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Torino, 20/09/2013

Diario di
bordo
Tirocinio interprofessionale con gli
studenti
infermieri del III anno
A.A.

2012/20123

A cura di Marco Bechis

Ambiente terapeutico e figure


professionali
Aspettavo con ansia questo momento, la mia prima di
esperienza di tirocinio. Frequentare ununiversit sita
allinterno di un ospedale non pu che fomentare il gi
grande desiderio di un giovane ventenne studente di
medicina di essere lui stesso a interagire con i malati, con
lemozione del camice bianco indosso.
E cos, dopo un primo incontro prettamente informativo ma
utile per capire quello che avremmo affrontato, arrivato il
primo pomeriggio di tirocinio. Io ero nel reparto di
Cardiologia dell AOU San Luigi Gonzaga, una scelta che,
per me che vengo da fuori e sono costretto a muovermi con
i mezzi pubblici, risultata piuttosto conveniente. Una
volta conosciute le mie due compagne di tirocinio ci siamo
diretti insieme verso il reparto, situato al pian terreno nel
3 padiglione e semplice da raggiungere date le chiare
indicazioni presenti allinterno dellospedale.
Sfortunatamente nessuno era a conoscenza del nostro
arrivo e gli studenti del III anno di Infermieristica che
dovevano seguirci non erano presenti quel giorno, per cui
allinizio ci siamo trovati un po spaesati, considerando
anche il fatto che il reparto era piuttosto ampio e trafficato.
Ma credo che questa disorganizzazione sia stata solamente
dettata dal fatto che questo tirocinio al primo anno un
progetto nuovo, di cui non tutti sono a conoscenza, e noi
eravamo il primo turno, infatti nessuno nelle settimane
seguenti ha avuto questo piccolo inconveniente.
Nel corso dei dieci giorni di tirocinio abbiamo avuto modo di
comprendere la struttura e lorganizzazione del reparto,
osservando in prima persona il lavoro del personale

sanitario presente. Il reparto di Cardiologia diviso in due


parti : la zona per la degenza, con 8 camere (e 16 posti
letto) e una stanza per il Day Hospital con 2 posti letto, e
lUTIC, con 5-6 posti letto nella quale i pazienti vengono
sottoposti a un monitoraggio continuo del ritmo cardiaco e,
in caso di necessit sono sostenuti con la ventilazione
artificiale assistita. Generalmente il ricovero in UTIC
effettuato in regimi durgenza e dura il tempo necessario
per stabilizzare il quadro acuto, dopodich i pazienti di
solito vengono trasferiti in degenza o in altri reparti. L UTIC
piuttosto piccola, con una grande quantit di
apparecchiature elettroniche per il monitoraggio dei
pazienti e con due o tre infermieri sempre presenti. Al
contrario, la zona di degenza molto spaziosa, le stanze
sono accoglienti, dotate di molti comfort ( televisore,
internet..) e atte ad accogliere i malati anche per un lungo
periodo e a ospitare i parenti in caso di visita.
Per quanto riguarda il personale, purtroppo non sono
riuscito ad interagire con tutte le figure professionali viste.
Le due infermiere che ci seguivano, Sonia ( la quale,
nonostante fosse una ragazza portoghese in Erasmus, se la
cavava molto bene con la nostra lingua ed era sempre
cordiale e sorridente, pronta a spiegarci tutto quello che
volevamo sapere) e Giorgia, ci hanno aiutato molto e
hanno contribuito con le loro battute, i loro volti sempre
solari e le loro spiegazioni a rendere ancora pi
interessante e piacevole questa esperienza di tirocinio. Le
altre infermiere, ma anche i dottori e gli OS, non
sembravano molto propensi al dialogo e alle spiegazioni, a
volte era gi tanto se ci degnavo di un saluto. Non che la
cosa mi abbia dato particolarmente fastidio, perch capisco
che, dopotutto, noi siamo solo al primo anno e manchiamo
di qualsiasi tipo di competenza per seguirli nel loro lavoro,
per un po di gentilezza in pi non guasta mai.
Paradossalmente la persona con cui abbiamo avuto pi
rapporti dopo le infermiere stato il primario, il Dr. Pozzi.
Dico paradossalmente perch nellaccezione comune quella
del primario una figura che ispira fiducia, importanza, un

traguardo che ogni studente di medicina sogna di poter


tagliare, una figura che viene sempre messa su un
piedistallo. Lui invece sceso da questo ipotetico
piedistallo per venire a fare due semplici ma significative
parole con noi.
Nel complesso posso dire di aver avuto una buonissima
impressione del reparto e delle persone che ci lavorano. La
sua pulizia, la luminosit delle stanze e la loro accoglienza,
latmosfera quasi famigliare credo che non possano fare
altro che giovare a degenti che, tra la malattia e la
lontananza dai propri cari, devono gi sopportare sufficienti
pesi.

Contatto corporeo con il paziente e


comunicazione con
paziente/familiari
Una delle cose che pi mi preoccupavano prima di iniziare
il tirocinio era il contatto con il paziente, con un corpo
malato e sofferente. Come approcciarsi nel modo corretto?
Come farsi accettare senza invadere troppo gli spazi altrui?
Avendo avuto a che fare con familiari malati di Alzheimer
avevo comunque il mio piccolo bagaglio di esperienze per
quanto riguardava il rapporto con un malato. Tuttavia,
anche se pu sembrare banale da dire, avere a che fare
con un parente, per quanto sofferente possa essere, cosa
ben diversa che doversi relazionare con un estraneo. Nel
corso del tirocinio i contatti con i corpi dei pazienti sono
stati minimi, e si limitavano alla misurazione dei parametri
vitali ( pressione sanguigna, temperatura corporea,
saturazione..) ma, nonostante questo, le prime volte non

sono state facili. Alcuni pazienti capivano la nostra difficolt


e il nostro imbarazzo e sorridevano, infondendo una
serenit di grande importanza per le nostre mani titubanti,
altri invece erano un po pi restii a farsi toccare,
comportamento assolutamente giustificabile data la nostra
quasi totale inesperienza. Altri invece parevano essere cos
fragili, tanto che avevo quasi paura di alzare il loro il
braccio per misurare la pressione, temendo di causare altro
dolore. Pi facile stato invece laspetto della
comunicazione verbale, che nel corso dellesperienza
abbiamo potuto approfondire solo con i pazienti e non con i
familiari, a causa degli sporadici contatti che abbiamo
avuto con questi ultimi.
La maggior parte dei pazienti ricoverati nel reparto di
Cardiologia aveva unet media di 60-65 anni, erano quindi
persone relativamente anziane, con dei figli e
probabilmente dei nipoti che vedevano raramente a causa
della malattia. Non bisogna mai dimenticare che dietro ogni
paziente c quasi sempre una famiglia che soffre con lui,
per la malattia, per la distanza. Gli ospedali spesso sono
lontani da casa e per raggiungerli occorre spostarsi, e
questo richiede dei sacrifici. Per questo molti dei malati non
vedevano lora di fare un discorso con qualcuno dal volto
giovane che, anche se aveva un camice, loro sapevano
bene non essere un medico, e probabilmente gli ricordava
anche quel nipote che non vedevano da troppo tempo.
Personalmente sono stato molto colpito da come alcuni
infermieri conoscevano quasi tutto di ogni paziente, e non
mi riferisco solo allo stato di salute, ma anche il nome del
coniuge, dei figli, persino dei gatti a volte! Non credo sia da
sottovalutare limportanza di tutto questo, perch fornisce
al paziente la sensazione di essere ancora considerato
come una persona con una vita, delle sensazioni ; un
grave errore quello di concentrarsi sulla malattia come
qualcosa di concreto: la malattia unastrazione,
unesperienza, quello che esiste realmente luomo
malato, una persona che deve essere il soggetto e non
loggetto della cura. Oltre a tutte le tecnologie che si

possono offrire, fondamentale lascolto. E quando vai da


una signora anziana malata e le chiedi come sta il suo
adorato gatto non credo ci sia bisogno di spiegare quanto
questo possa farla sentire a casa.
Per quanto riguarda invece la mia esperienza personale, un
evento mi particolarmente a cuore. Stavo intrattenendo
un discorso con paziente in UTIC, un signore il cui figlio
medico e il nipote, come me, studia medicina, ma in Belgio.
Sapevo che il signore non versava in ottime condizioni,
anzi, ma nonostante questo, verso la fine del discorso mi
disse ci : Mi raccomando ragazzo, impegnati sempre e
non cedere alle prime difficolt, perch medicina dura.
Buona fortuna . Buona fortuna a me? Ma buona fortuna a
lei, caro signore, spero tanto che adesso lei stia meglio.

Futuro ruolo professionale


Un altra cosa che in parte mi aspettavo da questo tirocinio
era di avere delle idee un po pi chiare sulla giornata tipo
di un medico in ospedale. Purtroppo non ho avuto la
possibilit di entrare in contatto diretto con i medici del
reparto, che si sono dimostrati alquanto sfuggevoli e poco
disposti al dialogo, non solo con noi ma spesso anche con i
pazienti e con i parenti, i quali il pi delle volte venivano
liquidati frettolosamente e senza tante spiegazioni sulla
salute dei loro cari. Sono sicuro che la figura del medico in
tutti i suoi aspetti mi sar pi chiara negli anni, e credo,
anche se mi rendo conto della difficolt nellattuare ci, che
se ad alcuni medici venisse chiesta un po pi di
disponibilit nei confronti dei tirocinanti a questa
esperienza non mancherebbe davvero nulla.

Conclusioni

In conclusione posso dire che questa sia stata


unesperienza di cui fare tesoro e che spero venga
continuata negli anni, cos che anche altri abbiano
lopportunit di parteciparvi. Nonostante, come ho gi
detto, le attivit pratiche siano state molto limitate e il
contatto con i medici praticamente assente, mi sento
profondamente motivato a continuare il cammino iniziato,
un cammino che richiede grande passione e forza di
volont. Ho potuto conoscere meglio la realt ospedaliera,
chi ci lavora e le sue dinamiche interne, ma soprattutto ho
imparato quanto pu essere importante un gesto, una
parola detta al momento giusto.
Quando, in un futuro che spero essere il pi prossimo
possibile, mi ritrover a dover curare delle persone, spero
di non cadere mai nellerrore di considerare la malattia
come qualcosa a se stante, dimenticando che dietro di essa
c sempre un essere umano.