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Ora distinguo anche gli Achei dagli occhi

lucenti, tutti potrei riconoscerli, tutti po-


trei nominarli.

(Iliade , Omero, canto III)


Sguardi sopra le mura. Scrivere di sé in carcere

Di Beppe Pasini*

Teichoscopie

Nel canto terzo dell’Iliade, Omero , presenta Elena che dall’alto delle mura di Troia scruta le navi
dei Greci arrivare dal mare per vendicarne il rapimento. La portentosa flotta veleggia verso la co-
sta per iniziare di lì a poco una lunghissima e sanguinosa guerra che per più di dieci anni in seguito
vi si protrarrà. Pur essendo le navi ancora a molte miglia di distanza , il vecchio re Priamo chiede
ad Elena di fare una cosa apparentemente impossibile. Le chiede di riconoscere i volti dei guerrie-
ri che si trovano sulla tolda. Ed Elena descrive le armature, gli elmi, le corazze. Non solo. Poiché è
l’unica ad avervi convissuto, distingue perfino i volti e conferisce i nomi ai guerrieri Achei. Scorge
le crini dei destrieri e lo sventolio delle vele. Il suo sguardo si proietta ben oltre le distanze fisiche e
attraversa lo spazio e il tempo. Attraverso questo espediente narrativo che prende il nome di Tei-
choscopia (=sguardo dall’alto delle mura), in poche ma potenti immagini, Omero1 propone al let-
tore la sua idea di epica come uno sguardo al di sopra delle mura al quale il mondo si offre in pie-
na luce. Questa visione mi ha accompagnato in carcere invitandomi oltre i rituali di ingresso che
dettano lo scandire del tempo tra dentro e fuori, i gesti ritmati dalle divise degli agenti di polizia
penitenziaria , la provvisoria spoliazione del cellulare all’ingresso, l’assunzione di una nuova iden-
tità appesa sul cartellino che recita ‘ospite’ o ‘docente’ , le chiavi che si infilano febbrili nelle serra-
ture , i campanelli da premere per avvisare del proprio arrivo prima di ogni corridoio. Mi ha invi-
tato a cercare le storie nonostante lo sgomento per la lontananza e l’assedio.

Di qua e di là dal muro: un laboratorio di scrittura autobiografica in carcere.

In un carcere non ci ero mai stato prima. Ne avevo visti talvolta da lontano o passandovi accanto
con un misto di timore e di sorpresa, come se improvvisamente, l’esistenza di un mondo fino a
quel momento di notizie alla radio e alla tivù si materializzasse. Ricordo il carcere di Opera dove

1
Omero “Iliade” trad it. di M.G.Ciani (a cura di), Marsilio, 1990
abita un caro amico e la sua famiglia, e quello di Volterra che vidi molti anni fa in vacanza e ov-
viamente Canton Mombello a Brescia che, come i soprammobili di casa si è integrato nel tempo
con lo sguardo di ogni giorno, fino a scomparire.
Il carcere di Verziano sorge in mezzo ai campi , vicino alla città. Ci arrivo in dieci minuti di automo-
bile. Pare un grande prefabbricato. Basso, di un colore marrone, chiaro. I luoghi di reclusione e di
detenzione si somigliano. Sono tristi allo sguardo, non concedono molto alla cura. Tutto è assai di-
sadorno e apparentemente trascurato: vetri opachi, aiuole incolte, intonaci scollati, niente fiori,
niente tendine, niente casa. Non ero preparato a trovarvi pure una disperata umanità e molte
occasioni di bellezza e perfino di libertà. Sono qui per iniziare un corso di scrittura autobiografica
per un gruppo di detenuti legato al tema della cittadinanza attiva e promosso dal consorzio Koinon
di Brescia. Da alcuni anni la pratica della scrittura di sé costella la mia esperienza professionale.
Propongo e promuovo occasioni scrittura autobiografica in molti ambiti del lavoro sociale: anziani,
deportati, studenti, genitori, educatori professionali, operatori sociali , padri, minori sottoposti a
provvedimenti penali, ecc. La scrittura della propria vita o di parti di essa, è divenuta una presen-
za costante nel mio modo di fare formazione, di insegnare, di fare terapia, come occasione per
comunicare e dare senso ad esperienze di cura, di apprendimento, di dolore, di sofferenza, di
promozione di cambiamento, per facilitare conquiste cognitive, prese di consapevolezza, sistema-
tizzazione di saperi altrimenti dormienti. O anche solo per dire chi si è divenuti.

Cerco di affiancare alla proposta di scrittura di sè dimensioni estetiche e vitali che invitano alla ri-
cerca di alfabeti espressivi poco visitati. I colori, la manipolazione, gli aspetti sensibili del segno
grafico, l’espressione corporea, le dimensioni poetanti che, accostandosi alla scrittura, la proiet-
tano in una profondità intima, speciale, così unica da essere vera ad ogni occasione. Il tema della
verità nella autobiografia è affascinante e scivoloso. In carcere è cruciale. Sono vere le storie di sé
che una persona scrive e racconta? Abbiamo a che fare con eventi realmente accaduti oppure con
reinvenzioni o ricostruzioni immaginarie? Accogliere tutto ciò che l’altro di sé vuole e può narrare,
conferisce alla scrittura una verità soggettiva in cui la parzialità ne è al medesimo tempo il suo
principale pregio. In quanto esseri relazionali esistiamo non in un’unica storia ma in una moltitudi-
ne di versioni dialogiche costruite socialmente che altri detengono e che si sottraggono ad un con-
trollo unidirezionale. Ciò comporta la possibilità che il soggetto che narra abbia la possibilità di ri-
vedere a propria discrezione la sua verità, mutandola o rinarrandola per ricercare ad esempio ver-
sioni meno dolorose o più generative di quanto gli è accaduto. Gregory Bateson2 (1984) nel chie-
dersi quale guadagno comportasse il combinare una o più versioni differenti della realtà, conclu-
deva che ciò consentisse di acquisire una maggiore profondità e sfuggire così alla tirannia di una
visione monoculare. I muri si ergono ad ogni crocevia e per guardarvi oltre servono due occhi.
Uno di qua e l’altro di là.

Nel lavoro sociale, con persone che vivono condizioni di fragilità esistenziale, l’invito a scrivere di
sé genera sovente perplessità o addirittura rifiuti. Odo spesso frasi del tipo : “scrivere ti mette a
nudo” o “non vorrei che altri sapessero le mie cose più intime” o ancora: “scrivere? Non sono ca-
pace, non ci sono mai stato tagliato!” . Cerco di non farmi scoraggiare dalle titubanze iniziali. Le
persone in genere non vedono l’ora di sperimentare rapidamente una qualità profonda della rela-
zione con sé e gli altri ma ne sono al medesimo tempo intimorite. Cosa penseranno gli altri di ciò
che ho scritto? Verrò deriso? Come posso esporre in poco tempo una parte così importante e com-
plessa della mia vita? Con quali parole? Considero queste perplessità, alla stregua di pertugi dai
quali avvicinare con pazienza aspetti sensibili e importanti delle vicende personali che quando
vengono messi in storia consentono l’accesso ad una dimensione più autentica e appagante. Que-
sto scatena estemporanei stupori e non di rado, ad esempio in gruppi di partecipanti, applausi
commossi. E’ in quelle occasioni che proviamo l’ebbrezza dei nessi che connettono. Tipica del
pensiero narrativo. Eppure in fondo, quella che udiamo o che narriamo non è che una versione
fra le tante possibili. Forse neppure la più attendibile.

L’esperienza estetica e bio-logica di connettere attraverso la scrittura di sé, parti della nostra esi-
stenza percepiti fino a poco prima come sconnessi o frammentati fino a generare sofferenza, pato-
logia o dolore esistenziale è analoga al senso di pienezza e salute che un organismo sano produce.
Più di quanto possano fare molte definizioni teoriche, la percezione che corpo mente e relazione
danzino assieme, cura e libera da un senso di frammentazione. L. Cupane3 cita a questo pro-
posito il poeta Tess Gallagher che dice: “la poesia ricongiunge ciò che la vita divide”. L’esito della
scrittura di sé è simile all’esperienza poetica. O almeno è questo che cerco quando la propongo.
Un’esperienza di ri-connessione , con le memorie famigliari, con gli eventi drammatici, con la sto-

2
Bateson G. “Mente e natura” ed. Adelphi, 1984
3
Cupane L. “ Il corpo parlante. La scrittura poetica come pratica di cura autobiografica”. in “Attraversare la cura. Re-
lazioni, contesti, pratiche, della scrittura di sè” di L.Formenti (a cura di), Erikson, 2009
ria professionale, con le scelte apicali, con le emozioni che le hanno accompa-
gnate. Una possibilità è rappresentata dalla saturazione semantica (F. Dogana4

“st ) nella quale le parole cessano il loro impiego usuale e mutano in puro suono.
Ci soffermiamo sulla parola ‘straniero’. Suggerisco di pronunciarla sempre più
lentamente per porre attenzione a come si muove la bocca e la lingua. Il movimento meccanico
che vi avviene somiglia al suo significato. L’aria sibila contro il palato e viene spinta dalla lingua
contro gli incisivi per poi emigrare forzatamente dalla cavità orale verso l’esterno . Proprio come
avviene ad un profugo costretto ad abbandonare a forza la sua terra d’origine espulso dalla po-
vertà, dalla guerra, dalla mancanza di lavoro, dalla violenza . Così è anche per le parole: strano,
forestiero, estraneo, esterno, clandestino. La sequenza dei suoni emigranti come un inebriante e
ridicolo elenco fa dire ad uno studente del gruppo anche ‘stronzo’. Scrosci di risa grasse. Ma forse
che quando defechiamo non avviene un analogo processo di migrazione da ”un dentro a un fuo-
ri” ? Possiamo ora pronunciare quell’epiteto con un altro orgoglio e farlo diventare suono. Le pa-
role come le persone seguono destini nomadi.

In classe: la bellezza salva la vita

La classe non esiste. Almeno non nella accezione che ho sempre conosciuto come di un gruppo di
persone sufficientemente stabile ed omogeneo per età e livello culturale inserito in un processo di
apprendimento scolastico. Chi insegna in carcere deve spesso fare i conti con persone dalle varie-
gate origini culturali, etniche e geografiche provenienti da misere zone del pianeta e una presenza
alternante e precaria. Non sempre questo però corrisponde a situazioni di deprivazione culturale.
Qualcuno pronuncia a malapena l’italiano sebbene conosca tre lingue. Serab Tchai5 comprende
il punjabi, l’indi e il russo e scrive sdolcinate liriche tracciando raffinati arabeschi che ci meravi-
gliamo a contemplare. Felak conosce gli antichi scritti Zulu e parla correttamente cinque dialetti
del Ghana, Saphem prima di finire in carcere, lavorava come cesellatore in una impresa che com-
poneva mosaici in pietra. Tutti però hanno la piena consapevolezza di appartenere ai diseredati
del pianeta e sanno che le loro competenze non saranno mai spendibili qui al nord opulento. Que-

4
Dogana F. “ Le parole dell’incanto. Esplorazioni sull’iconismo linguistico ed. FrancoAngeli, 2002
5
Per tutelare la privacy, I nomi sono di fantasia.
sto li porta istintivamente a minimizzare o mortificare la loro storia se non a ripudiarla. Solo
nell’ultimo incontro, dopo più di sei mesi seppi che quei nomi anglofoni o italianizzati con cui li
avevo chiamati non erano i loro veri nomi, ma quelli che il diniego delle loro origini e il bisogno di
integrazione aveva affibbiato loro. Perché partecipare ad un laboratorio di scrittura allora? Co-
struire senso sulla motivazione attribuisce valore a ciò che si fa e lo àncora ad una prospettiva fu-
tura.

Chiedo: Cosa vorreste imparare in questo corso?

Fancy : a non dimenticare e a ricordare parti della mia vi-


ta;
Octavia : a esprimermi meglio tramite la scrittura
Kalebh : vorrei imparare a scrivere e a scrivere poesie!
Angelo : vorrei imparare e conoscere altre culture per me
stesso e per poter dialogare ;
Evelina : vorrei scrivere belle parole e bene (io mi guardo
intorno e penso a quanto è importante cercare il bello qui
dentro, ma anche fuori. Evelina ha ragione: il bello salva
la vita!) ;
Larrissa: vorrei imparare a esprimere meglio pensieri, sen-
timenti, comprendere meglio le parole e il linguaggio.

Molti hanno viaggiato attraverso più continenti prima di approdare a Brescia, hanno figli o com-
pagni che provengono da diverse famiglie e alcuni più di un diploma scolastico. Agli incontri ho
contato venticinque persone di almeno dieci nazionalità differenti provenienti da : Africa del Ma-
ghreb e sub sahariana, Asia, Sud America, Estremo Oriente, Est Europa, Nord Europa. Oltre alle
condizioni psicofisiche legate alla esclusione sociale che influenza gli umori e i corpi e ai noti pro-
blemi di sovraffollamento che affliggono le carceri in Italia, l’iter legato al reato commesso e ai re-
lativi permessi, agli arresti domiciliari, alle uscite sorvegliate, alle punizioni, concorre a determina-
re la frequenza in aula. A Verziano vi sono detenuti maschi e femmine e ciò implica al momento
della attività didattica , la presenza di personale di sorveglianza di entrambi i sessi, così come di
tempi dilatati del reperimento e di arrivo dei partecipanti in aula dalle celle. Il silenzio è impossi-
bile, il carcere è una grancassa che amplifica ogni rumore, suono, urlo, eco, vociare, imprecazione.
Le vetrate che danno sul corridoio garantiscono oltre al piantonamento anche l’assenza di una
certa intimità relazionale auspicata in un gruppo di scrittura autobiografica ma qui preclusa e con-
sentono agli altri reclusi del carcere, gli agenti di polizia penitenziaria, di occhieggiare curiosi cer-
cando fragili antidoti all’inedia che pervade la loro panottica6 quotidianità. Ricordo un agente di
polizia penitenziaria che nel corso di una lezione mi passa un biglietto dai toni disperati sul quale
leggo:

“La vita è bella e va rispettata ma ciò che ci circonda non


è così
Anche i potenti non sono come si vorrebbe, quindi ti senti
libero quando muori. Sperando che lo sei”.

Il gruppo degli studenti è composto per la maggior parte da stranieri immigrati. Si tratta di un
gruppo misto: sei donne e sei maschi, ai quali si aggiungono però saltuarie presenze di concellini7
attirati dai compagni che frequentano il corso. Il clima in cui si svolgono i nostri incontri è per la
maggior parte delle volte festoso e eccitato. Per molti si tratta di una delle poche occasioni di fre-
quentare persone di sesso opposto fuori dalle routine imposte dalla condizione carceraria. Gli
spazi sono ristretti, con tavolini usurati e seggiole sbrecciate. Mettersi in cerchio fianco a fianco
rappresenterebbe una piccola rivoluzione che inasprirebbe i controlli, per cui desisto da questo
proposito. Nel disporci attorno al tavolo i corpi si sfiorano, si toccano, si urtano goffamente per
celare così un evidente imbarazzo frammisto a eccitazione. In carcere la sessualità praticata è ban-
dita e questo ne amplifica enormemente l’allusiva presenza nelle parole, nei corpi, nelle inclina-
zioni gergali, trasformando ogni gesto in una velata dichiarazione d’amore, in un simbolico ricor-
do proibito, condendo i vocabolari di inappagati erotismi. Ma anche di melassa retorica. L’età
media degli studenti è di poco sopra i vent’anni. Penso: hanno imparato in questo modo, attra-
verso le parole, a far l’amore in carcere? Alla fine della lezione, Kaim e Fancy si mandano baci ap-
passionati e allusivi prima di uscire dall’aula soffiandosi tra le mani. Le allusioni si lasciano con lo
strepito di una serratura. La poetessa Alda Merini sosteneva che mai come in manicomio, altra
istituzione totale, aveva amato. Periodicamente, alla stregua di un ipnotico tamburo di house
music, irrompe fragorosa e assordante la battitura delle sbarre che si celebra per verificarne la in-
tegrità. Un giorno abbiamo provato a cercarvi un ritmo e scoprire così la grazia inattesa del batti-
to di un cuore affannato. Tutto in carcere invita ad un altro ritmo e ad un altro pensiero, fuori si
chiamerebbe contemplativo o introspettivo, qui diventa ossessione. Ci si aggrappa alla spasmodica
6
Il riferimento è al Panopticon di J.Bentan cfr. Foucault, 1971
7
Concellini= compagni di cella
ricerca di brandelli di avvilente bellezza per non soccombere alla incuria. Ciò che mi colpisce in
questi giovani detenuti è la cura nell’abbigliamento con cui vengono regolarmente al nostro ap-
puntamento. Un bell’aspetto fa sentire meglio e la normalità pare più abbordabile. Ad esempio
attraverso la scrittura. Ho scoperto che in carcere si scrive molto: alla famiglia all’altro capo del
mondo o al paese accanto, ad una fidanzata mai lasciata, ad un indelebile amico ex compagno di
cella, all’avvocato, ad un figlio che non si è mai visto. La difficoltà è semmai la condivisione in un
contesto interpersonale che aiuti a socializzare le storie dell’io che ognuno, silenziosamente colti-
va e che rischiano di implodere anche con violenza, nelle relazioni quotidiane. Molteplici veti ren-
dono poi problematica la proposta di fare autobiografia in carcere e più volte mi sono chiesto co-
me e se fosse realistico investirvi energie e idee. Alcuni temi autonarrativi cruciali sono poco visi-
tabili sia oralmente che tantomeno per iscritto, come per esempio il reato e le ragioni della carce-
razione, specialmente quando ancora oggetto del’iter giudiziario. Oppure crimini particolarmente
imbarazzanti per il reo la cui condivisione potrebbe pregiudicare o incrinare le relazioni con gli al-
tri concellini. Mantenere l’attenzione per tre ore è difficilissimo e ascoltarsi diventa improbo, co-
me se il fragoroso silenzio che ognuno coltiva mentalmente cercasse gli argini per debordare in
continuazione rendendo impudica la memoria che si svela. Durante i sei mesi che ho passato nel-
la casa circondariale di Verziano, solo in rare occasioni ho assistito alla nascita di storie vere e pro-
prie. Quando il muto fragore si placava, affioravano nel silenzio, ed è stato bellissimo. Si è trattato
il più delle volte di origini di storie, di ricordi in grembo, di rievocazioni improvvise, di intenzioni
narrative ma palpitanti di vita e bellezza, regalateci dall’amorevole solco di una biro, un pastello,
una matita sgarruppata, un moncone di gessetto, un pezzo di carbone perfino. A loro abbiamo ce-
lebrato sovente la nostra riconoscenza con un applauso, una risata, un pianto, un pomeriggio in-
sieme.

Sinestesie per raccontarsi in corpo che ricorda

Secondo F.Dogana8 la sinestesia (dal greco συν−αισθανοµαι = percepire insieme) produce un ef-
fetto intermodale , quasi una interferenza tra i fenomeni sensoriali della percezione e gioca a ri-

8
Dogana F. “Suono e simbolo. Fondamenti teorici ed empirici del simbolismo fonetico” ed. Franco Angeli 1988
combinarli inventando nuove composizioni. I diversi stimoli che percepiamo in natura infatti non
si presentano in forma isolata ma sempre interrelati . La sinestesia, non a caso visitata da una mol-
titudine di poeti e narratori, attraverso un processo di generalizzazione mediata porta a decodifi-
care uno stimolo in termini di un altro apparentato cosicchè i colori diventano chiassosi, gli odori
colorati, i sapori ruvidi o lisci, eccetera. Un corpo a corpo di intrecci tangibili, come nelle onomato-
pee. Coniugare corpo, memoria e linguaggi sensibili mi pareva una via attraente per proporre un
alfabeto che attraversasse le culture e per dare voce agli sguardi da sopra le mura, dalla quoti-
dianità rattrappiti. Così ci provo scandendo gli incontri con una ritualità che mi auguro aiuti a i-
dentificare come piacevole e affettuoso il nostro appuntamento settimanale, costituita da: un
avvio poetante o letterario che inviti i partecipanti alla cura del tempo da condividere , la propo-
sta del tema di scrittura della giornata, una conseguente attivazione espressiva attraverso media-
tori simbolici o attività manuali, una fase di socializzazione degli scritti e dei manufatti prodotti, la
conclusione e il ringraziamento per il tempo in comune e per ciò che ci si è offerti. Anche la distri-
buzione dei quaderni che ospiteranno le nostre parole scritte merita una sua ritualità e con fogli di
carta colorata li ricopriamo con attenzione affinchè possano essere per tutti un “luogo speciale” e
intimo. Il percorso si avvia con la proposta di raccontare un incontro indelebile:
“Io e la scrittura. Un incontro indimenticabile” .
Dice Larrissa nel suo italo-rumeno:
“…mi ricordo quando scritto a mia madre e che le ho detto una cosa che
non sono mai riuscita a dirle con la voce…”

e Andrea ricorda:
“… le parole di saluto scritte su uno striscione dedicato ad un amico
morto sulla strada. Quasi un fratello. “

Sono incontri indelebili certo e la scrittura ne è stata testimone e protagonista. Propongo allora di
rileggere quanto scritto e dirlo con la propria lingua madre. E i suoni cambiano: sento la suadenza
del castillano, le rotonde aspirazioni del maghreb, il ritmo dolcissimo del punjabi (o era indi?),
l’inglese africano di Fancy, una lontana nenia slava, il bauscia pugliese di Angelo e io abbozzo, ridi-
colo, parole in dialetto bresciano, lontani echi della parlata ormai perduta delle mie radici fami-
gliari.
E allora, Scrivere e’ come:
…un libro, mettere tante cose insieme, un fiore che prima era solo un fo-
glio piegato, una lettera, una barca che attraversa il mare, un sacchetto
pieno di parole, una lettera da mandare.

La scrittura, come le persone, respira, cammina, si muove. Prendiamo un foglio di carta. Lo avvici-
niamo all’orecchio . Lo stropicciamo, lo strappiamo, lo appallottoliamo, ascoltiamo il suono delle
parole, ce lo tiriamo come fosse una palla. Ridiamo. Parole in viaggio, parole che regalo loro alla
fine dell’incontro chiuse in un pacchetto per ringraziarli di quanto mi hanno raccontato e da ripor-
tare con sé in cella:

esilio sentimento silenzio impalpabile incolmabile rivelare generare


eleganza estasi dischiuso smisurato incarnato abissale seduzione

Il cancello definisce il confine tra dentro e fuori . Un confine labile perché vi si


può vedere attraverso ma pure netto, risoluto, invalicabile. Per arrivare
all’aula di cancelli ne attraverso cinque, ognuno con una sua personalità, un
suo particolare sfrigolio che è parola più appetitosa di cigolìo. Attraverso il
cancello passano sguardi, aria, luce, immagini, attese, speranze, pensieri.
Non li si può fermare con un chiavistello, passano comunque. E allora chiedo :
quali parole vorreste portare dentro e quali vorreste portar fuori? Propongo ad ognuno di disegna-
re col carboncino un cancello e di scrivere tra le sbarre le parole che vorrebbe uscissero e quelle
che vorrebbe entrassero. Si scatenano le interpretazioni :

…portare dentro significa sia che vorresti che le parole ti facciano com-
pagnia sia che vorresti imprigionarle, così anche portarle fuori vuol dire
allontanarle da se stessi perché fanno male ma anche liberarle. (Piero)

Parole da portar dentro:

libertà, vita, famiglia, diritti, amore, giustizia, cambiamento, fiducia, vi-


ta sana, convivenza, risate, amicizia;

…e da portar fuori:

rabbia, riscatto, serate, bamba, belle gnocche, ritorno dal nulla, te-
lefono, allegria, il mio gatto, un libro da studiare, carmen, paura,
cantonmombello, parlare, piangere.

Tra le sbarre di quei cancelli abbozzati, le parole fluttuano ridicole e lievi, paiono indecise su quale
direzione prendere. Ognuna porta con sé una storia, ognuna va a far visita a chi c’è dentro e poi
ritorna fuori. Questo lavoro ricorda a molti che nella vita ci si può sentire in prigione anche senza
esserlo fisicamente così scriviamo di un momento in cui ci si è sentiti in prigione pur essendo libe-
ri. Ricordo la storia di Hamhed e di suo padre e di un suo terribile errore medico che ne causò la
morte, quella di Evelina e di un figlio che da tanti anni non può vedere, quella di Fancy e di una ca-
sa dalla quale non poteva uscire perché rinchiusa da un fratello violento. Ricordo Hamhed che les-
se lo scritto di Larrissa perché per lei era troppo doloroso e improvvisando lì per lì lo trasformò in
risa di pianto. Per finire trascriviamo le parole da portare “fuori e dentro” su biglietti di leggeris-
sima carta velina sulle quali soffiamo e che svolazzano nell’aula alla ricerca di uno spazio per
prendere il volo per poi andarcene anche noi leggeri dopo un’ evasione semantica.

La dimensione simbolica apre fenditure e spalanca possibilità. Concede alla narrazione dell’io un
ombroso riparo sotto al quale mostrarsi senza rimanere in pieno sole. La metafora amplifica il
nostro concepire e catalizza concetti in un movimento e fa compiere loro balzi vertiginosi. Mi ri-
suona Danilo Dolci9: “Scoprendo e costruendo nessi provo arrivare alla struttura viva: tra infiniti so-
lo alcuni afferrabili”(da Palpitare di Nessi” p.244). Sì! si tratta di una scoperta di nessi tra corpi e
memorie che si offrono ad una storia per comporla e renderla ascoltabile. Anche quelle più
drammatiche. La scelta dei simboli cui attingere come stimoli narrativi dipende per gran parte dal
contesto. Quali scegliere, quali proporre? Io mi lascio molto suggestionare dall’ambiente, dagli
umori, dalle impressioni sensibili del luogo che ho necessità di incontrare in una mutua fisicità.
Imparare ad apprezzare anche i vincoli più rigidi nelle occasioni formative e del lavoro di cura, mi
aiuta a soffrire di meno che se invocassi condizioni e supporti ideali di lavoro. Soprattutto per chi
opera in carcere e in contesti di segregazione si tratta di un apprendimento necessario. I parteci-
panti a questo laboratorio di scrittura, per gran parte stranieri, provengono da importanti e dolo-
rose storie di migrazione, spesso in clandestinità, spesso in condizioni disumane a contatto con
criminali e miserabili come loro. Alcuni hanno abbandonato la loro casa di notte, separandosi
dagli affetti più cari, fuggendo dalla fame e dalle bombe. Ripensare alla casa nella quale si è nati o
si è vissuto riconduce all’infanzia, alla terra dalla quale si proviene, alla famiglia, agli affetti più
cari, ai primi ricordi. Partire da un disegno anziché da uno scritto può favorire l’inizio di una storia
per chi fa fatica a scrivere.

9
Dolci D. “Palpitare di nessi” Laterza, 1981
Rievochiamo e coloriamo le case nelle quali siamo nati. Dai fogli bianchi prendono forma finestre,
balconi, scale, tetti, alberi, giardini. Ad un tratto sembra di sentire le voci di chi vi abitava e vedia-
mo uscire di casa Lori con la borsa di scuola e la sua nonna che la salutava , o Jounes che tra gli uli-
vi dell’antica Fes in Marocco cercava disperato la ragazza di cui era innamorato ignaro che giaceva
senza vita al bordo di un fosso, o Alfredo a guardare i riflessi bambini delle onde del mare di Ca-
stelvetrano, o Jamir di Tirana che ricordava i sacrifici della sua famiglia per comprarla e farle il
tetto con il fango rappreso, o Rachel dal viso deturpato dal machete come la sua terra Nigeriana,
che ha eletto la sua prima casa a Verziano perché forse di quelle prima non può parlare. O ancora
Karifu Essefà Arim, berbero di Accra in Ghana, fiero figlio di avi in schiavitù passati dall’inferno di
Elmina Castle il centro di smistamento dal quale immense navi con le vele scure partivano per le
coste europee, che nacque prematuro ed ebbe come prima casa per due anni una culla
dell’ospedale . Storie di case certo, ma anche di persone che vi hanno vissuto, sofferto, amato. Si
materializzavano nei nostri racconti come un grande villaggio con tante strade colorate da traccia-
re su un grande foglio bianco. E per un attimo è stato come abitare insieme la stessa terra. E poi il
viaggio.

“Li vide partire Achille. E allora si andò a sedere, da solo, in riva al ma-
re bianco di schiuma, e scoppiò a piangere, con davanti a sé quella di-
stesa infinita” (Omero, Iliade)10

Dove comincia un viaggio? Quel viaggio che avete fatto per venire qui? Da un biglietto, un addio,
una speranza, una fuga, una guerra, un lavoro che non c’è, una notte lunghissima passata sui sedili
di un’ auto? Ci siamo messi in viaggio guardando il mondo su una grande mappa geografica trac-
ciandovi sopra una linea da casa a Brescia e non era affatto una linea retta ma un gomitolo ingar-
bugliato di soste, ritorni, svolte improvvise, incontri, ripensamenti. Africa, Asia, Americhe, Russia,
Europa e ritorno. In una stanza, storie da tutto il mondo che hanno viaggiato con ogni mezzo.
Treno, auto, nave, aereo, a piedi. Ma quanti kilometri a piedi ha fatto Hamir dalla Romania per at-
traversare i confini? Quale miraggio aveva negli occhi Kalebh fuggendo tra le dune di Marrakesh?
E com’era grande la Russia di Serab Tchai che lasciò bambino la sua famiglia in India mentre i
guerrieri tamil mozzavano le dite ai suoi? Ascoltare le loro voci è stato come viaggiare assieme,

10
Baricco A.” Omero, Iliade” Ed. Feltrinelli, 2004 p.17
come ripercorrere anche i miei molti viaggi, come attraversare le notti e i giorni, come arrivare
fino qui, fino al cancello, attraverso le sbarre.

La poesia ricompone ciò che la vita separa.

“Mi piace la poesia, mi far star bene”. Ithouan, Nigeriana di Benin City, chiosa in questo modo il
suo incontro con l’esperienza poetica al termine di un incontro. Fare poesia in carcere è uno degli
esiti prodotti della scrittura autobiografica. Attraverso la composizione poetante ci si libera dalle
regole della sintassi per inventarne di nuove sperimentando gli effetti euristici e trasformativi
dell’immaginazione. Anche il corpo vive la sua ora d’aria. Sul tavolo dispongo molti oggetti dispa-
rati ed eterogenei presi dall’uso quotidiano che però lì in carcere, acquistano una nuova inusuale e
sacrale dignità suscitando reazioni giocose e occhiate divertite. Invito ognuno a sceglierne due per
raccontarsi al passato e al presente e a scrivere di sé iniziando con Io ero… ; io sono diventato…
Parliamo di espressioni figurate e del loro potere, dei suoni della lingua madre di ognuno. Dopo è
più facile diventare gli oggetti sparsi sul tavolo che narrano di evoluzioni, cambiamenti, desideri:
Io sono
Io sono una dolce bustina di the
piccolo cucchiaio
batteria veloce
candela romantica
Io sono diventato un fuoco triste e un caldo sole
chiave che apre ogni porta
e pigna impegnata
Orologio che gira lento
Soldato in attesa
Io ero collana e bambola
Occhiali bui e chiavi verso la luce
Io sono diventato pietra dura e morbido tappo
busta chiusa e musica
e chiave scintillante

Vi è forse tema più bramato, visitato e abusato in carcere della libertà? L’esilio da quella condi-
zione che si viveva prima della detenzione e alla quale si agogna per un futuro mitizzato, viene
spesso trasfigurata dalla retorica e dai luoghi comuni privi di volti e tempi che esaltano gesta, in-
contri, luoghi, senza però mai accedere ad una dimensione più personale e meno banalizzata. Mi
chiedo: questa impermeabilità emotiva che colgo nella retorica sulla “libertà” è un antidoto alla
sofferenza che una condivisione troppo vivida della propria esperienza potrebbe procurare? Esito
del dispositivo dei controllo dei corpi cui si riferisce Foucault 11 secondo il quale “è la presa di pa-
rola non autorizzata che fa tremare il potere” ? Riprendere contatto grazie alla narrazione e alla
scrittura, con attimi o stagioni di libertà vissuti in prima persona, rappresenta un primo passo per
riattribuire senso ad un vocabolo altrimenti inaridito dall’abuso. Propongo di comporre memorie
e reminiscenze iniziando con “ Io libero! Ripensa ad un momento straordinario della tua vita nel
quale ti sei sentito veramente libero e raccontalo! Dov’eri? Con chi eri? Cosa facevi? Rimembrare
quel tempo in cui si viveva senza le opprimenti restrizioni di un presente tra le sbarre è per tutti
appagante e senza limiti e ci scioglie in una intima “nostalgia” che si declina in arabo con =
TUHACHT (Tuaesctìk) equivalente di ‘Mi manca’ , in Indi con = SHAKATI (Sciactì) e in ungherese
con =HIANISZIK (Iànzik). Nella pronuncia di quegli idiomi cogliamo l’analogia tra la nostalgia e-
spressa dal significante e quella emessa foneticamente da un movimento di guance e palato che
si fa ora impastato e dolce, ora tenero e deciso, ora fuggiasco e restio. Eloquente compresenza
di temi e sentimenti solo apparentemente contraddittori. Gli stessi che pure chi prova nostalgia,
vive. E poi con i colori disegniamo la libertà. Mani febbrili che frugano nella scatola, che arraffano
policromie, che svaligiano forme ridicole da cassetti chiusi per troppo tempo a chiave e ridono di
se stesse e della propria condizione di naufraghi che approdano finalmente a un albero, un’alba,
un fiore, un guazzabuglio, un fiore spezzato, un pacchetto regalo, le note musicali, un ruscello.
Concludiamo quel tragitto con un invito meta cognitivo: prova ora a rileggere il tuo scritto e a sot-
tolineare le parole che più esprimono la tua idea di libertà. Poi trascrivile a fianco. Come distilla-
ti di una mineralogia testuale (Melandri12 ) da liberare dalle angustie della sintassi, le mettiamo in
fila tutte insieme uno sotto l’altra, cercando di dare loro una fluenza possibile. Aggiungiamo po-
13
chissimi connettivi e un sottotitolo preso dalla poesia di Danilo Dolci (1974) letto in avvio
dell’incontro che inaugura indimenticabili frammenti di libertà incarnate:
IO LIBERO
(se l’uomo non immagina si spegne)
Giorno felice e innamorata.

11
Foucault M. “Sorvegliare e punire. Nascita della prigione” ed. Einaudi, 1976
12
Melandri L. “Migliaia di foglietti: mineralogia del mondo interno” in: Noi donne, 1989-1992. Ed. Moby Dick, 1996
13
Dolci D. “Poema umano” ed. Einaudi, 1974 .
La mia terra, il mio paese
la mia famiglia.
Vicino ai miei bambini.
Passavo il tempo
come una madre addormentata,
straordinario occhio
d’amore.
E poi la decisione di
prendere il mare,
per un bacio al cinema
o al luna park.

La poesia ricompone ciò che la vita divide grazie al potere connettivante dei simboli. In essi dice
Hillmann14 “…ci si educa all’erotismo della mente. E’ il demone eros che appicca fuoco alla mente e
attrae l’uno verso l’altro due corpi come un magnete” . Figure archetipiche come l’albero, il fiume,
il viaggio, la famiglia, il gioco, il cielo, il giardino dialogano con l’esistenza di ognuno aiutando mille
differenze a farsi storia e invitano a proiettarsi in un altrove immaginario. La scrittura di sé può
così accedere a nuove, inusitate possibilità. In questa attività ispirata alle sollecitazioni di Vanna
Puviani15 (2009) ci raccontiamo confluendo nel simbolo della casa in quattro tranche e partendo
da un proposta di scrittura che inizia con Io amo…
IO AMO
Un albero (Evelina)
Un cuore (Hamhed)
Gli occhi (wissem)
La mappa del ghana (Karifu)
Una patata (Fancy)
La musica (Rachel)
Libertà (michela e jounes)
Una cascata d’acqua (Kalebh)
Gli occhi (Serab Tchai)

Il successivo passaggio consiste nell’esprimere con i colori il proprio simbolo aggiungendovi alcune
caratteristiche e iniziando con Vorrei essere…:
VORREI ESSERE …
Un albero frondoso con le radici profonde (Evelina)
Il Ghana, la terra della democrazia e della pace (Karifu)
Una cascata d’acqua che distribuisce acqua a tutte le montagne e con le viscere molto profonde (Kalebh)
La libertà grande come la luna , vicina come la terra (junes)
Una patata, il cibo che a molti piace (Fancy)
Una voce che canta (Rachel)

14
Hillman J.”Il piacere di pensare” ed. Bur , 2001p.33
15
Puviani V. “Le storie belle si raccontano da sé” Ed. Unilibro, 2006
Un fiore che da quando è qua è chiuso ma quando uscirà finalmente si aprirà (Michela)
Gli occhi della mia famiglia che vede coni miei occhi il male e il bene (Serab Tchai)
Un cuore, una parte importante del corpo che fa vivere amare e sopravvivere (Hamhed)

Raccontarsi da quell’eccentrica prospettiva equivale a cogliere sfaccettature che le parole non rie-
scono a dire. In un gioco leggero e profondo si innescano narrazioni di sé che si burlano delle
routine. Appendiamo le sagome colorate dei nostri simboli in un poster sulla cui superficie è trat-
teggiata una casa che diventerà la nostra casa, dai contorni appena abbozzati ma ampi e gioiosi:
La nostra casa ha grandi occhi che la sorvegliano
e la proteggono dal tetto alle fondamenta
in ogni stanza scorre l’acqua di una fresca cascata
si ode la musica che allieta i cuori e la mente
sorge nella terra del Ghana, ospitale verso ogni straniero
è piena di cuori colorati per amare
riposa sotto l’ombra di un grande albero
nella sua cucina c’è sempre una calda patata croccante
e nel cielo il sole la rischiara

Ci facciamo muti ora. Rachèl rievoca la sua infanzia sperduta intonando una ninna nanna nel suo
idioma bambino, il dialetto Edo’ del delta del Niger. Perfino il fragore delle sbarre malmenate si
acquieta. Per alcuni attimi quella voce squarcia ogni oppressione e il grande respiro dell’Africa sof-
fia quieto sulle nostre notti, sopra le nostra mura:

“Dio mia pace guarda gli amici


quello che tu vuoi
quello che tu dai
io voglio ciò che tu mi dai
io vengo da te, io torno a te”.
Baricco A. Omero,Iliade Feltrinelli, 2004
Bateson G. Mente e natura Adelphi, 1984
Cupane L. Il corpo parlante. La scrittura poetica come pratica Erikson, 2009
di cura autobiografica. in “Attraversare la cura.
Relazioni, contesti, pratiche, della scrittura di sè” di
L.Formenti (a cura di)

Sola andata. Righe che vanno troppo spesso a ca-


De Luca E. Feltrinelli, 2005
po

Le parole dell’incanto. Esplorazioni sull’iconismo


Dogana F. Franco Angeli, 2002
linguistico

Suono e simbolo. Fondamenti teorici ed empirici del


Dogana F. Franco Angeli, 1988
simbolismo fonetico

Palpitare di nessi
Dolci D. Laterza, 1981
Dolci D. Poema umano Einaudi, 1974
Formenti L. (a cura di ) Attraversare la cura. Relazioni, contesti, pratiche, Erikson, 2009
della scrittura di sé
Foucault M. Sorvegliare e punire. Nascita della prigione Einaudi, 1976
Gamelli I , Ricco M.R. (a cu- “Dentro fuori. Viaggio artistico educativo nelle Unicopli, 2005
carceri pugliesi”
ra di)..

Il piacere di pensare
Hillman J. Bur saggi, 2001

Melandri L. Migliaia di foglietti: mineralogia del mondo inter- Mobydick, 1996


no, in: Noi donne, 1989-1992.
Omero Iliade. Trad. It. A cura di M.G. Ciani Marsilio, 1990
Pasini B. Le impossibili memorie. Ritualità e (au- Raffaello Cortina, 2008
to)narrazione in un contesto penale minorile. In
Formenti L. (a cura di) 2008
Puviani V. Le storie belle si raccontano da sè Unilibro, 2006
*Beppe Pasini (Brescia, 1962) psicologo, psicoterapeuta della famiglia in un consultorio famigliare. Attual-
mente è docente di Pedagogia Sperimentale presso l'Università di Brescia e di Pedagogia della Famiglia
presso l'Università di Milano Bicocca. Si occupa da diversi anni di formazione e ricerca psicosociale dedi-
candosi in particolare al rapporto tra cura e scrittura e alla raccolta e trasmissione della memoria attraverso
metodologie autobiografiche presso specifici destinatari del lavoro sociale (minori, anziani, handicap, fami-
glie, carcere, emarginazione grave, deportazione, genitorialità, violenze, infanzia, ecc.) .