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L’ALTRA LIBERTÀ

Premio letterario nazionale


“Emanuele Casalini”
8ª edizione 2009
Il Premio letterario nazionale “Emanuele Casalini” Il Premio letterario “Emanuele Casalini”
è promosso da Università delle Tre Età - Unitre
di Porto Azzurro e di Volterra, Fiera internazionale
del libro di Torino, Presìdi del libro Piemonte

Nel 2002 ricorreva il cinquantenario de La Grande Promessa, la


presìdi prima rivista carceraria italiana, nata a Porto Azzurro per ini-
del libro
piemonte ziativa dei detenuti. In quell’occasione, la Società di San Vin-
cenzo De Paoli e l’Università delle Tre Età - Unitre, che da
decenni svolgono attività di volontariato nel carcere elbano,
hanno ritenuto opportuno sottolineare il valore della ricorren-
con il patrocinio di:
za con un’iniziativa significativa: l’istituzione di un premio let-
terario nazionale riservato ai detenuti e dedicato a Emanuele
Casalini, attento lettore, collaboratore ed estimatore de La
Grande Promessa, oltre che fondatore, presidente e docente del-
Regione Toscana l’Unitre di Porto Azzurro.
L’iniziativa nasceva anche da una motivazione più profon-
da: il proposito di offrire nuove occasioni, nuovi incentivi a
quelle prove di scrittura che da sempre sono presenti nel
Provincia di Livorno Provincia di Pisa mondo carcerario come tentativo di rappresentare se stessi e
il proprio rapporto con il mondo.
Anche in carcere si scrive per ripensare il proprio percorso
esistenziale, per liberarsi, oggettivandoli, dai fantasmi dell’iso-
lamento e dall’angoscia di essere confinati in luoghi tanto
remoti dalla comprensione degli altri uomini, per ritrovare la
Comune Comune Comune propria identità, per tentare un dialogo con gli altri. È la ricer-
di Piombino di Porto Azzurro (Li) di Volterra
ca di un ordine interiore che possa dare un senso al proprio
vissuto, e renderlo condivisibile con altri, attraverso la gram-
matica della scrittura, sia che si scelga la forma del racconto
Segreteria del Premio
Lucia Casalini
sia che si scelga quella della poesia. È proprio così che si può
Via L. da Vinci 30 57025 Piombino raggiungere una nuova consapevolezza, offrire nuove occasio-
Tel. 0565.221079 ni alla costruzione di sé, e al tempo stesso coinvolgere il letto-
www.premiocasalini.it re, facendogli conoscere storie, sentimenti, ambienti, situazio-
Redazione e impaginazione: Presìdi del Libro Piemonte e Blu Edizioni ni che altrimenti non avrebbe occasione di approfondire.
Copertina: Laura Caratti Si tratta insomma di costruire un piccolo ponte che metta in
Stampa: Benvenuti e Cavaciocchi, Livorno contatto il carcere con il mondo esterno, e che trasformi la
segregazione in un momento di incontro e di dialogo, di appro- Chi era Emanuele Casalini
fondimento reciproco, invitando il lettore all’ascolto.
Nei primi due anni la premiazione dei vincitori si è tenuta
nel penitenziario di Porto Azzurro. Poi, anche per le difficol-
tà di trasferimento e comunicazione che presenta un’isola, dal Tutti coloro che l’hanno conosciuto ricordano di Emanuele
2004 la cerimonia di premiazione è diventata itinerante, ed è Casalini il carattere mite, l’affabilità nel conversare, l’elegante
stata ospitata, grazie alla sensibilità e alla collaborazione delle compostezza del comportamento. Quelli che hanno avuto con
istituzioni, nel carcere di “Rebibbia” a Roma, nel “Lorusso e lui più stretti rapporti di lavoro, sia nello spazio della scuola,
Cutugno” di Torino, al “Montorio” di Verona, al “San Vittore” in cui lui è stato per molti anni professore di letteratura italia-
di Milano, nel 2008 nuovamente a Torino e infine nel 2009 a na e poi preside, sia in quello più movimentato dell’attività
Volterra. sociale e politica, che lo ha visto a lungo attivissimo consiglie-
Fin dalla prima edizione, dirigenti e operatori del mondo re comunale, hanno avuto agio di apprezzare in lui da un lato
carcerario hanno apprezzato e incoraggiato l’iniziativa, che la raffinata sensibilità estetica, maturata in un lungo, vivo e
ha ottenuto il patrocinio della Presidenza della Repubblica, sistematico rapporto con la grande poesia, dall’altro l’illimita-
della Presidenza della Regione Toscana e della Provincia di ta disponibilità per i problemi umani, fossero quelli del giova-
Livorno, del Comune di Piombino e delle amministrazioni ne studente angustiato da un inserimento non del tutto agevo-
degli enti locali e regionali e delle città che hanno ospitato le le nell’ambiente scolastico, o quelli del comune cittadino alle
premiazioni. prese con le esigenze del vivere quotidiano, o, ancora, quelli
I giurati del premio, variamente impegnati nell’editoria, del recluso afflitto dalla sua esistenza solitaria, atomistica,
nell’organizzazione culturale, nell’insegnamento e nelle arti, senza grazia di cielo, di libertà e di amore.
hanno avuto il piacere e l’onore di avere con loro Anna Maria Questo strenuo impegno sociale era in lui informato alla
Rimoaldi, studiosa di storia, regista, già attiva collaboratrice di più genuina sostanza dell’insegnamento evangelico. Uno de-
Maria Bellonci, poi direttore della Fondazione Bellonci, che gli atti più rispondenti al suo carattere e ai suoi principi è stata
promuove il Premio Strega, il maggior riconoscimento lettera- l’istituzione, all’interno della Casa di Reclusione di Porto Az-
rio italiano. Anna Maria ha speso generosamente la sua vita zurro, di una sezione dell’Università delle Tre Età - Unitre,
nella promozione del libro e della lettura, e ci ha lasciati il non certo con lo scopo di elargire cultura, di cui del resto
2 agosto 2007, a Poggio nell’Elba, mentre a pochi passi dalla molti reclusi sono tutt’altro che privi, ma con quello, molto
sua casa si teneva una riunione della Giuria del Premio Ca- più alto anche se meno appariscente, di creare un rapporto
salini. A lei il nostro ricordo più grato e più affettuoso. umano, un tramite fra la solitudine e la socialità. Emanuele
Possiamo concludere queste poche note con le parole che Casalini avrebbe potuto far sua la grande frase che un comme-
lei stessa aveva dettato: “Ogni premio letterario è una ricchez- diografo romano, Terenzio, pose in bocca a un suo personag-
za che deve essere perseguita e valorizzata. Il Premio lettera- gio. Homo sum: umani nil a me alienum puto (“Sono un uomo:
rio ‘Emanuele Casalini’ ha una valenza sociale e umana che lo niente di umano considero estraneo a me”).
rende particolarmente importante”.
Luigi Alberto Mascia

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Comitato d’Onore Giuria
S. E. Monsignor ALBERTO SILVANI ERNESTO FERRERO (PRESIDENTE)
Vescovo di Volterra Scrittore, direttore della Fiera internazionale del libro di Torino

S. E. Monsignor GIOVANNI SANTUCCI MIMMA CUFFARO


Vescovo di Massa Marittima, Piombino ed Elba Pittrice

CLAUDIO MARTINI RAFFAELLA D’ESPOSITO


Presidente Regione Toscana Docente al Conservatorio di Santa Cecilia, Roma

GIORGIO KUTUFÀ PAOLO FERRUZZI


Presidente Provincia di Livorno Direttore Vicario dell’Accademia di Belle Arti, Roma

ANDREA PIERONI PABLO GORINI


Presidente Provincia di Pisa Docente di materie letterarie al Liceo Classico di Piombino

MARIA GRAZIA GIAMPICCOLO PAOLO PESCIATINI


Direttrice Casa di reclusione di Volterra Direttore Confcommercio Isola d’Elba

FRANCA LIOSINI CARLA SACCHI FERRERO


Giornalista Rai Collaboratrice editoriale, presidente dei Presìdi del libro Piemonte

ROLANDO PICCHIONI
Presidente Fondazione per il libro, la musica e la cultura

IRMA MARIA RE
Presidente Nazionale Università delle Tre Età

BENEDETTO BASILE
Prefetto di Pisa

MARIA PIA GIUFFRIDA


Provveditore Amministrazione Penitenziaria della Toscana

FRANCO IONTA
Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria

MAIDA MATALONI
Presidente Consiglio Comunale di Piombino

MAURIZIO PAPI
Sindaco di Porto Azzurro

MARCO BUSELLI
Sindaco di Volterra

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Introduzione del Presidente
della Provincia di Livorno

Il Premio Emanuele Casalini in questi anni ha avuto il merito


di saper uscire dai confini del territorio livornese e in partico-
lare ha avuto la caparbietà di costruire un dialogo paziente e
discreto con le Istituzioni, con il mondo del volontariato, con i
detenuti delle carceri, con le loro famiglie, con gli operatori
della polizia penitenziaria e, specialmente nell’ultimo anno,
con il personale della scuola, gli studenti e gli insegnanti.
Bisogna riconoscere infatti la perseveranza e la competenza
di chi guida sapientemente questo Premio, che rappresenta
un vanto per la Provincia di Livorno e che ha permesso la col-
laborazione di molteplici soggetti e il coinvolgimento sempre
più attivo e prestigioso dello scrittore Ernesto Ferrero quale
presidente di giuria.
Le poesie e i racconti raccolti in questo volume costituisco-
no tante voci, forse per troppo tempo rimaste sole e isolate dal
mondo, che riacquistano un sano protagonismo, che ridona-
no un senso all’esistenza di chi ha perduto tanti momenti
positivi della vita. Ma non il pensiero, perché in loro è rimasta
la voglia e il desiderio di essere presenti con la ragione, con il
cuore, con i propri sentimenti.
Il Premio Casalini offre la possibilità di manifestarsi attra-
verso la scrittura, strumento necessario e fecondo per com-
prendere di più se stessi e il mondo che ci circonda.
La cerimonia di premiazione di questa ottava edizione è
Anna Maria Rimoaldi, membro della giuria - accolta da Volterra, una città che ha un legame saldo con il
direttrice della Fondazione Bellonci.
territorio della Provincia di Livorno anche per la sua vicinan-
Il Premio Casalini la ricorda con affetto.
za alla nostra costa. Il Premio, nato a Porto Azzurro, ha viag-
giato molto: negli ultimi anni le premiazioni si sono svolte a
Verona, Milano e Torino. Dal nord è ora di nuovo tornato
verso i luoghi in cui è nato, e in un periodo significativo come
la settimana delle celebrazioni della Festa della Toscana, in cui
si ricorda l’abolizione della pena di morte da parte del gran-

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duca di Toscana Pietro Leopoldo, proprio il 30 novembre Presentazione
1786.
A tutte le Istituzioni civili, militari e religiose, a tutto il
mondo del volontariato sociale, a tutti gli operatori e ai dete-
nuti poeti e a quanti si avvicineranno alla lettura de L’Altra È un fatto confortante che il Premio Casalini, ora giunto alla
Libertà vanno i miei più sentiti sentimenti di gratitudine e di ottava edizione, continui a crescere, coinvolgendo un numero
vicinanza. sempre maggiore di partecipanti e attirando l’attenzione dei
media, grazie anche alla sensibilità delle istituzioni che lo
Giorgio Kutufà sostengono, in primo luogo la Provincia di Livorno, e alla dedi-
Presidente della Provincia di Livorno zione appassionata di Lucia Casalini, che ne costituisce la vera
anima. Significa che il ponte che si tenta di gettare tra dentro e
fuori funziona, stabilisce contatti, attenua il peso di una solitu-
dine psicologica che è anche più grave della costrizione fisica.
Significa che scrittura e lettura si confermano più che mai stru-
menti fondamentali di conoscenza: di se stessi e del mondo. Un
momento di riflessione, analisi, ricerca interiore, autoterapia,
attraverso il riconoscimento delle differenze, di ciò che rende
unica ogni storia anche se le vicende degli uomini obbediscono
sempre alle stesse elementari pulsioni.
La scrittura che deve nutrirsi di lettura, perché ogni uomo è
l’anello di una lunga catena, e la sua vicenda personale può
acquistare un senso e una prospettiva solo confrontandosi con
quanti lo hanno preceduto, misurandosi con le storie degli
altri. Per questo il Premio Casalini, in collaborazione con la
Fiera internazionale del libro di Torino, i Presìdi del libro del
Piemonte e l’Unitre, ha intrapreso una serie di iniziative per
incentivare la lettura e potenziare le biblioteche delle carceri.
Tra queste la raccolta e la spedizione di alcune casse di libri alle
case di Volterra e di Porto Azzurro, e i corsi e i laboratori di let-
tura organizzati con il Polo Universitario nella casa “Lorusso e
Cutugno” di Torino.
Alla cerimonia di premiazione dell’edizione 2008 hanno par-
tecipato gli scrittori Giuseppe Culicchia, Fabio Geda e Mar-
gherita Oggero, i cui romanzi hanno ispirato la serie tv che ha
per protagonista la prof. Baudino, e cioè la brava Veronica
Pivetti, che è anche una grande amica del Premio.
Nel novembre 2008 all’incontro di Torino hanno fatto segui-

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to a Livorno quello con i ragazzi dell’Istituto Amerigo Vespucci, sorta di scatto breve e violento, altra cosa rispetto alle fatiche di
che hanno letto alcuni tra i racconti e le poesie premiati; e quel- una maratona; e poi adesso non c’è più nemmeno l’obbligo
lo con alcuni concorrenti premiati e segnalati nel carcere della delle gabbie strette (come il sonetto) o delle rime. Ma l’urgen-
città, al quale hanno partecipato anche gli studenti delle scuo- za del dire, lo sfogo improvviso, l’emozione del momento non
le secondarie di Piombino. La loro partecipazione va ad arric- bastano. Occorre dal loro una foggia, curvarli come fa il liutaio
chire in modo sensibile questa esperienza comune, e dimostra con i suoi legni pregiati, fino a costruire un violino capace di
ancora una volta che i ragazzi sanno rispondere nel modo emettere un suono puro.
migliore agli stimoli “giusti” che vengono loro offerti. Se questo Il racconto richiede in maggior misura una struttura, uno
non accade, non è colpa loro, ma di chi quegli stimoli non svolgimento, una progressione e possibilmente il botto finale
riesce a fornire. che lo illumina e lo spiega tutto, retrospettivamente. Esige
Una non minore importanza attribuiamo alla partecipazio- insomma un impegno più meditato, uno sforzo di costruzio-
ne dei ragazzi delle carceri minorili. Per loro il percorso di ne. Per questa edizione 2009, le preferenze della giuria sono
conoscenza e di scoperta è ancora più decisivo. Una selezione andate al testo di Stefano di Cagno, Schiacciato, che è stato una
dei loro contributi è ospitata in questo volume. Valga come bella sorpresa, ed esemplifica bene come la letteratura ci
l’augurio più sincero a proseguire con impegno in un cammi- possa dare quello che altri generi espressivi non sono in grado
no di autocostruzione, e come ringraziamento agli insegnanti di darci.
che li guidano. È un racconto già professionale, che sarebbe piaciuto a Italo
Calvino o a Primo Levi proprio per la sua asciuttezza e per la
Leggere e scrivere, dunque, per imparare a “vedere” oltre le precisione anche terminologica con cui ci introduce nella tec-
apparenze, per andare un po’ più a fondo. Per scoprire quello nica delle immersioni subacquee, e tutto quello che gli sta intor-
che abbiamo dentro e non sapevamo di avere. È un’esperienza no. Chi ha letto o avesse voglia di leggere La chiave a stella di
che tutti coloro che scrivono, siano essi professionisti, dilettan- Primo Levi, in cui si raccontano appunto le avventure di un
te o neofiti, raccontano allo stesso modo. Scrivere è un andar operaio specializzato in giro per il mondo, un bravo montatore
per mare in cui si conosce il porto di partenza, ma non quello di gru e di tralicci, capirà meglio quello che dico. Originale la
d’arrivo. Si cercano delle parole, e queste parole ne evocano storia, la sua ambientazione, la sua progressione angosciosa, il
delle altre, creano dei cortocircuiti, producono immagini inat- finale a sorpresa, che spiazza il lettore anche perché rapido e
tese, ci portano chissà dove. È uno scavo nella propria archeo- senza fronzoli. Anche questo accresce il merito dell’autore.
logia personale, in ricordi e sensazioni sepolti o rimossi, per Al secondo posto troviamo Domenico Strangio, già premiato
portare alla luce magari pochi cocci, dai quali però riusciamo a lo scorso anno. Il suo Una storia minima torna al nodo dramma-
capire la forma dell’oggetto che erano stati. Nessuno può dire, tico del rapporto con il proprio paese, San Luca d’Aspromonte,
all’inizio, di sapere che cosa scriverà. L’importante è mettersi in tristemente noto per le sue faide sanguinose, e alla propria tra-
questo atteggiamento di ricerca. Un grande poeta, Andrea Zan- vagliata storia personale. Strangio lo fa, come di consueto, a
zotto, ci ricordava che la parola “invenzione” viene dal latino muso duro, in uno stile efficace tra l’epico e il risentito. È capa-
invenire, trovare, e cioè rimanda all’atteggiamento di chi si ce di raccontare un pezzo della propria storia senza camuffarla
mette alla caccia di qualche cosa. e senza lamentarsi, senza atteggiarsi a vittima.
Anche quest’anno ci sembra che i narratori se la siano cava- Al terzo posto un racconto di tutt’altro tono, Il passo dei ladro-
ta meglio dei poeti. La poesia è apparentemente facile, è una ni, di Matteo Mazzei. Spiritoso, rapido, divertente, evoca con

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leggerezza una vocazione al furto di destrezza che si trasmette Aral Gabriele (per chi ancora non lo sapesse, Aral è il
di padre in figlio. Gli scatti, le invenzioni sono quelle del carto- nome) ha vinto anche quest’anno la sezione di Poesia. Ha
ne animato: volutamente iperboliche, irrealistiche. Sembra un acquisito regolarità e sicurezza senza perdere in originalità,
po’ di essere in un vecchio cartoon di Tom e Jerry, ambientato segno che non si accontenta dei risultati già raggiunti, testi-
in una città d’oggi. moniati tra l’altro dalla pubblicazione di una raccolta di liri-
Come al solito, resta il dispiacere di non aver potuto premia- che. Anche se i testi che vengono sottoposti alla giuria sono
re altri testi che pure lo meritavano. Così il canto d’amore che anonimi, abbiamo imparato a riconoscerlo: ma questo è Aral!
Francesco Felici dedica a Napoli, la sua città; o il testo di E difatti è proprio lui.
Valentino Robustelli, che si misura con un caso recente che ha In una sua lettera, Aral racconta come la scrittura lo abbia
dilaniato le coscienze, quello di Eluana, dando voce a una ra- aiutato a uscire dall’isolamento interiore, che è il prodotto più
gazza in coma, che sente e capisce perfettamente quello che pericoloso della condizione carceraria, persino peggiore della
avviene intorno a lei, e quel che si decide per lei. privazione della libertà: la rinuncia al dialogo, al rapporto con
Giovanni Arcuri firma una sorta di colorito reportage sull’in- gli altri. La parola scritta è la chiave di volta che ci permette di
ferno delle carceri venezuelane, che riproducono perfettamen- arrestare questo processo e anzi invertirlo: “La scrittura – dice
te al loro interno il sistema mafioso così diffuso in quel Paese, Aral – si è eleva al ruolo di strumento di liberazione intellettua-
con tanto di boss strapotenti, picciotti, traffici di droga e armi. le, che diventa infine liberazione morale”.
Carmelo Gallico, anche lui premiato nelle scorse edizioni, ci In un verso del secondo classificato, Alessandro Crisafulli,
consegna un altro dolente spaccato carcerario, con i tentativi di possiamo ritrovare il senso profondo di che cosa è fare poesia,
suicidio, i drogati in crisi, le morti improvvise. Maria là dove scrive: “Nel buio ritrovo il colore/ smarrito”. Di questo
Buompastore racconta l’angoscia per l’assenza della figura si tratta, di scavare nel buio dell’inconscio, dell’indistinto, del
paterna, e ugualmente autobiografico è il lungo, dolente non detto, per portare qualcosa alla luce. E poco più oltre si
monologo di Maria Mistretta. Vorremmo segnalare con partico- parla di quel che ci può essere d’assoluto nel “volo disegnato a
lare calore proprio queste presenze femminili. mano, con/ l’inchiostro presto a prestito dalle pupille, quando
Carmelo Rollo si distingue per un intelligente apologo con il vuoto/ diventa energia”. Che rimanda alla poesia come
animali, storia di una giraffa alla ricerca di un’identità. E nuovo modo di vedere.
Antonio Miccoli si segnala per l’originalità linguistica, lavoran- Della capacità di stupore che bisogna conservare allo sguar-
do con gli intarsi dialettali, al modo ormai celebre di Andrea do parla anche Antonio Faulisi, già premiato l’anno scorso, con
Camilleri. il suo Notte di silenzio. Dove al termine di una notte di memorie
Quest’anno il Premio Casalini aveva introdotto anche una amare l’aroma del caffè non ancora bevuto, il profumo delle
sezione saggistica, certo molto impegnativa. Ebbene, c’è chi ha ginestre, e l’odore stesso della carta su cui scrive prendono
raccolto la sfida con coraggio e capacità. Così le analisi appro- miracolosamente a sapere di futuro.
fondite che Antonio Vauro ha dedicato a uno dei più apprezza- Tra i segnalati, crescono le voci che arrivano da Paesi extra-
ti narratori d’oggi, l’israeliano David Grossman. Mentre europei, quali quelle di Habib Abidi, Samjra Bajramovic,
Francesco Tatò, con L’arte di essere infelici, si è misurato niente- Hafedh Habibi, Kanoutè Saadron. Portano ritmi, colori, imma-
meno con il Leopardi delle Operette morali: pensatore, prima gini che arricchiscono i modi di fare poesia con esperienze fre-
ancora che poeta, di stupefacente modernità, come tutti i veri sche e innovative, non diversamente da quanto accade nella
classici. Anche a loro i nostri complimenti. musica o nelle arti figurative.

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Bastano queste tracce a confermare che ovunque è in corso
un meticciato, un’ibridazione di modi espressivi che sta cam-
biando e arricchendo la mappa culturale del pianeta. Il mondo
globalizzato porta con sé tanti problemi e tante tragedie, ma
anche un modo nuovo di stare insieme, di riconoscersi nella
comune radice della parola poetica.

Ernesto Ferrero Sezione Poesia

Opere premiate

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1° classificato

Aral Gabriele

Dove il tempo cede

Io sono la scala a pioli


che curva di lato dolcemente
dove può, dove il tempo cede,
che sale su fondo notte,
troppo bella da scalare,
e tu la lasci là
anche se non serve a niente.

Io sono la pentola di coccio


dallo smalto lucido,
porto cibi colorati
e pietanze profumate,
non mostro ciò che offro:
rubo le voci, il vino, e le risate.

La premiazione del 2008 a Torino con Pablo Gorini, Margherita Io sono la stella della sera
Oggero, Lucia Casalini, Ernesto Ferrero e Raffaella D’Esposito. lontano splendore,
riferimento immobile
di un eterno movimento,
a me confidi i sogni nel futuro
a me, che sono una luce del passato.

Io sono l’onda del mare,


incessante divenire
infinito ritornare,

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che all’improvviso monta Quale sindaco ha firmato?
e di bianco schiuma già Quale prete ha benedetto?
persa nella quiete della marea.
Portatelo in piazza,
Io sono il sentiero ciottoloso che tutti vedano, che tutti sappiano.
che corre tortuosamente, Legatelo alla sua idea,
ho un principio e ho un arrivo che gli sia negato il sonno,
una strada sempre, e che nessuno abbia pietà.
ma ogni viaggio mi percorre
ogni passo mi rinnova. Come infinito e fine.
Come la linea e il punto.
Io sono un costruttore Chi ha liberato i nostri sogni?
di scatole e biglietti,
ogni luogo ha il suo nastro Come fulmine sull’acciaio.
ogni tempo il suo colore Come il canto ed il silenzio.
e fiocchi e campanelli Chi ha dilatato il nostro cielo?
per distinguerli dai sogni:
passo il tempo tra i ritagli. Come falco e canarino.
Come proiettile e bersaglio.
Io sono un viaggiatore Chi ha denudato il nostro cuore?
fotografo di un’illusione,
cacciatore di un istante Come polvere e cemento.
che mi sfugge Come la fonda e la finestra.
e mi osserva Chi ha sedotto il nostro tempo?
mentre scorro via.
Come pioggia e aridità.
Come il vento e le radici.
Chi ha disarmato i nostri occhi?

Come il viaggio e l’attesa.


Come la linea e il punto Come spettacolo e spettatore.
Chi ha affilato quei binari?

Chi è stato il folle?


Chi l’architetto, il costruttore? Chi ha voluto il carcere
Quale sadico ingegnere? di fianco alla ferrovia?

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Gelsomino Motivazione

È un profumo di velluto bianco


una stella di candidi petali Le tre liriche, diverse per intonazione, sono accomunate dalla stes-
sottili e raccolti sa cifra stilistica. Evidenti l’abilità, ormai consumata, e il collau-
su se stessi come corde dato mestiere con cui l’autore utilizza espedienti retorici: dai più
che legano ricordi. comuni, come l’insistito andamento anaforico, che caratterizza le
ultime due poesie, alle sinestesie più o meno evidenti, come quella
Un profumo bianco che apre, suggestivamente, Gelsomino: “È un profumo di velluto
come la grande corolla di fiori bianco” o, nella stessa lirica, “ un profumo di neve, dolce come le
che disegnava un’ombra circolare granite”.
dove noi fuggivamo il sole dell’estate Attraverso frasi poetiche apparentemente semplici, dove predomina
e c’era una Sicilia la paratassi, il lettore viene trasportato in un mondo che è sempre
e c’erano pomeriggi dolci “al passato” dove, alla realtà contingente, si sostituisce la sugge-
di due sole sdraio. stione, forte e invasiva, dei ricordi. Su tutto sembra prevalere una
patina di, talvolta compiaciuta, letterarietà.
Sull’ampio mattonato bianco
sbiadito, segnato dai giorni,
dalla brezza di sale
dalle corse di bici
dalle grida dei bambini
da noi, che eravamo pirati, banditi,
cavalieri su un cavallo bianco.

È un profumo di neve,
dolce come le granite
di madri antiche
di mani forti, di fiori e di zucchero,
dolce come la voce della sera
quando esausti crollavamo
tra le sue braccia bianche.

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2° classificato delle ombre e le
mani inseguivano i gesti
distanti;
Alessandro Crisafulli non dimentico lo sguardo
insinuarsi tra le piaghe e
il cuore farsi sterile.

Non sempre le linee si


I congiungono e si trattengono,
perché ogni battito ha
la sua sorgente: ma qualunque
Nel buio ritrovo il colore indugio può stupire…
smarrito lì, tra le strade dove
l’urlo moriva. L’inverno è ormai … Sono ormai il custode del
fuori: nel nuovo tempo mio tempo (ne sentivo
l’infanzia si fa meraviglia. C’è l’urgenza fin nelle segrete
un che di assoluto nel del bisogno), e svuotato
volo disegnato a mano, con del dramma dell’origine, resto
l’inchiostro preso a prestito in ascolto del segnale che
dalle pupille, quando il vuoto mi riporterà tra
diventa energia. Non esiste le braccia della terra.
né una fine né un inizio negli
istanti, perché limando
l’imperfezione non resta che
un dettaglio
scolpito in una vena.
III

Sono giunto nell’ora


dell’ultimo saluto, seguendo una
II moltitudine che reclamava
la verità, in equilibrio sono
penetrato tra le ossa e ho
Ricordo quando il respiro toccato il dolore.
apparteneva alla stagione Sgorgano le sillabe

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partorite dalla madre e Motivazione
nel tremore della voce
avanzano verso l’istante che
le contiene, finché la
memoria trova la ragione. Tre poesie, senza titolo, che costituiscono una serie di riflessioni ad
Un altro silenzio si è alta voce, talmente simili, nonostante certe differenze di ordine for-
placato. Sul muro male, da poter essere lette in sequenza, come un ideale “conti-
l’immagine continua a nuum”. Alcune parole vi assumono un loro particolare rilievo:
scorrere mentre l’attesa buio, colore, tempo che, in ricercati abbinamenti, creano immagini
si veste a colori. di non comune suggestione: “Nel buio ritrovo il colore smarrito…
nel nuovo tempo l’infanzia si fa meraviglia… sono ormai il custo-
de del mio tempo… l’attesa si veste a colori…” Sembra mancare
ogni intento narrativo e le stesse liriche sono organizzate in manie-
ra tale che ogni periodo coincide, quasi sempre, con un pensiero
concluso e autonomo, dove prevale la malinconia della visione esi-
stenziale.

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3° classificato Nel vortice del vuoto

Antonio Faulisi Nel vortice del vuoto,


il mio perfetto silenzio
si muove incerto.

Fra dolci lacrime e sorrisi amari,


Notte di silenzio impressi a fuoco,
indelebili
i ricordi bruciano l’anima.
Bevo il silenzio. Respiro la luna.
Prendo a morsi le stelle. Nel vortice del vuoto,
… E intanto un’altra notte scorre fra lacrime di fuoco,
e insieme a lei scorrono nell’attesa di una nuova alba
i miei ricordi. prendo a pugni la notte
Annuso l’aria, e aspetto che il giorno
profumano ancora: mi redima dall’inferno.
panni stesi,
erba bagnata,
mare in tempesta.

Respiro il passato,
prendo a morsi il presente
fino a quando la notte partorisce il giorno.
L’assenza
La dolcezza di una nuova alba
mi nutre di luce.
Bevo tutto l’azzurro che c’è. E sulla serena distesa,
stesa coperta di seta,
Annuso ancora l’aria: la luna già pensa al ritorno.
l’aroma del caffè che non ho ancora bevuto,
il profumo dolcissimo delle ginestre La guardo sorgere,
intorno a quest’inferno amaro, perso lo sguardo
l’odore della carta su cui scrivo oltre le sbarre,
ora sanno di futuro. non sono più triste.

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Lo sguardo stupisce. Motivazione
Di cosa stupisce?
Delle cose.

I fiori mi appaiono strani Il silenzio della notte, i suoi odori, i suoi… sapori. Tutto quello che
e non li ricordo più. all’esterno, nel buio, si colora di infinito, di libertà, e crea uno stri-
Ci sono pur sempre le rose? dente contrasto una condizione di costrizione fisica e mentale, pro-
Lo chiedo ai ricordi lontani… voca il desiderio di immergersi quasi panicamente nella natura
Le rose ci sono per sempre. notturna, di “bere i suoi silenzi…” “respirare la luna…” prendere
idealmente “a morsi” le stelle… Finché non giunge una nuova
alba a portare luci, profumi e suoni reali, magari meno evocativi
rispetto a quelli suggeriti e intuiti attraverso le tenebre, ma capaci
di proiettare l’esistenza in un futuro concreto e (potenzialmente)
più ricco di prospettive. Il fascino della poesia coincide con la stu-
diata suggestione ed efficacia delle immagini.

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Opere segnalate

La premiazione del 2008 a Torino con Ernesto Ferrero, Simonetta


Polverini, Raffaella D’Esposito e Pablo Gorini.
Vincenzo Sardone E poi a est, lungo le rive del Po, nel suo delta di cadaveri,
ben trenta!
Siamo ancora al nord e qui l’hanno chiamata solo Mala del
Brenta.
E poi giù sulle spiagge della Romagna
Storia e geografia e una sosta nella rassicurante questura di Bologna.
E la fantomatica istituzionale Uno bianca, che vergogna!
Poi vi porto a sud, a casa mia cercando tra la brava gente.
Il nostro viaggio parte da Agrigento, da un tempio diroccato, Non perché sono in Puglia sarò poi così clemente.
Tra i sapori della tavola un triangolo dal mare bagnato. Mare, ulivi secolari, il Gargano tra le piante dei pomodori,
Qui, tra la gente, costumi, tradizioni di un’anima pia, Cattolici con il peso di quella sacra corona unita che copre
Tra preghiere, mafia, chiese e così sia gli odori.
Poi andiamo un po’ più al nord, nella piana di Gioia Tauro: E in silenzio ti porto oltre un confine illibato,
È sconsigliabile fermarsi, qui c’è la legenda del Minotauro, Dicono che in Aspromonte sia di casa l’innominato!
E ancora il golfo di Napoli, il folclore della sua gente, cono- Stiamo per arrivare dove tutto inizia o finisce,
sciuta in tutto il mondo. a casa del Gran Duca.
C’è da chiedersi se è tutta colpa della camorra se qui si è Questa è un altra cultura si riparte da San Luca.
toccato il fondo.
E ci spostiamo tra gli irriducibili uomini che non si sono
mai arresi,
Metti la sicura, tieni lo sguardo basso, questo è il feudo dei
casalesi.
E finalmente a Roma, la storia, la Città del Vaticano. Io tra chi
E tutte quelle leggende sulla Magliana sempre in primo
piano!
Che bella la Maremma, Firenze, Siena e Prato: C’è chi crede a Balzebù
Coppiette ammazzate da un mostro, a quanto pare, mai Chi si fuma una canna di bambù
nato! Chi evoca lo spirito divino
E traghettiamo la costa azzurra e Oristano, qui cose di un Chi scivola lungo le strade bagnate dal vino
altro stampo: Chi pensa che la vita sia un lungo cammino
È il lembo di terra dove hanno partorito il sequestro Chi sta fermo seduto davanti ad un camino
lampo. Chi azzarda un’altra avventura
Si vola a Genova arrivando a Novi Ligure, per carità nulla Chi distrugge la natura
da dire Chi crede nel cartomante
Se non fosse per Erika e Omar che ci hanno fatto rabbrivi- Chi sfregiato dal suo amante
dire. Chi sogna la macchinona

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Chi pensa solo alla moglie bona Saadron Cheia Kanoutè
Chi corre senza una gamba
Chi parte per imparare la samba
Chi si allena in una piscina
Chi sopravvive con la morfina
Chi è chiuso nel suo dolore Altrove oltre il muro
Chi ricorda il suo primo amore
Chi ossessionato dalla pulizia
Chi non parla più neanche con sua zia Altrove
Chi ha tanti sogni nel cassetto Oltre il muro
Chi ha vissuto troppo tempo ristretto Oltre la porta di ferrocancello
Chi cerca un grande consenso Oltre i lunghi corridoi
Chi è curioso e vuole sapere cosa ne penso
Chi dice che forse non sento Io vivo lì
Io voglio stare solo un po’ spento. Nel fuoricittà d’altrove
Oltre il muro
Oltre le porte di ferrocancello

Sono sotto il tuo stesso cielo


Nella tua stessa città
Ma altrove
Oltre

Un muro e moltissimo
Ma un muro
È solo un muro

Quando passi
Passante con passo fretto
Costeggiando il confine

Rifletti
e rammenta
Qui nell’altrove
Vi è un uomo

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Un uomo Aneliamo il galoppo che ci è stato negato.
Un uomo che ha amato Egoisti…
Amando ed è amato Saremmo in grado di accettare
Un uomo che ha la forza nel sogno le stesse sofferenze?
E poi…
Il sogno delle carezze di un amore disunito Saremmo in grado di galoppare?
Il sogno del forte tenero abbraccio
Che solo il sentimento è in grado di dare Toccare con mano non aiuta…
Basta meno per vivere la vita.
Il sogno di ricevere
Senza domandare
Il sogno
La vera liberazione
Qui
Oltre il muro Sentiero segnato
Dietro il ferrocancello
Nell’altrove… nella discarica umana
Avviati come siamo nel cammino della vita,
ci insegnano a proseguire senza mai voltarci indietro.
Sono gli anni che passano, scanditi da infiniti momenti,
belli e meno, pieni e vuoti, semplici e traboccanti di passione.

Toccare con mano non aiuta Sono loro a mostrarci il cambiamento, il continuo
ed incessante peregrinare delle emozioni racchiuse
in ogni gesto e sguardo mutevole.
Toccare con mano non aiuta
a stirare le tristi pieghe della vita. È a quelli passati che ci rivolgiamo
perché portino nel presente la dolcezza
Basta molto meno per scottarsi… di attimi vissuti.
Il cavallo soffre il peso
del ferro battuto negli zoccoli… O forse sono proprio quelli che vorremmo cancellare,
Poi, lui almeno galoppa. perché la loro rimozione non lasci alcuna ombra
alle spalle del sentiero.
Noi si soffre di più quando, battuti dentro, pesiamo i pensieri
udendo solo il rumore dei nostri passi. Guai a sconfinare, uscire dai tratti impercettibili
eppure indelebili dei ricordi.

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Sembrerebbe possibile, ma è una vana illusione, perché Samjra Bajramovic
l’ombra cupa che con immane sforzo
vorremmo eliminare, ci accompagnerà per sempre
lungo il sentiero segnato della vita.

Piove

Piove
odore di zolfo nell’aria
che respiro,
sembra di essere
all’asilo tanti anni fa
quando piccola
non sapevo
che parlare e piangere
e guardavo i passeri sperduti
spuntare dal sole
e cadere gelati sulla terra.

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Salvatore Cascino Sgorgano
I silenzi

Urlano
I muti
Attesa Ai sordi
Viandanti

Nel vorticoso Dai fantasmi


Cestello numerati
Centrifugo distogliere
I pensieri Gli sguardi

Ascolto Sprofondare
I silenzi Nel baratro
Soffocare
Contemplo Nel pianto
Gli intervalli

Soffoco
In un canto
Nella vasca
Colorata di pianto Astro

Inchiodato
Nel silenzio ai colori
di un sorriso.

Stridono Proteso
I lamenti e nello spazio
Gelano di un’attesa.
L’ambiente
Soccombo
Nei versi tra un apostrofo e il respiro
A fontana di una rosa.

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Giovanni Imerti Bruno Di Giacomo

Mamma Prigioniero

Te ne sei andata in punta di piedi, Vivere in cinque metri quadri,


tu che tanto desideravi abbracciarmi, ti fa immaginare il mondo come tu lo vorresti.
per l’ultima volta. In un luogo dove il tempo non ha tempo,
Il tempo è stato tiranno. tu sei lì fermo in un punto.
Vengo a trovarti, dove ora tu riposi,
mi soffermo tantissimo vicino a te, Il primo anno è transizione: si ha il corpo dentro e la
non siamo soli, mente fuori.
ma siamo finalmente vicini, Il secondo cominci a capire: ci sei dentro anche con la
ti posso abbracciare con il mio pensiero. mente.
La mia mente vaga e mi trasporta lontano, Nel terzo, quarto, quinto, non ti sembra possibile
la mia fanciullezza spensierata, che sia trascorso tanto tempo.
che tu cullavi giorno per giorno.
Qualcuno mi chiama, mi giro, Al decimo vivi una dimensione che non ti appartiene.
il mio tempo è scaduto. In seguito vivi sospeso,
Devo lasciarti, un bacio, tra il passato e il futuro,
sapendo che: in cerca di un’identità,
sarai sempre e ovunque vicino a me. che ormai non esiste,
di un corpo che si è contorto
e di un mondo
che non ti conosce più.

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Olivo Tollardo La notte

Hanno chiuso me dietro le sbarre,


il mio modo di vivere,
Evviva il barbiere ma non la mia anima,
ma non il mio pensiero.
Ogni notte evado con i miei sogni
Chi l’avrebbe mai immaginato verso il tuo ricordo.
sono diventato barbiere internato.
Oh con quante persone potrò dialogare
mentre mi diletto i capelli a tagliare.

Si accomodi gentil signore,


che taglio desidera per l’occasione?
Accetti un valido suggerimento
taglio corto e basette sotto al mento.
Vedrà, sarà più che contento.

Mentre taglio sto ad ascoltare


ma non posso parlare,
perché non sono professionista
e non vorrei sbagliare.

Forse quando esco di qui


qualcuno mi potrà chiamare
a fare questa professione
che sto per imparare.

Che non sia tempo perso


questa detenzione.
Là fuori c’è un mondo
che mi sta ad aspettare.
Finalmente tornerò
a vivere e a sognare.…

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Luca Denti Ancora ti cerco

Si calpestano a piedi nudi


irregolari frammenti dell’essere stato,
Quel silenzio condiviso schegge di vetro morbide, innocue;
modellate dai silenzi.

Un’altra notte cade e separa, chiede; È cieca la distanza


un sospiro fra le labbra, strozzato. che aggiunge fra le mani
Dice, un letto mai sgualcito un fiore reciso
e quel freddo accanto al muro. ed uno scatolone sulla porta.

Specchiarsi dentro te Impietosa la strada


come Narciso nega il passo
è paura e stupore, mentre il cielo si volta
una vertigine alata, tremante. su parole vuote, che evaporano.
Laghi color nocciola, fertili
che della terra raccontano Accanto alla luna
le rose, le spine Venere ammicca e inganna
i desideri adagiati fra l’erba. tra ferite al sapore di latte
eterni abbracci: negati, solitari.
Mentre la pioggia consuma
un timido arcobaleno, sfuggito (l’hai visto?) Sboccio la nudità
fra le dita e il tuo volto, mentre non mi vedi,
quella foto aggiunta perché oltre, qualche metro sopra
su bianche pagine ansiose, esigenti. le nostre anime si possiedono.

Nasci da ferite lontane


come grigia perla salata, tu
bruciore e carezza
lacrima di mare.

Accosto al buio gli occhi


e sospingo delicatamente
quei silenzi sul tuo seno.

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E tu non ci sei Hafedh Habibi

È troppo corta la coperta


o forse, ha semplicemente un buco al centro.
L’isola abbandonata
Si formano così
respiro contro respiro
le piaghe, Mi trovo su un’isola deserta
la carne storta, indurita non appartiene a nessun oceano
il sangue asciutto. non è segnata su nessuna carta geografica.
Una pietra nel mezzo del mare
Il desiderio rimane all’ingresso senza niente, neanche il rumore della vita.
accanto al muro a dissetarsi
di lacrime orgogliose, che anziane madri Mi sento cadavere
(per chi è ancora figlio) asciugano dentro una profonda tomba in un grigio cimitero
prima di esporre il documento. con la sofferenza di chi è ancora vivo,
dimenticato.
Nelle attese di sorrisi
e abbracci rubati, illegali
Mi sento più sfortunato
si inseguono i giorni
di Robinson Crusoe, lui ha trovato esseri umani
le ore, gli infiniti minuti
io non ho trovato nessuno
i sogni sussurrati a qualcuno;
la sua solitudine è raddoppiata per me.
il tempo assente…
Mi sento solo
Che del dolore assapora
uniche compagne la nostalgia e la solitudine.
l’egoismo
Vado sulle coste, in attesa di una nave in aiuto
la fredda lama,
per uscire da un incubo
che taglia piano e ride
una vita senza senso.
e non ha occhi e non porta nome.

In quest’inverno Mi sento una nullità


che copre e schiaccia nulla si avvicina all’isola dimenticata.
perché non mi sei accanto? La gente passa sorda, cieca.
Grido, salto, invoco
Eppure tremo senza speranza.
come un bambino…

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Nuoto, contro corrente, Con te mi rapisce la felicità, il coraggio e la gioia di esistere.
fermo sempre nello stesso luogo. Senza te divento disarmato ostaggio della tristezza, della
Abitano qui silenzio, ricordi, affetti negati paura e della malinconia.
e il desiderio
di uscire da questo incubo Con te vivo una gloriosa vittoria
e vivere la vita di un tempo. Senza te muoio per la più umiliante sconfitta.

Brutta non è la morte, ma la vita solo. Con te sono malato d’una grave malattia
Non ho paura della morte Amore
ho paura di morire ma ti amo ora
abbandonato. e ti amerò per l’Eternità.

Con te Il sogno

Con te mi sento me stesso in tutto il mio essere, senza lati Sul bordo d’un elegante yacht, in mezzo al mare
oscuri. felici e complici, scambiamo leggere battute
Senza te non sento nulla e mi perdo in un buio profondo. perduti in mezzo all’oceano infinito, senza preoccupazione
alcuna
Con te mi sento abile sovrano e, impavido, mi elevo sugli vicini, vicini.
umili sudditi. Raggiungiamo finalmente le suggestive coste
Senza te mi sento debole Re, umiliato e privato della poten- abbracciati sul molo
te corona. accarezzati da una dolce brezza
vicini, vicini.
Con te sento la tua leggera anima scorrere nel mio corpo- La sabbia è oro
so sangue. le lunghe palme soldati orgogliosi delle loro amate terre
Senza te sento la nostalgia invadermi e rendermi prigioniero. sono l’uomo più felice e potente del mondo e in questo
viaggio, il più fortunato
Con te sento il mio cuore pulsante ballare sul ritmo frene- vicini, vicini.
tico della vita. Passeggiamo spiati dal tramonto
Senza te sento il mio cuore un arido corpo vuoto. la suggestione del luogo e la bellezza di Lei fissi nel mio
pensiero

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condividiamo lo stesso albergo, la stessa stanza Habib Abidi
vicini, vicini.
Non sento la fatica
seduti, ci abbracciamo
e ci desideriamo
vicini, vicini Cantilena del carcerato
vicini, vicini, vicini, vicini.

È l’ora della doccia, l’acqua è calda oggi Quante notti senza sonno
mi sveglio e trovo tra le mie braccia il mio cuscino Con la terapia, dormo
sono annientato dal dolore. Dal cielo di una piazza
Un bel sogno A un quadrato di cielo pesante
forse desiderato presagio Entro
d’una realtà che rincorro. Per un po’ mi fermo
Esco
Chissà
Forse ritorno
Una festa
Voci entrano dalla mia finestra
Passa una macchina…
Senti, una macchina!
Passa una moto…
Senti, una moto!
In questo spazio vuoto
Con tanti rumori
Ma muto di quelli fuori
Trac trac
Bum bum
Drinn Drinn
Assistente… Lavorante…
Infermiera… dammi terapia!
E ogni giorno
Il reato, l’avvocato
Il magistrato, il mio passato condannato.
Bla bla continuato
E mi sono stufato

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Solo ricordi della vita,
Vita scaduta, vita battuta,
Vita taciuta, vita perduta
Ricordo l’amore
Sogno l’amore
Nostalgia dell’amore
Voglio l’amore!
Anch’io!!
Passato distante, presente pesante
Tempo allungato, tempo svuotato
Blindo, ferro, cancello
Il futuro, questo muro?
Entro
Per un po’ mi fermo
Esco
Chissà
Forse ritorno…

La premiazione del 2008 a Torino con Pablo Gorini, Margherita


Oggero, Ernesto Ferrero e Raffaella D’Esposito.

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Sezione Prosa

Opere premiate

Ernesto Ferrero all’incontro con gli studenti a Livorno


nel novembre 2008.
1° classificato

Stefano Di Cagno

Schiacciato

Matto non sono e certamente non sto sognando,


ma domani morirò e voglio liberarmi l’anima.
Il gatto nero, E.A. Poe

La Stella del Mare giaceva sul fondo fangoso da quasi due


mesi ormai, a cinque miglia di navigazione dall’imboccatu-
ra del porto di Napoli.
Il sole primaverile cominciava a scaldare già alle sette di
mattina, mentre fiancheggiavamo le affusolate, grigie navi
della Guardia di Finanza, come schierate per la rassegna al
nostro quotidiano passaggio.
Cristiano aveva steso un asciugamano dall’aspetto poco
rassicurante sulla panca di destra, bagnata come il resto del
tredici metri di Alessandro dall’umidità notturna. Vi si era
steso sopra, appoggiando la testa rasata alla sacca mezza
vuota di attrezzature subacquee, riprendendo a masticare
Veronica Pivetti, madrina dell’edizione 2007, a San Vittore con Luca con metodo il toast acquistato poco prima. Lo sguardo cor-
Lischi, Capo di Gabinetto del Presidente della Provincia di Livorno. rucciato dimostrava la concentrazione con cui divorava
anche l’ultimo numero di Dylan Dog. Lettura interrotta
solo per sbarcare dall’aliscafo, il mezzo con cui, un’ora e
mezza prima, aveva lasciato Ischia.
Ciondolavo tra la camera iperbarica piazzata a metà
barca e la cabina di comando, dove Alessandro, al timone,
armeggiava con lo stereo in cerca di una stazione che tra-
smettesse del rock commestibile.

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Cristiano non riusciva a nascondere un mezzo sorriso Cri mi squadrò da capo a piedi. “Seeh, non parliamo poi
ironico, ogni volta che buttava l’occhio al cerotto di scopo- di quel che ti sei scofanato prima...”, commentò.
lamina in evidenza dietro il mio orecchio destro. “Oh, c’avevo fame, poi senti chi parla, me lo sono man-
“Ma cosa c’avrai da ridere” borbottai mentre gli passavo giato io mezzo chilo di panino da muratore!”, cercai di con-
davanti strascicando i piedi sulle assi della coperta. “Ridi su trobattere, ma poco convinto. Il problema era che al bar
’sta mazza!” Pic Nic m’ero sparato sul serio cappuccini e pasticciotti alla
Da prua, come sempre, guardavo preoccupato l’orizzon- crema in dosi massicce, quanto di peggio possibile per un
te, oltre la linea liquida che congiungeva i due fari alle piede poco marino come il mio.
estremità dei moli dell’imboccatura. Strizzavo gli occhi per L’ischitano sorrise ineffabile, certo di avermi in pugno.
correggere la miopia, tipo talpa di un cartoon, valutando “Lo sai tra quanto ti risale su quella colazioncina latte e
critico la sottile striscia in movimento delle onde. Come l’a- lievito?”
ria che si muove appena sopra l’asfalto in una calda giorna- “Lo so, lo so, ma che ci posso fare? Non è una colazione
ta d’estate, quella massa tremolante non prometteva nulla vera senza...”
di buono. “Pasticciotti o sfogliatelle?”
“Uhm, c’è mare pure oggi, che palle...”, sospirai. “Pasticciano... pasticciotti, due... caldi... boooooni...”
Cristiano alzò lo sguardo dal fumetto, fece una smorfia L’Abyss cavalcò la prima onda mandandola a scivolare
beffarda e tornò a immergersi nella lettura. sotto la chiglia e quel patetico tentativo di distrarmi naufra-
“Dài, prepariamo ’sta roba, guaglio’”, sbraitò Alessandro. gò con il bolo nauseabondo che dallo stomaco prese l’a-
Si sbracciò un po’ tenendo il timone con la sinistra, un scensore rapido verso la gola. Un velo di sudore freddo mi
piede sulla murata e l’altro dentro la cabina. Sempre arzil- coprì la pelle e la stanchezza si fece piombo nelle gambe.
lo, anfetaminico come se avesse dormito chissà quante ore, In bocca dilagò un sapore metallico e la saliva si fece acida
e non gli pesasse per niente l’aver fatto le due di notte e copiosa. Crollai seduto, chiudendo gli occhi, pregando
dando la caccia alle universitarie nei pub tra via Mezzo- un dio crudele in cui non credevo che mi facesse scendere
cannone e il bar Gambrinus, su e giù per vicoletti dei Quar- subito di lì.
tieri Spagnoli. “Dài, muoviamoci, avanti!”, il latrato rabbioso di
“Lo odio quando fa così” dissi, “ha rimorchiato tutta la Alessandro mi scosse dai pensieri, ma il movimento del
notte mentre io mi stavo a sorbire le scoregge di quel corpo provocò un ennesimo, prostrante conato di vomito.
coglione all’Ostello.” “Ma porco dio, ’sta bagnarola mi farà impazzire. Ma deve
Il gozzo, riadattato a nave recuperi, iniziava intanto a per forza mettersi al traverso ogni volta!?”, brontolai la con-
prendere le onde lunghe fuori l’imboccatura, virando sueta lamentela.
verso destra, per fiancheggiare il Castello dell’Ovo e rag- “Muoviamoci, all’una c’ho da fare!”, rispose di rimando
giungere il punto di immersione. Alessandro. Anche lui tanto per essere originale. Aveva sem-
Cercavo di dare una mano, ma mi sentivo già lo stomaco pre da fare. Spense i motori, una volta certo che Cristiano
sottosopra. avesse tirato a bordo almeno tre metri di cima e parabordo,
“Ho messo il cerotto troppo tardi oggi...”, dissi, rivolto a e schizzò a dare una mano. Con puntigliosità, si occupò
nessuno in particolare. personalmente di fermare il grosso cavo alla bitta.

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“Non ti fidi?” disse Cristiano, più per provocarlo che per “Ficcatele al Gale”, aggiunsi con gentilezza. In pochi
altro. “Ho anch’io una barca…” Non ricevette risposta, né secondi, come se avessi il diavolo alle costole, saltai in
del resto l’aspettava. acqua, tra il ribollire di erogatori in continua e la masche-
Mentre il natante si muoveva e sbatacchiava sulle onde, ra pericolosamente in bilico sul cappuccio di neoprene.
incominciammo a vestirci. Presi subito a pinneggiare controcorrente verso prua, anco-
“Dài, dài, vi chiudo casa” disse Cristiano impugnando la ra più nauseato dal sapore dell’acqua marina in gola.
mia chiusura lampo. “Maronn’ Ste’, e mettici un po’ di paraf- Alessandro, intanto, tutto preciso e perfetto nella sua con-
fina! È dura come ’na cosa.” figurazione, si buttava con calma a seguire.
Sarebbe sceso dopo di noi e ora faceva assistenza a “Oddio, oddio chi cazzo me lo fa fare… Cristià si nu rott’-
bordo. Spostò il peso da una gamba all’altra, mentre n’culo...” Imprecavo, mentre Cristiano rideva sputandomi
un’onda entrava da prua a poppa, portando pericolosa- addosso dal lato di dritta.
mente verso l’imboccatura le mie scarpe da ginnastica Sotto la prua, le decompressive di rispetto calavano peri-
bianche e rosse, come sempre abbandonate a se stesse. Già colosamente sopra la testa e minacciavano di sfondarmela.
erano fradice, ora rischiavano pure di finire in mare! Le Venivano praticamente lanciate giù dal compagno rimasto
osservai rassegnato. a bordo, che sapevo si divertiva come un matto. Afferrai la
Ale staccò le rubinetterie del pesante bibombola dai cima arancione e senza sgonfiare né la muta né il gav iniziai
lacci elastici che lo assicuravano al parapetto, e mi aiutò ad a tirarmi giù.
alzarmi. Non ce la facevo più. Sempre vomitando succhi Difficilmente procedevamo come si vede fare dai subac-
gastrici e parolacce, mi spostai a poppa, infilai le pinne e quei alla televisione. Ognuno a modo nostro, eravamo tre
issai una dopo l’altra le due bombole decompressive, anarchici dell’immersione. Affrontavamo l’acqua con ri-
agganciando i moschettoni agli anelli a D sugli spallacci del spetto, ma anche con arroganza e sfidando le regole base,
gav, attaccati a loro volta con cimette sfilacciate al collo o riscrivendole a modo nostro. La maggior parte di coloro
delle bottiglie metalliche. che ci frequentavano non capiva quel modo di fare. Tan-
Cristiano mi posò la mano sulla spalla e intuii che voleva tomeno, a onor del vero, a noi interessava spiegarglielo.
dirmi qualcosa. Sollevai la testa con uno sforzo terribile, Era troppo complicato e alla fin fine del tutto inutile, cer-
sentendo i tendini del collo tirare tutto il mio apparato care di rendere partecipi del nostro mix esplosivo di vite
gastrico verso l’alto. Mi puntò con gli occhi e poi li abbas- borderline, esperienze particolari, continui problemi con
sò sull’altra mano, chiusa a pugno. Lentamente aprì le dita soldi, legge, regole contestate, le persone che ci cercavano
e, sul palmo solcato di linee sporche di grasso e tagli più o per noia, frustrazione, desiderio di imparare cazzate subac-
meno cicatrizzati, risaltavano alcune pillole bianche, di quee di cui non erano semplicemente all’altezza. Sia Ale
vario formato. che io e Cristiano, avevamo verso inetti e presuntuosi fru-
“Naaa, tu si scem’ ” mi riuscii appena di farfugliare “e strati le nostre idiosincrasie, che, come un corso d’acqua
come lo butto giù ’sto schifo?” Aveva sempre con sé un mix addomesticato tra gli argini, finivano per essere convoglia-
di antinfiammatori e anticoagulanti, nimesulide e acido te in rituali e pantomime, sceneggiate che dopo un po’ di
acetilsalicidico (Aulin e Aspirina per capirci), a cui ogni tempo recitavamo anche da soli. Essendo uno dei più
tanto aggiungeva vitamina E e qualche altro prodotto. scemi, quando stavo male ma non abbastanza perché il mal

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di mare mi azzittisse − spesso però anche in quelle condi- Uhuuuuh!”, Alessandro chiamava, accompagnando il far-
zioni, solo con voce meno credibile − prima di saltare in fugliamento ad ampi gesti.
acqua, solevo urlare: “Nettuno, ti sfido! Vaffanculoooo!” La Stella del Mare giaceva inclinata di dieci gradi scarsi a
Quel giorno non mi riuscì… dritta. Il tetto della plancia esterna stava sui settantotto
A sei metri, dove le onde non avevano più grande effet- metri, ma alcune reti più piccole venivano su più in alto e,
to, mi fermai per guardare se Alessandro seguiva. Poi con- quando la visibilità era decente, si intravedevano prima
tinuai a tirarmi verso il fondo. dello scafo.
Scendevamo veloci, compensando senza usare quasi mai Il napoletano era già sul ponte, tra il castello di prua e
le mani. le gru sul passo d’uomo che accedeva alla sala motori.
Mi entrava acqua nella maschera che avevo indossato alla Inginocchiato, aveva cominciato a trafficare con la cima,
bene e meglio. Volevo solo raggiungere la quota dei trenta assicurata alla murata di poppa al termine dell’immersio-
metri, dove la narcosi avrebbe messo a posto il mio stoma- ne di una settimana prima. Dovevamo liberarla, attaccarla
co. Frenavo la discesa, sempre più rapida per la pressione a un pallone di sollevamento e mandarla in superficie,
crescente dell’acqua, con le pinne messe come se stessi in filandola sotto lo scafo.
piedi su un pavimento solido. Frenetico, mi chiamava perché gli dessi una mano a
Ormai non tiravo più. Mi mantenevo attaccato alla ci- tirare, guardando il computer che cominciava il count-
ma, quasi perpendicolare, con l’incavo del gomito. As- down. I diciotto minuti di permanenza pianificati sul
sestando la maschera, facendo i primi controlli dei mano- fondo stavano già finendo.
metri e cambiando gli erogatori, passai senza guardare il Lo ignorai staccandomi dalla cima guida. Raggiunsi lo
profondimetro dalla miscela di viaggio e deco Nitrox a scafo con un paio di pinneggiate in diagonale, attratto
quella di fondo. Transitai come una scheggia dalla profon- dalla forza di gravità e dalla pressione della colonna d’ac-
dità limite della miscela binaria e realizzai nei meandri qua combinati. Mi diressi verso la piattaforma di coman-
più lontani della mente che, forse, avrei respirato quella do della gru principale, godendomi per qualche momen-
ottimale solo parecchio più a fondo. Ma non me ne frega- to la sensazione di assenza di peso.
va nulla di espormi a una percentuale di ossigeno non In meno di dieci secondi raggiunsi la piattaforma, stac-
adatta a quelle quote, ero troppo rapido nel cambio per cando, mentre mi approssimavo, i moschettoni che assicu-
avere problemi. ravano al gav le due bombole decompressive. Le lanciai
“‘Fanculo!”, dissi nel boccaglio, ma suonò come uahnu- sul piancito metallico, senza fermare la discesa, e mi volsi
hò. Era indirizzato alla volta di Alessandro, che mi sorpassa- verso il compagno per raggiungerlo. Alessandro continua-
va pinneggiando vigorosamente, a testa in giù, agitando va a mugugnare nel boccaglio, mentre cercava di tirare la
una mano in segno di saluto derisorio. cima puntando i piedi contro il parapetto del pescherec-
Allora, vediamo un po’ se ’sta roba funziona, pensai passan- cio. Mi avvicinai fluttuando, buttai una rapida occhiata
do da un secondo stadio all’altro dei due erogatori del bi- fuori bordo e mi rivolsi verso di lui. Toccai la sua spalla
bombola. per attirarne l’attenzione e scossi il dito indice della destra
Respirai in entrambi, controllando che i manometri non in segno di diniego. Si arrestò per guardarlo, poi usò la
cambiassero la pressione. Rubinetti aperti. “Uhhh!Uh!- cima per tirarsi verso la murata e sporgersi. Dopo un atti-

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mo si catapultò fuori bordo. Lo seguii sapendo già cosa sperienza, stavo respirando con un consumo maggiore del
avremmo trovato. Sul fondo morbido, appena sotto lo normale. Succedeva automaticamente in casi di stress e,
scafo, giaceva l’estremità del cavo arancione. Non era venu- anche se abituato, ora ero solo, a ottantasei metri di profon-
to via per fortuna e nostra previdenza. La sbarra di ferro dità, con un compito gravoso.
che avevamo legato a quello scopo alla sua metà si era inca- La cima, spessa quattro centimetri, era del tipo galleg-
strata in un grosso copertone di camion usato come para- giante. Per questo dovevamo sempre assicurarla allo scafo,
bordo, a sua volta bloccato tra scafo e fondo. Ma bisognava e per questo se filarla verso l’alto era più comodo, tirarla
nuovamente passarla tra timone ed elica, infilandosi sotto giù da solo diventava molto faticoso.
lo scafo, strisciando tra chiglia e fango. Ci guardammo con Mi portai sul ponte, dove la pressione era inferiore e,
sguardi misti di rabbia e delusione. quindi, consumavo e saturavo un po’ di meno.
Alessandro guardò verso l’alto. Compresi subito: Cri- Controllai il tempo. Erano passati sei minuti da quando
stiano, in quel momento, teneva in tensione l’altro capo avevo cominciato la discesa e due da quando Alessandro
della cima, e noi avevamo invece bisogno fosse lasca, per era risalito.
provare a reinfilarla sotto lo scafo. Emisi qualche verso Avrebbe volato fino a metà della quota, per poi rallenta-
incomprensibile, scuotendo Alessandro e indicandogli l’u- re la risalita a venti metri al minuto fino ai quindici, e poi
nica soluzione, puntando l’indice sul computer dell’amico, farsi quest’ultimi in un minuto. Ce ne volevano almeno
sul suo petto e verso la superficie. altri due, forse tre.
Esperienza, acume, intuito e freddezza fecero elaborare Guardai il computer e sobbalzai. Erano passati dieci
la stessa conclusione al cervello del mio amico in una fra- minuti! Per quanto respirassimo una miscela a bassissima
zione di secondo. percentuale narcotica, a quella quota bastava distrarsi, per-
Eravamo giù da meno di tre minuti, poteva quindi risali- dersi nei propri pensieri un attimo, e il tempo scorreva in
re, saltare i pochi minuti di tappa deco che aveva accumula- un lampo senza che ce ne accorgessimo. Mentre lavorava-
to, uscire in superficie e avvertire Cristiano, per poi ridiscen- mo, o se avevamo un’emergenza, l’addestramento ci porta-
dere ad assistermi, ricomprimendo le bolle di gas che avreb- va a controllare sistematicamente tempi, profondità e scor-
bero cominciato a espandersi altrimenti nell’organismo, te di gas ogni pochi secondi, senza interrompere ciò che
intrappolate, danneggiandolo. Tutto senza che io, restando stavamo facendo. Ma avevo notato che, quanto minore era
giù, superassi i tempi massimi previsti e l’autonomia dei gas. il rischio o ci si abituava al posto, tanto più ci si rilassava,
Annuì col capo una sola volta, e schizzò verso l’alto. Lo aprendo così le porte all’errore fatale.
guardai per accertarmi che fosse sulla cima di risalita, Iniziai a tirare la cima, che venne giù facilmente. Avevo
dopodiché mi preparai al mio compito. Risalii verso la ancora sette minuti. Ogni tanto guardavo verso l’alto, senza
parte alta della murata, e assicurai la cima arancione a una scorgere il mio compagno. Quando ritenni di averne por-
delle fessure per lo scolo dell’acqua dal ponte. In questo tato giù almeno quindici metri, la legai alla murata, liberan-
modo potevo tornare giù e tagliare l’estremità incastrata do con un colpo di coltello la parte assicuratavi in prece-
nella gomma. denza. Nuotai fuori bordo, acchiappando l’estremità flut-
Lo feci in meno di un minuto, controllando il computer tuante, e con forti colpi di gambe mi diressi verso la poppa.
e il manometro. Sapevo che, nonostante le capacità e l’e- Ora dovevo entrare nella fossa che si era formata sotto la

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chiglia, all’altezza del timone e dell’elica. Lì dovevo infila- prendere dal panico, che ora avevo pochi gas e poco tempo
re la cima tra queste ultime, passare dall’altro lato a ripren- a disposizione. Un errore avrebbe potuto uccidermi. Le
derla, per poi tirarla fino a che ne avessi recuperato tutto il bombole raschiarono la vernice antivegetativa riducendo
possibile per risalire poi lungo la fiancata di sinistra. Avrei in poltiglia i balanidi attaccati alla lamiera. Non mi spostai
di seguito assicurato il capo di polipropilene al pescherec- che di pochi centimetri. Freneticamente provai a infossar-
cio, dove l’avrebbero preso Alessandro o Cristiano, per pro- mi nel fango per ridurre l’attrito con lo scafo e a spingermi
seguire il lavoro. indietro, senza successo. Riuscii a passare la mano destra
Pensando a loro alzai di nuovo lo sguardo verso la cima sotto il petto, raggiungendo la valvola di alimentazione
di discesa. Ale non si vedeva. Mi domandai un attimo che della muta stagna e premetti il pulsante. Il gas entrò veloce-
fine avesse fatto, ma poi tornai a occuparmi del lavoro. mente. Cercai di alzare i piedi verso l’alto. Volevo sfruttare
Ogni secondo era prezioso. l’effetto di sollevamento della parte inferiore della muta,
Controllai tempi e gas, poi mi infilai tra scafo e fango. posta più su per aiutarmi a sgusciare fuori da lì. Per un
Sapevo che in pochi secondi il sedimento si sarebbe alzato secondo sentii che succedeva qualcosa, ma una seconda,
coprendomi la visuale, ma non era un problema, potevo far più forte vibrazione, mosse tutto intorno a me.
tutto a occhi chiusi. Fui una cosa sola con il sedimento.
Il fango era soffice, quasi vellutato. Come se la spinta avesse aperto una porta nel mio cervel-
Presi con la mano una delle pale dell’elica, prima di lo, capii che quelle vibrazioni erano scosse telluriche. Il
vederla scomparire in una nuvola grigia, e mi tirai ancora Vesuvio o comunque l’area sismica del Golfo, si erano risve-
più sotto. Le bombole cozzarono rumorosamente contro lo gliati. La Stella del Mare si era assestata ancor più dentro
scafo metallico, ma con la configurazione rovesciata, gli l’abbraccio del fondo. Mi aveva schiacciato in una bara a
erogatori e la rubinetteria erano liberi e protetti appena sandwich, tra due fette di metallo e melma.
sopra il fondoschiena. Il cavo tirava verso l’alto, passai l’e- Rimasi fermo, in attesa, preda di sconforto e rassegnazio-
stremità intorno all’albero dell’elica e la usai per fare forza ne, con una grande voglia di mollarla lì. Ero stanco e senti-
e filarlo. Quando sentii che non veniva più giù, mi prepa- vo di potermi addormentare in quell’abbraccio tra lenzuo-
rai a passare rapidamente dal lato opposto del timone, la di fango e acciaio.
prendere la cima e lasciarmi tirare su dall’effetto combina- Avevo vissuto a sufficienza? Ero riuscito a godermi ogni
to dei gas espansi nella muta e nella sacca del jacket. istante favorevole a raffronto dei tanti momenti bui?
In quel momento percepii una vibrazione. A tutti capita prima o poi di andare a dormire auguran-
Avvolto nella grigia, quasi nera nuvola di fango, schiac- dosi un risveglio ben oltre il mattino dopo. Congelatemi
ciato tra scafo e mota, ebbi una subitanea sensazione di come un merluzzo (un tonno…) stecchito e tiratemi fuori
deprivazione sensoriale, una vertigine accompagnata da un quando la bufera è passata e andata a ’fanculo! Dài, a chi
sapore metallico in bocca che mi atterrì. non è mai successo di voler sfuggire a un evento improcra-
Pensai a un errore nella composizione dei gas, a un avve- stinabile quanto spacca marroni!? Non è poi questo gran
lenamento per ritenzione di anidride carbonica. Immedia- male. Certo, a me succedeva un po’ troppo spesso di desi-
tamente cercai di tirarmi con la mano sinistra lungo il timo- derare un teletrasporto al futuro, magari non di giorni o
ne, per uscire da là sotto. Sapevo che non potevo farmi settimane ma anche anni dopo... E questo non era bene.

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Sentivo il peso della tonnara e, in attesa di morire, mi bile era gonfiato con un bombolino aggiuntivo, da un litro
flashavano in testa momenti infernali in cui non avevo mol- e mezzo, contenente semplice aria. A quella quota era nar-
lato. cotica. Fresca, priva di elio, mi ottenebrò leggermente la
Cominciai piano a scavare sotto di me, a cercare di apri- mente sconvolta dal terrore, con l’effetto di desensibilizzar-
re un varco per le braccia. La sinistra era bloccata, l’avevo la. Continuai a respirare dentro la sacca, immettendo anco-
stesa per fare presa sul timone e ora non aveva gioco. Con ra aria dal bombolino, mentre scavavo senza più convinzio-
la destra riuscii ad arrivare alla fibbia dello spallaccio ne e in modo scoordinato ma, senza accorgermene, sempre
destro e poi a quella della cintura, aprendoli. Dovevo scava- più sconvolto.
re, liberarmi. Potevo abbandonare le bombole incastrate, Ce la potevo fare, sì, ce la potevo fare, con il braccio libe-
usando la frusta dell’erogatore, lunga quasi due metri, per ro avevo raggiunto le fibbie sul petto e alla cintura e stavo
assicurarmi di respirare finché fossi uscito da quella trappo- liberando il corpo da quell’attrezzatura divenuta una trap-
la. Avrei provato poi a tiranni appresso il bibo, oppure a pola mortale. Avevo aperto un varco anche nel fango e
raggiungere in apnea le bombole decompressive e respira- cominciai a spingere, a tirare, a muovermi freneticamente
re da quelle, schizzando verso la superficie lungo la cima, per schizzare fuori da quella tomba.
fino a una quota non pericolosa. La terza scossa arrivò subitanea, staccandomi di bocca la
Potevo farcela, mi dissi, dovevo solo restare calmo. plastica e riempendomela insieme ai polmoni di acqua
Mentre aprivo nel fango un buco sempre più ampio, sen- mista a melma.
tii il secondo stadio farsi duro in bocca. I gas stavano finen- Il corpo si contrasse. Sussultò sotto gli spasmi, mentre
do. Continuai a scavare trattenendo il respiro, facendo annegavo.
delle brevi apnee che mi consentissero di ridurre il consu- Non vidi colare a picco la barca di Alessandro, travolta
mo di gas senza andare in affanno, rovinando quel misero dalla gigantesca ondata provocata dal maremoto. Si spezzò
risparmio con successive boccate a pieni polmoni. Riuscii a urtando la struttura d’acciaio della Stella del Mare e seppellì
far scivolare appena sulla destra il bibombola e a conquista- per l’eternità i miei resti nel fondo fangoso.
re un po’ di spazio. Liberai il braccio sinistro. Nello stesso
istante sentii un velo nero scendermi sugli occhi. Non lo
vedevo, lo sentivo, come una saracinesca che scende striden-
do. Un singulto per la fame d’aria mi scosse il petto. Tenni
duro, arrivando con la mano destra all’estremità del corru-
gato opposto, che comandava l’ingresso e il deflusso dei
gas nella sacca di galleggiamento. Con un gesto frenetico
sputai l’erogatore e lo sostituii con il boccaglio del tubo
flessibile, premendo il pulsantino di comando. Mi costrinsi
a soffiare i pochi gas ancora nei polmoni dentro la camera
di lattice, per non sprecarli, e poi inspirai. Quella miscela
di gas viziato dall’anidride carbonica entrò dentro il mio
corpo come una benedizione. Il giubbotto ad assetto varia-

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Motivazione 2° classificato

Domenico Strangio
Il tono iniziale del racconto, lieve e irriverente, ricco di espressioni
vicine al parlato giovanile partenopeo, non farebbe supporre il suc-
cessivo sviluppo drammatico. Il ritmo si fa sempre più serrato man
mano che l’autore ci fa immergere, concretamente, a oltre ottanta
metri di profondità, in un mondo privo di luce, là dove si svolgo- Una storia minima
no attività ad alto rischio e dove a separare la vita dalla morte sono
solo una manciata di secondi e le miscele speciali dei respiratori.
Il lettore è coinvolto sempre di più in un’atmosfera oppressiva e Era novembre e nel segno dello scorpione quando, senza
claustrofobica e si trova a condividere con il protagonista la folle clamore alcuno, sono nato in una casa di pietra, incastona-
paura di morire “schiacciato” fra il fondo fangoso e il peso del ta in quel cavo di mano che è la parte più tranquilla e
relitto che deve recuperare. L’abilità dello scrittore fa sì che la mediana di un grazioso paese dell’entroterra ionico.
situazione precipiti all’improvviso per un imprevedibile evento Un nido di rondine quel borgo grecanico per come è
catastrofico (un’eruzione vulcanica con conseguenti terremoto e appiccicato al fianco della montagna, la quale, protettiva
maremoto), quando tutto faceva presupporre che il protagonista si più di una madre col proprio figlio, lo ammanta con un
sarebbe salvato. drappo regale verde-argento, trapunto di lentischi, di quer-
Tutto il racconto va letto, dunque, come una sorta di retrospet- ce e di ulivi per ripararlo dalle intemperie di ogni tempo e,
tiva dall’al di là, come accadeva in un recente e fortunato film, magari fosse, di ogni sorta.
American Beauty. Scritto in una prosa concisa ed essenziale, con La mia casa nativa nella ruga Fontanella era tanto digni-
una terminologia subacquea di capillare esattezza che fa presup- tosa quanto umile; oggi purtroppo non c’è più e al suo
porre, da parte dell’autore, una conoscenza diretta, il racconto si posto uno slargo anonimo.
distingue per l’originalità e la precisione del referto. Sulla porta di rovere, cigolante su vecchi cardini arruggi-
niti, e a malapena trattenuta da stipiti instabili, no, non era
stato appeso un fiocco azzurro, annunziante il maschio; in-
vece, per antica consuetudine adornavano la linda facciata,
spruzzata di calce, resta di aglio, contro l’influsso di sguar-
di malefici; e cipolle intrecciate da abili mani, e piante di
peperoncino con le cime verso terra, cariche di frutti mul-
ticolore.
Fui svezzato da subito da mia madre, poiché affetta da
dolorosissima mastite, e sono stato allevato con il latte di
asina, simile a quello umano. E ho pure succhiato al seno
generoso di Demetra dai capezzoli eretti e frementi, e gros-

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si quanto bottoni di reggimentale pastrano, d’ambra velati. E sono stato un fratino con i Francescani, diligente e di
Dal paziente animale ho preso la modestia e la testardaggi- fede; poi un bersagliere imboscato, dal passo silenzioso e
ne e l’attitudine al lavoro; dalle due mamme ho ereditato felpato come quello dei felini. Tuttora un carcerato, che
l’altruismo e la bontà e l’amore per il bello. sebbene bastonato dalla malasorte, sono ancor di più fiero
Il terzo figlio di Demetra si chiama Andrea ed è nato della mia rafforzata dignità di uomo, a volte anarchico e
nello stesso giorno in cui sono nato io. Tutti e due ci con- ribelle, ma quasi sempre dolce, mansueto, onesto. Comun-
sideriamo fratelli gemelli, e abbiamo formato coppia fissa que e in ogni frangente dalla parte degli ultimi, perché io
da sempre. mi considero l’ultimo in tutto. Un minimo di uomo, ricco
Alle elementari per noi due il frequentare la scuola era solo del mio proprio sentire.
addirittura un rischio, comunque un sacrificio enorme; Non ho frequentato regolarmente la scuola primaria,
infatti per nulla era un piacere il doverci ritrovare in classi però ho potuto accedere lo stesso a quelle superiori, addi-
miste numerose, con alunni più grandi di noi anche di tre rittura all’Università: quella del carcere per più di sei lustri.
o quattro anni. Prepotenti e selvagge le femmine si impo- Ho studiato e mi sono laureato a pieni voti in Antropologia
nevano con graffi e invettive; i maschi con spintoni e calci, e Sociologia; in Criminologia e Diritto comparato; soprat-
e a volte compariva spavaldamente un temperino appunti- tutto in Diritto “negato” da altri e specialmente dallo Stato.
to e tagliente per dissuadere una possibile velleità. Nella fortezza borbonica imprendibile e inviolata, difesa
Del resto la nostra modesta statura, a quella età specie, da muraglioni e bastioni a strapiombo nelle acque azzurre
non ci permetteva affatto di difenderci: dovevamo soltanto del mare, ho tenuto cattedra a Procida, piccola isola del
subire o marinare la scuola; e ciò accadeva in modo costan- golfo di Napoli, non altro che uno sputo di millenni addie-
te e regolare e nessuno se ne accorgeva; a nessuno impor- tro di un vulcano insofferente. Oggi fertile terra di limone-
tava alcunché. ti rinomati, tanto sonnacchiosa, affatto sconvolta, ma quasi
Compiuti gli undici anni la mia strada viene da altri cullata dagli incessanti sussulti e sbuffi flegrei.
biforcata da quella di Andrea; e ancora nel mese dello scor- Ho soggiornato a lungo nelle ottocentesche Nuove di
pione così traumatico ed esigente, ho lasciato il paese Torino, dove le celle erano piene zeppe di brigatisti, i quali
natio, o meglio da esso sono stato allontanato con l’ingan- si vantavano, con ostentato orgoglio e ripugnante invere-
no e da parte mia in un pianto dirotto. Infatti mi cadevano condia, di aver usato il corpo delle vittime come messaggio,
le lacrime a quattro a quattro a riempire gli abissi e i singul- come proclama.
ti mi serravano la gola disperatamente. Stravolto, non sono Torino, città sabauda dai monumentali palazzi reali dove
riuscito a scorgere affatto l’amaro destino che mi avrebbe i giudici a loro volta con laida e inaccettabile mancanza di
travolto e accompagnato, come fossi io un armeno in dia- pudore, e pure privi di umano e retto senso della giustizia,
spora, ramingo e quasi folle in un viaggio senza fine, lonta- con la clava tra le mani contraccambiavano con botte da
no da casa. orbi, usando i tribunali per condanne sommarie; usando le
Proprio allora iniziava la mia carriera; e mi si dava l’avvio persone da processare come monito ed esempio a tutti gli
a un interminabile peregrinare per l’Italia tutta, da percor- altri.
rere in lungo e in largo, da sud a nord tra collegi vari, caser- Brigatisti e giudici così tanto diversi, così tanto simili; a
me per la leva, e luoghi di infinita pena. me era quasi impossibile distinguerli e non disprezzarli.

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Ho insegnato a Poggioreale di Napoli, prestigiosa sede carnaio dove ogni anno molti detenuti, senza tronchesina
universitaria per morti viventi, per anime dannate, proprio recidono l’esile filo della speranza e disperati si appendono
nel periodo più cruento di una spietata guerra stracittadi- in controluce con strisce di lenzuolo alle sbarre di una fine-
na; e capitava, uscendo per l’ora d’aria nei cortili, casual- stra; nel silenzio più assoluto, imposto, nulla trapela all’e-
mente di inciampare in una mitraglietta e si doveva far sterno, e per la valle un tempo magnificata dal Poverello,
finta di niente, forse per prudenza, oppure per viltà, o sol- oggi stramaledetta dai poveri cristi, lì deportati da ogni
tanto per innato istinto di sopravvivenza. regione d’Italia, lugubre e pietoso si diffonde lo stridio di
Sono stato pure all’Ucciardone di Palermo, lì come sem- uccelli notturni, nell’afosa condensa estiva.
plice studente fuori corso, perché da subito mi sono ritro- Ho vagato per più di quaranta istituti di pena, e quasi
vato in fondo a una nuda cella, dopo un gratuito e violen- tutti non li ricordo; in alcuni ho studiato e appreso, in altri
to pestaggio da parte delle guardie schierate lungo le pare- ho insegnato e dato. Ovunque, però, ho avuto occhi atten-
ti del corridoio che dall’ufficio matricola porta all’isola- ti per osservare fino a quale stato può condurre l’abbruti-
mento. mento, la disperazione, l’ottusità dell’essere umano, avvol-
Un benvenuto da persona di riguardo; un trattamento to nelle nebbie dell’alcol, inaridito dall’abbandono dei
che sapeva tanto di caponata per le “melanzane”, lividoni familiari, trafitto dalla crudeltà della giustizia ingiusta, an-
turchini cupi su tutto il corpo, che dopo settimane si sono nullato dal rimbambimento provocato dai farmaci, che
schiariti; e che però sono sempre più violacei e più vivi vengono somministrati a iosa da personale senza cuore, ma
nella mia mente. dal camice immacolato.
L’ineffabile medico che mi ha visitato qualche ora più In verità ho pure visto uomini simili al più indurito palo
tardi, beffardo mi domandava se fossi scivolato per le scale, di cruento patibolo, i quali, toccati da linfa divina, hanno
ma nulla riportava sul referto. Ugualmente si comportava- saputo ricredersi e reagire positivamente; così hanno
no e lo psicologo e l’educatore; davvero cieche e pavide cominciato a rigermogliare, maestosi alberi sui viali di una
queste unità organiche di un sistema da smantellare. nuova esistenza, nella incredulità di quei falsi filosofi-edu-
In quella fetida cella d’isolamento il giorno dopo, come catori che anziché aiutarli nella rinascita non concedevano
una folgore mi atterriva e mi illuminava un graffito anoni- loro l’assenso e il credito perché accecati dalla errata con-
mo: “La peggiore galera è la vita, perché per evadere devi vinzione, quella dell’impossibile ravvedimento.
crepare”. In carcere la vera sofferenza dei condannati è l’essere
I solchi, incavati più o meno profondamente nella pare- isolati e non creduti; sì, è la solitudine l’acido muriatico che
te, quella di fronte alla porta, erano umidi di sangue non corrode l’anima; quel senso di esclusione dalla società
ancora aggrumato. esterna che viene inteso come rifiuto, come vomitevole
Sono tuttora a Spoleto, adorna di trini e di purpuree vesti rigetto e che li rende inutili.
ducali, sfarzosa e distaccata e anche del tutto estranea, lon- Ormai sono vecchio di anni e di affanni; da tempo ho
tana e insensibile ai numerosi voli suicidi dal suo Ponte, deposto le armi, e quel viaggio per l’Italia sta per volgere al
oggigiorno fantastico e incredibile e pure privo di rete di termine. Per quella data cercherò di farmi trovare pieno
protezione, cantato da un Goethe affascinato. Spoleto, con dell’entusiasmo della gioventù e del primo importante
il suo carcere modello, che altro non è che un immondo appuntamento.

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Nel magico scenario dell’autunno, e ancora una volta E giungerà la sera; il cielo sarà pulito, soltanto qualche
nel mese dello scorpione, segno battagliero e capace di cirro solitario vagherà distratto contro le alte cime viola di
grandi passioni, lascerò cadere a goccia a goccia le pene Montalto in un imporporato di fiaba. Le ombre si allunghe-
della lunga carcerazione nella brocca della nuova esistenza, ranno prepotenti su tutta la valle fino al mare, e la distesa
per non averne più sentore e memoria. E nel solco profon- di oleandri in fiore, più bella di un quadro di Van Gogh, dai
do, tracciato per decenni dall’inesorabile vomere della sof- colori rosa tenue, rosso fuoco e bianco brillante scompari-
ferenza, un granello di senape getterò e certamente rina- rà sotto un grande manto blu. Tutto intorno sarà pace, e io
scerò migliore. Senza odio guarderò il passato, senza alcu- mi addormenterò dopo il tramonto per risvegliarmi nell’e-
na acrimonia sarà il mio parlare nel presente; con buona ternità.
volontà e infinita speranza mi proietterò verso il futuro. E per me finalmente dopo tutto “si è fatta luce come il
E finalmente farò ritorno, rinnovato nello spirito e muta- giorno sopra la terra, e l’oscurità è passata. E vi sarà una
to nel corpo, al paese natale, che nel frattempo nella parte luce infinita”. Libro di Enoch.
più suggestiva e storica è diventato un presepe in abbando-
no; di certo non contemplerò nelle case basse e di pietra
quelle piccole luci delle tremolanti fiammelle dei lumi a
petrolio; e le dere scoppiettanti, scaglie resinose di pino
non avvieranno più i focolari spenti e il fumo nero non sca-
lerà i comignoli al tramonto; e i vicoli saranno bui e in-
transitabili, irrigiditi come i capillari di un corpo morto da
tempo.
Quelle fiammelle non bucheranno più l’oscurità della
notte fonda e tutto sarà ovattato di silenzio, tutto sarà
sospinto nell’oblio del tempo, mentre l’edera rigogliosa
fagocita ogni muro e cornicione, ogni balcone e solaio e i
fichi selvatici svettano imponenti, gigantesche sentinelle
mute di un mondo in avanzata rovina.
Non rivedrò la mia vecchia casa di pietra. Ormai non c’è
più.
Dimorerò, invece, verso il piano in una nuova casa di mat-
toni forati, molto più spaziosa e comoda, ma di sicuro meno
attraente e calda. E nel giardino retrostante pianterò un gio-
vane ulivo, simbolo di pace fin dall’antichità, lento nella cre-
scita e profondo e tenace nel radicamento anche nei terreni
più ostili come può essere il cuore dell’uomo. E come quella
piccola pianta mi sentirò attaccato alla terra, alla mia terra,
per amarla e per essere amato per sempre da lei, madre.

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Motivazione Il 3° premio non è stato assegnato

L’autore inizia evocando i primi anni della sua vita, a partire


dalla nascita in un borgo della Calabria ionica, fuori dal tempo,
sospeso in un’atmosfera dalle arcaiche suggestioni. Poi il forzato
abbandono, l’iniziale disorientamento, le varie esperienze esisten-
ziali e, infine, quella più traumatizzante, che dura tuttora: il car-
cere. Trenta lunghissimi anni trascorsi in quaranta diversi istitu-
ti di pena. Qui, alla dura università delle galere, ha avuto ogni
possibilità di apprendere e insegnare, ha visto e subito torti là dove
la giustizia dovrebbe essere applicata in maniera imparziale, ha
constatato come una lunga detenzione, con la solitudine che ne
deriva, può distruggere ogni residuo barlume di umanità e porta-
re all’abbrutimento, all’autodistruzione. Ma ha anche osservato
qualcuno rialzarsi con la forte volontà di rinascere a nuova vita.
Il nostro protagonista non ha mai abdicato al suo essere più pro-
fondo, alla sua capacità di conservare la propria integrità. D’al-
tronde, come recita una scritta sul muro di una cella: “La galera
peggiore è la vita, perchè per evadere devi crepare”. Per lui il fine
pena è imminente e sarà come tornare indietro nel tempo, immer-
gersi, come una volta, nel seno accogliente, protettivo del suo paese
nativo in cui potrà, finalmente, “addormentarsi per svegliarsi nel-
l’eternità”.
Racconto ben costruito, dal linguaggio sapientemente controllato
anche quando, non di rado, sfiora toni aulici, pervaso da un senso
di profonda dignità e dove non c’è spazio per possibili rimpianti né
per comprensibili sentimenti di odio o di rivalsa. Domina su tutto
l’amore profondo per la propria terra, il cui ricordo sembra essere La premiazione del 2009 a Volterra
stata l’unica cosa che gli ha consentito di restare vivo “dentro”. con Ernesto Ferrero.

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La premiazione del 2009 a Volterra. La premiazione del 2009 a Volterra.
La premiazione del 2009 a Volterra. La premiazione del 2009 a Volterra.
La premiazione del 2009 a Volterra. La premiazione del 2007 a San Vittore con Veronica Pivetti
ed Ernesto Ferrero.
Opere segnalate

Roma, 2004: momenti della premiazione con Margaret Mazzantini.


Francesco Felici La mia Napoli, dunque, non è solo quella che descrivono i
giornali o qualche libro denigratorio fatto per il solo scopo
di lucro, senza avere rispetto per una città che, anche se
martoriata, ha sempre saputo risorgere, come è risorta
dalle ceneri la città di Pompei grazie alla sua gente.
La mia Napoli
La mia Napoli è quella dei monumenti storici: il Cristo
Velato, il museo di Capodimonte, palazzo reale, o le porcel-
La Napoli che vorrei farvi conoscere è diversa da quella lane di Capodimonte conosciute in tutto il mondo, il Duo-
descritta sui giornali e telegiornali, che ne fanno una città mo, che è la chiesa di San Gennaro, il Santo patrono che
pericolosa e insicura. periodicamente scioglie il sangue custodito in due ampol-
le; questo è per noi segno di buon auspicio per i mesi che
La mia Napoli è quella della gente che lavora, che si sacri- verranno. Molti scienziati illustri hanno tentato di spiegare
fica ogni giorno per arrivare alla fine del mese ed è costret- l’inspiegabile, con preparati chimici o con dei surrogati,
ta a inventarsi qualsiasi cosa per tirare avanti; questo ha tutti hanno fallito miseramente poiché, anche se è possibi-
fatto sì che i Napoletani si siano specializzati a inventarsi i le far sciogliere con una certa manipolazione un materiale
lavori più disparati: i lustrascarpe – famosi sciuscià – ragaz- che sembra sangue, alla fine è solo una simulazione che
zini che nel dopoguerra si erano inventati un mestiere per per noi Napoletani non è altro che un’altra offesa alle
aiutare le famiglie, il guardamacchine, il posteggiatore che nostre credenze, alla nostra fede nel Santo Patrono; ai
canta piccole canzoni d’amore alle coppie fuori dai risto- nostri costumi, alle nostre usanze, come quella di mischia-
ranti del lungomare, o la bambina che vende fiori agli inna- re il sacro con il profano; crediamo nei Santi ma nello stes-
morati, sono mestieri nati dall’esigenza e dalla fame di chi so momento abbiamo tutti un piccolo corno in tasca per il
aveva una famiglia numerosa alle spalle e la sera rientran- malocchio, non si sa mai, a Napoli si dice: non è vero ma ci
do a casa non poteva presentarsi a mani vuote. credo!!!

La mia Napoli è quella delle stradine del centro storico, Come dice la celebre canzone “a città e puticenella” mi pia-
dove ci sono ancora quegli artigiani che hanno conservato cerebbe accompagnarvi vicolo per vicolo solo a voi che
le antiche tradizioni e le tramandano da padre in figlio, siete amici e non nemici di questa città, portandovi a vede-
come quello di fabbricare pastori per il presepe; questa è re, ad ammirare le bellezze della mia Napoli, le sfogliatelle
una vera arte, che hanno gli artigiani di San Gregorio calde alla ferrovia, oppure il babà da Bellavita, un famoso
Armeno, sono famosi in tutto il mondo, come anche gli bar del centro, senza trascurare i taralli caldi di Fortunato,
artigiani del corallo di Torre del Greco che fino a pochi sugna e pepe.
anni fa lavoravano tutti nelle case, così in ogni famigliola
c’era qualcuno che lavorava il corallo, partecipavano a que- Vorrei accompagnarvi a vedere gli artigiani che lavorano
st’attività le persone anziane e i bambini che aiutavano i l’oro nella zona degli orefici, dove in ogni piccola bottega
grandi a infilare perline. c’è un banchetto con un uomo intento a incastrare una pic-

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cola pietra preziosa su un anello; vi porterei a vedere le Castel dell’Ovo e il suo borgo marinaio, ci sono tanti risto-
chiese di Napoli che sono di una rara bellezza, basti pensa- ranti tipici come la Bersagliera o il ristorante da Zi’ Teresa,
re che per ognuna di essa un cantante celebre ne ha che credo siano i più vecchi di Napoli.
descritto le sue lodi, tra le più famose ricordiamo Mona-
stero e Santa Chiara, e “a chiesa do Gesù”. Anticamente sul lungomare, quando si apriva un nuovo
bar, era consuetudine buttare le chiavi in mare, perché in
Vi accompagnerei a bere un caffè al bar dell’università, quella zona i locali rimanevano aperti giorno e notte,
dedicato a tutti gli studenti, ricordato in un’altra canzone prima per servire i giovani che vivevano la Napoli di notte
napoletana, dove tutte le persone della provincia ricordano e poi per servire i primi avventori che si recavano al lavoro.
gli anni verdi in cui da studenti hanno vissuto a Napoli, e
frequentavano la Federico II, e come una sorta di equili- Qualche piccolo locale ha conservato queste usanze, così di
brio non scritto da nessuna parte, ecco che come per notte in alcuni bar ci trovi di tutto, dal ducciotto al biberon
incanto, per non essere da meno, nasce anche il caffè del per i bambini, alla scatola di alka seltzer o di tachipirina
professore, un bar a via Chiaia (strada della Napoli bene) onde evitare che uno sia costretto a girare tutta la notte in
dedicato ai professori. cerca di una farmacia di turno.

La mia Napoli è quella d’interi quartieri ove tutti si cono- Mi piacerebbe che i telegiornali, quando parlano della mia
scono e si comportano come una vera famiglia, interessan- città, dessero almeno una notizia buona, che parlassero
dosi gli uni degli altri, non come in quelle città del nord della Napoli che lavora e non solo di cronaca nera, sarebbe
dove si vive per anni in un condominio senza sapere chi è bello se mettessero in risalto i nostri cantieri navali che sono
il nostro vicino di casa, da noi, se ci manca lo zucchero o il il fiore all’occhiello della nautica italiana, o dei nostri stilisti
caffè, si chiede al vicino di casa che è sempre disponibile come Marinella che esporta cravatte in tutto il mondo, o
perché sa benissimo che domani potrà averne bisogno lui come tanti piccoli imprenditori che con i loro sacrifici
e tu gli ricambierai il favore. fanno di tutto per invertire la tendenza e per convincere i
più scettici, dimostrando che la gente che lavora è molto
Da noi è un piacere offrire il caffè ai vicini, è una vera tra- più numerosa di quella che delinque; magari è meno inte-
dizione, perché è un modo per fermarsi a parlare per di- ressante per i più, non fa notizia, ma io che in quella terra
scutere delle vicissitudini del giorno prima, di interessarsi ci sono nato e ho fatto il giro del mondo, sono certo che se
degli altri inquilini del palazzo proprio come se fossero a tanti giovani venisse offerta una possibilità, un posto di
gente di famiglia, magari che so, anche fare qualche sano lavoro, che gli consentisse di poter tirare avanti la famiglia,
pettegolezzo, che, si sa, le donne fanno spesso nei loro dis- sicuramente non sarebbero costretti a delinquere.
corsi.
Siamo stati spesso traditi dai nostri politici che, una volta
Vorrei andare infine sul lungomare di via Caracciolo, che ottenuto il potere grazie ai voti della povera gente, ha pen-
di sera è tutto illuminato e fuori agli chalet si può gustare sato solo al proprio interesse, tradendo non solo il proprio
un ottimo gelato o un maxi frullato, possiamo visitare il elettorato, ma la propria gente, le proprie radici.

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È notizia di questi ultimi tempi di una giunta comunale Valentino Robustelli
completamente inquisita, ma come se tutto ciò fosse la cosa
più normale di questo mondo; si procede con un semplice
rimpasto e tutto rimane come prima, anche questo episo-
dio che in altri luoghi avrebbe suscitato scalpore, a Napoli
è tutto normale cosicché la gente finisce per abituarsi a Se potessi scrivere
certi disagi come una sorta di rassegnazione e tira a campa-
re dicendosi una frase storica citata dai grande Eduardo De
Filippo: “Adda passà a nuttata”. Parte prima
Consapevolezza

Mi chiamo Elisa, ho gli occhi chiusi e non riesco a muover-


mi da poco più di dieci anni. Ho un costante prurito alla
gola provocato dalla cannuccia che serve ad alimentarmi.
Non ho bisogno di sofisticate macchine per restare al di
qua della linea, mi basta questo fastidioso tubicino. Tanto
lo amo e tanto lo odio, confesso.
Dopo tutto questo tempo conosco perfettamente la mia
situazione, i dottori parlano molto intorno al mio letto, io
li ascolto non potendo fare altrimenti.
Ho avuto un incidente d’auto il giorno del mio ventesi-
mo compleanno e questo non lo so per sentito dire, ma lo
ricordo oggi come allora, oggi come ogni giorno da allora.
Sono caduta immediatamente in coma e ne sono uscita
poco dopo per trovarmi poi in uno stato vegetativo perma-
nente.
Per-ma-nen-te.
Non provo dolore fisico, non più, suppongo di essere co-
stantemente imbottita di antidolorifici, in fondo questi aghi
che entrano nelle mie vene dovranno servire a qualcosa.
All’inizio della mia nuova vita, diciamo per i primi tre o
quattro mesi, provavo vergogna per molte cose. Non era
piacevole farmi pulire dei miei stessi escrementi da mani di
lattice sempre diverse, alcune delle quali delicate, altre
rudi, forti e callose nonostante i guanti, ma poi, non aven-
do scelta, ho fatto l’abitudine anche a questo. Tutte le mat-

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tine dopo il bagno una donna piega le giunture scricchio- letto. La mia deficienza nelle scelte mi infastidisce molto di
lanti del mio corpo e in quei momenti sì che sento delle più della mia mancanza motoria. I dottori credono che io
fitte dolorose salirmi fino al cervello. Nemmeno questo mi non possa sentire alcunché, ma la tv è lì, quasi sempre acce-
dà più fastidio, al contrario. Quando arriva l’ora della gin- sa, a tenermi informata su tante cose che non vorrei sentire
nastica sono contenta perché le donne spesso canticchiano e che mi danno da pensare più di quanto vorrei.
e mi tengono compagnia senza saperlo. Io c’ero l’11 settembre, ho immaginato i due grossi aerei
schiantarsi, ho “visto” le torri prendere fuoco e poi crolla-
Ricevo molte visite di amici e parenti, mamma e papà mi re. Ho festeggiato con tutti gli italiani la vittoria del mon-
parlano e mi accarezzano le mani e il viso almeno una volta diale, il frastuono della gente e i clacson impazziti sono
al giorno. Vorrei poter parlare loro anche solo una volta per arrivati fino a qui. Pochi giorni fa ho udito la notizia dell’in-
ringraziarli della loro affettuosa costanza. Anche gli amici sediamento di un nero alla Casa Bianca. Mi sembra più
più intimi non mancano di farmi sentire il loro amore, ven- incredibile di ogni altro avvenimento, compresi attacchi
gono a trovarmi con cadenze irregolari che sanno sempre terroristici, guerre, massacri.
di sorpresa, mi parlano, mi fanno forza, mi fanno sentire
bene, nonostante tutto.
Marta è la mia più cara amica, viene a trovarmi una volta Parte seconda
a settimana e da allora non ne ha saltata una che sia una, Illogicità
l’adoro e mi spiace che si senta in colpa ancora oggi per i
nostri destini così diversi diramati dallo stesso avvenimen- I tg hanno cominciato a parlare di me.
to. Marta era in macchina con me quando ho perso il con- La mia stanza non è più quel luogo tranquillo di prima,
trollo. È assurdo che lei se ne faccia una colpa, ma non ho sentito liti, una perfino violenta tra due persone a me
posso farglielo capire in nessun modo. sconosciute, appena oltre la porta della mia stanza. Un
Oltre a Marta c’è un’altra persona speciale che mi sta uomo voleva farmi morire, l’altro voleva tenermi in vita e
seguendo, si chiama Silvia e prima dell’incidente non era- mentre urlava minacciava il primo dicendogli che lui sareb-
vamo molto legate. Evidentemente mi sono persa una gran- be stata la persona da ammazzare. Se io avessi avuto la paro-
de amicizia. Quando si dice che la vita è strana si intende la sarei rimasta comunque senza.
forse questo? Le visite dei miei genitori sono prima diminuite, poi si
sono interrotte, gli amici non si sono più presentati e pure
So quasi sempre che ora è, sempre conosco la data del gior- la ginnastica mattutina è terminata. Dopo alcuni giorni di
no che sto vivendo. Così come i medici anche gli infermie- ignoranza ho finalmente saputo la verità ancora una volta
ri e gli inservienti parlano molto tra di loro e poi… e poi grazie alla televisione. Due vigilanti piantonano da giorni la
c’è la tv. porta della mia camera perché la mia situazione è diventa-
L’idea di piazzare un televisore nella stanza è venuta ai ta un gigantesco caso mediatico. I miei genitori sono sem-
miei genitori. Tante volte il suo audio mi tiene compagnia e pre più impegnati a scappare dai giornalisti per riuscire a
riesce quasi a rallegrarmi, tante altre vorrei alzarmi solo per seguirmi da vicino. Telegiornali, speciali, talk show, anche
lanciarla fuori dalla finestra per poi tornarmene nel mio le trasmissioni comiche, tutto parla di me, c’è chi vuole che

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io continui a essere nutrita come fino a oggi perché la vita fame provoca dolori strazianti. C’è agitazione nell’ospeda-
è vita, sempre e comunque; c’è chi vuole interrompere l’a- le, mi infastidisce. Stanotte ho sentito gli occhi umidi e una
limentazione per farmi smettere di soffrire. lacrima che tentava di uscire, non mi era mai successo.
Il nuovo papa (per me sarà sempre il nuovo papa, dopo In questi ultimi giorni sento il mio corpo diverso, ma
la scomparsa di Wojtila) ha detto che mi ama; il presidente non provo dolore. Poco fa mi hanno tolto la cannuccia e
della Repubblica mi vuole felice; quello del Consiglio vuole non me l’hanno più inserita come facevano durante la sua
una nuova legge per me e per tutte le altre persone che si sostituzione.
trovano nel mio stato; mia mamma, dicono i giornalisti, mi
vuole con se; mio padre, sempre secondo i cronisti, prefe- Tra poco morirò.
rirebbe vedermi lassù, dove starei sicuramente meglio. Questo lunghissimo conto alla rovescia mi fa sentire più
Tutti si stringono intorno a me e alla mia famiglia, perlo- una condannata a morte che una donna con la necessità di
meno così dicono i personaggi nelle interviste. Io penso perire, ma la morte non mi spaventa più, sono già troppo
che qualcuno riesca ad approfittare anche della mia situa- spaventata dall’incoerenza dell’essere umano.
zione, fanno share, così si dice, altri guadagnano elettori.
E io mi sento ogni giorno più piccola, sempre più schiac-
ciata dal mondo che sta oltre questa stanza. Quello che Varese, 17 marzo 2009
voglio io però non lo sa nessuno; quello che voglio io, ed è Dedicato alla memoria di Eluana Englaro
ancora più triste, non lo so nemmeno io. E bello sapere di Dedicato alla memoria di Peppe Robustelli
essere ancora amata da chi già mi amava prima, ma è
orrendo non avere la possibilità di contraccambiare.
Vivo e sono felice per questo, tanti altri non ce la fanno
e muoiono, ma è anche vero che sono immobile e senza
alcuna possibilità di arbitrio.
Cosa vorrei adesso? Vorrei che mi lasciassero sola, per-
ché è proprio questa attenzione non richiesta che non mi
fa più dormire, che ha allontanato da me tutte le persone
che voglio vicine, che mi fa soffrire più del mio stato fisico.

Parte terza
Arbitrio

Hanno scelto.
Un cronista in tv dice che i medici ridurranno la quanti-
tà di cibo poco alla volta fino a procurarmi la morte, mi
daranno molti sedativi e antidolorifici perché morire di

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Giovanni Arcuri rapporti di parentela con il recluso che si andava a visitare,
a differenza della maggior parte delle carceri europee. In
seguito seppi che le fughe erano lo stesso all’ordine del
giorno e la corruzione, ai massimi livelli, comprendeva
anche l’acquisto del timbro giornaliero, di giacche, ed
L’inferno eventuali documenti di riconoscimento lasciati all’ingresso
da parte dei funzionari corrotti.
Tutto aveva un prezzo.
Il carcere “La Pianta” di Caracas è uno dei peggiori di tutta Entrai così in un mondo allucinante che non avrei mai
l’America Latina. pensato potesse esistere nella realtà del ventunesimo seco-
Avrei dovuto recarmi a visitare il direttore della mia lo. Durante il percorso per arrivare al padiglione del mio
banca, arrestato poche settimane prima per aver deviato un uomo tentarono di vendermi di tutto: dalla coca alla mari-
trasferimento di notevole importo dagli Stati Uniti a un juana, da peluche artigianali a liquori di contrabbando; c’e-
conto da lui controllato in un paradiso fiscale. Per sua sfor- rano anche delle prostitute che contrattavano con i detenu-
tuna, l’impiegato addetto alle operazioni internazionali, ti per pochi soldi... Un’anarchia totale, un submondo inde-
invece di allontanarsi dal Paese come previsto nei loro scrivibile dove vigeva la legge dei detenuti e non delle guar-
accordi, si era fatto arrestare in una casa di piacere di lusso die, le quali entravano nel penitenziario esclusivamente per
sull’isola Margarita e subito dopo aveva cominciato a rac- la conta mattutina e serale.
contare agli inquirenti tutti i dettagli dell’operazione. Era terra di nessuno dove comandava il più forte, il pote-
Dopo quarantotto ore, il mio amico e direttore di banca re interno si conquistava con la violenza e il terrore.
di uno degli istituti di credito più importanti della capitale Un odore nauseabondo di immondizia misto a orina mi
venezuelana era stato arrestato dagli uomini della PTJ (la investì immediatamente dopo aver varcato il primo corri-
polizia giudiziaria) e condotto nel famigerato carcere ubi- doio.
cato nel centro di Caracas. Mi sembrava di vivere uno di quei film ambientati nel
Quel sabato mattina, come tutti i giorni di colloquio, fuori futuro dopo la catastrofe nucleare tipo Mad Max o giù di lì.
“La Pianta” c’era una fila interminabile di donne, uomini e Un detenuto mulatto alto quasi due metri si materializzò
bambini pieni di borse con cibo, vestiti e quant’altro. davanti a miei occhi subito dopo aver dato il nome della
Un ufficiale della Guardia Nazionale mi stava aspettando persona che andavo a visitare alla guardia d’ingresso. Si
fuori la porta d’ingresso e mi fece entrare evitando così la offrì di scortarmi fino al settore dell’uomo che stavo cercan-
lunga coda. All’entrata, dopo aver lasciato i documenti, do. Nel lungo e tortuoso cammino simile a un inferno dan-
specificando il nome del detenuto che andavo a visitare, mi tesco l’uomo di colore si faceva rispettare con un machete in
applicarono un doppio timbro di riconoscimento sul brac- mano e un’espressione che avrebbe scoraggiato chiunque
cio destro per essere sicuri in uscita che fossi sempre io e avesse avuto cattive intenzioni. I detenuti avevano quasi tutti
non qualche recluso in fuga. Per i visitanti uomini era il telefono cellulare, uomini armati di pistole e coltelli cir-
obbligatorio l’uso della giacca per distinguerli dai detenuti colavano tranquillamente e altri facevano la fila per telefo-
ai quali invece era vietata. Non era indispensabile avere nare da un detenuto che vendeva le chiamate dal suo tele-

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fono mobile a chi ne era sprovvisto. Circolava denaro con- Un uomo magro, tutto vestito di bianco e pieno d’oro,
tante e avvenivano loschi traffici ovunque. Ci facemmo stra- con un altro cellulare in mano, mi sorrise da dietro un tavo-
da tra giocatori di parchis, domino e guaraña (quest’ultimo lo e mi venne incontro. Un altare pieno di statue di santi,
un gioco di dadi con sei numeri e un bicchiere) in una bol- candele, sigari e qualche frutto in offerta era situato alla
gia e grida indescrivibili. A quel punto, non mi sarei mera- mia destra.
vigliato se mi fossi imbattuto nel classico combattimento di Un televisore con videoregistratore era appoggiato su uno
galli. Stranamente non lo trovai, forse preferivano mangiar- sgabello e senza volume proiettava un film pornografico.
seli. Alla fine arrivammo di fronte a una cella dove tre Sul tavolino erano ammassate fasce di banconote e borse
uomini armati davanti la porta avevano un lungo filo al di cocaina uguali a quelle che avevo visto appese al collo
collo da cui pendevano piccole borse di plastica contenen- degli uomini fuori della sua cella; c’erano anche dei conte-
ti polvere bianca, presumibilmente cocaina, che promuove- nitori di vitamina C pieni di crack.
vano e vendevano a gran voce, tipo mercato rionale. Grida La mia preoccupazione era ai massimi livelli.
di amplessi provenivano da celle adiacenti e un magrissimo “Mi devi scusare per averti fatto portare qui da me; per
fumatore di crack, dopo aver pulito con certosina pazienza ragioni di sicurezza devo sapere chi vuole vedere el Ban-
la carta stagnola della sua piccola pipa, espulse dai polmo- quero prima di permettere la visita di chiunque” disse l’uo-
ni tutto il fumo che aveva a lungo trattenuto e me lo soffiò mo vestito di bianco.
in pieno volto. Prima che io potessi reagire la mia “guardia “Sono un suo amico, non ero in Venezuela quando l’han-
del corpo” gli diede uno spintone di una tale forza che l’os- no arrestato, come ho saputo della sua cattura sono venu-
suto tossicodipendente fece diverse capriole a terra prima to…”
di sbattere definitivamente con la testa al muro. “Come avrai capito nel tragitto per arrivare fin qui que-
“El Santero ti vuole parlare” mi disse uno dei “guardiani” sto luogo ha un tasso di mortalità molto alto e chi non è
fuori la porta. protetto rischia di lasciarci le ‘penne’ nelle prime quaran-
Uno di quelli con le bustine a tracolla entrò e avvisò l’uo- totto ore. Il tuo amico è un uomo intelligente e pur non
mo del nostro arrivo. avendo esperienza carceraria ha capito che apportando un
Prima che potessi chiarire che io dovevo vedere el Ban- piccolo contributo al sottoscritto avrebbe potuto sopravvi-
quero e non el Santero mi ritrovai spintonato all’interno della vere in questo inferno in attesa della sua libertà.”
cella mentre la porta si chiuse contemporaneamente alle “Sono contento che si trovi sotto la tua protezione, io
mie spalle. Una voce autoritaria da dentro gridò di non far farò il possibile per aiutarlo a uscire da questo guaio. Posso
passare nessuno fino a nuovo ordine. vederlo ora?”
La cella era sui sei metri per quattro, alla fine della stan- “Tu sai chi sono?” mi chiese l’uomo squadrandomi da
za c’era un lettone immenso molto alto, circondato da tre capo a piedi prima di rispondermi.
ventilatori che giravano a media velocità. Sul letto era “No, mi dispiace.”
appoggiato un pc d’ultima generazione collegato a un cel- El Santero era un personaggio mitico nelle carceri vene-
lulare per poter navigare in Internet. Alla destra del cusci- zuelane.
no c’era una pistola a tamburo calibro .38 a canna corta, Temuto e rispettato aveva passato più di venti anni dietro
probabilmente una Smith and Wesson. le sbarre cambiando incluso molte carceri. Era sopravvissu-

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to a molteplici cambi di governo, così si chiamavano i colpi “Stai tranquillo, non ti farò alcun male. Per me è impor-
di stato interni, che il più delle volte lasciavano dozzine di tante poter avere degli agganci in un mondo che non cono-
morti sul terreno. Dagli omicidi con armi da fuoco allo sco come per voi sarebbe utile avere degli appoggi nel tor-
smembramento degli arti con il machete o con il medio brazo, bido mondo della delinquenza. La linea che divide i nostri
un coltello di circa sessanta centimetri costruito artigianal- universi è molto sottile. Tra meno di un anno sarò un
mente dagli stessi detenuti. uomo libero. Ho un discreto capitale che mi aspetta e po-
Quotidianamente avvenivano combattimenti degni del tremmo restare in contatto. Fuori, come dentro, ho un
Colosseo per il controllo del commercio della droga e delle esercito alle mie dipendenze. In Paesi come questo è quasi
armi fino ai motivi più futili. La vita umana non aveva alcun indispensabile poter contare con personale di sicurezza af-
valore. fidabile.”
El Santero aveva partecipato alla famosa guerra interna “Magari ne possiamo riparlare in un ambiente più rilas-
avvenuta nel carcere di Barcelona, Puente Ayala, Stato An- sato quando sarai libero” dissi io con cautela e diplomazia.
zoategui, dove il gruppo dei vincitori aveva lasciato nel patio “Bene, il nostro amico comune saprà come rintracciar-
decine di morti e oltre otto teste decapitate con le quali gli mi.”
stessi giocarono a calcio prima dell’arrivo della Guardia Detto questo mi diede una pacca sulla spalla e diede
Nazionale che poi spedì tutti nel carcere di massima sicurez- ordine a uno dei suoi scagnozzi di portarmi al cospetto del
za dell’Eldorado, nella giungla amazzonica venezuelana. La Banquero che era stato già avvisato del mio arrivo.
maggior parte di loro morirono in seguito di malattie tropi- Due celle più avanti, da una porta di colore blu uscirono
cali, torture e denutrizione. Questo abominevole avveni- due ragazze molto belle che sorridenti venivano accompa-
mento fu riportato dai giornali di tutto il mondo. gnate fuori dallo stesso personaggio che mi aveva condotto
El Santero era un sopravvissuto. fin lì. Era la cella del mio amico.
Si presentò e poi pacatamente mi disse: “Bene, non te ne Entrando, lo trovai spaparacchiato in accappatoio su un
faccio una colpa, non appartieni a questo mondo.” lettone immenso con due ventilatori che giravano e un bic-
Mi disse l’uomo guardandomi fisso negli occhi. “Di che chiere di whisky in mano.
cosa ti occupi?” “Ce la spassiamo vedo…” dissi sorridendogli mentre lo
“Più o meno delle stesse cose di cui si occupa il nostro abbracciavo.
comune amico con la differenza che io non lavoro in “Sono felice che tu sia venuto” mi disse commosso.
banca… chiamiamole intermediazioni finanziarie.” “Come stai?”
“Insomma, truffe ad alto livello…” semplificò l’uomo. “Non male. Cerco di ammazzare il tempo nel migliore
“Se proprio vuoi metterla su questo piano, sì.” dei modi.
“E rendono?” Ho tutto quello che voglio ad eccezione della libertà.
“Non mi posso lamentare.” Donne, cibo raffinato, liquori, telefonino, pc e chi più ne
“El Banquero mi ha raccontato di certe operazioni fatte ha più ne metta.
all’estero con l’appoggio di un italiano per diversi milioni Unica clausola: non posso uscire da questo corridoio.”
di dollari… Senza colpo ferire. Sei tu il famoso italiano?” “Ho conosciuto el Santero…”
“Potrei…” “Un personaggio… Mi è costato venticinquemila dollari

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però sono vivo e finché rimarrò qui non mi può toccare avuto una vita agiata e senza problemi in Costarica e ora è
nessuno. Non è un cattivo elemento, ha i suoi principi, le diventato anche infame.”
sue regole e sa come muoversi in questa giungla. Quando “Ormai è inutile piangere sul latte versato, un’altra volta
mi hanno portato qui credevo di vivere un incubo. scegliti meglio i tuoi collaboratori” replicai.
Sparatorie, morti, combattimenti con il coltello sono all’or- Bevemmo dell’ottimo Buchanans invecchiato di diciotto
dine del giorno. La vita umana non vale assolutamente anni e parlammo del più e del meno per circa un’ora.
nulla. Come ho messo piede nel padiglione mi hanno ru- “Allora posso andar via tranquillo?”
bato tutto quello che avevo addosso e stavo per prendermi “Lascio a te le conclusioni, il numero del mio cellulare ce
una pugnalata, poi è intervenuto lui e le cose sono cambia- l’hai, quello del mio avvocato pure… Tieni tutto in caldo.”
te. Ho la mia cella, le mie comodità e la protezione.” L’abbracciai sulla porta mentre la mia guida indigena
“Quando conti di uscire?” era pronta a ricondurmi fuori da quella bolgia il cui chias-
“I miei avvocati stanno trattando con il giudice, è solo so mi rimbombava nelle viscere.
una questione di soldi. Come sai, in questo Paese tutto ha Una volta fuori, un po’ stordito ripensai al luogo da dove
un prezzo. L’operazione Swift che ho deviato mi ha frutta- ero appena uscito. Un mondo a parte, difficile da immagi-
to quasi tre milioni di dollari, tra una storia e l’altra credo nare e ancor meno da credere. Chi in Europa presterebbe
che uscirò da qui con poco più della metà.” fede all’esistenza di certe situazioni? Fantascienza…
“Meglio di niente, e sei vivo.” Il mio amico banchiere uscì prima del previsto e riuscim-
“Come ti sei mosso con quei Bonds a Panama?” mi chiese. mo alla fine dello stesso anno con l’appoggio di un alto
“Bene, ho tutto pronto, ho fatto anche aprire dei conti funzionario della Banca Centrale a effettuare il più grosso
in Europa e alle Isole Vergini Britanniche. Contavo su di te colpo finanziario nella storia del Venezuela ai danni dello
per operare tramite la tua agenzia. Il tuo arresto mi ha Stato.
colto di sorpresa.” Il colpo dei T.E.M.
“Un incidente di percorso. Tre mesi, quattro la massi- I famosi titoli di stabilizzazione monetaria emessi dalla
mo.” Banca Centrale, al portatore, con scadenze quinquennali.
“Ti aspetto allora?” Ne doppiammo una quantità esagerata e con l’appoggio
“Devi. Se non fosse stato per quell’imbecille d’impiegato di alcune banche e case di borsa li negoziammo tutti liqui-
non sarebbe successo nulla. Gli accordi erano che doveva dizzandoli sotto falso nome nell’arco di pochi giorni. Solo
lasciare il paese il giorno dopo la deviazione del bonifico. dopo alcuni anni, alla scadenza dei titoli si accorsero che
Lo so, la polizia ha sempre bisogno di un capro espiatorio, quelli buoni li avevamo cambiati noi e quelli falsi (perfetti:
anche se latitante. Scapolo, con cinquecentomila dollari in fatti con lo stesso materiale, timbri originali inclusi) erano
tasca e con un’altra identità lo avrebbero smesso di cercare in custodia presso la Banca Centrale. Lo scandalo fu strato-
dopo un anno e con gli appoggi politici che abbiamo sferico. Non poterono fare nulla, dovettero incassare il
avremmo anche fatto insabbiare il caso. E invece che ha colpo e rimborsare i clienti. Furono addirittura costretti a
fatto? Si è andato a ubriacare con delle prostitute sull’isola cambiare la legge sulla custodia dei titoli. Attualmente, la
Margarita! Un deficiente che guadagnava trecentocinquan- Banca Centrale Venezuelana non può più tenere in custo-
ta dollari al mese e al quale avevo risolto la vita. Avrebbe dia titoli di nessun tipo, per causa nostra! Un atto quasi

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dovuto nei confronti di un sistema bancario che defrauda- Carmelo Gallico
va i poveri risparmiatori e li costringeva tra l’altro a pagare
interessi esagerati ogni qualvolta chiedevano un prestito.
Il mio amico banchiere era un genio della finanza e
insieme facemmo delle ottime operazioni legali sia in
Europa che negli Stati Uniti. Pagine dall’inferno.
Attualmente vive a Miami e ha un importante ufficio Cronache di storie vere dalla casa di lavoro di Favignana
immobiliare e una casa di cambio.
El Santero lo rividi nel 1998 nel carcere “La Pianta” quan-
do la magistratura italiana ebbe la malaugurata idea di
richiedere la mia estradizione, che fortunatamente non fu Ci sono giorni in cui vorresti non essere mai nato perché
concessa. In ogni caso, la libertà arrivò dopo diversi mesi e vorresti avere un potere magico per mettere tutte le cose a
dovetti trascorrere l’attesa a mie spese nel carcere venezue- posto e quel potere non ce l’hai... Quand’è così, io trascino
lano. Dico a mie spese perché ovviamente dovetti effettua- il mio corpo, come uno zombie trascina il proprio cadave-
re la solita “donazione” all’amico Santero il quale era da re, camminando per strada senza meta... vorrei cancellare
poco rientrato in carcere e mi fornì la stessa suite del mio i pensieri, vorrei annullare la causa del dolore, ma restano
socio banchiere con la sola differenza che io ebbi più liber- i pensieri, resta il dolore e si annulla tutto ciò che c’è intor-
tà di movimento. Riuscii addirittura ad aprire un piccolo no: gente vociante che ride, persone che ti passano accan-
casinò interno dove venivano a giocare tutti i peggiori cri- to, ti sfiorano, ti spingono nella folla... ed è come non ci
minali de “La Pianta” ma con la copertura del Santero e con fossero...
il suo servizio d’ordine non successe mai nulla di veramen- Poi la rassegnazione porta ad accettare tutto e si torna
te grave. nel circo della vita... un giorno si è clown, un giorno fu-
Gli riconoscevo un 30% sui guadagni e devo ammettere nambolo... e si fanno i salti mortali... ma non sempre c’è
di aver avuto anche lì degli utili soddisfacenti, tenendo pre- sotto una rete a proteggere la caduta, non in tutti i giorni
sente il luogo dove mi trovavo e il tipo di “clientela” con cui c’è una strada per allontanare da sé l’inferno in cui si è pre-
avevo a che fare. Un film. cipitati. Pensavo all’inferno come a un luogo dell’anima,
Solo attraverso le conoscenze e le esperienze più dispara- uno stato della mente, un sentimento del cuore ma mai
te si può avere una visione chiara e completa della vita. avrei immaginato di poterlo trovare su un’isola amena, in
un antico castello, tra le mura di questa fortezza che mi ten-
gono inchiodato agli orrori visti dai miei occhi increduli.
Senza alcuna possibile via di fuga dalle grida di disperazio-
ne che sento echeggiare intorno a me, rimango rannicchia-
to in un angolo. Un foglio appoggiato sulle ginocchia, una
penna tra le mani, esorcizzo l’inferno dal quale non posso
fuggire imprigionandolo tra le righe di una pagina, nella
cronaca dei suoi momenti.

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Giovedì 4 settembre ce, manterrà un barlume di lucidità e allora urlerà, urlerà
Fortezza di Favignana ancora contro orrori che non accetta, urlerà ancora alle
Sezione casa di lavoro mura che lo trattengono; urlerà ancora nell’inferno che lo
divora.
È sera. Gabriel, il rumeno, ulula. Poi articola il suo ululato
in un richiamo: “Luuupiii…” Uno sberleffo alle guardie? O Alfredo è arrivato da poche settimane; rifiuta il cibo, ha la
“amici” invisibili che popolano la sua mente e possono scimmia addosso perché ha interrotto bruscamente l’assun-
venirgli in aiuto? Quando la notte diventa profonda e zitti- zione di metadone e questo acuisce il malessere per la man-
sce ormai nel silenzio gli ultimi respiri della sera, lancia cata alimentazione. Certo, da parte sua, il momento meno
invece un urlo che ricorda il verso di un grosso animale adatto per attuare uno sciopero della fame. Comunque, più
ferito, un grizzly infuriato al quale in fondo somiglia un po’ che di qualcosa da mangiare ha bisogno di qualcuno con
con la barba fulva che rende ancora più grossa la sua testa, cui parlare, ha bisogno di un gesto di attenzione che lo fac-
il naso schiacciato da pugile, gli occhi grigi e lucidi e la sua cia sentire meno solo nella sua disperazione. Si ferma da-
mole imponente nonostante i giorni di digiuno. È un urlo vanti alla mia cella, allora poso il manuale di diritto sul
che procura inquietudine in chi lo sente; qualcosa che non quale stavo studiando e lo ascolto mentre parla: mi raccon-
ha nulla di umano eppure richiama il contrasto dell’infni- ta della sua paura di non farcela, dei suoi bambini, del dolo-
tà di sentimenti di cui un uomo è capace: rabbia e dispera- re nella parte sinistra dell’addome che lo tormenta e gli fa
zione, dolore e sgomento, paura e audacia, sconforto e spe- temere che il fegato gli scoppi da un momento all’altro.
ranza sfumano in una folle risata finale che a tratti richia- “No, Alfredo, non temere, ti assicuro che il tuo fegato
ma il pianto di un bambino indifeso. non corre alcun rischio, perché si trova a destra, non dove
Ma non sono lacrime quelle che bagnano il pavimento… avverti il dolore… lì forse c’è la valvolina della fame che
dalle sue braccia, dai fianchi, dalla pancia è tutto un fiotta- punge…” Sorride con me, lo convinco a mangiare uno
re rosso di sangue, e più il sangue scorre, più lui si accani- yogurt, che gli passo in un momento in cui la guardia è di-
sce sul suo corpo con un oggetto tagliente che apre la via a stratta, e dopo un po’ dice di stare meglio.
nuovi zampilli. Allora i versi si trasformano in parole e gli Quando la “scimmia” torna a farsi sentire, crolla a terra.
urli in una cantilena: “Voglio morire… voglio morire… Allora lo portano in infermeria e lo sedano con qualche
voglio morire…” puntura. Dopo giorni di protesta, a momenti accesa, finisce
Un nutrito gruppo di guardie, munite di guanti, lo cal- nell’isolamento, come gli altri internati del “gruppo ribelle”.
mano e lo conducono in infermeria per le prime cure.
Adesso è rinchiuso in isolamento, nudo, in una cella spo- Francesco, invece, si è cucito le labbra. Il filo imbrattato di
glia dentro la quale muoiono anche i suoi strani versi, i sangue rinsecchito gli penzola dagli angoli della bocca.
lamenti, le parole cantilenanti e i richiami ai suoi amici Anche lui portato in una cella d’osservazione. Ma è stato
lupi: lì, nel chiuso di quella cella nemmeno loro possono più veloce dei suoi guardiani e prima che riuscissero a
più giungere per tirarlo in salvo. Stremato, annullato da togliergli tutto aveva già preparato un cappio dal quale
una massiccia dose di psicofarmaci, forse si lascerà vincere penzolare.
dalla follia e sarà internato in un manicomio o forse, inve- Quando lo hanno tirato giù, il volto aveva già il colore

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violaceo della morte. Gli occhi gli sporgevano sbarrati e la alcuna diffidenza, si poggiavano sulla sua spalla, lo becchet-
bocca, con il filo che la attraversava fino agli angoli, si trat- tavano, cinguettavano appena lo vedevano e rispondevano
teneva in una innaturale smorfia… ma respirava ancora. a tono alle sue parole. Lui lanciava le molliche in aria e
Sottratto alla morte e ricondotto all’inferno. rideva di gusto quando in una sorta di gara di velocità dise-
gnavano nel cielo imprevedibili traiettorie per afferrarle al
Dopo l’incidente occorso a Francesco e un incessante lavo- volo e ancor più si divertiva quando la gara si spostava a
ro di mediazione portato avanti dal personale penitenzia- terra, dove i colombi correvano goffamente per raggiunge-
rio, quasi tutti pongono fine alla protesta e ritornano in re le molliche nel frattempo cadute e trovavano invece sem-
sezione. pre un passerotto più lesto che gliele sottraeva da sotto il
Enrico, il più anziano del gruppo, viene portato nella becco…
cella in cui mi trovo io. Siamo di nuovo in cinque, ma per Era come avessero un appuntamento a orari stabiliti, ed
fortuna è un tipo tranquillo e tutto sembra scorrere senza era sorprendente la puntualità dei passerotti. Va bene
problemi. Ma chi può mai sapere che cosa passa per la testa Giorgio che aveva l’orologio; ma loro come facevano a
di un uomo… sapere che era già mezzogiorno o le sei di sera? Rimaneva
La mattina è una di quelle di settembre in cui il cielo gri- un mistero e quasi quasi veniva da credere a Giorgio quan-
gio ricorda che l’estate sta per finire e l’autunno non è lon- do diceva che i suoi “figlioletti” sono intelligenti e capisco-
tano. Forse anche per questo le facce sono più malinconi- no davvero quello che lui dice.
che del solito. Cielo grigio o meno, decido di uscire lo stes- La mattina, invece, erano i passerotti a svegliare Giorgio:
so dalla cella e mi metto a camminare su e giù nel vecchio si posavano sul bordo del blindato, che la notte rimaneva
cortile-corridoio in cui sostano gli internati pronti a recar- aperto, e cinguettavano così forte che era impossibile non
si al lavoro. svegliarsi; qualcuno si poggiava direttamente sul cancello
Quando quasi tutti sono già andati via noto Enrico con della cella e appena avvertiva un movimento non esitava a
la tuta da lavoro, fermo, appoggiato al muro. Per lui gior- entrare, seguito da tutti gli altri, per una sicura e abbon-
nata di riposo a sorpresa, così se ne sta lì a fissare le matto- dante colazione…
nelle in cemento consumate sotto il ripetersi dei passi Lui soffriva di claustrofobia; un bel problema per chi è
senza meta… costretto a stare chiuso in una cella per gran parte della
giornata di tutti i giorni dell’anno.
Giorgio parlava ai passerotti; li chiamava per nome, gli A Favignana, poi, le celle non hanno neanche le finestre,
fischiettava, li guardava mentre se ne stavano sul bordo del sono seminterrate, a quasi dieci metri sotto il livello del
muro più alto protesi con la testa nel vuoto, pronti a lan- suolo, e questo acuiva la sua sofferenza; solo i suoi amici
ciarsi in volo verso di lui appena avesse tirato fuori le mol- passerotti riuscivano a fargli superare quell’enorme disa-
liche di pane che sempre teneva in tasca… Gli diceva: “Dài; gio; diceva che quando gli entravano in cella e gli svolazza-
piccoletti, su, è ora di mangiare, non avete fame? Preferite vano attorno era come se gli aprissero il cielo, se lo portas-
starvene lassù? Cosa aspettate?” ed era buffo vedere quei sero fuori di lì con le loro ali, regalandogli l’aria che nel
passerotti in fila che sembravano bambini in attesa delle chiuso di quel posto angusto si sentiva mancare, facendogli
caramelle... era come capissero le sue parole, non avevano assaporare un po’ della loro libertà.

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Ogni mattina, subito dopo l’orario di apertura, passava guetta con insistenza davanti alla sua cella. Alcuni entrano,
di cella in cella per chiedere ai compagni internati il pane salgono sul suo letto, gli beccano le mani, volano via, ritor-
che gli era eventualmente avanzato dal giorno prima; “Sa- nano. Diventano sempre più numerosi, se ne stanno lì
pete, se non li tratto bene i miei piccoletti non vengono più posati, senza neanche più cantare.
a trovarmi in cella, e io come farei a sopravvivere senza l’a- “Ehi, Giorgio, hai abbandonato i tuoi amici passerotti?
ria che loro mi portano? Voi ci vivreste senza i vostri figli?” Guarda che hanno fame, sono tutti qui ad aspettarti. Gior-
Be’, come gli si poteva dire di no? Sapeva certo essere con- gio, tutto bene? C’è qualcosa che non va? Stai male? Ehi,
vincente e alla fine del giro riusciva sempre a riempire la Giorgio!... appuntato!, appuntato!, corra, presto!, apra la
sua busta di pane pronto a essere sbriciolato nelle tante cella!, Giorgio sta male!”
mollichine che avrebbero reso felici i suoi piccoletti... L’appuntato si affretta, apre la cella, e ci vuole poco per
Le prime giornate di maggio annunciano già l’estate. capire che la situazione è preoccupante... Giorgio si lamen-
L’aria comincia a diventare pesante e nel chiuso della cella ta appena, qualche parola con un filo di voce... i suoi com-
Giorgio fatica ancor di più a respirare. Da alcuni giorni pagni lo prendono di peso e in una corsa di filato lo porta-
dice di non star bene. Va in infermeria, il medico lo sotto- no in infermeria. Il medico gli tocca il polso; si sente a sten-
pone a una visita di routine e lo rassicura sulla sua buona to, non c’è tempo da perdere, l’ambulanza è già stata avvi-
salute. Per un po’ è tranquillo: è tutto nella sua testa, solo sata, ma il cuore si sta fermando: “Dài Giorgio, dài, non
un po’ d’ansia e l’ansia, si sa, non ha mai ucciso nessuno… mollare adesso, oggi è il tuo giorno, il magistrato decide la
Ma quella fitta non lo lascia, così le visite in infermeria tua istanza! È finita, lascerai Favignana, non mollare!” Il
diventano più frequenti. “Cos’è, Giorgio, la ‘carcerite’ non medico tenta di rianimarlo con il defibrillatore… una, due,
ti dà tregua? Guarda che il medico può darti solo le gocce tre volte… non c’è più niente da fare, il suo cuore non
per curarti, ma per guarirla ci vuole la libertà, e quella solo batte più…
il magistrato te la può: dare! Dài, su, magari domani è il Ammutoliti, i suoi compagni tornano in sezione, dove gli
giorno buono” gli dicono i compagni per sdrammatizzare altri attendevano notizie. “Allora? Come sta Giorgio?” La
un po’ la sua preoccupazione e sapendo che proprio all’in- risposta è scritta nei loro volti di pietra: “È morto…” e un
domani il magistrato di sorveglianza avrebbe deciso la sua raggelante silenzio prende il sopravvento sui rumori della
istanza... vita.
All’improvviso l’inconfondibile fischiettio di Giorgio ri-
È la mattina dell’udienza: Giorgio si sente stanco, vorrebbe echeggia tra le mura del cortile… Un attimo di incredulità,
starsene a letto, ma i suoi amici passerotti sono già lì a recla- poi tutti rivolti con lo sguardo in alto, dove un passerotto
mare la loro colazione e lui non può certo deluderli… e volteggia nel cielo intonando il suo canto… il canto di
poi questa è una giornata importante, ha il profumo della Giorgio…
libertà, il sapore della partenza… e sì che l’ha tanto attesa Vola quasi a sfiorarci, si ferma sospeso nell’aria, vola
questa decisione! ancora intorno; poi gira in una spirale che lo porta sempre
Di uscire al passeggio, però, non ne ha voglia, forse nel più in alto, fino a diventare un puntino invisibile perso nel-
pomeriggio… l’infinito.
Sono già passate le dieci; un gruppo di passerotti cin- Il suo canto ormai quasi non si sente più, eppure conti-

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nua a risuonare nelle nostre orecchie, nei nostri cuori e ci Maria Buompastore
piace pensare che quello in realtà sia l’ultimo saluto di
Giorgio alla vita.

In memoria di Giorgio Testa internato nella casa di lavoro di Il viaggio di Ulisse non è soltanto finalizzato al ritorno a Itaca
Favignana, morto a 50 anni una mattina d’inizio maggio 2009. ma è anche meta esistenziale

“Se quello che i mortali desiderano potesse avverarsi, per


prima cosa vorrei il ritorno del padre.” È Telemaco, il figlio
di Ulisse, a parlare così nell’Odissea. Egli è una delle prime
figure che nelle grandi narrazioni dell’umanità testimonia
l’angoscia del figlio senza il padre. Dopo di lui ne vennero
molti altri. E oggi sono in tantissimi…
Il mio viaggio esistenziale, quello dell’uomo che amo e
quello dei nostri figli, è per certi versi molto simile al viag-
gio narrato da Omero nell’Odissea. Il nostro è un viaggio
che non ha vele, certo, non ha bussola, ma tuttavia è un
viaggio molto simile. Siamo su una zattera in balia della
tempesta che noi, con le nostre sole forze e la nostra fatica,
stiamo cercando di condurre in un porto sicuro. Il mare è
la vita, le onde, la tempesta, invece, sono le nostre tribola-
zioni.
Il mio Ulisse si chiama Pierdonato, in carcere da 14 anni
(che però se vengono sommati ad altri 6 anni già vissuti in
questi luoghi, sono 20 anni!). Io sono sua moglie, Penelo-
pe, che lo aspetta tessendo la sua interminabile tela. “Te-
lemaco” sono invece Mariana, Nunzio e Francesco che
aspettano il ritorno del padre… e della madre. Se Ulisse,
nella sua Odissea, dovette affrontare Ciclopi, sirene, ma-
ghe, avversità degli dei eccetera, però alla fine, dopo ven-
t’anni, riuscì a tornare alla sua Itaca. La nostra Odissea non
sembra ancora avere fine…
Ogni essere umano ha una sua Itaca nel cuore. Poco
importa se sia quello scoglio pietroso nel mare Egeo; la

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nostra Itaca, che poi in realtà è l’Itaca di tutti, non è una lare, le greggi, i beni possiedono lo stesso valore di una per-
questione di carta geografica. È invece un luogo dell’ani- sona o di un sentimento: era custodito, conservato, protet-
ma, della mente, la meta che abbiamo nel cuore e alla to e difeso come sacro. Nient’altro va difeso con questa
quale, prima o poi vogliamo giungere. forza, nemmeno la vita, perciò Ulisse è spietato con i Proci
Itaca è una grande metafora, che può trovare radici dap- che hanno violato quello che i greci chiamano l’oikos, l’a-
pertutto, può trovare scogli in qualsiasi parte del mondo, il more per la casa e la patria verso la quale Ulisse prova una
mare (nella mente) e i sentimenti (in ogni anima). Itaca è tenerezza e una nostalgia intensa. In quel luogo è raccolto
l’isola per eccellenza, l’approdo desiderato dagli esseri il passato, il presente e il futuro. Il mio Pierdonato come
umani che tendono a essa anche inconsapevolmente. Ulisse non dimentica mai. Non cede a nessuna lusinga,
È, come ha detto qualcuno, il porto dei dotti e degli vince una dopo l’altra le forze; Circe e Calipso che spinge-
ignoranti; è la poesia di tutti. Ulisse è l’eroe assoluto che rebbero a dimenticare: difende la sua memoria dagli incan-
non ha mai smesso di interessarci. tesimi della magia. Accumula memorie; scrive, il mio
Ulisse è un modello, è fratello, è simbolo, riemerge sem- Pierdonato. Penelope piange per lui, lo teme morto. Il suo
pre nei nostri comportamenti, protagonista della storia. animo è pieno di una sola persona: Ulisse, il marito, il com-
Itaca dunque è luogo dell’anima, rifugio della fantasia. plice, e non ha spazio per nessun altra figura. Ulisse fa lo
Nel nostro caso, ha una lettura ambivalente; da un lato si stesso. Non vuole dimenticare: seduto sulla riva, sogna
potrebbe pensare che Montescaglioso, quel paesino sulle Itaca: la moglie, che rappresenta la casa, e amerebbe vede-
colline nella provincia di Matera (il nostro luogo natio) re almeno un filo di fumo levarsi dalla sua terra. Poiché
potrebbe essere la nostra Itaca, certo anche questo è un non può vedere quel fumo… vorrebbe morire di Atena.
aspetto da tenere presente, ma l’Itaca di cui parlavo prece- Quale forza di nostalgia sia in lui… riempie il suo cuore.
dentemente è qualcosa che l’uomo si porta dentro di sé da Penelope si difende disperatamente con tutte le sue astu-
millenni. E perciò noi siamo anni che navighiamo questi zie, gli inganni e i rinvii, la fedeltà al marito alla cui mente
mari. La meta è il luogo verso cui siamo diretti, il nostro e al cui cuore nessuna figura femminile tranne Penelope
punto di arrivo, ed esistenziale perché riguarda l’esistenza, la giunge così vicino. Penelope desidera ardentemente il
vita, che coinvolge l’individuo a livello di vissuto personale. marito, con tutta la forza dello spirito e dell’eros. Ulisse le
L’uomo che non si pone uno scopo nella sua esistenza è manca. Lei lo ricorda di continuo, senza di lui si sente
come una nave priva di timone, che probabilmente non monca, soffre per lui e piange per lui fino a quando Atena
riuscirà mai a raggiungere la sua destinazione. Sfidando i le versa sulle palpebre il sonno.
secoli e i millenni Ulisse (Odisseo per i greci) è in un certo Per lei non c’è accettazione né rassegnazione, davanti
senso ancora tra noi. È un personaggio senza tempo. all’assenza incolmabile. Come Penelope anche Ulisse ha un
L’uomo è un mistero se passerà la vita a risolvere questo… rapporto con il tempo di sofferenza.
mistero, non avrà vissuto invano la sua vita! Entrambi, Ulisse e Penelope, imparano a conoscersi at-
È nell’Odissea che nasce questa venerazione per la casa traverso la sofferenza: gli strati accumulati del dolore pro-
che ha dominato per più di venticinque secoli l’Occidente. ducono la sua arte suprema: la pazienza ostinata, la corag-
Viviamo ancora negli ultimi riflessi della casa di Ulisse, giosa sopportazione: Ulisse è un eroe pieno di umanità.
dove ogni cosa, i muri, le stanze, il letto, la dispensa, il foco- Dopo nove lunghissimi e interminabili anni, il 19 dicembre

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2007 siamo riusciti ad abbracciarci io e il mio Ulisse nella Antonio Tauro
sala del colloquio del carcere femminile di Rebibbia, effet-
tuando il primo incontro senza vetro divisorio. I suoi baci,
le sue carezze hanno guarito gli squarci lasciati non solo
sulla mia pelle dagli artigli feroci della sfortuna, ma anche
nel mio cuore. David Grossman, Con gli occhi del nemico. Raccontare la
Quanto più lunga è l’attesa, tanto più dolce è l’incontro pace in un paese di guerra. Alcune riflessioni
e questo viaggio che sa di leggenda, di navigatori e di mari,
tra miraggi e oscuri pericoli, ci fa desiderare di navigare in
un mare di serenità e, con la volontà di Dio, di tornare Se c’è un argomento sul quale è veramente difficile orien-
finalmente a casa, come Ulisse, perché sono certa che tarsi leggendo i quotidiani è proprio la questione palestine-
Ulisse è veramente esistito… se; sentiamo ogni giorno parlare di Medio Oriente, assistia-
L’argomento è inesauribile se non decido di troncarlo. mo impotenti alle notizie che i media ci offrono, alle vitti-
Si fa fatica a dire qualcosa di un sentimento umano così me che continuano a cadere sulla striscia di Gaza e tutto ciò
sconvolgente e così “inattuale” come questo della lontanan- sembra quasi un fenomeno normale, come il sottofondo
za fisica forzata, che si muove sull’orlo di un abisso senza dei bollettini che i giornalisti aggiornano quotidianamen-
fondo e di un dolore incomunicabile. Io ho timore di spez- te. Si ha quasi l’impressione che questo conflitto sia ormai
zare, con queste parole incaute, non adeguate, l’incanto diventato un evento “normale”, una guerra alla quale il
stregato di questo nostro sentire sulla nostra pelle. Queste mondo si è abituato, un po’ per le sue radici profonde, un
parole andrebbero ascoltate in silenzio e nell’interiorità po’ perché difficile da comprendere nelle sue dinamiche,
segreta del cuore e non portate alla ribalta dalla esteriorità nelle sue implicazioni religiose, politiche ed economiche.
e dall’evidenza, perché in queste parole è inciso il sigillo di C’è un uomo però, che con il suo mestiere, con la sua
una storia d’amore, una storia umana che si ripete in infi- persona, insomma con la sua vita, cerca di rompere questo
nite altre storie. silenzio e ci invita a non dimenticare, ci informa su ciò che
accade in Medio Oriente, nella sua terra.
È David Grossman, uno scrittore nato a Gerusalemme e
autore di saggi e romanzi, impegnato in prima persona per
una risoluzione pacifica della questione palestinese. Mi ha
colpito molto leggere alcune pagine di una raccolta di
saggi e di discorsi recentemente tenuti da Grossman in
varie importanti occasioni; questo piccolo libro ha un tito-
lo emblematico ed è stata forse proprio questa frase ad atti-
rare la mia attenzione: Con gli occhi del nemico. Raccontare la
pace in un paese in guerra. Grossman prova a entrare negli
occhi e nella pelle del nemico, cerca di cambiare punto di
vista perché sa che questo è l’unico modo per dialogare,

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per provare a comprendersi. È il punto di partenza per pensiamo che escono dal cuore e dalla mente di un padre
costruire la pace, comunicare con l’altro, sforzarsi di capi- che ha recentemente visto morire il proprio figlio, vittima
re le eventuali ragioni. di un conflitto.
La pace tra Israele e i palestinesi, tra Israele e l’intero “Il dovere di Israele” scrive ancora Grossman “è scegliere
mondo arabo – dice chiaramente l’autore – è ancora pur- la pace”; non si deve sprecare la vita di giovani che muoio-
troppo solo una questione di speranze, ipotesi, intuizioni e no in guerra, così come non si deve sprecare la possibilità
forse sembra tutto ancora più lontano… ma è proprio que- di diventare una giovane democrazia che vive in pace,
sta pace che si allontana, che deve diventare un “costante governata dai valori ebraici. Questa strada era stata intra-
stimolo per il pensiero”. La pace dunque come obiettivo da presa dal leader Rabin, il quale aveva compreso che non
non perdere di vista, anche quando ormai terrorismo e sarebbe stato possibile continuare in eterno il conflitto con
guerra sembrano inevitabili; la pace come alternativa a un i palestinesi; un secolo di guerra è troppo, ci sono cittadini
presente che invece è l’opposto; il passaggio successivo è che sono nati e morti in un paese in guerra e ciò sembra
significativo: pensare una possibilità di pace vuol dire pen- togliere speranza per il futuro.
sare che un futuro per Israele esiste, è possibile, si può La via di uscita da questa immobilità è, per Grossman, da
costruire. Non esiste futuro senza pace, non ci sarà futuro cercare nell’unica arma davvero efficace: il dialogo. Oc-
in una terra in guerra, per un popolo rassegnato alla vio- corre intavolare, favorire, cercare sempre il dialogo, anche
lenza; del resto anche la lunga storia del popolo ebraico facendo il primo passo verso il nemico storico; aspirare alla
non ha conosciuto lunghi periodi di pace, ma la tensione pace con la stessa determinazione e forza con le quali nel
verso di essa, la speranza di poterla un giorno raggiungere passato si è partiti per la guerra. Scuotersi da una paralisi
è insita nella cultura ebraica, ricorre nelle preghiere, è che ha bloccato ogni tentativo di cambiamento, per costrui-
come una promessa, un’attesa che attraversa l’Antico Te- re una vita diversa, che ogni popolo merita di vivere.
stamento.
Israele deve imparare a vivere senza un nemico. È un Esco da questa lettura arricchito, anche perché mentre par-
pensiero espresso da Grossman e che mi ha fatto riflettere; liamo di un popolo, mi rendo conto che le stesse riflessioni
sembra paradossale, ma è una difficoltà reale e concreta: valgono per l’individuo, e le sento vicine alla mia piccola
parliamo di un popolo, infatti, talmente abituato a vivere storia personale; credo profondamente che il cambiamen-
sulla difensiva, nel terrore, pensando a come attaccare, che to di ciascuno di noi debba passare dall’impegno, dalla vo-
non sa cosa vuol dire vivere in una situazione di equilibrio, lontà di cercare e di perseguire il bene, la pace, l’equilibrio;
di confini stabili e chiari, insomma in pace. “Imparare a tendere la mano all’altro, fare il primo passo per dialogare
vivere una vita non più limitata dall’ostilità, dalla paura, e sono le premesse per una vita migliore, nella storia perso-
dalle violenze. Vivere dentro una sensazione di continuità nale così come nella grande e lunga storia dei popoli.
e di un futuro durevole. Educare i propri figli sulla base di
opinioni e convinzioni che non sono inevitabilmente fog-
giate dalla paura della morte. Crescere i tuoi figli senza il
quotidiano terrore che in ogni momento ti possano essere
strappati via.” Queste parole risultano ancora più efficaci se

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Francesco Tatò c’inganna con un doppio trucchetto da illusionista: facen-
doci credere che qualche reale boccone di piacere, nel pas-
sato, l’abbiamo addentato; e, soprattutto, persuadendoci
che le nostre pene e i nostri sforzi hanno uno scopo, per-
ché saranno riscattati da qualche speranzoso frutto del
L’arte di essere infelici. domani. (Uno dei perfidi esperimenti ideali escogitati dal
Sulle Operette morali di Giacomo Leopardi Gobbo di Recanati: “Per ogni giorno felice, si conservi una
pietra bianca; e una pietra nera per ogni giorno infelice:
chi, al termine della sua vita, non vedrebbe una massa nera
NB Questo testo venne scritto una notte di alcuni anni fa, nel che strangola i radi puntini bianchi?”) Sicché, quod erat
bagno-cucina di una cella occupata da 6 detenuti. Mi sono limi- demostrandum, la felicità e il piacere si realizzano soltanto in
tato a omettere i passaggi non strettamente connessi alle Operette. luoghi e in momenti che si trovano aldilà del nostro presen-
Le omissioni sono indicate dal segno […]. te: in un passato che per definizione non esiste più e che
forse non abbiamo mai vissuto; e nell’incolmabile promes-
sa del futuro, che funziona come lo spazio nella gara tra il
Neppure mezzanotte. Tempo ostruito quasi quanto lo spa- piè veloce Achille e la Tartaruga.
zio. […] Donde l’assoluto j’accuse che il conte Giacomo Leopardi
scaglia contro la Natura, l’infame matrigna che ci mette al
Ieri e oggi, le Operette morali: sensazione di aver auscultato il mondo condannandoci allo stato di privazione perpetua di
lirismo cosmico sterminatore di Leopardi nell’atto di sorri- quel sommo bene che sentiamo naturale e necessario
dere e di respirare in una musica delle disillusioni cristalli- quanto l’aria che respiriamo. Noi, ben forniti di un impla-
namente regolata. Qualche momento di pathos tragico che cabile istinto di conservazione, ma guidati da un ancor più
piomba giù come famelici avvoltoi tra atmosfere ironiche, implacabile istinto anelante alla felicità: formula maligna,
o sardonicamente satiriche, e perfino sprazzi di comicità da che ci costringe a sopravvivere perseguitati da una fame che
avanspettacolo. nessun cibo può placare, perché la Felicità resterà un desi-
Nel complesso, esposizione inconfutabile del Piacere e derio inappagato, un fantasma inafferrabile, un’illusione
della Felicità intesi come oggetti impossibili che, simili a ottica che nonostante tutto, giorno dopo giorno e anno
falsi ricordi, vagheggiamo e riconosciamo implementando- dopo anno, continua a trainarci verso l’irraggiungibile
li nel passato oppure nel futuro; ma che mai riusciamo a Tartaruga del futuro.
possedere nel presente. Una volta afferrati, anche i diletti Esiste un mezzo per sfuggire alla condanna? Certo: usci-
più agognati vengono presto a noia, mentre gli avvoltoi del re dalla vita. Va però constatato che i suicidi sono sorpren-
desiderio riprendono a divorarci il fegato che ci ricresce dentemente rari. Leopardi esprime questa sorpresa inven-
senza tregua. […] Come si fa a resistere sostenendo un sup- tando un’immagine marinaresca di fantastica semplicità:
plizio così costante? “Che strani, questi infelici mortali. Temono più la pace del
Ecco all’opera la Natura. È lei che ci ha costruito in porto che l’angoscia della tempesta”. Quanto la nostra
modo da “farci sbagliare i calcoli” tra il dare e l’avere, che “stranezza” sia ridicola e assurdamente inconsistente, nelle

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Operette viene appunto dimostrato con evidenza matemati- re in fumo da sacrificio. “Ogni vivente è materiale da sacri-
ca. Il nucleo dì questa ossessiva meditazione leopardiana si ficio”: applicando questa interpretazione alla rozza catena
può compendiare così: nell’unica versione che conoscia- di montaggio del Dna, il redivivo cervello di Leopardi for-
mo, cioè quella terrestre, la vita è un ciclo d’infernale pro- mulerebbe l’esatta traduzione scientifica delle tre Parche
duzione/distruzione: organismi prodotti e perfezionati che, del tutto aliene e insensibili al mondo degli sconosciu-
con cura maniacale, illusi e tormentati con voluttà del cri- ti mortali di cui pure eseguono il destino, se ne stanno
mine, quindi distrutti con totale indifferenza. Questo ciclo internate nella loro caverna fatale continuando a filare, tes-
venne programmato fin dall’origine del mondo ed è sem- sere e troncare lo stame della vita. L’unica indeterminazio-
pre speriznentabile nella carne viva di chiunque. Non si ne, al solito, resterebbe questa: “Ma a che scopo, verso dove
conoscono eccezioni né se ne prevedono. In quanto alla chi o che cosa sale questo fumo da sacrifici?” Questione
moralità, per convincersi che il marchese De Sade ne aveva oziosa. È noto che alle fiamme non importa perché brucia-
infinitamente più di Madre Natura, dovrebbe bastare un no, né tantomeno ciò che bruciano.
picnic nel più elegiaco dei praticelli in fiore. Persecutrice e
carnefice delle creature che partorisce, la Natura è un mec- Il ciclo produzione/distruzione si espande in un ghigno
canismo sadicamente paranoico. Eppure gli esseri umani, atroce che Leopardi sente echeggiare in ogni atomo, dai
le vittime più sensibili, continuano a odiare la morte e batteri alle stelle, arrivando a riconoscerlo come il motore
amare la vita. primordiale della creazione, lo stridore della sua insensata
sofferenza, del suo destino di fallimento. È la chiave del
Seducente fino allo shock un fantascientifico cervello di grandioso tema leopardiano della “infinita vanità del tut-
Leopardi che scrive quella sua vagheggiata Arte di essere infe- to”. Il quale, ristretto al genere umano, resta sintetizzatile
lice − ma potendo contare sulle conferme e lo stupefacente su vecchi adagi tipo: “Vivere per vivere, qualsiasi cosa pur di
commento al suo lirismo conoscitivo fornito dall’evoluzio- sopravvivere, roba da far disgustosa concorrenza al popolo
nismo darwiniano, dalla genetica, dalla biologia molecola- dei topi”; ovvero: “In questa terra e in tutti gli aldilà, gli
re. Il progetto che ci costruisce in modo da “farci sbagliare uomini sceglieranno in massa un qualunque inferno piut-
i calcoli” ormai è noto. La Natura − questa “illaudabil mara- tosto che la nuda verità del nulla”. In quanto ai vari confor-
viglia” − impartisce alla materia vivente due ordini fonda- ti e speranze di una vita dopo la morte, Leopardi giudica la
mentali: sopravvivi, riproduciti (la Sopravvivenza è il mezzo; religione (specie quella cristiana) il parto più spietato della
la Riproduzione sembrerebbe il fine). Ne risulta un equiva- nostra storia, una capitale nemica che ha perpetrato il più
lente tecnologico della “filosofia dolorosa ma vera” di mostruoso dei crimini contro l’umanità: quello di aver
Giacomo Leopardi: fabbriche automatizzate di organismi seminato dubbi e terrori anche nel pensiero e nell’attesa
usa-e-getta, materia da manipolare in esperimenti e vivise- della nostra fine. Il mirabile risultato è che mentre tutti gli
zioni compiuti alla cieca con fantasia pazzamente barocca altri animali muoiono senza timore né sospetti di pene
e voluttuosamente criminale; un teatro totalitario dove cir- ulteriori, la sicurezza e la dolcezza del riposo “sono per
cola un intenso odore di macelleria e laboratorio, con tutti sempre escluse dall’ultima ora della specie umana”.
i viventi allineati nel duplice ruolo di micidiali aiutanti- A parte le ultraterrene calamità minacciate dalle religio-
sacerdoti e di capri espiatori che devono comunque brucia- ni, preferire la tempesta del soffrire alla quiete del non-soffrire resta

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comunque un dogma fondamentale nell’esecuzione e tra- della forza e del coraggio, ma la pavida debolezza di una
smissione del nostro programma genetico. Allora, lascian- morale da schiavi.)
do in margine la soluzione eccezionalmente “contronatu- Si tratta insomma di un vetusto long play che Leopardi
ra” del suicidio, cos’altro abbiamo per disinnescare o alme- ascoltò con affilata precisione da bisturi, e che poeticamen-
no attenuare il meccanismo sadiano della vita? te arrangiò nei ritmi della sua personale genealogia. A que-
Secondo Leopardi, il culmine della sapienza si è cristal- sto punto, da un impareggiabile filologo come lui, ti aspetti
lizzato nella più classica e micidiale delle sentenze: “Per una virtuosistica sinfonia in elogio delle vette della sapienza
ogni uomo, il migliore dei mondi possibili è non esser e della saggezza stoicamente conquistate attraverso lo stu-
nato”. Ma poi, essendo nati, la saggezza dovrebbe consiste- dio, la cultura, la sobrietà, la meditazione, lo stile. Invece,
re soprattutto nel lathé biosas (“vivi nascostamente”) e nel simultaneamente inseguendo una legge universale del disin-
sustine et abstine (“sopporta e astieniti”), ossia nel navigare canto (che agisce sull’individuo, sulla società e sull’intera
tra le tempeste della vita tenendosene il più possibile a creazione), attacca a comporre su un canone completamen-
distanza. Se felicità e piacere sono un sadico miraggio che te inverso. Il leitmotiv è questo: ogni incremento di coscien-
tanto più ci fa soffrire quanto più ci affanniamo a rincor- za e di sensibilità non fa che affinare la materia nell’arte di
rerlo, allora il fine e la perfezione dell’esistenza coincide- essere infelice; agli intelligenti progressi della ragione e
ranno con la condizione più prossima alla pace del porto, della civiltà corrisponde un sovrappiù di corruzione delle
trasformando il viaggio in un graduale surrogato del ritor- nostre animalesche possibilità di benessere corporale; nobil-
no alle braccia ovattate dell’eterno sonno senza sogni. Lo tà e grandezza d’animo equivalgono a maggiore capacità di
strumento migliore per orientare la navigazione su questa soffrire; quanto più si conosce, tanto più si diventa speciali-
rotta tranquilla e anonima, da gregge epicureo, è piuttosto sti nella percezione della noia; ma per gli uomini non c’è più
ovvio: neutralizzare al massimo la violenza del desiderio. riparo, neppure nell’ottusità più ignorante, perché ormai lo
[…] Il vero peccato originale che marchia a fuoco il viven- spleenetico mal di vivere ha messo radici nella loro storia,
te e che non smette mai di dannarci, per Leopardi, è nel loro respiro: “In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gli
appunto l’insaziabile volontà di potenza del desiderio, la stolti, e quelli che hanno un gran concetto di sé medesimi;
quale è una manifestazione dell’amor proprio, a sua volta oggi invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei”.
visto come il carburante egoista di tutta la materia, il prin- La noia, in Leopardi, rappresenta la sete di felicità allo
cipio vitale della vanità universale. stato puro, è simile a un gas perfetto che si espande all’in-
L’insieme del discorso, volendo corrodere l’impulso al- finito, permea ogni interstizio del cosmo-carcere e lo sma-
l’agire, si condensa nella millenaria formula del rinuncian- terializza in vapore. Durante questi “smisurati intervalli di
te, una pratica che viene caldamente consigliata a quasi tempo nei quali il nostro essere è piuttosto durare che vive-
tutti i naviganti. (L’autore delle Operette assicura – menten- re”, siamo oppressi da un’atmosfera di plumbea anestesia,
do – d’averla sperimentata lui stesso con gran giovamento; provando soltanto il sentimento della mancanza e anche
in realtà non gli riuscì di ripararsi sotto questa mite insegna dell’impossibilità di un qualsiasi oggetto che colmi e metta
per un giorno intero. Con dolorosa intimità, e probabil- fine ai vortici della nostra capacità di desiderare, che è più
mente suo malgrado, egli sentiva che il semplice asseconda- grande dell’universo intero. Questo gas che c’intossica e ci
re l’universale vocazione al nulla non esprime una nobiltà corrode può medicarsi con tre antidoti: 1) il rischio, – get-

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tandosi nei pericoli mortali, e scampandone, si guadagna la risposte. Quella che preferisco è riassumibile in tre parole:
sensazione autentica, sebbene transitoria, di un attacca- felicità della forma. Un frutto che generalmente matura nelle
mento a ciò che normalmente ci è indifferente o addirittu- serre del disincanto. Per il poeta dell’Infinito – lui, della
ra odioso; 2) lo scopo, – che in fondo equivale all’energia, razza dei terribili disincantatori – doveva essere la droga
all’ambizione e alla determinazione generate dalla speran- più potente. […] Ma potrei, con discreta fedeltà filologica,
zosa promessa di godere un piacere collocato nel futuro; 3) assaporare la vertiginosa energia di questa droga inventan-
l’antidoto più immediato, potente, costante: il dolore, – sem- do o ricostruendo un idillio forse vagheggiato dal conte
bra infatti improbabile annoiarsi mentre si patisce. […] Giacomo Leopardi prossimo a morire:
Eppure proprio nella noia, in questa strangolatrice della
forza vitale, bisogna riconoscere il più alto segno di nobiltà In questo idillio estremo (titolo provvisorio: Ah vita putta-
e di grandezza dell’animo umano: perché soltanto la noia, na!), il suo sguardo è un raggio laser che continua a penetra-
lei che nasce dalla vanità della cose, non è mai inganno re la realtà, a bruciare ogni molecola di speranza, a illumil-
errore illusione, ma la sostanza più reale dell’esistenza, la tare il blank vacuum che accerchia uomini e universo;
nostra massima approssimazione alla verità. Sul rovescio di Leopardi riafferma la volontà di sostenere fino in fondo le
questa verità, che Leopardi sperimentò rapacemente ogni conseguenze di questo sguardo desertificante, ma che “pro-
giorno dei suoi 39 anni, si spalanca una contraddizione cura almeno agli uomini forti la fiera compiacenza di vede-
così abissale da rendere assurda l’esistenza stessa della sua re strappato ogni manto alla nascosta crudeltà del destino
opera. Provo a schematizzare questo abisso portatile con umano”; e con intrepido orgoglio disprezza la viltà di quelli
un paio di domande: che docilmente, come schiavi scherniti dalla natura, sono
pronti a chinare il capo, a distogliersi dall’arido vero facen-
Si può credere all’assoluta infelicità di chi, come Leopardi, dosi bendare da insulse consolazioni ipocrite o superstiziose.
pur assorbendo da ogni poro la certezza fisica e metafisica Ma ecco che improvvisamente, mentre sta orchestrando
di un naufragio senza scopo né conseguenze, s’impegna e in un solo movimento le sue visioni del tutto, avverte una
lotta tormentosamente per conoscere e per esprimere la vibratile indeterminazione, l’onda o l’eco incerte di un
completa vanità di qualsiasi sforzo, opera e avvenire? Il col- incanto da sirena che, svanendo, gli fa nascere un’invinci-
tissimo intelligentissimo infelicissimo sensibilissimo bruttis- bile commozione: il poeta rabbrividisce, socchiude gli
simo Gobbo di Recanati: possibile che proprio lui, non- occhi, indugia immobile in attimi di un tempo anomalo,
ostante le sue irrespirabili consapevolezze, non solo non si poi sorride − un piccolo insensato sorriso felice: giunto
tolse la vita, ma anzi si dannò corpo e anima sulle sue suda- all’ora finale, Leopardi lascia finalmente indietro ogni ten-
tissime carte? Qual è l’energia che dall’infanzia fino all’ul- tativo di lottare contro l’istinto dell’impossibile ricerca
tima ora, come un lucidissimo donchisciotte innamorato di della felicità; e senza più resistenze, rinunciando a voler
una donna infinitamente infedele, lo fece bruciare in quel- guarire dal peccato originale degli uomini, si abbandona
l’accanirsi matto e disperatissimo? nudamente al morso della vita.
Allora, con nostalgia assassina, per una volta ancora
Nell’humus grasso di questo tipo di domande (e alcune Giacomo canta i magnanimi inganni e i forti errori e le
delle loro interminabili varianti) coltivo da anni diverse dolci illusioni di un tempo per sempre svanito insieme alla

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giovinezza del mondo; finché perdutamente, come un Antonio Miccoli
incandescente ologramma di ghiaccio che per un istante
persiste sull’ultimo vortice lirico che risucchia tutto quanto
respira e non respira nel suo silenzio eterno, in un’agonia
di desiderio fissa il velo di bifronte fuggitiva dannante feli-
cità che irradia dalla bellezza.
Una storia di mare
Non è inverosimile congetturare che il lungo idillio fanta-
sticato in punto di morte avrebbe attestato con quale pas-
sione il titanico Gobbo di Recanati abbia sensualmente Il sole aveva iniziato a proiettare le prime e brevi ombre
amato questa vita puttana. Sembra ragionevole azzardare mattutine specchiandosi obliquo sul piano del mare. Nel
che in questi versi sciolti, ma specie negli apocrifi fram- borgo ancora tutto taceva. Dalla casa arroccata sulla scoglie-
menti finali, la sua arte raggiungesse una purezza da cristal- ra si udì accostare la porta di legno guasto. Un uomo, curvo
lo perfetto e definitivo. Brividi e splendori quasi insosteni- sulla schiena, portava i suoi passi verso il molo. Teneva con
bili di disperata felicità. Per assimilarne qualche remoto una mano un paio di remi poggiati sulla spalla. Portava una
bagliore, bisogna per esempio impegnarsi a concepire lo camicia consunta annodata al ventre e pantaloni, anch’essi
sguardo prossimo a morire di Giacomo Leopardi mentre lisi, svoltati sino alle ginocchia che lasciavano fuori i polpac-
– con stupefacente ostinazione, pur nel suo infinito disin- ci rinsecchiti come stoccafissi.
canto – immagina Sisifo e Qohélet che simultaneamente, Venuto sulla banchina, con un balzo piantò le ciabatte
uno dalla sua montagna e l’altro dal suo deserto, si com- infradito sul banco di prora della barca che era lì ormeggia-
muovono contemplando la bellezza senza scopo di una ta. Accomodò i remi sugli scalmi e dopo aver snodato la
colonna dorica immersa nella levità della luce lunare. sagola dall’anello sul muro, iniziò a manovrare per uscire
dal porticciolo che chiudeva quel seno di mare come le
Non tornavo alle Operette morali dalla fine della mia adole- chele di un granchio.
scenza. Resta inteso che, in caso di reincarnazione, dovrò La voga era lenta, regolare. Le pale dei remi fendevano
ritornarci per estrarne un Lexikon di slogan marmorei. […] l’acqua senza violenza: senza provocare sprizzi. I piccoli
L’arte di essere infelice e la felicità della forma: un altro tema da gorghi vorticavano portandosi sul fondo gli accenni di
sistemare in un pezzo definitivo (ma senza contare troppo schiuma. Il mare era liscio: placido come l’acqua lacustre.
su eventuali casi di reincarnazione). Le tre e mezzo adesso Il sole saliva ma il mare conservava un tono torbido. La
dormire. E domani, e poi domani, e poi domani. remata continuava fin quando pigramente principiarono a
sfumare prima gli scogli, poi le case. Si distinguevano sol-
tanto le cime dei monti quando l’uomo decise di tirare i
remi a bordo. Si mise il cappello di paglia e sedette sul
banco poppiero: lì, a quella distanza dalla terra, il mare
pareva incontaminato, di un blu smeraldo. Gettò una ma-
nata d’acqua fresca sulla faccia e cominciò:

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“Baciamo le mani a Voscienza, Cola Vostro sono” disse assisa dove il molo cumincia. Però, dovete riconoscere la
con reverenza. premura che ho sempre avuto pe’ Voscienza: mai ’na mala-
“Cioff” rispose il mare restituendo il saluto con un’ondi- parte vi feci.
na sulla carena. Ogni volta che ’sta barca è entrata nel regno, dove Voi
“Mi appressai di prima matina pe’ rendervi ’sto saluto di siete Signore e padrone, ho avvertito lù dovere di farmi sol-
commiato. Già proprio cucì, di addio si tratta sebbene non dato vostro: difensore di ’sta Autorità. Mai m’impossessai di
mancheranno genti che verranno a portarvi deferenza, ma un solo pesce più di quelli che Vossignoria aveva ordinato.
mi dovete concedere che l’ossequio che V’ho dimostrato E quando non foste generoso, usai sempre grazie e riveren-
io, la fedeltà, difficilmente li potrete appurare in altri za e tornai alla mia umile dimora aspettando che la Vostra
omini di mare.” Signoria mi rendesse munificenza. Non offesi o santiai con-
“Slaff, slaff” fece il mare facendo rollare un po’ la barca. tro Vossignoria e non feci in nessun caso gesto d’insolenza
“Non vi contrariati, devo dare agio che anche Voscienza, avverso ’sto patrimonio di cui Voscienza dispone.”
con me è stato benigno. Voscienza sì, ve ne rendo ragione, Il mare aveva udito il soliloquio di Cola senza alzare nem-
m’avete consentito ’na vita tranquilla, dura ma decorosa. meno la cresta di un flutto. Il sole a quell’ora s’era fatto alto.
Ho cresciuto due beddi figli; li feci studiare e ora hanno I raggi cadevano perpendicolarmente sull’acqua scaldando-
anche posizioni ’mportanti. ne la superficie e la pelle avvezza del pescatore. Cola dopo
Sento parlare certa gente e provo sconcerto. Dicono che essersi ristorato con un assaggio d’acqua riprese a proferire:
Voscienza è tiranno; che si sazia di vite umane; sventra le “Veniamo allo motivo di ’sta trasferta: Voscienza avrà
coste e distrugge l’opere dell’omini. Cose dette co’ la leg- appurato che oggi la mia venuta non fu affare di pesca:
gerezza e l’impunità di quelli che parlano senza conoscere niente portai d’attrezzatura di fatica. Come ebbi maniera di
l’essenza del rispetto e del dovere. Sono li stessi che V’han- dire stamattina a Voscienza, mi condussi a ’sta distanza, dove
no mancato di riguardo. Hanno usurpato la pertinenza nessuno può vederci, proprio perché provavo lù dovere di
Vostra senza operare maniere e cortesie. V’hanno ’nsozza- informare l’Eccellenza Vostra del motivo per cui domani,
to interi patrimoni; cementato le Vostre proprietà; buttato dopo anni di quotidiani ossequi, dovrò mancare a ’sto
lordure nella purezza; molestato la quiete di Vossignoria: appuntamento. Troppo vecchio mi feci pe’ continuare ’sto
dove era incanto ora è ripugnanza. L’acqua s’è quagliata mestiere. E vero, non è questo che oggi mi da campare: la
come l’olio; non tiene cchiù colore e lì pesci diventarono pensione soddisfa le mie poche esigenze. Ho stabilito di
rari come l’omini giusti. Certo Voscienza quando s’adira venirvi a trovare per un piacere che germina dalla lealtà che
non accorda attenuanti: brutto si fa; si tramuta, si gonfia, ’st’umile pescatore sente pe’ Voscienza. Oggi, però, cusì
s’alza e sbaraglia anche quelli che a Voscienza l’hanno sem- annoso tornai come fossi piccinnu, proprio come quando lù
pre ossequiato. padre mio comandava di fare quistu, fare quiddu. Stavolta
Me no. Per me avete sempre avuto un trattamento di pri- so’ li figli miei che dispongono. Hanno disposto che non
vilegio. Prima d’ogni Vostra intemperanza, mi avete offerto devo venirvi più a trovare; che io, omo di mare, servo Vo-
l’avviso; anzi talune volte vidi come pigliaste ’sto povero stro, dovrò passare ’sti quattro giorni che mi restano di cam-
legno pe’ la carena e lo conduceste in seni sicuri. E così lù pare lontano da Voi, dal molo: dal borgo da dove non mi
nome mio non ha mai figurato ’n quella colonna nefasta sono mai allontanato. Mi trovarono dimora in uno di quei

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condomini, cussì li chiamano, dove la gente vive fuddata Carmelo Rollo
come ’na paranza di sarde. Dissero che devo stare vicino a
essi pe’ darmi aiuto quando ci ho bisogno. Bell’aiuto è di
levarmi da ’sta pace pe’ portarmi ’n mezzo allu ’nferno di la
città. Vogliono fare di me lù nonno pensionato che accudi-
sce li figli loro. Pe’ carità so’ creature ’ncantevoli: angeli di L’identità perduta
Dio; ma ’sti piccinni quando parlano non li capiscu manco:
s’esprimono solo in italiano e poi so’ sempre malateddi,
delicati: vagliuni de città: quando pigliano un colpo d’aria La mia mamma, maestra nelle scuole elementari, iniziò a
hanno a correre tra dutturi e farmacie. Io, co’ ’ste mani insegnare nei primi anni degli anni Cinquanta nella sezio-
doppie: di faticatore, se accarezzo quelle facciuzze di seta ne staccata di contrada Michelica a circa quindici chilome-
risico di rasparle, ma ’sti figli miei questo non lu capiscono tri da Modica. Gli alunni, bambini dai sei agli undici anni e
e hanno ’nsistito fino a farmi pronunciare ‘facimu come tutti figli di contadini frequentavano le prime cinque classi
volete’. Un consenso strappato senza convinzione. Dissi ‘sia’ e a causa del numero esiguo erano raggruppati in un’unica
solo pe’ lasciarli contenti e pigliare tempo. Maledetta la vec- aula e con la stessa e unica maestra a seguirli nel percorso
chiaia e la lingua mia. Ieri Natale lù barista venne a cercar- di studi. La mamma, ricordando quel periodo, raccontava
mi: quando mi trovò riferì che lù figlio mio, pe’ telefono, lo che rimbalzava come una palla da un programma a un
pregò d’avvertirmi che domenica verrà pe’ portarmi via. Io altro, da un banco a un altro e quando spiegava una lezio-
so che se m’imbarco sopra dda macchina ’sto posto e ’sto ne a un gruppo di alunni faceva svolgere agli altri delle eser-
mare l’occhi miei non li vedranno più”. citazioni per tenerli impegnati. Era complesso gestire gior-
Così disse, poi tirò fuori un fazzoletto stropicciato e se lo nalmente il lavoro di cinque classi diverse, per questo moti-
portò sugli occhi resi secchi dalla salsedine, che ora lascia- vo il sabato, ormai allo stremo delle forze, lo dedicava ai rac-
vano sciorinare lacrime lungo quell’ordito di solchi. conto di piccole storielle, quasi tutte inventate da lei e che
Il mare aveva ascoltato mantenendosi placido e silenzio- riguardavano principalmente il mondo animale. Al termine
so, quando s’avvide che Cola si tacitò, iniziò ad avversare: della narrazione chiedeva agli studenti più piccoli di prepa-
sollevò un frangente che scagliò la barca fuori dall’acqua. rare alcuni pensierini, mentre a quelli che frequentavano le
Il pescatore rimase impassibile: non raccolse nemmeno i ultime due classi di realizzare un piccolo riassunto.
remi che erano finiti a mollo. Allora il mare si fece grigio, La mamma, con la sua famiglia, aveva vissuto per lungo
avviò a gonfiarsi, sbuffare, spruzzare e… tempo in Libia ed è forse per questo motivo che molte sce-
Il sole stava per rendere conto della giornata quando tra nografie dei suoi racconti erano ambientate in Africa. Qua-
i bracci del porticciolo la barca di Cola entrò rimorchiata si tutte queste sue storielle le narrava, a mia sorella e a me,
da un peschereccio. Approdata, tutta la gente del borgo la sera prima d’addormentarci. Una, molto simpatica, la
corse al porto richiamata dal brusio funesto. S’erano pigia- ricordo bene ancora oggi:
ti al molo, con i volti segnati dallo sconcerto nel vedere la … Dovete sapere che tanti, tanti anni fa, nella rigogliosa
barca dove all’interno c’erano solo il cappello di paglia e le savana viveva tutta sola una certa Fina. Fina non aveva i
ciabatte infradito. genitori ormai da tanti anni. C’era anche un problemino:

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Fina non si era mai vista allo specchio. Lo so, direte: “E sua piccola statura. Zampettando da un cespuglio all’altro,
quando mai ci sono stati gli specchi nella savana?” Vi si allontanò e, alla fine, si trovò totalmente sola in quella
rispondo: avete perfettamente ragione. Nella savana non ci vasta zona della savana.
sono specchi. Ma vi sono tanti animali della stessa specie. Ci Ecco che Fina crebbe in completa solitudine sino al
si confronta; si vede che, per lo più, l’altro gli assomiglia e momento in cui ha inizio questa nostra storia. Il pelo si era
alla fine è come se si fosse guardato allo specchio. Insomma un poco scurito e alcune macchie di un marrone chiaro si
sono gli altri i nostri specchi. intravedevano sul suo manto. Era proprio un bellissimo
Fina, per l’appunto, era cresciuta nella savana; assoluta- esemplare della sua specie: poco più di due metri e mezzo di
mente sola. Non un quadrupede nel raggio di chilometri e lunghezza e quattro metri e mezzo era l’altezza alla sua testa.
chilometri, solo uccelli e poi mosche, zanzare, tanti insetti È incredibile a crederci: Fina, non essendoci specchi, era
di tutte le specie. Certamente vi chiederete, ma per quale convinta di essere alta come un cagnolino chihuahua, appe-
motivo: non aveva la mamma? Non aveva il papà? Ebbene na venticinque, trenta centimetri da terra. E infatti era soli-
sì, Fina aveva avuto come tutti quanti una madre e un ta dire in continuazione: “Noi che siamo piccoli di statura.
padre, ma purtroppo erano morti tutti e due in un modo Me tapina, io che sono tanto tanto piccola”.
molto tragico. Fina, in quella zona della savana dove oramai viveva,
Quando nacque Fina, invece di avere il corpo maculato aveva fatto amicizia con un uccello che le stava sempre in
così come tutte le altre giraffe, aveva il pelo molto chiaro e groppa e che amava crogiolarsi al sole. Si chiamava Do-
assolutamente privo di quelle macchie più scure che con- dipetto ed era un simpatico usignolo che amava cantare ed
traddistinguono il manto delle giraffe. Fina era molto bel- era portato al sarcasmo. In uno di quei giorni, che, parlan-
lina e buffa quando camminava sulle gambe sottilissime do del più e del meno, mentre Fina zampettava fra un
che assomigliavano a quattro lunghi stuzzicadenti. I genito- cespuglio e un altro, andava dicendo al suo amichetto: “Io
ri, certi che il branco non l’avrebbe accettata, decisero di sono così piccola che qualche volta ho proprio paura che
andare lontano lontano e crescere in tranquillità la loro un’aquila mi prenda fra i suoi artigli e mi porti via chissà
piccola Fina. Quando Fina era ancora piccolissima, il papà dove, anche sul suo nido lassù in alto per poi mangiarmi”,
e la mamma avevano cercato di mangiare alcuni fiori, dai Dodipetto scoppiò in una grassa risata e anche molto bef-
colori bellissimi, che si trovavano in cima a un albero alto farda. Fina infastidita domandò: “Si può sapere perché ridi
alto. Per arrivare a quei fiori, mamma Giraffa e papà in questo modo? Cosa c’è da ridere? Sono piccolina e le
Giraffa, misero la testa in mezzo ai rami che per uno scher- aquile mi fanno paura. Che c’è di strano?”
zo della natura avevano formato una specie di forca. Dopo Dodipetto rispose subito: “C’è di strano che dovrebbero
avere mangiato a sazietà i succulenti fiori mamma e papà essere le aquile ad avere paura di te. A meno che l’aquila
Giraffa non riuscirono a liberare i lunghi colli dalle prese che dovrebbe portarti via non sia grande come un baobab,
dei rami. Siccome per giungere ai fiori si erano dovuti alza- con artigli lunghi un metro e un becco altrettanto grande,
re sulle lunghissime zampe posteriori, i due poveretti rima- grande almeno due metri”.
sero a lungo a scalciare, si dibatterono per ore e ore, finché Insomma, ecco che Dodipetto e Fina litigarono e se ne
morirono. dissero di tutti i colori. Poi Dodipetto volò via e Fina rima-
Nel mentre Fina brucava fra i cespugli bassi, adatti alla se tutta sola.

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Riflettendo le era venuto un grande dubbio. Aveva nota- mai ammazzato nessuno. Ma se sono un leopardo, devo
to che mentre litigava con Dodipetto, tanti uccelli, appol- farlo. Proviamoci! Transitava in quel momento, con la tipi-
laiati sugli alberi e alcuni sui cespugli, si sbellicavano dalle ca andatura a zig-zag, un piccolo di facocero, che non è
risate tutte le volte che lei parlava della sua piccola statura. altro che un maialino selvatico, dal pelo scuro.
E se Dodipetto avesse avuto ragione? Ma come si poteva Fina, ricordando le fasi dell’attacco dei leopardi al bufa-
fare a saperlo? Pensa che ti ripensa, Fina decise di mettersi lo, li imitò: prese la rincorsa e con quattro salti raggiunse il
in cammino per il mondo con l’unico scopo di accertarsi piccolo animaletto e gli saltò addosso. Non l’avesse mai
della sua reale identità. Aveva sentito dire, per esempio, fatto! Con la sua bocca grande, ma dalle labbra morbide,
che in un certo paese lontano vivevano animali forniti non riuscì neppure a scalfire la pelle ispida e spessa del
come lei di quattro zampe, avevano il pelo a macchie ed facocero. Con un colpo di zanne il facocero le fece lasciare
erano anche molto veloci nel correre, che si chiamavano la presa; poi con una testata la mandò a rotolare a gambe
leopardi. Pensò: Vuoi vedere che io sono un leopardo? all’aria nella polvere. A questo punto il piccolo facocero
Cammina, cammina, cammina, Fina attraversò un primo gridò: “Ma che ti credi di essere? Un leopardo?”
bosco, poi una prateria, un altro bosco salì una montagna e “Certamente.”
alla fine arrivò nel paese dei leopardi. Un paese pianeggian- “Ma guardati allo specchio, tu sei fuori di testa!”
te, con pochi alberi, pochi cespugli, terreno polveroso, diver- A questo punto Fina si mise nuovamente in cammino alla
so dalla savana dove era cresciuta. Fina, dopo avere perlu- ricerca della sua identità. Ecco che continuano le sue
strato la zona con circospezione, vide un’intera famiglia di avventure: arriva ai margini di una pozza d’acqua melmosa
leopardi e si avvicinò. C’era il leopardo padre, la leopardes- e vede un ippopotamo semisommerso con due uccellini
sa madre, e ben tre cuccioli: tre simpatici leopardini. Il cuore appoggiati sulla sua schiena così come faceva Dodipetto e
di Fina iniziò a battere come un tamburo sempre più forte crede di essere uguale. Le lunghe zampe sottili sprofonda-
più si avvicinava a questa bella famiglia. Arrivata a pochi no nel fondo melmoso del lago tanto da farle comprende-
metri, gridò: “Salve, amici. Sono venuta a vivere con voi”. re che l’ippopotamo è assolutamente diverso da lei. Ora
Pardetta, così si chiamava mamma leopardo, sbadigliò: a crede di essere un elefante per avvedersi subito che non ha
colazione aveva mangiato un cosciotto di gnu, ma aveva quel naso lungo che è utilizzato per acchiappare l’erba e
ancora appetito. Pardo, papà leopardo, si era spolpato il poi portarsela alla bocca. Poi s’imbatte in tale Sor Michiere
costato dello gnu e anch’egli non disdegnava di continua- che altero e senza degnarla di uno sguardo si cibava di for-
re il pasto. Dino, Dina e Dinetto erano i tre cuccioli e com- michine a più non passo; e provò a imitarlo: si chinava sul-
pletavano la famigliola, ed erano tanto affamati: avevano l’entrata del nido delle formiche e cercava di acchiapparle
trovato nelle vicinanza un piccolo di gnu che era stato par- con la lingua. Il risultato fu che quest’ultime per difender-
torito morto e la poca carne presente non era bastata a si le mordevano la lingua che si gonfiò a dismisura tanto da
saziarli. L’intera famiglia dopo un veloce sguardo d’intesa farle mancare il respiro. Provò anche a imitare le iene che
stava per scagliarsi su Fina e mangiarla quando, per sua for- si cibavano delle carogne putrefatte abbandonate dai pre-
tuna, passò un bufalo che zoppicava a causa di una brutta datori, cercò di cibarsene, ma si ritrasse subito disgustata.
ferita a una gamba. Saltargli addosso, ammazzarlo, divorar- Fina non sapeva più dove andare. Una notte, dopo avere
lo fu tutta una cosa sola. Fina pensò: Veramente non ho cercato invano un posticino dove riposarsi e dormire, dopo

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aver provato anche a fare come Ser Pentello e infilarsi in gia non fosse intervenuta con tutta la sua autorità: “Ehi,
un piccolo anfratto e avere appurato che non c’entrava voialtre, lasciatela stare. E tu, dimmi, come credi di essere,
neanche il naso, scoraggiatissima rinunziò alla ricerca del chi ti credi di essere?”
posto dove dormire e si sdraiò all’aria aperta con i riflessi A questa domanda, Fina rimase spiazzata: “Cre… credo
della luna piena che facevano sembrare d’argento il pae- di essere… credo di essere diversa da voi”.
saggio della savana circostante e con le migliaia di stelline “Ho capito. Allora vieni con me.”
che splendevano alte a farle compagnia. Fina seguì docilmente la sua salvatrice. La quale la portò
Dormì moltissimo, Fina era tanto stanca. Si svegliò che il dentro la vicina boscaglia, fino a un laghetto.
sole era alto nel cielo azzurro sgombro di nuvole, quando, “Adesso, sali su quei terrapieno e guardati nell’acqua
drizzandosi sulle lunghe zampe dopo essersi strofinata gli dello stagno.”
occhi e guardando intorno stupefatta vide che nella vasta Fina ubbidì, salì sul monticello. Ahimé, proprio nel
zona pianeggiante c’erano tante acacie e che presso ogni momento in cui lei si guardava, un enorme coccodrillo,
albero c’era un buffo animale, che invece di brucare l’er- abitatore dello stagno, spalancò la sua enorme bocca, piena
ba, grazie a un collo lungo lungo, mangiava le foglie dai di acuminati e aguzzissimi denti. Fina che era timida e
rami più alti dell’albero. Com’eran questi animali? timorosa, appena vide quei denti affilatissimi si atterrì: saltò
Strampalati, incredibili, si muovevano con un’andatura giù dal monticello e corse via. Più tardi tornò dalle giraffe
grottesca: Fina non poteva credere ai propri occhi. Ave- e a chi le chiedeva se si fosse guardata nell’acqua, rispose:
vano la testa piccolissima, quasi come quella di una gazzel- “Sì, certo, mi sono vista, sono proprio come voi, tale e
la, in cima a un collo altissimo, a forma di trapezio con due quale”. Da quel giorno Fina fa parte del branco e non pre-
piccoli strani cornetti; corpo robusto, più alto davanti che tende più di essere diversa dalle compagne. Ma, dentro di
dietro; gambe lunghissime e sottili. E infine con il pelo sé, non può fare a meno di dirsi: “Io non mi sono vista nello
maculato come i leopardi. Fina guardò, guardò con atten- stagno perché c’era quell’antipaticone di un coccodrillo.
zione e poi scoppiò in una risata grassa, irrefrenabile. Tra Dunque non si può sapere se sono simile a loro o meno.
una risata e un’altra, ripeteva: “Ma dài, non è vero, sto Per conto mio, direi proprio di no!”
sognando, devo essere io che ci vedo doppio!” “La morale, miei cari bimbi”, concludeva infine la
A questo punto le altre Giraffe, poiché si trattava appun- mamma, “è che non si deve mai fare come Fina, bisogna
to di questi animali assolutamente simili a lei, sentendola si sempre valutare con attenzione quello che ci dicono, così
offesero tantissimo. Presero a gridare verso Fina: “Sciocca, come bisogna avere sempre il coraggio di dire la verità.
che hai da ridere?” Fina, che non si era potuta specchiare nello stagno perché
Fina rispose: “Rido perché siete così buffe”. spaventata dal coccodrillo, doveva ricercarne un altro non
“Noi siamo buffe esattamente come te.” occupato da animali aggressivi per poter finalmente scopri-
“Che c’entro io. Io sono diversa da voi. ” re chi fosse in realtà. Inoltre non si deve avere timore delle
“Ah sì? E allora prendi questo.” E detto ciò una di quel- discriminazioni razziali, così come fecero gli sventurati ge-
le giraffe si avvicinò e le piantò un calcio nella pancia, imi- nitori di Fina che per paura di non vedere accettata la pro-
tata subito dalle altre giraffe. L’avrebbero massacrata di pria figlia decisero di abbandonare la comunità per poi
botte se, a un tratto, una vecchia giraffa dall’aria seria e sag- lasciare orfana la piccola.”

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Maria Mistretta basta, a me non basta, io che ero sempre disposta ad aiuta-
re tutti, a dare a tutti, a un tratto ti rendi conto che non hai
più le amiche del caffè e ti chiedi il perché del saluto man-
cato e ti senti sempre più piccola, ogni giorno che passa,
fino al punto che ti annienti da sola, piano piano, e allora ti
Maria isoli, esci ma vai dove ci sono quelli come te, dei diversi,
loro ti accettano, a loro modo ma ti accettano. I figli, per un
po’ hai vergogna di quello che fai, non vuoi che ti vedano,
Carcere, che parola, per chi è al di fuori sembra una paro- che sappiano, e allora c’è la cara mamma, la mia mamma
la qualsiasi, che si dice così per dire, per chi è al di fuori che soffre in silenzio ma che per amore basta che dica un
però! Certo chi parla con questa tristezza solo scrivendo “mammina, te li lascio un po’, torno stasera a prenderli” la
sicuramente è dentro al carcere, io sono dentro a un carce- mia mamma, io so che esiste, per me c’è sempre, ma non
re, io, la donna che si sentiva soddisfatta della sua vita, appa- puoi, non sempre, e così si va avanti. Poi quando ti rendi
gata, io, con la mia famiglia, mio marito, due figli, figli desi- conto che stanno crescendo gli devi una spiegazione, e allo-
derati, tanto desiderati, un marito che ti ama, tu che lo ami ra dopo tanti tentativi gli racconti tutto, o va o non va, ma
ancora di più, la casa della felicità, la casa invidiata dalle lo devi fare, la gente è cattiva, non puoi permettere che fac-
amiche, che vengono tutte le mattine a prendere il caffè ciano loro la tua parte, no, non puoi, i figli sono tuoi, tu li
perché hai una casa bella, e te lo dicono in continuazione, conosci, tu sai il loro carattere, tu sai il momento giusto, ti
quasi a buttare il malocchio a forza di dire sempre “che resta solo la speranza che riescano a capire. Io sono fortu-
bella casa che hai”. La cosa ti fa piacere, e poi anche quel nata, sono davvero una mamma fortunata, io ho ancora il
dire sempre “vorrei avere un marito come il tuo”, e allora lì loro amore, l’amore dei figli che solo una mamma com-
non sei contenta, ti disturba questo complimento, ma poi prende, io sono ancora la loro mamma nonostante questo
dici, che stupida che sono, è tutta roba mia, compreso l’uo- carcere, ed è giusto che i propri errori vengano scontati,
mo che amo, la casa della felicità, ecco cos’era casa mia. questo ho insegnato ai miei figli.
Casa, dolce casa, la mia casa piccola ma bella, perché è
bella, perché te lo dicono gli altri, ma soprattutto bella per- Ecco che mi ritrovo a fare il giro del campo, che per fortu-
ché è come l’ho voluta io, anzi, come abbiamo voluto io e na è grande. L’aria è già aperta, intendo l’ora in cui puoi
l’uomo che amo. Poi succede, e non so nemmeno quando andare fuori in questo grande giardino, con il suo campo
e come sia successo, ma è successo, e ti ritrovi a essere da pallavolo dove le ragazze giocano divise in squadre, ma
dipendente da una cosa che fino ad allora non sapevi cosa che puoi usare anche come campo da calcio, con le rispet-
fosse e che fosse così dannosa, che ti prende tanto, però ti tive due porte, e poi diciamo che ci sono delle panchine se
rendi conto solo quando è troppo tardi del danno che ti ha vuoi fare da spettatore o vuoi parlare con le compagne, ci
fatto l’ignoranza, essere ignoranti a trent’anni poco più, si può andare anche quando piove, ci sono delle tettoie in
che peso, questo è un peso che ti porti dietro tutta la vita, ti legno e sotto delle panchine, se trovi quella giusta, cioè
rendi conto che ti ha fregata per prima cosa la tua ignoran- qualcuna su cui non cada qualche goccia di pioggia, ma
za e non hai pace, ma non basta dire maledetta droga, non tanto va bene lo stesso, basta stare fuori, e poi dimenticavo,

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ci sono dei giochi per i bimbi, purtroppo per i bimbi di non ne hanno nemmeno più, piano piano sono andati
qualche detenuta, per loro sono molto importanti, anche scomparendo, forse non erano affetti veri come a volte può
per noi adulte ci sono dei giochi di legno, diversi, più per sembrare, ma è proprio nel bisogno che vedi il vero amore,
fare ginnastica, ognuno con una sua forma, insomma è un la vera amicizia, ma ti rendi conto che anche lì hai sbaglia-
bel giardino e si può dire che a noi non manca il verde. to qualcosa, ma sei tu che hai sbagliato o sono gli altri che
Quando ti richiamano per il rientro sembra che ti sei fatta si sono approfittati della tua amicizia disinteressata? Non
chilometri, con il fiatone perché hai parlato con una com- serve nemmeno chiederlo, sarebbe fiato sprecato, tanto la
pagna di sventura e non stai a chiederle perché è qui. Per risposta già la sai, più o meno: “Io a te queste cose non le
me qua dentro siamo tutte uguali, tutte abbiamo fatto qual- farei mai!” E intanto l’hai già preso in quel posto e allora
cosa, chi più chi meno, so che non abbiamo rispettato alcu- per il momento ci passi sopra, dico per il momento perché
ne regole, o meglio leggi, e adesso paghiamo per riacqui- non piace a nessuno passare per coglioni, allora aspetti
stare almeno certi valori e spazi dell’esistenza come prima lenta, lentissima la vendetta, però fatta con garbo, ma che
che succedesse tutto questo. Ma purtroppo si resta segnati fa tanto male, non ti tocca ma riesce a toccarti la coscienza,
a vita, come una macchia indelebile, non solo nel tuo solo con la pazienza a volte risolvi la cosa e io di pazienza
animo, che è già una sofferenza, ma anche per la società e ne ho tanta. A volte ti chiedi dove sarai fra dieci anni, cosa
la gente che conosci o credevi di conoscere. Penso che chi farai, sarai sola? Sarai malata oppure non ci sarai più e forse
vuol capire il senso abbia già capito. Ma soprattutto ti pensi anche che è un bene se non ci fossi più da ora, ma
preoccupi per la tua famiglia, per i figli, i figli, che bella no, questo ancora no, è presto, c’è ancora qualcosa che
questa parola, sembra stupida ma a me riempie il cuore, devi terminare, non si può lasciare a metà l’unico capolavo-
certo anche la tristezza ha un posto in questo piccolo ro che ancora è da finire con quel poco che sai e che hai
cuore, come la vergogna e la sofferenza, ma per me i miei imparato per lasciare il tuo ricordo, un bel ricordo, perché
figli sono la vita, forse non ho mai dato loro modo di veder- so che qualcosa di buono lo ho fatto nella mia vita. Ripeto
lo e forse lo dico solo adesso che non li ho qui con me, io che queste cose le dici solo nei momenti in cui te ne capi-
so che loro sanno com’è la loro mamma al di fuori di tutto tano di tutti i colori e pensi che stiano succedendo solo a te,
quello che possa aver combinato, anche se è stato sulla mia poi ti rendi conto che qualcosa la hai sbagliata ed è giusto
pelle, nel vero senso della parola. Ho sofferto in prima per- così, e che ci sono persone, esseri umani che in questo
sona e adesso sto raccontando la mia colpa perché ti ritro- momento stanno soffrendo vere pene dell’inferno rispetto
vi quasi costretta a fare certe cose, ma sempre senza coin- a quello che stai passando tu, così ti rendi conto anche che
volgere i miei cari, un occhio chiuso lo hanno avuto anche in fondo tra tante cose brutte sei fortunata rispetto ad altri.
loro, ne sono consapevole, e non doveva essere una bella I tempi sono cambiati, mi dicono, anche qua in galera, non
cosa soffrire in silenzio, e ora che non siamo insieme forse c’è più rispetto tra di noi ma tanto egoismo e cattiveria,
sono più tranquilli, nel senso che sanno che qui non posso allora mi chiedo come sia possibile. Qui ti insegnano a non
combinare guai. sbagliare più o ti insegnano a essere più cattiva? Quando
esci di qua avrai tanto rancore e rabbia per esserti fatta dei
È vero, la galera ti mette a dura prova nella vita, una dura mesi e degli anni che non sono serviti a niente, le regole
prova con i legami affettivi, ma i miei sono solidi, alcuni sono diventate lezioni di cattiveria, così saprai comportarti

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bene quando sarai fuori, certo quanta gente farà finta di tene conto, piano piano ma lo fai, adesso mi chiedo cosa
non conoscerti, e che dire del lavoro, trovi solo porte chiu- voglio, voglio tranquillità, pace, la serenità di una volta,
se, nessuna possibilità per ritornare la persona rispettabile quando la mia giovane vita era protetta da una campana di
di prima, basterebbe poco, invece arrivi al punto che per vetro, ma fatta da me, ero io che volevo che fosse così quel
un po’ ti sei dimenticata la parola galera e allora ricominci vetro lucido pulito come mi sentivo io, adesso scrivo per
a sbagliare e non è colpa tua ma di questa società che già ti sfogarmi, per sentirmi pulita come levarsi un vestito spor-
ha marchiato a vita come le bestie, a differenza che almeno co, anche se di sporco non ho fatto niente, ma mi sento
loro servono per il nostro sostegno vitale. Scusami, questa così perché ho fatto soffrire e faccio ancora soffrire perso-
parola la vorrei dire a tante persone, anzi sono poche le ne che non meritano questo dolore quotidiano, che non
persone a cui voglio veramente bene, ma il coraggio non lo hanno scelto loro ma è la conseguenza dei miei sbagli, del
trovi con le parole, parlano i miei occhi per chi sa chi è mio fallimento con me stessa. Le certezze di una volta non
Maria, la mia mamma, quanta pazienza, solo la pazienza di ci sono più, adesso c’è il fallimento di questi anni persi, ma
una mamma ti rincuora per quello che le stai facendo, l’a- rimane l’orgoglio, a volte uno stupido orgoglio, che non
micizia, ma è difficile distinguere quella vera, ti accorgi vuoi mettere da parte ma ne basta poco, quel tanto per
solo dell’amicizia sbagliata ma sempre troppo tardi e allora chiedere aiuto, per me non ci deve essere l’aiuto di nessu-
quella che stavolta ritieni vera amicizia te la tieni stretta che no, io devo sapermi aiutare come facevo prima, io sbaglio,
quasi hai paura di esagerare, e in fondo al cuore rimane io mi devo tirare fuori dai guai, nessuno mi ha dato quel
sempre un punto, la paura di avere sbagliato anche stavol- modo di sbagliare, io l’ho voluto, io ne devo uscire da sola,
ta nello scegliere. senza l’aiuto di nessuno come ero capace di fare, prima o
poi ci riuscirò, forse mai, ma non oso pensarlo, questo mi
Scrivo per non essere su questo letto freddo, perché non spaventa un po’ ma non sarà così. Fingo la mia allegria, che
ho niente di caldo, non basta questa coperta a scaldarti il adesso è a spezzoni, discontinui come la mia dipendenza
cuore, non c’è calore in un posto come questo, scrivo a lui, messa a dura prova, non curabile con pillole, eppure l’esse-
lui che può essere chiunque in questo momento, un lui c’è re umano ha un grande cervello, ha inventiva, trova cure
sempre, c’è il lui della tua vita, quello che conta più di tutti, per malattie gravi, ma non è abbastanza forte per curare
un lui, che può essere mio padre che non c’è più, a volte questo mio cervello, eppure basterebbe togliere quel pez-
rimpiangi le cose che hai avuto vergogna a dirgli e adesso zettino marcio e tutto tornerebbe come prima, ancora non
lo vorresti qua con te, e perché no ritornare sulle sue è abbastanza forte, è una cosa più grande che riesce solo a
ginocchia come quando eri la sua coccolina, ma quanto scalfirlo per ora ma vedrai, ce la farà, eppure quante ama-
dolore gli hai dato, anche il suo silenzio faceva male, molto rezze ci sono in questo mondo, ma sembra che stiamo sof-
male, forse uno schiaffo sarebbe stato meno doloroso, ma frendo solo noi, che tutto sia contro di noi, con poche spe-
quanto bene vedevo in quegli occhi, erano come un ranze di venirne fuori, ma in fondo sappiamo che prima o
abbraccio caldo, affettuoso. Ti accorgi che vuoi essere qua- poi tutto finirà, non sai quando ma sai che succederà.
lunque altra cosa ma non una persona, hai questo macigno
dentro e allora vorresti essere niente, mentre loro che pos- C’è un seminario di non so che, sono fuori dalla cella e
sono essere qualcosa per te li respingi senza quasi render- questo basta per uscire da quel buco che ancora non ho

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scoperto in quante ne siamo proprietarie, se così si può facendo come ormai da qualche giorno il solito pediluvio
dire. Sappiate però che è giusto che vengano esposti certi per via di un’unghia incarnita. Siamo qua con la radio acce-
problemi, in un carcere il problema poi è metterli in atto, sa e le nostre serate passano così, senza nemmeno accende-
di qualunque cosa si tratti. Per adesso ce ne stiamo a sede- re la televisione, basta la musica e la tranquillità che c’è solo
re, guardiamo arrivare questi uomini disgraziati come noi, a quest’ora della sera. Speranza ci ha fatto i soliti dolcetti
naturalmente sono detenuti del maschile. Ma la speranza è come sa fare lei e abbiamo cenato con quelli, la cena è
pur sempre qualcosa per noi detenuti, sperare che si può ancora là, messa da parte, oggi abbiamo avuto pesce, per
ottenere un qualcosa, può aiutare che non siamo in gabbia l’esattezza triglie, almeno mi sembra quelle, sono rossastre,
come cani abbandonati al proprio destino. Noi donne insomma le vedevo al mare quando le pescavano i miei
andiamo al maschile per il seminario, ecco la parola magi- figli, che belle estati erano, per il momento erano, sono
ca “maschile”, queste donne, che sono ancora delle donne passati solo pochi mesi dall’ultima estate, anche il natale e
nonostante la loro carcerazione, ecco all’improvviso bril- la befana sono passati, pensa un po’, siamo già a carnevale!
largli gli occhi solo all’idea di vedere un uomo, diventano E qua il carnevale è più variopinto che fuori, qua ce lo
luminose, e allora un gran movimento, il trucco, il vestito, abbiamo tutti i giorni! Già, il carnevale che ogni scherzo
i tacchi, ecco la vanità delle donne che viene fuori da quel- vale, questa volta però lo scherzo ce lo hanno fatto a noi!
lo stato di catalessi che hanno durante gli altri giorni, con Ridiamoci sopra, tanto è carnevale! E qua di maschere ne
i loro pensieri, con i loro dolori, dolori del cuore che non abbiamo tante, anzi, ne vediamo tante, ed è difficile sceglie-
si curano con la solita pasticca, dicono che il cuore non fa re a chi possa toccare di vincere il premio della prossima
male, altroché, fa male, è un dolore che non si può spiega- libertà. Forse sono un po’ cattivella, ma a volte qua sembra
re e ognuno ha il suo dolore, non è curabile purtroppo, il che gareggino tra di loro a chi ha la condanna più alta, e
nostro dolore può solo guarire con l’amore dei nostri cari, allora! Forse questo non è un carnevale con ricchi premi?
con il sorriso di un figlio e perché no anche con l’attenzio- Meno male che dura poco! Ti chiedi perché certe persone
ne che hanno per te quel poco che basta a farti sentire si vantano delle loro irregolarità con la legge, a quale
importante, che sei importante per loro. Siamo brave tutte scopo? Cosa gliene può venire di comodo? Forse per passa-
qua dentro a fare le vittime, se così posso dire, ma non il vit- re da donna vissuta? O forse hai sofferto tanto e il tuo dolo-
timismo, è solo che ti rendi conto delle cose e delle perso- re lo devi far pesare sulle altre? Ma non è così che si risol-
ne quando ti mancano e tieni a loro, io sono la prima ma vono i problemi, quelli restano fino a quando lo vuoi tu,
so anche di aver sbagliato e se siamo qua sicuramente non verrà il giorno in cui ognuna di noi deciderà per una vita
c’è quella che è qua per un errore giudiziario come fanno migliore, speriamo tutte, resterai segnata a vita, questo sì,
intendere, questo è un carcere e per sbaglio non ci si capi- ma sarà anche un brutto ricordo, sono sicura che sarà così,
ta, sii onesta almeno con te stessa, nessuno di noi ha voglia i brutti ricordi non si dimenticano, si mettono da parte,
di giudicare, ci bastano i propri guai e certo non ne voglia- chissà, se poi un giorno per uno strano motivo dovranno
mo altri. riaffiorare sarà perché forse stai sbagliando di nuovo?
Purtroppo non è facile capirlo adesso, accadrà tutto in un
Siamo rimaste sole io e Elena in questa cella, un po’ ci istante, quanto basta a far ritornare indietro quei giorni
manca la piccola Giulia, adesso io sto scrivendo, Elena sta che avevi messo da parte e che speravi di non rivivere più,

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ma questa sicuramente è un’altra storia e forse non si ripe- cosa che cerchiamo, quel qualcosa che non ha nessun altro
terà. Adesso per il momento sono ancora qua, aspetto con e che vogliamo avere solo noi, egoisti, ecco cosa siamo, ci
ansia che passino questi giorni per sapere quale sarà la mia fanno diventare egoisti anche se tutto questo non lo vorre-
sorte. Mi rendo conto che sono così ansiosa che potrei sti, ma per forza di cose ci diventi, ti rendi conto che tutto
scoppiare da un momento all’altro, questi nervi che tengo questo soffrire alla fine a cosa ti serve, ed ecco che ripensi
dentro nessuno deve vederli, tanto non sarebbero in grado alla solita frase “serve a farti crescere”, ma è poi vero tutto
di tirarmi su, posso far intendere che sto già meglio, che ho questo? Chissà, anche questo ti fa restare nel dubbio, ma
fatto bene a sfogarmi con loro, ma anche questo mi sembra cos’è la cosa giusta? Tu sai dirmelo? E perché non me lo
falso, non riesco a vedere negli altri quel poco che a me dici? O perché anche tu non lo sai e come me aspetti la
basterebbe, ma in fondo non so nemmeno io quale sareb- parola magica, quella che ti ridà un sorriso, una speranza,
be la parola magica per farmi sentire meglio, lascio tutto quella piccola gioia che tanto desideri. Non c’è nessuna
dentro di me così evito falsità e invidie, solo quello riesco a parola magica, di magico in tutto questo ci può essere solo
percepire in certe ragazze disperate che sono qua, ma che quello che vuoi tu, serenità e gioia, ecco la mia parola magi-
in fondo non stanno meglio di me. Ed ecco che ritorna una ca, peccato però che io non sia una fata, ma mi restano i
maschera anche per me, non sono e non mi sento miglio- sogni e sono tutti miei, nessuno può vederli e prenderli,
re di nessuno, sono solo io, con tutte le antipatie e simpa- quelli non sono in commercio, è l’unica cosa di pulito che
tie che posso esprimere alle altre. Si porranno, sicuramen- hai nel tuo cervello e non possono rubarteli.
te, anche loro le domande che mi faccio? Tutto passa, anche questa galera passa, mesi, anni ma
passa, ma conti i giorni lo stesso e ti sembrano sempre più
Quante cose fatte e sbagliate per il modo tuo di fare, ma lunghi, ma passano, nonostante tutto passano.
che prezzo alto da pagare ti domandi, parole dure che
tagliano come lame, lo so non spetta a me dirti queste paro- Vorrei essere un qualcosa di astratto, variopinto, presente
le che ti faranno male ma il tempo guarirà queste ferite, a sempre in ogni luogo, dove anche la sofferenza può essere
volte ti fanno sanguinare il cuore, ma è con il tempo che non vista, ma con i miei vari colori alleggerire almeno quel-
questo cuore ricomincerà a battere piano piano, fino a l’attimo che basta a far sorridere solo nel vedermi. Vorrei
riprendere quel ritmo regolare, piano piano sempre di più, essere un qualcosa di vaporoso, per avvolgere le persone
fino a raggiungere la stabilità di una volta, ma dovrà passa- che hanno bisogno di un abbraccio, quell’ abbraccio che
re sempre del tempo, a volte è proprio questo che non non hanno potuto avere per un qualcosa che non sanno
basta, il tempo, ma lo avrai, dirai bugie, troverai scuse, nemmeno loro. Vorrei essere un desiderio per darne a
darai sempre colpa al tempo che non basta mai, ma sarà tutti, esaudire il tuo, vederti felice sarebbe la mia gioia,
così, oppure è perché questa vita non riesci più a sentirla anche il più stupido desiderio mi darebbe gioia. Vorrei
tua? C’è un qualcosa che ti disturba, non riesci a percepire essere un angelo e seguirti, starti vicino per non farti sba-
cos’è, il perché di certe sensazioni, di certi malesseri, ci gliare e renderti la vita serena e tranquilla. Vorrei, forse,
mettiamo sempre a dura prova per sbaglio forse? O perché essere Dio, ma questo sarebbe impossibile, avrei troppa
come bambini vogliamo crescere, imparare nuove cose per paura di vedere tutto il mondo con i suoi lamenti, non sarei
somigliare sempre a qualcuno o a qualcosa, cos’è quella all’altezza e peccherei di presunzione, che è una cosa che

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non mi appartiene. Vorrei essere l’allegria e portare la tutto con la sua femminilità che solo lei sa dimostrare.
gente a sorridere e ridere, leggergli l’allegria negli occhi. Donna pronta a dar tutto per un uomo, la sua vanità è
Solo capricciosa non vorrei esserlo, il capriccio lo lascio ai unica, non ce ne è una uguale fra di loro, hanno tutte quel
bambini, che tutto quello che fanno ti danno la felicità, fascino particolare che piace tanto all’uomo. Non privare a
anche un capriccio. Vorrei essere un’ape, così laboriosa, una donna la gioia di vivere, smetteresti di vivere, non
anche se laboriosa io non sono, ma vola tutto il giorno per sarebbe più come prima, non saresti più come prima, lei ti
non deludere la sua regina. Solo una cosa non vorrei, mori- ha ucciso come tu hai ucciso i suoi sogni. Sei attratto da lei
re. Vorrei essere ancora tante altre cose ma non c’è il come una calamita, non puoi fame a meno, sei complice
tempo, perché il tempo non basterebbe mai. con lei di quell’amore, cerchi di nasconderlo perché ti ver-
gogni di esserti innamorato e ti senti piccolo, ma lei è vita
C’è un detto sulle donne, chi dice donna dice guai, anzi ce per te.
ne sono più di uno, ma è solo invidia, mettiamola così. Non
farle un torto, la sua mente di donna diventa diabolica, dol-
cissima se tocchi il suo cuore, può avere un bel corpo, può
essere sgraziata, ma è donna e questo fa sì che si senta sem-
pre desiderata, con le sue bruttezze fuori ma bella dentro,
la sua vanità è eleganza e fascino, gesti insignificanti ma
intriganti, dolce sorriso ma malizioso, ecco la donna che ti
prende solo se lo vuole lei, che ti fa soffrire per dimostrar-
ti che non è stupida, donna madre affettuosa, presente,
sempre pronta ad asciugare ogni lacrima del suo piccolo
ma sempre femmina davanti al suo uomo, pronta ad amar-
lo e consolarlo. Una donna sa essere sempre il tutto davan-
ti a tutto, sa corteggiare ma sa anche conquistare con la sua
semplicità, ma essere corteggiata è la cosa che la rende feli-
ce e diversa dalle altre, devi essere pronto a leggere i suoi
desideri, farle sentire che è l’unica, corteggiare una donna
è un’arte perché lei è un capolavoro e come tutti i capola-
vori la devi ammirare, non deluderla, soffrirebbe, non
prenderti gioco di lei, sei già perdente prima ancora che tu
te ne accorga. Donna, quella piccola luce che sa illuminare
anche l’angolo più buio della tua vita, non farle mancare
l’amore, l’affetto, appassirebbe come un fiore senza acqua,
annaffia il suo cuore giorno per giorno, carezza dopo
carezza ecco che la vedi rifiorire, riprende la vita ed esplo-
de con tutta la sua allegria, gentilezza, bellezza ma soprat-

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Vanna Zappelli È la sua figura che cammina per i corridoi, che legge, che
parla, che si lascia andare in confidenze ma, in realtà, quel-
lo a cui tiene di più, la persona lo lascia nel fondo del cuore.
Io mi vergogno, dicono che non dovrei, ma io mi vergo-
gno.
Il tunnel Presto vedrò anch’io una luce in fondo al mio tunnel e
ho paura, perché tanti anni passati al Purgatorio dove non
ti senti più quella di una volta, ti lasciano una cicatrice inde-
Tutto accadde una mattina di dicembre, mi ritrovai seduta lebile che nessun chirurgo plastico potrà mai togliere.
sul primo gradino del pianerottolo al secondo e ultimo Ed è con questa convinzione che si arriva vicino all’ora
piano di una palazzina. In “casa” c’erano tante persone fatidica, tanto desiderata e tanto paurosa.
chiamate da me prima di rifugiarmi in un silenzio totale. Si, si aprirà un cancello e allora sì sarai dall’altra parte del
Non era sgomento, semplicemente non avevo ancora mondo.
messo a fuoco quello che era accaduto. Chi ti è stato vicino ora non c’è più: sei sola come un
Sono chiusa in una stanza da più di un mese. bambino che cerca una mano cui aggrapparsi, resti immo-
La prima faccia familiare. Mio fratello, poi mia figlia. Mio bile, ti guardi intorno, rivedi tutto.
fratello piangeva e diceva che la mia fotografia era su tutti i Il mondo è bello, quella non più bella sei tu...
giornali. Si raccontava di me, tutto e di peggio. Pensai, Ma cominci a camminare, ti allontani dai cancelli, per
conoscendo le radici della mia famiglia, niente è la morte fortuna ho una macchina.
in confronto alla vergogna! Oggi esco. Salirò in macchina e mi allontanerò per rag-
Basta. Non voglio fare un diario dei miei anni! giungere un altro luogo. La mia strada non sarà tanto
Capii che il mondo si era capovolto. Qui il mondo era lunga, l’importante è partire.
dietro ai cancelli, dietro le sbarre, il fuori non mi apparte- Sono in macchina. È una bellezza veder scorrere la stra-
neva più. da sotto di me, il paesaggio appena uscita dalla città è bel-
I giorni sono lunghissimi e le settimane volano... devo lissimo, anche se siamo in inverno i prati sono verdi, qual-
ancora capirlo! che mucca è fuori dalle stalle, il contrasto con il cielo azzur-
I primi anni sono stati bestiali: tutto un rimuginare sul ro è un’immagine indescrivibile. In lontananza c’è un arco-
ragionato, fino allo sfinimento. Il lungo cammino per pren- baleno, sembra un quadro, un naïf, fatto con molta cura. I
dere coscienza del luogo dove sono e siamo, scoprire le per- miei occhi spaziano, non sanno dove guardare. Ovunque
sone con le quali abbiamo a che fare: strana gente! Pur nel rivolgo il mio sguardo, vedo il miracolo della natura.
turbamento non ho mai perso la mia dignità. Sono libera. Sola. Posso andare dove voglio. Penso al
Per fare il carcere ci vuole dignità! Sono andata avanti domani, forse è per questo che vedo le cose come se non le
così nell’attesa di vedere un giorno uno spiraglio di luce, avessi mai viste, non ero più abituata.
come quando si entra in un tunnel, una galleria, e dopo Come è bello il mondo. Cerco di scacciare i cattivi pen-
tanto buio in lontananza si scorge e poi si rivede la luce. sieri, il passato, che spero di lasciare alle mie spalle prima
È un tempo in cui la persona si vede, ma in realtà non c’è. possibile. Spero di riuscirci...

158 159
Sono quasi a metà strada, mancano ormai pochi chilome- sembrano mosse da mani galleggianti nell’aria, non fanno
tri, una galleria abbastanza lunga e poi di nuovo la luce: la in tempo a svanire che altre avvolgono di nuovo la macchi-
mia città. na. Io sono sudata, come nella mia vita non lo ero stata mai.
Entro nella galleria, accendo i fari, ci sono poche macchi- Non mi rassegno, perché domani devo correre per
ne, meno male, a me le gallerie danno sempre un po’ di incontrare il mio destino.
claustrofobia. Strano! D’improvviso mi accorgo che sono Mi sembra di essere in trance, solo i nervi mi tengono su
sola, non ci sono più macchine, nessuno mi sorpassa, nessu- e continuo a camminare. Sono passate ore, minuti, non
no viene dalla carreggiata opposta. Mah! Forse non c’è traf- ricordo più. È come se fossi stata per anni in quel tunnel.
fico a quest’ora. Ho perso la fiducia, lacrime cominciano a bagnarmi la fac-
Come è buia questa galleria, sono quasi dieci minuti che cia, non le asciugo nemmeno, tanto bagnano una persona
cammino, sembra sempre più oscura: non c’è neppure una già bagnata, sto per chiudere gli occhi e penso “a questo
luce, solo i fari della mia auto che non illuminano niente, punto sarà quel che sarà”… Nel fondo scorgo una luce, pic-
forse qualche metro di strada nera, anche le pareti sono cola, flebile. Più avanzo più si fa grande, è la conclusione …
nere. Finalmente sarò fuori: ora mi prende un’altra paura, cosa
Ma quanto è lunga? Io continuo a camminare, non posso troverò all’uscita?
più tornare indietro. Il mio umore è cambiato: quel buio, Rivedrò un altro bel paesaggio o il nulla?
quell’essere sola mi dà una strana sensazione e poi mi sem- Sto uscendo, un raggio di sole colpisce i miei occhi, è così
bra persino di respirare con affanno, come se l’oscurità forte che rallento per abituarmi di nuovo alla luce. Rallenta
fosse tangibile, sembra quasi si materializzi, e istintivamen- il battito del mio cuore, il sudore ritorna caldo, prima era
te chiudo il finestrino. freddo, rivedo le colline verdi, gli alberi. Sento il rumore
Non voglio fermarmi, credo di vedere molto male, metto delle macchine, tante macchine, non sono più sola, sono
i fari abbaglianti... ma niente, in fondo nemmeno una lama ritornata alla vita.
di luce.
Ora anche le mie orecchie mi creano spavento, mi sem-
bra di sentire quasi un lamento lontano venire da quel
buio: un buio che è sempre più spesso e si lamenta. Scioc-
chezze! Eppure più aguzzo la vista, più le mie orecchie si
tendono, tanto che le sento più grandi, più il lamento cre-
sce. All’improvviso vedo dei veli, anzi sembrano ragnatele
nere, che sfiorano il mio parabrezza. Cosa succede? Ho il
cuore in gola, comincia un’angoscia terribile, sudo, il volan-
te è bagnato, tutti miei nervi sono tesi, il collo non si gira
quasi più, sto impazzendo? È un brutto sogno?
Non capisco. Prima di varcare il tunnel il paesaggio mi
affascinava ed ero così felice, andavo a casa.
Ora vaneggio, mi sembra di avere la febbre, le ragnatele

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Massimiliano Mazzoni

Solitudine

Finestra aperta… piccola luna con la speranza di illumina-


re la stanza, e illusa spera di diradare le tenebre dalla mia
anima, dalla mia mente…
Il dolce mattino non sa che per un cuore spaccato e san-
guinante, luce tanto intensa non esiste per cuori come il
mio, e più insiste a voler placare questa mia atroce ango-
scia, più lei si vendica col suo impeto trascinandomi ad
ogni risveglio nelle più terribili delle agonie.
O voi tutti amici e nemici preoccupati non cercate di
darmi coraggio, non fate altro che rigirare il coltello nella
piaga del mio cuore spaccato, facendomi vedere i vostri sor-
risi di conforto come ghigni odiosi.
Sappiate solo, o voi gente perbene, gente di cuore, che
se pur esiste medicina per questa mia lancinante ferita, non
sono le vostre parole o la speranza di un giorno nuovo, solo
il tempo può scacciare questa mia tremenda voglia di soli-
tudine per compensare la mia sempre più grande voglia di
avere vicino a me, chi ormai non posso più avere.
Porto Azzurro (LI), 2003:
momenti della premiazione con Veronica Pivetti.

162
Minori

Porto Azzurro (LI), 2002:


l’interno del carcere.
M. G.G.A.M.M.D.
Laboratorio Voci di strada Ipm di Acireale

’Na parola mia


Dialogo sull’assassino e sui gendarmi.
Liberi commenti, in carcere, su Il pescatore
Si l’ammuri è comu gniocu, di Fabrizio De André
cancia lu cori e metti ’n focu.

Si stu cori n’à canciatu, I


resti femmu e disperatu. Si era assopito un pescatore al tramonto, dopo una giorna-
ta immobile, fatta di luce e inutili attese, sotto il sole impie-
Chistaccani non è poesia, toso che inaridisce la pelle e la spacca come zolle di terra
è sulamenti ’na parola mia. infuocata.
Si stava tutti sul molo, all’ombra dell’ultimo sole, come
parte del paesaggio, come reti abbandonate, insieme ai
Si l’ammuri è comu gniocu… Se l’amore è come un gioco, a gabbiani, insieme al vento inquieto che spezza le nuvole e
volte capita che, pur amando una persona, la si tradisce. accende il mare di mille bagliori.
A quell’ora ci venne incontro un assassino, stanco e suda-
Cancia lu cori e metti ’n focu… Lascia quella persona, allora, to come un bambino, affannato per la gran corsa, come
perché altrimenti porteresti solo maggiore sofferenza nel animale braccato.
suo cuore, e tenta di capire cosa vuoi veramente.
II
Si stu cori n’à canciatu… Ma, se scopri che l’amore per quel- Che succede? Si rivolge a noi e ci parla. Che vuole? Pane e
la persona è ancora forte… acqua.
Io. Se un assassino mi chiede da mangiare e da bere, io
Resti femmu e disperatu… Rimani immobile a pensare: per- gli do da mangiare una fetta di pesce spada e un bicchiere
ché l’ho tradita? Perché l’ho lasciata? Perché l’amo ancora? di vino, perché per me è giusto che io lo aiuti, anche se è
E non sai più cosa fare, ti disperi, non sai più dove andare, un assassino, però gli farei tante domande per sapere per-
se andare avanti o tornare indietro. ché va in giro a uccidere persone.
Tu. Anch’io farei così. Se un assassino mi chiede da man-
giare e ha sete, io, vedendolo in questa situazione, lo aiuto
subito. Ma questo lo farei con ogni persona che mi chiede
aiuto, tranne con un pedofilo. Prima di tutto gli chiedo per-

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ché ha ucciso e chi ha ucciso. Poi se ha ucciso per motivi IV
che ha avuto lui, gli potrei dare una mano. Se ha ucciso E ora? Passano le guardie e chiedono.
bambini, no. Io. Quando passano le guardie e mi chiedono se ho visto
La ragazza. Innanzitutto avrei tanta paura, però gli darei l’assassino, io gli dico che non ho visto nessuno, perché se
quello che vuole, perché la vita e il suo valore per me vanno gli dico che l’ho visto lo potrebbero arrestare; e a me, one-
oltre ogni cosa. Certo, proprio per questo non credo di stamente, non interessa niente.
poter essere capace di perdonarlo. Non sono il Cristo, ma Tu. Io non ho visto nessuno, l’unica cosa che ho visto è
un essere umano, e il perdono è davvero difficile. la mia canna da pesca e il mare. Direi di non farmi doman-
Io. Allora: se l’assassino vuole uccidere me, io ucciderei de sulle altre persone perché io guardo solo me stesso.
lui senza nessuna pietà. Se invece ha ucciso altre persone, La ragazza. Io chiederei ai gendarmi perché lo cercano.
cercherei di farmi spiegare perché ha ucciso, ma nel frat- Dipende poi da cosa mi ha detto di sé l’assassino e poi,
tempo gli darei da mangiare e da bere; e, se non ho niente forse, direi la verità, perché la punizione a volte aiuta.
da dargli, me lo porterei al bar. Io. La punizione, le guardie, ma che dici? Io con aria
Ancora la ragazza. Io sicuramente gli darei da mangiare, indifferente faccio finta di niente e gli dico che, a parte i
anche se so che è un assassino, ma sarei molto a disagio. pesci, non ho visto nessuno. Il motivo è semplice: l’onore e
Tu. Io lo aiuterei, ma bisogna davvero sapere perché ha l’omertà regnano nel mio carattere.
ucciso. Se lui ha ucciso una donna o un bambino, io am- La ragazza. Che non l’ho visto, se mi fa pena! Altrimenti
mazzo lui. lo dico: è lì l’assassino, prendetelo!
Un altro pescatore. Io lo aiuterei. Io aiuterei chiunque Io. Io dico di no, perché il mio mestiere non è lo sbirro.
chiede aiuto. È sempre un uomo. Oggi io aiuto lui, doma- Tu. Io veramente risponderei “è andato da quella parte”,
ni aiutano me. Rispetto reciproco per gli esseri umani. Chi indicando la via sbagliata. Confonderei le loro idee. Per-
domanda aiuto dovrebbe essere compreso. ché, se prima l’ho aiutato, perché poi dovrei farlo arresta-
La ragazza. Lo guarderei negli occhi. Probabilmente lo re? Non è omertà, ma buon senso e coerenza.
aiuterei comunque, ma con uno spirito diverso a seconda
di ciò che mi comunica il suo sguardo. V
Questi siamo noi, fratelli, compagni di strada e di galera.
III Noi siamo il pescatore, bruciati dal sole e dai nostri erro-
Venne davvero l’assassino, due occhi enormi di paura, a ri, imprigionati dentro pareti vuote e incontri inattesi.
dirci ho fame, ho sete; per inquietare la nostra ombra e per Io sono dentro questa storia. Io sono forte di coraggio,
provocare dubbi circa l’utilità e la necessità, il bene e il testardo e tranquillo, occhi neri, capelli neri, normale e
male, l’opportunità del portare o negare l’aiuto, e obbliga- complicato, calmo e rompiballe, appassionato e pazzo, igno-
re ciascuno di noi a scegliere ed esporsi. Che fai fratello? E, rante, io sono il mio sbaglio, introverso e sensibile, sincero,
soprattutto, da che parte stai? io sono triste e aggressivo, illuso, io sono un boy-scout, dis-
Cos’è giusto? persivo come il vento, io sono la mia voce, troppi pensieri,
Vennero pure due gendarmi, due gendarmi con le io sono ostinato, padre e marito, io sono innamorato, io
armi. sono forte. Io sono un pesce spiaggiato.

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Siamo noi che veniamo ogni giorno a questo molo, al sole, Luca B.
al vento, e bestemmiamo quando piove e gioiamo per ogni
pesce che abbocca. Non ci aspettiamo nulla.
La nostra smorfia sembra un sorriso, la nostra scelta sem-
bra libera, i nostri occhi sembrano felici.
Alla fine nessun gendarme ci ha piegato, nessun assassi- Senza titolo
no ci ha fatto davvero paura.
L’assassino e i gendarmi sono andati via, alla malora!
Noi, invece, siamo ancora qui, all’ombra dell’ultimo sole, Voglio raccontarMi.
immobili, pietrificati, e con un solco lungo il viso, come Vorrei non dover mai raccontare le mie sfortune,
una specie di sorriso. vorrei non dover mai ricordare i miei errori,
vorrei aver avuto una vita diversa,
ma oggi sono qui, a farvi conoscere la mia storia, trasmet-
tervi la mia esperienza negativa, affinché possa essere por-
tatrice di un messaggio positivo.
Lo dico ai miei coetanei,
lo dico ai miei fratelli,
lo dico a chi non apprezza un abbraccio,
io che invece ho perso quello di mia mamma a otto anni,
e quello di mio padre a nove anni,
io che sono diventato grande troppo presto,
io che mi sento colpevole di aver deluso chi mi considera
l’unico al mondo che possa occuparsi di loro.
Desideravo la quotidianità di una famiglia,
invidiavo quella degli altri,
mi sentivo deluso, abbandonato dalla vita.
Adesso sono qui, con il peso dei miei errori,
ma con un messaggio che si leva a gran voce da dentro al
mio cuore.
“Non bisogna mai dare per scontato il valore di una fami-
glia, non bisogna mai sottovalutare l’importanza del calore
famigliare”.

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Non dispero di raggiungere la vetta, Marcello P.
non mi scoraggio se non riesco a trovare la strada.
Non smetto di donare un sogno che porti pace e speranza.
Vorrei aver sognato di più,
vorrei gridare al mondo quello che ho dentro, perché il
mio grido di aiuto non resti inascoltato. Senza titolo
Vorrei avere mille orecchi per ascoltare chi soffre,
perché nessuno mai mi ha teso la mano quando da solo
odiavo la vita che troppo presto mi ha privato di serenità e Ogni giorno cerco di imparare cose nuove,
gioia. sentire emozioni forti che caccino via i brutti ricordi,
Ora quella gioia vorrei saperla donare a chi di me ha bi- riempire le giornate di piccole cose che mi fanno diventa-
sogno. re grande.
Fuori di qui sarò un uomo diverso,
responsabile, attento.
Dimenticherò i giorni di buio,
quando il rischio e la paura erano pane quotidiano,
sarò un compagno premuroso,
una persona leale.
Nella mia prossima vita,
fuori da queste mura,
sarò l’uomo che avrei voluto essere da grande.
Non importa se il tempo non sarà breve,
ciò che conta è che darò a me stesso quella possibilità di
vita migliore che non mi
sono concesso prima.

172 173
Guglielmo G. Alessandro P.

Senza titolo 27 gennaio: giornata della memoria per non dimenticare

I miei “beni” Il termine Shoah, che venne usato per indicare lo stermi-
I beni della mia vita, quelli a cui mai e poi mai rinuncerei nio e le persecuzioni del popolo ebraico significa “annien-
sono tre… tamento”.
La libertà che per me è mare, sole, Non bisogna dimenticare che oltre agli ebrei vennero
un tramonto all’orizzonte, deportati e uccisi anche oppositori politici al regime na-
la magia della natura, zionalsocialista in Germania o fascista in Italia, malati, zin-
l’aria che respiro. gari, omosessuali; tutte quelle categorie che “inquinava-
I figli, quei gioielli sfavillanti che solo a guardarli illumina- no” la purezza della razza ariana, la razza dominante e
no di gioia i miei occhi, superiore.
e poi, ci sei tu mamma, Il 20 luglio 2000 è stata approvata la legge italiana
tu che sei lontana ma con il cuore e con la mente sempre 211/2000 che riconosce il 27 gennaio, giorno in cui nel
accanto a me, 1945 i russi varcarono i cancelli di Auschwitz, “giorno della
tu che proteggi il mio cammino e solo a pensarti colori le memoria” in ricordo delle discriminazioni avvenute in
mura grigie e fredde di questa triste cella. Europa a partire dagli anni Trenta e sfociate in vere e pro-
prie persecuzioni.
Per anni si è usato il termine olocausto per indicare lo
sterminio degli ebrei, ma olocausto significa sacrificio,
offerta a Dio, e tale termine non poteva certo essere usato
per indicare tale fenomeno.
Si passò a utilizzare il termine Shoah perché esprime
meglio la gravità del fenomeno che ha avuto il suo periodo
più tragico tra il 1943 e il 1945, gli anni della deportazione
e dei campi di concentramento.
Vi era un piano di sterminio programmato alla perfezio-
ne e organizzato nei minimi dettagli da funzionari e colla-
boratori tedeschi, come Eichmann e Himmler, “la soluzio-
ne finale”, termine che è stato però sempre negato dai fun-
zionari tedeschi, anche durante il Processo di Norimberga

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del 1945, processo avvenuto alla fine della seconda guerra ziende, fare il servizio militare. Venne tolta loro la cittadi-
mondiale per giudicare i crimini di guerra. nanza e dal 1941 furono costretti a portare una stella gialla
Nei campi di concentramento furono deportati milioni cucita sui vestiti, come segno di identificazione.
di ebrei, la maggioranza dei quali, circa sei milioni, fu ucci- In questo periodo iniziarono anche i primi episodi di vio-
sa. Ma la cosa che deve far riflettere di più è che il piano di lenza gratuita e si pensò realmente all’eliminazione di tutti
sterminio coinvolgeva circa undici milioni stanziati non gli ebrei impiegandoli prima come forza lavoro, e se non
solo in Germania e Italia, ma in tutta Europa. Uomini che fossero morti per la fatica sarebbero stati eliminati in segui-
avevano la “colpa” di professare una religione diversa. to nei campi di sterminio.
Le cause che portarono alla discriminazione, prima, e Dopo la “notte dei cristalli” tra l’8 e 9 novembre del
alle persecuzioni, poi, sono inizialmente di carattere reli- 1938, durante la quale furono incendiate le sinagoghe e
gioso: l’antisemitismo per il popolo rifiutato da Dio, che distrutte le vetrine dei negozi degli ebrei, aumentarono
aveva ucciso suo figlio. Con il passare del tempo l’odio reli- tensioni e violenze. Vennero istituiti speciali corpi militari
gioso per questo popolo di “traditori” assunse sempre più che affiancarono l’esercito regolare tedesco, le SS (Schatz-
delle caratteristiche socio-politiche, la Germania dopo la Staffen) e le squadre della morte (Einnsatzgruffen) che
sconfitta della prima guerra mondiale e la Repubblica di avevano il compito di eliminare sul posto gli oppositori
Weimar era andata in crisi tra il 1929 e il 1930, epoca della politici con le fucilazioni di massa e in seguito su appositi
grande crisi economica mondiale. camion, vere e proprie camere a gas mobili. Tutto ciò allo
Gli ebrei, che invece si erano affermati economicamente scopo di abbreviare il tempo di sterminio.
nella società e continuavano a mantenere il loro potere In Italia la situazione era simile, nel ’22 il fascismo, gui-
economico, vennero indicati come causa della crisi e, quan- dato da Mussolini sale al potere, e si allea in seguito con la
do nel 1933 Hitler salì al potere come cancelliere tedesco, Germania di Hitler. Gli ebrei italiani vengono emarginati e
iniziarono le prime persecuzioni religiose. con la promulgazione, nel ’38, delle leggi razziali, perdono
Già nel ’33 Hitler fece costruire i primi campi di concen- i principali diritti e vengono confinati nei ghetti. La mag-
tramento, ma solo dopo il 1941 questi campi si trasforma- gior parte di essi venne internata nelle carceri e successiva-
rono in campi di sterminio. mente deportati ad Auschwitz (Polonia).
Con Hitler al potere, gli ebrei vennero indicati come col- Anche in Italia furono istituiti campi per l’internamento
laborazionisti dei sovietici, veniva data loro la colpa di esse- civile (e poi colonie di confino e ville tristi) e a Trieste, nella
re alleati ai bolscevichi russi e di essere gli agitatori di rivol- Risiera di San Sabba, c’era persino un forno crematorio.
te e sommosse contro il regime nazionalsocialista. Le deportazioni avvennero tra il 1943 e 1945, il traspor-
Così dal ’35 Hitler promulgò le leggi di Norimberga con to avveniva con vagoni merci, i viaggi massacranti durante i
le quali si indicava chi era veramente da considerare ebreo, quali molti morivano. Ma ancora prima che arrivassero nei
meticcio o ariano puro. Chi era ebreo anche solo per metà campi e che si operasse la selezione per il lavoro si sapeva
doveva essere privato di quasi tutti i diritti: non potevano già quanti dovevano restare in vita e quanti inviati a morte
avere rapporti con persone non ebree, non potevano fre- nelle camere a gas.
quentare le scuole, se non alcune create appositamente per La vita nei campi era molto dura: fame, freddo, fatica e
loro, non potevano svolgere lavori pubblici, possedere a- violenze continue. Erano questi i sistemi che i tedeschi met-

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tevano in atto perché l’obiettivo non era solo quello del- A.D.
l’annientamento fisico per mezzo delle camere a gas, ma la
cancellazione dei sentimenti, la negazione dell’umanità,
l’imbestialimento. E alla fine ci riuscirono.
I sopravvissuti nei campi, pur non morti fisicamente,
erano morti nell’anima, non avevano più alcuna reazione Riflessioni
davanti ai loro compagni assassinati, alle violenze. Erano
consapevoli del loro destino: sarebbero usciti dal campo
solo passando per il camino dei forni crematori e non pote- Sono una ragazza che è detenuta al Ferrante Aporti e sono
vano far altro che aspettare. E, quando il 27 gennaio del di Genova, è la seconda volta che entro qui.
’45, i russi varcarono i cancelli di Auschwitz e trovarono il Manca una settimana alla mia uscita e le sensazioni che
campo quasi deserto, i prigionieri non ebbero nessun tipo provo sono tante e contraddittorie.
di reazione: non gioia per la liberazione, non senso di pace, L’emozione più bella è provocata dalla consapevolezza di
solo soltanto indifferenza. essere di nuovo libera, di poter vedere i miei genitori ai
La dimensione umana era stata cancellata! quali sono molto legata e che mi mancano tantissimo.
C’è voluto del tempo prima che i sopravvissuti superasse- Sono anche molto felice perché rivedrò il mio ragazzo
ro la paura di non essere ascoltati. Quando si sono fatti ma ci sono alcuni problemi con lui e non so ancora come
coraggio e hanno deciso di raccontare le loro testimonian- andrà a finire.
ze hanno rivelato tutto l’orrore. Orrore che non può, né Non mi sembra vero poter riappropriarmi della mia vita,
deve essere dimenticato affinché fatti simili non accadano non dover ubbidire agli ordini, non dover rispettare tutte le
mai più. regole che ci sono qui, poter dormire fino a quando voglio
e decidere cosa fare della mia giornata.
Sono sicura che mi sentirò anche molto più leggera per-
ché non avrò più quella sensazione di incertezza data dal
non sapere quanto tempo sarei rimasta qui.
Ma adesso mi fermo un attimo e penso a quel giorno che
sono andata a rubare. Perché l’avevo fatto? Cosa c’era di
così eccitante? I soldi facili? Il brivido del pericolo?
Ma ne è valsa la pena? Ora che sono qui, con certezza
dico no!
E adesso che sto per uscire? Cosa mi attende al di là di
questo cancello?
In carcere ho conseguito il diploma di scuola media, ho
imparato a usare il computer, sto frequentando il corso di
ceramica che mi piace tanto.
Penso di potermi impegnare anche fuori nella ricerca

178 179
di un lavoro e, magari, anche di sposarmi con il mio ra- Violeta
gazzo.
Sicuramente questa esperienza è stata molto dura e diffi-
cile, ma mi ha permesso di riflettere molto sulla mia vita e
sulle priorità.
Ho capito anche che a volte si fanno le cose con troppa Senza titolo
leggerezza, senza pensarci due volte, senza riflettere sulle
conseguenze.
L’emozione che provavo mentre rubavo, non posso ne- Buongiorno, prima di iniziare la mia storia voglio presen-
garlo, era forte, ma nello stesso tempo ora più che mai mi tarmi: mi chiamo Violeta, ho 19 anni e sono rumena; abito
sono resa conto che il rischio è veramente alto, che ho in un paese piccolo dove ci conosciamo tutti. Prima di me
troppo da perdere. Penso che proprio questa sia la motiva- in Italia è arrivata la mia mamma con il mio papà, dopo mia
zione che mi farà scegliere un’altra strada. sorella e mio fratello e dopo io. Mi sono sposata e sono
rimasta incinta, ho avuto la prima bambina a 15 anni, dopo
ho fatto anche un maschio. Mi sono separata da lui e abbia-
mo deciso che lui prendeva il maschio e io la femmina.
Dopo un po’ di tempo mia mamma mia ha detto di venire
in Italia e per me andava bene.
Sono partita ma mia figlia è rimasta con una mia zia.
Dopo l’ho portata in Italia, prima non potevo perché non
sapevo che lavoro trovavo, dopo ho trovato per fare pulizie
nelle case e nella cucina di un hotel.
Dopo un po’ di tempo mi sentivo molto male, avevo male
al cuore, avevo tosse, non sapevo che ero malata e pensavo
di aver mangiato qualcosa in Romania.
Dopo un giorno mia sorella si è svegliata per andare al
lavoro, eravamo solo io e lei in casa perché mia mamma e
mio papà erano in Romania per portarmi mia figlia e per
vedere la loro mamma e mio fratello era al lavoro; mia
sorella, quando mi ha visto, mi ha detto: “Sorella che ti è
successo?” e io ho detto: “Niente, sto bene!” E lei: “Ma sei
tutta gonfia, sei nera come un morto; alzati subito e andia-
mo al pronto soccorso”.
Mi sono alzata e mi sono guardata nello specchio, mi
sono spaventata anch’io; mi sono vestita ma non potevo
camminare, mi mancava l’aria, dicevo a mia sorella di cam-

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minare piano; alla fine siamo arrivate ai pronto soccorso e male… loro mi stavano sempre vicino, sempre con mia
subito mi hanno fatto le analisi del sangue e mi hanno figlia e tutta la mia famiglia, avevo bisogno di loro…
detto che c’era acqua nei polmoni. Mi hanno fatto subito E mi ricordo che andavo fuori con tutta la mia famiglia
un intervento e mi hanno messo un tubicino per far usci- dagli amici, dai cugini e stavamo sempre da loro; andavo a
re tutta l’acqua; poi mi hanno portato all’ospedale San- fare la griglia ogni domenica anche se non potevo stare
t’Anna e là hanno rifatto le analisi e mi hanno trovato una tanto tempo al sole perché mi sentivo male.
epatite B. Una volta sono andata con mia sorella e con mio cognato
Dopo mi hanno fatto la Tac e hanno trovato un linfoma fino a Ravenna, dove lavora lui, per prendere lo stipendio
e mi hanno detto che dovevo fare un intervento al seno ma dopo tanta strada, quando siamo tornati a casa, mi sono
vicino al cuore. messa a letto con mia figlia e dopo due o tre minuti non
Avevo tanta paura di fare quell’intervento perché hanno potevo respirare, non avevo aria, sono andata alla finestra
detto a mia sorella che potevo anche morire; mia sorella, ma neanche là avevo aria, non potevo respirare; allora ho
quando hanno detto che potevo morire, è svenuta. Mi iniziato a gridare, ho chiamato la mia mamma di venire subi-
hanno portato in sala operatoria e dopo quattro ore mi to che non potevo respirare e vedevo nero davanti… Mia
sono svegliata, ho chiesto di vedere mia sorella, lei è arriva- mamma ha chiamato subito il pronto soccorso, mia figlia ha
ta tutta contenta e mi hanno portato in camera. iniziato a piangere perché sono caduta per terra…
Dopo un po’ di tempo mi hanno detto che c’era un Mi sono alzata e l’ho presa tra le mie braccia e le ho detto
tumore maligno e che mi dovevano mettere un tubicino di stare tranquilla, piccola mia che torno subito da te… lei
per fare la chemioterapia. Avevo tanta paura, è venuta mia ha iniziato a baciarmi e voleva venire con me al pronto soc-
sorella e mi ha detto che dovevo fare tutto che ti dicevano corso…
loro. Ho iniziato a piangere e ho detto che avrei fatto di Sono stata due settimane all’ospedale Sant’Anna, mia
tutto… figlia veniva a trovarmi però quando era il tempo di anda-
Mi hanno messo un tubicino, dopo pochi giorni ho ini- re, iniziava a piangere sempre per stare con me… Quando
ziato a fare la chemioterapia, mi sentivo molto male, non sono tornata a casa e mi ha visto era tanto contenta che
potevo alzarmi dal letto perché avevo male alle ossa che aveva le lacrime agli occhi e io ho detto che non l’avrei
non potevo neanche camminare, vomitavo sempre, non lasciata mai più, che le sarei sempre stata vicino...
potevo mangiare tanto avevo anche mal di gola che non po- Quando ho sentito che mi cercava la polizia non sapevo
tevo bere acqua, non mangiavo e dopo mi hanno lasciato che cosa sarebbe successo…
andare a casa. Io non ho fatto niente di male, non mi devo nascondere
Facevo ogni 15 giorni chemioterapia e ogni 10 giorni perché dopo è peggio anche se avevo tanta paura che mi
facevo un lavaggio al tubicino. Finalmente è arrivata mia mettevano in carcere. Ho pregato Dio di starmi vicino e
mamma con mia figlia dalla Romania e stavo sempre in dopo mi ha chiamato la polizia, ero tanto spaventata che
casa con mia figlia, mia mamma e mia sorellina piccola. sono rimasta senza parole e loro mi hanno chiesto dove
Andavo da sola all’ospedale, facevo la chemioterapia e tor- ero. Io ho detto che ero a Foggia, ma se volevano sarei
navo a casa; stavo con la mia famiglia, mi sentivo bene per- andata da loro… loro hanno detto che andava bene e che
ché stavo con la mia famiglia anche quando mi sentivo mi avrebbero aspettato…

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Dopo mezz’ora hanno richiamato e mi hanno detto di Wilfredo Jesus P.P.
presentarmi la mattina dopo… Il mattino successivo hanno
suonato a casa di mia cugina e hanno detto che cercavano
Violeta… mi hanno detto di prendere tutti miei documen-
ti perché dovevo andare con loro fino in questura per
dimostrare che ero malata… ho preso tutti documenti Sentimientos serrados
dopo ho chiesto se potevo prendere anche mia figlia e mi
hanno detto di sì… poi ho preso mia figlia e le ho detto di
venire, ma un altro poliziotto mi ha sgridato: “Non puoi Serrado aqui
prendere tua figlia, lasciala qua che torni dopo da lei”… io son los momentos mas tristes
ho detto: “Ma non vedi che piange e grida mamma, de mi vida.
mamma…” ma non mi hanno lasciato.
Siamo usciti e mia mamma è venuta anche lei con mia En donde esta mi papa
figlia perché voleva venire su per vedermi. y mis hermanos
Non mi hanno lasciato vedere mia figlia che mi aspetta- mi barrio, mi jente
va fuori davanti alla porta con la speranza di tornare da lei, mi vida?
quando ho visto che non mi lasciavano vederla, ho chiesto
alla mia mamma di andare a casa. Termina rapido
Mi hanno portato in carcere, dopo è venuta mia sorella pasadilla sin amor
più grande con mio cognato e sono stati fino quando mi que te hace perder
hanno rinchiuso. el amor.
Ringrazio tutti quelli che hanno letto con grande rispet-
to il mio dolore, grazie… En donde esta el mio amor
para dejar pasar mi vida
Torino, 08/04/2009 junto a una famiglia
para gozar la vida.

Sentimenti chiusi

Chiuso, qui
Sono i momenti
Più tristi
Della mia vita.

184 185
Dove sono mio padre Denis G.
I miei fratelli
Il mio quartiere, la mia gente
La mia vita?

Finisci presto Impossibile spiegare


Incubo senza amore
Che perdere fa
L’amore. Sono miracoli.
Impossibile spiegare
Dov’è il mio amore l’amore che provo per te.
Per passare la mia vita, Rosa d’argento
una famiglia sul pavimento di cristallo
godere la vita. dipinta da un bambino cieco.

Dolori

Metà anno è trascorso


portandosi via
molte vite alle famiglie.

E molte vite sono cambiate


nel volere di bastardi
innamorati del male.

Dolore di famiglie
che non trovano giustizia
in quello che giustizia
sempre non è.

Signore, ascolta i tuoi figli,


pregano per un mondo

186 187
migliore, che pregano a te Nomi e pseudonimi dei partecipanti
che sei il giusto.
Abidi Habib Calabrese Luigi
Un raggio di speranza Ahmed Naim Calassi Giovanni
per quelle famiglie Alduzzi Luca Cammarota Sergio
che pulisca i dolori Alletto Giacomo Camson Everly
Alletto Giovanni Cananzi Rocco
di quei cuori innamorati.
Aloisio Michele Cangioli Giovanni
Amato Stefano Cappellini Raffaele
Ambrosio Domenico Capuano Antonio
Arcuri Giovanni Caracciolo Alessandro
Arena Salvatore Carta Antonello
Arioti Maurizio Cartanese Maurizio
Armani Giuseppe Cascino Salvatore
Asta Gaetano Caso Giuseppe
Aversano Stabile Luigi Cavalli Massimo
Avila Silvana Cazan Liliana
Bacchetti Barbara Celentano Salzano Antonio
Badri Abdrraeie Cervetti Amedeo
Bajramovic Samjra Cesarano Antonio
Balanca Marian Chindamo Giosuè
Baldacci Bruno Ciabatti Filippo
Baldari Mario Condello Bruno
Baldi Marco Conte Luigi
Balena Samuele Contessa Francesco
Balestrieri Franco Conti Raffaele
Barcella Salvatore Corallo Maria
Bardhi Alban Cosimi Loris
Barreca Giuseppe Costagli Amerigo
Barreca Santo Crisafulli Alessandro
Bartolini Luca Cristi Mendez Beatrix Irene
Baruzzo Pietro Cristollo Francesco
Benali Adel D’Errico Serafino
Bensi Giovanni De Luca Ottaviano
Berardi Renato De Luca Salvatore
Berrettoni Maurizio De Matteis Luigi
Biba Ilier De Matteis Vincenzo
Bobovicz Farida De Pane Francesco
Bova Antonio Dell’Anna Marcello
Brera Enrico Della Grotta Luigi
Bumbaca Francesco Antonio Della Schiava Umberto
Buompastore Maria Denti Luca
Caggiarelli Davide Dettori Nicola
Cagnazzo Claudio Di Bari Mauro

188 189
Di Cagno Stefano Giuffrida Andrea Maglione Antonio Nenci Luigi
Di Giacomo Bruno Giuliano Giuseppe Malec Teresa Nicolini Antonino
Di Giacomo Giuseppe Golinelli Daniele Manakar Lamiri Nolfo Saverio
Di Giacomo Rosario Grandi Loris Manara Elhaiba Gabriella Nutile Alessandro
Di Leo Pasquale Gritti Attilio Mancini Stefano Ogliari Gianfranco
Di Luciano Vincenzo Gritto Adrian Manoussi Badr Orlando Salvatore
Di Martino Luigi Gueli Antonio Manuele Salvatore Orsi Carmela
Di Pietro Giulio Guida Nicola Manuele Vincenzo Osmanovic Hasnia
Di Rocco Arcangelo Guzzo Gino Marakchi Mohamed Palumbo G.
Di Stefano Stefano Habibi Hafedh Maranca Andrea Panariti Giovanni
Dicorato Ruggiero Hadzovig Hayro Marcinnò Thomas Paolini Carlo
Doni Carmelo Halilovic Sandro Marenda Andrea Parodi Cristian
Draghi Davide Hanidovic Silvana Marini Antonio Maria Passaro Anonio
El Agad Hassan Hanje Senija Mariotti Alessandro Pellegrino Cynthia
Eledrisi Salah Hilal Aniss Marotta Calogero Perez Rosa Arelis
Elia Massimiliano Hoxha Qemal Mascolo Cito Perre Pasquale
Esposito Raffaele Hudorovich Deborah Massaro Franceso Petrea Elena
Fabozzi Giovanni Hussein Khaled Mastronzo Raffaele Pezzotta Mario
Falorni Enzo Hutntik Svetlana Mazzarella Gennaro Piccoli Silvio
Fasano Vincenzo Ianuele Vincenzo Mazzarella Luciano Piccolo Salvatore
Faulisi Antonio Imerti Giovanni Mazzei Matteo Poliseno Michele
Felici Francesco Impusino Carmelo Mazzi Daniele Puliatti Francesco
Ferraris Ettore Insegno Ines Mazzoni Massimiliano Pullarà Santi
Ferri Rosario Ioni D. Meliti Wahib Qani Kelollì
Filippi Gian Luca Isonni Angela Mesfun Davide Radislav Nakov
Filit Mustapha Istrate Jan-Georgel Messina Giovanni Radosavljevic Sabrina
Flammini M Jiorel Antone Miccoli Antonio Raffaelli Joseph
Fontanella Antonio Joseph Paul Micillo Mario Ranieri Nicola
Fulceri Daniele Kanoutè Saadron Cheia Milazzo Sebastiano Rapone Bruno
Furiato Walter Kapusniak Jan Mineo Gioacchino Rasini Andrea
Gabriele Aral Kuzmanova Tania Mircea Ion Re Giovanni
Gagliardi Michele Latenza Danilo Mirisola Alfonso Rebaudi Carlo
Galarza Jakson Lattanzi G. Missaoui Wahid Renzetti Amir
Galli Bruno Leopardi Massimo Mistretta Maria Reynoso Mercedes José Rolando
Gallico Carmelo Liberatori Luigi Modesti Anna Maria Rezgui Faycal
Gattuso Gregorio Licandro Rocco Moggi Davide Rezovi Faycal
Gelson Valandro Liguori Fabio Monaco Antonino Rizzo Marco
Genchi Massimo Lirelli Carlo Montalbano Romeo Robustelli Valentino
Genuardi Giacomo Locatelli Giovanni Montesano Eginio Rodilossi Maurizio
Geromin Deborah Locatelli Ivano Morana Giuseppe Rollo Carmelo
Gharbi Moez Lorenzini Mariano Mordocco Raffaele Romanazzo Alberto
Gharssalli Chokri Lucivero Stefania Antonella Morelli Ivan Romano Agostino
Giardini Salvatore Lupi Renato Muhovic Amer Romano Domenico
Gioffrè Giuseppe Antonio Maccanti M. Assunta Musumeci Carmelo Romano Umberto
Giordano Raffaele Madia Giovanni Neboisa Konstantinov Romeo Michele

190 191
Rosano Giuseppe Traballi Graziano Ringraziamenti
Rosmini Demetrio Sesto Tripodi Giovanni
Rossi Enrico Tucci Sebastiano Orazio
Russo Antonio Turchetti Giorgio
Russo Gennaro Valentini Mario Fausto Dario
Sabani Hamed Viviani Antonio
Sabri Danilo Volpi Stefano
Safiddine Rachid Vondrasek Herbert
Salerno Anna Zaharia Viorel
Salerno Stefano Zapatero Carnicero Veronica
Santorsola Salvatore Zappelli Vanna
Sardone Vincenzo Zegarelli Agostino
Sarydon Walter Zhuka Vilson
Scodellaro Vincenzo Zimotti Sante Un grazie particolare al Presidente della Repubblica e ai
Scogliamiglio Pasquale Zocca Mirko Presidenti del Senato e della Camera per l’apprezzamento
Segovia Parra Andrea Gissel dimostrato con la concessione della Medaglia d’Argento.
Senija Hanjc
Serio Antonio
Sgambellone Mario Minori Si ringraziano la Fiera internazionale del libro di Torino, i
Signorile Alessandro Presìdi del libro Piemonte, le Sedi locali e il Consiglio
Silla Simone A.D. Nazionale dell’Università delle Tre Età; per il contributo si
Silvestri Giacomo Alessandro F.
ringrazia la CARITAS della Diocesi di Massa Marittima -
Simon Eva Alessandro P.
Sole Alfredo Alfonso B. Piombino.
Sow Siberou Antonio F.
Spinelli Ferdinando Ciro Emanuele D.G. Un sentito ringraziamento a tutta la Casa di reclusione di
Spitaleri Domenico Daniel N.
Stemnlev Melanine Denis G.
Volterra per aver gentilmente ospitato la cerimonia di pre-
Strangio Domenico Diego P. miazione dei vincitori di questa VIII edizione del Premio e
Strisciuglio Sigismondo G.G.A.M.M.D. anche alle numerose Case di reclusione e agli insegnanti
Stroe Constantin Gaspare M. che hanno collaborato affinché tanti dei loro reclusi potes-
Stuianov Nicolov Gheorghe Giuliano L.
Sznejder Andri Guglielmo G.
sero partecipare al concorso ed essere infine presenti alla
Tafani Petrit Le ragazze del Ferrante premiazione.
Tatò Francesco Luca B.
Tauro Antonio M. Un grazie anche a Roberto Cerati, Presidente della casa
Tiritiello Anastasio Marcello P.
Titas Raffaele Nicola D.M. editrice Einaudi, per i volumi generosamente offerti.
Todaro Salvatore Nunzio D.A.
Todisco Ivo Salvatore D.O. Infine un ringraziamento alla casa editrice Blu Edizioni, e
Todisco Ugo Sanela J. in particolare a Sandra e Marta.
Tollardo Olivo Seat S.
Tontini Renato Stefan Kristian H.
Torri Daniele Vincenzo M.
Tortora Pasquale Violeta
Tozzi Giuliano Wilfredo Jesus P.P.

192 193
Indice Toccare con mano non aiuta 38
Sentiero segnato 39
Il Premio letterario “Emanuele Casalini” 3
Chi era Emanuele Casalini 5 Samjra Bajramovic
Comitato d’onore 6 Piove 41
Giuria 7
Introduzione del Presidente della Provincia di Livorno 9 Salvatore Cascino
Presentazione di Ernesto Ferrero 11 Attesa 42
Nel silenzio 42
Astro 43

SEZIONE POESIA Giovanni Imerti


Opere Premiate Mamma 44
Aral Gabriele
Dove il tempo cede 19 Bruno Di Giacomo
Come la linea e il punto 20 Prigioniero 45
Gelsomino 22
Olivo Tollardo
Alessandro Crisafulli Eviva il barbiere 46
I 24 La notte 47
II 24
III 25 Luca Denti
Quel silenzio condiviso 48
Antonio Faulisi Ancora ti cerco 49
Notte di silenzio 28 E tu non ci sei 50
Nel vortice del vuoto 29
L’assenza 29 Hafedh Habibi
L’isola abbandonata 51
Con te 52
Opere Segnalate Il sogno 53
Vincenzo Sardone
Storia e geografia 34 Habib Abidi
Io tra chi 35 Cantilena del carcerato 55

Saadron Cheia Kanoutè


Altrove oltre il muro 37

194 195
SEZIONE PROSA Maria Mistretta
Opere Premiate Maria 146
Stefano Di Cagno
Schiacciato 61 Vanna Zappelli
Il tunnel 158
Domenico Strangio
Una storia minima 75 Massimiliano Mazzoni
Solitudine 162

Opere Segnalate
Francesco Felici
La mia Napoli 92
MINORI
Valentino Robustelli M.
Se potessi scrivere 97 ’Na parola mia 166

Giovanni Arcuri G.G.A.M.M.D.


L’inferno 102 Dialogo sull’assassino e sui gendarmi 167

Carmelo Gallico Luca B.


Pagine dall’inferno 111 Senza titolo 171

Maria Buompastore Marcello P.


Il viaggio di Ulisse 119 Senza titolo 173

Antonio Tauro Guglielmo G.


David Grossman, Con gli occhi del nemico 123 Senza titolo 174

Francesco Tatò Alessandro P.


L’arte di essere infelici 126 27 gennaio: giornata della memoria per non dimenticare 175

Antonio Miccoli A.D.


Una storia di mare 135 Riflessioni 179

Carmelo Rollo Violeta


L’identità perduta 139 Senza titolo 181

196 197
Wilfredo Jesus P.P. Hanno contribuito
Sentimientos serrados 185

Denis G.
Impossibile spiegare 187
Dolori 187

Nomi e pseudonimi dei partecipanti 189


Ringraziamenti 193

Regione Toscana Provincia di Livorno

Comune Comune Comune


di Piombino di Porto Azzurro di Volterra

198
Finito di stampare nel mese di novembre 2009
presso Benvenuti&Cavaciocchi
Livorno