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CANTI POPOLARI

CORSI RACCOLTI D

EDITH SOUTHWELL COLUCCI

RAFFAELLO GIUSTI
Editore . Livorno :
CANTI POPOLARI
CORSI RACCOLTI DA

EDITH SOUTHWELL COLUCCI

C A S A E D I T R I C E

RAFFAELLO GIUSTI
LIVORNO
Mdecin Gnral SANTINI

PROPRIET LETTERARIA

TIP. BENVENUTI & CAVACIOCCHI - LIVORNO - IX - 1033 - XI


PREFAZIONE

La Corsica deve a Salvator Viale (1787-1861) d'aver


per la prima volta valorizzato la sua poesia popolare.
Questo magistrato, d'antica famiglia di Bastia, pro
fondo erudito, appassionato studioso della sua Isola,
fu il primo a rilevare la bellezza e l'interesse della poe
1
sia paesana; inser una serenata dialettale( ) nel suo
capolavoro l a Dionomachia. Amico di ogni persona
colta di passaggio in Corsica, fu molto probabilmente
lui a dare a Robert Benson (inglese venuto in Corsica
per affari riguardanti il Testamento del Paoli), le due
poesie popolari ed i frammenti di poesia di autore che
questo viaggiatore pubblic nel suo libro Sketches of
Corsica nel 1825. Il Benson parla con ammirazione del
Viale che conobbe a Bastia.
Nel 1835 il Viale pubblic anonimamente i Canti
Contadineschi , raccolta di cinque canti popolari.
Nel 1837 Valry, nel 1838 il Comte Pastoret, ag
giunsero ciascuno un canto popolare inedito ai loro li
bri sulla Corsica.

(1) N o n sembra per essere da ispirazione schiettamente popolare. P u


darsi che sia scritta dal Viale stesso.
VI

Prosper Mrime, venuto in Corsica nel 1S39 pub


blic nei suoi Notes d'un voyage en Corse tre canti
inediti, e uno gi pubblicato dal Benson e dal Viale.
Pure nel 1839 arriv in Corsica Niccol Tommaseo.
Per occuparsi durante il suo soggiorno nell'Isola, si de
dic allo studio del folklore, pubblicando nel 1841 a Ve
nezia, i Canti Popolari Corsi , volume di 400 pagine,
gi annunziato nei suoi Canti Popolari Toscani .
Contiene oltre 100 canti completi, (voceri, serenate, nin
ne nanne, lamenti ecc.) e numerose strofe incomplete.
Prese 9 canti gi pubblicati dal Viale, dal Benson, ecc.,
tutti gli altri sono inediti :
A Giovan Vito Grimaldi, a Giuseppe Multedo, deb
bo non pochi de' canti che reco ; altri al Consiglier Ca
pei : i pi a Salvator e a Luigi Viale, che di cure amo
2
revoli consolarono il mio soggiorno nell'Isola ( ) .
Nel 1843 Salvator Viale pubblic in Bastia, sempre
anonimamente, una raccolta di 28 poesie popolari (Sag
gio di Versi Italiani e di Canti Popolari Corsi), 19 gi
pubblicati, 9 inediti. Nel 1876 fu fatta una seconda edi
zione, col nome dell'antologista (Canti Popolari Corsi),
e vi fu aggiunto un altro canto dalla Raccolta del Tom
maseo. Nella bellissima prefazione, quasi uguale nelle
due edizioni, il Viale dice fra altro :
Noi siamo debitori di alcuni canti e di alcune di
lucidazioni ai canti medesimi, alla cortesia di Alessan
dro Armand, di Aiaccio, gi sotto prefetto di Calvi e
di Corte, studioso e benemerito raccoglitore delle cose
patrie. Dai Canti Corsi, non sempre bene scelti, ma
quasi sempre maestrevolmente illustrati da Niccol
Tommaseo, abbiamo tratto pure alcune canzoni e s t i
tuendovi o correggendovi qua e l qualche passo a nor
m a della tradizione del dialetto o del ritmo .

(2) Canti Popolari Corsi, p. 19.


VII

Nel 1850 il Prof. A. Fe pubblic a Parigi Voceri,


chansons populaires de la Corse, prceds d'une excur
sion faite dans cette le en 1845 .
Sono 25 voceri, 2 serenate, 3 nanne, con traduzione
francese.
... Ces chants populaires... ont t en grande par
tie runis dans un recueil intitul Saggio di versi Ita
liani ...publis sous la direction de M. N. Tommaseo.
Les commentaires dont il les a accompagns sont in
tressants et ils nous ont t utiles . Il Viale avendo
pubblicato anonimamente, non fu in questo caso rico
nosciuto quale antologista. Nel 1863 l'Abb Gaietti ag
giunse diversi bei canti popolari alla sua Histoire de
la Corse .
Fino al 1887 non furono pubblicate altre raccolte di
poesie Corse. In quell'anno Fredric Ortoli pubblic a
Parigi Les Voceri de l'Ile de Corse , 29 Voceri, con
traduzione in prosa francese, 18 gi pubblicati, 11 ine
diti. Nel 1887 J . - B . Marcaggi, l'erudito bibliotecario
di Aiaccio, (morto nel 1933) pubblic Les Chants de
la Mort et de la Vendetta , che nella seconda edizione
del 1926 venne amplificata sotto il nome di Lamenti,
3
Voceri, et Chansons Populaires de la Corse ( ). Qui si
leggono con traduzione francese 31 canti gi pubblicati,
e 15 inediti antichi e moderni. La prefazione di 83 pagine
fa di questo libro il pi importante documento sulla poe
sia crsa. Vi una ricca bibliografia e la storia detta
gliata delle pubblicazioni alle quali ho brevemente ac
cennato, e di altre, che, per, non fanno che riprodurre
gli stessi canti, Corsica del Gregorovius, Hommes
et Dieux , del Paul de Saint-Victor etc.
La Chanson populaire de l'Ile de Corse di Aus
tin de Croze, (Parigi 1911) aggiunge poco di nuovo

(3) Aiaccio, Rombaldi.


VIII
allo studio della poesia popolare e al folklore crso, ma
interessante per la vera passione che ispira tutto il
volumetto e per diverse trascrizioni musicali. Vi si legge
di nuovo qualche canto e canzonetta italiana, ma le fonti
mancano, o sono errate, e si scorge un'assoluta man
canza di conoscenza della materia, e di studio approfon
dito della storia del canto popolare, sia crso, sia ita
liano.
Tre libri sono importanti per lo studio della musica
popolare corsa : La Lyre Corse , del Clementi, Cor
sica , del Xavier Tomasi, e un bellissimo volume di re
cente pubblicazione dello stesso Tomasi : Chansons de
Cyrnos . (F. Detaille, Editore, Marsiglia). Vi si tro
vano una sessantina di arie popolari, numerosi canti,
editi e inediti, e varie interessanti illustrazioni di Mar
cel Poggioli. il pi importante contributo fatto fino
adesso allo studio della musica crsa, riunendo arie no
tate da Ortali, A. de Croze, Fe, Clementi, Marcaggi,
Tessarech, Tiersot, e dal Tomasi stesso, che ha pure pub
blicato diversi di questi canti e melodie trascritti per
pianoforte e canto.
In Italia, dopo il Tommaseo, nessun libro sulla poe
sia popolare Corsa, fino al 1928, quando il Prof. U. Bi
4
scottini dette alla stampa L'anima della Corsica ( ).
Comprende 67 canti popolari, (2 dal Mrime, 2 dal
Viale, 19 dal Tommaseo, 5 dall'Ortoli, 2 dal Marcaggi,
9 inediti, da fonti varie, 37 inediti, da me raccolti). I n
pi vi sono 56 poesie di noti poeti crsi antichi e mo
derni, e una prefazione di 210 pagine.

A puesia , mi ha affermato una vecchia monta


nara crsa, i un dono di D i o .

(4) Bologna, Zanichelli, 2 voll.


IX

Il Tommaseo, nelle ultime pagine dei Canti Popo


lari Corsi, in quella vibrante apostrofe alla Corsica per
incitarla a non dimenticare le sue antiche tradizioni,
dice :
...E il popolo ama il canto. E le donne chiamano
qual' pi valente di loro, e la conducono vicino alla
fonte, e sedute intorno filando si dissetano dalla modu-
lata parola. Ben puoi di questa Isola ripetere : Prima
i coralli sormonteranno l'Isola , che la Corsica perda
gli spiriti della congenita poesia. Ma la poesia bolle e
gorgoglia confusa nell'anima del popolo povero ; e gli
scrittori la sprezzano ; e l'ispirazione accattano altrove.
5
P r e t e Guglielmi cieco,( ) quando i versi venivano,
scendeva in piazza, gridando : C' egli nessuno che sap
pia scrivere? E questo alla Corsica ripetono il cielo e
la terra, l'odio e l'amore : Scrivete, dettiamo...
Ho inteso quest'ordine, questa preghiera, come l'a
vete udito voi, o Tommaseo, e ho scritto sotto la det
tatura dei montanari la poesia popolare trasmessa ad
essi dai loro avi, raccogliendo in quest'isola dove sono
nata, una piccola parte del retaggio poetico isolano, tra
mandato fin'ora oralmente, da madre in figlia, da bab-
ftone in purfigliolo.
Tommaseo avrebbe potuto scrivere anche oggi quel
l o che scrisse quasi un secolo fa : la poesia popolare
ancora viva e vibrante nel popolo crso. Ma, ...fra cen
t'anni, fra cinquantanni, che ne sar della pura ispi
razione ingenua?
La nuova generazione per forza di cose si va al
6
lontanando dalle vecchie usanze. Il Dlo( ) non ha
pi in molti villaggi il suo primitivo valore, le voce-
ratrici, le prefiche ispirate sono sempre pi raramente

(5) Famoso poeta popolare Corso (1644-1728).


() Cerimonia funebre.
2
X
7
chiamate ad improvvisare intorno alla Tola( ), E la
giovent che stata in continente e sa leggere e scri
vere, comincia a trovare un po' noiose le audizioni tra
giche, umoristiche o sentimentali che deliziano ancora
i genitori ed i nonni, e preferisce agli antichi canti le
canzonette moderne sgorganti da un asmatico gram
mofono. Coi libri, i romanzi passionali e polizieschi,
portati dalle citt e dall'ai di l del mare, sparisce la
necessit di fare degli sforzi di memoria per tener a
mente delle interminabili strofe romantiche e ascoltare
fole e leggende per svagarsi durante le lunghe se
rate d'inverno.
Ci nonostante, pochi sono i villaggi che non ab
biano ancora le loro improvvisatrici, e numerose per
sone di ambo i sessi, capaci di recitare per lunghe ore
8 9
vceri( ) lamenti, ( ) serenate antiche e moderne, pa-
10
ghielle( ) o strofe risonanti di qualche poeta italiano
del passato, imparate dalla viva voce dei vecchi che a
loro volta le avevano udite dagli avi. Quelli che colla
loro prodigiosa memoria conservano ai posteri questo
patrimonio paesano, hanno una gioia immensa a de
clamare, o a cantare con aria di melopea antica, i canti
della terra natia.
Per ben apprezzare al suo giusto valore la poesia
crsa, bisogna assistere ad un dlo, veder le prfiche
trasalire per il dolore accanto alla Tola, sentire le mas
saie recitare tranquillamente, come le sent il Tomma
seo, come si sentono oggi ancora :

(7) Tavola sulla quale esposto un morto.


(8) Toc ero, vocerato, ballata (il nome cambia a seconda della localit),
un canto improvvisato da una donna accanto alla Tola, sia per morte
naturale, sia per morte violenta.
(9) Lamento, non un canto per morte. una poesia d'amore,
un canto umoristico, o l'improvvisazione di un bandito narrante le sue
sventure.
(10) Payhiella, canto con certe strofe ripetute in coro.
XI

... N e l l ' a c c o r a t a
Delle t u e d o n n e fumerai ballata
S p i r a n o i s u o n i c h e il m i o D a n t e am...
... E c o l s i la v o l a n t e poesia
D i b o c c a alle t u e d o n n e ; e l'armonia
Di lor c a n z o n i n e v e r r c o m e ,
G r a t o d o n o a l l ' I t a l i a . . . (11).

Bisogna essere coi pastori e cogli agricoltori quan


do meriggiano all'ombra d'estate, o nelle lunghe veglie
12
d'inverno accanto al fugone ;( ) udire i canti dei pe
scatori al crepuscolo, mentre vegliano le loro reti in
mare ; vedere lo sfondo delle montagne, le basse ca
sette nerastre tra i castagni o i pini, bisogna sentire
gli odori dei colli, ascoltare la musica della natura at
torno...
E a volte s'incontra una vecchia rinomata in tutta
una regione quale improvvisatrice e custode di cose an
tiche, da lei sola oggi ricordate. Si vorrebbe ad ogni
costo tirar fuori dall'oblio i versi, le leggende che spa
riranno per sempre alla sua morte. Ma la fiamma vi
tale diventata debole ; mentre lo spirito ancora vi
vace, lo sforzo stesso di emettere le parole troppo
grande per il fragile corpo della vecchia, angosciata
pur essa di non poter trasmettere, a chi lo desidera,
quello che le tanto caro : purtroppo, tutto dovr fi
nire con lei.
Cos la vecchia generazione muore, portando seco i
preziosi ricordi del passato. E poich son pochi i rac
coglitori di questa roba d'antichit, lentamente, del
ricco tesoro di poesia e di leggenda popolare, pi nulla
rimarr...

(11) TOMMASEO, Risposta a Multedo.


(12) Fugone, focone, spesso in mezzo alla c a m e r a comune.
XII

Lo stile di tutta la poesia popolare crsa molto


puro. Il rude dialetto parlato modificato, e fiorito di
parole preziose e arcaiche, ricordi della cultura di altri
tempi. Nessuno ignora che, fino alla seconda met del
secolo XIX i Corsi di condizione agiata, desiderando
istruirsi, si recavano esclusivamente a Pisa, a Firenze,
a Roma.
Nello stesso tempo, la Corsica fu, e lo ancora, in-
timamente collegata alla Toscana, per il frequente vai
e vieni di agricoltori, carbonai, e boscaiuoli, pistoiesi e
lucchesi. Mentre le Universit e la Chiesa insegnavano
ad una classe sociale la letteratura classica e moderna,
questi giovani emigranti diffondevano e diffondono tut-
t'ora nelle classi pi modeste, i canti arcaici loro tra
mandati di viva voce dagli antenati, ricchi di sopravvi
venze del due, tre e quattrocento. Si pu facilmente
constatare quanto hanno influito sulla poesia isolana,
13
specialmente su quella d'amore. Il Tigri dice : ( )
Gli vero che i Canti Toscani quasi nel modo
istesso sono ripetuti in Liguria . Pu darsi dunque che
anche da Genova questi canti siano venuti in Corsica.
Che importa se i voceri delle prefiche, i lamenti,
le serenate non sono sempre improvvisati secondo tutte
le regole della versificazione? Poich al momento del
supremo dolore, della grande emozione, il poeta, la poe
tessa, cercando di esprimere quello che hanno in cuore
in versi ritmici, la rima e persino l'assonanza, sono
a volte completamente trascurate. Per il vero studio
so della letteratura isolana, i pi umili versi sgor
ganti spontaneamente, ispirati dal dolore, dall'odio, o
dall'amore, anche se non teoricamente precisi sono in

(13) Canti Popolari Toscani.


XIII

finitamente preziosi. Sono ben degni d'interesse per la


storia psicologica del paese, importanti per l'appassio
nato del documento umano ; non dovrebbero essere di-
menticati, ed anzi dovrebbero essere trascritti nella lo-
ro ingenua rozzezza.
La perfetta composizione di alcuni dei bei voceri
che si leggono nelle antologie, qualche volta non do
vuta alla sola ispirazione dell'improvvisatrice. Come di-
ce il Tommaseo : qui si sente l'arte, arte di gente
incolta, ma non ispirata dall'urgente dolore. Forse nel
trascriverla ci furono aggiunti versi o mutate parole che
la memoria, men fida in chi sa leggere, non rendeva... .
Il Vocero, (Vocerato, Ballata), improvvisato inva
riabilmente dalle donne, (il nome cambia a secondo
della localit), l'espressione la pi pura della primi
tiva poesia corsa, la pi nobile manifestazione della
sua arte popolare.
Nel centro e nel mezzo giorno dell'isola la morte
ancora circondata dalle cerimonie degli antichi tempi.
14
Un mortu che un brionatu, ( ) un bellu , mi
disse una donna nel Molo. Le prfiche, ultime eredi
spirituali di quelle donne dell'antichit le cui nenie
funebri commossero Roma, la Grecia e le razze pri
mordiali del mondo, continuano tutt'ora a piange
15
re i morti come le minnane ( ) delle loro minnane
improvvisarono nei secoli passati.
Un Dolu montanaro molto commovente. Il suo
rituale invariabile...
Una dopo l'altra arrivano le donne, e entrano nella
stanza dove esposto il morto. Gli uomini si riuniscono
in una stanza accanto. In alcune localit il fuoco deve
ardere in casa durante tutta la cerimonia funebre ; in

(14) P i a n t o con g r i d a .
(15) N o n n e .
XIV

altre, il f u g o n e deve essere spento, donde viene l'e


spressione adoperata cos spesso dalle voceratrice in-
dirizzandosi al morto : mio spegne fugone. In questo
caso i vicini provvedono i commestibili per la famiglia
dell'estinto. In ogni modo, un Conforto offerto ai
visitatori...
Le esclamazioni di dolore si mescolano ai singhiozzi,
le braccia si protendono verso il Cielo con gesti dram
matici. Indirizzandosi allo spirito che prima di rag
giungere l'altro mondo deve sostare quattro giorni nel
la camera dov' morto, le visitatrici lo incaricano di
commissioni commoventi presso i loro cari scomparsi.
Le parenti immobili e lacrimose sono sedute alla testa
della tola, e a intervalli lasciano sfuggire dei lamenti
pietosi, o qualche forte grido disperato.
Quando la stanza piena, porte e finestre bloccate
dalle donne che non hanno potuto trovar posto sui ban
chi, si aspetta in un silenzio raccolto le improvvisa
zioni delle voceratrici... Bruscamente una donna si alza.
Chinandosi sopra il morto essa comincia la sua bal
lata , mentre si dondola in modo ritmico quasi cul-
lasse quella che essa piange. La sua voce non si alza
mai al disopra del mormorio monotono della madre che
addormenta il suo bambino. Le strofe ottonari dalle
lunghe note strascicate si seguono senza interruzione
in grave cantilena, come una lezione imparata a mente.
La voce scorre senza intervalli da una nota minore al
l'altra, tenendosi sempre nella breve gamma della mu
sica montanara. La Ballatatora chiama il morto,
dandogli tutta una ghirlanda di nomi ingenuamente
commoventi, chiedendo all'anima che il Cielo ha preso
per s di non dimenticare i suoi, gli fa l'enumerazione
dei parenti che piangono, e l'incarica a sua volta di
ricordi per le anime care del Paradiso... Questa mu
sica grigia, sbiadita, interrotta dalle grida delle ri-
XV

t a r d a t a n e che, aprendosi difficilmente il passaggio nel-


la folla, si slanciano come u n u r a g a n o verso il feretro,
abbracciando il morto con parole commosse. Talvolta
i p a r e n t i lanciano u n grido drammatico o u n singhiozzo
s t r a z i a n t e . L a voceratrice continua senza scomporsi, sa-
pendo che ci fa p a r t e del rito, e il canto sembra non
voler cessare quando u n ' a l t r a figura si alza silenziosa e
comincia a d improvvisare. E la stessa tonalit, la stessa
a r m o n i a strascicata. La p r i m a improvvisatrice t e r m i n a
la sua strofa, e poi tace, r i t o r n a n d o u n a figura immobile
con la testa china, la bocca nascosta dal fazzoletto.
L a nenia s u p r e m a prosegue p u n t e g g i a t a da grida e
esclamazioni. U n a terza donna si alza, bruscamente ispi-
r a t a . . . Queste poetesse che non sanno n leggere n scri-
vere hanno a volte degli slanci di vera bellezza. U n de-
cesso per morte n a t u r a l e non le pu i s p i r a r e che dolci
ritornelli, ma i n t o r n o ad u n a tola di malamorte quelle
t r i s t i piangitrici diventerebbero furie frementi di ven-
d e t t a . Veri urli barbari, scoppi superbi di odio, di r a b -
bia e di dolore proromperebbero ferocemente al posto
dei gemiti patetici e delle graziose frasi commoventi.
...Quando viene il crepuscolo comincia la veglia funebre.
Colui che non dormir pi fra i viventi deve passare l a
s u a u l t i m a notte sotto il tetto famigliare cullato dalle
parole benedette del rosario. Colla luce del giorno ri-
cominciano i voceri, fino all'arrivo del prete e della
cumpagnia (confraternita). ...Il Caracollo, il maca-
bro girotondo delle prfiche intorno alla b a r a o r m a i
s p a r i t o , o quasi. Non molto lo si ballava ancora nei
villaggi remoti.

Nei luoghi ove le usanze primitive cominciano ad


essere t r a s c u r a t e , se le donne non sono pi chiamate a
XVI
improvvisare per i morti, improvvisano per i vivi. Han
no la vena creatrice facile per ogni avvenimento fami
gliare, e a loro si devono le deliziose ninne-nanne per
cullare i piccini, i lamenti d'amore per il fidanzato sotto
le armi, i fiori o sermoni per sposalizio, e le can
zoni per elezioni, (la politica locale di suprema im
portanza nella vita isolana).
Sono al solito gli uomini a comporre le canzoni umo
ristiche pi o meno salaci che deliziano le veglie intorno
al fugone, e questi modesti poeti montanari che sanno
improvvisare tra di loro dei chiama rispondi per
delle intere ore, sono gli autori di spiritosi brindisi e
di contrasti eroicomici da cantarsi a solo o in pa-
ghiella, cio con certe strofe ripetute in coro. Pochi so
no i banditi che non abbiano un lamento descrivente
le loro disgrazie o che sia scritto da loro stessi, o da
amici in onor loro. Questi canti riscuotono molta po
polarit. Ai giovanotti si devono le canzoni d'amore, e
le serenate cantate nelle notti d'estate sotto la finestra
della loro bella.
Non l'innamorato che canta la serenata ; con lui
vengono il poeta, i musicisti e i compagni che cantano
in coro. I canti continuano fintanto che la finestra della
camera dove dorme la bella si sia illuminata, segno ma
nifesto di gradimento. Se i genitori della fanciulla ap
provano anche loro questa dimostrazione d'amore, apro
no l'uscio di casa, e la comitiva entra bene accolta, per
mangiare e bere. L'Abb Gaietti, nella sua Histoire de
la Corse, (1863) libro troppo poco conosciuto al di fuori
dell'isola, ci dice alla pagina 68 : Les srnades se font
une heure avance de la nuit, les chansons que les
jeunes gens chantent sous les balcons de leur belles, sont
dans un langage pur italien... Leurs chants sont des
vers imits de ceux d'Anacron, d'Horace et du Dante,
et entremels de sonnets... .
XVII
La serenata un tipo di poesia difficile a trascrivere,
perch presto detta e presto dimenticata. E dunque
negletta dagli studiosi, al punto d'averla esclusa quasi
completamente dalle antologie. E peccato, perch as
sai interessante, con frasi di grande delicatezza, di ar
caica preziosit, accanto ad espressioni di ingenua pas
sione.
Si riscontra il Rispetto e lo Stornello, bench que
st'ultimo abbia la forma classica leggermente modifi
cata. Nel Tigri si leggono dei stornelli e dei rispetti
l
quasi indentici a quelli che mi furono recitati( ).
Alla pagina x x il Tigre dice :
...Vi hanno pure fra noi (in Toscana), altri canti
che si dicono popolari... E son queste storie e leggende
di vario metro pi spesso in ottave, e di diverso argo
mento, che, in Toscana si cantano e vanno per le mani
del popolo : vendutegli nelle feste e nei mercati dai cos
detti canta storie... Fra queste le pi notevoli sono le
storie di Mastrilli e Marziale, di Guerrin Meschino, di
Lionbruno... le Sette Galere di Spagna, Paris e Vienna,
la dolce Chiarina... Oggi ancora queste opere fanno
parte del repertorio popolare crso, sono cantate dai
Canta canz , e vendute nelle fiere. sopra tutto il
poema di Paris e Vienna che ha colpito l'immagina
zione popolare, come lo si pu constatare da diversi can
ti di questa raccolta. F u anche stampato in Bastia dal
Fabiani nel 1897 col titolo Innamoramento di due fi-
delissimi amanti, P a r i s e V i e n n a , composta in ot
tava rima dal Pastore Poeta . L'Ariosto e il Tasso, Me-
tastasio e Fulvio Testi hanno molto influenzato il lin
guaggio popolare, come pure La Lira Sacra , libro di
devozione ancora oggi molto pregiato dalle donne crse.
I compilatori delle antologie hanno assai trascurato

(16) Vedi pag. 97-98.

3
XVIII

la musica crsa; ci non giusto, bench bisogna am-


mettere la grande difficolt nel poter raccogliere e no
tare la musica popolare. per me un vero rincresci
mento di non essere capace di notare le numerose arie
che ho udito, alcune delle quali veramente interessanti.
Non facile rintracciare le origini di queste melo
die. I rari studiosi che se ne sono occupati le dnno
una origine greca, senza per spiegarne la ragione.
La musica greca della pi lontana antichit s'impo
se, come saputo, su tutte le civilt antiche, dalla Cina
a Roma. Essa ebbe tre generi di musica, l'enarmonico,
il cromatico, e finalmente il diatonico, che divent la
nostra musica moderna. La musica arcaica essendo
sempre stata trasmessa oralmente, senza mai essere
trascritta, il modo enarmonico, cio il frazionamento
di semitoni, era il modo naturale di cantare. Avve
nuta la notazione musicale, le armonie non poterono
essere trascritte che col modo cromatico, senza suddi
visioni di semitoni. E perci la musica popolare, (e
non soltanto quella crsa) essendo tutt'ora enarmonica,
non pu essere trascritta con assoluta precisione ; i fra
zionamenti di semitoni essendo dei suoni che non esi
stono nelle tetracorde fondamentali dei modi cromatici
e diatonici, non possono essere rappresentati dai segni
convenzionali della notazione musicale attuale. Quindi
la melodia scritta non potr mai dare una idea esatta
di quello che la musica popolare veramente : il disco
l'unico modo di preservare questo importante ramo
del folklore e dell'arte.
Quando le voceratrici piangono davanti alla to-
la o improvvisano per qualsiasi altro avvenimento, ci
che le preoccupa l'idea da esprimere senza pensare alla
melodia. Le strofe sono intonate in cantilene ritmiche,
(l'accento dei versi ottosillabici cadendo invariabilmente
sulle sillabe dispari, senza preoccupazione dell'accento
XIX
tonico). Questo rilievo ha particolare importanza, poi
ch sappiamo che la musica nata dal recitativo caden-
zato, il parlare modificato. La voce umana, abbassan
dosi sistematicamente alla fine della frase, elevandosi
soltanto per esprimere i sentimenti gioiosi e inattesi,
ispir la scala greca, che discendente, mentre la no
stra ascendente. Questa tendenza discendente molto
accentuata nella musica crsa.
Il diapason popolare crso notevolmente limitato,
(tre toni e mezzo, quattro toni e mezzo) e gli intervalli
sono quasi invariabilmente minori. Questo si pu notare
facilmente anche nella musica scritta. U n carattere stra
no e quasi selvaggio dato in alcune arie dal salto ascen
dente dei sei toni dell'ottava, un grido molto caratteri
stico. Alla fine dei periodi vi sono invariabilmente lun
ghe note tenute, rese a volte dalla voce in brusio. I l ca
rattere monofonico della musica crsa la riallaccia an
cora di pi alla musica arcaica. Le uniche eccezioni sono
la paghiella, ove gli ultimi due versi di certe canzoni
e lamenti sono ripetuti in armonia, e la serenata. Nello
stesso modo che nelle poesie amorose si rintraccia facil
mente l'influenza italiana, cos la musica delle serenate
e delle canzoni d'amore non pi schiettamente crsa.
Certe serenate e barcarole toscane e napoletane sono
entrate a far parte integrante del repertorio isolano,
e tutto il canto amoroso ha reminiscenze innegabili
di quello italiano. Udire cantare in coro O pescator
dell'onde , come l'ho udito io a Vico, un vero di
letto. La serenata poi l'unica manifestazione musi
cale isolana che abbia un accompagnamento strumen
tale ; la musica puramente strumentale sconosciuta.
Le melodie dei voceri e dei lamenti, l a vera mu
sica crsa, sono dunque delle sopravvivenze della im
provvisazione prima della trascrizione. Ci prova che
non vi stata n evoluzione n rivoluzione nell'arte mu-
XX

sicale crsa, ma soltanto una sovrapposizione di musica


e poesia italiana nei canti d'amore.
La memoria paesana essendo estremamente forte,
le improvvisazioni diventano presto di dominio pubblico
in seguito alla ripetizione orale. Quindi i musicisti po
polari non tardano a adattarle delle melodie primitive.
Queste melodie sono poi modificate da ogni cantante,
cos come ogni ripetizione delle strofe conduce ad una
involontaria variante nelle parole.
dunque importante per la storia della musica e
della poesia popolare di stabilire se il trascrittore abbia
udito le originarie improvvisazioni o delle susseguenti
ripetizioni.
Eccettuati sei canti che ho copiato da manoscritti
originali, tutti gli altri in questa raccolta sono stati tra
scritti dalla viva voce paesana, dettati, per la maggior
parte, da gente analfabeta. I miei collaboratori fanno a
gara per facilitare in qualunque modo il mio lavoro, re
citandomi i bei concetti che sanno. Riunendo spesso
differenti versioni, e scegliendo i versi e le parole pi
caratteristiche, ho potuto a volte, con diversi testi mu
tilati, reintegrare dei canti completi.
Ho gi pubblicato alcuni di questi canti nei miei
Racconti Corsi (Giusti), nell' Anima della Corsica r

del Prof. U. Biscottini, (Zanichelli), nelle riviste Me


diterranea (Cagliari), e Archivio Storico di Corsica ,
diretto dall'On. Gioacchino Volpe.
Ho cercato di rendere la pronunzia colla maggior
scrupolosit possibile, ma per la necessit di scrivere ra
pidamente, spesso le circostanze male prestandosi a ri
cercare le finezze linguistiche, mi stata molte volte im-
possibile la trascrizione esatta della pronunzia, che va
ria, come pure la definizione delle cose, da luogo a luo
go. Il resultato, me ne rendo ben conto, lungi del sod
disfare un glottologo. In quanto a certe poesie, aventi
XXI

certamente una origine letteraria, definite dal Tomma-


17
seo come poesie semipopolari ( ) le ho scritte coll'orto-
grafia italiana, come lo ha fatto il Tommaseo stesso,
essendo questa la loro ortografa originale, senza sof
fermarmi a notare la pronunzia dialettale di chi me l e
diceva. H o fatto lo stesso per altri canti moderni, di
stile pi evoluto.
Citando ancora il Tommaseo, mi permetto di far
18
mia questa sua frase( ) : ...Io da quelle canzoni c h e
non potetti avere trascritte con la viva pronunzia del
luogo, tolsi gli idiotismi di desinenze, i vocaboli non
mutai, che se in questi od in altro sbagliato, certo gli
sbagli non vengono da irreverenza o disamore. I Corsi
correggano e le ricchezze ne' loro monti nascosti cavino
essi ed affinino.

E D I T H SOUTHWELL COLUCCI

(17) P a g . 354.
(18) P a g . 57.
Ninne=Nanne
NINNA-NANNA

d e t t a da Adelaide Vinciguerra, di Chiatra di Verde.


(1928).

Un bandito, inseguito dai gendarmi, si rifugiato in casa sua


-e la moglie lo nasconde sotto della tela che ha tessuto. La donna fa
colla tela un rotolo, tenendolo in seno come se cullasse un bambino.
Quando i gendarmi entrano nella stanza si mette a cantare, e i gen-
darmi se ne vanno senza avere scoperto l'uomo nascosto. L'aria della
ninna-nanna molto graziosa.

Pighianu ali'usciu
So li gendarmi fora
Cercanu a Babbitu
Ma quist' una trist'ura
Babbitu in campagna
Duv lu far dimora.

Fa la ninna, e fa la nanna
Figliulellu dilla m a m m a .

Tu pli culane
Cu m e pe 'ssi culletti
Ci so le lepre
Le ronche {1) e le mufrette
Quass c' lepre e conigli
Corri p u r che tu li pigli.

Fa la ninna, e fa la nanna ecc.

<1) Cervi.
4
4

So stat'all'ortu
Estamani di bon ora
2
Per coglie, o ciuccili ( )
U mazzolu di viola
0 lu mio artu cipressu
A mi medicina sola.

Fa la ninna, fa la nanna,
Figliulellu dilla m a m m a .

(2) Bambino.
5

NINNA-NANNA

raccolta al pacciale di Agnerono presso Portovecchio


(1926).

Fai lu biu, (1) fai la nanna,


2
Cor di m a m m a e di m i n a n n a , ( )
E tantu tempo che u nanna e u biucciu
Non dorme mai, di m a m m a u figliolucciu!
Fai lu biu, fai la nanna
Cor di m a m m a e di m i n a n n a .

Tu sei natu di m a m m a , o pargoletta,


Sei natu in una capanna,
Senza fuoco e senza tettu,
Fai lu biu, fai la nanna
Cor di m a m m a e di m i n a n n a .

Ho trvu un nidu, in drentu c' tre ova,


Era un nido di colombe,
Per tre volte l'aghiu trovu,
O colombuccia inzuccherata
Com' lunga sta nottata!
Fai lu biu, fai la nanna
Cor di m a m m a e di m i n a n n a .

L'aria pura, il tempu s'asserena,


3
Luce la stedda ( ) le luna diaripiena,
Nannan, la mia figliola,
Forse in corpu ha qualche pena.
Fai lu biu, fai la nanna
Cor di m a m m a e di m i n a n n a .
(1) Nanna. (2) Nonna. (3) Stella.
6

NINNA-NANNA

raccolta al pacciale di Agnerono (1926).

Sto' d o r m e t'arrisani,
Aghiu da move alle fiume, alle funtane,
Andremu all'ortioellu,
Per coglie le melagrane.
Quante c' mele nani,
Coglieli pure, se ce n ' h a n i .

Mogia pure u ventu, soffia la tramuntana,


Filu di stoppa, c a r m i n u di lana,
T'aghiu da f lu tu mantellu,
T'aghiu da f la tu suttana.
U mantellu aghiu finitu,
Guarda b, quant' fioritu...

NINNA-NANNA DELLA BALAGNA

detta da Mari'Anto Marchetti di Calvi (1927).

Rammenta molto la ninna-nanna del Tommaseo, p. 287.

Ninna-nanna, o vigulellu (1)


U to capu da cappellu
0 dolce imperadore
U to babbu gran Signore
A to m a m m a imperatrice
Dormi tu, che se' filice.

(1) Piccola culla.


NINNA-NANNA

cantata da una madre niolinca abbandonata dal marito


per un'altra donna. Detto da Maria Iuanna Maestracci,
di Corscia, M o l o (1927).

Nanna, a mi Francesca Maria,


Zittu, a mi Principessa,
Eo mi sto' chiosa in gasa,
E Madama (1) va a messa.
Nanna, a mi Francesca Maria,
Che lu mondu fatto a rota,
A che nasce pe' compr
A che resta a mane uota.
2
Eo zegullu a mi ciuccia ( )
E filgo le bianche fili,
Che le posso coglie in grembu
3
Di u tu babbu i su' stentini! ( )
4
Nata pe f l'azzimale, ( )
5
O dinda di Stefanina; ( )
Di lasci a su moglie,
E and co a concubina!
A esse contenda eo
Tu scia morto dumattina.
Ninna-nanna, a mi' ciuccia
Babbitu a bad li bugni,
A esse contenta eo,
Che lu chiapenu l'unghie.
Madama mangia u mele,
Ma in casa nun ci ne iungne!
(1) La rivale. (2) Cullo la mia bambina. (3) Intestini
(4) Essere disgraziata. (5) O povera Stefanina (se stessa).
Terzine - Serenate
Contrasti - Canzoni
Lamenti d'amore
T E R Z I N E (1)

dette da Susanna Antonelli (Castello di Rostino, 1928).

Pria ch'io ti lasci e t'abbandonghi, o cara,


L'universo vedrai senza alcun frutto
E sterile sar tutta la tarra.

Vedrai l'ondoso m a r di rena asciutto,


I pesci su dai monti arsi di sete
Volontario lasciar l'amato flutto.

Vedrai da Pluto abbandonato Lete,


E pi non governar quel regno e Stigi
Con quelle sue ribaldi ombre segrete.

Sortir dall'Inferno ogni infelice,


Non avr m a i pi quella perduta gente
Suo Imperio, salvi, lieti e felici.

(1) Vedi TIGRI, Canti Pop. Toscani, Rispetti 3 5 1 , 3 5 2 , 3 5 3 , 8 5 5 , 9 2 1 ,


9 4 4 , 9 8 9 , 1 0 1 9 ; Stornello 3 7 5 .
TOMMASEO, Canti pop. Corsi, p. 9 8 : Giulio Negroni, fratello di quel
Cesario, rivale e vittima di Gallochio, stava per prendere moglie, quando
l a madre con ischerno : M o g l i e , tu? V a , nettati i mocci. M e g l i o faresti
a vendicare il fratello . E Giulio deporre i pensieri della civile pacifica
vita, e delle parole materne, quasi da latte velenoso, bevere ira e vendetta.
Uccise : e il tuono del suo fucile richiam dalla Grecia Gallochio. E nuovo
sangue, e nodi d'odio inestricabili. Muoiono a Giulio due fratelli, a Gal
lochio due : la fine di questo ho gi detta Giulio seguit la sua vita
d'agguati, ed ebbe soprannome Peverone, e fama temuta. A g g i u n g e n d o alla
vendetta lo scherno, intorno al cadavere d'uno degli uccisi sparse peperoni,
quasi sottoscrivendo col sangue il suo nome. L'unico libro di Peverone era
un codice, bisunto, di versi quasi tutti d'amore. Io quel codice che avr
t a n t e volte nella sua bisaccia toccate le palle omioide, e da lui trattato e o a

5
12

Vedrai immobil il sol nell'Oriente


Lo vedrai chiuso nell'altra alba furiera,
Pi non vedrai apparir quel d nascente.

Vedrai cangiar l'inverno in primavera


Non avr Febo il solito splendore,
Ti far giorno una perpetua sera.

Prima il fuoco vedrai senza calore


Il m a r Oceano privo di labori,
Che stinta la gioia dei nostri amori.

Al m o n d o non vedrai fronde n fiore,


Spogliato di rose e d ' a m a r a n t i
Il felice paese degli allori.

In aria pria non mover pi venti,


Avr quella Dio d ' A m o r reciso l'ali
Prima pace sar fra gli elementi.

Prima la parca il filo dei vitali


Terminer nella stame di troncare
Con quelle sue ampie forbici fatali.

mani lavate appena di sangue, l'ebbi per cortesia del Sig. Consigliere Capel,
francese delle cose crse amantissimo, e lo spogliai.
P a g . 3 4 1 . D a l Codice del Pererone sono le terzine seguenti :

P r i a che ti lasci...
L'universo vedrai senz'aloun frutto

Sortir dall'inferno ogn'infelice

Diverr il giorno una perpetua sera

Il prato produrr stelle dai fiori,


Coralli e gemme...

P r i m a de' pesci preziosi e rari


Vedrai sul nostro monte in un giardino

Perch lo fiore sei di paradiso,


E un nobile giardin pieno d'odore.
Ogni amante per te vive ucciso,
...fior d'ogni fiore.
13

P r i m a il nostro fiume un vasto mare


Diverr tutto di latte e di miele
P r i m a c h ' i o abbandoni tue bel ta rare.

P r i m a Caronte, il traghettator crudele,


Con quei suoi mostruosi naviganti
Ne stender le sue infiammate vele.

E, allo s o m m o stupor degli abitanti,


Il prato prodigher sette vigali (raccolti)
Corali, gemme ricchi, diamanti.

P r i m a di pomi preziosi e rari


Vedrai su nostri monti un bel giardino;
Il maggiore di tutti e senza pari.

E per quanto si stenda il suo confino


Un recinto di pietre preciose,
Un drago per custodia avr vicino.

Dioridi, quando tutte queste cose


Ti saranno palpabili e evidenti
Tralascer le t u ' guance vezzose.

Tralascer quei pomi biancheggianti


Tralascer l'angelico tuo viso,
Tralascer quelli occhi tuoi lucenti.
14

CONTRASTO

detto da Susanna Antonelli (Castello di Rostino, 1928}

Lei. 0 tu che usavi chiamarmi tua Signora


Amante pazzar, io vivo in pena
Degno saresti di esser fra catena
E d'aver libert ne manc' un ora.
Lui. Non amo ne men bramo che tu mora
Ch'attesi alla morte non conviene
Ma se tu voi usc di tante pene
Di pensieri cambi, e altro diletto adora.
Lei. Senti quel ch'io ti dico, mi messager fidato
Alla tua chiama devo dar risposta
Se tu vuoi, vivi allegro o disperato
Quello ch'io tengo stretto nel mio senno
Sar meglio che te cortese e grato
Cos ti dico, o pazzarel Fileno!
Lui. Signora, troppo grande voi vi fate
Quando dite ch'a me non mi volete
Credete d'esser bella e non lo siete
Quando allo specchio vi guardate
Per me, fumate pure e fate pur la fiera
Io ne parto di qui, s licenziato
Continuate puro lo vostro stato
Non avete ne garbo ne maniera.
Lei. Caro Fileno ormai
tempo di saper qualche ragione
Che abbandonato m'hai
Ma di lasciarmi non hai cagione
Or dimi dunque almeno
Per qual ragione mi lasci, o mio Fileno?
15

Lui. Ti lascio con ragione


Che sei una gran noiosa
Cerco d ' u n a l t r ' a m o r e
Che tu verso di me 'un sei vezzosa
Au perch ti piace
Godi l'amor lieta e in pace.

Lei. Io non voglio, Fileno


Amare in questo core e sol ti dico
Vieni e godi nel seno
Quali'altrimenti andr sempre mendico!
Vien abbraciarmi, o caro
Non trapassarmi lo cor con duro acciaro.

Lui. Non trapassar, mio Glori


Ma non ti posso a m a r pi in questa parte
Che nostri fidi amori
Sono fissati nel pi bel sembiante
E ci siamo giurati
Di esser sempre fidi innamorati.

Lei. Aim! Che facciam, dich'io!


Dimi qual tuo amore, dimilo almeno
Bramo saperlo anch'io
Che con le proprie m a n m i dia il veleno
Gi ch' il mio fido amante
Venuto sia un grande incostante.

Lui. Non convien ch'io ti dica


Quella c h ' i o b r a m o e adoro
Oggi una pi fida amica
Oggi si che ho trovato il mio tesoro
Ti giuro e ti prometto che sarai
Sempre fidata nel mio petto.

Addio, gridate tutti


Che vince l'amore, vince la pace

Si rallegrino le frutte
Si rallegrano i monti e ogni spiaggia
Si rallegrano i fiori
Ch'ha fatto pace fra Fileno e Glori!
16

SERENATA

detta da Susanna Antonelli (Castello di Rostino, 1928).

Donzelletta gentile, ascolta ormai,


La voce di colui che t' costante.
Il mio cor tutto a te donai,

Ma posso d, qui, povero amante,


Mentre ti a m o , non so se io sono amato
Ecco ci che mi rende assai penante.

Volgo gli sguardi sul viso adorato


Per aver da lei solo un sorriso,
M'arresto sempre incerto e ritirato.

E pure g l ' occhi tuoi so' di narciso,


Ma temo forte ch' il tuo cor non sia
Dal tuo seno, tesoro, assai diviso.

Ci ch'accresce a me la peneria
Di non esser certo del tuo amore
di non parlarti una sol volta, anima mia.

Dimilo in chiare note s ' i l tuo cuore


Sente affetto per m e , o mia stella
Se m i farai felice, o se m ' a b o r r i .

Credi p u r che da me, vaga donzella,


Sarai sempre adorata, te lo giuro.
O dimi se tu mi a m i , o tortorella!

Perch ho bisogno di esser sicuro


Avanti ch' il mio cuore e l'alma ancora
Tutto in me si strugge e si divora.
17

CANZONE

detta da Susanna Antonelli (Castello di Rostino, 1928)


F a t t a dal suo fratello quando fece scappare una ra
gazza e poi ebbe a scontare una pena in prigione.

Musa diletta, prendi la cetra (1) intanto,


E di ascoltare questo doloroso pianto,
Di un core cos addolorato che non pu sta sotto manto
Bisogna alla sua sposa lenire l'angoscia e '1 pianto.
Dato le pene del mio cor desolato,
Quando giungesti, o mio pegno adorato,
A vedermi alle prigione con mio padre addolorato,
Unito cu mia sorella, con il volto suo bagnato,
Fu la mattina il mio grande patire
Vedendo, o Dio, voi tutti partire
Con il volto impallidito, segno certo dello soffrire,
E con momenti crudeli e con angoscia da morire.
Da poi quel giorno pi pace non trovai
Tanti pensieri nel seno accumulai
Cercavo di consolarmi, ma riposo non trovai,
Ora pensavo a mia madre che malata la lasciai.
Or a te, pegno, pensavo con timore,
Che tu non fusse desolata, mio fiore,
Sapendomi imprigionato e lontano dal tuo core
Tremavo per te, o speranza, cos anche per il tuo amore!
A me sembrava vederti addolorata
Ora piangendo, dire : 0 Sorte ingrata!
(1) Istrumento antico crso, somigliante ad un liuto.
18

Per cosa vivo lontano dal mio bene separata!


So quaranta d che sono molto afflitta e desolata!

Parmi sentire la tua voce, idolo mio


Che ognor m i c h i a m i , ma lontano son io,
E non posso a te risponde, per quanto il mio gran desio
Sarebbe di averti accanto, ma questo non poss'io.

Mentre le notte le passo sopra un letto,


Pieno di polvere, ben curto e molto stretto,
2
Dove puci ( ) e assai pidocchi si danno gusto e diletto,
In fine dolce speranza non riposo e rigetto.

Presto, mia cara, a tuo fianco sar,


E le mie pene tutte le conter,
Con giubilo e contentezza pi doglio non avr
E tutte le sere accanto, mia cara, ti star.

Lascia mia Musa, la cetra e il violino,


3
Perch un posso pi canta, o po'erino ( )
Il mio core derelitto per non averti vicino.
O mea Dea! ch'il caro volto mi sembra cos divino.

(2) Pulci. (3) Poverino.


19

SERENATA

detta da Susanna Antonelli e da Pietro Raffaelli (Ca


stello di Rostino 1928).

L'innamorato crede che la sua bella non l'ami pi. Sta per par-
tire e le fa l'ultima serenata. Alla fine la ragazza scende, gli dice che
l'ama, e fuggono insieme.

Vorrei prima di partire, vederti almeno


Un altra volta e stringerti la mano
E poi dirti piangendo : Io parto e peno.

Ogni rimedio al mio dolore invano


Or chi conforter questo mio cuore?
Chi m i consoler da te lontano?

Giacch causa tu sei, tiranno amore,


Svelati tu, e d se' della mia
Al mondo non si ha pena maggiore.

Il solo mezzo, (e quale m a i saria?)


Questo misero sen da consolare,
Dimilo tu, consigliami, o Lucia!

Il solo mezzo che si pu trovare,


di m a n d a r m i in quelle parte u n foglio
Scritto dalle tue m a n i amate e care.

Questa la grazia che chiederti voglio,


Per addolcir la pena mia infinita,
Per calmar l'atroce mio cordoglio.

La salute per me sar finita,


E spero d'aver la morte non lontano
Giacch il sangue sei tu della mia vita.

20

Ti a n d r chiamando ognor dal monte al piano,


Sospirando ancor dal colle al prato,
Ma tutti i miei sospiri saranno invano.

0 che sorte la mia, che triste fato


Ne p u r concessami starti vicino,
Ci vol c h ' i o vivi, o bella, allontanato.

0 quante volte penser a Rostino


All'amato paese di Vignale,
Quando non ci sar pi dal tuo confino.

Pregher l'amor di prestarmi le ali


Per venir vederti ed abbracciarti
Giacch causa lui di tanti mali.

E dirti solo poi, di arricordarti


Di colui che t'adora e per te mena
I suoi giorni infelici in altre parti.

Pensa, or pensa, s grande la mia pena!


Pensando solamente al mio partire,
S' gi ghiacciato il sangue nelle mie vene.

Questo cuore pien, non posso dire


Quante pene mi dai, quanto dolore,
Quando lungi da te dovr soffrire.

Purtroppo vero, cara, il primo amore


quello che sta sempre impress' in petto
Quello che sempre pi occupa il cuore.

Nulla pi mi dar gusto e diletto


Lontan del tuo gentil bel sembiante
Orror m i far qualunque oggetto.

N ' a n d r , cara, domandando ad ogni stante


Per aver di te qualche novella,
Al aria, al ombra, ai fiori, ed alle piante.

Nissun non mi dir di te novelle


Perch lungi vivrai, lieta e felice,
Sotto pi belle e fortunate stelle,
21

Senza pensieri alcun di un infelice


Che, sospirando e lagrimando, vive
Lungi dalla sua cara Nice

il mio cuore, o Lucia, che ti riscrive


Il mio pianto, il mio dolo, mia pena a m a r a ,
Quando lungi sar dalle tue rive.

Il vascello sento d che si prepara


E spiegati digi sono le vele,
Dividici ci vuol la sorte amara.

Non sia ingrata con me, non sia crudele,


Mio nome non scancel del tuo bel cuore,
Te resto fido, io t'amer fedele,

Non posso di pi, dal gran dolore,


Troppo m ' a b b o n d e il pianto, e cade il foglio,
Di ricordarti poi, pregarti voglio
Di chi languisce, di chi per te n e more.

(1) N o m e poetico della donna amata. (Vedi Metastasio e P a r i n i ) .


_ 22

DORI E T I R S I

Contrasto detto da Raffaelli Pietro (Castello di Rosti-


n o , 1928).

Lei. Tirsi, perch ti aggiri,


Cos soletto fra le ombrose piante?
Che vuol dir che sospiri,
Ogni mesto parlar sembiante?
Forse, o giovinetto,
T ' h a n n o i colpi d ' a m o r ferito il petto?

Lui. vero, m i sento, o bella,


Languir d'affanni, e dei dardi d'amore.
Un giorno una donzella
Mi fer, m i piag, m i svelse il core.
Ed io ebbi in quel loco
L'anima palesata del mio gran foco.
Lei. Dal tuo b ' d u n q u e vai ;
Sei lusinghero, umile e u n acerbo,
Perch la donna, sai,
Ama l'amante u m i l e non superbo.
E vai con dolci suoni,
Loda, lusinga, e segui agli omaggi, doni.
Lui. Ma quel grazioso giglio
Non so se gradir gli affetti miei.
Mi piace il tuo consiglio,
Ma ardito 'un sono per presentarmi a lei.
Davanti al suo sembiante,
Ardir non posso di palesarmi amante.
Lei. Ma vai senza timore
E con moto gentil appresso
Mostragli aperto il core
23

Prega, piangi, soffri, offri te stesso,


E sii franco e verace,
Perch la donna a m a l'amante audace.

Lui. Mi produce il timore


Ch'essa sar invincibile pi di un'altra.
Tiene troppo all'onore,
Mi pare assai gentile, assai scaltra,
Orgogliosa e acerba,
E la sua gran belt la f superba.

Lei. Or dimi qual' quella


Cos vaga e gentile, scaltra e loquace,
Cos graziosa e bella,
Che tanto a l'occhi tuoi d i l e t t ' e piace?
Ch' ha appreso al tuo core
La prima volta a sospirar d'amore?

Lui. Troppo il tuo dir si stende ;


Ma se b r a m i a saper qual sia il mio bene
Solo da te dipende.
Vedrai che dar fine alle mie pene
Quando vedrai tu allora
Altro suo n o m e e suo ritratto ancora.

Lei. Mostrami il suo ritratto


E ti vedr goder quel che ti accende.
Per con questo patto,
Se la tua volont da me dipende
Saprai dai labbri miei
Che ami a te quanto a m i a lei.

Lui. Se hai di saper desio


Quel che f al m i o cor piaghe profonde
Getta u n sguardo nel rio
E l'imagine sua vedrai nell'onde.
Lavati in della vasca,
E l'immagine sua vedrai nell'acqua.

Lei. Mi appresso in questo rio,


L ' i m m a g i n e vedr della tua bella...
...Ma non la vedo, io,
24

Tu mi l'hai detto, s, ma non quella.


Ch nell'onde tremante
Non so che rimirar lo mio sembiante.

Lui. Come u n altro volto!


Pensavo a te, mia adorata,
Tu il cor mio avevi tolto.
Tu sola m i hai ferito e m ' h a i piagato.
Dunque, prepara, o Dori,
La promessa merc dei miei sudori!

Lei. Sono io quella stessa


Per cui sospiri? 0 sottigliezza strana!
Osservar la promessa
E da me stessa dover far la mezzana,
Dunque io per il mio danno
Per consigliar altrui, a me stesso inganno.

Lui. Fai torto al tuo bel fiore


Se non osservi quel che promettesti!
Che per legge di amore
La tua parola mantener dovresti.
Davanti ad un core afflitto
Tu sarai mendatrice, un gran delitto.

Lei. S, ma da fa il bene
Che la nostra legge richiede
Osservare conviene.
Virt in vaga donna d'esser casta;
Io stessa q u i vi spiega
Bellezza e castit fan bona lega.

Lui. E perch credi, o bella,


Che le verginei s o l ' s i a n salvate?
T ' i n g a n n i , alma donzella,
I n Ciel ci van anche le maritate!
Tu, per, non ci anderai,
C h ' a m o r per m e non ci hai.

Lei. Quasi vinta sarei


Se povero par di me fossi, o gentile!
Ma tu ricco sei,
25

Ci vorrebbe una fatta a te simile...


Ma tutta a te mi dono,
M'hai saputo ingann, vai, ti perdono (1).

( 1 ) TOMMASEO, pag. 354 :

I n siffatte poesie semi-popolari de' Corsi, il dialogo trovasi sovente


adoprato. U n giovane dice alla sua fanciulla d'essere innamorato; non ac
cenna di chi : ella gli consiglia franchezza :

Che la donna desia l'amante audace.

Le chiede il nome di costei, e promette d'intercedere per esso : egli la


invita a guardare il ruscello.

E la sembianza sua vedrai nell'onde.


Che un d lavar si piacque
E la sembianza sua rest nell'acque.

L'amante rimane confusa e dice :

Se osservo la promessa,
A me stessa dovr far la mezzana.

E g l i risponde :

N o n puoi grazia negarmi,


Ch'hai la grazia nel volto e in sen l'amore.
E d ella :
E virt della donna il viver casta.

L'amante rammenta che la bellezza a lui negata, sar poi preda de'
vermi. L'amata gli dice che il fiore verginale andr con l'anima in cielo.
E g l i soggiunge che in cielo ci vanno anco le maritate.

L'amata.

Quasi vinta sarei


Se ricco al par di me fossi e gentile.
M a tu povero sei,
Dunque cercane un'altra a te simile.
Che l'amor, tu sai bene,
D'uguaglianza si nutre e si mantiene.
26

LE PASTORELLE

Contrasto detto da Raffaelli Pietro (Castello di Rosti-


no, 1928).

Fra tanto, con gioia e fasto


Vi compiace di ascoltare
Di due ninfe un bel contrasto
Ch' in verit non ha pari.
E qui, con fervore,
D principio al mio tenore.

Vidi un d due pastorelle,


Che sedevano vezzosette
Mezzo ai fiori e all'erbette,
Vagheggiar le dette belle
S gentile e graziose
Lusinghiere e maestose.

Una Dolilva si chiama,


L'altra si chiama Filora;
Se una d l'aiuto all'alma,
L'altra pur aiuta il core;
Se una porta il Cielo in viso,
L'altra ha in fronte il Paradiso.

Fra tutte le donzellette


Con gioie di fiore adorno
Vagheggiando fra l'erbette
E con mille amanti intorno,
Se ne stan al suo villaggio
Sotto l'ombra d'un bel faggio.
27

Poi con dolce parolette


Disse Dolilva con canti :
Gi che siamo qu solette
Palesamo i nostri a m a n t i !
Filora, con gran desio,
Disse: S o ' c o n t e n t ' a n c h ' i o .

Poi aggiunse Filora :


A Filoro solo adoro
Per lui ardo, per lui moro
E per lui string' ognora.
Il mio cor soggiace, e poi
Prigionier so' degli occhi suoi.

Allora Dolilva, incostante,


Rispose fra fuoco e fiamme :
Del mio bene sei fatt' a m a n t e
E non sai che lui n o n t'ama.
E perch ti dico, senti,
Non carne per t o ' denti!

Filora. Un arcano oggi ti svelo!


Filoro non pu lasciarmi,
Che sopra il Santo Evangelo
Ha giurato di sposarmi.
In virt del giuramento
Se mi lascia, u n mi pavento.

Dolilva. Anch'a me, con febbril grido


Ha giurato di sposarmi,
Ma per, non m i ne fido,
Te le dico in brevi c a r m i ,
Perch, amico di ciascheduna,
E fedele a nessuna.

Filora. Lui a me solo fidato


E a te finge di a m a r t i
Il suo a m o r e simulato
Ti a m a sol per ingannarti.
Dunque tu sei forse nata
Per am e non esse amata.
28

Filora. Ma bench sia vero questo


Ora tanto, non posso odiarlo
Ma per me ne protesto,
Il mio cor non p o ' lasciarlo,
Voglio amarlo a tuo dispetto,
Sinch il core m i batte in petto.

Dolilva. Ma bench se l'amerai


Finch il core ti batte in petto
Ma bench presto lo viderai
Mio consorte al tuo dispetto,
Allora sarai disperata
Pi che u n ' a n i m a dannata.

Filora. Il tuo dirmi cresce affanni


Ma rifletti, che pensieri,
Ma chi sa che non t'inganni?
Che riesca, che s'avveri?
Che prima d'esse sua consorte
Tu u n sia sposa di morte?

Dolilva. Or, dell'amanti li affari


Son d'ingannarci appieno
Sanno pianger, sospirare
Sanno venersi meno,
Con i maggiori affanni.
Ma i detti lor son tutt'inganni.

Fra tanto, in questo contrasto


Delle inquiete giovanette,
Giunse Filoro con fasto.
Allora, le donzellette
Dissero che li' s'eleggesse
Quella che pi le piacesse.

Allora con i piaceri e c o ' schiocchi


Disse Filoro di amore :
Se Filora m i sta ad occhi
Dolilva mi sta nel core.
E se la mia vita,
L'altra l'alma mia gradita.
29

Se a Filora a m m i r o ,
A Dolilva guardo ancora,
Se per Filora sospiro,
Per Dolilva piango ognora,
E se per due io moro,
Due anime a tempo adoro...

Se una l'alma mia sa allacciare


L'altra il cor sa incatenare

Ma se il Cielo benigno e grato


La legge m i permettesse
Sarei felice e beato,
Se ambedue sposar potesse
E sarei in mezzo due celi,
Passar sotto due veli.

Ma se l'inevitabil sorte
A me u n sar nemica
Se una sar mia consorte
L'altra sar sempre amica...

Dunque qui conchiudo in tanto


E d fine al mio canto.
30

C A N Z O N E P E R L'INNAMORATA

detta da Pietro Raffaelli (Castello di Rostino, 1928).


Scritta per lui da un amico poeta in occasione della
partenza per il servizio militare nel 1875.

Fra pogo si attende, o Nice (1), Scorrer citt amene


L'ordinanza di partire, Veder rare donzelle,
Conviene di obbedire, Ben che sian vaghe e belle,
Partir, triste e infelice, 10 vedr sempre il caro bene.
Ma per, per dirti il vero ;In ogni logo e confino,
Ti sar fido e sincero. Sempre a te sar vicino.

Solo a te b r a m o , scontento Ad onta di u n rio destino,


Di lasciarti, attent'al giorno A dispetto della sorte,
Ch'io da te far ritorno. Chiamer fino alla morte.
Quando il Duce di Magento Bench infelice e meschino,
A licenziarmi acconsente, Con doglie acerbe e pene
Quel garbato presidente. Amer m i o caro bene.

Solcher l'onde del mare, 11 mio fido e caro amico ( ), 3

Ogni selva, ogni collina, Colle pi sincere prove,


Ma di cor sempre vicino Ti dir delle mie nove,
Alle tue bellezze rare, Fido e senza alcun intrigo;
Bench sia in logo rimoto Ti dir, come il tuo a m a n t e
Sempre a te sar divoto. Ti sar fido e costante.
2
Sar Paris ( ) i n amore, Quei tristi e infidi rivali
Quello fu fido e costante, Che sedurti hanno deciso,
Alla sua Vienna amante, Ragionano a danno mio,
Che con fido e puro core, Si pregiano del mio male,
Ben ch'avesse tanto male, Ti porgeranno la m a n o
Ritorn fido e leale. Ritrovandomi lontano.
(1) Nice, nome poetico dato alla innamorata. (Vedi Metastasio e Pa
nni). (2) Paris e Vienna, vedi prefazione. (3) Il poeta.
31

Ma tu. in amore vivi sincera, Prego Iddio che venga il giorno


E disprezzi ogni amatore, Felice di nostro a m o r e ,
Conservati al primo amore Attendi senza timore,
4
Aborisci ogni preghiera Bella Erene ( ), il m i o ritorno,
Di qualsiasi falso a m a n t e , Durante la mia assenza,
Bench giuri d'esser costante. Pigli tutto con pazienza!

Ma tu sia qual Vienna amata, Dunque, addio, mia cara Nice,


Quella donna veratrice, Addio, mio caro padre,
Viverai mesta, infelice, Addio, mia cara m a d r e ,
Ma di cor fido e sincero, Che resister pi non lice.
Di bellezza sopravanza Addio, cari parenti,
Alla nobile costanza. Vivete tutti contenti!

(4) Irene. Vedi la nota 1.


LAMENTO D'AMORE

fatto da Maria Maddalena Antonelli, in occasione della


partenza del suo fidanzato per il servizio militare. Detto
dalla improvvisatrice a Castello di Rostino, 1928.

Partitu lu m i Ghiuvanni
Alli diciott'anni finiti
Mi sentu crepa lu cuore
Co tutti li so radici
Quale che li passer
Questi cinque a n n i felici?

Viaggi, lu m i u suspiru (1)


Viaggi quantu lu ventu
Vai truv lu m i Ghiuvanni
E salutamilu tantu,

Ne surtianu li suspiri
Da l'una a l'altra accanti
Se ne van a lu c a m m i n u
Duve l'eran abituati
O lu mi calzetti rossi
0 lu mi scarpe lustrati!

Quandu ti t'entravi in iescia,


2
Da tutti eri fidighiatu ( ),
Pi l u fidighiavu eo
Che l'amore c'era intratu.....

<1) Vedi TIGRI, Rispetti, 4 1 7 , 4 1 8 , 2 6 5 .


(2) Tutti ti guardavano in chiesa.
S O N E T T O A MIO I N N A M O R A T O

scritto e detto da Adelaide Alibertini (di Frasso di Ro-


stino, 1928), ad una che le aveva domandato un c o m
plimento .

Amabile Signora, dolce speranza,


Voi siete del m i o c o r lucente stella,
Il vostro n o m e i n tutta la Franza,
E dell'Europa siete la pi bella.

Voi siete la rosa a mezzo fiori,


Fra tutte le donne valorose ;
Ognun vi deve delli onori,

Voi avete l'odore delle viole,


E quando li vostri sguardi presentate
Si calma la tempesta e luce il sole.

Io sono il vostro amante di 'sti confine,


Che vi a m a e c h e vi amer sempre,
E per dirvi il suo nome, Alibertini.
34 .

U N SOGNO

detto da Adelaide Alibertini (di Frasso di Rostino,


1928).

Mentre una notte riposavo sulle piume,


Nella mia stanza rinchiusa e senza lume,
Per prendere un dolce sonno, cos era il mio costume
Mi venne a molestare da u n sogno il falso lume.

La mezza notte non era ancor passata,


Mi vene a dire : La tua ninfa pregiata,
La gioia dei tuoi contenti giace nel letto malata,
Col pericolo di vita, dal male molto gravata.

Subitamente di casa sorto fora,


Co' a r m i in m a n o , e senza fa dimora,
E veloce pi del vento mi parto in quell'ora,
La mattutina sonata 'un era ancora.

Quando ne giunsi alla sponda del letto


Li tocco il polso e poi dissi : 0 diletto,
D i m m i p u r la cagione del male molto sospetto?

F a ' ch'io vi vedo, fra tutti il pi sincero.


Io sono morta, di vive pi non spero.
Andate a chiam il Dottore, ch'il m a l e n o n leggero,
Fate presto e non tardate, perch io vi dico il vero.

In stu frattant' allor faccio partenza,


Stupido, affranto, senza chieder licenza,
Vado al medico per chieder la sua sistema,
Che venisse a liberare se poteva la mia speranza.
35

Quando ne iunse alla punta del villaggio


Sento la Comunione, giach il caso disperato.
Mi voltai dal sci (1) d o t t o r e : Cruda sorte, o tristo fatto!

Quando ne iunse alla stanza il dottore


Li tocca il polso e poi disse : Elettore,
Qui non vi posso giovare, pi rimedio non ti occorre,
Dateli l'Olio Santo, che la donna presto more.

Quando io intesi quella cruda novella


Ch'ella doveva morire, o la mia vaga stella,
L'occhi miei privi di luce, la lingua senza favella,
Dissi: 0 Morte crude, piglia a me e lascia ad ella!

Faccio partenza per and a casa mia,


Stupido, affranto, piango con malinconia,
Caminavo e non sapevo se ero solo o in compagnia.
Mi venne delle mancanze, camminando per la via.

Iste frattanto, sento un m o r m o r i o ,


Che la meschina rende l'anima a Dio
In quel modo me svegliai, e m i accorsi del sogno rio.

Lasciamo in pace quel sogno menzognero


Mi ero turbato e posto in tal pensiero
Ringraziando al Signore che la non stato vero
2
Campi e durga ( ) il nostro amore, sempre costante e sincero!

(1) Signor. (2) Dura.

8
36

SERENATA

detta da Mariola Ferrandi (di 85 anni) di Valle di R o


stino (1930).

L'innamorato sente dire che la ragazza amata lo vuole abban-


donare per un altro.

Pregherei con bella moda,


D'accorda al suonu il cantu
Nel suon trema la manu
Nel canta vien all'occhiu il piantu
Pur seguendu u miu languire
Cuminciu piengendu a dire :

Sol piangete, occhi miei lassi,


Trema o man, che hai ragione,
Sonu finiti li spassi
Finiti so' li canzoni
Non pi suoni e non pi canti
So sospiri e dolorosi pianti.

Eo che ti amavu con sincera amore


Ti tinia suggelata dentro miu pettu
Stampata nelli visceri del cuore
Con altra persona un facea cuncettu.
Nemenu d'altra bell'innamoratu,
Sol eri tu il mio pegnu dilicatu.

0 quante e quante giovane garbate


Di doti grande e assai di te migliore,
Ed io, tuttu per te, l'ho tralassate
Rosa, piena di sdegni e di furore
Non senti pi lu miu stridu e mia voce?
37

Sentii di la e di qu, nel t u ' contornu


Che ti pongon ogni ora una bugia
Cacciandomi la fama notte e giornu
Hai cuntentatu chi mal mi vulia
Hai datu gustu a chi s'accuntentea
Hai posto in mente che mal ne dicea.

Sei Rosa d'amore, quantu ti amavu!


Cantendu per te del m i o a m a r e
E per vederti mai non riposavu
Nun currendu le facende tralassare
Di giorni interi colla notte oscura
Quasi che n u n m i prese una puntura.

Questa l'ultima canzone,


Che da m e tu sentirai,
Nantu lu t o ' balcone,
Pi a m e non mi vedrai,
La ti digo, se tu m ' i n t e n d i :
Lasci un gallu e un topu prendi.

( E so' fuggiti inseme ).


38

CANZONE

fatta a Corscia (Niolo) nel 1931, copiata dal manoscrit


to originale favoritomi a Venzolasca da Saveria Paoli,
nel 1932.

Staccanza , (da un cuscrittu a so cara).

Lui. Lei.

O cara lasciami parte, Parti talmente cutentu


Nun mi fa pi tanta pna, Ne pigli tantu dilettu
Chi saremu sempre uniti Chi bogliu fa una riclama
In cu 'na forte catena, In Ajacciu allu prefettu,
Chi s' statu tu lu primu
A stringeti a lu mio pettu.

Lei. Lui.

Sicura m'amalraghiu Eo da lu dispiacere


Mi sentii u core spezzatu, Aghiu lu mio cuore nero
Pensendu che t'hai da parte Sta pur sicura o tesora
In Francia fa lu suldatu Seraghiu sempre senceru,
Fami o mancu u juramentu Di cunta tutte li jorni
D'essemi sempre fidatu. N sara lu mio penseru.

Lui. Lei.
Lu tempu de lu serviziu Eramu cus cuntenti
Sai chu n tantu longu Cu lo nostra bell'amore
Prestu t ritorneraghiu In vece ora ti ne vai
S a la morte un m'abandongu 0 vergine ed o signore
E de' metteti l'anellu E mi lasci scunsulata
L'aghiu fissa allu cerbellu. 0 chri de lu mio cuore.
39

Lui. Lei.

Perch di che me n e vogu Ma cuntenta n u n mi lasci


Sai b che so furzatu Un mi possu cunsula!
Mi staria nanzu quindi Chi lu to cuore n u n cambi
Ma in Francia so c h i a m a t u 0 cheri quali la s,
E ne parlu la mio cara E truvarei ricche e belle
Lu cuore marturezatu. Quande tu giunghi qual.

Lei. Lui.

Allora p u r u vera Per gir lu m o n d u s a n u


Che m ' a g h i u da ferm sola Un c' lu to paragone
Sar la nostra staccanza Soga n u n m i credi mica
D u m a n e alla cullizola Alle mio prumissione
E cusi c h e tu li faci Un lasciu lu nostra amore
u n a sincera figliola. Mancu per un millione.

Lui. Lei.
Perch che ti lagni tantu Dopo che sar partitu
Un t'aghiu mica traditu Saranu suspiri e pienti,
Si tu vole allu ritornu Tu traverai pi giia
Seraghiu lu tu maritu. Quall allu regimentu...
Stu serviziu militare Ch'ellu ne venga m a i pi
E megliu fallu finitu. Di a staccanza lu m u m e n t u .

Lei. Lui.
L ' a g h i u visti marit Or veni la m i o culomba
Giovani di diciott'ani Che te stringa allu m i o pettu,
Mettemi ancu tu l'anellu E dumane a la staccanza
Cacciami tutti st'affani, Apia c u r a g i u perfettu
Lu mio parsicu fiuritu Mi fer vede u n viaghiu
Andermi piglia le panni. In cu m e n u tristu aspettu.

Lui. Lei.
Ma c u m u vole che fia Ghi chi tu t ' a r r i c u m a n d i
Cun c' pi che una nuttata M' ogliu mustr curaggiosa.
Eppo tantu aghiu da parte Sapa che la to tesora
Per la grande traversata Un teme che d ' u n a cosa,
Dunque restati cuntenta Ella ha sempre la paura
Che si tu la sola amata. Chi tun cerchi altra amourosa.
40

Lui. Lui.

Lascia tutti si suspetti Quande seraghiu quall


E stringhiti in le mio braccie Ti scriveraghiu suvente
Cacciale da lu to cuore Per spiegati u n puccarellu
Di l'addisperu le traccie, A vita de lu cuntinente,
Eu un guardaraghiu m a i La m unica speranza
D'altre femine le faccie. La m i o stella splidurente.

Lei. Lei.

Ava si, ti vogliu crede! Che' tu te' ne vai l u n t a n u


M'ami d ' u n prufondu core, Un la possu crede vera
Cus sara cunservatu Parlali o m a n c u d ' a m o r e
Sinceru lu nostra a m o r e A la to amica sincera,
Eu ti saraghiu fedele Quande tu li scriverai
Vai p u r a o c a r u fiera. Da sa terra furistera.

Lui.

Sara tantu regulare


La nostra currespundenza
Che' u n m i o cuore sara q u i
Malgradu la luntanenza,
T'abbracciu e ti dico adiu
Ti lasciu pien di speranza.
41

CONTRASTO

tra una ragazza di Aquatella (Niolo) e il suo seduttore,


detto da Maria Iuanna Maestracci di Corscia (1927).

La ragazza dopo essere fuggita col giovane arrestata dietro de-


nuncia della famiglia dai gendarmi e rinchiusa in Convento.

Lui. T'hannu fattu parte in Francia,


E mandatu da lu strangieru,
La mane che ti chitai (1) E t'han chiosu in un cunventu
Co la gendarmeria Pe fate ampar mestiera.
T'abbracciasti allu mi collu Ist a me sempre fidata
La mi Francesca Maria Che ti star sempre sincera.
Promitisti d'esser mea
Quando ventun anni avia
0 s'aveo eo l'ali
Lo pi che so scontentu D'agiluccia marina
I da lu Proguradore T'averia accompagnatu
Chi co la so signatura In Calbi lune maddina ( ) 2

Ci ver lu nostra core Per fate l'ultimo addiu


E poi cinque ore dopu La miu stella matuddina!
Ci ha tronc nostr'amore
O che babbu senza core, Prega vogliu la Madonna
O che scellerata mamma, Ch'ellu sia calmu lu mare
T'hannu fattu parte in Francia Che durant'a traversada
Che di me esser Madama. Un ci sia nulla a penare.
Ma se ne faran co' Dio La mi Francesca Maria,
Quando la morte li chiama. Part, credu di crepare!

(1) Lasciai. ( 2 ) I n Calvi, lunedi mattina.


42

Ista ladra nova legge Verso cattr'ore di sera


I quella che ci tradisce A spasso mi ne sortia
Queste so pillole amare In piazza lu goernamentu
Che un le possu digerisce A pos me ci mitia
La mi Francesca Maria, Ma tuttu pe' bde a te
3
I quella che mi scimisce ( ). Chelle manovre faccia.
0 se a'eo l'ali Lei.
Chelle d'una rondinella
Boglio iunie a trovati 0 colomba la tu gasa
Nentru la toa turricella A me sempre piaciuta
Conduci un altra uolta Di facce a mi fortuna
In paese dell'Aquatella . Eo un l'avea mai creduta
A promettere l'amore
La mi Francesca Maria
4 Non sono stata trop'astuta.
Dunna di tre mila franchi ( )
Babbitu li t'ha promessi Ma guando t'avvideroghiu
In tanti bucci d'aranci... Cun altra dunna a l'altare
Sti cinquanta quattro mesi Tandu si, che lu mi sangue
Nun staran tandu a passane Buler pi che lu mare.
5
Di gabu ( ) sottu una petra Due gori anit insemble
Pe te li volea fane. Un le s'han di spacane ( ). 7

La mi Francesca Maria
Pe te credo di crepane. Lui.
Che no' ci pigliemu inseme La me mazzetta diritta
Li nostri un hannu piac Che logo un facce nodu
Li mi un boglianu a b Tantu pi dioenu male
E li bostri un boglianu a me Eo di te mi n'innamora.
Quando ne saremo pronti E nun t'abbandoneria
La li varemu sap. Pe dme una cascia d'ora.
Dicinu ch'eo t'abbandonga La mane che tu partisti
I un dolore troppu forte Ghiunsi in fondu delli ghiassi.
Abbandonaraghiu a te Da qual mi voltai
Lu iornu dilla mi morte Lagrimendu e a occhi uassi,
Nanzi mi cingu sportellu Cose mai ch'io non credia
E vo picchi a tutte le porte (6). Che tu m'abbandonassi.
(3) M i fa diventare scemo, pazzo d'amore.
(4) Allude alla dote della ragazza.
(5) Capo.
(6) P r i m a di abbandonare l'amata andrebbe di casa in casa a chiedero
l'elemosina.
(7) D u e cuori uniti insieme non si devono separare.
43

CONTRASTO TRA D U E I N N A M O R A T I

detto da Maria Iuanna Maestracci, di Corscia (Niolo),


1925.
Lui. Che ti passeranu prestu
Oghie, s'un ti cunuscia
Si tronc lu nostr'amore
Mi n'andavo lestu, lestu.
Cosa mai che non credia,
Ascoltate cosa la facce Lei.
A gattiva cumpagnia,
Oghe e to gamerate Ma se tu nun volle parte
So piene di ielosia. Per me, fa cume te bare
Fattu lu iuramentu
Lei. 2
E un si colla ( ) a l'altare
Eo co le me gamerate Che nanzi piglia te
3
Nun aghiu dettu niente. Piuttostu mi lampu ( ) in mare.
Che durante a nott'oscura
Lu mondu passeggia e sente, Lui.
Eo cridia di esse sicura T'aghiu dettu tanti volte
E la sapea tutta la iente! Che tu la fessi finita
I fattu lu iuramentu Che nun mi curia di mre
4

E nun credu che mi sbagli, Pur d'un bdeti verita ( )


Amor un ni facciu pi Che pe cacciati di l'acqua
Giucherei la mi' vita
Che siete tutte canaglie.
Se tu mi sente pi parl
Lei.
La mi lingua si taglie.
Lui. T'aghiu dettu tante uolte
Che tu mi lasci tranquilla,
Un di tanti bestemmi, Che tu fia la malamorte
Rispetti li Santi e Cristu! E frighe cum un'anguilla,
Che questi so momenti di zar- E che tu caschi da l'aria
[ga (l) Di pi nalto d'una stella.
(1) Rabbia. (2) Sale. (3) M i getto. (4) Vederti ferita.
44

Lui. Lui.

O guantu ch' statu bella N'hai fattu lu iuramentu


6
Un amore di tre anni! E ne voi fa la veghina ( ),
Mi bigli pe' un briacone Voi and cun u curatu
A ordemi danti inganni? A prig sera e mattina?
Ma se tu ne sposi calg'altro Un puoi mancu fa a sora
5
Pu pront i so panni ( ). Ch se' andata in ruina!
Lei. Nun pardona lu Signore,
Ma nun sposo calg'altro, N manco Domine Deo
E tuttu lu tu timore ?
Si pure che lu nun venga
Ma un ne sposer manc'uno Calche gran Iubilileo,
Sino a u iorno di mre Tu sarai la Verginella,
Tandu mi pardonarannu E eo lo San Iuseppe Ebreo E
La Madonna e lu Signore.

(5) P u prepararsi a morire. (6) Beghina.


45

LAMENTO D'AMORE

detto da Maria Iuanna Maestracci di Corscia (Molo),


1927.
Ghiunta l'ora disiada
Pe dumandati l'amore
Bramerei in questa ghiornata
Di poterti ben discorre
E bramerei di saper lu feru (1)
S'il to cor saria sinceru.

S'il to cor un sinceru


Che mi giova di cantare ?
Se con d'altri fai l'amore
Quanto a me mi fai benare.
Ma eo spera di ferire
Il to cor co me saper dire.

Con mi saper di cantendu


Cu chellu gantu amoroso
Chella strada caminendo
Con chel passu furiosu
Che ti chiama, o ricca gemma
Amedue anitu inseme.

Inseme sino alla morte


Ispero che simu legatu
Cun am costant' e furie
Gineros'e micc'ingratu
2
Nun ci sia forza darrena ( )
Per alluntanaci appena.

<1) Vero. (2) Terrena.


46

Se tu parti, tu a cavallu,
Anch'eo partir in sella
Caminendu cume a bolu
Guernati cun una stella.
Che ci chiami il nostra Deo,
Pardi' tu, part'appress'anch'eo.
47

SERENATA

scritta e cantata da Santucci Ghiuvanni, di Corscia


(Niolo), 1927.

Colomba, le to' bellezze


U mio cor se n'han rubatu,
Li to belle gentilezze
Mi feranu and dannatu
In infernu a fa dimora.
Svegliati, bella, ch' l'orai

Ho giratu Franc'e Spagna


Cu tutta l'Italia intera,
L'Africa cu le muntagne,
Ma la toa bellezza un c'era!
Che parea ch'el Ciel sopranu
C'aveva posta la sua manu.

Come questa non ci vene


Che le s'impopano pure,
Ch quandu la sorte fora
U sole diventa scura,
Quandu la parla, discorre,
Pianta l'acqua e pi non corre (1).

Canta il gallo dei mattini


Chi canta cucurugu ,
Son svegliate le galline,
Dunque sveglia, anche tu!
Stamane, Culomba cara
U nostro amore sar per tarra (1).

(1) Questi versi si riscontrano anche in altre serenate.


48

Bi salutano l'arbete,
Le rose, anche 1 viole,
Bi salut'il vostr'amante
Vi salut'il sonadore
E poi vi salut'anch'eo
2
Bona sera e dig'addio... ( )

{2) Il poeta che ha fatto i versi per conto dell'innamorato.


CONTRASTO AMOROSO

fatto e detto da Maestracci Giuseppe, Sergente della-


Fanteria Coloniale, in permesso a Corscia (Niolo), 1927-

In nel mille nove centu, Mi chinai a cantu ad ella


Indu venti tre che corre, Poi ci missimu a discorre
Eo con una zitelletta Li disse : 0 madamigella
Ne bramavu di discorre Vi dir ci ch'aghiu in core
Co u solu pinsamentu Eo so venuto espresso
Di domandali l'amore. Pe' domandabi l'amore .

Una dumenica di sera Amore un n'aghiu ancor fattu.


Lu mio core fu induinu E non so cosa lu
Di passa per la strada Ma pe av, lu miu caru
Che mi purtava a u giardinu, Un posso mica convene
Ma che fu la mi sorpresa Perch mi la fatte appusta
La vide col vicinu. Per ridervi di me .

Ne avanzai verso d'ella Di ridermine di voi,


Chi gh'era cul collata, Eo non l'aghiu pinsata,
Nimu ci putea vede, Ma se po mi promitite
Chi faccia trabughiata, Da me sarete sposata,
Cume ch'in paese s'usa, Si poi site da consentu,
Eo l'aghiu salutada. Prima ch'io part' all'armada .

L'aghiu datu lu bongiornu Di uolermi maritare


Li vulia tuc una manu N'avete una bona idea,
Cusi a sua risposta : Ma per au, u miu caru,
Istate da me luntanu Nun d'accordu cu a mea.
Bedete che c' la iente Perch che causerebbe
Ind lu iardinu supranu . A mamma una maladia .
50

Promittitimi l'amore Amabile giovinetta,


Senza fa tanti lamenti, Io le disse con timore,
Lasciatemi sta la mamma Cacciatemi di questi affani
Li babbi cu li barenti. Che mi grepano il core
Tuttu u mondu si riposa Dite sol una barola :
Si li sposi so cuntenti. Io vi promettu l'amore .

Escusate, giovinottu,
Datemi tempu a riflette
Eo non vogliu micca fane
Come tante zitellette.
E quando un s' siguri
Amore un si promette .
51

SERENATA

scritta dal Gendarme Martini (Asco). Copiata dal ma


noscritto originale.

Buona sera, ti salutu S'io ti pudessi pussede


Ti salutu, buona sera, Per compagna la mio cara
Per cant tutta la notte N'un mi curaria di f
Finamente l'alba chiara Scalzu il giru di la terra
N'un diceraghiu mai tutta E purtati da ogni statu
Ci che aghiu a dirti mia cara La cosa pi bella e rara.

Ci vurianu le nove Scendere finu a l'infernu


Belle Muse di Helicona Cumme lu si scese Orpheo
Eju n'un mi sentu capace A circa la suo Euridice
Di lud la to persona Se tal fosse il tuo desio
Tu si bella, ogn'un lo dice N'un mi senti, forse dormi
E la tua fama risona. Nelle braccie di Morpheo.

Si una bella Clopatra Nelle braccie di Morpheo


Un Heloisa, un Helena Ogni notte adormenti
Una Glorinda, un Armida Ed io son comme Tantale
O Penelope Regina Con l'aqua fino alli denti
N'un si figlia della terra Mi difendi di bere
Si un bellezza divina. E soffro mille tormenti

Burebe esse l'amicu 0 Helena che fu rabida


Di Cupido Dio d'Amore Al Re Menelas di Sparte
Ch'ellu mi faccia truv Da Parigi per cui Troja
La strada di lu to cuore Chiuse dieci anni le porte
Saria l'omu pi felici Anch'io per te lo farei
Di ottene questu favore. Per vincie cruda sorte.
52

Bincciaria l'Hidra di l'Herne Li to occhi grandi e neri


A le selle teste altiera Che ferisoenu ogni cuore
Cumme ch'Hereole la vinsse Hanu feritu lu meju
Si tu mi fuissi sincera Piet per lu mio dulore
Guarda s'io stimu la vita T'avissi d'amarne un altru
Per te la mio tantu cara. Preferiscu anzi di more.

Ruberia le mele di oru Lu to visu e un raru fiore


Guardate da un reo serpente Chi spunta di prima vera
In Africa nel giardino E culurutu di mane
Delie figlie del gigante Pi culurutu la sera
Atlas e senza temere Di quella s oghie al mondu
La rea morte un solo istante Si la Regina o mio cara

Andrei a trovar le Parques Le to mani dilicati


Del nostro stramu vitale Parenu di marmu fine
Clotho, Lachesis, Atropos La nostra Madona sola
Se mi vogliano ascoltare La, ma so mani divine
E dirle che il vostro filo Sonu fatti, per l'annellu
Per mill'anni non tagliare Preciose di oru fine.

Burebbe esse Theseo Hai un carnettu divinu


Nel labyrinto perduto Mischialtu tra sangue e latte
E tu osse l'Ariana Difendu a lu Raphaellu
Per porgemi presto ajutu In c'un tutta la so arte
L'abbia pututu dipingine
Del supplizio inconosciutu Le stessu in alcuna parte ?

La mio pi bella del mondu Abrimi la porta o cara


La mio rara di statura Fa bede lu to bon cuore
Parse cun fessi che a te Mi darei un bicchier d'aqua
Di perfetta la natura 0 di binu o di liquore
Pari la nostra Madonna N'un la vol fa per me
Bella immaculata e pura. Falla p lu sunadore.

Li to capelli so biondi E inutile ogni preghiera


Biondi, parenu d'orati Inutile ogni argomentu
Ti stana be cu le treccie Forse dici avete l'agiu
Megliu li n'un so liati Chi nisun rimore sentu
Li pi lunghi e li pi belli Tu faci stu taglia nasu
Li fussinu ghiudicati. Addiu me ne vo seuntentu.
53

E mancu ci tornu pi Sentu lu rimore in casa


Mandami puru a chiama Ti bega cu la lumera
Se tu mi faci una La sabbia prima di vene
le duie-Halted! T'era fidata e sincera
Quindi n'un ti parlu pi Merci di li bon accogliu
S'io possu mancu quall. La mio bella e tantu cara.
54

SONETTO

fatto da Giovanni Andria Martini, di Asco, Gendarme


a riposo, morto nel 1918. Copiato dal manoscritto origi
nale.
1
Amico, se t'invio questo sonetto
per farlo parvenire alla mia cara
Li dirai con tristezza e pena amara
Ch'io son afflitto, disperato e mesto.

Mesto son del suo strano dispetto,


Di avermi preferito un altro amore,
Di avermi a volont ferito il cuore
Senza vergogna, onore ne rispetto.

Se troppo rispettai l'arte e l'inganno


S'ella sorride della mia sventura
Podria sorride, ma forse a suo danno.

Ma dilli, amico, che le sue sventure


Saranno come nebbia nanzi lu ventu
La mia crude vendetta aspetti pure.
55

LAMENTO D'AMORE

raccolto dalla bocca di Adelaide Vinciguerra, di Chiatra


di Verde (1925).

Due sei, due stai, due dimori?...


Idola del mio cor, Nice, sei bella! (1)
A tante pene perch non soccorri?
So persuaso non sarai pi quella,
Avrai cangiato, tutt'a nov'amori,
2
Vera fonte di amore, Diana stella! ( )
Moro, solo per te sospiro e languo
Per eagion di li to gentilezze,
Colmo di pene, di dolore, e d'affanno,
Un ho ne tesoro, ne ricchezze.
Altra grazia non chiedo, ne domando
Che di aver le tue rare bellezze.
Dorefili, a te mi arraccomando!
A te, mia cara speme ed idolo mio!
Spero vederti un d, ma non so quando.
Per te, caro mio b, bramo e desio,
Per te passo lenti e mesti giorni.
E di lagrime vo formando un rio.
S'io potesse arriv nei tuoi dintorni,
E poterti parl. Nice gradita,
Passerei felici questi pochi giorni.
Ma per me, cara speranza, ogni gioia finita,
Aghiu lacrimi a l'occhi e crepacori,
Quasi sazio son io della mia vita.

(1) Nice, nome poetico per la donna amata. (Vedi Metastasio e P a


rini). (2) Vedi TIGRI, Canti pop. Toscani, p. XXXII.
56

LAMENTO D'AMORE

di una giovanetta di Tox, detto da Adelaide Vinci


guerra (1927), e da Maddalena Campana (1932) Chiatra
di Verde.

Gi che mi ritrovu qui Un iunji pi alle mie veghie (2)


Oggi disposta a u sole, Chi n'aii fattu un custume
'Ogliu comminci a parl Ch'io cuscia lu mio scuzale
Un pogu di mi amore Tu mi faccia lu lume.
Podite consider Non ti vegu din qu
Ch'aghiu seccu lu mi core. Lamp mi voglio in nu fiume.

Un n'aa che lu so core Lu iunje pi alle mi veghie


Mariuccia incatenata Che non ci mancava sera
Prima di perdela qui Mi n'aete che d
Me ne vene assigurata Ch'io eru cus sincera
M'hai posto una gattiva Duve ti t'assolverai
Da lu miu pede allu gapu. O anima cusi nera?

Bnenu tutti allu frescu Nun ti vogliu biasim


Nantu lu nostru scalone Dicenu che sia peccatu,
Si godonu co' piacere Eu lu mettu in pettu a Diu
La so conversazione Quellu Judice A' occatu
A dinda di Mariuccia (1) Secondu lu to delittu
Piange sola a lu fugone. Che tu sia cundannatu

(1) Poveretta ; parla di se stessa. (2) Veglie.


57

3
Eo mi lagnu di Lilioma ( ) Aghiu trov a to mamma
Che stata risoluta in colle to tre sorelle
A credamu a pi scema Un m'hannu mancu parlatu
E stata a pi astuda. Credenu d'esser meghiu elle
4
Dice lu proverbiu anticu Che non si 'antinu tantu ( )
Galant omu a chi s'aiuta. Che si so belle zitelle!

Un vi ne ridete, donne,
Simu tutte a sottu postu
5
Che so' lesti i ciarbi, ( )
Ma li pigliano alla posta
Ma quando li cacciadori
So disposti iornu e nutte.

(3) La rivale. (4) Vantino. (5) Cervi.


58

LAMENTO

detto da Maddalena Campana, di Chiatra di Verde


(1932).

Aghiu mi core nettu Che tenia strettu nel senu


E i'aghiu senza macagna L'affettu ch'io li portavu
Che ci n'hai fattu tantu La m'ha resu in velenu.
E purtantu un mi lagna
So cume una pecurella Eo mi vogliu ripos
Smarrita pe la campagna. E poi mi vogliu da pace
Se lu c'era tribunale
So cume une pecurella Lu vulia cita in cuntumaoe
Smarrita e senza pastore Ma sentu che pe l'amore
Cume feraghiu a campare Cuntratti un si ne face.
La corcia (1) senza core.
Lu m'hai arrubatu tuttu Eo mi vogliu riposa
0 lu fintu e traditore Di piange cosa mi vale?
Mi pare di sente di
0 mi fntu e traditore Ch'io un sonu regicasale
Pettu risseratu e infidu Le iornate dell'amore
Questu un omu senza core M'hannu iuntu a funerale.
Tene l'arte di Cupidu (2)
La lu saperaghiu iu Eo vogliu cibami d'eria
La corcia che un mi fidu. Come lu camaleonte
S'aisi mai figliole
Lu mi ne vulia fida Li vorrei scrive in fronte
Ma un po fare menu Che mai avessimu di seguira
Che s'ha pigliatu lu core Dilla so mamma a sorte.

(1) D i s g r a z i a t a . (2) U n cuttivu suggettu .


59

SERENATA DEL FIUMORBO

(1929).

Eo un ci cantu per mne Sai b che so di Rusio


Che ci so statu mandatu E falgu (1) pe' Padulella
Eo ci gantu per Ieseppu
le lu toio inamoratu A mi mazzetta fiorita
Ma pi un ci canteria Co tutte le so ramelle
Se tu fusse la mia. Quale che lu piglierane
U premio fra le zitelle?
Son benutu da 'untanu Dicena sar Maria
Binti chilometri di camminu Che s'intende una di quelle.
Cu la mi chitarra a collu
Sempre a sono di biuilinu Dicenu sar Maria
Cun chili'altri sonadori Sia una mazzetta fiorita
Sol per fatti onore. le be fatta di statura
E ben cumposta di vita
Una Dumenica di sera Quando la ne sorte fora
Verso le quattro o cing'ore La terra resta fiorita
Io ti scontrai sola Maria la mio colomba
E ti dumandai l'amore 2
Di duddu ( ) siete compieta.
Tu cu pochi di parole
Mi mettisti in dell'arrore 3
Se' biato ( ) lu lettinu
Culla ta'ola di notte
Guarda b ci che tu fai Due tu ripose tune
La mi 'mabile donzella, Fiori dille gio'anotte
Di ricusami l'amore, Maria la mia culumba
Purtantu si pi zitella, Io ne pigli la mi morte

(1) Scendo. (2) Tutto. (3) Beato.

1l
60

CHIAMA E R I S P O N D E

detta e fatta da Giuseppe Alibertini (mulattiere di


Orezza) detta a Ghisoni (Fiumorbo, 1930).

Lui Lei

Ben trovata, Signorina, Che volete ch'io vi dica


Dunde siete incaminata? Li 'usti so guariati
Mettete forse a profitu Che tene a fiori di selva,
Questa bella mattinata, Altri a fiori culti'ati
Per queste campagne fiorite, Cus mi date a discioglie
Facendovi una spassegiata? Nodi troppu complicati.

Lei
Lui
Ben venutu, giovinottu
Ci ne stemu co' questi fiori Per boi tant'intelligente,
Guardate come so belli In simile occasione
Ce n' di tutti culori Un porta la mia domanda
E poi espergiano profumu Alcun complicazione.
Per embalsamare il core

Lui Lei

La cumpagna delli fiori La mea l'intelligenza


Ancu a me moltu mi piace, E un po' corcia, (1) limitata,
Ma fra tutti ce n' unu Per discioglie certi casi
Che mi rompe la mia pace Non so' mica abituada
Di dirmi qual essu E mi trovu pe' risponde
Vi sentirete capace? Francamente imbarrazzata.

(1) Povera.
61

Lui Lei.
Allora vi diceraghiu Lu sapete in questu mondu
Che il pi bellu di sti fiori Cerca ognunu ad aiutarsi
E quello che di l'altri L'attu pi interessante
Ha lu profumu e li culori, E quellu di maritarsi
Siete voi, o Signorina, Allora si calculeghia
E senza circ tanti errori. Sempre prima d'accopiassi.
Lei Lui
Mi fermu smaravigliata, La so anch'eo. che d'aiutarsi
Perch all'usciu del mio core E un dirittu di natura
Malgradu i mi diciott'anni Mica pretendu a far passi
Mi c'ha mai picchiat'amore. Pi larga dell'inforcatura,
Siete voi lu primo vene Anche, capirete,
Sottu il manto di un fiore. Che l' fora di misura,
Lui Lei.
Dunque una manu amorosa Avete la lingua sciolta
Versu voi un s' mai tesa? E appuntu siete di quelli
2
Parlando cos mi fatte Che l'un vi ci trova ancini ( ),
Una reale sorpresa! Quanto trovate spurtelli.
Tuttu un anghiulu seminate; Ma lu gabbiu, o giovanottu
Dall'alti cieli scesa. Non s'attende ch'a l'uccelli.
Lei Lui
E vera, qualche domanda forse, Li gesti di voi zitelle
Anch'eo aghiu avutu, So purtanto raffinati
3
Ma di quellu che la faca Purtate le rotte corte ( )
Mai la voce m' piaciuta, Culli capelli tagliati
E cos pe' d risposta Bracci nudi e scolacchiati
Mi fermai sempre muta. Pe' fa nasce l'innamorati.
Lui. Lei
Seresti mica di quelle La questione amorosa
Ch' l'et del furore, E un soggetto senza fine
Ne passano capi ritti una strada seminada
Fumando cum un vapore? Quand'a rose, quand'a spini
E poi pretendono pe' sposi Per veduta a questo suggettu
Che nobili e grandi Signori? Dumattina qui v'aspettu.
(2) Uncinu. Cercar ancinelli, cio cavilli per imbrogliare (FALCUCCI).
(3) Sottane.
62

CONTRASTO

detto a Ghisoni nel 1930 da Michele Alibertini, m u


lattiere, di S. Giovanni di Moriani.

Lui Lei
Bongiornu, Madamigella, Un possu pe lu momentu
Oggi appuntu mi s'aspetta Darbi risposta.
In sta bella occasione Che l'ag senza riflette
Gi che vi trovu soletta Sentu di che cara costa
Per domandavi un momentu In l'affari interessanti
Un intimu ragionamentu. Ci vol a esse prudenti.
Lui
Un giornu cos felice
Che l'avia tanto aspettatu Fors' allora dubitate
Dalla gioia e lu piacere Di a mi sincerit?
Mi ne sentu paralizza tu. State pure spensierata!
E di tamantu favore Pi tosta ch'a voi manc,
Grazie rendu al Signore. E di farbi un tortu
Bramo primu d'esser mortu
Lei Lei
Segondu li vostri detti Nun aghiu dubbiu nissunu
Si un mi sbaglio varamente Rispettu la vostr'idea,
Avede a confidarmi Ma mi darete permessu
Quarcosa interessante Di fa risorte la mea,
Dall'ora che tardate In amore galanti
Decidetevi e parlate. So sospiri e pentimenti.
Lui Lui
Con sincera sentimentu Restu smaravigliatu
E pe' affettu di core, Sentendu i vostri sentimenti,
Saria pe' presentarbi Le core in bracciu all'amore
La mia domanda d'amore. So a questu monda benedetti,
E se boi l'accetterete E poi fra i Beati
Fortunatu mi farete. In Cielu so cologati.
63

Lei Lei

Se quantu la vostra lingua Tutti li vostri argumenti


Sapete adopr le mani Mi son restati in memoria,
Capolate la frontiera Non in una battaglia sola
A f pag l'Allemagna, Chi bince ha la vittoria...
Che tanto decisione E poi rivenerete
Le pigliarete lezione. Forse pi scanza averete.

Lui Lui

Lu mio giardinu compostu Au begu nelli vostri occhi


Seminatu a gigli e rose! Luce un novu sentimentu,
Un fatte l'indifferente Abedici o Lil amata
A mi chiame amorose Eo me ne vagu contentu,
I cori ostinati all'amore E portu nellu mio core
Un piacianu al Signore. Pi speranza che timore.
64

CONTRASTO F R A D U E I N N A M O R A T I

detto da M. Carlotti (Ghisoni, Fiumorbo 1930).

Lei. Zittu! Un m'incorda c'u brecciu che mi strappi


U manicone d'u mi casachinu.
Lui. Ma capiscu che s'eu ti lentu, scappi!
Po', se lu strappu, te lu cumpreraghiu,
Ch'all'Isola (1) c' frisgi e dirappi.
Lei. Ben che lu strappi qu, d'altri n'aghiu
Un pensate ch'eu sia affolata mica,
Un so affolata a uno, ne un paghiu.
Lui. Buria che tu n'avessi quant'una gran' ricca
Bestura e furnimenti e assai chiuselle,
Ma cu me, ma cu u to Piero, tu un c'hai cicca?
Tu sai che si' lu specchiu di e zitelle,
Cume te in chiesa un ci n'entra ormai
Tu si la luna in mezzu all'altre stelle.
Ma au, bogliu sap ci che tu hai,
Che guardi fissa e cambi di culore?
E da tu bocca sorte un furte ventu.
Lei. Zittu, un mi di pi nunda, o crepacori,
Sai che so sposa d'altri, e un so pi toia,
E inseme so finiti i nostr'amori.
Lui. Dunque, u mi amore t' benuta in noia?
Sareste tu a cagion di fami fa u banditu
E talvolta mur pe' man di boia?

(1) Nell'Isola Rossa, ci sono nastri e drappi.


65

Or, prima d'au c'avia capitu,


Ti vogliu d eu li vostri cungedi,
2
Ti vogliu appaghia ( ) eo, fa da curatu

Poi ti vogliu leg e mani e i pedi,


3
Lei. Eu, corgia ( ) un aghiu colpa, mamma, vedi,

L'altr'eri m'inguant 'ssa fera becchia,


E mi dette quanti ferri giusta a'i.
4
Poi mi lamp cul, a ghiaghera tecchia ( ).
E buffa, e tamba: Ors, l'hai da pigli,
Ben che tu crepi, o capu di forlecchina ,
Lui. Dunque di forzia, 'o ti volenu da?

Lei. S, perch di pace un travagliaturone


E un mi mancheria un buccon di pane
Lui. Dunque cu me, ci patiresti a fame?

Considera u mi sangue au in cimentu,


5
E bolle e sbullacheggia ( ) e mi s'inGamme
Dunque, tu, un lu voresti?
Lei. Eu no,
Lui. Au, ne so cuntentu.
Po', lassala f cu mcu, sa becchiaccia,
Che si la morte un bole lu so fiatu
Lui li vogliu d in pegnu a sa striacela
Le vogliu turn u rugnu inbuffitatu
E dai museloni ch'ella cangi pella
Po' far cumpagnia allu spusatu.

Lei. Quessa, no, nun la farai. A Mamarella


Un sia di primu sangue, appia indiziu,
Che se tu volli a me, rispetta ad ella.

(2) Uccidere. (3) Poveretta (4) Come una cagna s a t o l l a ,


modo di dire per una cosa che cade pesantemente. (5) Bolla e ribolle.
(6) Stregaccia.
66

Tu saresti di tuttu lu precipiziu


Se tu fusse di mamma l'uccidenti
Mai cunsenteria a u nostra sposaliziu.
Babbu, ellu, corgiu (7), piega a tutti i venti,
E Mamarella becchia, e ci 'ole pocu,
D'una manera o l'altra saremu cuntenti.
Lui. 0 vedi, ind'u miu pettu accendi fuocu
Cu tue parolucce inzuccherate,
Au l'ira e l'isdegnu un ci han pi logu...

<7) Poverino.
67

SERENATA

detta da Zia Catalina Manarini, di Conca, a Bavella


(1923). (Serenata della sua giovinezza).

Principi vogliu lodare


Una gentile donzella
Dicinu che sia chiamata
Di nome Paolella
E con core in gelosia
T'implora la pena mia
Rimira i to' capelli
Che so' stocati in ora.
I tu cigli onesti e belli
Che mi sembranu un decora
Le tue labbra delicati
Sembranu fior di rosella.
Sembranu fior di zonale
Mis'a sede alle finestre
Dillu palazzo Imperiale,
Le roselle del tu' pettu
Son due pome dilicati
Son fatte di carne fine
Sangue e latte mescolati
Sonu ricamate in ora
D'argentu purificati.
Eo rimira la tua vita
Che marcatu allu compassu
Un possu pi star in pedi
Che sospira e poi m'abbassu.
Ti giura che la natura
Ti te ha fattu un spassu.
12
68

Cara, questu giovinottu


S' raccomandatu a me
Dicendu che siete sola
Nelle marine di Sart
Quella che sta in Gozella
E soggiorna in Bisogn

Di bellezza porti il vantu
Sopra lu sole e la luna
Sopra tutte le donzelle,
Come te non vi n' una,
Cedonu quelle di Cina,
Di Roma, e di Tarragina, (Terracina)

Quandu tu nascesti, tu
Nascesti di bon mattina,
I Santi tutti pregandu
Volse la Bont Divina,
E pregavanu di core
Che nascesse questu fiore.

Di quella camera chiusa


S'accendesseru le candele
E li ceroni come s'usa,
E ognunu parla e dice:
Eccu una ninfa filice!

0 fior della rosa,


0 ramu dellu giardinu,
0 lu fior dellu cipressu
S' mischiatu collu vinu,
Quale sar quel gioiellu
Che a te star vicino?

Quandu tu n'hai d'and alla messa


Con simil leggiadria,
Pare che fossi nata
A mezzu della Signoria
E della Casa Reale
E non della pastoria.
69

Ch'alia destra manu prendi


Tu quell'acqua santa
Che riverisci Dio
Non pari un ignoranta,
Pare che tu fossi stata
Alla scola in una stanza,

Compatisci donzelletta
Ch'un ho avutu scola netta
Ti prego di non biasmare
Mie dote, e abbracciare (1).

(1) Vedi TIGRI, Canti pop. Toscani, Rispetti 6 7 3 , 6 7 4 , 7 0 0 , 8 1 3 , 1 0 3 5 ;


Stornello 4 0 6 .
70

SERENATA

detta da Zia Catalina Manarini, di Conca, a Bavella,


(1923) ; cantata da suo marito a lei quando aveva 16
anni.

Musa convien di lodarti Ce n' anche delle belle


Una ninfa graziosa Onestissime e garbate
Di bellezza singolare D'onestissime donzelle
Che in senu porta la rosa D'ogni desideriu armate

A veder la su' andatura Ma voi siete la padrona


Colle sue moderi passi Degna di scettru e corona,
S' stancata la natura Incedi con dolce calma,
E d piacer anch'alli sassi. Portante corona e palma.

CANZONE

detta alla medesima quando suo marito scendeva a l l a


pianura.
Eo ne partu, o Nice (1) amata
Alla spiaggia, alla bassura
Ti lu g i u r u st sicura
Sempre fido a te sar!
Che giornata dolorosa
Quando ti vedr partita
Credi pure, Nice gradita
Spera rivederti un d.

(1) N o m e poetico della donna amata. (Vedi Metastasio e Parin),.


71

LOGIO D'AMORE

detto al Pacciale di Agnerono presso Portovecchio da


Zia Maria Domenica (1926).
Una mattina, me affaccu alla finestra,
Vegu venire a mi ninfa soletta
Cu su verni (1) alla manu
2
Pe and al' ligna in fletta ( ).
La salutu e mi risponde,
Che ti pare una saetta.
Cus pinsosu, feci la stessa strada
Fin a quel boscu dov'ella travagliava
La salutu e mi risponde
Bassa l'occhili e poi tremava.
Perch tremate, o mio dilettu pegnu?
Forse t'avete di gran fastidiu u legnu?
Nun quistu u mio timore.
Ma temu di qualche impegnu.
Che d'esser vinutu qui
Un so lu vostra disegnu.
Eo so vinutu in vostra cantone
Pe' sentire la vostra dicisione,
E pe' voi vadu a morire,
Notte e ghiornu st in prigione.
Cosa mi dici, o che parole fai?
N'a mia casa un ci n'aghiu prigioneri, tu lu sai
Dunque pregu, statemi da luntanu
Dite di bocca, nun tuccate di manu
Di discorre da un omu
E da tuccare da villanu
Eo un so focu, ne voi la stoppa,
Ch'ella si bracci, tempu che la si tocca...
(1) Ferro. (2) Per andare in fretta a far legna.
72

DUE CANZONETTE

dette al Pacciale di Agnerono da Zia Maria Domenica


(1926).
Dov'andate, o giovinella
Cus tarde e sola, sola?
Venuta l'occasione
Di parlarci una parola.
Se ci avete afflizione,
Di parlarmi ch'avete brama,
Tineteli vostri amori,
Diteli a babb'e mamma.
Voi sarete lo mio sposo
Eo sar la vostra dama,
La mi educazione insegna
Di risponde a chi mi chiama.

A mia mamma vecchiarella


Ben di bon ora mi fa rizza,
E po mi mette a secchia in testa
Alla fontana pe' fammi and.
Quand io fui pe' a mezza strada
Un cavaliere mi riscontr:
Due, due vai, o bella fantina,
Cus solletta e da pe' te?
Io me ne vado alla fontanella
A prende l'acqua pe' disin.
73

Quando io fui pe' a fontanella,


Vedo che l'acqua si turber.
Ponete pure, o bella fantina
Mentre che l'acqua rischiarir,
Io te le dono le cento scudi
Solo una notte dormire co' te.
Io me vado da la mia mamma
S'elle contenta, ritorner.

La mamma:
Pigliale pure, le cento scudi,
Che sono bne da marit,
Che li daremo una bivanda,
Tutta la notte lo dormir...
74

LAMENTO

di una ragazza per la partenza del fidanzato sotto l e


armi. Detto da Restituda Rocca (Zia Sciabecca) Ca-
lenzana, 1930.

Se ne parte lu mi falcu
E pe' aria si ne vola,
Cume aia da passalu
Lu mi tempu cus sola?
Che iornate cusi triste
Cume chiodu negra in tola.

Di passata pa' u chiassu (1)


Ti cunuscia a scherpata
Ma parl un si putia
Che mi tenianu sarrata
Un ci sia nissun dunna
Cume me disgraziata.

Se putessi fa lu gira
Chellu che face la luna
E po vedeti nellu finu
Cara di la mi furtuna!
2
Se m'affaccu allu purtellu ( )
Nu vultu dellu stradonu
Se m'affaccu manghiendu
Mi s'ingorga lu bocconu
supitu lu mi core,
Allu pientu ( 5 ) si dispone.

(1) Vedi TIGRI, Rispetto 3 2 4 . (2) Mi affaccio alla finestra. (3) Pianto,
75

Tutti li iorni di posta,


4
Eo me ne falu alla boata ( ),
Cridendo di bede a te
Ma pe' me posta un marchia
So che t'hannu proibitu,
Penna, calamaru e cartai

Mi vogliu best all'omesca,


5
Mettermi a mi' visera( ),
E fa turnu pe a Francia
Vistuda alla cantinera,
Solu pe fati conosce
Quantu so fida e sincera.

{4) Boite lettres. (5) Cappello da uomo all'antica.

13
76

SERENATA

detta da Tommasina Acquaviva (Calenzana, 1930) e da


Paoli G. B. (Venzolasca, 1932).

Cantu vogliu un sirenatu


E poi mi vogliu ripone.
Mi vogliu mette a chiama
Sottu lu vostru balcone
Acci mi possu nasconde
Se si sveglia u padrone.

Per squigliare lu padrone


Un mi trovu solu
Perch aghiu un cameratu
Faccia cantu di rossignolu
In cantu cusi filice
Cume quellu di a pernice.

Le pernici so' appullati


Si so messi nu so nidi
Si so tutti addurmentati
Spentu hannu lu so lume
Spentu par onghi logu
Non si vede pi in dogu.
Alz vogliu a mi boce
Per svegli a tortollina
Accioch possi risponde
Se l' lontana o bicina.
I to cappelli biondi
Cu quarche bispizichi in oro...
Affaccati allu balcone
Che so eo lu tu tesoru.
77 _

Prima che lagat'amore,


Sar secca ogni filetta
L'arburi senza fronde
L'edera rester netta
Tandu, si, Culomba cara,
Nostr'amore andata in tarra (1)

E li sarpi cull'aggelli
Dormirn insem in ni 'u (nidu)
li lupi cull'agnelli
Riventeranu amici fidu
Tantu s, Culumba cara,
I' nostr'amor andr in tarra.

Quandu li pesci del mare


Culeranu alle culline
E li pi furte montagne
Scenderanu alle marine
Tantu s, Culomba cara
Nostr'amore sar pe' tarra.

Quandu il mare sar senz'onde


E senza pesci scoglianti.
L'erberu senza fronde
E le belle senza amanti
Lu fogu senza calore
E le belle senz'amore
Tandu s, Culomba cara
Nostr'amore sar pe' tarra.

il) Terra.
78

SERENATA

detta da Ghiuvanni Orazi (Guagno), Paolella Cipriani


(Guagno), Tommasina Acquaviva (Calenzana), 1930.

Vieni, o bella, sentirmi cantare


Vieni o bella, affaciat' al balcone,
Eo ti gantu una bella canzone,
E cu la chitarra la devo accompagn.
Farti vogliu un vestitu di seta,
Fallu ti vogliu di molte colori
Tempestata di rose e di fiori
Per ricompenso del tu' primo am.
Tu ne dormi sul lettu di piume,
Eu ne dormu su lettu di sassi,
Bella notte tranquilla tu passi
E sognando tu scordi di me.
Sono sarrate le finestre scure
Perch ventu non possa sentire,
E la mi bella diletta dormire,
0 questa sera ti vulia parl.
Si li sogni ne fussero veri,
Tanti bacci che t'avia gi datu,
Questa notte mi so sognatu
Culla mia bella sul lettu dorm (1).

(1) Disse Ghiuvanni Orazi:

Poi si d i c e :
Vieni o bella, un baccion d'amore,
Su questo cuore piant un bel fiore.
V e d i TIGRI, p. XXIX : D o p o il secondo verso di ciascuno stornello so
g l i o n o ora i campagnoli cantarvi un'altra arietta per intercalare che vien
79

'Dannine vogliu au paese nati'u,


'Dannine vogliu luntanu da te
Tu ricevi quest'ultim'addiu
Pens' o bella, ch'io morgo per te.

Tu sei ninfa, tu sei fata,


0 fanciulla, eu languo pe' te,
Al balcone, tu devi venire
Se l'amore lu fai co' me.

come luogo d i ritornello dal violino, e che ripetono dopo il terzo: questa
arietta ha sempre relazione col concetto dello Stornello : c Questa l'aria
per rifinirlo , mi diceva un pastorello, c che se no, non andrebbe bene .
E queste strofette le pongono anche ai rispetti, che in antico c h i a m a v a n o
le rifiorite.
Questa serenata e la seguente ricordano molto i Canti Popolari Siciliani
pubblicati da A. d'Ancona (Livorno 1877).
80

S E R E N A T A (1)

detta da Ghiuvanni Orazi (Guagno, 1930).

Ora vengu da luntanu


Dalla punta d'Antisanti
Culla mia chitarra a collu
Eo e mi' cumpagni tanti
0 per darti Bonasera,
0 sposa di Primavera.

Se tu dormi, non dormire,


Se tu vegli, apr balcone
Ch'eu possa te spiegare
La mia propria passione
Ch'eu possu te spiegare
La mia propria passione

So qui nantu la tua porta


E dalle muraglie in giru
A 'a passione che mi ci porta
Ogni pietra stacca un gridu.
Affacciati a fami lume,
Scendi bella di tu nidu.

E mille e pi palazzi vidi,


Sembrianu a voi, Signora,
Ch'elli siami ben guerniti,
La'orati in drentu e fora,
Che tu possa spasseggiare
Chesta culomba dillu mare.

(1) L'aria di questa serenata bella. La prima met del penultimo


v e r s o si dice presto e in sottovoce, la seconda met riprendendo il tono.
81

Affaccia a lu portellu
Ch'aghiu lu canzone novu
Se tu' un vle crde
Fala qui che te lo provu
Quando ella parla e discorre
2
Secca l'acqua e pi non corre ( ).

Sottu a lu tu portellu
Aghiu presu una puntura
Fra lu mesu di Ienaru
3
Cu quella forte cultrura ( )
4
N'aghiu che calzoni e curretta ( )
Che ti lega una saetta!
5
Mi 'uarcavo un guargarellu ( )
Quando l'alba rischiarava
Sent la mia turturella
Anant' un album e cantava
Ella canta e poi s'asconde,
Sottu l'albero e s fronde.

0 che bughiu tenebrosu.


Dunde tener a strada
A me stella luminosa,
Dunde dice che ne vada?
Ma levati dalle piume
6
Sorti fora a fami lume ( ).

Canteria tuttu la sera


Canteria di pi d'un annu
Ci so li mi gamerati
Che si vogliunu andane...

(2) Questa frase si l e g g e spesso nelle serenate. (3) Ghiaccio. (4) V e s t e .


(5) Fiumicello.
(6) Quando l'innamorato vede il lume alla finestra della donna a m a t a ,
sa che la serenata gradita da lei.
82

SERENATA

detta da Giovanni Bruno, detto Brunettu (Ghisoni,


3930).
Bona sera, vi salutu,
Bella la stella del mare
Questa sera siam venuti
Cara Nice (1) per cantare,
Per lodarvi, pregiu e vantu
2
Con cetera ( ), suoni e cantu.
Gi ch' iuntu lu serenatu
Levatevi in cortesia
Molti giovani eo portu
Sonu una cumpagnia
Canterini e suonatori
D'Antisanti li migliori.
La sua vita ben tirata
E degna di portar seta
Dall'angioli frabigata,
Colla in Cielo senza prete
Quand'ella parla e discorre,
Cessa l'acqua e pi non corre (3).
Mai non pone l'oratore
Lodar sue bellezze rare,
Li pueti e li scrittori
0 se fusse inchiostra lu mare !
O boccuccia, quando ridi,
L'alma e il cuor ferisci e uccidi.
(1) N o m e poetico dato alla donna amata. (Vedi Metastasio e Parini).
(2) Antico strumento musicale crso. (3) Questi versi si ripetono spesso
melle serenate corse.
83

Lu so collu diligatu,
Sembra lu propriu latte,
E di perle intersiatu
Che ressembre in ogni parte,
Co le sue collane d'oru,
Venuti so di Turcu Moru.

Quandu la eiuta la manu


In dell'acqua benedetta,
Poi la leva in su
Per bagnasi nella testa,
Tutti li Santi che so in Cielu
E l'Agnuli fannu festa.

Mentre che la porta i aparta


Giovani tutti entrate
Quelli dilla mia scorta
Prego a me seguitate
Nun temete di niente
Siamu tutti brava lente.
84

LAMENTO D'AMORE

detto da Francesco Ciavaldini di Lucciana (1928).

Boglio fa un goto (1) di core Siate sempre pront'a scrive


Alli Santi e Gesu Cristu, Allu vostru prim 'amore
Chi ha tronc il nostr'amore Quel che voi tenete in manu
So quelle che c'hannu vistu. Le chiave dillu miu core.
Bi ne portate il core Benche no' siamo luntanu
Di lu uostro Giovan Battista Per ragion di nostr'amore.

Ma lu vostru Giovan Battista 0 la mio rosola ianca


Non si barda di speranza Lu mio fiore gelsominu
Benche sia sempre triste Non erate mai stanca
Pens'alle terre di Francia, Di ricam a taulinu
Due po' ci site boi Le 'ostre rare 'ellezze
La mia nobile sapienza. Mischiate tra latte vinu.

La mio nobile sapienza Cara, li nostri parenti


La mio rosola d'Aprile Dicianu che so' un pastore,.
0 mio ricca di scienza Aua sarannu cuntenti,
Sempre disposta per ride Credo che feranu errore
Non vi scordate di me La mio cara Anna Maria
Siate sempre pront'a scrive... Le chiave dillu mio corei

Qui finuisco lu mio lamentu


Nun aghiu piu boce in cantu.
Ghiu la manu che mi trema
L'occhi abbondanu in pientu
Un posso impieg a penna
Perch'io ne so troppo stancu.
(l) Voto.
85

TRE SERENATE

dette da Grazini (Venzolasca, 1931).

Citerea, Citerea, Citerea, Muse mie, care amiche,


Io ti possu dire ingrata Sopra l'arte pi sottile
Infedele all'amor mio Cantate le mie fatighe,
Eo giurai sinch'io vivea Con armonioso stile
Di un cangiar altro idea. Con vari legni (1)
Secondo i miei disegni.
Di non cangiar altro idea, Tutta gente intelligente
Di lodarti e fati onore Ne versai pe' vari regni,
Di insegnati quant'io sapea, Acci pi velocemente
Com'un tu fdu amatore, Mi conducenu i legni
Accioch tu fosse stata Non cur spese e caparra
A me sincera e fidata. Pe fa frabig chitarra.

A me sincera e fidata La vi fa d'acciaro finu


Ti cridea cume so io Li so tasti e li festoni
Un ti possu crede ingrata Parienu opera divinu
Infedel all'amor mio Fattu dalle soprani cori
Anzi quest' la mercede Culli suoi contatti appressu
Alla mia giurata fede. Frabigati d'argentu stessu...
(1) Istrumenti musicali.

Lill bella, Lill ladra,


Lill, una pescia serena,
Lill, una famosa tigre,
Lill, un laccio che incatena
Lill, un teatro d'amore,
Dove ognun lascia il cuore...
86

...Di partire con dolore


Dal dolore cresce pena,
Frabigatu dal tu amore
Portu al cor una catena
Partu cu dulore estremu
Ma doman ci \ideremu...
Brindisi
1
S A R M O N E ( ) per una sposa
detto da Maria Doncarli, di Moltifao, maritata all'Isola
E o s s a (1930).
Dall'Elicona, o Musa Clio Il quinto di sapienza
Venite ormai cantare, Com' il dotto Salomone.
Acci posso con desio Ch'abbiate una fantina
Le mie rime accompagnare Che sia diletta Nice ( ), 2

E lo sposo con la consorte Porti attorno damigelle


Contentare in bona sorte. Quanto in Cielo affacca stelle,
Cinque figli vi sian dato Quanto fioccoli di neve
Dolce sposa, anima mia Manda Dio colle tempeste,
Il primo sia incoronato Quanti sian accesi candeli
Il secondo guerrier che sia In Roma giorni di festa.
Ch'abbia nome Alessandro
Che del mondo avea comando. Dio vi dia grazia e favore
Quanto in Maggio spunta fiore
Il terzo sia fatto papa Dio vi dia 'na bona sorte
E il quarto Imperatore Fin in punto della morte.
(1) In B a l a g n a si dice un Fiore. (2) N o m e poetico delle donne.

COMPLIMENTO P E R MATRIMONIO
detto a Calvi da Maria-Ant Marchetti (1926).
Affermate, sposo e sposa
Giche sposi voi sete
Avanzate, poi fermate
Tre figli maschi vi sian dati
Uno Re, l'altr' Imperadore
L'altro abbia la possanza
D'and taglia la corona al re di Franzia...
90

BRINDISI

detto da Chiara Benigni (S. Martino di Lota, 1929).

In primo logo, devo salutare


Il caro sposo, e la sposa ancora,
E poi di mano a mano seguitare
La bella gente che di qui dimora.

Eo vi prego, gentile Signora


Che abbiate a pardonarmi in particolare
Dio vi dia figli maschi e senza inganni
Viva la sposa e lo sposo per cent'anni.

Dio vi dia fortuna, ualit fiori e gemme,


Una stanza alt' e fiorita,
E tavola uernita.

Ed eo che so bel giovinetto


Una garbata moglie e un ricco letto.
Boi vi ridete perche eo cerco moglie
Boi, se tempo po vi spinge, lo vedrete
Come fanno per content ste voglie!
Si sono prese come boi vedete
E per goder fatte e frutti...
Bevo il vino e vi saluto tutti!
91

COMPLIMENTO PER MATRIMONIO

d e t t o e fatto da Maria Maddalena Antonelli (Castello


di Rostino, 2928).

O tuttu per farvi onore,


So partita da luntanu,
Per fa' onore alli sposi,
E per lu sci Capitami (1).
Ch'ellu per i so' amici
E sempre buttiglia in manu.
Ch'elli vivanu li sposi,
In trionfu e allegria,
Anitu u sciu Capitanu,
E a Signora Catalia,
Ch' in Castellu di Rostinu,
Come d'elli un ci ne sia.
O la famiglia d'Arrighi
E una famiglia d'onore,
Parlavanu di lu Pap,
2
E poi dillu Babbone ( )
U nome dillu sci Capitanu
Risona nellu cantone.
Postu che li grendi un voglionu risponde,
Ripichieremu alla Signora Catalina.
3
Credu che s'affacher ( )
A porgerci una buttiglia
E scunsanduci la riunione,
Con l'ordine del padrone...

S i g n o r Capitano. (2) Nonno. (3) S'affaccer.

li
92

BRINDISI

fatto e detto da Bruno Giov. detto Brunetto (Ghisoni,


1930).
Permettete, uditori,
Se m'avanzu a parlare
Che per felicitare
I degni sposi
Sinceri e rispettosi
Vivenu felicemente
E coll'onesta gente
In compagnia.
Destinati gli sia
Tre figli e d'affezione
Che non vi sia il paragone.
Intelligenti
Ch'el padre si pregi
Degni studenti
Che sian' obbidienti
Al suo piacere.
Sian tuttu al suo volere
Che sianu avventurati
In scienza e dottrinati
Unitamente.
Il primu sia Intendente
Con croce medagliato
E l'altru un avvocato risoluto
Al terzu sia dovuto
D'esser al continente
Un dottu Presidente
Intitolatu.
E non vi sia negatu
Unitu alla famiglia
Una garbata figlia
93

E graziosa
Gentile, rispettosa
Colma di dolcezza
D'una rara bellezza
E costumata.
Di doni sia dotata
Dal Divin Redentore
E ch'essa abbia il favore
In ogni cosa.
Parlando a voi, Sposa,
Per il diritto civile
V'annunzio che un mandile (1)
A me sia datu
Quellu che ha improvvisato
Con graziose maniere
Il vinu del bicchiere
Coloritu
D'ognun sia riveritu
E Brunettu gridandu
Evviva! Evviva!

(1) Fazzoletto. Vedi TIGRI, Canti Popolari Toscani. Serenata 7 :

In questo paese c' una bella usanza


Di dare il fazzoletto al sonatore .
Stornelli - Filastrocca
Canzoni varie - Lettere
Testamento
Lamenti di Banditi
Strofe antiche
Lamentu d'u Iagaru
I
STORNELLO
detto da Angiola-Maria Grazini (Venzolasca, 1931) e da
Bertoncini (Borgo, 1931).
Di sturnelli ne so tanti e tanti
Ne so quantu una nave e quattru bastimenti
Chi ne sa pi di me, si faccia avanti (1).
(1) Vedi TIGRI, Canti Popolari Toscani, pag. 3 1 1 , XXVIII.

CANZONE
detta da Angiola-Maria Grazini (Venzolasca, 1931) (1)
0 quante sventurate so in'stu mondu,
Una di quelle mi possu chiam
Lampu a paglia in mare e piglia fondu
E l'altre lu piombu li fannu navig.
(1) Vedi PIERO FORTINI, Modi e canti della Toscana (Ricordi 1 9 3 0 ) .

CANZONETTA
cantata in Bastia intorno ai fuochi di San Giovanni.
Detta da Zia Giulia (Bastia, 1931).
Bona sera di San Ghiuv
Ci chiameremu cump e cum.
Si mi chiami mica cump (cum)
Una saetta ti purter.
Che ti vengan tante saette
Quant'in Genova c' barrette.
Che ti vengan tante lupe (1)
Quant'in Genova so' carughi.
(1) Malattia.
98

STORNELLI

fatti dalle donne di Alata che scendevano ad Aiaccio per


lavorare al grano. Detti da Pascal Barretti, di Aiaccio
(1932), che li aveva imparati da sua nonna.
Fiore di granu
Eu pe' amante vogliu un capitanu
Chi mi far purt li guanti in manu.
Fiore di linu
Eu pe' amante vogliu un cittadinu
Chi mi far purt lu cappellinu.
Fiore di menta
Eu pe' amante vogliu un tinente
Chi mi far gir lu cuntinente.
Fiore di menta
Tamante sono li to fumente
Sono iunta in casa tuia e un c'era niente. '
Fiore di passione
Tamante sono li to pretenzioni
Non hai che la cintura dilli calzoni.
Fiore di dera
Quandu sar quella felice sera
Ch'inseme spigneremu la lumera?
1
Dopo ogni rispetto si canta: ()
0 Finusella
Quantu se' bella.
Ma non pe' me !
L'aria sulla quale si cantano gli stornelli lenta, m a di
venta vivace quando le parole sono ironiche.
(1) Vedi pag 78 (nota).
99

FILASTROCCA

detta da Zia Serena Manarini (di Conca) a Bavella,


1923.
Bevelu, bevelu, bevelu, picchiarolu,
Caccili vole maccherolu,
Maccherolu vole cacciu,
Pover'omu non ha aggiu,
Non ha aggiu pover'omu,
A baretta tocca u pomu,
U pomu tocca a baretta,
La polpetta, e la polpetta,
La polpetta e la polpedda,
Ben si lava la tavedda,
A tavedda ben si lava,
Dallu dente esce la bava,
Dalla bava esce lo dente,
Ogni cosa tenete a mente,
Tenete a mente ogni cosa,
Dalla spina esce la rosa,
Dalla rosa esce la spina,
U gallu calga a gallina,
A gallina calcu u gallu,
Tira via di mitragliu,
Di mitragliu tira via,
Facciu ci che non volia,
Ci che non volia facciu,
E megliu lu gruellu che stacchi,
E megliu stacciu che gruellu,
Megliu vacca che vitellu,
Megliu vitellu che vacca,
Megliu galera che barca,
le
100

Megliu barca che galera,


Megliu mattina che sera,
Megliu sera che mattina,
Megliu fiume che vadina,
Megliu vadina che fiume,
Megliu pipa che fumu,
Megliu fumu che pipa,
Megliu candela che mica.
101

C A N Z O N E (1)

detta da F r . Ciavaldini (Lucciana, 1927).

Susanna, fatti a festa Perch mi pichi o babbo?


Ch'ai d'and ball Non ho fatto di male,
Susanna pront'e lesta Ni hai fatte abbastanza,
E pronta per ball. Ti sei fatta bacia.
A pena ch'arriva in ballo Per, farmi baciare,
Nissun la fa ball, Un n'ho fatto di male
'Riva un figlio d'un Conte, Quello che m'ha baciato
Tre giri li face f. Pap, mi sposer.
Fendo questi tre giri
Tre rosoli casc Susanna, prest' a letto
Pigliando ste tre rose, Ch' l'ora di dorm.
Tre baci li don.
Pena ch'arriv' in letto,
Mentre li baciava
Susanna suspir
Se n'a vede pap
Chi suspiri, Susanna?
E la chiama per nome :
Suspiro mio amat.
Susanna, vene qu.
Susanna, prest' in casa Capo di nove mese
Che ora di dorm Susanna partor.
A pen ch'arriva in casa Cos'ha fatto Susanna?
La comincia a pichi. Ha fatt' un bel bamb.

(1) Vedi pag. 171, L'Anima del Popolo Italiano nei suoi canti. (Coo-
chiara), dove questa canzone si trova tra i Canti Toscani.
102

CANZONE

fatta e detta da Ghiuvanni Orazi (Guagno, 1930).

A moda.
Se parmettete, E capelere
Tutti d'accordu Castagn' e nere
A nova moda E brun' e bionde
Vi vogliu cant. SO fatte salta.
Di u tempu antigu 0 che peccatu
T u t t u s'ascordu D'aver tagliatu
E la moderna Ci che natura,
Ci vol da pigli. Ha volsutu f.
Ecco per cosa
A m o d ' bella, La donna tosa
E da per ella E seguitendu
Da continente La moda d'ava.
Staccata n e fu.
I so gunelli Quellu ch'ha fattu
So' curtarelli Chesta brutta moda
Si so cullati (1) Che s' iugatu
Dai inocchi in su. Dilla iuvent.
Cu chesta moda Pi va, pi b,
Capu n e coda Pi colla a coda,
So che pe dirvi Braccie bestite
Capiscu pi. Un ce n' pi.

Chesta tarzetta Biancu u pettu


Che ben in segonda Pulitu e schiettu
Credu che n i m u E biond' e brunu
Ne trovi da d. Si bede affac.
I so capelli I calzonetti
Tagliati da tondu Tre dita stretti
Fatt'alla moda, Che di distante
Che bole cus. Si pu rimarc.
(1) S a l i t i .
103

Se boi vedete Oggi d'a donna


Ste veduvelle Si trova le tracce
Anzianette Dunde la passa
Da trent'anni and. Se sent l'od,
P fa vde Che maraviglia
Che so zitelle Di vede le facce
Che sagrifiziu Ben pitturate
Ch'elle sanu f. Di molte col.
4
E so' uottini ( ) 2
I so laprucce ( )
So cus fini Cus carucce,
Cu le so tacchi Ancu u neru
Colen ' ins. Besogna canta,
Cume farina Se la si posa
3
A ueduina ( ) Mostra chalcosa,
Ne porta nantu Pare che sempre
'Na libra e pi. Sia Carnev.

(2) S c a r p e (bottines). (3) Vedovella. (4) Labbrucce.


104

CONTRASTO UMORISTICO
detto da Susanna Antonelli (Castello di Rostino, 1928).

Lei. Lei.
Duv'andate, o giuvinuttu? Se voi volete sap
Che vi site riposatu? Di du sono e du so nata
Forse boi vi n'aspettate So dillu stessu paese
Chella che v' innamoratu? Dilla vostra innamurata
Eo un vi contu bugia E solo bi so' pe dilla
Che pe' oggi vo a Bastia. Simu dilla stessa villa.
Lui. Lui.
105

Lei. Ella pe' l'agu e lu flu


Or le rende poco spaghiu
3
Sapete ch' una 'riagona ( ) Lu ditale nella macchia
Ch'un si sazia mancu d'acqua L'agarolu n'u legnaghiu
Ella una corciona Cu la rocca e cu lu fusu
4
Sta teghia cume una uacca ( ) Cu la calza nun c'ha usu.
Brutta cume una purcella
Un ci n' peghiu di ella. E pi grigi un vi li digu,
Questa almenu vi la provu:
E poi sa razza tutta Nissunu la stima un figu
5
Quantu che so' lampareggi ( ) Perch'ella s' fatt' un omu (10)
Moltu pi in tempu di frutta E boi seresti quellu
Sannu tutt'i gallereggi. Coprila co' u mantellu.
6
So' fumai e stazzaghioli ( )
U uabbu cu i figlioli. Lui.

E poi d'ella co' i so unghi Au si ch'aghiu gapitu (11)


Un po' mai pigli portu Tutta cosa ch' 'ete parlatu
7
L'hannu trova i verdiani ( ) Piuttostu che piglia ad ella
L'hanun messu a rapportu Brameria d'esse impigatu,
Che sia benedettu eu 12
Avale ( ) pe' a me zitella
8
Che di nimu toccu neu! ( ) Bogliu a boi e minc'a d'ella.

Sentirete che si uanta Lei.


Ella cu ognu parsona
Che s cunt fin' a trenta Boi ve ne volete ride
Ma eo un so tanta scimona Ch'eo un so n ricca n bella
E ne possu fa lu uantu 13
Ma un mi 'uatteria ( )
Che contu fin a Gentili Cu' tuttu la muscia d'ella (14)
Sapete ch' un ha che muscia
E poi ella pe' 'e faccende Guardate quantu la suscia! (15)
9
E lu specchiu dillu paese ( )
S'ella travaglia un ora Lui.
Un bona pe un mese
Facciu eu, in una iornata Au che simu in Bastia
Pi che d'ella in un annata. Andemu nell'osteria...

(3) Ubriacona. (4) M a n g i a come una vacca. (5) Ladri.


(6) Gente di poco valore. (7) Guardiani. (8) Toccu niente di nessuno.
(9) La beffa del villaggio. (10) H a avuto un bambino. (11) Ora ho capito.
(12) Ora per. (13) M a non mi baratterei. (14) Sporchizia.
(15) Fiutare il tabacco.
106

Fatte vene panu biancu Lui.


Acqua vita e binu bonu
Oste, fatemi il piacere
Che tra eo e la mi moglia Purtatela sopra un lettu
Ci ne cacceamu la 'oglia Pagher che di duvere
Che no tornemu 'briacchi Di questu vi la prumettu
Bianche e rose come vacche! Mi piglia la cunfdanza
E la portu drentu 'na stanza!
Lei. La dunna s' addormentata
Eu me me devu andare
0 Signore, ch'averaghiu? Dite quand' discidata
Che un possu pi st in pede? Che tuttu aghiu pagatu
E che poi me ne so' andata.
Vegu gira l'osteria
Le caraffe e li bicchieri. Appena arrivatu alla casa
Portatemi a riposa Subitu mettu l'affissi ( ) 17

Ch'eo ritta'un possu sta! Bogliu f cume Pilatu,


Ci che eo dissi, dissi.

(16) Risvegliata. (17) Pubblicazioni di matrimonio.


107

BONGIORNO ALLA P A S T O R A (1)

Canzone detta da Maria Maddalena Antonelli (Castello


di Rostino, 1928).

Bella Pastora, siamo venuti da lo'


Se c' bisogno d'un servit?

Le pecorelle son tanto sazie,


Che si divertino da per l.
Non c' bisogno di servit.

Nella mia saccuccia, un bel anellino d'oro


Serebbe al tempo del piccolo d,
Bella pastora, se voi la vul?

Son diciott'anni, so diciott'anni, ch'io so pastora


Anelli d'oro un mai port.
Ne mai adesso ne voglio principi.
2
Nella mia saccuccia ci ho un paio di scherpini ( ) di seta;
Sarebbero al tempo al piccolo pi,
Bella Pastora, se voi le vol?

So diciott'anni, so diciott'anni, ch'io so pastora,


Scherpini di seta non mai ho port,
Ne meno adesso ne voglio principi!

Andiamo, andiamo all'ombra del su'


Col faremo l'amore sic.

(1) V e d i p a g . 170, L'anima del Popolo Italiano nei suoi canti. (Coo-
c h i a r a ) , dove questa canzone acclusa t r a i c a n t i toscani.
(2) S c a r p i n i .
17
108

So diciott'anni, so diciott'anni, ch'io s pastora,


S sempre stata all'ombra del s,
5
Mai con nimo ( ) ho fatto am.

Mont'a cavallo, io v a pi,


Bella Pastora, s vostro frat!

Non hai la cera d'esse mio fratello,


Ch'hai la cera d'un tradit,
Sei venutu per trad mio on.

State allegri, o Padre e Madre,


Bella Pastora se sa ben trat,
Mai nissunu la potr ingan.

(3) Nessuno.
109

LETTERA

Scritta da Maestracci Giuseppe di Corscia (Niolo), Ser


gente della Fanteria Coloniale, al cugino pastore San
tucci Iacomo, Copiata dal manoscritto originale nel 1927.

Caru Cougginu

Eo boularebi sabere Cume ti connoscu forte


Cosa tu si divinudou Eo non bolliou and luntanu
Tadiou scrittu a Bergoudene (1) Ma nadiou doue atre sporte
Ma risposta unadiou avoudou. E le tingou sempre imanu
Amezou a li feneanti So piene di rime fresque
6
Ancou tu av chi antundu. Pilliadene poure pianou ( )

Aspitindu la do risposta Di poesia fresqua e bella


Di passadu piu d'un mese La mio musa ne pruvista
2
Soga ( ) la mi fagi a posta, Est domanda di per ella
7
Non boli scrive in francese, Encou a compare Matista ( )
3
Et odie ( ) zinza rimorsu Incou manere rivouloude
Eo tingu a scrivedi in corsu. Sillou die in bona salude

4
l ( ), si forte in poesia, Mandou a touti lu Bongiornu
Darei sudisfazione Per l'istessa occasione
Fermi sara una allegria Indimentigarei minca
5
Di ledie ( ) les do canzone A Carlinu di Ziou Paccione
E poi de fa rime dopia Cu lu fratellu Matteou
Farei bene attenzione. Qui si trova inpermissione.

(1) Belgodere. (2) Forse. (3) Oggi. (4) Iaeomo. (5) Leggere
(6) Pure piano. (7) Anche a compare Battista.
110

9
Non so cosa boi pensade Chereade (I ) di tene forte
20
Quistanu li Qualaracci ( ) 8
In tantu que dioungio eou ( )
2i
Lu vi digu francamente Per cour est ( ) nostre zitelle
Non sidi homi a mustacci ( ) 9
Miteremu est sentinelle.
Dade le nostre zitelle
A Custaresi e a Souladiacci ( ) Ma selle bolenu parte
10

Non si forza la consegna


22
Ma chioque (U) pinsu di tene Lachiade ( ) les strade abarti
A Jouv Batelapesca Qui a noi chi portanu a guigna
Ti vegu souvente a caccia Le si maridinu toute
E ancou piou souvinte a pesca Est carce cume la vigna.
Ma ou vedi qui li zitelli 23

Ne piaccianu cume lesca Mi digarei se qui si passa ( )


Da la stretta a la fontana
12
Chrea ( ) di fa attenzione Farei qualqui prominada
24

Est strugiu la famicella Ancou fina Costa soutana ( )


Quando vengu impermissione A respira l'aria pura
13
Quio ( ) trovi la mio zitella Di la nostra Tramontana.
14
Que inchi ( ) trovi manquo a Dami pristu la risposta
Sella parduta ella. [tene E poi racontami toutu
15
A lacqua di ou Caragoudou (25)
Si tu la mi lachi ( ) parte Quantu ne magni prisoutu
A Jiouv ti do inconsiglio A s'aqua calda qui bolli ( ), 26

Cherca di cura la toya Ti stirpi ancou li chibolle ( ) 27

Perque sinon la mi biglio


Quandi bengou impermissione Incou la ferma spiranza
16
Ne nachera ( ) lu bisbigliou. Dav pristu la risposta
28
Sargou la mia littarina ( )
17
Ava si qui ai layouta ( ) Et poi la portou a la posta.
Qui die diountou ancou Mat- Credou que trouvera a touti
[teou (18) In dou una salude ribosta.
(8) Genti di Cavalleracce, frazione di Corscia. (S) Forte, coraggiosi.
(10) Genti di altri villaggi rivali di Cavalleracce. (11) Ci che. (12) Ci
sar. (13) Ch'io. (14) Che non ci. (15) Lasci. (16) Nascer.
(17) Ora si che hai l'aiuto. (18) Che li giuntu anche Matteo. (19) Che
avrete. (20) Che giunga io. (21) Le. (22) Lasciate. (23) Ce que
se passe (24) U n villaggio vicino. (25) Fontana di Caracuto. (26) E
acqua gelata. (27) Cipolle. (28) Chiudu la mia letterina.
111 _

A U MIO P A E S E

Canzone fatta da Maestracci Giuseppe di Corscia (Nio


lo), Sergente della Fanteria Coloniale. Copiata dal m a
noscritto originale, l'ortografia essendo come nella can
zone precedente (1927).

Dal mio lettu a l'ospedale Quanti momenti passati


Ne invio a te lu Bongiornu, Da a Stretta a Piazza Comune
0 se avessi avudu l'ali Incu li mio camaradi
E quitta lu mio cuntornu La sera a luge di luna!
L'averia prestu stese Ci faciamu una cantada
Bersu a te, lu mio paese. Per termina la serada.
Ti strigneria bulinteri 0 quanti ci pins volte
Fortamente in le mie braccie A sta 'stadina passada,
Per calm li mi' pinseri Quandu qui in piazza cumune,
0 caru Cavalleracce (1) Ci fagiamu una ballada
E un bagio vi l'inbio E che si passava in canti
Caru paese nati'u. Lu restu di la nuttada.
2
Paisolu tantu amadu Quandu vene lu veranu ( )
Tuttu arbiutu di giardini E che nascenu li fiori
Da boni animi abidadu Senza and tantu luntanu
Ch'onoranu li cunfini. Si sente profumi e odori
Piazadu indu sidu raru, Gli qui tanti giardini
0 quantu ti tengu caru. E tanti promenatori.
Di li setti paisoli Si' tu si bella di veranu
Chi formano la comune Cu a tu virdura divina!
So li to' abitanti soli Inde te mi si passa inganu
3
Chi co u sole e incu la luna Lu corsu di la statina ( )
S'aiutano intra d'elli, Indu becchie e zitelli
Paranu tanti fratelli. A frescu giocanu.

(1) F r a z i o n e di Corscia. (2) P r i m a v e r a . (3) E s t a t e .

*
112

Passata questa stagione Qui giunge cu primura


Bene la capicursina ( ), 4
A bisit le montagne
Senza farci attenzione Di una divina natura.
Tantu cambia la natura.
Tu si bella cu l'Ottobre In duv si potr trovare
Quando che l'uva matura! Un situ di pi pittorescu
Ch'a montagna di Lancone
Boi bene lu grande inguernu( ) Cu so sole e lu so' frescu
5

Cu lu so mantellu biancu I so lavi ( ) limpidi e chiari


Gli tandu che anc'all'mfernu Ci vergono in suoni rari?
Lu diavulu n' stancu.
Ma tu torni in co primura In stu lagu c' l'acqua bona
A to originale pittura. Assai bundante e cristalina
9
Indov a so loge ( ) risona
Dellu monte a' collina.
Li Pastori d'istadina Corre e arrosa di per ella
Ci trovanu la cucagna 10
Un guarguallu ( ) e l'arba mu-
Ben privisti di farina vrella ( 1 1 ) .
Se ne vannu alla muntagna
E un faccianu d'altra arte
6Cavalleracce, tantu amadu
Che magn 'riglioli ( ) e latte
Tuttu arbitu di virdura
Tu sia la mia innamorata
Sempre lesti e ben portanti La mia speranza sicura
Indu una salude sicura Adoro 'e to strade antiche,
Abidanu l'alti monti E di i to' montagne l'altura.
A l'acqua fresca e pura
7
Di frebbe ( ) e li cativ'aria In con una verde speranza
Non ne ponu av paura. Dogu fine a stu suggettu
Dicu addiu la mia stanza,
Si bellu lu mio paese Dicu addiu lu miu lettu
Cu tuttu la so birdura Inco 'na ferma intuizione
Lu riocu turista inglese D'ottene una permissione.

(4) Autunno, quando i pastori conducono le greggi al Capo Corso.


(5) Inverno. (6) Briglioli, densa minestra fatta con farina dolce. (7) F e b
bre, cio la malaria (8) Laghi. (9) Elogio. (10) Vallata. (11) Erba
mufrella, pianticina di alta montagna.
113

TESTAMENTO DI FARINA

detto da Pol-Andria Leca (Guagno, 1930).

Eu so Farina, d'Italia cittadinu


Iuntu la morte, per il miu fatai destinu
Colla sintenza alla manu, dicendomi : Amicu partimu,
Che c' iuntu l'ultim'ora di condurti in sepultura.

Allor ne falu (1) nu mi amicu fidatu


2
Sci ( ) Caviglioli, Marchettu nominatu,
Alla fine dei giorni miei l'ho da rende fortunatu.

Sci Caviglioli, ho cunfidenza in voine,


Venga nutaru cu quattru testimoni,
Che fra breve, so dispostu a cunosoe i mi successori.

Ubbidiente, parte tuttu d'un trattu,


Scende a scala, e va du mandatu,
Eccu iunie lu nutaru, tutt' pront' e priparatu.
Dopu manc'un quartu d'ora, eccu Farina testatu:

Lagu a Marchettu pe' la sua compiacenza,


La mia cunsorte che si trova in Firenza,
Eccu qui lu su ritrattu, anch'ella un occhiu senza
Questa donna bella cos, amicu, a voi si licenza.

Lagu a Buleriu sottudettu Pilone,


3
Ereditatu d'un pienu Liamone ( ),
Con centu paia di boi per lavoru bone
Di pi centu mila franchi pe falu un bellu chatone ( 4 ) .

(1) Scendo. (2) Signor. (3) Fiume. (4) Chateau.


114

lascili a Francescu av ubriacatu


...Fiamme-ne nominatu
Centu mizzini di vinu distallatu
Acci si possa allegra fa l'innamoratu,
Dica ognun che lu vega: Biata a mamma che l'ha fattu!
A Bellagambe pe' la cortesia
Lasciargli vogliu tutta l'argenteria
Cucchiaru, forcini in ora e purtate fantasia
5
Piatti tuagli (' ) e bicchieri e ogni incrocchiu di cucineria.
Lasciu a Natale, Dominicu fratellu,
Cullu cugnatu di questi Piuntellu
Tre capre, pecore mille, tutte lattaghie e col vello
6
E l'erbatico ( ) pagatu...
Lasciu a Pazienza donna bell'e garbata.
Un asinettu che marcia in cavalcata
Di pi centu milla franchi per quandu sar sposata
Sciali filari (7) e mandili (8) e una cosa ricamata.
A Meschinella quella di Iuan-Antone
Xasciale vogliu un mezzu milione
Cu tre vestiti in seta, u cappellu in piumazzone
Quandu ha d'and in pruminata in calescia lo portone.
lasciu a Maria, quella di P e t r u nera
Tre milla franchi, tutti pinti di nera
Di a moneta che la si mette in senu
Per cacci u sangue guastu nera di u so fratellu.
Lasciu a Battista fra musica e strumenti
Che Diu li mandi un copiu di accidenti
Mi fece di vita senza dandomi lavamenti
E l'altri li so scongiuri pieni di tradimenti.
Signor Nutaru, devu ancora lasciare
Cosa di bellu pe u mi funerale
3
Un grandissimu tesoru che ho alla banca generale ( )
Sonu due milioni, questi ch'hannu da passane.

(5) Tovagli. (6) Pascolo. (7) Sciarpe di seta. (8) Fazzoletti.


(9} Banca della Socit Gnralo.
115

VOCERATO UMORISTICO D E L F I U M O R B O

U n a moglie piange suo marito ladro (imitando il vocero


pubblicato dal Tommaseo in Canti Corsi, pag. 235).

O lu meo P e t r u Francescu O lu mi Petra Francescu,


Gapu dille me ruine, 0 gapo dille mi doglie
Boi erete lu mi fiore, Avvareste gu'ernatu
A mi rosa senza spini, Pi di venticinque moglie
Erete lu mi gagliardo Andavate nelli giardini
Dalli monti alle marine. Pigliavate cavulli e foglie.

0 rosponi 'e tu mani


Ieranu cusi fatati
Pi'iavi li parnici,
Tu ghiunghia alli castrati
Tendii li capiaghioli,
Indi loghi segnalati.

CANZONE

detta da Madame Casanova (Aiaccio, 1932).

L'altra sera per sfortuna


Sottu lu nostra purtellu (1)
A'a luce dilla luna
Mi la discuria con ellu.
Or Mamm che curiosa
2
S'affacc ( ) e senti ogni cosa.
(1) Finestra. (2) S'affaccia.
116

Prestu prestu pass dilandi,


E poi ella disse a Babbu:
3
Oghie si, fratellu caru ( )
Le corne l'avemu in capu!
Ma nun vedi a sfacciatona
Chi sottri allu balcone?

Pe' stasera un la videraghiu


Perch affaci ancu tu?
Quandu eri tu zitella
E tu faccia ancu pi!

0 mort, nun mi ti pigli,


Or che c'aghiu pi da fa?
Ma senti che cunsigli
Che lu babbacciu dl
Senti tu che bella scola
Fa lu babbu alla figliola!
(3) Fratello per marito.
117

CANZONE UMORISTICA

detta da Castellani Francesco (detto Cicaglino) di Ca-


lacuccia (Niolo, 1927).

(Una donna parla al marito).

Un t'arramenti, quand'eri un zitellu


Vindii l'aghi, ditali, e zulfanellu,
Qualche pettine di legnu, di fine qualche gimellu?
Oggi hai fattu una casa che forse pi che un castellul (1)
2
Un t'arramenti, quand'eti in Forciolu ( )
3
Cun poghi gabri, abbandonat'e e solu ( ),
Quand'avevi da f cena, piglii l'ugelli a bolu?
Per te non ne scalava farina nantu lu molu!
O miu Jaseppe, mariciulu meu!
Nun pigli Pasqua, n mancu Iubileu,
Un si sa se tu se' Turcu, o se tu se' Ebreu,
Ma chi ti cunosci a pienu, caruociu, un so che eu!
Lu miu Iseppe, maritu cus caru,
Vinta l'elezione cun talentu cus rara,
Per ogni cosa di metterti a ripara,
Dilla cascia dillu Commune pigliasti tantu danaru.
Pi di una sera ti stavi senza cena,
4
A bomi gotti ( ), saliti manc'appena,
5
Perch tandu 'un cunuscii n Peraldi, n Arena ( ),
Oggi s che li cunosci, hai la pancia grossa e piena!
Lu mio Iuseppe, che dilo un so sola,
Anche u Iudice di Pace a me ressembla fola,
Ma un era tortu tuio che un l'avesti avutu scola! (6)
(1) H a i fatto f o r t u n a . (2) P a e s e n a t i v o del marito. (3) Con po-
che c a p r e . (4) P a t a t e cotte. (5) P e r s o n e influenti nella politica localo.
(6) P a r e che il marito sia stato eletto giudice di Pace, bench n o n s a p e s s e
n leggere n scrivere.
118

C A N Z O N E UMORISTICA P E R U N CACCIATORE

detta da Adelaide Vinciguerra, di Chiatra di Verde


(1927).

0 lu miu Orsu Cececcu,


Dilla casa Lucciani
A'ete fattu tanti prove
Boi co li vostri cani,
A'ete tumbato mufre,
Ronche (1) pernici e faggiani.

Ma se voi lu biderete
Incu della mezza notte,
Date in manu lu fugile
Lu capellu e 'e (b)'otte
E poi fal in Chierchiglione
Per piazzare le so poste.

Di scarpe di cacciatore
Cecco n'ha venti paie
Ma boi lu biderete
Quando lu piglia li piaggie
Se mette un paghiu di 'otte,
La ghiughiunu all'anghinaghe.

0 lu miu Orsu Cececcu


Capu di li cacciatori
Si boi bulite fal
A spasso per Chierchiglione,
Allora si veder
Se li vostri cani so boni!
(1) Cervi.
119

AL R DEL P A E S E

che Paveva rimproverata per avere mandato i suoi bam


bini in Chiesa sporchi. Scritta e detta da Adelaide Ali
bertini, di Frasso (Castello di Rostino, 1928).

Stimatissimo Abate,
Ma che ne penser, la vostra idea?
Quando voi giudicate,
Ch'io posso esser cos rea?
Questa cosa un l'aria mai creduto,
Ma pure certo ch'io l'ho ben sapiuto,
Che voi mi stimate da villana,
Ma pure a me, mi sembra istrana
Che voi mi giudicaste s ritrosa.

Voi credete ch'io stia sempre al riposo,


E poltrona ch'io sia veramente.
Scusi Lui, ma qu un voglio sente!
Vi la dico, fate un gran errore,
Se non l'avete voi, l'avr il Signore,
La stima grande per la mia persona!
Ma pure a un Sacerdote 'un bona,
Vi prego a l'avenir siate prudente,
Sin, avrete nome di un maldicente.
120

CANTO E L E T T O R A L E
TI :

scritto da Parsilia Maestrati per le elezioni comunali di


S a n Gavino di Carbini il 3 maggio 1924. Detto dalla me
desima a Zonza (1925).

Tamant' la to' valore, Ha da piglia la campagna.


La sciarpa municipale! Ma perch facce la scema,
Cridiate di piant Che nulla nun ci guadagna?
Lu vostru arcu trionfale, Quandu lu guernu ha vulsutu
Y'rati mossi a fa vne Ha battuto l'Allemagna.
Lu Cunsiglier Generale,
Un vi ne pigliati a male,
Ma lu nostra, lu partitu, Se v' 'emu muzzatu a coda,
Son tutt'omi all'altura, Annant' a li cataloghi
Avemmu lu dipputatu Av li l'ultima moda!
Con noscu (1) la prifettura Che pe' levavi la sciarpa
Lu Consiglier Generale Non c' volsuta prova.
Non ci face la paura.
Forse venuto a piglia Battina sempre dicia
Anc lui la so scongiura? Con tutti lu so confinu:
Ora ha da vene Don Polu,
Noi v'avemu fattu vede Ha da mette lu stramminu!
Lu manicu d'u cultellu Quale aver curaggiu
Nun la vulia crede Di vota contro Gavinu?
Avia persu lu cervellu
Ora pone la sciarpa Vo nu erate capace
Lo figliu di Gian Pallellu. Di guadagna certe imprese,
Quando vui l'avete contra
Ma lo pi che ci dispiace La razza degli Lucchesi,
(Ognunu face la lagna), Che so omi a l'altura
E che la signora merressa ( ) 2
Per tne li so difese...
(1) Con noi (2) Moglie del maire.
121

IL BATTAGLIONE DELLE DONNE

Canzone detta da Zia Susanna Antonelli di Castello di


Rostino, 1929.

Tratter di questa bella Un tal grado non rincresca.


Numinata Ginarchetta Pe' su' premiu e pe' su' onore
Non possu cu mia favella Per suo 'rande splendore.
Ludar quant'ella perfetta,
E pe' renderla felice M'ero 'uasi discordatu
Sar fatta ambasciatrice. Dilla bella Giuvanetta,
Prima consiglier di statu
Bedulia sar eletta Bogliu ch'essa veng'eletta,
Per aver un tal onore Vogliu ch'ella n'u regnu sia
L' du'ere che li s'aspetta La pi degna di Signoria.
Per bellezza e pe' splendore,
Perch molta astuda e fina Quell'altra Maria Rosanna
Dunque sar fatta Regina Canta, o Musa, i pregi e vanti,.
Per la sua bellezza strana,
General di tuttu lu regnu Per le su' splendori tanti,
Sar Serena la bella, Capitana nel armata
Per cantare un nome si degnu Benga eletta e confirmata.
Merita questa donzella
Degna al pi di comandare A Rosa lu scetru si dia
Per le sue bellezze rare. Da tenente generale,
Perch pien di leggiardria
Che dir di Filipetta Di bellezza naturale,
Con il suo viso giocondo Sembra un sol mezzo le stelle-
Ogni cor ruba e diletta Colle so divin fiamelle.
E stupisce a tuttu il mondu,
E per esser tanta bella Eo v'aghiu canzonato
Sar fatta culonella. E voi sete tutte gradate,
Credo sarete contente,
La tenente culonella Care iuvinette amate,
Sar Maria Francesca, Si bo' nun site cuntente,
Perch leggiadra e snella Tornarete a favi sente.
122

CANZONE

per le ragazze del Pacciale di Agnerono presso Porto-


vecchio, scritta dal Bandito Gian Camillo Nicolai (uc
ciso nel 1888). Detta da Zia Maria-Domenica (una delle
lodate del bandito), ad Agnerono, 1926).

Maria Francesca, prima principia vogliu


Le sue bellezze metter dentru un fogliu
Supra questa damigella
La testa sfogarmi vogliu.

Nunzia Maria ava vogliu pigliare


Ch' di bellezza tutta particolare
Per girar Corsica unita
Un si trover la pare.
Madamigella Colomba Puccinotti,
Assai bellina, fior dille giovinotte
0 la mia lampana accesa
Che face lumo di notte!

Anna Maria, di casata Castelli,


Un po' bellina, e fior delle damigelle
La vorrebbe veder in iescia,
In testa le so ramelle (1).

C' Paolina, la chiama, ella risponde,


Nun se ne trova in delle nostre circonde
Cos bianca e colorita
Con e su tricette bionde.
(1) Riccioli.
123

Maria Domenica vogliu


Metter in rangu di tutte,
Che mi pare un alborellu
Che produce d'ugni frutti,
Dille so' dilicatezze,
P d passale tutte.

Musa mia, in grazia vostra


Vogliu scende un po' alla cima,
C' la bella Catalina
Che p d d'esse la prima.
Per logia ste damigelle,
Ci vol calamar e pinna.

C' la bella Rosinetta


Che pare un pregiatu fiore,
Cu tutte le so verzette
Savera pe' f l'amore
Che dilli giovinotti
Di tutti s'ha presu il core.

A simile piccolina
Ingrandir se Deo vule.
2
Bella come Catalina ( )
Nun ci n' sottu lu sole!
(2) Catalina era la pi giovane e le compagno non volevano che essa
stesso con loro quando c'era il bandito che molto l'ammirava. Anzi, nono-
stante le proteste di questi, tentavano quando compariva cacciarla a sas-
sate.

1
_ 124

LAMENTO D E L B A N D I T O A C H I L L E

detto da Domenico Beccari, di Calenzana, nel 1931.

Mentre una nutte felice mi ripusavu


Rentru 'na gratta ove banditu mi allogiavu
Mi paria sente 'na voce che mi chiamava.

Ne surtu fora, u tempu era stellatu


Per sente che voce m'avia chiamatu...

Ghiuntu che fui a u paese vicinu


Sentu sona e campane, dissi: Che bel latinu!
Ma diceanu ch'era morta Lil, o me, po'eru ineschimi!

Subitamente ne falgu in d'u Curatu


Che fesse un catafalcu cume un c'era mai statu,
Cun cinque barcate in giru che dum (1) sia priparatu.

Messa cantata, e b sulinnizzata


Da tre cantori, che sia b cantata...
2
Dicendu sti parale, eccu in Piazza a Brigata ( ).

0 Sci Curatu, au vi spigheraghiu,


Eo so banditu, ava so arrestatu,
Eo so l'aggressore, perch hannu tumbu babbu r

U Sci Curatu, che 'era un galant'omu,


Cambia le veste, e si veste a maggiordomu,
Mittendomi curraggiu mi veste di gran Curatu
E po', si sorti fora, da nimu sarai tuccatu... .

(1) Domani. (2) Gendarmeria.


125

LAMENTO D E L B A N D I T O TRAMONI
(diciannovenne)

detto a Zonza; nel 1925, da Parsilia Maestrati.

0 Dio si grande, o tu Musa gentile,


Pregu in quest'oggi di venire a sentire,
Accioch racconti al mondo quali son le mie martire:
L'annu novantaquattru principi le mie rovini.
Eo so' Tramoni, banditu alla sventura
Cosi zitellu, tengu tantu sciagura
Li nimici e la colonna m'hannu fattu la scongiura,
E pe me tutti li giorni aparta la sepultura.
O cara matre, piangi lu tu fgliolu,
In questu mondu ribaldinatu e solu
La proibitu a Sartene, e lu Vangone d'Ortolu (1)
U rimirgu da luntanu, e mi pare un mondu novu.
O triste sorte, di me lu disgraziatu,
Quant'era megliu ch'iu nun fussi mai natu,
Senz'aver tiratu un colpu di tantu iu son imputatu.
O triste sorte, mi sentu strugge il core,
Ma quante volte scuntru li campagnoli,
he cumincianu a cantare per calm lu miu dolore
Ed iu cantu in compagnia, lamenti e versi d'amore !
Cusi cantandu mi par d'esser felice,
Senza timer giandarmi n nimici,
Non mi credu pi banditu mi par di esse a Parigi.
Mi mettu una manu al pettu, e sentu lu cor che mi dice
( 1 ) Il villaggio nativo.
126

Perch non piangi li to' guai, o Vattista?


Mettiti in guardia cu lu to portavista,
Viderai tanti giandarmi cu la faccia cus trista,
Lascia pur la campagna, la tu piazza non quistal

Centu cartucce stannu nella giberna,


Pronti a far fuocu s'il core non mi trema,
2
Quellu che mi vol tumb ( ), tirghi pur di posta ferma.

Ma si la posta non pi che sicura,


E che davanti venga un altra figura,
Gli vogliu rende lu colpu, per meritu di natura
La mira la pigliu vene, ancu di notte alla luna.

0 quanti amici si trovanu a Caienna,


E son venduti senza ragion di vende!
Oghi portanu li verri, fannu fatiga tremenda,
E preganu la morte ogni ora che la venga,
Ormai eo prigionieru mai pi mi vogliu rende!

(1) Il villaggio nativo. (2) Uccidere.


127

LAMENTO D E L B A N D I T O L E O N E

detto da Castellani Francesco di Calacuccia, nel 1 9 2 5 ;


da Maria Mengoli, di Moita, nel 1926 e da G. B. Paoli,
di Venzolasca, nel 1932.

Eo s banditu, Eranu tutti riuniti


Depingu e di niellu In piazza dellu Favalellu;
Vogliu pingare Lu quatordici Ienaiu
Il comune di Favalellu M'te feritu un fratellu
Bogliu che nella so' piazza Au prontatevi puru
Ci s'arrizzi lu macellu. Che ne uogliu f un flagellu
Eo s banditu, Quando ghiu tmbu a Biagin
Ogellu alla campagna Eru solu e da per me
Per casu solu In cumpagnia d'ellu
Tutti mi s'accompagna. C'era lu famosu Pontier
Cridenu li testimoni Ellu si che lu p d
D'ave da vive in cucagna La ragione cume lu !
Mi cridanu in Campuloru Quandu tumbu a Biagiuu
Eo s pe' la Balagna. 0 ch'era cusi zitellu
Eo s banditu, N'hannu ingaleratu quattru
Ugellu alla pianura Babbu cullu mi' fratellu
Il mo segretu Per caccili di prigi
2
E d'un av paura Ci pensa lu Colunnellu ( ).
E pe' li falsi spioni U gapitanu Luccioni
Pronta la sepoltura. Inseme cullu tenente
In l'annata novecento Mi n'hannu tesu le boste
Nel ghiornu dillu sei Maghiu Nellu fiume San Vincente
Lu mane verso sei ore Un lagavanu pass
N'ero partito in bighiu Mancu la po'era iente.
Per andare in Pentalone L'infamu di Casimiru
A snte lu risultatu (1). Chi di bscia pare pregnu
(1) Delle elezioni. (2) U n colonnello residente nel paese. Persona,
influente. (3) Croce sulla tomba.
128

Lu venti cinque Marzu Che la li manda Leone


N'ha rioevutu un bel impegnu, Li voglia scrive
Lu figliolu deeoratu La tenenu pe arricordiu
3
Inculla croce di legnu ( ) Tenela pe su'inire,
Che s'aseiuganu li pianti
La croce di legnu, 4

La medaglia di ottone, Cullu su sudiciu mandile ( ).


La li'uoglio d di piombu
Che li di pi ualore 5
Ditemi a Socci ( ),
Tuttu pe falli sune Nome Enghelu Maria,
Di lu uanditu Leone.
Che mi seguita
O c' certi famigliacci Pe' fami cumpania
Cus indegni e traditori Cullu tanente alla testa
Credanu di fa fortuna E tutta la giandarmeria
Culli falsi testimoni Ma che la preghi d'un cascmi
Au sentanu 'esti d, Suttu l'occhiu della mira.
Di Careghia a Cerbione.
Carta calamaru e penna C' quel Mos
L'inchiostru cullu stampone Che brutt'animale
Mi vogliu form 'na musa E la cagione
Pe' mandala in Pentaione Di tuddu questu male
Che la legginu in Careghia Ma se l'avanza calcosa
Che la li manda Leone Che la venga che lu pagu...
(3) Croce sulla tomba. (4) Fazzoletto. (5) Spia dei nemici.
129

LAMENTO

scritto dal padre del Bandito Suzzoni, ucciso a tradi-


mento, detto da Angiola Maria Grazini (Venzolasca,
1931).

Quanti uolti ti fu dettu Teng'a mente che dicevi


Questi ti faceva la spia Padre, teng'ali'onest
T'avesse postu in pezzi Ho bisogno di danaro?
Se t'avesse trovatu in via Vendi una propriet!
Dopo un ora e qualche iornu Non voglio esse nocivo,
L'accettavi in cumpania. Per nunda alla societ.

T'affacasti allu purtellu (1) Sentu molti signori


Pe ' ave culpa fatale Sian ridenti al mio parl
Cusi fannu l'omi onesti Dicendo che mio figlio
Vulendu evita lu male Forse nun si pu salv
Figliu miu riposa in pace E pure ognun s'inganna
Che ti si' resu immortale. Ch' in Cielo deve regn.

Cadi drentu al labirintu, Bramo che le vile azioni


Qual sar quel traditore? Bramo che sian manifeste
Ch'ha bendutu a Signor Giorgi Sentir la verit
Di su amici l'onore Dalle damigelle oneste
S'eo aveo la sua conoscenza Dite, dallu miu cari figliu
Eo lu benir di core. Quanti affronti riceveste?

Il terribile Suzzoni Quanti e quanti pu'arelli


Lu chiamava il Tribunale Ricorevanu a Suzzoni,
L'abbiam possutu di: Ch'avea bisognu di caschette
Eccu l'omu universale. Camisce e pantaloni
Quellu che brame la pace Quanti nudi abbiam vestiti...
E l'amore generale.
(1) Finestra.
130

V E R S I (1)

f a t t i dall'Abate Nebita e dedicati al Generale Pasquale


P a o l i , durante le guerre d'indipendenza. Detti da Ma
d a m a Tommasi di Morosaglia, nel 1928.

Armati Cirno bello, armati forte,


Difendi il Furiani, poich s'appresta
Sotterranea rovina, grande tempesta,
Incendio e morte.
S'apparecchia per te l'ultima sorte
Dei nemici l'idea troppa funesta
Che voglion di te troncar la testa
O morir tutti alle difese porte.
Rompi l'idea del Ramolini e Sauli
Di Costantin Pinelli lo spirito attenua
E vomita se puoi fuochi e diavoli.
Fa che l'onor tuo, l'onor mio, l'onor di Paoli
Cost trionfi e sia temuta in Genova.

(1) V e d i TOMMASEO, Canti Corsi, p a g . 136, e mio articolo I l R o s t i n o


i suoi r i c o r d i nell'c Archivio Storico di Corsica , A n n o V , n n . 1-4, 1929.
131

VERSI

detti nel 1928 da Teresa Emmanuelli (nata nel 1837), di


Castello di Rostino.

Li ha avuti da suo padre, 'Anton Filippo Antonnelli, figlio di


Pier Antone Antonelli, di Castello, che combatt come ufficiale con
Pasquale Paoli. La vecchia Teresa mi assicur che questi versi fu-
rono scritti dal Generale Paoli. Nella prima pagina dei Ganti Corsi
del Tommaseo, le prime frasi son quattro di questi versi, Cosi alla
Corsica uno de' pi famosi figli, Sampiero d'Ornano... . Chi cre-
dere? Teresa o Tommaseo? Personalmente ho molto fiducia nella
vecchia di Rostino. Non forse pi probabile che questi versi ben
limati siano stali scritti dall'uomo clto del XVIII secolo, Paoli, piut-
tosto che da un rude guerriero del XVI? Il Tommaseo avr raccolto
queste strofe da persone che, sapendo solamente che erano scritte
da un eroe crso, o non volendo parlare di Paoli per qualche ragione
politica, le fece passare senz'altro per dette da Sampiero. (Vedi il
mio articolo gi citato sul Rostino e i suoi ricordi).

Corsica, situata in luogo ameno,


Bella sei, pi che da lontano pare,
Cinta di sassi, in grembo al mare Tirreno,
Colma di oro, d'argento, e di acque chiare.
I tuoi figli, guerrieri prima che nati
Generosi di cor, e di onor gelosi,
Ma perch furono sempre sventurati
Degni di gloria, non son gloriosi.

20
132

LAMENTU DI U IAGARU(1)

detto da Antonio Castelli (di anni 12) al Pacciale d i


Agnerono, foresta di Marghese, presso Portovecchio
(settembre 1925). Scritto da suo padre per la morte del
suo cane.

Principi vogliu Cosa vuoi che ti si faccia,


A pigli a penna in manu Lu mi iagaru si bonu
Pe iscrive Ch'hai magnatu lu carne
U lamentu di un canu, Dillu porcu di Palanconu?
Che la morte di Serpente Forse era mortu di rabbia,
Ha da rimbomba luntanu. 0 sippure di fuonu.
Una mane, versu tre ore,
2
Intesi lu scarafaghiu ( ) Ma se ci fusse pinsatu,
I mi so tiratu in piazza, Lu iornu a chellu porcu
Serpentin vistu un l'aghiu Ma quandu i l'aghiu vistu,
Mai po aghiu pinza Un mi ferm u sangue addossu
Ch'ellu fussi nu tinagghiu. T'hai magnatu la carne,
Ellu si senta more, E rimastu c'era l'ossu
O lu mi tintanniellu (3)
Ch'avia 'na brutta pena,
Trapan pe lu cerbellu La mane mi so impruntatu,
Con cridenza di salvarsi Pe and allu Duttore
5
Entr da pe lu portellu ( ) 4
Eddu ( ) s' vultatu in parte
Ha dettu 0 patron, si more
So facciato alla porta,
5
Iddu ( ) mi s' tiratu in pettu
E po, quando l'aghiu vistu, Petru ne veni impressu,
A me m'ha fattu suspettu Subitamente allu trottu,
Par ch'una parte du capu, 6
Poi lu dintu ( ), lu mi cane,
l gi fattu difettu. Co la coda a dettu Mortu
(1) Cane. (2) Rumore. (3) Poveretto. (4) Finestra. (5) Lui.
(6) Poveretto.
133

I mi so vultatu in casa, Sono in dolu li sette cantoni,


Con il cor triste e scuntentu, Da Vigari a Monacca
Per cont la mala nova, Da Caldari a Sotta,
A tuttu la mi iente, Portovecchio e Santa Lucia,
Po agghiu dettu, 0 li mi cari La parte di Bonifacio
Stamani more Serpente. scontenta e in miseria.
Ora collu mi fiddioddu ( 7 ) Mi ghiuntu a rende visita,
Mestu, triste e a coddu chie- Ancu Stefanu d'u mulinu
[nu ( 8 ) , Ha dettu 0 lu mi cuginu,
S'ha circatu lu iandonu (9') E ch'era lu so' destinu !
Insembe cullu anghinu Si trovanu in dispiaceri
Poi n'ha fattu la su fossa, Ancu Paulu e Mertinu.
A uso cristianinu.
Eri bonu pe li ricci,
Tutt'onghiunu che l'ha intesu, Pe i levri, e li parnici,
A dettu : 0 mire, una tum- Poi lo sannu tutti quanti
[ba! Li parenti cu l'amici,
In mancanza di calcina Dicinu che sar veru
Aghiu fatt'una fussa funda. Di ci che si parla e dice.
O Serp, lu to lamentu, 0 ma no lu tradimu,
I finitu mai un l'aghiu, Lu podemu tene meghiu
Po' l'aghiu da cumplet, Eo ci penso sempre,
Cume un bonu personnaghiu. Quandu m'arrizzu e mi chinu.

<7) Figliolo. (8) A collo chino. (9) V a n g a .


Vocer
per morte naturale
VOCERO D I P A D U A MARIA

detto da Serena Manarini (Conca), Erminia Vellutini


(Belgodere), Maria Mengoli (Moita), Maria Iuanna Mae-
stracci (Corscia), Paolella Cipriani (Guagno).

Le famiglie di Carlo Rocco e di Padua Maria, si erano opposte


al loro matrimonio. Dopo tre mesi di separazione Padua Mari' ap-
prende che Carlo morto, e si precipita alla casa dell'amato. Cos
principia il contrasto tra la ragazza e la madre del morto, Faustina.
Ma Padua Mari' non resiste a tanto dolore, bacia lungamente il fi-
danzato e lo accompagna in chiesa, dove, mentre si celebra il rito
religioso, si abbatte sulla bara, fulminata.

Faustina. Boi, pe' Padua Maria.


E trovavate vergogna
Mi sent 'na voce in piazza A mea cumpania!
Mi par Padua Maria Esula, O me' Faustina,
Chella che lu mi fdioddu (1) Cume sete cus forte,
Per cumpagna vulia, Avante di darlu a mene
Ma u sci Babb un volse L'avete cedutu alla morte.
Ne anch'eo piac avia.
Faustina.
Padua Maria.
Quess' beru, un bugia,
Lasciatemelu basci, Cunfessu cume peccatu
Un ci sia pi ielosia, Nanzi darlu a boi
Perch'era tre mesi e pi Lu vulia vde intarratu,
Ch'eu bidutu un l'avia. Se l'era vivu stamane
Lu teniate ben ascosu ( ) 2
Era lu vustru spusatu.

(1) Figliuolo. (2) Nascosto.


138

La mea Padua Maria Padua Maria.


Bolete fa una cosa?
Bolete rest in casa 0 cagnaccia masgarada
Tutta earga d'orgoliu,
Cume leghitima sposa? Figlioli un hai pi
Voi sarete a padrona Mariti quanti ne uogliu!
In casa fora d'ogni cosa, Un da paragon
5

Bi daraghiu e chiave, Dallu 'ranu ( ) allu mondogliu


Chelle di sottu e sopra Volete paragon
Chelle dilla biancheria D'una mazza ad un bastone?
Padrona sarete d'ogni cosa. Ma un so bare le ditte,
Un mancu so le parsone.
Un mi lu date lu chiugu
6
Padua Maria Ne mancu 'ogliu lu maione( ).
(al morto, con ironia)
Faustina.
Or, un senti a t mamma,
Pentita di ogni cosa? La mea Padua Mari'
Prima un eru ch'amiga Un mi date piu martori!
Au so lighitima sposai Quante voi dite parole
Ritu! tirati in pedi, Pe me so stoccat' al core.
Perdonala d'ogni cosa, A ognun dispiac' a d
Arritu, lu mi' culombu, U fruttu di so sudore,
3 Se voi volete promette
Miu distint' accellu ( ),
Tre anni lu vedovale,
Che sonami le campane
Venti quattro mila franchi
Emu d'and f l'anellu.
Vi le lampu nellu scuzale.
Che ci dannu lu consentu La mi Padua Mari',
Babbitu e tu fratellu. Pigliate quel che vi pare!

Faustina. Padua Maria.

Boi, o Padua Maria, Cume le tengu vilani


Ch'eo bi d un consigliu? Chelli che dicianu quenel
Un v'aghiu datu u chiugu ( ) 4
Che mi possu ferm in casa
Eo vi daraghiu u primu. Mi culombu, senza tene,

(3) Ossia, miu gioie'lu, miu pullone nuellu.


(4) Piccolo.
(5) Grano.
(6) Maggiore.
139

Grazie della vostra roba, Che in gasa di Sci Babb


La vi stimu pocu o nulla, Ci so quattro funtane
Dov' passatu l'ora Unu dillu russu vinu,
Passer anch la crula! L'altra dillu biancu pane,
Far quellu che 'ogliu f eo, Unu dill'amor di Diu
Un mi la lascianu fa L'altra dilla cantane
7
Ma le faldette inturcate ( ) 0 iente che state intornu,
Eo m'aghiu da figa. Date mane a sta saraghetta ( ) 8

U sci Roccu se ne vane


Ma lu su nome s'arresta
Grazie di vostra danaru Ellu era lu primu amore
Grazie di vostre piastrini, Che baci questo visu
Che in gasa di Sciu Babane Ch'aghiu a pianghe a tene,
Si misuranu a baccini 0 miu fiore narcisu?
E un so scudi di Franzia Speranze e c a r u di mene
Ma so doppie zecchini. Abdeci in Paradisu!

(7) L a r g a sottana di cotone o seta rialzata da dietro sulla testa e por


t a t a solamente dalla donna maritata e dalle vedove.
(8) Toccati questa veste.

21
140

VOCERO P E R LA M A D R E

improvvisato e detto da Susanna Antonelli (Castello


di Rostino, 1928).

Istamene, a mi mamma, Du ne volete and,


Eo vi vigu iscolurita Perch vi vegu cambiata?
Di sta in 'sta posizione Du lu vostru fgliolu
Un era a vostra vita. Voi ci siete preparata?
4
Or ci volete arriz Quandu arrivate qualandi ( )
5
Che vi siete incuginita? (1) La carrega sar prontata ( ).

Mi perdonghinu la iente Stamane lu vostru fgliolu


Si io sonu troppo spirtata Per strada s'aceuster
Ma pena dilla mamma Son quindici anni finiti
Un mica una frizzata ( ); 2
E la 'rame n'aver
No' la possonu mai sap Le Porte dellu Paradisu
6
S'un l'hanno mai provata. Stamane lu li aprir ( ).
La pena di li so mamme Pienghimu pur, sorelle,
A lingua un si pu spieg Non se n'ha a mai cess.
A vedere lu vostru core Stamane la nostra mamma
Lu vi sentite grep. Qualandi se ne vole and.
Perch per chiama la mamma Se ne parte stamane
Le labbra bisogna appaghi (3). E per tutta l'eternit.

(1) Volete alzarvi, che siete intorpidita.


(2) N o n una cosa da nulla.
(3) Per dire La parola mamma bisogna atteggiare le labbra come
per un bacio.
(4) Laggi, dal figliuolo morto.
(5) La sedia sar pronta.
(6) Il figlio morto da 15 anni verr lui stesso ad aprire le porte del
Paradiso, per il desiderio che ha di rivedere la madre.
141

Stamane la nostra mamma Voi vi siete riunite


Da noi facce partenza Ln iornu di tutti i Santi,
E di l'altra sera in qu Ma egli per favi onore
Ch'ell'ha presa la licenza Vi saranno tutt'e quante
Quandu saremu qualandi Bi coleranu in Cielu
7
Torneremu a f conuscenza. Con trionfu, soni e canti ( )

Quando sarete nel Cielu


Una grazia ci farete,
Per le 'ostre cinque figliole
A Dio lu pregarete,
Di facela questa, o Mamma,
Credo che 'un la mancherete.

(7) La morta h a ritrovato il figlio il giorno di Ognissanti, e i S a n t i


verranno a farla salire in Cielo.
142

VOCERO

fatto por se stessa da Susanna Antonelli, una notte che


si sentiva male e non poteva dormire. Detto dalla me
desima a Castello di Rostino nel 1928.

Piangi pur, Angiola S, Quando eo ne sar, figlili,


Figlioletta cus cara, Nella vita sempiterna,
Dicerai alla mia tola ( ); 1
Manderai nell'altro mondu
0 pillola cus amara. Qualche volta un Requi eterna.
Che per noi a nustra mamma Dolce b, non ti scordare,
2
Di nunda ( ) era avara! Ch' lu pi che mi concerna.
4
Piangi pure, o Catali, Piangi, o Mar Franc ( ),
Figliola di tanti affetti, Tu che si zitella sposa,
3
Beneri ( ) dumattina Pichierai alla mia porta
Mi truverai morta in lettu, Quando ti manca qualcosa.
Dicerai: La mia mamma Giungerai a ritrovarmi,
Un aveva nissun diffettu! Ma la troverai chiosa.
Piangi, o Maria Dum, Senti, la mia Maria ( ), 5

0 figlila tanto amata, Dicerai: Po'era me! ( ) 6

Tu un ti sarai alla tola, Benerai allu mi lettu


Perch ti sci alluntanata. A portarmi lu caff.
Ci sar la carta scritta Io ti dar l'atto culla manu:
Ti porter l'ambasciata. 7
Bellu pura ( ) da per te.
(1) Tola, tavola sulla quale esposto un morto. (2) Di nulla.
(3) Verrai. (4) Nipotina. (5) Nuora. (6) Povera m e .
(7) Bevilo pure.
143

VOCERO

improvvisato e detto da Susanna Antonelli (Castello


di Rostino, 1928).
6
La morte di Giannettini (1) Voi, o Signora Rosanna ( ),
Este cade un imperu, Donna di danta primura
Tutti ognun che li pigne ( ) 2
C' aucati e au ( 7 ) ,
Pigne con cor sinceru. E la sottu prifettura.
Prima cummandava in terra Oggi lu vostra fratellu
3
Av ( ) cummanda in Cielu. Chius' in una tomba oscura.
Quante cause voi trattaste E acquistate tante logi
Quale che le finir? Per av trenta due anni
E tutte li vostri scritti Tutta la Corsica intera
Quale che le ligher? N'avete lasciata in affanni.
Alla gamera a Parigi La vostra gara sorella
Per voi quale che ci ander? Cinta s'ha li negri panni.
Tutta la Corsica intera Di tutti li vostri elogi
4
L'eie ( ) lasciata in bisbigliu Si p form un'istoria,
E lu vecchiu Giannettini In Corsica come in Francia
Che n'a persu lu su figliu, Che la resta per memoria,
Eri un furte avvoca tu Cume lu Ieneral di Paoli
E un gineral cunsigliu ( ). 5
Cantanu sempre la gloria
Qui si tace il mio lamentu;
Nun possu continu,
Che mi trema la mi voce,
Il core mi sentii a manca.
Dio vi dia lu Paradisu
Per tutta l'iternit.
(1) La morte di G. come la fine di un impero. (2) Che lo piange.,
(3) O r a . (4) L'avete. (5) Conseiller gnral. (6) La sorellav.
(7) Avous.
144

VOCERO

improvvisato e detto da Maria Maddalena Antonelli


(Castello di Rostino, 1928).

Estamane Santarella
Marita la sua figlia
Senza mobile di casa
Senza stabule di fora,
La si pigliar cus
Perch una brava figliola.

T'hannu postu la ghirlanda (1)


In pettu t'hanno post'un fiore,
lu tu primu rigalu
Che tu facci allu Signore
0 Maria cara di me,
Mi sentu crip lu core.

{1) D a sposa.
145

VOCERO
improvvisato e detto da Maria Maddalena Antonelli (Ca
stello di Rostino, 1928).
Qui principiu i miei lamenti Cosa i tutt' sta iente?
Di gran dolu e di dulore. Cosa i tuttu st'invitu?
L'annata novanta tre 0 ch'Ius piglia moglie?
E lu nove d'ottobre 0 Adelaide piglia maritu?
mortu lu mio cuginu, Ma per quantu pare a me
Mi sentu crep lu core! Un vegu nissun partitu.
Malad vogliu lu logu,
Malad vogliu lu legnu (1), Pigliate, c a r u di me,
Malad vogliu quel ora Le tenaglie e lu martellu
Che fu fattu lu disegnu ( ) 2 E scoprite ch'io ne vega
3 Lu vostra cara fratellu,
Che tu a' essi da fa sta morte( )
Ch s'io un lu vegu stamane
Cuginu, un eri degnu.
Io rivoltu di cerbellu.
Ind a sua mamma?
Ci vogliu un poco parl, Iscrivene vogliu a Mos
4
Che l'aia ( ) datu lu consentu Che da noi cus luntanu;
Ch'ellu si n'abbia d'and, Quandu lu ricever
0 lu so Anghiolu Matteu, La triste lettera in manu
Per tutta l'eternit? Che lu firmer di sassu
Ind lu so' uabbu Com' in Ciel il pi Sopranu,
&
Ch'eo lu vegu fac ( )
Dice ch'Angiolu Matteu Lu mio Angelu di nome,
In Marseglia ne uole and Lu mio angelu di visu,
A veder lu so fratello 0 lu mio Angelu Matteu,
Che si uole licenzi. Avdeci in Paradiso!
(1) Mor in seguito alla caduta da un albero.
(2) Il lavoro da farsi con il legno da tagliare.
(3) Che tu avessi da fare questa morte.
(4) L'aveva.
(5) Dove suo babbo?
(6) Ch'io lo veda affacciato.
146

VOCERO

per un Medico di Orezza detto da Mariola Ferrandi


(Valle di Rostino, 1930),

A espormi a questa tola, Quandu vi la sentirannu


Credu che sar imprudenza Li Signori Bastiesi
A despone versi miei Con quelli di S. Fiorenzu
Davanti a tanta eloquenza! Li vostri amici Calvesi,
Roccasarra di Sart,
Evviva Signor Dottore Con la famiglia Balesi.
Signor Giudice di Pace
Che da l'unu all'altra polu I Santa Lucia di Peri,
Erati moltu capace, Co' Lozzi di Sermanu,
Ma la scellerata morte Di Tralonca i Gabbrielli,
Un guarda quantu la face. Co' li Natali di Lanu,

Resta scoronat' Orezza Di Giovellina i Colonna,


Colla Pieve d'Alesani Con i Signori Nasica,
Moriani non fa festa Di Niolo i Grimaldi,
Tavagna con Ampugnani Tutt' ben senza ch'io dica,
Rostino col Vallerustie Di Caccia, Grimaldi, i Giorgi,
Piangneranu con Giussani. Era il suo collega antica.

Quando che la sentirannu Di Fiumorbu Laureili,


Gi tutti li vostri amici Coi Ricciardi di Antisanti,
Di Corte, di Bocognanu, Di Venaco i Giacobbi
D'Aiaccio fino a Parigi Sono istati scontenti.

L'Abbatucci con Gian Pietri II Consiglier Colonna


Ne hanno fatto un raru cuore, Era anc su fidu amicu
E il gran Prefettu Gavini Peraldi, Colonna, Poggi,
Ha provato un gran dulore. Tutt' b qual ch'io digu.
147

Lu Senatore Casablanca Di Muro li Giabicconi


Co la sua grande famiglia Colli Nobili-Savelli
Ne prova un forte dolore Di Nessa li gran Salvini
Molto pi soa prima figlia I Renucci, i Vincintelli,
Voltandosi al Petricaggiu L'Arrighi co' Malaspina,
Camminando a sciolta briglia. Di Giussani i Giavarelli.
Non tralasso a Cervione, Giovanni del Monticello,
Quellu ch' forte paese, Bonacorsi in Calenzana,
Nella famiglia Giacobbi Han pianto co dispiacere
C' tre omi scelti e presi Un'intera settimana.
Il console di Vastia,
Brignoli moltu cortese. Non tralasso lu Canale,
Caviate gli amici fidi
Non tralassu a Campocassu La famiglia Massiani
Ben che sia oghi lontanu Colli Signori Marini
Di Capi Corso Lucchetti
Del paese di Roglianu,
L'Angeli di Pancheraccia
I Franceschi di Rogliano Di Zalana l'Antomori
Di Centuri i Cipriani Li Marsoli colli Matra
La Stella coll'Antonetti Hanno avutu dei dolori
Li Falcucci americani. E Lepidi di Tallone,
E col consigliere Poli.
Non tralassu la Balagna
Ben ch'un sia nei suoi confini ...E lasciate lo giudicatu,
La famiglia Bonacorsi Erate fra li Dottori
Cu lu Signore Marini Il pi spintu e signalatu.
Di Lumbio li Lega ancora 0 Giudice di ragione,
Di Corbara i Franceschini. Balsamo di l'ammalata !
148

VOCERO

improvvisato nel 1893 per Stefano Ceccaldi di Evisa


(detto Stefanone Napoleone), detto da Madama Troci
di Evisa (1928).
Permettimi un momentu Via, allevatevi, o Ziu St,
Che ci parlu pianu pianu, Cambiate posizione,
Ziu Stefanu ri entra tu V'ha spetatu u ziu Franc.
Ne vogliu tocca una manu A pi di l'aitar maggiore.
Ma ellu nun lu vegu in logu Avete da cant l'uffziu
2
Non v' ch'una cascia in pianu Allu 'iatu Sant'Antone ( ).
Siete rientrata a casa Stamane so 'ntrata in chiesa,
Dopu una lunga campagna Per voi c' tanta onore!
Traversata lu Niolu Ho visto lu catafalcu
Venudu per a Balagna E lu scagnu di lu priore
Quale che v'accompagnate? Tutti mantadu di neru
Vostru uabbu e vostra mamma ? Gattivu segnu per voine.
3
O Altissimu Sopranu! Au ( ) che lu vene Marzu
Aprite un po' mio core, 0 quanti vi circheranu
Che possa parlare un pogu Quale canter la messa?
4
D'un omu di tant'onore. Quale canter lu Passiu? ( )
Nun lu possedemu pi Nun avemu pi da sente
5
Stefano Napoleone. 0 Zi' St lu vostru canta ( ).
Per voi un hannu adoperata Au che lu vene Magghiu
O Zi St, speziarla (1) 0 quanti vi cercheranu
6
Ben che fussiti vicinu Quale che faler in piaggia ( )
Alla citt di Bastia, Alla ricolta dellu granu?
Ci saria messa la morte, Quale canter la messa
Pi niente non ci volia. In chiesa San Bastianu?
(1) Medicinali. (2) Beato. (3) Ora. (4) Passione. (5) I I
morto faceva parte di una confraternita, era famoso per il suo canto,
e per le parti che assumeva nelle cerimonie religiose. (6) Scender a l
litorale, dove i montanari hanno le loro terre.
149

Quale far lu sepulcru? In lu logu d'Occagnanu ( ) 10

7
Quale far le cappelle? ( ) Vi hannu fattu moltu onore,
Quandu intriate voi in chiesa Che noi la li possiamu rende
8
Ridanu le pianelle ( ). In megliore occasione,
Oghie anche incantitu ( ) 9
Le ne teneremu sempre
Il sonu delle campanelle. Una grande obligazione.
Sta mane so' 'ntrata in chiesa 0 che logu inconosciutu
Per voi c' tantu onore Lu canton di Vescovatu
Ho vistu u catafalcu Questo un logu inconosciuto
E scrittu c'era vostru nome. E n mai mintulatu (11
Aghiu lettu alla porta Ava si lu conuscimu
Stefanu Napoleone. 12
Perch ci lu vostru fiato ( ).

So giunti li vostri amici


Cume li tratasti male!
Nun uscisti mancu fora
13
A volelli ( ) scavalcare
Ieri sera ci so intra ti
Devon'andassine dumane.

<7) Vedi nota 5.


(8) Piccole campane
(9) Cessato.
(10) V i l l a g g i o dove morto Stefano in Casinca.
(11) Citato. Il Cantone di Vescovato distante di Evisa
(12) Ci sei morto.
{13) Smontare da cavallo
150

BALLATA

per la morte di Fiorello Ceccaldi di Evisa. Scritta da


un amico quale omaggio alla vedova. Detto da Madama
Troci (Evisa, 1928).

Signor Fiorellu Ceccaldi, Eo m'arrestu in casa sola,


Cara mio consorte amadu, A pienghe sera e mattina,
Vi vedu pront'a partire Senza aver che mi consola,
Dite se v'hannu chiamatu Oim, triste Carolina,
Al Consigliu Generale, Mi far la cumpagnia
Come avete sempre usatu? A mia cugnata Angelina.

Per la terra imperiale, Cus almenu avessi avudu


Forse voi sete invitatu Per farmi la cumpagnia
Senza indugiare un momentu Le mie due gare figliole
E a partire v'hannu ordinatu, A Gabriella e a Maria,
La visita ospitale Per unire il piantu nostra,
Che vi foste incaricatu? E sfogare la doglia mia.

Vi vedu la spada cinta Corre gente d'ogne parte,


Vestitu alla militare Da vicin e da luntanu,
Il cappellu a claqua in testa So iunti i nustri amici
Come Ispettore generale, Cara a toccarvi a manu,
La croce e medaglie In pettu, Per darvi l'ultimu addiu,
Il cordone imperiale. Che devi and luntanu.
151

VOCERO D I U N A D O N N A N I O L I N C A

per il marito pastore, morto in seguito alla caduta da


un leccio. Raccolto dalla bocca di Maria Iuanna Mae-
stracci di Corscia (1926).

A mula legata in piazza Ma che un si fusse nati


Le pegore son a Cantone Ghiande allu Fiuminale! (4)
Sin che tu un unie tu Ch' hai compratu i lecci,
Un cercami ragginone (1) Antono, pe fatti male?
Dimi cume aghiu da f, Pe me so chiusi i boschi,
Lu mi marito Antone? E so fermate e strade.
5
2
Lu nostra 'ranu ( ) in colore, Quest'edima ( ) che bne
Quale che la sigher? Aghiu a inconsign
Che senza te, a tu moglie E pegore a elevellu (6)
Non sa pi a eleva, A chi ne vuole piglia,
Quando Antone un iunge Ma dite, a mi cummare,
pria di libert. Che badagno si ne far?
7
Se l'aia induinata So colme tutte le strade ( )
8
Cume andaa a sorte So piene tutti gli ghiassi ( )
Di a to stanza frisciata ( ) 3
Av si che so fnidi
Un t'aa lasci sorte Di a to moglie li spassi!
Ma quella che ha burlat'a me Nun ci uaglia che a morte
E stata a ladra morte. Perch tu mi abbandonassi.

(1) Pascolo.
i2) Grano.
(3) Decorata.
(4) M e g l i o che non ci fossero mai nati lecci dalle ghiande al Fiu-
minale.
(5) Settimana.
(6) Consegnare le greggi del marito ad altri pastori.
(7) D i persone andando ai funerali.
(8) Piccole stradine.
152

Arritu, u mi culumbu Quandu fu nantu a Sarra


E fa mottu a to fratellu Sent sonare e campane
E poi se tu ti uolti quindi Disse cun a mi sorella
Bedi anche u gupiadellu ( ) 9
Vulemuci voltane?
E p'accanto ci so eo Ella disse: Tira avanti,
Cus tinta di niellu ( 1 0 ) U to maritu un sarane !

Malad uoglio a leccia Or sabete ch' in gasa nustra


Quella di u Falaschellu Ci so state l'omi rari,
Ch'oghie pe te si prepara Ci so abitati li predi
Chiode, tavola e truellu, Parcitori e singulari
Aghiu da vede ancu qu E poi ci so i so' spaletti
O sorte cus niellu! Di li so nipoti gari

Quando noi ci maritmu Ansera un si magnata (1l)


Fcimu tandu festimi Cena a nostra fugone,
Sunamu a mandolina Perch'aspitarmi a te,
Cun chitarra e violinu Or mortu in San Salvadone,
La mio stella di lu Cielu Du la vita di stu mundu
Oh rosolu di camminu! Eo aghiu compiu di uone

(9) Gemelli.
(10) Nero.
(11) N e l N i o l o il fuoco spento durante i funerali.
153

VOCERATO

per l a morte di un vecchio pastore niolinco, morto nella


grotta dove visse. Detto da Maria Iuanna Maestracci
di Corscia (Molo) nel 1926.

O quantu piange a 'rotta (1), Eo di pianghe' stu Ziu,


E per tarra u pilone, N'aghiu tutta a ragione
2
Quellu che colla e faljt ( ), Che ghiungheva di notte,
Pianghe li occhi padroni, A tutte l'occasione.
Bidendulu lu vostr'alloghiu, Fora di lu matrimoniu
Quanta iente si scompone! Era quantu lu Tavulone ( )6

Pinghenu li carrateri,
E sospiranu li faranaghi ( ), 3
Chiapate u didale,
Che lu ne dava a picci ( ) 4
E po' cercatemi u tresori (7)
Che lu ne dava a paghi. Che sapa cosce e tagliane
Facevate pi brocciu voi, Istu Ziu come un sartore,
Che a venticinque Magghi ( ). 5
La mi lingua un ci valle
Oggi sfioritu in Niolu Pe' lod u vostro valore.
E l'omo dei capraghi.

Piegnete pure, o zitelle,


8
Che n'avete pi Babbone, ( )
Che a carriga di a gasa
E tutta a Zi' Pone...

(1) La grotta dove spesso dormiva il pastore.


(2) Che sale e scende.
(3) Chi fa, o vende farina.
(4) Le regalava coppie di formaggio e broccio.
(5) Che altri in 25 anni.
(6) Il marito della Voceratrice.
(7) Forbici.
(8) Nonno.
154

VOCERO D I U N A M A D R E N I O L I N C A

per un figlio prete disperso in guerra ai tempi di N a


poleone (forse nella campagna del '70), detto da Ma
ria Iuanna Maestracci di Corscia (1926).

La madre piange dinanzi alla tola sulla quale ha posto il ri-


tratto del figlio, indi fa dire una messa in suo suffragio.

Eo ciercu lu mio fgliolu Quandu cilibraste la messa


Nesse vivu nesse mortu Ind le solenne feste
Eo se piengu, o Madunna Quandu alzavate la manu
Un mai pe farvi un tortu, Calmavi venti e timpeste,
Ch'aete pientu anche voi Oghie la cilibrarete
Quandu Cristu era nu l'ortu. Du le corte pi cileste.

Se lu siasi da sta Ma lu passu di stamane


Sempre d'un temperamentu, Lu faociu mal vuliuteri
Si criparia di dulore Vulia che tu ci passasse
E si muriria di pientu Colombu co li tu pedi.
Perch oghie lu mi core 0 che l'ha d'apr le porte
I pe lu mondu scontentu. Lu beatu San Michele?

Stamani in Santa Maria


Or s'a 'ede un bellu vede
Chi c' lo to patafalcu
Cu cinque centu candele,
E pe esse pi cuntentu
Or levati in pede a vede.
155

VOCERO NIOLINCO
li una madre per il figlio seminarista a Corte. Raccolto
dalla bocca di Maria Iuanna Maestracci di Corscia
<1926).
La scellerata fui eo Quando ghiunse in Piazza Corti
Cando mi chessi lu pane Frabicarono un carolla
Disse: Vaiteni fora Tutto carcu di friscetti ( 1 )
Cun i zitelli a giocane. A l'usanza di u Niolu
Ma oghie, lu mi fgliolu Par che un ti cunuscia
So dolori da crepane. Iuvan Polu, miu fgliolu.
Quando eo intesi a nova Quando ghiunsi in Piazza Corti
2
Mi so messa in camminu Vinti sette abati c'era ( )
Quando la notte impacciava Che mi tucavanu a manu
Ero ai Stretti di Rostinu Che mi dicevanu bona sera.
Nun pigli sporta di pane Mi vultai e mi cercavu
Ne manco zucca di vinu. E Iuan Polu un c'era...
(1) I n N i o l o c'era l'usanza di legare nastri ai ceri intorno ad u n ca
tafalco.
(2) Seminaristi.

VOCERO D I U N A M A D R E N I O L I N C A
per la sua figlia, moglie di un impiegato a Lione. Rac
colto dalla bocca di Maria Iuanna Maestracci di Corscia
<1926).
Lasciatemi entri nanzu Boletemi fa un piac?
A bede lu Campusantu Eo, bi domandu un vavore
Due ao da lascia Po 'etemi l'accord,
Lu mi flore amatu tandu, Li prete di lu Cantone !
Prima che otto iorni passanu In du lu mese d'Ottore,
Che me ne beng' accantu. Gh'ha da parte a Lione
Ma verso te la ladra morte
Nun cunosce ragione.
23
156

LAMENTO

per la morte di una ragazza annegata nel mare, vicino


a Lumio (Balagna), scritto da Laurenzio Benelli, di Lu-
mio, circa cinquant'anni fa. Detto da sua cognata, An
giola-Maria Simonpietri (di Lumio) (1927).

Qui principia il mio lamenta, Mirad, che Laurenziu


E u canta con cordogliu Le soe forze l'ha adoperade
Gi ch'aghiu a mente infusa Cridendu di cacciala viva
Di copiala supr' un fugliu. Ma nulla non l'iuvade.
Il casu cusi funestu Sottu dieci palme d'acqua
Ch' accaduta sopr'im sco- Era morta e soffogata.
[gliu.
0 tant'omu che Ve corsu
Lu diciotto di febbraiu Sentendu lu rimore!
A ott'ore di maddina Ne parti u sci Angelini
2
Senza pigliane permessu (1) Cu lu nustru stududore ( ).
Partiste alla marina. Appena arrivata quindi
Voi cambiaste di culore.
Ne partiste allegramente
Ne paria tre culumbe Ne rispondinu a quellu:
Voi nun crediate mai Istringitili la vita
D'insulcare a mezza l'onde. E finitateli le braccio
Una dice, l'altra... (P?) Ma per quanto par a me
In dell'acqua una s'affonde. La speranza gi finita .
Se fussi che Laurenziu Au c'arriva un paesanu
Si era trov presente, Con cavallu di vittura
Forse l'averia francata Con lu su staffali in manu
Quella poera innocente. Era la su armatura
Ne rista sfgutidu
Vedendu quella figura.
(1) Le tre ragazze erano andate a raccogliere ulive, ma invece poi sce
sero al mare per divertirsi.
(2) Istitutore.
157

Ghian Battista Culumbani (Mimi ti mette a piangere al ricordo,


dicendo: c A corziarellal : -pove-
Cun a voge ardita retta).
Se monta sopr'u cavallu
E la si stringe alla vita A l'entrata del paese
0 sempre con occhi tesi L'hanno messu su d'una cuc-
Alla bella imballidida. [cietta
4
Per collala allu Carupu ( )
E chi collava e falava Con gran furia e gran fretta.
Domandavan : Nunzia e mor- 0 che c'era la so mamma
Che ne stava alla villetta.
[ta?
Ghian Battista rispondeva: Parla la mamma.
E gi strinta e sepolta .
Stamane, o cara di mamma
5
T'oglio f un' bellu sarmone( ).
Ne parte u Niulincu, Gi ch'io ti vedu sposata
Ne mise tanta rimore Che nissunu si scompone.
Se spopolu lu paese
Con tuttu lu cantone, 0 iente dellu Carupu
E di tuttu lu casale
Noi si che l'mu avuta
O tanta mondu che corse Quest'annu Carnevale.
3
A a porta dalla Nunziata ( )
Pare ch'ella a d'intrare Mi ringrazieghio a tuddi
Un'impera, una sposata. Li vicini e li luntani
Inbece c'era Nunzia bella Che onore avete fattu
Tutta nera e sfigurata. A mi' figlia questamane .

(3) La chiesa.
(4) Sua casa.
(5) Sarmone, complimento per una sposa.
158

LAMENTO D I U N INNAMORATO

per la morte della sua donna, affogata nel fiume Tavi-


gnano. Raccolto dalla bocca di Erminia Vellutini di Ol
mi-Cappella (1927).

Oggi con pena e dolore E poi, che resti qui,


Triste, ti vedo presente, Ognun di loro pi non dice,
Con angoscia e crepacore E della tua sventura
Dell'amici e dei parenti Ognun si lagna, afflice.
0 la mio Maria Lucia A me non mi resta pi
Io ti ghiamu e tu non senti! Che di pienghie una infelice!

Stamane ne stese le vele Ne ringraziu ai Poggiolani


Oh la naviga veloce Di tante e tante spertezze
Ma Tavignanu crudele Che ti preseru in nelle mane
Si appogi dove pi noce. Con tante delicatezze.
0 la mio Maria Lucia Per conduceti alla Rebbia
0 rispondemi una voce! Nessunu trov stanchezze.

Estamane navigheghia, Maria Lisa ebbe a scontrarsi


S' messa dentru dell'onde, Alle legume al fuminale
Per discende alla spiaggia Ti trov, ti pose in faccia,
Non cerca bonte ne sponde, Poi disgiunse lu grimbiale.
Oh quante volte la chiamu, 0 che lu si secchi lu fiume,
Ella pi non mi risponde. 0 che lu torni un pratallel

Eccu Grimaldi e Carlotti, Sottu un alborellu


Due giandarmi e Aliberti, Ti trasportanu con pienti,
Omi gran capace e dotti, E tu al frescu di quellu
Che per te sonu esperti Gitta orrore chi spaventi.
Pe' pot portare al c h i a r u Oh la mia Maria Lucia
Delli tui mali sofferti. Dicinu ch'un mi lamenti!
159

Prestu mandanu alla Rebbia Ridirti 'ste corone,


Un omu pront'e leggera, Ch'ella si ne vole andane
Ch'elli scendinu, li spiega, Tutta arbiuta (1) di fiore
Le dame tinte di nera, Date un cenu a se campane
E l'omi goperti in luttu; Mi sentu vene menu
Chiamano lu Fabbiu di Vera. L'occhi mie fannu funtane.

Ti portonu in Sant'Andria, In duttu lagnami possu


In casa di lu Signore. Contru della tua rovina,
Oh la mio Maria Lucia Ti voglionu andare adossu
Postu hannu lu mi fiore! Anche aggelli di rabina,
Quantu sar la pena, Appressando le tue garne
E di Ghiuvanni lu dolore? Come la salvatigina.

Morte cruda e scelerata


Mi hai traditu a l'improvisu,
Chi si chiude in sepoltura
2
Di ville ( ) l'amato visu!
0 mi Maria Lucia,
Avvederci in Paradisu!

(1) Circondata, coperta. (2) Della mia cara.


160

VOCERO

improvvisato da Madama Tommasini di Sisco (Capo


Corso) in morte di due sue figlie. Raccolto dalla bocca
d i Erminia Vellutini di Olmi-Cappella (1927).

Oh ch'invito dulorosu Pienghinu le vostre sorelle


Facciano pe te, o Colomba! Le grande e le piccoline
Oh li ventisei Settembre Sonu meste e addolorate
Quando chi ne ribomba! Sonu afflitti, le meschine.
Sisco tuttu quantu unitu, Che pienghinu l'aspra morte
Vi accompagna alla tomba. Delle figlie Tommasini.
Mi sento venir menu, Pienghie ognun volgendu in
Da un dolore cosi profondu [bassu
Circa le quarantott'ore Versu della vostra mura
Vene ancor forte segondu (1) Pienghieno le pietre e il sasso
So due golpi e fannu un solu Colla stessa verdura
O su cor ci fusu a fundu. Che si ritrovanu intornu
Della vostra sepoltura.
Santa Arcangela ti chiama Pienghie lu vagu rossignolu
La tua mabile sorella Co tutti altri ugellmi
di anni diciasette Pi non stendran il volu
Oh ch'ed fresca e bella Versu dei vostri confini
T'ha promessu, e a momenti Che pienghinu l'aspra morte
Di seguiti in breve anch'ella. Delle figlie Tommasini
Pienghinu li vostri zii E vinita l'allegria
Pi il vostro maggior fradellu. E vinita '1 risu e '1 cantu
Perch foste della gasa Oggi la casa si amanta
Vero sostegno e pontellu Di logubre tristu mantu
Degli amici e dei parenti Qui stamane non si sente
Lu rispettu e lu gioiellu. Che sognozzi e amara piantu.
(1) La seconda figlia mor 4 8 ore dopo la prima.
161

Finir la vita mia Sentu cant ora pro ea


Ma non finir il dolore Da questa funebre stanza
Sempre mestu e addoloratu Stamane arriva il guradu
Sar l'afflittu mi core Co tutta la fratellanza
Perch a voi la trista sorte Ora siete dicise
Vi rab sul primu fiore. A fa l'ultima bartanza.

Tutte le vostre gompagne Lu gavallu ghiuntu in piazza


Si sonu riunite Prolongar pi non si pole,
Sonu pe' accompagnavi Ora s' tinta la luna
Ottu di biancu vestite Ora si oscura il sole
Accompagnanu stamane Preparata la vettura
Le gioie di mille dite. Stamane pe voi, o figliole!

Santa Arcangela stamane


Vi chiamu con gran desiu
Se mai avesse mangada
Ve chiedu perdonu a Diu
Respondete a vostra madre
Che questu l'ultimu addiu!
162

VOCERO

improvvisato per la morte di una compaesana da tre


donne, una vecchia, una certa Sistrina e Erminia Vel
lutini, di Olmi-Cappella, dalla cui bocca fu raccolto a
Belgodere (1927).

La vecchia. La vecchia
A mi vicina Sistr Rita, o Signora Lelletta
E dame un golpu di manu E scendi a lu portone
Che n'eri preparada Ch'arriva monsci Palaggi
Anche pe lu sci nodaru Con moltissime persone
E poi ci sar 'Minia La sabte che con voi
Ch' partita da luntanu. Che lu brama di discorre.
Sistr. Sistr.
Postu che m'avete chiamata Alla Leccia di Casapone
Vi rispondu cu maniera. Fatici un forte conbentu (1)
2
La morte nun parziale, Ch'ellu sia bene ascosu ( )
Cun tutti bell'e sincera! Dall'acqua e dallu ventu
Alla famiglia Giudicelli Emu da bortaci a boi
Or l'ha intimatu la guerra Siti digi cinque dentru.

Erminia. Erminia.
Oh, la intim la guerra, Sopra la vostra tomba
rimasta vincidora! Piant ci vogliu un fiore rara,
Primu statu lu nutaru Due lu ci s' sepoltu,
E l'ultima voi, Signora, U medicu cu u nutaru,
Cus riuniti in tutti Con due madamigelle
Sieti digi cinque fora. Cus grandi e d'alta manu.

(1) U n a tomba. (2) Nascosto.


163

La vecchia.

La vostra mamma ha galcolatu


Di pianta u rosolaghiu,
Che ci sbuci scade Aprile
E che furisce a Magghiu;
Ch'ellu si conservi frescu
Di lagrimi l'inacquaraghiu.

24
164

VOCERO

improvvisato per un prete da Madama Spinosi di Bar-


liana (Manzo) presso Galeria, e detto dal Brigadiere Su-
brini, alla Casa forestale di Pirio, presso Manzo (1924).

Stamane lu mio Mess (1) Alle sorelle del morto :


Cambiatu ha d'intenzione
L'avermi da port in chiesa Pigliatevi di coraggiu
A fare l'orazione, Sorelle nun disperate,
In braccia di San Brancaziu Nun siete le prime voi
Di San Roccu e Sant'Antoniu Tutti ci simu passate.
Voi l'avete curatu,
Non erate mai saziu Emortu in del su lettu,
Dicevate li Paternostru Eo l'avevu trovu in piazza ( ) 2

Recitavi lu Rosariu Mi fu tamantu dispettu.


E oggi trionferete 0 Ghiuv, lu mio Ghiuvannit
Allu Monte di Calvariu. Mi sentu crep lu pettu!
Allu Monte di Calvariu Mi rest cinque orfanelli,
Pregarete per tanti e tanti, Tre sonu a serve l'armata
Pi prigarete per quelli Compatetemi, o Sorelle!
Che si fermano in dolu e piantu. Se eo facciu a screanzata.

Gi che po' sete dicisu


Di volerbi and,
A bderci in Paradisu
Allu campu di Iosof.

(1) Prete. (2) Suo marito mor in strada.


1G5

VOCERO

i n morte di una giovinetta di Asco, scritto, a richiesta


della madre, da Giuseppe Andria Martini, gendarme a
riposo, morto ad Asco nel 1918, che aveva assai fama per
l a facilit della sua vena poetica. Copiato dal mano
scritto originale.

tamanta la mia pena, Almen se tu eri qui,


Tamantu lu mi dolore Di mane cumme di sera
Nun la pu comprende nimu Bidia da lu to purtellu (1)
S'ellu nun lu Signore! La to ultima dimora
O Silvia, la mio figliola E mi pudia sta cun te
Ti riclamo a tutte l'ore! Nun lasciate sola un ora.

Chiamu, ma nun mi risponde 0 Silvia, cara di mamma


Che si restata in Bastia Di un avetti pi da vede
E non vuole culla in Asco Nun la possu supporta
Che verso Santa Maria N mancu ci possu crede.
Tandu almen si sar T'abbia daghiiunghea truvarmi
Numerosa cumpagnia. Ne aghiu speranza e fede.

O Silvia, cara di mamma Fami sta grazia, ti precu


Di li to vintitre anni Ch'io ci ragioni un momentu!
Nun mi resta pi niente Si calmeria la mia pena,
Che pena, dulore, affanni! Calmeria lu miu turrnentu.
Di lagrimi ogni mumento 0 Silvia la mi figliola
Bagnu tutti li to panni. Lu mio core stringe in pientu.

(1) Finestra.
166

Eiu le feste di Pasqua Quandu ch'elle perter


Contente l'aghiu passate Suldatu, lu to fratellu
Aghiu fattu li fadoni ( ) 2
Si fermer la to casa
Li chirchioli e le cagiate. Cu dui vecchi e un zitellu
S'avia truvatu lu passu Tu nun ghiunghi mancu tandu
Le ti avarebbe mandatu. Bultaraghiu di cerbellu.

Dopo cridia di fa Boglio chiode la to stanza


Li migliacci e li fadoni ( ) 3
A fresteri e paisani
Bede la mi casa piena Mi vogliu tinghe di nero
D'invitati e testimoni Ancu la faccia e le mane
Ma tu ti si maritata Cosa ci aghiu pi da fa
In Bastia cu li cironi ( ). 4
Eiu mezu a li cristiani?

Boglio vende la to parte O Silvia, o la mi figliola


E poi fatti fa un tumbinu Calfattu lu mi mandile
La n'un t'abbia da fa male Pe la mi vita durante
La malaria di Lupinu ( ) 5
Bogliu pienghe e mai pi ride
Intornu ci voglio mette Eiu nun aspettu pi festa
Albani piangente e pinu. Ni belli giorni d'Aprile.

Ti aspettu tutti li ghiorni Lu meiu si che lu fiore


0 Silvia la mi figliola Frescu, frescu era cangiatu
Guardu da lu purtellu L'avia purtatu in Bastia
Dopu passu a lu poghiolu ( ) 6
A l'aria pi temperatu
Ma nun ti vegu arriv Ma lu ventu di lu mare
Accompagnata, n sola. Lu mi ha rottu e sdradigatu.

Lu to fratellu ha passatu Statine in pace, o figliola


Silvia lu regalamentu Per tutta l'eternit
Chi tu nun sia arrivata Le mi facciende saranu
E statu cus scuntentu. Di pienghie e di suspir
Chiamava la so sorella La to mamma di dulore
E si crepava di pientu. Nun puduta crep.
(2) Dolci fatti per feste.
(3) Per il matrimonio della figlia.
(4) Ceri che si mettono intorno ad un catafalco.
(5) U n sobborgo di Bastia ove si trova il Camposanto; il suo c l i m a
non sano, essendo vicino allo stagno di Biguglia.
(6) Collina.
167

VOCERO P E R U N B A M B I N O

detto da Adelaide Vinciguerra, di Chiatra di Verde (1932).

2
Noi t'aiamu datu Ma quandu collu all'acqua ( )
A San Bartolo quass (1) Pe' piglialu a Funtanone
5
Li buliamu d di cera 0 ciucchi ( ) ti chiameraghiu
Quantu tu pisea tu Di nantu lu mi scalone,
Au, caru dilla mamma Che ti aghiu lagatu
Un lu videremu pi. In collu a to mammone ( ). 4

Du sono le to zie
5
Che t'hannu tantu begulatu? ( )
Stamani un ci ne vegu
Mancu una sopra lu capu
Ma sogu pe' pienie a te
6
0 ciucciu sar peccatu ( ).

(1) Abbiamo dato il tuo corpo alla chiesa di San Bartolo, avremmo
voluto piuttosto dare l'equivalente del tuo peso in cera per ceroni.
(2) Salgo alla fontana.
( 3 ) Bambino.
(4) N o n n a .
(5) Cullato.
(6) Forse sar un peccato piangerti.
168

VOCERO D I U N A M A D R E

(Adelaide Vinciguerra, di Chiatra di Verde, 1928).

Piengnite pianu pianu E scorona tu lu salute


Un fatte tantu rumore Le cinque stanze a pianu
Che Beranice i malata Legami tante memorie
L' sagrata lu dolore! Fatte da la vostra manu
Bener di la so mamma Boi ate fatigatu
Era lu so primu fiore. L'altre le si goderannu.

UNA DONNA DEL NIOLO


P I A N G E LA S U A F I G L I A

Vocero detto da Adelaide Vinciguerra, di Chiatra di


Verde, (1928).

Piangi puru, o Liber, 0 sole della montagna,


E piangi senza succhiolu 0 stella dell'Oriente,
Eo un te mandu pi Eo chiamu a mi cara
Da quelle che aghiu in Niolu Ma stamane un mi sente...
Ti far rest qu
A mia campana d'oru.
169

VOCERO P E R U N A D O N N A

detto da Adelaide Vinciguerra, di Chiatra di Verde,


(1928).

Aghiu appalanatu l'occhiu Quantu ch' venutu mondu


Fighiendu i t o ' portelli (1) Ma di tuttu lu cantone
Q u a n t u fecanu figura La mia sorella Luisa
I n Canale e d u ' sorelle! Ma tuttu pe' fatti onore
Me sentu strap lu core Ma sai che li Franchini
Con tutte li so rateili. So tutti di stima e valore.

In casa di li Casarta Rizzati a mi sorella


Un si feci pi festini Che n'aemu d'andane
2
Un si spianu lasagni Che qual ( ) c' Caladea
Fritelli ne tagliarini E c' la nostra mammane
A si portami stamane E credu che c'aspetta a tutti
A so dunna i Franchini. A colazione a mangiane.

Rizzati, a mi sorella Ma pigliatemi sa toga


E parla un po co mene Sa gotta, e su beretone
Di qu, voi un (b)racciu? Che vi vogliu fa cunosce
Ti ne volenu da trene Ci che lu era babbone
C' quellu di lu tu sposu Merre, iudice di pace
Di lu Judice e di Cecne. Di lu nostra cantone...

(1) H o aperto l'occhio guardando le tue finestre.


(2) Nel Campo Santo.
170

VOCERO D E L F I U M O R B O

detto da Adelaide Vinciguerra, di Chiatra di Verde,


(1928).

Se a'esse un bellu schioppu ( ), 1


Bene quine, lu miu fgliolu,
E lu sapesse manegi Caru di lu to bap,
Alla ladra di a morte Di, ti vole sta co mene.
2
L'averia da tumb ( ) O co mammata and?
3
0 soredda ( ), o Caterina, Che s troppu chiugulellu (4)
Dimi, cum'aghiu da f? Ed ella ti sa uid.
Prima, zi' Paolo Antone, La mia Maria Iuanna,
E poi zi' Anni-Maria Ai a pena cinque anni.
Au ci mandennu a tene Tu starai con me,
0 soredda Caterina, Un andarai qualandi.
A la ladra della morte Senza mammata uidata,
Che cusi larga l'a'ia. Cume farai a passane?
Istanotte tutti n'affaccu, Lu tu iardinu all'asseccu
Istamani tutti n'aspettu A to casa decimata
N'ha da iunghe una spusata, Arrizati, o Catalina,
0 pure un sottu prifettu? E poi dala un anaquata,
0 soredda, o Caterina, Chi ti seccano li porri
Corona di lu mi pettu. Le carote e l'insalata.

(1) Fucile. U n urlo selvaggio viene ripetuto al principio e alla fine di


ogni strofa.
(2) Ammazzare.
(3) Sorella.
(4) Piccino.
17!

VOCERO P E R SIMONPAOLO P A S Q U A L I N I

detto da Maddalena Campana (Chiatra di Verde, 1932).

Stamani le mie cugine 0 sorte cusi crudele


Pigliemu di curaggiu 0 iurnata cusi trista.
Simu di pettu furte Oggi lu nustru pap
Quandu vene lu curatu Lu ci perdimu di vista.
Eo mi raccomando a Zia
3
Ch'ella di tutti lu capu. Quandu tu iunie qual ( )
A tutti mi saluterai
Zia 4
Fati cull ( ) a mam
5

Gi che tu m'hai chiamatu Quella la mi' uacirai ( ).


Eo so pronta pe' risponde 0 po' dille che to figliole
Che ne bolete fa di me? Sole lasciati l'hai.
So un erberu senza fronde
E mi trovo abbandonata 0 che lettera fiorita
Come li truiti (l) in onde. A Petru ch'emu da mand
Piena di cumplimenti
La prima voceratrice. Che l'emu da cunsol
M'hannu datu la carrega ( ) 2 E poi in fundu ci vogliu mette :
Credinu che vogliu posa Mortu lu nostra Pap.
Eu un so fatigata
Pe' piange u miu pap Domani l'ultimu iornu
Mo'ete a cumpassione E mi vogliu licenzi
Ai, un hai piet! Sino la piazza d'a chiesa
Ti voglio accompagn
Chiamatemi Anton Iuanni, E poi lagrimandu in casa
Ch'ellu venghi a Battista Mi ne vogliu riturn.

(1) Trote. (2) Sedia. (3) In Paradiso. (4) Fatti condurro


fin dalla m a m m a . (5) Bacerai.

25
172

VOCERO

dell'Abate (Seminarista) improvvisato dalla madre Ma-


rietta Ottavi pochi anni fa a Ghisoni. Detto a Ghisoni,
nel 1930, da Madama Ciccolini, Madama Paolini e Lui-
gi Micheli.

Iuanetta riposa, Quandu lu iunie Martinu.


E po' tutte riposate (1) Teneremu l'affare ascosu
Ora lasciate pienghie a me Che l'ha scrittu lu Curata
So' la Mamma dell'Abate, E i falatu allu Pietrosu,
Aghiu un core di leone 0 lu mi Isepp'Antone
Eo un so fatigata. O lu me arberu pumposut
Aghiu chiusu l'occhi eo
Allu mi Isepp'Antone Nu faccamu li ricchi
3
Po' venuta Prugnola Una parte dell'Inglesi, ( )
E po' venuta Francone Ci n'eramu andat'a spassu
Li avnu mandat'a d Passeghiendu li paesi
Li aveanu spedit'un pidone ( ) 2
Iuntu allu forte d'Aleria
Perch nui altri C'eranu li laci tesi.
Un ci avamu altro da dispone.
Ha dettu: Nun mi sarra te 0 che si ciechi la Morte,
Un mi pruibite di move, Viaggia cu tant'inganni!
Credu un mi mancher Chi so iunta allu forte
Lu basciu di Custantinu Perch cresce i mio malanni
E poi l'affare sar T'hai presu lu mio Abate,
Quandu lu iunie Martinu. Omu di venti cinq'anni!

(1) Voceratrici che hanno improvvisato fin'ora.


(2) Postino.
(3) Avevano viaggiato come fanno i turisti Inglesi, per cambiare aria&
per il Seminarista malato.
173

Nui nun vuliamu accelli Se t'avia vistu srbe


4
Ne cervu, ne cinghialli, ( ) La Messa tutti li mani
Ieramu da respir E poi versare lu uinu,
L'aria che venia dallu mare E volta lu Missale!
Ma lu mio Iseppe Antone Or l'avii da fa tu
Li iorni so stati rari (5). Alla mane di Natale
Ti mitteremu la stola
Di veglia i so morti Inseme cullu piuvale.
Un era a sua usanza,
A sera venut'ott'ore
Li si chiudonu in stanza Cumpraremu la pianeta
Ma eo speru di guadagn Pagata ci che la vale,
Se ci mettu l'istanza ( ).6
La t'avia da mtte
Tu la nutte di Natale.
Istamani di bon'ora
Aghiu apertu lu portellu (7)
E poi ti aghiu preparatu Or se n'aviamu l'ora
Ind'a cascia u to cappellu Se l'aviamu l'argentu
8
Perch'aiamu da colla ( ) Ti vuliamu f una iescia (11)
Ind'a Messa di San Marcellu Cu su artare indrentu
Ma eu pe' a prima volta Che tu ci dicessi Messa
T'aghiu cucitu un bouquet bed- Spnaci lu Sacramentu,
[du (9), Che la fusse fatt'a volta
E poi sottu a pavimentu.
Iseppe Antone si prepara
A di la Messa di Natale
10 12
0 lu miu faccia di vescu ( ) Soga vedi d'Angeluccia ( )
13
Prisenza di Cardinale! Vestuda di marin ( )
Manda dell'esami scritti Lu s'ha messu di Ferraghiu
Poi da i conti chiari A caccialo nun lu so,
I tuoi un erano da prete Oim lu miu fgliolu
Che so da veschi e cardinali. Di Mamma, Iseppe Ant!

(4) N o n siamo andati in Aleria per la caccia.


(5) Pochi.
(6) In Aleria non v' l'usanza di vegliare i morti, ma la madre spera
di poterlo fare, secondo l'usanza di Ghisoni.
(7) Finestra.
(8) Salire.
(9) Bello.
(10) Vescovo.
(11) Chiesa.
{12) Forse vedi tua sorella Angeluccia.
(13) Vestita da lutto.
174 _

Anghiuluccia un vole cap All'Abate in Seminariu


Ne vole intr in da ragione, I finita la sua stanza,
16
I ancu meglio Paoletta La li lasciavi colne ( )
Se ne stanca in divozione E te venivi in vacanza,
T'a'evi sempre promessu Au un lu manderemu
Di portarle all'armone ( ) 14
Che i finita la speranza.
Au saranu obbligate
D'and mond in Tagnone, 0 di cus intelligente
(Trova l'arba caprone). Si sbarca pochi li mari!
Oim le mi figliole,
Fate u so baliu I miei pegni cus rari,
17

Cull'indirizzu stampatu, Quandu tu iunie cul ( )


Ma dumani un po prte Tutti dovete salutare.
Ch'un pruntu lu bucatu
Li ti vogliu d pe nome
18
Che nun lu cunuscer ( ),
0 pe te a differenza
Una si chiama Ilorma,
Era ancu in lu bucatu
L'altra si chiama Nn
Li mittamu indu mezzu
Sorelle ci n'hai duie,
Che un fusinu taccatu
E fratelli ci n'hai tre
Ch'avianu d'and nella scola
Au ci n'aghiu sei,
In Aiacciu prelebatu.
Caru di mamma, cu te.
Sta zitta, a mi figliola, Lu miu agnellu di piggia,
Non parl cosi precisa, Che ieri tuttu vulaghiu,
Se tu uole mette tuttu, Aule chi l'ingrasser
Un basta una valigia, Ch'ha da vne Magghiu?
Che pe f quellu viaggiu ( 1 5 ) 0 lu miu Isepp'Antone,
Basta una camiscia. Oim, cume feragghiu?

In Seminariu eri a rosa, Arritu, lu mi figliolu,


In Seminariu eri lu fiore, Che iuntu lu Piuvanu,
Pe dire lu rosariu Arritu, lu mi Abate,
T'avianu fattu priore. E poi tccali la manu
Aiutateci Madonna, Di: So miglioratu,
Assisteteci Signore ! Au si so bellu sanu.

(14) Sulle spalle, cio tenere le sorelline con lui per proteggerle.
(15) La morte. (16) Col. (17) In Paradiso. (18) F i g l i e
g i morte.
175

Le amiche le dicono di riposarsi :

Quandu iunie pret'Antone, Si, che aghiu da vne,


Inculi'Abate Martinu, Domani allu Campu Santu,
Noi chiuderemu le porte, Ma che c'eru statu eu
E non parleremu a nimu, Un ci n'era mancu tantu,
Incaricaremu Nininu Ma dumani aghiu da vne,
A di che nun ci sta pi nimu. Sicuru, e me ne uantu...
176

VOCERO

di una donna per suo marito morto lontano da lei. Det


to da Luigi Micheli (Ghisoni, 1930).

Apritemi 'ssu portellu (1) M'av mandat' a chiere


Che i verso 'ssu pianu, Da Bastia li danari,
Iunier a nustra iente, Li aghiu datu eo,
6
Babbu sar in ansanu, Da 'Isoni li cambiali ( ),
Iunier Ianni Mar ( ) 2
Che tu ti fiss'onore
Dalla parte pi luntanu. A mezza l'uffiziali.
3 3
La mia ta'ola di a tola ( ) La mia ta'ola di a tola ( ),
Lu miu bicchiere di vinu Lu mio bicchier d'argentu,
Per bramare u to voltu, Du sar a cappella
Eo m'affacciu a u cuscinu (4), Che ti meteranu drentu?
5
O Ianni Mari', fratellu ( ), 0 Ianni Mari', fratellu
Lu fiore dillu sanguinu. Lu fior dillu regimentul

(1) Finestra.
(2) Il marito morto.
(3) Tavola sulla quale esposto un morto.
(4) Vocerando una persona morta altrove, la voceratrice si rivolge
qualche volta al letto vuoto, ove esposto un ritratto del defunto.
(5) Fratello usato comunemente per marito, come sorella per moglie.
(6) Ghisoni.
177

VOCEEO

improvvisato da una donna di Orezza. Detto da Madama


Mucchiello (Ghisoni, 1930).

La puta pur fa di core Iscrive vogliu in Orezza


Lu giardin di lu Trissiaghiu, Allu to' fratellu Antone,
Che ci falasse (1) pomposa 0 pomposa di mam
A spasso d'Aprile e Maggio. Che ti affara allu stradone.
0 pomposa di mam
Senza te come faraghiu? Lu Culinellu Suzzoni
Ha fatto lu catafalcu,
Ma lu pi che mi lamentu Poi l'ha fattu tuttu in neru,
E da voi, mia cugnata, Verniciatu tutt'in biancu,
Voi m'avete mandat' a d 0 pomposa di mam
Appena che gli attaccata. Ti c'emo da pone in altu.
Pomposa cara di mamma!
2
lungo la trovo appaghiata ( ).
Pigliatemi carte e penna,
Iscrive vogliu in Bastia Callamalo, voglio scrive
E mandarne la misura Le bellezze di mia figlia,
La cascia sia d'argentu Cus amabile e gentile,
D'oru chiave e serratura Che i anantu la sua sof
0 pomposa di mam Pare un angnulu che ride.
Averaine paura!
0 quantu faranu festa
Iscrive vogliu in Orezza L'Agnulli di Paradisu
3
Qual c' lu campusantu Quando 'edenu ( ) arriv
E poi c' lu so babb Lu to dilicatu visu
Che pigli possessu c' tantu, 0 pomposa di mam
O pomposa di mam 0 che morte all'improvvisul
Ti c'emo da pone accantu.
(1) Che ci scendesse la mia cara. (2) Morta. (3) Vedono.
_ 178

VOCERO

di una donna che piange il marito. Detto da Madama


Paolini (Ghisoni, 1930).

La morte per tutti Ma dilli toi un c' nimu


E pe' nimu c' eccezione E io un possu sta serena,
Che i pe' li po'aretti Diceranu la iente
E pe' li nobili persone Ch'eo so veramente scema.
Quinci un ci vole mezzi,
O Martinu, ne testimone. E chellu che iunie ava
Quandu Babbu mi un a te, 0 pi caru che t'avia
Ne vulia f una Signora, Ma un c'era iuntu mai,
Tandu, mi port in Bastia, In tre mesi di malattia.
E mi vest alla moda,
Se lu mi vedea stasera, Di 'un pi vdeti in casa
Cume so alla malora! A me m'ha da pare una svista
Mi metteraghiu in un cantu
Aghiu vistu li fiumi pieni, E col ci staraghiu trista,
L'aghiu vistu compili lu mare Mi staraghiu stonda stonda
So'come Limpia sullu sco- 2
Co' Maria e co' Battista ( ).
[glm (1)
Anche peghiu, al miu pare
Ordimi, o mi Martinu, Au iunie Prete Martinu
Anch'a te, quantu te pare? Culla spergia e culla stola
Istamani della to casa
Or indrentu lu miu pettu T'hannu da cacci fora,
Aghiu oghie tamantu pena Ma un si solu tu,
Trapassata cun una sferza Che pe' tutti i la moda.
E liati cun 'na catena,

(1) Proverbio.
(2) Star un poco con Maria, un poco con Battista.
- 179

VOCERO

detto d a M a d a m a Paolini (Ghisoni, 1930).

Cosa so tutti st'onori? Arrizzatevi, o dunne,


Perche stasera si suona? Non state da lontano
Per lu curatu Pancrazi, Ci vole fallu onore
Che la so cura abbandona, Ch'era lu nostro piuvanu
E lu so spirito divinu E un altru cume qu
A Diu per sempre dona A noi pi un ci daranu.

U N A SUOCERA I M P R O V V I S A P E R S E S T E S S A

(Vocer ironico). (Ghisoni, 1930).

La mane della mia morte


Ci sar un gran scompianto
Piengheranu i miei figlioli,
Con la mia figliola accantu.
Poi ghiungheranu le mie nore:
O Morte che sei stato tantu!

26
180

U N A SORELLA

P I A N G E SUO F R A T E L L O M U L A T T I E R E

Detto da Lucia Paolacci (Vivario, 1930).

Ah me, lasciatemi fa, Un mi piengniti le mule,


Ah me, lasciatemi di, Le (b)'ove co lu iumentu,
Ti vogliu chiama pe nome, Piengniti mi fratellucciu
Fratellu Petra Fel! Che menu eo mi sentu.
2
Un t'aghiu vista malatu, A tempu iuntu cul ( )
Eo un t'aghiu vista more, Mi saluteret' a Babbu
Giovane di dicianov'anni, E poi direte cus
0 mancu in ventiquattr'ore. Che di pienu s' ciutatu (3)
Fratellucciu di sorella, Ti t'ha legatu chiugucciu (4)
Mi sentu crepa lu core. E grandetta s'ha pighiatu

0 so tutti riuniti Fatte so li cavezzoni,


Dilli chiassi le zitelle, Pronti so li sonnalieri
0 che t'hannu fatta, Ch' a'emo a sente iunie
Fiore co su' randelli? (1) A fratuccio tutte le sere
Arrizzati o fratelucciu, Au quando un vene pi
Di merci a ste Madamigelle. Un avremu pi pinseri.

(1) Radici.
(2) I n Paradiso.
(3) Tramontato, che morto in pieno vigore.
(4) T'ha lasciato piccolo.
181

BALLATA

detta da Maria Susini, al Pacciale di Agnerono press


Portovecchio e da Maddalena Campana (Chiatra di Ver
de, 1932).

Falanu i fiumi pieni Hai promessu di mandarmi


Quandu alla montagna piove, Una lettera fiorita
Per ave tradito a me Invece mi hai mandata
Au hai data poche prove, Una di nera ammantata
E quantunque povaretta
Metti li piedi in barca Eo l'aghiu accettata.
Sopra lu bastimentu Nun ci vogliu pi fal
D'oro la galleria (1), Nu a chiesa d'a Madonna,
D'argentu lu pavimenta Che nun vidu pi mio cara
Non aspettanu che te, Arrumbatu alla colonna,
Fior dillu regimentu!
0 lu miu pomu d'ora,
Vinuta dell'Ninghilterra,
Tutte le mane di posta Sopra lu vapore di Francia,
Eo ne scendu allu paese, Lu bastimentu di guerra!
Per me lettera un accore,
Nun accore, e nun iunje, Mi uogliu vest di nera
Forse mi n'hai fatta un'altra? Come una sora pentita
Perch che nun mi scrivi? 'Ogliu pass in conbentu
Forse la manu ti trema, Li iorni della mi vita
Sciupata lu calamaiu All'etai dei vent'un anni
E truncata la porta penna? A mi giovintu finita.

( 1 ) Vedi TIGRI ; Rispetto 2 4 3


182

B A L L A T A D I MARTA

Detto da zia Rosina Castelli (Pacciale di Agnerono,


1925).

0 a latra della Morte Non bastu du Dottore


Come m'ha menatu appienu, Medicina e speziale,
Perch marcia a briglie sciolte, 0 cor della Surella
Senza ordine e senza frenu, Per var lu tu male,
Che mi marcia sempre ap-
[pressu Sentu strapp lu me core,
2
E un possu fare del menu. E s'adduzza ( ) lu me fatu,
E da Zonza e S. Ga'inu
Di guar lu tu' male Quantu t'aghiu cultivatu.
Ci n' moltu importanza,
Se Giovannetta (1) era un omu Tuttu la transiglieria
E po travers la Francia Mobilieria e danaru,
Avria trov li dottori L'emu da rigal alla chiesa
Che so' pratichi abbastanza Per allumin l'altaru.

0 Mart la me' Soredda!


Tuchemuci la manu,
A bdeci in Paradisu,
Un ci credu manc'avale!

(1) La voceratrice stessa.


(2) Mi sento arrestare il fiato.
183

BALLATA

raccolta al Pacciale di Agnerono (1925).

O Zi' Don-P, lu miu ziu, Tutti sorten a iuc,


Marchiate e andate a bolu, Nanzi a piazza soia,
Ch'ai d'and trov Tutti diconu Babba
Roccu lu vostra figliolu. 7
Esutu a mi fddiodda ( ),...
O Zi' Don-P, lu miu Ziu,
Prima l'a'emo in Franzia
V'aghiu da d un buddettu (1),
Suttu leggi francesi
Per avelu pi sicura,
Oghie, l'emu pi sicura,
L'avete da mtte in pettu
Sottu li chiavi inglesi,
Ad Araziu lu darete
2 0 L, o la mi suredda,
E poi ditelu che l'aspettu ( ).
I' e te, le pi offese !
3
O lu miu Ziu Antone ( ),
Tamantu m'ha fattu tortu, Annu, di questi tempi,
Ch'ha legata Maria ( ) 4
Festi lu vostra festinu,
E l'aveva pienu lu corpu, Passasti le nottate
Considerate o Suredda ( ) 5
Sempre a son di viulinu,
Tamantu pesu che portu, Quest'annu siete appartatu,
Anziche.ndu lu nanniddu ( ), 6
Avii lu mal destinu.
E lu su babbu e mortu.

(1) Biglietto.
(2) Il marito della vocenatrice, morto.
(3) Parla ad un parente.
(4) La voceratrice stessa. Suo marito era morto lasciandola incinta.
(5) Sorella.
(6) Cullando la culla.
(7) Salvo la mia figliola.
184

B A L L A T A D E L DOTTORE L I U N A R D O

Detta da zia Rosina Castelli (Pacciale di Agnerono,


1925).

Piange, pur Levie piange, La cascia ne sar d'oru,


Piange Zonza co' Tallanu, E le chiave di cristallu,
Ci che Liunardo era, E pe' far onor a voi,
Pi tarde lu viderannu Venuta di Portugallu,
Eo la dicu vera,
Lu dicu senza intervallu.
Quale pi che saner
L'ossi di li cristiani? Stamane di primavella
Che ghiunghanu rutti, La terra tutta in cultura,
E s'andeanu sani, L'alborelli son fioriti
Basta che li tucasse Ma fanno triste figura,
Liunardo co' le su mani Ma pe' voi, lu mio Colombu,
Apartu la sepultura.
So fallata stamane
Che non potea iersera Au c' la Cumpania,
Arrizati. 0 lu mi Colombu. Che canta di vera core,
E da motu a la tu sfera. Sentu di Oro pro e ,
Che nun era cus C'emu da port lu Dottore.
Di Liunardo la manra. Ges, Vergine Maria,
Tamantu questu dulore.

Come l'a'ete passata Se voi vulete sap


0 Sci Dottore a notte? Ci che in chiesa preparata
Sareste statu tranquillu, Un gabinettu fiorita
Ch'erano chiusi li porte? Tutt'in seta travagliata,
Se a'ete fattu cus In direntu c' da mette
Nun c'era entrata la morte. Lu cerusico malata.
185

BALLATA

improvvisata da zia Ninnina Manarini, di Conca, per,


la morte di un cugino. Detta da zia Ghiuanetta (Ba
vella, 1926).

A me mi scusarete A saluta lu su Patronu ( ). 2

Che un iungu che avale, Lu fu troncu la spina,


Ma un aghiu trvu piacere Parch non nomina pi
Ne oghie ne arrimane. Lu nome di Disolina ( ). 3

Da una triste novella


Che m' ghiunta da luntane. L'hanno tumb in un stradonu
Dicinu ch' morto Ziu, Alla salvatigina
0 lu mio iallu Romanu! Ma l'hannu trov in bracciu
All'Angelu Divinu.
Al morto : S collate imbracciate
Alla Salva Regina.
E lu pi che mi dispiace
E che Bianca furastiera 0 Lil, la mio sorella,
Ma se tu nun mi voi crde Sirena, la mi cugina (4)
Pesa e mi guarda in cera. Or v mi aspettarete
5
Che valghenu ( ) al Casteddu
Lu mi Angelu Francescu,
Mischiatu zuccheru a mele, Voglio chiama lu mi ziu
Lu sangue di li tu vene Con tutti i so leoni (6),
Oghie diventata fele Che mi valga alla Pianiccia,
Sar ghiuntu lu pedone,
Or mi son dimenticata, Perch da lu conduttore
7
Di numa a Zia Cecchina (1) Serrata porta e balcone ( ).
(1) Moglie del morto.
(2) Suo marito.
(3) Disolina, figlia del morto, fu ammazzata giovanissima da un ban
dito che, per scherzo, mirava il cestino che la ragazza portava sul braccio
(4) Serena Manarini, di Conca, improvvisatrice di molte ballate.
(5) Scendano al Castello.
(6) F i g l i .
(7) N o n rimane pi nessuno della famiglia.
186

VOCERO

improvvisato a Levie da una pastora per la morte del fi-


glio. Raccolto a Bavella, nel 1924, dalla bocca del sig.
Folacci.

Agbiu perdutu Ant (1), Prominandu lu stradonu,


Lu mi dulce canastronu ( ), 2
E po sentu d ognunu:
E poi aghiu rese le uide Lu sci Roccu Salamonu!
Manu a Ghiuvan e Adonu,
E po' aghiu a Catalina Sapete che l' quattr'anni
Che la tengu a canteronu, Che l' calatu lu sole
Ch' a presu delli Peretti E po' calatu pe sempre
Dunde Roocu Salamonu, In un nuvolu maiore.
Che nant'a le su pianure
Ci luce lu porcafonu ( 3 ) .
A chi me mena allu cerchiu
And ci bela un vitellu, A chi mi rompre le doe
And ci pasce un agnonu, Eo senz'ascolt nimu
Anche li so cavalli Allevo le mi figliole
Si conosconu allu sonu, E po' la iente e lu mondu
5
Attaccati alle calesce Le pagher lu Signore ( ).

(1) Il marito.
(2) Dolci fatti per feste.
(3) Secondo le tradizioni crse il Poroafonu appare durante la,
messa di S. Giovanni e sta a guardia di una fossa nella quale i Genovesi
avrebbero nascosto un tosoro. La sua forma talvolta quella di un agnello,
talvolta quella di un vitello. Chi lo vede pu impossessarsi del tesoro.
Vedere il porcafonu sinonimo di essere fortunato.
(4) D a quattro anni le morto il marito.
(5) Si raccontavano diversi pettegolezzi sul conto della voceratrice.
BALLATA

improvvisata da una ragazza di 17 anni, che piange


per la prima volta. Detta da zia Serena Manarini di
Conca a Bavella nel 1923.

Qual' questu chi mi chiama? Per tisarlu lu chininu,


Quall'invita mi vole E sciroppu pitturale.
A pigli questa partita,
A diciasett'anni soli, 0 lu miu Ziu P,
Aghiu una lettera da f
Ma mio tempu nun lu permette All'entrata delle Porte ( ), 2

Che mia vita minore, Da rimette a Pap.


M'inbitanu allu caff
E a magn li ravioli, Se nun lu cunuscite
Ma eo di quessu un ho vogliu Vi dar un bon signale,
Mi si opone lu core. Ch' a le polse ha lu gallone,
Allu fancu ha la spada
Sentu ride u Zi' P (1) Ha lu so partigiamentu
3
Dice di chiama lu speziale, Di Guardia Ginerale ( ).
(1) Zio Petru, il morto.
(2) L e Porte di Paradiso. Il suo padre morto.
(3) Equipaggiamento, uniforme di guardia delle foreste.

BALLATA

detta da zia Serena Manarini (Bavella, agosto 1923).


Una sorella piange : Che tu non avesse male
Nel tempo della estatina,
Tu n'hai d'and in Bavedda 0 la mia Tit minuta,
Tua salute riavere, E la mia sartora fine!
Donde sorte il sole, Che cacciai li tu fronde
Donde cala la neve. Mezzo Marzo e Aprile.
27
188

VOCERO

improvvisato in morte di un'amica, da Parsila Maestrac-


ci di Zonza, famosa improwisatrice, e raccolto dalla sua
bocca nel 1926.

0 morte, crudele e ria, Vedo curre il mondu in fletta


Stamattina hai fattu un fallu Da luntanu e da vicinu.
T'hai piglita a Maria Ognunu fora t'aspetta,
2
Lu miu arangiu Portugallu. Confusione a San Ga'ino ( )
Di speranza m'hai privatu E tu stesu su la tola
0 mi tirannu in vallu. Senza prefer parola.
0 la mia acqua d'adori Sentu son le campane
Lu mi specchiu di cristallu Cun gran furia e molta pressa
Lu mi candidu ligori 0 fors Maria stamani
Lu mi aranciu Portugallu ( ), l
Volle and a sente messa?
La mia coppa inargentata Ti vigu cos abbigliata
Che sta in tavola piazzata. Cume nuvella spusata.
Due so li to' manieri? La mia richiarata aurora
Con el tuo dolce trattare? Ch'apparisce all'oriente
Arritta un momento in piedi Fussi in casa, fussi fora,
Per un pocu a conversare Sempre allegra e cuntental
Solu per questi Signori Oggi ne sei cambiata
Che son qui per farti onori. Come la luna inscurata.
Tu non senti li toi figli? T'hannu missu li scarpini
Piangenu con voce acuta, Con bel vestitu alla moda,
Pi non senti mi consigli Il cappellu e i guanti fini,
Forse fiducia perduta? Con la ricamata coda;
Unu grida, l'altra chiama, N'emu lu ventu di maggio
La sua affetuosa mamma. Che tu vuli fa viaggio.

(1) Vedi TIGRI, Canti Pop. Toscani, Stornello 1 9 5 .


(2) San Gavino di Carbini.
189

D'acqua santa benedetta


Il tuo cor pi nun si bagna
Ni serai chiusa e ristretta
N'una remita campagna.
Dove ancora sta in riposu
Il tu' ziu affettuosu.
190

VOCERO

detto a Calenzana (1930).

Abbiamo fattu lu contu, E col c'era lu latte,


E tiratu lu pianu C'era lu cacciu e lu vinu,
Di purt lu Ziu P Un ci sar mancatu
Allu principiu di veranu (1) Manzu ne salvatigginu...
E l'avia da purt Averia postu le cappie
Lu to babbu pianu pianu. Francescu lu to cuginu ;

E a causa l'aria pura, T'averebbe furitu


Avia d'and luntanu. Cume lu rosulu marinu... ( ) 2

(1) Primavera.
(2) Rosmarino.

VOCERO

detto da Paolella Cipriani (Guagno, 1930).

Stamani, o sciu Curato,


Da voi vurrei un favore
Arrichti u vostra mondu
E sponete u gunfalone
E poi aghiti piet
Di a mia posizione
Oggi, Ch, cara di zia
Te ne vai ind Mammona (1)
Dicerai che la rivenga,
Che l' sempre la padrona.
Se la un po' f altra cosa,
Dioer a so corona.
(1) V a i a raggiungere la nonna in cielo.
191

VOCERO

detto da Paolella Cipriani e Ghiuvanna Leca (Guagno.


1930).

Esola, a mi Maddalena, Che m'affaccu allu portellu


Esola, a mi tortorella, E bideraghiu altre fora,
0 a mi erba barona (1), Nun ci videraghiu pi
0 a mi erba culella, A mi fiore dilla viola,
Chella che nasce di verano Chella che tirava odore
N'a bocca di a Messagella. Tant' in casa come fora.

0 Matal della mamma Cosi bella a su voce,


Fala nu nostra giardinu Chella di a mi Maddalena,
Che so li fiori sparti A sentila cantai
Spigu e rosolu marinu Pareva una sirena,
Tandu, lu contenteria Cume far a to mamma
Tuttu lu nostra vicinu. Quand'ella sar a scola?

0 Matal della mamma Portate li vostri panni


Culla nu n u s t r u salone, Ghiuvenelle che ne ha,
Tandu lu cunteteria Quelli di a mi Maddalena
Lu sci babbu e sci duttore Son anc a spaghet
Mi bicchiere di cristallu 0 speranza di a mamma,
Versatu pien di liquore! Che ne hai pi da f.

0 Matal di mamma, Mi dicerete a e to sorelle


Mi, che c' tanti fristeri, Che mi ne voglio uant.
Chiamali tutti in casa Ma come le me'e le figliole
E versoli tanti bicchieri, Tuttu lu mondu un le ha
Tu che a sapia f Le me'e un sentanu u paese
E a facia vulenteri. Che sentonu di citt.

(1) Timo delle alte montagne crse.


192

3
Ritta a mi Maddalena, Disse '1 Seminatore ( ),
Tu n'hai da sta qu Due avete studiatu?
N'hai d'and in Aiacciu Ch'omu paru a questu
Co tu fratellu Ghiuan Bat Un mi n' anc cascatu!
0 Iuv, lu mi fgliolu Aghiu studiatu a Guagnu,
Tu eri passatu primu Lu paese che so natu,
2
Quandu tu ti prisentasti ( ) So fgliolu d'un dottore,
Di trenta fusti '1 primu So nipote d'un Curatu...

(2) A l l ' e s a m e . (3) D i r e t t o r e del S e m i n a r i o .


193

VOCERO

improvvisato da Angiola Maria Grazini, di Venzolasca,


per suo nipote. Detto da lei nel 1931.

Dicinu ch'un aghiu in guer- Cume l'hai passata


[ra (1) 0 nipote, a nuttata?
Ma ci volenu curraghiu Credo che la toa moglie,
N'ghju avutu furibondu Si sar riposata
Lu venti cinque Maggiu Bedo che la malattia
L'unu l'hannu lampatu per tar- E tutta cambiata,
[ra
2
L'altru mi hannu sarratu. ( )
Nun mi piace la parata
Sapete da quellu luogo
3 Pneli lu s bistura
Nun putete riacull ( ),
4 Quella di Sargente,
Una pingula ( ) amara
La fa pi bella figura.
Ci bole ingola e fa fal, La si deve port
Mi faccio segnu di a Croce Finche lu mondu dura.
E poi chiamu mio Angelo
[S (5).
Poi chiamu Angelu S L'hai poi d'adorn
0 lu mio disgraziatu Di bestilu da Sergente,
Eo credu che lu Signore Che s'ha da present
6
Un m'area cunducatu ( ) A nostra Sottu-tenente ( ) 7

L'hannu tumbu a diciott'anni Ch lu possa conosc


Senza fa nessun peccatu. Quando lui iunge prisente.
(1) Si rimproverava alla voceratrice di non aver figli alla grande
guerra.
(2) Il 25 M a g g i o un suo figlio fu ammazzato in una questione nel vil
laggio e l'altro messo in prigione.
(3) N o n si pu pi tornare dall'altro mondo.
(4) Pillola.
(5) Suo figlio ammazzato.
(6) Condotto, il Signore l ' a v r abbandonata in quella circostanza.
(7) U n parente morto.
194

Se' stat'alla 'uerra Quando arriverai


Hai bistu abbastanza 0 nipote in quelli confini
Sei statu liberatu Che rincontrerai
Dilla triste circostanza, Tutti li to cugini,
Tu sei talentata S'elli un ti conosceranu,
A more in questa stanza. Di': So Agostinu Landolfini.
8
O Santa, a mia nipote Quante po'ere mamme ( ),
La surte cus ritrosa, Si sentenu vene menu
Persi lu to marito, Morti so li so figlioli
Eri cus amorosa Sono sopra lu terrenu,
Un so mancu duie anni. E tu, la mi sorella,
Se stata vedo'a e sposa. Non hai riflett pienu.

{8) Parla delle madri degli uomini morti in guerra.


195

VOCERO

improvvisato da Angiola Maria Grazini, di Venzolasca,


per Saveria, figlia di una vicina. Detto da lei nel 1931.

O Sav, m'hai inbitatu 0 lu miu cornu d'onore


A quessi fatti ritrosi 0 lu miu pienu d'affetta
Perch in questa casa Arrighi cumpassione
Nun sortenu mai spose, Stamane sopra stu Ietta
Sortenu le giu'anelle A chi un piange stamane
In delle casce chiose (1). Un trova core in pettu.
O quandu n'arriverai Aghiu lu core annodatu
0 figliola a quellu statu ( ) 2
Ma cun una furte catena
Che tu sei bell'istruita Pienghimula cun calma
Sei eri capitata ( )3
Dunque riflettemu a pena
Manderai la tua mamma Chi lu l'ha fatta lu Signore
A conbia a tu babbu. Minca la iente terrena.
Manderai a to mamma Vedrai di ogne parte
Colle to due sorelle Guarderai ad ogni via
0 (b)elle cume la luna, Credo che l'incontrerai
Belle cume le stelle La mio figliola Lucia
Nun le lascerai bene sole Dite ch'ella si ne venga
Che benerai cun elle. Ch'au l'ora seria.
Se t'eri campata tu A me mi cumpaterannu
Feci onor allu paese Tutte quante le persone
D'anda indu Campu Santa Credu si meteranu
Son atti intrapresi, Alla mia triste posizione
Ci ti pertirai in Bastia, Che m'ha fatta trabighi
4
Che sai parla cursu e francese. A mia doppia dolore ( ).
(1) Altre due sorelle erano g i morte.
(2) Al Paradiso.
(3) Che tu sappia il da fare, perch sei arrivata nel Paradiso sola
m e n t e ieri.
(4) La Voceratrice ha perduto due figli.
28
196

Eo so piena di pene 0 lu pi che mi rammentu


S0 colma d'affani E di lu Corpu di Cristu,
Eo credo che le persone Eo vedu li mi parenti
Si vestono delle mi' panni Cume l'avessi mai vistu
Uno di venticinque Pe' me e pe mia famiglia
Uno di quindici anni! 0 che giornu cos tristu.
197

VOCERO

improvvisato da Angiola Maria Grazini, di Venzolasea,


per il sig. Antonio Andria Filippi. Detto da lei nel
1931.

O se la putesse fa Preparate la cuppetta


Culla murte la bindetta, La cucchiara d'arigentu
Eo la lamperia pe terra 0 lu Sciu Antoniu Andria
Quella cruda e maladetta Avete pocu talentu
Eo ti vuria bindic All'et di benti anni
4
Culla spada, culla spaletta. Sepoltu in un cunbentu( )
Tutti li iorni di bosta Lu cunbentu ch'io parlu
Che n'arriva lu vapore Un minca di sore e frati
Mamma in aspettia E un gran propriet
Se la chiama lu pedone ( 1 ) Dei Filippi nominati
2
Soga ( ) ch'un trovi inchiostra Du riposami in cimentu
Ora so che tu un pole ( ) 3
Du sono conducati.
Ditelu a la tu sposa Via, apritemi sta cascia,
Ch'hai rinviatu li pegni S'arresti lu funerale,
Ch'hai mandatu lu ritratu Ch'el Signor Antoniu Andria
Involtu culli capelli Possa and duve lu pare.
La to po'era mamma Vi ne partirete in Francia
Oggi si consola co quelli. Rinverete generale.
Stamane siete uaritu D'arrivare un generale
Eo vedu apartu le porte Nun saria un maraviglia
Del Signor Antoniu Andria Che ci so li Culunelli
Ognunu piange la sorte In questa nobile famiglia
Che causa di qu Allu sciu Antone Andria
E la scelerata morte. E Diu che lo si piglia.

(1) Postino.. (2) Forse. (3) So che tu non puoi scrivere.


{4) U n a tomba.
198

Cosa i, tutta 'ssa iente? Via, chiamatemi la iente,


Tuttu 'stu riunione? Onitemi le zitelle
Via, allevatevi di qui, Date a me forza di roba
Date soddisfazione, Si facciami le fritelle
Arriva tanti signori Lu vinu cu li licori
6
V'attendono nu salone. E li grandi canistrelli ( ).
5
Boi, 0 Signora Tr ( ). B'aghiu fattu le camiscie
Dite, cosa a'te pensadu, L'aghiu vulsute bone
Del Signor Antone Andria Eo l'aghiu vulsutu fa
Non mi piace lu paratu Pe la conscrizione
Bi diviate dirangi Ma voi l'avete portate
E rendimilu spusatu. A l'Eternit a gode.

(5) La madre. (6) Per il matrimonio.


199

VOCERO

improvvisato da Angiola Maria Grazini, di Venzolasca


per una amica. Detto da lei nel 1931.
Ma di piange li morti E un hai cumpassione,
Au un l' pi usanza, Ma bisogna cumpatirla
Ma eu vogliu parl cun te Lu cumanda lu Signore.
Che c'aghiu cunfidanza,
Perch eu di dulore Ma che giova di parl,
Aghiu pienu quista stanza. Li discorsi sonu vanu,
Quindi un possonu torn
O Morte, che tu scia tinta (1), Perch lu logu luntanu
Sei senza riflessione, E un hannu lu permessu
Pigli li vecchi e zitelli, Di lu grande Diu Sopranu
(1) Che tu sei maladetta, che tu mori.

VOCERO

improvvisato da Angiola Maria Grazini, di Venzolasca


detto da lei nel 1931.
Quandu tu n'arriverai, Tenevanu pienu un cantu
O figliolu in quellu statu (1) Lu pi che piglia piazza
Che tu n'incontrerai E lu miu Angelu Santu ( 2 ) .
La mia mamma e lu mi babbu
Culle mi sei figliole Stamane, o Zia Francesca,
Sarai bell'accompagnato. Piangete la vostra piet
Voi l'a'ete innanzi
O quanti che n'aghiu Voi vi putete sfog
Nentru lu Campii Santu, Dunque riflettete a noi
3
Se c'eranu riuniti Ch' mortu in mare ind ( ).
(1) In Paradiso.
(2) U n figlio della voceratrice ammazzato.
(3) U n altro figlio morto in Continente.
200

VOCERO
detto da Angiola Maria Grazini di Venzolasca (1931).
F a t t o da sua cognata Lucia Grazini per un suo zio.
So' collata allu Conbentu Tronca il pi bellu tallu,
Duve so' le porte furte L'erberu di tanti frutti,
0 mamma, cus amurosa O Ziu, per i po'aretti
L'aghiu fattu tante uolte Che cuntentavati tutti!
Ma di falaci inseme Che boi partite stamane,
5
Sonu chiuse chelle purte (1). L'affari so troppu 'rutti ( )
4
E poi sonu rivultata Anch'a boi, o Zia Mar ( ),
Di versu lu Campusantu Eo vi vogliu di una cosa,
La vustra cara surei la Che lu tenete caru,
Mi ha chiamatu tantu Mostratevi valurosa,
Per sente la vostra murte Che l'un lu tempu au,
O Ziu, mi bengu mancu! Di sta qual in casa chiosa.
Se boi state a sente a me, Filiciolu piange forte,
0 Ziu, so bell'e fiera, Listessu face Luigi,
D'intim guerra alla murte Credu allu su core,
Che simu una bella schiera So strapati li radici,
0 s'ella fusse chella Perdendu lu so Babbu,
Che sta sopra 'a Bandera. ( 2 ) Omu di tanti prodigi.
0 Ll, la mia cugina,
Anche te se' mal cuntenta,
Se tu ti mariti,
T'ha lasciatu carta 'ianca,
Ma pe' av i su pari,
Perdi pur ugni speranza!
(1) La madre della Voceratrice, morta tempo fa, deve sapere che i
morti non possono ritornare con i vivi quando questi vanno a visitare le
tombe.
(2) Le donne sono pronte a combattere colla morte, anche se terri
bile quanto la figura di essa dipinta sul Gonfalone della Confraternita.
(3) Brutti.
(4) La vedova.
201

VOCER P E R U N A D O N N A MORTA I N P A R T O

detto da Saveria Paoli (Venzolasca, 1932).

Estamani so sces' aposta Avete lu vostra libra in manu


Pe fasciare a chinina (1) Pe cullavi alla messa
Ora datele la tetta Arrizzatevi o Signora
O Signora Catelina Che lu populu aspetta.
Creatu d'u vostra ventre
Pe fa l'ultima rama. Ch'avete lu vostra papa
Accantu lu vostra sposu
Cullerete in Vallecalle Qui di sottu che spasseggia
Ma un ci starete tantu Tuttu triste e dolurosu
Senza voi un si po' stare Che l'hannu da serra
Cara lu Sciu Giuvan Santu Lu so pegnu preziosu.
Piglierete una calescia
E li faterete aceantu. Ma se l'era pe'danari
Pe' i messi, o pe' impegni
B'hannu fattu un catafallu Cipriani e Limarola
Cume un beru chiesola Ne trapassano li segni
Du l'ha d'and dentru Ma la morte ha putenza
Catal a mi figliola Che distrugge ancu li regni.

(1) Bambina.
202

VOCERO D I B A R B E R A MARIA

fatto da Maria Angiola Barcelli, detto da Saveria Paoli


(Venzolasca, 1932).

T'hannu portatu in Bastia Arritu a mia figliola


In l'ospedale maggiore Ch'ava sona la Cicona
Un c'hannu posutu oper Ma le figlie di Maria
Coppi eranu l'interiori Aspettami a te in persona
T'hannu riporta in Venzolasca Arrit a mi figliola
Ripinta di rose e fiori. E dille una parola sola

In casa di l'Antomarchi Arrita a mia figliola


Tutti sonu in dispera Ch'abbemu d'and magn
C'hannu la sposa bronta Fami tu atta di manu
Ma ci manca lu braccieru Se tu un poi parla
A bedeci Barbera Mari' Che lu mundu tutta qui
A bedeci in alta celu. E un vole pi aspett

In casa dill'Antemarcia Quandu tu ti iungnerai


Oghie so lacrimi e pienti In quellu logu serrata
Ma che tu partisti tu Bascerai Anto Luigi
N'eranu scuntenti E a Carlu to cognata
C'hannu trovu dispiaceri Sai b ch' stata in guerra
L'amici cu li parenti. E st'inbernu l'ho sognata.

Stamani in piazza chiosa T'hannu fattu fa una cascia


C'avemu un bellu vede Cu i manichi d'argenti
Che c'aghiu a mia figliola Cu lu tu Crocefissu sopra
Arripinta di candele Culla tu Croce nantu
Ma lu pi che mi dispiace Ma tu vai pe' Mezzana (1)
Che un l'aghiu pi d'avere. Tu a passa lu tu tempu.

(1) Il camposanto.
203

VOCERO

detto da Madama Gavini (Venzolasca, 1931).

Ti vole'u fa un regalu Figlia d'un presidente


In vita tua durante Surella d'un amiragliu
Ti la vogliu fa a morte Famiglia cus putente.
Che so tu fidatu amante
Mi lu levu e te lu donu Al coru della tu' tomba
Un richissimu diamante. Ci metter una campana
D'arigentu lu pi pura
Questu lu cumprai in Egittu E batter la Diana
Mi cust mille fiorini La soner nustru prete
Era duttu d'ora maschicciu Sei volte pe' settimana.
Dei pi diamante fini
Cunservalu eternamente Sopra l'artare maggiore
Ben che non siamu vicini. Ci metter due candele,
Ch'essi stian sempre accesi
Ti vogliu fa una tomba Da Natale a San Mi'eie
D'una rara architettura Quess'occhi del tu' amante
Di marinara la colonna Verson sempre acqua e fele.
E cristallu le sua mura
Ind tu starai nell'urne Prima ch'eu ti lasciu o cara
Infinch lu mondu dura. E' ti dir un D Profundi
Inseme d'un Agnus Dei
E sopra ci vogliu scrive: Quis tola peccati mundi
Qui giace donna importante Dunque abbracciu lu to visu
Nipote d'un generale Arrivederci quassundi.

29
Voceri
per morte violenta
)
VOCERO
improvvisato dalla madre di Carlo Domenico, ucciso in
Perelli d'Alesani. Detto da Adelaide Vinciguerra (Ghia-
tra di Verde, 1928) e Lucia Paolacci (Vivario, 1930).
Ghiuntu Paolu Francescu Arritu, o Carlu Dum,
E t'invita alli migliacci Ch'm di and in Cerbione,
E tu caru dilla mamma Cumpr una carabina
5
Fusti prontu pe' falaci (1), N'a but'a ( ) dei Mannoni
Ghiuntu in fundu alli chiassi E pe me mi porterai
T'avianu tesi li lacci. Un vestita senza fioroni.
Quandu n'intesi lu golpu
Arritu, o Carlu Dum
Corsi nantu lu scalone, Che lu nun tempu di dorme,
2
Tu cullavi ( ) pe' lu chiassu 6
Pe av tumbat' ( ) a te,
3
Gridendu Cunfessione ( ). Nun s'hannu cacciata corne,
Di mamma, o Carlu Dum, Che si troverannu sempre
4
0 lu mi spegne-fugone ( ). Pret'e frate e so' donne.
Eri sera u piuvanu
Lu mi cherse pe' piace A quale l'hai legato
Che tu un surtisse fora, A vigna di e Mezzane?
Di mamma, o Carlu Dum, A gasa di li Perelli,
Che le balle e lu biombu Tutta pinta in persiane?
Ieranu pronti pe te. 0 Carlu Dum di mamma,
Averianu lu crragiu Che si serranu istamane
Di vult le spalle a me?
(1) Scendere.
(2) Salivi.
(3) Desiderando confessai si prima di morire.
(4) Vedi pag. X I V .
(5) N e l l a bottega.
(6) Ucciso.
(7) Finestre chiuse in segno di lutto.
208

8
Au colla la cola ( ) La met di lu casale
E colla a Cerinone Eo la ci 'ogliu ioc,
A mettit so candele Pe polvere, per chertucci,
Quarche artru torche e cironi Pe fati bendic,
Di mamma, o Carlu Dum Di mamma, o Carlu Dum,
Le pagherannu in palloni. Bai pure, e nun ci pens.

Un vogliu pi sente nunda,


Un vogliu pi sente cunsigli,
Ma che au so becchia,
E mi trovu indi perigli.
0 sorte, che stai a f?
0 Morte, che nun mi pigli?
(8) Ora cola la cera.
209

VOCERO

improvvisato in Loreto di Casinca per la morte di Gio-


van Pietro Vinciguerra, ucciso da un cugino per que
stione d'interessi. Raccolto nel 1926 ad Asco, dalla bocca
di Madama Carboni.

Ecco ci che hannu fattu Mille franche ogni cippata,


0 Alessandra Vinciguerra (1) Giuan P, cara di mamma,
Lu su bullone ad ellu 0 sorte disgraziata!
L'hannu lampatu in terra
E domani a mezzu iornu Giuan Petra nun mortu,
Lu mettenu sottu terra. Ch' a spasso cu l'amici
Hannu a sparte lu casale
Sentu lu rumore in piazza Di lu sci Antonio Luigi
Lu romitu d'u cavallu Hannu da metteci il pi
Affacati o Mercant (2) Ma hannu trvu le pendici.
Che so che arrivatu Carlu,
Ma a me mi pare che dicanu' Lu sangue di Giuan Petra
Che so giandarmi a cavallu. Si spartii pe' la piana
Lu cacceanu le donne
Su, pesatelu di vita, Quando vannu alla fontana
Su, levatelu di spalle, Giuan P, cara di mamma
Guardate la so' firita Mi pare una cosa strana!
Dove l' entrata la palla!
Av arrivatu Manfredi ( ) 3
Lu sangue di Giuan Petra
Da Bastia pe' medicalla. Lu si magnanu li cani!
Fattu un dallu Signore,
La valle di Pietranera Fattu dalli Cristiani,
A noi si che c' costata, Giuan P, cara di mamma
Li costanu li bulloni Lu tu cuginu carnale!

(1) Il Padre. (2) U n altro figlio. (3) Medico molto conosciuta


210

4
Chi lu risecchi lu 'racciu ( ) Mercant, caru di mamma,
Chi lu si crepi lu core Scrivi a lu tu fratellu,
Non feccia innanzi lu boia 5
Che avemu la carne fresca ( )
Che studi pe lu dottore? Senza andare a lu macellul
Contru un cuginu carnale Che dellu me Giuan Petru
Ha commessu tantu orrore. N'hannu fattu unu flagellu!

(4) Braccio. (5) U n o morto assassinato.


211

VOCERO
Improvvisato a Zicavo nel 1911 da Giuditta Piazza dinanzi al
cadavere del fidanzato Carlo, di Forciolo, paese poco distante da Zi-
cavo, ucciso dai gendarmi dodici giorni prima del matrimonio. In-
sieme al proprio cugino Domenico, Carlo era venuto a diverbio con
i gendarmi, che sparendo contro Domenico, uccisero Carlo per errore.
Giuditta impazzi per il dolore.

detto da sua cugina Ninnina Lecce, di Zicavo, a Ba


vella nel 1923.

L'ottu, sera di Settembre Or, portatemi alla stanza


Giorno della Nativita ( ) 1
Che per noi era preparata
Mi arresta sempre impressa Tutt' pront' e preparatu
La to' morte, la to' vita E conformu e regulatu
Eo ti lasciu, ti abbandongu E non ci mancava nulla
Triste, vedova, e smarrita. Che convien a nostru staili.
Alla Suocera:
Ghiunse in Zicavo l'avvisa. 0 mamm di lu mi core
Nel miu paese natale Pienghimu li nustri guai
Disinu che Carlu indispostu, La sfortuna e l'imprudenza
Ma non c' nulla di male C'hannu fermatu le porte
Al contrariu eri sicuru Per potecci superare
Mio arcu triunfale! Non c' altru che la morte.
A Domenicu:
Mala che m'era la sorte Oim, dunde nu simu
O se pure era lu destimi Pe to troppu ambizione
A l'entrata di Forciolu Megliu che fussi mortu
Alle case pi vicinu Domenicu, o in prigione
Mi disinu: Carlu mortu Che disfattu lu tu logu
Lu mi rosulu marinu! E la nostra posizione
(1) Nativit di Maria Vergine.
30
212

Al morto: Un so pi giovane sposa


Fantina ne maritata
Guarda e mira lu to babbu Che la Divina Custodia
Cu la tu mamma venale Per me s' mostrat' ingrata
2
Pienghinu co dolu amaru ( ) E non ha fatto attenzione
Lu su cieranu pasquale A Giuditta sfortunata!
Lu su cipressu frundutu,
Lu su albera principale.
Alle feste di Zilona
Eri tu lu mi pontellu Partisti tutti cuntenti
Eri tu lu mi tesoru Ma incontrasti li gendarmi
La mi rama preziosa Orgogliosi, impertinenti
L'ancora della speranza 3
Sono figli di molti nomi ( )
T'avia sceltu alle mi occhi E nutriti a tradimenti.
Per cumpagnu d'allianza

Saranu ghiunti in caserma


Dicendu che Carlu mortu
Si sonu messu d'accordu
Pe' diriger lu rapporta
La videremu pi tarde
Che il dritta sar torta.

(2) Ossia Dolu rossu. (3) N o m i ingiuriosi.


213

BALLATA

improvvisata da Zia Milena, di Conca per suo fratello,


ucciso dopo una discussione politica all'uscita della mes
sa. Detta da Madama Murzy, di Conca, a Bavella nel
1926.

Sonu venuti da Conca Un m'aghiu da scorda mai


8
La Stola e la Cumpagnia (1) Di lu Pian dillu Casteddu ( )
9
Dite, l'avete chiamati La ganz di lu vadinu ( )
La mi' Franeescu Maria? A cuddetta dillu Fureddu ( 1 0 )
O Ceccu dilla soredda ( ) 2
Dunde lu se n' seutatu
Perch un ghiungi dalla zia? Lu sangue d'u mi frateddu.

Ma soga (3) vene bas.su Aghiu presu lu tu sangue


E pa' la crocetura ( ) 4 N'ortu l'aghiu incascettato
E' scender co' Ghiuvanni Purch di li tu nemichi
La mi chiaragia ( ) matura 5 Ch'ellu un fusse calpistratu
Che l'emu da d alla mam- 0 Ceccu di lu mi core
[ma () Lu mi bianou e dilicatu.
Stamane, po sta sicura. Quandu tu ti licenciasti
Da la Cumun di Diu (11),
7
L'emu da fal ( ) qual Ti strapasti un fiore
In quel eterna sepoltura In piazza di Geromiu
O la ladra della morta Per rimetter al Signore
Che di noi non ha premura! 0 lu mi fattu a desiu!

(1) Il p r e t e e la c o n f r a t e r n i t . (2) Sorella. (3) F o r s e scende.


( | 4 ) Crocevia. (5) Ciliegia. (6) L ' a b b i a m o da d a r e alla m a m m a (gi
morta). (7) Scendere. (8) Castello. (9) Il g u a d o del ruscello.
(10) L a collina del F u r e l o . (11) Sortisti di Chiesa.
214

VOCERO

improvvisato da Zia Rosina Castelli in morte della fi


glia. Raccolto dalla bocca della improvvisatrice al P a c -
ciale di Agnerono (1925).

6
Av ci so' da lu pasciale (1) Qui sopra a sta tola ( )
Hannu lu capu nieddu ( ) 2
Eu ci vurria a vena
Che nu pasciale di Porru Che dicerannu la iente
Canta lu malachieddu ( ) 3
Che di noi ci senta pena
Par il nome non ti chiamu La me Angiola Maria,
Che in capu aghiu lu man- La me pascia sirena!
[teddu Ma eu da lu dulore
0 tesor di la tu mamma Ritta nun mi possu tena.
In pettu aghiu lu culteddu.
E stamani lu to babbu
Lu mi gigante sueddu (4) entrutu e t'ha abbracciata
Un l'avessimo mai vistu La me Angiola Maria
Quiddo regnu francescu Te n'ha da and spusata,
L'ha portatu allu maceddu ( ), 5
Che te n'ha d'and in Francia
E ancu li ladri assassini Ch'ha pegatu un impiegatu (7)
L'a missu allu dueddu. Par ch ci vicu in portu
Lu battellu preparata

(1) V i l l a g g i o di montagna ove stanno d'estate gli abitanti della p i a


nura orientale malarica.
(2) Niello, nero.
(3) Maluccello, civetta.
(4) Gigante bello.
(5) Allude al figlio morto in guerra per la Francia.
(6) Tavola ove esposto il morto.
(7) H a i preso, devi sposare, un impiegato. S'incontra spesso questa fi-
gura nei voceri, che la morte si deve sposare e partire in viaggio.
215

BALLATA

di Iacomo Cucchi. Detta da Zia Rosina Castelli, Pac


ciale di Agnerono (sett. 1925).
3
Or, di vene sopra qui Lu mi gigante sueddu ( ),
Or, da ugni parte senta Tirata a salvaticinu
4
Vedenduti preparatu Capitata era in Oronu ( )
5
Di parte in questa momentu U popolu saracinu ( )
E da tutti abbandonata Ma perch tu fossi solu
E da ugni medicamentu. 0 l! di lu tu sanguinu,
T'hannu ferit' e tumbu,
6

Stamani, ni la to' casa S'hannu fatta l'azziminu ( ).


Ci piove grandine e venta
Canzatu lu terremota La famiglia di Tramoni
S'ha presu lu fondamenta Gentile di bon aspetta,
Rutta arbori e timonu Par li s boni azioni
Miritanu lu brivettu
Tuttu lu bastimentu.
Ma finch lu mundu dura
Purtateni lu rispettu.
Arrispondi alla tu mamma
Afflitta e piena di tormenta Au ponetivi a pos ( ) 7

Che la s vita, si stramma 0 la me capace donna


Par lu solu alimenta Che di vene sopra qu
Agghiu la pesante somma
Nun l'avessi mai vista In capu agghiu lu sale (?)
Ne Serra ne Marsigliesi (1) Ed in pettu agghiu la bomma(?)
Che serr la tu porta Che di pienge nostru sangue
2
S'erano parlato intesi ( ). Nun saria mai domma.
(1) I nemici.
(2) Erano d'accordo di ammazzarti.
(3) Gigante bello.
(4) U n pacciale vicino a Carbini.
(5) Gente malvagia.
(6) Sono stati feroci.
(7) La ballatatora parla ad una altra donna che vorrebbe interrom
perla per ballatare.
216

VOCERO

di una madre della Casinca per la figliola uccisa dal


fidanzato. Detto da Maria Susini (Pacciale di Agne-
rono, 1925) e da Adelaide Vinciguerra (Chiatra di
Verde, 1928)

Benedetta, cara di mamma A l'orni nun si promette


Eri bella in cumpagnia Parole un si ne d
Dove t'hannu tumbu a tne Se tu un avia prumessu
C'era lu to fratellu Andria Nun le potevi manc
C'era una uanda di dunne Perch so di cor negra
O che l'era niscentria (1). E pien di malvagit.
0 giovanette di Casinca
Benedetta, cara di mamma Esempiu di qui pigliate
Or, mostra le to' ferite Duie colpe di pistola
Oggi 'un sar cuntenta E dodici stilettate
Se un le toccu cu le dite. So' questi li regali
Che fannu alle innamorate.
Benedetta, cara di mamma 2
Eo ti vogliu d un cunsigliu 0 Cic ( ) cara di mamma
3
Va a calm li to parenti Cigniti il tu' abanna ( )
Che so tutti in bisbigliu Poi fa in du tu passi
Che sono tutti cume lu ranu Si scontri che carne umana,
Quandu drentu lu germigliu. Che nun si arriposi pi
L'aocennu dilla campana

(1) Incoscienza, che se Benedetta aveva offeso il fidanzato, l'aveva


fatto incoscientemente.
(2) Fratello di Benedetta a cui la madre affida il compito di vendi-
care l'uccisa.
(3) Fucile.
(4) Campane di morte.
217

VOCERO

improvvisato da una vecchia di Guagno per un parente


assassinato. Detto da Paolella Cipriani Gaffori, a Gua
gno nel 1930.

Ballano ind Lichellu (1)


(Eri di lu nustru sangue!)
Ballaremu anche nui
Quandu u so core langue!

Tinete pronte le salle


Tinete pronti li panni
Che bogliu balla anch'eo
Bench aghiu ottant'anni.

Tra me e te, o' Raziosa


Eramu 'e fortunate
Ch'un aveamu perse
2
Dille nostre vigulate ( )
3
Avemu spettatu au ( )
4
D'av mai tumbate ( ).

(1) L'assassino. (2) B a m b i n i in culla. (3) Ora. (4) Colpi.


218

VOCERO

detto da Pol-Andria Leca, di Guagno, 1930, che mi disse


aver trovato il manoscritto tra le carte di un suo zio
prete. Una madre piange suo figlio assassinato.

Sentii son le campane Ci i Dumenicu Leca


Chelle di tutlu lu cantone U Curata Circinellu
E mortu lu meu fgliolu L'onore d'u circundariu
Se ne va dallu Signore Lu binadettu fratellu
Colla Virgine Maria 0 li mi speranze tutte
E li Santi in cumpagnia. Che so terminate in ellu.

Istamane in Piazza Guagnu Ci n' venti sette preti


2
C' lu prete Circinellu ( ) 1
I Padri dillu Cunbentu ( )
Ch'accompagna a mi figliolu So cullati a fa l'onore
Oim tamantu flagellu A l'omu di tantu talentu
Che lu m'hannu assassinata Cusi tant'omi alla macchia ( 3 )
Ladri, a colpi di cultellu! Ch'oggi mettonu spaventu.

Guardate lu mi fgliolu Si portantu un eramu in Gua-


Ch'avia tamantu valore [gnu
Ch'avia giratu l'Italia Lu mi cridia in Turchia
Caru lu mi prufessore Di tumblu, u mi figliulu
Cugnuscia a sette lingue Priminendu pa' la via
Era aucatu e duttore. Ma quest'un so Guagnesi
So ladri di a Turchia.

(1) Prete Domenico Leca, di Guagno, detto Circinello, uno dogli eroi
delle guerre d'Indipendenza.
(2) Di Vico.
(3) Per vendicare il morto.
219

Rittu, u mi fgliolu Istamani Circinellu


Guard, quantu c' iente L'omu di tantu ualore
Cu tante barrette misgia Canta 'e Requie dilla Chiesa
Adisparate e scuntenti Di u mi Dumenicu Antone
In cullu stile e la pistola Poi legher u Di Profundi
Pront'a fa li to' bindette. Pienghiendu cu gran dulore.

Guardali, i to cugini C ' tante giovanelle


Cu Bappitu e Marc'Antone Tutte carchi di prunella ( ) 5

In mezzu a li so' sette cani E mamme cu e faldette ( ) 6

Lu rende disperazione. Tutte intornu alla sorella


Inculla carebina in bracciu Alla mamma prelibata
Chi pront'a fati onore. Biata Nunzia Immaculata!

0 che lu sconfondi Pluto A biderci all'altru mundu


Poi sbuttalu nu lava Crena ( ) 4
Caru in quelli loghi santi
E che eo-m 'aneghi in mezzu Duv lu Babbu e Mamma
Oim, mi tamanta pena Duv nui n'avemu tanti
Iscriviti lu mi' nome Duv lu lu Signore
So a mamma Maddalena. Culla Vergine e li Santi.

(4) Lago di Crena, sul Monte Rotondo.


(5) Lutto.
(6) Larga sottana bl rialzata sulla testa, portata anticamente dalle
donne maritate.

31
220

VOCERO

di una madre del Po-monte per il figlio che si guar


dava , (era bandito), da 14 anni per non fare il ser
vizio militare e che fu ammazzato a tradimento. (Det
to da Madama Troci di Evisa, nel 1928 e da Pietri
Felici-Antone, pastore di Appietto, 1932).

Se a mente un mi caglia (1) Nell'annu settanta sette,


A causa lu mi dolu, Sentu trapan lu core,
Preg vogliu giornalmente Fuggisti alli giandarmi,
Da stu mondu all'altra polu, Tuttu pienu di vigore,
Gridendu le tu vendette, E s'amazzanu tu padre,
0 Lor, lu mi fgliolu. Senza aver commessu errore !(3}

Senta son le campane, La sera d'u primu Ottobre


Chelle di Santa Maria, Feccinu riunione
Cenni di disperazione, In casa di Marianna,
Tutta la iente curria; Con barbara passione,
Le dumandavu: Che nova? Conchiuseru di amazzarti,
Nissunu mi risponda. Senza puntu di cagione.
Solu mi sapianu dire, Tu non eri alla campagna
In con aria di sconfortu, Che per guerra militare,
0 Lor, cara di mamma, 4
Con virt, ciansa ( ) e onore,
Che t'avian gi presu mortu, Senza aver mai fattu male.
Nignu, triste e riu Cainu, Ma' ula u taglione,
2
Che ci stava sempre accortu ( ) L'assassino di Natale.

(1) Caglia : offusca.


(2) Il nemico assassino.
(3) II padre del morto fu ammazzato dai nemici, scambiato per il
figlio.
(4) Dalla parola francese chance, fortuna.
221

Se' statu quatordici anni Se lu Signore mi dava


Ispersu pe la campagna Forza, core di Cainu,
Sempre a piana di marina Mi 'ulia lava i mani
E a castellu di montagna. Nu sangue cristianinu,
E lu cantone di Cinarca,
La tua vita sempre netta Che lu abita pi nimu ( ).7

Stava nelli tu cunfini


C' lu canton di Cinarca
La fonte dell'assassini. 0 Lor lu mi figliolo
Se non vegu li vendette
Se puta' con piantu miu Moru tisica e dannata
F val le mi ragione,
5
Bi vulia piant lu palcu ( )
Nu paese di Casaione. Se a' ia li calzoni
E poi darne conoscenza Come aghiu li gunnelli
Pe tutta la Nazione.
Preg vogliu u Signore
8
Che mi dia forza abbastanza Ch'ellu sbalzi Liamone ( )
Che eo facciu u mio lamentu E lu canton di Cinarca
6
Perch lu piantu m'avanza( ). Diventi un golfo di mare
Hannu ammazzatu miu figliu
La mi pi bella speranza!

(5) La ghigliottina per i nemici.


(b) P i a n g o troppo.
(7) Che nessuno abiti pi il paese dei nemici.
(8) Fiume della Cinarca.
222

VOCERO

detto a Ghisoni, nel 1930.

Improvvisato ai Bagni di Pietrapola di Fiumorbo, circa nel 1890,


per la morte del Bandito Dumenicu, da sua moglie Maria Antone,
a so mandataria. Due gruppi di banditi si erano attaccati sulla
piazza del villaggio, e 7 o 8 furono ammazzati. Maria fu arrestata
perch teneva la macchia col marito. Ha fatto due anni di prigione.

0 la piazza di li Bagni Nanzi tutt'i Bagni


E piena di Giandarmeria 0 Dum, u miu Dum,
4
A che ba lu Pernod ( ) 1
0 Dum, li mi macagni!( )
Che ba la granatina.
Ma a te lu mi Dum, Eo eru a pi chiuga, ( ) 5

Lu ti hannu datu prima! M'hannu mandatu alla scola


0 lu miu biancu e pulitu, Pe' pigliane lu brevettu
U mi manu delicatu Che n'ai da f la prova,
0 lu miu pret all'altare Ma m'hai presu tune,
2
Di scianza ( ) cos sdiciatu! E m'hai fattu maochiaiola (6)..
3
Eo ringraziu u linghiagghiu ( )
Ch'ellu che t'ha tratenutu, Quandu elle sentiranu
Ch'un c' statu una persona E me sorelle in Laghiola
Sia venuta a t'aiutu. Pigliaranu lu fucile
U stilettu e la pistola
Eo piangu lu miu vecchiu, Dicendu: Eccu soredda ( ), 7

Chellu di venti du' anni, C'hai mandat'alla malora.


Che faccio la scemata

(1) Aperitivo.
(2) D a l l a parola francese chance, fortuna.
(3) Era caduto sopra una catasta di legna
(4) Disgrazia.
(5) Piccina.
(6) Stare alla macchia. Essere bandito.
(7) Sorella.
223

VOCERO

della madre del bandito Rinaldo. Detto da Mariola


Ferrandi e da Saturnino Giorgi, (Ghisoni, 1930).

Un vocero della madre del Bandito Rinaldo Franchi si legge


nel Tommaseo, pp. 81-23. Si deve trattare della stessa persona, per-
ch nei due voceri nominato il tenente Laureili: ...Rinaldo Fran-
chi fu de' banditi celebri, del distretto di San Giuliano. Nel vedere
assolto un parente suo che gli aveva di pistola rotto un braccio:
Voi l'assolvete, disse Rinaldo a' giudici, e io lo condanno. Gli fracass
di fucile una gamba; e corse alla macchia; e molti poscia ammazz
della casa nemica. La sua morte lamenta la madre. E pare veramente
di donna, e donna ferita.

Questu i quellu miu fgliolu, Missi s'eranu alla posta


Questu i latte del miu senu Si piazzanu inseme uniti
Istamane lu so sangue Laureili e lo sargente
Lascia pe' lu terrenu Dalla gloria incorragiti,
2
O Ren, canu di mamma, Dioendu: Se lu non 'resta ( )
Ch'eo mi sentu vene menu. I so iorni so' finiti.
Sar ch'eu aghu perdura Quandu tu vula andane
3)
La sostanza e lu rispettu... Indrento li pi oscure 'rotte (
O Ren, cara di mamma, Pe' pass tranquillamente
Li chiavi dillu mi pettu! U restante della notte,
Sentisti d: Arresta, arresta,
A undic'ore di sera 0 mori subitamente!
S'odanu li macchiavelli (1)
Si senta cant lu ciucciu Messi s'eranu alla posta
Riposianu gli altr'uecelli E nessun s'era ancor mossu
In Piazza li voltigiatori Il voltigiator Filippu
E u Tanente Laureili. Ti volse arrivare adossu...
(1) Gente nella macchia.
(2) Arresta.
(3) G r o t t e .
224

...Al suu colpii sceleratu Dite, o Voltigiatori


Dissi: M'hai recisu un ditu E da me cosa volete?
Hai avutu la gloria La visita di Rinaldu
Prima di avermi feritu. Gi che voi iudice ste.
Non vogliu che si dica E qui, morto a pochi passi,
Filippu, che m'hai finitu. Che a momenti lu vedrete.
(ossia:
Prestu son andati a vede
Filippu lu vultigiatore Dove mortu eri cadutu
Disse: M'hai ferit'un ditu Chellu che avan uccisu
Al menu che si dica Che colpo avia ricevutu.
Filippu che t'ha finitu). 0 Rena, cara di mamma
Cosi squaltru e risulutu!
...Rinaldu si leva e dice:
So pe' me li lacci tesu
Un vogliu mai che si dica u hannu rinviatu
Rinaldu che si arresu... Il tu processu verbale
Sussuravanu alla Corte
Tirasti a mezzu pettu Nelli mani del Tribunale.
Per darti mortai ferita Quantu che farannu festa
Era a su' garapina Signore, del nostra male!
Li franc a lui la vita.
Dicesti: 0 morte tiranna...
Cara, li vultigiatori
...Quattru andiederu a chia- Si ne so' tutti partiti
[mare Hannu fatt' u so duere
Prestu lu iudice di pace Come s' usa a li banditi
Ellu intesu la voce... Saraghiu spinserata eu
...Siamo noi, voltigiatori Che nimu pi ti seguiti!
Voltatevi, iudice di pace!
225

VOCERO

della sorella dei Banditi Massoni, uccisi nel Niolo nel


1851. Detto da Maria Iuanna Maestracci, di Corscia
(Molo) 1925 e da Erminia Vellutini, di Olmi Cappella,
1927. (Vedi Fleuve de Sang, del MARCAGGI per la storia
dei Massoni).

Insegnatemi a strada Arrivassinu dove sonu


Chella di a Penna Rossa (1) Alle spie Niolinchi
Pur che vaghi a trova Falli demand perdonu
Di Arrighi a so fossa Vurria che a mi voce
Dicinu che i una fossa Fusse toccu di campana,
Inbece i un tuffone (Dassi fuoco alla funtana)
Cust c'hannu da mette Arrighi Per fa iunie qu
E c'hannu messu Massoni L'omi di Marignana
Che fessinu la su bindetta
2
E lu ladru di Barbantellu ( )
Di la garne cristiana.
Che l' statu la ragione.
Non sentite lu murmuriu
Eo un piangu solu unu Che corre per lu paese?
Che ne piangu duie e tre Dicianu che mi fratellu
O lu mio Matteu Guarda il Cielu a braccie stese
Che seicanrudi me, Nelle montagne di Ranza
E poi a Saveriu Corscia lu propriu paese.
Che di nustru sangue i.
Son arrivata in Niolu
Vurria che a mi voce Allu puntu dillu iornu
Alzasi quantu lu tonu ( ) 3
Ho trovatu Saveriu
Che l'omi di Marignana ( ) Traversata dillu piombu.
4

(1) Montagna ove si trova la grotta ove furono uccisi i Massoni.


(2) La spia che li trad.
(3) Questa strofa si legge in diverse altri voceri. Vedi Tommaseo p. 60.
(4) Paese dei Massoni.
226

Se potea coglie u tu sangue (Massoni, ferito, riconosce


E poi mettemelu in senu uno del gendarmi, suo
Ispaghielu pe u Niolu antico amico).
5
Che fusse tantu velenu ( )
Arrighi, lu mi fratellu Succoremi qu, Moselli,
Hai bagnatu lu terrenu. Vieni pur senza baura
(Che mi sentu vene menu...). Ti donu mi portavista
Per segnu di tua bravura
Conservala eternamente
Di tutti li banditi (6)
Finche la tua vita dura...
Eri lu pi arditu e furte
Dalla provincia di Vigu Ma lu pi che mi dispiace
Ne partisti a mezza nutte ch'abbia tombu Malaspina
Dicendu: Cara fratellu Nella Costa di Balagna,
Io un paventu a murte. Dottore di medicina...
...Al colpo di tu fucile Confessu l'avere uccisu
Si risbeglia u fratellu Circa drenta o pi parsone
Disse: Arrigo, eccomi prontu Oggi so di cor pentitu
A seguirti a far flagellu Dalle mi vile azioni
Dillu sangue Alibertini Dicendu: Ges Maria!
Dei giendarmi un dolce agnel- Eccu che spir Massoni.
[lu (7)

(5) Questa strofa si legge nel T o m m a s e o p a g g . 105, 109, 112.


(6) QuePo che segue m i p a r e essere p a r t e di u n l a m e n t o r a c c o n t a n d o le
a v v e n t u r e dei Massoni, p i u t t o s t o che il seguito del vocero della sorella.
Incompleto.
(7) S p i a dei g e n d a r m i .
227

VOCERO

della moglie del bandito Teodoro. Detto da Restituda


Rocca, (Calenzana, 1930) e da Paolella Cipriani, (Gua-
gno, 1930).

2
Se eo un fusse stata in partu (1) Quando partisti da Vigu ( )
3
Aggravada dai dolori Per cul la 'uocca Soro ( )
Sarebbe fallata anch'eo Cridiasti di guadagn
All'incontro a farvi onore Medaglia e croce d'oro
A sfogare il pianto miu Ma aviate da combatte
Contra quei voltiggiatori. Con Borghellu e Tiodoru

0 miu cane di posta Che la spianti la caserma


O miu fieni leone, Chellu di Ghuagni di Vigu ( 4 ) ,
Nun saresti cadutu Po' mre centu voltiggiatori
Se avevi munizione Piuttostu che un banditu...
Nun vi avrian pigliatu
Mortu nantu lu stradone

(1) Le frasi in consivo si leggono nel lungo Vocero di Teodoro nel


Tommaseo (p. 24), il resto inedito.
(2) Vico (parla ai gendarmi).
(3) Bocca di Soro.
(4) Bagni di Vico.

32
INDICE

PREFAZIONE Pag- v

Ninne-Nanne

F a i l u b i u , fai l a n a n n a . . . . . . . . . 5
Nanna, a mi Francesca Maria . . . . . . . 7
Ninna-nanna, o vigulellu. . . . . . . . . 6
Pighianu all'usciu . . . . . . . . . 3
Sto' dorme t'arrisani . . . . . . . . . 6

Terzine, Serenate, Contrasti, Canzoni, Lamenti d'Amore

A g h i u mi core n e t t u . . . . . . . . . . 58
A m a b i l e Signora, dolce speranza 33
A mia mamma vecchiarella . . . . . . . 72
A m i c o , se t'invio q u e s t o s o n e t t o . . . . . . . 54
B e n trovata, Signorina . . . . . . . . . 60
B o g l i o fa u n g o t u di c o r e 84
B o n a sera, t i s a l u t u , . . . . . . . . . 51
Bongiornu, Madamigella. . . . . . . . . 62
B o n a sera, vi salutu 82
Cantu vogliu un sirenatu . . . . . . . . 76
Citerea, Citerea, Citerea . . . . . . . . . 85
Colomba, le to bellezze 47
D i partire con dolore 86
Donzelletta gentile, ascolta ormai 16
Dov'andate, o giovinella? 72
D u e sei, due stai, due d i m o r i ? 55
230

Eo ne p a r t u , o N i c e a m a t a Pag. 70
Eo un ci c a n t u per m n e 59
Fra pogo si attende, o Nice 30
F r a tanto, con gioia e fasto . 26
G h i u n t a l'ora disiada 45
Gi che m i ritrovo qui . . . . . . . . 56
In nel mille nove centu 49
La m a n e che ti chitai 41
Lill bella, Lill ladra 85
Mentre una notte riposavo sulle piume . . . 34
M u s a c o n v i e n di lodarti 70
Musa diletta, prendi la cetra i n t a n t o 17
O cara lasciami parte 38
Ora v e n g u da l u n t a n u . . . . . . . . . 80
O tu che usavi chiamarmi tua Signora . . . 14
Partitu lu mi Ghiuvanni . . . . 32
Pregherei con bella moda 36
Pria ch'io ti lasci e t'abbandonghi, o c a r a . . . . 11
Principia v o g l i u lodare . . . . . . . . . 67
Se n e p a r t e l u m i f a l c u . . . . . . . . . 74
Si tronc lu nostr' amore . . . . . . . . 43
Tirsi, perch ti aggiri 22
U n a m a t t i n a , m'affaccu alla finestra . . . . . 71
Vieni, o bella, s e n t i r m i c a n t a r e . . . . . . . 78
V o r r e i p r i m a di p a r t i r e , v e d e r t i a l m e n o . . . 19
Z i t t u ! u n m ' i n c o r d a c'u b r e c c i u c h e j m i s t r a p p i . 64

Brindisi

Affermate, sposo e sposa. . . . . . . . 89


D a l l ' E l i c o n a , o M u s a Clio 89
In primo luogo devo salutare . . . . . . . 90
O t u t t u pe' f a r v i o n o r e . . . . . . . . . 91
P e r m e t t e t e uditori 92

Stornelli, Filastrocca, Canzoni varie, Lettere, Testamento,


L a m e n t i di Banditi, Strofe antiche, L a m e n t u d ' u Iagaru

A r m a t i C i m o bello, armati forte 130


B e l l a pastora, s i a m o v e n u t i da lo'. . . . . . . 107
231

Bevelu, bevelu, bevelu, picchiarolu Pag. 99


B o n a sera di San G h i u v 97
Corsica, s i t u a t a i n l u o g o a m e n o ' . . . . . 131
Dal mio lettu a l'ospedale 111
D i sturnelli ne so tanti e tanti . . . . 97
Duv'andate, o giovinuttu? . . . . . . 104
E o boularebi sabere 109
E o s banditu 127
E u so Farina, d'Italia cittadinu . . . . . . . 11
L ' a l t r a sera per sfortuna 115
Maria Francesca, prima principi vogliu . . . 122
Mentre u n a n u t t e felice mi ripusavu 124
O D i o si g r a n d e , o t u M u s a g e n t i l e . . . . . 125
0 lu meo Petru Francesco 115
O l u m i u Orsu C e c e c c u 118
O quante sventurate so in 'stu mondu 97
Principi v o g l i u A pigli a penna in m a n u . . . . 132
Quanti uolti ti fu d e t t u 129
Se parmettete Tutti d'accordo 102
Stimatissimo Abate 119
Stornelli 98
Susanna, fatti a festa . . . . . . . 101
T a m a n t ' la to' valore 120
T r a t t e r di q u e s t a bella * 121
U n t'arramenti, quand'eri un zitellu 117

Voceri per morte naturale

A b b i a m o fattu lu contu 190


A espormi a questa tola *
A g h i u appalanatu l'occhiu * 169
A g h i u perduto Ant
A h m e , l a s c i a t e m i fa,
185
A me mi scusarete 185
A m i vicina Sistri *
A m u l a legata in piazza
Apritemi 'ssu portellu
Cosa so t u t t i 'st'onori?
Dicinu c h ' u n aghiu in guerra 193
E o ciercu lu mio figliolu 154
232

Esola a mi Maddalena Pag. 191


Estamane Santarella 144
E s t a m a n e so s c e s ' a p o s t a . . 201
E t a m a n t a la m i a pena . . . . . . 165
F a l a n u i fiumi p i e n i 181
Istamene a mi' m a m m a . . . . . . . 140
Iuanetta riposa. . . . . . . . . . 172
La m a n e della mia morte . . . . . . . 179
L a m o r t e di G i a n n e t t i n i 143
L a m o r t e per t u t t i . . . . . . . . . 178
L a p u t i a p u r fa di c o r e . . . . . . . . . 177
L a scellerata fui e o . . . . . . . . 155
Lasciatemi entri nanzu . . . . . . 155
M a d i p i a n g e li m o r t i . . . . . . . . . 199
M i s e n t 'na v o c e i n p i a z z a . . . . . . 137
Noi t'aiamu datu 167
Oh c h ' i n v i t u d u l o r o s u 160
Oggi con pena e dolore . . . . . . 158
O la latra della m o r t e 182
O m o r t e , c r u d e l e e ria 188
O q u a n t u p i a n g e a 'rotta . 153
O Sav m'hai inbitatu 195
O s e l a p u t e s s e fa . . . . . . . 197
O Zi' Don-P, lu m i u ziu 183
Permettimi un momentu 148
Piange, pur Levie piange 184
P i a n g i pur, A n g i o l a S . . . . . . . 142
P i a n g i puru o Liber 168
Piengnite pianu pianu 168
Qual' q u e s t u chi m i c h i a m a ? . 187
Quandu tu n'arriverai 199
Q u i p r i n c i p i a il m i o l a m e n t u 156
Qui principiu i miei l a m e n t i 145
S e a'esse u n b e l l u s c h i o p p u . . . . . . . . 170
Signor Fiorellu Ceccaldi 150
So' collata a l l u C o n b e n t u 200
S t a m a n i le mie c u g i n e 1 7 1
Stamane lu mio Mess 164
Stamani o sci Curato . . . 190
T ' h a n n u p o r t a t u in B a s t i a . . . . 202
T i v o l e ' u fa u n r e g a l u 203
T u n'hai d'and in Bavedda 187
233

Voceri per m o r t e violenta

Av ci s o ' d a l u p a s c i a l e . . . . . . . Pag. 214


B a l l a n u ind Lichellu 217
B e n e d e t t a , " c a r a di M a m m a . . . . . . . . 216
Ecco ci che h a n n u fattu 209
Ghiuntu Paolu Francescu 207
L ' o t t u , sera di S e t t e m b r e . . . . . . . . 211
Insegnatemi a strada . . . . . . . . 225
O l a P i a z z a d i li B a g n i 222
Or, di v e n e s o p r a q u i . . . . . . . . . 215
Q u e s t u i q u e l l u m i u figliolu. . . . . . 223
S e n t u s o n a le c a m p a n e 218
Se a mente" u n mi caglia . . . . . . . . 220
Se eo u n f u s s e s t a t a in p a r t u 227
S o n o v e n u t i da C o n c a . . . . . . . . 213
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