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Simone Maria Navarra

DA INGEGNERE A MEDICO

Testi originariamente pubblicati sul sito:


DA INGEGNERE A MEDICO
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Alla mia famiglia


a chi lavora in pronto soccorso
e a chi c' andato a finire.

Il mio test di ammissione a Medicina.


Il test di ammissione a Medicina stata una
grandissima rottura di palle.
Quando l'ho fatto io, constava di 80 domande
a risposta multipla (le nefaste crocette che
accompagneranno il cammino di ogni futuro
dottore) su materie come Biologia, Chimica,
Fisica, Matematica, Logica e Cultura
Generale.
E devo ammettere che quella dell'ammissione
stata un'estate particolarmente orribile. Il
giorno del test, per, stato divertente. Cio:
per me che lo vivevo in prima persona ha fatto
schifo. Ma se fosse stata una puntata di una
qualche serie televisiva o un film tipo
Fantozzi si iscrive a Medicina, a vederlo da
fuori non sarebbe stato niente male.

Intanto avevo l'influenza intestinale. Ho fatto


appena in tempo a vomitare nel bagno del
Pronto Soccorso del Policlinico, perch subito
dopo mi hanno chiamato e sono entrato
nell'aula. Per evitare il rischio di imbrogli, poi,
eravamo divisi per fasce d'et: gli studenti nati
nell'89 erano sparpagliati in una quindicina di
aule per tutta l'universit. Gli studenti dell'88
stavano divisi in altre 5-6 aule. Poi quelli
dell'87, '86 e cos via fino a esaurimento dei
candidati.
E io stavo nell'ultimissima aula, quella con i
candidati anziani: quelli che non si sa perch
c'hanno
ancora
voglia
di
iscriversi
all'universit, quelli che facevano il biologo da
20 anni ma ora basta perch volevano fare il
medico. Infermieri della categoria i dottori
non sanno fare niente, perci voglio

diventarne uno. Altri ingegneri sfigati come e


pi di me, pensionati che quella mattina non
avevano di meglio da fare e pi di qualcuno
che si sar iscritto pensando che - avendo lo
stesso cognome - lo avrebbero fatto sedere
accanto a figli e nipoti vari ai quali avrebbe
furbescamente suggerito le risposte, ma invece
no: dividevano per anno di nascita, e state
lontanissimi. Pigliatelanderculo.
Durante la prova, la mia paura maggiore era
che non mi lasciassero andare in bagno se mi
sentivo di nuovo male: tante volte ai concorsi
puoi uscire solo dopo un certo tempo, e se la
commisione decideva che il test andava fatto
senza alzarsi ero fregato. Ma io di sicuro non
avrei lasciato che qualche virus stronzo mi
fregasse l'iscrizione a Medicina: ho puntato un
secchio della spazzatura che stava in un

angolo, e mi sono detto "male che vada, vado


a vomitare l dentro". Voglio dire: come
sperare in una situazione migliore nella quale
sostenere un esame?
Alla fine per fortuna il secchio non servito,
ma la parte di Logica e Cultura Generale
andata malissimo: c'erano tutte domande su
roba del Liceo che ai tempi miei nemmeno
esisteva, tipo le poesie di Benigni sull'Inferno
o quella storia dei due tizi che si stanno per
sposare ma poi viene la peste e muoiono tutti.
L'autore di Va' dove ti porta il cuore una
delle poche cose che mi ricordavo, ma credo
che a causa di questa formidabilmente
superflua
nozione
pi
di
qualche
neodiplomato abbia dovuto cambiare carriera.
Biologia invece andata alla grande. Chimica
abbastanza bene, e per Matematica e Fisica

me la sono cavata. In totale mi pare di aver


raggranellato 51 punti, e credo di essere
arrivato 160esimo su 4000 candidati. Ma
l'importante, ovviamente, che sono entrato.
Se posso uscirmene con qualche inutile
opinione assolutamente personale, credo che il
test di ammissione non dovrebbe esistere.
Certo, con tutte le richieste che ci sono, ora
come ora potrebbe non essere possibile
nemmeno abolirlo. Eppure io a suo tempo mi
sono iscritto a Ingegneria senza dover
svolgere alcun test, e gli ingegneri erano
comunque una delle professioni pi ricercate e
nessuno si mai lamentato - fino a una decina
di anni fa - che ce ne fossero troppi.
Credo inoltre che una selezione basata su
domande a crocette non premi in maniera
giusta le capacit di ogni individuo, e che uno

studio puramente mnemonico selezioni


persone dotate di un preciso tipo di
intelligenza, mortificando per altre doti che
risultano invece sottovalutate.
L'ultimo consiglio che posso darvi, se in ogni
caso vi toccher sostenere questo test, di non
lasciarvi angustiare pi del dovuto: se studiate
sul serio, in fondo, non cos insormontabile.
E se anche dovesse andar male, provate
nuovamente l'anno successivo e non
prendetevela pi di tanto: alla fine, come in
tutte le cose, ci vuole anche un po' di fortuna.

Il primo giorno di tirocinio.


Il 7 Ottobre 2010, dopo il test di ammissione,
due anni di frequenza obbligatoria e migliaia
di ore passate a ingobbirmi e inquartarmi sui
libri, dopo insomma un percorso lento e
pesante che sembrava non finire mai,
finalmente il momento di entrare in ospedale
per partecipare al mio primo tirocinio.
L'appuntamento alle 9 meno un quarto fuori
dal Policlinico e - come da copione - prima
arrivo in ritardo e poi mi perdo per cercare gli
altri. Per fortuna qualcuno viene a prendermi
mentre sto vagando per il piano sbagliato del
padiglione giusto (tutto sommato, ci avevo
quasi preso) e faccio in tempo a sentire gli
ultimi momenti della presentazione che sta
facendo uno specializzando: una volta

sistemate le formalit iniziali saremo divisi in


gruppi di 3 o 4 persone, e ci porteranno a
vedere dei pazienti.
Mentre indossiamo il camice, mi sento un
pochino a disagio: alcuni studenti sembrano
gi dei mezzi primari, con tanto di
fonendoscopio attorno al collo e l'aspetto da
dottore figo. Io invece penso che per i docenti
resto uno che non sa fare nulla, mentre per i
pazienti un camice vale l'altro e poi chiss che
cosa si aspettano. Non essere n carne e n
pesce una situazione che ho sempre
detestato, e io il fonendoscopio me lo metto in
tasca.
Una volta pronti, come preventivato, ci
dividono in vari gruppetti e ci accompagnano
in un reparto.
Nelle mie fantasie di studente, che credo

assomiglino alle fantasie di tutti, il tirocinio in


ospedale un qualcosa in cui tre o quattro
dottori usciti da qualche serie televisiva
visitano, diagnosticano, operano e dimettono
pazienti alla velocit della luce, mentre con
l'altra mano spiegano a me (il rapporto sarebbe
di uno studente ogni cinque docenti) quello
che stanno facendo. Una o due giornate di
riscaldamento, e poi inizio a fare tutto io
mentre loro controllano appena un po' in
disparte. Al terzo giorno mi danno
direttamente la laurea, poi un week end di
vacanza ed eccoci gi belli e pronti per
iniziare la specializzazione.
La realt che lo specializzando ci porta in
una camera con dei letti e due signore
ricoverate. Questi sono i pazienti - ci dice,
mentre praticamente sta gi uscendo dalla

stanza - voi fate l'anamnesi, e poi ci rivediamo


tra una mezz'ora.
Non dico che sia un momento di vero e
proprio panico, ma comunque io e gli altri
tirocinanti ci scambiamo degli sguardi come
per dire: e mo', che se inventamo?! E
aggiungo pure che non avr tutta questa
esperienza ma - secondo me - quando fai certe
espressioni di fronte a loro, non detto che i
pazienti si sentano particolarmente rassicurati.
Sul momento io penso che ho sempre il
fonendoscopio in tasca, e visto che - per
quanto ne so - anamnesi e visita medica
potrebbero essere la stessa cosa, potrei pensare
di cavarmela ascoltando il battito cardiaco e
facendo finta di capirci qualcosa. Il problema
che ho appena scoperto che il fonendoscopio
ha un verso con cui va inserito nelle orecchie,

ma nessuno mi ha mai spiegato nemmeno da


che parte va infilato. Insomma: meglio lasciar
perdere.
Nonostante le premesse, in qualche modo ce
la caviamo: chiediamo l'et, motivi del
ricovero, interventi subiti, sintomi, farmaci e
un po' tutto quello che ricordiamo dalle lezioni
fatte in aula o che - semplicemente - ci viene
in mente l per l, evitando solo di chiedere
nome e cognome perch a detta di alcuni
membri del gruppo corriamo il rischio di finire
inquisiti per violazione della privacy. Secondo
me non raro che un medico chieda a
qualcuno come si chiama, comunque lasciamo
perdere: alla fine scriviamo tutto quello che
riusciamo a scoprire, io li chiamo Paziente 1
e Paziente 2, e poi vedremo che ci dir lo
specializzando.

Fortunatamente, in tutto questo le signore


sono gentilissime: hanno capito la situazione,
e sembra che stiano un po' al gioco. Una di
loro aveva un morbo di non so chi - che non
ho capito - ma visto che chiederle di fare lo
spelling della sua malattia mi pareva poco
professionale mi sono limitato ad annuire e a
scarabocchiare qualcosa, dandomi il tono di
chi ha tutto sotto controllo.
Alla fine esce fuori che ho gi una prima
laurea (visto che la mia, di privacy,
evidentemente sacrificabile alla causa). E se
da un lato le mie pazienti mi fanno un sacco di
complimenti e mi dicono che sono tanto bravo
quanto bello, dall'altro il nostro ruolo sanitario
diventa sempre pi improbabile.
Alla fine, qualcuno del personale ci fa notare
che quel reparto piccolo, che siamo in tanti e

visto che loro poverini hanno da lavorare


potremmo anche andarci a prendere un caff e
levarci - tipo - gentilmente dalle spalle. Che
poi arriver il momento in cui se non ci siamo
noi sembrer che debbano chiudere l'ospedale,
e che se solo andremo in bagno per cinque
minuti gli prenderanno a tutti gli attacchi di
panico: su questo, ci posso scommettere.
Insomma, lasciamo il reparto. Io insieme al
caff ci metto pure una sigaretta, e poi
andiamo in un'aula dove, dopo un po', ci
raggiunge anche il professore. Con lui
commentiamo le
anamnesi fatte in
precedenza: viene fuori che il morbo
misterioso di cui ho parlato prima aveva
causato un'aumentata produzione degli ormoni
tiroidei, dalla quale era conseguita una crescita
dei recettori cardiaci che - in ultima istanza -

era alla base della pressione troppo alta di cui


soffriva la paziente. In realt tutto ancora un
po' pi complicato di cos... ma per
descrivervelo meglio avrei dovuto - per lo
meno - capirlo io.
Mentre il professore va avanti con la
spiegazione, io mi domando se quando sar il
momento riuscir mai a ricordami tutte queste
cose, se avr le idee chiare e se sapr fare tutti
i collegamenti che servono. All'improvviso mi
sembra di stare di fronte a una montagna fatta
di libri, tomi, enciclopedie e atlanti, e solo a
pensare a tutto quello che devo ancora studiare
mi sento gi stanco.
Tornando a casa, penso che tutto sommato
come primo giorno andato bene: non
proprio quello che immaginavo, anzi non
quello che immaginavo per niente, ma credo

che qualcosa mi sia rimasta davvero. Da qui


alla fine dell'anno di tirocini ne restano da fare
ancora un bel po', le nuove pagine da
memorizzare
sono
una
quantit
incommensurabile e - per forza di cose qualcosa in pi dovr per forza impararmela.
Resta solo da capire se alla fine scaler
davvero la montagna, o se finir sfracellato in
qualche crepaccio nel tentativo. Ma per ora
non la farei tanto lunga, o troppo
melodrammatica. Diamo tempo al tempo, e
facciamo un passo - e un tirocinio - alla volta.
Dal canto mio, inizier col dare uno sguardo a
qualcosa su quella malattia l, il morbo di
Basedow: ho come la sensazione che,
all'esame, lo chiedano.

Un'emergenza in corsia.
Il semestre inizia ad avvicinarsi alla fine, e
uno degli ultimi tirocini lo facciamo in un
reparto di Medicina Interna.
Questa volta non sono nemmeno troppo in
ritardo, e arrivo che gli altri si stanno ancora
finendo di preparare. Mollo borsa e giacca,
prendo il fonendoscopio e mentre indosso il
camice stavolta non ci sono emozioni
particolari o chiss quali riflessioni che mi
vengono in mente: sta gi tutto diventando una
nuova routine, e ormai mi sono quasi abituato.
Ci accompagnano in reparto, dove pare che
una volta tanto ci lasceranno assistere al giro
visite.
Se vedete le visite non dovete aprire bocca e
non deve volare una mosca minaccia la

professoressa.
Tutto sommato, mi pare anche giusto.
Non facciamo nemmeno in tempo a iniziare,
che ci interrompono: uno dei pazienti non sta
bene, probabilmente il cuore.
un'emergenza.
La professoressa parte lungo il corridoio, gli
altri medici le vanno dietro, dietro di loro gli
specializzandi, poi gli altri tirocinanti e alla
fine vado pure io. E tutti insieme entriamo in
una stanza non dico piccola, ma che in linea di
massima sarebbe adatta a contenere un quarto
di quelle persone. Nell'unico letto, un signore
anziano e molto agitato, dice che non respira,
che si sente male e non so che altro ha, che c'
troppo casino e non capisco.
La professoressa si mette accanto a lui.
Dall'altro lato del letto ci sono gli

specializzandi, e noialtri stiamo tutti


ammucchiati poco pi indietro.
Di scene con gente che sta male ne ho gi
viste un po', e devo dire che non mi fanno pi
un grosso effetto. Il fatto di essere in cos
tanti, invece, mi d un po' fastidio: tutto
sommato non credo che 20 persone lavorino
meglio di 10, o di 3. E mi pare sinceramente
di rompere pi le scatole che altro.
Alla fine viene fuori che Mario, il paziente,
non aveva nulla di grave. Cio: niente di
grave, a parte quello che lo teneva gi
ricoverato l dentro, intendo. Che poi se ci
avessi capito qualcosa ve lo direi anche, ma
come mi pare sia lampante c'era un po' troppa
confusione, e alla fine mi sono limitato a
guardare. In ogni caso insomma l'emergenza
non era niente di che, e la professoressa

riprende il giro delle visite... con tanto di coda


di studenti, dottori, specializzandi, passanti
impiccioni e chi pi ne ha pi ne metta.
Il gruppo entra in un'altra stanza, mentre io
resto un po' indietro. E stando indietro, sento
Mario che piange mentre parla con un dottore
che rimasto con lui.
Sto per morire? gli domanda.
Del resto, ha appena visto 30 tizi in camice
bianco arrivare di corsa per mettegli le mani
addosso, e adesso terrorizzato: come vi
sentireste, voi?
Io un po' vorrei provare a consolarlo, ma che
cavolo gli dico? Un altro po' vorrei tornare nel
gruppo a vedere gli altri malati e forse
addirittura finire anche per imparare qualcosa.
Mi affaccio nell'altra stanza, e vedo un
vespaio di dottori attorno al letto di un

paziente che nemmeno si vede.


Alla fine torno da Mario, che sta l che piange
da solo mentre guarda fuori dalla finestra.
Non che ci diciamo molto: mi spiega che
non voleva prendere non so che farmaco che
gli hanno dato, mi dice che la moglie in
ritardo, e si lamenta che ha le mani cos fredde
da non sentirsele pi. E io vorrei tanto non
stare solo al terzo anno, capire almeno che
cavolo ha e magari poter fare qualcosa. Ma
tocco solo una sua mano gelida, e non dico
niente.
Dopo qualche minuto mi pare che Mario si sia
un po' calmato, e l'idea che da qualche parte
c' una moglie che deve arrivare consola un
po' anche me, che torno tra gli altri tirocinanti.
Pi avanti vediamo altri pazienti, proviamo
qualcosa di pratico tipo polso e pressione e mi

fanno anche prendere l'elettrocardiogramma a


una signora anziana. Sto in mezzo al gruppo,
ma continuo a sentirmi lontano e la realt di
non essere proprio amalgamato n con gli
studenti e n coi professori non mi parsa mai
tanto evidente.
Se resti nel gruppo puoi fare tutte le cazzate
che vuoi, ma tutto sommato non puoi davvero
sbagliare. Segui il binario, stai con la massa e
alla fine avrai quello che hanno tutti. Io
quando ho fatto quel cavolo di test di
ammissione a 33 anni, lo sapevo che il binario
ormai era perso di brutto, e che un gruppo mio
non ce l'avrei avuto mai pi.
Ma questa non una lamentela, un dispiacere
o una preoccupazione. solo un dato di fatto.
E vorrei dire che non me ne frega niente,
perch un po' - tutto sommato - davvero

cos, ma non proprio cos facile.


Per lo meno, oggi, non mi sembrato facile
per niente.

L'internato a fisiopatologia respiratoria.


L'internato a fisiopatologia respiratoria
comincia alle 8. Facciamo 8 e mezza, che
tanto prima non c' nessuno.
In tutto siamo sei studenti del terzo anno, tre
dell'ultimo, un paio di specializzandi e un
professore. Lo stesso professore che poi dovr
farci l'esame, per cui - insomma - meglio non
farsi notare troppo.
I pazienti entrano uno alla volta, parlano un
po' dei loro problemi e delle terapie che stanno
seguendo. Poi fanno la spirometria (un esame
che devi soffiare in un tubo) nel caso serva
fanno anche un emogas (un prelievo di sangue
da un'arteria del polso, che fa malissimo) e
alla fine gli vengono dati farmaci, indicazioni
e quant'altro.

Il professore uno di quelli un po' meglio


della media. Nel senso cio che invece di fare
quello che deve fare senza considerarti manco
di striscio e non vedendo l'ora che te ne vai, si
mette l e prova a spiegarti le cose e alla fine ti
fa pure le domande per vedere se hai capito.
Per cui insomma ci chiede cosa sono le
patologie ostruttive e restrittive, e noi
ovviamente non sappiamo una minchia e ci si
mangia vivi. Ci domanda che vogliono dire
quei numeretti che vengono fuori dopo che
soffi nel tubo, ma nessuno c'ha capito una
mazza e ci si mangia di nuovo. Ci fa leggere i
risultati degli emogas da un librone dove li
tiene archiviati, ma noi ovviamente non siamo
capaci e lui ci fa capire che se ci sbagliamo
all'esame forse era meglio non essersi proprio
iscritti a Medicina, o - per lo meno - non nel

suo canale.
E insomma 'sto tirocinio a fisiopatologia
respiratoria alla fine un po' stressante. Per
visto che come ti sbagli il professore fa una
storia che non finisce pi, dal secondo giorno
a leggere l'emogas siamo diventati tutti
bravissimi e non ci sbagliamo mai. Quasi mai,
forse. Oppure diciamo a volte.
E insomma verrebbe quasi da desiderare che
ci fossero pi professori desiderosi di riempirti
di domande e farti a pezzi ogni cinque minuti,
ma a pensarci un po' meglio forse conviene
che ci siano anche un po' di quelli che non ti si
filano nemmeno... che se no ogni volta che vai
in reparto ti viene un esaurimento nervoso.
Il terzo giorno stiamo nuovamente l alle 8.
Facciamo 8 e mezza, che tanto se no non c'
ancora nessuno. Vediamo i pazienti che fanno

la spirometria: certi numerini ancora non li ho


capiti, per mi sembra di stare l da otto anni
invece che da 3 giorni soltanto. Chiedo se
possiamo provare a fare noi il prelievo di
sangue, che nella pratica come dicevo
equivale a bucare l'arteria a un paziente con
tutte le funeste conseguenze del caso. Solo ci
dicono di no, mentre gli altri tirocinanti chiss perch - c'hanno paura di farmi da cavia
e allora niente.
Arriva pure il professore col temuto librone
degli emogas. Solo che ormai (pi o meno) a
leggerli me lo sono imparato, e non che ci
sia questa enorme variet di situazioni e di
numeretti da decifrare.
E insomma, se ve lo dico pare brutto?
Fisiopatologia respiratoria una gran rottura
di palle, come tutto l'esame di Pneumologia.

Magari se uno fa il/lo/la pneumologo (non ho


ancora capito che articolo ci va) o l'internista o
qualcos'altro di correlato pu essere anche
interessante, ma a me che sto solo l a
guardare la noia mi ha sconfitto dopo 3 giorni.
L'ultimo giorno arriva un paziente giovane.
Avr 20 anni, pi o meno. Massimo 25. In
sintesi ha fatto una cura per la Leucemia, e
come spesso capita in questi casi radioterapia
e chemioterapia gli hanno danneggiato i
polmoni.
Adess sta bene: gioca a calcetto, ha un lavoro,
e fa una vita come quella di qualsiasi suo
coetaneo. Deve solo stare un po' attento ai
polmoni, perch se no quando vecchio
finisce che si ritrova con un sacco di
problemi... ma un discorso che credo valga
un po' per tutti. La Leucemia, invece, non ce

l'ha pi.

Studiare - davvero - passati i 30 anni.


I primi anni di Medicina sono stati pieni di
soddisfazioni.
stato bello scoprire di riuscire a superare
esami apparentemente insormontabili come
Anatomia e Biochimica, ed stato gratificante
iniziare lentamente a capire come funzionano
il corpo umano, le malattie e - di conseguenza
- la medicina.
Per la realt, il lavoro reale di mettersi l sui
libri e imparare nozioni a memoria, non stata
proprio una passeggiata.
Io non so se sono mai stato tanto bravo a
memorizzare. Non credo. E comunque, tolta la
parte teorica dei primissimi esami, non che a
Ingegneria ci fosse davvero cos tanto da
imparare e saper ripetere cos com', paro paro

al libro. A Medicina invece la storia diversa:


ci sono esami fatti di centinaia di pagine di
nomi, e se ti ricordi bene tutto parola per
parola sei bravo, altrimenti all'esame tanto
vale che non ti presenti nemmeno.
E io non so se a 20 anni avrei avuto pi
facilit a fare Medicina, rispetto ad adesso:
forse quando ero un po' pi giovane
memorizzavo pi infretta, e probabilmente da
ragazzino il tuo cervello un po' pi rapido
rispetto a quello di uno pi grande. Per vedo
i ragazzi al corso con me e mi rendo conto di
quanto studiano e quanto faticano, e penso che
l'et che hai conta tutto sommato meno
rispetto ad altri fattori. La verit che per fare
gli esami di Medicina devi studiare un casino,
e l'unica dote che ti serve davvero la voglia
di stare seduto alla scrivania fino a farti il

sedere quadrato.
Che poi io ho anche una media tutt'altro che
stellare, e alla fine tendo molto a tagliare gli
angoli e a rendermi la vita pi facile per
quanto possibile. Eppure studiare, questi tre
anni, in alcuni momenti mi pesato molto.
Perch non tanto quando sei nell'et in cui
fare l'universit normale, e magari anche
molti tuoi amici devono fare lo stesso esame e
allora state chiusi in casa e finisce cos. Per
quando sei l'unico a startene a casa a studiare
mentre tutti quelli che conosci fanno altro,
ecco che forse inizia a pesarti un po' di pi. In
questi tre anni ho perso cene, feste, giornate al
parco coi nipotini, fine settimana al mare... e
alla fine non che non mi pesasse ma era una
cosa che sentivo di dover fare, e l'ho fatta.
Un momento davvero difficile stato con

l'anatomia del sistema nervoso: a un certo


punto mi ricordo che stavo leggendo una la
descrizione di una struttura anatomica, ma non
capivo nemmeno che cosa fosse e in che parte
del cervello si trovasse. Figurarsi se potevo
riuscire a ricordarmela a memoria! Ho
guardato su un altro libro, ma non si capiva un
cavolo neppure l, era solo un muro di parole
da imparare. Ho guardato su Wikipedia, e
ancora nulla: il vuoto, continuavo a non
capirci niente. E vi giuro che m' venuto da
piangere.
Poi a Pasqua ho fatto il pranzone festivo con
tutta la famiglia. Mi sono alzato, sono andato
a casa e mi sono messo a ripetere i nervi e le
vie nervose con la testa che mi pulsava per
aver mangiato troppo, lo stomaco pieno e la
voglia mostruosa di collassare sul letto e

dormire.
Altro periodo brutto, la scorsa estate: mi sono
fatto una bella vacanza, ma poi ho passato
tutto Agosto a studiare Biochimica. I miei
andavano al mare, e io a casa su Biochimica. I
nipotini andavano fuori, e io a studiare
Biochimica. Gli amici facevano fal, feste,
serate varie... ma io sempre Biochimica e
quelle formule maledette che non mi riuscivo
a imparare. Se non avessi fatto cos, non lo
avrei superato mai.
Insomma, a me piace studiare e probabilmente
- come dice qualcuno - sar bravo, portato,
secchione e tutto il resto. Per quando hai 30
anni passati le meccaniche della tua vita sono
un po' diverse da quelle di un adolescente, e
studiare significa anche perdersi tante cose,
stare lontano da amici e affetti, e seguire un

obiettivo che si deciso di conseguire,


rinunciando per sempre e comunque a
qualcos'altro.
Anche questo Sabato: non sono andato a una
festa, perch dovevo studiare per un esonero
di Farmacologia. Poi ho studiato tutta la
Domenica, perdendomi forse l'ultimo giorno
di mare dell'anno. Ma poi, niente: non sono
andato nemmeno a provarci, perch c'erano
troppe cose che ancora non ricordavo.
Solo che se anche l'esame non l'ho superato
sono rimaste la stanchezza. La frustrazione
perch comunque non ce l'hai fatta, anche se
non sar la fine del mondo, e infine pure un
po' di tristezza per le cose che mi ero perso.
Per fortuna ho un sacco di persone vicino che
mi capiscono, e un po' mi fanno sentire
meglio. Ci sono degli intervalli in cui riesco a

tirare fuori un po' di tempo per me, e a fare le


cose che mi rilassano e che mi fanno stare
meglio.
Se ci penso bene, forse 3 anni fa avevo tanto
tempo libero in pi. Eppure lo sfruttavo di
meno, perch pareva scontato e alla fine lo
sprecavo tutto. Adesso, invece, certi bei
momenti saranno pi brevi o pi rarefatti...
per li apprezzo molto, molto di pi.

La prima volta in sala operatoria.


Quarto anno di Medicina. L'appuntamento con
gli altri studenti alle 8 davanti al reparto di
Urologia. Arriviamo alla spicciolata, e alla
fine non mi metto a contare ma saremo una
quindicina.
Entrati dentro, ci ritroviamo come tante altre
volte a vagare in un labirinto di scale e
corridoi, in cerca del reparto giusto. Quando
finalmente lo troviamo, il nostro professore
commenta che siamo troppi per restare tutti
ammucchiati, e decide di dividerci.
Voi cinque andate con lui dice a un
gruppetto di noi, indicando uno dei suoi
assistenti.
Altri cinque nell'altro reparto aggiunge,
scaricando altri studenti a una dottoressa che

sar l'unico urologo di sesso femminile del


pianeta. Voialtri, invece, venite con me.
Nel gruppetto degli ultimi rimasti ci siamo io,
Silvia, Francesca e un'altra ragazza che
conosco poco. Sono convinto che nel migliore
dei casi finiremo nel giro visite o a
maneggiare qualche poveraccio di paziente.
Ho anche letto che da qualche parte hanno un
simulatore di prostata: io m'immagino gi
dentro a una specie di realt virtuale, col casco
3D e una tuta attillata con addosso tutti i
sensori. Per ho il mezzo sospetto che il
simulatore vero sar un pochino diverso.
Noi invece andiamo in sala operatoria
spiega il professore, mentre sistema le sue
cose e chiude a chiave lo studio.
E non dico che a quel punto c' stato il panico
incontrollabile... per quasi: io in sala

operatoria non ci sono ancora mai stato. Lo


sapevo che prima o poi mi toccava, e gi mi
ero preparato all'idea da un sacco di tempo
come in una sorta di training autogeno
medicalizzato. Mi hanno trascinato a vedere
un paio di autopsie, vi ho gi raccontato delle
teste mozzate a lezione di Anatomia, e in
ambulanza qualche scena un po' sanguinolenta
mi capitata. Per, insomma, uguale: io di
andare in sala operatoria mi cago sotto lo
stesso.
Qualcuno di voi sviene, o si sente male?
domanda il professore. Sottintendendo che nel
caso possiamo anche declinare l'invito, e
andare a rintanarci tra le prostate virtuali.
Speriamo di no rispondo io, stringendomi
nelle spalle.
Guardando le mie colleghe, mi rendo conto

che anche per loro la situazione la stessa: in


tre anni di universit nessuno di noi ha mai
assistito a un vero intervento, e non che ci
sia questa gran convinzione di volerlo fare.
Che poi invece ci sono quelli fissati che
vogliono fare i chirurghi o i patologi o il tizio
tipo CSI che fotografa la scena del crimine, e
fanno quasi a gara per non perdersi una roba
chirurgica che fosse una... ma noi quattro evidentemente - no.
Comunque sia nessuno di noi si tira indietro, e
seguiamo il professore lungo le scale verso il
piano dove si eseguono gli interventi.
Speriamo almeno che sia un intervento
tranquillo. Rifletto, tra me e me. Magari una
medicazione, o un'unghia incarnita.
Invece il professore ci spiega che assisteremo
a una nefrectomia con annessa splenectomia

di elezione, che vuol dire che fanno un taglio


talmente grande che solo a sentirne parlare
quasi svengo che ancora sto scendendo le
scale. L'unico intervento peggiore che posso
immaginarmi che taglino il paziente
direttamente a met, per poi operarlo in due
sale operatorie separate... e comunque no: che
io sappia, questa non una cosa che fanno
davvero.
Arriviamo
nell'anticamera
della
sala
operatoria, e ci fanno indossare una casacca
usa e getta, una mascherina e una specie di
cappellino che tiene i capelli. Mentre ci
prepariamo,
Francesca
mi
strattona
rapidamente la manica del camice.
Questo il segno mi spiega. Se faccio
cos, vuol dire che devi reggermi.
E a me mi chi tiene, che peso il triplo di te?

Rispondo. Poi ci mettiamo a ridere, e la


tensione scende un po'.
Finalmente entriamo nella sala operatoria vera
propria. Il paziente sul lettino, gi
addormentato. Attorno a lui ci saranno dieci
persone: tre chirurghi con relativi assistenti,
un anestesista con due specializzandi, un tizio
che si occupa degli strumenti e non riesco
nemmeno a contare quanti infermieri e
personale sanitario che entrano ed escono di
continuo, portando il materiale necessario.
Noi ci mettiamo ai piedi del letto, dove bene o
male riusciamo a vedere un 60% di quello che
succede senza allo stesso tempo dare troppo
fastidio.
Terminati gli ultimi preparativi inizia
l'intevento vero e proprio, e c' il primo taglio.
La lama passa lungo la linea costale, affonda

tra la pelle e il grasso, e c' un po' di sangue:


credo che se proprio non puoi fare a meno di
svenire, durante un'operazione, questo sia il
momento migliore.
Ma nessuno di noi si sente male, e l'intervento
va avanti. Il taglio si allarga, e con delle
grosse spatole di acciaio vengono sollevate le
costole e scoperto l'addome. Le mani dei
chirurghi spariscono nel torace del paziente, e
vedo quella benedetta milza che gli devono
togliere immersa in ossa, adipe e muscoli che
pulsano e si muovono seguendo la
respirazione.
La paura come un'onda che va e viene, che
sale e scende, ritmicamente. Ma sempre
meno intensa, e sempre pi facile da
controllare. Finch, lentamente, scompare del
tutto.

Mi sposto pi avanti, nella sala, per andare a


osservare il lavoro degli anestesisti: su degli
schermi lampeggiano i parametri vitali del
paziente, mentre lui li che dorme. Intubato,
con un ago nel braccio e dei cerotti che gli
chiudono gli occhi. Avr pi o meno l'et di
mio padre.
Rimaniamo in sala operatoria per circa un'ora
e mezza, e terminato l'orario dei tirocini
lasciamo l'intervento ancora in corso per
andare a lezione: per mentre sto seduto al
banco non riesco a concentrarmi, e penso a
tutt'altro.
Io non voglio fare il chirurgo. Non ho mai
pensato di volerlo fare, ed una professione
che non mi appassiona e non mi interessa. Ma
il fatto che - fino ad oggi - ero convinto di
non poterlo fare. Di non riuscire ad affrontare

una tensione e uno stress cos grandi, e di non


esserne semplicemente all'altezza. E invece
nel vedere i chirurghi che lavoravano mi sono
reso conto che un qualcosa che si pu fare,
che si pu apprendere. Ora sento che - se
avessi voluto - avrei potuto fare anche quello.
C' qualcosa, nel nostro modo di pensare, che
ci fa credere che raggiungere certi traguardi
sia impossibile, quando invece non cos.
Viviamo a una frazione delle nostre capacit,
sprecando talento e risorse dietro a cose
misere e inutili. E quando racconto le mie
esperienze, quando scrivo o quando parlo con
chi mi chiede un consiglio, vorrei davvero
riuscire a trasmettere questo messaggio: tante
volte ci sembra tutto impossibile, ma invece
non vero.
Finita la lezione decido di tornare in reparto, e

per qualche miracoloso colpo di fortuna riesco


a incrociare il professore mentre sta salendo
da un piano all'altro.
L'intervento terminato? gli domando.
Volevo sapere se andato tutto bene.
Ho l'impressione che lui ci metta un po' a
riconoscermi: in fin dei conti sono solo una
delle quattrocento persone che avr visto
nell'arco della mattinata. O forse l'espressione
terrorizzata che avevo prima mi dava un
aspetto diverso, chi lo sa? Poi mi racconta di
vasi, arterie, ghiandole, e dei tanti altri dettagli
della procedura chirurgica adottata. Di come
andato tutto come preventivato, senza che ci
fossero stati problemi. E anche il paziente, per
fortuna, sta bene.

Varie figure di m... in reparto.


Sono a Medicina Interna, di pomeriggio. Il che
vuol dire che siamo io, un professore e uno
specializzando che dovrebbe essere da qualche
parte, ma non si sa dove.
Arriva un nuovo paziente dal Pronto Soccorso,
e credo per spingermi ad avere pi fiducia in
me stesso il professore mi dice: "vacci a
parlare tu, che io adesso arrivo".
Ok: canzone di sottofondo tipo quella di
Rocky. Vado dal paziente, e mi presento.
Contate sempre che io sono uno col camice e
un bel po' di capelli bianchi che sembro lo zio
degli altri studenti, per cui immaginate come
pu vedermi lui. Cio, non che mi hanno
dato la targhetta con la scritta medico
cancellata col pennarello, e sotto scritto

ingegnere. Sembro tipo quasi uno che


potrebbe effettivamente avere la parvenza di
lavorare l.
E insomma, io mi presento con 'sto cavolo di
taccuino su cui mi annoto le varie cose che
succedono in reparto. Chiedo al paziente come
va e come non va. Perch lo hanno ricoverato,
se stato in ospedale altre volte e se ha altre
patologie. E intanto mi scrivo qualcosa per
non dimenticarmi tutto 30 secondi dopo.
A un certo punto lui mi informa che stato
operato anni prima di una cosa strana, che non
ho mai sentito nominare. L per l ho la
tentazione di far finta di aver capito e di
scarabocchiare qualcosa a casaccio (tecnica
ingegneristica riciclabilissima anche in campo
medico) ma poi scuoto la testa e chiedo: "che
malattia ha detto che aveva, scusi?"

Lui fa una faccia come per dire: ma dove


cazzo sono finito?! E meno male che subito
dopo arrivato il professore, che se no mi sa
che cambiava ospedale.
Per quanto riguarda il taccuino: dopo un po'
mi sono rotto di portarmelo appresso, e l'ho
buttato.
Reparto di Cardiologia. O mi sa che era
sempre Medicina interna, non mi ricordo.
Uno specializzando ci fa vedere l'esame
obiettivo di un paziente: come si sente la
milza, il fegato, eccetera eccetera. Poi fa
provare noi, a turno.
Ora ascolta il cuore, mi dice.
Io come si sente il cuore me l'ero appena
ripassato, per cui prendo il fonendoscopio e lo
passo senza esitazione su tutti i punti corretti:
focolaio Aortico, Polmonare, Tricuspide,

Mitralico... le iniziali formano la parola


ApParTaMento (be', pi o meno lo fanno), ho
inventato questo bel trucchetto per
ricordarmele, ed effettivamente ha funzionato.
Mi sento proprio troppo figo.
E com' il battito?
Tutto a posto! rispondo io, convintissimo.
Regolare, e tutte quelle altre cose in
medichese.
Ma come possibile? lo specializzando
ApParenTeMente sconcertato. Come fai a
dire che tutto a posto?!
Io rimetto il fonendoscopio sul torace. Solo
stavolta invece di fare il secchione mi
concentro su quello che sto facendo, e sento
una
cosa
che
fa
tipo
TutuTUTUMtuTUtumTUMtum, il suono meno
regolare che pu esistere: il paziente ha una

fibrillazione atriale, e la Cardiologia la


scienza che studia il cuore. O almeno cos ho
capito.
Reparto di Urologia.
Esco dalla sala operatoria dopo aver visto
parte di un intervento. Fuori, nel corridoio, ci
sono i parenti della persona che stanno
operando, e vengono tutti da me per chiedere
informazioni.
Come va l'intervento? mi domandano. Sta
andando tutto bene?
E io lo so che non devo dire nulla a nessuno.
Cio, io non so nulla di chirurgia. Sul serio. E
poi non nemmeno una cosa che posso fare. E
poi che succede se sparo una cavolata?
Per i parenti insistono. Sono in ansia e
preoccupati, e stanno l da chiss quante ore. E
io mannaggia a me che sono buono o

semplicemente stupido, e che non riesco a


ignorare la gente. Mi dico che mi terr sul pi
vago e generico possibile, cos almeno non
combino qualche casino.
Ho visto solo una parte piccolissima
dell'intervento dico. Avevano appena tolto
la milza.
E quelli tipo un altro po' e svengono.
LA MILZA?! mi fanno, con gli occhi
sbarrati. Ma doveva essere operato AL
RENE!
Ecco: io lo sapevo che dovevo fare lo stronzo,
e andarmene senza dire nulla! E se lo scopriva
il professore mi sa che finiva proprio che mi
rincuorava di brutto.
Per fortuna alla fine vento fuori che in
ospedale c' pi di una sala operatoria
(incredibile, eh?) e avevo semplicemente visto

l'intervento sbagliato. Ma voi, comunque sia,


non chiedete mai informazioni agli studenti.

Il sabato sera a studiare.


Stasera certi miei amici vanno a cena fuori e a
vedere Django Unchained, il film col pistolero
di colore che uccide tutti e che si trova ora
nelle sale.
Io per sto indietrissimo con lo studio:
purtoppo Medicina e Chirurgia I andato
male, per ripeterlo sto faticando non poco e c'
il rischio reale di fare una figuraccia anche la
seconda volta, per cui penso che questo
Sabato sera lo passer a casa per cercare di
recuperare un po'.
Che vero che non ho studiato molto in questi
giorni: sono uscito diverse sere, ho cenato e
bivaccato e fatto pure un turno in reparto
(andare in reparto - anche se sembra assurdo un qualcosa che distoglie dallo studio e vale

come una pizza o un cinema) per cui non


che passo davvero la vita sui libri come crede
qualcuno o come vorrebbero forse i miei
professori.
Per insomma ogni tanto, e quando gli esami
sono incombenti, tocca pure frenare un po' e
tagliare su qualcosa che uno vorrebbe fare in
favore in qualcosa che invece purtroppo
bisogna fare per forza.
Quello che un po' pi pesante quella sorta
di senso di colpa, la sensazione di stare
sprecando tempo o di disastro imminente
tipico di tutti gli studenti e che ti senti
continuamente addosso: vai al cinema e pensi
che dovresti studiare. Stai su Facebook e pensi
che dovresti studiare. Fai tardi la sera e pensi
che invece dovresti svegliarti presto per
studiare. Anche ora che sto qui a scrivere,

sento che in fondo tutto tempo che sto


rubando allo studio e che in questa mezz'ora
che butto qui sopra potevo aver ripassato
almeno un altro capitolo.
Se poi ci mettiamo che un esame che sto
ridando e che nemmeno mi piace, diventa una
situazione quasi surreale in cui uno passa delle
giornate veramente schifose solo per fare una
cosa della quale - se dipendesse da lui - non
gliene potrebbe fregare di meno.
Ma insomma, sono momenti che vengono e
passano durante le sessioni d'esame, e alla fine
se uno riesce a prendere le cose con calma e
con un po' di filosofia anche possibile
rigirare la situazione fino anche a riuscire a
trovarci qualcosa di piacevole: una cena un po'
rapida con qualcosa che tiri su il morale. Un
po' di musica di sottofondo, i fogli sparsi per

la scrivania e ogni tanto una pausa con


Facebook a leggere i commenti di tanti amici
che magari passano il sabato nella stessa
situazione.
C' una specie di poesia nascosta dietro
l'infelice vita degli studenti. La solitudine, il
silenzio, l'idea di uno scopo da raggiungere e
quel senso di un futuro in cui non sai proprio
immaginare che cavolo di fine avrai fatto ma
che - piano piano - si avvicina, e che presto o
tardi arriver.
Ho letto su qualche statistica che - secondo
alcune ricerche - l'aspettativa di vita di una
persona aumenta con l'aumentare del proprio
livello di studi e della propria educazione.
Studiare insomma allungherebbe la vita. E alle
volte mi piace crederci, e pensare che tutto
questo tempo bruciato sui libri non sia solo

semplicemente perso, ma che faccia parte di


una sorta di trasformazione.
Dal nulla diventi avvocato, o dottore, o
ingegnere... e poi magari di nuovo psicologo o
un musicista o quello che accidenti ti pare. E
in quegli anni di studio la tua vita in standby, una specie di lunga pausa che serve a
riassettare un po' l'ordine dei tuoi neuroni, per
poi ricominciare una vita normale dal punto in
cui l'avevi lasciata.
E insomma non diventi veramente vecchio a
studiare, e il sabato sera lo passi in quella
dimensione parallela dove si mangia solo
pizza o cinese a domicilio col lettore MP3 su
random che fa da sottofondo, mentre il tempo
stesso si ferma e aspetta che tu abbia
terminato.
Solo lui, per. Che l'esame Goved prossimo

e tra poco arriva, mentre il pistolero assassino


ormai l'hanno gi visto tutti e manca solo
un'altro po' che lo tolgono dal cinema e mi
attacco. Ma va bene lo stesso: si vede che lo
vedr in DVD.

I problemi sbagliati.
Reumatologia una specializzazione che,
prima dell'iscrizione a Medicina, non pensavo
nemmeno esistesse.
Cio: un dottore che cura i reumatismi, e
basta?! Fino a poco tempo fa, mi sarebbe
sembrato assurdo.
Ma a pensarci bene sono un ingenuo: ormai si
pu trovare tranquillamente un medico che
parte dalla medicina di base, punta su
gastroenterologia, stringe sul fegato, si
concentra sulle patologie autoimmuni, mette a
fuoco le vie biliari e - come se non fossimo
gi abbastanza nello specifico - si occupa
unicamente di vie biliari intraepatiche che poi,
a curare le altre (quelle extra-epatiche), ci
penser qualcun altro.

E in una struttura cos incredibilmente


specializzata, io mi stupivo che ci fosse pure il
reumatologo? A pensarci bene, per essere un
dottore solo, alla fine mi sa che fa anche
troppa roba.
Fatto sta che della Reumatologia avevo
proprio un'idea un po'... romantica. Ecco,
chiamiamola cos. Io m'immaginavo Zio
Paperone che fa le previsioni del tempo perch
gli fa male il ginocchio, oppure la vecchietta
col mal di schiena per l'umidit che chiede al
cacciatore buono di tagliarle la legna per il
fuoco, cos pu scaldarsi e le passa tutto
E invece vai al tirocinio di Reumatologia, e
capisci che i reumatismi non sono quelli delle
favole o dei cartoni animati, ma che proprio
tutta un'altra storia: le malattie reumatiche
sono delle robe che ti bloccano le

articolazioni, e che piano piano ti deformano


tutte le dita. Che ti lasciano a letto senza pi
camminare, che ti fanno respirare male, che ti
rendono impossibile anche solo metterti le
scarpe e uscire di casa.
Altro che Zio Paperone, col doloretto che
ritorna poco prima che piove. Ma anche vero
che lui era il papero pi ricco del mondo, e
poteva curarsi come si deve con i farmaci pi
costosi e che funzionano meglio... questo s.
Durante il tirocinio in Reumatologia facciamo
il giro visite, e ci presentano una persona. Non
mi ricordo il suo nome, o forse non ce l'hanno
proprio detto. Ma facciamo che si chiama
Chiara.
Chiara sta in pigiama seduta sul letto.
piccolina, con le spalle strette e una postura
rigida, forse perch ha un po' soggezione di

noi o forse perch meno contratta di cos non


riesce proprio a stare.
E Chiara ha una malattia di quelle che ti
gonfiano le mani finch non riesci pi
nemmeno a chiuderle per prendere le cose.
Quando ti muovi ti fa male tutto, la notte non
dormi e sulle dita ti vengono dei tagli che non
vogliono pi saperne di guarire da soli.
La malattia di Chiara prende anche ai
polmoni. Poi da l piano piano passa al cuore,
e alla lunga il fatto che sei malato ti si vede
anche in faccia. Fare le cose pi semplici quando ci riesci - diventa come scalare
l'Everest, e se hai qualcuno vicino c' il rischio
che a un certo punto si stanca, e scappa via. E
alla fine rimani anche solo.
Chiara racconta della malattia con la sua voce
leggera, e io scopro che ha la mia stessa et.

Ha la mia et, per non ha avuto il dubbio di


quello che voleva o non voleva fare. Non si
messa davanti alla scelta di ricominciare
qualcosa. Di buttarsi a dare esami o
concentrarsi sul lavoro, oppure ancora di
lasciare tutte queste cose magari per sposarsi e
correre appresso a dei ragazzini.
Chiara non pu scegliere di non avere la sua
malattia. Pu lottare per costruirsi una vita
attorno ad essa, ma tutte le decisioni
importanti, per lei, le ha gi prese qualcun
altro: il DNA, i fattori predisponenti, il suo
sistema immunitario che funziona a cazzo di
cane. E una grande, enorme sfiga, che sui libri
non ce lo scrivono mai, ma alla fine palese
che conta anche quella.
Esco dal reparto, che di Reumatologia non
c'ho capito ancora niente. La bocca amara per

le maledizioni che continuo a mandare gi, ma


in testa delle idee un po' pi chiare: chissene
frega degli anni che hai, di quello che hai fatto
e di quello che avresti intenzione di fare nel
momento in cui tutti i tuoi assurdi parametri
avranno raggiunto un determinato valore.
Ho fatto bene a iscrivermi a Medicina a 33
anni, e chi mi diceva diversamente mi ha
consigliato male. Ci facciamo solo tanti,
inutili, problemi sbagliati.

Il giorno dell'esame.
La sveglia la mattina presto il giorno
dell'esame gi di per s una cosa troppo
terribile. Che devi svegliarti ma c'hai troppo
sonno, e devi alzarti per forza ma di andare
all'esame proprio non ti andrebbe di farlo
manco morto ammazzato.
Il giorno dell'esame mi piacerebbe svegliarmi
che invece gi il giorno dopo, e l'esame
finito. Ma invece niente: sto ancora nel mio
bel lettone che fuori freddissimo con un
sonno che levati, e so con certezza che da l in
poi sar una lunga - indimenticabile - giornata
di merda.
inverno pieno, e affacciandomi alla finestra
vedo che piove pure e insomma - oddio - la
morte.

Guido nel traffico con tutto il casino della


mattina e della pioggia, e a ogni semaforo
provo a riguardare qualcosa su quei cavolo di
fogli strasottilineati e scarabocchiati che avr
riletto un milione di volte, ma che tanto non
mi ricorder mai bene come si deve perch
non lo so, ma al mio cervello proprio non va:
impossibile.
Parcheggio e via con l'ombrello e il freddo e la
pioggia
e
l'infinita
serie
di
chiccazzomelaffattofare che continuo a
ripetermi da quel giorno del test di
ammissione di non so pi quanti anni fa.
Arrivo al posto dell'esame e ci stanno un po' di
altri studenti, tutti stressati e impanicati e con
altrettanti libri e foglietti e paranoie pi o
meno inespresse come me. I prof non ci sono
e l'aula chiusa e finisce che stiamo in piedi

un'ora prima che arrivi qualcuno. E che gran


rottura di palle.
Arrivano i professori: ci stanno il clinico e
l'assistente e il chirurgo e poi forse viene il
tizio che ha fatto quella lezione ma speriamo
di no, che di quella lezione l nessuno sa un
cazzo. Dicono che l'assistente tiene le persone
un'ora per uno, e speriamo che non chiama
me. Il chirurgo invece quello buono, e
speriamo che non arriva pure quello malefico
che boccia tutti che se no siamo fregati.
Iniziano a chiamare. I nomi scorrono piano
piano e il tempo insieme a loro mentre io esco
a fumare, poi rientro, poi riesco a bere
qualcosa, poi entro di nuovo e poi esco ed
entro ed esco di nuovo e insomma seduto
fermo non ci so stare. Ogni tanto tra bisbiglii e
cose mezze sentite e mezze no esce fuori

qualche domanda che non sapeva nessuno ed


un panico di foglietti e cellulari con wikipedie
e google vari. Poi magari lo sapevi e non hai
capito, oppure hai capito e non lo sapevi
uguale... e comunque in ogni caso ormai
stiamo qui, vada come deve andare e chissene
frega.
Chiamano qualcuno che poco prima di me.
Saranno passate tre ore, ma ormai quasi ci
siamo. Butto uno sguardo ai soliti appunti per
un ripasso in extremis, ma mi sembrano cose
che non ho mai nemmeno sentito nominare e
d'improvviso non ricordo pi nulla. Se mi
mostrassero la mia carta di identit, direi: e
questo, chi caspita ?!
Tocca a me, primo orale col primo professore.
Vado bene, non benino ma nemmeno
benissimo. Gli ho detto un po' di cazzate ma

vabbe', poteva andare peggio. Ci possiamo


stare.
Torno ad aspettare la seconda interrogazione,
e sto a met tra lo stress del sotto esame e la
consapevolezza che ormai quasi andata. Non
so se c' un nome per questa cosa che provi
quando un pezzo di esame comunque te lo sei
tolto, ma non si sa ancora come andr l'altro.
Un mix di ansia e di questa sensazione che
forse t'ha detto bene e ce l'hai quasi fatta,
quasi. Mi azzarderei a definirlo come un vago
ottimismo.
Secondo orale. Qui comincio che gi una
schifezza, ma un po' mi riprendo e un po' no e
insomma a singhiozzo, con alti e bassi. Mi
chiedono una cosa che sapevo fino a 30
secondi prima ma che adesso proprio non
m'esce, fanculo a me e alla mia memoria del

cavolo ma che cacchio lo sapevo... e invece


niente. Per un attimo penso: sta a vede'
adesso se questo per 'sta cosa mi boccia?!
Per non mi boccia, ma insomma manco c'
tutto questo entusiasmo e l'interrogazione
finisce cos, che so' andato un po' de' merda,
come suol dire chi ha studiato tanto e
frequenta degli ambienti eleganti.
Ma la sensazione pi bella non quando ti
dicono quanto hai preso, o quando torni a casa
o quando butti finalmente nel secchio quegli
appunti maledetti del cavolo. Il bello quando
vedi che ti mettono un voto e che era l'ultimo
orale, che vuol dire che l'esame ormai finito
e - vada come vada - sei passato.
Ed vero che c' chi alla media ci tiene e tutte
quelle storie per la specializzazione e concorsi
vari che non vincer mai, ma io non ho mai

rifiutato un voto in vita mia e i giudizi per me


non sono dati in trentesimi ma in un
semplicissimo superato/non superato facente
parte di un insieme booleano.
Passo dal terzo professore, ma questo fa solo
la media tra i due di prima. Un voto un po'
meglio, uno un po' peggio, mi regalano pure
qualcosa e ti: viene fuori un votone. una
settimana che prego che non mi boccino, e poi
esce un voto che manco mi meritavo ma
nemmeno se proprio studiavo un altro mese ed
ero uno normale, di quelli in grado di
memorizzare le cose.
Ma c'est la vie: l'universit, e cos sono gli
esami. Una gran fatica di mesi che poi ti
giochi tutta in mezza giornata di stress ed
eventi assolutamente casuali. E quando arriva
qualcuno che si vanta di una sua bella laurea

cum laude che lui tanto figo e tanto bravo e


capisce tutto lui, pensate sempre che - magari
- ha semplicemente avuto un'interminabile
serie di botte di culo.
finita. Verbalizzo, ringrazio, saluto, auguro
in bocca al lupo a qualche amico che aspetta
ancora nella dimensione del terrore dove
vivono gli studenti esaminandi, e me ne vado.
Fuori non piove pi. Caff, sigaretta,
finalmente mi rilasso un po'. E un altro
pezzetto di questa laurea andato.

Il tirocinio in sala parto.


Per il tirocinio a Ginecologia mi sono pure
comprato la casacca verde, coi pantaloni e gli
zoccoli. Che io volevo quella in tessuto
supermorbido e leggero e le scarpe tipo Crocs
che sono pi comode. Ma le Crocs non ce
l'avevano e di casacche verdi ho trovato solo
quelle fatte in carta vetrata mista a fibra di
vetro, che se d'estate vai in ospedale col
maglione - al confronto - ti rinfreschi.
La cosa che mi colpisce pi di tutte la
situazione del reparto: per i corridoi, mentre
cerchiamo la sala, troviamo un'infinit di
scritte e disegni sui muri. Sembra una stazione
della metro pi che un ospedale, e non che
faccia tutta questa meravigliosa impressione.
Passo l in mezzo a quel casino e mi chiedo:

bo'?!
All'interno del reparto, invece, quello che mi
lascia esterrefatto la tranquillit dei
chirurghi: noi studenti stiamo mediamente in
ansia, che a vedere tagliare e aprire la gente
ancora non siamo troppo abituati. Va gi
meglio delle prime volte a Urologia, ma
insomma stare l a cuor leggero, francamente
impossibile.
Le mamme sono quelle pi in tensione, che
tempo 10 minuti e succeder di tutto. I pap
sono un po' tra il sognante e il rintronato
spinto, mentre i medici invece sono di una
serenit inespugnabile.
Vanno in sala, aprono, chiudono, poi tornano
nella saletta loro e stanno l a guardare il
telefono o a chiacchierare o a leggere le
cartelle in attesa che li chiamino di nuovo. Se

dicessero a me "domani devi fare un cesareo"


mi verrebbe il panico, e mi sentirei male solo
al pensiero di fare mente locale all'idea di
prendere in mano il bisturi.
Alla fine credo che tutto il succo della
questione sia semplicemente questo: restare
lucidi in situazioni dove per il 99% delle
persone stare calmi impossibile. Una volta
che ci riesci, sei un chirurgo.
E insomma io invece sono quello ai piedi del
letto operatorio che si sente pi simile a uno
mascherato per carnevale che a un dottore
vero. Vedo il taglio all'altezza dell'inguine, si
apre il sottocutaneo, si scansano i muscoli e il
peritoneo. Un'altra incisione sull'utero, poi
metti la mano dentro e tiri fuori un accidenti di
essere umano tutto sporco di Dio solo sa cosa,
e incazzato nero.

Il neonato passa a subito in mano ai pediatri


che controllano come respira, mentre il pap
fa 8000 foto come da manuale. Un saluto alla
mamma e poi via, verso non so quale reparto.
2 o 3 giorni dopo si va a casa, e poi l'asilo, la
scuola, gli amici, il lavoro, la seconda laurea e
insomma quelle cose l che ti toccano quando
sei nato per davvero e mo' non scappi pi e
sono cavoli tuoi.
Lasciando il reparto, passo di nuovo per i
corridoi tutti scarabocchiati di prima. Questa
volta li osservo un po' meglio, e finalmente
realizzo che ci sono scritte cose tipo: come ti
ho visto eri gi nella mia anima. Dopo tanta
fatica ce l'abbiamo fatta. Benvenuto. Alle 3 e
15 di notte (mortacci sua, questo lo aggiungo
io) nato Marco. Ci hai fatto piangere. Oggi
il giorno pi bello della nostra vita.

Per me diciamo che s, insomma: non


esageriamo. Nell'arco della mia, di vita, questo
lo potremmo considerare come un giorno
positivo. Medio-buono, ecco. Facciamo che
gli darei un bel 7.

Un tirocinio un po' stressante.


Oggi dovevamo andare a vedere come si
fanno i prelievi sul manichino, ma per vari
motivi
organizzativi
finiamo
in
un
ambulatorio dove si fanno piccoli interventi
chirurgici.
Dopo pi o meno una quindicina di operazioni
a cui ho assistito, uno si aspetta che non gli
faccia pi tutta questa impressione, ma invece
non vero: la chirurgia ambulatoriale - per
quanto si occupi di cose molto pi piccole per qualche motivo mi mette pi in difficolt
di quella vera e propria, in sala operatoria.
Sar che il paziente non tutto incartato in
quella specie di plastica, che non lo fa
sembrare pi tanto una persona vera. Sar che
gli fanno solo un'anestesia locale, e a ogni

taglietto c' la sensazione che gli facciano


malissimo.
Sar anche che sono interventi molto pi
superficiali e uno ha la sensazione di un
qualcosa che pu dare effettivamente fastidio,
mentre tutto sommato l'interno di un essere
umano non realmente cos familiare.
Insomma sar come vi pare, ma all'inizio
stanno togliendo una vena e mentre tagliano,
tirano e tamponano io mi guardo intorno
simulando un'aria distratta ma mi viene
un'ansia che non vi dico, che era quasi meglio
se operavano me.
A un certo punto una ragazza del nostro
gruppo esce dalla sala e va a sedersi in
corridoio, che si sente male.
La volta che ho visto mettere un pacemaker
sono proprio finita per terra mi spiega,

riprendendo un po' il fiato.


E io so anche di un'altra persona del nostro
corso che svenuta, sempre a vedere 'sto
cavolo di pacemaker. Ma che !? L'intervento
pi terrificante del mondo.
Come sempre dopo un po' le cose migliorano.
Non dico che alla fine andrei l e farei tutto io,
ma insomma: io sono sempre dell'idea di non
fare il chirurgo, ma con un po' di pratica e
sangue freddo mettere almeno qualche punto
mi sembra fattibile. Tutto sta come sempre a
iniziare, e poi penso che andrei tranquillo.
Forse anche una questione di sentirsi a
proprio agio, e di arrivare alle cose un po' alla
volta, mentre ai tirocini ti proiettano tra
reparti, persone e procedure che non hai mai
visto prima e diventa tutto ancora pi
complicato.

Il secondo intervento della giornata


particolarmente bruttino: avete presente il
punto a lato del collo, subito sopra la
clavicola, dove si fa lo scherzo che uno vi
affonda il pollice e vi fa malissimo? Bene:
immaginate che invece del dito vi ci infilino
un bisturi, e quanto potrebbe far male solo al
pensiero.
Bello vero? No, a vederlo non era proprio
bello da vedere per niente. Per chiss perch
mi ero un po' rilassato e insomma, a
raccontarla forse sembra peggio di come
andata in realt.
Alla fine faccio pure qualche domanda, e
come da copione l'infermiera capo-sala mi
chiede perch sto all'universit se ho gi 37
anni e tutta la solita storia della mia vita. Con
lei c' anche un (credo) docente di

infermieristica con dei tirocinanti infermieri,


che per qualche caso sono capitati di turno
insieme a noi.
A differenza di noi, mi sembrano meno tesi.
Da quanto ho capito, gli infermieri certe cose
le fanno fin dai primi giorni del corso di
laurea, mentre noi al quinto anno stiamo
ancora al manichino e per me finisce che
qualcuno si sente male pure con quello.
Forse semplicemente dopo tanto tempo ad
aspettare il momento di mettere le mani su
certe cose, alla fine con la testa chiss che idee
ti sei fatto, e le tue aspettative sono aumentate
in una maniera che diventa pi un ostacolo
che altro. Cio se il primo giorno di universit
ti facevano operare uno tutto da solo, poi da
quel punto in poi non ci pensavi pi: o no?
In ogni caso resto dell'idea che se davvero

vuoi fare il chirurgo non devi fare altro che


andare l tutte le mattine fino a quando la
paura non ti passa, e alla fine non te ne frega
proprio pi niente. Tempo necessario secondo me - e tanto per fare una stima anche
per eccesso: tre settimane. Una mesata, se
proprio sei uno di quelli che come vede una
goccia di sangue sviene, visto che i primi
giorni li passi per terra... ma chi la dura la
vince.
Attenti solo a non svenire proprio sul tavolo
operatorio, che certi professori - che io sappia
- s'incazzano.

Il tirocinio a radiologia.
Il tirocinio a radiologia inizia gi male: ci
dividono in tanti piccoli sotto-gruppi, e a me
mi lasciano come unico studente nel
laboratorio dove fanno le TAC.
Che io non che sia tutto 'sto grande esperto,
ma qualche TAC l'ho gi vista fare, e a
Medicina d'urgenza l'ultima volta si
aspettavano pure che gliela refertassi (cosa
che ho fatto sbagliando completamente
diagnosi) e stare l in piedi a non fare nulla
non si prospetta come il tirocinio pi eccitante
del mondo.
Poi alle TAC ci sta un radiologo agitatissimo
che si lamenta che lo hanno lasciato solo:
litiga e s'incavola con tutti, alza il telefono e
sbraita contro non si sa chi, mi guarda e non

mi guarda e ogni tanto dice "non posso


seguirti, che mi hanno lasciato da solo!" tutto
disperato e con le mani tra i capelli.
Essere abbandonato completamente da solo
per un radiologo vuol dire che ci stanno solo
lui, il tecnico di laboratorio, un tirocinante
neolaureato, l'infermiere, gli operatori sanitari,
ovviamente il paziente e pure io... che male
che vada non so fare un cazzo ma - metti che
succede davvero qualcosa - posso comunque
aprire la porta e andare a chiamare uno degli
altri quarantotto tra dottori e specializzandi
che stanno nella stanza l accanto.
I poracci che fanno la notte al Pronto Soccorso
capace che per trovare un altro dottore
devono chiamare un'ambulanza e portare il
paziente in un altro ospedale. Questo vuol dire
restare soli, almeno secondo la mia

recrudescente mentalit ingegneristica che


ogni tanto fa capolino nei reparti ospedalieri e
si domanda: boh?!
Comunque sia alla fine il radiologo si rivela
anche simpatico, e una volta che si d una
mezza tranquillizzata pure gentile e mi
spiega un po' di cose che non sapevo sulla
radiologia... che magari l'idea di base era
proprio quella.
Anche il tecnico di laboratorio piuttosto
disponibile, e mi fa vedere come mettono il
paziente sul lettino della TAC, iniettano il
mezzo di contrasto, sparano un po' di raggi X
tanto per, centrano le immagini e
programmano i macchinari e tutto quanto, e
alla fine fanno l'esame vero e proprio che - per
chi non lo sapesse - ricrea al computer una
sorta di immagine del paziente fatto a fettine

abbastanza dettagliate da poterci riconoscere


vasi, organi, ossa, strutture varie e - soprattutto
- se c' qualcosa che sembra un po' fuori posto
o che non dovrebbe proprio esserci per niente.
Per la durata di circa venti minuti inizia quasi
a piacermi, la radiologia. Certo per entrare alla
specializzazione devi avere ventinove e mezzo
di media e aspettare 3 anni... ma che problema
c'? sempre molto pi abbordabile di
Cardiologia o Pediatria. Alla fine metti la
gente sul lettino, premi un po' di bottoni,
referti le immagini e hai finito l. Con i
pazienti - se non ne hai voglia - quasi
nemmeno ci parli. I tecnici sono bravissimi e
gli infermieri ancora meglio, e tutto fila liscio
e tranquillo e senza intoppi.
Uno degli ultimi pazienti una signore sui 40,
massimo 45 anni. Ha una di quelle malattie

che mi pare fuori luogo anche solo nominare


in un libro tutto sommato leggero come il mio,
ma insomma avrete capito. stata operato da
un po', in terapia da un altro po' con relativi
farmaci chemioterapici e biologici del
bisogno, e questo uno dei tanti controlli
periodici ai quali deve sottoporsi.
talmente abituato al rituale di questi esami
che si sdraia sul lettino e aspetta le indicazioni
come se stesse prendendo l'autobus o se stesse
facendo la fila alla Posta. Quando ha finito si
sistema i vestiti, saluta tutti e si allontana con
la naturalezza di chi passava da quelle parti
per caso e ha detto: "t, c' una TAC?! Quasi
quasi me ne faccio una".
Quando poco pi tardi guardiamo il risultato
finale, il radiologo scorre le immagini per
mostrarmele.

Vedi? mi spiega, indicando tante


macchioline che riempiono lo spazio del
fegato. Queste cose sono tutte schifezze, qui
non ci dovrebbero stare.
E io quando mi trovo di fronte a situazioni del
genere rimango sempre un po'... un po' come
non saprei dire. Ma la sensazione che penso
provino un po' tutti i medici in questi casi:
come se stessimo tutti camminando dentro a
un enorme campo minato, e ogni tanto senti il
botto di qualcuno che appena saltato per
aria.
Le schifezze nel fegato non sono una bella
scoperta, questo non penso sia necessario
spiegarlo a nessuno. In quanto a fare il
radiologo, invece, sto bene dove sto adesso e
non penso proprio che rientri nei miei progetti
per il futuro. Ma pure questa, non penso sia

stata chiss quale rivelazione.

Quando sono stato male.


La sera prima la passo - come tutte le sere
degli ultimi tempi - a cercare dettagli relativi
alla mia operazione su Internet.
Vengono fuori certi filmati da farti cadere i
capelli. Siti che raccolgono opinioni contrarie
e angoscianti. Esperienze di gente che si
lamenta di sequele, inesattezze, dolori, traumi,
effetti collaterali e chi pi ne ha pi ne metta.
Mi ripeto che su Internet ci vanno solo quelli
che hanno da lamentarsi. Gli insoddisfatti e gli
insicuri. Su Internet ci scrivono i coglioni
come me o chi ha voglia di prendere per il
culo la gente o chi tanto non sar contento
mai. Questa consapevolezza mi rassicura un
po'. Un pochino. Ma la notte comunque dormo
poco.

Sono in clinica alle 9 della mattina successiva.


Qualche formalit burocratica, poi mi
accompagnano in camera e mi danno un letto.
Verso le 10 iniziano a portare i pazienti in sala
operatoria. Le barelle passano per il corridoio
fino all'ascensore, e poi di nuovo
dall'ascensore fino alle stanze. Spero ogni
volta che tocchi a me, ma invece tocca sempre
a qualcun altro mentre quel corridoio l'imparo
a memoria ripercorrendolo una, dieci, cento
volte avanti e indietro.
Le ore non passano mai. Ogni minuto che
aspetto un minuto in pi di convalescenza
che mi toccher scontare dopo. Non si pu
bere, non si pu mangiare, non ci si pu
nemmeno accendere una sigaretta. Sei come in
una specie di limbo dove non succede e non
puoi fare nulla a parte passeggiare o farti

venire sonno davanti ai programmi della


mattina in TV.
Verso le 2 un'infermiera entra in stanza e mi
dice che il mio turno. Mi affretto a indossare
quel camice ridicolo che ti lascia tutto
scoperto come ti muovi un attimo di troppo.
Poi entro nel letto e mi infilo sotto alle
coperte.
Si
parte:
mia
mamma
mi
saluta
accarezzandomi sulla fronte, mentre mi
spingono verso l'ascensore. Le luci del
corridoio passano sopra di me, mentre a destra
e a sinistra i numeri delle varie stanze
scorrono all'indietro in una specie di conto alla
rovescia.
Saliamo con l'ascensore, e mi lasciano in una
piccola sala d'attesa. Sento i dottori che
parlano, qualcuno telefona e altri sono

indaffarati a spostare barelle o a discutere di


interventi o dei cavoli loro. Mi tiro su le
coperte fino al collo, perch fa un freddo della
Madonna.
Io sono l'anestesista un signore si accosta al
letto e mi d la mano. Poi mi attacca gli
elettrodi
per
il
monitor
dell'elettrocardiogramma, e se ne va.
Arriva una seconda barella con sopra una
ragazzina sui 14 anni. Ha la faccia di una che
la madre gli ha appena buttato al cesso tutti i
trucchi comprati di nascosto e il ragazzo l'ha
mollata e le sue amiche non la cercano pi e la
sua vita finita e che suo padre gli ha detto
che vuole che studi Ingegneria. Vorrei provare
a tranquillizzarla un po', ma due infermiere
aprono un separ tra noi due e non riesco pi a
vederla.

Passeranno un paio di minuti, poi l'anestesista


torna al mio letto e mi spinge verso la sala
operatoria vera e propria.
Mi fanno scivolare su un lettino pi piccolo, e
in un attimo sono circondato da persone con
tute azzurre, verdi, blu, rosa... ma quanti sono?
Sembra una specie di film del terrore, ci
manca solo la musica col teremin o qualche
scala di tastiera superveloce per essere
davvero tale e quale.
Qualcuno mi allenta il camice. Qualcun altro
mi sposta tirandomi come se fossi un sacco.
Mi posizionano un saturimetro su un dito,
mentre nell'altra mano mi infilano un ago
cannula e sento un male cane che davvero non
me l'aspettavo.
Adesso rilassati mentre il farmaco fa effetto
mi dice l'anestesista. Cos ti addormenti.

Ma non dovevo fare prima la spinale?


chiedo.
Lo so che sembro l'apoteosi del rompicoglioni
all'ennesima potenza, che non si sta buono
manco con 10 persone intorno armati di aghi e
lame taglienti. Per pensavo di aver capito
diversamente.
No, ti addormentiamo. Niente spinale.
A quel punto io specifico chiaramente il nome
del mio intervento, assicurandomi che
comunque non che per caso ci fosse stato
uno sbaglio. Lo so: ho visto veramente troppi
telefilm coi dottori del cazzo, e comunque mi
addormento senza nemmeno sentire la
risposta.
Dormo che una favola. Sogno qualcosa
anche, ma non ricordo cosa. Mi pare di aver
dormito per ore, come quando sei proprio

stremato e dormi che te lo gusti che non ti


pare vero... e poi per a un certo punto ti
svegliano che non volevi, e hai ancora troppo
sonno.
Abbiamo finito il chirurgo mi sveglia con
una carezza. E poi sparisce, o mi riaddormento
io. Non lo so, non ci sto capendo un cazzo.
La prima cosa che riesco a razionalizzare,
che ho un dolore terribile. Una roba che pensi
solo che non possibile che ti faccia davvero
cos male: capita che uno prende una botta col
mignolo su uno spigolo o una storta giocando
a calcetto e allora dice che s' fatto male e sta
l che si lamenta e pare chiss che cosa... ecco,
avete presente? Be', invece no: una cosa
troppo peggio. un dolore assurdo come non
l'hai sentito mai, che sta l e che non passa e
per quanto ti agiti e ti lamenti mi sa che a

calcetto non ci rigiochi comunque per un bel


po'.
Come va? l'anestesista mi sta spingendo di
nuovo nella sala d'attesa. L'intervento
andato benissimo.
Mi fa male. Ho un dolore importante.
Questa espressione del dolore importante non
me l'ero manco preparata. Un termine entrato
dentro in qualche modo da qualche reparto, e
rispuntato fuori dal mio subconscio che anche
in un momento del genere non voleva
bruciarsi l'occasione di spararsi le pose da
studente di medicina secchione sfigato. Il
subconscio - non per niente - sta sulle palle un
po' a tutti.
L'anestesista indica una pallina di plastica che
mi hanno appiccicato al braccio.
Hai gi l'antidolorifico, adesso ti diamo

qualcos'altro.
Quello che ricordo dopo sono una serie di
scene tra la sala operatoria e la mia stanza,
perch lo spostamento ci sar stato, ma non
che
fossi
presente
sempre
contemporaneamente pure io. So solo che a un
certo punto stavo con le flebo, gli
antidolorifici e tutta la droga del mondo, con
mia mamma da una parte che pregava e io che
ogni tre secondi facevo un grugnito come uno
che lo sgozzano e mi giravo e rigiravo per
trovare una posizione nella quale mi sentissi
un po' meglio, ma che tanto non c'era.
E poi quella sete. Come se avessi masticato
delle palline di sale, mentre correvo di corsa al
Circo Massimo in pieno Agosto con addosso
la tuta da sci. Sugli effetti collaterali dei
farmaci ci scrivono cose tipo: neutropenia,

neurite periferica, al limite diarrea se proprio


uno fortunato. Non ci scrivono mai: ti viene
una sete che manco a li cani, questo no. E
vorrei tanto sapere perch.
Ma non mi lasciano bere: non si pu, vietato
come qualunque altra cosa lontanamente
piacevole all'interno di ospedali, cliniche e
areoporti, e comunque ho gi una flebo di
fisiologica attaccata alla vena. Vedo il tubicino
che mi entra nella mano: ripenso a quando
spiego ai pazienti che come idratazione basta
quella, e che di bere non hanno realmente
bisogno... e poi mi mando affanculo da solo.
Passa un'ora, e sto giusto appena un attimino
meglio.
Passano due ore, e va meglio. Riesco anche a
scambiare qualche parola con mia madre che
non prega pi, e a scherzarci sopra.

Dopo tre ore gli antidolorifici hanno


funzionato, e mi fa ancora male tutto ma un
male che tutto sommato non pi niente di
che.
Arriva l'ora di cena, e arrivano una specie di
brodino con dentro il niente, e quella che a un
esame autoptico potrebbe essere una mela
frullata. A portarmi il vassoio una signora
piccolina, anzianotta, non indossa un camice
ma una sorta di palandrana che le copre il
vestito solo sul davanti e la fa sembrare una
cameriera. E io ho tanta di quella fame che
vorrei abbracciarla e chiederle di sposarmi e
portarmi la pastina e la mela per tutto il resto
della nostra vita: noi due, soli e insieme per
sempre.
Tirarsi su per mangiare un'impresa, ma ho
un sacco di tempo. Il brodino mi leva

quell'arsura demoniaca, e gi mi sento rinato.


La mela frullata dolce, e dopo quelle due ore
interminabili che sono passate una
sensazione cos bella che mi scendono quasi le
lacrime.
Era buonissima dico alla signora di prima,
tornata a recuperare il vassoio. La cosa pi
buona che abbia mai mangiato.
Lei si mette a ridere, e scuote un po' la testa
come a dire che invece no: non buona per
niente.
Si vede che avevi proprio fame dice, prima
di andarsene.
La notte dormo mezz'ora ogni ora. Mi
addormento e mi sveglio. Mi sveglio e mi
riaddormento. A un certo punto - e non so
come - il catetere s'intreccia con la flebo, e
facendo un movimento col braccio gli do uno

strattone con tutta la forza che ho. Ma


guardiamone il lato positivo: ogni volta che
capiteranno discussioni sugli aneddoti
dolorosi per decidere a chi capitato di farsi
pi male nel corso della vita, vincer sempre e
sicuramente io.
Al mattino mi visitano di nuovo, e quando mi
levano il catatere esclamo il "ma porca troia!"
pi profondamente sentito della mia esistenza.
Poi verso le dieci passa l'infermiera, mi chiede
se ho fatto pip e io niente: non mi scappa.
Alle undici passa di nuovo, e io di nuovo
nulla: non la devo fare.
Verso mezzogiorno mi scappa un pochino, ma
non riesco a farla.
All'una sono io a cercare l'infermiera perch
mi scappa troppo, ma non ci riesco. Lei mi
dice che non fa niente, e di riprovare pi tardi.

Alle due me la sto facendo sotto ma niente: ci


provo e ci riprovo, ma la sensazione come di
dover pisciare attraverso il granito e mi viene
da piangere solo al pensiero che mi rimettano
il catetere, e che poi - cosa peggiore di tutte me lo tolgano di nuovo.
Alle due e mezza viene a trovarmi mio
fratello. Tempo 3 minuti e mi fa incazzare di
brutto, scatenando cos anche il miracolo.
Esco dal bagno entusiasta per avvisare le
infermiere e i medici e gli operatori sanitari.
Gli altri pazienti, gli operai che vedo dalla
finestra dall'altra parte della strada, tutti quanti
devono essere informati che ce l'ho fatta e
partecipare ai festeggiamenti: devono saperlo
tutti!
E da l in poi stata tutta in discesa.
Medicazioni, farmaci, visite col chirurgo,

dolori da tenere a bada con altre medicine...


ma il brutto stato davvero solo in quelle due
ore dopo l'anestesia, un po' la notte e fino alla
mattinata
successiva,
quando
pareva
impossibile anche l'operazione pi banale.
A ripensarci, adesso che queste righe sono
poco pi di un racconto, penso di poter dire di
essere stato male. Poco male - tutto
considerato - e per poco tempo, ma stato
cos. Diciamo che penso di aver avuto un
piccolissimo assaggio di cosa vuol dire
dipendere totalmente da qualcun altro, perch
da solo non ce la fai proprio. E ho capito che
anche un minimo di gentilezza in pi pu
cambiare tanto di come vivi una situazione.
Ho capito che quando qualcuno sta male non
come al cinema o nei film, che pare quasi una
cosa figa che poi alla fine sono tutti felici o -

male che vada - alla fine muore e non ci si


pensa pi: c' un livello di stare male che
arriva ad annientare le persone. Le strappa via
dal mondo e le porta in una dimensione dove
non riescono a interagire con nient'altro se non
la propria malattia e i propri bisogni pi
basilari.
Ogni volta che una persona sta male e non
riusciamo ad aiutarla, ogni volta che qualcuno
soffre e viene lasciato solo, e ogni volta che
guardiamo al dolore degli altri con
indifferenza, una tragedia.
E non bisogna essere medici, o ingegneri, o
laureati in chiss che altro per capirlo, per
sdegnarsi, per voler fare qualcosa, per voler
aiutare e curare. Bisogna semplicemente
essere umani.

Il turno in pronto soccorso.


La cosa non era n attesa n voluta, ma in ogni
caso successo che - per motivi di turni da
coprire, cambiamenti di fine anno e festivit
varie - il mio professore stato spostato dal
reparto al pronto soccorso. E io mi sono
ritrovato in sala rossa con lui.
La sala rossa sarebbe la parte del pronto
soccorso dove arrivano i pazienti in condizioni
pi gravi. Di fronte ci stanno delle stanze con i
pazienti ortopedici e chirurgici, e subito a
fianco una specie di mini-terapia intensiva con
gli anestesisti barra rianimatori.
E ok. Vi racconterei la mia esperienza
partendo da un inizio per poi arrivare a una
fine, ma in pronto soccorso non si inizia e non
si finisce mai ed tutto un ripetersi continuo

di una serie di eventi e operazioni mescolate e


sovrapposte.
Per spiegarmi meglio, a suo tempo vari
professori e studenti pi anziani (inteso come
data di iscrizione all'universit) mi avevano
detto "il pronto soccorso un casino". E
casino a tutti gli effetti la parola pi adatta.
Arrivi insomma che c gi un paziente da
visitare, altri due sotto terapia, nella saletta
accanto gli anestesisti intubano qualcuno, altri
pazienti parcheggiati nelle varie stanze e tutti
da vedere, misurare, controllare e cercare di
piazzare in fretta in qualche reparto perch pi
passa il tempo e pi le barelle si accumulano e
dopo un po' succede come quando giochi a
Tetris, e muori.
Io aiuto gli specializzandi a prendere una
pressione, che brutta. Poi faccio un

elettrocardiogramma che non ci piace per


niente. Misuro la temperatura a uno che ha 40
di febbre. C' una signora con 180 battiti
cardiaci a riposo. A un'altra serve un emogas
ma l'arteria piccola e profonda e debole e
prenderla un casino e nel sangue troviamo
pi anidride carbonica che nella Beltier di
Fantozzi.
Porto un signore alla TAC per un sospetto
ictus. Torno su, e ce ne sta un altro. Scendo di
nuovo alla TAC per quest'altro sospetto ictus,
ritorno su, e ce ne sta un altro ancora. Sto
un'ora insomma a fare avanti e indietro e ogni
volta che torno c' un paziente nuovo. Non
finiscono mai, sembra un film di guerra dove
il nemico per non sono i vietcong o i nazisti
ma i grassi e il sale di troppo che hanno teso
un'imboscata alla popolazione italiana durante

il cenone di capodanno.
E in tutto questo bisogna scrivere le cartelle,
trasferire i malati, parlare al telefono, litigare
coi colleghi, discutere coi parenti... il Pronto
Soccorso sembra un posto fuori dal mondo
dove se guardi all'esterno ti sembra che gli
altri si muovano tutti al rallentatore. Mi
vengono in mente reparti dove vedevi pazienti
in 10 persone e a sentire il torace stanno l a
colpettare piano piano col dito e fanno
respirare il paziente 28 volte perch forse c'
un impercettibile crepitino e allora tutti lo
vogliono sentire e col crepitino del polmone di
un paziente sanissimo ci stiamo fino a domani.
Questo pare il livello hard, che se c'era
qualcosa e l'hai sentito lo scrivi sulla cartella e
vai: avanti un altro. Se non l'hai sentito te lo
sei perso, e avanti un altro lo stesso. Se perdi

mezz'ora a prendere la pressione non che


stanno tutti ad aspettare te. Fare un
elettrocardiogramma non vuol dire: "facciamo
l'elettrocardiogramma tutti insieme e poi
domani i cardiologi ci portano il referto". Qui
l'elettrocardiogramma ti sbrighi a farlo anche
da solo, e se aspetti il cardiologo per capire se
o non un infarto stiamo messi davvero,
davvero male.
Torno a casa che sto a pezzi come mai prima
d'ora dopo un internato, ma con le idee un po'
pi chiare.
In poche ore ho capito perch per imparare
vogliono che noi studenti stiamo in reparto e
non l in mezzo alle palle. Capisco che per
fare certe cose ti ci devi trovare veramente a
tuo agio. E a questo punto appare evidente
anche il motivo per cui per la scuola di

Medicina d'Urgenza ci stanno 5 domande,


contro le 50 per Cardiologia e le 100mila per
fare il pediatra.
Alla fine la scelta sempre tra ci che vuoi
essere, e ci che invece ti conviene. E il
pronto soccorso un po' troppo forse per uno
studente che deve imparare, troppo forse per
chi dopo aver staccato vorrebbe scaricarsi da
tutto il lavoro, troppo forse per una
professione
limitata
esclusivamente
all'ospedale con tutti gli svantaggi economici
del caso.
Il pronto soccorso un po' troppo di tutto, e in
questi due anni spero di frequentare anche
reparti e ambulatori pi tranquilli dove
mettermi con calma a studiare e imparare,
perch ora come ora in sala rossa un po' tutto
troppo veloce ed arrivato un po' tutto troppo

presto.
Domani - comunque sia - ci torno.

Un posto come dottore.


Cena con amici e parenti, non ricordo pi per
quale motivo.
Ma poi, dopo la laurea, che fai? mi chiede
qualcuno. Vuoi lavorare in ospedale?
Le solite domande alle quali non so rispondere
manco a me stesso: tra la specializzazione
impossibile, la crisi e tutti i centomila
imprevisti, secondo voi - per lavorare in
ospedale - basterebbe, semplicemente,
volerlo?
Pensavo di fare un master. Rispondo,
proponendo l'ultima versione giustappena
aggiornata dei miei dubbiosi progetti per il
futuro prossimo venturo. Poi i corsi da
ecografista e qualcos'altro... ma a lungo
termine, vorrei avere uno studio con dei

pazienti miei.
Risate generali:
Ma uno va a farsi visitare dall'urgentista?
Non fa prima a chiamare l'ambulanza?
Che palle. Provo a spiegare quel solito
discorso di stare in pronto soccorso per fare
pratica, e che la medicina di base la
dovrebbero conoscere tutti e che magari vai
dallo specialista sbagliato e butti i soldi,
eccetera eccetera, ma niente. Medicina
d'urgenza = pronto soccorso = tipologia di
medico che visita solo chi sta per morire. Che
sempre meglio della tipologia di medico che
stai per morire DOPO che ti ha visitato,
secondo me. Ma sono opinioni.
Altra situazione: notte in Pronto Soccorso.
Aiuto con un paziente che definire urgente
vuol dire sottodimensionare molto il

problema. Ne accompagno un altro in reparto,


che i portantini stanno sovraccarichi ma serve
la barella e non possiamo aspettare. Aiuto
un'infermiera a fare i prelievi, poi leggo i
risultati delle analisi e in linea di massima li
capisco pure.
Dopo un po' faccio un elettrocardiogramma a
un signore con un infarto. Riconosco
sopraslivellamento e segni di ischemia, e
grazie ai foglietti che mi porto sempre in tasca
so risalire alla coronaria interessata.
Ma saprei fare lo stesso anche da solo, senza
sbagliare e senza combinare casini?
Mi rispondo di no. E visto che non riesco a
immaginare di laurearmi senza saper
riconoscere un infarto, non mi resta che
tornare l finch non ne leggo altri dieci,
cento, cinquecentomila anche... finch alla

fine insomma non ho imparato meglio.


Qualcuno dice che in reparto non impari nulla.
Eppure io invece ho imparato tantissimo,
anche se un reparto solo non basta e mi
toccher cercarmi per conto mio altri turni e
altri impegni oltre allo studio e alle lezioni e a
tutto il resto di roba obbligatoria che sta l
quasi a volerti impedire di diventare dottore
per davvero.
Mi chiedo se questo lavoro varr qualcosa
quando si tratter di cercare uno spazio, un
minimo di autorevolezza, una qualunque
forma di retribuzione. Vorrei rispondermi di s,
convinto, e invece non lo so.
Credo che - prima o poi - sar bravo almeno
quanto qualsiasi altro dottore in grado di fare
il proprio lavoro. Eppure so gi che dovr
arrangiarmi a destra e sinistra, passando

sempre per quello che ha qualcosa da


dimostrare. Quello che ha iniziato tardi: con
meno esperienza di quelli della sua et, e che
fatica a stare al passo con quelli pi giovani.
Terza scena, per concludere:
La
Croce
Rossa
fa
assistenza
a
un'associazione che segue bambini e famiglie
con problemi di vario tipo. Che poi non
proprio la descrizione migliore della cosa,
per va bene cos e accontentatevi, che pi o
meno ci siamo.
Io chiedo di poter seguire le visite. Mi dicono
di s, e mi ritrovo a guardare qualche bimbo
con l'otite, qualcun altro con le tonsille
ingrossate, e altre cose forse anche un po'
banali ma che - insomma - in ospedale non si
vedono mai.
Faccio la mia parte senza problemi: agli amici

volontari viene da ridere a vedermi in questo


ruolo un po' strano. Il dottore dell'associazione
mi spiega le cose cazziandomi come se non
sapessi una mazza di niente (cosa che - a tutti
gli effetti - non posso confutare) e nessuno dei
pazienti si sogna di chiedermi in cosa voglio
specializzarmi, quanto ho preso a Biochimica
o in che reparto sto facendo la tesi.
Finito il turno mi ritrovo con i miei compagni
della Croce Rossa. Un po' stanchi ma
soddisfatti, che il servizio andato bene.
Saluto tutti. Baci, abbracci, sorrisi e qualche
risata.
Monto in macchina e guido verso casa,
tranquillo: almeno per oggi, il mio posto l'ho
trovato.

La notte in pronto soccorso.


La notte al pronto soccorso ricorda le storie di
certi scrittori che una volta avrei voluto
imitare, costellate di personaggi dai toni
intensi che appaiono e scompaiono in
ambienti bui e poco accennati.
Un po' tipo un collage tra Twin Peaks ed Eyes
wide shut, senza ahim tutto quel sesso ma grazie a Dio che se no avevo gi cambiato
reparto - molto, ma molto ma davvero molto
meno noiosi.
Tra i tanti pazienti di uno dei tanti turni ci sta
Luisa, che ha preso una vagonata di farmaci
per non ho capito che terapia, e di colpo gli si
gonfiata la lingua e sta l con la flebo nel
braccio e la paura che se si gonfia un altro po'
non riesce pi a respirare e muore.

Stiamo facendo tutto l'occorrente le spiego,


vedendola che si tasta il collo. Vedr che non
succede nulla, tutto sotto controllo.
Vedo che mi sorride: l'avr rassicurata? Un
po', certo, penso di s. Ma non una di quelle
situazioni in cui ti rassicuri pi di tanto.
Credo.
Lascio Luisa e dal triage - l'ingresso del
pronto soccorso - ci chiamano per Paolo. Era a
lavoro, quando l'hanno trovato svenuto. E ha
la febbre, e non riesce a stare in piedi, e ha un
forte dolore al collo per cui l'infermiere s'
subito spaventato e gli ha messo una
mascherina.
Il professore gli solleva le gambe e porta le
ginocchia al petto. Manovra di Lasegue si
chiama. O Lasgue. Lsegue. Lasege o anche
forse ma non credo Lasegu. Al concorso per

entrare in specializzazione dove si mette


l'accento te lo chiedono di sicuro, per cui
toccher saperlo... ma intanto piegare le
gambe a Paolo non fa male: la manovra
negativa e - se ci dice bene - nessuno di noi si
beccato la meningite. Non da Paolo, almeno.
Il paziente va in un altro reparto, e noi
torniamo dentro. Le luci al neon dei corridoi
sparano che ti accecano gli occhi, mentre fuori
dall'ospedale buio e le strade si svuotano.
Certe volte pare che ci sei soltanto tu, i malati
e nient'altro, quando fai i turni di notte. Una
specie
di
delirio
psicotico
causato
dall'eccitazione, dal sonno, e credo anche dai
vapori di qualche disinfettante: quando facevo
le notti in ambulanza, provavo la stessa cosa
identica uguale.
Sono le undici, e arriva Carla. Ha un dolore al

petto fortissimo. Si agita, non lucida, a


parlare fa fatica. All'elettrocardiogramma
abbastanza evidente che c' un infarto. Un
infartone di quelli grossi, che stai l l per
rimetterci le penne.
In due minuti la riempiono di farmaci. Che nei
film i dottori devono fare un po' pi di scena, e
se un paziente gli va in arresto cardiaco fanno
tutti l'espressione da panico che non se
l'aspettavano e iniziano a correre per la stanza
a gridare e a chiamare la gente e a tirare gi le
Madonne. La realt invece che - i dottori
veri - come sta Carla lo sanno gi benissimo, e
stanno l pronti col defibrillatore a portata di
mano mentre ripassano le manovre di
rianimazione.
La sala operatoria per Carla pronta. Visto
che sta dalla parte pi opposta lontanissima e

in culo alla Luna dell'ospedale, organizziamo


una specie di trasloco dal pronto soccorso a
cardiologia. Io, gli altri studenti, gli
specializzandi, il professore, i barellieri e
l'anestesista di turno.
Attraversiamo dei posti dove di giorno ci sta
una folla che manco ve lo devo spiegare, che
se avete mai fatto una visita medica lo sapete
meglio di me la fila che c'era e tutto il bordello
per trovare la stanza giusta nel reparto giusto
nell'edificio giusto. Di notte un deserto
oscuro fatto di corridoi, finestre e ombre
scolpite da qualche neon e dalle luci smorte
dei rivenditori automatici.
Insomma alla fine Carla fa questa
coronarografia. Che sarebbe che ti infilano un
tubo dentro alle arterie del cuore, trovano
dov' che non passa pi il sangue e te le

sturano. Tanto per farvi una spiegazione


dettagliata da specialista in cardiologia. E
vorrei dirvi che alla fine successo chiss
cosa di tremendamente fichissimo da
raddoppiare i lettori del libro, ma invece
niente: hanno sturato le coronarie di Carla,
l'hanno portata in osservazione, e da quanto ho
saputo nei giorni seguenti stava pure bene. E
se questo fosse un medical drama, davvero:
che palle.
Tornato in reparto mi affaccio da Luisa, e pare
che si stia sgonfiando. Nella stanza con lei
invece ci sta il signor Armando: 70 anni
passati, un grosso problema neurologico di
quelli importanti. Sta in barella che non
capisce pi nemmeno dov', e si agita e si
lamenta con quel poco di forza che ha.
Si trova in ospedale gli spiego, convinto che

per nemmeno mi senta. Non si preoccupi,


pensiamo a tutto noi.
Lui guarda il vuoto attraverso di me. Prova a
dire qualcosa ma sono solo rumori. Gli misuro
la pressione e trovo che ce l'ha bella alta.
Avviso il professore, e gli cambiano la terapia
e gli danno pure qualcosa che lo calmi un po' e
che cos magari riesce pure a dormire.
Non che si possa fare molto, tutto sommato:
perch alla fine con la medicina qualcuno un
po' lo aiuti. Qualcuno lo aiuti magari un po'
meno, ma per qualcun altro non puoi proprio
fare un bel cazzo di niente.
Bravo, te stai a impar mi dice il professore
cos, a sorpresa, a un certo punto che non me
l'aspettavo.
E io l sul momento ci ho scherzato anche
sopra, e non ho capito nemmeno che cosa

potrebbe aver notato - di preciso - in quel


momento: vagavo per il reparto e facevo cose
con animo perplesso, come faccio sempre
quando sono l.
Poi adesso per ho scritto queste righe, e non
lo so: ho notato anch'io un po' un
cambiamento. Un'atmosfera leggermente
diversa dai racconti che ho fatto finora. Come
se stessi facendo sempre le stesse cose, ma
con maggiore consapevolezza. Oppure mi sar
solo fatto un po' suggestionare, e non affatto
cos: magari soltanto un po' un'impressione.

Un giorno da studente.
Sveglia alle 7 e 30.
Che poi diventano le 7 e 45, le 8, le 8 e 10...
vabbe': io la mattina ho un andamento pi da
bradipo che da essere umano, e per alzarmi dal
letto - pi che la sveglia - ci vuole il
defibrillatore.
Alle 8 e 45 arrivo gi in super ritardo in
ospedale. Mi metto il camice in fretta, e vado
al tirocinio in ambulatorio.
L'ambulatorio si chiama: piede diabetico,
piaghe e ulcere. E meno male che negli anni
scorsi mi lamentavo sempre che nei tirocini
non si faceva nulla! Perch se dovevo andarci
al secondo anno, mi sarei sentito male almeno
quattordici volte: una per ogni paziente che ho
visto.

Ore 12 meno cinque minuti, e lascio


l'ambulatorio: c' una riunione col primario
per discutere la tesi e per avere il "s"
definitivo per il titolo e tutto quanto il resto. E
a tal riguardo - e notate il mirabolante gioco di
parole - sono tesi-issimo: se va tutto bene
posso continuare col supervisore che mi segue
ora e con questa cosa che mi sta piacendo. Se
va male devo ricominciare da capo, forse con
un supervisore diverso e magari pure con
qualcosa che nemmeno mi interessa allo
stesso modo.
Insomma alle 12 sono nell'auletta col primario
e gli altri studenti interni. Alle 13 e 30 la
riunione finita: le lezioni sono gi iniziate da
mezz'ora, non ho mangiato, sono stanco e ho
un sonno cane.
Per la tesi stata confermata in via

definitiva, e il titolo pi o meno ufficiale resta:


l'ecografia polmonare d'urgenza.
Finito l'incontro, mangio una specie di panino
alla velocit di un'idrovora, e corro a lezione.
Sar sincero: sono stanco, dormo sul banco,
l'aula ha un'acustica agghiacciante e non
riesco a seguire una parola.
Tornato a casa, devo sistemare un po' di cose.
Mi resta giusto il tempo di mangiare al volo
un non so che cosa mi era rimasto in frigo
dall'ultima spesa, ed esco di nuovo.
Alle 8 e mezza - stavolta di sera - rieccomi in
reparto. E capisco che veramente da malati
mentali, ma:
1) La tesi confermata, e voglio parlarne col
professore.
2) L'idea che prima imparo a usare
l'ecografo, prima finisco la tesi e prima mi

laureo. Per cui meglio non perdere occasioni


per fare pratica, quando poi dopo magari
potrei non averne cos tante.
3) Io quando posso ci vado sempre perch semplicemente - mi piace.
E almeno sul terzo punto forse si potrebbe
discutere e gettare le basi per una psicoterapia,
ma se le cose non stessero cos probabilmente
non esisterebbe nemmeno questo libro, e non
sarei qui a raccontarvi di tutti i cavoli miei.
Non star a descrivervi tutto per filo e per
segno, ma in reparto una nottata di quelle
pesanti e non che sto proprio esattamente l a
riflettere su quanto ero gi stanco ancora
prima di cominciare. Alla fine decido
saggiamente di fermarmi in ospedale un po'
meno del solito, e rientro a casa che da poco
passata la mezzanotte.

Ultimo spuntino rapido della giornata perch


mi tornata fame (o forse non mi ero saziato
mai). Una doccia, un minimo di relax con
Internet, televisione o quello che era, e
finalmente me ne vado a dormire.
Mentre cerco di prendere sonno, penso che
domani - alle 8 e mezza - mi aspettano di
nuovo nell'ambulatorio piaghe ulcere e piede
diabetico del quale avrete piacere di leggere
tra poco. Ma mi sa proprio che, domani,
arriver un po' pi tardi.

Il tirocinio a chirurgia generale.


Parental advisory: il tirocinio a chirurgia
generale la cosa pi schifosa e vomitevole
che abbia mai fatto (e raccontato) in 5 anni e
passa di Medicina. Ma mettiamoci pure i 33
anni precedenti all'iscrizione, va': la cosa pi
schifosa che abbia fatto in vita mia.
Ci siete ancora? Siete convinti di andare
avanti a leggere? Ne siete proprio sicuri?
Peggio per voi.
Allora il tirocinio iniziava il luned. Ma io
luned stavo male e - cosa che si riveler
importante a breve - non ci sono andato.
Il marted invece mi ritrovo, alle 9,
nell'ambulatorio piaghe ulcere e piede
diabetico. Che poi in realt all'inizio nemmeno
volevo parlarne... ma poi per ho scritto

questo.
Siamo io, altri due studenti (che il resto del
gruppo non so che fine avesse fatto) un
medico neo-laureato che ci spiega le cose e
che praticamente era a lezione con me fino a 3
mesi fa, e un infermiere.
Ieri avete guardato esordisce l'amico e
collega neo-dottore. Per cui oggi fate voi.
Fate voi cosa? Mi domando io, che ieri
manco c'ero?
La risposta non tarda ad arrivare.
L'infermiere chiama uno dei pazienti in sala
d'attesa. Lui entra, si siede sul lettino, scopre
un piede togliendosi calzini, calze elastiche e
calzettoni vari, e sotto c' una medicazione
che dobbiamo invece togliere noi e - oddio sotto sotto c' una cosa che va dal terribile, al
terrificante, al ributtante e a oltre gli aggettivi

che possono venirmi in mente.


Vedete quella roba verde? spiega il dottore,
indicando la roba verde (appunto) che ha
attraversato medicazione, garze, calze fino a
macchiare i calzini e che adesso sta colando
sul lettino?
Gli altri annuiscono in coro, che loro c'erano
pure ieri e gi lo sanno.
Pseudomonas! commenta uno degli
studenti, della serie: wow, lo P-S-E-U-D-OM-O-N-A-S, come sono felice di vederne
uno!
Lo Pseudomonas il batterio pi cattivo del
mondo. Se stai bene e ti fai i cazzi tuoi, ok,
non ti dice niente. Forse. Ma come poco poco
ti becca che stai un po' male o anche solo cos
cos, ti entra dentro, ti mangia la carne fino
all'osso e pure l'osso fino alla carne dall'altra

parte, inizia a sputare fuori tutta roba verde


(appunto) e sei assolutamente fottuto. E pure
se gli dai gli antibiotici, quello tipo se li
mangia e diventa ancora pi grosso di prima.
Lo Pseudomonas insomma alla gente normale
che non studia medicina (ma nemmeno a me)
non la rende felice proprio per niente. E direi anzi - che sinceramente pure un po' stronzo.
E poi puzza. Cio, puzza che una cosa... io
voglio dire: vuoi mangiare le persone?! E va
bene: mangia le persone. Ognuno ha i suoi
vizi e le sue virt. Per - Cristo - per lo meno,
lavati.
Cos insomma uno degli altri studenti finisce
di scoprire la ferita, e scopre una specie di
cratere infetto fetido purulento, largo 5
centimetri e profondo 3.
Ma sta molto meglio! commenta il dottore,

entusiasta.
Pure il paziente contento. Gli altri studenti
sono contenti per osmosi. L'infermiere
contento pure lui. Tutti contenti.
E io mi domando: se sta molto meglio ora
che sta cos, ma prima che cazzo aveva?!
Per fortuna, non lo so. Comunque sia bisogna
fare la medicazione, che fantastica: prendi il
disinfettante e disinfetti, e fin qui tutto facile.
Poi prendi un ferro affilato ricurvo
taglientissimo, e fai lo scrub della ferita. Che
sarebbe che la gratti e togli le crose e la roba
verde e il pus e la pelle morta fino a farlo
sanguinare, col paziente ovviamente poverino
che si lamenta, perch gli fai malissimo.
E io solo a scriverlo starei vomitando, ma
visto che ci tenete proseguo con la parte
migliore.

La parte migliore, che col paziente


successivo - un vecchietto gentilissimo carino
e (se non siete dei tirocinanti) simpatico entra il professore. E il professore chiss
perch prende di punta me.
Adesso il tuo turno mi dice, mentre il
nuovo paziente si toglie le scarpe e tutti i 12
strati di vestiario sottostanti. Fammi vedere
cosa hai imparato.
Io sbianco: ma che ho imparato, che l'ho
visto una volta? Mi dico. Vabbe', poco male.
Prendo i guanti e vado, poi qualcuno mi dir
cosa fare.
Non serve che ti metti i guanti mi dice il
professore.
E io mi blocco in mezzo all'ambulatorio con
un espressione tipo... tipo quando a uno gli
dicono di toccare lo Pseudomonas senza i

guanti, ecco. Immaginatevela un po' voi.


I guanti ti danno solo impiccio, non bisogna
usarli.
Insomma, vabbe', ai professori diamo sempre
ragione che poi non sia mai se la prendono.
Anche se farlo mi coster la vita tra infezioni
mortali e dolori indescrivibili.
Prendo le forbici, e taglio il bendaggio sopra
la lesione ulcerata infetta necrotica. Senza
guanti, sento la benda sotto i polpastrelli che
tipo umida di troppi fluidi organici per poterli
elencare e che fa sguish, splitch, plot. Tutta
salute.
Tolta la benda, la ferita non ve la descrivo
nemmeno perch ho paura che se la guardo
vomito, svengo, cado, batto la testa, mi taglio
e il nostro batterio cannibale preferito entra
nel taglio e mi mangia il cervello.

Prendi una spugnetta, e strofina bene mi fa


il prof.
Io prendo la spugnetta, la bagno, e inizio a
pulire il tessuto epiteliale desquamante. E nel
momento esatto che tocco il paziente, quello
grida: aaah! Come se gli avessi fatto
malissimo.
Io resto l, pietrificato, con la spugnetta in
mano e il sapone che cola gi. Ma un attimo
dopo, il vecchietto si mette a ridere.
Ti ho fregato mi fa, dall'alto della saggezza
dei suoi 120 e passa anni. E poi ride di nuovo
tutto contento.
Capito?! Mi ha visto un po' sul molto
impacciato, e mi ha fatto uno scherzo: pure i
pazienti mi prendono per il culo!
Finita la medicazione (il resto - ringraziatemi ve lo risparmio) il vecchietto si fa aiutare a

indossare di nuovo delle calze elastiche. Sono


cos pulite e profumate che non sembrano
nemmeno nuove, ma comprate e lavate a
mano per l'occazione.
Me le lava e le piega mia moglie spiega,
contento.
La piegatura particolare tecnicamente studiata
dalla - immagino - anziana mogliettina in
questione (e che io gli ho consigliato di
brevettare) consente di infilare le calze
elastiche in 2 comodi movimenti. Senza
dolore e scocciature per il paziente, e
soprattutto senza la faticaccia enorme che chi
fa le medicazioni deve fare per rimettere le
calze normali.
Finito di rivestirsi, il vecchietto saluta,
ringrazia rigorosamente tutti e se ne va
abbastanza di corsa: che ha un altro esame da

fare, e poi la moglie lo aspetta a casa per il


pranzo e se arriva tardi... altro che gli scherzi
che fa lui ai futuri dottori.
E se mai arrivassi a campare 100 anni, vorrei
essere proprio come lui. Magari per senza il
diabete.
Morale della storia:
1) Se smetter di colpo di scrivere, stato lo
Pseudomonas. E temo che si contagi anche via
Internet e attraverso la carta stampata.
2) I chirurghi sono degli stronzi.
3) I pazienti con ulcere diabetiche, per quanto
io l'abbia forse buttata un po' troppo sul ridere,
stanno malissimo, e saperli curare difficile.
5) Se avete il diabete, controllatelo e
curatevelo prima di finire sotto le schizzinose
cure di uno come me, che magari non sa
nemmeno bene di preciso dove mettere le

mani: vi assicuro che farete un grosso favore


ad entrambi.

In mezzo a due mondi.


Pomeriggio un po' caotico: pazienti da tutte le
parti, troppi dottori e interni e specializzandi e
tirocinanti e infermieri che entrano e escono
dai box.
Gente che passa per i corridoi, barellieri,
personaggi misteriosi che appaiono e
scompaiono di tanto in tanto, e che non ho
ancora capito chi siano. La solita confusione
del Pronto Soccorso, insomma.
Non che oggi stia combinando molto: ho
letto un elettrocardiogramma che mi hanno
dovuto spiegare, ho seguito un'ecografia della
quale ho capito poco. Ho spostato qualche
barella e visto una TAC... e insomma, davvero
niente di che.
A una certa ora c' da fare l'ennesimo emogas

(un prelievo dall'arteria del polso) a uno dei


pazienti sotto osservazione.
Chi vuole farlo? chiede il professore, rivolto
genericamente al gruppo di studenti e
specializzandi che stanno l in quel momento.
Attimo di tensione cruciale:
Dovrei dirgli che voglio farlo io. Penso.
Per e se poi faccio un casino e sono pure
passato avanti a chi era pi bravo, e magari il
paziente uno che si lamenta o ci sono i
parenti incazzosi... come faccio?
E nel frattempo che io produco tutto questo
impavido
ragionamento,
uno
degli
specializzandi ha gi preso la siringa e l'ovatta
col disinfettante e il cerotto. E vabbe', c'ho
pensato troppo: sar per la prossima volta.
Decido comunque di fare presenza.
Raggiungo lo specializzando, e lo trovo che

sta sentendo il polso del malato per cercare


l'arteria e decidere dove bucare.
Posso sentire pure io, cos imparo? chiedo.
Certo! fa lui, scansandosi per farmi spazio.
Io metto due dita, e inizio a cercare il battito.
Il paziente non gran che collaborante, e ha
pure un polso molto leggero di quelli che non
si sentono: gi fare gli emogas di per s un
casino, ma questo insomma peggio del
solito.
Non

tanto
semplice
dice
lo
specializzando, leggendomi tipo il pensiero.
Io penso che in effetti non semplice manco
per niente, ma facendo appello a tutte le
conoscenze anatomo-chirurgiche impartitemi
dagli infermieri del reparto penso che secondo me - io l'arteria la sento abbastanza
bene.

Sta qua dico, puntando le dita in punti privi


di un interesse anatomico sufficiente a
meritarsi un nome. Pulsa piano, ma
questa.
Vuoi provarci tu?
Altra tensione, crucialissima.
Adesso, oltre a fare una figuraccia, passo
pure per quello che fa la scena che lui
capace a fare le cose... ma poi - invece - no.
Certo riesco a rispondere, stavolta
all'interno del limite oltre il quale tardi e lo
fa un altro.
Ora qui c'era tutta la descrizione di come
metto i guanti e il disinfettante, e di come i
vasi si trovano meglio coi polpastrelli liberi
perch col guanto sopra non senti niente e
tutto il resto, ma ve l'ho cancellata che era
anche pi inutile di quest'ultima frase.

Salto invece subito al momento in cui in una


mano ho la siringa, mentre coi polpastrelli
dell'altra sento l'arteria radiale che pulsa sotto
le dita. Ho bene in mente quando mi hanno
spiegato che non devo infilare l'ago sperando
di prenderci per caso, ma devo sentire la
pulsazione e puntare a seguire quella. Per cui
insomma mi concentro, sento il punto giusto e
prendo bene la mira.
Infilo l'ago. Sento il paziente che si lamenta
mentre la punta di ferro buca la pelle e va
dentro ai tessuti. Vado gi fino al punto dove
mi sembra che dovremmo esserci... ma niente:
niente sangue. Non l'ho beccata.
Restiamo calmi.
Le dita stanno sempre sull'arteria, e la siringa
sempre nel polso. Solo che le due cose non
si sono incontrate. Ma una situazione

normalissima, e non c' niente che non va:


solo gli infermieri pi esperti ci prendono al
primo colpo, a tutti gli altri succede sempre
cos.
Torno un po' indietro con l'ago, come mi
hanno insegnato. Cambio l'inclinazione
puntando dove sento ancora pulsare, e affondo
di nuovo.
Ed ecco cha nella punta della siringa compare
uno schizzetto rosso. Vuol dire che sta volta ci
siamo, ho fatto centro.
Il sangue esce da solo a pressione, rosso
brillante, e riempie in fretta quei 2 millilitri
scarsi che ci servono.
Queste sono le soddisfazioni della vita
ridacchio, sollevato, rivolgendomi allo
specializzando. Penso di avere finalmente
capito come si fa.

Finito. Tolgo l'ago, metto ovatta e cerotto e


vado col campione verso la sala dove c' la
macchina per l'analisi. Non mi pare nemmeno
di camminare, ma mi sento tipo a mezzo
metro da terra.
E nell'altra sala, trovo una paziente che
deceduta.
Il marito che abbraccia la salma. I figli subito
dietro, in lacrime.
Sento le mie emozioni che fanno le montagne
russe: vorrei essere felice e triste allo stesso
tempo. Vorrei sia fregarmene che provare
compassione. Vorrei solo pensare ai cazzi
miei, ma anche sentirmi una merda.
Sono finito in un vortice dimensionale dove i
mondi collidono e si possono vivere due
esperienze antitetiche in una botta sola. O
forse questo solo il mondo reale cos com' e

come funziona e io - per la prima volta forse


nella mia vita - sono riuscito a viverne
interamente un pezzettino.
Non lo so. Mi sento come se oggi mi fosse
successo qualcosa che non capita sempre, ma
che in fondo dimostra un'ovviet. Eppure
davvero non so descriverlo meglio: a parole
non so spiegarlo - nemmeno a me stesso meglio di cos.

Da ingegnere a medico.
Nel 2007, come ingegnere, mi occupavo di
prevenzione incendi e di pratiche relative
all'isolamento termico di appartamenti e
villini.
Detto in soldoni prendevo delle fotocopie,
compilavo tabulati standard al PC, realizzavo
disegni cos come da normativa, firmavo
moduli
prestampati
e
rilasciavo
documentazioni
richieste
all'ufficio
competente del caso.
Come ingegnere avevo provato un paio di
volte il concorso per i Vigili del Fuoco, non
riuscendo per a entrare.
Una delle prove classiche del concorso
prevedeva il progetto di un edificio in cemento
armato, e ricordo benissimo un momento

particolare mentre scartabellavo di fretta il


prontuario dell'ingegnere in cerca del giusto
quantitativo di ferri da inserire in una trave: la
scena che si allarga, centinaia di candidati tra
fogli, libri, calcolatrici e documenti. Io che
sono 8 ore che faccio calcoli astratti per il
progetto irreale di una struttura inesistente e
che d'improvviso, mi chiedo: ma che cazzo ci
faccio, qui?
Il colpo finale l'ho avuto dopo aver preso la
qualifica di tecnico antincendi: 5 anni di
universit, 2 anni di iscrizione all'albo, 120 ore
di corso post laurea con tanto di esame dato
pure due volte visto che - diciamo la verit alla prima non avevo studiato un accidenti.
Convintissimo che il mio percorso di studi mi
avesse dato accesso a chiss quali elitarie vette
professionali, vado al mio primo convegno e

mi ritrovo circondato da scolaresche degli


istituti tecnici - presto abilitati a svolgere il
mio stesso e identico lavoro di scartabellatore
di pratiche - e giusto qualche collega anziano
che si litigava con i ragazzini i gadget che
regalavano agli stand.
Fare l'ingegnere civile, nel 2007, per me era
semplicemente questo: tanta frustrazione, e la
sensazione che quello non fosse il mio posto.
Nel 2007 facevo anche il volontario della
Croce Rossa. Andavo un po' con il 118, ero
istruttore di rianimazione cardiopolmonare, ho
tenuto qualche lezione di primo soccorso e
insegnavo - nei limiti delle mie capacit - agli
altri volontari come si va in ambulanza.
Ma non voglio passare per quello con chiss
quale spirito altruista, e non neppure che
avessi tutta questa passione per il mondo della

sanit e del soccorso: quando sono entrato in


Croce Rossa, l'ho fatto solo perch avevo un
sacco di tempo libero. Perch cercavo
qualcosa che mi gratificasse pi del mio
normale lavoro, e anche perch non ero
entrato nei pompieri, ma mi piaceva troppo
quella sensazione di quando succede qualche
casino, ti chiamano, e tu arrivi di corsa a
sirene spiegate e pregando che non sia proprio
quella la volta buona che ti fai male.
Per cui, insomma, potremmo suddividere il
mio percorso pseudopatologico in una serie di
tappe fondamentali:
1) Laurea in ingegneria, con relative
esperienze
professionali
generalmente
deludenti.
2) Servizio militare nei vigili del fuoco, dove
scopro che un lavoro un pochettino pi

movimentato dell'ingegnere seduto davanti al


PC - tutto sommato - mi piace.
3) Ingresso in Croce Rossa dopo la fine del
militare.
E fin qua, e in tutto questo, sottolineerei come
non fossi contento per niente. Non stavo bene,
non ero sereno, stavo sempre incazzato, ero
scontroso e - diciamolo - con quel
caratteraccio, iniziavo pure a stare sulle palle
un po' a tutti.
A 27 anni non avevo fatto altro che farmi un
mazzo cos appresso a cose che non mi
avevano realizzato minimamente per niente, e
stavo - lentamente - iniziando a capire che
avevo assolutamente toppato tutto e su tutta la
linea.
A parte, dicevamo, la Croce Rossa.
Entrato - credo - nel 2003, tanto per e tanto

per fare qualcosa, alla fine ho iniziato a ritrovarmi. Facevo un turno in ambulanza, e
tornavo a casa contento. Tenevo una lezione a
un corso, e mi piaceva. Seguivo un
aggiornamento e - per quanto stancante - mi
trovavo interessato. Per la prima volta nella
mia vita, scoprivo di avere un impegno che
arrivavo addirittura a trovare divertente.
E cos ho iniziato a trovarmi a contatto con i
dottori. Vedevo quello che facevano, e tutto
quel mondo fatto di scienza/non scienza,
matematica senza numeri, fiale, alambicchi,
tubi, marchingegni elettrici e strumenti
pseudo-magici mi affascinava.
Mi affascinava, e col tempo ho iniziato a
pensare che mi sarebbe piaciuto avere il loro
stesso ruolo, trovarmi al loro posto. In fin dei
conti, avrei potuto studiare anche io per fare

quelle stesse cose: perch non lo avevo fatto?


Ero un ingegnere che si ritrovava ad
appassionarsi alla medicina, ma che non aveva
le qualifiche e le conoscenze e i titoli per
andare oltre il proprio ruolo.
Ma adesso spezziamo una lancia a nostro
favore: gli ingegneri, una cosa - almeno una la sanno fare meglio di tutti. Perch l'idea
dell'ingegnere, tutto sommato, solo quello:
trovare delle soluzioni.
Volevo pi qualifiche di tipo sanitario, e la
soluzione - ai miei occhi - era la pi semplice
del mondo: acquisire altre qualifiche di tipo
sanitario. Che pare una cavolata, ma prima di
realizzare che l'unica soluzione era rimettersi a
studiare, mi ci sono voluti degli anni.
iniziato cos un percorso in cui cercavo
ovunque idee per master, corsi, certificazioni,

abilitazioni e chi pi ne ha pi ne metta. L'idea


era di imparare a fare qualcosa da applicare in
campo sanitario, e allora c'era il master in
Ingegneria Clinica di qui, la scuola di
Ingegneria Biomedica dall'altra parte, l'idea di
studiare elettronica per conto mio... insomma,
un po' di tutto. Dubbi, incertezze, perplessit,
intanto che il tempo passava.
C' voluto l'unico parente medico della
famiglia per puntualizzare e chiarire finalmente - la questione: io ero andato l a
mostrargli i volantini di non so che corso
noioso e inutile sulla gestione dei macchinari
ospedalieri. E lui: "se vuoi fare il dottore", mi
ha detto, "l'unico sistema al mondo, quello di
laurearti in medicina".
N pi, n meno. Dal problema, alla
soluzione. Da una vita da persona disillusa,

scontenta e sconfitta, al sogno - perch un


sogno era, visto il terrore che avevo di fare
questa scelta - al sogno dicevo di un nuovo
percorso, gratificante e pieno di soddisfazioni.
Sono andato a parlare con un primario
dell'universit, e lui mi ha detto: "se lo vuoi
fare, fallo. Ma pensa che i 6 anni saranno 6
anni completi, perch con la laurea in
ingegneria non ti riconoscerano praticamente
nulla".
Sono andato a parlare con un professore di
Ingegneria Biomedica, e lui mi ha detto: "sei
gi ingegnere: ti iscrivi alla specialistica, per i
crediti che ti mancano vieni da me e ti dico
cosa studiare. Ci metterai un 3 anni in totale,
ma scoprirari che ingegneria - adesso - pi
facile di quando l'hai fatta tu".
Dopo tutti questi incontri e queste discussioni,

ho passato intere nottate insonni a pensare a 6


anni di studio completamente da zero, contro
solo 3. Un'intera - interminabile - laurea da
medico, oppure solo mezza laurea da
ingegnere, con tanto di professori/colleghi
dalla mia parte.
Notti insonni al termine delle quali - grazie a
Dio - ho realizzato quale immensa stronzata
stavo facendo soltanto a voler pensare di
potermi iscrivere a Ingegneria per la seconda
volta... e alla fine, insomma, ho deciso: avrei
provato a diventare un dottore.
In questo presupposto, ero a dir poco oberato
da una quantit incalcolabile di paure, dubbi,
incertezze. C'erano 10000 incognite da
affrontare, a partire dal riuscire in qualche
modo a dirlo ai miei senza fargli venire un
infarto, dal riuscire a entrare e dal trovare la

forza di rimettersi sui libri.


E a quel punto ho affrontato la cosa - di nuovo
- con un approccio ingegneristico, scindendo il
problema in tanti piccoli sotto-problemi pi
semplici: prima di tutto avrei provato il test di
ammissione. Poi avrei provato a seguire i
primi corsi. Poi avrei tentato o primi esami.
Poi avrei cercato di prendere in mano un ago
senza svenire... e cos via, un pezzo alla volta,
per 6 anni, e possibilmente fino alla fine.
Di quei giorni, ricordo quel senso di
anticipazione. Quel "chiss come andranno le
cose". Quel brividino sopra lo stomaco e
dietro la schiena che ti ricorda che domani non
sai bene cosa ti aspetta, ma che sei comunque
curioso e con la testa piena di possibilit, e
non vedi l'ora che quel domani - finalmente arrivi.

C'era tanta incertezza, quando sono andato sul


sito dell'universit a iscrivermi al test. Ma in
quella incertezza ero gi pi sereno, e nel
dubbio pi tranquillo. E da quel punto in poi piano piano e senza quasi rendermene conto
conto - ho rimesso in moto la mia vita. E dopo
di quello, stato tutto gi un po' in discesa.

Il dolore degli altri.


In reparto c' una signora, giovane, con un
linfoma.
Ha fatto una terapia che non ha funzionato.
Poi un'altra che non servita a niente, e infine
la terza e ultima che non ha cambiato un bel
tubo.
Ora sta a letto con una mascherina a pressione
che l'aiuta a respirare. Sembra stanca, e ha le
gambe magre magre di chi non sta pi bene da
troppo, troppo tempo.
Con lei una sorella che l'accudisce: parla coi
professori, e poi di nascosto la vedo cercare su
internet su siti che parlano di terapie, anticorpi
monoclonali, possibilit ancora da tentare.
Arriva lo pneumologo per il consulto, e vado
dietro a lui per vedere le radiografie: nelle

immagini del torace si vede solo bianco


insieme a opacit e iperintensit e a spazio
occupato da qualcosa che non serve a
respirare. Un pezzettino di polmone nascosto
da una parte resta l a fare il suo lavoro, ma
dopo di quello finita.
Che si fa a un paziente in queste
condizioni? domando io.
E la risposta un laconico: "niente".
Sono pochi mesi che frequento l'ospedale con
una certa regolarit, e di storie del genere
potrei gi elencarvene un'altra dozzina e
rovinarvi per sempre il resto del 2014... o in
qualunque altro anno leggerete questo libro.
Ma a che scopo? Il copione sempre quello di
una brutta puntata di qualche serie TV:
qualcuno sta male, qualcun altro si occupa di
lui, ma tu sai gi che siamo arrivati oltre il

punto in cui la medicina pu fare qualcosa, e


che le cose finiranno malissimo.
Ho sentito spesso dire che il dottore migliore
quello con tanta empatia. Quello che si
interessa dei pazienti e quello che si preoccupa
per loro. Ma sar vero? Penso a qualcuno
freddo e distaccato che fa la sua parte, e una
volta tornato a casa si scorda del lavoro e di
tutto ci che pu essere successo, e - tutto
sommato - lo invidio.
Io invece tante cose me le sento tutte addosso.
Ci penso la notte, e diversi giorni dopo mi
rendo conto che sono ancora con me.
Immagino che col tempo impari a gestirle
meglio e a mettere un freno a queste emozioni
alle quali assisti ma che - tutto sommato - non
ti appartengono davvero. Penso che alla fine
uno, semplicemente, finisca con l'abituarsi.

Ma non so fino a che punto puoi diventare


realmente cos distaccato se non sei gi cos
un po' di tuo.
Poi l'altro giorno arriva una donna sotto
chemioterapia. Con lei l'oncologa che la segue
e che si accorta che ci sono state delle
complicanze.
La dottoressa si muove per il reparto, veloce e
leggera come se non avesse peso. Chiama
chirurghi, cardiologi e internisti e tutti sono
inconsuetamente gentili e fanno quello che
chiede lei.
Parla con gli infermieri per la terapia.
Rassicura la sua assistita. Sorride sempre, e
vorresti stare tutto il giorno a sentirla parlare.
Me l'immagino mentre incoraggia qualcuno
che non ce la fa pi, mentre spiega come
comportarsi a una famiglia sconvolta. Mentre

piange di nascosto per una brutta notizia da


dare a un paziente... e nel giro di pochi minuti,
credo gi di innamorarmi di lei.
Dopo un po' tutto organizzato: la situazione
sotto controllo, i colleghi hanno fatto il loro
dovere e quando la ragazza lascia il pronto
soccorso la dottoressa la saluta con una
carezza sul viso.
Qui ho finito. Dice subito dopo,
rivolgendosi a noi.
E in un attimo saluta, e sparisce oltre la porta
del reparto. Leggera come una farfalla.

Da dentro a fuori.
L'esperienza pi difficile in ospedale l'ho
avuta - credo - l'altro giorno.
In reparto arriva Stefano, un vecchietto di 80 e
rotti anni che respira male, coi reni fuori uso,
il cuore anche peggio e un'infezione di quelle
che studi sul libro e pensi non si verificher
mai e invece, guarda un po', lui ce l'ha. Con
lui la figlia che l'accudisce durante il giorno e
che - prima di andarsene - viene da me.
Io lo lascio in ospedale massimo una
settimana mi dice. Non voglio che gli fate
troppi prelievi, iniezioni e tutti quegli esami
dell'ultima volta che stato ricoverato.
Sua figlia ha le idee chiarissime, insomma:
non si fida tanto dei dottori (e a maggior
ragione non si fider di me). Non vuole

interventi inutili e fastidiosi su suo padre, e se


le cose non si risolvono in fretta se lo riporta
comunque a casa.
E per quando lei se ne va, nel momento che il
vecchietto rimane da solo, succede che c' da
rivedere e aggiustare la terapia, come del resto
normale. E qua vi avevo messo tutta una
descrizione di fisiologia, clinica, farmacologia
e non so quanti altri esami di medicina
condensati in poche righe, ma ho concluso che
non ce ne frega niente a nessuno e passo
semplicemente al fatto concreto: io che aiuto a
somministrare la terapia a Stefano.
Tra tutte le cose che deve prendere, c' una
roba che quando te la iniettano fa un male
cane e la storia finisce con Stefano poverino
che si lamenta mentre io faccio quello che mi
hanno detto di fare sentendomi - intensamente

- una totale merda.


Che non fosse colpa mia, e che si trattasse di
una cosa che andava fatta, mi pare evidente.
Per c' questo terrore di fare pi male del
dovuto a qualcuno perch magari sbagli,
oppure hai capito male, o perch semplicemente - era meglio se lo faceva
qualcun altro meno impedito di te. E
probabilmente necessario che uno si senta
cos, perch altrimenti farebbe solo casini.
Per, ecco: la figlia che mi fa quel discorso, io
che ce la metto tutta, ma alla fine... vabbe':
suppongo che sia andata come doveva andare.
Il giorno dopo vado al mare, passeggio sul
bagnasciuga e ci penso ancora, a Stefano. Mi
chiedo se migliorato. Mi chiedo se invece
morto, o se non cambiato nulla e sta sempre
come ieri, in quel letto d'ospedale. Mi

domando se avr raccontato qualcosa a sua


figlia, e mi chiedo quale sar adesso la loro
opinione sui medici, e su di me.
Le onde mi accarezzano i piedi, e in
lontananza qualche barca che segue il litorale
mi d l'idea per un'ardita metafora, e per dire
cio che forse ho passato l'ennesimo giro di
boa: ai primi tempi, durante i primissimi
tirocini, quando vedevo la gente che stava
male, avevo paura per me. Paura - che so - di
svenire, di non reggere la tensione o di non
ricevere un buon giudizio dai miei professori.
Adesso sto pensando a un paziente, e mi
preoccupo di quello che sente lui e di quello
che potrebbe accadergli. Il mio ruolo alla fine
resta sempre lo stesso, e quello che devo fare
anche piuttosto scontato: le terapie non
lasciano molto all'inventiva personale, ci sono

le linee guida da seguire e le cose da fare sono


pi o meno sempre le stesse. Ma il risultato
sui pazienti, no: quello pu variare. E quando
varia in peggio, allora l che sta tutta la
fregatura.
Riflettevo, proprio pochi giorni fa, su cosa
fosse cambiato davvero in questi anni. Be',
tante cose. Ma pi di tutte quell'ansia, quella
sensazione di incompletezza, di qualcosa di
assolutamente fuori posto che avevo dentro di
me e che mi ha spinto a rimettermi in gioco,
adesso come se l'avessi proiettata al di fuori.
E lo so che suona pi come il secondo stadio
di una grave malattia mentale. Ma quell'idea
di avere io qualcosa che non va, di aver
sbagliato delle scelte nella mia vita, si
trasformata nel tempo nella sensazione che il
mondo in cui viviamo ad avere qualcosa fuori

posto, a volte. E che insomma non sono io


l'unica causa dei miei problemi, fallimenti e
frustrazioni, ma che sono cose che fanno parte
del gioco, della vita, dell'interagire
semplicemente con le altre persone.
Un me stesso un po' pi sereno, in un mondo
un po' pi cupo. Questo ho barattato con 5
anni di studio, pi il prossimo che deve ancora
arrivare. Non era solo questione di fare
l'ingegnere e fare il dottore, e decidere quale
delle due fosse meglio, ma questo almeno per
me era chiaro gi da un bel pezzo.
Il sole mi scotta la fronte mentre guardo
l'orizzonte con l'acqua che fa su e gi e il
vento tra i capelli e i gabbiani e tutta la pi
scontata immagine del tizio che passeggia
sulla spiaggia che potete farvi venire in mente.
Raccolgo una conchiglia per sentire il rumore

del mare, e cos vi ci ho messo anche questa,


che mancava.
Continuo la mia passeggiata, sentendomi per
l'ennesima volta una persona diversa. Inizio a
pensare al futuro, e a quello che mi aspetta
dopo quest'ultimo anno di universit. E mi
rendo conto di non averne la minima idea.

Un tirocinio d'estate.
Visto che almeno sulla carta sarei in vacanza,
decido di fare un gesto di forte anarchia
presentandomi in ospedale verso le 9 e mezza.
Non che qualcuno stia l a controllare i miei
orari o che gliene freghi qualcosa se ci vado
oppure no, questo sia chiaro. Per in genere
arrivo comunque pi presto.
Insomma alle 9 e 30 apro l'armadietto, prendo
il camice che ho lasciato appeso il giorno
prima con tutta la roba tipo fonendoscopio,
saturimetro, penna, spillatrice e compagnia
bella in tasca gi pronta, e alle 9 e 30 e 20
secondi - istante pi o istante meno - entro in
pronto soccorso.
C' la tipica aria infuocata di quando c' il sole
ad Agosto a Roma. Immaginatevi poi di

mettervi pure il camice sopra ai vestiti, e vi


farete un'idea ancora migliore di quanto faccia
caldo.
Comunque sia: arrivo e saluto il professore,
gli specializzandi, l'altro studente mio collega
e non so quanti pazienti gi ricoverati. E con
tutto il caldo e le fiamme e il casino che c'
sembra davvero di entrare in quel posto in cui
- nelle mie letture adolescenziali - erano
ambientate le avventure di Virgilio e tutta
un'intera serie dei Cavalieri dello Zodiaco.
E non so se perch oggi c'era un infermiere
con cui vado d'accordo (ma vado d'accordo
con tutti, in genere) se perch c'era un casino
di lavoro da fare o se perch mi sto
semplicemente iniziando a muovere un po'
meglio, ma comunque sia prendo e inizio a
fare un po' di tutto.

Comincio col mettere un'agocannula. Solo che


ci riesco e non ci riesco, con l'infermiere che
mi aiuta e col sangue che prima non esce per
niente e poi esce troppo tutto insieme... e
insomma, un macello.
Poi faccio un emogas di quelli che dicono che
parlo sempre degli emogas e allora non ne ho
parlato pi (scriver un libro a parte
specificatamente dedicato) ma non mi viene e
alla fine lo fa un altro. E lo fa del tipo che ci
riesce istantaneamente, come se fosse la cosa
pi semplice del mondo, e io l accanto che mi
vorrei sotterrare.
Poi metto un catetere, e tutti l a dirmi di
quanto lo sto mettendo male anche se poi
invece l'ho messo bene ed era evidentemente
una specie di prova emotiva per decidere se ne
ero degno, oppure no.

Poi faccio un ECG e dico: "ah ma qui c' un


sottoslivellamento!" e il professore invece
risponde che "no".
Poi mi guardo una TAC, ma toppo che tipo
non c'avevo capito niente e la neurologa mi fa
lo spiegone con cazziatone incorporato. E
potevo dirle che: "ma guardi che un suo
collega all'esame mi ha dato 30!", ma credo di
aver fatto meglio a starmene zitto.
Pi tardi c' una coronarografia. Vado in
emodinamica perch vorrei vederla, ma c' un
intoppo e si fa tardi e devo tornare da me e
allora niente coronarografia: me la sono persa.
La mattinata finisce a sorpresa con l'ultimo
prelievo arterioso a un signore, che invece mi
viene - tac - al primo colpo.
Mi ha fatto molto meno male del prelievo
che mi hanno fatto prima mi dice il paziente,

ridendo. E questa cosa devo dire che mi ritira


un gran bel po' su.
Torno al mio armadietto e raduno le mie cose,
che per qualche giorno non ho altri turni e
voglio dare una sistemata e una lavata a tutto.
Esco dall'ospedale e raggiungo la macchina:
sono rimasto pi del preventivato e il
parcometro scaduto da un po', ma per
qualche miracolo per non mi hanno fatto la
multa. Tutto sommato, direi che oggi andata
alla grande.

Codice rosso.
Solito turno in pronto soccorso.
E all'improvviso il solito casino, la confusione
e quella punta di adrenalina di quando arriva
un codice rosso: il 118 che ci ha portato
Vincenzo.
Vincenzo respira male. Che poi c' male e
male, e tanto per chiarire diciamo che respira
molto male tendente al malissimo. Se proprio
vogliamo allargarci e dire che respira, ecco.
un bagno di sudore. Lo vedi che
spaventato mentre ansima e si sforza con lo
stomaco di tirare dentro l'aria. Ha la febbre, un
cuore che sta l l per mollarci e dei parametri
vitali che ricordano pi un pesce rosso che
quelli di un essere umano.
Particolare non poco degno di nota: Vincenzo

ha 100 anni suonati, compiuti un mese fa.


Ci sono arrivato perch non mi sono mai
fatto toccare da un dottore dice regolarmente
ai parenti, in quello che potremmo un po'
definire il suo motto.
Questo ovviamente finch stava bene e fuori
dall'ospedale. Perch poveraccio adesso in
meno di 5 minuti lo toccano il medico
internista, un paio di anestesisti, non so quanti
infermieri e specializzandi, il personale del
118 e puranco perfino io... che forse come
dottore non valgo e potrei ancora far valere
quel suo assunto riportato poco sopra, ma tutti
gli altri - decisamente - no.
Con una certa dose di speditezza si fanno i
prelievi, l'elettrocardiogramma, si prendono i
parametri vitali. Ausculta il cuore, senti il
torace, chiama i raggi X, controlla

l'ossigenazione del sangue (la cosiddetta


saturazione: iniziate a imparare qualcosa pure
voi!)
Non ricordo tanto bene di cosa mi occupo di
preciso, o forse nemmeno me ne rendo conto.
Comunque faccio la mia parte pure io e mi
pare - in tutta sincerit - di non essere
nemmeno poi cos troppo d'intralcio.
Si prosegue con test, indagini e analisi. E
cos'avr e cosa non avr, alla fine viene fuori
che Vincenzo ha un edema polmonare. Gli
danno la terapia (che, un domani, potrei
addirittura ricordare), si attacca il monitor, si
rivaluta di continuo la situazione. E piano
piano, anzi piano pianissimo, lo vedi che
migliora.
Migliora lentamente e gradualmente, ma lo fa.
Fino al punto che non ha pi l'affanno, respira

in maniera normale, non ansima e non suda.


Dopo un po' la saturazione (vi ricordate?)
tornata a valori per lo meno da mammiferi. La
pressione scesa, il cuore si sforza di meno, e
l'emergenza completamente rientrata.
E a questo punto voglio essere sincero: un
anno che frequento con una certa consistenza,
diciamo, i reparti. Ma questa la prima volta
che vedo un paziente migliorare in un rapporto
di causa ed effetto assolutamente evidente tra
assistenza sanitaria e miglioramento dei
sintomi. La prima volta che vedo chiaramente - stare meglio qualcuno che fino a
poco prima stava invece malissimo.
Non che non sia mai successo altre volte,
questo ci mancherebbe: ma mai prima d'ora il
contributo della medicina mi parso cos
ineluttabilmente chiaro.

Pi tardi spostiamo Vincenzo in un'altra parte


del reparto.
Non pensavo che ce l'avrei fatta dice a suo
figlio, che l a aspettarlo.
Tante volte mi sono detto che, dopo una certa
et, hai avuto tutto quello che potevi avere, e
che curare una persona di 100 anni non sia
come curarne una di 20, o anche di 70.
Eppure Vincenzo ora sta l che parla col figlio.
Ha una mascherina per l'ossigeno, e dietro di
questa la sua espressione mostra il sollievo di
chi si sente meglio dopo essere stato davvero,
davvero male. Sono contento per lui. E sono
contento un po' anche per me.

Morire due volte.


Non so nemmeno come si chiami, ma
facciamo Lucia, tanto per chiamarla in
qualche modo.
Lucia una donna sulla quarantina.
La vedo che sta l, nel letto. Intubata,
circondata da cavi, tubi, schermi e macchine
di ogni tipo.
Accanto
a
lei,
c'
il
tecnico
neurofisiopatologo: un ragazzo che si gira un
po'
tutti
i
reparti
per
fare
gli
elettroencefalogrammi ai pazienti ricoverati.
Ci sono tante cose in ospedale che trovo
complicate,
difficili,
o
delle
quali
semplicemente non capisco ancora nulla. Ma
capire questa qui, al contrario, stato
facilissimo: sul computer del tecnico si

vedono scorrere tante linee, che vanno da


destra a sinistra, una parallela all'altra.
E nel caso di Lucia, ogni tanto si vede un
cosiddetto spike. Vale a dire una variazione del
tracciato. Una sorta di punta, insomma,
proprio nel momento esatto in cui batte il
cuore.
Ma se non fosse per quello, la macchina non
registrerebbe nient'altro. il famoso
elettroencefalogramma piatto, tanto caro ai
serial sui medici e ai giornalisti di cronaca
nera: la cosiddetta morte cerebrale.
Lucia morta a 40 anni.
Sento gli anestesisti che discutono tra loro.
Parlano di carte, firme e burocrazia per
avviare la donazione degli organi. Poi non so
altro. Non lo voglio nemmeno sapere, e torno
nella mia zona del reparto.

La giornata passa in fretta tra tanti pazienti,


professori, cose da imparare. Non mi ricordo
cosa ho fatto di preciso, e comunque non ha
davvero importanza.
Poco prima di andarmene, mi trovo a passare
di nuovo vicino al letto di Lucia, e scopro che
non pi intubata. Hanno spento la macchina,
e non respira pi.
Non serve pi nemmeno il monitor, staccato e
messo da parte, visto che anche il cuore ormai - si fermato.
Non doveva fare la donazione degli organi?
domando all'anestesista che sta l vicino,
intento a sistemare delle cartelle cliniche.
Lui sposta lo sguardo verso di me, e scuote
appena la testa.
I parenti non hanno dato il consenso dice,
tornando a seguire il suo lavoro.

E io non aggiungo nulla: ognuno fa le sue


scelte, e nessun altro pu andare l a dirgli che
ha fatto bene o che ha fatto male. Perch
quello che succede veramente, dietro a tanta
retorica e a tanti discorsi gi belli che fatti, lo
vive soltanto lui.
Soltanto mi dispiaciuto, per Lucia. Coperta
da un lenzuolo bianco, su quel letto di
ospedale: mi sembrato di vederla morire due
volte.

Il tirocinio in oculistica. O anche: la prima


volta che mi hanno arrestato.
Credo che oculisti e oftalmologi siano in realt
la stessa cosa. Ma dato il livello di
settorializzazione della medicina potrebbe
uscire fuori che uno opera l'occhio destro e
l'altro mette le lenti all'occhio sinistro, per cui
intanto vi dico che il tirocinio l'ho fatto con
l'oculista mentre l'oftalmologo - forse - non
c'era.
Il tirocinio si svolge al piano di testa e occhi
(non si chiama proprio cos, ma quasi) dove ci
stanno diversi reparti e un po' di pazienti
comuni a oculisti, oftalmologi e chirurghi
maxillo-facciali.
Insomma stiamo l in 10 persone col camice
dentro una stanza da visita, attorno a una

povera signora anziana in vestaglia che si


prestata alla cosa e che hanno portato l,
dicendo: fate voi, visitatela.
Terrore, gelo totale o semplice "c'ho sonno,
fate voi" di buona parte dei colleghi studenti.
Questa cosa del non volersi esporre durante i
tirocini era cos fin dal terzo anno, ed
evidentemente non che sia molto migliorata.
Io per, che mi sto abituando a maneggiare
schifezze e toccare pazienti moribondi, della
vecchina non mi intimorisco pi di tanto.
Certo, non ho la minima idea di cosa fare, e al
99 virgola 99 per cento far una figura del
cavolo davanti a tutti... ma comunque,
chissene frega: vado.
Che cosa successo, signora? domando,
facendomi avanti.
Non ve l'ho ancora detto, ma lei poverina ha

tutto un livido tipo enorme sulla faccia e


attorno all'occhio destro. Essendo ricoverata in
ospedale, che sotto all'occhio nero possa
esserci qualcosa di un po' pi sostanzioso uno
potrebbe pure arrivarci da solo... ma in realt
con tutta la mia svegliezza post-quasi-doppialaurea ho realizzato la cosa solo ora che scrivo
queste righe.
Sono caduta dalle scale sorride lei,
gentilissima. Mi si impigliato un tacco nel
pavimento, sono inciampata e ho sbattuto la
faccia.
Pregno di nozioni di pronto soccorso di base
acquisite nel volontariato (che, diciamolo,
come dottore al momento non ho imparato
quasi una mazza) inizio con una sorta di
interrogatorio post trauma:
caduta perch ha perso i sensi?

No.
Ha sbattuto la testa ed svenuta dopo?.
No.
Ha preso farmaci di qualche tipo?
No.
Ha patologie importanti?
No
Diabete, ipertensione, cardiopatie?
No, no, no.
Dall'occhio che ha sbattuto, ci vede bene?
Ci vedo male. Ma tale e quale a come ci
vedevo anche prima.
Ok. Almeno una delle risposte non stata un
"no", ma una frase tutto sommato piuttosto
ben articolata. Ma insomma - mi chiedo - ora
che a domande non ho raggiunto un cavolo di
niente, che cosa mi invento? Nel mio reparto,
arrivati a questo punto, arriva il professore e

risolve tutto lui. Mentre qui va a finire che le


mie pressoch nulle conoscenze di
oftalmologia d'urgenza saranno presto la mia
tomba.
In tutto questo, i miei colleghi studenti non
dicono una parola che sia una per darmi una
qualsiasi specie di input su come andare
avanti. Forse perch sono sempre atterriti dalla
vecchina, o forse pi probabilmente - e pi
consolatoriamente aggiungerei - perch non
sanno che fare tanto quanto me.
In compenso ci pensa il professore a farmi
capire che un po' presto per andare in sala
operatoria, e che c' prima qualcos'altro da
fare.
Allora tutto qui? dice. Non guardi il
paziente, non lo visiti, non fai nulla?
E come no? La visita maxxillologica (?) il

mio pane quotidiano!


Guardi verso di me.
Cos dicendo mi metto di fronte alla paziente,
e con tutta la faccia da culo che solo 10 anni
da ingegnere possono insegnarti, simulo la pi
verosimile visita neurologica che possiate
immaginare.
Sfiorando con le mani la fronte e gli zigomi,
vado tipo a valutare la sensibilit facciale.
Credo. Che comunque loro lo fanno sempre.
Sente che la sto toccando?
Un po' meno dalla parte dell'occhio nero
dice la vecchina.
Intorno a me tutti quanti, studenti tirocinanti
professori e specializzandi compresi, mi
osservano in silenzio. Non so se mi daranno la
laurea, ma almeno un Oscar penso di
meritarmelo. Ma adesso - mi chiedo - che

faccio?!
E d'improvviso un fulmine a ciel sereno mi
accende la mente: siamo a Oculistica. La
signora ha un trauma oculare. Potrei,
addirittura, guardare... gli occhi!
Con due dita apro un pochino le palpebre della
paziente, e guardo le pupille usando la luce del
cellulare. Che l accanto ci sia una lampada a
fessura da migliaia di centinaia di euro non
importa niente: tanto, non la so usare.
L'occhio sinistro ok. Almeno per me che non
ne capisco niente. L'occhio destro invece ha la
pupilla dilatata che non si restringe alla luce.
Che - se ci pensate - una cosa che non va
tanto bene.
C' una midriasi comunico al professore,
ringraziando con tutto il cuore il corso base
della Croce Rossa per avermi imparato questa

salvifica
parola.
Io
farei
subito
immediatamente prima ancora di qualsiasi
altra cosa, una TAC.
L per l, mi sento troppo un figo: c'era una
cosa difficilissima da scoprire, ma con l'aiuto
di conoscenze generiche e del mio cellulare,
ce l'ho fatta. Ora tutti penseranno che sono un
grande oftalmologo d'emergenza, e ogni volta
che apriranno gli occhi in piscina o che si
accecheranno con lo shampoo sotto la doccia
si diranno che c' bisogno di me.
La midriasi c' per via del collirio che
mettiamo prima della visita lo sconsolante
referto del docente. Prima non ce l'aveva.
Uhm. E vabbe': l'oftalmologia d'urgenza mi ha
appena voltato le spalle. Ma almeno - mi dico
- adesso so che NON ci sono reperti
patologici.

E allora, cosa fai? incalza il professore.


Cerco aiuto nello sguardo dei colleghi, ma
persiste il silenzio generalizzato e la mancanza
di idee barra suggerimenti barra dite-qualcosavoi. Ancora niente di niente: sono stato
abbandonato.
Mi faccio coraggio, e uso i dati da me ricavati
tramite la pratica clinica per formulare una
diagnosi cos come si addice a un dottore
reale.
La signora non mostra segni di
interessamento nerologico. La vista normale,
non ci sono segni di frattura, non c' stata
perdita di coscienza, ha un aspetto sano e non
sembra che l'evento traumatico abbia causato
delle complicanze.
E allora che fai? La mandi a casa?
Io veramente avrei fatto una lastra del cranio.

Ma se gli dici lastra del cranio i chirurghi


s'incazzano da morire, che loro stanno troppo
avanti per richiedere esami cos banali. Per
cui, insomma, mi pare che la soluzione sia una
sola:
S dico, con lo sguardo elevato di chi
convinto delle sue parole. Il volto fiero e
l'animo spavaldo dei giusti. La mando a casa,
perch la signora non ha assolutamente
niente.
E ok. Bravo, no?
Viene fuori che loro invece hanno fatto una
TAC, e la signora aveva tipo una frattura
orbitale tripla carpiata, di quelle che se non ti
operi dopo qualche giorno succede come se
avevi visto la cassetta di The Ring. E che io,
non facendo la TAC, ero tipo passibile di una
cosa strana che non ho ancora studiato, ma che

in reparto chiamano galera.


E va bene, poco male. Come si dice? Chi fa il
pane s'infarina. O anche: chi fa, sbaglia. Ed
pure vero che sbagliando s'impara.
Il guaio che si dice anche - tante volte - che
chi rompe paga. Ma quest'ultimo proverbio, ve
lo devo proprio dire, non m' mai piaciuto per
niente.

Alti e bassi.
L'altro giorno, in reparto, faccio un'ecografia
con l'aiuto del professore.
Alla fine mi pareva di averci capito pi del
solito. Lui mi ha fatto i complimenti, e
insomma: alla grande.
Poi vado a lezione, un docente ci bersaglia di
domande e dice - testuali parole - che gli
studenti dello scorso anno erano pi preparati
di noi: buuuuu! Tristezza, disperazione totale.
Voglia di tornare a Ingegneria.
Al tirocinio, qualcuno fa un emogas (era un
po' che non ne parlavo, ve'?) a una paziente,
ma non ci riesce. Poi arrivo io, provo io, e ci
riesco al volo: i prelievi in fondo sono come
una gara, e io ho vinto!
Sempre allo stesso tirocinio di prima, mi

chiedono una cosa sull'elettrocardiogramma...


e io dico una minchiata tale che pure l'exploit
con l'emogas di poco sopra precipita in
secondo piano. Bah.
Leggo un altro elettrocardiogramma che mi
pare che sopraslivella. Penso "non che
sopraslivella"? Allora vado dal professore e
dico "a me pare che forse l'ECG
sopraslivella".
E il prof. conferma "s, bravo, sopraslivella
davvero". Evviva, successo, applausi: la
prima volta che ci prendo! Anche se forse il
paziente sar meno entusiasta.
Mi hanno detto di una persona che lavora in
un pronto soccorso soltanto con la laurea di
base dico un bel giorno a un signore
dirigente medico.
Non possibile risponde lui. In qualsiasi

posto, presidio, luogo o ambiente sanitario


lavorano solo e unicamente specialisti.
E vabbe': e allora quella persona l come ha
fatto? E come far - soprattutto - io?! Ma ne
riparliamo tra poco.
Infine, l'altro giorno provo a fare un
elettrocardiogramma. Premo il tasto per
stampare, ma quello fatto che come non va
bene una minima cosa non stampa nulla, e
s'impianta e stiamo l mezzora senza che
venga fuori niente.
Quando sar dottore dico all'infermiera di
turno mi comprer un ECG che quando
premo il tasto stampa subito qualsiasi cosa, in
ogni caso.
Ma tu sei gi un dottore mi dice lei.
E devo proprio ammettere che io, le
infermiere, le adoro.

Dopo la laurea, niente.


Come dicevo poco fa, durante uno degli ultimi
tirocini mi capitato di discutere con una
sorta di direttore sanitario, dirigente
ospedaliero o insomma una persona di quelle
che conoscono i meccanismi dell'ospedale.
E non so come, venuto fuori il discorso
lavoro/specializzazione.
Ho sentito dire di una persona gli ho detto
io, che dopo la laurea ha lavorato in un
piccolo pronto soccorso con un contratto di
collaborazione e con partita IVA.
Lui, per, stato abbastanza lapidario.
Non possibile. Per lavorare in una struttura
sanitaria, anche con un contratto precario e
temporaneo, c' bisogno comunque e in ogni
caso di una specializzazione.

Capito? Io, a dire il vero, no: o questa persona


di cui mi hanno parlato in effetti non lavora in
pronto soccorso, e se l' inventato (cosa - a
mio parere - tutto sommato non impossibile),
oppure i dirigenti ospedalieri non sanno come
funziona il posto che dirigono. Che se ci
penso, ahim, non trovo del tutto impossibile
nemmeno questa.
Ma, ok, cambiamo del tutto situazione e
scenario. Andiamo tra gli studenti:
Che specializzazione vuoi fare? la classica
domanda che - presto o tardi - viene sempre
fuori.
Prover a entrare nella specializzazione X
l'ancor pi classica risposta.
Un po' meno scontata forse la domanda
successiva, che faccio io ogni tanto:
Cosa farai, se non entri?

Se non entro nella specializzazione X, allora


prover l'anno successivo a entrare nella
specializzazione X.
Dove
X
ovviamente

la
stessa
specializzazione di prima.
Il senso del discorso, che nessuno dice "se
non riesco a entrare, provo qualcos'altro". Gli
studenti di medicina sono tutti puntati e
concentrati sulla loro specializzazione (che
magari hanno dovuto scegliere 2 o 3 anni
prima della laurea) e al di fuori di diventare
medici specialisti non hanno altro progetto che
quello di diventare specialisti medici.
Che a me pare giustissimo, no? Mi piace fare
una cosa, per cui voglio fare quella: non c' da
discuterne.
Solo che i posti in specializzazione sono meno
dei medici che si laureano. Ora non so farvi

bene i conti precisi, ma a seconda dei numeri


che cambiano di continuo, solo un medico su
2 o su 3 trova posto in una scuola di specialit,
mentre gli altri no.
E cosa fanno, questi altri rimasti fuori?
Chiediamoglielo!
Cosa farete, se non entrerete in
specializzazione?
Se non entriamo in specializzazione,
proveremo il concorso per entrare in
specializzazione.
Ci siamo?
Da un lato, c' la dirigenza, la parte
organizzativa
dell'ospedale,
che
non
concepisce l'idea che qualcuno lavori in
mancanza di un titolo specialistico. Non
assolutamente n minimamente pensabile che
un non specialista si occupi di medicina

dicono loro. Lasciate proprio perdere.


Che poi, se vogliamo, come se volessero
dire che ti laurei in un ospedale che non ti
rende in grado di lavorare nel medesimo
ospedale che ti ha formato, perch se non
ottieni dei titoli aggiuntivi loro non accettano
di lavorare con te... ma non cambiamo
argomento, che se no non ne usciamo pi.
Dall'altro lato - dicevo - i futuri medici non
hanno un piano B.
se non mi specializzo, mi specializzo.
Altrimenti mi specializzo. Se no - dicevo penser a una specializzazione.
E poi, sopra tutto quanto, c' uno Stato che ha
creato un meccanismo dove prima mette un
numero chiuso a monte, con il test di
ammissione a Medicina. Ma poi a valle non ha
pi i fondi per portare a termine la formazione

di tutti, e impone una seconda scrematura,


lasciando chiss quanti medici con una
formazione incompleta.
Ma insomma. Ammettendo che tutto sommato
di cosa faranno i miei colleghi medici forse
meglio che si interessino loro, parliamo
piuttosto di me: che far io, che a
specializzarmi dopo la laurea non vorrei
provarci nemmeno?
Finora mi andavano bene i corsi da
ecografista, un paio di master, e poi quel che
succede si vede. Ma confesso che - di fronte
all'assoluta certezza e determinazione di tante
persone
che
ritengono
che
una
specializzazione sia pi che indispensabile un po' mi sto preoccupando.
Io sono ancora deciso a seguire i miei progetti,
infischiandomene di tutto e di tutti. Ma non

che sono cos fuori di testa da non dare


minimamente ascolto a nessun altro: e se poi davvero - non basta?
Se davvero dopo la laurea in Medicina, con la
laurea in Medicina non ci faccio niente? Non
mi toccher mica tornare a fare l'ingegnere?
Meno male che - per lo meno - non ho mai
cancellato l'iscrizione all'ordine...

Diventare un dottore.
Durante l'ultima lezione del semestre, tra
studenti e professori nata una discussione
lunghissima sul post laurea, concorso per la
specializzazione,
e
(tristi)
possibilit
lavorative per i pochi che ancora non hanno
deciso di espatriare.
Al cenone di Natale (e nei giorni successivi)
pi di un parente mi ha fatto il solito terzo
grado su: "cosa fai dopo"? "In che ti
specializzi"? "Come pensi di trovare lavoro
solo con due lauree in Ingegneria e
Medicina?"
Incontro degli amici, e di nuovo: "ma col
master cosa ci fai? Perch dovrei farmi fare
l'ecografia da te? Ma l'elettrocardiogramma
non devi essere SPECIALIZZATO IN

CARDIOLOGIA, per poterlo leggere?"


Pure su Facebook, la gente mi chiede
l'amicizia per farmi le stesse domande: "ma
poi dopo la laurea che farai?" e lo stesso via
mail. E su Twitter. E nei commenti al blog.
Sar il fatto dei tagli alla Sanit, sar la crisi e
- soprattutto - sar il periodo storico un po'
negativo per i medici in generale. E insomma:
vogliamo davvero passare al pessimismo
totale e illimitato? No. Almeno - io - no.
Assolutamente.
Io quando ho scelto di mollare quello che
facevo per diventare un dottore, non sapevo
realmente dove sarei arrivato. La cosa poteva
durare un mese, un anno e poi spegnersi l,
oppure potevo andare avanti e finire dove
sono adesso, che ormai manca poco.
Io sapevo che iscrivendomi a Medicina non

potevo aspettarmi chiss che risultati, e che


vincendo il test di ammissione non avrei
svoltato come spera forse qualcuno di quei 50
mila candidati che ci provano ogni anno.
Decidendo di diventare un medico il lavoro da
paura, quello da ingegnere che firmi 4 carte
del cavolo e stampi la fattura e intaschi i soldi
- che gi avevo - lo stavo buttando nel cesso e
addio. Ciao ciao. Il fatto che io sono un
idiota, e a me quel lavoro faceva schifo e mi
aveva reso infelice e depresso.
Fatto sta che nessuno aspetta un neolaureato di
40 anni per assumerlo o farlo primario o
metterlo a capo di qualche sala operatoria o
dipartimento importante. Ma io non che non
ci arrivavo da me fin dal principio, eh? La
laurea in Ingegneria, a capire per lo meno un
minimo dei rapporti di causa ed effetto - tutto

sommato - servita.
Se mi sono iscritto a Medicina, l'ho fatto per
diventare la persona che volevo essere. E a 3040 anni, ma anche un pochino a 18 o a 20 perch non sarebbe giusto dire altrimenti - se
decidi di diventare chi vuoi tu, devi farlo
barattandolo con un casino di tempo buttato
sui libri. Con la possibilit di sistemarti subito.
Con una professione migliore. Con possibilit
di carriera. Con una serenit familiare e con
tante altre cose delle quali niente di quello che
potresti ottenere o vincere dopo la laurea ti
potr mai ripagare materialmente.
L'unica cosa che d un senso a certe scelte e a
certi percorsi, portarli a termine. spegnere
quella vocina del cazzo che da anni ti dice:
"provaci, provaci", e guardarti indietro alla
fine di tutto e dirti: "ecco, ce l'ho fatta. Non mi

pare vero".
Se andiamo a valutare lo stipendio, io non
guadagner mai abbastanza rispetto a quello
che ho investito in questa laurea, mi pare
evidente. Ma, insomma, gi lo sapevo e
l'avevo gi messo in conto.
E insomma: a Natale sono stato - tra il pranzo
e la cena - in pronto soccorso. Ho fatto un po'
di ecografie, ho visto qualche medicazione, ho
letto una TAC e mangiato cioccolata e
panettone con gli amici infermieri e medici del
reparto.
Il 26 Dicembre sono andato al pronto soccorso
pediatrico. Ho visitato un po' di ragazzini. Ho
visto cosa si fa quando hanno il raffreddore e
sputacchiano e scatarrano, e l la cioccolata
non c'era ma tanto poi avevo un'altra cena
natalizia e dolci e pandori vari non sono

mancati.
E insomma, per rispondere di nuovo a tutti
parenti e amici e conoscenti che me lo
chiedono: dopo la laurea far qualche corso e
master. Senza specializzazione certo difficile
trovare un impiego stabile o dei pazienti o una
struttura che ti si fili, e non facile nemmeno
trovare un modo elegante per rispondere a chi
ti predice sventura durante il cenone di Natale.
Ma io mi sono iscritto a Medicina per
diventare un dottore. Io voglio fare il medico
perch mi piace andare in pronto soccorso
durante le feste tra il casino, la puzza, la gente
che schizza sangue e i bambini che ti sputano i
virus dritti in bocca e piangono per tutto il
turno filato senza interruzioni pause o
abbassamenti di volume neanche minimi: roba
che a passarci la notte mi sa che esci pazzo.

Volevo diventare un dottore. Forse ce l'ho


quasi fatta, e sono gi contento cos.
Sono - davvero - gi contento cos.

Quando un paziente muore.


Un giorno qualunque di un mese qualunque,
in un ospedale non qualunque, perch quello
dove faccio tirocinio io.
Ho finito di seguire le lezioni. Saluto un po' di
colleghi studenti: ciao ciao, ci vediamo
domani. Abbracci e baci, e vado in reparto.
Apro l'armadietto, e con una mossa stile
cavaliere oscuro mi infilo il camice che avevo
lasciato appeso con tanto di fonendoscopio,
saturimetro e tesserino ancora in tasca.
Richiudo l'armadietto, in un attimo faccio le
scale ed entro in pronto soccorso.
E subito dietro la porta, trovo che stanno
rianimando un paziente.
Dai il cambio al collega mi fanno prima di
immediatamente di subito, che io manco ho

ancora capito cosa stanno facendo. Sbrigati!


Io non so nemmeno che accidenti successo:
3 minuti prima stavo a lezione a scrivere
"sono a lezione" su Facebook, e 3 minuti dopo
sto l a comprimere il torace di uno mentre
guardo l'elettrocardiogramma sul monitor e
penso: dai - cazzo - riparti. Dai - riparti cazzo.
L'anestesista chiede: un'altra fiala di
adrenalina. Qualcuno passa il farmaco,
qualcun altro lo manda in vena. E io sto l che
comprimo mentre un altro d l'ossigeno e
intorno c' il casino totale in parte
direttamente legato alla rianimazione in corso,
e in parte il casino fisiologico del pronto
soccorso che va avanti per i cavoli suoi.
Comprimo e mando gi il torace sentendo le
costole che scricchiolano sotto le mani. Il

camice mi mette caldo, sono rosso in faccia e


gi comincio a sudare. Guardo il volto del
paziente e lui, in compenso, blu.
Aspetta.
L'anestesista mi ferma per controllare i
parametri vitali. Fissiamo tutti il monitor, e la
linea che scorre una tavola piatta senza
manco l'accenno dell'ombra di un'onda che
fosse una: il cuore fermo.
Riparto con le compressioni. Si fanno altri
farmaci, altri controlli. Ma pi passa il tempo,
e pi quello che sar l'esito finale inizia a farsi
evidente.
Qualcuno d il cambio a me, e io passo alle
vie aeree. Spingo la maschera dell'ossigeno
sopra la bocca del paziente, mentre qualcosa
di viscido mi inzacchera i guanti. Sto tutto
storto tra la barella, il monitor e la parete.

Iperestendere difficile e mi fa male la mano.


E poi, a un certo punto, quello che oramai ci
aspettavamo tutti gi da un po':
Basta
cos
dice
l'anestesista.
Interrompiamo.
Adesso, se fossimo al cinema, getterei per
terra i guanti. Poi butterei all'aria la prima cosa
che mi capita a tiro, come l'ecografo o
l'armadietto dei medicinali, e me ne andrei
sbattendo la porta a fare il muso incazzato in
giro per i corridoi e a insultare gli
specializzandi mentre tutte le donne che
passano si innamorano di me.
La verit che - in un pronto soccorso vero quando muore qualcuno c' chi deve avvisare i
parenti, e quella davvero la cosa pi penosa.
Poi c' chi si occupa della salma. C' chi deve
scrivere la cartella sul perch e percome e

tutto quel che successo, e c' chi ha altri


pazienti gravi da seguire e - semplicemente va ad occuparsi di loro. Come se vedere
qualcuno che ti muore sotto le mani non fosse
che la banale routine di un qualsiasi altro
banale mestiere.
Per quanto riguarda me, quando muore un
paziente ci resto dal male al malissimo, a
seconda di quanto era pi o meno anziano e a
quanto stava pi o meno male gi da prima.
La prima volta che ho visto morire uno dell'et
mia, ho passato la notte in bianco a ripensarci
sopra. Poi, piano piano, la situazione un po'
migliorata e adesso certe cose le ammortizzo
un po' meglio.
Alle volte finisci il turno lasciando qualche
paziente che avevi seguito, e che magari non
pareva nemmeno poi cos messo male. Poi al

turno dopo ritorni, e ti dicono che morto.


Che non ce l'ha fatta. E l, insomma, anche
quella una bella mazzata: hai fatto tanto
lavoro e ti pareva di aver risolto chiss che
cosa, ma poi niente. Sei stato assolutamente
inutile.
Anche la stessa rianimazione cardiopolmonare
- una situazione ancora di reversibilit, e che
avviene prima che ci si debba arrendere
all'irreparabile - la cosa che mi sta davvero
pi immensamente e intensamente sul cazzo
di un lavoro che - altrimenti - mi piace cos
tanto che starei l tutto il giorno, e che quando
finisce il turno quasi non me ne voglio andare.
Che poi, davvero posso chiamarlo lavoro? Il
giorno che potrei cercare di ambire ad essere
pagato, mi diranno che il ministero ha tagliato
i fondi e mi cacceranno. Per se capita che c'

il turno tipo la domenica, io gi dal venerd


prima non sto pi nella pelle e non vedo l'ora
che arrivi il momento.
Sono una specie di medical addicted. Un
secchione del reparto. Uno di quei dottori che
li vedi che a 50-60 anni stanno sempre in giro
per l'ospedale a fare non si sa bene cosa, e che
magari fuori da l stanno pure gi di morale
perch non hanno altri interessi e non sanno
come passare la giornata.
Per, di questo lavoro, la parte che pi
affascina un po' tutti nell'immaginario
collettivo creato da telefilm, cinema o racconti
drammatici di tragedie vissute, a me fa andare
di traverso un po' tutto quanto il resto: il BLS,
il massaggio cardiaco, quello che va in coma e
viene intubato, l'arresto cardiocircolatorio, il
paziente critico che pi critico non si pu...

quelli proprio me li eviterei volentieri. E ve lo


dico con tutta la tranquillit e la schiettezza di
questo mondo.
E mi spiace per i miei amici anestesisti, che a
occuparsi di certi pazienti ci dedicano la vita e
che anche loro - ovviamente - non ameranno
certe situazioni tanto quanto non le amo io. O
per chi mi consiglia "prova a entrare a
rianimazione se ti piace il pronto soccorso".
Ma io lo so che importante e che non si pu
prescindere dall'occuparsi di queste cose.
Per se capita da fare un massaggio cardiaco,
spero sempre che capiti nel turno quando non
ci sono io.
Ma vediamo il lato positivo della questione:
non mi piace che i miei pazienti muoiano. E in
una percentuale significativa dei casi non
piace nemmeno a loro per cui - tutto sommato

- un buon punto a favore almeno per quanto


riguarda la relazione medico/paziente.
Dottore, io vengo da lei ma preferirei non
morire direbbero loro.
A dire il vero, se lei morisse mi darebbe assai
noia risponderei io.
E insomma: a conti fatti, andremmo d'accordo.

Una settimana da ginecologo.


Io il ginecologo - come un po' tutti i chirurghi
- me lo immagino come un tizio con 200
lavori che segue i pazienti in ospedale la
mattina, ha un ambulatorio il pomeriggio e poi
visita in qualche posto privato pure la sera
fino a tardi.
E il tirocinio a ginecologia - durato una
settimana scarsa grazie al salvifico intervento
del primo novembre - andato pi o meno a
questo modo.
Luned: arrivo in ospedale alle 8 e 30.
Ci cambiamo in 5 studenti in bagno. Camice,
e inutile fonendo in tasca con ancora pi
inutile saturimetro nel taschino, e andiamo.
Vediamo un po' di medicazioni in
ambulatorio. Poi c' il classico giro visita da

reparto di chirurgia: i dottori entrano nella


stanza dove si trovano i ricoverati, uno
specializzando legge la cartella in 5 secondi,
altri 5 secondi per dire "s vabbe' facciamo
quello che dobbiamo fare", io non capisco
nulla e via, avanti col prossimo paziente.
Dopo il giro visite lascio il reparto, e vado di
corsa a mangiare un panino. Che i panini di
corsa ho letto fanno sempre bene alla salute,
specie se ne mangi due al giorno. Finito il
pranzo c' lezione. La solita aula poco
illuminata con l'audio pessimo che si sente bh
bh bh bh bh quando i prof parlano e il sonno
che si fa strada tra il tronco encefalico e la
corteccia cerebrale rendendomi vagamente
afasico e soporoso: se non altro, aver studiato
neurologia ha elevato il livello del testo.
Dopo lezione - indovina un po'? - altro

reparto. Stavolta quello di Medicina d'urgenza


per la tesi.
Ci sono i giorni che mi dice bene e c' poco da
fare. Ma oggi mi dice male e si finisce a fare 3
ECG, 4 prelievi, un numero imprecisato di
"prendi la pressione al signore in isolamento
con la sospetta tubercolosi", un po' di pazienti
da portare in barella di qua e di l per
l'ospedale, la solita collezione di monitor,
ossigeno, flebo, aiuta il paziente, tiralo su,
tiralo gi, e chi pi ne ha pi ne metta.
Esco dall'ospedale che sono le 8. Sto a casa
alle 8 e mezza. Cena alle nove, e poi ho pure il
coraggio di uscire un po', anche se sono quasi
completamente cotto.
Marted: come il giorno prima. Niente da
dichiarare.
Mercoled andiamo in sala parto. Che gi c'ero

stato due anni fa e non che sia cambiato poi


molto: i bambini appena nati sono carini, e
penso che - un giorno di questi - vorrei farne
nascere almeno un paio. Ma non come dottore,
intendo.
Il pomeriggio vado al pronto soccorso
chirurgico, che ho rotto le palle a quelli che
stanno l che voglio imparare a mettere i punti.
Sto l 4 ore: visitiamo 4 pazienti col mal di
pancia, mentre i punti non devono metterli a
nessuno e tanto valeva che me ne restavo a
casa.
Rimane gioved, ultimo giorno del tirocinio.
Vado a vedere le ecografie morfologiche,
quelle dove vedono i bambini ancora nella
pancia della mamma.
La prima ecografia fichissima: vedi il cuore
del bambino, vedi il labbro superiore e il

palato. Vedi le arterie renali. Vedi insomma se


tutto a posto e poi magari dici ai genitori che
" un maschio" e li vedi che sono tutti contenti
con la mamma che ride e il pap che fa il
video dello schermo dell'ecografo col
telefonino.
Alla seconda ecografia gi mi sono rotto le
palle, che uguale identica alla prima e dura 1
ora e mentre stai l a vedere non ti passa pi.
Magari se le facessi io sarebbe pi
divertente...
Che cosa bisogna fare per fare queste
ecografie? chiedo ai dottori che sono l.
Devi intanto specializzarti in ginecologia mi
dicono. Poi devi dedicarti all'ecografia e fare
solo questo per tutta la vita.
Vabbe', ammetto che mi pare eccessivo, ma
sar come dicono loro. Ma a questo punto,

visto che in fin dei conti si tratta di visitare dei


bambini molto piccoli, non aveva pi senso se
- invece del ginecologo - ci mettevano il
pediatra? Ma questo mio dubbio, ai
ginecologi, non lo palesiamo.
Il pomeriggio di nuovo a lezione, e poi ancora
in reparto sempre fino alle 8 di sera.
Passo a trovare i miei, e sono a casa alle 9 e
mezza che devo ancora mangiare un boccone
e - possibilmente - inserire degli sprazzi di
vita privata.
Meno male che c' questo ponte, che cos mi
riposo. Poi guardo gli orari e ho reparto
venerd, sabato e domenica con varie
sovrapposizioni tra i turni dei chirurghi e degli
internisti. Luned - poi - si ricomincia da capo
col tirocinio nuovo. E meno male che mi
avevano detto che il sesto anno di medicina

era tranquillo.

Breve momento di gloria in reparto.


L'altro giorno andiamo in reparto e non c'
uno che ci si fila.
O meglio, ci si fila uno specializzando:
Che lo sapete fare l'emogas? ci chiede.
Tutti quanti rispondono "no, no, no"... a parte
io che dico "s. Ho scritto anche un libro in cui
non si parla d'altro".
Risultato: l'emogas sono io che lo faccio, e
spiego agli altri tirocinanti come si fa.
Poi siccome non ci si filava ancora nessuno
prendo l'elettrocadriografo e spiego sempre io
agli studenti come si usa e come si legge...
anche se forse questa cosa gi la sapevano.
A un certo punto stiamo nel corridoio del
reparto. Ho 3-4 persone in camice che mi
seguono, mi sento un gran figo e mi do tutte le

arie e spiego con sagace arguzia agli astanti


che - quando sar il capo dell'ospedale - avr
un codazzo cos lungo che arriver la fila fino
alla metropolitana.
Poco dopo arrivano i risultati dell'emogas che
ho fatto prima: non ho preso l'arteria, ma ho
fatto un prelievo di sangue venoso. Insomma:
tutto da rifare. E il codazzo si disperde
rapidamente mandandomi affanculo.

User unfriendly.
Nel
mio
reparto
ci
stanno
gli
sfigmomanometri (i cosi per misurare la
pressione) a parete.
Quelli tondi, belli grossi, attaccati al muro che
cos - nell'idea di chi se li inventati - ce ne
sta sempre uno accanto a ogni barella, e
soprattutto chi passa di l non pu fregarseli
tanto facilmente.
Questo
nell'idea.
Nella
pratica
lo
sfigmomanometro sta attaccato al muro, e il
paziente a cui devi prendere la pressione sta
nell'altra stanza 28 metri 3 porte e 5 pareti pi
in l, e se non smonti quel coso dal suo
supporto e non te lo porti appresso non ci
arriverai mai.
Il fatto che - non essendo pensati tanto per

stare in giro quanto per stare appesi - dopo un


po' che li smuovi e li appoggi per tutto il
reparto gli sfigmomanometri a parete iniziano
a funzionare male.
Intanto gi di loro sono vecchi come il cucco.
E quando stringi il manicotto e lo gonfi senti il
tessuto a strappo ormai usurato che cede cede
cede finch non si apre completamente con un
prrrrrrrrrrrrrr che sfiata tutto e il paziente ti
guarda con la faccia come per dire: ma
guarda che dottore coglione che m' capitato.
Poi a forza di prenderli e sbatterli c' quello
con la lancetta piegata che segna una
pressione che devi pi indovinare che leggere.
Quello col vetro rotto che se lo afferri male
muori, e quello che perde aria e si sgonfia
talmente in fretta che per leggere su che
numero stavi quando hai sentito il primo

battito devi rallentare il tempo tipo i


videogiochi di Max Payne.
Poi, c' l'elettrocardiografo:
Arriva il paziente critico. Tu scopri il torace,
metti gli elettrodi con quelle cacchio di
ventose che non prendono mai e devi reggerle
a mano, premi "stampa" sullo strumento con
non si sa bene quale arto ti rimasto libero e
lui:
1) Si spegne se non avevi attaccato la spina.
2) Non stampa un bel tubo perch non si sa
perch: forse, rotto.
3) Decide che comunque non stampa, perch
SECONDO LUI hai messo gli elettrodi male.
4) Stampa ma s'inceppa la carta.
4) Stampa e non s'inceppa ma lo sportellino
chiudeva male e sulla carta chimica non si
legge una mazza.

Ora, lo dico sempre: quando sar medico io,


comprer un maledetto elettrocardiografo che
quando gli dico di stampare, stampa E ZITTO.
Perch il dottore sono io, e lo decido io come
stanno gli elettrodi. Per lo sportellino che non
si chiude, invece, ci metter un pezzo di
scotch.
Presa la pressione, fatto l'ECG: mancano i
prelievi.
Faccio il prelievo arterioso. E fin qui ok, che
almeno il Padreterno non c'ha comprato le
arterie facendo un appalto al ribasso, e quando
le buchi - in genere - il sangue dentro ancora
ce lo trovi. Vado alla macchina che analizza i
prelievi. Infilo il cappuccetto nella siringa, il
cappuccetto aspira un po' di sangue e...
"campione non rilevato". O rivelato. O come
accidenti si scrive.

"Inizio test di qualit. Il test di qualit termina


tra 3 minuti".
Cio, capito? Come tocchi il tasto sbagliato,
quell'accrocco malvagio prende e si mette 3
minuti a farsi i cavoli suoi, e tu fermo l con la
siringa in mano ad aspettare che abbia finito.
Ma se c' un'emergenza? Chissene frega del
controllo di qualit, intanto dimmi almeno
quello che mi puoi dire! Dove si interrompe
'sta cosa? Non c' semplicemente un tasto che
posso premere?
No. Puoi solo aspettare.
E poi, l'altro giorno, durante il controllo
apparso questo:
"Microcoagulo rivlelvato. Nuovo test in corso.
Il nuovo test termina tra... 9 minuti".
In 9 minuti il prelievo arterioso altro che
microgoaguli, si macrocoagula tutto! E mo'

spiegalo tu al paziente che devi ribucarlo,


perch la macchina dell'emogas ci odia.

Il tirocinio pi bello di sempre.


Tirocinio nel reparto di XXX, che non lo dico
che poi magari leggono il libro e mi bocciano
all'esame.
Arriviamo alle 9 e 10 circa. Cerchiamo il prof
che deve seguirci, dopo un po' di giri a vuoto
lo troviamo e lui:
Venite met con me, e met andate dall'altro
docente che sta l, in ambulatorio Y.
Ok. Ambulatorio Y. Io e altri 2 andiamo.
Arrivati l, ci dicono che: l'altro docente oggi
non c', ma se aspettate un po' ne arriva un
altro ancora, e potete seguire lui.
E va bene, aspettiamo.
Aspettiamo l, in una stanzetta abbandonata,
che in mezzo al corridoio ci pare brutto.
Aspettiamo.

Dopo tipo mezz'ora niente: non arriva nessuno


e nessun altro ci si fila.
Decidiamo di dire al primo docente della lista
che il secondo docente (e il terzo sostituto)
non ci sono. Per contattarlo chiamo uno degli
altri studenti sul cellulare, ma lui ci dice che:
ora stiamo soli, e il prof non c'. Non so che
dirti.
Bene. Aspettiamo, di nuovo.
Io dovrei andare a casa a studiare si lamenta
uno.
Io potevo semplicemente rimanere a
dormire piagnucola un altro.
Sti tirocini so' proprio 'na monnezza
pensiamo, in coro.
Colpo di scena! L'altro studente mi richiama, e
dice che il prof ha detto che possiamo andare
nell'ambulatorio Z. E si riparte.

Arrivati all'ambulatorio Z: magia! Stanno


visitando un paziente. Un paziente vero, mica
capperi!
E cos assistiamo alla visita pure noi. Per un
totale di 5 studenti, due professori, due
specializzandi, il paziente e la sua famiglia,
tutti in una stanza di 2 metri per 3.
Poi la visita finita, e basta: non arriva pi
nessuno. Non c' pi niente da fare.
Il prof andato a occuparsi di altri impegni in
altri luoghi che non conosciamo. Altri minuti
di silenzio lenti e imbarazzanti, ma poi uno
specializzando genialmente esordisce:
Andate gi nel reparto W (iniziano a finire le
lettere). C' la specializzanda dell'altro
professore che vi fa vedere tipo una cosa.
Bene. Vai! Tutti al reparto W a vedere una
cosa! Tipo.

Peccato che - nel reparto W - la specializzanda


non c'. Non riusciamo a trovarla. Resistiamo
per alla tentazione di cedere allo sconforto:
blocchiamo altre due specializzande che, per
caso, passavano da quelle parti, e muovendole
a piet le convinciamo a farci seguire loro.
Stiamo andando a vedere la medicazione di
un paziente ci spiegano. Se volete, potete
venire con noi.
Ma se non mi rompevano le palle e mi
lasciavano andare in pronto soccorso per
conto mio, non le vedevo pure meglio le
medicazioni? E adesso tutti quanti direte:
arrivato! Il solito polemico.
Insomma allora niente polemiche, ed entriamo
carichi di ottimismo nell'ambulatorio... cosa
viene dopo W?! Diciamo K, va'.
E insomma eccoci l nell'ambulatorio K, ma

non facciamo nemmeno in tempo a capire


dove sta il paziente che arriva uno che ci
blocca:
No, reg dice. Gli studenti poi la
medicazione una cosa che delicata, cio:
nun se po'!
Dopo una traduzione all'Italiano ottenuta alla
meno peggio con Google Translate,
comprendiamo che dobbiamo uscire. Che poi secondo me - quello che ci ha cacciato lo
stesso che se non sai fare una cosa si lamenta:
E no, reg: 'sti studenti 'nsanno fa' manco 'na
medicazione. Cio: nun se po'!
Mi ci gioco quello che vi pare.
Di nuovo in un corridoio a fare nulla.
Discutiamo su quanto il reparto K sia
bellissimo, con le luci i vetri i cazzi e mazzi e
la roba fantascientifica che non pare manco un

ospedale vero.
Finalmente ritornano le specializzande che
abbiamo sequestrato prima, e ci raccontano
ci che hanno visto con parole chiare e vivide
che restano impresse nel profondo. Credo
fosse un problema a un occhio, il fegato
oppure una frattura... ma comunque, insomma:
qualcosa del genere.
Con le specializzande discutiamo anche del
fatto che - pure loro - durante i tirocini non
che facessero chiss quali cose esaltanti.
Eppure, alla fine, sono comunque arrivate
proprio l, nell'mbito dell'ambto reparto K. A
dimostrazione che - in un modo o nell'altro alla fine tutto possibile.
In tutto questo, si fatta - finalmente - l'ora.
Transumiamo tutti verso il reparto J. Altro
professore, il pi importante di tutti: quello

che controlla le firme. Firmiamo. Grazie,


ciao, e arrivederci. E domattina si ricomincia.

Il pronto soccorso pediatrico.


Come se il mio spirito autodistruttivo non mi
avesse gi causato una quantit sufficiente di
problemi (tra i quali - non dimenticate - questo
libro) durante le feste ho iniziato a frequentare
il pronto soccorso pediatrico.
Il posto strutturato pi o meno cos: varcato
l'ingresso, ti ritrovi in una sala d'attesa di una
ventina di metri quadri, con dentro dai 10 ai
100 (a seconda dei momenti, ma generalmente
pi 100 che 10) bambini che tossiscono,
sputano, smocciolano e sbavazzano ovunque,
come se fossero delle piccole macchine per la
neve artificiale adattate per a diffondere
malattie infettive.
E accanto a ognuno di loro, una coppia di
genitori rigorosamente incazzati neri per le

lunghissime ore di attesa e pronti a linciare il


primo camice bianco che si ritrovano a tiro.
Insomma: nuoti nel Virus Respiratorio
Sinciziale fino a raggiungere uno strutturato in
una delle sale visita. Gli chiedi di poterti
accollare a lui, iniziano a entrare i bambini, e
scopri che pi o meno il 90% delle volte le
cose vanno cos:
Genitore o nonno apprensivo e incazzato nero
entra nella stanza col bimbo in braccio.
Che successo? domanda il pediatra del
pronto soccorso.
Il bambino ha il raffreddore da due giorni, e
io non so cosa fare.
Perch non l'ha portato dal pediatra di
famiglia?
Squillo di trombe: scrittura sperimentale
interattiva! Scopri il perch il pediatra di

famiglia non ha visto il bambino col


raffreddore, tra le seguenti risposte a tua
scelta:
1) Il pediatra di famiglia non aveva tempo.
2) Il pediatra di famiglia non ha nemmeno
risposto al telefono.
3) Il pediatra di famiglia sotto le feste ha
chiuso lo studio.
4) Il pediatra di famiglia mi ha prescritto dei
farmaci per telefono, ma mio figlio diventato
fosforescente.
5) Il pediatra di famiglia mi ha detto di
portarlo in pronto soccorso.
6) Il pediatra di famiglia sono io, ma i bambini
malati mi terrorizzano.
Ovviamente non esiste una risposta corretta,
ma sono tutte risposte pi o meno
adeguatamente verosimili. E ora per non

essere accusato di qualunquismo sottolineerei


che ci sono anche tanti pediatri di famiglia che
si fanno sempre trovare o che vanno pure a
casa dei bambini a vederli il 24 notte o il
primo mattina, e si beccano insomma tutte le
rotture di scatole del caso. Ma i loro pazienti ovviamente - in pronto soccorso non li ho visti
mai.
Scrittura sperimentale (e relative interminabili
tergiversazioni) terminata, inizia la visita.
Spogli il bimbo e lo metta sul lettino chiede
il dottore.
La mamma, il pap o chi c'era inizia a
spogliare il bambino. E fin qui, tutto a posto.
La mamma, il pap o chi per loro mette il
bimbo sul letto e - anche fino qui - sempre
tutto a posto uguale.
Un medico o uno specializzando o anche uno

studente (che poi sarei io) prova solo


lontanamente a sfiorare il bambino che fino a
quel momento stato buonissimo... ed ecco, la
tragedia: pianti, strilli, urla e strepiti da
crepare i vetri.
C' questa cosa secondo me che ormai gi solo
a 6 mesi i ragazzini riconoscono che dai
camici bianchi arrivano solo punture, pizzichi,
palpate in zone che non vuoi che ti palpino e
medicinali d'ogni genere che vanno assunti chiss perch - sempre attraverso il passagio
sbagliato.
E insomma, come ti vedono che ti avvicini
capiscono che in arrivo la fregatura, ed ecco
che partono gli strilli. Lacrimoni giganti
inondano il lettino infradiciando tutto, e io che
mi chiedo: ma le malattie infettive, si
trasmetteranno pure attraverso le ghiandole

lacrimali?!
Immagino assolutamente di s.
Una volta abbiamo beccato una bambina con
una mano-bocca-piedi. E la dottoressa mi ha
fatto:
Hai visto la mucosa orale?
Io mi sporgo in avanti per vedere meglio
l'interno delle guance... e la bimba mi tossisce
perfettamente - ed esattamente - in bocca. Un
centro perfetto. E forse la mano-bocca-piedi
ce l'avevo gi avuta, o forse non si attacca poi
cos facilmente quando uno adulto: in ogni
caso, il fine settimana seguente l'ho passato
con una certa apprensione.
Che poi dopo che visiti uno, dieci, cento
bambini, ti accorgi che - tolti ovviamente casi
particolari - hanno tutti pi o meno sempre la
stessa cosa: parti da un raffreddore, poi una

tosse un po' antipatica, poi la febbre, poi inizi


a respirare male fino a una polmonite vera e
propria. Insomma: sempre lo stesso virus
figlio di puttana, che poi a seconda dei casi e
delle situazioni e delle predisposizioni
individuali (l'equivalente medico della sfiga,
come dico sempre io) d degli effetti da
praticamente nulla a ricovero immediato in
condizioni gravissime.
Cercate Virus Respiratorio Sinciziale su
Wikipedia, e saprete gi pi o meno il 90%
della teoria che un pediatra di pronto soccorso
si trova a dover utilizzare. Il medico bravo,
pi di quello, ha la semplice caratteristica di
essere presente. Di aver letto qualche libro in
tema con gli argomenti di cui si occupa, e di
aver visto settantamila milioni di miliardi di
bambini con un cazzo di raffreddore, al punto

da saperti dire:
Bambino di 6 mesi, con la febbre:
ricoveriamo.
Tre anni. Non mi piace questa tosse:
facciamo una lastra.
A lui diamo la tachipirina. Per qualche ora
rimane qui, e poi vediamo.
Signora, pu tornare a casa. Ma se non
scende la febbre lo riporti.
E i medici pi bravi di tutti - nel pronto
soccorso pediatrico - sono gli infermieri: per
fare un prelievo a un neonato, devi inserire un
ago spesso quanto un capello dentro a una
vena praticamente invisibile. Col bambino che
strilla come un'aquila, e i genitori gi incazzati
neri per conto loro che ti sorvegliano
guardandoti storto.
Virata melodrammatica, che ormai avrete

capito che scrivo sempre cos: verso la fine del


turno, ci chiamano in reparto per vedere un
paziente.
In mezzo al casino del pronto soccorso, non si
capiva che eravamo in un giorno di festa. Ma
nelle altre aree dell'ospedale, invece,
evidente: corridoi vuoti, qualche infermiere
che gira, uno specializzando ogni tanto sepolto
da torri di cartelle cliniche da aggiornare.
Il nostro paziente un bambino gi malato di
suo, ricoverato per una brutta infezione.
Sta l sulla sua sedia a rotelle. Respira con un
tubo nella trachea. Non so nemmeno se
capisce oppure no quello che gli succede
intorno.
Dei genitori accanto a lui, non mi viene da
dire nient'altro, se non: stanchi.
Stanchi di aspettare, stanchi di una vita fatta di

medici e corsie ospedaliere. Stanchi ogni volta


di inseguire qualche nuova terapia, possibilit
o soluzione, per poi finire regolarmente a
schiantarsi contro l'ennesimo muro di
complicazioni e fallimenti.
Il pediatra del pronto soccorso legge la
cartella. Rivede la terapia. Cambia
antibiotico... o non lo so che fa di preciso,
veramente. Diciamo che cambia qualcosa, per
non cambiare - sostanzialmente - nulla.
Mentre il dottore aggiorna la terapia e discute
coi genitori, io guardo il bambino. Ha gli
occhi socchiusi, e la testa inclinata su un lato,
che non ce la fa a tenerla su.
Piego la testa come la sua, per guardarlo dal
dritto.
Ciao, giovanotto! gli dico.
In tutto quello schifo in cui siamo immersi, lui

pare che mi sorrida. Credo. Non ne sono


sicuro, ma credo di s: sembra proprio un
lieve, e accennato, piccolo sorriso.
Lasciamo la stanza. Saluto il dottore del
pronto soccorso, e lascio anche l'ospedale.
Nell'andar via incrocio altri genitori con i loro
bambini. Due infermieri, e uno specializzando
ancora nella sua stanzetta a scartabellare
superflui incartamenti cartacei.
Conosco studenti che si impegnano al
massimo per avere voti alti. Studenti che
sognano di vincere concorsi, di battere tutti e
di avere anche un gran colpo di culo, fintanto
da riuscire ad arrivare l. Proprio l, in quel
reparto, a fare le cose che ho fatto io oggi.
Questi sono i sogni degli altri. Di alcuni di
loro, almeno, se non della maggior parte.
Lascio un policlinico semi-deserto in un

giorno di festa. Monto in macchina, e guido


verso casa. E quali siano i miei - invece - di
sogni, in questo momento, non lo saprei
veramente dire.

Sbagliare da medico.
L'altro
giorno,
il
prof.
mi
passa
l'elettrocardiogramma di un paziente appena
arrivato in pronto soccorso (e che io non ho
ancora visto) e mi fa:
Quarda un po' questo. Che cos'ha, secondo
te?
Io guardo l'ECG. Vedo una, due, tre
derivazioni sovraslivellate e penso "sar un
infarto".
Do uno sguardo anche alle altre derivazioni, e
vedo che sovra o sottoslivellano quasi tutte.
L'ECG tutto completamente mosso.
Una vocina dentro la testa si ricorda di una
cosa sentita o letta da qualche parte:
Non pu essere un infarto con tutte le
derivazioni mosse mi dice. E poi ti pare che

ti chiedeva una cosa cos facile? Secondo me,


una pericardite.
Insomma, il prof. mi ha presentato un caso
difficile convinto che sarei caduto nella
trappola. Ma io - tranquilli - non ci casco.
Ci sono tutte le derivazioni alterate
rispondo, convintissimo. Perci una
pericardite.
Detto questo punto i pugni sui fianchi, allargo
i gomiti, gonfio il petto e guardo lontano come
a cercare le mie glorie future: nessuno mi
frega sull'ECG, a me.
La risposta del professore, per, parrebbe
vagamente contraddirmi:
Ma che minchia c'entra la pericardite?! Non
lo vedi che sopraslivella? un infarto.
Poi prende la cartella e la mette via, con un
gesto che suona tipo: "fammi togliere 'sta

roba, prima che questo combina qualche


casino".
Segue intenso momento di grande sconforto:
avevo appena iniziavo a sperare di capirci
qualcosa... e invece, ho toppato.
Continua la giornata in reparto, e io ci penso e
ci ripenso: chi mi aveva raccontato la storia
della pericardite?! 'Tacci sua.
Quando uno sbaglia, l'importante - prima di
ogni altra cosa - trovare qualcun altro a cui
dare la colpa. E prima o poi, chi cavolo era,
me lo ricorder.
Ma insomma, al di l di trovare o meno un
buon capro espiatorio, ho pur sempre sbagliato
io. E ho sbagliato pure di brutto. Del tipo che
era una cosa seria, e io l'ho scambiata per
un'altra cosa sempre seria, ma forse un po'
meno seria dell'altra. E per farla breve: se ci

stavo io, da solo, rischiavo che erano cazzi.


Fuori da certi reparti trovi le pubblicit degli
studi di avvocati che invitano i pazienti a fare
causa ai dottori. E che un medico anche molto
bravo si ritrovi a combattere con cause e
impicci legali (se non vogliamo parlare
dell'aspetto puramente etico) quasi un dato
di fatto che uno accetta al momento
dell'iscrizione all'universit. Insomma passi i
guai anche se fai tutto bene: figuriamoci che
succede se esce fuori che ti si sbagliato
davvero!
Poco male. Ieri, intendo: ho sbagliato una
cosa, ma spero di aver individuato qualche
punto su cui riflettere per ridurre la possibilit
che succeda di nuovo. sostanzialmente
questione di fare tanta pratica, preoccupandosi
di avere sempre accanto un paracadute pi

esperto di te, che ti acchiappi un attimo prima


che tu finisca a schiantarti da qualche parte.

Dodici codici rossi.


In genere, quando ho il turno di pomeriggio
arrivo un pochino dopo le 2. Cos si trova
parcheggio davanti all'ospedale, e non mi
tocca girare mezz'ora e farmi 2 km a piedi.
Alle 2 e 30 circa sono comunque al mio posto
in pronto soccorso. Entro, saluto il mio
professore, e il medico del turno smontante mi
guarda e mi fa:
Meno male che ci stai pure tu.
Che tradotto potrebbe voler dire: "meno male
che c' uno bravo che ci d una mano". Ma
che tradotto un po' pi pignolamente potrebbe
anche significare: "meno male che c' uno che
ci d una mano. Uno qualunque. Pure te".
Questo non lo sapremo mai. Comunque sia
guardo lo scaffale dove tengono le cartelle dei

pazienti, e mi prende un colpo: abbiamo


ricoverato 12 codici rossi. Roba che gi
quando di codici rossi ce ne hai 5-6 sembra di
stare in guerra sotto alle bombe all'uranio
impoverito e al plasma termitico... ma 12
davvero una roba che si avvicina pi
all'Apocalisse che a un giorno di tirocinio.
Insomma ci sta il prof, ci stanno gli infermieri,
e - per fortuna insomma meno male - ci sto
pure io. E poi, basta.
Iniziamo a prendere i parametri mi fa il
professore.
Iniziamo.
Misuro la pressione a questo, prendo la
temperatura a quello.
Fai l'emogas a uno mi chiedono. Porta
l'ecografo per l'altro.
E io l tra un paziente e l'altro, con l'ecografo e

le siringhe e il cerotto adesivo e le garze e


l'ovatta
e
il
fonendoscopio
e
lo
sfigmomanometro e tutto il resto, che paro il
profugo della Medicina d'urgenza.
Bisogna rifare l'elettrocardiogramma. A lui i
bicarbonati, a l'altro c' da accompagnarlo alla
TAC.
Avanti cos, dietro a una serie infinita di
patologie e complicazioni. Una, due, tre ore:
vedi un paziente, e fai appena in tempo ad
aggiornare la terapia o a mandarlo in reparto,
che magari ti chiamano dal triage:
Dispnea
ingravescente
in
paziente
cardiopatico: codice rosso!
A quanto siamo arrivati? 13, 15, 20?!
Comunque sia molli tutto, e corri dal paziente
nuovo.
Crepitii basali bilaterali dico, ascoltando il

torace. Edemi declivi... ha uno scompenso


cardiaco.
Il prof. annuisce, che per una volta ci ho
preso. Ma vabbe': questo era facile.
Cardiopatico con la dispnea, che altro poteva
avere? E infatti vi dir un segreto: se andate in
sala rossa e dite "scompenso cardiaco", non vi
sbagliate mai. Ce l'hanno tutti, e fate sempre
bella figura. Altro che quella minchiata del
Lupus!
Comunque sia: diagnosi fatta. E ora di corsa i
prelievi. Fai l'emogas. Metti il monitor. Chiedi
l'RX, fai l'ecografia. Elettrocardiogramma.
Temperatura corporea... e subito dopo gi ne
arriva un altro, mentre quelli che dovevi
rivedere stanno ancora l e non fai in tempo
manco a guardarli.
In tutto questo, ogni - in media - trenta

secondi - ti chiama qualcuno.


I parenti del paziente X possono entrare?
chiedono dalla sala d'attesa.
Io mi stringo nelle spalle, che su queste cose
non decido io.
Chiedo al professore dico. E lo vado a
cercare.
Mio padre pu mangiare? domanda una
signora che accudisce un vecchietto. Pu
alzarsi per andare in bagno? Pu controllare la
flebo che finita? E quando va in reparto?
E io: non lo so, non lo so, la flebo gliela
chiudo io, in reparto ci va quando ci chiamano
loro.
Non ho le risposte a tutto. Anzi, pi che altro
ho sempre un sacco paura di dire stronzate.
Per cui ci vado proprio coi piedi di piombo e
la bocca serrata col rischio magari che

qualcuno non capisce e si offende pure, del


tipo che crede che lo sto ignorando.
Per
dire,
l'altra
volta
ho
visto
l'elettrocardiogramma e le analisi di uno che
c'aveva un infarto, e quello:
Ma che, dottore, ho l'infarto?!
E ora s, io ero abbastanza convinto che
l'infarto insomma ce l'avesse. Ma vaglielo a
dire se poi dopo, invece, ti sei sbagliato? E ho
capito che la medicina difensiva fa schifo e
tutto il resto. Per, prima di farmi denunciare,
alla laurea vorrei - per lo meno - arrivarci.
In tutto questo, altre infinite domande e
richieste di pazienti che - poracci - stanno l da
tutto il giorno, o da due giorni, o da una
settimana, e alla fine insomma qualcosa ogni
tanto la vorranno pure loro. Mangiare,
spostarsi sulla barella, essere cambiati... o

anche solo una voce cordiale per scambiare


due chiacchiere con qualcuno.
Oppure - semplicemente - vogliono insultarti,
spingerti, strapparsi tutti gli aghi e le flebo e i
cateteri, fuggire dall'ospedale, darti dell'idiota
coglione incompetente o - pi candidamente picchiarti.
Io quando ho a che fare con quelli pi
aggressivi mi tolgo il cartellino e lo nascondo,
che ho paura che ricordandosi il nome mi
vengano a cercare per pugnalarmi o cose del
genere. E detto da uno col nome scritto qui da
tutte le parti... ma ora non venite a pugnalarmi
pure voi: per favore.
Pure oggi, insomma, arriva uno che gli rode di
stare in pronto soccorso e sfascia mezzo
ospedale. Minaccia di malmenare tutti. Fa il
gesto di dare una testata a un infermiere (nel

senso che gli d una testata, ma non lo prende)


e quello - l'infermiere - dice tipo: "ah cavolo
porca paletta!" tirandosi indietro appena in
tempo.
Ed ecco che sbuca un paziente dal gruppo
delle persone in attesa.
Voi non dovete permettervi di insultare le
persone! grida, sdegnato dal comportamento
del personale ospedaliero, inadatto a subire in
silenzio violenti traumi facciali. Guardate la
sanit in che mani finita!
Capito? I pazienti ti picchiano e altri pazienti
li difendono. Il che - tutto sommato - mi pare
che abbia un suo certo senso logico.
La confusione sembra toccare i livelli
massimi, e non pare possibile che le cose
peggiorino ulteriormente. Ma - purtroppo - lo
fanno. Altra emergenza, questa volta grave:

una donna anziana in arresto cardiaco.


Corsa generale. Io massaggio, l'anestesista fa
l'adrenalina, il prof tiene i tempi, uno
specializzando ventila. Il monitor suona.
Gente che ci chiama perch non ha capito che
- insomma - non proprio la sua la situazione
pi urgente.
Sento il paziente di prima - in un altro punto
del reparto - che litiga di nuovo col personale
gridando che vuole uccidere tutti... e io c'ho il
terrore che irrompa dalla nostra parte e provi a
farlo davvero.
Quando guardo E.R. o merdanatomy o quelle
robe l, vedo certe scene e penso "ammazza
che boiata! Pare che capitano tutte a loro". E
invece, insomma, non c' limite al peggio: la
porta si apre, e il figlio della donna che stiamo
rianimando si affaccia nella stanza.

Non pu stare qui! gli grida un infermiere.


Aspetti fuori!
Ma lui resta l, fermo. Scuote la testa.
Voglio restare a vedere dice, asciugandosi le
lacrime col dorso della mano.
Una specie di gelo, misto a imbarazzo e senso
di adesso che cazzo famo? si spande tra il
personale sanitario attorno a me. Anche se
loro sono pi abituati a certe cose, chiaro
che la situazione complicata per tutti.
Il professore si avvicina all'uomo accanto alla
porta. Inizia a spiegargli cosa stiamo facendo,
cerca di rincuorarlo un po'... se mai fosse
possibile
L'ho accudita da solo per anni spiega il
figlio, sempre in lacrime. Ci devo essere
anche ora, capite?
Io non so davvero se capisco, ma insomma:

sto l che ancora comprimo il torace, e alzo la


testa per guardarlo meglio. Avr praticamente
la mia et, giusto qualcosa di pi.
Ok gli faccio, prendendo un'iniziativa che
tutto sommato non dovrei avere. Se vuoi
restare, resta. Per me va bene.
Lui fa il giro della sala, e si ferma alle mie
spalle. E noi continuiamo la rianimazione
seguendo la procedura con una tensione che
crepa i muri della stanza. La donna in arresto
cardiaco sotto di me. Il figlio alle mie spalle
che sta l, che piange, ma non ha paura di
guardare.
Vorrei dirvi che finita bene. Che andata
alla grande. Che il cuore ripartito e siamo
tornati a casa contenti e coi complimenti e gli
applausi di tutti e che il giorno dopo mi ha
chiamato
il
proprietario
dell'ospedale

dicendomi: "bravo, 30 e lode a Medicina


d'urgenza,
domani
entri
subito
in
specializzazione!"
La verit che le cose che scrivo qui, un
pochino le cambio sempre, e che quello che
leggete non proprio quasi mai uguale uguale
al 100% alla storia vera. Ma cose
completamente inventate, qui sopra, non ne ho
scritte mai: di 30 e lode non ne ho mai presi.
In un ospedale pubblico non so se lavorer
mai, e tutte le esperienze belle o brutte prima
o poi finiscono come la laurea, come il pronto
soccorso... e come la vita. E scusate questa
retorica da fucilazione alle spalle, ma stavolta
- davvero - mi venuta cos.
Arrivano le 8 di sera, e arriva il nostro cambio.
Esco dal pronto soccorso per andarmi a
cambiare, e lungo il corridoio che separa i

reparti incontro il ragazzo di poco prima, il


figlio della donna che abbiamo provato a
rianimare. Sta parlando con una dottoressa, e
il suo aspetto... be': immaginatevelo da voi.
Condoglianze gli dico, avvicinandomi per
salutarlo. Mi dispiace,
Lui mi guarda negli occhi.
Grazie.
Detto questo mi prende la mano, e la stringe.
Forte.

Quando finisce un turno.


Esco dal pronto soccorso che fuori gi buio.
Mi chiudo la giacca, respiro l'aria fresca e
scendo con calma le scale che portano
all'ingresso dell'ospedale.
Oggi c'era una vecchina con un'ulcera
perforata. A un certo punto ha vomitato
sangue, ed andata in arresto cardiaco.
Oppure andata in arresto e poi ha vomitato
sangue: io non so bene in che ordine, che sono
arrivato dopo.
Comunque insomma sono entrato l, e ho visto
lei tra le lenzuola, la barella, il materasso e
tutto quanto che praticamente galleggiava in
un fiume di sangue che manco la scena
dell'ascensore di Shining.
In mezzo al casino degli infermieri e dei

dottori che rianimavano mi sono fatto spazio,


e ho dato il cambio al massaggio cardiaco.
stata fatta l'adrenalina? ho chiesto.
Quant' che in arresto?
E poi, parlando con la persona alla testa che
ventilava.
Facciamo 30 compressioni, e due
insufflazioni come se davvero servisse che
glielo spiegassi io.
A un certo punto ho guardato in basso, e ho
visto le mie mani sul torace di quella donna
che stava immobile, la bocca aperta e gli occhi
semichiusi. C'era sangue ovunque: avevo i
guanti sporchi, le lenzuola erano nere per
quanto erano impregnate, e ogni tanto
qualcosa mi schizzava addosso e sul camice
che pi tardi - piuttosto che pensare di portarlo
a casa e provare a lavarlo - ho direttamente

buttato nel secchio, e tanti saluti.


Dopo un po', il cuore della vecchina
ripartito. E io l'ho lasciata l con gli infermieri
e i dottori pi esperti, che andavano dati i
farmaci, i liquidi e quello che serviva e poi - di
corsa - in sala operatoria, che bisognava
fermare l'emorragia.
L'ho lasciata pensando che in genere dopo un
arresto cardiaco, e in quelle condizioni... ma
insomma: io, la mia parte, l'avevo fatta.
Poco pi tardi, parliamo di minuti, da quella
donna piccola piccola siamo passati a un
omone di cento e rotti kg.
Settant'anni, non ha mai avuto problemi di
salute. entrato in pronto soccorso che era blu
cadaverico senza nemmeno passare dal triage:
direttamente in codice rosso.
Non respirava. O quasi: non si capiva pi di

tanto. Gli ho messo il saturimetro su un dito, e


ho visto che segnava 79%.
Per chi non lo sapesse, il valore massimo della
saturazione di ossigeno nel sangue 100%.
95-96% normale. 90% ci puoi ancora sta',
che chi s'accontenta gode... ma 79% proprio
una merda.
79% potr essere la saturazione di ossigeno
nel sangue dei pesci, o delle rane. Non so che
valori abbiano, in verit, ma insomma: per
l'essere umano stiamo l l che - pi che
l'anestesista - fai quasi prima a chiamare il
prete.
All'emogas aveva un Ph che sar stato tipo
6,9. Che adesso non sto qui a spiegarvi pure
questo, ma vi giuro che era anche pi brutto
della saturazione.
Insomma abbiamo messo l'ossigeno, e

l'anestesista stava l a farlo respirare col va e


vieni, e piano piano la saturazione risalita:
prima 80, 85, 90, poi lentamente 96, 97, 98...
All'elettrocardiogramma si visto che aveva
un nuovo infarto. stata allertata
l'emodinamica, e attorno al paziente iniziata
una corsa per prepare tutto e mandarlo il
prima possibile a fare una coronarografia,
quella cosa che ti infilano un tubo nel braccio
o nella gamba e lo usano per sturarti le
coronarie.
In tutto questo mi sono ritrovato a ventilare
col va e vieni questo omone enorme grosso il
doppio di me. Lo sguardo inchiodato su quel
numeretto del saturimetro, che come scende
un attimo pensi che stai facendo uno schifo
mentre come sale di un punto ti senti il dottore
migliore dell'universo. Anche se poi magari

scopri che potevi pure lasciar perdere, perch


il paziente respirava da solo.
Far respirare qualcuno con il pallone e
l'ossigeno una cosa che ti stanca come se
facessi i pesi, o come quando i miei amici
fissati con la montagna mi raggirano e
riescono a portarmi a fare trekking. Se fai
l'anestesista capace che capita qualche
intervento dove devi farlo per ore e ore e ore
di fila. E gi questo, da solo, mi pare un
ottimo
motivo
per
scegliere
una
specializzazione diversa.
Alla fine l'omone partito per la
coronarografia, e ha lasciato il pronto
soccorso. E anche per lui ero tutt'altro che
ottimista, non era una situazione facile.
Il resto della giornata non stato meno
impegnativo: ho visto pazienti, letto cartelle,

fatto cose. Ma - sinceramente - ora come ora,


non me ne ricordo nemmeno mezza.
E rieccomi qua, sulle scale dell'ospedale, che
avevo iniziato a scrivere che stavo uscendo.
Mi piace quando finisce un turno. La
sensazione di aver fatto qualcosa che mi
piaceva. Di aver provato a imparare, e di aver
fatto il possibile per metterci del mio.
Della vecchina ho saputo che ha superato
l'intervento, e che adesso stava ancora in sala
operatoria con l'antidolorifico, le trasfusioni di
sangue e il cuore che comunque funzionava.
L'omone gigante ha fatto la coronarografia, ed
stato trasferito in terapia intensiva. E
insomma: anche qui pare che il mio
pessimismo totale sia stato fortunatamente
malposto.
Dopo il racconto di due pagine fa, che quando

l'ho pubblicato sul blog la gente mi scriveva i


commenti mentre piangeva (scusate!) o per
mandarmi affanculo, avevo promesso un
qualcosa con toni un po' diversi e un finale pi
allegro. Ed ecco: non sempre cos, e anzi
forse non succede quasi mai. Ma oggi - invece
- per qualche caso miracoloso e fortuito, esco
dall'ospedale che tutto andato alla grande.
Faccio quel po' di strada che mi separa dalla
macchina. Fuori dal pronto soccorso, quando
buio, c' un silenzio che totalmente l'opposto
del casino che invece ci trovi all'interno. E io
cammino in quel silenzio. Ho la mente libera,
e mi sento bene.
Monto nell'auto. Metto in moto, accendo la
radio, e vado via.

Il mio secondo ultimo giorno di lezione.


L'ultimo giorno di lezione di Ingegneria, non
me lo ricordo proprio. Vuoto assoluto, mi
dispiace.
Ricordo invece il primo, di giorno, a
Ingegneria: sono andato l la mattina, ho
scoperto che le lezioni erano state spostate al
pomeriggio, e ho conosciuto alcuni compagni
di corso uno dei quali - incredibile - a tutt'oggi
di tanto in tanto sento ancora.
Nel pomeriggio dello stesso - primo - giorno
di universit, ho scoperto l'affollamento
assurdo delle aule. Ho organizzato con
qualcuno la tristissima trafila di fare i turni per
occupare i posti la mattina presto, e credo di
aver seguito la prima lezione di Analisi
Matematica I.

Del primo giorno di lezioni di questa seconda


laurea in Medicina ho parlato invece a suo
tempo anche sul blog. Ma non che abbia
detto poi molto, e non valeva nemmeno la
pena di riportalo qui su questo libro.
Ricordo comunque con una certa vaghezza le
primissime lezioni. Il primo disperato
tentativo di conoscere altre persone pi grandi
con cui sentirmi meno lontano dai normali
canoni universitari. L'ansia per non dire
l'angoscia del rendermi conto della terribile
montagna di esami, prove, test, firme,
burocratame e rotture di ogni genere che mi
aspettavano da l ai successivi sei anni.
E poi, chiss come, arriviamo a ieri. All'ultima
lezione del corso di laurea in Medicina e
Chirurgia.
Tra l'altro, aprendo una parentesi che si

ricondurr comunque - spero - al fatto in


questione della fine dei corsi, il giorno prima
era stato il mio compleanno: ho finalmente
compiuto i 39 anni fatidici che - facendomi
degli ottimistici conti - calcolavo che avrei
avuto in prossimit del termine della seconda
laurea... e cos stato.
Per i miei 39 anni ho portato le pastarelle in
Pronto Soccorso, e poi le pastarelle in aula e
pure una bottiglia. E ho stappato, mi hanno
fatto gli auguri, ed stato un po' come
togliersi finalmente una sorta di spina dalla
zampa.
Voglio dire: la paura maggiore, il maggior
inconveniente, e la principale cosa che mi
tratteneva dall'iniziare un percorso cos lungo
- come del resto sono certo trattiene un po'
tutti dal fare una scelta analoga alla mia - era

il fattore tempo. Iniziare a 33 anni per


diventare - forse - medico a 39.
Scrivevo 6 anni fa che mettere gi un progetto
che avrei potuto dire finalmente concluso
soltanto a quarant'anni, era una cosa che mi
faceva un po' girare la testa. Ma alla fine cos
ho detto, cos ho deciso, e cos comunque - ed
evidentemente - andata a finire.
Ho stappato quella bottiglia in aula. E il tappo
che volava per aria e ricadeva gi dietro agli
sparuti compagni di corso che ancora
venivano a lezione, stato un po' come il
dente attaccato alla maniglia della porta che si
vede nei cartoni animati quando un qualche
personaggio decide di non cedere alla lobby
dei dentisti odontoiatrici, e di risolversi il
problema da s.
Era quello che volevo. L'ho fatto. Ha fatto un

pochino male e adesso magari senza


antibiotici morir... ma comunque, andata.
Il giorno seguente, l'ultima lezione del sesto
anno di corso, stato un po' diverso.
Abbiamo portato un po' tutti qualcosa. Altre
bottiglie stappate, altri pasticcini, patatine,
caramelle e una valanga di foto da condividere
via Whatsapp e su Facebook.
Tutti sicuramente a ripensare all'inizio
dell'universit, e a come non vedevi l'ora che
fosse gi finita. Mentre ora che sei alla fine ti
dici col magone che gi passato tutto e che per qualche meccanismo assurdo della
psicologia umana - tutto questo, in fondo, ti
mancher.
Mi sono sempre mancati infatti i giorni di
Ingegneria, fuori dalla biblioteca, a fumare e a
dire cazzate con gli amici. Le nottate fino

all'alba a ubriacarsi. La sensazione di studiare


per costruirsi un futuro fantastico che sar
chiss quale figata.
Mi mancheranno i giorni di Medicina. I
tirocini che ti aspettavi sempre chiss cosa
avresti visto, anche se magari alla fine niente.
Le feste nelle case degli studenti. Gli esami
tutti insieme per il corridoio nell'attesa di
essere interrogati con l'ansia che ti si porta via.
Il continuo pensiero di avere quasi 40 anni, ma
sentirmene allo stesso tempo 20 di meno.
Insomma, questa seconda laurea nemmeno
finita che gi c'ho la nostalgia. E pensare che
all'inizio ero cos talmente indeciso che
addirittura per anni ho desistito, e quasi quasi
a Medicina non mi ci iscrivevo neppure.
Domani ho il primo esame della sessione, e
speriamo che vada bene. Poi chiusa totale in

casa a studiare per cercare di fare subito le


materie che mi mancano per questa benedetta
laurea. Poi discutere la tesi. Poi il tirocinio.
Poi l'esame di Stato e poi e poi e poi...
E poi c' un po' di confusione, e quello che ci
aspetta a noi nuovi medici futuri neolaureati
non l'ha ancora capito bene davvero nessuno.
Ma intanto almeno questa cosa l'abbiamo
fatta. E poi, per domani, si vedr.

Un turno un po' da schifo.


L'altra sera arrivo in Pronto Soccorso col mio
classico spirito di quello tutto contento che gli
piace andare l, e che non vedeva l'ora che
arrivasse il turno.
Immagino che arrivi un punto in cui uno si
talmente abituato e ne ha talmente sopra ai
capelli da non poterne pi. Ma fino al fatidico
giorno in cui diverr insomma una persona
normale, lo stato d'animo con cui vado in
reparto questo.
Entro nel box medico. Saluto strutturati,
infermieri, pazienti in barella e specializzandi,
e non ho fatto nemmeno in tempo a guardarmi
intorno che un paziente deve dare di stomaco.
Mi metto i guanti, di corsa alla testa per
aiutarlo a girarsi su un fianco mentre gli

infermieri lo tengono di lato... e il paziente mi


vomita addosso esattamente nello spazio del
mio braccio rimasto scoperto tra il guanto e il
camice.
Simo',
vatte
a
lav!
consiglia
intelligentemente un infermiere.
Visto che faccio bene a portarmi sempre un
camice di riserva? commento io. Anche se
poi in realt il camice intonso, e quello tutto
svomitazzato sono io.
Vado a pulirmi, e per prudenza mi immergo
nell'amuchina e nel sapone medicalizzato.
Tempo 10 minuti, e mi fanno:
Prendi l'ecografo, che serve per il paziente
Tal dei Tali, nell'altra stanza.
Io vado a cercare l'ecografo. Lo sollevo per
spostarlo... ed evidentemente qualcuno che
l'ha usato prima non l'aveva pulito bene,

perch mi ritrovo addosso tutta una roba


viscida e appiccicosa.
Era solo il gel mi dico, mentre spando acqua
ossigenata sull'appiccicume che imbratta il
camice (e a questo punto l'esistenza di quello
di riserva si fa pi interessante). Il gel mio
amico.
Finito il lavoro con l'ecografo, decido di fare
un salto alle macchinette del caff. Anche se
poi siccome notte non prendo il caff (che
poi non riesco a dormire) ma una bottiglietta
di aranciata o Coca Cola o quello che decider
lo sponsor.
La bevanda rotola gi nel cassetto del
distributore. Io la prendo, l'apro, e come del
resto potevo aspettarmi la bottiglietta esplode
e mi fa una mezza doccia. E rispetto alla roba
che mi ha inzuppato finora potrei anche dire

che mi sono lavato e non vedere la cosa come


un particolare negativo del turno. Ma
comunque - questo innegabile - oggi era
proprio giornata.
Bevo quel poco che rimasto nella bottiglia.
Poi torno in reparto, e becco un altro
infermiere.
Mi aiuti a sistemare il respiratore del
paziente intubato? mi fa.
"Certo!" penso io.
Certo! dico io, in un fisiologico
comportamento egosintonico (tanto per far
vedere che ho studiato Psichiatria).
Andiamo dal paziente, io mi metto di lato alla
barella, l'infermiere stacca il tubo dal raccordo
che lo porta alla macchina che ventila... e
quello che c'era dentro esce tutto fuori e mi fa
l'ennesima doccia della serata.

Io riguardo il tubo e il paziente 200 volte per


controllare che nel respiratore non ci fossero
sangue, vomito o altri agenti mortali. Per
fortuna pare pulito, e dentro c'era solo vapore
acqueo condensato.
Era solo condensa mi ripeto, facendo lo
shampoo con la soluzione iodata e
spruzzandomi l'amuchina negli occhi. Solo
schifosissima e ripugnante condensa.
Alla fine torno a casa che, s, sono ancora
contento e felice come dicevo prima. Be',
magari un pochettinino-ino meno, che oggi
stata tosta. Magari anche un po' pi stanco e
chiedendomi se mi verr la polmonite
nosocomiale, una recrudescenza di Vaiolo
oppure - semplicemente - la peste. E diciamo
che non fatico a capire perch certa gente il
pronto soccorso lo odia, e non ci farebbe un

turno manco morto ammazzato.


Io per gi domani ci torno. E pure a Pasqua
ci sarebbe un turno, per cui se finisco presto di
ingozzarmi magari un salto lo faccio.
La prossima volta per ci vado con la tuta e
cappuccio quelli che si chiudono sigillati, stile
guerra batteriologica. Cos il camice, nel
frattempo, lo lavo.

Gli infermieri del pronto soccorso.


Iniziamo con un'erudita citazione del Codice
Penale:
(Il delitto) colposo, o contro l'intenzione
quando l'evento, anche se preveduto, non
voluto dall'agente e si verifica a causa di
negligenza o imprudenza o imperizia... (Art.
43 c.p.)
E adesso parliamo d'altro: tempo fa, mi hanno
chiesto di fare un prelievo a un paziente
ricoverato nel nostro reparto.
Tanto ha l'accesso arterioso mi hanno detto.
Fai lo scarto, prendi il sangue e fai il
lavaggio con un po' di fisiologica.
Facile, l'avevo gi fatto tante volte. Che ce
vo'?!
Solo che l'accesso arterioso non funzionava. Si

era spostato un po' fuori dall'arteria, e


probabilmente era anche ostruito e non andava
pi.
Insomma, giuro: non stata colpa mia quando
l'accesso uscito del tutto, ha inondato il
pronto soccorso di sangue e alla fine era da
rimetterne uno nuovo! Anche il codice penale
qui sopra non c'entra niente, e l'ho citato per
tutto un altro motivo che vedremo dopo: io
non ho fatto nulla, e insomma era gi
praticamente cos.
Se lo scopre l'anestesista, quello che c' oggi,
sei morto dice lo specializzando che era in
turno con me.
Ma non ho fatto niente! piagnucolo io, che
l'anestesista quello che c' oggi l'ho gi visto
sgozzare studenti e tirocinanti per molto
meno.

Lui per scuote la testa.


Sei morto.
Consapevole della fine incombente, la
disperazione mi spinge a cercare una delle
infermiere che conosco.
C' un problema con l'accesso arterioso di un
paziente gli spiego. colpa dell'altro
studente tirocinante, che per adesso andato
via.
Non va l'accesso arterioso? l'infermiera
sbianca talmente tanto da contrastare in
positivo sopra il bianco del camice. Se lo
scopre l'anestesista, sei fottuto!
In un attimo chiama a raccolta tutta la brigata
degli infermieri di turno.
Tu prendi il rubinetto dice, dividendo i
compiti. Tu il lenzuolo pulito e le cose per
lavare. Tu il cerotto. Tu la cannula.

Poi guarda me, e aggiunge.


Tu invece non toccare niente! E la prossima
volta, prima di fare casini, chiamami.
L'ingranaggio funziona alla perfezione, e in un
minuto la confraternita infermieristica riesce a
sistemare il paziente, a riposizionare l'accesso
arterioso e a ripristinare il tutto come stava
prima che io non facessi nulla, perch non
stata colpa mia. Anche se non ci crede
nessuno.
Cosa state facendo? meno di 3 secondi dopo
che sono state fatte sparire le ultime prove,
l'anestesista entra nella stanza.
Silenzio generale. Lui si affaccia sul paziente.
Guarda e fa un'espressione del tipo: "mah, mi
pare tutto a posto".
Tutto questo racconto, solo per raccontarvi
(eh!) che in pronto soccorso pieno di

persone che - se fai qualche casino - trovano


pi naturale rimboccarsi le maniche e mettere
le cose a posto, piuttosto che chiamare di
corsa la Gestapo per farti fucilare.
E quando non sono impegnati a riparare i
casini fatti da me, gli infermieri del pronto
soccorso pu capitarti di vederli girare col
codazzo di tirocinanti al seguito: c' uno che a
mettere un'agocannula l'ha (quasi) insegnato a
me. L'ha insegnato agli studenti di Scienze
Infermieristiche e l'ha insegnato pure agli
specializzandi, facendoci provare e riprovare
ogni stanta volta che si presenta l'occasione
senza incazzarsi, senza sbuffare e mettendoci
sempre qualche parola di incoraggiamento
anche quando uno - innegabilmente - una
pippa.
Ho visto infermieri stringere la mano a

pazienti in lacrime. Lavarli, cambiargli i


vestiti, frugare l'intero pronto soccorso per
trovargli qualcosa da mangiare, e subito dopo
organizzare per noi un mini-tirocinio sui punti
di sutura o un corso sulla ventilazione o un
ripasso dell'emogas.
L'altra sera c'era un bambino con una gamba
rotta. E in mezzo a tutto il casino, l'infermiere
della sala rossa prende e si piazza davanti alla
sua barella.
Qui c'ho un fazzoletto dice, mostrandogli
un tovagliolino di stoffa rosso.
Poi prende il fazzoletto, lo infila un po' alla
volta nella mano chiusa a pugno spingendolo
ben bene dentro con le dita, e infine ci soffia
sopra.
Euual! esclama, aprendo platealmente le
mani vuote. Il fazzoletto sparito.

Un gioco di prestigio antico come la mia


laurea in ingegneria, no? Quello che mi
colpisce, che l'ha fatto bene: come uno che si
messo l a provarlo e riprovarlo davanti allo
specchio fino a che il trucco - almeno per un
bambino - non diventasse invisibile.
E poi il fazzoletto l'ha pure fatto ricomparire:
"ariuual!". Che quest'ultima parte a me non
mi riesce mai, e a casa mia non trovi pi un
tovagliolo manco a pagarlo.
Tornando al Codice Penale. La negligenza, o
non diligenza, viene da un verbo mezzo latino
tipo diligere, che vuol dire: amare, stimare,
aver caro, apprezzare.
Si vede che ho appena fatto Medicina Legale,
vero? Ho imparato una parola nuova, e
essendo infatti una persona che scrivo, non
vedevo l'ora di utilizzarla.

Alla fine dell'ultimo anno di Medicina,


insomma, ho scoperto che fare il proprio
lavoro con passione - al di fuori del semplice
interesse personale - un'idea che non si trova
solo nei discorsi utopici di qualche babbeo.
Ma addirittura prevista e contemplata dalla
Legge.
E se decidessimo di applicarla, questa legge?
A questo punto, quelli che si iscrivono a
Medicina con l'idea che "poi da dottore
guadagno un sacco di soldi", andrebbero
messi direttamente in galera.
Non male, vero? Anche se forse una mia
interpretazione un po' arbitraria, lo ammetto.
Sarebbe comunque un ottimo modo per
risolvere il problema dell'affollamento della
facolt. Nonch per dare - finalmente - un
taglio a tutte le noiose polemiche sul test di

ammissione.

L'ultimo esame.
L'ultimo esame stato stressante come il
primo.
O come il quinto. O il decimo... o il
sessantatreesimo, che sommando tutte le
materie di Ingegneria e Medicina, era quello
che ho dato 3 giorni fa.
Mi hanno chiamato per primo a fare l'orale
della parte di medicina. Poi il mio foglio
finito sotto a tutti gli altri, e mi hanno
chiamato quasi tra gli ultimi a fare l'orale della
parte di chirurgia.
Un'attesa interminabile mentre chiamavano a
mano a mano tutti gli altri, pensando che se
andava male toccava rifarlo, se toccava rifarlo
non era finita, se non era finita passavo tutto il
mese di giugno ancora sui libri a studiare. Un

incubo.
Poi, alla fine, stato anche pi facile del
previsto. Ed andata.
Ultimo verbale, ultima ricevuta col voto
scritto sopra, e ultima firma del professore sul
libretto. E quella sensazione fantastica di
esserti scaricato gi dalla schiena e in un
colpo solo tutto il peso della Terra, che ti
portavi dietro da chiss quanto.
Per un paio di minuti sono stato in una sorta di
Nirvana studentesco, in cui tutti i problemi del
cosmo si erano improvvisamente dissolti,
lasciandomi immerso in un'aura di beatitudine.
Finiti gli esami: basta notti sui libri. Basta
interrogazioni che non sai mai cosa ti
chiedono. Basta tutto, e adesso: aria.
Poi dopo un po' pensi che manca ancora da
discutere la tesi, e che ti aspettano quelle 5000

domande dell'esame di stato da imparare a


memoria, e un pochino diciamo che
l'entusiasmo ti passa. Ma - per l'appunto davvero solo un pochino.
Poi pensi che quasi finito anche questo
percorso. E che se da un lato questa storia
della seconda laurea mi ha mezzo devastato la
vita per 6 anni pieni, dall'altro lato me l'ha
anche decisamente riempita. L'universit un
periodo bello, e viverla due volte una fortuna
che tocca davvero a pochi.
E poi ti guardi intorno. Vedi i compagni di
corso con cui hai passato tutto quel tempo,
tutto quello stress, gli esami, le litigate con la
segreteria, i casini coi professori. E pensi che
qualcosa - di tutto questo, e di tutte queste
persone - davvero, ti mancher.
Finita la verbalizzazione, organizziamo una

mezza serata per festeggiare. Saluto tutti, e


andando via faccio il giro lungo. Quello che
non va direttamente all'uscita, ma che passa
per il corridoio grande, in mezzo a tutti i
reparti.
Mi piace attraversare l'ospedale prima di
uscire, ed un percorso che ho fatto decine di
volte. Cammino con calma incrociando
pazienti, barellieri, dottori, famiglie al
completo... un po' una cartolina di tutta
l'umanit che passa le giornate tra queste
pareti, vecchie pi di cent'anni.
Lungo la strada sorpasso un gruppetto di
specializzandi. Poi passo in mezzo a qualche
medico in camice, e ancora accanto a
qualcuno con la casacca verde da sala
operatoria.
Incrocio tutti quei dottori che ho sempre visto

molto da lontano, e che ai primi anni di


universit guardavo con soggezione: io lo
studente anzianotto che ha iniziato tardissimo,
loro i medici e i professori gi arrivati, nel
mezzo della professione.
Oggi quel muro di esami, materie e libri
interminabili che ci separava non esiste pi, e
per la prima volta sento che sono un po' come
loro, e che anche loro - sperando che nessuno
si offenda - si sono ritrovati a essere un po'
come me.

Il tirocinio a chirurgia d'urgenza.


Nel mio ospedale, come del resto nella
maggior parte dei pronto soccorsi (pronti
soccorso?) grandi, la parte delle emergenze
chirurgiche separata da quella delle
emergenze mediche.
Cos come ancora da un'altra parte si trovano
il pronto soccorso oculistico, quello
ginecologico, quello pediatrico, quello
ortopedico e quello delle urgenze minori. E
quello otorino. E quello... bo'?! Ora non mi
viene in mente, ma qualche altro pronto
soccorso - di sicuro - ci sar.
Cos se hai il dolore al torace ti visita subito
l'internista, che magari un infarto. Se hai
dolore alla pancia ti visita subito il chirurgo,
che magari hai l'appendicite. Mentre se hai il

dolore un po' sopra e un po' sotto, chiunque ti


visita ti visita dir in ogni caso che non sei un
paziente suo, incazzandosi a morte con
l'infermiere del triage.
E capirete che se da studente stai fisso in un
posto dove vedi i pazienti con i problemi X e
Y, ma poi dopo la laurea vai in un altro posto
dove vedrai i pazienti con i problemi W e Z,
questo potrebbe portare al non irrilevante
contrattempo di trovarti di fronte a uno che sta
male, e tu che non sai dove accidente mettere
le mani.
Fatto sta insomma che, per cercare di colmare
un po' un minimo di qualche mia incolmabile
lacuna, di tanto in tanto frequento anche gli
altri pronti soccorsi per conto mio e gratis e
facendo un lavoro in pi che non mi verr
riconosciuto in alcun modo. Ma - diciamo la

verit - lo faccio soprattutto perch mi piace, e


perch - ancora pi soprattutto - non devo
essere tanto normale.
Del pronto soccorso pediatrico ho gi parlato
tipo 50 pagine fa. Di oculisti e ginecologi non
mi importa sinceramente pi di tanto, e
dunque non resta che la parte della chirurgia.
Il bello del pronto soccorso chirurgico,
rispetto alla sala rossa, che le patologie sono
pi chiare e le terapie pi semplici:
Arriva un medico in pensione con l'ernia del
disco e il colpo della strega: tu gli metti la sua
bella flebo di antinfiammatori e antidolorifici
e grastroprotezioni del caso. Lo piazzi da una
parte, e dopo un po' lo vai a rivedere.
Come va il dolore? chiedi. passato?
Va un po' meglio risponde lui.
Magari non troppo convinto, a dire il vero. Ma

insomma: non tagliamo troppo per il sottile!


Via l'agocannula, stampa un po' di fogli al
computer, timbro, firma, stretta di mano, e il
paziente torna a casa.
Arriva il vecchietto che inciampato e s'
rotto la testa? Facile! TAC, RX, punti di
sutura. E se tutto a posto: a casa, anche lui.
I pazienti chirurgici arrivano con le loro
gambe. Ti spiegano quello che hanno parlando
a chiare lettere. Spesso conoscono gi la loro
patologia, e ti dicono pure quello che devi fare
per curarli.
la solita colica, dotto' spiega un signore
sulla cinquantina. Sbrigateve a famme la
flebo, che nun je la faccio pi. Meno male che
tra du' giorni me opereno!
Il pronto soccorso chirurgico sempre superaffollatissimo, questo s: pazienti in barella,

pazienti in sala di attesa, pazienti al triage,


pazienti davanti alla porta, pazienti da
rivedere, da dimettere, ricoverare... e ogni
minuto suona il telefono che c' il parente di
uno, le analisi dell'altro, la radiografia di
qualcuno che s' persa, la TAC da refertare o
la
risonanza
magnetica
che
vuole
l'impegnativa per il mezzo di contrasto.
Praticamente un po' come stare alla Posta,
solo che invece dei pacchi e corrispondenza
devi gestire le persone in attesa e tutto il
casino che gli ruota attorno.
Il pronto soccorso chirurgico mi piace anche
perch i pazienti pi gravi vengono seguiti da
tutta un'altra parte, per cui puoi andare l con
l'idea che - in linea di massima - farai il tuo
lavoro con il tuo ritmo senza ritrovarti di
colpo proiettato in qualche puntata di E.R.

Che s E.R. fico e tutto quanto... ma magari qualche volta - bello pure l'ambulatorio
tranquillo dove non succede niente di
particolarmente drammatico, e puoi tornartene
a casa senza il magone.
Che poi il problema diventa che certi pazienti
sono talmente meno gravi che, dopo un po',
iniziano a smaniare per essere visitati prima
loro, che tardi, che c'hanno da fare e che
vogliono andarsene.
Mi faceva male la pancia spiega uno. Poi
sono andato in bagno, e m' passato. Non me
la fate la colonscopia?
grave, dotto'?! chiede un'altra ragazza.
Mi sento gonfissima. Eppure una settimana
che mangio solo insalata!
Oppure, un classico:
Sono cinque giorni che mi fa male l'orecchio.

Epperci oggi mi sono preoccupato tantissimo


e ho chiamato l'ambulanza per portarmi in
pronto soccorso a farmi visitare. Adesso. Alle
quattro di notte.
E io capisco che uno si spaventa, e che magari
ha bisogno di sentirsi rassicurato. Ci
mancherebbe! Noi stiamo l apposta. Per se
ci sono 20 persone in attesa e altre 20 appena
visitate pi 20 in barella da rivedere per soli 2
- dico 2 - medici, non che potete bussare
ogni 5 minuti per chiedere quando tocca a voi:
questo non accelerer in alcun modo i tempi, e
rischiate soltanto di finire a litigare.
Del pronto soccorso chirurgico - infine - mi
piace soprattutto il fatto che la gente, il pi
delle volte, guarisce.
Che pare una assurdit, ma la medicina, i
farmaci e le terapie - per conto loro - non

che risolvano un bel niente: la pressione alta la


tieni controllata, ma se smetti di prendere i
farmaci sale di nuovo. Per il diabete ti danno
l'insulina. Per la cardiologia ci stanno 100
mila terapie, ma nessuna che ti d un cuore di
nuovo sano, a parte i trapianti. E pure quelli a voler essere pignoli - sono una roba
chirurgica, oltre che a essere di per s un gran
bel casino.
La terapia medica cerca un equilibrio tra la
vita e la malattia. Un'omeostasi farmacologica
in cui inserire una persona, allo scopo di
influire in maniera positiva sul suo stato di
salute altrimenti compromesso.
Invece la chirurgia bella perch, dopo
l'intervento del chirurgo, il problema - in un
certo qual modo - risolto.
C'hai i calcoli nella colecisti? Noi la buttiamo

via, e i calcoli non ti vengono pi. Ti sei rotto


tutte le braccia? Noi ti mettiamo un 2-300
chiodini: avrai qualche problema con i metal
detector ma le braccia, in linea di massima, le
rimuovi. Ti sei tagliato le dita con
l'affettatrice, segato una gamba mentre potavi
la siepe o staccato un orecchio dal
parrucchiere? Niente che non si risolva con un
po' di ago, filo, colla vinilica e cerotti
medicati.
Che poi lo so che ci sono anche interventi per
condizioni, purtroppo, irrisolvibili, e che tra
medicina e chirurgia non esiste sempre una
distinzione cos netta. Ma almeno nei box del
pronto soccorso chirurgico, dove ti occupi
solo di eventi acuti su pazienti altrimenti almeno fino a poco prima - sani, i chirurghi
tendono a risolvere un po' tutto. E alle brutte ti

rattoppano comunque alla meno peggio, e


amen: quel che stato stato. Altro giro, e
altra corsa.
La vita va avanti, con tutti i suoi problemi. Ma
almeno a questo - di problema - non ci
pensiamo pi.

6 anni di Medicina, in un colpo solo.


Estate 2008: ho gi deciso che prover il test,
e sto studiando su quei libroni riepilogativi
che si usano per preparare i concorsi.
In famiglia ci sono 2 o 3 tra parenti e amici
cari che condividono la mia decisione e mi
appoggiano. Altri invece cercano di farmi
desistere prevedendo tragedie e sventure... o
un pi banale: "perderai un sacco di tempo, e
ti stancherai prima".
Mi iscrivo al corso estivo di una delle grosse
case editrici che fanno i libri per il test, pi per
obbligarmi a rinchiudermi in un posto a
studiare che per reali speranze che un corso
possa davvero aiutarmi.
Al mio arrivo, mescolato in una fiumana di
adolescenti neodiplomati, una delle insegnanti

esordisce: "ma tu che cacchio ci fai, qui?" Un


ragazzo del gruppo mi vede e lo sento
commentare con gli altri: "proprio tutti
medici, eh?"
Il bello di quella estate, il bello forse di tutto il
percorso, sono i pi debosciati di tutti che
durante il corso di preparazione al test
prendono e passano la notte in discoteca.
Vieni con noi? mi chiedono. Dormiamo in
stazione, e torniamo domani mattina.
Loro sono i diciottenni fighi che io sognavo di
essere alla loro et, ma che non sono mai
stato. Per un attimo - con 15 anni di ritardo posso sentirmi come uno di loro. Poi per
rifiuto, perch sto l per studiare e se passo
una notte intera in discoteca, come minimo,
muoio. Avrei dovuto andarci, invece? Forse.
A Settembre faccio il test di ammissione con

tanto di influenza intestinale. Ma questo ve


l'ho gi raccontato da qualche parte, per cui
passiamo oltre.
Primo anno di universit: a lezione siamo una
dozzina di ultra venti-trentenni, e faccio un po'
comunella con loro.
Dopo il primo semestre saremo la met. Dopo
il primo anno, un terzo. Al quinto ero rimasto
solo io... ma so che c' qualcun altro un po'
indietro, ma che comunque andato avanti.
Il primo esame Anatomia 1, ed un trauma:
prendo l'abitudine di scrivermi le cose da
memorizzare su dei foglietti che rileggo
sempre in qualsiasi momento. Al semaforo, in
banca, in fila al supermercato. Far cos per
Anatomia,
Biochimica,
Microbiologia,
Farmacologia... tutti esami che sono come
poesie da ricordare a memoria, e tutti foglietti

sempre perennemente in tasca per ripetere


appena ho 5 minuti, con lo stress che me se
porta.
Alla fine ad Anatomia 1 prendo 23. Un'amica
organizza una festa a sorpresa con tanto di
torta con 23 candeline, e quello il momento
pi bello.
Secondo anno di Medicina: Neuroanatomia, e
Biochimica. E Microbiologia. E Fisiologia.
Un anno di universit che come una laurea a
parte.
Ricordo il pranzo di Pasqua, e io che saluto
tutti i parenti e vado a casa a ripetere la via
spino-rubro-talamo-qualcosa-cerebellare con
l'abbiocco che mi uccide e la consapevolezza
che non riuscir mai a ricordarmi come si
deve quelle cose assurde.
Ricordo una parte da imparare a memoria che

ricordava pi una commedia di Ionesco: un


testo surreale, senza manco mezza parola che
avesse una parvenza di senso o significato. Ho
cercato aiuto su Internet ma non c'era neppure
un disegno, e mi sarei messo a piangere.
Agosto del secondo anno l'ho passato a casa
col libro di Biochimica e il portatile per
cercare i composti su Wikipedia. Non ho mai
studiato cos tanto in vita mia. Troppo. Vorrei
dirvi che poi servito ed erano cose
importanti e che uso tutti i giorni, ma non
cos.
Al secondo anno di Medicina ho visto la
prima autopsia, e se non c'era un collega
anziano che mi teneva buono mi sa che
svenivo pure. Sempre al secondo anno ho
visto la seconda autopsia e non mi ha fatto pi
tutto 'sto grande effetto. Al quinto anno avrei

dovuto vedere la terza, ma non ci sono andato


e sono rimasto a dormire.
Anche i bei ricordi, sul secondo anno, sono
esclusivamente legati agli esami: in particolare
quando ho finito Anatomia. Sono uscito
dall'aula: era una giornata bellissima, mi
sentivo al settimo cielo e ho capito che potevo
farcela.
Terzo anno di Medicina: forse il meno
impegnativo, da un punto di vista
esclusivamente della mole di studio.
Per la prima volta ci portano in reparto. E a
Chirurgia stiamo tutti l che ci caghiamo sotto
che chiss cosa ci faranno vedere... e invece,
poco e niente. Che rester una costante da l
all'ultimo giorno, ma questo ancora non lo
sapevamo e avevamo aspettative - diciamo inverosimili.

Nel reparto di Medicina Interna vado per


conto mio. Incontro i primi pazienti, uso per la
prima volta il fonendoscopio. Leggo cartelle
senza capire una mazza, guardo ECG
chiedendomi che mistero racchiudano, vedo
fare prelievi ed emogas e penso che non avr
mai il coraggio di provarci io.
Il terzo anno di Medicina stato,
probabilmente, il pi bello.
Quarto anno: le patologie integrate. Esami di
clinica dei vari apparati, con dentro
Farmacologia e Diagnostica per Immagini e
Anatomia Patologica fino a formare degli
ammassi infiniti di roba da sapere.
Cardiologia - che poi in realt l'avevo fatto al
secondo semestre del terzo - sono 2200 pagine
su 7 diversi libri. Gastroenterologia, pure l,
circa 2000. Le altre sono un po' pi corte, ma

manco tanto.
E Gastroenterologia mi boccia 3 volte allo
scritto: ogni volta solo per rileggerlo ci metto
un mese. Poi vado l, e mi bocciano di nuovo.
Sto rimanendo indietro con gli esami e inizio a
pensare di abbandonare. stato un momento
veramente, veramente nero.
A un certo punto mi chiudo in casa 3
settimane, e ripeto Gastro e mi studio
Reumatologia da zero... e alla fine in 2 giorni
faccio tutti e due gli esami e miracolosamente
mi ritrovo di nuovo in carreggiata.
Il momento pi brutto stato pensare che,
dopo tanta fatica, non sarei pi diventato un
dottore. Il pi bello, realizzare che avevo
superato anche quello.
Quinto anno: 10 esami in 10 appelli.
Medicina e Chirurgia 1 tostarello. Un altro

di quegli esami - grazie a Dio l'ultimo - dove ti


chiedono le poesie a memoria, e dove mi
ritrovo ad andare in giro coi foglietti in tasca
per ripetizioni lampo nei momenti di buco.
Gli altri esami sono pi semplici, ma sono
talmente tanti che stai praticamente sempre sui
libri e sempre con qualche scadenza da
rispettare, in una specie di tour de force
accademico.
Al quinto anno, dopo aver frequentato
Urologia, Gastroenterologia e due reparti di
Medicina Interna, ho iniziato a frequentare
Medicina d'Urgenza. E dopo qualche mese
sono passato in pronto soccorso.
A Medicina d'Urgenza ho fatto i miei primi
benedetti prelievi, con le mani che mi
tremavano e la paura che i pazienti mi
picchiassero. Ho iniziato a leggere un ECG

come si deve, e ho finalmente sfogliato


qualche cartella clinica capendone - pi o
meno - tutto il contenuto.
Le cose che prima mi sembravano impossibili
stavano piano piano entrando a far parte della
routine quotidiana: per la prima volta, andavo
in reparto e mi pareva di stare l per imparare
qualcosa.
Il quinto anno di Medicina quello dove tutto
sommato da studente uno diventa mezzo
dottore. O almeno cos avevo sentito dire, e
anche per me cos stato.
I ricordi pi belli sono una compagna di corso
che
festeggia
il
compleanno
fuori
dall'universit. Porta dei muffin come dolce, e
io me ne mangio 4 di fila prima di andare in
pronto soccorso a fare la notte. E poi il mio, di
compleanno, passato con gli altri colleghi

studenti: ho compiuto 38 anni, e non me ne


sentivo nemmeno 19. Oppure anche una festa
in un appartamento di fuori sede: io sto l che
bevo come se stessi ancora a Ingegneria, e a
un certo punto arriva uno e mi fa: "ma tu sei
Simone Maria Navarra? Io leggo sempre il tuo
blog!"
E notare che - quando facevo lo scrittore - non
mi ha mai riconosciuto nessuno.
Sesto anno: l'ultimo. Questo. Eccoci qua, che
non ancora proprio finito.
Al sesto anno c' lo stress che devi fare 18
mila rotture di palle burocratiche, oltre agli
esami, la tesi, i tirocini e - generalmente mangiare e dormire quando sei fuori dal
reparto.
All'ultimo anno di Medicina devi dare 7
esami, ma sono tutti pi un rimiscugliamento

di robe vecchie piuttosto che argomenti nuovi


da studiare da zero. Durante gli ultimi tirocini
facciamo meno cose rispetto ai primi tirocini
di tre anni prima. A lezione non controllano
tanto le presenze, e alla fine non viene pi a
seguire quasi nessuno.
Penso che l'ultimo anno di Medicina poteva
essere tranquillamente il quinto, mentre al
sesto non si fa davvero chiss cosa di
imprescindibile, e l'intero corso di laurea si
spegne lentamente con solo la tesi a dare una
parvenza di novit rispetto agli anni
precedenti.
Durante i turni in pronto soccorso, ho
imparato a fare qualche ecografia. Ho messo i
primi punti di sutura, e forse tutto sommato ho
finito per saper fare anche qualche cosina in
pi rispetto agli obiettivi che mi ero prefissato

all'inizio di questi 6 anni.


Il ricordo pi bello la festa organizzata in
aula l'ultimo giorno di lezione. La foto tutti in
camice sulla scalinata del Policlinico, e poi la
sera di nuovo in giro per festeggiare con gli ormai ex - compagni di corso.
Da qui in poi manca solo la tesi, a fine mese
ma sempre in data da definire. E poi?
Il Settimo anno di Medicina, cio l'anno dopo
la laurea, prevede 3 mesi di tirocinio e poi
l'esame di iscrizione all'Albo.
Dopo far il corso da ecografista, e un Master
in Medicina d'Urgenza. Ormai ho deciso: non
penso che aspettare un anno per il concorso di
specializzazione, e poi - se mi dice bene - 5
anni in giro per l'Italia a fare la vita dello
specializzando, sia una scelta ragionevole per
uno che ha quasi 40 anni.

Corsi e master mi danno qualifiche pi in


fretta, e inizio a pensare di essere abbastanza
capace da riuscire a trovarmi uno spazio per
quello che so fare, e non per i pezzi di carta
che ho o non ho accumulato.
Adesso - intanto - ci sono da sistemare le
ultime cose per la tesi, e la discussione. E poi,
si vedr.

Il giorno della laurea.


Sabato e Domenica li ho vissuti in un mix di
ansia, paranoia e psicosi.
Che poi alla prima laurea, quella in
Ingegneria, stavo - almeno mi sembra tranquillissimo, e del giudizio della
commissione
non
sarebbe
potuto
importarmene di meno.
Sar che, infatti, alla fine la discussione della
tesi di Ingegneria andata un po' una mezza
schifezza. E saranno anche l'et, la saggezza,
il rimbambimento senile o il semplice fatto
che ci tenevo a fare una bella impressione, ma
al secondo giro l'aspetto emotivo si fatto
senticchiare, e un pochino l'ho accusato.
Domenica sera per mi sentivo pi tranquillo,
e anche la mattina del luned stavo -

abbastanza - rilassato.
Sveglia prestissimo, che io certi orari manco
sapevo che esistessero. Colazione, doccia,
completo blu con camicia bianca e cravatta
abbinata. E poi: si parte.
Appuntamento nell'aula della discussione alle
8. Qualche formalit burocratica, e poi c' da
aspettare un po' con amici e parenti che
arrivano e salutano e si mettono a sedere
mentre io cammino avanti e indietro per l'aula
scavando tipo i solchi per terra come nei
cartoni animati.
Alle 9 e qualche minuto si comincia. Sono il
primo primo primissimo a discutere: che un
po' d'ansia derivava anche da questo, ma alla
fine... com' che si dice? Via il dente, e via il
dolore.
La discussione deve durare 7 (sette) minuti.

Che se no siamo in 15, la seduta di laurea dura


un mese, la commissione si scoccia e finisce
che ti fanno apposta le domande cattive.
A casa l'avr ripetuta una trentina di volte, col
cronometro, per vedere se stavo nei tempi. E
ogni volta impappinandomi su qualche
passaggio o perdendomi un pezzo o
dimenticandomi di dire qualcosa di
fondamentale.
Stamattina invece sono andato deciso, calmo,
incredibilmente si capiva quello che dicevo
(non per niente mi piace scrivere: perch a
raccontare le cose a voce sono una pippa) e
non mi sono n impappinato n perso passaggi
importanti per strada.
Sette minuti che passano calmi calmi. Una
domandina dal mio relatore giusto tanto per,
che se non ti fa domande nessuno - insomma -

ci rimani pure male. E la mia parte l'ho fatta:


finita.
Torno al posto, e cominciano le discussioni
degli altri. Ma io un po' li seguo e un po' sto su
Facebook a postare le foto, o su Whatsapp a
rispondere a 10 mila messaggi, che ormai sto
gi in fase post laurea.
Qualche tesi interessante, qualcun'altra
meno. Globalmente bene o male tutti i
candidati riescono a fare una presentazione
come si deve, e dopo due ore e mezza
dall'inizio della seduta la commissione si
riunisce per deliberare... o per fare per quello
che fanno le commissioni di laurea, che non so
come si dice.
Nel frattempo, amici parenti e compagni di
corso vari mi avranno fatto 15 video e 100
foto, e ho salutato e baciato tanta di quella

gente che manco se mi sposavo.


Torna la commissione. Ci mettiamo al centro
dell'aula, e loro iniziano a chiamare i vari
candidati. 2 o 3 persone prima di me, e poi il
mio turno.
Simone Maria Navarra fa il presidente della
commissione. Ti dichiaro dottore in
Medicina e Chirurgia, con la valutazione di..
Vi ho mai detto di cosa penso dei voti alti alti,
ma che non raggiungono proprio il massimo?
Quelli che s, uno tanto bravo e s'
impegnato tanto ma - poverino - pi di cos,
proprio non ci arrivava?
Ecco, appunto: 109 su 110.
109 pure il voto massimo a cui potevo
ambire se proprio andavo perfettamente alla
grande, e mi regalavano pure qualcosa. Perci,
insomma: che vogliamo dire? Meglio di cos

non poteva proprio andare.


Per Navarra anche la seconda laurea
aggiunge il presidente.
Sento qualche mormorio tra il pubblico. E,
be': che abbia detto questa cosa, in quel
momento cos importante, devo ammettere
che mi ha fatto piacere.
Finite le proclamazioni, nel silenzio generale,
una ragazza legge il giuramento di Ippocrate.
Mi piace questa tradizione dei medici che
dichiarano altri medici, passandosi in un certo
senso le consegne. Questo fatto che dalla notte
dei tempi ci sta sempre qualcuno malato, e
qualcun altro che lo vuole curare. Un filo
conduttore fatto di tragedia e speranza, che ci
lega un po' tutti, dall'inizio alla fine
dell'umanit.
La mia compagna di corso legge il giuramento

di Ippocrate. Io un po' mi emoziono di nuovo,


e penso che sia un momento importante.
Finalmente ci congedano. Un'amica mi regala
la corona d'alloro, che copre pure un po' di
capelli bianchi e sembro quasi un ragazzino di
20 anni pure io. E poi altre foto e filmati e
Whatsapp e click e link e messaggi come se
piovesse. E a un certo punto pi che contento,
rilassato oppure sollevato, inizio un po' a
sentirmi stordito. Lasciatemelo ammettere.
Saluto i miei, dandogli appuntamento per
festeggiare stasera. Una bevuta al volo con
qualche amico, e poi - finalmente - di nuovo a
casa.
A casa dopo la discussione della tesi della mia
seconda laurea. Una cosa che ho sognato e
risognato per anni, e che in certi momenti non
avrei mai pensato di raggiungere sul serio.

Sono a casa, e l'unica cosa che mi viene in


mente che ho fame. Non per niente, sono 3
giorni che ho un nodo allo stomaco e che ho
mangiato pochissimo.
Metto a scaldare un po' di pane. Apro il frigo,
tiro fuori formaggio, affettati e un po' di frutta.
Intanto continuo a rispondere ai messaggi sul
telefono. Su Facebook ho gi una foto con pi
di 100 mi piace. Ho ricevuto tante di quelle
chiamate che inizia a mancarmi la voce.
E mentre affetto il salame, come un fulmine
improvviso e inaspettato, un qualche neurone
si risveglia, d una scrollata a un paio di amici
suoi per tirarli su, e - finalmente - realizzo:
Porca miseria... sono diventato un dottore!

In bianco e nero.
Riccardo: 27 anni, sempre stato in ottima
forma. Mai un intervento, mai una malattia,
mai un cavolo di niente: una salute perfetta.
L'altra mattina esce di casa per andare a
lavorare. Arriva alla macchina, prende le
chiavi... e cade per terra con gli occhi girati
che non respira e la gente intorno che
s'impressiona e grida e svengono pure loro
uno dietro l'altro, stile domino.
Veronica: 50 anni, professione sanitaria non
meglio definita, che si occupa di non so che
cosa. Pressione alta, qualche problema
cardiaco, ma in sostanza niente di che.
Sta lavorando in sala operatoria: tutto
tranquillo e secondo routine, quando a un
certo punto prende e crolla per terra pure lei in

mezzo a ferri, dottori, paziente intubato e tutto


il resto.
Sembra quasi l'inizio di una puntata di un
qualche avvincente telefilm sui dottori, non
trovate? E adesso per continuare a leggere
vorrei farvi pagare almeno le ultime pagine
del libro... ma - purtroppo - non ho ancora
capito come si fa, e mi tocca lasciarvi
proseguire gratis.
Riccardo arriva in ospedale con l'ambulanza
del 118. Si gi ripreso, e racconta - come gi
vi dicevo - di non avere mai avuto problemi di
salute particolari.
Veronica, invece, arrivata in pronto soccorso
accompagnata dai colleghi: durante il tragitto
hanno preso la bella iniziativa di riempirla di
farmaci a caso, senza correlazione ai segni, ai
sintomi, alla situazione o a una bench

minima eventuale linea guida di qualcosa...


dando effettivamente adito a pensare che
Veronica non fosse poi cos tanto amata da
tutti. O anche che se ti senti male e arriva
subito un dottore - tutto sommato - non
necessariamente una cosa positiva.
In tutto questo, non v'ho ancora detto che in
reparto c'era gi anche Mario, un signore
molto anziano: Mario ha la febbre. Le gambe
gonfie.
I
polmoni
arruffati.
L'elettrocardiogramma fa quello che gli pare, e
quando respira sembra una macchina del
caff.
Mario un dottore anche lui. 60 anni di
professione - o magari un po' meno, non sono
stato a contare - sempre dall'altro lato della
barricata. Adesso invece l, al posto del
paziente, e si lascia visitare e curare senza

lamentarsi o dire una parola. Un piacevole


caso di paziente-dottore non rompipalle: vi
assicuro che - veramente - rarissimo.
Insomma, 3 pazienti: Riccardo che svenuto
che ancora non si sa perch. Veronica che ora
vediamo, ma sta davvero davvero messa male,
e Mario che avr una polmonite e sta con noi
gi da un po', nel limbo dei pazienti in
osservazione.
Riccardo non lo visito io, perch finisce in
un'altra ala del pronto soccorso e insomma ci
arrivano solo notizie indirette. Cos'ha e cosa
non 'ha, pare comunque pi una crisi epilettica
che un problema cardiaco o altro. Magari ha
battuto la testa e non si ricorda. Magari ha
preso qualcosa che non ci ha detto. Comunque
sia lo spediscono alla TAC, nella speranza di
chiarire l'arcano.

Veronica invece viene da noi. O meglio ce la


portano: ha la met destra del corpo
completamente paralizzata. Pressione arteriosa
a livello Goodyear. Oscilla tra una semiincoscienza e uno stato di rincoglionimento
pi moderato.
Mi pu stringere le mani? chiedo io,
verificando che effettivamente un braccio e
una gamba non accennano minimamente a
muoversi.
Io sto benissimo risponde lei, biascicando le
parole e ignorando completamente che met
dei suoi arti sono appena andati a puttane.
Questa cosa del perdere totalmente la
cognizione di una parte del proprio corpo, in
neurologia, ha anche un nome ben preciso: e
se avete voglia di cercarlo su Google - magari
- ditelo anche a me.

Veronica pare di gran lunga il paziente pi


grave, e la TAC se la becca per prima. Torna
su in reparto che gi abbiamo le sue immagini,
e queste risultano negative. E con negativo - in
medichese - si intende in genere una cosa
bella:
Io ti amo perch sei sempre negativa disse il
dottore alla dottoressa. Vuoi sposarmi?
Negativo! rispose lei.
E vissero per sempre felici e contenti.
Per Veronica si pone una diagnosi di ischemia
cerebrale. Siamo nei tempi giusti, e il
neurologo decide per la cosiddetta trombolisi:
una specie di idraulico liquido in versione
biochimica, che toglie i coaguli dalle arterie e
- per lo meno nelle intenzioni di chi lo
propone - rivascolarizza il tessuto cerebrale.
Per Riccardo, invece, la TAC d una risposta

che non si augurava proprio nessuno:


Gli hanno trovato un edema di 7 cm nel
cranio. E sotto all'edema ci sta un tumore. E
sotto al tumore ci sta il cervello sano. E
togliere tutto il tumore lasciando l quello che
invece non devi toccare una di quelle cose
che i dottori ancora non riescono a fare bene
per niente.
Il neurochirurgo parla di operare tra un paio di
giorni: deve aprire, togliere tutto quello che
riesce a togliere, fare la chemioterapia, e poi
mettere il cronometro per vedere quanti minuti
ci mette a recidivare un tumore aggressivo
come quello.
Passa il tempo in reparto, e per Veronica c'
una processione di amici, colleghi, parenti e
chi pi ne ha pi ne metta. Pare che in
ospedale conosca mezzo mondo, e che mezzo

mondo voglia venire a trovarla per sapere


come sta... oltre che - incidentalmente - a
rompere le palle a noi.
Attorno agli esami di Riccardo, invece, si
forma un viavai un po' diverso: c' chi
sconfortato dalla notizia. Chi guarda e
riguarda la TAC, che un caso cos non l'aveva
mai visto. Qualcuno tira in ballo Dio e non so
che discorsi sui preti e cose del genere. Un
parente del ragazzo che lavora con noi ci
spiega che dovr parlarne con la sua famiglia,
ma non sa nemmeno da che parte cominciare.
Alla fine Riccardo viene ricoverato in
neurochirurgia, mentre poco pi tardi torno a
vedere Veronica:
La trombolisi non ha funzionato. Che poi non
proprio esatto: adesso un pochino il braccio
e la gamba li muove, mentre prima erano

paralizzati. Solo che totalmente rintronata:


gli dici una cosa e ti risponde fischi per
fiaschi, ed convinta di stare bene e vuole
alzarsi e andarsene non si sa dove e non si sa
come. Che se solo prova a mettersi in piedi di sicuro - casca.
Il neurologo spiega che il tappo che chiude
l'arteria talmente grosso che il farmaco non
basta, e allora proveranno per via
endovascolare: in sintesi prendono un tubo, lo
infilano in un'arteria, arrivano - minchia - fino
a dentro al cervello, e con quello provano ad
aspirare via tutta la robaccia che non ci
dovrebbe essere. E insomma parte pure
Veronica, alla volta della Neurochirurgia
Endovascolare, Angiologia Interventistica o
vattelappesca come si chiama il posto dove la
operano.

Il pronto soccorso per sempre pieno, perch


come va via un paziente ne arrivano altri due,
e non c' tempo di stare a pensare a molto pi
di quello di cui devi occuparti al momento.
Cos il tempo passa e la giornata, rapidamente,
finisce.
Di Riccardo, so che l'intervento - almeno
quello - andato bene. Da l in poi far il suo
percorso, e io gli auguro che arrivi di botto
tutta quella fortuna che finora gli mancata.
Vorrei dirvi che siamo ottimisti, che ci sono
ottime possibilit e che abbiamo molte
speranze. Vi giuro che vorrei potervelo dire
davvero.
Io credo in Dio un po' a mio modo, in una
maniera che non semplice spiegare in poche
parole. Ma credo anche che se abbiamo
abbastanza missili da bruciare mille volte ogni

essere vivente della Terra, ma nemmeno un


farmaco per fare secche 4 cellule del cazzo,
tutto sommato tirare in ballo Dio come nei
discorsi che faceva qualcuno ha poco senso.
Mi sembra pi il caso di guardare in faccia la
realt, ed ammettere che il male - il pi delle
volte - gli uomini se lo fanno da soli.
Veronica sono andato a trovarla in neurologia,
dove era ricoverata.
Ero in pronto soccorso ieri, quando
arrivata le ho detto, dandole la mano.
Ho notato subito che adesso il braccio lo
muoveva normalmente, e anche la gamba.
Non mi rendevo conto di stare male mi ha
spiegato. Mi hanno detto che ero paralizzata,
ma non me ne sono mai accorta.
Per quel poco che riesco a vedere, mi pare che
i danni dell'ictus siano regrediti del tutto. Un

successo che capita di rado: metti in moto un


percorso, e ogni cosa cade al suo posto in una
successione di eventi perfettamente in sintonia
e allineati.
Nel turno successivo, in pronto soccorso,
trovo di nuovo Mario. Il dottore di cui parlavo
prima.
Sudato, ansimante, praticamente in coma.
Attaccato a delle macchine che mandano
responsi bruttissimi, qualche farmaco per far
pompare il cuore quel poco che ancora pu.
Mario sta morendo. Come avr visto morire
tanti suoi pazienti, in tutti i suoi anni di
professione. N pi, n meno: stesse cause,
stessa malattia, stesso risultato. Ha
accompagnato tante persone lungo il
medesimo percorso, e forse la sua calma di
pochi giorni prima dipendeva anche da quello:

dalla consapevolezza di qualcosa che deve


accadere.
E un po' mi rivedo in lui: lo stesso lavoro, le
stesse scelte. Io il medico e lui il paziente,
all'interno di ruoli che vengono continuamente
ribaltati.
Un po' mi rivedo in Veronica, nella speranza
che vada tutto esattamente alla perfezione, il
giorno che ne avr bisogno. E un po' mi
rivedo anche in Riccardo, per la paura di tutte
quelle cose che uno non vorrebbe mai
nemmeno lontanamente pensare.
Siamo tutti sulla stessa barca. In mezzo alla
stessa tempesta. In un mondo in bianco e nero
che ogni tanto ci sospinge dolcemente, e ogni
tanto ci spazza via.
Facciamoci coraggio, e andiamo avanti.