoria.
A m elio d ice: Come m i cogn oscer la tua donna ch e m ai non la
v id i? A m ico disse: V a e dom anda di l e i , ma guarda ch e con
le i non u sassi. A m elio si part e t giu n se a casa di A m ico. La
donna, credendo fu sse il m arito, lo vu olse abbracciare e b asciare.
A m elio disse: Donna, non m i to cca re, p erocch poi m i p arti io hoe
a v u te m olte a vversitad i e t an co n ho, e p ertanto non ti cu ri di
toccarm i, e la n otte quando in del letto en tr m esse la spada
nuda in n el letto dicendo: Donna, se passi questa spada io tuc
cid er; e p er questo modo seco [steo ] tu tto il tem po del term ino.
La rein a , ch e am ava A m elio, av ea m alanconia p erocch capia
c h e A rderigo era v a len te. A rd erig o , ch e ved e favoreggiare
A m elio, a lla rein a d icea ch e e lla non era degna din tra re in
co rte p oich a vea lassato vio la re la fig liu ola. V enuto A m ico di
n an ti dal r e p er difen dere la infam ia data alla rein a et a lla fi
g lio la e t a s in form a dA m elio ; A m elio sta in form a dA m ico
a casa. E m esso le cose in ordine, la rein a con m oltitudine di
102 NOVELLE DI GIOVANNI -SERGAMBI

donne, lo re co* rea li, d el popolo a lla presenzia, A m ico d ic e :


O con te A rderigo, se vu oi desdire q uello h a i ditto, sem p re ar
tuo servid ore. A rderigo d ice : Io d esd ico la tn a testa e non la
tua am ist , e g iu ra p resente lo r e lu i a v e r v iolata la fig liu o la
ddl>re. A m ico d ice ch e n e m ente. Lo re d ice: 0 A m elio {cre
d en d o ch e lu i sia ) francam ente ti difendi, ch e se v in ci io ti dar
B rigida m ia figliu ola p er m oglie. E t com battendo ben e tr e o re ,
u ltim am en te A rderigo fu vin to e t A m ico g li ta g li la testa . Lo
re, ch e v ed ea. d ella infam ia la v a ta la figliu ola, e la rein a d ili
ber d i m aritare la giovan a a A m elio. A m ico, in figu ra d A m elio ,
la ;p rese e senza a ltro fe re A m ico torn a casa d ella su a donna
e t trov A m elio. A m elio , credendo c h e A m ico a v esse p e r d u to ,
vedendolo ebbe grande allegrezza, narrandogli com e A rderigo e r a
m orto e com e avea presa la figliuola del r e p er m oglie p er lu i
d icen d ogli: V ai in corte e quella prendi, e t io m i rim arr c o lla
donna q ui. A m elio, tornato in corte, co lia figliu ola del r e si-ateo,
avendogli dato io r e in dota una citt lu n gon i m are e m olto te r
reno. E dim orando A m ico co lla su a donna, sop ravven en d ogli a l
cuna m alattia, de lebbra il ditto Am ico fh rip ien o, in tan to c h e
tu tta la casa n e puzzava. E non ch e la donna sua g li v o le sse
a ita re, m a pi v o lte cerc d'affogarlo. E vedendo A m ico*che la
m oglie lo volea u ccid ere, d isse a* serv ito ri s u o i: P er Dio io v i
prego ch e prendiate q u ello sii pu e lo scifo et-lev a tem i dinanti d a
q uesta m alvagia ;fem m ina e cam m iniam o in n elle terre d el c o n te
A m elio. Li serv ito ri del con te dim andando c h i era, lu i d isse: Io
sono A m ico, fra tello di fonte del con te A m elio, e vegn o p er e ta r e
qui ch e mi feccia le sp ese. Li serv i d A m elio d issero ch e tosto 9i
partissero, dando loro di buone bastonate. A m ico, vedendosi* co s
scacciare, preg li ser v i suoi ch e alm eno a Rom a io con d u ces
sero. E cosi fenno, e quine era lor fritto m olto bene, fi ven en d o
alquante g en ti ad assed iare Rom a, essen d ovi gran fam e, li fam igli
d A m ico disseno : N oi periam o di fem e,se pi*ci stiam o m orirem o.
A m ico, ch e ci ode, d isse: 0 fig liu o li m iei, sem pre m 'avete u b b i
dito, io vi prego ch e qui non m i-lasciate,'in a m enatem i in n e lla
citt d A m elio. Li fendigli dissero ch e l'ubbidiranno e co n d u sse ro
in (Francia, in n ella citt dovera A m elio c o n te , e fattolo con
durre in n ella piazza dinanti a l palagio d A m elio dom andando
carit, A m elio fri em pire lo scifo di v in o , c h e '1 papa in n e l
battesim o g li avea dato, e d itto a uno fam iglio ch e a l povero lo
portasse, Am ico, tratto fuori lo suo scifo , e fritto voi ta re lo v in o
ch e dato g li era rendendo grazie a ch i g lie l m andava, lo fam iglio,
DB VERA AMICITIA ET CHARITATE 108

tornato, d isse ai conte: P er certo, se non ch e voi a v ete lo vostro


scifo, io d irei ch e uno c h e n 'h ae q u ello lebbroso fo sse il v o stro,
p er c h e g li duna gran d ezza duna fazione. U dito il co n te
A m elio q u ello ch e *1 fetm iglio d ic e a , d isse: A ndate e m enatem i
co lu i. E m enato, d isse unde ha au to questo s c ifo , e d'onde era
e t [d i] c h i era . A m ico narr tu tto ci ch e incontrato g li era
dicendo: Io sono A m ico e q u esto scifo ebbi Rom a quando m i
b attigi il papa. A m e lio , co g n oscen d olo, subito lab b ra cci , ba
s ta n d o lo e m ettendo gu ai p er la m alattia c h e v ea . La m oglie
d A m ello ode ch e A m ico, il quale v in se la b attaglia dA rderigo,
era lo n ferm o, scap igliata piangendo co lle lagrim e bagnava
A m ico e t era ta le il duolo ch e A m elio e t la m oglie facea c h era
una ten erezza a v ed erli. E subito g li fe ap p arecch iare una ca
m era fornita d i ci ch e bisognava e con du suol serv i rim asti,
d icen do A m elio ad A m ico: Ogni cosa ch e c* , tu a com e n ostra,
com anda e sarai ubbidito. B stando p er ta l m odo alquanto tem po
e sem pre in quella cam era e t in uno letto (A m elio dorm ia con
lu i) una n otte v en n e lan gelo G abriello e d isse : A m ico, dorm i ?
A m ico, ch e cred ea ch e fo sse A m elio, d isse : F ratllo , non. Lan
g elo d isse : B en h ai d itto, p erocch ti se latto fratello d ella ce
le ste gloria, e per sappi ch io sono Ih n g elo G abriello e t dicoti
c h e tu d ich i a A m elio ch e uccida li du su oi fig liu o li e t di q u el
san gue ti la v i e sarai gu arito. Am ico d isse : 0 an gelo di D io ,
non sia questo, p erocch per la m ia sa lu te non vo' ch e i fig li
u o li dA m elio m uoiano. L an gelo d isse: E cosi vu ole Iddio, e par
tissi. A m elio, ch e ha udito m olto p arlare e tu tto ha udito d ire,
d ic e : O A m ico, ch i era colu i con cu i p arlavi. A m ico d ice: N euno,
m a io d icea m ie orazion i. A m elio d ice: A ltri e r a , d im m elo; e t
u scito dal letto e cerca to lu scio d ella cam era q u ello trov ch iu so
e disse : P ia ccia ti dirm i ch i era q u ello ch e ti p arlava. A m ico ,
c h e v ed e ch e pur g li co n vien e d ire, con lagrim e grandi tu tto
d isse. A m elio, b en ch a v esse u d ito, d pi fede [ad] Am ico ch e
a l suo u dire, e d isse: Deh dim m i se lan gelo fu o se a ltri te i d isse.
A m ico disse: Cosi sia io oggi gu arito d ella lebbra com e lan gelo fu,
m a ben ti prego ch e in questa p arte ta le atto non facci, ch e io sono
assai con tento cosi stare. L evatosi la m attina A m elio e la donna
andata a lla ch iesa , ch era dom enica, lassati li fan ciu lli in n el letto ,
dopo m olte lagrim e g itta te A m elio sopra li fig liu o li, con uno
co ltello le v en e d ella gola seg loro e t in un vaso quel sangue
rico lse e [ad ] A m ico nand, e lavato, subito fu m ondo da ogn i
lebbra. V edendo A m elio gu arito, A m ico subito lo fe* v estire a suo
104 NOVENE DI GIOVANNI SERCAMBI

pari e t a lla ch iesa nandarono in siem e. E t en tra ti in c h ie s a , la


donna li v ed e e non sa qual sia suo m arito. Subito m ossa disse:
Qual d i voi m io m arito A m elio? e c h i laltro? A m elio disse:
10 sono lo tu o sposo e q uesti A m ico nostro fr a te llo , il q u a le
Iddio lh a stam ane libero d ella leb b ra, e t per godiam o e ren
diam o laud e a Dio, ch e h a liberato lo nostro fratello. La donna
allegrissim a d alla ch iesa si parte, e t a casa tornata dando ord ine
di fare grande festa, e posti a taula, d isse la donna: Deh lev ia m o
i n ostri fig liu o li ch e sien o a lla festa dA m ico nostro. A m elio, c h e
ci ode e sa quello ha fatto, d isse: L assali p osare e t noi pren
diam o p iacere. La donna d isse : P er certo eliin o denno sen tire
d ellallegrezza ch e noi sentiam o. A m elio di ten erezza p er non
pianger si lev a di tau la, m ostra di andare per alcu n a faccenda,
e t en trato in cam era trov li figliu oli in su l letto ch e b allavan o
avendo intorno a l collo una sega com e fu sse u n corallo rosso.
A m elio grid dicendo : V enite qua, am ici e paren ti, a fa re a lle
grezza, ch e Dio ha dim ostrato oggi du' cosi ev id en ti m ir a c o li,
luno di A m ico, laltro <U* m iei figliu oli. La donna co rse e t A m ico.
D isse la donna: Che n ' A m elio d isse ch e i fig liu o li erano r e
su scita ti e per ch e lu i li avea m orti p er la v a re A m ico co l
san gue loro. R ispuose la donna e d isse : 0 A m elio, poco am ore
m h a i dim ostrato ; e t p erch non m i ch iam asti quando v o lei u c
cid ere i m iei figliu oli, ch e io a v esse tenu to lo vaso p er rip a ra re
11 san gue, acci ch e A m ico fusse gu arito? A m elio d isse: D onna,
lodiam o Dio e t facciam o ben e p erocch ci ha dim ostrato cos c h e
noi siam o suoi servid ori. E restato ta li parole, in tesero a m an
g iare, e t non m olto tem po steo ch e a A m ico ven n e n o vella com e
la donna sua dal dim onio fu strangolata, p er la qual cosa, dopo
m olti beni ch e faceano, A m ico e A m elio v issero lungam ente e
quasi in un tem po m orirono e fim no sop p elliti in uno a v ello in
San P iero a Rom a, l ove noi q u ello potrem o ved ere.
DE FIDE BONA 105

26 .
[Trir., n 40].

DB FIDE BONA.

F u in n ella citt d i R om a, dove stasera sia m o , uno giudeo


nom ato Adam o, m olto in ten dente d ella sua leg g e e g i m aestro;
il qual dopo m olto tem po stato in R o m a , vedendo v en ire in
squadre re e gran sign ori e t altri ven erab ili e sa v i om ini a v i
sita re la corte di R om a, im m aginando fra s m edesim o Adam o
com e potea essere ch e ta n ti v a len ti om ini ven ian o a fere reve-
ren zia a l papa de* c r istia n i, e dopo m olto pensare fra s d isse:
P er certo, disse, questo capo d e cristian i d e essere gran fetto,
p o ich co s m antiene i suoi serv ito ri e cristia n i, e p er certo , se
io fe sse certo d ta l fe d e , v o len tieri q u ella ferrei; m a non soe
c h i d el vero m e n e sap esse d ich iarare, per ch e se d al san to o
da a ltri vo lesse da loro esser certo, loro p er non essere biasm ati
lo direnno ch e la fede loro fe sse p erfetta. E c o s , volen do io
esser certo di ta le cosa, m i con vien e andare a persona non so
sp etta, e non ci veggo persona ch e di ta l cosa m i possa fare
c e r to , se non ch e io nandr in n ella ch iesa di San P ie r o , e t
q u ella c h e i cristia n i chiam ano la v erg in e M aria, la q u ale prim a
trover in ta l ch iesa, q u ella dom ander ch e m i fa ccia certo di
q u ello h o e sospetto. E fatto questo proponim ento, la m attina le
v a to si n and n ella ch iesa di San P iero, e t [a ] una colonna d ella
d itta ch iesa v id e nostra D onna dipinta co l figliu olo in braccio, e
pens di v o ler dom andarla acci ch e fe sse certifica to d ella v erit ,
e c h i era q uello ch e ten ea in b ra ccio , e t po' dim andare nostra
D onna di p arte in parte, secondo ch e a lu i ser a lla dom anda
risp osto. E fatto ta l p en sieri, renduto alquanto riv eren zia a no
stra Donna, d isse in rim a:

Dimmi per tuo onore,


se ti piace, donzella,
o chi cotesta stella,
che di saperlo mi [si] strugge il core?

L a V ergine, sapendo il buon proponim ento di Adam o, per d argli


buono esem plo e t an co p er fare la fe di C risto p er lo d itto ado
ra re, e ad esem p lo di ch i v o lesse m ai ten ere il contrario e t a
106 NOVELLE DI GIOVANNI SERCMBI

esaltazion e di tu tti i cristian i, s'in clin di dare responso a Adam o


giudeo. E t alla dom anda di Adam o risp uose secondo ch e a le i fu
dom andato rispondere, e com inci a d ire:

Con tanto desidero


fai tua petizione,
che gi niente ti posso negare.
Or intendi il mistero
della responsione:
questi morendo f* te ricomprare.
E per me* satisfare
a tutto '1 tuo desio,
quest' il figliuol di Dio,
che prese carne di me per tuo amore.

U dita da Adam o giud eo la consolata e devota respon sione fatta


alla sua dom anda, e t essendo fatto ch ia ro ch e il figliu olo d ella
v erg in e M aria era figliu olo di Dio, volen do pi oltra sa p ere, d isse
ch e le i lo d ich iari se ta l figliu olo quel M essia c h e i g iu d ei
asp ettan o. E d isse :
Un fuoco in nella mente
il tuo parlar m'ha inisso,
donzella che mi dai pena e diletto.
L'anima doglia sente
e 'mpallidisce il viso,
e mi vien meno il debole intelletto.
Si uno m' sospetto,
ma piacciati, Maria,
dirmi se l' '1 Messia
promesso dalla legge e *1 salvatore.

La gloriosa V ergin e, vedendo g i Adam o a v er cred u to c h e *1 su o


figliu olo era Iddio, e t avendo udito la d olce dom anda se ta le Ora
M essia, p er farlo ch iaro, vogliendo a' su oi p regh i con d iscen d ere,
d isse:
La mente in alto leva
e lo spirito santo,
e Dio vedrai in questa carne unito.
Costui Adamo et va
e '1 mondo tutto quanto
cre eterno e infinito.
Quest che esaudito
ha di padre l'amore,
quest il Messi* che in carne
del sangue suo fu di noi redentore.
DE FIDE BONA 107

A d am o, ch iarificato d ella graziosa risp o sta , e certifica to il fi


g liu o lo d ella V ergine essere q u ello M essia ch e i giu d ei aspettano,
m a p er esser p i certo d isse se ta l figliu olo nato di vergin e,
q u a si a d ire: Tu a v ev i m arito quando ta l figliuolo p a rtu risti,
com e pu essere ch e di v erg in e nato sia? E dom andatala in
q u esto modo, cio ':
Quanta dolcezza sento
del tuo parlar, Maria,
di questo frutto tanto dilettoso.
Ma m parte pavento
perch di vergin dia
naso Le donzella ohe mai sposo (4).
Non mel tener nascoso,
lume nel cuor mi rende,
a la vittoria intende,
s ch'io ricognosca in mio signore;

la ex cellen tissim a v erg in e M aria, cognoscendo c h e Adam o g i


cred ea e l suo figliu olo essere quel vero M essia, e t avendo sen tito
i l sosp etto ch e prendea se ta le figliu olo era nato da v erg in e, p er
o n estare il figliu olo e t anco s, e p er certo ricordo d ella verit,
con v o ce su avissim a d isse:

Io son di Dio sposa,


in virginit santa,
che luce in me pi che stella serena.
Io son candida rosa,
in umilt tanta
che dir m'ha fatto: ave, grafia piena.
Parturi' senza pena
questo mio figlio (2) e padre,
e son vergine e madre,
e tutta son dell'eterno fattore.

C ertificato Adamo il figliu olo di Dio essere Iddio e q uello M essia


ch e i giu d ei a sp etta n o , e t esser nato di v erg in e per lo Spirito
S a n to , con devotissim o cu ore rendeo grazia in q uesta fo rm a ,
cio :
Tal' l'offesa grave,
ch'i t'ho fatto, donzella,
ch'io ti domando per grazia mercede.12

(1) Evidentemente corrotto. Cos nel ms.


(2) Ms.: figliuolo.
108 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

0 dolce vergin ave,


ave, lucente stella,
ave, reina fontana di fede..
Beato chi ti crede,
benedetto sia il frutto
che *1 tuo ventre ha produtto,
Cristo Ges, ch fior soprogni fiore.

La reverend a m adre di C risto, udendo la d olce rin graziazion e


ch e Adam o a vea fatto a Dio e t a le i, e ved u tolo disposto a farsi
cristian o e lassare la fede g iu d a ica , distendendo la m ano, lo
benedisse. A dam o, partitosi com e pi tosto p o teo , si fe' cri
stiano, viven do poi com e v era ce cristian o, e t fin li suoi d con
san tit.
DE CASTITADE 109

86.
[T iir., a 48].

DE CASTITADE.

A n ticam en te Rom a era rip ien a don este e t ca ste donn e, infra
l e q uali ch e in R om a fu sse nom ata di ca stit fu una venerabi
lissim a donna nom ata m adonna L ucrezia, b ellissim a e d i g en tile
sa n g u e rom ano n a ta , e m oglie di uno de' prncipi d elle m ilizie
d i Rom a nom ato B ruto. E ssendo ta le m arito e p rincipe andato
in serv izio del com une di Roma a con q uistare contro alcu ni ri
b e lli di Rom a, lassando la sua donna L u crezia in Rom a, d ivenn e
c h e uno nom ato L arino, figliu olo di T arquinio superbo, m aggior
d el dom inio di R om a, il q uale L arino avendo sen tito e t ved u to
la b ellezza di L ucrezia e saputa la sua on est, pens le i a v ere
p er am ore o v vero p er forza. E t con pi m odi pens v en ire a l
l'effetto d el suo p en sieri, e n ien te g li v a lea . E parendo a La
rin o lo indugio p en a , dispuose una sera di n otte en tra rg li in
ca sa e cosi fe'. Et preso un fam iglio di L ucrezia, il q uale con
B ruto era stato m olto tem po lealissim o e fe d e le , e t andato in
n ella cam era solo il ditto Larino, lassando il fam iglio in sa la a
guardia de' suoi fam igli ch e m enati a v e a , e p erch era figliuolo
d el sign ore di Rom a il ditto fante sta v a per paura c h e to , e
giun to in ca m era , L ucrezia d isse: L a rin o , ch e vu ol d ire ch e
di n otte a s fa ttora se ven u to a u na onesta e casta donna t
non m i pare ch e sia ben fa tto , e p ertanto ti dico ch e di casa
ti p arti p er lo tuo e m io onore. L arin o, ch a v ea m ali p e n sie r i,
m anim ettendola p er vo ler isforzarla, L u crezia dinegando in tan to
c h e L arino n ien te di sua in ten zion e pu a v e r e , e vedendo non
p oterla a v er p er quel m od o, fe* il fam iglio preso m etter in ca
m era e d isse: Or m intendi, L u crezia, q u ello ti dir. S e tu ac
con sen ti a m e , giam m ai ta l cosa non si appaleser. L ucrezia
d isse: Tu m u ccid erai prim a c h 'io a te con sen ta. L arino d isse:
Io ti dico, se non accon sen ti, io nuda in n el letto t'u ccid er , e
nudo a lato a te porr questo tuo fa m ig lio , e sim ile u ccid er ,
e t poi far d ire: Odi ch e Lucrezia', ch 'era ten u ta sopra tu tte le
donne rom ane casta, stata trovata col suo fan te in n el letto,
ab bracciati nudi, e t uno p arente di B ruto li h a am endue u ccisi;
e p er questo m odo ser vitu perata la tua fam a. E preso il fa-
110 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

m iglio p er isp ogliarlo, tenendo la spada nuda in m ano, L u crezia


pensa q u ello h a d itto e sim ile *1 suo buon nom e esse r perduto.
Non curandosi tanto d ella p erson a, quanto del suo buon n om e,
diliber a ccon sen tire con uno proponim ento assai terrib ile, com e
u direte. A vendo L arino auto p er ta l m odo L ucrezia e p artitosi,
L u crezia , sentendo c h e B ruto suo m arito avea avu to v itto ria
d'alquante b a ttaglie, a ccio cch non andasse pi avan ti, g li m and
a d ire g lip iacesse [V enire]. B ruto, ch e am ava L ucrezia quanto
s, pens: P er certo q u alch e difetto ar, e avuto lic e n z ia c i to r
n are, torn. E com e L ucrezia sen to c h e B ruto su o m arito to r
n a v a , subito v estita di bruno in n ella cam era l'aspett. B r u to ,
com e h i giun to a Rom a, and a l senato, notificando ch e [dopo]
la v itto ria e r a v en u to a R o m a , e t poi dom and (1) d'andare a
casa sua. L i p aren ti d i B ruto e q u elli di L ucrezia in g ra n m ol
titu d in e (per, cora ditto, erano de* m aggiri p rincipi di R om a)
giu n ti in sala, L ucrezia aperta la cam era e t di n ero v estita , con
uno co ltello nudo in m ano si pose contra a l m arito. Lo m arito
e li a ltri, vedendo L ucrezia in q u ella frm a, m eraviglian d osi d is
sero: Or c h e questo? L u crezia d isse: B ruto, m arito m io, la tu a
gen tilezza e nobilt non si de* a u n a m eretrice accostare. B ruto
d isse: C h e q uello oh e io t'odo dire? dim m i q u ello eh la ca
g io n e ch e ta li parole h a i d itte. L ucrezia con t tu ttoci c h e La
rino,- m alvagio uom o, g li a v ea fatto e il modo, p er l qusd cosa
ti d ir a te e a tu tti li m iei parenti e tuoi, p oich la m ente non
accon sen to a p eccare, ch e di q uesta m ente ven d etta fa ccia te, e
p erch la carn e neb b e alcu n o p iacere questa m ano n e fr la
ven d etta. E t con q uello co ltello in* n el p etto si d i per m odo c h e
subito m orta cadde. Lo m arito e parenti di L ucrezia, fa tti c e r ti
c h e L arino cosi a v ea fatto, e veduta L ucrezia m orta, subito ri
ch iesti loro am ici e p a ren ti, e t arm atisi a rom ore andarono a l
palagio di T arquinio superbo, l u trovarono L arino, e d atogli
m olti colpi l u ccisero, e poi il padre sca ccia to -di signoria d i R om a
con tu tti i su oi. E p ortai* m od o-L u crezia-fu ven d icato.

(i), domandato.
DB RE PUBLICA ili

87.
[Tri*., 43].

DB RE PU BU C .

P o ich abbiam o toccato d elle co se di R om a, ancora a l pre


se n te v o d ire, ch e essendo Rom a p er alcu n o loro p ecca ti com in
c ia ta a d im in u ire, apparve uno segno in su lla p iazza d i Rom a
con, , uno fuoco, il q u ale andava ardendo a poco, a poco la p iazza.
E ra .q u esto fuoco in form a d i una tana m olto profonda et; era
tonda com e uno pozzo, a l pari d ella terra., E t la fiam m a andava
m olto a lta e di continuo s a llargava, e t p er questo m odo s i facea
q u esta bocca m olto la r g a , non dim inuendo per il fu o c o , m a
sem pre m ultiplicando, in tanto c h e *1 popolo di R om a stim ava ( i )
p er questo fuoco p erire, e ch e Rom a a poco a poco ard esse tu tta.
E v en u te loro a str o lo g i, videno ch e q u el fuoco non dovea m ai
resta re se uno. spontaneam ente da s m edesim o arm ato a ca v a llo
in ta l fossa non si gitta v a . S en tito da ta li astrologi il m odo, su
bito uno nom ato Scipione, arm ato a ca v a llo in ta l lu ogo si g itt ,
e g itta to si il fuoco si r in c h iu se , e t p er questo m odo Rom a fa
lib era.1

(1) Ma.: stim ata.


112 NOVELLE DI GIOVANNI SERCMBI

28 .
[T rir., n* 44].

DB RE PUBLICA.
E ssendo Rom a assed iata da A nnibale a frica n o , e q u ello e s
sendo pi tosto atto a d isforia ch e Rom a a p otersi difen dere (1),
e t non avendo li R om ani potuto con trastare a lla potest di An
n ib ale, e non avendo fon ti darm i n soccorso aspettando, con si
gliandosi fra loro disseno: C he p artito prenderem o? voi v ed ete
Rom a assed iata e t di fam e oppressa, e t v ed etela in ta l term in e,
ch e n ecessaria cosa sar noi in n e lle m ani d el n ostro in im ico
m etterci. E t quanto a Rom a e t a noi torni onore voi lo p otete
com prendere. T anto a noi (2) pare ch e se or fo sse persona c h e
vo lesse m etter s alla m orte p er sa lv a re R om a, sarem m o d i
tanta p estilen zia lib eri. Et il modo ch e dovre ten ere sere*, c h e
con uno co ltello andasse in n el ca m p o , e t appressandosi a An
nibaie q u ello u ccid esse. U cciso il capo, g li a ltri varranno poco e t
per questo modo sarem o sa lv i. U dito ta l co n sig lio , subito m olti
si levaron o, in fra q uali fu uno chiam ato Form icone, e d isse c h e
quella opera far lu i. E ra, in q u el tem po ch e questo fatto si fea,
di verno, ch e stando A nnibaie a l fooco, con m olti baroni onorevol
m ente v estiti intorno a uno fooco, il p red itto F orm icone g iu n se
quine u erano li baroni, e non cgnoscendo A nnibaie, ved en d o
uno barone on orevole pi ch e li a ltri v e s tito , di q uel co lte llo
g li d i p er lo petto, e m orto lebbe. A nnibaie, ch e questo [v id e],
d isse: C he vu ol d ire questo? ch i se tu ? L ui d isse: Sono F orm i
cone rom ano, il quale p er lib erare Rom a h o u cciso A nnibaie e
non cu ro ornai m orire. A nnibaie udendo d isse : Tu non h a i m orto
A nnibaie, m a uno altro in suo luogo m orto h a i. F orm icone d isse:
B en ch m orto ora no sii, non potrai scam pare, p erocch pi di
m ille hanno d eliberato m orire per u ccid erti, se da Rom a non ti
parti, e p erch la m ano m ia fallo a non dare a te, e ne p atir
prim a la pena. E subito in p resenzia di A nnibaie e daltri q u ella
m ano in su l fuoco m isse e non m ai ne la lev ch e fin e a l b ra ccio
fo arsa. A n n ib aie, vedendo la costanza del rom ano e l o rd in e
preso tra loro, d isse: P er certo io d ella m orte cam pare non po
trei, diliberando p er q u ella volta col suo esercito ritornare. E
per questo modo Rom a fu dallassedio libera p er lo buono F or
m icone rom ano.12

(1) Ma.: e quella esser pi tosto atta a disfarla che Roma potersi difendere.
(2) Ms. : a me.
DE FALSO PEROIORIO 113

29.
[T ifo, a* 46].

DE FALSO PERGIURIO.

L i rom ani an tich i avean o p er costum e volean o ch e le loro


donne stessero caste, e t p er esser certi se ca ste fussero, ordina
rono p er loro a rti e m aestria una m a cin a , la quale a rea tal
v ert , ch e quando una donna a v esse fallito a l suo m arito e posta
la m ano in su lla m acina, com e giurato avea e giu rasse il falso,
la m acina v o lg e a , e t se giu rava il vero la m acina stava sen za
v o lta rsi. D ivenne ch e una giovane nom ata F io rin a , m oglie di
u no rom ano ch iam ato P ir u c o , ella sinnam or di uno giovano
rom ano nom ato Sodo, e t ven u to a com pim ento il desiderio di
F iorin a d 'aver saziato pi v o lte la p arte di sotto con S o d o , e
p erch ta li co se non si puonno sp esse v o lte fare ch e non si
sen ta , fu e sen tito p er P iru co, m arito di Fiorina, ch e lla si fo llia ,
m a non sapea con cu i; p er la qual cosa P iru co , costretto dal
su o onore, diliber d 'accu sare la donna e t di m enarla a lla m a
cin a . E t com e diliber m isse in effetto, ch q uella accu s (1 ) da
to g li term in e a com parire ; per F iorin a parl con Sodo, dicen
d ogli: A m e con vien e esser condutta a lla m acina e tu sa i ch e
io pi v o lte h o avuto a fare teco, per ti prego m i d con siglio
a l m io scam po, a ccio cch vitu perosam ente io non sia arsa. E t
s e v o lessi d ire: A ndiam ne con Dio, ti dico ch e q uello fare non
s i pu, p erocch io sem pre [tem o] (2) le gu ard ie d ella g iu stizia .
Sodo le d isse: F iorin a, io p er m e non so tro v a re m odo di po
te r ti scam pare. F iorina, ch e a v ea trovato il m odo a con tentare
la su a v o g lia , d isse a Sodo: 0 S o d o , se tu vorrai fare a m io
sen n o, io penso sa lv a re m e e *1 m io onore. Sodo d isse: Comanda
e t io il for. F iorina d isse: F arati m atto, e t quando io sar m e
n a ta alla giu stizia d ella m acina, e tu v ien i e t abbracciam i e ba-
scia m i e t poi ti fuggi, e cosi farai pi v o lte, e poi lassa fare a
m e. Sodo, ch e g li vo lea bene, subito fe' v ista d 'essere am m attito e t 12

(1) Ms.: accusata.


(2) Qui manca evidentemente una parola nel ms., e credo di non esser
andato lungi dal vero suggerendola.
*14 NOVELLE DI GIOVANNI SSRCAM9I

p er Rom a andava facendo le m atte co* panni stra ccia ti voltan


d osi p er lo fango, e tu tto ci ch e u n vero m atto facea il Sodo
co si facea. In tan to c h e p er tu tta R om a Sodo era p er m atto te
nuto , e b en ch dim ostrasse m atte tanto, a niuno fa cea m ale.
V enuto il giorno ch e F iorina m enata a lla m acina, Sodo, c o n fe lla
u scio di casa accom pagnata d alla fam iglia e da alqu an te donne,
s e g li accost, e t ab bracciolla e b asciolla, e p artissi subito. E com e
fu andata alquanto Sodo u scito duno ca n to n e d corsa, si m isse
tra la fam iglia e t abbracci P ierin a e b asciotta e foggio B con
d otta F iorin a dinanti a lla S ig n o ria , em endo la m agm a p resen te
e sim ile P iru co su o m a rito , prim a o h e dakam a cosa te s se do
m andata ven n e Sodo, e passando tra om o e t om o and dovera
F io rin a , e t in p resenzia d ella Signoria e di P im e o ab bracci F io
rin a e b asciolla e fo g g io . E stando F io rin a d in an ti a l g h id fa e ,
dom andato P iru co c h e v o lea d ire d ella m o g ite, P ir u c o dism
c h e lla avea au to a fare e o o altro om o c h e seco . Lo g iu d ice dice:
F iorin a, odi tu q u ello c h e tu o m arito d ic e! So d ici d i n o , e la
m acina n el m ostra, non av ra i a lcu n a rem ission e, m a p resen te
a l fuoco sa ra i menato e q u ia la tu a persona serir a rsa : sa d te i
la v erit , q u alch e rim edio p o trai a v ere a l tu e scam po. F iorin a
d ice: S tesser lo m io m arito pu d ire c i c h e v u o te e t io san qui
dinanti da v o i p er ubbidire v o stri com andam enti. Lo g iu d ice
d ic e ; F iorin a, m etti la m ane in su lla m acin a e giu ra so a ltro
om o ch e il tu o m arito t h a to cca e d i te a v u to p ia cere. F io rin e,
m essa la m ann in su lla m acin a, d isse: Cos m i scam pino l i no
stri d ii, com e a lle m ie ca r n i n a m e sa cco st m ai person a a ltri
c h e l m io m arito e q u el inatto eh e in vostra p resenzia m i abbracci
e basciom m i. E fatto il sacram ento, la m acina n on s i m osse, ma
salda steo. Lo g iu d ice, c h e non com prese i l m otto, liber F iorin e,
dicendo & P iru co ch e la su a donna era ca sta e m a n tella a casa.
L i d ii, ved en d o ch e la m acina era sta ta p er m alizia d i F iorim i
vitu p erata, da q u ellora m anti la v e r t c h e prim a a v ea p e n te *
n m ai ta le v e r t s i riacq u ist.
DB ABtORfe ET CRUDELIAt 115

30 .
[Trir., n* 47].

DE AMORE ET CRUDELTATE.

N ella citt di Rom a a l tem po di G iulio C esare fu u na donna


n om ata T u llia , n ta di g en tile san gu e e d'ardito c u o r e , essen
d o si m aritata a uno g en tile om o d i Rom a nom ato Pom peo. E
m lto tem po stata la d itta T u llia co i m a r ito , v iv en te il padre
d i le i, essendo g i v ec ch io , d iven n e c h e *1 d itto Pom peo di na
tu ra i m orte m orio. T u llia d ogliosa, veggend o il m arito m orto e
1 padre v ec ch issim o , com e donna r e a le , v o lse ch e suo m arito
P om peo in su un carro fu sse portato a farne cen ere, com era di
u sanza d e p rincipi di R om a, e p erch il padre di T u llia era
v ec ch issim o , p er p i onore d el m arito d ilib er T u llia rom ana
c h e il carro, sopra il q ual era il m arito, andasse sopra il dosso
d e l p a d r e, e t co s segu io ch e il padre di T u llia rom ana fu
m orto p er onorare Pom peo suo m arito. E per p otete com pren
d e r e quanto T u llia Ai sa v ia a m ettere il padre v iv o p er lo m a
r ito m orto.
116 NOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

81.
[Trir., a 48].

DE RECTO AMORE ET GIUSTA VENDETTA.

P rim a ch e C risto in carn asse in n ella v erg in e M aria, era io


Rom a uno im peradore nom ato A d rian o, il q uale av ea u n a su a
fig liu o la gran d e donzella nom ata I s ifile , la qual lo m p eradore
ten ea in una b ellissim a torre d i n o tte e t alcu n a v o lta di d ie ,
quando ella non u sca fuori di casa, c h m olte v o lte andava p er
suo spasso p er R om a. A vven n e ch e in q u el tem po V erg ilio p oeta
fu scacciato di M antova, e arrivato V ergilio p oeta e gran m ae
stro in a rte negrom ante a Rom a, e quine dim orato m olto tem p o,
vedendo un giorno Isifile e piacen dogli, e t essend o d el m ese d i
m aggio, s'innam or d i le i p er m odo, ch e non m olto tem po ste o
ch e a Isifile fe' d ire il b en e ch e a le i v o lea. E dopo m olte pa
role , Isifile p er ingan n arlo risp uose ch e era con tenta d 'accon
sen tire a lla volont di V erg ilio , m a non ved ea m odo ch e a le i
andare potesse se non a uno modo e q u ello era assai fa tico so , m a
pure pensava ch e fatto verro'. E il m odo era q uesto, ch e e lla ,
ch iesto licen zia a l padre da v ere suso in torre uno ca n estro d i
rose, V ergilio in q uello can estro di ro se m irare dovea e t lu i ti
ra re suso, e prenderenno loro p iacere, e dopo p er q u ello m ede
sim o m odo si ritorner'. E ta le risposta a V ergilio m and. V er
g ilio , ch e l'am ore a vea in le i a c c ie c a to , con tento d isse ch 'era
p resto a en trare in n el can estro e t ella su lo tira . O rdinata la
cosa, V ergilio in n el can estro entr, coperto di rose. Isifile falsa
tir V ergilio fino al m ezzo d ella torre e t quine tu tta la n o tte
fino a l m ezzo di lo lass pendente. V ergilio, vedendosi in gan n ato
e non ved ersi andare n su n gi, e stato tanto tem po, pi v o lte
p er disperazione d el can estro v o lse u scire e lassa rsi ca d ere; m a
l'anim o suo facendosi forte di siffatto fallo p er Isifile com m esso a su o
tem po ven d icarsen e, se n e risteo ch e d el can estro non u scio. Isifile
m alvagia avendo fatto sten ta re V ergilio quindici ore, parendogli
tem po di lu i vergognare, m andato per lo m peradore suo padre, a
lu i venendo disse: 0 padre carissim o, vendicam i d ella vergogna c h e
a m e stata voluta fare da uno m alvagio. Lo m peradore d isse :
Chi stato tanto ardito ch e la figliu ola d ello m peradore ab bia
voluto vergognare ? Isifile d isse : P adre carissim o, avendom i v o i
DE RECTO AMORE ET GIUSTA VENDETTA ii7

dato licen zia ch e uno can estro di rose p otesse in n ella torre
tira re, uno V ergilio m antovano, ingannando (1 ) q u ello ch e le rose
a r r e c a v a , in n el can estro en tr e coperto di ro se suso lo feci
tira re, e t vedeudo io ch e m olto p esa v a , quando a m ezzo .d e lla
to rre fu ^ tirato, considerando le rose tanto non dover p esa re ,
fattam i a lla fin estra d ella torre, V ergilio vid i, e t io ci vedendo
fe r m a i la fune a ccio cch vo i, padre, lo possiate ved ere e di lu i la m e
^quella g iu stizia ch e m erita. Lo m peradore, fattosi a lla fin estra,
v id e V ergilio, e subito fattolo andare g i e m esso in n elle pri
g io n i, dopo m olta d eliberazion e fu d eliberato c h e V ergilio m o
r is s e . E ven u to il giorn o ch e V ergilio m orir d ovea, fitto g li noto
da m orte, subito V ergilio con una sua a rte, essendo m enato a lla
g iu s tiz ia , a uno suo fam iglio si f portare uno bacino p ieno
dacq u a e t quine m essovi la faccia d isse: C hi V erg ilio v u ol tro
v a re , a N apoli lo vad a a cerca re: e t subito d alli sp iriti m align i
i p reso e m esso in N apoli. Lo m peradore, ci sentendo, m era-
v ig lio ssi (2) d ello scam po di V ergilio. E non m olto tem po ateo
V e rg ilio ch e d el fallo com m esso p er Isiflle si v o lse v e n d ic a r e ,
c h subito p er arti f ch e in Rom a foco non si trovava n per
^alcun m odo a rreca re n fare se n e potea. V edendo lo 'm pera-
d o re questo e t essendone estim olato dal p op olo, dicen do: N oi
p eriam o e siam o costretti abbandonare R om a se m orire non v o
gliam o, lo m peradore non sa q uesto fatto unde proceda e n ien te
risp o n d er V ergilio, ch e tu tto sa, m and a d ire allo im peradore
ch e m ai in Rom a non ritorn er foco se non di q u ello ch e dal
c u lo dIsifile sua figliu ola si prendesse, notificando, se neuno ad
a ltr i d i ta l foco d e sse , c h e il suo e *1 dato si sp eg n ere. Lo
m peradore, veggendo il popolo rom an o, d ilib er , posposta ogn i
v erg o g n a d ella fig liu o la , c h e lla a lla piazza com une fosse co l
c u lo nudo a lza ta , e t ch i volesse d el foco con bam bagia, panno,
-stoppa, andava e t a l culo, d is i file lo ponea, e di p resen te il foco
s a p p ren d ea , e p er q uesto m odo con ven n e ch e tu tti q u elli di
R om a, m aschi e fem m ine, ved essin o il cu lo a Isiflle, p erch non
v o lse ch e V ergilio g lie l ved esse. E t co s (u isvergogn ata le i e lo
m peradore ch e m al pi om ini.12

(1) Mb.: digannando.


(2) Ms.: meravigliandosi.
Al# NOVELLE DI aiOVANtfJ SBRCAMBf

82.
[T iii., 49J.

DE PR U D EN TI* IN QONEILUS.

N el tem po ch e R om a [si] reg g ev a a se n a to , prim a ch e a ltra


le g g e si facesse, q u elli ch era no di co n siglio m en avan o, quando
erano rich iesti, a* con sigli li loro fig liu o li p erch li p rovassero (i)>
com e m olti m atti oggi fanno, ch e vorrenno ch e uno suo fig liu o lo
di tr e o quattro anni stia in banca a sed ere con om ini v e c c h i.
E t quanti n e sono stati e sono in n ella nostra citt di L u c c a ,
ch e a ogni ora, quando seranno rich iesti in palagio a stretti con
sig li, vin er uno fa n ciu llo , ch e d ir : B abbo, io vo* ca ca re! E t
essend o il padre a l con siglio str e tto , dir: A sp ettate fino ch e i*
h o p en a to a ca ca re il m io figliu olo. E p er questo m odo i com un i
sono co n sig lia ti. D ivenne uno rom ano nom ato S im o n e, a v en d o
uno suo figliu olo nom ato M erlin o, avu to da una sua donna no
m ata m adonna C icogna, questa (2) di continuo dal figliu olo v o lea
sap ere q uello c h e in n e con sigli di Roma sera fa tto , [ e t ] lo
fan ciu llo tu tto d icea. A vvenn e uu giorno ch e 1 d itto S im one fu
rich iesto p er istretto con siglio fu sse a p alagio. Sim one, con M er
lin o suo figliuolo, and a l con siglio, e q uine p raticato a lcu n a co sa
m olto secreta , fu per lo sen ato ordinato!, acci ch e spandere ta l
secreto non si potesse, ch e ognuno giu rasse, sotto pena d ella te sta ,
ch e il con siglio non s ap paleser. E ta l sacram ento fu dato dal (3 )
padre di M erlino. M erlino fan ciu llo, udendo il com andam ento e
vedendo il sacram ento fa tto , subito si puose in cu ore d i n on
dirlo alla m adre. Et licen zia to il con siglio e M erlino tornato a
casa, m adonna C icogna su a m adre dom andando M erlino ch e s'era
fatto in co n sig lio , M erlino d ice: M ad re, e non sosa d ire. L a
m adre d isse: lo lo vo da te sap ere. M erlino d ice: M adre, non
vo g lia te sa p e r e , p ero cch da m io padre stato dato in sa c r a
m ento, sotto pena d ella te sta , ch e il con siglio non s ap p alesi, e
p ertanto io non v e l d irei m ai. M adonnna C icogn a, ch e h a e la
volont b estiale, d isse: 0 tu m e lo di , o io ti b atter p er m od o 123

(1) Mb.: provassi.


(2) Mb.: la quale.
(3) Ms. : a l
DB PMTDBNm IV C0NUUI8 149

m al d irai. M erlino -disse: M adre, v o i la v e r e s te am are la v ita di


S im en e vostro m arito. P er oerto se q u esto co n sig lio 'appalesa,
lu i condannato a lla m orte e t p ertanto io non v e l d ir (1 ). Ma
C icogna, ette poco si c a r a d el m arito, p er ad em p ire il ano d eso ,
p rese M erlino e t con una sferza lo b att, e n ien te da lu i pu sa
p ere. U ltim am ente ved en d o m adonna C icogna ch e p er q u el bat
te r e non p otea sa p ere il con siglio, spogliando il figliu olo, d isse (2):
O io t u ccid er, o tu il con siglio m i d irai. E com inciano a b at
te r e frtem en te. Lo fa n ciu llo sostien e- M adonna C icogna non
resta , m a m ultipU cando tanto c h e san gu e p er tu tto v ersa , d icen
d o g li: Io ti co n seg n o v en d ere; M erlino, c h e non pu p i soste
n ere, d ic e : M adre m ia, p oich io veggo la vostra v o lo n t , v i
p rego c h e p er am or d el m io padre non dobbiate il con siglio ap
p a lesa re; io v e l dire. E la m adre d ice: D im m elo. M erlino sa v io
d ice: Il sen ato h a d ilib erato c h e ogni (3 ) rom ano debba pren
d ere tr e m ogli p er m u ltip licare il populo. B en v i d ico ch e q u esto
teg n a te secreto . La C icogn a, com e p i tosto p o te o , ritrovatasi
con m olte cicogn in o, ta l co n sig lio narr. B tanto fu lo d ire, c h e
p i di seim ila donne assiem e si trovaron o, deliberando an dare
a l sen a to e t d ire c h e ta l con siglio non p iacea loro. B t co si in
siem e a l sen ato n andarono, e fecero m adonna C icogna cap orion e
dan dare, com e m aestra, dinanti a l senato. E cosi in torm e, com e
le pecore sen zo rd in e , q u elle cico g n in o , segu itan do la cico g n a
m aggiore, g iu n te le donne rom ane a l palagio d el sen ato di R om a,
m andolino a d ire c h e volean o a l co n sig lio p arlare. E ssendo g i
com m ossa tu tta Rom a, om ini e donne, p er sen tire q uel c h e v o lea
d ire lo raunam ento c h e fatto a v ea m adonna C icogna co lla ltr e
cicogn in o, giun to il con siglio in p alagio, Sim one, m arito di m a
donna C icogna, d isse: 0 sen ato, c h e vu ol d ire questo? Il sen ato
e la ltro con siglio disseno: N oi non sappiam o. E raunato il con
sig lio , diliberonno m andare a d ire a q u elle sm em o ra te, ch e a
p i d el palagio grid avano desser u d ite , e t andato uno ca n cel
lie r i a d ire loro q u ello voleano, d isse la m aestra d elle poco sa v ie:
N oi vogliam o sa p ere, cb il senato e l su o con siglio h a fe tte
le g g e ch e debbia esse re nostro danno, e vogliam o sap ere p erch .
Lo ca n cellieri, avu ta la im basciata, e t a l sen ato e t a l co n sig lio

(1) Mb: direi.


(2) M.: dicendo.
(3) Mb.: per ogni.i
120 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

[riferito ] d i q uello ch e le donne poco sa v ie rom ane avean o ch iesto ,


disseno ch e p er loro si m andasse. E t co si il ca n cellieri and a
loro e d isse c h e a l sen ato andassero a d ire la loro ragion e e c h e
v o len tieri seranno u d ite; m a p erch n el palagio non p otreste
cap ire, ta n te se te q u elle c h e la volont pi ch e la ragion e v 'h a
m osse, b en e c h e alqu an te n e la scia te co llo erro re loro ch e non
vegnano. M adonna C icogna d isse: V oi d ite b en e, e t elesse di
q u elle c h e com e le i avean o il cu ore m agnanim o a p oter non
d ie uno om o saziare, m a m olti non baster' loro. E t con ard ore
giunseno a l sen ato e t a l co n sig lio , dicendo prim a m adonna Ci
cogn a e t poi rafferm ando la ltre in questo m odo: Senato e v o i
d el con siglio, a noi ven u to a n otizia c h e non m lti g io rn i
ch e ord inaste in con siglio ch e ciascu n o rom ano possa e debbia
pren d ere tre m ogli, qual pi g li p iace. E pertanto noi a q uesto
con siglio non fum m o rich ieste e t per la leg g e fatta non v a le ,
e se p ur v o leste u dire le ra g io n i, v i dichiam o ch e non ta n ti
om ini ha Rom a ch e la sesta p arte d elle donne rom ane con ten
tassero loro volont, appieno le donne p asciu te non si troven no.
E p ertanto v i dichiam o, ch e se i n ostri m ariti desiderano a v er e
tr e m o g li, e di questo non n e sanno ren d er ra g io n e , ora ch e
siam o in n el con siglio d ich ia m o , ch e a noi n e siano ta n ti con
ced u ti di m ariti ch e abbastanza c i abbiano co n ten te. E p er q uesto
modo crescerete R om a di g en ti d'arm e pi ch e se i n ostri m ariti
prendesseno tr e m ogli p er ciascuno. Lo sen ato e *1 con siglio,
udendo p erch le donne rom ane avean o fatto un tal raunam ento
e t udendo d ire ch e d i ci p er lo sen ato s'e r a d ilib era to , riv o l
tisi a m adonna C icogna d issero (1) ch e '1 con siglio v o lea sa
p ere da le i onde avean o ch e ta l con siglio era stato fa tto , m e
ravigliand osi ch e le i ta l con siglio possa a v er saputo. M adonna
C icogna d ice: M erlino m io figliuolo l'h a ditto. Il sen ato e t con
sig lio , str etti in siem e con S im one, padre di M erlino, dicendo
c h e vo lea d ire questo, Sim one d ice n ien te sa p e r e , m a m an
d isi p er M erlino e tu tto dir. Lo senato subito m and p er
M erlin o, ch e il giorno, p er esser ito a lla sc u o la , il padre a l
con siglio non iavea m enato, e t questo fece p erch ta l co n si
g lio non fu con ordine. V enuto M erlino a l sen ato e t a l con
sig lio , e d ittogli quello ch e la m adre a v ea d itto d e m ariti tr e ,
M erlino ridendo d isse: Io v i dir tu tto. E raccon t a l sen ato c h e 1

(1) Ms.: rivoltoti.... disse.


DE PRUDENTIA IN CONSILIIS 121

la m adre v o lea ch e a le i d icesse q u ello c h e in n el co n sig lio era


fatto, e dopo m olte b attitu re e sa n g u e versato, vedendo la su a
v o lo n t , p er non ap palesare il v ostro s e c r e to , d elib erai dire
eh* ora d ilib erato c h e ogni rom ano tr e m ogli potesse prendere,
im prom ettendom i di non dirlo a persona. Ora veg g o ch 'ella a
tu tta R om a l'h a p alesato; non c h e a Rom a (1 ), m a a tu tto *1
m ondo m ia m adre T are ftto p alese. Lo senato, vedendo il senno
d i M erlin o , e sapendo la r a g io n e , in presenzia di q u elle m at-
ta cce d issero : E t noi d elib eria m o , ch e non pi c h e una se n
possa ten ere, p erch veggiam o ch e, [se ] m al se n e con tenta una,
m al se n e contentare* tre. L e donne gridarono: V oi d ite v ero ,
e ciascu n a di noi tu tto *1 d il prova, ch e i n ostri m ariti a l d e
cim o non ci contentano. E p er a ltro m odo n e con vien talora di
vivan d e stra n e l'app etito [sa zia re]. L e cicogn e rom ane con ten te,
rim aso e l sen ato e l con sglio, d issero: O co n sig lieri e v oi sa v i
ro m a n i, quanta confusione h a ricev u to o ggi R om a, e solo p er
ap p alesare a lle donne le co se secreto ! E t p ertanto b en e c h e
s'ord ini ch e in n el con siglio neuno en tra re p o ssa , n esser m e
n ato, se ta le non fu sse rich iesto . Ma p erch M erlino stato
sa v io e h a sosten u to torm ento, possa, sen za esser rich iesto , in
n e 'c o n sig li in tr a r e , e t a tu tti li altri sia ex p resso com anda
m ento di non en tra re. E t co s ferm c h e neuno, il q u ale non
fo sse rich iesto a l con siglio, in q u ello in tra re non p otesse, sa lv o
M erlino.1

(1) Ms.: in Roma.


122 NOVELLE DZ GIOVANNI 8HICAMBI

38.
[T ifo, a* 60].

DB FALSITATE MUMERIS.

A l tem po ch e A lexan d ro sign ore d ei tu tto regnava, prim a c h e


C risto incarn asse, ebbe il ditto A lexan d ro p er suo m aestro u no
filosofo, m aestro di filosofia, nom ato A ristotile, il q u ale am m ae
strando A lexandro pi tem po ateo con lu i. D iven n e c h e il d itto
A lexan d ro p rese per m oglie una donna barbara b ellissim a e g en
tile, lo cu i nom e fu chiam ata m adonna O rsin a , e t co stei p rese
sen za ch e m ai A lexan d ro ved u ta la v esse, e t m enatala, A risto tile,
com e la v id e, com prese questa m adonna Orsina essere di com
p lession e m olto cald a e t lu ssu riosa e t ta g a deUom o. A lexan d ro,
c h e giovano era gagliard o e di cu ore g en tile, ved en d o m adonna
Orsina b ellissim a, co le i pi ch e a tanto sig n o re non s i oon ven ia
usava, e t e lla pi s'arrend ea in tan ta c a ld e z z a , ch e in m en di
uno m ese alquanto A lexan d ro fu d ella persona Indehillto. Ve*
dendo A risto tile q u ello ch e A lexandro, p o ich la donna p r e se ,
era d iven u to, subito parl ad A lexandro d icen d o: P o ich tu m i
h a i ele tto ch e io tu o m aestro e gu id atore d ella san it e t buoni
costum i [sia], ti d ico ch e non voglio, p er sa zia re q u ella co sa oh e
m ai saziare non si pu se non com e lo infern o ch e m ai non s i
d e saziare, tu v o g li p erire e tu tti i tuoi sottoposti teco p erissero .
E pertanto, o ltra li a ltri con sigli ch e tho dati, ti do questo c h e
de lu ssu riare tan ta lussu ria fare non debbi, n vo g li p ren d ere a
con ten tare (ci] c h e m ai con ten tare si p otre. E tu , com e sa vio,
ornai p rendine il m igliore. A lex a n d ro , ch e m ai dal co n sig lio d i
A ristotile non si p a rtio , colla sua n con a ltra donna usava se
non per modo ch e a lu i alcu n m ale fa r non p otea. M adonna
O rsina, ch e ved e ch e A lexandro avea restato il ca v a lca re sen za
sproni, d isse: M essere, p erch sete restato di non ca v a lca re com e
di principio m e ca v a lcasti? e qual cagion e v e n h a rim osso ?
A lexandro disse: Donna, io sono principe d el m ondo e t h o a com
b a ttere e t affannarm i in co se darm i, e con vien m i tu tte le m ie
b rigate rin fran care, trovandom i d eb ile parenno p ecore e t io con
loro. M adonna O rsina d ice: Come, non era v a te v o i, quando m i
m enaste, p rincipe com e ora? e di ca v a lca re sen za sproni non
resta v a te d e n o tte, e t ora pi giorn i d ella settim an a m e n e
DE F4LSITATB m d u b r i s 3 3

fa te p a tire difetto, A lexan d re dice? Bornia, sem pre h o volan te


v iv e r e p er co n sig lio de' sa v i e t pertanto h o trovato o h e m entre
c h e io m i sono atten u to a l con siglio dA risto tile filosofo e m io
m aestro, sem pre ra co lto bene, e p er tanto ora lu i m 'ha d itto
questo modo teglia, e dinoti o h e se altro o n ien te vorrai ch e io
(accia, tu sera i m eoo in contum acia. M adonna O rsina ta c ette a
n ien te d isse e t pens q u ello A risto tile pagare p er lo Dallo oh e
le p area ch e a v esse com m esso, e t ord in ch e u na su a cam eriera
giovan a e b ella nom ata V io to andasse ad A risto tele in n ello stu d io,
o v vero in n ella sua cam era, la qual era in n el palagio d'A lexandro,
com andandogli o h e a n ien te con sen tisse e t A ristotile, m andando
buone p arole, lo fa cesse en tra re in ru zzo, com e talora en tran o
q u esti v ec ch i, ch e q u ello c h e non puonno (a re si diceno. E co si
com and m adonna O rsina a V iola m aestra d e G usm ini (1 ); d isse :
M adonna, lassate fare a m e. P en sa ora, letto re [e ] voi ch e u d ite,
quanto sen n o fu q u ello d 'A ristotile a e sse r condutto a u na ea*
v estrella , ch e anco g li sapea la cam icia di piscio^ com e a m olte
og g i se n e trover! V iola, avu to d alla im p eratrice, cio da m a
donna O rsina, il com andam ento di ubbidirla e co n sen tire, en trata
V iola in n ella cam era dA risto tile con m otti d'am ore salutandolo,
A risto tile m aravigliandosi d isse o h e vo lea d ire. V iola d isse :
M essere, io sono ven u ta a v o i a im prendere a lcu n o am m aestra
m ento m en tre oh e m adonna O rsina dorm e. A risto tile, lassato lo
studio, disse: 0 p erch tu anco non d o rm ii V io la : P erch il
m io dorm ire non sere' u tile n a m e n ad a ltri. E questo d icea
con un vezzoso parlare, quasi ridendo. A ristotile, c h e v ed e co stei
b ellissim a e so la tan to p arlare vezzosa, sen za sospetto s i com inci
a riscald are, b en ch poco caldo a v ere p otea, e p erch era m olto
d i tem po, pur la im m aginazione e l'u d ire V iola con d olci m otti
p arlare lo Iacea esser voluntaroso e v o lsela p ren d ere. E lla, com e
am m aestrata e m aliziosa, reggen d olo g i preso, d isse: O A risto
tile , io so e veggo ch e v o i m 'am ate e t ogn i cosa fo reste p er m e
e t io co si Darei p er v o i, m a io sono sta ta tanto a n o v ella re con
v o i ch ' l ora ch e io debbo esser appresso a m ia donna ven u ta ,
e t p er a v a le non posso il vostro e t il m io v o lere ad em p ire, e
pe$ p iacciavi sta re con tento, e t in segn o di buono am ore q u esto
v i posso fare c h e h n bacio v o i m i date, e se il tem po il p a tisse
io fo rei il vostro e '1 m io vo lere, ma penso c h e m adonna si vorr

(1) Cos nel ms.


124 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

lev a re. A ristotile, ch e ode, tu tto desideroso s'accost a V iola e


subito ode grid are d icendo: V iola, v ien i a m adonna. V iola d ice :
A ristotile, lasciam i, e dom ane ser qui a v oi e darem o l'ord in e
a tu tto. A ristotile, accostatosi a V iola, e b asciatola, V iola si p arte.
A ristotile rim ane con alleg rezza , sperando d are com pim ento a l
d esid erio. M adonna O rsina, sen tito da V iola tu tto l'ordine dato,
d isse a V iola : V iola, farai dom ane q u ello ti dico. T u andrai ad
A risto tile e d irai ch e tu sii con ten ta ch e e g li abbia a fere con
teco , m a d ig li ch e tu tte q u elle d el tuo san gue, prim a ch e sian o
sta te svergognate, hanno cav a lca to d ieci passi q u ello ch e prim a
h a a Care con loro, e t io far arai una sella e t una b rig lia e con
q u ella accon cierai A ristotile e darai l'ord in e d 'esser con lu i in
n el giardino d irieto a lla m ia cam era, dicendo ch e quando io sono
a dorm ire ven ga, e tu a llo ra g li m etterai la sella e la b riglia et
m onterai a ca valcion i e cosi lo fo andare d ieci passi. V iola, c h e
od e m adonna O rsina, d isse: M adonna, io sapr tu tto Care, e penso
condurlo co lle m ie parole a fare ci ch e io vorr. Lo giorn o
seg u en te m adonna O rsina fe* A lexandro rich ied ere c h e g li pia
cesse v en ire a lla sua cam era dopo d esnare, ch 'ella vo lea alq u an to
seco p arlare. A lexandro, au ta lam basciata, d isse c h e v o len tier i
andare* non sapendo la cagiono. M adonna O rsina, essendo c e rta
ch e A lexandro d ovea a le i ven ire, d isse a V iola ch e andasse a
forn ire lam basciata con A ristotile. V iola subito and in cam era
ad A ristotile e d issegli ch e al tu tto era disposta di fare la su a
volont, m a tanto g li v o lse d ire ch e se lu i a v ea l'anim o di os
serv a re lo costum e d el suo lignaggio e lla star con tenta ch e sec o
u si, altram en te non p oter n eg li n a ltri da le i a v er effetto .
A ristotile d isse : Che costum e hanno li tu oi ? D isse V iola : C he
co lu i c h e prim a svergogna neuna di noi de' essere prim a d ie ci
p assi cavalcato e poi h a (1) di noi p iacere. D isse A risto tile:
C otesto for io b en e; ma com e avrem o sella e briglia? D isse
V iola : Io prender q u ella ch e m ia m adre adoper la prim a
v olta ch e coll'om o si con giun se. A ristotile d isse : F a lla p resta.
D isse V io la : Io l'ho m essa in n el g ia rd in o , ch e o ggi quando
m adonna d orm ir, v i voglio dare p iacere. A risto tile a lleg ro
d isse e t ordin ci ch e bisognava. V enu ta l'ora, A lexandro and
a m adonna O rsina e t in cam era con le i trovossi. V iola and
ad A risto tile dicendo : Ormai tem po. A ristotile desideroso and 1

(1) Ma.: anno.


DE PALSITATE MUUERIS 126

in n el giard ino. V iola, ap parecchiata la sella e la b riglia e m es


sala ad A risto tile e sn salendo, V iola com inci a la re i passi.
M adonna O rsina, ch e di tutto era am m aestrata, prendendo p er
la m ano lexandro, g li d isse : Io v o g lio m ostrare A ristotile quanto
sa co n sig lia re voi ch e m eco non u sia te se non a punti di ste lla
e lu i ogni ora ta l m estieri cerca di fe r e , e p er pi ave* su o
a g io con V iola in n el giard ino si riposa : andiam olo ved ere. A-
lexan d ro, ch e q uesto ode, and in su l p ortico e vid e A ristotile
esser da V iola ca v a lcato. P arendonegli m ale, d isse: A r isto tile ,
V ' il sen n o tuo ? A risto tile, ch e ode la v o ce d'A lexandro, a lz
la testa e v id e lexandro e la donna e d isse : Il m io senno
in n el cu lo di V iola; e subito lev a to si p er vergogna d ella terra
si parto e and in una citt dovera uno sig n o re nom ato Cosma],
il q u ale, com e vid e A r isto tile , subito facendogli riv eren zia g li
d isse : C he buone n ov elle? A ristotile d isse : S e tu m i vu oi p ro
m ettere di non appalesarm i a persona, io da te non partir c h e
io t'ar fatto tanto onorare, ch e sem pre n e sera i lodato. Cosm al,
c h e d isiava a v er buono con siglio, sapendo il senno dA r isto tile ,
subito d isse: M aestro, com andate e t io ubbidir. A risto tile d isse:
Io non ti vo com and are, m a di buoni esem pli ti for m aestro.
C osm al, lieto ch e A ristotile rim ane, con lu i secreta m en te, com e
A risto tile v u o le, lo tien e. E l prim o com andam ento ch e A risto
tile insegn a Cosm al si fu ch e a lla sua donna e fam iglia si fa
cesse ubbidire, e poi segu it a ll'a ltre cose, le quali qui non si
dicono, m a ben dir ch e la fem m ina di Cosm al p er tu tto era
lodata di buono e giu sto reggim en to. M adonna O rsina d ice ad
lex a n d ro : Ora p otete com prendere ch e di sta re al co n sig lio
di un m atto e sm em orato, ch e da u na fa n ciu lla s'h a lassato in
gan nare. E tu tta la n o vella g li narr. lexan d ro, doloroso d ella
vergogna ch e A risto tile ricev u to avea, e t appresso ch e lu i non
sap ea dove fu sse capitato, e non potendo da neu na p arte p oter
sen tire di lu i, stim p er dolore si fu sse u cciso , e t di questo.por*
ta v a singularissim o d olore, e co s dim ora. M adonna O rsin a , pa
ren d ogli a v er fatto assai ad a v er svergognato il sa vio A risto tile
com e m atto, stava a llegra. Quando ved ea lexan d ro stare m alin-
conoso, d icea (1) ella fra s : Ormai non rip ren d er [ lexandro
d i quel fatto n anco m e, se pi n e ten esse; e per questo modo
stando, m adonna O rsina rich ied ea lexandro di quel fatto pi

(1) Ma.: dicendo.


ifc NOVLLE DI GIOVANNI EACA.MBI

c h e A le x a td r o fa r e non rotea, perocch , non ostan te c h A risto-


tue p a rtito ai fo sse, nondim eno li su oi am m aestram enti osservava
e t d icea: O rsin a, ta c i, ch io da' Consigli dA ristotile non m i
debbo p artire. M adonna o rsin a , ch e v ea la rabbia a l cu lo, pens
p oter il suo appetito in p arte con ten tare, e trov u n o giovano
bello; i! q uale in modo di fem m ina p er sua cam eriera ten e , e per
q u esto m odo si tacca b atter la lana d el tristo m ontone. D im o
rando le co se d itte pi tem po, ven n e volont ad A lexan d ro dan
d are in n ella citt dove Gosmal dim orava, p erch di sua v irt
m olto a v ea sen tito, e m a n d ig li a d ire ch e lo sp etta sse un giorn o
nom ato, c h e lu i volea qtiine essere. Gosmal, avu to la lettera del
su o sign ore, subito ad A ristotile la port, dicendo c h e con sig lia sse
d i q u ello ch e dovea tare intorno a llonore e t a l'a ltfe co se di
A lexandro. A ristotile, c h e av ea sen tito ch e m adonna poco si cu
rava c h e A lexandro Co le i g ia cesse e t ch e di nuovo a v ea prese
a lcu n e serv ig ia li, stim q u ello ch era, fi subito, sp irato da Do,
d isse : O Gosm al, sopra tu tto dispuoni a fare onore a A lexan d ro
e a* suoi, se tuttocid ch e h a i spender d ovessi, per ch e tu tto fin
b en speso. A ppresso fa Che la tua donna e fam iglia e tu tti di
casa senza rep lica re a u n o d ire ubbidiscano, e com e A lexan d ro
ser ven u to, dopo l onore a lu i tatto, e disnato, lu i ti dom ander
com e li om ini tu oi si con tentano e com e ti sono ubbidienti, e tu
rispondi prim a ch e a ltro ti dica : V i [vo* tare la prova se m iei so t
toposti a m e sono ubbidienti, fi farai in sua p resenzia la donna, l
serv ig ia li, le cam eriere e tu tti d ella tu a casa subito a uno p arlare
tu tti, p resen te A lexandro, sp ogliare nudi, com andando prim a a lla
donna tu a e poi a l a ltri, tacendo prim a la rich iesta di tu tti, cosi
di donne, com e d i om ini, fi m olte co se g li d isse ch e non sono
d i bisogno a ta l n o vella n otare. Gosmal, m esso tutto in effetto,
com e A ristotile g li d is s e , ven u to A lexan d ro presso a lla c it t ,
Gosm al co* su oi baroni andato in con tra, e con quanto on ore s i
pu fu ricev u to , fi desnato, A lexandro dom and Gosmal com e i
suoi sudditi g li eran obbedienti. Gosmal d isse: Io v e l m ostrer; e
su bito m andato p er la donna e p er tu tti di c a s a , aven d one la
scritta in m ano e tacendone r ic h ie sta , trov ta tti esse r quitte.
Gosm al d isse: Donna, e v o i a ltre, nude vf sp ogliate in presenzia
di tu tti. La donna subito cosi f*. A lexandro, ci ved en d o, disse
fra s : Q uesto non tare' la mfet donna. A ppresso Gosmal d isse a
tu tti li o m in i, ch e quine e r a n o , ch e si sp o g lia ssen o , e cosi fo
tatto, e tanto stenno nudi fino ch e a Gosmal piacque. D isse
A lexan d ro : B en ch e ornai li tacci riv estire. C ostasi com and
DB FAL8ITATI MULIBRIS iZl
c h e s i riv estissero e fe e fetto . A lexan d ro d isse : D eh d im m i,
<tosm al, p er cu i con siglio v iv i. Cosm al d isse: P er con siglio di A ri
sto tile. Or com* A risto tile vivo? Cosm al d isse: F in ora si, e
d o v e sia io non s o , m a ben p otrei sap ere dove ca p it quando
q u i apparto, e a llo ra m i d i certo o r d in e , il q u a le sem pre ho
osserv a to , e prim a m i com and c h e a lla m ia fam iglia m i Ciccia
ubbidire, e poi a tu tti li a ltri. A lexan d ro, udendo ch e A risto tile
er a v iv o , ebbe gran p ia c ere e d isse a Cosm al ch e di lu i in v e
stig a sse, p ero cch v o lea ch e a lu i torn asse. Cosm al d isse : L ui m i
d isse c h e m entre c h e m adonna O rsina con v o i stesse c h e m ai
irn ien ti non v i verre*, tan ta Ih la vergogna ch e p er le i sofferse;
non di m eno io penso, quando il rich ied erete, lu i v err a v o i.
A lexan d ro, ch e h a d esiderio di ritorn are a casa, dicendo fra s:
C osm al u n p iccolo sign ore e fessi tanto ubbidire in ca sa su a
e t io c h e sono sign ore d el m ondo non aer si tosto ubbidito d alla
m ia donna e fam iglia?, e pens su b ito , com e fe sse a c a s a , far
fe re la rich iesta d i tu tti, e com andare ch e nudi s i spoglino. G
p rese com m iato da Cosm al, avendolo m olto accom pagnato, e cos
rito rn A lexan d ro a l suo p alagio. Come fe giun to, f' la rich iesta
d i tu tti, e v en u ti, com andato ch e O rsina si spogli, e lla com in ci
a d ir e :O r ch e v u o l d ire q u esto , im peratore? sete im p a zza to ,
ch e v o le te ch e a lla p resenzia d elli om ini m i spogli? or p erch
non m el d ite in cam era fra voi e m e? A lexan d ro d isse con m al
v iso : Io ti dico ch e subito ti sp ogli. Lim p eratrice p er paura
sp o g lia ta si, A lexan d ro com and a ira ltr e donne e d am igelle c h e
n ud e si spogliassero, e p er paura ogn iu n a si spogli, sa lv o la
ca m eriera d i m adonna O rsina. A lexan d ro d isse: E tu p erch non
ti sp ogli? E lla trovando certa scu sa, com e alcu n a volta trovano
le donne, d icen d o: Io h o il m io m al d elle ca len d e; A lexandro
d isse : S p ogliati. E lla, co stretta dal tim ore, s i sp o g li , e trovato
co stu i esser m aschio, il q uale colla im p era trice si g ia c c a , non
potendo ta le p u zza sosten ere, lu i e la donna fe* m orire. A risto
tile , sentendo la giu stizia fatta d ella donna m alvagia e d ella ca
m eriera, scrisse ad A lexandro c h e lu i era a l su o com ando. A le
xan dro, au to le tte r e cT A ristotile, subito m and p er lu i e pi
c h e m ai lfam e t onorollo. E t p er q uesto m odo il sa vio A ristotile
s i ven d ic d ella m alvagia O rsina per lo suo so ttile in telletto e t
sap ien zia.

Digitized by L j O O Q l e
128 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

34 .
, [T rir., a* 5IJ.

DE IPOCRITI ET FRAUDTORES.

D ella citt di J ese si parti, sotto nom e d 'accattare, p er la


badia di V allom brosa uno v estito di panno scu ro e gran parla
to re, e diliber v en ire in T oscana, l u* pensava trovare m olte
sim p licette fem m ine e t m assim am ente in q u ello d i F iren ze, P i
stoia, L ucca e P isa. E dopo il p ren d ere fiato in n el contado di
F iren ze e t a P isto ia , ven n e in n el contado di L u c c a , facendosi
nom are frate C hilandrino. E dom andato in c h e p arti si ten ea
m ercato, fo g li d itto: In p i p a rti, m a sopra tu tto era q u ello d el
borgo a M ossa no, a l q uale gran p arte d ella G arfagnana e t d e lle
sei m iglia col con correa. Di ch e udendo frate C hilandrino, ch e
a l borgo era il m ercato, subito and l , e giu n se a llosteria (1 )
d i G iovannetto da B a rca , ab itan te in n el b o rg o , e q uine pos
suo arn ese. A vea questo G iannetto una donna nom ata N arda e t
una fig liu o la nom ata V entu ra. Il qual frate d isse a N arda quando
sere il m ercato: N arda d isse ch e sere lo di seg u en te. Lo firate
d isse ch e fa cesse ch e lu i e l com pagno, ch e seco avea, fusseno
ben ser v iti e pagher (2) b en e. N arda d isse: C om andate, c h 'c i
h a d elle g a llin e e di capponi assai. Lo frate d ice: M entre c h e
ci h a di capponi, non c i dare g a llin e. N arda tu tto fa e fa lli g o
dere. V enuta la m esidim a, e h l di d el m ercato, n otifica il firate
ch e ogni persona vada a udire la sua predica e fa sonare la
cam pana, assecurando ch e ch i a ta l predica sea era perdonato
colpa e pena. Sonata la cam pana, le gen ti circu stan ti e q u elle
ch e v en u te erano a l m ercato devotam ente stanno a u dire la
predica. F rate C hilandrino, ch e sapea larti d ella birba, dopo il
pred icare d isse , ch e si facesse bene alla badia di V allom brosa.
Ma ben d icea: Se fo sse alcu no om o ch e a v esse u cciso a lcu n o
suo com pare, non faccia lim osina. Et sim ile, se neuna donna a v esse
m orto o com pare o com are, non faccia lim osina, p erch lab ate
non la riterr . D itto queste parole, ognuno fe offerta in quan tit,
alla quale offerta fu V entura, figliu ola di N arda ostiera, e d ieg li 12

(1) Ms.: alloste.


(2) Ms.: paghisi.
DB IPOCRITI BT FRAUDATOMI* 129
u n o to v a g liu o lo da t o M o , dicendo c h e q u ello m ettesse a lia f e c e
d i n ostra Donna a YaUom brosa, e t una so rella d ella d itta N arda
o fferse im o fa ra g lio n e gran d e da stu fa , dicendo ch e q u ello of
feria a llabate, a cci ch e i p reti di q uel luogo s i p osan o asciu
g a re quando sono la v a li p er an dar a d ire lofficio divino. T ornato
fr a te C hilandrino a llo o stello con m olti dinari, p an aollao e biada
e t a ltre co se , d isse a N arda: P a rti ch e possiam o god ere? N arda,
ch e si v e d e guadagnare: V oi p otete ben sp en dere, a l buon gu a
dagno feto. E co s la m esidim a si d i buon tem po tu tto 1 d .
La sera granseno, quasi in su lla cen a, d el m ese di m aggio, due
m eretrici b elle e giovan e, le quali andavano a l bagno a (faraona.
E g iu n te a llalbergo di G iovannetto, dove era fr a te C hilandrino,
volen do b ere p er cam biare a l b a g n o , dove pensavano tro v a re
guadagno, frate C hilandrino, c h e a v ea g i fatto ap parecchiare d i
buoni capponi p er cen a re, vedendo q u elle fa n ciu lle, d isse loro
se la sera volessero q uine rip o sa re, c h e volen tieri le ric e v e r e
p er la loro b ellezza a cena e t anco ad albergo. C oloro d isseno:
N oi stiam o. E r e sta te , frate C hilandrino a ffretta ch e la cen a
fo sse apparecchiata, e p arecch ia la cena, cenarono, e poi lo b e
n ed etto frate ricordandosi d i San G regorio, c h e tra du* g ia cea ,
d isse a N arda: Io, com e sp iritu ale persona, v o stasera c h e c o
storo m eco in n el letto d onnano p er du* risp etti, luno fra p e r -
c h lim osina dalbergare il povero f e costoro san p overe c h e
non hann o ca sa ; laltro, p er ca rit , ch b en e s e io p otessi con
v er tirle a u scire di questa m iseria. N arda d isse: B en fa te , m a
cred o ch e poco v i ubbidiranno. Lo fra te d isse: Io far quanto
potr, poi facciano q u ello vogliono. E t m en olle in cam era. E
lu i en tra to in n el le tto , n el m ezzo si p u o se , avendone d u e
dintorno. N arda ostessa, ch e ha ved u to il frate con quanta ca
rit h a coloro ricev u te e t udito p er ch e ragion e lh a seco in
n el letto m esse, parendogli m eraviglia, d isse: P er certo io sapr
lo p en sieri di costu i. E p erch il suo letto era solo duna tau la
d iviso dal suo, stando m ascolto, u diva tu tto, e com e posta si fri
a u dire, d isse il frate a q uella pi di tem po: Io vo* sap ere com e
h a i im parato larte, c h e m eni tan to tem po? Q uanto in n el luogo
com une se stata? E lla d isse: P rovate, frate, e ved rete se io h o e
perduto il tem po m io. F rate C hilandrino m ont a bestia e di
buona som a la caric, p erch era grasso. E deposta (1) la som a,1

(1) Ms.: disposto.


130 NOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

d isse: P er cerio tu h ai b en e speso il tem po tu o , p erocch ben


sa i la rte ch e pi di cento tu e pari c h e p rovate ho. E v o lto si
a lla pi giovana, d isse : A te non si rich ied e sap er tanto quanto
a q uesta ch pi di tem po d i te . L ei risp uose: F r a te , alcuna
v olta le giovan e sanno di questo fatto m eglio ch e le v ec ch ie .
F ra te C hilandrino d isse: B en v o provare. E sa lito g li in su l corpo
e t la b estia m enando, talora con m ano e talora con p i, g iu n se
a l suo d isiato luogo. Lo firate d isse: Io p er m e non sap rei di
scern ere qual di v oi fo sse m eglio am m aestrata. Lo frate d isse :
Di v ero ciascu n a buona e p erfetta. Ornai andiam o a dorm ire,
e prim a c h e d i qui c i partiam o determ inerem o una ltra v o lta la
q uistion e. N arda, c h e u diva talora isb aviglian d o, udendo e sen
tendo q u ello ch e 1 frate con q u elle du fceano, sen tend o d over
dorm ire, a dorm ire s i puose, disposta d i tu tto sen tire. E p assato
il tem po d el d o rm ire, fra te C h ilan d rin o, vedendo g i il lu m e
ch iaro, d i n uovo le rip asceo d ella vivand a m al cotta, e lev a to si
N arda e tu tto se n tito , vo lse v ed ere ch e m odo ten ea il fra te a
m andarle v ia . E t u d illo (1 ) d ire a lla prim a : Io sen to c h e an date
a l b a g n o , io vo g lio ch e abbi q uesto b ello to v a g liu o lo , il q uale
u na giovana m i d i , a cci ch e quando ti la v a ssi la f c c ia ,
tu e tu a com pagna, p er p arere p i b ella a l b a g n o , v i p o ssiate
asciu gare. E t a te do questo to v a g lio n e, ch e quando a rete s e r
v ito a ltri com e a v ete serv ito m e , p er sta re n ette en trerete in
n el bagno, e t con questo tovaglion e v a sciu g h erete q uel d o lce
fiore c h e tra le co scio p ortate. N ard a, ch e tu tto o d e, d isse fra
s : C ostui frate da com unicare v a c c h e , e pens a lla fig liu o la
e t a lla so rella d ire q u ello ch e ftto a v ea de' to v a g liu o li d ati. E
sim ile pens a l frate d ire alq u an te p arole d i vergogn a. L e g io
van otte p a r tite , lo frate rim a so , N arda subito la m attina a lla
figliu ola e t a lla sorella d isse a c h i il fia te a v ea dati i to v a g liu o li,
e t loro con flise. N arda tornata a c a s a , g i l ora de d esn are.
D esnando in siem e lo m arito e l fra te e t e lla , d isse N a rd a: O
frate, prim a ch e io v i d essi dinari n cosa d el m on d o, con side
rato q u ello ch e io so di v o i, io m i la sserei fon an ti ard ere. Lo
Arate d isse: Odi N a rd a , e t io m etter foco una buona cen a d i
du ca p p o n i, ch e se v erra i a u dire la m ia predica, c h e tu m i
darai lim osina, e se non m e la dai, io vo pagare du cen e. N arda
d isse: Io sono contenta, m a io ti dico ch e non v o esser sforzata.

(1) Ms.: udendo.


DE IPOCRITI ET FRAUDATORES 131

L o frate d ice: Io sono co n ten to , m a tn m i p rom etterai di


n on p artire in fin e a tanto ch e io ar tu tta la m ia predica
d itta . E cos ciascu n o p ro m ise, e G iovannetto fu pagatore
d ella m oglie e d el fr a te , dando lordine ch e dom enica m attina
s e n e fccia la prova. V enuta la d om en ica, sonata la cam
p ana p er la p red ica, le g en ti v en u te ta n te , c h e tu tto *1 m er
c a to copriano, lo frate predica, e t ultim am en te, ven en d o a lla li
m osina , d isse ch e [li] om ini stessero d issep arati d alle donne, e
c o s fi. E m esso uno tappeto in te r r a , d isse: A ch i v u o l fare
lim osin a a lla badia di V allom brosa s i dica q u ello c h e a ltre v o lte
s i d isse. E p i d ic o , c h e qualunca donna a v esse fatto fallo a l
su o marito* ch e non dia lim o sin a , per c h e *1 san to abate non
l accettere*. L e d on n e, com e sen tin no ta l p a ro la , c h i non av ea
d in a ri si lev a v a la benda di capo e t in su l tappeto la :gittava.
N a r d a , c h e v ed e a f ria le fem m ine dare o ffe r te , d ice fra s
m edesim a: S e io offerisco (1 ) perdo la cen a. E d ilib erato pure
l o fferire, se m isse m ano a lla borsa e tra ssen e uno denaro e
q uasi f la d eretan a e t offerse. Lo frate d isse : T u l h ai, ra cco lto
la roba. E tornata a l o ste llo , N arda d isse: P er certo ornai v i
cogn osoo; q uesta cena ser ornai la m igliore ch e m ai io fa cesse.
E da q u ellora innanti m ai a s fo tti frati N arda non di, n con
sig li ch e a ltri d esse, m a il con trario sem pre fe .

{!) Ma.: non offerisco, ma un errore.


133 NOYBLL* DI OIOYANNI 8BRCAMBI

85.
[Tifar., a 54].

MS FALSITTE ET TRADIMENTO.

N e l tem po d el g ie d ie e d i A rborea, ch iam alo S o o m t o , Ai u n


giovan o aaBfti gagliard o nom ato G o ttifred i, il q n d e d a v a ( i )
van to p o ter co lla eoa fo n a p ren d ere lo ca stello di G estri, p o sto
in sulTteola di Serdigna, il q ual ca stello S taran d o g iu d ice a v e a
m otto tem po b ram ato, e ta l c a stello era d i un gen tilom o no
m ate P a ssa m o n te, om o d i gran cu o re e di tem po d i sessa n ta
a n n i. A vea q u esto P assam onte u n a fig liu o la d i a n n i sed ici, b ella
d i suo ooarpo e savia d oaaelle, c h e m ai m arito non a v e a av u to , la
quale il padre am ava tanto, c h e pi c h e s ram ava e t a p erson a
d el m ondo non a re affidato la guardia d e i c a s t a le ch e a q u este
su a fig liu o la , la q u al p er v ez zi c h e a le i p ortava g li p noso
nom e Z uocarina, e questa era q u ella c h e tu tta la sign oria d e l
ca stello e di P assam onte in n elle m ani a v ea . Sismondov u d en d o
il van to oh e Qottifiredi s a v ea dato d 'aver il castello , p er infim o
m arlo a dare com pim ento alla c o s a , d isse: O G o ttifred i, io ti
proffero ch e se fe i p er tu a forza e in gegn o ch e *1 ca stello d i
C astri m etti in m ia possanza, io ti dar la m ia fig liu o la B ianca
p er m oglie e fero tti con te. G ottifredi, ci udendo, d isse : Io lo
far p er certo, e ch iesto seco alquanti fam igli se c r e ti, si p artio
dA rb o rea , e cam in in form a dam basciadore verso il ca stello
di C a stri, e t quando quine giu n to fo e , f* dim andare d i P assa
m onte ch e g li p ia cesse di volerlo u dire. P assam onte, c h e n ie n te
facea sen za Z uccarina su a fig liu ola, la fa rich ied ere, d icen d o le:
U no am basciadore d el g iu d ice dA rborea v u o le v en ire a m e e t
non so la ragion e. F orse p otre esser ch e il g iu d ice, c h e h a u n o
figliu olo m olto b ello, se volesse te prender p er m oglie, o v e r a
m ente sen to ch e ha una b ella fig liu o la , se ta le v o lesse dare a l
tu o frate, m io figliuolo, posto ch e 1 m io figliu olo non sia c o si
sa vio com e si converrebbe. Z uccarina, ch e ode il padre, d isse a
co lu i ch e arrec l'am basciata, se q uello G ottifredi g en tile o m o
e di ch e statu ra e com e savio. Lo m basciadore d ice G ottifred i

(1) Ma.: d a n d o si.


DB FALMTATB ET TEADUUNTO 183
n e r e g io r n o b ellissim o , g e n tile e gagliard o e di g ran cu ore,
e r ic c o pi c h e a la n o c h e il g iu d ice Sism ondo abbia. S acca rin a ,
c h e o d e raccon tare la g io v in e zza , b ellezza e fortezza d isse: S e
q u este tr e co se regnan o in uno omo q u al donna lar si potr
ten e re b en e appagata non sta n te c h e in co sta i sono o ltra l a ltro
v irtu d i, p ossied e senno g en tilezza e ricch ezza , di ch e p er c e lio
s e qua v ien e e io v eg g a in la i q u el sen to di lu i, la m ia persona
n itr i non godr d ie lu i. B risp osto a l padre, d isse: D ategli il sai*
vacon d utto e v egn a con q uan ti v u o le. Lo padre su bito io d i, e
n i (am iglio d isse, c h e andasse o h e lu i v o len tieri l u dire' e tu tta
su a im b asciata. P artitosi lo m bascfadore co l salvacon d otto, re
ferto tu tto le p arole e dom ande c h e Z nocarina g li u vea d itte.
G ottifred i ode e in ten d e, com prese p er certo co stei d esidera v e
d erm i, e t io v o g lio tosto apparecchiarm i a an dare. B con cio suoi
a rn esi e vestim en ti p er p oter on orevilm en te com parire, a ca v a llo
m ont e v erso il ca stello di C astri ca v a lca . Zucca r in a , p artito
lo m basciadore, and in su u na a lta ca sa e d i q u in e tu tto potea
v ed ere. V edendo v en ire g en ti v erso il ca stello , stim fo sse G otti-
frod i , e t subito p artitasi d el luogo e t in una cam era en trata e
fa tta si b ella p er poter a G ottifred i p ia c ere , non curando a ltr o ,
fo v estita e in sa la a l padre v en u ta . 11 padre, vedendola s ben
v e stita , d isse: Or ch e v u o le d ire questo? Z uccarina disse: P o ich
q u e sto im basciadore v en ire d e, vegn a p er c h e ca gion e si vuote,
e per m e o p er a ltri, io vo p arere fig liu o la di gran sig n o re com e
v oi sie te . P assam onte d isse: F ig liu o la , ora p i c h e m ai cogn osco
tu e sse r sa via e t binanti a l fa tto provved u ta. B m entre c h e ta li
p arole d ic ea n o , v en n e G ottifredi e rap resen tossi dinantf a P as
sa m en te, p resen te la fig lin o la , tacendo b ella a cco g lien za e sa v ia
im b a scia ta , con ten en te ch e *1 g iu d ice d A rborea sere* v o len tieri
c o n lu i in buona con cordia e c h e de* m odi da esser am ici e pa
r e n ti assai c e n*ha, s i p er risp etto di v ostra fig liu o la a l figlin olo
d el g iu d ice Sism ondo, k p er vostro fig liu o lo a lla figliu o la . P a s
sa m o n te, ci udendo, da lleg rezza lagrim ando d isse a Zuccaritta
c h e la risposta ta cesse a G ottifredi. Z uccarina d isse: P adre, las
sa te questo tatto a m e, e p rese G ottifredi p er la m ano e t in una
ca m era lo m en, e q u in e soli, Z nocarina d isse : G ottifredi, io h o
sen tito di tu a g en tilezza, fortezza e ricch ezza , e t questo co se non
posso a l p resente sap ere, m a la tu a appariscenza m e n e fo quasi
e sse r certa . Ma d elia gio v en t e b ellezza, c h e di te ho udito,
sen z'a ltra prova n e sono ch ia ra , ch e cosi com e k> h o sen tito.
B q u este d ue cse m i danno a cred ere l altro. B pertanto, prim a
134 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

ch e ad a ltre parole v eg n a m o , ti prego m i d ich i qual ca g io n o


th a in q ueste p arti condutto, e questo non m el c e la r e , sia c h e
si v u o le , p ero cch prim a ch e qui v en issi io ti fili in n el cu o re
fitta, disponendo m e a ubbidire tu tto ci ch e a m e com andassi,
se ch ied essi la persona e tu tto ci ch e m io padre p ossied e in
questa terra , di tu tto fore' la tu a volo n t . G o ttifred i, c h e ode
Z uccarina tan to sodo p arlare e con tan to am ore, d ilib er appa
lesa re il p erch era ven u to e d isse tu tto ci ch e lu i s'era van
tato, dicendo: Io mi van tai d are questo ca stello a Sism ondo giu
d ice dA rborea. Z uccarina, ch e ci ode, d isse: O G ottifredi, se in
di ci ti facesse contento, vuom m i tu p ren d ere p er donna e m ai
non abbandonarm i? E ti dar il ca stello con tu tto ci c h e mio
padre p o ssied e, e di lu i e d ella terra forai tu a volont. G otti
fredi d isse d i s i , e cos g lielo prom isso e giur do sse r v a r e , e
p er pi certezza d ella cosa Z uccarina avendosi fatta sposare e t
uno an ello doro da lu i ricevu to, ella a lu i n e diede allora u n a
di carn e con m olti b aci. G ottifredi, ch e g li parea a v er avu to il
suo con tentam en to, alleg ro d isse : 0 Z u ccarin a, ornai possiam o
parlare a sicu rt . Z uccarina d ice ch e disponga q uello v u o le ch e
e lla faccia e t ella tu tto far. G ottifredi d ice ch e la terra g li d ia ,
cio len trata, e lu i m ander p er g en ti di Sism ondo giu d ice, che-
p er essa vegnano sotto sp ecie ch e lo fig lio lo di Sism ondo ti debba
prender p er m oglie, e lu i e t io verrem o, e t ap erte le p orte en
trerem o dentro, e tu con m eco n e v erra i e la terra rim arr a
Sism ondo g iu d ice, e n oi q ueste e d ella itre arem o a ssai. Zucca
rin a, ch e la rabbia in d el cu lo lavea g i fatta ism em orare, c h e
non cogn oscea la su a d isfa zio n e, d i l'ord in e com e G ottifred i
g li a vea d itto , e u sciti di cam ino n andarono a P assam on te
[dicendo] ch e e lla era con tenta d 'esser m aritata a l figliu olo d i
Sism ondo giu d ice, nom ato D ragonetto. P assam onte lieto , fa co n d a
doni a G ottifredi e licen ziato, si parto, e torn a Sism ondo g iu
d ice, d icen dogli tu tto il trattato fotto, m a c h e non a v ea p o tu ta
adim pire il fatto senza a v er prom esso p rendere Z uccarina p e r
m o g lie, d icen do: V oi sap ete ch e a m e la vostra figliu ola p ro
m essa a v ete. Io non v o rrei, p er q uesta prom issione fotta a Zuc
carin a, p erd ere la v ostra. Sism ondo d ice: Come forai ch e d u
a v er e non p uoi? G ottifredi d isse: Come arem o auto il c a ste lla
e t io condutto Z uccarina fu ori, in m are lan negher. Sism ondo,
ch e avea volont del ca stello , d isse ch e a lu i p iaceva. G ottifredi
d isse: E con vien e ch e v oi date nom e ch e vostro figliu olo Dra
gon etto vada p er p ren d ere Z uccarina, e t ap p arecch iate le b ri
DE FAL8ITATE ET TRADIMENTO 135
g a te e t io con loro, e 1 ca stello di n otte c i sar dato. Sism ondo
d ice ch e ben e a v ea ordinato. E t d itto a D ragonetto com e g li a v ea
dato p er m oglie Z uccarina, fig liu o la di P assam on te d el ca stello
di C astri, e ch e volea andasse con G ottifredi a m enarla, D rago-
n etto d ice ch 'era con ten to, e fatto arm are le brigate, D ragonetto
e G ottifredi m essi e cam inati presso il ca stello , Z uccarina ap erto
di n o tte le porte e le b rigate m esse in punto, en trati p reseno la
terra . E m orto P assam onte e G ottifredi m enatone Z uccarina e
a l m are condutta, quine, p resen ti alqu an ti baroni di D ragonetto,
in n el m are la so m m erse, e co s Z uccarina m oro. D ragonetto,
ch e non trova in n el ca stello Z u cca rin a , dom andando di l e i ,
(tig li d itto G ottifredi a v erla di f ori condutta e t in n el m are af
fogata. Sentendo questo, D ragonetto d isse: Or sono io co si stato
tradito? p er certo io la ven d ich er. E ch iam ato lo fig liu o lo di
P assam onte, alquanto stolto, d isse se v o lesse ven d icare la m orte
d el padre e t q u ella d ella so rella e d e lli a ltri su oi p aren ti m orti.
D isse lo figliu olo di P assam on te: Io non m i v o rrei ven d icare se
non di c h i n 'h a colpa. D ragonetto, c h e ci h a in teso , d isse: P er
certo costu i d ice b ene, e pens fkrlo contento. E com e G ottifredi
fu ritornato, con a lleg rezza and a D ragonetto dicendogli: Ornai
il tu o padre si pu d ire sign ore di ta l fo r tez za , e q uesto pu
rip u tare da m e. D ragonetto d isse: Al m io padre e a m e (1) p iace
b en e ch e la terra n o stra , m a veram en te ta n ti tradim enti
q u an ti h a i fritti non m i piacciono; d icen dogli il prim o tradim ento
fritto a P assa m o n te, lo secondo a Z uccarina, e '1 terzo a m e,
c h e dovea a v er p er m oglie Z uccarina, e tu con fr isi m odi l'h a i
u ccisa . E chiam il figliu olo m atto di P assam onte, e t v o lse c h e
in su a p resen zia G ottifredi fu sse m o rto , e p er questo m odo fu
pagato d ella prom essa fritta a Z uccarina, ch e a lu i avendo fritto
tan to onore ch e la terra d el padre e s g li d ie d e , co s ca ttiv a
m en te la tradisse e t in m are la affogasse. E se D ragonetto lu i
fe' m orire, l avea ben m eritato.1

(1) Ms.: e come.


136 KOVKUJE DI OUOVlKNI SflaCAMBI

86 .
(Tthr., B MJ.

DE NATURA. FEMMINILI.

N ella citt di P isa fii uno nom ato R an ieri di San L ascian o,
giovano e ricco, il quale talora la volont g li m ontava p i ch e
1 senno, non avendo m oglie. E da p aren ti stim olato di p ren d ern e,
d icea : Chi m i v o lete dare? Loro risp ond ean o: Q uella ch e vu oi,
c h e ab ile sia a noi poterla a v ere e t sea (1) p u lcella . D ice R a
n ieri : P o ich sie te con ten ti, io n e prender; m a ben v i dico, ch e
se io la trover ch e non sia p u lcella , io non la rip ig lier , com e
a lla sua casa n e Tar m andata. L i p aren ti, ch e odono R an ieri,
d icon o: E gli far com e Danno li a ltr i; troviam o m do ch e u na
n'abbia. E d atisi a sen tire, trovonno una b ella fan ciu lla nom ata
B rid a , figliu ola di Jani d elli O rlan d i, rim asa a l govern o d ella
m a d re, p erch Jani suo padre era m orto, giovan a b ellissim a e
ben nodrita. E t m essala dinanti a R a n ieri, Ai co n te n to , e dato
l'ord in e d elle n ozze e m enatala e fatta la festa o n o rev ilm en te,
sendo giu n ta la sera, essendo in n el letto , R an ieri, com e giovan o,
salen d ole in su l corpo, fece (2 ) le fazioni sp on sallzie. B rida, c h '
sotto a R an ieri, sen za pungolo il cu lo alzando, in tanto c h e R a
n ieri g i d ella som a cadde, e caduto d isse fra s: C ostei non
p u lcella, p oich 1 cu lo h a alzato s b en e, ch e non Tare* m ai c r e
duto. Et senza d ir a ltro la n otte si ripos. E t l'a ltra sera sim il
m ente facendo,- R an ieri d isse : P er certo quando B rida ritorn er
a me> non posso p erm ettere (3) ch e a m e m ai s'accosti. E p er
questo m odo ogni sera ch e Brida seco era, R an ieri facendo q u el
fatto, B rida m enava il sed ere. V enuto il giorn o di ritorn are e t
poi il giorno ch e sogliono le spose riv en ire a l m a rito , R a n ieri
m and a d ire a B rida e t alla m ad re, ch e [se ] B rida v err (4 )
c h e lu i l'u c cid e r , e ch e m ai non v u o le ch e a casa g li torn i.
La m adre e t i parenti di Brida, non sapendo la cagion e, m issen o
m essi a sap ere il p erch non rivolea la m o g lie, avendo prim a 1234

(1) Ms.: sera.


(2) Ms.: facendo.
(3) Ms.: nuocere, evidentemeate corrotto.
(4) Ms.: che brida vivere.
DE NATURA. FEMMINILI 137

v o lu to sap ere da B rida q u ello ch e v o lea d ire. B rida, ch e di ta l


co sa n ien te sa p ea , di n ascosto sta v a (1) dolorosa. L e m e zza n e,
c h e a R an ieri andonno, volendo sap ere da lu i il p erch non ri-
v o lea la m o g lie, R an ieri d isse: P er ch a m e fu prom essa v er
g in e , e t io trovo ch e ella pi m aestra di q u el fatto ch e una
m eretrice, e t p i m ena il cu lo ch e loro. E p ertanto m ai non la
rip ig lier . L e donne, c h erano p aren ti di lu i e di B rida, m alin-
co n o se si tornaro a lla m adre d ella sp o sa , narrandole tu tto . La
m adre, c h e sap ea c h e la figliu ola era (3 ) p erfetta, d icea : Lassa
trista m e! costu i m ai non se la vorr p erch n el capo T c a
puto. L e donne d issero: A ndiam o a m adonna B am bacaia, ch e a
q u esto fatto c i d ar con siglio. E t an co la m adre d isse: A ndiam o.
E t m osse andarono a m adonna B am bacaia e tu tto narronno. Ma
donna B am bacaia, c h e h a e in teso il A tto, dom andato d el nom e
d e l m a rito , d isse a lle donne c h e s andassero con D io , e subito
p rocacci da v ere uno an atrin o p iccolo e t q u ello fe p uonere sotto
una can estra in sala. E poi m and p er R an ieri da San Ca
ccian o, e v en u to lo fe p uon ere a sed ere appresso di s, e t con
u n a m azzuola p ercotea l acqua, e t fe a lza re la can estra dovera
l an atra. Come l an atra sen to m u overe lacqua, subito p iediconi si
g itta in q u el hacino. R ivoltasi m adonna B am bacaia a R an ieri,
d isse: O he vu ol d ire c h e q uestan atra co s p iccola, sen za c h e a ltri
la co n d u cesse, h a trovato q u estacqua e den tro v i s g itta ta ?
R an ieri risp uose e d isse: La natura d ellan atra , com e sen te
lacq u a, non aven d one m ai ved u ta, su bito v i si g itta den tro. A l
lora m adonna Bam bacaia, v o ltasi a R an ieri, d isse: Cos com e p er
n atu ra l a n a tr a , eh uno u ccello sen za in te lle tto , si g itta in
n e lla c q u a , non aven d one m ai v e d u ta , co si la fem m in a , non
aven d o m ai assaggiato o m o , com e l assaggia e t abbia la ltru i
n e lle su e c a r n i, p er natura m ena il cu lo. R a n ie r i, u d ita la
r a g io n e , d isse rid en d o: O m adonna B am b acaia, p erch a v ete
d itto questo? M adonna B am bacaia d isse: P erch sen to c h e non
v u o i rip ig lia re la donna tu a p erch , quando ebbe a fe re teco,
il cu lo m en. E per ti d ic o , va sicu ram en te e p ren d ila , ch
tu la v esti v erg in e e t b u o n a , non v o ler tu esser cagion e ch e
ca ttiv a d ivegn a. R a n ie r i, v erg o g n o so , rip rese B r id a , e t dappoi
si dienno p iacere sen za quel sospetto.12

(1) Ms.: stando.


(2) Ms: esser.
138 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

87 .
[Trir., n* 6].

DE DISONESTO ADULTERIO ET BONO CONSILIO.

N ella citt di Siena fu uno om o del p op olo, il q uale d e su e


ren d ite v iv ea senza far arte, nom ato G iorgio A cciai, ed a v ev a
una sua fig liu o la nom ata N icolosa, m aritata a uno m ercadante
ricco nom ato Sandro, e t una figliu ola p iccola d'anni dodici, ch ia
m ata p er v ezzi la Pippa. A vven n e ch e d itto G iorgio p ass di
q uesta vita , lassando alcu n p iccolo figliu olo m aschio e le fig liu o le
nom ate. E tu tta la cu ra d el m asch io e d ella fem m ina lass a
Sandro suo g en ero e t a N icolosa su a donna. E ssendo m orto G iorgio
padre di N icolosa, Sandro e N icolosa su a m oglie si recon n o in
casa lo figliu olo m aschio p iccolo e la P ippa. E dim orando m a
donna N icolosa dopo l'anno d ella m orte d el padre in casa, aven d o
studiata la Pippa a farla b ella, com e le sen ese sanno fare, e tan to
ch e parea uno so le, aven d o g i tred ici an ni, m adonna N icolosa
traen dola di casa, a lla ch iesa uno giorno di solen n it condus-
sela (1) tan to adorna, ch e uno giovano ricco m ercadante nom ato
Gione vedendola [c h iese ] di c h i fu sse fig liu o la , e t g li fu d itto
ch i ell'era . Gione, ch e l'h a ved u ta, piacen dogli e t avendo sen tito
ch i fii il padre e con cu i dim orava, essendone g i innam orato,
pens torla p er m oglie dicendo: Io sono ricco e di buone g en ti
e t ella non h a m olto, posto ch e sia ben nata, nondim eno se io
la ch ieg g io , io l'ar. Sandro e la m oglie, ch e m iglior parentado
in Siena non arenno potuto fare, sen za indugio d issero di s. E t
m essogli l an ello, Gione d isse: Io h o e m andato m ie m ercan zie di
v e li e t anco num ero quattro b a lle [sto ] p er m andare; p o ich h o
preso m oglie io m i vo' d iliv ra re. E p ertanto non v 'in cresca
d ire (2) a Sandro e t a m adonna N icolosa p erch 'io sia alm eno uno
anno a d ilivrarm i, e poi ser lib ero d i p oter in Siena ferm o sta re.
Sandro e la m oglie d issero ch e ben d icea e t ch e a lla tornata la
Pippa sar alquanto pi indurata, c h a v a le m olto ten erella .
Gione, udendo il m otto, d isse: V oi d ite v ero, e dato ord in e d i 12

(1) Ms.: eonduttola.


(2) M s.; dar.
DE DISONESTO ADULTERIO ET BONO CONSILIO 139

ca u lin a re, co lle su e b a lle si m osse da Siena e t and o ltra m onti.


R im an e la P ippa a l govern o di Sandro e d ella m oglie. M adonna
N icolosa avea tanto p ia cere d i ved er m aritata la so rella a ta
m ercad an te e p ia cere a v ea v ed erla tanto b ella , ch e p och e v o lte
si sarenn o v ed u te sp artite, e stando in ta l m aniera la Pippa, ogni
d le [su e] b ellezze m u ltiplicavan o. In tan to c h e uno g iorn o,
essend o m adonna N icolosa andata a lla p redica e lassata la Pippa
in casa co lla ch ia v e rin ch iu sa, v en n e Sandro a casa, e t avendo
una ch ia v e, non pensando persona fosse in casa, apre luscio, e t
andato su in n ella cam era trov la P ippa, ch e si sp ecch ia v a e t
era in una giubba di seta so ttile. Sandro, ch e prim a v ed e le i
ch ella lu i, stando a gu ard are P ippa, d i certo p arendogli una
p erletta , d isse ridendo: Pippa, ch e foi? Pippa d isse: Io m i guardo
e m e stessa vag h eg g io . E v o lta si a Sandro, Sandro accostan dosi
a llo sp ecch io e t abbracciata la Pippa e t in n ello sp ecch io m iran-
dola, Sandro, non guardando co stei essere sua cugnata, la co
m in ci a b asciare dicendo: 0 Pippa, non ti paiono buone le co se
d o lc i! Pippa d isse: M esser s. Sandro d ice: Io te ne v o d are.
Pippa sta ch eta . Sandro com inci ab bracciarla e t b asciolla in
b occa d icen dole: Pippa, q uesti b aci sono com inciam ento d ella
d olcezza. Pippa, col viso rosato e t tu tta lu stran te, n ien te d icea,
m a di fiam m e tu tta risp len de n el v iso . Sandro, ch e g i era a c
ceca to , p rese la Pippa e t in su l letto la puose facen dole sen tire
q u ella dolcezza ch e prim a g li avea p red itta. La Pippa d isse: Oh
quanto p erfetto l u sare con Tom o! Sandro d isse: Pippa, sta
con ten ta, e n ien te dirai a N icolosa. Pippa, ch e g li paruto buono,
d isse : Io non dir n ien te. E poi ch e com inciato ebbero, segu ir,
in tan to c h e p och i m esi passarono ch e Pippa si sen tio gravid a,
p er la qual cosa m olto dubitava, dicendo a Sandro c h e lei gra
v id a si sen tia . Sandro, ch e ci ode, tenend osi m orto, non sapea
ch e d ire. E v en u togli lo sp irito, d isse : 0 P ippa, tien i ce la to
q u esto fatto, io far ch e tu ti sp erd erai, lassa fare a m e. E su
bito se nand a uno sp ecia le suo com pare d icen d ogli il fo llo
com m esso, e com era seg u ito , ch e g li p iacesse d i d argli cosa ch e
lla si sp erd esse. Lo sp ecia le d isse: Com pare, cotesto non farei
p er la v ita ; m a io lo dir a l m io zio m edico, m aestro A lessio,
ch e c i dar q u alch e buon riparo sen za ch e la crea tu ra si sperda.
Sandro d isse: Io v e n e prego, com pare, p erocch io s e r e iil pi
vitu perato om o di S ien a. Lo sp ecia le, p er serv ire il com pare,
d isse a m aestro A lessio tu tto ci ch e Sandro g li a v ea d itto. Lo
m aestro d isse : N oi cam perem o la creatu ra e t terrem o m odo di
140 NOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

ten er la cosa ce la ta p er m odo c h e m ai non sia p a lesa ta . E t


su bito m andato p er Sandro ch e a lu i v en isse, Sandro ven u to, lo
m aestro d isse se la gio v a n a fe r e q u ello ch e lu i d icesse. Sandro
d isse di s. A llora lo m aestro g li d i c e r te p o lv eri dicendo c h e
di q u elle ta cesse a lcu n o forno a lla feccia d ella fen ciu lla p er m odo
ch e a ltri non se n e a v v eg g a . E dappoi m anda p er m e e t io for
si c h e n e rim arra* con onore. Sandro p rese le co se e t su bito
andoasene a casa, e dato a P ippa q u ello c h e l m aestro g li a v ea
dato, P ippa com e ca v estro ( i ) lo su ffom igio a lla feccia si fece,
e com e l'eb be fe tte, guardandosi in n ello sp ecch io, s i v id e tu tta
g ia lla d iven tata. Di subito m etten d o a m alizia uno strid o e get
tata si in su uno tettu ccio, dove N icolosa su a so rella tra sse a llo
strido, e v ed e Pippa in su l tettu ccio g ia cer e co si g ia lla . G ridando
d isse: O r c h e questo? E subito m andato p er Sandro c h e a
ca sa v en isse, Sandro, ch e atten to stava, a casa n'and, e dom an
dato la cagion e p erch l a v ea in tan ta fretta rich iesto , la donna
d isse: Or non v ed i com e la Pippa d iven tata, c h e q uasi tra le
b raccia m m orta? V a tosto p er uno m edico. Sandr d ic e : 0
Pippa, con fortati, c h e c h i l'h a fetto v en ire co testo m ale te n e
fer g u arire, e per non a v er paura. La Pippa infingendosi d isse:
P er D io an date tosto, c h io m i penso m orire prim a c h e sia te
tornato. M adonna N icolosa d ice al m arito ch e tosto vada. Sandro
subito m en il m aestro. E ven u to d isse: 'V ' la fen ciu lla? Sandro
lo m en in cam era. Q uine ritro v a la Pippa in co llo a lla so rella .
E tastandogli il polso, poi guardandola in n ella feccia , fra s
m edesim o d isse : B en h a 'doprato la m edicina. E t u scito di ca
m era, ch iam m adonna N icolosa d icen d ogli la Pippa a v er e u na
inferm it la q u ale si chiam a im p reg n a lo m olle, e tu tto d ic e a lla
so rella , ch e q u ella inferm it assai di p ericolo, p ero cch di con
tin u o g li ingrosser tu tte le m em bra e t m assim am ente il corpo,
m a penso co lle buone m edicin e, se la natu ra d i Pippa p otr so
sten ere a prendere il cibo e le m edicin e ch e io g li for fere,
p oterla cam pare; b en ch fetico sa cosa ser a cam parla, n o n d i
m eno p rovare si v u o le. La donna d ic e : D eh, m aestro, non la s
sato p er d in ari. Lo m aestro si partio dicendo d'ordinare tu tte
cose, e t cos a lla b ottega con Sandro n'and. E di quine fe por-(i)

(i) Cos il ma. Vale capestro f In questo caso si intenderebbe, adattandosi


il sufihmigio alla sola feccia, a modo di capestro; ma pur sempre assai
sforzato.
DE DISONESTO ADULTERIO ET BONO CONSILIO 141
ta r e alcu no giu leb b e co rd ia le p er conforto e t alqu an to con fetto,
d icen d o c h e di q u elli di d e d i n otte u sa sse, con b uon i capponi
e g a llin e e t alcu n a T olta un poco di castron e. Sandro tu tto d ice
a lla donna e t ogn i di alm eno u n a volta il m edico ven ia p er di
m ostrare a lla m oglie d i Sandro il bian co p er lo n ero. E t p er
q u esto m odo dim or la Pippa fino a l settim o m ese, non lassando
Sandro e la Pippa, quando m adonna N icolosa non era in casa,
la feeeen d a im pregnare, m a quanto poteano Parti usavano. E
sem pre il suffum igio la Pippa fecea . V enuta a en trare in n el
settim o m ese, d isse Sandro: M aestro, la Pippa h a ta n to grosso
il corpo, c h e m i p are alcu n a volta ch e su l corpo g li m onto la
crea tu ra v o ler di fo o ri u scire, e t p ertanto io dubito c h e non
fo sse di q u e lle c h e a i sette m esi p a rtorisse, e p er tro v a te m odo
ad a ltr o fatto. Lo m aestro d ice: Io v o g lio v en ire, e ved rai se io
ar buona m edicina p er questo fetto . E m osso e t andato a casa
di Sandro, 1& tro v la Pippa co l corpo grosso e lo v o lto g ia llo ,
fin gen d ose la Pippa sta re gra v e. M adonna N icolosa su a so rella
d ice: O m aestro, io sono stan ca ad a v er tan to tem po govern ata
P ippa, ch e non poeso p i . E per v o rrei, se ella de' m orire, c h e
to sto s i sp acciasse, e t se a ltre m ed icin e c i sono a feria "sana,
l ad opriate. Lo m aestro, cognoscendo c h e la m alattia di P ippa
in crescea alla so rella, tirando da p arte Sandro, dicendo alla donna
c h e nn poco stesse, da p arte tira to Sandro, e* a ccostarsi a una
p a rete de tau la p er p arlare di secreto . M adonna N icolosa si raisse
d ietro p er u dire q u ello ch e '1 m aestro d ir v o lea a Sandro sn o
m arito. E com inci m aestro A lessio a d ire: 0 Sandro, io cognosco
c h e la m alattia di Pippa in cu rab ile, e p er certo penso non
p otern e a v er onore, e p oich io oggi l'h o ved u ta, m e n e p are
esse r certo ch e il m ale c h e ella h a e u n m ale ch e, non credendo,
s'ap p icch i a ltru i addosso. E pertanto ora ti dico c h e qui non vo*
v e n ir e ogn i d com 'ho fatto, e t a te dico, se h a i cara la tu a
p erson a, non te g li a ccosti, se v u o i v iv e r e san o e t sen za d ifetto.
E p erch di am are la donna tu a sopra tu tte le cose, sa re b en e
c h e e lla ancora non v i s'accostasse, p erocch a lle donne ta l m ale
pi to sto s'appicca ch e a lli om ini. Ma se a v essi alcu n o luogo di
foori, in n el qual fosse persona ch e tu fidare te ne potessi, io
d irei ch e tu la P ippa quine m andassi e t aresti foggito il p ericolo
tu o e q uello d ella tu a donna, ch e la di pi am are ch e te. Sandro,
ch e s' accorto ch e '1 m aestro s avved u to ch e m adonna N icolosa
s' posta in lu ogo ch e tu tto ode, fingendosi rispuose e d isse:
M aestro, io cognosco ch e voi d ite vero ch e '1 m ale d ella Pippa
142 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

m olto a p p iccicaticcio e da p och i ( i ) di in qua m i pare e sse r


tu tto con traffatto. E t anco h o ved u to la m ia d olce N icolosa tu tta
sm arrita p er la m alattia di Pippa, m a io v i dico ch e io p er m e
a le i non m accoster punto e spero c h e N icolosa non la vorr
abbandonare. E t p er questo dubito c h ella non prenda lesio n e in
n ella p ersona com e la Pippa e non so ch e fare. D isse il m edico:
10 sen to ch e h ai una p ossessione assai presso. [R ispuose Sandro:
S i, ed h o (2) una m ia zia , la quale tanto am ica a N icolosa,
c h e non credo ch e N icolosa volesse ch e la Pippa R isse a l suo
governo, e t a ltra non ho. D isse il m edico: Tu d e pi am are la
donna ch e la zia, c h il V an gelo d ice : E rite duo in u n a ca rn e,
e ser una m oglie e t uno m arito in una carn e. E pertanto v o g li
pi c h e la zia pata afflizion e ch e la donna. Sandro risp u ose: Or
se la donna v i vorr andare e non v o g lia ch e a ltri v i vada, ch e
for? Lo m edico d ic e: [Tu tro v era ij tosto (3) ch i ti dar una
giovanotta con m olti fiorin i, e t se tu a donna s eleg g er il m ale
e non sia tu a colp a, non sera i rip utato se non buono: e g i fu
trovata la V ezzosa di T olom ei, la q u ale d elle b elle g iovan e di
S iena. E com e q ueste p arole ebbeno d itte, partendosi d al lu ogo,
la donna tin ta in n elle cig lia , quasi si v o lesse com battere, sp ett
11 m aestro e *1 m arito dicendo: 0 m aestro, io vo' sap er q u ello
ch e d ella Pippa de* essere e t non vo* a v er pi caro altri c h e m e;
d item elo tosto. Lo m aestro d ice: Andiam o f ori di cam era e tu tto
v i conter. M adonna N icolosa d isse: Io v o c h e qui m i d ich ia te
tutto. Lo m edico disse, e N icolosa (4) sentendo di paura m ore.
La Pippa d isse: 0 m aestro, io sa rei p iu ttosto con tenta di crep a re
ch e la m ia cara so rella a v esse m ale a lu n gh ia d el p iede. Lo
m aestro d isse ch e ben sarebbe ch e la Pippa andasse Riori. E non
lassando, N icolosa, liv ra ta l ultim a parola a l m aestro, d isse: 0
Sandro, io ti dico ch e tu m andi la Pippa in v illa , e m andavi tu a
zia , ch ogni poco ch e n a rrecato e tu d ici : P orta questo a m ia
zia. E per, com e le m andi il b ene, m andagli ora la P ippa a ser
v ir e . Sandro, c h e h a e q u ello vu ole, d ic e: T u sa i ch e io non
v orrei c h e tu l abbandonassi p er lo poco tem po c h e a r a v iv e r e , 1234

(1) Ms.: e ditemi che da pochi.


(2) Ms.: assai presso a una mia sia la quale. Certamente vi fo saltata
una riga, cui mi sembra di aver sopperito seguendo il senso. La zia, come
si vede dopo, era zia di Sandro e non del medico.
(3) Qui non intendo il ms., che dice: che arai tosto alle p a tii chi ti dar.
(4) Ms.: pippa, ma d erroneo.
DE DISONESTO ADULTERIO ET BONO CONSILIO 143

co m h a i fatto fin e a qui. E N icolosa : Ora v eggo ch e poco m am i,


c h v o rresti ch e m orissi, e t poi p ren d eresti V ezzosa de T olom ei,
ca n e c h e tu se! P er certo io non v'andr m ai. Sandro d ic e : Io
far ci ch e vorrai. E subito andatosene a lla zia e tu tto narrato,
a lla v illa m en (1 ) la P ippa e la zia, andandovi alcu n a v o lta
Sandro p er con ten tare s e t a ltri. E poco stan d o P ippa in v illa ,
c h e C ione suo m arito torn in Siena, e dom andato d ella Pippa
su a m oglie, Itigli d itto tu tto e narrato. C ione, ch* desideroso di
v ed erla , d isse ch e in v illa v o lea andare. Sandro d isse: E gli
b en e ch e il m aestro ci sia. E m enatovi m aestro A lessio, m ontati
a ca v a llo e t avendo prim a fatto a sen tire a lla Pippa, P ippa
m aestra, fattosi il suffum igio, pi g ia lla c h e m ai [era ] d iven u ta
e grossa pi di otto m esi, ch e parea a ved ere una idropica.
G iunto Cione, il m aestro e Sandro a lla v illa , e t an dati a l letto
d ove la Pippa gia cea , e t a ccesi i lum i, vedendola C ione co si con
traffatta, non s'accost m olto, p erch il m aestro g lie la v ev a v ie
tato. E t u sciti presto di ca m era, C ione d isse a l m aestro: Q uesta
in ferm it cu rab ile o no? Lo m aestro d isse: C ostei a caso di
m orte: m ostrandogli lo cap itolo del m ale, u ltim am en te con ch iu se
le i esse re a m al partito, m a c h e adoprer q u ello ch e debbia
e sse r e su a sa lu te. E p er q uesto m odo si partirono e t in Siena
tornaro. A vendo prim a lo m aestro e Sandro d itto alla zia d i Sandro
c h e quando la Pippa p a rto risse fa cesse ch e uno bacino si tro
v a sse p ieno di m ateria g ia lla , la zia di Sandro d isse : L assate
fa r e a m e. E t avendo C ione sen tito il p ericolo da ccostarsi alla
P ip pa, p i non ebbe volont dandare in v illa , so llid ta n d o il
m aestro di buona cu ra, e per questo m odo pass il tem po. E'
v en u to il fin e d el nono [m ese], la Pippa p artu rio uno fan ciu llo,
il q u ale secreta m en te ad a llev a re si d ied e. E fatto noto a Sandro
e r a in su lla m orte (2 ) e t a C ione e t a l m edico, il m aestro [d isse]
a Sandro, m adonna N icolosa e C ione c h e la m alattia d ella P ippa
e r a im p regn atio m olle. D isse a lla zia : C he m ateria g iett quando
l a cc id en te g li ven n e? L a zia sa via fe' p ortare uno bacino p ieno
d i lico re g ia llo m escolato con m estru ale m ateria. Lo m edico disse:
C o stei cam pata p oich ta le m ateria g li u scita d i corpo. La
so r e lla , ci vedendo, d isse: P er certo m aestro A lessio sem pre lo
d is s e ch e se e lla g itta sse questa m ateria, Pippa era gu arita. V e-12

(1) Ms.: menando.


(2) Goal nel ma., ma qui e sotto v certamente corruzione nel testo.
144 NOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

d ota q u ella m ateria, in fio r o in cam era, e t [il m ed ico], ta sta to il


polso, d isse: P e r certo co stei g u a rita . E subito com and c h e
fe sse nudrita di buoni capponi, pippkm i e con fezioni, d icen d o a
tu tti ch e lu i n 'avea buona speranza; e t p er questo m odo P ip po
pi d i v in ti di fe e da capponi e t buone la sa g n e e con fezion i
confortata, in tan to c h e p areva proprio u n a rosa g ia lla p e r c h
non ancora g li era d ivetato il su lftu nigio. C ione, d esid eroso d i
v ed er q u el b el viso, d isse: Io v eg g o la P ippa e sse r in buon p u n to,
sa lv o d el co lore. S e q u ello cessa sse, v o rre le i m enare. Lo m a estro
d isse: N oi abbiam o tatto la m aggiore cosa, tarem o la m in ore. E
dato a lla Pippa alcu n o u ngu en to e t acqua, in m eno di tr e di
P ippa fe coim ita com e rosa. Sandro, c h e ci ved e, d ice: P o ich
tosto a m arito an dare n e d i, q u este ro se v o co g liere, c h e son o
s v erm ig lie, p oich ta n te g ia lle nho co lte. Pippa sta e co n ten ta.
Clone, ch e sen te c h e Pippa pi colorita ch e rosa, andandola
a v ed ere, piacen dogli e t anco dom andandola ser a con ten ta d i
v en ire a m arito e se si sen tia forte, c h e v o len tieri la m enare*,
Pippa risp u ose: A l vostro com ando sono, n a ltro d esid ero. C ione,
dato lord ine d el m enare e t ordinato le n ozze e tatti r in v iti,
Sandro d ice a m aestro A lessio: Com e tarem o c h e C ione sen ta
la Pippa vergin e? Lo m aestro d isse: Q uesto ser& assai p icco lo
peccato a tare ch e paia v erg in e. E t ordinato uno bagnuolo str e t
tiv o , con a lcu n i suffum igi, la natura d ella Pippa restrin sen e p er
m odo, c h e quando C ione l ebbe m enata e t in n el letto con lei
intrato, venendo a fornire il m atrim onio, trov la Pippa e sse r
di sotto pi stretta ch e una d onzella di d ieci an ni. D icendo: Io
non trovai m ai giovana ch e s onesta v erg in e fe sse com e la P ippa;
udendo questa, risp u ose: E tu di il v ero, m arito m io, e cosi si
goderno dappoi insiem e.
DB SUPERBIA CONTRO REM SACRATA 1 45

38.
ITit ., * ftO],

DE SUPERBIA CONTRO REM SACRATA.

F u in N avarra uno re nom ato A stulfo, lo qtial era di tanta


superbia, ch e q u ello ch e a lu i cap ea in n ella m ente v o lea sen
zaltro con siglio ch e ad effetto si m ettesse, .avendo m olte persone
sen za colpa fatto m orire. E neuno era ardito a contraddire a sua
volont, p arendogli esser da tanto c h e lo ream o per sua virt
g li fiisse ven u to in n elle m ani, e p er ta l modo v iv ea . D iven n e
un giorn o ch e il d itto re A stulfo, essendo in n ella ch iesa , udendo
vesp ro, udio can tare la m agnifica e t quando fu e a q u el verso
ch e d ice : Deposuit potente* de sede et exattavit humiles, di
m and uno dottore la disposizione del salm o. F u g li p er lo ditto
n arrato ch e Dio diponea d e lle sign orie, li p otenti e superbi, e
li u m ili raetlea in alto, di ch e, udendo lo re A stulfo ta l disposi
zion e, com and sotto pena d ella v ita c h e pi ta l salm o non si
ca n ta sse e t cosi p er tu tto il suo ream e fe fare ta l com andam ento.
Li p reti e firati, avendo ricev u to ta l com andam ento, la d itta ma
g n ifica d ir non osavano c h e a ltri u d ire la p o tesse, m a da loro
con piana vo ce ta l m agnifica diceano. E pi a vea fatto lo ditto
re A stulfo, ch e qualunque udisse d ir cosa ch e d o vesse tornar
danno o vergogna di lu i ch e fu sse potuto b attere sen za pena,
e t pi altre co se di cru d elt avea ordinato. Iddio, c h e a l m al
p en sieri pone rim edio, e p er non v o ler ch e q uel d olce salm o
fatto dalla v erg in e M aria, in n elle parti d el ditto r e fu sse n a
scoso, m a ch e p alesem ente e t a lto con rev eren zia si can ta sse,
conchiudendo tu tte le p arti insiem e, dispuose la d ivin a bont a
m andare un angelo per rip arare a lla m alvagit d ello d itto re,
com e in questa n o vella ch iaram en te u d irete. E ssendo g i il m ese
di m aggio ven u to, diliber re A stulfo andare a i bagni, p erch
da* m aestri g li eran o sta ti lodati p erch di nuovo a v ea preso una
giovana b ella p er m oglie, lodandogli il bagno esser atto a far
gen era re. Lo r e appairecchiato dandare, le som e ca rich e, m olti
m ascalzoni e g u a tteri si m ossero e t a* bagni andarono. Lo re
con gran ca v a lla ria e g en ti d'arm e da p i e da ca v allo si m osse
e t a* bagni cavalc. E q uine d i ord ine c h i dovea sta re arm ato
a ca v a llo e ch i alla guardia da p i e q u elli ch e a llu scio d el
146 .NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

bagno sta re doveano, avendo ciascu n o com andam ento star p resti
e quando in tra sse in n el bagno ch e persona del m ondo non v i
si la sci dentro en trare, sotto pena d ella testa , fu sse c h i si v o lesse,
e m olte a ltre co se a l suo salvam ento ordin. E p er questo m odo
dim or pi di quindici d, ch e sem pre, quando lo re in n e l bagno
en trava, neuho in q u ello en tra re potea, e t u sciton e, tu tti li a ltr i
ch e a l bagno eran o ven u ti en travano. E stato il d itto r e il tem po
ditto, un giorno essendo il r e in n el bagno en trato e t i panni
m essi da parte, com era su a u sanza, e le gu ard ie a lla porta,
senza ch 'a ltri se n'accorgesse, si trov dentro uno pel bagno con
panni grossi. Lo re vedendolo d isse: P er certo ben [le ] g u a rd ie
d elle porte d el bagno ap piccare far, p oich questo poltron e han
lassato en trare. E n ien te a l p elleg rin o d ice, m a di superbia tu tto
si rode, spettando com e di fu ori d el bagno ser di p resen te Carlo
ap piccare. Lo p ellegrin o en trato e lavatosi, lo re n ien te d icen dogli,
anco coll'anim o superbo verso le gu ard ie lassa dim orare il p el
leg rin o in n el bagno. Il p ellegrin o, stato alquanto, u scio d al bagno
e t i panni de A stulfo si m ette. Lo re ci ved e, sta ch eto co ll'a
nim o em pio a pun ire le gu ard ie, n ien te a l p ellegrin o d ice. Lo
p ellegrin o, v estito d e panni d el re, lassato la su a trista roba e
li a ltri v estim en ti, u scio fuori e d isse : B rigate, a ca v a llo . E m on
ta to a cavallo, v erso N avarra p rese il cam ino, e tu tti, da ca v a llo
e da p i, segu ir lo re , parendo loro fu sse lo r e A stulfo, e co si
giun sen o a N avarra. E ntrato in p alagio, la donna, ch e cred e ch e
sia il suo m arito, nom ata m adonna F iam m ella, d isse: M essere, voi
sete orm ai stato tanto a l bagno e solo p er a v er di m e fig liu o li
e t io asp ettatovi, ch e Cacciamo? Lo r e n ovello d ice ch e i m edici
g li hanno d itto ch e alcu n o d sp etta re si vu ole, p erch il corpo
sia dogn i um idit purgato. La rein a steo con tenta. Torniam o a
re A stu lfo, c h e h a veduto q u ello p alm ieri a su o m odo v e stir e i
su oi panni. U scito fori e non ved en d o a lu i persona v en ire,
com era di u sanza, stato m olto n el bagno, d isse fra s: Or veggo
q u ello m i con verr Care, ch quanti fam igli ar ch e abbino fal
lito tu tti li far m orire; e m ossosi d el bagno e* a ll'u scio n'and
nudo e non vid e persona. U scito pi fuori, v id e d alla lunga a l
quanti ribaldi, ch e in uno p ratello giocavan o e non a ltri. Lo r e
fra s d isse: L e m ie b rigate si saranno p artite ; io le far tu tte
d i ca ttiv a m orte m orire. Et essend o nudo, pens, poi ch e a ltr i
panni non a v ea, di m ettersi q u elli d el p ellegrin o. E t u scito fu ori
con superbia, g iu n se a q u elli b arattieri dicendo loro: V ' an data
la m ia gen te? D isse uno: C he gen ti vai cercando? D isse lo r e :
DE SUPERBIA. CONTRO REM SACRATA. 147

Com e ! non m i cogn oscete ch e sono lo re A stulfo vostro signore?


D isseno i giocatori : Com e se* tu n ostro re ! e p reselo, di m olti
ca lc i e pugna g li dienno, d icen dogli: V a a lla p ignatta a V ignone
e non d ir pi ch e tu sei nostro re. Lo r e A stulfo, c h e h a avu to
le prim e vivand e, d esidera le second e. Ponendosi in cu o re ch e
tu tti i gaglioffi fare m orire, e cam in verso la citt , e com e tro
v a v a a lcu n i lavoratori dim andandoli se la sua g en te era di quine
passata nom andosi loro re, li lavoratori co lli s tili d elle van gh e
e de m arroni lo fracassavano dicendo: Lo nostro r e A stulfo e
non se tu , ca ttiv o p oltonieri. Lo r e infiam m ato d i superbia,
b en ch si potrebbe d ire riscald ato d e colpi ricev u ti, prom ette e
g iu ra tu tti li contadini trattar in form a di sch ia v i, e parendogli
la second a vivanda assai cald a, pens la terza fu sse m igliore. E
giu n to a lle gu ard ie d ella porta, dom andando se la sua gen te
fusse dentro en trata, risp uoseno: D entro en trato lo re colla
sua b rigata. D isse A stulfo re : Come ! non sono io lo vostro re e
signore? Le gu ard ie e soldati ch e quine erano, udendo ci d ii$ ,
co pom i d elle spade dandogli, ca ttiv o d ivenn e, in tanto ch e quasi
m orto lo la sso n n o , tan ti colp i g li derono. A stulfo re, partitosi da
loro, p rom ette ch e quanti sold ati da p i e da ca v a llo ar, tu tti
li far in prigione sen za pane sosten tare. E t in ta l rabbia e su
perbia n e va, ch e giu n se a l p alagio suo, l u* senza dom andare
su p er la scala m onte. La guardia, ch e l ved ean o g i salito
presso ch e m ezza la sca la , d irieto g li trasse e p er lo lem bo d ella
g on n ella lo trasse, p er m odo ch e tu tta la sca la sa lita in pi sca lei
in u n o colpo a p i si ritrov tu tto m acolato. A stulfo, vedendo
q u ello c h e l fam iglio g la v ea fatto, d isse: 0 A m brogio, non m i
cogn osci? io sono lo r e A stulfo tu o sign ore. A m brogio, ch e ci
ode, co ca lc i dandogli d iceagli (1 ): G aglioffo, non (2) sono io sm e
m orato, c h *1 m io signore lo re A stulfo in cam era co lla donna.
A stu lfo, udendo questo, traen dosi da p arte in piazza, d icev a : O
quanti n ar a far m orire e q uanti n e rim etter in luogo ! E
m en tre ch e ta li p en sieri avea, lo n o vello r e se n e v en n e a lla
fin estra . A stulfo re, ch e ci ved e, sospinto da g elo sia , vedendo
ch e a lla su a donna ten ea un braccio in collo, se nand a lla
sca la e quasi tu tta lebbe m ontata, ch e persona non se nera
accorta. A m brogio guardando lo vid e e t disse : A nco c i se* ven u to,12

(1) Ma.: dicendoli.


(2) Ma.: come.
146 VOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

diavolo, e p reselo p er forza, d el capo g li fe d are in n ella porta


d ell'u scio, ta le ch o *1 san gue com inci a v ersa re. stulfo re, non
potendo pi, tiro ssi da p arte d ella piazza d icen d o: C he vorr
d ire questo? Io non sono cogn osciu to da persona, e t ora veggo
ch e fin e a lla donna m ia non m i cognosce. P er certo io debbo
a v er q u alch e gran peccato ch e Dio m i v u o le p un ire a questo
m odo. E tu tto u m iliatosi verso Dio dicendo ch e se m ai g li d iv e
n isse ch e tornasse in istato ch e si guarderebbe di m al fare, lo
n o vello r e , c h e tu tti i p en sieri dA stulfo re sapea, lo fe* ch iam are,
e stulfo m ont la scala assai debile p er li colp i avu ti, e fattolo
condurre in cam era, dove trov lo re n ovello ch e ten ea in sen o (1)
le m ani alla m oglie, e ven u to dinanti, lo r e n ovello dim and
ch i era, stulfo d isse: Io sono uno p eccatore ch e Dio p er i m iei
p eccati m 'ha si abassato, ch e non ch e altri m i cognoscano ch e
io m edesim o non m i so cogn oscere. D isse lo n ovello r e : P erch ?
stulfo d ice : Io fu i gi re com e ora sete voi, e cotesta gio v a n a ,
ch e voi co lle m ani le sta te in sen o, fu g i m ia m oglie, e tu tta
la m asnada da p i e da c a v a lli, tu tto questo ream e ebbi in balia,
com e ora a v ete voi. E t non so com e perduto tu tto in p iccola
ora abbia, con tatogli lo andare al bagno e t il p artire e tu tte le
bastonate e colp i ricev u ti, e p er certo io confesso li m iei p ec
ca ti essere stato cagion e. Ma se Dio m ai m i p resta grazia c h e
io m i ritro v i essere sign ore com e gi fo i, io m i m uter com e fa
la serpe. Lo n o vello re d isse: stulfo, stulfo, non pen sare c h e
persona d el mondo sia da tan to ch e non ch e uno ream e d ovesse
signoreggiare, m a una sola casetta non potre* ten ere, se Dio ta l
dom inio non g li con ced esse. E p ertanto Iddio t'h a volu to dim o
strare ch e tu tto suo e puollo dare a ch i v u o le e sim ilm en te
rito rre. E t per ti vo' d ire ch i io sono, e vo* c h e sappi ch e io
non sono ven u to p er a v er questo ream e in signoria, ch troppo
h o io e li a ltri ch e sono appresso a Dio m aggiore signoria c h e
non are* qualunque fo sse signore di tu tto *1 m ondo, m a acci c h e
tu d iven ti m isericordioso e pietoso Iddio mi m and. E per ornai
ti rendo la signoria, l'onore e la tua donna, notificandoti c h e
se farai i com andam enti di Dio, sarai m isericordioso e non cru
d ele, m antenendo g iu stizia d iritta, Iddio ti prender (2) qui in
grazia ed alla m orte ti dar gloria. E facendo q u ello ch e h a i 12

(1) Ms.: freno.


(2) Ms.: perdoner.
DE SUPERBIA CONTRO REM 9ACRATA 149

la tto , com e una volta te n e h a tolto la signoria, cosi di nuovo


te la to ller , facendoti servo d el dim onio. E t acci ch e sii certo
c h i co lu i c h e ta le cose per parte di D io fe, ti dico io esser
la n g elo suo. E sparito, subito la m oglie lo riconobbe e tu tta la
fam iglia. A stulfo, avendo ved u to e sen tito, subito m utato din
ten zion e, d iven n e il pi m isericordioso e benigno c h e m ai re*
fo sse , e com and ch e di p resen te la m agnifica si d ovesse di
n u ovo can tare a v o ci a lte con canto e co si sosserv, e da q u el
tem po innanti lo r e A stulfo fo p er virtu d i rip utato m ezzo beato.
1 50 NOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

39.
[Trlr., n 61].

DE COMPETENTI CONSILIO DE ADULTERA.

F u non m olto tem po in F iren ze uno g en tile om o de' Rosai


nom ato M ichelozzo, il q uale duna su a donna de* M edici a v ea
una su a b ella figliu ola di anni quattordici, nom ata D iana B ella .
E m aritandola a uno giovano in F iren ze ricco e g en tile ch iam ato
Sim one Buondalm onti, e stata g i pi an ni a m arito, un giorn o
essendo Diana B ella andata con a ltre donne a spasso (ori di
F iren ze a uno giardino, in n el quale ce rti g iovan i a d iletto quine
erano andati, fra quali fu uno d e R u cellai ch iam ato G iacch etto,
il qual com e vid e le donne a llorto v en ire e dentro d ella porta
in trare, fattosi incontro salutando d isse: O Diana B ella , prim a
ch e ad a ltro esercizio sia te poste, v o ch e una danza ordiniam o.
E p resela p er la m ano, D iana B ella vedendo G iacch etto co si li
b erale, d isse fra s m edesim a: Di v ero costu i d e essere di g en til
cu ore, e preselo p er la m ano, ballando con tanto p ia cere ch e
m ai non parea a D iana B ella esser sconsolata di b allare com e
allora, e d isse (1) pi v o lte a G iacch etto: P er certo io h o e avuto
e t abbo oggi in n el cu ore gran d e a lleg rezza p oich la m ano mi
prendesti, ch e se tu tte la ltre m em bra fusseno di tan ta v irt
quanto m i sono paru te le tu e m ani, m olto con tenta d ovre esse re
q uella giovana ch e in b raccio ti ten esse. G iacch etto, c h e ode
D iana B ella, e t g li paruto sen tire a l ten er d elle m ani quando
ballavano ch e e lla di fuoco dam ore fusse riscald ata, d isse: Ma
donna, q uello ch e d ite di m e io debbo d ir a voi, ch p er certo
[non] losava d ire, ch e di vero quando la m ano v i p resi m i
p arve fusseno tu tte le pium e e d iletto d el m ondo esser in q u elle (2),
stim ando [fra] m e m edesim o c h e dovrenno esser q u elle p arti
ch e cop erte dal sole stanno, vedendo tanta b ian ch ezza in n e lle
vo stre d ilica te m ani e vedendo il vostro vezzoso e a n g elico v iso
con q u elle du ste lle rilu cen ti de v o stri on esti e t leg g ia d ri
occh i, ch e di vero lo ram o d ella vostra persona avan za tu tti li
altri ch e portino qual fiore b ello e t odorifero si v o g lia . E non
aven d o io ardim ento di d over le v ostre b ellezze con tare, cogn osco 12

(1) Ma. : dicendo.


(2) Passo certam ente corrotto, ma che non saprei come ricostruire senza
pecca di soverchia arditezza.
DE COMPETENTI CONSILIO DE ADULTERA 151

ch e m al fcea, e del fallo com m esso con p regiare la vostra cara


persona v i ch ieg g io perdono, sottom ettendom i a ogn i vostra cor
rezion e. E p er certo la vostra b en ign it, la q ual si m osse a m e
lo d a re, m ha fatto certo ch e io h o troppo fallito. D iana B ella
d ice: G iacch etto, non bisogna c h e sii corretto, p ero cch solo in
te sta ogn i p erfezione, dicendoti ch e veram en te le tu e m ani
sono d egn e di co g liere que' fru tti ch e pi d ilettev o li sono, e t so
p er te s i cogn osce ch e alcu no io nabbia, a tu a posta, ti prego,
lo co g li. G ittandogli uno o cch io addosso, rid en te G iacch etto d isse:
Io sono a l tu tto disposto a ubbidire q u ello c h e com andate. D iana
B ella, presolo p er la m ano e m enando la danza, lo condusse da
la to alla casa, dove persona non era, e v o lta si a G iacch etto g li
d i un bascio dicendogli : Q uesto v o g lio ch e sia p er arra d e frutti
c h e dom enica n otte v o ch e rico g li d el m io alboro. G iacch etto
lieto , con le i d i lordine ch e la dom enica andasse ad albergo
seco , per ch e l m arito dovea andare di fu ori in v illa . D ato
l'ord in e, ritorn ati a lle donne e fatta una in salatu zza, m erendarono,
e dappoi ognuna con q u elle s'avean o co lte in F iren ze tornarono.
D iana B ella, c h e la sua insalatu zzola a vea in n ella m ente del-
l'ordinata notte, si steo fine a lla dom enica, c h e l m arito di fiio ri
and. E t la . n otte G iacch etto con le i trovatosi, di q u elle m elu zze,
c h e in n el sen o D iana B ella portava, due rose n e co lse, avendo
d e fiori co lti tan ti ch e D iana B ella, essendo sta ta in posto di
p ortare corona, di pi di dodici m erli la re p ortata fornita. E
ta l v ita ten n e G iacch etto di D iana B ella pi m esi. Or p erch le
co se non si puonno fa re tan to secreto , e t m assim am ente ta li fac
cend e, ch e non si vegn an o a palesare, d ivenn e ch e a Sim one
su o m arito fu m ostrato ch e D iana B ella g li fic e a fallo. Subito
rich iesto a lcu n i suoi paren ti, con loro d olutosi d el caso, dilibe-
ronno a l padre di D iana B ella m an ifestare la cosa, e co si se
nandaro a M ichelozzo e tu tto il fatto d ella figliu ola g li dissero.
M ichelozzo, m alinconoso p er pi risp etti e prim a p er la figliu ola
la qual am ava, appresso p er G iacch etto se co lu i d ovesse p er
questo fatto v en ire a gu erra, sen za n ien te rispondere se non ch e
d isse: Sim one, a l p resen te risp ond ere non ti posso p er dolore
c h e a m e [ ] v en u to ; va, ritorna dappoi a m e, e t io ti dar
q u alch e con siglio, Sim one doglioso si p arte. M ichelozzo subito
pens a G iarnieri d e R ossi suo fra tello dirlo, om o di grande
cu ore e senno. G iarnieri, com e od e q u esto fatto, pens con b el
m odo far sta r con ten to Sim one, e d isse a M ichelozzo ch e lassi
fare a lu i, e di p resen te fe* in v ita re tu tte le consorti d e R ossi,
152 NOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

m aschi e fem m ine, e sim ile Sim one e Diana B ella, ch e la do


m enica vanghino a m angiare con lu i. E con Sim one in v it q u ello
ch e g li a v ea d itto [a v e re] il d iffetto com m esso. F atto lo n vito,
D iana B ella, ch e d i questo fatto n ien te sapea, p erocch *1 m arito
n ien te g li avea ditto, a lleg ra e baldanzosa a casa di G iarnieri
and col m arito a d esn are e sim ile li a ltri om ini e donne d ella
ca sa ; e quando fanno tu tti a casa, G iarnieri chiam da parte
tu tti li om ini de* R ossi lassando Sim one e *1 p aren te co lle donne
in sala. E loro en trati in cam era, G iarnieri com inci a d ir a*
suoi : F ra telli e con sorti m iei, eg li avven u to ch e noi siam o p er
esser in m ala gu erra se non si p rovved e, e di questo n* colp a
la figliu ola d i M ichelozzo, D iana B ella, la q uale con G iacch etto
R u cellai s h a preso p iacere, di ch e Sim one su o m arito se n '
accorto e t h a d itto a l padre il fatto, e p an n i m al disposto a
vergognarci p er sem pre m ai o m etterci in gu erra con si fa tte
ca se. E p ertanto, se v o lete fare a m io m odo, da tu tti i p erico li
cam perem o con nostro onore, altram en te sarem o disfatti e v itu
p erati. U dendo i con sorti questo fatto, disseno : G iarnieri, ordina
e noi segu irem o. A llora G iarnieri d isse: Or non v i sd egn ate di
cosa ch e io a lle v o stre donne dica, p erocch tu tto risu lter in
bene. T u tti d issen o: Di* e fa ci ch e a te pare. G iarnieri, a v u to
licen zia , u scio di cam era con tu tti li a ltri e d isse: 0 voi, om ini
e donne, u d ite q u ello ch e io vo* d ire e t non abbia neu no a m ale
se io dico il vero. E per prim a ch e noi m angiam o vo* sap ere
alcu na cosa. E v o lsesi a lla m oglie dicendogli : V ieni qua, puttana
ch e sei, p oich io ti trovai farm i fallo m i sono accorto c h e an co
vai cercando fallirm i e sai te i perdonai. La m oglie di G iarn ieri
volen dosi scu sare, G iarnieri, facen dole m al viso, d isse: T aci, p u t
tana. E poi si vo lse a tu tte l'a ltre donne de* fratelli e t a cia sch e
duna dicea per sim ile m odo, in tan to c h e vergogn ose, tu tte tr e
m ando, pensando de' falli com m essi a ltri se n e fa sse avved u to,
stavan o ch ete. E poi, riv o lto si a D iana B ella : E tu, m adonna la
puttana, ch e a G iacch etto R u cellai t*ha* fatto m ontare cen to v o lte
addosso, noi vogliam o sapere la cagion e p erch e ci abbi fatto,
altram en te noi in con ten en te tucciderem o. D iana B ella d isse: O
G iarnieri e voi a ltri, io l ho fatto p erch m el trovo sano. D isse
G iarnieri : Sim one, D iana B ella ha ragion e e tu d icesti esser con
ten to ch e sana stesse, ma ben ti preghiam o ch e da ora in n a n ti
con altra m edicina la facci sana, m inacciandola di seg a rg li la
gola, se m ai pi lo fare. Sim one, avendo sen tito all*altre donne
d ir puttane, fa contento ch e a lla su a co si si d icesse.
DB JUST SENTENTI A 153

40.
[T ifo, a* 92].

DE JUSTA SENTENTIA.

N ella terra san ta di G erusalem , a l tem po di D avid r e e di Sa


lam en e garzone, fu una donna de* M acabei nom ata Sam u ella
b ella e gio v a n e e donna di uno nom ato M elch ised ec, om o di gran
v irt , la q u ale Sam uella, dopo l usare, di lu i ingravidata in
u no fa n ciu llo e q uello p artu rio. E t sen tend o Sam uella ch e du lo
fanno pi ch e uno, disiderosa di p rovare se due om ini fanno
q u el fatto pi ch e uno, d ilib er p ren d er uno ch a le i p ia cesse.
E t ved u to uno giovan o d ellet del m arito nom ato A bram , q u ello
da p arte trasse d icen dogli ch e in tu tto g li a v ea il suo am ore
posto e t ch e g li p iacesse sta r con tento d i v o ler u sare con lei e t
il fatto terre secreto . Abram , c h e a ltro non a r e [d esid erato],
tenend osi a gran ven tu ra le p arole c h e S am u ella d icea, g li ris-
puose: Io sono pronto. E dato l ord ine desser in siem e, si tro-
vonno a l fetto tem po e luogo, e t prim a c h e Abram del corpo
g li d iscen desse du v o lte la con tent. S am u ella, ch e n 'avea vo
lont, e t avendo g i du v o lte sen tito la dolcezza, d isse tra s
m edesim a : Il m io con cetto stato buono, c h b en e cognosco c h e
du' io fanno pi ch e uno. E t v o ltasi ad A bram , di nuovo il fatto
rifornio, n prim a da le i si partio c h e cin q u e v o lte di lacq u a
al m ulino. E dato lord in e p er a ltr e v o lte di ritro v a rsi secreta -
raente insiem e, d iven n e ch e la v ita ch e fhceano adoper in Sa
m u ella ch e gravida si sen tio , e t sen za n ien te d irn e steo con ten ta.
E v en u to il tem po del p artorire, partu rio uno fan ciu llo, dicen do
a M elchisedec: Ora h a i du b elli figliu o li, luno de* quali h a nom e
Adam o e t la ltro , ch e ora nato, h a nom e Z accaria. E cos di
m orano, e t non m olto tem po dim or ch e Abram m orio. Sam uella
d olen te n ien te d ice, stando fine ch e i fig liu o li funno in et dan ni
q uin dici. Il padre M elchisedec di questa v ita si partio lassando
il su o a su oi figliu oli. R im asa S am u ella vedova, p er a lcu n a ma
lattia sop ravven u tagli si v id e esser in caso di m orte, e sentendosi
il p eccato com m esso d ellacq u isto fatto d i Z accaria, pens di vo
lersen e con fessare, ch e m ai con fessato se nera . E t avu to uno
sacerd ote, d isse: Io porto una grande passion e neUanim a di uno
peccato ch e h o addosso, il q uale ch e la roba di m io m arito
154 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

consento ch e sia di ch i a v er non la de*. E colu i ch e debitam ente


la de* godere con vitu pero d ella m ia persona g liela fo p erd ere.
Lo sacerd ote d isse: D im m elo. Sam uella d isse: Di vero l uno de*
m iei fig liu o li fu d irettam en te di M elchisedec, laltro fu di Abram ,
li q uali padri m eco pi tem po stenn o, e t io con loro p resi m io
p iacere. E per q u ello ch e fu di Abram n ien te d ella roba di
M elchisedec d epossedere. Lo sacerd ote dom andandola d isse: Q uale
q u ello dAbram , a cci ch e dopo la m orte tua lo possa appalesare?
Sam uella d isse: Io v e lo dir. E t com e v o lse d ire, lanim a di
corpo se g li partio e t m orta fu. Lo sacerd ote, ci vedendo, tra tte
le persone e' fig liu o li, d isse tu tto ci ch e Sam uella a v ea d itto.
Adam o e Z accaria, fra telli di m adre, d icean o ciascu n o esser
q u ello ch e la roba di M elchisedec p osseder dovea. E t fu tanta
quistion e fra loro, ch e pi v o lte si p ercossen o in siem e. E d i v e r o
si sarenno m orti, se non ch e li am ici si p reseno p en sieri ch e
D avid r e d eterm in asse ta l q uistion e. E cos davanti da D avid
r e frmno. E t essend o Salam one a lla p resenzia, e t udendo il d ire
d el sacerd ote e d e giovan i, d isse a l padre : Optimo, co n ced ete
ch e Salam one vostro figliu olo d ella q uistion e di q uesti giovan i
ne sia assolu tore. D avid lo con cedeo. E t subito Salam one fe sca
vare il corpo di M elchisedec dicendo a i du* fra telli : Q ualunca di
voi trarr con una sa etta pi presso a l cu ore di M elchisedec,
q u ello ser ered e di lu i. E fatto v en ire il corpo e dato loro du
a rch i con du* sa ette in m ano e t m esso il corpo di M elchisedec
un po da lu n g i, p resen te D avid re e tu tti q u elli ch e quine eran o,
p resen te lo sacerd ote, Salam one d isse ch e larco ten d essero e t
c h e ognuno s in gegn i di tra rre d iritto. Z accaria volen teroso d isse:
P er certo io debbo la roba god ere, e tira larco quanto la saetta
lunga e p ercu ote il corpo di M elchisedec, dicen do Z accaria a
Adam o: Ornai si vedr ch i d e a v ere la roba. E questo d icea con
alleg rezza , p erocch ved ea av er dato presso a l cu ore a poco.
Adam o con lagrim e di passione d isse: 0 padre M elchisedec, il
quale mi d este lessere e t ch e in corpo di m ia m adre Sam u ella
m in gen eraste, posto c h e m ia m adre a te fa llisse dappoi, p ure in
n el con cetto di m e a te non tallio. Or com e ser s m alvagio,
ch e tu c h e m h ai creato di carn e e t datom i lessere, c h e sono
tenu to difendere e com battere con q u elli c h e t offendesseno, io
ora (1) debbia esser q u ello ch e ti p ercuota? N on p iaccia a l som m o 1

(1) Ms.: io come.


DE JUSTA 8ENTBNTIA 155
Iddio, c h p er ta tto *1 tesoro d el m ondo ta l fe llo non ferei. B
voltosi a D avid re e t a S alam oile, d isse (1): P rim a ch e io v oglia
il m io padre p ercu otere v o c h e tutta la sua roba sia di Z a o
caria e t ezian d io vo* ch e di crud a m orte m i faccia m orire.
E g itta to v ia l'arco e la saetta, g ittossi (2) a p i di Z accaria,
d icen d o: La roba sia tua e t m e u ccid i prim a ch e m io padre
v eg g a con q uella sa etta c h in n el corpo su fitta. Salam one,
ved u to il modo di Z accaria d el b alestrare e ved u to il m odo te
nuto p er Adam o, subito sen ten zi ch e Adam o era vero e leg ittim o
fig liu o lo di M elchisedec e t ch e Z accaria era veram en te q u ello
bastardo ad ultero ch e Sam uella avea di Abram gen erato, a s s e
gnando la roba a Adam o e t a Z accaria posto silen zio. A dam o
con lagrim e lev a to si e trattosi li suoi v estim en ti, a l padre li
m isse, e t onorevolm ente di nuovo, com e se allora m orto fu sse,
lo fe sop p ellire, aven d ogli la saetta tratta d el corpo, dicendo a
Z accaria: P er am or di Dio e di m io padre ti perdono il colpo
dato. B p er ricom pensazione di loro sono con tento c h e la casa
m ia in su ssid io d ella tua v ita non ti vegn a m eno. D avid re, lo
dando Adam o di q u ello a v ea fetto, e d isse a Salam one fig liu o lo
lode.12

(1) Ms. : dicendo


(2) Ms.: pittatosi.
156 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

41.
[T it., b W].

DE M ERETRICE ET JUSTO JUDITIO.

Or ch e abbiam o trattato d el senno di Salam ene in n elle due


sen ten zio p er lu i date, di n ecessit a l p resen te d ire com e es
sendo in G erusalem D avid re con Salam one fa n ciu llo , fu una
donna nom ata B eliu ccia e una giovana ch iam ata D ivizia, la quale
B eliu ccia avea uno figliu olo piccolo a p etto ; avu to da u no suo
am ico. E la ditta D ivizia dun p rete av ea avu to uno fan ciu llo
m aschio d el tem po di q uello di B eliu ccia, e stando le d itte donne
p overe, p er p oter m eno spendere, sapendo l'u n a d eira ltra la v ita
teneano, cio ch e B ellu ccia ten ea uno am ico bagascio e D ivizia
ten ea uno p rete, disseno insiem e se p iaccia loro di plrender una
ca sa e fare una v ita, ch e tanto m ettesse luna quanto la ltra . E t
con q u ella sp e sa , accord ate le donne tra loro di d irlo a* loro
bagasci, lo p rete e la ltro con ten ti, sperando poter sen za infm ia
m eglio il loro fatto seg u ire co lle d on n e, co n sen tiro n o , e t p resa
la casa e t uno letto, dorm iano con q u elli fa n ciu lli, ciascu n a la t
tando il s u o , e p er questo modo dim oronno A lquanti m esi. E t
una sera in tra laltre, essend o am be so le p resenti, lo p rete e
laltro diliberonno dandare a darsi p ia cere con B ellu ccia e con
D iv iz ia , e fenno da v ere di buone vivan d e e di m olto v in o , e
co s andarono lo giorno ciascu n o sollazzandosi colla sua pi
v o lte, tenendo tra loro gran festa. E p erch le vivan d e eran o
buone e cald e, e p er lo buon vino, e p er lo trafficare d ella fem
m ina, si riscaldarono li om ini e le donne in tanto ch e pare* loro
esse r in n el paradiso terrestro. E cen a to , p erch era desta te , e
ciascu n o prim a ch e si p artisse, una volta, o ltre q u ello ch e b in an ti
cen a fatto a v ea n o , con ten ter le donne e poi p a rtir , lassando
D ivizia e B ellu ccia e i fig liu o li. V enuta la sera, B ellu ccia calda
c o l figliuolo da l uno lato del letto si coric, D ivizia co l suo
d allaltra proda si m ise, e subito [tonn o] addorm entate. E m entre
c h e in ta l m aniera d im oravan o, B eliu ccia riv o lta si sen za sen ti
m ento, addosso a l fan ciu llo and. Lo fan ciu llo p iccolo di spasim o
m orto, sen za c h e la trista di B ellu ccia si sen tisse. E stata a l
quanto, sveglian d osi e ritrovandosi sotto il fig liu o lo , tastandolo
trov lu i esser m orto. Senza dir n ien te subito p rese il m orto su o
DB MERETRIC1S ET JCST0 JUDITIO 157

figliu olo e t alla to a D ivizia lo puose, e t il suo figliu olo v iv o prende


e t a s ra cco sta . D ivizia, ch e n ien te sen te p erch il vino ancora
u scito non g li era , stava ch eta . E ven u to il giorno, D ivizia isv e-
g lia ta si vid esi m orto il fa n ciu llo allato. G uardandolo cognobbe esse r
q u ello di B eliu ccia e d isse : O B e llu c c ia , ch e v u ol d ire ? il tu o
figliu olo m orto. Io Tho trovato appresso di m e, e tu h a i il m io
in braccio. B ellu ccia Ih v ista di dorm ire e a n ien te risponde.
D ivizia la dim ena, dicen do: Sta su ch e 1 tu o figliuolo m orto.
B ellu ccia ih atto d! sv eg lia rsi, dicendo: Che vu oi? D ivizia d ice:
N on ved i ch e h a i il tu o figliu olo m orto? B ellu ccia d ic e : Il m io
figliu olo ho io in braccio e se tu, com e ca ttiv a , h ai il tuo m orto
non ti dar per il m io v iv o . D iv izia , ch e cogn osce il suo fi~
g liu olo, afferm ando d ice lo v iv o esser suo e *1 m orto di B ellu ccia
e vo lselo p rendere gridando: A ccorruom o. Li vicin i traggono, la
quistion e grande tra costoro, ch ognuna v o lea il v ivo p er s.
D avid re, sen tita la quistion e nata, fotte v en ire le donne col fan*
c iu llo v iv o e m orto, essendo Sdiam one p resen te, D avid re d isse
c h e la ragion e d icessero ch e il fan ciu llo v iv o ognuna lo dom anda
e *1 m orto ognuna n ega esser suo. S a la m o n e, u d ite le d o n n e,
d isse a D avid: D eh padre p erfetto, se a voi fu sse in p ia cere c h e
la quistion e di questo fan ciu llo vivo io d eterm in i. D avid re d isse:
lo contento sono. E t preso Salam one di braccio a B ellu ccia lo
fh n ciullo v iv o , d icen dole: Q uesto fhnciullo d i c h i fig liu olo? B el
iu ccia dice: Mio. E voltosi Salam one a D ivizia d isse : Di ch i
questo fhnciullo? D ivizia d ice: M io. Salam one d ice: Q uesto fan
ciu llo di voi due, e p ertanto vo ch e con una spada si d ivid a
e t la m et sia di B ellu ccia e la ltra sia d i D ivizia. P rese una
spada nuda, tenendo lo fan ciu llo d alluno d e la ti e la spada d el
l a ltra m ano. B ellu ccia d ic e: Io sono con tenta. D ivizia, ch e v ed e
la spada alta, d ice: 0 Salam one, prim a c h io vo g lia ch e *1 m io
figliu olo sia m orto, voglio ch e v o i lo date tu tto v ivo a B ellu ccia .
Salam one, vedendo questo fatto, giud ic il fhnciullo esser di Di
v izia e non di B ellu ccia , e per questo modo Salam one d i il terzo
g iu d icio .
158 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

42 .
[T rir., n* M).

DE DISONESTITATE VIRI.

Lungo tem po fu ch e lo m peradore di C ostantinopoli, nom ato Ce


sa r e ardito, aven d o uno su o figliuolo, nom ato O ttaviano, g i grande
d 'et di anni quattordici, il q uale non volen do a sen n o d el padre
fare, pi v o lte si p art da lu i. Lo m peradore, ch e p i non [n ej
av ea e t era in tem po ch e pi non [n e j a sp etta v a , con p regh i,
pi ch e con b attitu re, lo riten ea . O ttaviano, ch e a v ea il san gu e
ca ld o e t la g ioven t lo portava, dal padre si parto. Lo m pera
d ore, ch e ci h a sen tito , diliber, p oich ta n te v o lte s er a (Ug
g ito , se ritorna, di ten erlo in prigione, e ci prom ette. D i ch e
O ttaviano, di ci se n te n d o c i p arto dal p aese. D i C ostantinopoli
s'a ssen t andando in qua e t in l, facendosi nom are B orra. E t non
m olto tem po pass c h e il d itto Borra giu n se a G enova, l dove
li dinari g li v en n e m eno. E poco v i steo ch e tu ttoci ch 'a v ea
d i m obile consum , e p erch non a vea a rte im presa e t anco
p erch non si volea in v ilir e , a n ien te si d a v a , salvo c h e si
rid u cea a lla b a ra tta ria , la u alcu na vo lta rico g liea alq u an ti
d adi, e t co lli a ltri b arattieri si m ettea a giu ocare. E talora g li
v en ia aiuto uno o du grossi, e t cose s v iv ea assai m iseram en te
e m al v estito , e t per questo m odo dim or in G enova pi di tr e
a n n i, tenendo la v ita ch e t ho d itta , e talora n andava sen za
ce n a a letto . A vven n e ch e un giorno, in n el p rincipio d ellu ccel-
liera d elle q u a g lie, aven d o vin to alquanti g r o ssi, vedendo un
h ello sp arvieri, q u ello com pr. E p erch m olti na v ea g i ten u ti,
q u ello governava tanto g en tilm en te, ch e non era in G enova spar
v ieri s h ello. E portando il Borra q uello sp arvieri in pugno, uno
gen tilom o gen ovese, nom ato Spinetta d el F iesco, vedendolo e pia
cend ogli, d isse: 0 B orra, vendim i co testo sp arvieri. B orra d isse:
M essere, ven d er non v o g lio , m a se v i p iace io v e l v o donare.
S p in etta d ice ch e lo vu ol com prare. B orra d ice ch e v o lo n tieri
g lie l dona. Spinetta risponde: Com e! non ho io ta n ti dinari
c h e cotesto sp arvieri possa com prare? B orra d ice: D ei din ari
a v e te assai, m a questo sp arvieri non si pu a v ere con d in ari,
m a in dono lo p otreste a v ere. S pin etta superbo d isse: G aglioffo
e rib a ld o , ch e m i rispondi e d ici ch e p er dinari cotesto sp ar
DB DISONESTITA.TE VIRI 159

v ie r i non arei, e t pensi c h e io vo g lia ch e si possa d ire ch e uno


ribaldo abbia fatto dono a Spinetta d el F iesco. E di rabbia g lielo
strapp d i m ano e p er le gu a n cie n e g li di ta n ti colp i, c h e lo
sp a rv ieri e le g u an cie di B orra tu tte si fracassonno. E m orto lo
sp a rv ieri e g itta to lo v ia , d isse: O ra , g h io tto n e, h ai donato lo
sp a rv ieri, e la ssollo forte piangendo. Era q uesto Spinetta si p o
ten te in G enova, c h e neuno os d ire n ien te, m entre B orra b attea,
m a ch eti stanno. B orra, ch e h a ricev u to le b attitu re p er v o ler
e ss e r cortese, e t h a ricevu to v illa n ia , d isse: Oim tristo, quanto
sono da poco! E d ire ch e io sono (1 ) figliu olo d ello m peradore
C esare ard ito di C ostantinopoli ! E cosi tristam en te m i lassai a lla
ca ttiv it v e n ir e , ch e se io fu ssi a casa di m io padre e fh sse in
buona con lu i arei pi baroni e re ch e m i ferebbeno onore ch e non
h a persone in G enova, e t io cattivo per m ia tristizia tanto bene
ho perduto. Ma se io pensassi c h e 1 m io padre m i v o lesse ri
c e v e r e , s io d ovessi m orire io an d erei a lu i, m a io penso c h e
non m i vorr v ed ere. E con questo p en sieri steo alquanto. P oi
riv o lto si a s m edesim o d isse (2 ): O ca ttiv o m e, ch e m io padre
v ecch io . S e Dio facesse altro di lu i, lo m peratico e la terra si pren
d e r p er a ltri, e t io m esch in ello m ai andare v i p otrei. E t p er
tanto, se il m io padre m i d ovesse u ccid ere, io convegno a lu i an
d a r e . E subito se n'and in arzanaia, dom andando se alcu no na
v ig lio andava verso C ostantinopoli. F u gli risposto di s i , e fatto
m otto a l padrone se volea c h e lu i andase, c h e non voloa a ltro
c h e la spesa, lo padrone udendo ch e non v o lea soldo se non la
sp esay fu contento. E v en u ta l'ora d el p artire, la n ave m essa in
p unto, B orra en trato in n ave con buono ven to, giun sen o a l porto
di C ostantinopoli, e m esso sca la in terra, B orra d isse a u no suo
com pagn o: Io ti prego ch e vad i a l p alagio d ello m peradore e
dom anda di T e d e i, e se ti d ice p erch lo d om an d i, d igli: Uno
g io v a n o , ch a lla n a v e, ti addom anda ch e non la ssi p er n u lla
c h e a lu i vad i. E ra questo T ed ei sp en ditore dell'im peradore. An
dato il n au ch ieri a co rte, dom andato di T edei, subito T edei fu
ven u to, e fattogli lam basciata d el B orra, T ed ei subito stim fu sse
O ttaviano fig liu o lo d ellim peradore. D om andando il n au ch ieri
co m e il giovan o a v ea nom e, risp u o se: F assi ch iam are il B orra.
T ed ei subito si p arte e t a lla n a v e se n'and. B orra, com e ebbe (i)

(i) Ma.: sia.


<2) Ma.: dicendo.
160 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

ved u to T edei, l ebbe con osciu to, e t ito da p arte, T ed ei dom anda:
Q ual quel giovan e c h e m ba fetto rich ied ere f Borra d ice: Io
sono. T ed ei lo riguarda e pargli g i a v erlo v e d u to , m a p erch
era in n el viso p er lo so le alqu an to d iven tato nero, d isse com e
a v ea nom e e ch i era. R ispuose: Io ora m i fo ch iam are B o rra ,
m a il m io nom e d iritto O ttavian o, figliu olo d ello m peradore.
T ed ei subito lh a e ricogn osciu to, e dom andandolo d el padre e d elle
condizioni d i corte, a O ttaviano tu tto raccon ta. T edei, ch e l ved e
n u d o , subito se n and in n ella terra e di b ellissim i panni lo
riv e ste e seco lo m ena; facendolo stare in una cam era d el pa
la g io d icen dogli: Spettam i. Gt andato T edei in sa la , trov lo m
peradore esser a ta u la , e T ed ei d ice: O im peradore, quanta al
leg rezza se r e la vostra se il vostro figliu olo O ttaviano fu sse con
v o i o si sap esse se v iv o o m orto fu sse. Lo im peradore d ice: Tu
d i il vero, ch e se O ttaviano m io fig liu o lo fu sse v ivo, se io do
v essi sp en der ci ch e io abbo, o ca ttiv o o buono ch osso fusse,
lo farei dav ere, ch e penso ch e b en e sam endere. E t q uesto d i
cendo g itt un gran sospiro lagrim ando. T ed ei, ch e h a ved u to
la volont d ello im peradore, subito se nand alla cam era d ov'era
O ttaviano dicendogli c h e allegram en te a l padre n e vada e t a lu i
ch iegga perdono gittan d osegli a p iedi, e t io ser teco . O ttaviano
rassicu rato ci fae. E giu n to T edei in sala con O ttaviano, d isse:
Santa corona, ecco il vostro dolcissim o figliuolo. O ttaviano, su bito
gettatosi gin occh ion i, a l padre ch iese perdono. Il padre a lleg ro
g li perdon e fe festa inestim ab ile p er lo ria v u to figliu olo. Di
m orando O ttaviano in co rte con ta n ti baroni, ch e tu tte le p er
sone diceano O ttaviano esser da pi ch e il padre, poco tem po
steo ch e lo m peradore pass di questa v ita . B subito fti fe tte
im peradore O ttaviano, le tre m arin e e li a ltri sign ori con sen
tendo. G m assim am ente v ista in G enova lelezio n e d el novo im
peradore, subito i G enovesi fecero (1) am bascieria ch e in C ostan
tinopoli si trovasseno. E funno di G enova eletti tre cittad in i gen
tili e grandi, fra quali fu Spinetta del F iesco, il q uale a v ea d ato
per le gu an cie d ello sp arvieri a B orra. E cam in ati, giunseno a
C ostantinopoli con laltro (2) am b ascierie. Lo m peradore d avanti
a s le fe v en ire, e v en u to li G enovesi, cognobbe Spinetta d e l
F iesco, e chiam atolo d isse: M essere, fa ceste m ai oltraggio a 12

(1) Ms.: fatto.


(2) Ms.: e laltre.
DE DISONESTITATE VIRI id i

persona? Spinetta d isse: Santa corona, no. Lo m peradore d ice:


N on pn essere ch e q u alch e in giu ria ad a ltri non abbiate fotta.
Spinetta, ricordandosi d ello sp arvieri, d isse: Si ch e io feci in
g iu ria a uno gaglioffo chiam ato il B orra, il q uale era in G enova,
e t avea uno sp arvieri e voleam elo pur donare, e t io lo volea in
ven d ita, e non volendom elo ven d ere, m a si donare, io q uello
sp a rv ieri p resi e tanto n e g li diedi p er le gu ancie, ch e tu tto lo
fe ci insan gu inare e lo sp arvieri u ccisi. E questa m i pare ch e
sia l ingiu ria ch e ad a ltri ho fotta. D isse lo m peradore : Or non
fu b en grande? R ispuose Spinetta : Si, ch e poi ch e lo sp arvieri
mi p iacea io lo d ovea p render in dono e t a lu i, p erch era nudo,
p er ricom pensazione lo dovea v estire, e per feci m ale. Lo m
peradore d isse: E t io v i sono pi ten u to ch e a persona a l m ondo,
p erocch io fu i q uello ch e lo sp arvieri avea e t ch e rice v etti (1)
da v o i i colpi. E t a cci c h e m i cred iate ch e io v i cognosco, voi
sie te nom ato S pin etta del F iesco e ta li co lp i d ello sp arvieri in
n ella gu ancia m i d este presso a lla barattaria, e faceam i allora
ch iam are B orra, e per, cognoscendo q u ello ch e io era, dispuosi
ritorn are a m io padre, e per io vi sono m olto ten u to e t obbli
gato c h e la in giu ria ch e io rice v ei fu ca gion e di farm i ritornare.
E p er q u ella sono ora im peradore, ch e sa rei tristo e ribaldo, e
p ertanto ch ied i o g n i.g ra z ia e t io .la for. Li m basciadori tu tti,
vedendo la b en ign it d ello im peradore, ognuno c o lle g ra zie p ien e
ten e aro. E tornati i. G enovesi in G enova, narronno la cosa, p er
la qual cosa dihberonno in co n siglio d i G enova ch e ogni persona
dia llo ra innanti si d icesse m essere, p erocch a ltri non pu sap ere,
p erch sia m al vestito , oh e persona sia , com e s' ved u to lo fi
g liu o lo d ello m peradore sta r e com e gaglioffo nudo a lla b arattaria.
E per q uesto m odo oggid in G enova s osserva.

Ci) Ms.: ricevuto.


162 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

48 .
[Tit ., b* 65].

DE NOVA MALITIA IN TIRANNO.

In n elle p arti di v erso lev a n te e m ezzod dove il gran C ane, e l


m aggior sign ore de* T artari, dim ora (1), fu uno sign ore ch iam ato
il V eglio d ella m ontagna, il quale avendo una sua citt situ ata
a lla bocca duna grandissim a m ontagna, la qual citt er a fortis
sim a, e dopo q u ella citt a lla bocca di ta l m ontagna a v ea una
gran pianura con b ellissim i fium i, circond ata d i m onti a lti, in
n ella qual pianura en trare non si potea se non p er la citt e
per la porta ch e a lla bocca d ella m ontagna A tto a v ea . In su lla
qual porta avea uno ca stello fortissim o, in n el qual il V eglio si
gn ore dim orava. A vea q uesto V eglio sign ore ordinato c h e in
q uella gran pianura fosse ordinato artificiosam en te con d u tti di
m ele e di zuccaro, la tte e v in i, con palagi tu tti orn ati d*oro,
b ellissim i prati, e t odoriferi fru tti, con tu tti ornam enti ch e a ta li
cose si rich ied ean o. E p er pi d iletto avea in ne* palagi u cce lli
dom estici, ch e volavano d alli arbori in ne* p alagi, cantando dolci
v ersetti e in ta* palagi di continuo con certo m odo dentro v i
m ettea giovane b elle di quattordici o quindici an ni con strum enti
e can ti, adornate di drappi dorati, con q u elle v ivan d e ch e ch i
fosse pasciuto di q u elle g li parea a v er ben m angiato. Q uine non
v cch io , om o n donna, en trare p otea se il V eglio non v e lo (2)
m ettea. E di q uanti d iletti erano ch e p ren d er si possa, in q u ello
a v ea ordinato ch e si p ren d esse. Dappoi a v ea il d itto V eglio si
gn ore ordinato ch e ogni d p er li loro sacerd oti facea p red icare
m olte cose secondo la loro costum a e leg g e. E dopo m olte co se
d itte conchiudea ta l pred icatore ch e ch i far la volun t d el si
gn ore V eglio e ch e p er lu i m orisse andava in paradiso, narrando
il paradiso esser tra m ontagne altissim e, in n el q u al en tra re non
si potea, e t in un b ellissim o piano, in n el q u ale eran o fium i d i
zuccaro, m ele e la tte e vino, con b ellissim i prati, ca se dorate,
frutti odoriferi. Q uine giovan otte (3) giovan e d i quattordici e
q uin dici anni b ellissim e, v estite e t adorne di vestim en ti dorati;
quine suoni, b alli, can ti e giu o ch i di prender d i q u elle g io v a n e
qual pi g li p iace; quine non fam e, sete, n p estilen za , piova, pian to,
n neuna m ala conturbazione; q uine sem pre viven do, dogni di

ti) Ms.: dimorano. (2) Ma.: volta. (3) Ma.: giovent.


DE NOVA MALITIA IN TIRANNO 163

letto di corpo p otere suo agio prendere, n m ai d i ta l luogo


d esid erio di p artirsi. E ch i non fa cea i com andam enti d el d itto
sig n o re a re a pena in estim ab ile in pena di fioco etern o . E q u esta
p red ica facea ogni d d ire. E t veduto il V eglio ch e a v ev a volu n t
il giovano gagliard o e desideroso p er la pred ica andar in para
diso a goder tan to bene, subito ta l giovano facea rich ied ere, e t
con uno b everone lo facea dorm ire, e poi indorm entato lo facea
m ettere dentro dal suo ca stello e t p er la porta lo facea condurre
in n ella pianura detta. Et q uine era v estito di drappi dorati, e
poi lo facea destare, e com e si ved ea esser s o n o rev ile v estito
e ved u tosi tra q u elle m ontagne e com prendea le d am igelle con
c u i eg li si prendea p iacere e li strom en ti, suoni, b a lli e ca n ti,
li desnari e le cen e co* condutti di zu ccaro, m ele e la tte e v in o
e fru tti odoriferi, ricordandosi d elle p red ich e u dite, d icea: Io sono
veram en te in paradiso. Et avea tanta a lleg rezza ch e d ire non si
p otea, stando sem pre abbracciato o con una d am igella o con
la ltra , tu tte giovan e, v estite di drappi dorati; le vivand e buone,
co n p iaceri in estim ab ili. E p er questo m odo il sign ore V eglio li
ten ea per pi giorn i e quando li a v ea cos pi giorn i ten u ti, li
facea addorm entare e di fuora n e li traeva, vesten d oli d e su oi
v estim en ti e fuora d el ca stello li m ettea. E quando [uno] s i sv e
g lia v a , si ved ea m al v estito e fuora di tan to bene, ricordan d osi
d i q u ello ch e pi giorn i avea sen tito o p rovato, m alinconoso
sta v a . Lo sign ore V eglio, ch e tu tto sapea, m andava p er lu i d i
cen d o g li q uale fu sse la cagion e ch e cos m alinconoso stava, d i
cend o: E sere ( l) v ero ch e tu a v essi perduto il paradiso, tan to
ti v eg g o m alinconoso? Lo giovano rispondea: C otesto h o io b en e
perduto e t non so com e. Lo signore V eglio g li d icea: T ornere
ste v i volontieri? Lo giovano d icea: S , m essere. Lo sign ore dicea:
T u sa i ch e se m i ubbidisci e t per m e m uori tu v ai in paradiso,
e per, se tornare v i vuoi, ti dico ch e fa cci il m io com andam ento.
R ispondeano ch e erano p resti. E lu i d icea: Io vo ch e vad i a
co ta l sign ore e t q uello u ccid erai e suoi v icin i. Li giovan i, p er
torn ar in paradiso ch e assaggiato aveano, ubbidiano, e t a l luogo
com andato andavano, e ta l signore uccid ean o e loro erano u ccisi.
E p er questo m odo lo signore V eglio conquist pi paesi, fin ch
l gran Cane noi ven n e a disfare. E fece p i di sessan ta g io r
nate intorn o a s u ccid ere tu tti que sign ori. Di ch e il gran Cane
per paura g li cavalc addosso e d isfe lu i e q u el sito.1

(1) Ms.: essere.


164 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMB1

44 .
Tit., n* 66].

DE EBRIETTE ET GOLOSITATE lN PRELATO.

_F u n ella citt di L ucca uno p rete nom ato B ernardo B ru sdella,


om o piu ttosto da com unicare v a cch e ch e d ell'u fficio, il q uale,
non p er sua virt ma per alcuna am icizia, g li fu dato una ch iesa
a governo nom ata San G iusto. Lo qual p rete ogni di si con ven ia
di vino im p ire il b a riletto, in tanto c h e sem pre g li durava la
cald ezza del vino due d (1). N on ten ea ch ierico e, pure essend o di
n ecessit di d ire la m essa, prendea a lcu n a v o lta a rispondere o r
questo or quello. E in fra li a ltri avea uno suo vica rio nom ato
P au lo S erm arch esi, alquanto m entegatto, ch e alcuna v o lta p er
avarizia p er ch ierico lavea. A vven n e ch e una v olta il d itto
p rete B ernardo avendolo rich iesto ch e a ita re g li ven isse, parendo
ch e troppo fosse stato, g li d i alquante cap ezzate. P aulo, b en ch
m entegatto fu sse, cognobbe le cap ezzate ch e scritian o ( 2 ) , e t
pens di p a g a m elo . E non volendo m olto .in d ugiare, la seg u en te
m attina si dispuose pun ire il p rete d ellopre su e e subito la sta
g n a t e li u* si m ettea il vino da fare sa crificio em pio di ca lcin a
e d'aceto. Et quando f e a ll'a lta re, p rete Bernardo, ch e sem pre
il ca lice em pia, p rese la s ta g n a te li di m ano a P au lo e t in n el
ca lice, sen za ch e s'accorgesse di n ien te, lo m isse. E sa cra to il
corpo e lo san gu e di C risto e poi m essosi lo ca lice a bocca,
prim a ch e sen tisse la fortezza d ello aceto e t d e l i ca lcin a pi c h e
la m et m and giu . Et accorgendosi si volt a P aulo d icen d ogli
ch e avea fatto. P aulo d isse: S ere, se crep assi, e v i con verr
b ere (3). Lo prete q u ello a m al suo grado b ev v e, e t p er q u esto
m odo fu pagato da uno m atto lo m atto m aggiore.123

(1) Poi nel ms. : e protrasela , che non intendo.


(2) Cosi nel ms.
(3) Ms.: el tei comune bere. Mi molto oscuro e credo sia erroneo.
DE 8MEM0RAGINE PRELATI 165

45.
[T rlr., n* q .

DE SMEMORAGINE PRELATI.

V oi a v ete udito q uello ch e q uel P au lo m entegatto f* a p rete


B ernardo. Ora dir ch e essendosi di q u ella ch iesa il ditto p rete
p artito, cio di San G iusto, uno p rete pisano nom ato B ia g io , il
q u ale d'avarizia avan zava il ditto p rete B ernardo, e ten ea si da
ta n to ch e tu tta la ch ieresia di co rte di R om a, secondo il su o
p a rere, non erano da tanto quanto lu i si ten ea, andando col capo
a lto e pi di tanto avan zava il can to d elli erm ini (IX dim orando
il ditto p rete B iagio in L ucca, e* talora officiava in n ella ditta
ch iesa . E non avendo ch ierico , rich ied ea P au lo S erm arch esi c h e
a lu i a ita sse la m essa a d ire, aven d olo am m onito ch e lu i n oi
tra tta sse com e av ea fatto p rete B ernardo. P au lo sop rascritto d ice
ch ' b en e. E stando per ta l m aniera, un giorno solen n e di festa
ven en d o a d ire la m essa, d isse a P aulo ch e feccia e ap parecchi
lo vin o d ilicatam en te ogni cosa. P aulo m entegatto ode d ire ch e
d ilica to faccia, pens infra s d sap er c h e cosa era d ilicata, e
ricordatosi dell'olio, and alla stagn atella in ch e lacqua si m ettea
e q u ella im pio dolio e t a llaltare larrec. E com inciata la m essa
p rete B iagio, P aulo rispondendogli ven n e a m ettere il vino n el
ca lic e e lacqua. P a u lo , data la stagn atella a p rete B ia g io , il
vin o e l olio in n el ca lice m isse, e poi a l la v a re d elle m ani, fa t
to si p orgere a P au lo lacqua, lavandosi d isse: Q uesta buona
acqua? P au lo d isse: Si. C onsacrato il corpo e l san gue di C risto
e v en u tosi a com unicare, prendendo prim a il corpo e poi p ren
dendo il ca lice, com inci a b ere, e sentendosi le labbra u n te
d isse a P aulo: A restem ela (2) fregata? P aulo d ice: 0 sete b estia !
c h m i dom andate? P rete B iagio, rim essosi il ca lice a bocca e
beuto, sapendogli di svanito, rivoltatosi a P au lo d isse : Tu m e la
d i a v er fregata. P aulo d ice: A nco ma v ete voi a m io superbo
cu lo la lingu a fregata. P rete B iagio p rese un lum e in m ano e
v o lse ved ere quello era in nel ca lice (3). P rete B iagio p er ver-123

(1) Cori nel ma. Non intendo.


(2) Ma.: aretamela.
(3) Segue nel ma. nn inciso evidentemente corrotto, che non mi riusc di
rim ettere a posto. Eccolo: o malto che non lavra la messa.
166 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

gogna lo ca lice lav dicen do: O P aulo, p er certo tu m i di a v er


dato acqua fracida. P aulo d ice: 0 sm em orato, io t'ho dato d ili-
ca ta cosa. P rete B iagio p rese il ca lice e t dell'acqua si fe' p orgere,
non volen do vino, sperando ch e P aulo g li a v esse il vino gu asto,
com e fe* a p rete B ernardo. P aulo, ch e delP olio h a m esso m olto
in n el ca lice, [d isse]: Or b e in m alora! P rete B iagio, aven d osi
udito d ire pi v o lte villa n ia , d isse: Io ti for si cr escere le
o recch ie, ch e pi duno asino l'arai grande. E P au lo d ic e : Or
cred i ch e io non sappi ch e tu h a i la co g lia pi grande ch e non
un v en tre di un porco m arcio, ch e h a i bevu to tanto ch e do-
v ressi esser Gracido? P rete B iagio, m essosi lo ca lice a bocca e
m andato gi, conobbe esser olio, e t v o lto si a lla brigata lam en
tandosi di q uello ch e P au lo g li a v ea fatto, P au lo d isse : Tu non
b erai q uello ch e n ' rim aso, e presa la s ta g n a te li d ell'olio si
foggio. P rete B iagio rim ase sch ern ito n pi in tal ch iesa u s
di ven ire.
DE PRESUNTONE STULTI 167

46.
[Trlr., a 72],

DE PR E SU N T A N E STULTI.

F u e n el contado di L ucca, in una v illa ch iam ata B argecch ia,


uno ca v a lieri nom ato S alvestro, lo q u ale ia cea la rte di rad ere
in n ella d itta terra, e t era di q u elli duna grande opinione, c h e
prim a ch e si fu sse in clin a to ad andare a rad ere uno faor di
ca sa sere* stato tu tto l'anno senza rad ere. A vven n e ch e uno sa
bato d el m ese di lu g lio uno m esser B ernardino, ca v a lieri e t c a t
tan o di M ontem agno di L ucca, il q u ale avendo n ecessit di ra
d ersi la barba, v en n e a q uesto S alvestro, ch e di lu n gi g li era un
m iglio e m ezzo. Et essendo il ditto m esser B ernardino tra le
m ani di S a lv estro b arb ieri, m entre ch e *1 d itto la barba rad ea,
d isse: M esser B ernardino, io vo' ch e voi m i date q u elli bordoni
d ella casa vostra de S ch ian a, ch e cad u ta, acci ch e io possa
la m ia raccon ciare. M esser B ernardino d isse: E tu labbi. Come
pi oltra lo rad e, d isse: M essere, e sim ile v o m i d iate q u elli tra
v ic e lli e le ta u le ch e a q uesta m ia casa bisognano. M esser B er
nardino d ice ch e se li p ig li. Et avendo gi rasa una d elle m a
sc e lle , ven en d o a rad ere l a ltra , d isse: O m essere, io prender
q u elle, b elle p ietre d ella vostra casa ch e vo lhr fare la m ia.
M esser B ernardino d isse: P ren d itele. A vendo rasa la seconda
m ascella, radendogli la gola, d isse: D eh m essere, q u elle p ia stre
d ella vo stra casa caduta m i sono n ecessa rie e per v o rrei m e
le d este. M esser B ernardino d ice ch e p er e sse vada. E t aven d olo
quasi tu tto raso, palvo i labbri, d isse ; M essere, p erch io h o e
una v ig n a ch e m olto vin o m i fa, h o bisogno di q u elle du bot
tic e lle ch e in n ella d itta casa sono. M esser B ernardino p arla:
O S alvestro, tu tto ci ch e io h o tuo, v a e t arreca lo (1). Sal
v estro , quando lh a raso, d ice a m esser B ernardino: Io so g lio
p ig lia re dodici dinari d ella rad itu ra d ella barba; io sono con
ten to c h e non m i d ate se non n ove d in a ri, p erocch io v i vo g lio
fare p ig lia re (2 ) tr e d in a ri, p erch m a v ete conceduto tu tte
q u elle co se c h e io v i h o ch ieste . M esser B ernardino d ice a Sal
vestro : Come potrai so sten ere te e la tua fam iglia a form i pia
cere tanto? ch se ogn i v olta ch e io rin v en isse m i lassa ssi tre
dinari, pi di du fiorin i lanno p erd eresti e seresti d isfatto e m e 1

(1) M s.: aregamele. (2) Ma.: apiare.


168 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

a rricch iresti. S alvestro d ice: D eh, m essere, sta te con tento per
questa v o lta di riten er q u esti tre d in ari in dono. P osto ch e io
cognosco a m e esser danno, non di m eno m i pare ch e voi m e
r ita te tan to dono, e non di m eno quando v err a M ontem agno
vo' desnare con v o i. M esser B ernardino, ch deraso, cavatosi di
borsa n ove dinari, a S a lv estro li di. P artitosi m esser B ernardino
e ritornato a M ontem agno, S alvestro subito im prende tu tti li
om ini di B argecch ia e quante b estie v erano e lu i co lla m oglie
e co lli a ltri d el com une la dom enica m attina a S ch ian a n anda
rono. E giu n ti, subito andarono a q u ella casa caduta di m esser
B ernardino e com inciando le p iastre e *1 legn am e a v o le r ca rica re
e le botti gi m esse fuori di casa p er q u elle p ortare, sop ravven n e
il salano, ch e la d itta casa con a ltre possedute da m esser B er
nardino tenea, dicendo a S alvestro ch e vo lea fare. S a lv estro
d ice ch e m esser B ernardino g lie le av a d ate. Lo salano d ice: T u
non tocch erai n ien te fin e ch e m esser B ernardino non m i d la
parola. S alvestro d ice: V ien i m eco a m esser B ernardino, poi c h e
non mi cred i, ch m i d ovresti cred ere. G naffe, lo salano r is
ponde, io vo* ch e m essere m el dica, e sono con tento v en ire. S a l
v estro e l salano si m ossero e giu n sero a M ontem agno, d o v e
trovonno m esser B ernardino con alquanti carri e t om ini in su lla
piazza di M ontem agno. E giun to S a lvestro d isse : 0 m essere, io
andava a S ch ian a p er quel legn am e e p iastre e b otticelle, c h e
ieri voi mi d este, e questo vostro salano non m e lha v o lsu te
lassare p igliare. P er siam o ven u ti a v oi c h e g li d icia te ch e m e
le dia. D ice m esser B ernardino: Lo m io salano h a fatto m olto
bene a non la ssa rle to cca re p erch m ai non m i ricordo c h e io
te le d esse. E S a lv estro : Come a v ete poca m em oria, ch e sa p ete
ch e ieri m e le d este. M esser B ernardino d ice : Di vero io non
m e ne ricordo. Lo barbieri, rafferm ando, g li d ice ch e quando lo
radea tali co se g li d i. M esser B ernardino d ic e: D on q uam a v e i
lo rasoro alla gola f S alvestro d ice : Ora voi [v i] siete ricordato
c h e quando io v a v ea lo rasoro a lla gola le co se m i d este.
M esser B ernardino d ic e: S alvestro, ora ch e tu non m h ai rasoro
alla gola, le cose non ti v o dare, e a te, m io salano, com ando
ch e n ien te g li lassi to ccare. S alvestro d ice: Or u d ite, voi a ltri ch e
qui siete, ch e p er le cose ch e m 'avea date io g li avea donati'
tre dinari di q uello ch e dare m i d ovea d ella rad itu ra. M esser
B ernardino d ice: A q u estaltra volta t e n e dar quindici, e c o si
ti con tenter. S alvestro scornato si part, n m ai m esser B ern ar
dino a ta le ebreo and.
DE COMPETENTI MISURA 169

47.
[THt., n 74].

DE COMPETENTI MISURA.

AI tem po d elle m ora del quarantotto uno giovan o lu cch ese


nom ato T u rello and a stare a P isa p er fare Parte d el ferro e
p rese una bottega e casa di q u elle de* O am bacorti al tem po ch e
loro signoreggiavan P isa, presso a l ponte v ecch io . E quine eser
citando larte, avven n e ch e la m ora com inci in P isa, di ch e
il d itto T urello, vedendosi solo e dubitando d ella m orte, pens
v o ler prendere una fan tesca, ch e in casa lo serv isse, se caso di
m alattia o d'altro g li sop ravven isse. E stando un giorno presso
a lla loggia d el ponte v ecch io , l u m olti g en tili om ini si ridu-
cean o e m assim am ente F ran cesch in o G am bacorta, di cu i era la
ca sa ch e T u rello preso avea, il preditto T u rello, vedendo una
fan tesca passare, disse se con lu i volea sta re a salario. La fan
te sc a d ice di si, ma ch e volea sap er q u ello ch e dare g li vu ole.
T u rello d isse di dargli q uello g li parea (1) ch e sia co n d ecevole.
La fon te d ice ch e v u o le quaranta lire lanno e t a ragion e danno.
T urello, ch e non era ben pratico d ella m oneta, d isse: Di ch e
lir e vuoi? La fante d isse: D elle p isan e dargento, di ch e tr e sono
d ieci p er fiorino (2). T u rello d ice esser troppo. La fante fa v ista
di p a rtirsi; T urello la chiam a dicendo c h era con tento. Franco*
.schino G am bacorta, ch e ode ch e T u rello h a profferte quaranta
lir e , e pens d irgli una gran villa n ia ch e lu i voglia le fanti
m ettere a ta le pregio. E m entre ch e in ta li p arole stanno, avendo
ferm o il patto d elle lir e quaranta, T u rello d ice ch e in casa n e
vad a. La fantesca d ice: Et anco voglio ch e tu tta la sem ola, ch e
u scir dal pane ch ella far, vu ole ch e sia sua. T u rello d ice: Io
sono contento. F ran cesch in o tu tto ode e pensa v itu p erarlo. F atto
il secondo patto, la fan tesca g li d ice: E sim il vo g lio tu tta l'a ccia
ch e io filo sia m ia. T urello d ice : Fa l a ltre cose e t io sono pur
con tento ch e l accia ch e fili sia tu a. F ran cesch in o pi si m era
v ig lia le T urello d ice a lla fante ch e in casa n e vada. La fon te 12

(1) Ma.: piacea.


(2) Cos chiaramente nel ma.
170 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

d isse: E t anco v i d ir, se fa ceste alcu no con vito, veram en te di


tu tti i p olli ch e in ca sa si coceran n o v o ler le penne e lo en te-
ram e (1) a n ch e. T u rello d ice: Io sono con tento ch e tu tti q u elli
u cce lli, a c h i en teram e si trae di corpo, siano tu oi e le p en n e;
or van n e in casa. F ran cesch in o, riv o lto si a q u elli ch e in n ella
loggia erano, e* d isse: Or si p are ch e T u rello di q u elli anziani
di santa Zita di L ucca, a d ire ch e una fem m inuccia labbia co l
lato a passo a passo et anco n o n s m ossa. E m entre c h e F ran
cesch in o dicea, la fonte d isse a T urello com e avea nom e. Tu
rello il nom e le d ice. 0 T urello, se v o lete ch e io v i serva, io
voglio ancora tu tta la cen ere. T u rello d ice : C otesto non ti voglio
dare, p erocch io h o alquanto d ifetto ch e lo m edico m e lh a
m olto lodata, e t per non voglio a v ere a com prare la cosa ch e
io a v esse. La fan te a questo steo con tenta e t in casa nand.
F ran cesch in o, ch e h a udito della cen ere, riv o lto si a' com pagni,
d ice: U dite savio om o ch e s so ttig lia to a lla cen ere e t non al-
la ltre cose. E subito chiam ato T urello, T u rello and a lu i ca
vandosi il cappuccio d icen d o: C he com andate? F ran cesch in o
dice: Or bene cognosco ch e tu se di q u elli strappazucca da L ucca,
a d ire ch e se stato stam ane u ccella to da una fem m inella e ch e
hai profferte di d arle quaranta lir e di pisani e t h ai m esso m alo
esem plo, ch e altro ch e dieci lire non s usa di dare. E con questo
h ai prom esso laccia, la sem ola, le penne, li en te riv o li, e la c e
n ere ti se* sottigliato, m atto tristo. T u rello d ice: M essere, se mi
v o lete con ced ere ch e io dica il p erch ho fatto questo, forse
nn m i terrete m atto. F ran cesch in o d ice ch e dica d ch e v u ole.
T urello d ice : Io cognosco il pregio d elle lir e quaranta essere in
gordo, m a io vedendo ch e la m ora com incia, e t io am m alato
volendo una serv en te, in q u el caso m i co stere ogni di quaranta
fiorini e v errei a pagare in v in ti d q u ello ch e in uno anno.
E t se caso a v v ien e ch e io non abbia m ale e la m ora cessi, io
la m ander via , e non la terr pi, e questa la cagion e ch e
tanto g li h o prom esso. F ran cesch in o d ice : Io v eg g o ch e a questa
p arte h a i ragion e; or m i di d ella ltre cose. T u rello risp on d e: Io
com pro ogni d il pane fatto, n m ai sem ola da m e la fon te a v er
non pu. A ppresso lino non com pro, e com e potr fila re q u ello
ch e non ha? e se pur le i lo com prasse, facendo i m iei fatti, non
m i curo di ci ch 'ella si filer. F ran cesch in o d ice: B en hai ditto 1

(1) Mg.: e la cenere, ma un errore.


DE COMPETENTI MISURA 171

d e lle tr e p arti: orm ai di* d ellenterarae e d elle penne. R isponde


T u r ello : Io non u so fare co n viti, e t se p ure alcu n o v en isse a
cen a m eco, m ando a l cu oco p er un p ollastro cotto, e quando
com pro tordi o u cce lle tti so ch e di q u elli niuna cosa av er pu.
F ra n cesch in o be' '1 con sen te, m a ben si m eraviglia d ella cen ere,
c h e non vo lse la v esse. T u rello d isse: Io non posso fare sen za
fu oco. La fan te, per a v er m olta cen ere, a d iletto m i con su m ere'
le leg n a e potre* m i disfare ; m a non avendo la cen ere non far
m a g g io r fuoco ch e bisogni. Et a v o i F ran cesch in o d ic o :

Sia Tomo esperto e savio quanto vuole,


che sappia, come sa il matto, ove gli duole.

F ran cesch in o, ch ha u dite le b elle ragioni, d isse : Ornai ti tro v o


p er savio, ch e h ai rim ediato alla m alizia della fante. N pi a
T u rello d isse di cosa fa cesse.
172 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

48.
[Tt., a* 75],

DE VITUPERIO MULIERIS.

N el tem po ch e re U berto di N apoli era sign ore di P rato, fu


una donna d e G uazzalotti nom ata m adonna C icogna, det dan ni
vin totto, e m aritata a uno rita g lia to re di panni nom ato A rrigo,
la qual donna a v ea questa condizione ch e ogni persona v itu p e
rava in presenza di donne e om ini. E portava tanto a lto il naso
a gu isa fe lasino quando digrigna 1 denti avendo assitato lorn a,
co s q uesta m adonna C icogna facea, ch e tutto il p aese g li p utiva.
E p erch era di buona casa, spesso d alli am ici era in v ita ta . E s
sendo a ta li feste alcuna volta d elli a rtifici e t a ltre p erso n e, a
ognuno dava la sua, e p areagli ogni cosa p otere fare facendo
tanto d elsio (1), ch era un vitu p ero a ved erla. Et il m odo c h e
m adonna C icogna ten ea a vergogn are a ltru i sera ch e a tali
feste, com e uno pannaio se g li accostava, e lla dicea : 0 tu mi put
d olio, e torcea il viso col naso insiem e. E t allo sp ecia le d icea:
Tu mi puti di m ostarda. E t al m ereiaio d icea : Tu m i p u ti di
cu o io ; e t a i calzolaio d icea: Tu m i puti di m erda di can e, e
sim ile dicea a l coiaio. Al notaio d icea : T u m i puti d'ongosto.
A l gen tilu om o d icea: Tu m i puti di povero; e co s a ogni persona
dicea villa n ia , e poche vo lte vo lea con a ltri a b allo en tra re. Et
era per P rato tan to sparta la vergogna ch e m adonna Cicogna
dicea a lle persone, ch e a ogn i persona era ven u ta in dispetto,
m a per am ore d el padre e del m arito, ch e erano di buona con
dizione, pi v o lte g li ser e stato forbito la bocca, m a per loro si
lassava. E t pi vo lte g li fu detto per donne e p er om ini ch ella
facea m ale a d ire v illa n ia d'ognuno. E lla rispondea: Com e non
si vergognano, putendo cosi, approssim arsi? vadano a sta re a lla
carogna e non m i s accostino. E vedendo li giovan i ch e non
v a lea n ien te T essergli d itto ch e sasten esse di non d ir loro v il
lania, pensonno pi vo lte di non la ssa re per lo padre n p er lo
m arito di forbirgli la bocca. E vedendo uno giovano sp ecia le ch e
battendola se n e p otre v en ire in nim ist, d isse a com pagni: 0
veggiam o se e lla se n rom asa. O sserviam o a questa festa ch e
si fh dom enica, dove noi siam o sta ti in v ita ti a serv ire, c h e ella
vi d e essere, se non ci dir n u lla. S e non ci dir n u lla , non 1

(1) Cos nel ms.


DE VITUPERIO MULIERIS 173

bisogna ch e contra di le i si prenda v en d etta, e se ella non se


n roraasa, la ssa te foro a m e e t io la p agher p er m odo ch e
tu tti serete con ten ti. E l m odo ch 'io terr a pagarla ser ta le
c h e fia vitu p erata, e t a llora v el dir. Li com pagni tu tti d isseno:
Stiam o a ved ere q uel ch e a q uesta festa grande far m adonna
C icogna. V enuto il giorno d ella festa, la donna ven u ta, com e se
g li accostava alcuno, subito d icea : V a via , tu m i p ut. Lo gio
vano sp ecia le diliber provare e t and presso a lei dicendo : Ma
donna, a qual tau la v o lete esser posta? M adonna C icogna d isse:
L vatim i dinnanti, ch tu m i puti di m ostarda ; e to rse il volto.
A ppresso v i v en n e uno giovano notaio e d isse: M adonna C icogna,
d ove v o lete ch e noi v assettiam o a taula ? E lla risponde : Tu m i
in fa stid isci, tanto sa i dongosto. E co si a uno a uno li sv erg o
g n ava e non va lea n ien te p erch le a ltr e donne g li d icessero :
C icogna, tu fai m ale a d ire v illa n ia a* giovan i servid ori, e t ogni
person a ti pare ch e puta, gu rd ate, e t se non li vuoi tu v ed ere,
la ssa li v ed ere a l a ltr e giovan e, ch e non puonno esser serv ite
p er lo tu o vitu p era rli. C icogna d isse: Io v o fa re a m odo m io e
v o i fa te a vostro. R istringendosi li giovani con q u el giovan e sp e
cia le, il quale avea d itto ch e il giorno si p rovasse, disseno: Ora
sappiam o com prendere costei non d oversen e m ai rom anere sen za
colpo. D isse lo sp ecia le: L assate faro a m e. Io so ch e dom enica
c h e v ien e m ena uno suo fra tello m oglie, e sap ete ch e n oi sia in o
sta ti in v ita ti a . serv ire, e t io so ch e m adonna C icogna ci de* es
se r e capo-m aestra, p erocch io sen to ch e si fa alquanti panni.
E. per allegram en te sta te, ch e io la pagher p er tu tte le v o lte.
Li servid ori con ten ti spettando ch e *1 giovano sp ecia le li ven d i
casse, ven u to il luned, lo sp eciale ordin m aestrevolm en te una
v escica p iena con assafetida pesta dentro, e quella f* cu cire p er
m odo in n ella gam urra a l sarto di m adonna C icogna, , in , m odo
ch e a cco rg ere non se potea, sotto il sed ere. E t era fatta p er
tal m odo, ch e quando si fu sse posta la persona a sed ere, la v escica
pedea (1) e gitta v a d ella puzza d ellassafetid a, e com e si lev a v a ,
la v esc ic a .si riem pia di ven to, e com e sed ea facea il sim ile, e
se cen to v o lte si fu sse, posta a sed ere ta n te v o lte a re paru to
ch e p ed o n e e . sem pre spuzzava forte. C ucita ch e fq e ta l cosa
secretam eli te, e v e n u ta la dom enica, dove m adonna C icogna fu
con q u elli panni, lo sp ecia le giovano d isse a com pagni serv id o ri: 1

(1) JNel ma. quasi sempre jperdea, ma credo sia erroneo; di che potr ca
pacitarsi chi esamini questo verbo tutte le volte che occorre nella novella.
174 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

Io andr a m adonna C icogna e q u ello for io, fate voi, e vo* ch e


tu tti v eg g ia te il m odo c h e io ten go. L i com pagni d issero: E* mi
p iace, e con lu i nandonno. Lo sp ecia le, essend o le donne rau n ate
in v ia , e m adonna C icogna stava ritta p er rice v ere le donne, lo
giovano sp ecia le d ice: O m adonna C icogna, noi vorrem m o sa
p ere da v oi ch i de* sta re appresso a lla sposa. E t e lla d ic e : D eh
sta in cost, c h tu m i puti di m ostarda. Lo sp ecia le d isse: P o
n etev i a sed ere e noi starem o tan to lu n g i c h e la n ostra p uzza
non v i to cch er . M adonna C icogna si puone a sed ere a la to di
alq u an te donne, e t com e s posta a sed ere, la v escica f il m oto
del podere forte con gran puzza, ch e tu tte le donne e t om ini
lo sen tir. Lo sp ecia le d isse: M adonna, v oi p u tite p er cen tom ila
p rivati; e tu ratosi il naso, fe vista di p artirsi. L e donne d issero:
O C icogna, c h e diavolo m angiasti iersera , tan to puti? E lla d ice:
V oi siete sta te voi. E lev a ta si da lato a q u elle donne, a la to ad
a ltr e si puose. E com e si fu posta a sed ere, ella g itt un gran
tuono con puzza. U no de* giovan i d ice: M adonna C icogna, voi
p utite tanto ch e troppo, turandosi il naso loro e le giovan e
o h e a lato g li erano a sed ere. M adonna C icogna, ch e sa c h e
non h a pedeato, dava la colpa all*altre giovan e, e p artend osi
an dava in n eira ltra banca. E t i giovan i, am m aestrati d allo spe
c ia le, s'accostavano a le i, e com e si v u o lse ponere a sed ere, lo
cu lo g li p eteggi a l m odo usato con gran p uzza, e t p er q uesto
m odo in v ia d alli uom ini e d a lle donne fu svergogn ata, d icen d ole
tu tte ch e a loro no s*accostasse. M adonna C icogna, ch e n etta
d i ta l fatto, facendo d el cu ore rocca, d icea : D eh, v a cc h e c h e
sp u zzate com e carogne, e v o lete d ire ch e io sia q u ella c h e ta le
co se abbia fatto. Li giovani diceano: P er certo, m adonna C icogna,
v oi sie te q u ella ch e p u tite sopra tu tte le co se p u zzolen ti. E
stando p er questo m odo e ven u ta la sposa e m essa in cam era,
essen d ovi m olte g en tili donne e lo sp ecia le e t alcu no giovan o
servid ore, ch e andavano p er vergogn are m adonna C icogna, es
sendo la sposa in su l letto , m adonna C icogna si puose a sed ere
appresso di le i. Lo cu lo g li zam pogna con q uella puzza. L a sposa
e t le a ltre donne, m ettendosi la m ano a l naso, disseno : Di vero.
C icogna, tu se* fracida dentro. L i giovan i d isseno: E lla ci h a a t-
to sseca ti d i puzza. M adonna C icogna si lev a ritta dicendo: D eh,
v a cch e, c h q u ello debbo d ire di voi d ite di m e. E di rabbia si
puose a sed ere in su lla cassa banca e fe si gran d e lo sch iopp o
con gran puzza, ch e li om ini, ch e di fuora erano, d issen o: Fi
sto la tei tu ri ! L e donne e giovani, ch e in cam era erano, di puzza
DE VITUPERIO MUUERIS 175
s i partirono di cam era, quasi riv o lti li stom achi, e si fenno re
c a r e aceto e la v rsi le m ani, la bocca e 1 naso, e t sim ile la
sp osa di puzza ven n e q uasi m eno. M adonna C icogna d isse fra s
m edesm a: C he vorr dir questo ch e io non fo il m ale e t a ltri
d ice ch e io lo fof E lev a ta si da sed ere e ven u ta in sala, dove le
donn e e li om ini d icen o: C icogna, o c h e d iavolo h ai tu in corpo,
tan to put?, e lla d isse: In v erit io non h oe fatto n ien te e tal
puzza non v ien e da m e; e dato lacqua a lle m ani e poste le
donn e a tau la, li servid ori a tten ti a m adonna C icogna per v er
g o gn arla, e poste tu tte le ta u le d elti om ini e d elle donne, sa lv o
m adonna C icogna, ch e in p i duna d elle ta u le fu a ssettata. E
co m e si puose a sed ere, pede s forte, ch e tu tti q u elli c h erano
a tau la, om ini e donne, sen tir lo suono e la puzza, dicendo li
g io v a n i servid ori: Ora potete com prendere, m adonna C icogna
e sse r e Gracida. L e donne, ch e a la to g li erano, disseno: O tu ti
p arti, o noi non vogliam o stare a rice v ere ta le puzza. La sposa
e su o fra te, p er non conturbare il con vito, d issero a C icogna ch e
an dasse a stare in cam era, p oich e lla s puta. C icogna isvergo-
g n ata si p artio da tau la e m alinconosa in cam era si puone a
se d e r e . La v escica pede con gran puzza. E lla disse: O ch e vorr
d ir e questo? ora veggo ch e io sono q u ella ch e puto. E non sa
pendo ch e farsi, sta v a m alinconosa essend osi pi v o lte lev a ta si
da sed ere e posta, e sem pre il cu lo g li pedea con q uella puzza.
Lo giovano sp ecia le, ch e tu tto sa, en tr in cam era e t d isse : Ma
d o n n a C icogna, io cognosco il m al ch e a v ete, e di vero, se non
p ren d ete rim edio, v o i sie te a condizione di m orte. Ma se v o lete
che io di ta l m alattia v i gu a risca , voi m i p rom etterete ch e tu tti
li panni ch e ora a v ete addosso m i d arete, e t io v i gu arisco. Et
a n co voglio ch e m ai a m e n ad a ltro giovano non d irete pi
c h e putano, altram en te la v ita vostra ser corta, e m entre ch e
v iv e te a voi e t a ltri p u zzerete p er m odo, ch e neuno v i si vorr
a cco sta re. M adonna C icogna d ice ch e contenta di d argli tu tti
q u e panni, m a ch e lo giorno non potr, m a e lla g lie li d are la
m attina vegn en te. Lo giovano sp ecia le fu con tento e t andonne in
sala. M adonna C icogna lo giorn o m alinconosa non appario l
u persona fu sse. La n otte, sp ogliatasi di tu tti i vestim en ti, la
m a ttin a allo sp ecia le li m and, e lu i m and a le i uno poco di
la tto v a re, e i e prendesse, e preso m ai ta l puzza non sen tio, e lo
sp ecia le q u elle robe si godeo, n e lla m ai v illan ia ad altri d isse.
176 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

,49 .
Trij., n 7*].

DE VITUPERIO FATTO PER STIPENDIARI.

N el tem po ch e la citt dA rezzo fu d a lle gen ti g u elfe e g h i


b ellin e fatta m ettere a saccom anno, in q u ella (1) citt m igliaia
di om ini di cam pagna si trovonno e t in q u ella m olto danno fenno,
com e di rubare e disfare ca se e m asserizie p er fuoco, in tan to
ch e parea uno paese disfatto. N ondim eno d elle donne di ta l citt
si f' quello strazio c h e di m eretrici ; s fenno p eggio, ch e pi di
due m ila donne vitu perosam ente funno vergognate, e t in lira le
a ltre (di ch e la nostra n ovella d ich iarer) si fu una giovan a de*
B oscoli nom ata m adonna A pollonia, m oglie di D onato da P ietra-
m ala, det danni v in tid u e, assai b ella e sollazzevole, la q uale,
essendo presa la terra e le i con pi di cinquanta duna contrada,
le quali in una casa per lo rom ore serano redu tte, funno
da uno caporale di cento lan cio p rese. Le q uali, com ' detto,
funno svergogn ate, non guardando n giovana, n p u lcella , n
m aritata n vedova ch e vi fu sse, ch e tu tte egu alm en te funno
tra tta te. E p erch m adonna A pollonia, com e pi atta e sollazze
vole, era pi ch e la ltre adoperata, in tan to c h e e lla contentissim a
g li parea ogni sera poter a dorm ire an dare, e bene c h e il giorn o
a v esse assai cam inato, ancora la n otte pi m iglia si d iletta v a di
correre, parendogli leg g ieri ta l fatica, stim ando d i ta l fatto non
a v ern e rip ren sion e dal m arito n da su oi p aren ti. E stando p ei'
tal modo, e t A pollonia sollicitand o di saziarsi d ello ap petito su o ,
fu p er alcuno di m ezzo trattato di fare accord o ch e la d itta
com pagnia prendesse dinari e t la terra restitu isse a lli om ini
A retin i con tu tte q u elle d on n e avean o, e dopo ta l p ratica si con
ch iu se laccordo, dandogli tem po uno m ese a ciascu n a d elie p a rti,
cio li A retin i a v e r dati dinari a lla com pagnia e la g en te darm e
a v er restitu ita la terra, e le donne. E sen ten d o m adonna A pol
lonia l'accordo fatto, cerc di fare com e q u ellorao, ch e aven d o
gran caldo di sta te pens rip onere in uno sopidiano tanto so le ,
ch e il vern o n a v esse assai. E cos .p en s .m adonna A pollonia

(1) M s.: in n e tta q u a le .


DB VITUPERIO FATTO PER STIPBEDLkRI 177

m ettersi tanto in n ella su a soppidiana, ch e quando so la si tro


v a v a co l m arito n e possa a v er assai. E subito, so llicitan d o e l
ra cco g liere, ogni di pi di cinquanta person e n e riponea in n ella
su a soppidiana, la q uale ten ea fra le coscio, in n e l solaio di m ezzo
a lla banca forata, e t a cci ch e p er Tum ido non si g u astasse
vo lea ch e n el m ezzo [g li frisse p osto]. E p er q uesto m odo tu tto
q uel m ese, d i di e di n o tte, so llicit il rito g lie r e . Ma ch e giova,
o m adonna-A pollonia, q uello ch e rico lto a v ete, ch e dappoi a rete
p i freddo ch e dapprim a ? P assato il m ese e fritto il, pagam ento,
la terra e le flopne recdute, sa lv o alqu an te ch e d i volont n'an
darono con q u elli ch e ten u te le avean o, e torn ate Donato, m arito di
m adonna A pollonia ip A rezzo, addato alla spa casa, dove trov
la m oglie tu tta palinponosa. Lo m arito d ice; Or ch e v u o i d ire
c h e ora ch e 4 d overesti ra lleg ra re d e l ipio rito rn o , e tu sta i
m alincpnosa? H ispuose m adonna A pollonia: ,Or non debbo stare,
m alinconosa, ch d i sap ere ch e io debbo essere, sta ta vitu p e
ra ta a m al m fe grato pt sono ora quj c h e v o rrei prim a esser
m orta ch e qui frisse ? Lo m arito d ice: T u d i pensare ch e io tu ife
debbo sap ere. E b en so ch e non stato tu a colp a, e p ertan to
p ren d i alleg rezza , ch e ci ch h a i fatto n on t repu tato a v e r
gogn a. A pollonia d ic e : Io lo cred o, ma, prim a c h e io ad altro,
v eg lia v o sap ere dal p rete se p eccato no . Lo m arito d isso:
V a , confessalo e sappilo. M adonna A pollonia., andata a l p rete
e t d ittogli la p resura dA rezzo e t di le i e daltre, lo p rete, efre
tu tto sapea, d isse: Donna, tu non h a i di questo pepcafe, m a tan to
ti do d p en iten zia ch e q uello h a i serbato riteg n i, e t di una a v e-
m aria e t assolvoti. La donna, in gin occh iatasi a l crocifisso, lodando
Iddio ch e g ia vea in p arte cavato la rabbia senza p eccato e sen za
infam ia del m ondo, e tornata a casa d el m arito, trov esser a s
solu ta e t co si lieta rim ase.
178 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

50.
[TriT., n* 79].

DE BONA. PROVIDENTIA CONTEA. LOMICIDA.

N e l tem po ch e la nostra citt di L ucca fu dalla tira n n ica ser


v it de* P isan i lib erata, di poch i m esi appresso, lau tore d i questo
libro fu con uno suo zio, ch e avendo bisogno p er a lcu n e m er
ca n zie andare a F iren za , diliberonno p ortare ce rti drappi di
L ucca dalquanta valu ta. E di q u elli fenno (1) uno fard elletto e t
co loro and uno giovano p ratese, il q u ale in L ucca ab itava.
E p erch la spesa non f sse m olta, diliberonno, andare a piedi
e 1 fardello portare addosso, non avendo tra loro se non una
la n cia, e q u ella portava F autore, aven d o e g li e t li a ltri spada e
co ltello . E p er questo m odo uscinn o di L ucca il m arted in n an ti
il ca rn elev a re. E com e fhnno a lla casa d elli aran ci presso a L ucca
a uno m iglio, un fan te assai m ale in a rn ese con una la n cia e
con un co ltello li dim and se andavano verso P istoia. L oro sim -
p licem en te d issen o: S. L ui d isse in quanto frisse loro di p ia cere
v o len tieri an dere con loro p erch non sapea la v ia , dicendo c h e
p i di dodici anni non Favea fatta. L au tore e li a ltri sen za so
sp etto disseno ch e fu sse lo ben ven u to. E m ossi insiem e, anda
rono tanto, ch e [giu n sero] a co lli d elle donne, l u m al passo
e scu ro sem pre stato. E com e quine presso fhnno arriv a ti,
q u ello fan te intr in n o v elle, e senza ch e neuno se n a cco rg esse
li ebbe condutti in uno p ratello intorniato d i b osch i da b ievoli.
Di ch e Fautore, ci vedendo, pensando q u el fo n te d o v erli tra
d ire, subito la m ano g li m esse a l co lla retto e t la p unta d ella
la n cia m essegli a l p etto dicendo a llo zio e t a l p ra tese ch e la
la n cia e l co ltello del fon te prendessero. Coloro co si fenno, te
nendolo sem pre ferm o, dicendogli: S e a ltri si scuopre, tu se m orto.
E fatto p ren d ere a q u el fon te il fordello in collo, u sciti di q u el
p ratello e ven u ti in su lla strada, tenend olo sem pre d iritto con
Funa m ano e co lla ltra la lan cia a lle ren i, g li dissero ch e v erso
San G ennaio si rid u cesse, ch e di q uine si v ed ea . Lo fonte, d i (i)

(i) Ma.: fiato.


DE BONA PROVIDENTIA CONTEA LOMICIDA 179

p a u ra trem ando, non faciendo m otto la v ia p rese, e tanto an-


donno ch e a San G ennaio la sera giunseno. E t essendo a rriv a ti
a casa di uno loro am ico, il quale la n otte li ricev eo v o len tieri,
d isson gli (1) ch e quel fan te a lloggiasse in p arte ch e sen za saputa
p artire non si possa, e co si fu e fatto. L a m ezedim a m attina le
v a ti, preseno una guida fin e a P oscia, andando sem pre ta l fan te
'Con esso loro, aven d ogli d itto: T u non d i a v er avu to a m ale
-quello ch e fatto tabbiam o, p erocch a loro parea c h e lu i li do
v e sse ingan n are in ta l luogo li a vea condutti, sicch , se volsen o
v iv e r e sicu ri, non n e d ovea pren d ere am m irazione. Lo fonte di
m ostrava c h e latto fatto g li fo sse p iaciuto. E g iu n ti a l borgo a
B ugano, l u' q u el fan te d isse c h e pi l an dare non v o lea, e*
ferm o ssi a u n a tavern a ch e si ven d ea vin o. L au tore e t i com
p agni andonno a d esn are a lalbergo di P ara sa co , d icen dogli se
quel fan te a v esse m ai veduto. P arasaco d isse: Ier i m attina
era qui e t di ca ttiv a condizione. Lau tore e t com pagni, ch e
a vean o udito d ire a q uel fan te ch e pi di dodici anni non era
sta to in n el p aese, la n o v ella d el to g lierg li l arm e e del ten erlo
-a P arasaco disseno. P arasaco d isse: V oi [ben] faceste, se non p er
c h e g li d i ca ttiv a condizione. D esnato, cam inaro a P istoia e
q u in e prenderem o ca v a lli p er andare pi tosto, e t a F iren za la
se r a giunseno. E giu n ti in F irenza, denno ord ine di sp acciarsi,
e m entre ch e a F iren za stavan o, lo vica rio di P istoia, sentendo
.alq u anti m icidi fatti in q u elle parti, rau n ate tu tte le circustanze
e la tto la G erbaia e c o lli cerca re, fonno p resi ce rti m alandrini,
fr a q uali fu q uello ditto d i sopra. E fatto loro con fessare il m ale,
i l sabato fuor di Bugano in su lla strada a un paro di forch e ap
p icca re li fe. E t essendo lau tore e com pagni sp acciati di F i
ren za , la dom enica di c a m elev a re si partinno e verso L ucca n e
v en n ero. Ma p erch l d i non era troppo grande e anco p erch
li ca v a lli non erano m olto forti, fu di n ecessit ch e a lalbergo
-di P arasaco la sera dim orassero. E com e quine fonno giu n ti,
P a ra sa co d isse se volean o ved ere q uel fon te c h e con loro era
v en u to . L oro dissero: N on bisogna. P arasaco d isse: V oi lo v ed rete
p u re. E cont loro la n o v ella com erano sta ti ap piccati sette di
d o d ici ch orano in com pagnia, dicendo : Il modo ch e loro teneano
s i era c h e a lcu n i di loro andavano in quel di L ucca, e t accom
pagnandosi con ch i ven ia di qua, quando li aveano in luogo si-1

(1) Ma : dicendoli.
NOVELL? DI GIOVANNI SERGAMBI

euro, li ucpideanp e rubavano, e t co si di qua \ . E confesqop^o


a v ern e ip o ^ pi di cinquanta e questa pra la Iqro v ita , dicendo:
Voi fo ste W i a genere i m odi c jie ten este. E t a lpro p arva eh ?
quplli cam passero ( i) , e dailora in qua m ai, pom e sern p ^
cam ino, non prpseno com pagina. La m attina a ll'p scire yid en o co
loro ap piccati, ricpguqscendo q j^ i e sa lv i a L ucca rito r
narono.1

(1) M*. : quello la cam pane.


DE DISONESTA JUVANA ET SQUALI CORRETIONB 1S1

61.
[Tihr., n- 80].

DE DISONESTA JUVANA ET SQUALI CORRETTONE.

N e l tem po ch e L ucca sign oreggiava la v a i d i N iev o le fri in


n e lla terr di P escia una giovana d egli O rlandi nom ata F iorita,
donna di uno te r r ie r e di P escia nom ato R u stico, il quale era
si tiep id o c h e non sapea d ire n fare. E t la dnna sua a v ea
p reso tan to p alm o, ch e a ogn i persona dava il suo m otto,
e sim ile a l m arito, in tanto ch e R u stico non m an giava n b evea
che non [g li] con ven isse m angiare [e b ere] a posta d ella m oglie.
E sopra tu tte le donne di P oscia era m otteggier p er la baldanza
h e preso avea contro lo m arito, e t non cerca v a a c h i e lla di
c e s s e v illa n ia , p alan d ogli p oter d ire a fidanza. E tu tte le p i
v o lte in ne* m otti suoi d icea a fem m ina o om o: E* pare ch e abbi
fo rm ich e in cu lo, e t a ltri m otti dison esti, n on ch a fem m ina m a
r ita ta , m a a ogni fan tesca. E pi di q uattro anni a v ea pres ta l
m an iera di m otteggiare; e Stando p er ta l modo, u n giorno ch e
in P escia si dovea fare una b ella festa duno p o sd a tin o ch e p reso
a v e a u n a giovan a di L ucca d ella casa de R osin peri, b ella, a lla
q u a le festa Rumo in v ita ti m olti L u cch esi p aren ti d ella sposa e t
alquanti am ici, ch e a P escia co lla sposa andare d ovesseno, e di
P e sc ia fhnno om ini e donne in abbundnzia in v ita ti, fra le q u a li
fh e F io rita m otteggier. E t essendone co lla sposa andate b lig a te
-a P e sd a un giorn o d i m aggio, quine [fu ] ricev u ta on orevilm en te
c o n q u elli om ini e giovan i di L ucca, fra* q uali era uno giovano
stu d ia n te in m ed id n a nom ato F ed erigo, giovano da ogn i cosa,
lu i b ello, scherm idore, ballator, buono son atore e can tatore,
lu i a tto a essere co lle donne o n este onesto, co lle so lla zzev o li
so lla ciero , co lle innam orate innam orato, co lle m otteggier di
m otti gran m aestro, e cosi in m edicina cogn osceva m olto la pro
p riet d ellorbe e le loro v irt , e m olte a ltre cose il ditto F e-
derigo sapea esercita re. E sposati, a casa d ello sposo con tu tte
le b rigate, le donne p escia tin e e t a ltre d el p aese on orevili la
sp osa riceven n o allegram en te. M adonna F iorita, ch e quine era,
com ind forte a d ire: E non m i pare ch e la sposa da L ucca
ab bia il cu lo di quattro pezzi pi ch e le p osd a tin e. L e donne,
182 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

ch e quine erano, diceno: D eh, m atta, sta ch eta , non d ire, n on


vedi tu quanti L ucch esi da ben e sono ven u ti con lei? non fa re
con loro com e se* usa di fare tra noi, ch e ti c o n o sc ia m o , forse
non te i com porteranno. F iorita d ice: D eh an d atevi a forbire i l
cu lo, e t se v i rode v e l grattate. Cornei N on si pu d ire a questi
L u cch esi quello ch e a lli altri? Ho io g i ditto m ia in ten zio n e
a* F ioren tin i e ad a ltri, com e non la d irei a* L ucch esi? E non re
stando di d ire m ale, p resen te la sposa e l a ltre donne, in p resen te
li om ini e giovan i di L ucca, in p resen te F ed erigo m edico, q uesti (1)
si pens c h e F iorita fu sse q u alch e m atta, e n ien te risp uose. E
cavatosi li stiv a li e di nuovi panni ognuno fattosi b ello, in casa
d ello sposo en traro, l u m olto confetto e vin o si porse p rim a
ch e Fora del desnare fusse. E confortandosi alquanto, F iorita di
nuovo com inci a d ire: A. m e non pare ch e la sposa abbia il
cu lo di quattro p ezzi pi di noi, p erch sia da L ucca, n a n ca
questi L u cch esi ch e con le i sono ven u ti non sono p er pi savj
c h e nostri. A nco m i paiono co ta li batanculi, ch e v ed ete quanti
n e sono ven u ti d irieto a una ch e bastare* se fu ssero ism em orati,
ch e io ch e sono p esciatin a non v o rrei ch e neuno di costoro mac
com pagnasse, tan to m i paiono d isu tili. L e com pagne dicean o:
F io rita , tu p arli m ale; or ch e puoi tu com prendere di loro fa tti,
com e dici? F iorita: Or non li cognosco, ch e m i paiano m atti e
non parlano? Coloro diceno: A questo puoi com prendere c h e sono
sa v i, ch e non vogliono dim ostrare m ale anim o di tanta v illa n ia
quanta h a i d itta loro. F iorita d ice: A nco non n e sono andata c h e
parr loro peggio se io n e far. L i L u cch esi, ch e tu tto odono,
parendo loro ric e v e r e poco onore, diceano (2) ita loro : C ostei non
m atta, m a noi pensiam o, tanto arditam ente parla d ella sposa
e di noi (3), ch e veram en te le i de* essere stata am m aestrata d i
d irci q uesta v illa n ia . F ed erigo, ch e tu tto h a u dito di loro e d ella
sposa c h era sua p aren te, d isse a* com pagni: L assate fa re a m e
ch e io la pagher di q u ella m oneta ch e cerca p agare n oi. E su
bito se n and a llorto de* frati, e com e m aestro c h e cognoscea le
erb e, p rese una cip olla sq uilla e q u ella n e port seco, e da u n a
sp eciale ebbe fior di p ietra, e t accattato uno m ortaiolo, e t posta 123

(1) Mb.: il quale.


(2) Ms.: dicendo.
(3) Ms.: loro.
DE DISONESTA JUVANA ET SQUALI CORRETIONE 183

m olto so ttile il fior di p ietra, e cavato il su cch io d ella cip olla,


m escolato ogni cosa insiem e, se n and a casa d ello sposo, l u
tro v la sposa sua p aren te colT altre donne in sala. E F io rita g li
dava sem pre a lcu n i m otti. E com e F ed erigo fu ven u to, F iorita
d isse: 0 sposa, questo di q u elli sa ccien ti assettacu lo, ch e sono
v en u ti da L ucca in tu a com pagnia? La sposa ch eta . L e donne,
c h e non lavean o potuta riv o lg ere c h e m ale non d icesse, d issero
a F ed erigo ch e non l a v esse a m a le / p eroch la sua usanza
ta le c h e a ogn i persona d ice v illa n ia . F ed erigo d ice: M adonne,
io m e la cognobbi a llaltra v o lta ch e io c i fui, e d ir o w i ch e ogni
v o lta ella m i v ed e dopo d esn are ella h a s gran d e la rabbia, ch e
non si fa se non isfreg o la re il cu lo e gra tta rselo , e q uesto addi
v ie n e ogn i v o lta ch e m ha ved u to; e p ertanto non v i date m a
lin co n ia e la ssa tela d ire ci ch 'ella v u o le. F iorita, c h e ode dire
c h e a ltra volta l'a v ea ved u to, d isse: Giam m ai non ti v id i. F e
d erigo d ice: V oi d ite b en e a scu sa rv i im p resen zia ora di costoro,
m a ellen o se n e accorgerann o ben e se v o i m am ate, quando di
rabbia v i g ra tterete il cu lo. F iorita, gettan d ogli un m otto, disse:
N on lasser per ch e io non dica di v o i il vero. F ed erigo ch iam
la sposa in cam era e d isse: T u h a i veduto quanta v illa n ia questa
m a tticcio la h a d itto a te e t a n oi, e p ertanto io la vo p agare
com ella degna. E per v ien i qua; e m enolla a l luogo com une,
d ove F ed erigo co l su cch io d ella cip olla sq u illa e co l fiore d ella
p ietra u n se tu tto '1 sed ere di q uel luogo, d icen dole ch e gu ard asse
c h e quine ella non si p onesse ella , m a con b el modo F iorita v i
conduca, l u' la f ccia stare alquanto. E se e lla d icesse ch e g li
p on esse m ente q uello fu sse ch e prudere la facesse, d ille ch e vo
len tier i, e dim ostrandole fare serv ig io , p rendi questa pezza, co lla
q u ale F ed erig o avea striscia to la cip olla, fregandola forte, e co s
la la ssa. La sposa, ch e udito s a v ea a vergognare da F iorita,
d isse a l p aren te c h e tu tto fare. E v en u to lora d el d esn are,
desnarono di van taggio, dando sem pre F iorita de' m otti assai spia
ce v o li a lla sposa e t a' giovan i da L ucca, e non v a lea p erch a ltr i
la rip ren d esse, ch e lla fa cea lusanza su a ; e com e ebbero desnato,
le danze com inciarono, dove F io rita si rascald forte, tra p er lo
cibo e vin o preso e p er li b alli, c h e tu tta su dava. F ed erigo, c h e
sera a ccorto c h e lla forte riscald ata, d ice a lla sposa ch e m eni
in cam era F io rita . L a sposa, ch e sa il m odo, d ice a F iorita: O
F iorita, tu d i sap ere il modo d ella cam era, ch io vo rrei alquanto
Care m io agio. F iorita d ice: Andiam o, c h e an co io n h o bisogno.
E t en tra te so le in cam era e ch iu sa la cam era, F iorita, com e
S 4 NOVELLE DI GIOVANNI SBUCAMI*!

balda, sbito a lza ta si fin e a lla cin tu r, p osesi (1) per p ren d er
agio a sed ere a l lu ogo com une, l u m olto v i steo, tan to che
subito u no prudore grandissim o g li v en h e, dicendo a ll sposa:
D eh guard se lcu n a coda v i b isso n a ta a l cu lo . L a sposa av
v isa ta d isse: A lquante b o llicin e (2), m a io penso c h e fregandole
cn uno p an n icello se n 'ndranno. fio r ita d ice: D eh spacciati.
L a sposa p rese il panno c h e F ed erigo g li aVea dato, e forte fre
gando, parendo a F io rita m igliorare, com e alquanto l ebbe fre
g a to , li strom enti com incia'nono a sonare. F io rita d ice: E suona,
andiam o a b a lla re. La sposa Subito con Piotata di cam era usci
rono e preso F iorita una danza, lo cu lo g li com inci a prudere
p er ta l m odo, c h e a ogni passo v i si ponea la m ano, e gratta
v a m o s spesso ch e ogni donna ch e q uine erano d icea n o : Fio
rita , e p are ch e abbi a l cu lo ta l cosa ch e non puoi sostenere
uno passo ch e la m ano v i ti m etti. F io rita d icea: Io non so quello
c h e m ha intra v en u to ; e q u an to-p i si grattava, ta n to pi le
roda. E non potendo stare i b alio, in su lle b an ch e s i fregolav,
in tanto ch e le (tann, ricordandosi di q uello ch e F ed erig o lavea
d itto, disseno: O F iorita, tu h a i stam ane m otteggiato e t ora veg-
giam o ch e q u ello ch e d isse F ed erigo v ero, c h e quando lo vedi
h a! s gran d e la rabbia al cu lo ch e non puoi sta re in posa. Fio
rita , ch e h a e il dolore grande d ella rosa, non sapendo, stava
grattan dosi p er m odo ch e alcu n a v olta in p resen zia daltri si
m ettea la m ano sotto i panni, credendo p er q uel m odo la rosa
m andarne, e n ien te g li v a lea . E p er q uel modo tu tto il giorno,
non c h e p otesse m otteggiare a ltri, m a e lla non potea m angiare
n b ere n sta re in posa, tan to era la rosa grande. E co s steo
tu tto il d e la n o tte appresso. La m attina avendo sim ile rosa,
F ed erigo d ice a lla sposa ch e d ica a F io rita ch e se e lla v u o l gua
r ir e io la gu arir. La sposa d ice a F iorita il fatto. F iorita, che
le pare esse re v itu p erata e non credendone m ai g u a rire, disse :
Io far ci ch e vorr F ed erigo. R ich iesta , in cam era en tr colla
sposa, e F iorita dolendosi d ellaccid en te avuto, F ed erigo fece di
scostare la sposa alquanto e d isse: 0 F iorita, io v o g lio da te du
cose, se vu oi ch io ti gu arisca. F iorita d ice: C hiedi, e questa
rabbia m i lev a dal cu lo. F ed erigo d ice: Io vo g lio prim a ch e alla
sposa m ai non d ich i v illa n ia e ch e la teg n i p er tua sorella e 12

(1) Ms. : e postasi.


(2) Ms.: boUiciore.
DB DISONESTA JUVANA ET EQDALI CORRETIONE 185
c h e ti sia raccom andata ; appresso ch e m entre c h e io sto in P oscia
a v a le , o a ltra v o lta ch e io riv en isse, sii con tenta c h e con teco di
n o tte m i goda. E t acci c h e tu m a tteg n i la prom essa, vo' ch e
sta n o tte com inciam o. Io ti gu arir, c h e m ai ta l d ifetto p i non
t i v err . F io rita d ice: D eh p erch non facciam o n oi ta l co sa di
d i a l p resen te, a cci ch e io p otessi b a llare e rico p rire la v e r
g o g n a ch e ie r i e oggi e sem pre ho? F ed erigo, p er farla pi v i
tu p era re, d isse: Q uesta gu arigion e non si pu bare se non d i n otte,
e per ordina stasera io sia teco. E d atole un bacio, F iorita tu tto
jprom isse. F ed erigo la sera , fattogli uno u ngu en to, la rabbia di
piovi g li m and v ia , e poi g li cav in p arte la rabbia dentro, e
p e r questo modo q u ella ch e di m otti cred ea v in cere f vin ta , n
m a i a lla sposa v illa n ia d isse.
186 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

52.

[Tri?., n 81].

DE DEVOTIONE IN SANTO JULIANO.

N el tem po ch e P istoia era sottoposta a lla citt di L ucca, fa


uno m ercad an te d i panni di P istoia nom ato C astagna, il q u a le
p er su a devozion e ogni m attino d icea uno paternostro e t una
avem aria p er riv eren zia di San G iuliano, a cci ch e Dio g li ap
p arecch iasse p er lo d buono viaggio e p er la n otte buono al
bergo. E ta le orazion e non cessava di n otte di d ire e co si la
m attina. E t avendo il d etto C astagna bisogno di com prare panni,
d ilib er andar verso V erona e fe fare una lettera di m olti fio
rin i, ch e in V erona g li fassen o dati, e t alqu an ti dinari p er la
spesa si m isse in borsa. E t un giorno del m ese di febbraio d i
P isto ia con uno fam iglio a ca v a llo si partio, avendo a l fam iglio
dato la sua v a lig ia di panni, e p er l alpe si m isse a cau lin are v erso
B ologna p er andare a V erona. E quando Castagna fu g iu n to ,
lu i e l fante, alla Sam buca, iv i (1) trovonno tr e m ascalzoni o
vogliam o d ire m alandrini, li q uali, com e videno C astagna e 1 fa
m iglio, stim onno q u elli ca v a lli e roba essere loro. E fattosi ap
p resso a C astagna, p iacevolm en te lo salutonno, dom andandola
donde fa sse e quale era il suo cam ino. C astagna d ice: Da P isto ia
sono e v o verso B ologna p er andare a V erona. L i m alandrini
diceno : S e ti p ia cesse, noi verrem m o v o len tieri teco, p er c h e
abbiam o an dare a Bologna p er alcu n e faccen d e. C astagna, c h e
li ved e, parendogli persona da b en e e t an co vedendo forte n ie -
vica re, d isse: La vostra com pagnia m m olto cara. E m ossi,
coloro com incionno a in tra re in n o v elle con C astagna, d icen d ogli
se lu i facea lo giorn o alcu no bene. C astagna risp u ose: Io h o
sem pre in uso d i d ire uno paternostro e t una avam aria p e r
am ore di San G iuliano, acci ch e D io m i dia lo giorno buon
viaggio e la n otte buono albergo. Coloro disseno : E n oi d ich iam a
il van gelostro e t tu tta la quaresim a, e siam o di s buona pasta

(1) M b.: do ve.


DE DEVOTIONE IN SANTO JULIANO 187.

c h e q u ello veggiam o non ci pare sia nostro se noi non labbiam o


in m ano. C astagna d ice: Or co s si v u ol fare. E m en tre ch e ca
lum ano, i m alandrini d icen o tra lo ro : Oggi si p arr se co stu i
ar buono viaggio, e t an co com e stasera tro v er buono albergo,
p er ch e avean o in ten zion e di rubarlo e lassarlo in quella n iev e.
E t accostatisi a C astagna d issen o : D eh, m essere, d iteci se m ai
v * a w en n e ch e il d ch e a v ete d itta l orazione di Santo G iuliano
se m ai a v este m al v ia ggio e ca ttiv o albergo. C astagna d ice : N on
m ai. L i m alandrini disseno tra loro : A uopo g li sar ven u ta
l orazione prim a c h e da noi si parta. E com e funno presso a l
ca stello d el v esco v o di B ologna, in uno passo scu ro, quasi lora
di com pieta, li m alandrini denno di grappo a lla b rig lia d el ca
v a llo di C astagna, dicendogli : Se ti m uovi, se* m o llo . L o fan te
di C astagna, c h e v ed e p ren d ere il signore, dato d elli sproni a l.
ca v a llo , subito si partio e t a l ca stello d el vescovo si rid usse, non
aspettando n aitando il sign ore suo. L i m alandrini dipuoseno
C astagna dal ca v a llo e t i dinari ch e addosso avea con tu tti i
p anni, ex cep to la cam icia e la m utanda g li lassarono, e tu tte le
a ltr e co se rubonno e quine in n ella n iev e, c h e n iev ica ta era, e t
in q u ella ch e di continuo n iev ica v a lo lassonno, dicendo: E gli
si m orr da s m edesim o, sen za ch e noi luccidiam o. E parti-
ro n si co lle cose. C astagna, nudo rim aso, la n otte ven u ta, andava
p er la n iev e trem ando, facendo d ella bocca com e fri la cicogn a
co l b ecco. E quasi di freddo si m oria, e pi v o lte in n ella n iev e
fri p er affogare, m a p ure la gioven t lo facea forte. Dando a
cam in are in qua e t in l , sen za ch e lu i s accorgesse arriv a l
ca stello del vescovo, l u il suo fan te la sera era in trato. E non
ved en d o aperta la porta n casa di fuori, e n ievican do fo rte e
l freddo grande, non sapea ch e farsi, m a p ure p er non asside
ra re andava intorno a l ca stello , e ved u to uno sporto di una casa,
sotto il quale n iev e non era, se non alcu n a volta il v en to v e n e
m andava alquanta, essend ovi u n poco di paglia, pens m eglio
quine sta re, ch e in altro [lu ogo]. P osto ch e dogni lato m ale
stasse, p ur quine salloggie. Era q u ella casa d el vescovo, in
n ella q u ale dentro v i ten ea una g en tile giovana nom ata D ivizia,
la q u ale alcu n a v olta dava a l vescovo consolazione. E t essendo
la sera ch e C astagna era sotto il portico alloggiato venuto il
vesco v o in n el ca stello p er v o ler con D ivizia p ren d ere p iacere,,
avendo a le i fatto sen tire la n otte con le i volea dorm ire, subito
D ivizia fe uno bagno ap parecchiare, acci ch e l v escovo e le i
quine bagnare si potesseno, e fritto on orevilm ente da cen a de* buoni
i$S NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

cap p on i e t a ltre vivan d e. E m entre ch e ta le apparecchiam ento


l donna a v ea fatto, sop ravven n e a l vescovo una lettera , poi ch e
l porta d el ca stello fa se r r a ti, ch e subito il v esco v o fuora ca
v a lca sse p er Certi fitt i d i grande im portanza; p er la qual cosa
il Vescovo, m ontato a cavallo, u scio, e t a D ivizia m and a d ire ch e
l sera bollo asp ettasse, m a ch e altra v o lta v er re. D ivizia, ch e
a v ea ap p arecch iato 11 bagno d ircq ua cald a e q u ello c h e tra
le gam be porta, fu m alcontenta, dicendo a lla fa n te : P o ich il
v escovo non v i v en e, alm eno il bagno fatto lo v o p er m e u sa re.
E scesa la scala, Venuta ih b ottega, dove lo bagno era appa
recch ia to , l dove era uno u scio c h e D ivizia n ten ev a le ch i v i,
p erch alcu n a v o lta di n o tte il vescovo quine en tra v a . E stando
in b ottega, D ivizia e la fon te sentendo lam en tare C astagna, il
qual dfcea: 0 Santo G iuliano, or sono q u este le prom esse ch e
m h a i fotto, a dir ch e io abbia o ggi avu to s m al giorno e sta
n otte m alo albergo? D ivzia, ch e q uesto od e, ap erse l u scio e disse
alla fo n te: Sppi ch i q u ello ch e co si si lam en ta. E t preso un
lum e, u scio fuori e vid e 1 giovano nudo. La fan t il dom anda;
C astagna tu tto raccon ta. La fan te a D ivizia lo d ice. D ivizia, c h e
a v ea ved u to il fo n te a en trare dentro, e t a v ea sen tito d ire la
ruba, lo m isse dentro e poi a lla fo n te d ic e: P o ich 1 v esco v o
non ci de' stasera v en ire e t io era m olto b en e ap p arecch iata,
se ti p iacesse questo giovano in iscam bio d el vescovo stan otte
m i goda. La fan te d ice: A m e pare l abbi a fare. E subito d itto
a C astagna ch e neu na m alin con ia abbia c h ben ser d i ogn i
cosa ristorato, e fattolo sp ogliare nudo, C astagna, ch e b ellissim o
era e la n iev e l a vea fotto m olto colorito, D ivizia, ch e h a locch io
a lla p arte ch e pensa in g h iottire, sta con tenta, vedendolo ch e di
buna m oneta la potea p agare. E stato alquanto in n el bagno, e
fattosi v en ire panni orrevoli, lo v estio, n m olto steo a bada ch e
cen aro di van taggio a u n grandissim o fuoco, e dappoi nandarono
a dorm ire, la u* D ivizia si d i p iacer sp essissim e v o lte, dicendo:
Ornai [h o] il nom e m io avu to, d ivizia di q u ello ch e le donne
desiderano. E ven u to il giorno, la donna g li fe tra rre que panni
p erch cogn osciu ti sarebbeno, dandogli di m olti dinari e t alcu na
gon nella trista , d icen dogli : Quando sera i a B ologna, U v esti ono-
rev ilm en te e com prati du' o tr e ca v a lli, e t se m ai a rriv i in q u esti
p aesi, l albergo ti ser presto. C astagna la rin grazia di tu tto c h e
a lu i fotto av ea , e m esselo p er q u ello sp ortello. La m attina Ca
stagn a p er la porta entr in n el castello, l u trov il suo fo-
DE DEVOTIONE IN SANTO JULIANO 189
m iglio, e tratta (1 ) la v a lig ia , de* panni su oi si v estio . E m entre
ch e si v estia , p er lo capitano d ella m ontagna d B ologna que*
m alandrini n e fanno m enati p resi co l ca v a llo di C astagna, co*
p anni e t i d in ari. E prim a c h e di quine si p artisse, li d itti m a
lan d rin i a un paio di forch e fanno ap p iccati e t a C astagna ron
d a to tu tte le su e cose. E m ontato a cavallo, form o il suo cam ino,
n m ai lass di d ire il paternostro di San G iuliano.

(1) Ha.: fitta


i9 0 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

53.
[T it ., no 82].

DE CRUDELT. MASSIMA.

In n el tem po ch e m esser B ernab signoreggiava p arte d ella


Lom bardia era uno ca v a lieri suo cortigiano nom ato m esser Stan
g h elin o da P al , il q u ale avendo duna sua donna d al F iesco
nom ata E len a quattro fig liu oli, du' m aschi e du fem m ine, il m ag-
g io re de* q uali era det dan n i sette, e stando il d itto m esser
S tan gh elin o con gran p iacere co lla d itta m adonna E lena, ten en
dosene con tento quanto verun o altro gen tilom o d i Lom bardia,
am ando q uesta sua donna sopra tu tte le co se d el m ondo; e com e
sem pre la fem m ina sa prender a l contrario, non potendo so ste
n ere il ben e ch e la ditta m adonna E lena avea, con atto d i lu s
su ria si di ad am are uno giovano d ella terra sottoposto a l d itto
m esser S tan ghelin o, in tanto ch e, non passando [m olto tem po],
la d itta m adonna E lena il suo appetito con q uel giovano foraio.
E dim orando p er ta l m aniera, la d itta donna non pensando [c i
c h e ] p er ta l cagion e n e dovea seg u ire, n an co non pen sava
c h e *1 m arito di ci a cco rg ere si d ov esse, di continuo q u el g io
van o si ten ea . E ssendo alq u an ti m esi ch e m esser S tan gh elin o
non era in n elle su e p arti stato, ven en d o a casa, dove la donna
sua trovare cred ea, per p rendersi con le i sollazzo, sen za Care
sen tire la sua ven u ta si trov in casa, e t andato a lla cam era,
trov la donna sua con q uel giovano in su l letto prendendosi
p iacere. E com e m esser S tan gh elin o v id e ta l cosa, f lo pi tristo
om o d iventato dItalia, tan ta m alin con ia a l cu ore g li ven n e, e t
non potendo la rabbia d el dolore sofferire, subito con uno col
te llo il ditto giovano u ccise, e fatto con fessare alla donna quanto
tem po la v ea tenu to, e lla p er paura g li d isse da quattro m esi era
con le i g iaciu to. M esser Stan ghelin o d ice: Donna, tu m h a i fatto
il pi tristo om o c h e m ai fh sse d i m io parentado, e q u in e u io
m i potea van tare, e g i m e n era van tato, da v er la pi b ella
donna ch e persona di Lom bardia, e t io trovo da v ere la m aggiore
puttana ch e in Italia possa essere. Ma io ti pagher di q u ella
m isura ch e h ai pagato m e. E fatto v en ir davanti a s li quattro
fan ciu lli, d isse (1) : Or ved i, m eretrice, ch e h a i fatto, ch e fin e a

(1) M s.: d ice n d o .


DE CRUDELT, m a ssim a . 191

q u i q u esti fa n ciu lli h o ten u ti ch e fusseno m iei figliu oli, ora per
lo tu o vitu p ero ta l cred en za h o 'perduto e p er m iei no li vo
rip u tare. E t acci ch e tu abbi d el fallo com m esso doppia pena, com e
h o u cciso colu i ch e h a i ten u to, cosi costoro in tu a p resenza u c
cid er . L a donna d isse: M essere, ten ete a certo li fa n ciu lli esser
v o stri, e b en e ch e io sia d egn a dogni m ale, v i p rego ch e a co-
te sti fh n ciu lli m ale non fa ccia te, c h v ostri sono. L o m arito d ice:
D onna, tu m i p o tresti assai d ire, ch e m en tre c h e q u esti fan ciu lli
io u ccid essi, sem pre a rei in n an te il vitu p ero ch e fatto m 'h ai; e
p er vo* ch e tu n'abbi all'an im a la pena p er lo tuo m alvagio
fe llo . L a donna piangendo d icea : D eh, m essere, p ia ccia v i a' fan
c iu lli v o stri la v ita sa lv a re e m e u ccid ete, ch e degna n e sono.
M esser S tan gh elin o le d isse: Tu m i p otresti d ire assai, e p er
vo* c h e sen ti di q u el dolore ch e le tu e pari m eretrici m eritan o.
E p resa la spada, a tu tti e quattro i fan ciu lli, in presenzia d ella
m ad re, ta g li la te sta , e p oi, non forbendola, a lla m oglie p er lo
p etto d ied e e d all'altra p arti la pass e m orta cadde. E com e
eb b e ci fatto, fece la donna e t i fa n ciu lli, in u n a fossa so tterrare
e q uello giovano a cu i lo d i a m an giare, e p artitosi da P alu e
in co rte d i m esser B ernab ritorn. E sapendo q u ello c h e fatto
a v e a , g li fe p er m esser B ernab d itto p erch alm eno non a v ea
cam pato li fan ciu lli. R ispuose le p arole ch e a lla m oglie d itte
a v e a . E ci sta n te ch e fatto la v esse, non f p er p regiato l a v ere
u c c iso i fig liu oli, m a la cagion e assegn ata fe e assai buona ca
g io n e da co n sen tirg li q u ello a v ea fatto fosse stato il m eglio ch e
a v e r li riserb ati. E t p er questo m odo q u ella ca ttiv a di E lena p er
le su e ca ttiv it fe* ca ttiv i li suoi fig liu o li e l'am ante e s.
NOVELLI^ DI GIOVANNI SERCAMBI

54.
[Trfr., b* 8S].

DE BOJtfA PROVID^NZA.

L 'anno d el 1350, a l tem po d el perdono di R om a, to in n e lle


p arti presso a R om a, a uno ca stello nom ato M ontalto' u no m a-
lkndrino om icidiario di' ca ttiv a con d izione nom ato S u flilello , il
quale a vea p er m al fare da v en ti com pagni a tti a ru b are e fere
m icidio stando a lla strada, e t qual persna passava, ch e fo rte e
b en e accom pagnata, non to sse, il d etto S u ffllello con com pagni
10 rubava, e condutti a uno balzo duna m ontagna g i li g itta v a .
q uesta v ita teneano di' con tin uo. E t essendo alquanto tem po
passato del perdono, e m olti p elleg rin i d i p i lu ogh i m ossi e t
andati a Rom a e sem pre di d i in d i assai n e giun gean o, av v en n e
c lie n el m ese di m aggio uno g en tile om o francioso nom ato lo
c n te dA rtoi, con una su a dnna assa i gipvana nom ata m adonna
B ianca, con circa dodici com pagni a ca v a llo , rrivonno ap p resso
a l ca stello di M ontalto, l dove S u ffllello m alandrino con com pagni
stavan o, e t vedendo ch e d itto con te co lla com pagnia era n o
presso a uno m al pass, pensando d overli pren d ere, su b ito in
agguato si puosero. E com e il con te dA rtoi g iu n se co lia su a
dnna e co lla b rigata a l m al passo, scop ertisi q u elli m alan d rin i,
co lla la n cia in m ano assaliron o il d itto con te e t i su oi, percotn -
done alcuno. La' donna d el con te, vedendo il con te essere a ssa lito
e t alcu n i lor tornigli andati a terra d e ca v a lli, non sa len d o ch e
fare, sopravvenne S uffllello, capo di q u elli m alandrini, e co l polso
d ella lan cia in n el fianco a m adonna B ianca p ercosse p er si
gran forza, ch e d el ca v allo la f' cad ere, e p resola p er le b raccia,
su p er la m ontagna la conduce, dicendo a lla sua brigata ch e
toccino ch e sien o m orti o p resi, e c h e i ca v a lli e li a rn esi ru
bino. L i m alandrini com battendo valen tem en te, lo con te co i suoi
difendendosi vigorosam ente con q u ella poca darm adura c h e
aveano, e fatto risisten za alquanto, lo co n te, vedendo li su oi a
m al p artito, e g i pi ch e la m et p resi e li a ltri a q u elle m ene,
dilib er di to g g ire, p erch buon ca v a llo si sen tia, dicendo a lli
a ltri su oi: C am pate; e dato di sproni a l cavallo, si d irizz verso
una terra, ch e quine era presso a uno m iglio, e tan to cam in
ch e l giu n se, dove trov alquanta b rigata da ca v a llo e da p i,
11 q uali q uin e erano ven u ti p er ten ere q uel posto secu ro, ch e i
DB BONA PUOVIDENZ 193
p elleg rin i n f ssen o m orti n ru b ati da SuflU elio, n da a ltr i.
V eduta (1 ) la brigata, n arrato q u ello g li er a stato fotto, su bito
il cap itan o f a p p a recch ia re le su e b rigate; e m en tre c h e il o sa to
ca min a e t c h e le b rigate s ap p an ecch iavao, Suffllollo a v ea
condutta m adonna B ianca in su lla som m it d ei m onte a q uei
b alzo dovera su a usanza d i g itta r e le p erson e d ie a r e a rubato,
a cci d i laro m ai n ien te si p o tesse sap ere. B quando quine fe b e
condutta, ved en d ogli u n a b ella patondra indosso, d isse: Donna,
ca v a ti ca ta sta palandra, c h v o c h e una m ia fon te la goda. La
donna p er paura la palandra si sp ogli e rim ase in u na b eila
gam urra, a lla q u ale a vea appiccata u n a borsa, in n ella q u ale
a v ea franchi trecen to d oro. SnUfileUo, m issovi la m ano, q u ella
g li tolse, e t in n ella sca rsella s i m isse e poi d isse: B ootesta ga-
m urra ti ca v a , c h sim ilm en te p er la fo n ie m ia la voglio. La
con tessa d isse : P er Dio e p er san P iero , non v o ler c h e io nuda
e sen za gam urra vada. Lo m alandrino, d esid eroso d a v erla , d isse :
S e non te la sp ogli, io t uccido. La co n tessa, piangendo, la gam urra
si spogli. B rim ase la cont e ssa in uno p ia ccia n e b ellissim o d i
dossi d i vaio. L o m alandrino, c h e q uello h a v e d u to , d isse:
Q uello a m e sa r m olto u tile a ten erm elo d i n otte addosso m
q u esti b osch i, e d isse: Subito co testo p ib ocion e ti sp oglia, ch e io
lo v o p er m e. La co n tessa , c h e non p u fora altro, d ice: P ia ccia ti
p er D io e p er san P iero ch e alm eno, p o ich h a i a n te l a itr e cose,
c h e q u esto m i la ssi, acoiooch io in cam icia, c h e non s i co n v ien e
a donna andane, io non vada. Lo m alandrino superbo con m i
n accio g lie l fo ca v a re. rim asa la con tessa trem ando in ma
cam icia sottilissim a, in tan to c h e quasi s i scorgevan o le c a n i
di le i, tan to q u ella cam icia so ttile e bianca era , e non volen d ola
p erd ere, d isse: C otesto cam icia ti ca v a , c h e p er m e la voglio.
L a co n tessa, lagrim ando am aram ente, d isse in gin occhian dosi
c o lle b raccia incendo cro ce: Io ti p rego ch e nuda non vogfti c h e
la co n tessa d A rtoi in istra n i p aesi vada, e p er q u ello Iddio e
p er san P iero ti prom etto ch e tu tto c i c h e d itto m h a i io te i
perdono. Lo m alandrino d isp ietoto g li d isse: Sai q u ello c h e io II
dico; fo ch e su bito co testo ca m icia ti c a v i e pensa com e ca v a to
larai io ti gittor g i da q uesto balco, u m ai cam icia n panni non
ti b isogn er. La co n tessa , ch e d h a udito, ricord atosi di q u ello
c h e Dio d isse, a iu ta ti d ie io ta iu ter, facendosi in n el cu o r e
fia n ca , d isse : P o ich tu m i de' g itta re, e v eggo (2 ) ch e can d ela 1

(1) Ms.: vede. (2) Ms. : voglio.


194 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

n a ltro panno m pi n ecessario, tosto m e la v o ca vare, m a


ben ti prego ch e alm eno fin e ch e cavata io n e Tar non vo g li
ved ere la vergogna m ia. Lo m alandrino d isse: C otesto far io,
ch la tu a vergogn a non v o v ed ere, m a si r u tile m io. E voltosi
verso il balzo, la con tessa, com e v olto il vid e, co lle m ani in n elle
ren i lo p ercosse e gi dal balzo lo fe cad ere. Era q uesto balzo
pi di cin qu ecen to b raccia da ltezza , senza alcuno riten im en to.
S uffllello m alandrino tu tto sfra cell . La donna loda Iddio e pre
gato ch e ritro v i vivo il suo m arito m esser lo con te dA rtoi,
com e lla h a m orto il trad itore; e m entre ch e la con tessa ten ea
co l m alandrino la p ratica, lo capitano d elle g en ti col con te ven
nero al luogo dove la b rigata d el con te a v ea gran pezzo soste
nuto e di poco ch e *1 con te ritorn erano sta ti presi n anco
dal luogo p artiti non s erano, m a g i le m ani avean o leg a te a
q u elli del con te e com inciato a m ontare la costa. E sopragiun
gendo l capitano e l con te, non potendo li m alandrini fu ggire,
tu tti funno p resi e t i leg a ti funno scio lti. E non ved en d ovi il
capo loro, cio Suffllello, d isse il capitano ch e n era. C oloro dis
seno: N oi non sappiam o c h e se n e sia, m a tan to vedem m o ch e
su p er lo m onte con una donna n andava. Lo capitano e l con te
subito m ontavano la m ontagna p er trovar lo capo d e m alandrini.
E *1 con te p regava Iddio c h e cos com e avean o p resi l m alfattori,
co si prendino laltro e la con tessa ritro v i. E ca v a lca ti di trotto,
giu n sen o a l balzo, dove trovonno la con tessa. La con tessa, c h era
in cam icia p er v o lersi v estire, cont (1) la n ovella. Lo capitano
q u elli m alandrini ap piccare fe ce in presenzia d el con te. Il con te,
c h e si v ed e ven d icato, d ice a l capitano ch e q u el capo de* ma
land rin i a v ea a lla donna to lto trecen to fran ch i doro e q u e lli in
n ella sca rsella se li a v ea m essi, e t ch e lo p regava, p er lo serv ig io
fatto, faccia q u elli da v ere e su oi siano, e c h e se m ai in n elle
su e parti ca p itasse, ch e a lu i fa re de* be' doni. Lo cap itan o, ch e
a v ea d esiderio dap piccare il capo di q u elli ch e ap p iccati avea,
in n el fondo d el bosco fe andare, e trovarono S u ffllello con pi
di cinquanta ch e m orti n a v ea . F u condutto a lle forch e e t quine
ap piccato in m ezzo d ell! a ltri, e t i fran ch i trecen to riceu to , an-
donno dal con te, e t accom pagnatolo tu tto quel terren o, lo racco
m and a Dio. Lo con te e la con tessa g iu n ti a R om a e confessato
la con tessa la m orte d el m alandrino, lib eram en te assolu ta fh, e
ritorn ati in loro p aesi, si goderono li lor di.

(1) M s.: co n ta to .
DE BONA FORTUNA IN AVERSITATE 195

55.
[Trlr., n* 84].

DE BONA FORTUNA IN AVERSITATE.

N el tem po ch e fra M oriale con d usse e fecesi capo d elle p arti


e com pagnie ch e in Italia si facessero, fu uno giovano di P avia
nom ato Santo, nato di buone gen ti, il q uale, p iacen d ogli esser p i
om o di com pagnia ch e p rete (1) u a ltro m ercad an te, si m isse
in n ella com pagnia di fra M oriale, e t essen d ovi stato alquanto
tem p o, e t avea seco una som m a di fio rin i trecen to , diliber d ella
d itta com pagnia u scire p er du risp etti. L'uno fu p erch g li parea
c h e a lu i fu sse p eccato, l'altro p erch a l corpo era p ericolo. Et
u no giorno s i partio da N apoli tu tto solo a p i con una la n cia
e t un co ltello , e cam in verso S a le rn o , e da S alern o si m osse
p er andare a R eggio, dove ora pensiam o dandare, p er p oter a l
porto d'A ncona en trare in m are e cam inare a P avia. E t essendo
il p red itto Santo arrivato in uno bosco a ssa i folto d a rb o ri, si
scon tr in due m alandrini, li quali, com e videro il d itto Santo
solo, lu i assalirono. Santo, difendendosi m eglio poteo, p ercosse l'uno
d i que' m alandrini alquanto co lla lan cia n el braccio ritto ; l'a ltro
p erco sse il d itto Santo p er m odo, ch e la la n cia d i m ano g li cadde.
E cad u togli la lan cia, il d itto Santo fu preso e rubato di fiorini
q uattrocen to e tu tti i panni, e T lassaro legato a u no arboro in
ca m icia e t andaro (2) v ia . Santo, ch e si v ed e leg a to a quell'ar-
boro, stim a p er certo q uine d over m orire, raccom andandosi a Dio.
I m alan drini lesti cam biarono a una fo n ta n ella , ch e non m olto
lu n g i era dal luogo, e q uin e m essi a posare partendo i fiorin i
ru b ati, e p erch q uello eh ' era stato ferito in n el b raccio non
p otea (3 ) p ortare la lan cia, tra via la v ea lassata, e fattosi il braccio
fasciare a cci ch e il san gu e resta sse. E m entre ch e costoro sta
van o in tal m aniera, sop ravven n e un a ltro m alandrino a l luogo
dov* era Santo leg a to . Santo, com e lo v e d e , se g li raccom anda.
Lo m alandrino d ice: C he v u ol d ir q uesto? Santo d ic e : Io sono
stato rubato da du m alandrini, ch e ora m i tr o v o n n o /et hannom i123

(1) Cos nel ma.


(2) Me.: andatosi.
(3) Me.: potendo.
196 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

tolto q uattrocento fiorin i e t i panni, e cosi leg a to m i hanno la ssa to .


Lo m alandrino d ice: Or qui m i fu sse io tro vato, a v re i la p a rte
m ia di q u ello t'h a n n o rubato. Santo d ice: S e tu m i vu oi d isle
gare, io m i penso r itr o v a r li, se m eco v orrai v e n ir e , e di tu tto
ci c h e io guadagner la m et vo' c h e sia t u a , l a ltra m ia. L o
m alandrino d isse c h e er a co n ten to; e d iscioltolo, in siem e carni-
naro, prendendo Santo la su a la n cia. E com e an dati teron o a l
quanto, trovanno la la n cia di q u ello c h era stato ferito c h e la s
sata la v ea , e subito [conobbero] a l san gu e ch e an dava v ersa n d o
ch e v ia i m alandrini avean o fotte, fi segu en d o la tra ccia d el
san gu e, a lla fontana doveranp li m alandrini arrivon n o, e su b ito
Santo, c h e vigoroso era e volon teroso di ven d icarsi d i q u ello g ii
era stato te tto , p er ria v ere il su o, d isse a l com pagno: A ndiam o
loro addosso, e prim a c h e loro possano p ren d ere riparo, co lla lan cia
li p ercoliam o, e sp ero, se sa ra i v a len te, noi li prenderem o, o v e
ram en te li u ccid erem o, e poi la roba partirem o. Lo m alandrino
d isse, c h e francam en te li p erco ler , e m ossi, co lle la n cio b asse,
sopra d e dum atendrini giu n sero. Santo co lla lan cia p erco sse l'u n o
d e m a la n d rin i, c h e non er a fe r ito , e passatolo d all*altro la to ,
m orto cadde. P o i Santo e l com pagno ai carioonno addosso a l
m alandrino ferito, il q u ale a ita re non si p otea. Subito l eb b ero
m orto, e cerca to g li trovarono li fiorin i quattrocento, ch e a S an to
avean o to lto , e trecen to fiorin i a vean o o ltre q u e lli, ch e p er lo
sim ile m odo rubati avean o, con alcu n o g io iello d i v a lu te d i fio
rin i d ieci. E riv estito si Santo de* su oi p a n n i, tenend o sem pre i
dinari appresso, d isse , co lla lan cia in m ano, a l com pagno m a
landrino: Ora partiam o q u ello c h e gu adagnato abbiam o; e t in -
nom erati fiorin i q uattrocento, d isse : Q uesto il m io ca p ita le, f i
poi d ell! a ltri fiorin i trecen to fece du* parti, dicen do a l m alandrino:
Q uesta p arte d ella som m a d e fiorin i trecen to tua e q u esta ltra
p arte m ia, e son o con tento c h e tu tti ti panni c h e costoro h a n n o
con ogn i loro oosa sia tu a, e li g io ie lli sian o m iei. L o m alan drino
d ice: Or b en e tu h a i p artito l u n a som m a di d in a r i, ora p arti
la ltra . Santo d isse: T u sa i ch e io ti d issi c h e d i q u ello e h io
guadagner a resti la m et, e per questo l m io ca p ita le e di
questo non di a v ere n u lla. Lo guadagno p artito com e io ti pro
m isi e te stin e con ten to; e se in caso c h e con ten to non te s s i,
puoni g i co testi dinari e t io m etter li m iei e q u elli h o gu a
dagnati, e tra te e m e la tacciam o. Lo m alandrino, avendo paura,
q u elli si to ls e , e Santo se n and a l suo v ia g g io ; e p er q u esto
m odo q u elli ch e cred ean o ru b are funno rubati e m orti.
DB MAGNANIMITATE MULIBRIS ET BONA VENTURA JUVANI 197

56 .
tT rir., V> 85].

D E MAGNANIMITATE MULIBRIS ET BONA VENTURA JUVANI.

N e l tem po ch e r e Don A lfonso, r e di Spagna, regn ava, un m er


en d a n te d i B arcellon a ch iam ato diandro, om o ricch issim o , venendo
a m orte, lass du suoi figliu oli, il m aggiore di an n i d icia ssette,
l a ltr o di quin dici, di pi di cinquantam ila fiorin i r icc h i. M orto
il d itto Giandro, rim asi li figliu oli, lo m aggiore nom ato P assavan ti,
i l m inore V eglio, in tesi a god ere e t sp en dere in d esn ari e cen e,
b a g o rd a re per am or di d o n n a , e tu tte cose feco n d o , ch e si ri
c h ie d e a dover consum are, non guardando c h e n com e, e non
m an can d o lo spendere sen za alcu no guadagno, dopo non m olti anni
la roba lassata loro dal padre m anc (1), in tan to o h e a lcu n e
v o lte , non avendo di ch e, sen za cen a se n andavano a dorm ire.
E quale p i era sta to co loro a ita re loro consum are la roba,
q u e g li pi si fo g gia. E ved en d o P assavan ti o h e di loro era fetto
str a z io e beffe, e t anco p erch n ien te avean o di m obile, donde
p o tesser o la loro v ita sosten tare, diliberonno an dare in Ispagna,
l u pensonno a v er q u alch e avviam en to. [P a ssa v a n ti] dicen do a
V e g lio su a in ten zion e, V eg lio d ic e ch e g li p ia cea ; e fetto dinari
d a lq u a n te loro m assarizie, si partirono di B arcellon a e t in Ispagna
ca m b ia n o . E t a rriv a ti in S ib illa, quine si concionno con alcu no
m eren d an te, con d over a v er certa p arte di guadagno, e non m olto
tem p o stero ch e pi di v in tim ila fio rin i ebbero guadagnato, di
c h e P assavan ti d isse a l fra tello : Io v o g lio ch e tu n e vadi in B ar
c e llo n a con q u esti d in ari e d i q u elle co se c h e ven d u te abbiam o
r ico m p e ra , e t in ten d i a lla m erca n zia , a cci ch e noi possiam o
rito rn a re in n ello on ore ch e n ostro padre c i lass. V eg lio d isse
c h e r a con tento dandare. P assavan ti rim an e in Ispagna. E ra questo
P a ssa v a n ti b ellissim o quanto neu no c h e in S ib ilia frisse e con
q u esto era p ia cev o le o ltre m isura e savio. E dim orando P assa
v a n ti in Ispagna, ogni di in B arcellon a rim ettea d in ari. V eglio,
c h e ritorn ato e r a , in ten d eva a god ere ritrovand o di q u elli ch e
funno a a ita re consum are li prim i dinari, e t non avendo fren o

(1) M s.: m a n c a n d o .
198 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

allo sp en dere , d e1 dinari p ortati gran p arte n' a v ea con su m ati,


sem pre sperando ch e P assavan ti n e li r im e tte sse , e t a v ea n eg li
rim issi pi di d iecim ila oltra li prim i. E m en tre ch e P assavan ti
dim orava in Isp a g n a , si m osse gu erra tra lo r e Don A lfonso e
10 re C elletto di G ranata, p er la qual gu erra i guadagni c h e P as
savan ti facea funno perduti e t in su l ca p ita le si v iv ea , sp ettan d o
ch e 1accordo si facesse, avendo sem pre speranza, quando a v esse
consum ato q u ello avea, ritorn are in B arcellon a in su q u ello ch e
V eglio n a vea portato e t su q u elli c h e m andati g li av ea . 0 P a s
savan ti ch e pensi p oter tornare in B arcellon a a quei d in ari, ce rto
verun o v e n e tro v era i p er te, p oich V eglio n a vea p och i a co n
sum are! E durando la gu erra tra que' du r e , e non potendo v e
n ire a p a c e , per alcu n i m ezzani [fu ] cercato raccord o, e non
trovandolo se non con patto ch e lo re Don A lfonso d esse M arzia,
sua figliu ola b ellissim a di anni quindici, p er m oglie a r e G elletto,
11 quale era pagano e v ecch io di sessa n ta n n i, e t altram en te ta l p ace
fare non si p otea, e lo r e di Spagna vedendo ch e la p ace fa r e
non si p otea are* con sen tito p er p oter a v er p ace di prim o tratto;
m a p er non v itu p e r a r si, pens di farlo assen tire a M arzia sua
figliuola, d icen dole ch e p ace fare non si pu se e lla non sia con
ten ta dessere sua m o g lie , e t acconsenten do la p ace sa re fa tta .
M arzia, ch e ode q u ello c h e u d ire non volea, d isse: P ad re, d ella
pace fate com e v i p are, di m e fate q u ello ch e pare a m e, e di
ta l m arito non m i ragion ate. Lo re, isdegnandosi con tro la fi
gliu ola , m inacciandola, se non far a suo senno, ch a l tu tto
disposto ch e m oglie sia del r e G elletto, M arzia d onzella a l p ad re
n ien te risponde e pensa fu g g ire ta le m arito. E subito a uno ca
v a lieri d el ream e, il quale la v ea pi tem po am ata, nom ato m es
sere A m a n , narr q u ello ch e il padre di le i fare v o le a , d icen
dogli ch e se lu i pu trovare m odo di essere in co rte di R om a
p er fare la d ispensazione tra s e lu i (p erch era il suo cu sin o )
ch e a ltri ch e lu i non l ar. M essere A m an con tento disse: Io
sono presto. M arzia d isse: A q u este co se [sij v u o le n uovo ord ine,
a cci ch e il m io padre isforzatam ente non m e n e m andasse in
G ranata, E sere* di bisogno, p oich il v esco v o di T oledo ( i ) A
m orto, ch e q u elli colon aci facessen o elezio n e di m e, e t io a m odo
di vescovo a Rom a cam iner, e v oi v errete m eco e fa re m i ch ia
m are il vescovo M arsilio. M esser Am an d ice: V oi a v ete ben p en -

(1) M s.: T o ile tte .


DE MAGNANIMITATE MULIERIS ET BONA VENTURA JUVANI 1 99

sato e t io ar subito le voci, e v o i v ap parecch iate d i q u elle cose


c h e v i p ia ce e dinari da sp en dere. E subito cam in in T oledo e .
da' calon aci ebbe ch e M arsilio fo sse vescovo, dicendo questo M ar
silio essere suo nipote. F atta la rela zio n e e le c a r te , ritorn ato
m esser Am an in S ib ilia e t M arzia ap parecchian dosi p er p oter
cam inare, m entre c h e ta le ap parecchiam ento si facea, ven n ero
le tte r e p er fan te proprio a B arcellon a a P assavan ti, com e V eglio
su o fra te, aven d o consum ato ogni sua cosa, p er disp erazion e una
sera con u na fu n e sappicc e m orto sarebbe, se non ch e la fon te
d i casa gridando, fu d alla m orte cam pato. La signoria, ci sen
tendo, V eglio prender hanno fotto, e se non c h era d'antico pa
rentado, larenn o a p p icca to , m a p er am ore d e p aren ti la forca
g li levaron o e t a perpetua ca rcere [fo ] condannato. P assavan ti,
c h e h a in teso com e il fra tello a vea tu tto il tesoro consum ato e
p er d isp erazion e v o lu tosi ap piccare e t esser condannato a p er
p etu a ca rcere, d ilib er in Ispagna pi non sta re, con in ten zion e
c h e se trova la cosa d el fra tello com e la lettera d ice, lu i daddi-
v ero con uno la ccio ap piccarsi per la gola in luogo ch e da a ltri
aitato non potea essere. E con ta l d ilib erazion e fe dinari di tu tto
c i c h e in Sibilla, avea, e t m issesi (1) in punto p er cam inare di
q u in e a tr e d. M arzia d on zella, fotta vescovo e v estita a m odo
d i vescovo, v o lse c h e alqu an ti calo n a ci di T oledo seco andassero
e fo tte m olte v a lig ie di p a n n i, dinari e g io ie lli, ap parecchiata
m olta fam iglia, a ca v a llo secreta m en te (2 ) di S ib ilia si p artio, lo
giorn o fon an ti ch e P assavan ti si m ovesse, venendo verso le p arti
d i Ita lia , sen za c h e re Don A lfonso n ien te sap esse n a ltr i, se
non m esser Am an, a cu i la giovana s era alla rg a ta . P assavan ti,
c h e h a tu tto raccolto, si m osse a ca v a llo , e tan to cam in, focendo
buona giorn ata, ch e giu n se d ove il vesco v o n uovo M arsilio era
a rriv a to , il q u ale era si posato in uno albergo con tu tta sua bri
ga ta , l u P assavan ti arriv. E com e fu fo n ella sa la dove lo
v esco v o era, subito P assavan ti dal vescovo fo cogn osciu to p erch
p i v o lte l a v ev a ved u to. E dim ostratosi di non a v erlo m ai v e
duto, lo dom and donde fo sse e q u ale era il suo cam ino. P assa
v a n ti d isse : Io sono di B arcellon a e t quine vo' ire, e sono stato
gran tem po in S ib ilia, dove ora gu erra grande, e t p a ce fore non
si pue se il r e Don A lfonso non d M arzia donzella p er m oglie 12

(1) Ms.: messosi.


(2) Ms.: stretamente.
900 NOVELLE DI OIOVANNI SBRCAMBI

e re O tte tto d i G ranate. E t pare ch e la fan ciu lla non aia stata
con tenta, e dove al sia andata lo re suo p ad re non sa , e t h a tetto
cerca re e cerca te tta la Spagna p er lei, e d icesi c h e e lla n'ha
portato di v a lsen te p ia d i cen tom ila doble e m olti g io ie lli. Lo
v esco v o d ice: Io v o g lio c h e ta stii m eco, o to ' c h e tu sii mio
spenditore. P assavantf d iee c h e non pu, p ero cch in Barcellona
g li co n v ien e an dare p er tra rre uno su o fra tello d i p rigion e, che
condannato a p erp etu o ca rcere. L o v escovo d ic e : T u verrai
m eco a R om a e poi terem o il cam in o d'A ragona e t ahrterotti ( i)
ca v a re il tu o fra tello di p rigione. P aasavanti, udendo q uesto, steo
contento, e tetto teso rieri e spenditore, cam inano p i g iorn i. Av
v en n e u na sera ch e 1 vescovo co lla brigata cap itolin o in nna
v illa , in n ella q u ale a ltro c h e un albergo era, in n e l q u a le erano
ca p iteti m olti a ltri fo restieri. N on di m eno una ca m eretta per lo
v escovo con u n o letto di cortin a fornito e t a ltr e co se o rrev o lite
trovato, e p er li a ltri assai p iocioissim a cosa, c h la m aggior
p arte, co si ca lo n a d com e a ltri, in n e lle sta lle e t a n co stretti
dorm ire potranno. La cena orrev o le, [fa ] m esso il v esco v o a letto
e l'a ltra b rigata, sa lv o P assavan ti, il q u ale in sa la co ll'o ste era
stato p er ftr e il con to e p agare, a cci ch e la m attin a cam inare
di buon'ora si possa. E p agato ch'ebbe, d isse: IT dorm o io? Loste
disse: In v erit e' non c' lu ogo verun o, c h tu tte le ca m ere sono
p iene, e ved i c h e la m ia donna e tu tte la fom iglia co n v ien e in
sala stasera dorm ire; m a .tu puoi fare b en e; io ti d ar uno pia-
m accio con u na carp ita e t in cam era d el vesco v o in su l solaio
ti corca e t a ltro m ig lio re lu ogo non c i v eg g io . D ice P assavanti:
C om e! non h a i tu ved u to ch e i calon aci non c i sono v o lu ti stare?
L 'oste d isse: D eh te q u ello ti dico; noi v e l m etterem o p er modo
ch e '1 vescovo non lo sen tfre. P assavan ti d ice: Io sono contento,
e t acconcioim o il letto . L 'oste di cam era u scio e t a dorm ire si
p nose. P assavan ti piano si m isse in su q uello tettu ccio . L o vescovo,
ch e tu tto h a se n tito , aven d o grande a lleg rezza di ta l ventura,
piano chiam P assavan ti d icen d ogli ch e in n el letto , dove lui
era, en trasse. P assavan ti d isse: Io sto b en e. Lo v esco v o d isse: Io
te i com ando ch e qui en tri. P assavan ti, p er ubbidire, in n el letto
en tr. Lo v escovo disse: P assavan ti, m etti qua la m ano. E Pas
savan ti la m ano d isten de. Lo vescovo la m ano prendeo e t in sul
petto se la puone. P assavan ti, ch e trova a m odo di du' m eluzze,

(1) Ma.: co n tero ti.


DE MAGNANIMITATR MDLIERIS ET BONA VENTURA JUVANI 201
diaae: C he v u oi d ire questo? Lo vesco v o d ice: P assavan ti, seppi
c h e lo sono M rzia, figlin ola d i r e Don A lfonso. E d icoti, se vorrai,
a ltr i c h e tn non ser m io m arito, p ero cch com e ti v id i tan to
m i se* p isc ia to , c h e am ore m h a stretta a p erfettam en te am arti.
E non d ub itare ch e di tu tte tu e a w e r sita d i ti ristorer, e t a cc i
c h e v eg g h i c h e c i sia vero, in fin e a v a le vo* c h e F anello m i
m e tti. E tra tta si F an ello vescovato d i dito, a P a ssa v a n o Io d i,
e lu i la spos, e poi si p reseno d iletto ; e fa tan to il p ia cere c h e
M arzia con P assavan ti la n o tte si d e n n o , c h e M arzia d isse a
P a ssa v a n ti c h e ancora lo di seg u en te a p p arecch iasse in q u el luogo,
e la n o tte sim ilm en te dorm isse in siem e, sim ilm en te com e fatto
a v ea n o . P a ssa v a n ti, lev a to si la m attina e t a llo ste d itto c h e ap
p a recch ia sse, dicendo a lla brigata : Il v escovo p er oggi cau lin are
n on vuoto; cosi e i f com e ord inato, e la n o tte sim ilm en te pia*
c e r e s i denno e poi [si] denno a cau lin are tan to, c h e a Rom a
g iu n sero . E fatto fa re la im b asciata a l san to padre d i v o lere par
la r e , lo papa con tento, il v esco v o and (1 ) solo con m esser A m en
e con P assavan ti dicendo : P ad re santo, posto ch e v o i m i veg -
g h ia te v estito com e vescovo, q u esto h o fatto p erch altram en te
a v o i non a rei potuto v en ire, e p er tan to e l'elezio n e e la v este
sta to cagion e ch e qui sono. E per sap piate ch e io sono M arzia
fig liu o la d el r e Don A lfonso, r e d i Spagna, il q uale v o lea ch e a
u n o c h e C risto non adora m i m aritassi, dando nom e ch e la pace
fa r e non s i potea; si ch e io, ved en d o c h e a uno S aracin o e v e c
c h io di se ssa n ta n n i m aritare m i v o lea, d ilib erai c h e voi m i d este
q u ello c h e a m e d i som m o p iacere, il q uale m eco h o con d otto.
E q u ello voglio e t v o i p rego ch e in luogo d i m io padre m i te
g lia te il dito, e lu i, ch e qui p resen te , sia con tento c h e io su a
sp osa sia . M esser A m an, ch e sta co lle o recch ie lev a te, p resto a
d ir s i , sp etta pur ch e 1 papa lo dom andi. Era questo m esser
A m an d i an n i quaranta e pi e t assa i d isu tile d ella persona. V e
d u to il papa la sa v ia dom anda e 1 sa vio m odo preso, d isse : E t
io son con ten to di ten erti il dito, m a non con cotesto abito, c h
licito non sere*. M arzia, c h 'e r a ita p ro v v ed u ta , d isse: Sicuro,
p a d r e , v o i d ite il v ero, ch in si fatta v e ste m aritaggio non si
de* fare. E tra tta sela , rim ase in una palandra dorata, ch e parea
u n a rosa, in tanto ch e l papa d isse: S e a l papa fa sse lic ito d i
p ren d er m o g lie, d a ltri ch e m ia non sa resti. E preso il dito a

(1) Ms.: andato.


202 NOVELLE DI GIOVANNI SERCMBI

M arzia, le d isse : E leggi, e M arzia d isse: C ostui m io cugino, e


b en ch a siffatte co se si sia trovato, io eleg g o P assavan ti. Il papa,
ch e P assavan ti h a ved u to, d isse: Donna, n m ica se' m atta aver*
telo scielto b ello com e tu b ella se. P assavan ti le m isse l'anello;
il papa li b en ed isse dicendo lo ro : C rescite e t m u ltip lica te il vo
stro sem e. E prim a c h e di quine M arzia s i p a rtisse, ordin che
'1 papa m andasse in aiuto a r e Don A lfonso d uem ila cavalieri,
d e q uali, p er ricom pensazione c h e m esser Am an non avea auto
M a rzia , lo fe' capitano d i q u e duem ila ca v a lieri. E sim ile ebbe
le tte r e dal san to padre c h e lo r e Don A lfonso fosse contento di
q u ello c h e M arzia fatto a v ea . A ppresso fe a l sig n o r di Barcel
lona scriv ere e com andare c h e V e g lio , fra tello d i Passavanti,
frisse d elle prigioni dilassato, e tu tte le d itte le tte r e funno os
serv a te e m esser Am an, con que' duem ila ca v a lier i e con Passa
v a n ti, m osse, e con que' duem ila ca v a lieri e con P assavan ti e con
M arzia in Ispagna giu n sero. E giu n ti, co lle b rig a te cavalcarono
addosso a l r e d i G ranata e tu tta su a b rigata m issero in iscon-
fitta e lo r e loro [fri] m orto. E p er questo m odo si diliyr
q u ella b attaglia e g u erra. P assavan ti con M arzia s i dienno pia
cere, e sem pre m esser Am an p er la v itto ria a v u ta et anco
per la ricom pensazione c h e M arzia g li vo lea fare, fri di continuo,
m entre ch e v isse, capitano g en era le. L a signoria d i Barcellona,
ved u te le le tte r e d el papa, subito V eglio cavarono d i prigione, e
V eglio, sen tito il fra tello esser gen ero d el r e di Spagna, in Ispagna
n and, n m ai poi patio disagio di n ien te.
DE RASON ABILI DOMINIO ET BONA JUSTITIA 203

57.
[THt. , 87].

DE RASONABILI DOMINIO ET BONA JUSTITIA.

N el ream e di F ran cia, tra la F ran cia e la P iccard ia, uno bosco
grandissim o, il q uale m adonna con tessa d rtese possedea, e t in
q u ello un b ellissim o p alagio, in n el m ezzo d i ta l bosco, era ed ifi
cato, a ccio cch [quando] m adonna la con tessa andare vo lea a lla
ca ccia , in quel palazzo rip osare si p otesse con tu tta la b rigata.
E ta l bosco era p ieno di m oltissim e b estie sa ly a tich e, e tu tto d'in
torno la m aggior p arte stecca to , acci c h e le b estie u scire non
p otessero. E t era il d itto bosco m olto gran d e accosto a una
strada ch e v en ia di P iccard ia a P a rig i; a l qual bosco m oltissim i
la d ri e m alandrini si riduceano a m al fare, e t il m odo ch e ta li
rub atori ten ean o era questo, ch e uno de' d itti rubatori si ponea
in su lla strad a, ch e a lla to a l bosco era , in form a di uno ro
m eo povero, ch e a cca tta sse, con uno cap p ello in capo di ferro
e foderato di panno, acci ch e, se alcu n o la v esse percosso, non
a v essen e auto a lcu n m ale, e t uno co lte llo sotto con uno bordone,
a ssa i il ferro grande. E com e v en ia la persona a ca v a llo o a
p i, chiedendo lim osina s'accostava a ta l viand an te, e se a p i
era , subito l'avean o preso, e tira to n el bosco, l'u ccid evan o e poi
lo rubavano. E t se era a ca v allo e t a ltri si ferm asse p er dare
lim osina, lo ru b atore s'accostava e prendealo p er la b rig lia e t
c o l co ltello p er lo p etto g li dava, e d el ca v a llo lo fe cea ca d ere,
e conduttolo in n el bosco, q u ello uccideano e rubavano. E se pi
duno fu sse ch e d quine passasse, il prim o rubatore lo lassava
en tra re tan to, ch e tre o quattro rub atori trovava in n ella strada
accattan d o; e se avven ia ch e non si v o lessin o ferm are, fceano
certo segn o d'un corno, e dinnanti e d irieto u scivan o loro addosso,
e se non erano ben forti, q u elli ch e passavano rim aneano m orti
e ru b ati, e t eran q u esti m alandrini gran q uantit, e cen tin aia
n e avean o m orti e rubati. Un giorno m adonna con tessa volendo
cam in are a P arigi, avendo seco m olta baronia, com and ad un
su o spenditore ch e cav a lca sse in n an ti p er p oter ap p arecch iare per
le i e p er la b rigata. E com e il d itto spenditore, con alq u an ti in
su a com pagnia, ftinno in n ella strada appresso a l d itto bosco,
204 NOVELLE DI GIOVANNI SBAC AMBI

q uin e (1) trovonno alcu n i ch ied en d o lim osina. Lo spenditore,


avendo cu ore ad a ltro , a n ien te risp u ose e pass v ia con du com
pagni. E com e alquanto funno dentro in n el cam ino en trati, tro
vonno ch i lim osina dom and. Lo sp en ditore ferm andosi, li com
pagni inn an ti, com e lu i vu ol m ettere m ano a lla sca rsella per fere
elem osin a, q uel m alandrino, facendo v ista di v o lere la limosina
p ren d ere, g li p rese la b riglia d el ca v a llo . L o sp en d itore, avendo
l occh io a com pagni, li v id e da alquanti m alandrini g itta re a terra
d i ca v a llo , e ved en d osi da q u ello la b rig lia presa, e con uno col
te llo g li v o lea p er lo p etto dare, com e (2) v a len te c o lla spada
a l m alandrino d i in su lla testa d icen do: L adro, tu s e morto. E
co si pens ch e m orto fh sse, e speronando il ca v a llo p er forza,
10 m alandrino non poteo il ca v a llo ten ere. E quando in sulla
testa g li d i, la spada torn in a lto e neuno m ale g li fece, so
nando il cappello, ch e era d 'acciaio. E riv o lg en d o si addietro,
alcu n i di q u elli m alandrini se g li volea p arare in n a n ti. Lo spendi
tore, essend o b en e a cavallo, pass ch e m al non li fen n o, e ri
tornato a m adonna la con tessa e narrato ch e a l b osco suo era
stato assalito, ch e quasi non fu m orto, e c h e v id e i suoi com
pagni p ren d ere e t p ensa ch e m orti siano, m and la contessa,
subito ritorn ata a rieto, e fatto raunam ento di tu tti i circostanti
e com andam ento ch e ogni persona si debbia tro v a re c o llarme e
con tu tti i can i a l bosco, in m en d i du d ie la co n tessa ebbe
raunato pi di seim ila p erson e. E circond ato il bosco da tutte
parti, acci ch e persona u scire non n e possa, e* m issen o dentro
pi di duem ila can i con m olta g en te arm ata. Com e li ca n i dentro
fnno en tra ti, le b estie sa lv a tich e m ossensi e p er lo bosco an
davano. Li m alan drini, ch e ci sentono, volean o d el bosco uscire
p er paura d elle fiere e t anco de* can i e d ell! om ini c h e dentro
en tra ti erano, e credendo cam pare d alle fiere, eran o presi da
coloro ch e intorn o al bosco a guard ia erano m essi, e q u elli ch e .
sa w e d e a n o d elle b rigate ch e intorno aveano, in lo co contrario
p er lo bosco andavano, e m olti d alle fiere n e fnno m orti. Ulti
m am ente pi di sessan ta diliberonno en trare in n el palagio, sti
m ando ch e quine en tra re non si d ovesse. E la con tessa m esse le
gu ard ie intorno e la in trata dentro con resto d elle b rigate e tutti
11 ca n i, in tanto ch e ven en d o ristrin gen d o il bosco fino a l pa-12

(1) Ms.: la quine.


(2) Mb.: la u come.
DE RAS0NAB1LI DOMINIO ET BONA JUSTITIA 205

la g io and, avendone d fiiori p resi pi di cen to e dentro pi di


quaranta e pi di cinquanta ritrovoim o d a lle b estie esser m orti.
E g iu n ta la con tessa a l p alagio, e vedendo li m alandrini in q u ello
essere, subito fe m ettere ftioco in n el palagio. L i m alandrini, v e
dendosi a m al partito, p arte se n e gittaron o d alle fin estre e p resi
funno e t alquanti n 'arse d en tro in n el palagio. B t avu tan e v it
to ria , tu tti q u elli c h e p resi av ea , cosi fe riti com e sa n i, e q u elli
c h e le b estie avea n o m orti, intorno a q u el boeoo li fe' ap p iccare,
aioch p i d i d ugento cin qu an ta la d r i q u ella oonteasa prim a c h e si
p artisse ap piccare fe', fra' q u ali v e n 'eran o g ran p arte d elle su e
te r r e , gen tilom in i, o d 'altre condizioni. E tornata in suo p a ese,
tu tto ci c h e ta li lad ri avean o di m obile attrib u io a lla su a ca
m era, e fu la d itta con tessa p er la su a g iu stizia p er tu tta la
A rancia e p er q u el p aese lodata, e dallora untanti p er q u ella v ia
an d are si potea con oro in m ano sen za esse re offeso.
206 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

58.
[T it., n 88].

DB LATRONES ET BONA JUSTITIA.

F u iu G enova du fra telli lad ri, li q uali l uno a vea nom e Bo-
vitoro, l'a ltro B ellu ccio , ch e avendo desiderio di gu adagn are sen za
fatica, andavano di n otte rubando e strafiggen do b o ttegh e e case,
e questa v ita teneano, e pi v o lte andonno a uno fondaco d'uno
m ercadante nom ato A gustino, e di q u ello pi co se furato o tolto
avean o, di ch e il d itto A gustino p i v o lte doluto se n ' alla s i
gn oria di q u ello ch e a lu i era stato fatto; e n ien te g li v a lea ,
p erch di continuo, quasi ogn i m ese, p er li d itti fr a telli g li era
a lcu n e co se ru b ate. A gustino, ch e v ed e ch e p er la g iu stizia non
si pu tro v a re m odo, avendo ved u to dove i lad ri entravano,
d ilib er a p i d ella fin estr a , dove in n el fondaco scendeano,
m etter uno tin elletto pieno di visca g in e stem prata, acci ch e, se il
ladro v'en trasse, v i fu sse preso. E com e pens m isse in effetto.
E fatto la v isca g in e stem prata, e m essa in luogo ditto, sen za ch e
ad a ltri lo p alesasse, d iven n e ch e una n o tte il p red itto B ovitoro
e B ellu ccio andonno a l fondaco d'A gustino, e p er lo luogo ordi
nato B ovitoro si cal en tro, e quando fti p er la ssa rsi andare,
credendo andare su l terren o, g li v en n e andato in n el tin ello d ella
v isca g in e. B ovitoro, ch e si v ed e in vescato, volen d osi co lle m ani
a iu tare, pi s'in vescava, p er m odo ch e non a v ea b alia c o lle m ani
n co p iedi p otersi aiu ta re, n di q u ello tin ello u scire; m a com e
se ch iavato v i fu sse stava sodo. B eliu ccio, suo fratello, vedendolo
a ta l partito, volen d ogli a iu ta re, p er le sp a lle il tira v a e n ien te
v a lea . E stando in ta l m aniera, aspettandosi il d ie, B ovitoro disse
a B ellu ccio suo fra tello : F ra tei m io, io veggo c h e m orto sono, e
se qui sono trovato, a m e con verr con fessare li flirti fa tti e con
cu i, p er la qual cosa m i con verr te nom are e v er resti a d over
p erd er la persona, n m ai i nostri fig liu o li arenn o onore. E p er
tan to ti dico, p oich a ta l p artito sono ch e cam pare non posso,
e p er scam pare te e la roba, e p er am ore de' n ostri fig liu o li,
ch e tu m i le v i la testa acci ch e cogn osciu to non sia, e p er
questo m odo tu cam perai e la roba e t i n ostri fig liu o li non aran n o
vergogn a. B eliu ccio, ch e h a udito il suo p ericolo, vedendo c h e
'1 fra tello cam pare non pu, subito con uno co lte llo il capo d a lle
DB LATRONES ET BONA JUSTITIA 207

sp a lle a l fra tello lev, e q u ello n e port col pianto a casa. L i


fig liu o li d ell'u n o e d ell'altro, vedendo p ian gere B ellu ccio, non sa
pendo il p erch , com incionno ezian d io li fa n ciu lli e le donne a
p ia n g ere. L a m attina lev a to A gustino e trovato q u ello sen za capo
in uno tin ello , lo podest subito avendo fatto p ren d ere q uel corpo,
n on potendo sap ere c h i si fu sse, pens doverlo far p ortare p er
la terra , pensando c h e coloro di ch i p aren te fu sse d ovessero
p ia n g ere, im ponendo a l suo ca v a lieri ch e quine u' sen tisse pian
g e r e ricerca sse, ch e di q uella casa il corpo sarebbe. E fattolo
p u o n ere in su una ca rretta , con uno tam buro tonanti, p er la terra
fu portato, e quando a casa d i B ovitoro fu arrivato, il ca v a lieri
sen to p ian gere donne e fan ciu lli. Subito sa lito le sca le, dimane
dando q u elle donne p erch p iangevano, loro, ch e n ien te sapeano,
d issen o: N oi piangiam o p erch B eliu ccio stan otte torn m olto
piangendo. Lo ca v a lieri d isse: 'Y ' B ellu ccio? L e donne e i fan
c iu lli disseno : E gli in cam era. B ellu ccio, ch e sen te la fam iglia
dim andare il p ian gere, pens subito p otersi scu sare p er certo
m odo, e p reso uno co ltello , in su lla m ano si d i p er m odo, ch e
m olto san gu e v ers . Lo ca v a lieri, giun to dove B ellu ccio era, v e
dendolo p ian gere, lo dom and d ella cagion e. L ui disse: P er ch
m 'h o fatto m ale, com e v ed ete. Lo ca v a lieri, quando ved e il san gu e,
su b ito con aspro v iso m inacciandolo, d isse : Tu se* q u ello ch e h a i
m orto q u ellom o in n el ta le fondaco. E leg a to g li le m ani, subito
10 condusse a l podest. Lo podest, ch e con osceva B ovitoro e
B ellu ccio , g li d isse: C he di B ovitoro? B ellu ccio d isse: E gli
andato un poco a ltro '. Lo podest d isse: Quando di fuora [and]?
B ellu ccio d isse: Ieri, in su lla terza. Lo podest, ch e a v ea ved u to
B ovitoro presso a sera , d isse: D eh, ladro, tu m i cred i ingannare,
ch io so ch e B ovitoro tu o fratello h a i m orto. E pertanto non
v o le r e ch 'io ti gu asti d ella persona, confessa il p eccato com m isso,
a ltram en te io ti dar tan ta co lla, ch e te i con verr con fessare.
E fattolo sp ogliare, B eliu ccio , sen za esser pi gu asto, confess
tu tto . Lo podest lo dom and [d ove] avea la testa d el fratello.
B ellu ccio q u ella appales, e con fessato i flirti fa tti co l fra tello ,
e datogli il term in e, a uno paro [d i] forch e lu i e l fra tello m orto
ap p iccare fe*, facendo ristitu ire le co se to lte. E p er questo m odo
11 du' fra telli avanzaro.
208 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

59.
[Tifo, a a].

DE MALITIA HOSPITATORIS.

A l tem po d el m a rch ese A lberto da E ste, m a rch ese d i Ferrara,


fa uno o stieri nom ato R u stico, il q u ale con u na sua d onn a chia
m ata B ontura focean o uno alb ergo appresso a F errara in su l Po,
a lla to rre d ella fossa, e com pravano d al m arch ese la gab ella del
suo o stiere, com e oggi si ih . A vea questo o stieri e B ontura uno
figliu olo G avesteo danni tred ici, il q u a le dal padre e d a lla madre
a v ea im parato a c h e m odo si m onta col cu lo in su lle forche,
cio ch e av ea dal p adre e d alla m adre in c h e modo s uccidea e
ru b ava, e t era tan to ven u to esp erto di ta l m estieri, c h e d i con
tinuo, com e v i v en ia alcu n o o stieri ricco , lo d icev a a l padre et
a lla m a d rech e ta le si vo lea u ccid ere e ru b are. E la m aggiore
p arte di q u elli ch e a l suo albergo ven ean o, se non er a b en forte
e ben p rovveduto, eran o m orti e ru b ati. E t alcu n a v olta aecadea
c h e a lcu n fan te soldato con una su a p anziera indosso capitava
d i di a q u el posto. R ustico, volen do (1 ) q u el fon te ru b are [e ] per
forza non a r e p otuto, lo dom andava se q u ella p an ziera eb e in
dosso p ortava ven d ere v o lea, d ieen do: Io la com pro buon pregio,
se e lla m i p ia cesse. E tanto dioea, c h e il sold ato la p a n ziera si ca
va v a , e com e R u stico la p an ziera in m ano a v ea , d icea : Questa
p anziera perduta. Lo soldato d icea: P erch ? R u stico rspondea:
P erch sen za b u lletta la p anziera, c h e p er v en d ere portava nel
terren o di F errara, g li v o lea ca v a re. E p er questo m odo quello
ch e p er forza ru b are non potea, lo rubava con lu sin g h e e ma
lizia . E p er q u esti m odi n a v ea ta n ti m orti e ru b ati, ch era uno
stu p ore. E t essend o uno m esser N isierna g iu d ice, v en u to di Fri-
g o li da officio co lla su a donna, fig liu o li e fam igli, e co suoi ar
n esi, e t in fra la ltr e co se a v ea u na v a lig e, n ella q u a le a v e pi
d i m ille d u cati e ta zze e g io ie lli dargen to du na gran valuta,
aven d o d el m arch ese le tte r e di passo, arriv a llalb ergo di Ru
stico ditto, a l quale m esser N isiern a d isse c h e q u ella v a lig e gli
serbasse, ch e dentro v era gran v a lu ta dargen to. R u stico allegro 1

(1) Ms.: vedendo.


DE MALITIA HOSPITATORIS 209

d isse: V o len tieri. E non ved en d o R u stico il m odo di p oter e l


g iu d ice e la su a b rig a ta u ccid ere, avendo d esiderio d i ru b are
q u ella v a lig e, pens p er a ltro m odo fare da v erla , e co lla m oglie
e c o l figliu olo ordin c h e la v a lig e si leg a sse in una itin e, e con
u n o to v agliolo sotto lacqua d el ca n a le si ferm asse, gittan d o la
v a lig e in n el ca n a le. E poi ordin, quando m esser N isiern a fu sse
a letto , c h e si m ettesse fuoco n ello albergo. E com e sap ete, q u elle
c a se sono tu tte di p aglia e d i v in ca stri, c h e poca fatica a ar
d ere. E com e pens fe, ch e v ed u ti tu tti q u elli ch e con m esser
N isiern a erano andati a posare, R u stico, B ontura e t il figliu olo
a u n colpo in tr e la ti d ella casa ebbeno caccia to il fuoco. M esser
N isiern a , sen tend o il fuoco, subito p rese p en sieri di cam pare le
person e, non curando d 'altro e [co n ] pochi panni fh ori d ella ca
setta usciron o. L a ca setta a rse con tu tti arn esi di m esser N i
siern a . E fattosi a v ed ere con m alin con ia, dicendo a lloste dove
a v ea la sua v a lig e m essa, loste risponde ch e la v a lig e con tu tte
su e co se sono arse, facendo gran d e scalp ore e dicendogli : V oi
m a v e te arso lo m io albergo con tu tte le m ie m asserizie e t a r
n e si. M esser N isiern a, ch e in pi offici era stato, e g i di m olti
la d ri a v ea gi fa tti ap piccare, cognoscendo la m alizia di q uello
R u stico ostieri, g li d icea p iacevolm en te, p er v en ir a l fatto suo,
d icen d ogli: Io ti prego se sap essi in F erra ra fu sse persona c h e
m i vo lesse ser v ir e di fiorin i trecen to o dugento alm eno, p er
com pensazione del danno c h e h ai ricev u to , e p erch io n e po
te ssi torn are a S ien aV et io li rim ander. R u stico d ic e: Io non
v e l so ch i v i p resta sse uno m archesano. Lo g iu d ice d ice: N on
ti dispiaccia, io vo* an dare a F errara, e t a l g iu d ice del podest,
c h e di m io paese, lo far sta re m allevad ore d ella som m a ch e
io ho ditto. R u stico d ice: C otesto p otete fare, e fa te ch e l m io
danno m i m ondiate. M esser N isiern a d isse: Io la scio la m ia fa
m iglia, ch e prim a ch e io m i parta tu sarai ben con tento. E fatto
ad alcu n o suo fam iglio cenno, d isse ch e ponessero ben m en te
ch e l o ste non si p artisse, c h e sem pre co lu i stia te, co lla m oglie
e poi figliu olo, fin e ch e io ritorno. Lo fam iglio sa ccen te steo a v
ved u to ch e R u stico non si p a r tisse , dandogli parole. N isiern a
a F errara nand e subito dinnanti a l m arch ese singen occh i,
d icen d ogli c h i e g li era e donde ven ia e com e co lla sua donna,
fig liu o li e fam igli a llalbergo di R u stico, a lla to rre d ella fossa,
era cap itato, e tu tto p er ordine raccon t a l m arch ese, d icen dogli
c h e in n ella sua v a lig e erano pi di m ille d icati e m olte ta zze
e g io ielli, e penso ch e, se arse fossero, lo fuoco non esser tan to
210 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

p oten te ch e consum ati li debbia a v er n fonduti. E pertanto vi


d ico ch e se tra la cen ere si trovano, R u stico non esse r in colpa
d el fuoco e t io tu tto g li vo m ondare, e se ta li d ucati e gioielli
non si trovano, lu i de' esser stato q u ello c h e 1 ftioco, p er ardere
m e e tu tta la fam iglia, m isse, p er rubarm i la m ia v a lig e. Lo mar
ch ese, ch e m olte ca ttiv it avea udito d ire di R u stico, di fede
a N isiern a, e subito m andato p er m esser lo podest e dittogli
tu tto , lo podest in persona, co l su o g iu d ice e fam iglia, con messer
N isiern a a lla to rre d ella fossa andarono, dove R u stico, la moglie
e '1 figliu olo e tu tta la b rigata di m esser N isiern a [trovarono]
quasi nudi. E fette cerca re la cen ere, trovand ovi la fibbia e le
sp ran ghe d i u na cin tora c h e m esser N isiern a p ortava cinta, e'
d isse a l podest: P o ich v ed ete c h e q uesta fibbia non b a e avuto
p er lo fuoco alcu n o gu astam en te, ch , v ed ete, fin e i chiovellini
con ch e eran o ch ia v a te le sp ran ghe sono in teri, c h e dovranno
esse r li ducati e le tazze? Lo podest, ved u to c h e a lcu n a cosa
non v i si trovava, fiatto pren d ere R u stico, B ontura e *1 figliuolo
e m essi alla co lla a uno albero^ collan do R u stico e B ontura, con-
fessonno dove la v a lig e era , e q u ella ap erta, v i si trov li du
ca ti e tu tte le cose d itte. Lo podest f* a m esser N isierna ri-
stitu ire ogn i suo danno e R ustico, B ontura e '1 fig liu o lo a uno
paio di forch e, ch e p er loro si fenno, funno a p p icca ti, e t ogni
loro b en e si tribut a lla cam era d el m arch ese, e co si morinno
q u elli ladri.
DE FALSA.TORES ET BONA JUSTITIA 2 ii

60 .
[THt., a* 90].

DE FALSATORES ET BONA JUSTITIA.

N el tem po c h e 1 dugio D raconetto, di c a D andolo di V in egia,


fu dugio, v en n e uno stran io nom ato F iordo, il q u ale con su e m ani
fabbricava d'ottone, o v vero di ram e dorato, d u cati proprio a l cu n gio
c h e la citt di V in egia cugna, e m oltissim i n 'avea g i cu g n ia ti,
e t in m olti lu o g h i quine, u ricon osciu ti non erano, n 'avea sp esi in
q u a n tit . D ivenne ch e un giorno n el m ese di lu g lio v en n e il d itto
F iord o a lla citt d i V in egia on orevilm en te v estito , e t andato di
m andando oro filato e freg i, fu g li d itto o m ostrato il luogo, dove
F iordo s'accost a una di q u elle m ereiaio, ch e ta li co se vendono,
dom andandola se d i q u elli freg i o oro a v ea. La donna, nom ata
m adonna M archesetta, d isse: A ssai c e n e sono; e m ostrgli di
m olti freg i e oro, ch e v a lesse la som m a di d ucati d n q u ecen to .
P esa te le co se e m esse in assetto e fetton e uno ferd elletto , il
p red itto Fiordo d isse a m adonna M archesetta c h e seco andasse
a l banco p er v ed ere innom erare li d ucati c h e a v er de'. La donna
co n ten ta , p erch i suoi freg i e oro a v ea ben venduto, con F iordo
a l banco n'and. C avato fhori una borsa verde, in ch e a v ea du
c a ti d n q u ecen to n uovi di zecca , e q u elli [d a ti] a l b an ch ieri, d isse
se alcu n o v e n e fu sse c h e non frisse recip ien te. Lo b anchieri
d isse : Q uesti d ucati sono n u ovi e non hanno alcu n a m ancanza.
F iordo d ice a lla donna c h e innom eri se sono d n q u ecen to . La
donna li tira a s. F iordo g lie li g itta a quattro a q uattro, tanto
c h e cin qu ecen to li h a e trovati, e t m essoli F iordo in q u ella borsa
v erd e, con una poca di cera la borsa su g g ell , dicendo a lla donna:
A ndiam o a lla b ottega. A vendo q u ella borsa in m ano, p resen te la
d onna, a lla b ottega n e vanno, e m entre ch e cam inano, F iordo
tra sse fuori del sen o una borsa sim ile a q uella in c h e erano li
d u cati, p iena e su g g ella ta , fe v i] a v ea ducati cin q u ecen to falsi
d orati d'ottone, e riposasi (1) q u ella de' v er i. E g iu n ti a b ottega,
la donna p rese la borsa su g g ella ta cred en do ch e fusseno q u elli
c h e a l banco v ed u ti av ea , e dato il fard ello de' freg i e d elloro 1

(1) Ma.: ripostasi.


212 NOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

a Fiordo, F iordo, ch e le co se a v ea in punto, subito in u n a barca


en tr e dato de* rem i in acqua in suo p aese ritorn. Madonna
M archesetta, aperto la borsa sopra uno tappeto, v id e q u elli du
ca ti lu stran ti, aven d ole p arato gu adagn are la quarta p arte, avea
grande alleg rezza . E m en tre ch e ella in ta le a lleg rezza dim orava,
sop ravven n e uno su o fig liu o lo nom ato T ano. L a m adre g li dice :
T ano, o g g i abbiam o avu to il buono guadagno d*una v en d ita fetta
di ducati cin q u ecen to di freg i e t oro ven d uto, c h e se n e gua
dagna il quarto. T ano, ch e ode q u ello ch e la m adre h a e fatto, steo
con tento d icen do: U* sono li d ucati? La m adre la borsa g li porse.
T ano q u ella ap erse, e ved u to li d u cati q u elli esser fa lsi e dot
ton e, d isse ( i ) a lla m adre: N oi siam o d isfatti. La m adre d ice tutto
il m odo tenu to di q u el ladro. Lo fig liu olo, com e sa v io , disse :
M adre m ia, d i q u este co se non feto m otto fin e a ta n to ch e io
n on fio p arlato a lla sign oria. E m ossosi, subito con q u e lla borsa
de* d ucati fe lsi alla signoria n*and, e con tato q u ello c h e alla
m adre era incontrato d ella m oneta falsa, m ostrando li ducati ri
cev u ti, la signoria vedendo lo nganno fatto e *1 trad im en to di
co lu i c h e ta li d ucati in V in egia condusse, d isse (2 ) a T an o: Poich
tu non sa i ch i ta li d ucati t*ha d ati e noi non possiam o questo
sap ere, e pertanto b en e, a v o ler rin v en ire questo fetto , ch e tu
e tu a m adre di ta le sp esa non dobbiate a p ersona appalesare,
n d im ostrarvi m alin con ici, m a sem pre a tten ti se q u el ladro ri
cap itasse, e q uesti ducati la ssera i in p alagio, a cci c h e spandere
la n o v ella non si possa. E Tano, cognoscendo ch e non v era altro
rim edio a d overe il su o ria v ere, su bito se n e torn a lla madre,
la q u ale d ogliosa trov, d icen dole tu tto ci c h e la sign oria gli
a v ea d itto. La m adre, com e sa v ia , in s ten n e cela to q u el fetto,
asp ettan d o tem po. E stando p er ta l m odo sen za sp and ersi niente
d ella cosa, p assato uno anno, il p red itto F iordo, a v en d o sentito
ch e neu na cosa s*era d itta di d ucati la ssa ti in V in egia filisi, pens
an cora di nuovo la rte sua m ettere in effetto . E v en n e a V inegia,
dim andando, com e sta to non v i frisse m ai. U ltim am ente ven n e alla
b ottega dove m adonna M arch esetta dim orava, dim andando fregi
e t oro. M adonna M arch esetta, ch e ricogn osciu to l ebbe: O m essere,
io h o e la p i b ella m ercanzia ch e m ai ved este, e p erch altra
v o lta m i fe ceste buono pagam ento, io v i m ostrer tu tto ci che 12

(1) Ms.: dicendo.


(2) Mb.: dicendo.
DE FALSATORBS ET BONA JUSTIT1A 213

io h o e in b ottega. E com inciando a sp ieg a re freg i e t oro, ch e una


m a raviglia p area, F iordo avendone m essi da parte gran quan tit,
la v a lu ta di p i d i d ucati m ille, sop ravven n e T ano, figliu olo di
m adonna M archesetta, d icen d ogli la m adre: 0 figliu olo m io, questo
q u ello buono am ico c h e da m e com pr tan ti fregi, d i ch e gu a
dagnam m o cotanto. E per io ti prego c h e v o g li ch e stam an e
d e sn i con esso n oi. T ano d isse a lla m adre: Io sono con ten to, e
p a rtito si, a lla signoria n and, e raccon tato la ven u ta di co lu i ch e
i d u cati fa lsi a vea a lla m adre d ati, subito la sign oria lo m and
a pren d ere, e con d ottolo a l p alagio e fattolo cerca re, trovonno
c h e F iordo a v ea indosso pi di du m ila d u cati fr isi e ben m ille
d u gen to ducati n u ovi doro. E fattolo con fessare il m odo d el bat
te r e e d ello nganno ch e di ta li ducati facea, non volen do a ltre
p ro v e, la signoria g li fe' cu cire sopra una palandra tu tti li du
c a ti fr isi, e con q u ella a l fu oco fu m esso. E co si m oro e t a m a
d on n a M archesetta e t a Tano funno ristitu iti li ducati cin q u ecen to,
e cin q u an ta pi p er lo suo in teresse, stando poi la m adre e T ano
c o n li o cch i pi ap erti.
214 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

61 .
[T it ., n 91],

DE MASSIMO FURTO.

In n ella citt di M ilano, a l tem po c h e m adonna R em a m oglie


di m esser B ernab V iscon ti era donna di m esser B ernab sig n o re
d i M ilano, la quale, la d itta m adonna R ein a, ten ea il su o teso ro
in uno casam ento to m ia to di uno procinto, e con m olte c h ia v e
di u sci e le cam ere serra te, in n el q u ale luogo non sta v a p er
sona alcu na. U no sen sa le nom ato T aisso, avendo alcu n e v o lte
ved u to il lu ogo dove m adonna R ein a lo tesoro rip onea, p erch
a lcu n e v o lte co l teso rieri v era andato p er fargli com prare m er
can zie, e t vedendo ch e grandissim o tesoro era in q u el lu ogo,
volendo tosto ricco d iven tare, pens to llero di q u ello tesoro. E
p erch solo ta l cosa fare non potea, diliber di dirlo a uno su o
fratello m inore di tem po di lu i nom ato Orso, e fattolo sap ere a l
fra tello Orso, con tento, una n o tte si m osseno e t andarono con una
scala di funi a l luogo l u il tesoro era, portando T aisso u n o
buono m azzo di can d ele di cera . E g iu n ti, la sca la attaccon n o
a' m erli e diliberato T aisso, p erch il m odo d ellen trata sapea e
quine u si ten ean o li denari, di v o ler lu i andare, lassando il
fra tello a rice v ere q u ello c h e rubasse, e m ontato in su l m uro,
tir su la fune con la scala di funi e dentro la lass andare,
avendola a l m erlo ferm ata, e scese g i , e quine ap prese il fuoco,
ch portato a vea da fa rn e, e con q u elle can d ele a rse il lu ogo
quine u stava la serratu ra e t ap erse l uscio, e co si and facen d o
tanto ch e a l cassone, dove lo tesoro era, giu n se, e co l fuoco a p erse
lo cassone, e di q uine ritra sse una borsa di fiorin i d iecim ila e
q u elli g i li cal al fratello. Lo fratello, ch e era stato inform ato-
da T aisso, li port a casa et in n ella sta lla li sotterr. E ritornato,
T aisso, ch e era andato a llo casson e, quindicim ila ne tra sse in
du borse, e sim ile a l fra tello li diede, facendone com e d elli a ltri,
e tan to fece T aisso co l fratello, ch e fiorin i ottanta m ila n a v ea n o
tra tti. E vedendo v en ire il giorno, non potendovi pi sta re, s e
n e u scio fuori, ritirand o la sca la , acci ch e persona non se n e
p otesse a cco rg ere; e t andatosene T aisso e t Orso a casa, d isse
T aisso: N oi siam o grandi ricch i se sappiam o fare. E p erch io-
sono stato alcu na volta a ved er il tesoro col teso rieri, p en so,.
DE MASSIMO FURTO 215

quando aneleranno a guardare, vedendo il danno fatto, ch e non


m e n e danno la colp a, e pertanto ti dico ch e b en e ch e tu te
n e vad i a V in egia, e t io cam bier q uesti fiorin i e rim ettero tteli,
e di poi m e n e v err e e potrem o sem pre m ai god ere. Orso d isse
c h e g li p iacea, e d ilib er la m attina rin v eg n en te andare verso
V in egia e p ortare trem ila fiorin i, e co si f. G iunto Orso a V i
n eg ia , T aisso subito se n'and a uno giovano cam biatore nom ato
C ione, d icen dogli: Io v o rrei cam biare p er V in egia fiorin i duem ila.
Lo giovan o d isse: Io sono contento. E preso da T aisso duem ila
fiorin i, g li f u na lettera in V in egia ch e a Orso fiissen o dati e
co si li ricev eo . E p er non m olti d steo c h e di n uovo d isse a
G ione ch e vo lea cam biare con lu i fiorin i trem ila p er 'Vinegia.
C ione, ch e avea ben guadagnato la prim a v o lta , p rese q u elli
d in ari e t una lettera fe c h e a V in egia fusseno a O rso d ati. V e
dendo T aisso ch e Cione lib eram en te lo cam bio focea, g li d isse
c h e sim ili lettere volea per fiorin i trem ila c h e in V in egia a
Orso fu ssen o d ati. C ione, ch e v ed e c h e T aisso q uesti d in ari g li
d, e sapea ch e non era sofflcien te a cinquanta fiorin i, stim
p er certo T aisso d overli a v er ru b ati, e chiam atolo in n el banco
g li d isse: P er certo, T aisso, tu d i a v er rubato q u esti dinari, e
per, se non m e n e fai p arte e d ichim i a c h i to lti li b ai, io
t'andr a ccu sare. T aisso, ch e la paura lo fa trem are, d isse : D eb
C ione, non v o ler sap ere a ch i to lti sien o . Io sono con ten to ch e
dogni cam bio ch e m eco forai il terzo tu o sia, e fin e a ora di
q u esti trem ila fiorin i, c h e farai in V in egia ch e a Orso m io fra
te llo siano dati, io te n e dar qui fiorin i q uattrom ila cin q u ecen to.
G ione d isse: Io sono con ten to. E fattogli la lettera d e trem ila ,
rice v eo quattrom ila cin qu ecen to, d icen d ogli T aisso: Io ti for il
p i ricco b an ch ieri di M ilano. C ione, com e giovano, sta ferm o
a l guadagno. T aisso d isse: C ione, io v o rrei ch e di quattrom ila
fio rin i m i fo cessi lettere , e t io te n e do seim ila. C ione d ice : Vo
le n tie r i; m a vo v ed ere se il banco di V in egia lh a e d in ari, al
tram en te li pren d er da ltri. C ione, con tento d i fore la lettera ,
v ed e c h e q u elli di V in egia non hanno di loro pi d in ari. P arl
a l fra tello suo m aggiore d icen dogli esser di b isogno c h e noi pren
dessim o p er V in egia fiorin i quattrom ila. Lo fra tello d ic e: Or
com e pu essere, ch e pi di fiorin i n ovem ila avevam o l ? ora
com e accatterem o n o i dinari a u ce (1) da v erli? C ione d ice: F ra tei1

(1) Cos nel ms. Non so che voglia dire.


216 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

m io, tu tti q u elli ch e quine avevam o, io l*ho cam biati con gran
dissim o nostro profitto, e t h o lli qui a u ti con tan ti. Lo fra tello dice:
Ora con cu i s possuto fe re si grosso cam bio? G ione d isse: Con
T aisso. Lo fra tello d i G ione d ice: Gol d ia u le! o e g li non h a il
v a lo re dun grosso! p er certo se co* lu i fetto lh a i, lu i li de* a v er
ru b ati; m a io m i m eraviglio c h e ta n ti n'abbia p otuti rubare, ch io
non so c h i si possa esse re q u ello m ercadante c h e non se n e
fe sse g i saputo la n o v ella . G ione d ice: Di v ero lu i m h a con
fessato ch e to lti l h a, ch e m etten d ogli paura m h a trib u ito lo
terzo, c h e d'uno cam bio ch e ultim o fe ce di fiorin i quattrom ila
cin qu ecen to, e t ora di q uesto m e n e vu ol d are seim ila e t io g lie l
faccia di quattrom ila. N on m h a v olu to d ire a ch i. Lo fra tello
di Gione, sentendo il p ericolo c h e v en ire n e p otea a lu i e t a l
fratello, diliber a l tu tto v o ler sap ere A c h i T aisso li fiorin i a v ea
to lti, dicendo a Gione c h e a l banco lo feccia v en ire e c h e ar
re ch i li seim ila fiorin i e tu g li fera i la lettera . G ione co si fa, e
*1 fratello resta in bottega. T aisso ven u to con dinari, G ione lo
m ena in fondaco, dove era il fratello. Lo fra tello di G ione g li
d isse: T aisso, io v o sap ere a c h i to lti h a i questi d in ari, a ccio cch
noi an cora possiam o p rendere p artito, e com e h a i fetto patto
con Gione, cos ti voglio o sservare ch e la terza p arte sia nostra,
e le due p arti tu e, e se cento [m ila] fiorino fu ssen o, ta n to l'ar
pi a grado. E t ora sono con tento di p ren d ere q uesti seim ila ;
io ti fer la lettera di q uattrom ila. T aisso d ic e : Or c h e leva?
io li h o to lti a persona ch e poco danno n e pu a v ere, e sono
p i di ottantam ila. S e io a v essi avu to pi d ella notte, io n a rei
pi di dugentom ila, e penso, se v er rete m eco, e' sere ch e in
m eno di du n otti v e li m etter in m ano. Lo fra tello di Gione
d ice: O him p er D io, T aisso, feciam lo e tien m i secreta la cosa.
Gi ch e vorrai da noi a ra i, e p er p oter fa re pi secreto e m eglio,
io voglio m andare Gione a V in egia, ch e si tro v i con Orso con
tu tti q u esti d in ari, e li altri m anderem o a loro d ue. In fin e a v a le
sono contento c h e il nostro e l tu o vad a a com une. T aisso d
fede a lle parole e disse: Buono ch e C ione tosto cam in i. Lo
fra tello di G ione d ice a T aisso: Va e m ena gi uno cavallo, ch e
v o ch e in con tan en te vada p er non p erd ere tem po. T aisso s i
parte e p er uno ca v a llo andato. Lo fra tello di G ione d ice a
C ione c h e subito d ella terra si parta e porti seco q u elli seim ila
fiorin i, e t in fin e ch e non m anda p er lu i non torn i. C ione am
m aestrato, com e il ca v a llo fu e v en u to , sa lio a cavallo, dandogli
una lettera di quattrom ila d ucati d i T aisso, e c h e q u elli d esse
DB MAS8I1C0 FURTO 217

a O rso in V in egia. M ontato G ione a ca v a llo e cam inato ftiora


d el d istretto e forza di m esser B ernab, au to il fra tello di Gione
d a T aisso com e li d in ari a v ea to lti a m adonna R ein a, donna di
m esser B ernab, d isse a T aisso ch e m ettesse in punto la scala
p er la n otte. T aisso se n'and a lla su a casa p er ra cco n cia re la
sca la , se bisogno fu sse. Lo fra tello d i G ione subito se n'and a
m esser B ernab, narrando tu tto ci c h e T aisso a v ea fritto. M esser
B ernab v o lse tu tto sap ere e trov esser vero . Subito fe p ren
d ere T aisso e t a l fra tello di Gione d isse ch e il fra tello facesse
to rn are. E co si G ione torn sen za a v er e alcu n m ale. E dato
T aisso in m ano di m adonna R ein a, c h e di lu i fa cesse q u ello g li
p ia cesse, e ben la p regava, p oich T aisso a v ea avu to tanto cu ore
e t ch e a v ea fatto si b ella ruba, ch e lo cam passe. M adonna R eina,
ved en d osi esse re rubato il suo tesoro da T aisso, fattolo con fessare
e q u in e u' nascosi li av ea , T aisso tu tto narrato, com e in n ella
sta lla a v ea pi d i sessan tam ila e lo resto, sa lv o li seim ila, av ea
m andato a V in egia a l fra tello , e t a v u ti q u elli c h e in M ilano
era n o , l u* fe il m ale, q u in e fe* fa re un paio di fo rch e e p er
la g o la lo fe* ap piccare, e t Orso suo fra tello lo isbandigi. N
m ai si cu r torn are Orso a M ilano ; con dinari si d i buon tem po,
aven d o perduto il fra tello .
218 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

62 .
[Tit ., n* 88].

DE MALVAGITATE YPOCRITI.

N ella terra dA scoli, a l tem po di papa G iovanni quarto, fu


uno bizoco ip ocrita e arcatore di p arole nom ato fra B onseca,
om o dogni ca ttiv a v ita , e secondo lop ere su e costu i dovea esser
u scito di quel m al san gue di G iuda S cariotto, e p erch m i pare
c h e fin e a S cariotto sia buona e lu n ga la v ia , penso ch e la bri
gata a m ezzo il cam m ino si vorr rin fresca re, e p ertan to d el
d itto fra B onseca [d ir] p er oggi du n o v ellette, e q uesta ser
luna e poi dopo il rin frescam en e) dir l a ltra . E ssendo questo
fra B onseca v estito in abito da frate, nom andosi di q u elli di
SantA ntonio, e t ta le v esta e nom e s a v ea m esso e posto solo a
fin e di rubare e t ingan n are q ualu nca di lu i si fidava, c h (1 )
lu i possa o altra d ign it di fra te non avea. E t in fra l a ltre ca t
tiv it , di cen tin aia ch e n e fe, v e n e con ter una a l p resen te, fotta
ad uno contadino di P isa in T oscana, la q ual com incia, c h e e s
sendo p erven u to q uesto frate B onseca in T oscana in u n a v illa
Cuosa d el contado di P isa, posta in su l S erch io, e t cap itato con
acca tto sotto il nom e di SantA ntonio e n ella d itta v illa a ca sa
di un la voratore m assaro nom ato M ich ele, il q u ale avendo questo
M ich ele una b ella giovana di vin tiq u attro an n i p er m oglie no
m ata R ica, buona fila trice e m assaia, e t era questa g iovan a s
dispirata, ch e tu tto ci ch e u d iva le p area fu sse vero, e con
questo era ca rita tiv a di fare elim osin a, facendo di con tin uo la
m asserizia di casa, in tan to ch e ogni anno focea fare u n a buona
tela di panno lin o; ven u to fra B onseca a casa di M ich ele e v e
duta una b ella pezza di panno lin o, ch e il giorno l avea M ichele
rico lta dal tessandro, stim su bito q u el panno d over av ere, e
com inciando a p regare la donna e M ich ele ch e la predica ch e
d ir vorr di Santo A ntonio u d ire debbiano, com inciando a d ire
Santo A ntonio essere devoto san to e c h e m olti m iracoli fo e ch e
v u o le c h e lim osina non sia din egata a c h i p er suo am ore la
ch ied e, e ta n te co se d ice ch e m adonna R ica, sim p lice di p asta,1

(1) Ms.: ma che.


DE MALYAG1TATE YPOCRITI 219

d i ten erezza lacrim a. F rate B onseca, ch e ci ved e, subito com


p rese: Io ar di costoro ci ch e io vorr. E liv ra to su a p red ica,
dim andato ch e la m attina M ich ele lo tegn a p er am ore di Santo
A ntonio a d esnare, M ich ele fu con tento, e t ap p arecch iato e tro
va to le vivan d e, fra B onseca, c h presso a l fuoco posto a sed ere,
p rese una chiappa daguto, ch e m olte in n ella sca rsella n 'avea,
e t in n el ftioco la m isse, e com e v id e ch e era ben focosa, d isse
a M ich ele: Io ti prego ch e m i vadi p er un v a sello d'acqua a l
S erch io, p erch i n ostri pari non benno v in o , se non m alvagia
e senz'acqua. M ich ele, p reso il vaso e t a l S erch io andato, fra te
B onseca d ice a lla donna ch e un porro d ellorto la rech i, p erch
SantA ntonio n m olto vago. La donna presta in n e llorto a ca v a r
il porro. F ra B onseca, cav a ta q u ella ch iap p aella dagu to d al
fuoco, in q uella pezza d el panno da uno d e can ti la m isse dentro,
e torna tosto a m angiare. M angi p restam en te con M ich ele e t
con m adonna R ica, dicendo loro ch e non m ai disdicano ch e p er
am or di SantA ntonio fu sse loro ch iesto , sia cosa si vu ole, p erch
S an tA ntonio n e m ostra spesso ev id en ti m iracoli ; e dato loro
questa regola, lev a to si da m an giare, d ella sca rsella si trasse
quattro barbe di sesam o, dicendo a M ich ele e t a m adonna R ica:
T en ete del sensam o di SantA ntonio, e la m et d i a lluno e
l altra a la ltra . E v oltosi, v id e la pezza d el panno, d isse: 0 Mi
ch e le e tu m adonna R ica, v i ch ieg g o q u ella pezza di panno p er
am ore di SantA ntonio, ch e se n e fa re len zu ola a* p overi su oi.
M ich ele d isse: F ra te, co testo non ti far io, ch la donna m ia
ha durato gran fa tica a filarla, e t io h o speso pi di v in ti sold i
a farla tessere. Lo frate d isse: Santo A ntonio n e m ostri m iracolo.
E t u scito di casa, sonando la cam pan ella in qua e in l , su bito
la donna e M ich ele, vedendo fum are il panno, dissero (1) : Or
com e saressi appreso a questo panno il fuoco di Santo Antonio?
E spiegandolo, videno c h e g i incom in ciava ad ard ere da l u no
la to ; subito dandosi d ella m ano in n el p etto e p er la bocca d i
cendo: M ale abbiam fatto a non a v er dato il panno a l frate. E t
u scita la donna di ca sa , chiam ando lo fra te ch e a rieto tornasse,
lo firate, ch e tu tto sapea, facendo v ista di non v o lerla u dire,
d isse R ica: V enite, ch e noi abbiam o paura c h e il fuoco di Santo
A ntonio non c i arda la casa e le ca rn i, com e h a e incom in ciato
ad ard ere il panno ch e ch ied este. Lo frate v en u to, in gin occh ia

li) M s.: dicendo.


220 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

tosi, facendo v ista di orare, d icea fra s : Q uesto m i to g lio e di


m e non ti voglio, e p rese il panno, e segn ato lo fuoco co lle
m ani spegnendo, e* p rese il panno dicendo: Io lo vo' m andare
p er m are, con a ltro c h e a P isa n 'h o , a Santo A n to n io , e t
penso q uine ritorn are. M adonna R ica, ch e g i g li p area aver
Sant'A ntonio in corpo, lo p rega c h e di quindi ritorn i. F ra te Bon-
seca and a P isa e q u ello panno ven d eo e co' d in ari a Guosa
ritorn, e cap itato a casa di M ich ele dove sonando la cam pa
n ella , M ich ele, ch e a lav o ra re di lu n gi pi duno m iglio era, sen tio
il suon d ella cam panella e d isse: 11 frate ser ritornato, e pens
d'andare a casa. M adonna R ica, com e v id e il frate, d isse: B en
sie te ven u to, ch e p oich v i p a rtiste m ' sem pre p arato aver
Santo A ntonio in corpo. Lo frate d isse: Donna, e t io ci sono v e
nuto solo p er m etterti Sant'A ntonio in corpo, e per sta riv ersa .
La donna g itta ta si riv ersa , lo frate, appoggiato l'u scio, li panni
dinnanti g li a lz . R ica d ic e : 0 ch e fate, frate? Lo frate, ca la te le
m utande, e ritto il basalisco, le v u o le m on tare addosso. R ica
d isse: F rate, cotesto non Santo A ntonio, ch e non sono s
cieca ch e io non cognosca co testo da Sant'A ntonio. Lo fra te d isse :
L assalo in tra re p er am ore di Sant'A ntonio, altram en te a l tuo
p en n ecch io s'apprender il fu oco com e fe a lla pezza del panno.
R ica, ch e paura ebbe ch e '1 fuoco non s'apprendesse al suo pen
n ecch io, lo fuoco e la rabbia d el fra te in n ella tan a cieca la sci
en tra re. E m entre c h ellin o stavan o a q u estion eggiare, soprav
v en n e M ich ele, e t aperto l'u scio, trov frate B onseca, ch e il basa
lisco a v ea in n ella tana cieca di R ica sua m oglie, dicendo : Or
questo ch e v u o l d ire ? Lo frate, volen dosi lev a re le brache, ch e
a lle gam be g li avean o fatto tra v erse, non attam en te lev a re si
poteo. M ichele, preso uno bastone, a fra te B onseca d i tan ti colp i,
ch e p er m orto lo lass, e quel b asalisco, ch e prim a grandissim o
era, lo fe assai p iccolo d iven ire, e t a R ica d isse p erch a v ea
ta l cosa con sen tito. R ispuose: P er paura ch e il fuoco d i Santo
A ntonio non m i s'app iccasse di sotto a l p en n ecch io, com e s'era
appiccato a l panno. M ich ele, perdonandogli, sp ett ch e '1 frate,
c h e tram ortito era , si risen tisse, e com e fu risen tito , d isse: 0
frate, io cognosco ch e c h i p erfetto am ico di S antA ntonio non
terre' li m odi ch e h a i ten u ti e non penso ch e Sant'A ntonio fa
ce sse p er s fa tte persone, com e tu se', m ira co li; e pertanto fa
d i dirm i in ch e m odo il fuoco a l panno s'apprese, e non m 'andare
in cian cio, altram en te con questo bastone te n e dar tan te, c h e
m orto ti lasser. E prim a c h e il frate a v esse aperto la b occa
DE MALVAG1TATE YPOCRITI 221
p er p arlare, M ich ele g li d i du gran d issim e b aston ate, dicendo:
Di* tosto. Lo frate, ch e appena la v o ce p otea p orgere d el dolore,
d isse: M entre io ch ied ea ...........M ich ele spranga u na gran basto
n ata in su lle sp a lle d icen do: F u sti tu ch e q uel fu oco m ettesti?
Lo fra te d isse: S ; e dom andando d el m odo con d arli du' basto
n a te, lo frate, ch e a m ale m ani si v ed e, g lie l d isse, e tu tto com e
a v ea segu ito, e q u ello ch e n 'avea fatto. M ichele, p resogli la scar
se lla , tanto quanto g li parea ch e v a lesse il su o panno, ta n ti d e
n ari n e trasse, e d atogli una bastonata, d isse: P er la vergogn a
e p er lo nganno fatto a lla m ia donna, o ltre le b astonate a v u te,
vo* c h e due di nuovo n'abbi ; e poi p rese q uattro fiorin i di q u elli
d el frate, dicendo a lla donna : Q uesti sian o tu o i, acci c h e risto
rata sii d el v itu p erio c h e tu h a i fritto. E t aiu tato M ich ele a ti
ra rsi su le b rach e, ch e pi di q uattro punti g li con ven n e ri
strin g ere, p er le b attitu re ch e la v ea fatto so ttile d iven tare, e
m andato fora d ella casa, m inacciandolo, se m ai in q u ello di
P isa lo ritrova, d 'u cciderlo, cosi fra te B onseca, cred en do beffare,
rice v eo beffe e danno, n pi in q u ello di P isa si lass tro v a re,
e pi m esi con ven n e ch e il fra te in n ello sp ed ale dim orasse
prim a ch'andare p otesse.
222 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

63.
[Tri*., n A4].

DE MALITIA IN INGANNO.

Com e a v e te udito in n ella p reced en te n o v ella di q u ello tirate


d'A scoli, com e fi g u arito d elle b astonate ricev u te in q u ello d i
P isa, pens dover tro v a re in q u ello di L ucca om ini e donne non
m eno m atte ch e m adonna R ica d i v a i di S arch io. E p a rtito si
d a llo sp ed ale il d itto fra te B onseca, si d irizz verso il ponte
S an p ieri, presso a L ucca a du m iglia, con in ten zion e di rubare
p er q u a lch e m odo m eglio g li v en isse. E p erch il nom e c h e te
nuto a v ea sera g i spanto, dicendo uno frate di Sant'A ntonio
h a fatto ta le ca ttiv it , pens non com e fra te seg u ire lo suo m e
stieri, facendosi in d ivin o e m edico. E passando presso a L ucca
sen za en trare in L ucca, e* cam in v erso M oriano, facendo su oi
esp erim en ti di parole, cam pandosi la v ita fin e ch e giu n to fu in
n ella v illa d i D ecim o, sottoposta a l v escovo di L ucca, in n ella
q u ale il ditto fra te pens p oter l a rte su a d ello inganno seg u ire,
parendogli le donne sim p liciotte e t anco p arte d elli om ini a ssai
m en tegatti. E cognoscendo la terra essere ben posta, s p er la
su a stanza, s i ezian d io p er le circu stan ze, pens far m olti dinari.
E cap itato in uno albergo e secretam en te dom andato d elle con
d izioni d elli om ini di D ecim o, e sim ile d elie donne, fo g li tu tto
d itto, p er la qual cosa lu i a v ea tu tto a m ente. Or p erch d i
tu tte le p a rticelle e ca ttiv it ch e il d itto frate B onseca fe ce io
n e dir una d elle cen to e piu in D ecim o n e fece, e t in fra le
a ltre ch e io h oe in ten zion e p er nostra n o v ella co n ta re si q uesta
c h e ora io v i dir, ch e essendo inform ato di uno giovano nom ato
G ilastro, om o piu ttosto a v o ler di q uello del com pagno c h e d el
suo ad a ltri dare, e m olto scarso e co n questo buono procaccino,
ch e ognanno si ven d ea su oi d ieci o v en ti porci sa la ti, e cos
cam pava la sua ven tu ra. E q uello anno con gran fa tica G ilastro
avea in salato q uattro porci, e p erch g li pareano c h e fo sse assai
p iccola provenda, aven d o com andato a sua m oglie giovan a no
m ata B ovitora, assai m ateriale e di pasta grossa, ch e di q u ella
carn e non toccasse, p er c h e la v ea prom essa a serb arla a m arzo,
B ovitora, udendo d ire ch e la ca rn e serbava a m arzo, di q u ella
non toccava. Lo frate, c h e tu tto h a e in teso, pens di v o ler a v er e
DE MALITIA IN INGANNO 223

q u ella carne e t appostato ch e C ilastro in D ecim o non era ito


in G arfagnana p er su oi fotti s'and un poco diportando verso
la ca sa di C ilastro, e com e presso a lla casa, v id e B ovitora ch e
fila v a in v ia . D om andatola se fig liu o li a v ea , e lla d isse di no, m a
c h e v o lo n tieri n e v o rre. Lo frate d isse : Or non a v ete m arito
giovano? B ovitora d ice: Io h o b en e m arito giovano, m a non
g io v a . Lo fra te d ice: E con a ltri setev i p rovata? B ovitora d ice:
S i, pi v o lte, e non m i v a lse. Lo frate d isse : S e non ch e a m e,
non m olti m esi, ch e p er v o ler fare im pregnare u na m e n e fu
d ata tan ta p en ite n z a ch e in fin e a v a le la sen to, io forei ch e voi
im p regn ereste. B ovitora d ice : D eh, p er Dio, in segn atem elo, a cci
c h io possa a v er e q u alch e fig liu olo. Lo frate d isse: P er certo ,
donna, io ti cognosco esser da tanto, se q u a lch e fig liu o lo a v essi,
se r e poi papa e tu seresti la m adre del papa, tanto m i pare ch e
sa cc en te sii. B ovitora, crescen d o g li la volon t de' fig liu o li, cr e
dendo c h e papa fo sse, d isse : D eh, frate, in segn atem i la m edicina.
L o frate d isse : Or se il tu o m arito non v o lesse ch e fo sse papa
e v o lesselo fare im pera dor, com e n e se r e sti con tenta? B ovitora
d isse: Or com e non? or com e non lo im peradore un gran d e
om o? Lo frate d isse: S. B ovitora d isse: D eh, p er Dio, in segn atem i
a lo fore. Lo Arate d isse: S e vu oi c h e io t'in segn i il m odo ch e
im p regn erai, io vo* ch e mi segn i uno ch e io vo' cercan d o, ch e
m h a prom esso certa ca rn e. B ovitora d isse: C hi volete? Lo fra te
d ic e : C ilastro. B ovitora d ice: E gli m io m arito, d icen dogli: Come
a v e te nom e? Lo firate d ice: Io h o nom e M arzo. B ovitora d ic e :
B en m el d isse ch io v e la d esse e c h e a v o i la serbava. M arzo,
c h e di nuovo sh a dato nom e, d ice: S e vu oi c h e io t'in segn i im
p regn are, fa ch e la ca rn e si porti a l m io albergo, e t io ti for
u n b rev e ch e com e larai addosso a v ra i volon t d 'avere fig liu o li,
e com e il tu o m arito torna, u sa con lu i, e se non torn asse, con
a ltr i, e im p regn erai. E scritto il b rev e e p ostologli in m ano, di
cen d o g li ch e addosso il tegn a, B ovitora, lie ta d ella buona ven tu ra
c h e a lle m ani g li era d iven u ta di M arzo, p rese la carn e e t al
la lb ergo la port. E t il Arate subito q u ella a ll'o ste ven d eo p er
fio rin i sed ici d'oro, e p resi li dinari v erso il borgo a M osano
p ren d e a cam biare. E non m olti passi d i D ecim o si fo m osso, ch e
C ilastro scontr non cognoscendolo. E tornato a casa, B ovitora
d 'a lleg rezza si scom pisciava, dicendogli : Io h oe a v u to uno b rev e
d a M arzo, c h h a avu to la nostra carn e, il q uale m i far im pre
gn a re, e n ascer un papa, o vorrai im peradore, secondo ch e q u el
fra te M arzo m h a d itto. C ilastro, ch e sapea le g g e r e , d isse: V
2 24 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

q uesto breve? La donna, c h e in m ano l a v ea , g lie l d ied e. C ilastro


leg g e il b rev e e v id e quel d icea, il q u ale con ten ea in q u esto
m od o: B ella se i e buono cu lo h a i, fatte! fe re e im p regn erai.
C ilastro, ved u to q uel frate a v e r beffato la m oglie e to lto si la
carn e, pens di pagarlo p er sem pre, e cam in v erso il b orgo. E
com e fu fuora d ella terra d el vescovo, q u el fra te u ccise, e tu t-
to ci ch e addosso a v ea g li rub, e raddoppi in tr e doppi la v a
lu ta d ella sua carn e, tornando a ca sa e t am m aestrando la m oglie
c h e non sia m ai pi cos cred en te.
DE CIECO AMORE 2 25

64 .
[TOt ., i# #].

DE CIECO AMORE.

N el tem po ch e L ucca era sottoposta a R isa, dim orava in L ucca


u no P isano assai d i ca ttiv a condizione, nato d'ad u lterio e non di
leg ittim o m atrim onio, nom ato S carsin o d elti S carsi di P isa . A vendo
q u esto S carsin o una m oglie b ellissim a e m olto serv en te di q uello
ch 'e lla potea a ciascu n o giovano ch e le i r ic h ie d e sse , nom ata
m adonna G iandia, e con m olti gio v a n i a v ea pi v o lte provato
su a forza e con tu tti ella n e rim anea v o len tieri di so tto , tanto
il giu oco g li p iacea; e posto c h e il d itto Scarsino di m olti si fo sse
accorto ch e co lla m oglie si godeano, an co lu i alcu n o giovanotto
b ello, il quale e l d itto Scarsino, com e d i ca ttiv a condizione, contro
l'u so d ella natura lo te n e a , consentendo ch e ta le giovano p er
ricom pensazion e co lla m oglie si g ia cesse. M adonna Giandia, ch e
d i q u ello ch e il m arito con a ltri fecea le d isp iaceva fo r te, c h e
il m arito ta le a rte te n e sse , m a avendone poi e lla il d iletto di
ta le g io v a n o , stava con tenta. E q u esta v ita ten ea la d itta ma
donna G iandia, stando a casa il d itto Scarsino in n ella contrada
di San M azzeo, l u ten ea , oltra l'a ltre ca ttiv e [co se] c h e fic e a ,
la b arattaria, con farvi condurre or q uesto o r q uello giovano* e
m olti in ta l luogo fan n o disfatti, e tu tto il guadagno ch e quine
si ia cea si vo lea p er s. E vedendo uno giovan o nom ato F ran-
cesch etto M anni, v icin o a quattro ca se d ella d itta m adonna Gian
dia, la b ellezza di lei, e t udendo q u ello ch e sp esse v o lte avea fatto
e c h e avved u to se n'era, com e giovano isfrenato e volon teroso,
u n giorno trovandosi a lluscio di lei, com inci a ragion are d'a
m ore, dicendogli ch e lu i l'am ava sopra l'a ltre donne e ch e vo
len tier i sere', se a le i p ia cesse, su o innam orato. M adonna Giandia
d isse: F ra n cesch etto, a ch e fin e vorresti tu esser m io innam orato
e io tu a t F ran cesch etto d ice: P er p ia cere. La donna d ice: E se
p er p iacere v o rresti d iven tare innam orato, or p erch tal p iacere
non dom andi, per c h e la donna pi tosto acconsente a l m ag
g io re suo b en e ch e a l m inore? F ran cesch etto vergognosam ente
le d isse: Io non l'o serei d ire. M adonna Giandia disse: P o ich se*
ven u to a tan ta p ratica, ti dico ch e m i d ich i l'anim o tu o. Fran
cesch etto p rese vigore e d isse: M adonna G iandia, io v i p rego
226 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

ch e v i p iaccia c h 'io con voi carn alm en te m i goda, e ch e diate


lordine a l modo ch e ten er debbo. M adonna G iandia, c h e volont
avea di trovarsi con lu i, com e trovata s'era con d elli a ltri, disse
ch e a le i p iacea c h e lu i di le i p ren d esse p ia cere, m a l'am m ae
strava c h e ten esse s ca u ti e onesti m odi, ch e Scarsino non se n e
possa acco rg ere. E p erch sii a v visato donde en trare d i, ti dico
ch e ti con vien e m ontare in su uno m uricciuolo, ch e d irieto
appresso alla finestra d ella cam era e t p er la fin estra in cam era
e n tr e r a i, e q uin e c i potrem o d are p iacere prim a c h e S carsin o
sia ven u to a d o rm ire, p ero cch ogni sera dim orano in b ottega
sotto q u ella cam era a ten ere il giuoco pi di se i o re. E com e
Scarsino ser p er ven ire, aven d o io ch iu so l'u scio d ella cam era,
te ne andrai donde v en u to sera i. F ran cesch etto , ch e in ten d e il
luogo e q u ello h a provveduto c h e era m olto ag ev o l cosa a fare,
d isse: E t io v err stassera, e t acci ch e io non possa esser sen
tito , io non ar scarpe, m a in p un tali di ca lze verr, per an d are
pi leg g ieri. Era questo F ran cesch etto d ella persona gagliard o,
in tu tte le cose, e con una spada in m ano are' fatto vergogna a
pi di m ille, e con questo corren te e t ardito. La donna lieta steo
fin e a lla sera. V enuta l ora data, F ran cesch etto sa lito su p er lo
m uro, in n ella cam era in tr a to , dove trov m adonna G iandina
a p p a recch ia ta , con cu i F ra n cesch etto si d i som m o p ia cere pi
v o lte prim a c h e Scarsino si p artisse dal giu oco, e ven u ta Tor
ch e S carsin o a dorm ire se n e vo lea andare, ch iu so l'u scio a q u elli
ch e v* erano, e m ontato la scala, m adonna G iandina, c h e F ran
cesch etto avea di sopra, fornendo il suo fatto, in tanto S carsin o
giu n se alla cam era. La donna, c h e s'avea lev a to il carico d'ad-
dosso, partitosi F ran cesch etto e p er la fin estra uscito, la donna
a S carsin o ap erse, e tornato F ran cesch etto a casa d el padre,
avendosi dato p iacere e d iletto con m adonna G iandina, e t in n el-
l u ltim o pensando ch e Scarsino v e l d ovesse a v e r tr o v a to , d icea
fra s: lo non v i rester ornai tanto, ch e a s stretta ora m i
coglia. E passata la n otte, dienno ord ine con certo segno, ch e la
donna, con una to v agliola ch e a lla fin estra m etter, F ran cesch etto
sapr ch e e lla contenta era. E non passava du d ch e m adonna
G iandina volea ch e la produra F ran cesch etto g li ca v a sse, e di
m orando p er ta le m aniera, non restava per c h e m adonna Gian
dina , o ltra lu sare ch e con F ra n cesch etto fa c e a , c h e con a ltri
per m u tare pasto talora si godea, e com e la fortuna v o lse, una
sera ch e F ra n cesch etto m ontava su p er lo m uro, Scarsino, e s
sendo u scito alquanto fuori p er orin are, v id e F ran cesch etto c h e
DE CIECO AMORE 227

p er la finestra era in trato. Non dim ostrando n ien te, lassa la donna
su a p ren d ere con solazion e a b ell a g io , dim orando alquanto pi
c h e non so lea; e quando g li p arve a F ra n cesch etto tem po di
d o v ersi p artire, p er la fin estra u scio . Scarsin o, ch e sta v a a v e
d ere dove co lu i e n tr a v a , e 123 cognobbe ch i era q u ello ch e co lla
m oglie era la n otte stato. B m andati q u elli ch e giocavano, and
S carsin o a letto , dicendo a lla m o g lie: Io m i penso ch e stasera
ab bi auta la buona sera senza c h io n abbia sen tito . La m oglie
d ic e : F orse potresti d ire il v ero. Scarsin o d ice: O rch e m odi tien i,
quan d o vu oi ch e lam ico vegn a a dorm ire teco? La donna d ice:
M etto una to v agliola alla fin estra, e t e g li a v v isa to e vien e per
q u e lla fin estra d irieto. S carsin o d ice: A lm eno, p oich cosi ti vu oi
co n ten ta re, d ovresti alm eno sp ettare ch e a ltri non frisse in casa.
La donna d isse: Io v eg g o ch e d ici v e r o , io noi far pi. Scar
sin o , c h m al ven triglo ( i) , la m attina d ice alla donna c h e vada
p er la sera a stare a casa d ella so rella, p erocch lu i pensa da v er
q u a lch e cosa di van taggio. La donna d ice: A tuo p iacere, e t an
d a ta , ch e a ltri noi s e n te , a casa d ella so r e lla , S ca rsin o , fatto
d isfa re lo solaio ra sen te a quella fin e str a , dove F ran cesch etto
en tra to era, e t a vu ti suoi lad ron celli, c o llarm e in n ella bottega
d i sotto a lla cam era li m isse, e lu i avendo fatto colla to v a g lio la
se g n o a F ran cesch etto ch e ven isse, F ran cesch etto la sera dove
p i v o lte andato era, vedendo lo lum e in b ottega, com e l a ltre
v o lte veduto v e l'a v e a , credendo tro v a re la donna e credendo,
p er lo lum e ch e ved e, siano persone ch e g io ca re debbiano, sen za
a lcu n o sosp etto m ont in su lla fin estra, e credendo scen d ere si
cu ro , com e g i fatto a v e a , al m utare del p a sso , lo so la io , ch e
lev a to n era, g li ven n e m eno, e t in bottega fu caduto, l u Scar
sin o con q uelli lad ron celli era. E colpendolo di m olti colpi, lu c
c is e (2 ) e poi in n el luogo com une lo gitt , n m ai di lu i il padre
non ebbe sen tim ento, posto ch e d alla (3 ) m aggior p arte d ella
v icin a n za e d a ltri, p er lusanza ch e m adonna C iandina facesse,
fu sse fatto m orto, e p er paura neuno osa d ire. Chi sebbe il m ale
s se i pianse, e m adonna Ciandina pens dun altro.

(1) Cos nel ma.


(2) Ma.: uccisero.
(3) Ma.: la.
228 NOVELLE DI GIOVANNI SERGAMBI

65.
[T rir., n* 96].

DE CATTIVITATE STIPENDIARJ.

E ssendo la gu erra fra P isa e F iren za dopo la m ora d el m ille


trecen to sessan tatre, P isa facendo m olti sold ati da p i e da ca
v a llo e t F iren za a ltres soldava e dava soldo a sim ile g en ti p er
poter ciascu n o di loro, cio il com une di F iren za con tastare e t
offen dere il terren o di P is a , cercando da v er cap orali n im ici a
spada tratta di P isa e d elle terre a le i sottoposte. E t sim ile P isa
pens da v er la com pagnia deUin g h ilesi, d ella qual n e fu prim a
capitano m esser A lb ert, coi quali P isa grande onore ebbe. E
p erch P isa v ed ev a ch e F iren ze avea preso m olti u sciti di P isa
e t di L ucca p er capo e guida di parte d elle loro b rigate, pens il
com une di P isa a v er cap i di fan ti da p i ch e fosseno di F irenza
cordiali n em ici, m ettendosi a sen tire se in lu ogo alcu no n e fu sse,
di ch e P isa si p otesse fid are, ch e n e fu sse ben serv ita . Et avu ti
certi cogn oscenti d el p aese di F irenza ch e n e m ettesse loro a lle
m ani alcu n i con profferire buon soldo, e t andati alcu n i p er sen
tire di ta li capi, scogn osciu tam ente si trovonno in F iren ze, dove
m olti m alcon tenti v e ne trovonno e ch e v o len tieri si sarebbono
p artiti da F iren ze, se avessin o potuto la lor v ita francare, altro
ch e p er via di soldo o daltro m estieri, ch e a loro fu sse m esso
inn an ti. E t in fra li a ltri ch e in F iren za fu sse m alcontento fu
uno d e P eru zzi nom ato F olaga, om o di sm isurato corpo, c h e non
si sere sazio di un paiuolo di m a cca ro n i, tanto francam ente si
portava in s fatte g u erre, n m iga si se r e m osso p er cinquanta
fanti quando sei ponea in cu ore. E t sentendo F olaga, e t alcu n i
com e lu i m alcontenti e t di gagliard ia pari (IX q u ello ch e il co
m une di P isa ricerca v a , di v o ler cap orali v a len ti p er con tastare
a l com une di F iren za, pens v o lere q uesto procaccio fare con un
suo d iscreto am ico nom ato il Trom ba d e S a lv ia ti, di F iren za n ato.
E avu tolo in secreto, disse: 0 Trom ba, io vo rrei ch e noi p rocaccias
sim o d'andare al serv ig io di P isa, p erocch io sen to ch e vogliono
om ini da fotti e n im ici di F iren za, e tu sai quanto io sono va

ti) Ma.: d*alcuni come lui malcontento et di gagiardia di pari.


DE CATTIVITATE S T IP E N D IA I 229

len te, c h sai c h e a tu tte le m isch ie c h e sta to sono sem pre, quando
fu m angiato, abbiam o poi largam ente b evuto. E t non so ch i possa
m eglio ser v ir e questo fatto ch e n oi. D ice Trom ba, ch e non m eno
c h e F olaga era v a len te: Io sono con tento di ta le soldo p ren d ere.
E per b en e ch e noi parliam o con c e r ti sec reti ch e c i sono
v en u ti da P isa e diciam o loro ch e non potranno trovare in F i-
ren za n a ltri due pi v a len ti n ard iti di noi, m a ben diciam o
lo ro c h e di F iren za non c i ca v in o a u n ora, p ero cch se la co
m unit di F iren za lo sen tisse ch e tanta fortezza n u scisse quanto
la nostra, ch e agevolm en te lo com une di Pisa, non ci potrebbe
a v ere. E per b en e c h e di tu tto s inform i ch i c i ven u to.
F olaga d isse : V a e m enam elo, e t io g li p arler alto, p er modo
c h e cinten der. Trom ba, ch e volont grande h a di provarsi d ella
persona, subito trov q u ello ch e secretam en te a F iren za andato
er a , d icen d ogli: F olaga de P eru zzi, om o di gran virt , ti vu ol
d ire alquante p arole di secreto , ch e a ltri ch e noi e tu vogliam o
c h e ci sia. Lam ico and con Trom ba dove F olaga trovonno, ch e
p er esser pi gagliardo a veasi fatto v en ire dinnanti, p erch era
sa b a to , una gran padella piena di m accaroni. E sbottonatosi
d innanzi, a cavalcion i in s una banca p er m angiare si stava, e
g i n a v ea pi ch e la m et m a n g ia ti, ch e pi di se i n arenno
a v u to assai. E non restan do il m angiare, sop raggiun se il Trom ba
c o l com pagno, li quali com e m angiava videno: F olaga, Trom ba
g li disse, o p er noi non ce n ha? F olaga d ice: A ssai v e n ser
b a ti, m a , ch cotestu i vegga quanta v a len tia regna in m e , h o
fatto fare q uesti m accaroni, dicendo a Trom ba ch e prenda q u elli
c h e in una cassa a v ea m essi in du grandi ca tin elle; p e r s e p er
lo com pagno li apparecchi. F o la g a , ch e m angiato ebbe q u ella
gran d e padellata di m accaroni, d isse: Ornai potrai fare rela zio n e
c h e tu h ai trovato il pi v a len te cam pione ch e in F iren za sia ,
e t q u ello ch e pi n im ich evolm en te F iren za disfar, narrandoti
c h e cinquanta* person e non m i faranno m uovere pi ch e io vo
le ssi ; e t cosi com e v ed i la m ia persona b ella, gran d e, forte, cosi
pensa ch e tu tte la ltre v irtu d i card in ali regn an o in m e e non
pensi il com une di P isa di poter trovare om o di m aggiore for
tezza di m e, n pi securo, ch e quando io dorm o non cu rerei
d ugento p ersone ben e arm ate, essendo io pure con una corazza
in dosso. Sappi ch e farei quando io non dorm isse e fosse co l ta
v o la ccio e con tu tta l arm adural D icen d ogli: Io sono d ella pi
v a len te casa di F irenza, e sono tanto v a len te, ch e se il com une
di F iren za sap esse ch e tanta forza, quanto la m ia, di F iren za
230 NOVELLE DI GIOVANNI SERGAMBI

si p artisse, non m i lasseren n o p er d in ari: m a p erch i fioren tin i


non am ano i m iei paren ti, e per la fortezza m ia li lassono sta re
qui, io non li am o. B t se p ure m i dispongo a ven ire, io e t il T rom ba,
ch e q uasi in tu tte le v a len tie a m e s accosta, sa lvo c h e non
cori grande, ti d ico ch e non ci m eni a unora, ch e non si p otre
Care tan to cela to ch e le n ostre forze non si sen tisse e non a resti
q u ello ch e cercan d o va i. E fino a v a le ti dico ch e io v o g lio con
dotta di cinquanta fanti e p er lo Trom ba ven ticin q u e, giurand oti
ch e noi spaccierem o tu tto ci ch e ci v err d in n an ti, se c i v en isse
tu tta la m asnada di F iren ze da p i e da ca v ello . Lam ico d ice:
lo sono con tento ch e tu, F olaga, abbi condotta di cin qu an ta fan ti,
e t il Trom ba di ven ticin q u e, e t sono avvisato ch e prim a p er te si
m andi e poi p el Trom ba; e ben ch e il F olaga a v esse s m olto
van tato, lam ico d icea lu i esser grande, giovan o e ben fatto, e t an co
dusanza d e F ioren tin i d ire se sono gag lia rd i; e cori si partio
di F iren za e torn a P isa e raccon t tu tto ci c h e a v ea tro v a to .
Ma p erch d el Trom ba a l p resente non v i dir in questa n o v ella ,
m a in a ltra lo con ter, torner a l F olaga, c h e fattolo v en ire a
P isa e d atogli condotta p er cinquanta fan ti, fu con alq u an te b ri
g a te da ca v a llo e da p i m andato a d ann eggiare in su l terren o
d i F iren za in n ei v a i dA rno d i sotto, e com e il F olaga fa fatto
ap p arecch iare e dato loro dinari e fatta la m ostra in su lla piazza
di P isa, F olaga d icea: Ornai si parr la v a len tia ch e F olaga d e
P eru zzi far, ch e vegn a c h i v u ole, non m i trover ch e m ai m i
serri, n m ai p er g en ti ch e addosso v en ire m i v eg g a non m uter
passo, n per prigione non m arrender, dicendo a lli a ltri c h e
faccino com e lu i. E dopo m olti van ti u sciti di P isa e cantinato
apresso i m onti e q uin e m angiato di van taggio ognuno e m as
sim am ente F olaga, c h e avea pi di d ieci pani con pi d'un quarto
d'agn ello d ilu viato, si m issero a cam m inare in verso M ontetopoli,
dicendo: Ornai siam o in su l terren o di F iren za, a c h e ciascu n o
con vien e essere valen te; F olaga, ch e g i la paura* g li fa sta n ca re
e t an co k> m olto m angiare d ella m attina g li a v ea av a lla to il pasto
d ella sera, e v en u tagli volont di vu otarsi quel sacco tristo , si
discost solo, lassando i com pagni in su lla strada, e ca la to si le
m utande e t alzatosi li panni p er v o ler lagio su o fare, uno ra stel-
letto, ch e a lle ren i dava daccosto, g li p rese li panni. F o laga,
ch e pensa ch e siano i nim ici, d ice: lo marrendo prigione, e m e
e cinquanta com pagni, ch e m eco sono. Lo ra steilo li panni g li tie n e ,
F olaga rep lica le parole, ch e lu i sarrendea con cin qu an ta com
pagni ; a n ien te g li risposto; F olaga, ch e sta ap piccato a l ra steilo ,
DE CATTIVtTATB 8TIPENDIARJ 231

com in ci a grid are dicendo: Soccorrete il F olaga, ch le m ale


g en ti lhanno preso dirieto, ch e dinnanti non hanno avuto ard ire
di v en ire. I com pagni e t a ltri, a l rom ore ch e F olaga fece, tras
sen o l, e trovonno F olaga esser preso da uno ra stello p er lo cu lo
d irieto, avendo ancora le b rach e ca la te. D issero : Odi buono van
tatore, ch e prim a d icea ch e p er tu tto il cam po d e fiorentin i non
si vo lg er , e t ora sha lassato p er lo cu lo a uno ra stello prigione
p ren d ere. E non ch e lu i s a rren d esse, ma ancora arrandea li
cin qu an ta su oi com pagni! Or ved ete v a len te persona da guidare
b rig a te in cam po!
232 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

66 .
[Trir., n* 97].

DE VILTATE.

Come a v ete sen tito il bisogno c h e P isa avea di fare so ld a ti,


aven d o condutto q u ello valen tissim o F olaga e fattolo cap itan o d i
cinquanta fonti e m andato p er lo com pagno nom ato Trom ba, il
q u ale condutto era con ven ticiq u e com pagni. E giun to co lu i c h e
condurre dovea Trom ba a F iren za, narrandogli ch e il com une
di P isa v o lea ch e subito si m ettesse in cam ino p ero cch T oste
tra P isa e il com une di F irenza era com inciata, e ch e g i F o
laga era can tin ato a lla gu erra, dove p ensava a v ere gran d e onore,
com e a suoi pari s appartiene, e per saffrettasse n el cam in are,
Trom ba, ch e gi a v ea i suoi, preso p en sieri, d isse ch e di q u in e
a d u di se n e verreb b e verso P isa. Lo m basciadore d isse: E t io
p er lo bisogno ch e P isa h a e di te, t asp ettar. E m entre ch e lo
m basciadore sp etta v a Trom ba, ricev eo una lettera da P isa con
ten en te ch e si d esse a sen tire i m odi ch e q u el capitano di v en
ticin q u e fon ti, nom ato Trom ba, ten ea, a ccio cch di lu i non pos
sano ricev ere biasim o n danno, com e di F olaga s ricev u to . In teso
lo m bascadore ta le n ovella, sollicitan d o Trom ba ch e si m ettesse
in cam ino dicendo : N oi starem o troppo ad an d are dove il
cam po contro i n im ici, Trom ba d ice: S e io m i coniungo con
F olaga, sia ch i si vu o le, ch e noi lo (1) m ettiam o p er terra , di
cendo a llo m basciadore: Ornai puoi com in ciare, ch e io sono p resto .
A vea Trom ba p er an dare o rrev o le a P isa venduto tu tto ci c h e
a v ea e t fatto d in ari e t com prato cavallo, arm adura e t arn esi, e t
m olti se n e m isse in borsa, ch e a tem po e lu ogo g li faranno bi
sogno. M ontati tu tti e du a cav a llo e m essi in cam ino p er v e
n ire verso P isa, facendo la v ia da P isto ia , e quando funno a l
P oggio a C aiano, Trom ba v o lle b ere e t alquanto m angiare. Lo
m basciadore di P isa nota tu ttoci ch e il Trom ba fa p er la le t
tera avu ta, e passato in su lla strada p resso P istoia, Trom ba, c h e
un om o ved e ch e in su lla strada si pone a v o ita rsi il corpo, p erch
m olta uva m angiato avea, focendo quine assai di q u ella trista m a

(1) Ms.: non .


DE VILTATE 233

teria , Trom ba ch e ci ved e, v o lg e il viso verso P rato. Lo mba-


scia d o re d isse: Or p erch h ai v olto il v iso verso P rato tan to
disdegnoso? R ispuose il Trom ba: P er m ia valen tia , ch m i p area
v ed er e circa cento e io, poco curandoli, m i vo lsi quasi a dire,
p er cen to non m i m uoverei. Lo m basciadore sta a v ed ere e tu tto
n ota per non a v ern e rip ren sion e, e passato alquanto, Trom ba v ed e
c o lu i d ella strada essersi p artito e t a v ere lasciato assai buona
p ium ata. Il Trom ba portava il capo alto, c o lli o cch i a l cielo , quasi
tr a s d icesse: Io non ved r q u ella puzza. Lo m basciadore d ice:
T rom ba, or ch e vuol d ire ch e co si c o lli o cch i e colla testa vai
a lto v erso il cielo? Il Trom ba d ic e : I vo c h e sappi c h e sen
tendom i tanto gagliard o stim o m e p oter sa lire in cielo . Lo m ba
sciad ore, senza dir n ien te, tu tto ci ch e Trom ba d ice e fa, n ota.
In n el cam ino suo e ven en d o verso P istoia, T rom ba, essendo
p resso q uella n era cu lig in e [c h e ] era da quel poltrone lasciata
in su lla via , non volen do ( i ) ved ere, il Trom ba si v o lg e v erso
m ezzod. Lo m basciadore, ch e v ed e il Trom ba volto verso m ez
zod , d isse: D eh Trom ba, non ti basta a v ere ved u to il cielo e la
terra p er altezza e lun gh ezza, ch e a n ch e p er traverso v ed er la
vu oi? Trom ba d ice : Io m i sen to tanto gagliard o, ch e non ch e le
p a rti di qui m i dica il cu ore di con q uistare, m a le parti barba
r e sc h e v in cerei. Lo m basciadore nota ci ch e d ice e fa, p er p oter
a ' su o i sign ori di P isa tu tto rid ire. E t non m olti passi andati Gi
rono, c h e Trom ba disse, essend o presso, ovvero sopra a q u ello
fastid io, voltatosi verso la m arina p er q u ello non v ed ere. Lo
m basciadore si m araviglia, ch e tan to lo ved e m utare; d isse: D eh
T rom ba, narram i p erch v erso la m arina ti se volto. Trom ba
d ice: Cosi com e A lessandro signoreggi la terra, laria e lacqua,
co si inten do io di soggiogare per la m ia v a len tia. Lo m bascia
d ore tu tto in n el cu ore in nota m ette, e passato pi di una g it
ta ta di p ietra lo sterco, ch e in su lla strada era, senza ch e lo
m basciadore di n ien te avved u to se n e fosse, aven d osi Trom ba
posto in neHanim o di non ved er p i ta l tristizia, passati, com
d itto, pi di una g ittata di p ietra, Trom ba, riv o lto si p er ved ere
q u ello ch e ved ere non volea, fu m osso da ira e da poco senno
voltan do il ca v a llo subito, quasi com e uno m oscone punto la v esse
ritorn ind irieto. Lo m basciadore, c h e v ed e il Trom ba furioso
torn are a n eto , pens d oversi tornare sen za lu i, dati di sproni

(1) Ma.: volerla.


234 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

a l suo ca v a llo , sop raggiun se. Il Trom ba, ch e g i d el ca v a llo di


sceso era, e gin occh ion i sta v a con am be le m ani a lli o cch i ste r
pandoli (1 ) dicendo: Sfam atevi a v ed ere, sfam atevi a v ed ere ; e t
questo d isse pi v o lte. Lo m basciadore, c h e an co accorto non
s era d ello sterco , sta v a solo li a tti a v ed ere ch e Trom ba fa cea ,
per p oter a P isa ogn i cosa raccon tare. E sta to alquanto, Trom ba,
ca la ta la faccia, c o lli o cch i ap erti e co lla b occa in su q u ella piota
d i m erda d i p er s gran forza, ch e tu tta la b occa, il naso, li
o cch i e t tu tta la faccia se n e im p ieo dicendo: Or ti sfam a, dan
d ovi pi v o lte. Lo m basciadore, ch e alquanto da lu n g i sta v a ,
non potendo alquanto b en e com prendere il m odo, d isse d i do
m andarlo: e ven u to presso a lu i, ved en d olo s i m erdoso, g li d isse :
O Trom ba, o r dove se* stato, p oich da m e ti p a rtisti, c h e se*
s m erdoso? Trom ba d isse tu tta la m aniera d a l p rincipio c h e funno
passati a l P oggio a Caiano fin e a l punto d icen do: Or com e non
m i sa zierei d elle g en ti, ch e sono tan to v a len ti, s fio duna poca di
m erda non m a v esse saziato ? Lo m basciadore tu tto n e l cu or n o
tato a v ea , e m ontati a ca v a llo , a P isa n e girono. Lo m basciadore
narr tu tte le con ven en ze c h e il Trom ba a v ea fa tte. Li p isan i
cogn overo di vero costu i essere sim ile a l F olaga, disp u osero di
d irg li ch e fin e c h e il F olaga tornava ste sse in P isa a d arsi p ia
c e re sen za soldo e dappoi c h e tornato sere*, v o levan o c h e am en d u e
fusseno cap itan i g en era li di tu tta l o ste. Trom ba lieto , la sp etta re
non g li rin cresce, fin e ch e d in ari ebbe in borsa. Lo com un e di
P isa, tenendo sem pre il Trom ba sotto speranza ch e il F olaga
tornasse, e* per questo modo consum tu tto e n ien te rim a seg li.
F u costretto [andar] per lo pane, ch daltro non era.1

(1) Cos il codice.


DB FAL8ITTE MULIBRIS 235

67.
[Triv., n 06].

DE FALSITATE MULIERIS.

D el tem po c h e l duca d A ten e sign oreggiava la citt di F i-


ren za p er parte, di citt Ai sca cciato uno cittadin o, in fra li a ltri,
nom ato Azzo de* P u lci, om o a ssa i di bona pasta e t con questo
m olto vago du sare con fem m ine; e cap itato solo sen z'altra com
pagnia, p erocch non a v ea m oglie, a A ncona, dove quine p rese
una fan tesca d i m ezza et , nom ata G iorgiana, la (1 ) q uale, o ltre
la ltr e m asserizie c h e lla facea, con A zzo alcu na volta carn al
m en te u sava. E ci stan te, c h e A zzo con G iorgiana spesso si tro
v a sse, piacendogli alcu n e donne an con ese, con G iorgiana trovava
m odo spesso da v ern e q uine p er d in ari, e quando p er am ore,
con ta li A zzo si dava p iacere, n a ltra m ercanzia p area ch e in
A ncona fa cesse se non in darsi p iacere. E t stato A zzo ad An
con a pi tem po e co n lu i G iorgiana, d iven n e c h e l duca d*Atene
d i Finanza Ai caccia to . P er la q ual cosa A zzo d ilib er in F irenza
co lli a ltri rito rn a re, e m enato seco G iorgiana a F iren ze e stata
alqu an to tem po, Ai A zzo co stretto dai suoi paren ti a prendere
donna, p er la qual cosa G iorgiana con ven n e lassare, e t ella se
n and a V in egia, dove q uine si pose a sta re p er fon te. A vendo
A zzo preso donna e t andato alla m asserizia, com e poco p ratico
d i m ercanzia, diliber andare a V in egia, p o ich colla donna stato
Ai pi an ni, e m essosi fiorin i cin q u ecen to n ovi in borsa, cam in
v erso V in egia, p er q u elli sp en dere in q u alch e buona m ercanzia.
G iunto A zzo presso V inegia e sta to v i alcu n i di in uno albergo
presso a San M arco, venendo il sabato, dove gran m ercato di
pi co se in su lla piazza di San M arco si fo, A zzo, ch e ta n te b elle
co se v ed e, non sapendo pen sare qual m ercan zia focesse p er lu i,
dom andava d elle p erle di pregio, m ostrando q u elli fiorin i cin
q u ecen to nuovi, dicendo ch e q u elli v o lea sp en d ere, e non accor
dandosi, andava provvedendo g io ie lli, [robe, freg i, sp ezia rle, e t a
tu tti q u elli fiorini cin q u ecen to m ostrava e con neuno si sapea
accord are. Era in V inegia una G iorgiana danni 25, m eretrice,

(1) Ms.: co lla .


2 36 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

la q u ale p er m adre e per padre fu dA ncona, in una co n trad a


dove m olte su e pari si riducono a guadagnare p er serv ire ad a ltr i,
e quine v ' m olti rofian i. Coloro dim orano presso a R ialto in u n a
v ia assai a quel m estieri atta. V edendo questa giovana q u elli fio
rin i ch e A zzo andava a uno giovano del m ercato m ostrando, fra
s d isse: S e io a v essi q u elli fiorin i, io serei ricca ; e non p ar
tendosi d el m ercato p er ved er quale cam ino Azzo fa, p er p o ter
a l p en sieri suo dare effetto, sop ravven n e G iorgiana fan te in m er
cato, e con osciu to ch e ebbe A zzo, subito corselo ad ab b raciare
e b asciarlo facendogli som m a carezza. E dom andandolo di m o lte
cose, A zzo tu tto g li d ice, e la cagion e p erch a V inegia er a v e
nuto; e quine u erasi posato e t in q uale albergo. La giovan a an
conetana m eretrice, ch e v ed e G iorgiana dA ncona fan te fa re
ta n te carezze a Azzo, pensa da G iorgiana sap ere q u ello v o lea . E
partitasi G iorgiana dA zzo, aven d ogli prom esso di m andargli a l
lalbergo una gentildonna ven ezian a p er god ere, s partita da lu i;
q u ella giovan e m eretrice ch e cogn oscea G iorgiana, e G iorgiana
lei, la chiam dicen dole ch i era co lu i ch e tanta carezza g li a v ea
latto. G iorgiana g li d ice tu tto com e e lla era stato con lu i in A n
cona quando era stato ca ccia to A zzo d e P u lci di F iren za a l tem p o
del duca dA tene, e ch e l a v ea m olte v o lte a vu to addosso, c h e
Azzo era m olto vago di fem m ine, in tan to ch e p er m ezzo di m e,
in A ncona, n e tocc pi di ven ticin q u e, e fra le a ltre io g li fa
cesse a v ere, fu una donna ved ova, g en tile e ricca , nom ata m a
donna N icolosa d e C alcagni dA ncona, donna b ellissim a, e q u ella
pi m esi ten n e, dandosi insiem e p iacere, tan to ch e ritorn a F i
renza, l dove con lu i andai. E p erch p rese m oglie, m i co n v en n e
abbandonarlo e non lo vid i p oich da lu i m i p artii sa lv o ch ora,
c h caregato b en e [d i] cin qu ecen to fiorini n uovi, li q u ali m h a
m ostrati, e sotti d ire ch e stasera g li far a v ere una g en tile g io
vana, ch e l m arito p atrone d ella g a lera del m ercato, e t anco
penso m i varr una gon n ella. La giovana m eretrice an con etan a,
ch e tu tto in tese, d ice a G iorgiana ch e vada a fare b en e e p reso
p en sieri quella falsetta, subito m and u na fan ciu lla, di q u elle c h e
la rte le facea im parare. Et a llalbergo, dove A zzo era, la m and,
m andandogli dicendo: Una g en til giovan a v i v u o le p arlare, la
q u ale m 'ha pregata ch e io a le i v i m eni. La fan ciu lla, c h e g i era
fatta m aestra, d isse: L assate fare a m e. E giun ta a llalb ergo dove
A zzo de* P u lci era, dom andando dA zzo, A zzo, ch e si v ed e rich ie
dere, d isse: Che vi ? io sono A zzo d e P u lci di F iren za. La fan ciu lla
d isse: U na g en til giovana v i m anda pregando, p oich l m arito
DE FALSITATE MULIERIS 237

su o non in V in egia, ch e a le i v egn ate, ch e io da v o i non m i


parta, ch e la v ia v 'in segn i. A zzo, ch e g li pare essere m olto
avven tu rato, d ice: P er certo q u alch e b ella giovan a m ar veduto,
e sera ssi di m e innam orata, p erocch in V inegia non om o pi
b ello di m e: e d ice alla fan ciu lla : Fa la v ia e t io vegno teco . La
fan ciu lla lo guid dove la giovana m eretrice e r a , la q u ale e s
sen d o ben v estita e t in capo di scala spettando A zzo, A zzo, en trato
in c a s a , dove cred ea ch e fu sse in n ella pi on esta contrada di
V in egia, salio la scala: la giovana scesa alqu an ti sc a lin i, subito
in (to n te basci A zzo, e p reselo p er la m ano, e con a lcu n e pa
ro le tte lo m en in cam era, dove quine era uno letto tu tto ador
n ato d i fiori e d 'altre cose odorifere e con b ellissim i adornam enti.
A zzo, ch e ved e tanta adornezza, sperando q u ella giovana god ere
in ta l letto, d isiava essere tosto a lle m ani. La giovana, riv o lta ta
ad A zzo, b ard an d olo con lagrim e alquanto g itta te, A zzo, ch e ved e
la giovan a lagrim are, d isse: Io m i cred ea v en ire a prendere pia
ce re teco , e t ora io v eggo ch e tu di dolore pare ch e abbi il capo
pieno. La giovana d ice: Io h o oggi la m aggior a lleg rezza c h e
m ai io abbia [avu to, aven d o] veduto colu i ch e m ai non v id i e
q u ello ch e m angener. A zzo, c h e ta li op ere ode d icere: D eh,
p erch dici tu ta li parole? La giovan a d ice: Io sono certa ch e
v o i m io padre siete e ben m i m eraviglio ch e di tanto tem po
quanto v o i fuora d'A ncona sie te stato, ch e l a ( l ) m ia d olce mam ma
m adonna N icolosa de* C alcagni d'A ncona, vedova in q u el tem po
c h e ad A ncona dim oravate, di voi m ai n ien te sen ti, n io vostra
fig lio la nata di q u ella m am m a sen ti' di vostro essere, sa lv o c h e
o g g i la buona fortuna m i v h a m esso inn an ti. E per lo d olce am ore
c h e la m ia dolce m am m a v i p o rta v a , m i puose nom e A zzina
fig lio la dA zzo de' P u lci, p er padre, da F iren za, per m adre dAn
cona : e t abbracciato A zzo di ten erezza, dim ostr ad A zzo m olto
am ore; e rizzatasi d isse: 0 padre optim o, non pensate, p erch
io in gen erata to sse da voi in n el corpo d ella b ella m adonna N i
colosa de' C alcagni, cu i v oi tan to am aste, ch e non m eno cara m i
ten g o d 'esser vostra figliu ola ch e se di m arito legittim o nata fu sse,
p erch voi oltra li altri di F iren ze d'onore portate p regio; e la
m ia d olce m adre e t a v oi d olce am ica m adonna N icolosa sopra
lan con etan o donne di b ellezza, gen tilezza , onore portava nom e
e m e p er la su a ricch ezza ha m aritata tanto m agnam ente c h e

(J) Ms.: alla.


238 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

fine a qui ne sento. ben v ero ch e 1 m io m arito p er fare gran d i


guadagni h a fatto buona com pagnia e t co lle n avi ito a gu a
dagnare, n non so sign ore ch e non d ovesse sta re con tento tro
vare, com e a v e te trovato v o i, una figliu ola tanto sa v ia , o n esta,
g en tile, e ben m aritata com e A zzina vostra figliu ola, la q u ale o ra
q uella ch e p er am ore v i bascia. E presolo, lo basci. A zzo, c h e
h a u dito a co stei con tare ta tto q u ello ch e m ai f e \ d isse: F ig liu o la ,
io non a rei m ai n te n a ltri rich iesto p er figliu ola, p erch m ai
tu a m adre n ien te m i m and a d ire. E questo d icea lagrhnando,
e poi d isse: B eh dim m i, nata d olce, com e h a i saputo q uesto fatto,
p erch io debbia esser tu o padre? A zzina d ice: Mia d olce m ad re
pi v o lte m i d isse ch e io figliuola era d Azzo de' P u lci da F i-
ren za, m a p er non vergogn arsi non v o lse m ai scr iv e re d i m e;
m a di punto in punto m i disse : e t ora io cogn osciu to non v 'a r e i,
se non c h e una fan tesca nom ata G iorgiana d 'A n con a, av en d o la
pi v o lte p regata ch e se qui v en iste m el facesse assap ere, e p er
v ho cognosciuto, d olce m io gen ito re. Azzo, ch e per ferm o cred e
dessere padre di A zzina, lieto [si] dim ostr. A zzina, essend o p resso
a cen a, ad albergo v o lle ch e a z z o rim anesse, il q u ale a ccetta to ,
credendosi essere con figliu ola, e ad albergo in una cam era
fu m esso, dove p er lo gran caldo si spogli e t in g iu b b ettin o,
trattosi ogni panno e q u elli fiorini cin qu ecen to ch e in una sc a r se lla
a vea in su una cassabanca lass. E t volendo il su o a g io fe re,
m ostratogli per q u ella fan ciu lla il luogo dove ponendosi a sed ere
[il p otre], in n el ca n a le cadde, in n el q uale gridando, uno rof-
fiano facendosi a lla fin estra d isse: S e non ci lassi dorm ire, io v er r
costaggi e darotti di m olte bastonate. A zzo d ice; D eh fate c h e
m ia figliu ola A zzina sen ta com e io sono qua caduto. Li v ic in i
disseno: O buon om o, p er lo m eglio ch e p uoi, briga di p a rtirti
di costi, se non vu oi esser m orto, per q uine u* tu se sono g en ti
di assai ca ttiv a condizione. A zzo, vedendosi a m al partito, m eg lio
ch e potea d el ca n a le u scio, e addom andando se n e and a llalbergo
e con alcu n i suoi am ici si d olse d el caso, dicendo: U na giovan a
nom ata A zzina m h a ingannato. Li am ici d issen o: Abbi p er ce rto
ch e in questa terra non donna ch e A zzina si feccia ch ia m a re;
ma tu sarai sta to beffato, com e g i c i sono sta ti beffati d elli a ltri.
Azzo, m alcontento, sen za m ercanzia e sen za dinari, a F iren ze si
ritorn.
DB MALITI A HOMINIS 239

68.
[Trir., a M].

DE MALITIA HOMINIS.

In F isn elle contado di F iren za era e anco uno m onesterio


de donne assai fam oso p er )a loro san tit, lo quale non nom iner
p er non dim inuire in parte la loro fam a, in n el quale erano otto
m onache giovan e con una badessa assai giovana, le quali per loro
ortolan o avean o uno fam ulo assai sim p lice. E non contentandosi
d el salario, ch e a lu i dato era, ftto conto e ragion e co l castaido
d elle m onache, a L am porecchio, donde e g li era, ritorn. Il qual,
tra g li a ltri, lietam en te fu rico lto da uno giovano forte e robusto,
essend o om o di v illa , con viso assai p iacevole, il cu i nom e era
M ustachio. Dom andando a q uello, ch e N uto a v ea nom e, donde
era v en u to ch e tan to tem po era stato senza ritorn are, disse
com e era stato in n el ta le m onistero lavorando l'orto, e t alcu na
v o lta attin g ea loro dell'acqua e t andava al bosco per legn a, di ch e,
dandom i poco salario, e t anco p erch m i paiono tanto giovan e
c h e abbino il d iau le addosso, e p er la ricada (1) ch e m i davano,
m i p artii, ch e m entre io lavoravo v en ia l'u n a e tolleam i la zappa,
e d icea : Q uesto non sta b en e; e l'a ltra distendea la m ano e sca
vava li erb u cci ch e io m essi a vea dicendo: Q uesti non v o glio
qui sta re. E t era tanto questo affanno, ch e d ilib erai di partirm i.
E quando m e n e ven n i, m i preg il loro castaido c h e, se io tro
v a sse uno, ch e l lo m andasse. M ustachio, udendo le parole, g li
v en n e in nell'anim o una vo g lia s gran d e di trovarsi con q u elle
m on ach e, com prendendo per q u ella andata p otergli v en ir ftto
il su o p en sieri, e pens n ien te d ire a N uto p erch fatto n ien te
g li verrebbe, m a di tr o v a r e , altro m odo pens, e secretam en te
da L am porecchio si partio, con una scu ra in collo, m ostrandosi
m u tolo, e cam in a l m onistero ditto, dove quine p er am icco ch ied ea
da m angiare, n castaid o, om o di serv ig io d elle m onache, lo ved e,
con am icch i lo ch iam a in n el ch iostro, e datogli m angiare, uno
leg n o c h e N uto fen d er non pot il castaid o a l m utolo fender lo
fe*; lu i com e giovano cos fe. E preso il castaid o p iacere del
m utolo, con uno asino a l bosco lo m en e con am icch i le legn a 1

(1) Sic. Pone sioada Ma del tempo e dell'uso toscano?


240 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI
g li f ta g lia re e t al m onistero p ortarle. Bt avendo il castaido a
fare fare m olte cose, pi g io rn i lo ten n e, dandogli ben da man
g ia re e d ella fatica assai. A vvenn e ch e un di la badessa lo vide
dim andando ch i era, il castaid o d isse: C ostui uno m utolo po
vero, ch e venendo p er lim osina, ne l'h o fotta, e t h ogli fatto fare
m olte cose ch e bisognavano, e penso ch e sapr la vorare ch e se
nar buono serv ig io e an co p erch e g li m utolo non potr queste
vo stre m onachetto m otteggiare. A cu i la badessa d isse : In f*
di Dio tu d ici il vero, e t b en e ch e noi il ritegnam o, e tu fa che
g li dii q u alch e cap ellin a v ecch ia . M ustachio, ch e p resso era
quando la badessa ci d ice, in fra s m edesm o d ice: Gost-dentro
mi m ettete, io v i lavorer il vostro orto ch e m ai si b en e non
v i fU lavorato. Lo castaid o dom andando co* cen n i M ustachio se
q uin e dim orar volea, lu i co* cenn i d isse s, im ponendogli che
l'orto lavorasse, e poi and a fare su oi fotti. E t aven d o alcuno
di incom inciato a lavorar l'orto, le m onache com iiicion n o a fargli
noja, com e soleano a N uto fare, dicendogli le pi sce lle ra te pa
ro le d el m ondo, non credendo ch e lu i le ste n d e sse . L a badessa,
ch e stim ava senza coda fosse com e sen za lin gu a, di q u e lle parole
poco si cu rava. D ue giovan e m onache, c h e p er lo giard ino an
davano, s appressarono a lu i, facendo [e g li] sem biante di dormire;
com inciarono a risgu ard arlo. Luna, c h era alquanto p i baldan
zosa, d isse a lla ltra : Se io cred essi ch e m i ten essi credenza, io
ti d irei alcu no m io p en sieri, ch e pi giorn i h o e a vu to, e forse
ch e a te n e torner u tile . R ispuose l'altra: Di' sicu ram ente. Al
lora la baldanzosa d isse: Tu sai com e noi siam o ten u te strette
ch e om o en trare non c i pu, e tu di sap ere, quando le donne
sono v e n u te , ch e hanno ditto ch e a ltra d olcezza nulla a
risp etto di q u ella d ellu sare coll'om o; e per m 'ho posto in animo,
p oich a ltri en trare non ci p u , d' u sare col m utolo nostro,
p erch mi pare ch e da c i sia, e t p erch v o lesse non lo potre
d ire, e per da te vorrei u d ire q u ello c h e a te n e p are. Ohim,
d isse la co m p a g n a , non sai ch e noi abbiam o prom esso a Dio
virg in it ? E lla risp u o se: Q uante cose s im prom ettono c h e nos'at*
tegnono! C he se noi g liel' avem o prom esso, tro v i un altro che
l'attegn a. La com pagna d isse: 0 se noi in gravidassim o? come
andrebbe? R ispuose: Tu p en si la cosa prim a ch e a w e g n a : e
quando v en ir allora [c i penserem o] (1). E lla d isse: Or come(i)

(i) Qui il ma. dice: se quando venire alora come allora. Ho cercato ca
varne un senso.
DE MALITIA HOMINIS 241
farem o? A cu i co lei risp u ose: Tu vedi ch e din su llora ch e le
m onache sono a dorm ire in n e llorto non persona; io lo pren
der p er la m no e con d urrollo n el cap an netto dove i fu gge
quando piove, e l'una stia dentro con lu i e t l'a ltra faccia gu ard ia.
M ustachio udia q uesto, disposto a u bid ire, ch e a ltro non sp ettava ;
appressandosi la prim a m onaca, lu i dest, e con a tti lu sin g h ev o li
p reselo p er la m ano, lu i facendo cotali risa scio cch e, lo m en
in n el capannetto, dove M ustachio, sen za farsi troppo in vitare,
la fo m io di van taggio di q u ello ch e e lla volea. E t e lla , com e
le a le com pagna, avu to q u ello volea, diede a lla ltra luogo. E Mu
stach io, pur sim p lice m ostrandosi, q u ella fornio, n prim a da
q u el luogo si partirono, ch e pi v o lte ciascu n a da M ustachio fu
forn ita; e poi le m onache tra loro ragionando ch e buona cosa
era a p rovare l om o, e ch e il loro p en sieri era stata ottim a
cosa, da poi prendendo con v en ev o le tem po, con M ustachio for
n irono loro volontade. A vvenn e un giorno ch e una loro com pagna
da u n a fin estra della ce lla a vved u tasi, a du* a ltre m onache g io
v a n e lo m ostr, tenend o ragionam ento da ccu sa rle a lla badessa ;
poi m utarono con siglio, ch accord atesi in siem e, fanno p artecipi
d el podere di M ustachio com e le prim e, a lle quali co se l'a ltre
m on ach e, p er d iversi accid en ti, d iven n ero com pagne d elle prim e
in vari tem pi. U ltim am ente la badessa, p he di questi fatti n ien te
sapea, andando un di tu tta sola p er lo giard ino, siando il cald o
gran d e, M ustachio trov, il q u ale di poca fatica e l di per lo
troppo ca v a lca re d ella n o tte n ava assai, tu tto d isteso a llom bra
d i uno am andolo dorm iasi, e venendo alcu no ven to, li panni le
v a ti d irieto di M ustachio, stava tu tto scoperto, il ch e la badessa
riguardando, in n el m edesim o ap petito cadde [in j ch e le su e mo
n a ch e cad u te erano. E destato M ustachio, in n ella sua cam era
lo m en, dove p i d [ste tte ] con grandi querim onie d elle g iovan e
m onache, afflitte ch e lortolano non v en ia a lavorare il lo ro te r
ren o. La badessa riprovando q u ella dolcezza, ch e prim a [in ]
l a ltre biasim are solea, ultim am ente la badessa lo rim and al
l orto con prom issione ad am icchi ch e a le i ritorn asse, rivolen d olo
e volendo la badessa di lu i pi ch e parte. N on potendo M ustachio
a ta n te satisfare, s'avvisr ch e il suo esser m utolo g li potrebbe,
se pi ste sse , in g ra v e danno riu scire, e per u na n otte, stando
c o lla badessa, com in ci a d ire : M adonna, io h o e in teso ch e uno
g a llo basta a sei e d ieci g a llin e ; m a ch e d ieci om ini possono m ale
e con fatica a una fem m ina sa tisfare, d ove ch e a m e mi con
v err serv ire n ove, il p erch per cosa d el m ondo durare non
242 NOVELLE DI GIOVANNI 8ERCAMBI

p otre, p erocch per q u ello ho fatto non posso fare n poco n


m ollo. 0 voi m i la ssa te andare con Dio o a q u este cose tro v a te
m odo. La donna, udendo co stu i p arlare, il q u ale cred ea ch e
m utolo fo sse, tu tta stord e d isse: Che q uesto ch e io cred ea
ch e m utolo fussi? M ustachio d isse: M adonna, io era ben co s, ma
non p er natura. La badessa lo dim and ch e v o lea d ir e ch e
a v esse serv ito a n ove. M ustachio le d isse tu ttoci c h e c o lle m o
n ach etto fatto a v ea. A ccortasi la badessa ch e l'a ltr e m on ach e
erano sta te pi sa v ie di lei, ch e prim a avean o assaggiato M ustachio
ch e lei, pens di non la ssare p artire M ustachio; e t c o lle su e
m onache trovar m odo acci ch e tu tte di pari si p otessero con
ten ta re. E t essend o m orto di p och i d ie il loro castaid o, e lesse ro
M ustachio castaido, partendo le giorn ate p er m odo ch e M ustachio
le potea sosten ere, in n el q uale m onistero il d itto M u stachio
acquist m olti m onachini e cosi steo fin e ch e la badessa m o r;
e M ustachio, d iventato v ecch io , con m olti dinari a v u ti da q u e lle
m onache a L am porecchio ritorn, dove dom andato quine u era
stato e t com e c h avea roba guadagnato, rispondendo d isse ch e
C risto tra tta v a co s ch i corna sopra I ca p ello g li pone.
DB SUBITA MAL1TIA IN MULIERE 243

69 .
[Trir., & 100].

DE SUBITA MALITIA IN MULIERE.

F a n el contado di Spoleto un donna nom ata T urcora, nata assai


di v ii g en ti e m aritata a un lavoratore di terra nom ato O rsuccio,
il q uale p rendea d iletto grandissim o p er avarizia so lo in lavorare
et quello era il suo som m o p iacere. Turcora ch e di natura era
ferv en te con darsi p iacere talora con uno e talora con un altro
e t in ta le cosa m olto si dilettava lassando a l m arito il p en sieri
d i la v o ra re e darsi d ella fatica quanto portare n e p otea; T urcora,
c h e p er avarizia non volea esser dannata, disposta a sp argere
d e lle su e cose e t an co di q u elle c h e lo m arito talora rau n ava,
e in q uesto stava d i continuo atten ta a serv ire a ch i n e dom an
d a sse, e questo m odo la ditta T urcora ten ea ch e con pi e pi
sp essissim e v o lte sera con p iacere trovata abbracciata. E in tra
li a ltri gio v a n i c h e T urcora am ava, e con cu i e lla pi di continuo
si ritrovava, era uno nom ato il R ughia, il q uale per b ella e grande
m asserizia ch e di sotto appiccata ten ea g li fh ta l nom e im posto.
E sp essissim e v o lte T urcora con lu i trovavasi. D ivenne ch e un
g io rn o O rsuccio tornando a casa e lu scio trovando serrato, p er
u n a fessu ra dentro riguardando, v id e T urcora abbracciata con
R u g h ia in su uno supidano, il p erch , a O rsuccio ta le atto dia*
p iacen d ogli, con furia p ercosse luscio. R ughia, c h e ode la v o ce
d i Orsuccio* dubitando d ice alla donna: Noi siam o a m al p artito.
T u rco ra , rilev a ta si, aprendo uno u scio ch e d irieto a lla casa era,
p er una selv a si fu ggia. R ughia d irieto a le i n e v a e. O rsuccio,
-che prim a ha ved u to il m odo ch e la m oglie ten ea e poi n e lha
v ed u ta andare e il giovan o d irieto, con furia lu scio aprendo, e
c o n una lancia d irieto alla m oglie e al giovano correndo, n e fi
ito . R ughia, com e giovano, la donna pass. La donna, ch e si ved e
i l m arito con fu ria v en ire d irieto, stim ando d elle su e m ani non
p o ter cam pare, pens con q u alch e scu sa raffrenare la furia d el
m arito. O rsuccio, ch e sopraggiunto a T urcora, d ice: A hi m e
r e tr ic e e ca ttiv a , ora non potrai a v ere alcu na scusa di non con
fessa re tu averm i fallito, p oich co m iei occh i h o ved u to tu
e sse r e abbracciata con uno giovano prendendovi p iacere, e per
p i vitu p erio ora te ne fu ggivi con lu i, m a m erc n'abbiano i
244 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

m iei piedi c h e t'hanno qui giun ta, dove farai conto d ellop re te-
m ite. T urcora d ice: D eh, m arito m io, ti prego ch e m i d ich i la
v erit se m eco in casa alcu n a persona v ed esti e poi se d irieto
a m e lo v ed esti v en ire, p erocch , se co s frisse, sere* di b isogn o
ch e altro ti d icesse. O rsuccio d ice: D eh, m eretrice m alvagia, com e
non vidi uno giovano ch e t era addosso e tu lo ten ei stretto ab
b racciato e com e m i sen tisti p icch iare te ne fu ggivi via, e il gio
vano ti v en n e d irieto e non lho potuto giu n g ere, m a te p u re ho
giu n ta qui, m eretrice, ch e ti v o lei con D io andare? T u rcora, con
lagrim e ch e sogliono g itta re ta li fem m ine, d ice a O rsuccio: Ornai
cognosco ch e tu tti n andiam o a un m odo, p erocch m ia m adre
m i d isse q uello ch e ora O rsuccio m io h a i ditto, ch e quando io
frisse presso a lla m orte ch e io ser ei veduta ch e parre* c h e uno
m i frisse addosso, e poi ch e io m e nandasse v ia e lu i m i v en isse
d irieto. E cos m i d isse la m ia am orosa m am m a ch e a lla tua
m am m a d iven n e, e quando la m am m a m ia v en n e a m orte, lo m io
savio babbo vide quello ch e ora tu, vezzoso m io m arito, d i m e
ved u to h a i. E per ti d ico, p oich tu m e lh ai ditto, c h m ai non
m i d icesti bugia, ti prego ch e prim a ch e io m uoia, c h la vita
m ia non pu esser oltra a quindici d, secondo q u ello ch e a lle m ie
an tich e e paren ti intravven u to, di m andare p er un notaio, c h e io
v o fare testam en to, e prim a vo ch e l m io corpo si sop pellisca
dove la m ia savorosa m am m a fri so p p ellita, e la m ia dota vo
ch e si strib u isca in questo modo: e t prim a per lanim a d i mio
d olce padre vo ch e si dia il poder d ella F alom bra, e p er lanim a
d ella d olce m am m a si dia il poder d el V entospazza con tu tte le
p ertin en ze, e t alla nostra benedetta ch iesa si diano le v ite lle t te
n ate d elle m ie v acch e, e t a R u steco nostro lavoratore la scio la
m ia b ella gon nella, e t a R ughia d ella v illa di buona m isu ra gli
lasso il podere, ch e d el terren o di m ia m adre u scio, nom ato (1)
F ra llem ieco scie sicuram ente; m entre ch e io v iv o lo lavori senza
m ancare, e quando ser passata di questa v ita n e faccia q u ello
ch e v u o le. E p erch tu, O rsuccio m io, mh a i preditto ch e io m orir
debbo, non v o ch e tu abbi d e m iei fatti altro ch e q u el podere
si chiam a il .gom bo di frate gabbo e q u ella vigna ch e si chiam a
la tigna d ella piacciola< altra cosa non v o ch e abbi, p oich s
giovana m h ai preditto ch e m orire debbo. E rano q uesti d u poderi,
oltra le triste co se ch e T urcora avea, le pi triste. N arrato q u ello 1

(1) Ms.: u si dee.


DE SUBITA MALITI A IN MULIBRE 245

che v u ole ch e il suo testam ento dica, dicendo a O rsuccio ch e


p restam en te p er lo p rete e p er lo notaro vada; O rsuccio, ch e
udito h a e q u ello ch e la sua T urcora d icea, g li d isse: T u rcora,
e non bisogno ch e tu ta l testam en to facci, p erocch n ien te
h o veduto, e t q u ello tho d itto ti d icea per ved ere q u ello ch e
tu m i d icev i. T urcora con v ezzi d ice: Tu lo di pur a v er ved u to
q u el giovano ch e mera addosso; io ti prego, odore d el m io sed ere,
o h e tu m el d ich i, p erocch io non v orrei m orire sen za p en eten za.
Lo m arito giu ra non a v erla m ai ved u ta; la donna g lie l Ih pi
v o lte g iu ra re; O rsuccio giura. T urcora d ice: P o ich tu m i d ici
il v ero, io voglio stare con tenta a q u ello d ici senza foro testa
m ento, e vo* ch e ogni possessione sia tua, salvo ch e per rim edio
deUanim a di m ia m adre R ughia possegga la p ossessione m ia
F ra llem ieco scie fin e ch e io v iv a sar, o lu i ; e t poi ritorni a te ,
od orifero m arito. O rsuccio d ice: Io sono m olto co n ten to, e con
a lleg rezza O rsuccio n e rim en T urcora a casa, dove poi R ughia
possedeo ta l podere sen za sospetto a suo p iacere. T urcora si
con fortava, lassando la fatica d el la vorare al m arito, le i dandosi
buon tem po.
246 NOVELLE 01 GIOVANNI SERCAMB1

70.
[Tiiv., n* 101].

DE MALA. GORRETIONE.

N el contado di Parm a, in una v illa ch iam ata B oera, d ove m olte


b estie grosse si m enano a p astu rare, era uno garzon e det da n n i
s e d ic i, nom ato P a ssa rin o , il q u ale aven d o m adre sen za p ad re,
p erocch m orto era, la qual m adre er a ch iam ata Cadonna, a v ea n o
m olte v a cch e, con le quali la lor v ita m anteneano, guardandole in
torm a co lla ltre il d itto P assarino. Et sim ile in n ella d itta v illa
era una donna vedova nom ata N a rd a , la q uale solam en te u n a
figliu ola b ellissim a a v ea , ch iam ata B eilocora, d 'et anni q u in d ici,
le q uale ezian d io di b estiam e la lor vita cavavano gu ard and ole
in torm a B eilocora co lle a ltre p erch a gu ard are le m en asse.
E ssendo m oltissim i m esi sta ti in siem e a gu ard are v a cch e P assa
rino con B eilo co ra , un giorn o in fra gl* a ltr i, N arda m adre di
B eilocora d ice a lla figliu ola ch e, se P assarin o g li v o lesse m on tare
addosso, non lo la ssi m ontare, ma dim andagli ch e ti dia du* o tr e
ca ci e an co poi non con sen ti. B eilocora, ch era pura, non sap en d o
ch e ci v o lesse ancora d ire m ontare addosso, d isse a la N arda
sua m adre: Or ch e v u ol d ire q uesto m ontare addosso? N arda
d isse: S io te linsegner. E t p ostasi N arda in terra r iv e r s a , i
panni alzandosi, le gam be aprendo, d isse: A questo m odo ti con
verr stare c h e g li ti salir addosso. La fan ciu lla d isse: C otesto
saprei io a v a le ben fare. La m adre g li d ice : G uarda c h e ta l co sa
non fa cessi, p erocch io te n e p agh erei; ma se P assarin o ti d i
cesse di vo lerlo fare, fatti dare li ca ci e poi non co n sen tire. L a
fan ciu lla, ch e tu tto ha in teso, g li pare m ille an ni ch e sia l o ra
dandare a m ettere [fu ori] le vacch e. E stata alquanto, P a ssa rin o
giu n ge e d ice: B eilocora, m etti fhor li buoi. B eilocora p resto l i
buoi m anda fuori e t alla pastura con P assarino se n e v a . P assa
rino, ch e sen za alcu n p en sieri si s t a , B eilocora g li com in cia a
d ir e : 0 P assarin o, se m i vorrai m ontare a d d o sso , tu m i d arai
tre ca c i; e questo d iti ha B eilocora cantando: D eh P assarin o, s e
m i vorrai m ontare addosso, m i darai tre ca ci. Odendo c a n ta r e
P assarino q u ella can zon etta, a B eilocora incom inci a risp on d ere
in can to: Or [p er] ch e m odo si m onta addosso, or [per] ch e m odo
si m onta addosso? B eilocora, q uello udito rispondere can tan d o.
DE MALA CORRETTONE 247

g itta to si riv ersa e sco p erta si, ap erte le c o sc io , d isse: A q uesto


m odo star io, e tu sta ra i di sopra, oom e m am m a m h a Insegnato;
e t sim ile q ueste p arole d icea cantando. P assarino, c h e era in n el
tem po ch e la natura da s m edesim a cognoscea q u ello ch e B ello-
oora v o lea d ire, g ittatosi P assarin o senza b rach e, ch e ancora por
ta te non av ea , giu so, p er v o lerg li m ontare addosso, B ellocora disse:
A rrecam i prim a tr e ca ci. P assarin o, c h e g i l'am ore lo com incia
a p un gere, d isse: Io andr p er essi, e m ossesi e t and a casa, e
sen za ch e la m adre il sap esse, tre ca c i a B ellocora port, e a
le i li d iede. B ellooora q u elli p rese dando ind u gio a P assarin o;
la sera li ca ci n e port a lla m adre. N arda, ch e ved e ch e B ello
cora h a reca ti tre ca ci, la dim anda se P assarin o addosso g li era
m on tato; ella d isse di no, p erch io non v o lli,o o m e voi m in se
gn a ste. La m adre d ice: B enedetta fig liu o la , o r cosi fa sem pre.
P assarin o, ch e g i a v ea il co re a B ellocora, tornatosi a ca sa , stava
pensoso per B ellocora. B ellocora, ch e g i il carn ale ap petito l'avea
m ossa, e t an co il conforto d ella m adre, e p er beffare P assarin o
sp ettava lora di andare a m ettere li buoi in pastu ra; soprav
v en n e ch e , essend o m al tem po, com e dusanza avean o di m ettersi
P assarino e B ellocora uno sacco per uno in capo, a cci c h e dal
lacqua li cam p asse, cos la m attina con ragione fenno. E solfi*
citando P assarin o land a ch iam are. P assarin o, co l sacco in capo,
m ette fuori li buoi. P assarin o su bito m andati li buoi al pasto,
n andarono dove P assarin o d isse a B ellocora c h e si la scia sse
m ontare addosso. B ellocora, dopo m olto d ire ch e P assarino fatto
a v ea , d isse: Io sono con tenta; ma prim a v o ch e tu m i b aci il
cu lo . P assarino, ch e lam ore g li a v ea gi a ccresciu to il senno,
d isse ch era con tento. E sem pre piovendo, tenendo P assarino e
B ellocora il sacco in capo, alzandosi B ellocora li panni d irieto,
dicen do: Ornai m i ti lassa m ontare addosso, B ellocora disse: Non
forai, ch e m am m a m' h a d itto ch e io non mi ti lassi m ontare
addosso. P assarin o scornato non pu a ltro . B ello co ra , ritornata
a lla m adre, la m adre dim andandola q u ello ch e il d fatto aveano,
e lla risp uose, ch e P assarin o g li a v ea b aciato il cu lo e poi io non
v lsi ch e addosso m i m ontasse. La m adre d ice: B enedetta figliu ola,
or co s fo sem pre. B ellocora, ch e v ed e ch e la m adre lha lodata,
m ettendo in can zon e la persona di P assarino, quando fu tem po,
and a ch iam are P assarino, dicendo in can to: B aciaculo e sacco
in capo, m etti fuor li buoi. P assarino, ch e in ten d e, li buoi m and
a l pasco, volendo m ontare addosso a B ellocora. Ogni d pi v o lte
il cu lo g li b aciava, n m ai alcu na cosa da le i a v ere potea, nar-
248 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

rancio a N arda sua m adre ogni cosa e t ella confortandola ch e


ta l m aniera teg lia , e d i con tin u o B ellocora chiam ando P assarino
sem pre g li d icea: B aciacu lo e sacco in capo, m etti fiior li buoi.
Cadonna, ch e pi v o lte h a udito ch iam are il figliu olo a B ellocora,
parendogli m ale, ebbe P assarin o, dom andandolo d i tu tto. Passa
rin o g li d ice tu tto ci ch e B ellocora g li a vea fatto, e com e N arda
g li a v ea in segn ato. Cadonna, ch e h a ved u to lo strazio ch e a l fi
g liu olo era stato fatto, diliberando di ven d icarsi di ta l fatto, prese
una b ella borsa, e t a P assarin o la d iede d icen d ogli: M ostra questa
borsa a B ellocora, e t prim a g li di1, ch e tu vu oi m ettere il tuo
pincoro in n el suo conno, e poi g li darai la borsa. E quando ci
a v ra i fatto, non g li dare la borsa, e torna a m e, e t io t in segn er
q uello arai a d ire a ltro . P assarino, lieto , co lla borsa se n'and
a l pasco, m ostrandola a B ellocora. B ellocora lo prega g lie la dia.
P assarino d ice : L assam i m ettere lo pinco in n el conno tuo, e t io
te la dar. B ellocora, desiderosa della borsa, fu con tenta e las-
sossi ferrare, e piacendo a luno e a laltro, pi v o lte, prim a ch e
sera f sse, fenno il m estieri. C hiedendo B ellocora la borsa, P as
sarin o sen za d a rg liela se n and a casa e t a lla m adre raccont
tu tto. La m adre d isse: Or se oggim ai B ellocora ti d ir pi q u ello
ch e t ha ditto, tu di a lei, pinco in conno, e sa cco in capo m etti
fuor li buoi. Et posto ch e B ellocora non a v esse avu to la borsa,
n ien te di m eno, per lo p ia cere av u to , d isid erava a l pasco rito r
n are. E t lev a ta si, and a casa di P assarin o cantando e d icen do:
B aciacu lo e sacco in capo, m etti fuor li buoi. P assarin o cantando
risp u ose: P in co in conno e sacco in capo, m etti fiior li tu oi. La
m adre di B ellocora, ch e ode ta l suono, pens la sera dim andare
d el fatto, e andati a l bosco, B ellocora so llicitan d o P assarin o ch e il
pinco in n el conno m ettesse, P assarino [fh ] p resto a ubbidirla, n
pi daltro fra loro si ragion ava. N arda, la sera tornata B ello
cora, d ice q u ello ch e dir volea P assarino, quando d icea pinco in
conno e sacco in capo, m etti fuor li tu oi. B ellocora tu tto narr
fin e a q u el punto. N arda, c h e ved e la figliu ola a v ere m eglio im
parato ch e non g la vea insegnato, ordin c h e P assarin o fosse su o
m arito, e ved u te le p arti, senza can tare si denno poi buon tem po.
DE AVARITI A MAGNA 249

71.
[Trir., n 102].

DE A VARITIA MAONA.

A l tem po ch e la gu erra er a tra F irenza e P isa, fo in n ella


citt di P isa uno m edico nom ato m aestro P a cie di B arbaricina
nato, p er natura tanto avaro, ch e sp essissim e v o lte non m angiava
p er non ispend ere, e t sim ile la donna sua e l'a ltra fam iglia av ea
s am m aestrata in avarizia, ch e quasi com e lu i eran o a v a ri do-
v en ta ti. E t infra la ltre a v a rizie ch e il d itto m aestro P a cie focea,
s era c h e non ten ea fante neuno. E pi v o lte essendo da* su oi
am ici rip reso d ella avarizia ch e in lu i regn ava, e m assim am ente
d i non ten ere uno suo pari u no o du* ca v a lli con uno fon te al
m eno, lu i rispondeva (1 ) ch e non potre* ca v a llo ten ere c h e pi
d i fiorin i tren ta lanno non costasse, e t il fonte, sen za le sp ese
di salario, alm eno fiorin i q uin dici converr* pagare, s c h e pi di
cen to fiorin i ognanno sp en d ere g li con verr, dicendo c h e ca
v a llo non bisognava, p ero cch quando (2 ) bisogno fo sse ch e ad
a ltr i co n ven isse fuori d i P isa andare, ch e ta le p er bisogno il ca
v a llo e 1 fon te g li prestare*, e p er P isa poco si cu rava di ca v a llo
n di fonte, p ero cch sem pre il garzon e d ello sp ezia le non g li
v erre' m eno, e m eglio c h e io m i guadagni l anno q u ello ch e
i ca v a lli e *1 fonte consum assero, c h e tristam en te spender li fio
rin i cen to Tanno p er serb arli a c h i bisogno nar. L i am ici, ch e
odono q u ello ch e m aestro P a cie d ice, cogn oven o di v ero c h e l a
v a rizia lo m ovea a ten er ta li m odi [e t] diliberonno pi d i ta li
co se non ragionarne, lassandogli fore d in ari a su o m odo. E tan to
creb be il guadagno d el d itto m aestro P a cie, ch e pi m igliaia di
fiorin i guadagnati ebbe. E crescen d ogli i dinari, g li crescea la
varizia, in tanto ch e p er tu tta T oscana era sparta la n ovella
c h e m aestro P a cie era ricco a fondo e t era avaro p i ch e M ida,
c h e d el suo v ed ere si potea, m a non to ccare. E dim orando per
questo m odo, ce rti om ini a tti a ru b are d el contado di R ecanato;
sold ati d el com une di F iren za, avendo sen tito quanto m aestro 12

(1) Ms.: rispondendo.


(2) Ms.: quine.
250 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

P a cie da P isa era ricco e avaro, diliberonno con un b el m odo


gran p arte d ella sua roba a v ere. E dato tra loro ord ine d el m odo,
com e m ercadanti si vestirono, e p er la v ia di Siena a P isa ca
valcaron o on orevilm en te v estiti, [essend o] om ini dun m edesm o
luogo n ati. E g iu n ti in P isa e t a llo g g ia ti all'alb ergo del cap p ello,
q uin e u a ll'o ste disseno ch e li fecesse fare b en e ad agio, dando
suono d 'esser m ercadanti di m olte m ercan zie, l'o ste , c h e ono
r e v ili e con buoni ca v a lli li h a ved u ti, e p er lo buono pagam ento,
li lhcea ben god ere. E dim orati alquanti d ie, luno di loro, som i
g lia n te di m agrezza a m aestro P acie, m aliziosam ente si fin se in
ferm o. Li com pagni disseno a ll'o ste ch e di un buon m edico avean o
bisogno p er la m alattia del loro com pagno. L oste d isse m aestro
P a cie esser buono. C oloro, c h e a ltro non cercavan o, d issero a l
l'o ste c h e con loro andasse tan to ch e sap essero il cam ino. L 'oste
li condusse a casa e t a b ottega di m aestro P a cie, d ove trovan
dolo, a l com pagno lo m enarono, m ostrandosi m olto m alato. M aestro
P a cie, tastan d ogli il polso, d icea : P oco m ale m i p a re c h e abbi;
lo inferm o d icea : P er certo, m aestro, se voi di ta l m alattia, q u ale
io h oe, non m i g u a rite, non so ch i gu a rire m i debbia n possa.
L i'com p agni d icen o: D eh, m aestro P a cie, stu d iate ben e in aa
lien o e t in A vicenna, in M ezu e t in Ipocrate, non si d im en tich i
an ch e (1 ) in n ell! a ltri lib ri, sicch il n ostro com pagno p er v o i
sia gu arito, e t a ccio cch in ne* d itti lib ri p ossiate stu d iare, te n e te
a l p resen te q uesti d ieci fiorin i, a ccio cch tosto c e n e fa cciate lie ti.
M aestro P a cie, ch e v ed e fiorin i d ieci, ra lleg ra to d isse: P e r o e r to
io d iceva m ale da prim a, p erocch a m e p are a v a le abbi q u el
m ale ch e d ici ; dicendo: Io ordiner di buone cose, sicch co lla
grazia di Dio tosto v e l ar dato gu arito. E t p artitosi, a lla b ottega
se n and ordinando di m olti co n fetti. Li com pagni tu tto pagando,
dicendo a m aestro P a cie c h e spesso so lliciti di v isita re lo inferm o,
lo m edico cos fa. e t era tanto assecurato m aestro P a cie ad an
darvi a ogn ora per li fiorin i ch e ogn i d toccava, ch e pi d i
vin ticin q u e fiorini a v ea a vu ti forse in otto d e lo sp ezia le p i
di d ieci, e T ostieri pi di v in ti, ch costoro non arenn o sap uto
ch ied ere cosa ch e non l a vessero avu ta. V edendo un giorn o li
com pagni ch e un bel tem po s era m esso, d issero al m aestro P a cie
ch e a loro parea eh e l m alato si p otesse orm ai con ten tare e t in
cataletto portarlo fuora ( 2 ). E lo m edico d ice: E cos p are an co 12

(1) Ms. : / c h e .
(2) ]\K: p o t e r e .
DE AVARITI A MAONA 251
a m e. Di c h e eliin o d icen o a llalb erg a to re ch e faccia conto di
ci c h e avu to avean o e pagato lu i e l m edico e lo sp eziale, m et
tendo in ord ine uno ca ta letto p er lo d seg u en te, pregarono ( i )
il m edico ch e g li p iaccia prim a di v en irlo a ved ere p er d are
ord in e d ella v ita ordinando alcu n o co n fetto ristoratorio. E t co s
si segu io. M esso in a ssetto o gn i cosa e v en u to lo d ie seg u en te,
li com pagni, fa tti sella re li ca v a lli, e una bara ligaron o (2 ) in su
du ca v a lli per m odo fo rte con uno m atrassino e pium accio a c
con cio, ch e d en tro v i si possa agiato sta re con una co verta di
sopra, sa lv o un poco donde la testa sta r sen za cop ertu ra. Et
com e tu tto fu in assetto, uno di loro and p er m astro P a cie, di
cen d ogli c h e reg n a a ved ere lo nferm o. Lo m aestro, c h e non
a v ea fan te neuno, con q u ello com pagno all'alb ergo se nande,
e com e li a ltri videro v en ire il m edico, d isse ) a llo ste c h e con
lu n o di loro an d asse a llo sp ezia le p er con fetti, avendo inform ato
co lu i ch e and ch e tanto lo ten esse a bada ch e loro avessin o
fornita la loro faccen d a. E t co s lo ste a llo sp ezia le se nand con
uno com pagno. M aestro P a cie guidato in n ella cam era dove per
sona non era se non d i q u elli com pagni, e giun to ch e q u in e fu,
subito cacciand ogli la m ano alla gola labbavagliarono con lig a rg li
le m ani e i piedi, e t in volto in uno p iliccio n e in un len zu olo, in
scam bio di co lu i ch e nferm o s era fatto, gi p er la scala lo por-
tonno, in n ella bara lo m isero, e t cop erto m olto bene ch e neuno
v ed ere lo potesse, m ontarono (3) a ca v a llo . Intanto lo ste con
q u ello com pagno venuti d allo sp ezia le con con fetti, prendendo
com m iato d alla fam iglia d elloste, pregando lo ste ch e con loro
andasse fin e alla porta, a ccio cch la v ia in segn i loro; l'oste d isse:
V olen tieri. Et m ossi d a llalbergo, verso porta San M arco se nan
darono, e t com e a lla porta funno g iu n ti, loste d isse a guardiani
ch e quello era uno m alato e pass via, e t uno di q u elli com pagni,
m ettendosi m ano alla scarsella, n e trasse du fiorini dicendo: Uno
di questi ch e sia tuo per un paio di calze, e laltro darai a
m aestro P acie c h e se ne com peri un altro paio; e raccom andati
a Dio cam inoro verso M arti (4). E quando funno presso a G astei
d e l bosco, dove si teneano sicu ri, aven d o quasi passato il terren o
di P isa, dislegarono il m aestro P acie, et in su uno cavallo lo 1234

(1) Ma. : pregando.


(2) Ms.: ligata.
(3) Ma.: montati.
(4) Cos nel ms.
252 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

m isero sen za lev a rg li b avaglioro e co n d u ssero in d el V aldarno,


l u q uine lo dislegarono e t facendogli onore assai, a ccio cch
d in ari facesse assai v en ire, lo ten ean o a buona gu ard ia. Lo ste,
c h ritornato dentro in P isa, andato a rich ied ere m aestro P a cie
p er dargli q uello fiorino, lass (1) a llo sp eziale la nbascata ch e
se tornasse g li avea dare uno fiorino, et cos tu tto l di pass.
V enuta la n otte, m aestro P a cie non tornando a casa, la sua fa
m iglia stim ando fu sse alla bottega, lo sp ezia le c h e m olti ch e
avean o del m aestro rich iesto m andava a casa p er sap ere q u ello
c h e di m aestro P a cie fu sse, e non trovand osi, n andarono a la l
bergo, dove l oste [d isse] ch e quine non era stato se non quando
lo nferm o si parto. E t non potendosene sap er n u lla , la n o tte n e
stenno in grande p en siero. M aestro P acie, ch e si ved e essere
m al condotto, prega q u elli ch e preso lhanno ch e la persona g li
salvino, e ch e di dinari dare' loro tanti ch e riccam en te potranno
ad agio stare, dicendo : Io per a v arizia non ho voluto ten er fante,
e t io com e fante sono stato trappato. L i com pagni, ch e sapeano
ch e m aestro P acie potea agiatam ente pagare fiorin i sei m ila, dis
sero: N oi siam o sei e t per vogliam o subito per ciascu n o fiorin i
m ille. Lo m aestro, ch e avea disid erio du scire loro d a lle m ani
per ritorn are a P isa, [d isse] c h era contento, e fatto una lettera
ch e in F iren za ta li d in ari fusseno pagati e m andata a P isa a lla
fam iglia e a parenti, p restam en te li dinari pagati (unno, e m aestro
P a cie tornato a P isa, p er la n ovella contata dispuose poi di v o
lere di continuo ten ere du fam igli, a ccio cch seco in ogni la to
andassero p er non poter pi a forza essere riten u to . E t co s,
dopo il perdim ento d ellasino, la sta lla ch iu se.1

(1) Ms.: lassando.


DE INGANNO IN AMORE 253

78 .
[THt., d* 108].

DE INGANNO IN AMORE.

N el tem po di G rim aldo g iu d ice in A rborea fu una donna v e


dova nom ata M anta, donna g i stata del signore di C astri, la
q u ale donna per la su a b ellezza e senno en tr dam ore in n el
l anim o d el d itto G rim aldo, g iu d ice dA rborea, in tan to ch e fat
ta la dom andare p er m oglie, lei p rese, dandosi p iacere con ma
donna M anta alquanto tem po. E t essend o lo ditto sig n o re di gran d e
stato, tenendo co rte gran d e con ca v a lieri e fam igli, com e i grandi
sign ori fare sogliono, av v en n e q u ello ch e D ante m ette ch e la
m ore a l cuor g en tile ratto s apprende. T ale am ore a l cu ore duno
a cco n ciatore di ca v a lli sapprese, in tan to c h e non guardando
ta ragazzo sua con d izione, d ella donna di G rim aldo sinnam or
p er ta l modo, ch e a ltro ch e p en sare q uello ch e alla d itta donna
fu sse in p iacere non era lanim o suo. E t allora si parea beato
quando la donna ca valcava il ca vallo ch e lu i co n ciava, andan
d ogli a p i sem pre alla staffa, e com e le toccava i panni, lam ore
p i rinfiam m ava, in tan toch non potendo a llam or durare, d ili
b er dover p iuttosto m orire ch e in ta le stato rim anere. Et co-
gn oscen d o p er lettere o im basciate c h e a le i m andasse n ien te
g li se r e valu to, e t anco se da s g li a v esse il suo d esiderio appa
le sa to piuttosto la speranza g li sere fa llita , p er a ltro m odo pens
ad em p iere il suo d isid erio. E t una sera sen za lum e nascoso in
u na sala, dove da q u ella in n ella cam era d el sign ore e t in n ella
cam era d ella donna en tra re si potea, si puose spettando rim edio
a l suo fatto. E t non m olto tem po dim or d ella notte, ch e Gri
m aldo a llu scio d ella sua cam era, in volto nudo in un m antello
gra n d e con una can d ela accesa in m ano e con una m azzuola,
g iu n to a llu scio d ella cam era d ella donna, du* v o lte percosse l'u scio
d ella cam era. La cam era da una cam eriera ap erta, lu i entrato,
sp en se (1) il lu m e. G rim aldo, en trato in n el letto , colla donna si
d i p iacere. Il ragazzo, ch e tu tto h a veduto, d ordine di a v ere
u n o m antello e una can d ela e una m azzuola, e la n otte seg u en te,1

(1) Ma.: prese.


2 54 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

non potendo pi lam ore cela re, in n ella preditta sala di d si


n ascose, e t ven u ta la n otte con una p ietra e con a ccia io , ch e
portato seco a v ea , fece del fuoco e t la candela accese, e t in volto
nudo in n el m an tello co lla m azzuola alla cam era d ella donna di
G rim aldo nand e t p ercosse du v o lte. Una cam eriera tu tta son
nacchiosa la cam era ap erse e t il lum e d i m ano al ragazzo lev,
credendo ch e fusse G rim aldo. E ntrato in n el letto , m ostrando al
quanto corru ccioso, sen za p arlare pi v o lte la donna fo rn o ; e
poi tra s dicendo: E m i p otre lo troppo stare co sta re caro,
posto ch e m alvolen tieri dal d isiato d iletto p artir si sap ea, dili
ber una volta p ren d ere p iacere con m adonna M anta e p o i par
tirsi (1) e cos e f. M adonna M anta, ch e stim a essere col m arito,
n ien te g li d ice, p erch le pare sia alquanto pensoso. L o ra
gazzo, rip reso il m an tello e l lum e, d ella cam era u scio e t in una
gran sala sopra la sta lla co lli altri ragazzi a dorm ire se n e and.
G rim aldo, stato alquanto, u scio fuori d ella sua cam era e t a quella
di m adam a M anta se nand, e p icch iand o g li fu aperto, e t en
trato in n el letto, m adonna M anta d isse : D eh m essere, c h e avete
in p en sieri stan otte di fare, ch e poca ora ch e qui v en iste e
o ltre lu sato m a v ete contenta? E p ertanto v i p rego ch e non vo
g lia te tan to seg u ire la volont ch e d ella persona vi g u a stiate,
ch v i de b astare stan otte a v ere avu to m eco a fare s e i volte,
ch e non so quando v i d iven isse, e t io, p erch io v i ved ea m alin-
conoso senza p arlare, v i lasciai fare tu tto ci ch e v o leste, e per
v i prego ch e per stan otte pi fare non v o g lia te. G rim ald o, che
ode la donna sua q u ello ch ied ere, stim ch e a ltri in m odo che
lu i v e n ir e d ovea. P er non vergogn are s n la donna, d ic e : Tu
dici bene e t io cos vo fare. E t p artitosi cos, stim d ella fam iglia
esser colu i ch e ta l cosa fatto avea, e t pens fra s dicen do:
Q uello ta l cosa fatto ar, non g li sar ancora la paura u scita dal
p etto; e t subito se nand in n ella ditta sala, dove m o lte letta
erano, dove i ragazzi e li a ltri dorm iano, e com inciando a cer
ca re a uno a uno, non trovando q u ello ch e trovare volea, v en n e a
quel ragazzo, ch e pi v o lte a vea diliberato fra s m olti p en sieri
vedendo quel sign ore, u ltim am en te diliber fare v ista di dorm ire.
Et G rim aldo, com e la m ano g li m ise a l petto, trov ch e *1 cuore
g li battea ch e parea v o lesse u scire del corpo, e su bito fra s
d isse: Io ho trovato colu i ch e io volea, e t p er non fare rem ore

(1; Ms. : partitosi.


DE INGANNO IN AMORE 255

e t p er non vergogn arsi, stim p er nuovo m odo farlo m orire. Et


subito preso d ellongosto, ch e in uno calam aio quine era , e' in
su l co llo sopra a* panni [lo ] tin se, dicendo: D om attino cognoscer
co lu i c h e M anta s'ha goduto in m io scam bio, e p artissi. Lo ra
gazzo, c h e h a sen tito e ved u to q uello ch e G rim aldo avea fatto,
p ens a l suo scam po, ch lev a to si e preso l ongosto tu tti li a ltri
ra g a zzi e fam igli in q u el m edesim o lu ogo sign. La m attina Gri
m ald o, prim a ch e le p orte d el palagio siano ap erte, fe' davanti
a s v en ire tu tta la fam iglia e raguardando p er q u ello ch e se*
g n ato avea, ved en d oli tu tti seg n a ti, d isse fr a s: C olui ch e in
m io lu ogo con m adonna M anta si trov, h a trovato savio modo
c h e io non possa sap ere ch i . E cognoscendo ch e vergogna
gra n d e g li era v o ler sap ere ch i sta to fosse, e t a n ch e ch e sim ile
v en d etta non salvava lo suo onore, e t an co stim m adonna M anta
n on esse re stata con sen zien te, c h sem pre e lla avea stim ato e
stim a v a con G rim aldo essere stata, d isse: Se a ltro sen tire vo
le sse , le i poter d im ostrare per l'a v v en ire esser con ten ta, di liber
ta c e r e , e d isse : Chi lh a fatto di voi noi faccia p i . L i ragazzi,
e h e n ien te sanno, d icean o fra loro : Or ch e vorr d ire lo signore?
C olui ch e fatto lavea ten n e segreto, n m ai si trov ch e la for
tu n a la v esse a si fatto punto m esso com e fatto la vea.
256 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

73 .
[T it ., 104].

DE IN V ID IA .

N ella nostra citt di L ucca, a l tem po ch e m esser M arco V isconti


di M ilano la lass in pegno a* ted esch i, m olti cittad in i L u cch esi
p er m ale stato di L ucca si partirono, in fra q uali fu uno m esser
B artolo di Bocca di v a cca ca v a lieri, il q u ale si condusse in n elle
terre di m esser M astino d ella Scala, sign ore di V erona. E t quine
prendendo una casa p er p oter la sua v ita sen za m olta spesa
passare, stato alquanto tem po il d itto m esser B artolo in V erona,
fu p er alcu n o cogn oscen te di d itto m esser B artolo parlato a
m esser M astino dicendogli ch e b en e era ch e di grazia a l ditto
m esser B artolo u na podestaria g li d esse, in q u alch e terra a lu i
sottoposta. M esser M astino, p er le p reg h iere d ello am ico m osso,
in uno suo ca stello nom inato M arciano g li d i officio, nomando
velo podest con certo salario. M esser B artolo, ch e di ci av ea
bisogno, allegram en te (1) accep t, prom ettendo far buono officio,
e t andato a llofficio, e pens, com e L ucch ese, c h e il giu oco d e
dadi in n ella terra n di fuori p er neuno si faccia. E m andatone
il bando con gran pena ch e giu ocare a dadi non si debbia, fa
cendo cerca re spesso, d iven n e ch e alquanti g en tili ca v a lier i e
a ltri ch e usi erano di tal giuoco, lam entandosi ch e s strettam en te
li avea rid u tti, e n ien te v a lea, m esser B artolo non volendo
lor con sen tire ch e ta l giuoco facessino, diliberonno a ta u le g iu o
care, e non essendone m andato bando com inciarono a giu o ca re.
Lo podest, ci sentendo, fece m ettere bando ch e nessun g iu o co
di ta u le si possa fare. Gli g en tilo tti e t a ltri, ch e di giuoco si di
lettavan o, dolenti di si fatti com andam enti, e t poco valendo, si
redusseno a giu o ca re a sca cch i coi dadi e t a llo sin ig lieri coi
dadi, e quine si davano p iacere con giu o ca re in poca e gran
som m a. M esser B artolo, ch e i giu o ch i di prim a avea fa tti v ieta re
pi p erch lu i non era om o da neuno p iacere e t v o lea c h e
a ltri com e lu i fu sse di sollazzo n etto, e sentendo ch e a l g iu o co
d elli sca cch i e t di sin ig lieri tra la g en te si tr a stu lla v a , p en s
ta l d iletto via lev a re. E rim andato bando ch e a neuno g iu oco,
dove dadi sadoperasseno, giu ocare non si potesse, li g en tilo tti

(1) Mb.: a ltr a m e n te .


DE INVIDIA 257

m orm orando di tan ti com andam enti, tra loro diceano : Lo podest
de* esse re di q u elli di santa L uchisen d a, ch e non volendo n sa
pendosi p igliare p iacere, non vorre* ch e a ltri se ne pren d esse.
E t avendo ta n ti com andam enti addosso, diliberonno darsi p ia cere
a sca cch i e t a sin ig lieri sen za dadi, dicendo tra loro : Ornai m esser
B artolo c i la sser stare, e ta l giuoco giuocarono dassai e di poco.
La m aled etta in vid ia d el podest non potendo p atire ch e a ltri
si d esse p iacere, f* d ivieto ch e n a sca cch i n a sin ig lieri giuo-
ca re non si possa. Li g en tilo tti con m orm oram ento dicean o al
podest: P erch ci v o lete ten ere si s tr e tti, ch e alcu n o p iacere
p ren d er possiam o ? Or com e sono li om ini di L ucca d ella vostra
con d izione, ch e non potendosi d are alcu no p ia cere non vogliono
c h e a ltri se n e dia ? Lo podest d isse : S , e t per non vo* ch e
a ta li g iu o c h i, di ch e h o m andato il b a n d o , si giu o ch i. Li
g en tilo tti, udendo s tristam en te p arlare il podest d ella su a terra,
l'ebbero sp acciato p er una zucca v o ta , diliberando nondim eno
osserv a re li su oi bandi, m a p er a ltro m odo p ren d ere p iacere. E
com incionno a giu ocare a lle n occiole e poi a lla p iastrella e t a lla
p alla e t a cotali giuochi dossa e di trottole, com e li fan ciu lli
fa re sogliono, con m ettere dinari assai e t p och i, secondo ch e di
lo ro p ia cere era. Lo podest, ch e crep a d 'in vidia c h e ved e ch e
a ltri si prende p ia cere ora a un m odo ora a un a ltr o , d ilib er
ta li giu o ch i d iv ie ta r e , m andando il bando ch e i g iu o ch i n u o
vam en te com in ciati fare non si possano. Li g en tilo tti d isseno:
Ornai c i con verr filare com e le fem m ine, p oich tu tti li d iletti
ch e li om ini p igliare sogliono questo nostro m ontone m arem m ano
di podest ora c i ha d ilevati. Et non potendo pi darsi p iacere,
uno gen tilom o a lleg ro d isse a lli a ltri: P o ich tu tti i giu o ch i ch e
fiatti avevam o (1) ci sono to lti, e io v e n e vo* dare uno ch e
1 podest to llero non v i potr, dicendo : Chi ha voglia di giu ocare
v eg n a fuori m eco e q uine v i m ostrer il modo ch e giu o ca re po
tr e te sen za pena e ta l giu oco m olti giu ocare potranno. U dito li
a ltr i q u ello ch e q u el gen tilom o avea ditto, di f ria pi di cen to
s i m issero e d irieto a ta le nandarono, e com e fanno fuori an dati,
a una m eta di paglia s accostarono d icen do: O gnuno ch e giuo
c a r e v u o le m etta q u ello g li p iace ch e egu alm en te si m etta. Di
c h e accord ati pi di loro a m ettere q uattro grossi p er uno, lo
g e n tile om o d isse: Q ualunque tra e m aggior p aglia di q uella m eta 1

(1) Ms.: aoeano.


258 NOVELLE DI GIOVANNI SERCAMBI

con du dita guadagni tu tti q u elli d in ari accord ati. Com inciarono,
e q u ello c h e m aggior paglia tra ev a v in cea . P iacend o a tu tti il
giuoco, si d iv isero e per tu tta q u ella contrada eran m oltissim i
ch e a ta l giu oco giuocavano. Lo podest, c h e h a e ved u to andare
m olte p ersone in fretta di fuori, pens ch e ta li frissero iti per
p ren d ere p ia cere, p oich giu o ca re non poteano. Con inten zion e
ta le p ia cere lev a re lo r via, e* com and ( ) ad alquanti su o i fa
m igli ch e a v ed ere andassero. I fam igli, g iu n ti d ove i gen tilo tti
erano a giu ocare a lla p aglia, vedendo m olte b rigate e n on po
tendo loro n ien te d ire, tornoro a l podest, narrando il p ia cere
ch e q u elli si davano e t il b el giuoco. Il podest, ci udendo, non
potendo pi sosten ere, fe com andam ento c h e a neun m odo giuo
ca re si possa, ch e co lle m ani e co' piedi neuna cosa ch e a giuoco
appartegna to cca re si possa. Li g en tilo tti, ch e tu tto h ann o perduto,
disseno : Ornai ci sotterriam o v iv i, p oich tu tto c stato d ilevato
nostro d iletto. B sta ti p er ta l modo, uno gen tilom o voluntaroso
di p ia cere d isse: N oi possiam o g iu ocare sen za pena e n on toc
ch erem o n ien te. Il modo si questo ch e tu d ich i prim o tu o a
un fiorino e l'altro dica io son contento, e t andiam o p er la via,
e l prim o c h e noi troviam o dim andisi d el nom e se cogn oscere
non si pu p er noi e ta l nom e sia di ta le ch e h a d itto prim a
m io, e poi il secondo, e t allora ch i g li pare a v er m ig lio r nom e
in v iti e rin v iti qual prim a sa . Su