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Riprodotto dal mio Libro, X Voi che Non riuscite a Trovarlo in Libreria.

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Il grido del gabbiano

Nove mesi di vita e una diagnosi inequivocabile. La piccola Emmanuelle è sordomuta in forma grave. Si
sforza di farsi capire, ma è in grado di emettere solo incomprensibili grida, come un uccello marino, un
gabbiano che plana sull'oceano. Un muro invisibile la separa dagli altri, costringendola a un isolamento
profondo, punteggiato da momenti di terrore. La sola persona con cui riesce a comunicare è sua madre, con
un linguaggio "ombelicale” fatto di mimica e gesti, un codice particolare, istintivo, segreto. Eppure
Emmanuelle ha una sensibilità profonda, acutissima. Avverte i rumori sotto forma di vibrazioni, sente la
musica con il corpo, ne percepisce il magico ritmo. E ha già un carattere indipendente, volitivo e cocciuto,
accentuato dalla solitudine, dal silenzio. Come racconta lei stessa in questa autobiografia «fino a sette anni
non ci sono parole né tanto meno frasi nella mia testa. Solo un caos d'immagini senza alcun rapporto tra
loro».
A sette anni, la svolta. Il suo universo esplode di colpo: impara il linguaggio dei segni, qualcosa che fino a
quel momento le è stato precluso, perché in Francia è un metodo controverso non ancora ufficialmente
riconosciuto a livello istituzionale. Impara a esprimersi liberamente, creando arabeschi nello spazio. Una
suggestiva danza di parole nell'aria, la chiave per aprire la porta che la separa dal mondo: per lei è una
rivoluzione. Recupera velocemente il tempo perduto apprendendo, studiando. Poi nell'adolescenza tutto si
capovolge. Al disorientamento tipico della sua età si aggiunge la ribellione, perché si vede negare un'identità
come sordomuta. Si chiude di nuovo in se stessa, va alla deriva, vive una difficile storia d'amore. Ma, lucida
e fortemente determinata, reagisce e decide di lottare, Si laurea, combatte per difendere i suoi diritti, per tutti
quelli che soffrono del suo stesso handicap. Diventa attrice teatrale imponendosi trionfalmente nella pièce
Les Enfants du silence, entusiasmando la Francia con la sua grazia e il suo talento. Consegue il prestigioso
premio Molière nel 1993. Ora tutti se la contendono: ha appena terminato di girare un film e tornerà presto
sul palcoscenico per interpretare un adattamento dell'Antigone di Sofocle. È ospite fissa di una trasmissione
televisiva molto seguita. La sua commovente testimonianza è la storia di una delle più difficili sfide mai
affrontate nell'era della comunicazione.
Emmanuelle Laborit
nipote del grande biologo Henri Laborit, figlia di uno psichiatra, Emmanuelle Laborit vive a Parigi. È legata al
regista e attore Jean Dalric.

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Il grido del gabbiano

1 Confidenza

Per me le parole sono una bizzarria sin dall'infanzia. Dico bizzarria, a causa di quel che di strano vi fu
all'inizio.
Che voleva dire la mimica di chi mi stava attorno, la bocca atteggiata a cerchio e tirata ad abbozzare
smorfie diverse, le labbra in curiose posizioni? "Sentivo" qualcosa di diverso a seconda che si trattasse della
collera, della tristezza o della soddisfazione, ma il muro invisibile che mi separava dai suoni corrispondenti a
quella mimica era al tempo stesso trasparente come il vetro e compatto come il calcestruzzo. lo mi agitavo
da un lato del muro e gli altri facevano la stessa cosa dall'altro lato. Quando tentavo di imitare come una
scimmietta la loro mimica, non sempre si trattava di parole, ma di lettere visive. A volte, imparavo una parola
di una sola sillaba o di due sillabe che si somigliavano, come "papà", "mamma", "tata".
I concetti più semplici erano ancora più misteriosi.
Ieri, domani, oggi. Il mio cervello funzionava al presente. Che significavano il passato e il futuro?
Quando ho compreso, con l'aiuto dei segni, che ieri era alle mie spalle e domani dinanzi a me, ho fatto un
balzo fantastico. Un immenso progresso, che gli udenti stentano a immaginare, avvezzi come sono a
comprendere sin dalla culla le parole e i concetti ripetuti instancabilmente, senza neppure rendersene conto.
Poi ho compreso che altre parole designavano le varie persone. Emmanuelle, ero io. Papà, era lui.
Mamma, era lei. Marie era mia sorella. lo ero Emmanuelle, esistevo, avevo una definizione, e perciò
un'esistenza.
Essere qualcuno, comprendere che si è vivi. A partire da questo punto, ho potuto dire «IO». Prima, dicevo
«LEI», parlando di me. Cercavo la mia collocazione nel mondo, chi ero, e perché. E mi sono trovata. Mi
chiamo Emmanuelle Laborit.
In seguito sono riuscita ad analizzare, un po' alla volta, la corrispondenza tra le azioni e le parole che le
designano, tra le persone e le loro azioni. Tutt'a un tratto, il mondo mi apparteneva e ne facevo parte.
Avevo sette anni. Ero appena nata e cresciuta, d'un sol colpo.
Avevo una tale fame e una tale sete di apprendere, di conoscere, di capire il mondo, che non ho più
smesso. Ho imparato a leggere e scrivere la lingua francese. Sono diventata loquace, curiosa di tutto, pur
esprimendomi in un'altra lingua, come una straniera bilingue. Ho dato l'esame di maturità, come tutti quanti,
o quasi. E ho avuto più paura degli scritti che degli orali. La cosa può sembrare singolare nel caso di una
creatura che fatica a pronunciare le parole, ma scrivere è un esercizio ancora difficile.
Quando ho deciso di scrivere questo libro, c'è stato chi mi ha detto:
«Non ci riuscirai».
Oh! sì, invece. Quando decido di fare qualcosa, vado fino in fondo. Volevo riuscirci. Avevo deciso di
riuscirci. Ho intrapreso la mia piccola opera personale con la cocciutaggine che mi contraddistingue da
sempre.
Altre persone, più curiose, mi hanno domandato come intendevo regolarmi. Avrei scritto io stessa?
Raccontato ciò che volevo scrivere a un udente, il quale avrebbe tradotto i miei segni?
Ho fatto le due cose. Ogni parola scritta e ogni parola a segni si sono ritrovate sorelle. A volte più gemelle
di altre.
Il mio francese è un po' scolastico, come una lingua straniera appresa, distaccata dalla sua cultura. La mia
vera cultura è la lingua dei segni. Il francese ha il merito di descrivere obiettivamente ciò che voglio
esprimere. Il segno, questa danza delle parole nello spazio, è la mia sensibilità, la mia poesia, il mio io
intimo, il mio stile vero. Le due cose commiste mi hanno consentito di scrivere questo racconto della mia
giovane vita, in alcune pagine; dall'ieri, in cui mi trovavo dentro quel muro di calcestruzzo trasparente,
all'oggi, in cui ho scavalcato il muro. Un libro costituisce una testimonianza importante. Un libro va dovunque,
passa di mano in mano, da uno spirito all'altro, per lasciarvi una traccia. Un libro è un mezzo di
comunicazione che di rado è dato ai sordi. In Francia, avrò il privilegio di essere la prima, così come sono
stata la prima attrice sorda a ricevere il Molière del teatro.
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Questo libro è un regalo della vita. Mi consentirà di dire ciò che ho sempre taciuto, ai sordi come agli
udenti. E un messaggio, un impegno nella battaglia relativa alla lingua dei segni, che separa ancora molte
persone. Mi servo della lingua degli udenti, la mia seconda lingua, per esprimere la mia assoluta certezza
che la lingua dei segni è la nostra prima lingua, la nostra, quella che ci consente di essere esseri umani
"comunicanti". Per dire, altresì, che nulla dev'essere negato ai sordi, che si possono usare tutte le lingue,
senza ghettizzazione e senza ostracismi, al fine di accedere alla VITA.

2 Il grido del gabbiano

Ho lanciato grida, molte grida, e vere grida.


Non perché avessi fame o sete, o paura, o male, ma perché cominciavo a voler “parlare" perché volevo
udirmi e i suoni non mi giungevano.
Vibravo. Sapevo di gridare, ma le grida non significavano nulla per mia madre e mio padre. Erano,
dicevano, grida acute di uccelli marini, come un gabbiano che plani sull'oceano. Così, mi hanno
soprannominato il gabbiano.
E il gabbiano gridava al di sopra di un oceano di rumori che non udiva, e loro non comprendevano il grido
del gabbiano.
La mamma dice: «Eri una bimba bellissima, sei nata senza traumi, pesavi tre chili e mezzo, piangevi
quando avevi fame, ridevi, cinguettavi come gli altri bambini, ti divertivi. Non abbiamo capito subito. Ti
abbiamo giudicata una brava bambina, perché dormivi con i pugnetti serrati in una stanza attigua al salotto
dove la musica andava a tutto volume, le sere di festa con gli amici. Ed eravamo orgogliosi di avere una
bambina così brava. Ti abbiamo creduta "normale", perché giravi la testa quando un uscio sbatteva. non
sapevamo che avvertivi la vibrazione attraverso il pavimento, sul quale giocavi, e attraverso gli spostamenti
d'aria. Allo stesso modo, quando tuo padre metteva un disco, attaccavi a ballare, nel tuo recinto, dondolando
ti e agitando le gambe e le braccia».
Ho l'età in cui i bambini si divertono per terra, a quattro zampe, e cominciano a voler dire mamma e papà.
Ma io non dico nulla. Percepisco le vibrazioni attraverso il pavimento, dunque. Avverto le vibrazioni della
musica e l'accompagno lanciando le mie grida di gabbiano. È quel che mi han detto.
Sono un gabbiano percettivo, ho un segreto, un mondo tutto mio.
I miei genitori vengono da una famiglia di marinai.
Mia madre è figlia, nipote e sorella degli ultimi doppiatori del Capo Horn. Così, mi hanno chiamata gabbiano.
Ero muta o gabbiano?*( in francese,muette, “muta”, e mouette,”gabbiano” ) Oggi, la singolare assonanza
fonetica delle due parole, in francese, mi fa sorridere.
Il primo che ha detto:
«Emmanuelle grida perché non ci sente» è stato mio zio Fifou, il fratello maggiore di mio padre.
Mio padre dice:
«E stato il primo a metterci la pulce nell'orecchio».
«Una scena mi si è impressa per sempre nella memoria, come un fermo immagine» dice mia madre.
I miei genitori preferivano non crederci. Al punto che, per esempio, ho saputo solo molto più tardi che i miei
nonni patemi si erano sposati nella cappella dell'Istituto nazionale per ragazzi sordi di Bordeaux, di cui il
suocero della nonna era direttore! Se l'erano "dimenticato"! Per nascondere la loro inquietudine, forse, per
non guardare in faccia la realtà. Insomma, erano orgogliosi che non fossi una piccola "rompiballe" che li
svegliasse di buon'ora al mattino. Così hanno preso l'abitudine di scherzare chiamandomi il gabbiano, per
non manifestare la paura della mia diversità.
Si urla ciò che si vuoI tacere, dicono. Quanto a me, dovevo gridare per tentare di cogliere la differenza tra il
silenzio e il mio grido. E poiché i miei genitori tacevano le loro angosce, dovevo gridare anche per loro,
chissà?
La mamma dice:
«Il pediatra mi ha preso per pazza. Neppure lui ci credeva. Sempre quella faccenda delle vibrazioni che
percepivi. Ma quando battevamo le mani accanto a te o alle tue spalle, non giravi la testa in direzione del
rumore. Ti chiamavamo, e non rispondevi. E personalmente, avvertivo bene tutte queste strane cose.
Sembravi sorpresa al punto di trasalire quando mi avvicinavo a te, come se mi avessi vista all'ultimo
momento. Dapprima ho creduto che si trattasse di problemi psicologici, tanto più che Il pediatra continuava a
non credermi, dato che ti visitava una volta al mese.
“Avevo preso appuntamento con lui per metterlo a parte dei miei timori una volta di più. Mi ha detto chiaro
e tondo: "Signora, le consiglio vivamente di farsi curare!".
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«E così dicendo, ha sbattuto violentemente la porta, e siccome tu ti sei girata, per puro caso, o perché
avevi avvertito le famose vibrazioni, o semplicemente perché il suo comportamento ti appariva un po' strano,
lui ha detto: "Come può vedere, è un'assurdità!".
«Ce l'ho ancora con lui. E ce l'ho con me stessa per avergli creduto. Dopo quella visita, si è aperto per noi,
per tuo padre e per me, un periodo d'angoscia e di osservazione permanente. Fischiavamo, ti chiamavamo,
sbattevamo le porte, ti guardavamo battere le manine, dimenarti come se ballassi al ritmo della musica ... Ci
credevamo, poi non ci credevamo più. Eravamo smarriti.
«A nove mesi, ti ho portata da uno specialista, il quale ha detto subito che eri completamente sorda dalla
nascita. E stato un brutto colpo. Non riuscivo ad ammetterlo, tuo padre neppure. Ci dicevamo: "Deve trattarsi
di una diagnosi sbagliata, è impossibile". Abbiamo consultato un altro specialista, e sperato tanto che
avrebbe sorriso e ci avrebbe rispediti a casa con parole rassicuranti.
«Ci siamo trovati con tuo padre all'ospedale Trousseau, dove ti tenevo sulle ginocchia, e là, ho compreso.
TI hanno sottoposta ai test, facendoti sentire suoni fortissimi, che a me spaccavano i timpani, e non facevi
una piega.
«Ho posto alcune domande allo specialista. Tre domande.
« " Parlerà?"
«"Sì. Ma ci vorrà molto tempo."
«"Che fare?"
«"Un'apparecchiatura, una rieducazione ortofonica precoce, soprattutto niente linguaggio gestuale."
«"Posso frequentare adulti sordi?"
«"Sarebbe sconsigliabile, appartengono a una generazione che non ha conosciuto la rieducazione
precoce. Ne uscirebbe demoralizzata e delusa."
«Tuo padre era letteralmente distrutto, e io ho pianto. Da dove arrivava la "maledizione"? Una tara
ereditaria? Una malattia durante la gravidanza? Mi sentivo in colpa, e tuo padre pure. Abbiamo cercato
invano nell'ambito della famiglia chi potesse essere stato sordo, in un ramo o nell'altro».
Capisco perfettamente che colpo dev'essere stato per loro. I genitori colpevolizzano sempre, cercano
sempre un colpevole. Ma addossare all'altro componente della coppia, al padre o alla madre, la
responsabilità della sordità del bambino, è una cosa terribile per il bambino stesso. Non bisogna farlo. Nel
mio caso, si continua a non sapere. Non si saprà mai. E sicuramente, è meglio così.
Mia madre dice che non sapeva più che fare con me.
Mi guardava, incapace di escogitare una maniera qualsiasi per instaurare il legame tra noi. A volte, non
riusciva neppure più a giocare. Non diceva più niente. Pensava: "Non posso più dirle ti voglio bene, perché
non mi sente".
Era in stato di shock. In preda a una tensione spasmodica. Non sapeva più riflettere.
Della prima infanzia ho ricordi strani. Un caos nella testa, un susseguirsi d'immagini senza alcun rapporto
tra loro, come sequenze cinematografiche montate l'una dopo l'altra, con lunghe pause nere, grandi spazi
perduti.
Tra zero e sette anni, la mia vita è costellata di buchi.
Ne conservo soltanto ricordi visivi. Come tanti flash-back, immagini di cui ignoro la cronologia. Credo che
non ve ne sia stata nella mia testa, in quel periodo. Futuro, passato, si collocava tutto quanto sulla stessa
linea dello spazio-tempo. La mamma diceva ieri ... e io non capivo dove si trovasse l'ieri, che cosa volesse
dire ieri. E neppure domani. E non potevo chiederlo. Ero impotente. Non ero per nulla consapevole del
tempo che passava. C'era la luce del giorno, il buio della notte, tutto qui.
Non riesco tuttora a porre delle date su quel periodo, da zero a sette anni. Né a rimettere in ordine ciò che
ho fatto.
Il tempo si era cristallizzato. Scoprivo le situazioni da ferma. Può darsi che vi siano ricordi sepolti nella mia
mente, ma senza legami d'età fra loro, e non riesco a ripescarli. Gli avvenimenti, devo dire le situazioni, le
scene, perché tutto era visivo, li vivevo come una situazione unica, quella dell'attimo presente. Tentando di
ricostruire il mosaico della prima infanzia per scrivere, ho ritrovato solo sprazzi d'immagini.
Le altre percezioni sono in un caos inaccessibile al ricordo. Sepolte in quel periodo in cui, nonostante
l'assenza del linguaggio, l'incognita delle parole, la solitudine e il muro del silenzio, me la sono cavata, ignoro
come. La mamma dice:
«Te ne stavi seduta nel tuo lettino, mi vedevi sparire e tornare con stupore. Non sapevi dove andavo, in
cucina, per esempio; ero un'immagine di mamma che sparisce, poi di mamma che torna, senza alcun
legame tra le due».

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3 Il silenzio delle Bambole

L‟apprendistato della comunicazione è iniziato con il metodo Berel-Maisonny, con un‟ortofonista, una
donna straordinaria, che ha saputo ascoltare la tristezza di mia madre, sopportarne la collera, le lacrime.
Giocava con me alle bambole, a far loro il bagnetto e a preparare pranzetti. Ha mostrato a mia madre che
era possibile instaurare un rapporto con me, farmi ridere, affinché continuassi a vivere come “prima” che
venisse a conoscenza della mia sordità.
Imparavo a pronunciare A, B, C, mi si rappresentavano le lettere, con movimenti della bocca e gesti della
mano.
Mia madre assisteva alle sedute. Era un‟assunzione di responsabilità madre-figlia. È stato per una forma
d‟identificazione con quella donna che mia madre ha imparato di nuovo a parlarmi. Ma il nostro era un modo
di comunicare istintivo, animale, io lo definisco “ombelicale”. Si trattava di cose semplici, come mangiare,
bere, dormire. Mia madre non m‟impediva di esprimermi a gesti, come le era stato consigliato. Non aveva il
coraggio di proibirmelo. Avevamo altri segni tutti nostri, inventati di sana pianta. La mamma dice:
«Mi facevi ridere fino alle lacrime tentando di comunicare con me in tutti i modi! Giravo il tuo viso verso il
mio, affinché tentassi di leggere parole semplici sulle mie labbra, e tu mimavi assieme a me, era una cosa
carina e irresistibile».
Quante volte ha compiuto il gesto di rivolgere il mio viso verso il suo, il gesto del faccia a faccia tra madre e
figlia, affascinante e terribile, che ci è servito da linguaggio?
Da quel momento in poi, non c‟è più stato posto per l‟altro, mio padre. Quando mio padre tornava dal
lavoro, era così difficile, passavo poco tempo con lui, non avevamo un codice “ombelicale”. Articolavo
qualche parola, ma lui non capiva quasi mai. Soffriva vedendo che mia madre comunicava con me in un
linguaggio di una intimità che a lui sfuggiva. Si sentiva escluso. E lo era in modo del tutto naturale, perché
non era una lingua che potessimo condividere tutti e tre, né con qualcun altro. E lui voleva comunicare
direttamente con me.
Tale esclusione gli ripugnava. Quando tornava a casa, la sera, non riuscivamo ad avere alcuno scambio.
Spesso –andavo a tirare mia madre per il braccio per sapere che cosa diceva. Avrei tanto voluto “parlare”
con lui. Sapere tante cose di lui.
Cominciavo a dire qualche parola. Come tutti i bambini sordi, portavo un apparecchio acustico, che
tolleravo più o meno bene. Mi faceva entrare in testa dei rumori, tutti uguali, impossibile differenziarli,
impossibile servirsene, era più faticoso di qualsiasi altra cosa. Ma bisognava portarlo, a sentire i rieducatori!.
Quante volte le cuffie sono cadute nella minestra?
La mamma dice che in famiglia ci si consolava con luoghi comuni:
«E sorda, ma è così carina!».
«Sarà tanto più intelligente!»
Ho una splendida collezione di bambole. Quante, non lo so. Ho delle bambole, comunque. Quanti anni ho?
Non lo so. L‟età delle bambole. E la sistemazione delle bambole. Al momento di andare a letto, mi sento in
dovere di metterle in fila, devono essere ben allineate. Rimbocco loro le coperte, bisogna che le mani siano
sopra il risvolto. Chiudo loro gli occhi. Impiego parecchio tempo a occuparmi di questo allineamento prima di
coricarmi. Parlo loro, forse, di sicuro usando lo stesso codice che usa mia madre. Il segno che significa
dormire. Una volta che tutte le bambole sono sistemate a letto, posso andare a coricarmi e dormire.
E strano, allineo le mie bambole secondo un ordine metodico, mentre nella mia testa regna il disordine
assoluto. Tutto è vago e mescolato. Cerco ancora di capire perché lo facessi. Perché passassi secoli ad
allineare le bambole. Devono sollecitarmi perché vada a letto. La cosa irrita mio padre, irrita tutti quanti. Ma
io non riesco a dormire se le mie bambole non sono sistemate a dovere. Bisogna che siano perfettamente
allineate, gli occhi chiusi, la coperta tesa al millimetro, le braccia di sopra. La cosa è di una precisione
diabolica, mentre nella mia testa tutto è disordine. Forse mi sforzo di sistemare tutto ciò che ho vissuto
durante la giornata, e nel disordine, prima di andare a dormire. Forse mi sforzo di esprimere l‟assestamento
di tale disordine. Di giorno, sono disordinata. Di notte, dormo ben sistemata, nella quiete, come una
bambola. Non parla, una bambola.
Sono vissuta nel silenzio perché non comunicavo. E questo, il vero silenzio? Il buio totale
dell‟incomunicabilità? Per me, tutti èrano buio e silenzio, a parte i miei genitori, soprattutto mia madre.
Il silenzio, dunque, ha un significato che è soltanto mio, quello dell‟assenza di comunicazione. D‟altro
canto, non sono mai vissuta nel silenzio assoluto. Ho i miei rumori personali, inspiegabili per chi ci sente. Ho
la mia immaginazione, la quale ha i suoi rumori sotto forma d‟immagini. Immagino suoni sotto forma di colori.
Per quanto mi riguarda, il silenzio è a colori, non è mai in bianco e nero.
Anche i rumori degli udenti sono sotto forma di immagini, per me, di sensazioni. L‟onda che si frange sulla
riva, calma e dolce, è una sensazione di serenità, di tranquillità. Quella che si drizza e galoppa facendo la
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gobba come un gatto, è la collera. Il vento sono i miei capelli che palpitano all‟aria, la freschezza o la
dolcezza sulla mia pelle.
La luce è importante, amo il giorno, non la notte. Dormo su un divano nel salotto dell‟appartamentino dei
miei genitori. Mio padre studia medicina, mia madre è maestra. Ha interrotto gli studi per allevare me. Non
siamo molto ricchi, l‟appartamento è piccolo. Concetti, questi, che a quel tempo ignoro, perché
l‟organizzazione sociale, nel mondo degli udenti, mi è del tutto estranea. Di notte, dormo da sola sul divano.
Lo rivedo ancora perfettamente, oggi, quel divano giallo e arancione. Vedo un tavolo di legno marrone. Vedo
il tavolo della sala da pranzo, bianco, posato su cavalletti. Esiste tuttora un legame tra i colori e i suoni che
immagino. Non posso dire che il suono che immagino è azzurro o verde o rosso, ma i colori e la luce
fungono da supporti all‟immaginazione del rumore, alla percezione di ogni situazione.
Con gli occhi, se c‟è luce, riesco a controllare tutto quanto. Buio è sinonimo di non comunicazione, quindi di
silenzio. Assenza di luce: panico. Più tardi, ho imparato a spegnere la luce prima di dormire.
Conservo un ricordo-flash del buio notturno. Mi trovo nel salotto, stesa sul mio letto, e attraverso la finestra
scorgo l‟ombra dei fari sulla parete. Mi spaventano, tutte quelle luci che sopraggiungono e se ne vanno. Ne
conservo ancora l‟immagine nella testa. Tra il salotto e la camera da letto dei miei genitori non c‟è una porta
chiusa; si tratta di un „unica grande stanza, senza un uscio. Ci sono una poltrona e un letto, e il grande
divano disseminato di cuscini, sul quale dormo. Mi vedo bambina, ma non so quanti anni ho esattamente.
Ho paura. Paura di continuo; la notte, di quei fari d‟automobile, di quelle immagini che si profilano sulla
parete e scompaiono. .
A volte i miei genitori mi spiegavano che dovevano uscire. Ma io, avevo compreso appieno quella faccenda
di uscire? Per me, era una partenza, un abbandono. Ma sarebbero tornati? Quando? Non avevo la nozione
del quando. Non avevo le parole per dirglielo, non avevo una lingua, non sapevo esprimere l‟angoscia.
Provavo orrore.
Credo che forse intuivo dal loro comportamento un po‟ nervoso che sarebbero “spariti”, ma la loro partenza
era sempre una sorpresa per me, dato che me ne accorgevo di notte. Mi facevano cenare, mi mettevano a
letto, aspettavano che mi fossi addormentata, e quando i miei genitori presumevano che dormissi
profondamente, ritenevano di poter uscire, e io, io non lo sapevo. E mi svegliavo, sola. E mi svegliavo forse
proprio a causa della loro partenza. E avevo paura dei fari, simili a fantasmi sulla parete.
Non ero in grado di esprimerla, né di spiegarla, quella paura. I miei genitori dovevano ritenere che nulla
potesse svegliarmi, dato che ero sorda! Ma le luci erano suoni immaginari, sconosciuti, che mi
comunicavano un‟enorme angoscia. Se avessi saputo farmi capire, non mi avrebbero lasciato sola. Un
bimbo sordo ha bisogno di qualcuno, di notte. Nel modo più assoluto.
Ho anche un incubo, in testa. Mi trovo a bordo di un‟auto, sul sedile posteriore, mia madre è al volante.
Chiamo mia madre, voglio farle delle domande, voglio che mi risponda, chiamo, e lei non gira la testa.
Insisto. Quando finalmente si gira per rispondermi, accade l‟incidente, la macchina finisce in un burrone, poi
nel mare. Vedo l‟acqua attorno a me. Orribile. Insopportabile. L‟incidente è colpa mia, e questo mi sveglia, in
preda a una profonda angoscia.
Durante la giornata, chiamo spessissimo mia madre perché si possa comunicare. Voglio sapere che cosa
succede, voglio sempre essere al corrente, è un‟esigenza. La mamma è la sola a capirmi sul serio, con quel
linguaggio inventato di sana pianta, quel linguaggio “ombelicale”, animale, quel codice particolare, istintivo,
fatto di mimica e di gesti. Ho tante cose ingarbugliate nella testa, tante domande da fare, che ho bisogno di
lei di continuo. L‟incubo in cui lei non mi risponde, non gira la testa per guardarmi, costituiva la mia angoscia
profonda a quell‟età.
Per i bambini che imparano prestissimo il linguaggio dei segni, ovvero che hanno genitori sordi, è diverso.
Loro fanno progressi notevoli. Sono stupita dello sviluppo che hanno. Quanto a me, ero nettamente in
ritardo, ho imparato quel linguaggio solo a sette anni. Prima, ero sicuramente un po‟ come una sorta di
“ritardata mentale”, una selvaggia.
E pazzesco. Come andavano le cose prima? Non avevo una lingua. Come ho fatto a costruirmi? Come ho
fatto a capire? Come facevo a chiamare il prossimo? Come facevo a domandare qualcosa? Mi rivedo spesso
nell‟atto di mimare.
Pensavo? Sicuramente. Ma a cosa? Al mio bisogno di comunicare a tutti i costi. A quella sensazione di
essere rinchiusa dietro un‟enorme porta, che non potevo aprire per farmi capire dagli altri.
E tiravo mia madre per la manica, per la vestaglia, le mostravo gli oggetti, una quantità di cose, e lei capiva,
rispondeva.
Progredivo lentamente. Imitavo anche certe parole.
“Acqua”, eau, per esempio, è la prima parola che ho pronunciato. Imitavo ciò che leggevo sulle labbra di mia
madre. Non mi sentivo, ma articolavo “O”, atteggiando la bocca a cerchio. Una “O” che mi produceva una
vibrazione in gola, quindi un suono particolare per mia madre. E così le parole diventavano parole che erano
solo mie e di mia madre, che nessuno riusciva a comprendere. La mamma voleva che mi sforzassi di
parlare, e io tentavo anche per aiutarla, ma soprattutto avevo voglia di indicare, di designare. Per chiedere di
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fare pipì, indicavo il gabinetto, per mangiare, indicavo quel che volevo mangiare e mi portavo la mano alla
bocca.
Fino all‟età di sette anni, non ci sono parole, né tanto meno frasi nella mia testa. Soltanto immagini.
Quando strattonavo mia madre, per dirle qualcosa, non volevo che guardasse altrove, era me, il mio viso,
nient‟altro, che doveva guardare. Di questo mi ricordo, per cui esisteva un pensiero, dal momento che
“pensavo” la comunicazione, la volevo.
C‟erano situazioni particolari. In occasione di una riunione di famiglia, per esempio. Molte persone
muovevano molto le labbra. Mi annoiavo. Mi rifugiavo in un‟altra stanza, andavo a guardare gli oggetti, le
cose. Li prendevo in mano per vederli bene. Dopo di che, tornavo in mezzo agli altri e strattonavo mia madre.
Strattonare mia madre significava chiamarla. Perché mi guardasse, pensasse a me. Era difficile quando
c‟era gente: la comunicazione tra noi s‟interrompeva. Ero sola sul mio pianeta e volevo che lei ci tornasse.
Era il mio unico contatto con il mondo. Mio padre ci guardava, continuava a non capire.
Vedo mio padre in collera. Vedo un‟espressione particolare.
Domando: «Le cose non vanno bene?».
Mimo la collera di papà.
Lui risponde: «No, no, va tutto bene!».
A volte vado a strattonare la mamma per farmi tradurre, perché voglio saperne di più, voglio capire che
cosa succede. Perché, perché … ho letto la collera sul viso di papà. Ma non sempre lei riesce a tradurre.
Allora mi ritrovo nel buio del silenzio.
Quando c‟è gente guardo attentamente i volti. Osservo tutti i tic, tutte le manie delle persone. Ve ne sono
alcune che, parlando, non guardano in faccia il loro interlocutore a tavola. Si baloccano con le posate. Si
toccano i capelli. Sono immagini che fanno certe cose. Non posso dire quel che provo. Vedo. Vedo se sono
contenti, o scontenti. Vedo se sono irritati. Oppure se non ascoltano gli altri. Ho due occhi per udire, ma è
limitante. Mi accorgo perfettamente che gli altri comunicano fra loro con la bocca; dev‟ essere in questo che
consiste la mia diversità. Gli altri producono suoni con la bocca. Quanto a me, non so che cosa siano i suoni.
E neppure il silenzio. Non hanno alcun significato, quelle due parole.
Tranne che, nel mio intimo, non regna il silenzio.
Odo fischi, acutissimi. Credo che provengano da un altro luogo, dall‟esterno, ma no, sono i miei rumori,
soltanto io li sento. Sono rumore interno e silenzio esterno?
A nove mesi, hanno dovuto applicarmi l‟apparecchio.
I bimbi sordi hanno spesso apparecchi muniti di due auricolari collegati da un cordone a Y con un microfono
sul ventre; si tratta di apparecchi monofonici. Non ricordo di aver udito qualcosa con quel‟aggeggio. Rumori,
forse? Ma rumori che odo tuttora, come le vibrazioni delle automobili che passano nella strada, la vibrazione
della musica; con l‟apparecchio, risultano insopportabilmente forti. Ma rumori infantili? No. I giocattoli sono
muti.
Mi stancavano, quei rumori troppo forti, quei rumori privi di significato, che non mi offrivano nulla. Mi
toglievo l‟apparecchio per dormire, il rumore mi angosciava. Un rumore forte, senza nome, senza
collegamenti, mi sfiniva. La mamma dice:
«L‟ ortofonista ci ha detto di non preoccuparci, che avresti parlato. Ci ha dato speranza. Grazie alla
rieducazione e agli apparecchi acustici, saresti riuscita a “udire”. In ritardo, naturalmente, ma ce l‟avresti
fatta. Si sperava anche, ma era del tutto illogico, che un giorno avresti finito per sentirci realmente. Come per
magia. Era talmente difficile rassegnarsi all‟idea che fossi nata in un mondo diverso dal nostro».

4 Ventre e musica

A partire dall'applicazione dell'apparecchio, però non saprei dire quando, ho cominciato a distinguere tra gli
udenti e i sordi. Semplicemente perché gli udenti non portavano l'apparecchio. C'erano quelli con
l'apparecchio, e gli altri. Era una distinzione semplice.
Personalmente, avevo voglia di dire certe cose, tante cose, ma c'era quel muro, così io ero triste. Vedevo
mio padre triste, e la mamma pure. Avvertivo veramente la tristezza, e avrei voluto che i miei genitori
sorridessero, che fossero felici, avrei voluto regalare loro la felicità. Ma non sapevo come fare. Mi dicevo:
«Che cos'ho io? Perché sono tristi per colpa mia?». Non avevo ancora capito che ero sorda. Solo che ero
diversa.
Primo ricordo? Non esiste né un primo né un ultimo ricordo d'infanzia nel mio disordine personale. Vi sono
sensazioni. Gli occhi e il corpo registrano le sensazioni.
Mi ricordo il ventre. Mia madre è incinta della mia sorellina, avverto fortissime le vibrazioni. Intuisco che c'è
qualcosa. Il viso affondato nel grembo di mia madre, "sento" la vita. Stento a immaginare che vi sia un
bambino nel ventre della mamma. Per me, è impossibile. Vedo una persona, e c'è un'altra persona dentro di
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lei? Dico che non è vero. È una balla. Però mi piace il ventre della mamma, e il rumore della vita che c'è
dentro.
Mi piace anche il ventre di mio padre, di sera, quando discute con gli amici, o con mia madre. Sono stanca,
mi stendo accanto a lui, la testa contro il suo ventre, e avverto la sua voce. La sua voce passa per il suo
ventre, e ne avverto le vibrazioni. La cosa mi calma, mi rassicura, è come una ninnananna, mi addormento
con quelle vibrazioni, come una filastrocca, nella testa.
Percezione fisica di conflitto, diversa: mia madre mi dà uno sculaccione. Mi ricordo lo sculaccione. Allora
devo aver capito perché mi si dava uno sculaccione, ma ora non me lo ricordo. Dopo, mia madre se ne va, le
fanno male le mani, e a me fanno male le natiche. Piangiamo tutt' e due. I miei genitori non mi picchiavano
mai, sicché ritengo che fosse molto arrabbiata, ma ne ignoro il motivo. E l'unico ricordo che ho di una
punizione.
Per altri versi, i rapporti conflittuali con mia madre sono complicati. Per esempio, mi rifiuto di mangiare una
certa cosa. La mamma dice:
«Devi finire quel che hai nel piatto».
lo mi rifiuto. Allora lei fa l'aeroplanino con il cucchiaio. Una cucchiaiata per papà, una per la nonna ...
capisco benissimo dove vuole andare a parare ... una cucchiaiata per me. Apro la bocca e ingoio. Mi capita
di non volerne sapere, di mangiare. Nel modo più assoluto. Litigo con la mamma. Il gabbiano è arrabbiato. E
quando non ne posso più, mi allontano da tavola. Loro credono che scherzi, ma non è così. Faccio la valigia,
ci metto le bambole, sono in collera sul serio. Voglio andarmene.
La valigia è una valigia delle bambole. Non ci ficco dentro il mio soprabito, ci metto i cappottini delle
bambole assieme alle bambole. Non saprei dire perché. Può darsi che le bambole siano me, e intendo
dimostrare che sono io a partire. Esco in strada. Mia madre è presa dal panico, mi riacciuffa. Mi comporto
così quando sono molto in collera e abbiamo litigato. Sono una persona, non posso obbedire sempre.
Bisogna essere sempre d'accordo con mia madre, ma io voglio essere una persona indipendente.
Emmanuelle è diversa. Siamo diverse noi due, lei e io.
Con mio padre gioco, ci si diverte, si ride molto, ma esiste un vero dialogo tra noi? Non lo so. Lui, neppure.
E ci soffre. Quando ha saputo che ero sorda, si è subito domandato come avrei fatto a udire la musica.
Portandomi ai concerti, da piccolina, voleva trasmettermi la sua passione, oppure "si rifiutava" di credere che
fossi sorda. Quanto a me, la trovavo una cosa straordinaria. E ancor oggi mi sembra straordinario che non
abbia frapposto ostacoli tra la musica e me. Ero felice di stare con lui. E credo che percepissi profondamente
la musica; non con le orecchie: con il corpo. Mio padre ha accarezzato per molto tempo la speranza di
assistere al mio risveglio da un lungo sonno. Come la Bella addormentata nel bosco. Era convinto che la
musica avrebbe operato la magia. Dato che vibravo alla musica, e che lui è pazzo per la musica, classica,
jazz, i Beatles, mio padre mi ha portato ai concerti e io sono cresciuta nella convinzione di poter condividere
tutto con lui.
Una sera, mio zio Fifou, che era musicista, suonava la chitarra. Lo vedo, l'immagine è chiarissima nella mia
mente. Tutta la famiglia ascolta. Lui vuole farmi partecipe della chitarra. Mi dice di afferrare tra i denti il
manico dello strumento. lo mordo, e lo zio attacca a suonare. Rimango lì a mordere per ore. Avverto tutte le
vibrazioni nèl mio corpo, le note acute e le note basse. La musica penetra nel mio corpo, vi s'installa, prende
a suonare dentro di me. La mamma mi guarda, sbalordita. Tenta di fare la stessa cosa, ma non lo sopporta.
Dice che le rintrona la testa.
La chitarra dello zio porta ancora i segni dei miei denti. Sono stata fortunata, da bambina, ad avere la
musica.
Certi genitori di bambini sordi si dicono che non ne vale la pena, privano i figli della musica. E certi bambini
sordi se ne infischiano della musica. lo l'adoro. Avverto le vibrazioni. Anche lo spettacolo del concerto mi
colpisce. Gli effetti di luce, l'ambiente, la gente nella sala sono a loro volta vibrazioni. Sento che ci troviamo lì
tutti insieme allo stesso scopo. Il sassofono che manda lampi dorati è formidabile. I trombettisti che gonfiano
le gote. I bassi. Sento con i piedi, con tutto il corpo, se mi stendo per terra. E immagino il rumore, l'ho sempre
immaginato. E con il corpo che percepisco la musica. I piedi nudi a contatto del pavimento, appesi alle
vibrazioni, è così che la vedo, a colori. Il pianoforte ha i suoi colori, la chitarra elettrica, i tamburi africani. La
batteria. Vibro con loro.
Il violino, però, non riesco a catturarlo. Non riesco ad avvertirlo con i piedi. Il violino s'invola, dev'essere acuto
come un uccello, come un canto di uccello, è sfuggente. È una musica che si libra in alto, verso il cielo, non
verso terra. I suoni nell'aria devono essere acuti, i suoni a terra devono essere gravi. E la musica è un
arcobaleno di colori vibranti. Amo profondamente la musica africana. Il tam-tam, è una musica che scaturisce
dalla terra. L'avverto con i piedi, con la testa, con tutto il corpo. La musica classica, faccio fatica. E talmente
alta nell'aria. Non riesco a catturarla.
La musica è un linguaggio al di là delle parole, universale. E l'arte più bella che ,esista, riesce a far vibrare
fisicamente il corpo umano. E difficile riconoscere la differenza tra la chitarra e il violino. Se venissi da un
altro pianeta e incontrassi uomini che parlassero tutti in modo diverso, sono sicura che riuscirei a
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comprenderli percependone i sentimenti. Ma il campo della musica è vastissimo, immenso. Spesso, posso
anche smarrirmici. E quanto accade all'interno del corpo. Sono note che si mettono a danzare. Come il fuoco
di un camino. Il fuoco che ritma, piccolo, grande, piccolo, più veloce, più lento ... Vibrazione, emozione, colori
dal magico ritmo.
Quanto alle voci spiegate nel canto, sono un mistero.
Una sola volta il mistero si è squarciato. Non so dire quando, né quanti anni avessi. E ancora al presente.
Vedo la Callas alla televisione. I miei genitori guardano e io sono seduta con loro davanti al teleschermo.
Vedo una donna di taglia forte, che dà l'impressione di possedere un carattere altrettanto forte. Tutt'a un
tratto, si profila un'immagine in primo piano, e a questo punto sento realmente la sua voce. Guardandola con
intensità, comprendo che voce deve avere. Immagino una canzone non troppo allegra, ma vedo chiaramente
che la voce viene dal fondo, da lontano, che quella donna canta con il ventre, con le viscere. Mi fa un effetto
terribile. Ho davvero udito la sua voce? Non saprei proprio dirlo.
Però ho realmente provato un'emozione. È l'unica volta che è accaduto qualcosa del genere. Maria Callas mi
ha commossa. È l'unica volta in vita mia che ho avvertito, immaginato, una voce dispiegata nel canto.
Gli altri cantanti non mi fanno né caldo né freddo.
Quando li guardo, in un filmato alla televisione, avverto molta violenza, molte immagini che si susseguono,
non si capisce più niente. Neppure riesco a immaginare la musica che può accompagnare le immagini,
poiché tutto scorre così rapidamente. Ma vi sono certi cantanti, come Carole Laure, Jacques Brel,
Jean:Jacques Goldman, i cui testi mi commuovono.
E Michael Jackson! Quando lo vedo ballare, è un corpo elettrico, il ritmo della musica è elettrico, lo associo
all'immagine elettrica, lo sento elettrico.
La danza risiede nel corpo. Da adolescente"adoravo andare in discoteca con i miei compagni sordi. È
l'unico luogo dove si può mettere la musica a tutto volume senza curarsi del prossimo. Ballavo tutta la notte,
il corpo premuto contro le pareti, il corpo vibrante al ritmo della musica. Gli altri, gli udenti, mi guardavano
stupiti. Dovevano prendermi per pazza.

5 Gatto bianco Gatto nero


Papà mi accompagnava alla scuola materna, ero felice di andarci con lui. Poi mi ritrovavo sola in un angolo,
intenta a disegnare. La sera, con mia madre, rifacevamo molti disegni. Mi ricordo anche di un gioco che si
chiama la battaglia. Ciascuno ha i suoi colori. Oppure mia madre faceva un disegno e io dovevo aggiungervi
un occhio, un naso, lo adoravo. C'erano disegni dovunque.
Vedo anche una sala, e uno strano disco che gira, sul quale viene collocato un foglio di carta. Proietto sul
foglio colori di tutte le tonalità cromatiche, la mamma pure, i colori si sparpagliano alla velocità del disco, a
caso. Non afferro assolutamente come ciò avvenga. Ma è bello.
Guardiamo anche i cartoni animati, alla televisione o al cinema. Ricordo Titti e Gatto Silvestro. Dopo un
quarto d'ora di film piangevo, singhiozzavo e tiravo su col naso così forte, che mia madre si è preoccupata.
Vedevo gli altri ridere delle disavventure di Gatto Silvestro, io non capivo che cosa ci trovassero di buffo.
Soffrivo molto per la crudeltà dei bambini. Non era giusto che Gatto Silvestro si facesse sempre beccare e
che finisse sempre spiaccicato contro i muri. lo la vedevo così. Forse ero troppo sensibile, e poi amavo molto
i gatti.
Avevo un gatto bianco. Per me, quel gatto non aveva un nome. Però ero contentissima di averlo. Lo facevo
saltare in aria, gli facevo fare l'aeroplano. Giocavo all'elicottero con lui. Gli tiravo la coda. Era di sicuro una
tortura infernale, ma lui, il gatto, mi adorava. Passavo il tempo a rompergli le scatole, e lui mi adorava
ugualmente.
Si è squarciato il ventre. Non so come sia successo né quando. Eravamo in campagna. Papà, che studiava
medicina, si e occupato della faccenda; l'ha ricucito, ma non è servito. Il gatto è morto. Ho chiesto che cosa
succedeva. Mio padre ha detto: «È finita». Voleva dire che non c'era più, che se n'era andato. Che non
l'avrei più rivisto.
Non sapevo che cosa significava la morte. Nei giorni seguenti, ho continuato a domandare dov'era il gatto.
Mi hanno nuovamente spiegato che era finita e che non sarebbe più tornato, mai più. "Mai", una parola che
non capivo. "Morto", neppure. In definitiva, comprendevo una sola cosa: morto, era finita, chiuso. Pensavo
che i grandi fossero immortali. I grandi se ne andavano e tornavano. Non finivano mai, quindi.
lo no, però. Io me ne sarei "andata". Come il gatto. Non mi vedevo diventare grande. Mi vedevo rimanere
piccolina. Per tutta la vita. Mi credevo limitata al mio stato presente. E, soprattutto, mi credevo unica, sola al
mondo. Emmanuelle è sorda, nessun altro lo è. Emmanuelle e diversa, Emmanuelle non diventerà mai
grande.
Non ero m grado di comunicare come gli altri, perciò non potevo essere come gli altri, i grandi che ci
sentono quindi sarei "finita". E, in certi momenti, quando non riuscivo assolutamente a comunicare, a dire
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tutto ciò che avevo voglia di domandare, di comprendere, o quando non ottenevo risposta, allora pensavo
alla morte. Avevo paura. Ora so perché: non avevo mai visto adulti sordi. Avevo visto soltanto bambini sordi,
nella classe speciale della. scuola. Materna che frequentavo. Perciò, in cuor mio, l bambini sordi non
diventavano mai grandi. Saremmo morti tutti quanti, così, da piccoli. Credo persino di aver ignorato che
anche gli udenti una volta erano stati piccoli! Non avevo punti di riferimento possibili.
Quando ho visto che il gatto non c'era più, che se n'era “andato” ho tentato veramente di capire, con tutte
le mie forze. Volevo a tutti i costi rivederlo, quel gatto, per capire. Vedere? perche solo gli occhi mi facevano
capire le cose. Non mi hanno mostrato il gatto morto. Sono rimasta dell'Idea che se n'era "andato". Era
troppo complicato.
Quando è nata la mia sorellina, c'è stato un altro gatto. Nero Gli è stato imposto un nome, si chiamava
«Bobine». E stato mio padre a sceglierlo. Giocava continuamente con le bobine, i rocchetti di filo. Sapeva
che ero sorda. E io sapevo che lui sapeva. Era evidente. Quando Bobine aveva fame, chiamava mia madre,
le miagolava appresso, le girava attorno, si sottraeva al suo sguardo, ma lei l'udiva, naturalmente. All'inizio,
aveva tentato con me, ha capito che non reagivo, e la cosa lo irritava. Allora, mi si è piazzato davanti per
miagolarmi in faccia. Era chiaro: aveva capito che doveva affondare i suoi begli occhi verdi nei miei per farsi
udire. Avevo voglia di comunicare con lui. A volte, me ne stavo sul letto, e lui mi afferrava i piedi per gioco.
Avevo voglia di dirgli che era uno "scocciatore". Tentavo a gesti, dicevo: «Piantala, mi secchi». Ma non
funzionava. Capivo quando era arrabbiato: in quei casi, non mi rispondeva. Immobile come una statua.
Quando ho visto Titti e Gatto Silvestro, tutta quella violenza ai danni del povero gatto, Titti mi ha fatto
orrore. Era a suo agio, lui, molestava il gatto; il povero micio, invece, non capiva niente e le buscava di santa
ragione. E un ingenuo. Titti è un mascalzone.
Cerco una difficile indipendenza in questo mondo difficile. Faccio fatica a pronunciare questa parola,
difficile. Dico:
«È tiffiti».
È "tiffiti" dire "tiffiti".
È "tiffiti" esistere per conto mio, senza mia madre.
Tento l'avventura di fare certe cose senza l'aiuto del mio cordone ombelicale. Da sola, per annoiarmi un po'
meno. Quanti anni ho? Quell'avventura è prima o dopo la morte del gatto? Non lo so.
Ho detto: «Andrò da sola al gabinetto».
In effetti, non l'ho detto a mia madre. E una frase che mi sono detta mentalmente. Di solito, per farlo,
chiamo sempre mia madre. Ma siamo a casa di amici, lei è tutta presa a chiacchierare, non si cura di me,
perciò vedrò di cavarmela da sola.
Metto piede nel gabinetto, mi ci chiudo con il chiavistello come fanno i grandi. Non riesco più a uscire.
Forse il chiavistello si è inceppato, ho chiuso male, non saprei. Mi metto a urlare, a urlare, picchio contro
l'uscio. Rinchiusa, non poter più uscire: l'angoscia. Mia madre è lì, dietro la porta; ha sentito battere, ma io
non lo so, naturalmente. Di colpo, la comunicazione si è interrotto del tutto. C'è davvero un muro tra mia
madre e me. E spaventoso.
Sono sicura che la mamma cerca di rassicurarmi, deve aver detto: «Non agitarti, sta' calma». Ma, in quel
momento, non riesco a udirla, dato che non la vedo. E credo, io, che sia rimasta a chiacchierare con la sua
amica. Che sono sola. Ho una paura tremenda. Rimarrò rinchiusa per tutta la vita in quello stanzino, a urlare
nel silenzio!
Infine vedo scivolare un foglio di carta sotto l'uscio. La mamma ha fatto un disegno, dato che non so
leggere. Vi si vede l'immagine di una bambina che piange, cancellata con tratti di matita. Accanto, l'immagine
di una bambina che ride. Comprendo che sta dietro l'uscio e mi dice di sorridere, che va tutto bene. Però non
ha disegnato che avrebbe aperto l'uscio. Ha detto che devo ridere, e non piangere. E sono sempre in preda
al panico. Mi sento gridare. Sento le vibrazioni delle corde vocali. Se emetto un suono acuto, le corde vocali
non vibrano per nulla. Ma quando ricorro al suono grave, quando grido, sento le vibrazioni. Ho vibrato sino a
restare senza fiato.
Prima che arrivasse un fabbro ad aprire quell'uscio, quel muro che m'isolava da mia madre, devo aver
gridato a lungo, come un gabbiano rabbioso nella tempesta.

6 «Tiffiti»

Tutto è difficile. La minima cosa, che sarebbe stata semplice per un bambino udente, per me era irta di
difficoltà.
La frequenza della scuola materna, in una classe d'integrazione per bambini sordi. I miei primi compagni.
La mia vita sociale è iniziata là.

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L‟ ortofonista è riuscita a farmi pronunciare qualche parola udibile. Comincio a esprimermi a modo mio con
un misto di linguaggio verbale e gestuale. La mamma dice: «Fino a due anni sei andata in un centro di
rieducazione, che si trovava proprio sopra un consultorio per le malattie veneree. La cosa mi mandava su
tutte le furie. La sordità: una malattia vergognosa? Poi ti abbiamo iscritta a quella scuola materna di
quartiere. Un giorno, sono venuta a prenderti, la maestra raccontava delle storie ai bambini, per
l'apprendimento della lingua. Tu te ne stavi in un angolo, da sola, seduta a un tavolo, come se la cosa non ti
riguardasse, intenta a disegnare. Non avevi l'aria molto felice».
Nessun ricordo particolare di quel tempo. Disegno, è vero. l disegni sono importanti per me, sostituiscono
la comunicazione. Riesco a esprimere un po' di ciò che mi riempie la testa di domande senza risposta. Ma
quella scuola materna, con la sua classe detta d'integrazione, l'ho dimenticata. Ovvero preferisco
dimenticarla. Si può definire integrazione, tutti quei marmocchi seduti in circolo attorno a una maestra che
racconta loro una storia?
Che ci faccio là, tutta sola, davanti ai miei disegni?
Che cosa m'insegnano? Secondo me, niente. A che serve? A chi fa piacere? Gioco nel cortile di ricreazione,
saltando alla corda.
Mi resta qualche immagine. Una, in particolare. Una disperazione infantile. Mio padre viene a prendermi.
Sto lavandomi le mani al rubinetto del cortile.
Lui dice: «Sbrigati, ce ne andiamo».
Ma non so come l'abbia detto, come abbia fatto a comunicarmi l'informazione di sbrigarmi per andarcene,
ma l'ho avvertita. Forse mi ha dato una spintarella, doveva avere l'aria frettolosa, non era calmo. Sta di fatto
che ho intuito la situazione dal suo comportamento: «Non c'è molto tempo». Quanto a me, voglio fargli
intendere un'altra situazione, quella che dice: «Non ho finito di lavarmi le mani». E tutt'a un tratto lui non c'è
più. Piango a calde lacrime. C'è stato un malinteso. Non ci siamo capiti. Se n'è andato, è sparito e io sono lì,
da sola, a piangere. A piangere per l'incomprensione tra noi o per il fatto di ritrovarmi da sola? O perché lui è
sparito? Piango piuttosto per il malinteso, credo.
Questa scenetta è simbolica del malinteso pressoché permanente tra loro e noi, gli udenti e i sordi. Riesco
a comprendere un'informazione solo se la visualizzo. Per me, si tratta di una scena in cui mescolo le
sensazioni fisiche e l'osservazione della mimica. Se la situazione viene espressa rapidamente, stento a
essere sicura di averla compresa. Ma mi sforzo di rispondere con lo stesso ritmo. Mio padre, quel giorno,
davanti al rubinetto al quale mi lavo le mani, non ha compreso la mia risposta. Oppure sono io ad aver
frainteso. E la sanzione di tale incomprensione è che lui se n'è andato!
Naturalmente, è tornato a prendermi, dopo un lasso di tempo che non riesco a definire, ma che è un tempo
di solitudine e disperazione. Poi, non ho saputo spiegargli le mie lacrime. Questo, perché in seguito a una
situazione incompresa, tutto si complica. S'instaura un'altra situazione, ancora più difficile da collegare con
quella precedente.
Strana, questa immagine. Non so se sia un ricordo reale o se l'abbia solo immaginato. L'immagine,
tuttavia, è il simbolo, sorprendente, delle mie difficoltà di comunicare con mio padre, a quel tempo.
"Tiffiti" è una parola infantile nata da tale difficoltà.
Un giorno, devo essere un po' più grande, siamo soli, lui e io. Papà fa cuocere della carne. VuoI sapere se la
preferisco ben cotta, non troppo cotta ... Mi accorgo che cerca di spiegarmi la differenza tra cotto e crudo e,
con l'aiuto del radiatore, tra caldo e freddo. Afferro il concetto di caldo e freddo, ma non quello di cotto o
crudo. La faccenda si prolunga. Alla fine papà si arrabbia e cuoce le due fette di carne nello stesso modo.
Un'altra volta, a un'altra età, papà guarda la televisione. Uno dei personaggi del film si chiama Laborie,
come noi, ma con la "e" finale. Papà si accanisce su alcuni foglietti di carta per spiegarmi la differenza fra la
"t" del nostro cognome e la "e" di quello del personaggio. E incomprensibile, e gli rispondo ripetutamente:
«E tiffiti. E tiffiti». Lui non capisce quel che mi sforzo di articolare e, infatti, lasciamo perdere tutti e due, in
attesa che tomi mia madre. Quando torna, papà le domanda che cosa intendessi dire, e lei scoppia a ridere:
«E difficile!».
Ora, la cosa era "tiffiti" tanto per lui quanto per me, e a papà non andava giù. In fondo, neppure a me.
L'infanzia di un sordo significa ancor più vulnerabilità. Ancora più sensibilità che per un altro bambino. So di
essere spesso passata dalla collera al riso.
Collera, quando, per esempio a tavola, nessuno si cura di comunicare con me. Pesto sul tavolo, con
violenza. Voglio "parlare". Voglio capire ciò che dicono gli altri. Non ne posso più di essere prigioniera di quel
silenzio che loro neppure tentano di spezzare. lo mi sforzo di continuo, loro non abbastanza. Gli udenti non si
sforzano abbastanza. Ce l 'ho con loro.
Mi ricordo di una domanda che mi frullava nella testa: come fanno a capirsi quando si danno le spalle? È
"tiffiti" per me rendermi conto che è possibile instaurare un dialogo senza guardarsi in faccia. lo riesco a
capire solo guardando in faccia la gente. Riesco a chiamare qualcuno soltanto tirandolo per un lembo del
vestito. Una manica, il fondo della gonna o dei calzoni. Così facendo, intendo dire: «Guardami, mostrami il
tuo viso, i tuoi occhi, in modo che capisca».
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VEDERE. Se non vedo, sono perduta. Ho bisogno dell'espressione dello sguardo, dei movimenti della
bocca.
Chiamo anche con la voce. Chiamo mio padre quando suona il piano. Urlo «papà, papà», perché si decida
a guardarmi. Ma per dirgli cosa? Non lo so.
"Picchio", anche, do colpetti a mia madre, la costringo a girare la testa verso di me.
Quando viene il dottore, cerca il punto dove potrei aver male, preme, sino a farmi sentire urlare. E così che
vanno le cose, che funziona la mia comunicazione infantile con il dottore, quando sono malata.
Faccio molte cose di nascosto. Faccio le mie esperienze, In sostanza.
Adoro lo sciroppo. Mi scolo di nascosto tutte le bottiglie, dopo di che sto male. Nessuno mi ha detto che lo
sciroppo fa male. Come faccio a sapere che fa male, se è così dolce, così buono, e serve a fare star meglio,
dato che è il dottore a prescriverlo?
Adoro il "talame". Lo rubo, persino, lo nascondo nell'armadio, tra le pile di biancheria, dovunque. Pezzi di
salame, in cui affondo i denti, che mi appesantiscono l'alito e mettono in allarme mia madre. Il salame è lo
zucchero d' orzo della mia infanzia.
Devo avere cinque, sei anni. Ora vado a scuola con altri bambini sordi. La maestra sa che sono sorda, non
sono isolata. Imparo a contare con le tessere del domino. Imparo le lettere dell'alfabeto, dipingo. È un
piacere andare a scuola, ora.
Ho un amichetto sordo, che viene spesso a giocare a casa mia. Ci sistemiamo in camera. La
comunicazione è più facile tra noi due. Abbiamo dei segni e delle mimiche personali.
Giochiamo con il fuoco, con le candele. Perché proibito. Mi piace sperimentare ciò che è proibito.
Guardiamo Goldrake e lo mimiamo, giochiamo con le bambole, litighiamo, dimenandoci.
Guardo vivere i miei genitori, attentamente, e tento di ritrovare i loro gesti nei miei giochi. lo faccio la parte
della madre responsabile dell'andamento domestico. Il servizietto delle bambole, la cucina. Il mio amichetto
ha il compito di occuparsi dei bambini, le bambole. Torna dal lavoro. Mimiamo:
«Tu, fai questo. lo, faccio questo».
«No. lo faccio questo.»
Torniamo a litigare, è il gioco.
Capire la differenza tra una donna e un uomo, anche questo è "tiffiti". Ho notato che mia madre ha il seno, e
mio padre non ce l'ha. Sono vestiti in modo diverso, l'uno è mamma, l'altro è papà. Ma a parte ciò? Voglio
anche sapere che differenza c'è tra il mio amichetto e me.
Siamo in vacanza in Provenza, a Lurs. Giochiamo nell'acqua tutti e due, e siccome siamo piccoli, non
portiamo il costume da bagno. Così, !a differenza tra lui e me è palese. Lo trovo molto buffo. E semplice, ho
capito: siamo due bambini sordi, ma non proprio uguali.
lo sono fatta come mia madre, solo che lei ci sente, e io no. Lei è grande, e io non diventerò mai grande. Il
mio amichetto e io, quanto prima saremo "terminati". E il periodo in cui non abbiamo ancora visto adulti sordi,
e ci riesce impossibile pensare che si diventi grandi, pur essendo sordi. Non ce lo consente alcun punto di
riferimento, alcun raffronto. Sicché quanto prima ce ne "andremo", saremo "terminati". Moriremo, insomma.
E quando morirò, penso che la mia "anima" trasmigrerà nel corpo di un altro neonato, ma che quel neonato
non ci sentirà. Riguardo a questa strana mutazione, non trovo spiegazioni. Come faccio a sapere che ho
un'anima? Cos'è che chiamo anima a quell'età?
L'ho capito a modo mio guardando un cartone animato alla televisione. E la storia di una bambina. Nelle
immagini, per molto tempo non si vedono più i suoi genitori. Allora, secondo me, se ne sono andati, così
come se n'è andato il gatto bianco ... Andarsene uguale morte. Sicché credo che siano morti. Poi la bambina
ritrova i genitori. Sono le stesse persone dell'inizio, chiaramente; la bambina li aveva persi, tutto qui. lo, però,
mi sono raccontata un'altra storia: i genitori sono tornati dalla morte e sono entrati in un altro corpo. È questo
che chiamo un'anima: «andarsene e tornare». È questo, un'anima, qualcosa che si ha e che si è, che se ne
va e torna.
A cinque o sei anni, l'apprendimento dei concetti è già arduo per un bambino che ci sente; per me, può
basarsi unicamente su immagini viste. La conseguenza di ciò è che quando sarò "terminata", me ne andrò a
mia volta, e anche il mio amichetto, le nostre anime torneranno nei corpi di altri neonati. Loro, però, ci
sentiranno. E se decido, nella mia testa di bambina sorda, che l'altra bambina destinata a prendere il mio
posto ci sentirà, è forse perché a quell'età soffro per il fatto di non sentirci. Perché non possiedo ancora un
linguaggio liberatorio.
Ho dovuto mescolare la scomparsa del gatto bianco a quel cartone animato per farmi un'idea della morte.
Ho dovuto chiedere al mio amichetto di mostrarmi il pisellino, alla spiaggia, per afferrare la differenza tra i
papà e le mamme. Riguardo a questo, non esiste, credo, grande differenza tra noi e gli altri bambini che ci
sentono.
È "tiffiti" capire il mondo, ma bene o male ce la caviamo.
La principale differenza, a quell'età, prima del linguaggio dei segni, risiede per conto mio in due elementi:
l'assoluta necessità di vedere per intendere. Intendere nel senso antico di comprendere. E una volta che si è
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visto, l'impossibilità momentanea di vedere in altro modo. Che esistano due situazioni possibili a partire da
uno stesso elemento visivo, non è evidente. Per esempio, voglio molto bene ai miei nonni materni. La
comunicazione non era facile, ma loro si sono occupati molto di me quando frequentavo la scuola materna.
Se cerco la prima immagine che me li ricordi, è un cane!
Quel cane prese n te nei miei ricordi prima della morte del gatto bianco? Dopo? In ogni caso, si tratta di
una situazione associata ai nonni e alla comprensione forzata di due definizioni di persone udenti, di una
situazione per me muta.
Prima situazione: quel cane, un grosso bassotto fulvo, è lì con il suo padrone. E buono, posso accarezzare
il cane.
Seconda situazione: il padrone è andato a lavorare, il cane è solo in macchina. Mi avvicino all'automobile,
apro la portiera, il cane mi abbaia contro, mostra i denti. Sono terrorizzata. Prima, l'ho accarezzato, ora vuole
mordermi! Non ero in grado, allora, di immaginare due comportamenti diversi attribuibili alla stessa immagine
di animale. Riguardo alla prima situazione, nessuno mi ha spiegato i concetti di «buono e cattivo» a
proposito del cane.
Avverto il pericolo, scappo, il cane mi corre appresso, mi azzanna alla spalla, e cado. Arriva mio padre, e il
cane scappa.
Mio padre vuole farmi un'iniezione. lo non voglio saperne, l'iniezione mi atterrisce. Mia madre sa che ne ho
paura, vorrebbe rassicurarmi. Sopra la mia testa, eccoli lì tutti e due a gesticolare, l'uno che vuoI farmi
l'iniezione, l'altra che mi rassicura. Una discussione tra loro, di cui percepisco solo la minaccia di quell'orribile
iniezione. Vorrei rifugiarmi dai nonni. Che sono l'immagine della protezione totale. Cerco un rifugio che amo.
(L'iniezione, me l'hanno fatta comunque.)
Quel riflesso di fuga, l'ho ogniqualvolta mi si vuole imporre qualcosa o non capisco. Che si tratti di finire il
piatto di minestra, di un'iniezione, di una costrizione qualsiasi, reagisco come posso, dato che sono priva
della parola. Un'azione mi serve da discorso. Per essere sincera, devo dire che a tale comportamento di fuga
nei confronti di un comando si mescola il mio carattere personale. Sono indipendente, volitiva e cocciuta. La
solitudine del silenzio l'ha forse accentuato. È "tiffiti" stabilire ...

7 Io mi chiamo «io»

A scuola mi hanno insegnato a dire il mio nome. Emmanuelle è un po' una persona esterna a me. Ovvero un
doppione. Quando parlo di me, dico:
«Emmanuelle non ti sente ... ».
«Emmanuelle ha fatto questo, o quest'altro ... »
Porto in me Emmanuelle sorda, e tento di parlare per lei, come se fossimo due.
So dire anche qualche altra parola, in certi casi riesco a pronunciarle abbastanza bene, in altri no. Il
metodo ortofonico consiste nel posare la mano sulla gola del rieducatore per sentire le vibrazioni della
pronuncia. S'imparano le r, la r vibra come "ra". Si imparano le f, le sco La sc mi crea un problema, non
funziona mai. Di consonante in vocale, soprattutto le consonanti, si passa alle parole intere. Si ripete per ore
la stessa parola. Imito quel che leggo sulle labbra, la mano poggiata sul collo dell'ortofonista; lavoro come
una scimmietta.
Ogni volta che si pronuncia una parola, sullo schermo di un apparecchio appare una frequenza. Lineette
verdi, come quelle di un elettrocardiogramma negli ospedali, danzano davanti ai miei occhi. Bisogna seguire
le lineette, che salgono e scendono, si allargano, saltano e ricadono.
Che cos'è una parola, su quello schermo, per me?
Uno sforzo per far sì che la mia lineetta verde arrivi alla stessa altezza di quella dell'ortofonista. E faticoso, e
si ripete una parola dopo l'altra, senza comprendere nulla della parola. Un esercizio con la gola. Un metodo
da pappagalli.
Non tutti i sordi riescono ad articolare le parole, è una bugia affermare il contrario. E quando ci riescono, la
capacità di espressione permane limitata.
Compirò sette anni all'inizio del prossimo anno scolastico, e sono al livello di scuola materna. Ma la mia
esistenza, l'universo ristretto nel quale si evolve la maggior parte del tempo in silenzio, esploderanno di
colpo.
Mio padre ha sentito qualcosa alla radio. Questo qualcosa è un miracolo prossimo venturo di cui non ho
ancora il minimo sentore. La radio è un oggetto misterioso che parla agli udenti e di cui non mi curo. Ma quel
giorno, su France-Culture, ha detto papà, a esprimersi è un sordo!

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Mio padre ha spiegato a mia madre che quel tale, l'attore e regista Alfredo Corrado, parla silenziosamente
il linguaggio dei segni. E una lingua a tutti gli effetti, che si parla nello spazio, con le mani, l'espressione del
viso, del corpo!
Un interprete, anche lui americano, traduce ad alta voce, in francese, per gli ascoltatori. Quell'uomo dice
che nel 1976 ha fondato l'International Visual Theatre (IVT), il teatro dei sordi di Vincennes. Alfredo Corrado
lavora negli Stati Uniti. A Washington esiste un'università, l'università Gallaudet, riservata ai sordi, dove
Corrado ha compiuto studi universitari.
Mio padre è profondamente colpito. Un sordo in grado di seguire studi universitari, mentre in Francia i non
udenti arrivano a stento al primo anno delle superiori!
È pazzo di gioia e nello stesso tempo furioso.
Furioso, perché in qualità di medico si è fidato dei suoi colleghi. I pediatri, gli otorinolaringoiatri, gli
ortofonisti, tutti i pedagoghi gli hanno dichiarato che soltanto l'apprendimento della lingua parlata poteva
aiutarmi a uscire dall'isolamento. Ma nessuno gli ha fornito informazioni sul linguaggio dei segni. E la prima
volta che ne sente parlare e, cosa ancor più importante, da un sordo.
Pazzo di gioia, perché a Vincennes, nei pressi di Parigi, si trova forse, sicuramente, una soluzione per me.
Vuole portarmici. Soffre troppo a non poter parlare con me, è disposto a tentare l'esperimento.
La mamma dice che non intende accompagnarlo. Ha paura di rimanere turbata, magari di esserne anche
delusa. Prossima al parto, lascerà che Sia mio padre a portarmi a Vincennes. Sente che la creatura che ha
in grembo non è sorda. Avverte la differenza tra la creatura ancora nascerà sta nel suo ventre e me. Il feto si
muove molto, reagisce al rumori esterni. Quanto a me, dormivo troppo tranquillamente, al riparo dal baccano.
Per il momento, l‟arrivo del secondo rampollo, quasi sette anni dopo di me, e la prima preoccupazione. Ha
bisogno di calma, di pensare un po' a se stessa. Comprendo che l'emozione legata a tale nuova speranza è
troppo violenta per lei; teme una nuova delusione. E poi noi due, lei e io, abbiamo Il nostro complicato
sistema di comunicazione, che io chiamo "ombelicale". Ci siamo abituati. Mio padre, invece, non ha nulla.
Lui sa che sono fatta per comunicare con gli altri, che ne ho una gran voglia, di continuo. La possibilità che
gli piove dal cielo tramite la radio lo entusiasma.
Credo sia stata la prima volta che ha accettato realmente la mia sordità, offrendomi quel regalo
inestimabile. E offrendolo anche a se stesso, poiché desiderava disperatamente comunicare con me.
È chiaro che, personalmente, non capisco niente, non so che cosa accade. Mio padre ha un'espressione
turbata, è l'unico ricordo che ho di quel giorno emozionante per lui, e straordinario per me: la radio e il suo
viso
L'indomani mi accompagna al castello di Vincennes. Rivedo qualche immagine di quel giorno.
Saliamo uno scalone, nella torre del villaggio. Entriamo in una grande stanza. Mio padre discute con due
udenti. Due adulti che non portano l'apparecchio acustico, e quindi, per me, non sono sordi. A quel tempo,
identificavo i sordi solo grazie all'apparecchio. Ora, uno del due è sordo l'altro non lo è. Uno si chiama
Alfredo Corrado, l'altro si chiama Bill Moody, è un udente, interprete del linguaggio dei segni.
Vedo Alfredo e Bill scambiarsi dei segni, vedo che mio padre comprende Bill, dato che Bill parla. Ma quei
segni non significano nulla per me, sono sorprendenti, rapidi, complicati. Il codice semplicistico che ho
inventato con mia madre è a base di mimica e di qualche parola articolata. E la prima volta che assisto a uno
spettacolo del genere. Guardo i due uomini a bocca aperta. Mani, dita in movimento, Il corpo pure, e
l'espressione dei volti. È bello, è affascinante.
Chi è sordo? Chi è udente? Mistero. Poi mi dico: «Ma guarda, un udente che discute con le mani».
Alfredo Corrado è un bell'uomo, alto, di un'eleganza tutta italiana, i capelli nerissimi, un corpo snello. Il viso
è un po' severo ha i baffi. Bill ha i capelli un, po' lunghi, radi, gli occhi azzurri, una faccia gioviale". E un tipo
rotondetto, simpatico. Sembrano avere entrambi la stessa età di mio padre.
È presente anche Jean Grémion, direttore e fondatore del centro sociale e culturale per sordi, che ci
accoglie.
Alfredo SI piazza di fronte a me e mi dice:
«Sono sordo, come te, e mi esprimo a segni. È la mia lingua».
lo mimo:
«Perché non porti l'apparecchio acustico?».
Sorride, è chiaro, per lui, che un sordo non ha bisogno dell'apparecchio. Mentre per me l'apparecchio
rappresenta un segno di riconoscimento.
Alfredo, dunque, è sordo, non porta l'apparecchio e, come se non bastasse, e un adulto. Credo di averci
messo un po‟ di tempo ad afferrare questa triplice stranezza.
La cosa che ho compreso immediatamente, invece, è che non ero sola al mondo. Una rivelazione
sconvolgente. Roba da capogiro. lo, che mi credevo unica e destinata a morire bambina, come se lo
immaginano molti bambini sordi, ho scoperto che avevo la possibilità di un futuro, Visto che Alfredo era
adulto e sordo!

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Quella logica crudele dura fintanto che i bambini sordi non hanno conosciuto un adulto sordo. Hanno
bisogno di questa identificazione con l'adulto, un bisogno cruciale. Occorre convincere tutti i genitori di bimbi
sordi a metterli in contatto al più presto possibile con adulti sordi, fin dalla nascita. E necessario che i due
mondi si mescolino, quello del rumore e quello del silenzio. Lo sviluppo psicologico del bambino sordo
avverrà più rapidamente e assai meglio. Si costruirà, libero dall'angosciante solitudine che deriva dalla
convinzione di essere solo al mondo, senza un pensiero elaborato e senza un futuro.
Immaginatevi di avere un gattino al quale non mostrerete mai un gatto adulto. E probabile che si
considererà per sempre un micino. Immaginate che il gattino conviva abitualmente con dei cani. Si
considererà l'unico gatto esistente sulla faccia della terra. Si sfinirà nel tentativo di comunicare con un cane.
Riuscirà a trasmettere qualcosa ai cani con la mimica: mangiare, bere, paura e tenerezza, sottomissione e
aggressività. Ma sarebbe tanto più felice ed equilibrato con i suoi simili, piccoli e grandi. Parlando il
linguaggio dei gatti!
Ora, nella tecnica di verbalizzazione che era stata imposta ai miei genitori sin dall'inizio, non avevo alcuna
probabilità di incontrare un adulto sordo, con il quale identificarmi, dato che gliel'avevano sconsigliato. Avevo
a che fare soltanto con udenti.
Di quel primo appuntamento, stupefacente, in cui sono rimasta a bocca aperta a osservare il movimento
delle mani, non conservo un ricordo molto preciso. Ignoro che cosa si siano detti mio padre e i due uomini.
C'era solo lo stupore di vedere mio padre comprendere quel che dicevano le mani di Alfredo e la bocca di
Bill. Ignoravo ancora, quel giorno, che grazie a loro avrei avuto accesso a una lingua. Ma mi sono portata
nella mente la straordinaria rivelazione che Emmanuelle poteva diventare grande! Questo, l'avevo visto con i
miei occhi.
La settimana seguente, mio padre mi riaccompagna a Vincennes. Si tratta di un «laboratorio di
comunicazione tra genitori e figli». Sono presenti molti genitori. Alfredo inizia a lavorare con i bambini, che ha
fatto sedere in circolo attorno a sé. Mostra dei segni semplici, per esempio: "casa", "mangiare", "bere",
"dormire", "tavolo".
Sui fogli di un pannello, disegna una casa e ci mostra il segno corrispondente. Poi, disegna un personaggio
adulto, dicendoci:
«È il tuo papà, tu sei la figlia del tuo papà; è la tua mamma, tu sei la figlia della tua mamma».
Mostra anche un personaggio che cerca qualcosa. Mimando prima, con i segni poi. E mi domanda:
«Dov'è la mamma?».
Rispondo a segni:
«La mamma è altrove». Mi corregge.
«La mamma, dov' è? La mamma è a casa. Fammi il segno della mamma e della casa.»
Una frase completa: «La mamma è a casa». A sette anni, finalmente esprimo, con ambedue le mani,
l'identificazione di mia madre e il luogo dove si trova!
Occhi negli occhi di Alfredo, ripeto gioiosamente con le mani: «La mamma è a casa».
I primi giorni, apprendo le parole della vita quotidiana, poi i nomi delle persone. Lui è Alfredo, io
Emmanuelle. Un segno per lui, un segno per me.
Emmanuelle: «Il sole che si sprigiona dal cuore». Emmanuelle per gli udenti, il sole che si sprigiona dal cuore
per i sordi.
È la prima volta che vengo a sapere che si può dare un nome alle persone. Anche questo è straordinario.
Non sapevo chi avesse un nome nella mia famiglia, a parte papà e mamma. Incontravo gente, amici dei miei
genitori, componenti della famiglia, ma per me non avevano un nome, una definizione. Ero talmente sorpresa
di scoprire che lui si chiamava Alfredo, l'altro Bill ... E io, soprattutto, io, Emmanuelle. Capivo finalmente di
avere un'identità.
IO: Emmanuelle.
Fino a quel momento, parlavo di me come di qualcun altro, una persona che non era "io". Dicevo sempre
«Emmanuelle è sorda». Ripetevo: «Non ti sente, non ti sente». Mai che dicessi: «io». Ero «lei».
Per quelli che sono nati con il loro nome in testa, un nome che mamma e papà hanno ripetuto, per quelli
che hanno l'abitudine di girare il capo sentendosi chiamare per nome, forse è difficile capirmi Hanno ricevuto
un'identità alla nascita. Non hanno bisogno dì riflettervi, non si pongono interrogativi su se stessi. Sono "io",
sono "me io" in modo del tutto naturale, senza sforzo. SI Conoscano,'s'identificano, si presentano agli altri
con un simbolo che li rappresenta. Ma Emmanuelle sorda non sapeva che era "io", che era "me". L'ha
scoperto grazie al linguaggio dei segni e ora lo sa. Emmanuelle può dire: «Mi chiamo Emmanuelle».
Questa scoperta è una fortuna. Emmanuelle non è più quel doppione di cui ero tenuta a spiegare
faticosamente i bisogni, le voglie, i rifiuti, le angosce. Scopro Il mondo che mi circonda, e me stessa al centro
del mondo.
È a partire da questo momento che, frequentando regolarmente adulti sordi, ho altresì cessato del tutto di
credere che sarei morta. Non ci ho più pensato. Ed e stato mio padre a farmi questo splendido regalo.
È come nascere una seconda volta, l'inizio della vita.
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Un primo muro che crolla. Ne ho ancora altri attorno a me ma la prima breccia della mia prigione è aperta,
capirò il mondo con gli occhi e con le mani. Già lo intuisco. E sono così impaziente!
Davanti a me, c'è quest'uomo meraviglioso che m‟insegna il mondo. I nomi delle persone e delle cose;
esiste un segno per Bill, uno per Alfredo, uno per Jacques, mio padre, per mia madre, per mia sorella, per la
casa, Il tavolo, il gatto ... Vivrò! e ho tante domande da fare. Tante e tante. Sono avida, assetata di risposte
dal momento che gli altri possono rispondermi!
Sulle prime, mescolo tutti i mezzi di comunicazione. Le parole che si formano oralmente, i segni, la mimica.
Sono un po' turbata, confusa. La lingua dei segni mi piomba addosso repentinamente, me la donano a sette
anni, bisogna che mi organizzi, che esamini accuratamente tutte le informazioni in arrivo. E sono
informazioni degne di nota. A partire dal momento in cui si può dire, per esempio, con le mani, in un
linguaggio accademico ed elaborato: «Mi chiamo Emmanuelle. Ho fame. La mamma è a casa, papà è qui
con me. Il mio amico si chiama Jules, il mio gatto si chiama Bobine ... ». A partire da questo punto, sei un
essere comunicante, capace di costruirsi.
Non ho imparato in due giorni, naturalmente. A casa, continuo a impiegare un po' del codice materno,
mescolandovi i segni. Ricordo che gli altri mi capivano, ma non ricordo la prima frase che ho espresso a
segni e che è stata compresa.
Un po' alla volta, ho sistemato le cose nella testa e ho cominciato a elaborare un pensiero, una riflessione
organizzata. A comunicare con mio padre, soprattutto.
Poi mia madre viene con noi a Vincennes. Uscirà anche lei dal tunnel in cui hanno rinchiuso i miei genitori
alla mia nascita, fornendo loro false informazioni e false speranze. Uno shock, per mia madre. Un luogo
d'incontro per sordi. Un luogo di vita, di creazione, d'insegnamento per i sordi. Un luogo d'incontro tra genitori
invischiati nelle stesse difficoltà, tra professionisti della sordità, che mettono in discussione le informazioni e
le prassi del corpo medico. Loro, infatti, hanno deciso di insegnare una lingua. La lingua dei segni. Non un
codice, non un gergo; no, una vera lingua.
Al ricordo di Vincennes, la prima volta, la mamma dice:
«Ho avuto una paura terribile. Ero messa a confronto con la realtà. Era come una seconda diagnosi. Tutte
quelle persone erano piene di calore, ma ho ascoltato il racconto delle loro sofferenze infantili, il terribile
isolamento in cui erano vissute prima. Le loro difficoltà di adulti, le loro continue battaglie. Mi è venuto da
vomitare. Mi ero ingannata. Mi avevano ingannata, dicendomi: "Con la rieducazione e l'apparecchiatura,
parlerà ... "».
Mio padre dice:
«Non c'è da stupirsi se, a quel tempo, non ho inteso, o voluto intendere: "Un giorno, ci sentirà"».
Vincennes è un altro mondo, quello della realtà dei sordi, senza inutili indulgenze, ma anche quello della
speranza dei sordi. Naturalmente, il sordo riesce a parlare, bene o male, ma per molti di noi, i sordi totali, è
sempre soltanto una tecnica incompleta. Ora, grazie alla lingua dei segni, oltre alla verbalizzazione e alla
volontà divorante di comunicare che avvertivo in me, avrei fatto progressi inauditi.
Il primo, immenso progresso in sette anni di vita, si era appena compiuto: io mi chiamo «IO».

8 Marie, Marie …

Alla nascita della mia sorellina, ho chiesto come si chiamava. Marie.


Marie, Marie, fatico a memorizzarlo. Ho deciso di scriverlo su un foglio, più volte, come si fa a scuola.
Torno spesso alla carica con mia madre per domandarle il nome della mia sorellina, per essere sicura ... E lo
ripeto: Ma-rie, Ma-rie, Ma-rie ...
lo sono io, Emmanuelle; lei è lei, Marie.
Marie, Marie, Marie ...
«Com'è che si chiama?»
L'ho scritto più di cento volte, lettera per lettera, per imprimerne bene il ricordo visivo. Ma pronunciarlo è
ancora troppo difficile per me. Stento ad articolare il suo nome.
Mio padre mi accompagna in clinica a trovare la sorellina. L'ospedale mi fa orrore. Ho assistito ai prelievi di
sangue praticati alla mamma quando era incinta, ho avuto una tale paura che mi sono nascosta sotto il letto.
Ancor oggi non sopporto la vista del sangue. E ho terrore delle iniezioni. Ospedale uguale iniezione e sangue
... Ospedale uguale luogo di minaccia.
Mia sorella è in un'incubatrice. Non è prematura, ma siccome la clinica è priva di riscaldamento, ce l'hanno
messa, assieme ad altri neonati, semplicemente perché non abbia freddo.

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Non saprei dire se fossi contenta quando l'ho vista. È un'immagine mistero. Vedo l'incubatrice e, dentro,
una cosina piccola piccola. E difficile immaginare qualcosa di lei, dietro quella plastica. Non so più molto
bene, ma in quel momento i miei sentimenti non sono chiari. Mi domando: «Siamo simili?».
Ignoro. se ho posto la domanda. Provavo soprattutto stupore di fronte alla neonata. Una vaga inquietudine:
crescerà?
La mamma torna a casa, non ha più il pancione, è piatta. Credo di non aver capito come avesse fatto a
uscirne, la neonata. C'era una neonata, per dove è passata la neonata? Il rapporto tra la neonata che mi
indicano e il ventre piatto di mia madre è tutt'altro che chiaro. Che sia uscita dalla bocca, quella neonata? O
dalle orecchie? È una faccenda confusa, e molto misteriosa.
L'intera famiglia vuol sapere se Marie è sorda, naturalmente. Mia madre si era già rassicurata, durante la
gravidanza, dato che Marie si muoveva molto. La mamma sbatteva una porta, per esempio, e sentiva il feto
reagire, scalciare ...
Mi sono resa conto che Marie è diversa da me. Ma la mamma ha chiesto allo specialista di dargliene
conferma, il suo istinto non le bastava. Voleva sentirselo dire.
La mia sorellina ci sente. Ho una sorellina che ci sente, "come gli altri".
Comprendo che è come i miei genitori e che sono sola contro tre.
All'inizio, credo di aver pensato: "Forse sarà come me, forse saremo più forti". Mi sento un tantino
estranea, in famiglia, in quel periodo. Non ho rapporti di complicità con qualcuno che mi somiglia. Non riesco
a identificarmi.
Soffro di tale diversità? No.
Quando la mamma torna a casa con lei, sono felice alla vista di quella creaturina nelle sue braccia. La
mettono nelle mie, facendomi delle raccomandazioni, sostenerle la testa, perché è fragile; ho paura di
romperla, la reggo con cautela.
Mi rendo conto che quella "cosina" è viva, che bisogna fare attenzione, non scuoterla in tutti i sensi come le
bambole. Ho un po' di paura.
Prima di lei, i miei genitori mi coccolavano molto, tutte le loro attenzioni erano per me. Ora, quelle
attenzioni sono per lei; e mi rendo perfettamente conto che le cose sono cambiate.
Ogni volta che Marie piange, mia madre accorre, si precipita verso la culla. La ode, capisce quando ha
fame o si rifiuta di dormire. Ne sono turbata.
Dico a mia madre che non voglio avere bambini da grande. Lei non comprende, lì per lì, la mia reazione;
che cosa succede nella mia testa? Che sia gelosa di mia sorella? Perché mia sorella non è come me?
No. La ragione che mi fa decidere, a sette anni, che non voglio avere bambini è più semplice e più
importante. A fatica, riesco a far capire a mia madre che la paura mi viene dal fatto che non potrò udire il
pianto di mio figlio, per cui non potrò correre, come fa lei a consolarlo, ad aiutarlo quando avrà bisogno di
me. E un problema insormontabile. Così, non avrò bambini.
La mamma dice: «Una madre sente quando il suo bambino piange. Una madre ha rapporti particolari con
suo figlio. Non è detto che debba necessariamente udirlo».
Sentire, per me, non è una risposta. Preferirei poterlo udire, mio figlio. Ho troppa paura.
Non riuscendo a farmi uscire dalla testa quel rifiuto, mia madre mi consiglia di parlarne con qualche adulto
sordo a Vincennes:
«Non ti daranno una risposta più convincente di quella di tuo padre o della mia».
La semplicità della risposta che mi forniscono, mi sorprende: basta mettere un piccolo microfono sotto il
guanciale del neonato. Quando il bambino piange, il microfono mette in funzione una spia luminosa.
Ho capito. Un giorno sarò madre. Ho anch'io un futuro di madre.
Se riuscissi a ricordarmi delle mille domande del genere che mi balenavano allora nella mente, ne farei
volentieri l'elenco. Ma non mi è possibile.
Il mio rapporto con il mondo esterno, a quell'età, è molto particolare. Sono spesso solitaria, mi annoio, in
un mondo che parla attorno a me. A volte, m'irrita non capire. Mi sembra che gli altri non facciano molti sforzi
per comunicare, a parte i miei genitori, e il mondo si limita a loro due, e a Marie, che ancora non parla, ma
che cinguetta e piange, e ride, ed è il centro dell'attenzione. A volte dico:
«Ehi, ci sono anch'io!». E mi rispondono:
«Ma non sei più sola. C'è un'altra bambina, devi imparare a condividere».
Non è facile, da principio, condividere l'affetto dei genitori. Vorrei essere coccolata come prima.
Sto bene in compagnia degli altri bambini sordi. A scuola cerco d'insegnare loro la mia nuova lingua, ma è
proibito. Frequentiamo una classe oralista, per cui devo praticare il linguaggio dei segni durante la
ricreazione. Cerco di spiegare ai miei compagni che "papà" e "mamma" non si dicono come nell'ortofonia,
ma con dei segni. A quanto pare, se ne infischiano. Si domandano che razza di cretinata racconto loro.
Questi bambini hanno la mia stessa età, ma per loro, dire papà in codice o con un segno non fa alcuna
differenza. Mentre io ho avvertito il cambiamento. Non è ancora molto chiaro, ma non sono più la stessa di
prima. In me si è prodotta una piccola rivoluzione, di cui vorrei tanto farli partecipi. Rivoluzionare i sordi che
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mi stanno attorno, spalancare loro il mondo com'è stato fatto per me. Dar loro la possibilità di esprimersi
liberamente, di creare con le mani, come dice Alfredo Corrado, «dei fiori nello spazio».
Comincio a esprimermi correttamente con i segni. Tra i corsi dell'IVT e la classe d'inserimento, faccio
progressi. Più all'IVT che a scuola, dove m'insegnano ancora che tre macchinine più una macchinina fanno
quattro; a scrivere la A e la B all'infinito; a leggere sulle labbra; a sfinirmi a ripetere migliaia di volte la stessa
sillaba con l'ortofonista. Secondo me, gli adulti udenti che privano i loro bambini della lingua dei segni non
comprenderanno mai quel che accade nella testa di un bambino sordo. C'è la solitudine, e la resistenza, la
sete di comunicare, e a volte la collera. L'emarginazione in famiglia, a casa, dove tutti parlano senza curarsi
di te. Perché bisogna sempre chiedere, tirare qualcuno per la manica e per il vestito per sapere, almeno un
po', un pochino, di quel che succede attorno a te. Altrimenti, la vita è come un film muto, senza sottotitoli.
Personalmente, sono fortunata ad avere i genitori che ho. Un padre che si è fiondato a Vincennes per
imparare la stessa lingua che imparo io, una madre che segue lo stesso percorso. Che non mi batte sulle
mani senza capire quando le dico, a segni: «Mamma, ti voglio bene».
I miei compagni di classe hanno, nella maggior parte dei casi, genitori seguaci della verbalizzazione. Non
frequenteranno il corso di lingua dei segni a Vincennes. Impiegheranno anni a tentare di trasformare la loro
gola in una cassa di risonanza, a fabbricare parole di cui non sempre conoscono il significato.
Non amo le maestre di quella classe detta "d'integrazione", a scuola. Vogliono farmi somigliare ai bambini
udenti. Mi impediscono di esprimermi a segni, mi costringono a parlare. Con loro, ho la sensazione che si
debba nascondere di essere sordi, mimare gli altri come tanti piccoli automi, quando non comprendo
neppure la metà di ciò che si dice in classe. All'IVT, invece, con i bambini e gli adulti sordi, mi sento più a mio
agio.
Quell'anno, ci sono anche momenti allegri in famiglia. Il mio primo dentino di latte, per esempio. Il giorno in
cui cade, i miei nonni mi raccontano la storia del topolino che porta una monetina e l'infila sotto il guanciale.
Immagino il topolino come nei cartoni animati, con piccoli orecchi graziosi. Ci credo, come tutti i bambini della
mia età. Non è una fiaba, è la realtà. Del resto, verificherò.
La sera, infilo coscienziosamente il mio prezioso dentino sotto il guanciale e mi addormento sperando che
il topolino non mancherà all'appuntamento. Tutt'altro che spaventata dall'idea che scivolerà nel mio letto.
L'indomani, al risveglio, trovo una moneta da cinque franchi, assieme a un disegno che raffigura il topo.
Sicché è venuto sul serio a farmi visita. Eccitatissima per l'evento, decido di riprovarci quella sera stessa,
dato che ho conservato il dente. Con l'idea, ritengo, di verificare se il topolino è davvero un topolino.
Il giorno dopo, infatti, trovo un'altra moneta, ma il dente non c'è più! Corro a domandare ai nonni che ne è
stato. Mi spiegano che il topolino se l'è portato via, tutto qui.
Vado su tutte le furie. Primo perché si tratta del MIO dente. Poi perché avevo intenzione di ripetere
l'esperimento.
Proprio su tutte le furie. Il MIO dente!
Un'altra immagine che non scorderò mai. Una sera, siamo invitati a casa di certi amici dei miei genitori. Ho
un bel vestitino, tutto è perfetto. La mamma prepara la piccola. M'incarica di sorvegliarla mentre lei raduna
tutto l'occorrente. Tutt'a un tratto, la piccola abbozza una smorfietta di stupore, e mi accorgo che ha fatto i
suoi bisogni. Già pronta con il mio bel vestitino, e la pupa che me la fa addosso! Perdo le staffe. Devo
cambiare vestito e il pannolino a Marie! Sono tutt'altro che contenta.
Non so perché ma non dimenticherò mai questa immagine-ricordo. Per la prima volta, forse, mi scontro con
la realtà di un altro essere, con il fatto di dover tenere conto della vita di qualcun altro nella bolla che la
famiglia rappresenta, e che fino a quel momento era riservata solo a me.
La chiamo pupa, quando Marie è piccolissima, perché dimentico. Dimentico come si pronuncia
correttamente il suo nome. Spesso vorrei dirle: «Marie, guardami», per parlarle un po' a segni, ma non ci
riesco. Perché è troppo piccola, e neppure io sono ancora molto abile. Così cerco di comunicare con lei
come fanno i miei genitori, parlottando, con parole mie, pronunciate maldestramente.
«Ma-rie ... Ma-rie ... Ma-rie ... »

9 La Città dei Sordi

Sono soltanto all'inizio dell'apprendimento del linguaggio dei segni, e lasceremo Marie in Francia per andare
a Washington, la straordinaria "città dei sordi".
Ripensandoci, provo un pizzico di vergogna; avrebbero dovuto portare anche lei, l'ho privata dei genitori
per un mese. Loro hanno preso la decisione di affidarla ai nonni, io non ne sono responsabile, ma la
situazione m'imbarazza un tantino. Fanno uno sforzo per me, per andare là a imparare la lingua dei segni,
separandosi dalla piccola.
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Washington significa, in primo luogo, l'aereo. E la prima volta che prendo l'aereo, e non so dove vado. So
che vado all'estero, ma dove? Chi poteva spiegarmi Washington? Al momento della partenza, nessuno. Ho
compreso in seguito, all'arrivo.
Il viaggio è organizzato da Bill Moody, l'interprete di Alfredo Corrado, con il gruppo dell'IVT. Ci sono un
sociologo, Bernard Mottez, un'ortofonista, Dominique Hof, e altri adulti sordi che si occupano di bambini
sordi. Lo scopo è quello di scoprire come vivono i sordi americani, di conoscere la loro università Gallaudet,
di sapere come se la cavano nella vita di tutti i giorni.
Claire, è l'unica bambina della mia età che fa parte del gruppo. E una bambina bionda, sorda come me,
che diventerà la mia inseparabile amica. Non dimenticherò mai la prima volta che ho visto il suo volto. Claire
è vivace quanto io sono timida e schiva, ma i nostri sguardi si sono incrociati con intensità, e il contatto si è
instaurato immediatamente. Partiamo insieme verso quell'avventura straordinaria, di cui ignoriamo ancora,
lei e io, la felicità della scoperta.
Il decollo mi mette paura. La terra trema, le ruote traballano. Sento l'aereo vibrare, poi una specie di vuoto
d‟aria, come su un ascensore che si muove a grande velocità. Mi sento schiacciata sul fondo del sedile.
Una volta in volo, va meglio. Claire e io leggiamo Topolino, sedute tutt' e due, tranquille, poi ci
addormentiamo, e, dormimmo fino all'atterraggio. Ho un terribile mal d‟ orecchi da affondare i denti
nell'imbottitura del sedile. Una vera sofferenza che mi coglie completamente di sorpresa, ho l‟impressione di
essere sul punto di Scoppiare. Mi hanno detto di mettere in bocca una tavoletta di chewing-gum, mastico, ma
non mi passa. Claire non ne risente affatto, è pazza di gioia, lei.
Rimesso piede a terra, mi riprendo lentamente la sofferenza sparisce. Siamo a New York; non mi dice
niente di preciso, New York, a parte i grattacieli. Poi partiamo per Washington, in macchina, questa volta.
C‟è il sole, è afoso. Arriviamo in una sorta di grande residence, dove i miei genitori, come quelli di Claire,
hanno affittato un appartamento.
Nella strada, lo spettacolo è subito uno shock per me. Più che uno shock, una rivoluzione! E a questo
punto comprendo: mi trovo nella città dei sordi. Dovunque ci sono persone che Si esprimono a segni: sui
marciapiedi nei negozi, attorno all'università Gallaudet. I sordi sono dappertutto. Il commesso di un negozio
parla a segni con la cliente, la gente si scambia saluti, discute a segni. Mi trovo davvero in una città di sordi.
Immagino che a Washington tutti siano sordi. E come se fossi sbarcata su un altro pianeta, dove gli abitanti
sono tutti come me.
«Papa, mamma, guardate, dei sordi che parlano!»
Ce ne sono due, tre, quattro, che discutono fra loro, poi cinque, sei. .. non credo ai miei occhi! Li guardo a
bocca aperta per lo stupore, sconvolta, con la testa in confusione. Una vera conversazione tra sordi , a più
voci, è un immagine che ancora non avevo visto.
Mi sforzo di capire dove sono, che cosa succede qui, non ci riesco. Non c'è niente da capire, a sette anni
sono atterrata in un mondo di sordi, tutto qui.
Prima visita all'università. Alfredo Corrado mi spiega che non tutti sono sordi. Se ho questa impressione, è
perché ci sono molti insegnanti udenti che parlano il linguaggio dei segni. Come riconoscerli, se nessuno
porta un'etichetta in fronte? La cosa non mi sembra necessaria, hanno un'aria così felice, sono talmente a
loro agio. Non regna quella reticenza che ho avvertito persino alla scuola di Vincennes. Inconsciamente, la
gente si sente a disagio, in Francia, a usare il linguaggio dei segni. Lo avvertivo, quel disagio. Preferiscono
nascondersi, come se la cosa fosse un tantino vergognosa. Ho conosciuto sordi che hanno sofferto per tutta
l'infanzia di tale umiliazione, e che non si sono impadroniti completamente, neppure ora, della loro lingua. Si
intuisce il passato difficile. Forse perché in Francia la lingua dei segni era vietata fino al 1976. Era
considerata una sorta di gestualità indecente, provocante, sensuale, che fa ricorso al corpo .
A Washington, invece, nulla di tutto questo. Nessun problema, una favolosa spigliatezza, da parte di tutti. Il
linguaggio è praticato normalmente, senza complessi. Nessuno si nasconde o ha vergogna. Anzi, i sordi
mostrano una certa fierezza, hanno una loro cultura e una loro lingua, come chiunque altro.
Bill ci porta in giro per la città, traduce contemporaneamente il francese e l'inglese, l'ASL (american sign
language) e la LSF (lingua dei segni francese). Una ginnastica mentale affascinante; non ho mai capito come
facesse. Ogni paese ha una sua lingua dei segni, come ha una sua cultura, ma due sordi di diversi Paesi
arrivano a capirsi abbastanza rapidamente. Abbiamo una sorta di codice base internazionale che ci consente
di capirci con relativa facilità. Per esempio, si mangia necessariamente con la bocca, non con le orecchie,
per cui il segno che mostra la bocca aperta e le dita che indicano l'apertura è di per sé abbastanza chiaro. Lo
stesso vale per la casa. La prima volta che mi hanno detto «Home», non ho capito, ma non appena hanno
fatto il segno corrispondente a "casa", a forma di tetto, mi è stato chiaro. Per il resto, i concetti astratti, le
sfumature, ogni lingua dei segni richiede un adattamento, come nel caso di una lingua straniera.
Ci tratteniamo un mese a Washington, nel residence nei pressi dell'università Gallaudet. Tutti gli inquilini
dello stabile si esprimono a segni. Consumiamo i pasti al self-service, occorre annunciarsi presentando, nel
linguaggio dei segni, il numero che portiamo.
Sono orgogliosa, orgogliosa come non lo sono stata mai.
20
L'università ospita medici sordi, avvocati sordi, insegnanti di psicologia sordi ... Tutti quanti hanno compiuto
studi superiori; per me, sono dei geni, degli dèi! Non esiste alcunché di simile in Francia.
Incontro commovente e impressionante con una donna sorda e cieca. Come si comunica con lei?
Mi dicono di sillabare il mio nome con la dattilologia nel cavo della sua mano. La donna mi sorride e ripete
il mio nome nella mia mano. Sono profondamente turbata da quella donna. E magnifica. Credevo che tutti i
ciechi avessero gli occhi chiusi; in realtà, lei ha uno sguardo che mi "guarda", come se davvero mi vedesse.
Le domando come fa a parlare, dato che non può sillabare tutte le parole nella mano di qualcuno. Mi spiega
con il linguaggio dei segni:
«Tu usi la lingua dei segni, io metto le mani attorno alle ,tue, per toccare ogni segno, e ti comprendo».
È una cosa misteriosa per me; io ho bisogno degli occhi per comprendere un segno, bisogna che mi trovi
faccia a faccia con qualcuno. Lei comprende davvero? Davvero? Le rifaccio la domanda.
«Non preoccuparti, ti capisco, non ci sono problemi.» Mi chiedo com'è cresciuta, come ha imparato.
Questa donna, le cui mani avvolgono dolcemente le mie, seguendo nello spazio il disegno di ogni segno, mi
colpisce profondamente. Ha ancora più difficoltà di me, la sua condizione è più difficile della mia, eppure
comunica!
La speranza che m'infondono queste persone, a Washington, questo aspetto positivo, mi portano a una
scoperta, un'altra ancora, importantissima, su di me: comprendo che sono sorda. Nessuno me l'aveva
ancora detto.
Una sera, a Washington, faccio irruzione nella camera dei miei genitori, eccitatissima, un fascio di nervi.
Siccome mi esprimo a segni troppo rapidamente, loro non comprendono; ricomincio, più adagio. «Sono
sorda!»
Sono sorda non vuol dire: «Non ci sento». VuoI dire: «Ho compreso di essere sorda».
È una frase positiva e determinante. Ammetto nella mia testa il fatto di essere sorda, lo comprendo,
l'analizzo, perché mi hanno dato una lingua che mi consente di farlo. Comprendo che i miei genitori hanno la
loro lingua, il loro modo di comunicare, e che io ho il mio. Appartengo a una comunità, ho una vera identità.
Ho dei compatrioti.
A Washington, gli altri mi hanno detto: «Tu sei uguale a noi, sei sorda». E mi hanno mostrato il segno che
indica il sordo. Nessuno me l'aveva DETTO.
Eccola, la rivelazione, poiché non avevo ancora elaborato quel concetto nella mia testa. Ero rimasta a una
definizione di me del tipo: «Emmanuelle non ti sente».
Dopo aver compreso l'''io'', lo mi chiamo Emmanuelle, quella sera comprendo, come in una folgorazione:
«lo sono sorda».
Ora, so che cosa fare. Farò come loro, dato che sono sorda come loro. Imparerò, lavorerò, vivrò, parlerò,
dal momento che loro lo fanno. Sarò felice, dal momento che loro lo sono.
Attorno a me, infatti, vedo persone felici, persone che hanno un futuro. Sono adulti, hanno un lavoro;
anch'io, un giorno, lavorerò. Sicché, di colpo, mi si svelano le carte che ho da giocare, le capacità, le
possibilità, la speranza.
Quel giorno, cresco mentalmente. In maniera enorme. Divento un essere umano dotato di linguaggio. Gli
udenti usano la voce, come i miei genitori; io uso le mani. Semplicemente, parlo un'altra lingua. Claire parla
la mia stessa lingua, una quantità di gente parla la stessa lingua.
Dopo di che, gli interrogativi si susseguono. In primo luogo, come si fa a comunicare con un udente? Con i
miei genitori, nessun problema, dato che ho la fortuna di essere accettata con la mia lingua e che si sforzano
di impararla a loro volta. Ma gli altri?
La risposta è evidente: occorre che continui a imparare a parlare, che faccia uno sforzo, anch'io, per
accettare gli udenti, come i miei genitori accettano me. Loro si esprimono a segni, io parlerò ad alta voce,
così come si impara una lingua straniera.
Bill Moody è straordinario per noi; aiuta i miei genitori a scoprire il mondo dei sordi, è paziente, sempre
chiaro, sempre presente. I suoi espressivi occhi azzurri, le sue mani abili e precise ne fanno un insegnante e
una guida di grande valore.
Imparo a esprimermi a segni senza posa. Mi esercito davanti allo specchio, e vedo segni dovunque. La mia
testa ne è colma. A volte sono costretta a chiudere gli occhi per ricordare, a creare il buio finché l'immagine
non torna. Capita che, guardandomi, neppure io mi comprenda. Vorrei dire qualcosa, ma tutto va troppo in
fretta. E come se parlassi arabo. M'invento dei segni, perché non li conosco ancora tutti e voglio riuscire
assolutamente a dire quel che voglio. Quando nessuno comprende, mi dilungo a spiegare il segno:
«Per me vuol dire questo».
«Non si dice così, si dice così!»
«Ah, va bene.»
Accumulo con voracità stupefacente. Imparo i segni a una velocità che supera i miei genitori. Loro fanno
più fatica di me. Ci metteranno due anni, io tre mesi.

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Con la scoperta della mia lingua, ho trovato l'enorme chiave che apre l'enorme porta che mi separava dal
mondo. Riesco a comprendere il mondo dei sordi, e anche quello degli udenti. Comprendo che questo
mondo non si limita ai miei genitori, che esistono altre persone interessanti, oltre a loro. Non possiedo più
quella sorta d'innocenza che avevo prima. Vedo in faccia le situazioni. Ho una riflessione che si costruisce.
Bisogno di parlare, di dire tutto, di raccontare tutto, di comprendere tutto.
È pazzesco. Divento ciarliera. Credo addirittura di scocciare tutti quanti a forza di fare domande. «Cos'hai
detto?»
Quando torniamo a Parigi, Marie è destabilizzata. L'abbiamo lasciata che tutti comunicavano oralmente
con lei, ci ritrova che parliamo il linguaggio dei segni! È dopo quel viaggio che decido chiaramente di
insegnarle a esprimersi a segni il più presto possibile. Guardo già le sue manine con impazienza, divorata
dalla voglia di vederla parlare con me, di essere la sua insegnante. Non vedo l'ora che cresca, per poter
discutere con lei.
Marie diventerà qualcosa di più che mia sorella, sarà la mia confidente privilegiata, la mia interprete. Un po'
alla volta, il rapporto del tutto particolare che avevo con mia madre si trasferirà su di lei.
Per il momento, devo fare uno sforzo per parlare con lei e accettare l'idea che non sono più sola. Per
condividere.
Facciamo il bagno insieme. La stuzzico, le rubo un giocattolo, lei batte le manine nell'acqua, io pure, lei mi
tira i capelli, io li tiro a lei. Adoro farla arrabbiare, e viceversa. Adoro guardare i suoi dentini che brillano
quando piange per chiamare mia madre. La cosa mi fa ridere. Mia madre accorre, si arrabbia, mi sgrida, ora
sono io quella che piange, ed è la volta di Marie di ridere a crepapelle.
Nel linguaggio dei segni, "Marie" si dice giungendo le mani sul petto.
Adoro Marie.

10 Fiore che Piange

Non so dire a che età ho cominciato ad afferrare la differenza tra la finzione e la realtà. Con i miei punti di
riferimento essenzialmente visivi, immagino che sia accaduto tramite i film. Da piccola, ho visto Tarzan, per
esempio, il Tarzan in bianco e nero, con ]ohnny Weissmuller. Mi sembrava del tutto reale, verosimile. Tarzan
non sapeva parlare, sicché per me era reale. L'immagine mi ha segnata, lo paragonavo al sordo che non può
parlare, ho immaginato che fosse come me, incapace di comunicare. E ho avuto degli incubi in seguito alla
visione di quel film. La scena in cui la tribù di selvaggi arriva strillando, urlando e danzando attorno a Tarzan,
mi ha fatto una gran paura. Non sono riuscita a capire quel che succedeva, e ho avuto degli incubi. I miei
genitori cercavano di spiegarmi, ma io non ho compreso la trama. Più tardi, ho saputo che il povero Tarzan
aveva perso i genitori, che la tribù di negri "cattivi" era infuriata. Troppo tardi, però. Nel frattempo, ho
fabbricato incubi. Probabilmente perché mi ero identificata con Tarzan muto. Ciò accadeva prima che
apprendessi il linguaggio dei segni. C'era una gran confusione nella mia testa.
Poi mi sono messa a scoprire il significato delle parole. Ho dimenticato come l'ho compreso. Un bambino
udente può raffrontare la parola scritta con il suono che ode, poi con il suo significato.
Ho dovuto riscrivere venti volte la parola mamma. Ma ho davvero compreso, in quel momento, il significato
di mamma? La mia mamma, quella che vedevo davanti a me? O si trattava di un'altra cosa? Corrispondeva
a un tavolo? In che modo ho appreso le frasi, il significato, la struttura? Dimenticato.
Ho adorato che mi si raccontassero fiabe. Poi, ho imparato a leggere, e ho letto. Ero sempre con il naso
nei dizionari, a cercare, a memorizzare. Leggevo i fumetti di Asterix dapprima, senza comprendere il testo.
Era come un film muto.
Nella vita, avvertivo sempre un divario rispetto alle scene che si svolgevano sotto i miei occhi. Avevo
l'impressione di non far parte dello stesso film in cui agivano gli altri .. Il che a volte provocava in me reazioni
impreviste.
Rivedo una festa a casa: tutti parlano, sono presenti solo persone udenti, sono isolata, come sempre in
casi del genere. Il mistero della comunicazione possibile tra quelle persone mi lascia perplessa. Come fanno
a parlare tutti quanti tra loro contemporaneamente, dandosi le spalle, il corpo girato in una direzione
qualsiasi? Come sono le loro voci? Non ho mai udito la voce di mia madre, di mio padre, degli amici. Le loro
labbra si muovono, le bocche sorridono, si aprono e si chiudono a velocità folle. Osservo con tutte le mie
forze, poi mi stanco. Mi riprende la noia, la noia profonda, il deserto dell'esclusione. Tutt'a un tratto, un'amica
cantante, Maurice Fanon, che mio zio ha invitato alla serata, viene verso di me e mi porge un fiore. Prendo il
fiore e mi sciolgo in lacrime. Tutti mi guardano. Mia madre si domanda che cosa mi succede.

22
In fondo, che cosa mi succede? Non lo so. Un'emozione violenta. Troppo violenta nel mio isolamento? Non
sono in grado di esprimerla, se non piangendo? Il divano tra loro e me è tale, le situazioni, ciò che fanno i
personaggi, sono così incomprensibili? Può darsi.
Ancor oggi mi domando perché ho pianto davanti a quel fiore con tanta veemenza. Mi piacerebbe saperlo,
ma è indefinibile.
Ho avuto molti incubi, questo è poco ma sicuro, tra zero e sette anni. Tutto ciò che non comprendevo
durante la giornata mi scombussolava il cervello. Le associazioni d'idee avvenivano disordinatamente.
Siano rese grazie a mio padre, che mi ha schiuso il mondo a Vincennes e a Washington, a lui che mi ha
detto: «Vieni, impareremo insieme la lingua dei segni!».
Di ritorno dagli Stati Uniti, mio padre decide, in qualità di psichiatra, di occuparsi dei sordi. Aprirà a Sainte-
Anne il primo consultorio dove si pratica il linguaggio dei segni, e lo estenderà poi alla degenza ospedaliera.
I sordi possono avere problemi psicologici? Sì, come tutti. Da bambina, l'immagine che ho di mio padre è
quella di un intellettuale. Fa lo psichiatra. All'inizio, dicevo agli altri:
«Mio padre lavora con i pazzi!».
Siccome mia madre insegna a bambini con problemi psicologici, dicevo la stessa cosa di lei:
«La mamma fa la maestra dei pazzi».
Allora stentavo a farmi un'idea di quel che rappresentavano le loro due professioni. Un po' alla volta, ho
capito. Papà diceva:
«Sono psichiatra e psicanalista. Ricevo i pazienti, li sottopongo ad analisi».
«Psicanalista non è la stessa cosa che psichiatra?» «No, la professione dello psichiatra è diversa; ci vuole
la laurea in medicina per fare lo psichiatra, per prescrivere farmaci, capisci? lo posso prescrivere alle
persone una terapia. Però pratico anche la psicanalisi!»
Volevo assolutamente sapere che cosa voleva dire quella parola, che mi confondeva e rimaneva
misteriosa. Ne parliamo spesso con mio padre, di tutti quegli psi...
Un giorno, mi spiega Freud. Mi racconta la scoperta dei concetti della psicanalisi sul bambino, il piacere, il
godimento, lo stadio anale, lo stadio orale. Avevo undici anni... Era "tiffiti".
Ho finito per capire, ma per molto tempo mi sono rassegnata a designare il lavoro di mio padre ai miei
compagni sordi facendo il segno che vuole dire «medico dei pazzi». Ti chiedo scusa, padre mio.
Ho anche mescolato la ''J'' iniziale del suo nome col segno a lato della testa, che significa «nella luna». Lui è
spesso distratto. Mio padre è «Jacques la luna».
I sordi danno nomignoli particolari a tutti. A Vincennes, i sordi avevano deciso di chiamare mia madre
«Denti di coniglio», perché aveva i denti leggermente sporgenti. La mamma diceva:
«Non se ne parla. Niente da fare, mi rifiuto di chiamarmi Denti di coniglio».
Le abbiamo dato un altro nome, che le sta a pennello: «Anne la battagliera». Si fa il segno della "A",
braccio alzato, pollice divaricato, e il pugno chiuso proteso. La cosa fa ridere la mamma, che quasi si vede
nell'atto di cantare: «E la lotta finale».
Altri sono soprannominati «Capellone» e «Nasone». Il mio grande amico Bill Moody, l'interprete di Alfredo a
Washington, è detto «Pollice sotto il naso». Passa il tempo ad asciugarsi con il pollice la goccia che gli cola
di continuo dalla punta del naso!
In effetti, nella lingua dei segni, conferiamo alle persone una caratteristica visiva che ricorda un
comportamento, certi tic, una particolarità fisica. È molto più semplice che Sillabare ogni volta un nome in
francese. A volte è buffo, a volte poetico, sempre preciso. Agli udenti la cosa non piace gran che. Taluni si
seccano. Non così i sordi.
Il presidente Mitterrand si indica con l'indice e il mignolo, che formano due canini davanti alla bocca. Come
denti di vampiro. (Sappiamo che si è fatto limare i denti. Prima, aveva due splendidi canini.) Rayrnond Barre
è «Guance grosse». Gérard Depardieu è il naso enorme con le gobbe. Jacques Chirac è il naso appuntito
con la "V" di vittoria. Si tratta di esempi di particolarità fisiche. Ma io ho un amico che si chiama «Esagerato».
È un ragazzo che «le spara sempre grosse» quando racconta qualcosa. Si può paragonarlo ai nomi che si
danno gli indiani d'America. Come «Grande becco cornuto», «Occhio di lince» o «Balla coi lupi».
Quello dei sordi è un "popolo" allegro. Forse perché c'è stata molta sofferenza nella loro infanzia. Provano
piacere a comunicare, e l'allegria ha il sopravvento. In un cortile di ricreazione, o al ristorante, un gruppo di
sordi che parlano fra loro è incredibilmente vivace. Si parla, si parla, ci si esprime per ore, a volte. Come
un'immensa sete di dirsi cose, dalle più superficiali alle più gravi.
I sordi avrebbero potuto chiamarmi «Fiore che piange», se non avessi avuto accesso alla loro comunità
linguistica. A partire dai sette anni, sono diventata ciarliera e luminosa. La lingua dei segni era la mia luce, il
mio sole, non smettevo un attimo di esprimermi, prorompeva, prorompeva, come da una grande apertura
verso la luce. Non riuscivo più a smettere di parlare con la gente. Sono diventata «Sole che si sprigiona dal
cuore».
È un bel segno.

23
11 Vietato vietare

Mi capita spesso di porre agli adulti sordi le domande che ho già posto ai miei genitori. Ho sempre avuto la
sensazione di ricevere, da parte loro, risposte insufficienti, che mi lasciavano insoddisfatta. A volte,
addirittura nessuna risposta. E tuttavia, il rapporto con mia madre è sempre fortissimo. Soprattutto per
quanto riguarda l'educazione e l'apprendimento delle parole. Direi, simbolicamente: «pedagogico,
strutturato». Con mio padre, l'atmosfera è più distesa, si fa musica, si gioca, si "scherza". Per il resto, è un
intellettuale. Legge molto, e io, piccola come sono, ho la sensazione che non si ponga poi tanto al mio livello.
Ora che sono cresciuta, lo capisco perfettamente. Tutto è cambiato nei nostri rapporti.
Nel frattempo, grazie ai miei genitori, a scuola non sono indietro. Ho fatto grandi progressi.
Undici anni. I miei genitori vorrebbero iscrivermi in sesta all'istituto Molière. Rifiuto. Rifiuto, sebbene abbia
superato l'esame di ammissione!
«Vostra figlia è affetta da sordità profonda, è impossibile.»
I miei genitori sono furiosi contro l'amministrazione della scuola pubblica, e io, completamente scoraggiata.
Come fare per proseguire gli studi?
Quel rifiuto è una profonda ingiustizia. Lo vivo come un gesto di razzismo. Rifiutare l'istruzione a un
bambino perché è troppo nero o troppo giallo o troppo sordo equivale alla peggior forma di segregazione in
un Paese che si dichiara democratico.
A Parigi esiste un solo corso privato specializzato nell‟educazione dei sordi, dove verrei accettata. Vi
sostengo l‟esame, sono ammessa. io e la mia sordità profonda. La mamma dice cautamente:
«Occorre tu sappia, Emmanuelle; che in questa scuola SI pratica l‟insegnamento orale. Nessun sostegno
riguardo al linguaggio dei segni. Sarai costretta a seguire le lezioni e leggere sulle labbra, costretta a parlare.
Non avrai diritto a Servirti delle mani. Capisci?».
Li per lì, penso di aver afferrato il messaggio, in realtà non vi ho prestato molta attenzione. La parola
"vietato", sempre che Sia stata pronunciata, non mi ha realmente messa in allarme. Ho superato l'esame e, a
undici anni, Cl sono altre cose che mi appassionano e mi preoccupano.
La passione, per prima: Insegno a Marie a esprimersi con i segni. Ha poco più di tre anni, le insegno a
scrivere alcune parole, semplici cose della vita quotidiana, e i segni corrispondenti.
Tra noi due esiste già un rapporto affettivo molto intenso. La trovo adorabile, mi piace giocare con lei, mi
piace farle da insegnante, e ne vado molto orgogliosa. Dico a mia madre:
«Guarda, vedi? Riesco a insegnarle qualcosa!».
Ho ceduto la mia camera a Marie, e dormo in salotto.
Ho un vecchio banco da scolara, con una panca di legno e un banco, per infilarvi il calamaio. E là che "do
lezione".
Marie e seduta accanto a me sulla dura panca, disegniamo. Siccome mia madre ha tentato invano di
insegnarle i giorni della settimana ora sono io ad accanirmi. Ripetiamo i giorni, associati ai vari colori: il
lunedì è giallo, il martedì rosso, e così via. Le insegno a scrivere, poi a esprimersi a segni. Le sue manine
creano arabeschi leggiadri nello Spazio, Marie afferra le cose al volo, sono presa dall'ammirazione. Parla in
francese orale, e di colpo passa alla lingua dei segni con una facilità stupefacente. Ne ricavo un piacere folle
e un'immensa fierezza.

24
Sono io a essere diventata "la scienza" . Ora abbiamo una lingua in comune, Marie mi capisce; udente e
sorda, non c'è alcuna differenza fra noi, dato che sono in grado d'insegnarle certe cose e lei le comprende.
Marie è bilingue.
Differenza ... sì, comunque. La guardo imitare mia madre pronunciando «A, E, I, O, U». Imita la voce dei
miei genitori, io non ho potuto farlo. Quando tento d'imitare la voce di mia madre, il tentativo più o meno
fallisce. Mi dicono: «Parla, parla, ti fai capire», ma so bene che per il momento vale solo per la famiglia. Alle
elementari, i ragazzini se ne infischiavano di me e ridevano degli sforzi che facevo per parlare. «Non ti si
capisce! Che cosa dici?»
Ma certo che non mi capivano. Però ero io a fare lo sforzo di imitarli, senza mai udire il risultato. La mia
voce, non la conosco. E loro? Che sforzo facevano, loro, a parte quello di sghignazzare?
Mi chiedono spesso se soffro per il fatto di non udire la voce di mia madre. E io rispondo:
«Non si può soffrire per qualcosa che non si conosce.
Non conosco il canto degli uccelli né lo sciacquio delle onde. Né, come cercavano di far comprendere ai
genitori di bambini sordi a Vincennes, il rumore di un uovo sul piatto!».
Com'è il rumore di un uovo sul piatto? Riesco a immaginarlo, a modo mio, lo sfrigolio è qualcosa che
ondeggia, è caldo. Qualcosa di caldo, giallo e bianco, che ondeggia.
Non ne sento la mancanza. Faccio lavorare gli occhi.
La mia fantasia è sicuramente più fertile, per quanto infantile, di quella degli altri. Solo un tantino disordinata.
È l'ordine che si è instaurato nella mia testa, al tempo in cui inizio a frequentare la sesta, già m'induce a
rifiutare con violenza l'etichetta di handicappata. Non sono handicappata, sono sorda. Ho una lingua per
comunicare, dei compagni che la parlano, i miei genitori che la parlano.
Mi preoccupo di quel che diventerò in seguito. Che mestiere farò, come vivrò, con chi? Mi pongo tutti questi
interrogativi dopo il viaggio a Washington. Sono così cresciuta mentalmente, ho afferrato al volo una tale
quantità di cose, e mi rimane ancora tanto da imparare ...
Eccomi dunque allieva del corso Morvan. In sesta. Il primo giorno di scuola, arrivo in ritardo. La direttrice
mi accompagna nell'aula, mi fa sedere dove c'è un posto libero. Si verifica una breve interruzione, occhi che
mi squadrano, poi la lezione riprende.
Mi sento accerchiata, spiata da tutti i lati. Mi trovo in una classe di sordi, e i sordi sono curiosi per natura.
L'insegnante è una donna, bada a tenere accuratamente le mani dietro la schiena e parla, articolando
esageratamente le parole, strascicando la voce sui movimenti della bocca, molto "correttamente". Gli alunni
leggono sulle sue labbra.
È a questo punto, in quel preciso istante, che comprendo la portata del disastro e mi ricordo del cauto
avvertimento dei miei genitori. Quella donna che non si serve né delle mani né del corpo per insegnare, che
con il suo atteggiamento rappresenta il divieto di usare un altro linguaggio che non sia la favella, mi appare
come una provocazione. Sono profondamente scioccata, poi completamente nauseata. All‟IVT di Vincennes
mi sono abituata a usare con disinvoltura la mia lingua, qui mi sento di nuovo un'estranea. A un certo punto
mi dico:
«È una farsa. Una commedia. Lo farà per qualche istante, poi si sbloccherà».
Ma gli altri guardano e ascoltano attentamente, e non oso intervenire. Mi sforzo di capire quel che dice.
Niente. Lei se ne accorge; io neppure so quale sia l'argomento della lezione.
Durante la ricreazione, faccio la conoscenza dei miei compagni. Conoscenza è dire troppo: non ce n'è uno
che parli la lingua dei segni. Alcuni di loro parlano con le mani, una sorta di codice che sperano risulti
espressivo, ma non conoscono le regole e la grammatica. Mi arrischio. Ricorro ai segni:
«Tu, come ti chiami? lo mi chiamo Emmanuelle. Parlo la lingua dei segni. Capisci?».
Nessuna risposta. A occhi sgranati, l'altro guarda le mie mani come se parlassi cinese. Non hanno imparato
la grammatica, le inversioni, i rimandi, tutta la struttura della mia lingua, come la configurazione del gesto,
l'orientamento, la posizione, il movimento della mano, l'espressione del viso. Sulla scorta di tale struttura, di
tale grammatica, sono in grado di esprimere migliaia di segni, dal più semplice al più sfumato. A volte basta
modificare lievemente uno dei parametri, l'orientamento, o la posizione, o tutti e due, e via dicendo. Le
possibilità sono infinite.
Gli occhi sgranati del ragazzino che mi guarda tradiscono lo stupore più assoluto. Un altro mi fa capire che
vorrebbe sapere come mi chiamo. Gli rispondo con la dattilologia. E lui sgrana ancor di più gli occhi.
Ignorano che la dattilologia, l'alfabeto inventato dall'abate de l'Epée, che si traccia nell'aria con una mano.
Il secondo giorno, risoluta a far fronte alla situazione, comincio a distribuire a scuola degli alfabeti per
spiegare la lingua dei sordi. Scandalo! Provocazione! Sono immediatamente convocata in direzione, e mi
rimettono al mio posto. Con gentilezza, ma al mio posto. È del tutto escluso che in quel luogo mi comporti
come un'attivista, una sindacalista, o comunque una fomentatrice di rivoluzioni.
«E severamente vietato fare propaganda a favore della lingua dei segni all'interno di questo istituto.»
«Volevo soltanto mostrar loro la dattilologia.» «Non se ne parla. Vietato vuoi dire vietato.»
E la parola "vietato" non ammette alcun dialogo.
25
Qui, nessun alunno ha il diritto di essere informato, così stabilisce la legge.
In effetti, lo stabilisce la legge. Il divieto permarrà fino al 1991. Ma io ho undici anni, siamo nel 1984, per cui
non possiedo doti di futurologa, e nel frattempo devo subire la legge del silenzio. E il colmo! La lingua che mi
ha dischiuso il mondo e la comprensione degli altri, la lingua dei sentimenti, delle situazioni, è loro vietata?
Incubo.
Alcuni insegnanti conoscono la LSF (lingua dei segni francese) e la praticano di nascosto; alcuni di loro
hanno persino preso le mie difese, furtivamente. L'ingiustizia è un colpo al cuore, per me. È necessario che
gli educatori, i maestri, i professori disposti ad assumersene la responsabilità, possano farlo a viso aperto.
Sono all'origine della costruzione e dell'equilibrio psicologico, affettivo, nervoso, dei bambini sordi.
Occorre che lo Stato non li trasformi in altrettanti fuorilegge. Occorre che ciascuno possa scegliere. Ora,
così non è. Si continua a imbottire la testa dei genitori con la formula: «Obbligatelo a parlare, e parlerà».
A undici anni, ho già voglia di urlare, a tale proposito. E la cosa continua. Ho dei compagni che hanno
avuto un'infanzia così dura, così difficile. Ricordano di aver gettato l'apparecchio acustico nel gabinetto; non
ce la facevano più a sopportarlo. Alcuni di essi non hanno alcun dialogo con i genitori, non ne sono capaci.
Conosco un ragazzino che è diventato violento, selvaggio, tirava i capelli alla madre per comunicare con lei,
si rotolava per terra, nel fango, dovunque. Provava un tale senso d'impotenza, d‟isolamento. Vi sono
ragazzi, a scuola, che mi dicono:
«È fantastica, tua madre, parla a segni!».
Evidentemente, i loro genitori non conoscono il linguaggio dei segni. In tali condizioni, come fanno a
esprimere le loro angosce, i loro piccoli problemi, i loro sentimenti? Come si può restare calmi, quando non si
riesce a raccontare un incubo alla mamma, o farIe domande sciocche come: «Che roba è?», «A che serve
questo aggeggio?», « perché mi fa male qui?»,«Che cosa fa quel signore con il camice e un apparecchio
appeso al collo?».
Come si può vivere quando non si ottiene risposta, ovvero ti dicono: «Leggi sulle labbra», «Comprendi ciò
che puoi», «SIstemalo alla rinfusa nella testa», «Impiega anni a rimetterlo a posto», «Parla, hai una voce un
po' strana, non ti si capisce, ma parla, ci riuscirai», «Non toglierti l'apparecchio; articola le parole; imita me».
In altre parole: fa' in modo di essere a mia IMMAGINE E SOMIGLIANZA ..
Da piccola, mi sentivo un'estranea persino in seno alla mia famiglia. Cl sono dei compagni di classe che
vivono la stessa sensazione. Per me, è acqua passata; per loro continua. A scuola vanno male. Il fatto di
andar male a scuola è indicativo per me, della necessità della battaglia che conduco a favore della LSF,
nonché della stupidità di vietarla.
Più tardi ne ho dato la dimostrazione in una classe in cui gli alunni si esprimevano a segni fra loro
(impossibile vietarcelo!), ma in assenza dell'insegnante, come imponeva il regolamento.
Ho bei voti in francese, e l‟insegnante mi invita a prendere il suo posto per spiegare agli alunni che non
hanno afferrato l'argomento. Vado alla lavagna e comincio a esprimermi nella lingua dei segni. Appena
attacco la mia dimostrazione, l'insegnante mi blocca. Mi accusa di eccessiva "facilità" e pretende che mi
esprima oralmente. Mi sento ridicola. Non mi sono mai sentita tanto ridicola. Gli alunni mi guardano ridendo,
non comprendono assolutamente nulla di ciò che tento di formulare.
Dopo quella che mi sembra un‟eternità, m'interrompo bruscamente. Non solo mi sento a disagio, ma sto
facendo perdere tempo a tutti. Chiedo all'insegnante di avere "l'estrema cortesia" di concedermi cinque
minuti per tenere esattamente lo stesso ragionamento, ma questa volta nella lingua del segni. Convinto che
non sia all'altezza di riuscirci, persuaso che la mia Sia una lingua "inferiore", limitata, mi lascia fare, dicendosi
con tutta probabilità che in tale modo mi darà la dimostrazione della mia incapacità. Quanto agli alunni, mi
guardano a occhi sgranati, luccicanti di malizia, sorridendo da un orecchio all'altro. Di solito, tra noi ci
esprimiamo a segni solo per imbrogliare, durante la ricreazione o per strada. La piccola rivoluzione da me
operata e importante. Capiranno ciò che non hanno compreso oralmente da parte dell'insegnante?
Mi ascoltano con molta attenzione; il mio ragionamento è chiaro, la spiegazione convincente, e gli alunni in
estasi. L'insegnante si rifiuta ancora di credere che abbia spiegato l'argomento così rapidamente e con tanta
chiarezza.
«Avete capito tutti quanti?»
Rispondono «sì» all'unisono. L'insegnante continua a dubitare e chiede ironicamente a un alunno di venire
a ripetere oralmente quel che sostiene di aver capito. L'alunno esegue, e l'insegnante, allibito, ci resta male,
ma si rifugia dietro la consueta malafede. Riprende la lezione oralmente, imponendosi di dimenticare quanto
appena accaduto.
In tale contesto scolastico proibizionista, l'insegnante è, a mio modo di vedere, contro l'alunno, ed è logico,
di conseguenza, che l'alunno sia contro di lui. Risultato? Quando uno degli insegnanti si gira per scrivere
sulla lavagna, prendiamo l'abitudine di scambiarci un certo numero d'informazioni nel linguaggio dei segni,
convinti che non ci senta, dato che non ci vede. Ora, da principio, ogni volta lui si gira, è strano, lì per lì non
comprendiamo perché. A lungo andare, mi rendo conto che, pur parlando con le mani, senza saperlo

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emettiamo piccoli rumori con la bocca. Ci sforziamo quindi di non emettere alcun suono e, da quel giorno in
poi, ci siamo scambiati le, correzioni nel modo più tranquillo del mondo.
E riprovevole? Forse, ma tra il fatto che in generale comprendiamo solo una metà degli insegnamenti orali e
il fatto che «è vietato vietare» ... ci arrangiamo come possiamo.

12 Assolo di pianoforte

Tra poco compirò tredici anni, Marie cinque. Marie è diventata il mio alter ego, il mio punto di riferimento, la
mia complice. Impara ogni cosa a velocità vertiginosa. Si esprime a segni con un'energia incredibile per le
sue manine. Parla con altrettanta facilità. Marie, piccolo genio di cinque anni, quell'amore di mia sorella, il
mio puntello!
Dal giorno in cui è nata, mi sono attaccata a lei in maniera un tantino possessiva. Ma ho bisogno di lei. Me
ne servo come di un utensile, di un accessorio necessario. Il nostro è un rapporto privilegiato.
In realtà, avevo bisogno di lei per crescere. Da sola, non so proprio come ci sarei riuscita. Durante
l'adolescenza, ci si sforza di non avere più bisogno dei genitori, di non chiedere loro troppe cose, e Marie ha
dato loro il cambio. Con il passare del tempo è diventata perfettamente bilingue. Si esprime a segni come un
vero sordo.
I sordi hanno un modo tutto particolare di accompagnare i segni con lievi rumori emessi con la bocca. Lo
spettacolo di Marie, alta come un soldo di cacio, che si esprime a segni, allargando le piccole dita,
abbozzando una smorfia a ogni parola ... è una delizia. Trascorro momenti squisiti con lei, anche se finiamo
per tirarci i capelli a vicenda. Con lei imparo che cosa significa condividere, confidarsi, litigare, odiare e
amare.
Da lei, pretendo suppergiù tutto. Tutto ciò che io non posso fare. A tavola, deve tradurmi la conversazione;
la scoccio, l'assillo se dimentica e trascura di fornirmi un'informazione. A volte, mi manda a quel paese. lo, o
mi irrito o la capisco, dipende dal momento. Vi sono momenti in cui si litiga sul serio. A causa del telefono,
per esempio.
«Marie, telefona per me!»
«Mi sono stufata!»
«Però potresti pensare a tua sorella, che è sorda! Per te è facile, mi pianti in asso!»
«Non fai che servirti di me! Mi sfrutti!»
Quella donnina di cinque anni parla come un libro stampato: la "sfrutto"!
«Marie ... ho appuntamento con un amico! Telefona!» E la cosa va avanti finché non si rassegna a fare ciò
che le chiedo. Il telefono è uno strumento che adoro e nello stesso tempo detesto. Sono gelosa di chi se ne
serve con facilità. Gelosa perché, a tredici anni, si comincia a trascorrere parte della propria vita con gli amici
e, per i sordi, il telefono deve sempre passare per il tramite di un udente. Marie telefona a casa del mio
amico, le risponde sua madre o suo padre, è imbarazzata, non le va di essere costretta a dire:
«Mi scusi, vorrei parlare con Coso, da parte di mia sorella Emmanuelle. Bisognerebbe dirgli che ... ».
Non occorre che i genitori sappiano tutto ... Poi deve farmi il resoconto di ciò che si sono detti al telefono.
Lo trovo sempre troppo succinto.
«Non ti hanno detto altro?»
«No, nient'altro. Sua madre ha detto che non c'era, ti richiamerà.»
«Ma quando?»
«E che ne so? Non scocciarmi!»
Capisco che sia stufa. Le mie richieste sono incessanti, in un senso o nell'altro. Se non posso andare da
qualche parte, tocca a lei avvertire al mio posto, se devo cambiare l'ora di un appuntamento, è la stessa
cosa.
A quel tempo, non abbiamo ancora il Minitel; l'ho avuto a quindici anni. Marie è il mio telefono parlante. Lo
rimarrà per tutta la mia adolescenza, fino all'avvento del Minitel.
Le racconto i miei segreti, non tutti, sa chi frequento e chi non frequento, per il momento o definitivamente.
Obbligatissima. Marie si assume la responsabilità, il più delle volte. Cresce assieme a me, conduce una
doppia vita, si sdoppia in molte cose. Marie è ... Marie, mia sorella. Le voglio bene.
Le faccio molti dispetti, anche. Forse per gelosia. No, gelosia non è la parola esatta. Frustrazione. Con mio
padre, Marie ha dei rapporti che io non posso avere.
Il pianoforte è un simbolo di tale dolorosa frustrazione. Lei ha cominciato a suonare in tenera età. Siamo in
salotto, Marie suona con mio padre. Prima, ero io a piazzarmi al suo fianco. L'ascoltavo suonare, tentavo di
percepire i suoni acuti, i suoni gravi; l'apparecchio acustico non serve, per questo come per il resto, ma io
sentivo ugualmente la musica di papà.
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Ora, tocca a Marie. Tutt'a un tratto, sono esclusa.
Loro due sono complici davanti a quello strumento di cui percepiscono esattamente la stessa cosa. Le loro
mani corrono sulla tastiera, sorridono, piegano il capo, si parlano, si ascoltano. C'è una storia d'amore tra
loro. Vedo scorrere l'amore nella loro musica. E insopportabile. Mi strappo l'apparecchio, me ne vado, non ne
posso più. Marie ha la fortuna di condividerlo con mio padre, lo odio, quel pianoforte. Quel pianoforte mi fa
orrore.
La prima volta, ho espresso qualcosa, uno scontento, non so come. Poi, mi sono limitata a rintanarmi in
camera mia, da sola. La sofferenza dell'emarginazione. La diversità. L'impossibilità di raggiungere mio padre
come lei, sullo stesso terreno, quello della musica.
La musica che comunque lui mi ha regalato, di cui, grazie a lui, posso approfittare, che mi consente di
vibrare, di ballare. Ma la musica che apparteneva a noi due soltanto, ora non ci appartiene più.
La frustrazione, l'ha scoperta anche Marie. È ancora piccola, un anno forse... la cronologia di quel periodo
mi fa sempre difetto. E stato dopo il nostro ritorno da Washington, comunque. Una sera, abbiamo invitato da
noi Alfredo Corrado e due suoi amici. A tavola, tutti si esprimono a segni. C'è qualche problema, i miei
genitori sono ancora maldestri, si sbagliano, chiedono chiarimenti, ricominciano. Alfredo ride, io rido, è così
bello parlare la propria lingua, sentirsi al sicuro, aver fiducia. All'improvviso, Marie si arrampica sul tavolo e si
mette a pestare i piedi. Strilla, piange. Alfredo si stupisce della sua veemenza. Quel cosino isterico, in preda
a una collera infernale, lo lascia senza fiato.
Marie vuole solo attirare l'attenzione su di sé. Che non ci si dimentichi. Ci si ricordi che lei ci sente! Quella
conversazione tra complici, che non si cura della sua presenza, la manda su tutte le furie.
Comprendo molto bene. Per quanto mi riguarda, a cinque anni ero completamente esclusa, a tavola. Tutte
quelle bocche che parlavano velocemente, quei pesci muti che si agitavano in un acquario, mi lasciavano in
secca, sulla spiaggia. È la volta di Marie di non poterne più dei segni. O semplicemente di non poterne più.
Prima, le rivolgevano la parola, ora gli altri si esprimono a segni per me. Gelosia? No, frustrazione. Lo so
bene, io. Un modo per ricordare agli altri la propria identità.
lo non ho forse gettato via l'apparecchio quando lei si è messa a suonare il piano con papà? Avrei calato
volentieri il coperchio di schianto sulle dita. Le dita di papà o di Marie? Le dita di quel dannato pianoforte che
parla senza di me con le persone che amo.
Assolo di pianoforte. Assolo di Emmanuelle.

13 Passione alla Vaniglia

Ho deciso di non far più niente a scuola. Sono stufa delle loro lezioni, stufa di leggere sulle labbra, stufa di
accanirmi a emettere stridii con la voce, stufa della storia, della geografia, persino del francese, stufa dei
professori scoraggiati che non la smettono di strapazzarmi, stufa di me stessa in mezzo agli altri. La realtà mi
ripugna un po'. Così, decido di non guardarla più in faccia. Metto in atto la mia rivoluzione.
Passare la vita a scuola, è ridicolo. Le ore più importanti della mia vita vanno perse in prigione. Ho
l'impressione di non piacere a nessuno, di non riuscire a tener dietro alle lezioni. E che il tutto non serva a
nulla.
Il futuro è qualcosa di misterioso. Non so che cosa sia.
Non voglio saperlo. Mi dico: «Per il momento, mettiamolo da parte».
È nel frattempo, sogno viaggi, escursioni senza fine, di vedere altri Paesi, conoscere altre civiltà, altre
genti. Sogno la VITA. Non do retta a nessuno. Persino gli errori, ho voglia di conoscerli. Gli altri hanno un bel
dirmi: «Attenta a questo, attenta a quello ... commetterai qualche sbaglio».
A tredici anni, sono contro il sistema, contro la maniera in cui gli udenti gestiscono la nostra società di
sordi. Ho la sensazione di essere manipolata, vogliono cancellare la mia identità di sorda. Al liceo, è come se
mi dicessero:
«La tua sordità non si deve vedere, devi servirti dell'apparecchio per sentire, per parlare come gli udenti. La
lingua dei segni non va bene. E una lingua inferiore ... ».
È essenzialmente contro questa stupidità che tuona la mia rivolta. L'ho udita per tutta l'infanzia; ho taciuto,
fino al momento in cui questa specie di rabbia non è esplosa.
A tredici anni, esplodo. Sono contro tutto. Voglio il mio mondo, la mia lingua, e che nessuno ci metta
becco.
La sordità è l'unico "handicap" che non si vede. Si vedono gli infermi sulla sedia a rotelle, si vede se
qualcuno è cieco, o mutilato, ma la sordità non si vede, sicché gli altri sognano di cancellarla, dal momento
che non è visibile. Non comprendono che i sordi non hanno voglia di udire. Ci vogliono simili a loro, con gli
stessi desideri, e quindi le stesse frustrazioni. Vogliono colmare una lacuna che in realtà non abbiamo.
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Udire, e chi se ne frega! Non ne ho voglia, non ne avverto la mancanza, neppure so che cosa significhi.
Non si può aver voglia di qualcosa che si ignora.
Passo il tempo a far ondeggiare i capelli sulle spalle, a tirarmi i riccioli che mi arrivano alle reni, a scuotere
la testa come le dive della televisione. Mastico languidamente il chewing-gum con aria di sufficienza.
M'inondo di profumo alla vaniglia, roba da stomacare l'intera famiglia. E la mia rivolta alla vaniglia.
Il mio corpo è mutato, mi sento diventare donna. Scopro il piacere della seduzione. Scopro gli uomini.
Prima, l'uomo era mio padre. Ora, comprendo che esistono altri tipi di rapporto con gli uomini. Esiste la
sessualità.
C'è un piccolo uomo nella cerchia delle mie conoscenze. Mi spia, e io spio lui. E la mia passione alla
vaniglia. Il mio amore dal profumo intenso, speziato, estraneo al profumo della famiglia, il mio amore esotico.
Quello che finora nessuno mi ha dato, quello che scopro giorno per giorno. Quello che mi è proibito, e perciò
mi mette voglia, e lo colgo istintivamente.
Arno i miei genitori, amo la mia famiglia, ma ho bisogno di quell'altro amore. Non voglio più saperne
dell'autorità dei miei genitori.
A loro, non farò più domande. Le farò al mio amore sordo. Loro parlano di limitazioni, di ragionevolezza, di
norme, del diritto che ho, o che non ho, di fare una certa cosa. Il mio diritto, l'ho ben chiaro in testa.
L'amore è un diritto imprescrittibile. Innamorarsi a tredici anni, ora ammetto che è un po' presto, ma tant'è,
Romeo e Giulietta avevano quindici anni. E non è un amoretto da poco, ma profondo, forte, violento, un
amore che mi stordisce, che occuperà tre anni della mia esistenza.
Tre anni di "sentimentalismo". Il sentimentalismo, per me, è il complesso dell'amore. Quello della testa e
quello del cuore e del corpo. La passione, e il bisogno dell'altro, la fiducia totale. Significa dare e ricevere, ma
essenzialmente dare. Credo che in amore si possa dare tutto. E che si debba imparare a ricevere.
L'amore vuoI dire superare se stessi, cercare di accettare l'altro qual è. Con le sue diversità.
È vasto, l'amore. Ne ho per mia sorella, per mia madre, per mio padre. Ora ne ho per qualcun altro. È
diverso.
Nella grande A, c'è posto per una quantità di amori diversi.
Cerco l'amore come un'adulta. Sono diventata una piccola adulta, troppo presto, si direbbe che sono
maturata a tutta velocità. Sono passata da un'infanzia superprotetta a un'adolescenza bulimica d'avventura e
di libertà.
No, non ho avuto un'infanzia infelice. Non si può parlare di orrore. Ero un po' incastrata, bloccata,
prigioniera, ma poi ho potuto esprimermi, e i miei genitori mi volevano bene. Mi hanno accettata con la mia
diversità, hanno fatto tutto il possibile per esserne partecipi. Conosco ragazzi sordi che hanno avuto una vita
assai più dura della mia. Senza amore, senza dialogo, nel deserto affettivo totale. lo, a tredici anni, fortunata
ad avere i genitori che ho. Loro, quei sordi, sfortunati su tutta la linea.
L'idea "rivolta" consiste nel fatto che voglio provare tutto, vedere tutto, comprendere tutto. E farlo da sola.
Magari recuperare qualcosa che mi è mancato, ma non vedo che cosa. Non mi è mancato né l'amore, né la
comprensione, né l'aiuto. Allora? Non saprei, è qualcosa di fisico. Agguantare la libertà? L'indipendenza?
I miei genitori si preoccupano. Della mia rivolta, e anche perché sono sorda. Soprattutto mia madre. Ha
paura che le sfugga, paura che non dipenda più dagli udenti, ma dagli altri, dai sordi, e che lei non abbia più
il controllo della situazione. E quindi che io non sia più al sicuro.
I rapporti con mio padre si sono fatti difficili. Non comunichiamo più. Lui ha i suoi problemi, io i miei. Tra noi
è in atto una battaglia silenziosa, inespressa, ma è quella, classica, dello scontro tra padre e figlia, tra l'adulto
e l'adolescente.
Entro certi limiti, la traduco anche in una battaglia «tra udente e sordo».
Amo un sordo, passo il tempo con i sordi. I miei genitori sono esclusi.
Nessuno dei due si aspettava che la famosa crisi dell'adolescenza si presentasse tanto presto. E ancor
meno che a questo punto rivendicassi il diritto di avere una storia d'amore totale.
Mi tuffo nell'amore e nella rivolta, come ci si tuffa in mare; con delizia e senza paura, né delle onde né dei
vertiginosi abissi che danzano sotto di me.
Ho voglia di LUI. Ha quattro anni più di me, è bruno, con gli occhi azzurri. E muscoloso, robusto, mi piace il
suo lato un tantino selvaggio, asociale. È sordo, si esprime a segni in argot, il gergo della strada. E bello? La
mamma dice:
«Ha un po' l'aria di una canaglia».
È vero.
Marie dice:
«Mi sembra un apprendista meccanico».
È vero anche questo.
Papà dice:
«È violento. Lascialo, è una cattiva compagnia».
È vero. Ma non lo lascio. Anzi, rispondo male:
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«Taci, chiudi il becco, l'amo!».
Ci siamo baciati per la prima volta, all'uscita della scuola. Un appuntamento segreto, dietro gli alberi di
un giardinetto pubblico, in mezzo alle altalene, gli scivoli, i giochi dei bambini.
Il bacio. Ignoravo il bacio.
Mi piacerà? Il sapore di un'altra bocca?
Le altre ragazze della classe, più grandi di me, tra i quindici e i sedici anni, mi avevano spiegato. Tra sordi
ci si dice tutto, ci si pongono tutte le domande. Volevo essere "smaliziata" come loro in amore, mettermi al
loro livello. Così, mi hanno tenuto una "lezione" sul bacio. In teoria, quindi, sapevo. In pratica, no.
Amo LUI. Amo tutto di LUI.
Comincio a rientrare tardi, a marinare la scuola, i miei genitori se ne rendono conto, cercano di pormi dei
limiti. Ma è troppo tardi, me ne infischio. Scavalco a piè pari i divieti, non sto attenta al pericolo, voglio
scoprirli per conto mio, i limiti.
Il colmo è che i miei genitori sono, a mio modo di vedere, maldestri in questo periodo. Non mi vessano.
Cercano di discutere, di parlare di quel che mi succede. Proibiscono, ma dialogano ... e la cosa non
funziona.
Esco da scuola alle quattro, devo rientrare per le cinque; un po' alla volta, diventano le cinque e mezza, poi
le sei, poi le sette. La mamma dice:
«Sta' attenta all'ora, non tornare troppo tardi, hai i compiti da fare, è importante la scuola!».
Papà dice:
«Devi avvertirci quando ritardi!».
E io, a segni, furiosa:
«E come vi avverto? Non posso telefonare, sono sorda!».
«Esageri, puoi chiedere a qualcuno di telefonare.»
«Che scocciatura!»
È vero, potrei. Ma non ne ho voglia. Mi rifugio dietro la sordità per giustificare il mio bisogno
d'indipendenza. Forse anche perché i miei genitori si preoccupino. Un modo per far loro capire che non mi
sento più a mio agio nei miei panni, che niente funziona più, che se cerco l'avventura e la libertà, è per
bruciarmi le ali dell'infanzia. Tutti quegli anni in cui dipendevo da loro, totalmente, in tutto e per tutto. Dal loro
amore protettivo, educativo. Abituata a parlare solo con loro, a far domande solo a loro.
La comunità dei ragazzi sordi mi offre questa libertà. Con loro, mi sento a mio agio, sul mio pianeta.
Discutiamo per ore, al metrò Auber. La stazione della metropolitana è il nostro ritrovo. La nostra base di
rivolta. La nostra base di famiglia, semplicemente. Un territorio. Ora, si è spostata a Chatelet.
C'è di tutto, tra i frequentatori abituali: gente perbene e gentaglia, persone "beneducate" e altre che, di
educazione, non ne hanno ricevuta. Ci sono teppisti, piccoli spacciatori, trafficanti, gente che si dedica a
lavoretti saltuari, compagni e compagne di scuola ... È una comunità di adolescenti con tutti i problemi tipici
di quell'età, con l'aggiunta della sordità. E abbiamo solo quel posto per incontrarci.
Tutti quei ragazzi e quelle ragazze, di varie età, di varie etnie, di varie estrazioni sociali, si esprimono a
segni sino a perdere il fiato. Ci raccontiamo i film, gli spettacoli televisivi, le storie e i pettegolezzi che
circolano sugli uni e sugli altri. Si ride, si fuma, «rompiamo le scatole» al borghese udente di passaggio, che
ci squadra con riprovazione. Ce «la prendiamo» con il perdigiorno che si ferma, stupito, perché non ha mai
visto dei sordi parlare con le mani, agitarsi, fare smorfie, mimare, ridere a più non posso in silenzio nel
frastuono della sotterranea. Ridiamo dei pappagalli udenti, che se la battono all'inglese quando mimiamo:
«Sono sorda, che cosa vuoi?».
Si organizzano festicciole, con la musica a tutto volume, a casa di questo o di quello. Si va in discoteca,
musica a tutto volume, alcol e spinelli.
Invadiamo i McDonald's, i ristoranti greci, i caffè.
Bisogno. Un bisogno enorme di trovarci fra noi, simili, sordi e liberi di esserlo.
Cancello l'autorità e il potere che i miei genitori hanno su di me.
Se mi avessero rinchiusa, mi sarei intestardita. La mia rivolta, a quel tempo, e l'amore per quel ragazzo mi
avrebbero fatto superare tutti gli ostacoli. A rischio di perdermi. E c'è mancato poco. .
Sotto sotto, avevo bisogno di quella rivolta come di una fonte alla quale dissetarmi.
Sotto sotto, più di quel ragazzo devo aver amato l'amore.

14 Gabbiano in Gabbia

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Grido, parlo male, ma me ne infischio. Manifesto la mia rabbia gridando. Tutti possono rendersi conto che
sono in collera. Ma nei confronti dell'ingiustizia e dell'umiliazione, la mia rabbia non può nulla. Sto male.
Ho tredici anni, la mia amica quindici o sedici, comunque sono sempre la più giovane di una banda di
amici.
Ci sarà una festicciola verso l'una del pomeriggio, ho promesso di rientrare alle quattro. Se ho promesso,
devo mantenere la parola, ho già abbastanza fastidi così.
Al momento di congedarci, le cose si presentano in modo bizzarro. La mia amica ha bevuto sangria, e
anche i due ragazzi che ci accompagnano. lo, neppure un goccio. A tredici anni, non bevo alcolici.
Prendiamo il treno tutti e quattro. La sangria comincia a fare effetto. La mia amica scherza, fa la stupida, i
ragazzi pure. Nella carrozza, la gente ci guarda di traverso. Quattro giovani sordi, che si «comportano male».
Per loro, gesticoliamo troppo, facciamo troppe smorfie, ridiamo troppo. Ho spesso notato una reazione del
genere, come se avessero paura di noi.
Non so più chi abbia cominciato, la mia amica o uno dei ragazzi. Vi sono dei piccoli cartelli pubblicitari
protetti da una lastra di vetro. La mia amica, o il ragazzo, vuole quella pubblicità e la strappa dal pannello.
Abbiamo l'impressione che si tratti solo di uno scherzo, ma una vecchia che ci spiava fin da principio,
s'impaurisce e tira il segnale d'allarme. Il convoglio si ferma, sale un controllore e dice:
«Non avete il diritto di fare una cosa del genere!»
E ha inizio l'orribile malinteso. Tento di spiegare che la mia amica ha bevuto un po' troppa sangria, che non
è colpa sua. Il controllore non deve capire una parola, e uno dei ragazzi sordi e un po' brilli del nostro
gruppetto interviene. Attacca a litigare con il controllore, il quale chiama la polizia. I due ragazzi si irritano
ancora di più.
Eccoci tutti e quattro di fronte alle "guardie", a tentare vanamente di spiegare i motivi di quella
"stupidaggine". Non intendono ragione. Il corpo del reato è stato strappato nella metropolitana, eccolo, sotto i
nostri occhi; soltanto quella prova del nostro «comportamento da teppisti» li interessa. A quanto pare, si
chiama «danneggiamento di arredo urbano».
Ci trascinano in un primo commissariato, poi in un altro; complessivamente, ne visiteremo tre o quattro.
lo, che non ho fatto nulla, neanche bevuto, trovo infernale, incredibile, la faccenda. Voglio assolutamente
tornare a casa. Bisogna che riesca a spiegare la verità. Niente da fare. Ma i ragazzi non si calmano, le
guardie neppure, il tempo passa, e io comincio ad aver paura di restare confinata in quel posto.
Finalmente, approfittando di un attimo di calma, ricomincio a spiegare dov' eravamo, perché i miei amici
hanno bevuto e sono su di giri ... che io non ho fatto niente di male ... non ho bevuto un goccio, non ho
spaccato niente ... Faccio sforzi terribili per articolare le parole ed esprimermi a segni, contemporaneamente.
Non so se mi capiscono.
Ne ho abbastanza, voglio che avvertano i miei genitori.
Saranno preoccupati, e voglio che sappiano dove sono. «Telefonate, telefonate ... »
Mi sgolo a supplicarli. Hanno la mia carta d'identità, il mio nome, il mio indirizzo, ho scritto il numero di
telefono su un foglietto, perché non chiamano? Mi fanno segno di sì ... di sì ... con la testa, ma di telefonare,
non se ne parla! Non so quante volte ripeto la stessa cosa. E un'ossessione. Ma qualsiasi dialogo è
impossibile con quei tizi in divisa.
Cambiamo commissariato per una faccenda burocratica, di cui non capisco nulla. Il tempo passa, è terribile.
Sono le sette e mezza di sera, è calato il buio. Non è normale, ho solo tredici anni, sono minorenne, non
hanno il diritto di sballottarmi in quel modo senza avvertire i miei genitori. Ricomincio a dare spiegazioni.
Sono livida di rabbia. Non ne posso più di ripetere a quella poliziotta che non ho fatto nulla di male, che sono
stati i ragazzi a scatenarsi perché avevano bevuto! Ho l'impressione di essere un pappagallo impazzito
che ripete la stessa cosa per la millesima volta. E una cosa inverosimile. E comunque sia, non si mettono in
gattabuia due ragazzini per un manifesto pubblicitario di trenta centimetri che vanta i meriti di un formaggino,
della lotteria nazionale o di un sapone! Neppure so se comprende o se non vuoI capire, è come il muro di
Berlino, quella donna.
Un altro commissariato, altre scartoffie. Ora ho davvero paura. Credevo che la polizia fosse il simbolo della
sicurezza. È finita, non ho più fiducia, mi trovo in territorio nemico. Che fifa.
Ci fanno salire su un'auto della polizia. Tiro un po' il fiato. Questa volta, mi riporteranno a casa, tutto si
sistemerà, mi rassicuro. Invece, l'auto si ferma di fronte a una prigione. Una vera prigione, con un portone di
ferro, muraglioni!
Mi rifiuto di scendere. Non voglio entrare là dentro.
Se mi rinchiudono, non ne uscirò più!
I ragazzi non sono più con noi, li hanno portati da un'altra parte. Siamo sole, la mia amica e io, a guardarci,
spaventate, a parlarci a segni, angosciate:
«Non hanno telefonato!».
«Non vogliono saperne!»
«Ci rinchiuderanno!»
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«Non voglio scendere!»
Perdo le staffe. La rabbia mi riprende alla gola, urlo: «Telefonate ai miei genitori! Saranno preoccupati!
Per favore, pensate a loro! Voglio che telefoniate!».
Un poliziotto mi manda a quel paese, con cattiveria.
«Piantala!»
Il tono è minaccioso. Non ho più il diritto di esprimermi. Ci fanno scendere di forza, attraversiamo l'atrio
della prigione. Una suorina ci aspetta sulla porta. La seguiamo. E tutto talmente pazzesco, talmente ingiusto.
Di che cosa mi si accusa? D'aver voluto spiegare? Di quel che hanno fatto gli altri? Ho l'impressione che
l'ingiustizia ricada su di me. Che sia io ad assumermene tutto il peso. È nauseante. Mostruoso, farmi una
cosa del genere!
Mettiamo piede in una stanza, una donna ci ordina di sfilare i lacci dalle scarpe, di toglierci i braccialetti.
Ripone il tutto in due sacchettini di plastica.
«Perché fate questo?»
«Suicidio. Ci si può impiccare con una stringa.»
È un altro colpo, terribile. Questa volta, l'angoscia m'invade. Lo sgomento, nero, profondo. Sono davvero in
prigione, come una criminale. Mi ritirano le stringhe, come si fa con gli assassini! C'è un'atmosfera sinistra,
qui, di disperazione e di morte. E i miei genitori che non sanno niente. Penseranno che ho disobbedito, che
sono ancora a quella festicciola, o con il mio amichetto, non sapendo a chi telefonare, a casa di quale sordo,
per chiedere a chi non ne sa nulla: «Dov' è Emmanuelle?».
La donna ci propone di mangiare un boccone, un pomodoro, un uovo ... Non ho fame. La mia compagna
neppure. Allora ci trascinano in una sala immensa. Al centro, una scala sale verso le celle disposte su
ciascun lato. La suorina ci precede con un enorme mazzo di chiavi. Vi sono ragazze ammassate in altre sale.
Mi domando se la suora ci mostra tutto ciò per metterci paura.
Apre l'uscio di una cella, una luce livida, e mi sospinge, da sola.
«Voglio dormire con la mia amica!»
Oppone un rifiuto. Vuole separarci. Allora mi metto a urlare, a urlare con quanto fiato ho in corpo.
Gabbiano che urla nella tempesta. Non sopporterò che mi rinchiudano là dentro da sola! Voglio la mia amica,
ho troppa paura. Tutta la notte tra quelle pareti lerce, senza di lei, senza poter parlare con qualcuno,
impossibile! Urlo tanto, che la suorina si arrende.
Trac. Rinchiuse tutt'e due. Letti di ferro a castello, niente lenzuola, una specie di coperte grigie, piegate in
quattro. Un buco immondo, che funge da "cacatoio". Un misero lavandino. Ci stringiamo l'una contro l'altra,
paralizzate dalla fifa.
Che succederà? Non ci hanno detto nulla. Quanto tempo resteremo là dentro? I nostri genitori? Dove ci
troviamo?
È un incubo. Un vero e proprio panico. La reclusione, anche insieme, ci terrorizza. L'ingiustizia, perché?
L'impossibilità di farci capire, perché? Non avvertire i genitori, perché? Che cosa vogliono da noi? Ci
sentiamo due paria, miserabili, umiliate. Rabbia e terrore, disperazione e angoscia.
Quella topaia fetente. La notte che avanza lentamente in un nero silenzio. Che si può fare? Battere,
prendere a calci quello schifo di porta? Se ne fottono. Se ne fottono di noi fin dal primo momento.
Rimetterci a urlare? Mi manca la forza. Mi sento miserabile, smarrita. Neanche so dove sono. In quale
carcere? L'idea subdola che finirò i miei giorni là dentro, che nessuno verrà mai a cercarmi, perché nessuno
mi udrà, perché nessuno avvertirà i miei genitori. E un sequestro di persona. Siamo tenute in ostaggio da
quei poliziotti udenti, che ci disprezzano. Hanno visto che eravamo sorde. Mi hanno vista supplicare, hanno i
miei documenti, sanno quanti anni ho. Anche se credono che abbia commesso un atroce delitto, non hanno il
diritto di tenere all'oscuro i miei genitori! Ci hanno rinchiuse là dentro come cani feroci! Come bestie rognose
cui non si rivolge la parola, da sballottare, da trascinare con la forza, cui si dice: «Chiudi il becco!».
Li odio. Mi fanno paura, e li odio.
Verso l'alba, ci addormentiamo, sfinite. Due donne ci svegliano al mattino. Ricomincio a spiegare che non
ho fatto niente e voglio che qualcuno telefoni ai miei genitori. La donna continua a non darmi retta. Vuole
addirittura passarmi le mani dietro la schiena, per mettermi le manette! Mi legano anche, adesso!
M'immobilizzano, e continuano a non darmi retta.
Fuori, ci caricano in macchina, le mani dietro la schiena. Per andare dove? Parlano tra loro, non
comprendo. Rieccoci in un commissariato, si ricomincia con le scartoffie. E io ricomincio a fare quel che ho
fatto la sera prima. A spiegare, spiegare, sino a perdere il fiato, a farmi venire mal di gola, a storcermi la
bocca.
«Telefonate ai miei genitori ... »
Poi, di colpo, ne ho abbastanza. La paura cede il passo alla rabbia. Non ne posso più che mi facciano
segno di sì, di sì con la testa, come se fossi una ritardata.
Urlo: «Ne ho le scatole piene dei vostri sì! Basta!».

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E agguanto il telefono sotto il naso di quella stupida, faccio il numero senza smettere di urlare, le tendo il
ricevitore, glielo accosto di forza all'orecchio, ho le lacrime agli occhi, da tanto che non ne posso più.
«Parli ... la supplico, parli ... »
La divoro con lo sguardo. Funziona, ci siamo, parla. Parla con qualcuno a casa mia. Riaggancia dopo un
lasso di tempo che mi sembra troppo breve. Comprendo che ha parlato con mio padre, e che sta per
arrivare, finalmente!
Il nodo alla gola si scioglie, la rabbia scema. Ma la mia compagna? I suoi genitori sono sordi, come si fa a
telefonare? Ci penserà papà.
Ci troviamo in un commissariato per minori, ci sono molti ragazzi. Per ingannare l'attesa, tento di dialogare
con un'altra ragazza, che aspetta come noi. Mi fa capire che è scappata di casa. Le racconto in poche parole
la storia della sangria, del cartello pubblicitario e della metropolitana. Sopraggiunge sua madre, su tutte le
furie, l'aria cattiva. Discute con i poliziotti, la ragazza non apre bocca. Aspetta. Senza preavviso, sua madre
la picchia, vedo il sangue che le cola dal naso.
Anche mio padre mi picchierà? I miei genitori non mi hanno mai picchiata, ma, in una situazione del
genere, ciò che è appena capitato a quella ragazza potrebbe capitare anche a me. Perché l'ha picchiata?
Non è logico. Non capisco. Non immaginavo che potesse esistere violenza tra madre e figlia.
Ecco che la comprensione mi sfugge. Non seguo più un filo logico. Ho davvero paura che mio padre mi
prenda a ceffoni, al suo arrivo.
Mi prende tra le braccia, invece, e io piagnucolo. Piagnucolo ...
Poi spiego quel che ci è capitato. Tutto quanto, la sangria, la metropolitana, il cartello pubblicitario, la notte
in guardina. I poliziotti che non volevano saperne di telefonare. Quel dannato telefono!
I miei genitori erano terribilmente in ansia, è naturale, avrebbero avvertito la polizia al mattino, quando
sono finalmente riuscita a metterlo in funzione, quel dannato telefono. E mio padre è furibondo, sconvolto.
Pretende delle spiegazioni.
I poliziotti tentano di scagionarsi:
«Non tocca a me avvertire i genitori dei minori, io accompagno ... ».
«Ah, non è compito mio, io sono incaricato di tradurre i minori, non mi dicono il perché!»
Papà è su tutte le furie! Litiga con le guardie. Intende sporgere querela, informare gli avvocati e la stampa.
Ma non lo farà perché, in concomitanza, la mia sorellina Marie è rimasta vittima di un grave incidente
stradale e si trova all'ospedale, dove i miei genitori passano i giorni a vegliarla. E papà vorrebbe portar via
con noi anche la mia amica, i cui genitori sordi sono tuttora all'oscuro. Il poliziotto non vuoI saperne:
«Ah, no! Bisogna che vengano a prenderla i suoi genitori!».
«Ma come farete ad avvertirli?»
«Nessun problema, ci pensiamo noi. Non spetta a lei accompagnarla, lei non è suo padre.»
Non c'è niente da fare. Ci dispiace tanto lasciarla lì. La povera ragazza mi ha poi detto che aveva dovuto
attendere fino a sera, in quel commissariato, l'arrivo dei suoi genitori. Si era dovuto telefonare a un vicino di
casa, il quale lo aveva riferito a un altro, non so più bene. Un'altra giornata prima che i genitori fossero
finalmente messi al corrente dalla polizia I
Anche i ragazzi sono finiti in carcere, ma loro si sentivano un po' colpevoli. Non se la sono presa come me.
lo l'ho vissuta male, quella storia. Poliziotti e udenti, la stessa battaglia. A tredici anni, nello stato di rivolta in
cui già mi trovavo, mi sono impuntata ancor di più. In quel momento, avrei avuto bisogno di un'immagine
rassicurante, positiva, della polizia, della società che in fondo rappresentava: quella degli udenti. .
Il disprezzo di cui quella gente ha dato prova mi ha segnata profondamente. Non l'ho mai dimenticato.
Dopo, non potevo più aver fiducia in nessuno. C'era. Il loro mondo e c'era il mio. Il loro mondo mi metteva in
prigione rifiutandosi di comunicare con me. Senza fare il minimo sforzo per capire. Come se Il muro della mia
infanzia si fosse risollevato. Era come un film dell'orrore, quella reclusione. La mia fantasia si scatenava. Mi
domandavo che cosa si sarebbero inventati, quei poliziotti, che cosa ci avrebbero fatto. Era in atto qualche
orribile trama, forse i miei genitori non mi avrebbero più ritrovata. Si rinnovava l'isolamento, l'incomunicabilità,
questa volta con l'aggiunta dell'umiliazione, e della totale consapevolezza che ne avevo a quell'età.
Quando ripenso a quell'episodio, al terribile senso d'ingiustizia, di disprezzo per ciò che ero, mi vengono
ancora i brividi. Avevo bisogno di mio padre e di mia madre quel giorno. Ne avevo diritto. Avevo bisogno che
qualcuno mi desse retta, ne avevo diritto.
E invece, mi hanno ricacciata verso la solitudine, verso il tempo in cui tiravo per la manica mia madre
perché mi desse retta. Il tempo in cui il minimo aggrottamento di sopracciglia da parte di mio padre, una
parvenza di collera m'inquietavano. Il tempo in cui il mondo degli udenti era un mistero immenso, una
somma di molteplici incomprensioni, un pianeta sconosciuto, pericoloso.
Se mi avessero concesso la possibilità di parlare secondo i miei ritmi, con la mia voce, se si fosse
rispettato l'individuo che io sono, quel cumulo di malintesi, poi. di ingiustizie, non si sarebbe prodotto. E
magari la mia rivolta: le mie future stupidaggini, che sono andate ben oltre, SI sarebbero placate. Magari ...

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Dopo quel trauma, ho tentato di spiegare ai miei genitori ciò che avevo provato. Non ho potuto farlo subito,
tanto ero sconvolta. Poi ho raccontato, da cima a fondo, ma tutto quello che provavo nel profondo, la
sensazione che avvertivo, era impossibile. L „impressione che avessero violentato la mia anima di bambina.
Era proprio questa, l'immagine che avevo in testa. La percezione e la visione che avevo del mondo erano
state Violentate. Avevano infranto un'immagine di protezione, di sicurezza di fiducia. Era una lacerazione.
Ma non trovavo le parole per dirlo, al momento. Ancor oggi, dico. “violazione", "lacerazione", ma non so se
Siano i termini esatti. Ho l'impressione che si tratti di qualcosa di ancor più forte. I miei genitori forse non
hanno compreso ciò che ho provato con tanta intensità dentro di me. Era un misto di sofferenza, di
umiliazione, d‟ingiustizia, di rabbia. SI erano sbagliati su di me, mi avevano scambiata, sotto sotto, per una
ritardata che subisce senza capire, e mi rendevo perfettamente conto del loro comportamento sprezzante. Mi
ha fatto tanto male.
Urlavo da dietro le sbarre a gente che non voleva udire. Non sono riuscita a superare la situazione, a
rassicurarmi. L'ingiustizia è qualcosa di orribile. In carcere, SI è costretti a tacere e ad accettare. Mai ho
provato una sofferenza così acuta come quella.

15 Pericolo Rubato

È arrivato il Minitel! L'oggetto magico. La comunicazione senza intermediari. Piango per l'emozione. Una
libertà in più. Un tesoro di libertà, a quindici anni!
Questo strumento mi consente di comunicare liberamente con i miei compagni, per iscritto. È un dono
sontuoso, una liberazione!
I miei genitori mi hanno fatto una sorpresa. Vedo quella specie di piccola macchina da scrivere collegata
con il telefono, dotata di un teleschermo. Mia madre ha approntato il tutto, non mi resta che innestare la
spina. Mi chiama la mia amica Claire, una spia si mette a lampeggiare e vedo apparire sullo schermo le frasi
della mia interlocutrice. Mio padre, mia madre, Marie mi guardano. La gioia mi prende alla gola. Scopro per
la prima volta la mia indipendenza!
Non ho più bisogno di scocciare mia sorella per chiamare Claire. Discutiamo per ore, Claire è ancor più
chiacchierona di me. Un'ora, due, a cicalare su quell'apparecchio, Claire mi racconta la sua vita, io le
racconto la mia. E straordinario per noi, ma costa caro. E temibile, quando si hanno dei segreti, a quindici
anni.
E per via di una compagna che mi sono fatta beccare.
Senza la minima intenzione di spiarmi, mia madre legge in mia assenza, sullo schermo, un messaggio
inquietante: «Ciao, Emmanuelle! Sei ancora malata?»
Faccia a faccia con mia madre, quando rientro, la sera.
«Allora, sei malata?»
Cerco di dirle una bugia, lei mi blocca subito. La verità è che ho marinato la scuola. E mia madre non ha
intenzione di farmela passare liscia.
Ne consegue una lite violenta, nella lingua dei segni; mia madre grida, allo stesso tempo, il che non serve
a nulla, chiaramente. Le dico a segni:
«Non val la pena di urlare, sono sorda!».
La sua collera raddoppia d'intensità di fronte alla mia malafede. Sorda, sì, ma soprattutto bugiarda. La lite
riprende ancor più violenta, e Marie, terrorizzata, si rifugia piangendo in camera sua. Di lì a un po', sono io
che piango in camera mia. Poi Marie mi raggiunge, e piangiamo ancora, tutt'e due.
Perché tutto è grave per me, in quel momento, soprattutto il fatto che i miei genitori non accettino la mia
storia d'amore con quel ragazzo. Hanno paura di quella relazione intensa, violenta, con un ragazzo più
grande di me, asociale, che non vuole più andare a scuola, che traffica non si sa bene in cosa, che si azzuffa
spesso e volentieri, sempre i pugni e la violenza in evidenza, che è possessivo, esigente, e nel quale ripongo
cieca fiducia. Il mio "teppista". Loro sanno che bisogna averne paura; io no. Sono talmente attratta, e lui
pure, che più nulla è chiaro nella nostra storia, a parte l'attrazione. Non mi soffermo un solo attimo su ciò che
non va in lui; perché quella violenza, perché quel temperamento eccessivo? Credo di conoscerlo meglio
degli altri, dato che lo amo. Non ha la fortuna di avere genitori come i miei. Cerca l'amore, come me; lui vuole
me; io voglio lui. Prigioniera di questa storia personale e un po' folle, non ascolto più nulla. Lui è un
"poveraccio". E con ciò? Lo amo. Punto e basta.
D'altronde, sostanzialmente non è per colpa sua che marino la scuola. A farmi scappare è l' oralizzazione
delle lezioni. La sensazione di perdere tempo prezioso. Voglio vivere.
Quella sera, mio padre riprende la discussione rabbiosa. Questa volta, ascolto senza dir nulla, il cuore
stretto in una morsa.
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Non marinerò più la scuola. Lo prometto, e mantengo la promessa, ma Emmanuelle Laborit non ascolta
più. Alle lezioni è assente, pur essendo presente. GlI insegnanti si irritano, non riescono a perforare la bolla
nella quale mi sono insediata, al riparo dalle loro smorfie. Parlate, parlate, non ne resterà nulla. Chiedetemi
di aprire la bocca, l'apro per sfidarvi, per blaterare a destra e a manca, ma non per imparare ciò che volete
far entrare con la forza in quella bocca.
Anno di tutti i pericoli. Di tutte le follie. Di tutti gli apprendimenti.
Anno d'impegno "politico", anche. Partecipo a manifestazioni per il riconoscimento della lingua del segnI.
Per me, è positivo, costruttivo. Voglio informare i sordi. Mi voglio militante. Voglio che si smetta di vietare la
mia lingua, che i bambini sordi abbiano diritto a un'istruzione completa, che si istituisca per loro una scuola
bilingue. È assolutamente necessario, in Francia, promuovere la lingua dei segni, che il suo insegnamento
non Sia riservato a una minoranza, a un'élite, e che si smetta di vietarla. A tale proposito, mia madre mi
lascia fare:
«Se per te è importante, forza, buttati». .
I miei genitori mi permettono già molte cose, io, purtroppo, ne faccio di più. Loro non sanno, per esempio,
lo verranno a sapere da certe voci, che «frequento la mia banda» al metrò Opéra. È la base dei sordi, in quel
periodo, il piccolo ghetto dove tra sordi tutto si racconta, si commenta, si organizza. I giovani udenti lo fanno
altrove, nelle periferie, nei prati incolti, nei cortili dei caseggiati.
La grande differenza sta nel fatto che allorché un sordo ne incontra un altro per la prima volta, si
raccontano ... storie di sordi, ossia la loro vita. Subito, come se si conoscessero da secoli. Il dialogo è
immediato, diretto, facile. Nulla a che vedere con il dialogo tra udenti. Uno che ci sente non assale il
prossimo al primo contatto. Fare conoscenza è un processo lento, cauto, ci vuole tempo per conoscersi. Un
mucchio di parole per dirlo.
Gli udenti hanno un loro modo di riflettere, di costruire il loro pensiero, diverso dal mio, dal nostro.
Un udente inizia una frase con il soggetto, poi il verbo, il complemento e infine, a conclusione, "!'idea". «Ho
deciso di andare al ristorante a mangiare ostriche.»
(lo adoro le ostriche.)
Nella lingua dei segni, si esprime in primo luogo l'idea principale, poi, eventualmente, si aggiungono i
particolari e gli abbellimenti della frase. Poiché l'obiettivo principale è mangiare, questo rappresenta il primo
segno della frase. Per quanto riguarda i particolari, posso aggiungere una caterva di segni. A quanto pare,
sono golosa di particolari quanto di ostriche.
Come se non bastasse, ciascuno ha un suo modo di esprimersi a segni, un proprio stile. Come tante voci
diverse. Vi è chi si dilunga per ore. E chi sintetizza. Chi si esprime a segni in gergo, e chi in idioma classico.
Per fare conoscenza, tra sordi, ci si mette solo qualche secondo.
Ci si conosce in anticipo, noi. «Sei sordo? Sono sordo.» E via. La solidarietà è immediata, come due turisti
all'estero. E la conversazione punta subito al nocciolo. «Che cosa fai? Chi ti piace? Chi frequenti? Che ne
pensi del Tale? Dove vai stasera? ... »
Anche con mia madre il dialogo è schietto, diretto.
Lei non è come gli udenti che spesso si nascondono dietro le parole, che non esprimono a fondo le cose.
Educazione, buona creanza, parola che non si dice, parola suggerita, parola evitata, parola volgare, parola
proibita o parola per salvare le apparenze. Parole non dette. Parole usate a mo' di scudo.
Non esistono segni proibiti, nascosti, o suggeriti, o volgari. Un segno è diretto e significa semplicemente ciò
che rappresenta. A volte brutalmente, per gli udenti.
Era inconcepibile, quando ero piccola, che mi proibissero di indicare qualcosa o qualcuno col dito, per
esempio! Non mi hanno detto: «Non farlo, è da maleducati!,..
Il mio dito che indicava un essere, la mia mano che afferrava un oggetto, erano già il mio modo di
comunicare. Non mi erano imposti divieti riguardo al comportamento gestuale. Esprimere che si ha fame,
sete o mal di pancia, è visibile. Che qualcosa ti piace, è visibile, che non ti piace, è visibile. Magari può
creare imbarazzo, questa "visibilità", questa assenza di divieti convenzionali.
A tredici anni, ho deciso che non volevo più saperne di proibizioni, da qualsiasi parte venissero. I miei
genitori hanno retto allo shock come hanno potuto. Al metrò Auber, ero a casa mia, nella mia comunità,
libera.
Ma quando ci si appende in coda a una carrozza della metropolitana e si fila come il vento da una stazione
all'altra, per giocare a fare la Jane di Tarzan ... ci si può ammazzare. lo l'ho fatto, non l'ho mai detto, chiedo
scusa ai miei genitori. Per fortuna, non ci ho lasciato la pelle. La cosa ha fatto parte del mio apprendistato
esistenziale. Bruciavo tutto ciò che potevo, fino al momento in cui qualcuno o qualcosa mi vietava,
fortunatamente, di spingermi oltre.
Un giorno, dopo una delle feste di SOS-Razzismo, alle quali ho sempre partecipato con i miei amici sordi e
udenti, dopo aver ballato, chiacchierato con chiunque ci capitava di incontrare, verso l'una del mattino ce ne
torniamo a casa con la metropolitana. Le carrozze sono gremite, i ragazzi si pigiano gli uni contro gli altri. Un
tizio alto, nero, che non ha trovato posto nella carrozza, mi fa segno, scherzando, di raggiungerlo tra due
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vagoni, e di appendermi come lui alla maniglia esterna dello sportello. La trovo un'idea divertente, e piuttosto
di ammassarmi con gli altri, lo imito.
Ho paura, in realtà, ma è una paura eccitante. Le stazioni sfilano l'una dopo l'altra, in corrispondenza di
ciascuna di esse sono convinta che non avrò il coraggio di proseguire fino alla prossima. Ma tengo duro. Mi
sono impegnata orgogliosamente a non mollare, conto con coraggio, come una piccola eroina, fino all'ultima
stazione. Del tutto incosciente.
Non me ne sono mai vantata. Oggi, se ci ripenso, mi faccio paura. A Auber, i convogli della metropolitana
forse se ne ricordano.
Rimaniamo tutta la giornata in una scuola oralista.
Appena ne usciamo, proviamo il bisogno, l'esigenza di recuperare. Il bisogno di stare insieme, di parlare tra
noi. Di recuperare non solo il tempo perduto con gli udenti durante la giornata, ma anche la nostra lingua, la
nostra identità. Non proveremmo tale sentimento se a scuola la lingua dei segni fosse consentita. Non
vivremmo in un ghetto. Se non vi fosse né frustrazione né censura, tutto sarebbe più semplice. Ora, nulla lo
è, per noi. Quando si è trascorsa una giornata ad afferrare la metà di ciò che dice un insegnante, si ha un
unico desiderio: ritrovarsi, parlare, parlare, fare cose insieme. E importante stare insieme. Ed è insieme che
si commettono delle sciocchezze.
Ho quindici, sedici anni, più o meno, e voglia di un bel paio di jeans. Tutte le ragazze della mia età sognano
vestiti alla moda. E il capo alla moda ideale sono i jeans. Non quelli bruttini, svenduti ai saldi, no. Quelli belli,
firmati, il super look. Quelli che costano almeno quattrocento franchi.
Ma i miei genitori non sono molto ricchi. Costo già loro un patrimonio, con il Minitel, la scuola e tutto il resto.
Soprattutto, mi rifiuto di pretendere da loro anche la mancetta per le piccole spese. E l'orgoglio mi indurrà a
fare La sciocchezza per antonomasia. Questa volta, non ci sono scuse che tengano, sono colpevole in
anticipo. Siamo colpevoli.
Abbiamo deciso, una compagna e io, di andare a rubare un paio di jeans a testa ai grandi magazzini. I
Levi's. Sono cari.
Eccoci nel reparto, a cercare la marca, la taglia. Nel camerino di prova, riusciamo a staccare il segnale
magnetico dall'orlo dei jeans. E usciamo tutt'e due, in agguato, i jeans nascosti in una borsa. La commessa
incaricata di sorvegliare i camerini di prova non c'è. Scendiamo da un piano all'altro, un po' sul chi vive,
guardandoci alle spalle, e scorgo la commessa come ci sbircia da lontano, discorrendo con una poliziotta in
borghese.
Faccio segno alla mia amica:
«Ci sorveglia, sono sicura che ci guarda».
«Ma no, non preoccuparti. Ne fai un dramma. Non ci sono problemi.»
«Ha l'aria seria! Ti dico che ci hanno scoperte ... »
«Piantala! Sei paranoica!»
La scala mobile. Attraversiamo l'atrio, ci apprestiamo a uscire, la porta è quasi varcata, siamo pazze di
gioia.
All'improvviso, mi sento afferrare alle spalle, la donna mi blocca le mani dietro la schiena e mi riporta
dentro. Immediatamente, la mia amica si affretta a farmi segno: «Soprattutto, non parlare! Non aprir bocca».
Faccio come mi dice. Neppure una parola esce dalla mia bocca, né dalla sua. Comunicazione interrotta. E
la nostra unica difesa, una difesa istintiva. Il rifugio dei sordi. Ma la mia mente lavora. Telefoneranno ai miei
genitori, che orrore. Sono una ladra.
Eccoci al commissariato. La poliziotta svuota le nostre borse. Noi la guardiamo fare, continuando a tacere.
La donna mi chiede la carta d'identità, io faccio finta di non capire.
Cerca di spiegarsi, di mimare, indicandomi delle scartoffie. Ha capito che siamo sorde. Ha notato che ci
siamo parlate nella lingua dei segni. Ma è escluso. che si comunichi, questo proprio no, è la nostra sola
speranza di imbrogliare le carte. Rovistano tra i nostri quaderni, nel tentativo di scoprire come ci chiamiamo.
Niente da fare, non scrivo più il mio nome sui quaderni. Sono grande, non vado più alla scuola materna,
faccio la seconda liceo. La mia compagna, invece, lo scrive. Così, apprendono il suo nome, ma nient'altro.
Poi, ci perquisiscono. Una poliziotta, aggressiva, ci strapazza come bambole di pezza. Mi accorgo che il
conflitto si aggrava. Inoltre, non sopporto la maniera in cui ci palpeggia. Mi metto a urlare, facendo finta di
incepparmi. Potrei tranquillamente comporre una frase corretta, ma no, le urlo a vanvera sul muso. Mi ha
fatto arrabbiare, con le sue lerce zampe che mi frugano senza riguardo. Sorpresa, la poliziotta cerca di
calmarmi.
Poi arriva un tale a prendere le nostre deposizioni. Si siede e attacca:
«È una brutta cosa, quella che hai fatto. Se continui a rubare, finirai in prigione».
Faccio segno di sì, di sì con la testa, come una bimbetta.
«Forza, andatevene! Filate!»
Lì per lì, non ci credo. Mi dico: «Attenzione, è un tranello, lo fanno apposta». Ma no, l'uomo ripete,
sottolineandolo con un gesto:
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«Toglietevi dai piedi!».
Riprendiamo le nostre borse, ce ne andiamo, senza affrettare il passo, la schiena eretta, ancora
preoccupate, ma è vero, ci lasciano andare!
Nella strada, facciamo salti di gioia. Ridiamo, una risata nervosa, una ridarella di fifa, e al tempo stesso
piangiamo. Ci raccontiamo instancabilmente lo scaltro giochetto, esagerando, la paura, la perquisizione, la
mimica, io che urlo, e la libertà!
Torno a casa. Ho capito. Chiuso.
Non ho più rubato. Se quella donna non mi avesse colta in flagrante, magari avrei continuato, per
spacconeria, ma il fatto che mi abbiano beccato, la paura, la vergogna al pensiero che i miei genitori
venissero a saperlo, mi hanno fatto prendere coscienza di quel che facevo. Mi sono sentita in colpa e
responsabile. Un tantino in colpa. Un tantino responsabile.
Non ero una santarellina. Ero una ragazza difficile.
Ero dura, battagliera, ribelle. Bisognava che facessi certe esperienze, per prenderle in pieno viso e decidere
se proseguire o meno.
Per quanto riguardava il furto, avevo chiuso. Una volta, non due.
Gabbiano ladro.

16 Comunicazione sul velluto

Le madri hanno occhi di gatto e orecchi di non so che. Rientrando all'alba, ho un bel camminare in punta di
piedi, la mia è già sveglia:
«Tutto bene? Sei tornata tranquillamente? Nessun problema?».
«Tutto bene, tutto bene mamma, dormi... è tutto a posto, dormi.»
È tutto a posto, facile a dirsi. Rincasando, da sola alle quattro del mattino, si corrono necessariamente dei
rischi.
Uscendo da un locale, prendo un tassì per tornare a casa. L'autista mette in moto, poi durante la sosta a un
semaforo, si gira verso di me e mi domanda bruscamente: «Si va in albergo?».
Per chi mi prende? Devo avere l'aria stupita, comunque, perché insiste, torcendosi il collo per squadrarmi:
«Non preoccuparti, ti pago!».
Situazione difficile. Non ho proprio paura, ma ... Cerco di tergiversare, di infinocchiarlo come posso:
« ... E poi sono sorda, non puoi farmi una cosa del genere! Non hai un po' di compassione?».
Scatta il verde, l'uomo non riparte e torna alla carica.
Non afferro completamente la sua frase, ma il concetto è chiaro. Mi arrabbio un po':
«Forza ... il tassametro gira, sbrighiamoci, sono io che pago».
Un attimo di silenzio, poi brutalmente: «O vieni in albergo o scendi!».
Scendo. Sbatto la portiera e me ne vado in cerca di un altro tassì, riflettendo sul comportamento di quel
tizio. Aggressivo. Violento. Ne resto sempre stupita. Mi fa arrabbiare. Avrebbe potuto chiedermelo, darmi una
possibilità di scelta, quanto meno! Vuoi o non vuoi. Non voglio, non parliamone più. Ma no. Sono già
fortunata a non essere incappata in uno stupratore.
Mi sono imbattuta in altre situazioni del genere, dalla più insignificante alla più stressante.
C'è l'aggressione sessuale per la strada del comune pappagallo, il quale crede che non griderò perché sono
sorda. Mi è capitato, un tale mi seguiva, non riuscivo a seminarlo, la cosa si faceva inquietante. Ho urlato. Mi
sono servita delle mani, della voce, ho urlato nelle due lingue. Spesso la gente crede che sordo voglia anche
dire muto. lo non sono muta. Gabbiano, si. Grido a squarciagola, mi faccio sentire. L'uomo se l'è data a
gambe.
Ci sono situazioni più impressionanti. E quella volta, non ho gridato. Non ho potuto. Ho pensato che non
bisognava farlo, per la mia sicurezza. Ma era penoso. Scioccante.
Come di consueto, sono in ritardo, mi precipito nella metropolitana, prendo al volo un ascensore, appena
prima che la porta si chiuda. Ho la testa altrove, cerco un pretesto per spiegare il ritardo ai miei genitori. In
quel periodo, tra noi avvengono scenate terribili. Loro si sforzano con ogni mezzo di incutermi timore. Per
porre fine a quel mio comportamento ribelle. Fra i tredici e i diciassette anni, non cessano di mettermi in
guardia contro tutte le "fesserie", che ho già fatto, che faccio, e che ancora non ho smesso di fare ... Rifiuto
qualsiasi consiglio. Spesso faccio addirittura l'esatto contrario di ciò che mi raccomandano. Loro non ne
possono più. Sono sconcertati, litigano spesso e parlano persino di divorzio.
Ciononostante, il mio comportamento non cambia, anzi. Esagero. Quella sera, ho davvero fatto molto tardi.
Ero in un caffè a discorrere con certi amici sordi, più grandi di me. Ho perso la nozione del tempo; loro hanno
tutto il diritto di trattenersi ancora, ma io devo rincasare. Per farla breve, mi ritrovo nell'ascensore della
metropolitana, da sola con un giovanotto.
37
Le porte si chiudono pesantemente, lentamente. Ha spesso un' aria sinistra, un ascensore della
metropolitana. Metallico e inquietante. Il ragazzo mi si avvicina e mi rivolge la parola. Mi porto !'indice alle
labbra e il dito nell'orecchio, il che vuoI dire: «Non parlo, non sento» e tengo la bocca chiusa. Non voglio
parlare, mimo. E il sistema cui ricorro per erigere un muro tra me e il prossimo, per stare tranquilla. Mi sono
resa conto che quel tizio aveva un' aria losca.
Lui continua a parlarmi, gli faccio segno con la testa che non capisco. Allora, sotto i miei occhi, si cala i
calzoni e si masturba.
È insopportabile trovarmi lì, messa alle corde, al cospetto di quello spettacolo pietoso. Ogni volta che
distolgo lo sguardo, lui si sposta per costringermi a guardare. Sto male. Se chiudo gli occhi, magari mi
salterà addosso. Ho paura, comunque, a chiudere gli occhi. Gli occhi sono le mie orecchie, la mia sola
risorsa, senza gli occhi non posso affrontare il pericolo.
Il panico m'invade, mi domando che fare, e se mi metterò a urlare o no. L'ascensore è di una lentezza
infernale. Se urlo, rischia di diventare pericoloso, quel tizio. Allora mi concentro, stringo i denti, non chiudo gli
occhi, come se fossi tranquilla, sorda e incapace di gridare. Come deve credere lui. Gli dà sicurezza l'idea di
poter aggredire un'inerme, che non urlerà al satiro. Ma nella mia mente i pensieri si sovrappongono, sono
sull'orlo di una crisi di nervi, sul punto di esplodere, elettrica. Mi aggrappo all'esile idea che mi rimane: non
gridare, taci, quello bloccherebbe l'ascensore e ti violenterebbe. Taci. Taci.
Lui ha finito quel che voleva fare, nell'istante in cui l'ascensore arrivava in superficie. Era stomachevole,
disgustoso. Da averne nausea. Ha detto: «Grazie tante». Ed è uscito tranquillamente dall'ascensore.
Ero scioccata e anche stupefatta. Quella situazione sfuggiva completamente alla mia comprensione. Che
voleva quel tizio? Solo quello? Perché si è reso conto che ero sorda? O perché è malato, semplicemente? A
sedici anni, quel tipo di aggressione sessuale era un mistero per me.
Rientrata a casa, ho raccontato tutta la storia a mia madre. «Hai avuto fortuna, forse era un individuo
pericoloso.»
Non avrei tollerato che mi toccasse, quel tizio. Ne ho paura. Mi sarei battuta, se fosse stato necessario. A
sedici anni, praticavo la boxe francese, non a scopo di difesa, ma perché è bella, artistica, e mi piace.
Conoscevo esattamente il punto in cui una ginocchiata può fare molto male a un uomo. Se ora mi capitasse
qualcosa del genere, avrei ancora i riflessi necessari per piantargli le unghie negli occhi o sferrargli una
ginocchiata dove occorre. Divento aggressiva e violenta solo quando mi toccano. Non mi è mai capitato, per
fortuna.
La mamma mi ha comprato un candelotto lacrimogeno, per proteggermi in caso di aggressione. La cosa
non mi ha impedito di rientrare tardi, la notte, e di continuare a frequentare i locali.
Di lì a qualche settimana, mentre stavo salendo in ascensore, un tale mi si è avvicinato; ho reagito
immediatamente: «Non toccarmi, non toccarmi!». E sono uscita con la stessa fretta con cui ero entrata.
Magari voleva solo chiedermi che ora era, ma il precedente incontro mi aveva talmente traumatizzata, che ho
scelto la fuga.
Non avevo paura di molte cose, a quell'età. Lì per lì, una Situazione brutale come quella è uno stress. Altre
ragazze, udenti, hanno subìto aggressioni del genere. Bisogna padroneggiarsi, controllare le proprie
reazioni, intuire se è il caso di gridare o meno. In fondo, non ritengo che quel tipo di aggressione prenda
particolarmente di mira una sorda come me. Correvo rischi identici a quelli che può correre una ragazza
udente, animata dal mio stesso spirito di ribellione, altrettanto risoluta e volitiva. In ogni caso, non volevo
essere considerata come una creatura che va protetta a ogni costo.
A quell'età, in piena crisi d'identità, si ha un totale sprezzo del pericolo, fino al momento in cui non ci si
sbatte il muso. Ho un carattere troppo assolutista per non voler superare me stessa sempre di più, e non
assumermi la responsabilità delle conseguenze delle mie esperienze. Sono un essere umano normale,
libero, con una sua identità.
La mamma dice: «Emmanuelle rifiuta di essere considerata una handicappata».
Proprio cosi. Per me, la lingua dei segni corrisponde alla voce, gli occhi sono le mie orecchie. In tutta
sincerità, non mi manca nulla. È la società a far di me una handicappata, a far si che dipenda dagli udenti: il
bisogno di farsi tradurre una conversazione, il bisogno di chiedere aiuto per telefonare, l'impossibilità di
chiamare direttamente il medico, il bisogno di sottotitoli alla televisione, accade cosi di rado. Con un po' più di
Minitel, un po' più di sottotitoli, io, noi, i sordi, potremmo avere un più facile accesso alla cultura. Non vi
sarebbero più handicap, più blocchi, più frontiere tra noi.
D'altronde, la mia ribellione è mutata. A tredici anni era il rifiuto di essere dipendente dai genitori, di dover
rendere loro conto. Quando si è sordi, si dipende necessariamente più degli altri dagli udenti. Non volevo più
saperne. E, soprattutto, non volevo più saperne dell'insegnante oralista. La pedagogia imposta diventava
una sofferenza. Mi divoravano la vita. A sedici anni, è diventata qualcos'altro. Mi ero evo Iuta ed ero
sconvolta. I rapporti con mio padre si erano fatti pressoché inesistenti, se si escludono i suoi moniti:
«Esci troppo, non combini più niente, frequenti gente pericolosa, metti a repentaglio il tuo futuro. Smettila».
Il dialogo tra noi si fermava qui.
38
Con mia madre, era l'inquietudine silenziosa e perenne che avvertivo in lei. Si sforzava di assecondare le
mie stupidaggini, vessandomi il meno possibile, ma mi accorgevo perfettamente del suo cruccio. In quel
periodo, Marie andava benissimo a scuola, sempre la prima della classe; dotata com'era, quasi mi superava,
a volte. Continuavamo a essere complici, sorelle amiche, mai nemiche, a parte i classici screzi, che non
duravano mai per molto. E fortunatamente il dialogo con lei non si è mai interrotto.
La cosa che più mi preoccupava era sentire i miei genitori parlare sempre più spesso di divorzio. Il giorno
in cui ho preso coscienza che si sarebbero separati sul serio, apparentemente mi sono rassegnata al fatto
compiuto. Come nei momenti dell'esistenza in cui l'urgenza della vita ha il sopravvento sul resto. Ho
"normalizzato" al massimo la lacerazione. Però soffrivo, e immaginavo il peggio, temevo che mi
costringessero a scegliere tra l'uno o l'altra. Tra due amori. Le cose non sono andate così. Quando i miei
genitori hanno divorziato, stavo un po' con l'uno e un po' con l'altra.
Il mercoledì o durante i week-end. Il sabato sera, dicevo a mia madre: «Ti avverto, vado in discoteca,
tornerò tardi». Un altro sabato sera, dicevo la stessa cosa a mio padre. La differenza è che lui dormiva come
un ghiro e non mi sentiva rientrare. Ha il sonno pesante.
Mi sentivo impotente, comunque, a ricucire i fili della mia infanzia. Ben presto, ho immaginato che fossi io
la ragione di quel divorzio, a causa della mia indisciplina, della mia condotta troppo libera. Forse persino
perché ero sorda dalla nascita.
In effetti, non ne sapevo nulla, delle ragioni per cui hanno divorziato. Le conoscono solo loro. Mia madre mi
ha subito rassicurata circa tale colpevolezza; potevo conservare intatti i miei due amori, nessuno ne aveva
colpa, neppure io. Era importante, in quanto per me l'affetto è sempre stato al centro dei miei entusiasmi e
delle mie ribellioni.
Credo che avrei potuto accettare tutto quanto nella vita, come ho finito con l'accettare quel divorzio, se
coloro i quali volevano impormi qualcosa l'avessero fatto con il cuore.
I pedagoghi dell'insegnamento oralista non hanno saputo farlo.
Il mio primo amore non ha saputo farlo.
Il divorzio dei miei genitori è una ferita che non si è ancora rimarginata. Mi sono rassegnata alla ferita. La
guarigione è lenta. Non devo essere sola in questo caso, i figli di genitori divorziati corrono così da un week-
end all'altro.
In quel periodo, mi aggrappo al mio amore, a quella passione tumultuosa, ed esclusiva. Ho riposto nell'altro
tutta la mia fiducia. E importante, la mia fiducia. Poi mi sono resa conto di essermi ingannata. Ma a sedici
anni, e poiché ho deciso di intraprendere l'arduo resoconto della mia memoria cronologica, non ci sono
ancora arrivata. Sono ancora intrappolata nella rete dell'amore che va alla deriva. Con un ritardo scolastico
che rischia di rovinarmi il futuro. Un futuro di cui, per il momento, continuo a infischiarmene, cocciutamente.
Venerdì, ci si trova tutti al McDonald's. La mia banda si raduna al primo piano del ristorante. Ci si riunisce
là a parlare per ore, come in un salotto, è più confortevole che nella metropolitana. In ogni modo, non
sappiamo dove andare. Può durare dalle sei alle nove di sera. Ordiniamo un hamburger, una Coca o un
caffè, e non ci si muove più. Si "fa flanella", come dicono gli adolescenti.
Il gestore è tutt'altro che soddisfatto Non credo che per lui si tratti di un problema di Spazio. Attorno a noi, i
tavoli sono liberi; il locale non è sempre affollato tra le sei e le nove. Credo piuttosto che al gestore non vada
a genio che la nostra banda di sordi abbia scelto il suo McDonald's per stare insieme.
Arriva un cameriere, che ci invita ad andarcene. Non ce ne diamo per intesi. Lui se ne va, ritorna, e così
via. Una sera, si mette di mezzo il gestore. Decisamente in collera.
«Andatevene! Levate le tende! Sparite!»
Un compagno sordo, seduto di fronte a me, gli spiega a segni che ha tutto il diritto di restare, dato che ha
ordinato una consumazione. Il gestore non vuoI sentire ragioni. «Tu, qui non resti. Sparisci. Ti do due
secondi per filare!»
Gli parla nel tono che si usa con un cane. Non lo sopporto. Intervengo, parlando francese:
«Per favore, non possiamo discuterne? Non siamo cani, siamo esseri umani!».
Ha capito? Non saprei. Il mio "accento" orale è spesso di difficile comprensione, soprattutto se sono
arrabbiata, e così è. In ogni caso, deve aver colto il tono, però si rifiuta di discuterne.
«Non se ne parla! Sparisci!»
Mi rendo conto che sta per scatenarsi una rissa. Ho i nervi tesi. E una gran voglia di spaccargli il muso.
Non mi ha dato retta. L'ennesimo udente che si rifiuta di darmi retta.
Vorrei almeno spiegargli che ci troviamo lì perché ci sentiamo frustrati per tutta la giornata in quel mondo
che non ci appartiene. Che abbiamo bisogno di trovarci insieme. Che la sala a pianterreno è deserta, che
non usurpiamo il posto di nessuno. Che gli chiediamo scusa. Che se è il caso di ordinare un'altra Coca o un
hamburger, vedremo di farlo. Che si può trovare un compromesso, discuterne. Ma si rifiuta di ascoltare, quel
tizio, e quindi di capirci. Un compagno mi fa segno:
«Lascia perdere, ce ne andiamo».

39
Siamo abituati, comunque, a essere cacciati. Come altre bande di ragazzi. Cambiamo posto di continuo, in
cerca di un luogo di ritrovo, di un rifugio, ma, in generale, ci mettono gentilmente alla porta; è la prima volta
che lo fanno con scortesia. Siamo esseri umani e quell'uomo ci parla come se fossimo cani; di più,
mostrerebbe sicuramente maggior comprensione per una trentina di cani della polizia.
Posso anche capire il suo problema: una banda di ragazzi nel suo McDonald's lo intralcia, disturba le sue
abitudini, lui non è lì per questo. Ma non con quel tono! Non con disprezzo. Anche se non sa come
esprimersi con me, non è questo il vero problema, si può sempre tentare.
Lo guardo, su tutte le furie. Gabbiano furioso. Ma lui abbassa il tono: «Be', d'accordo, ma non trattenetevi a
lungo».
Alla fine ce ne siamo andati, disgustati. Rincasando, ho detto a mia madre:
«Sarebbe questo, il dialogo con gli udenti? Non posso accettare».
Ha cercato di calmarmi, ma ero furibonda. La rabbia interviene a mascherare la sofferenza. Mi dicevo: «È
disgustoso, non si può cambiare il mondo facendo schioccare le dita».
Può sembrare un aneddoto, ma il conflitto che ricorre abbastanza spesso tra i sordi e gli udenti, soprattutto
quando siamo piuttosto numerosi, mi manda su tutte le furie. Credo con tutto il cuore nella possibilità di un
dialogo tra i due mondi, le due culture. Convivo con persone udenti, comunico con loro, convivo con dei
sordi, comunico ancor meglio, com'è logico. Ma lo sforzo necessario a tale comunicazione, siamo sempre
noi a doverlo fare. In ogni caso, è ciò che provo io, personalmente. Mi ostino, tento ancora, vorrei l'unione in
quei rapporti. Vorrei che cadesse il muro della diffidenza. Ma non ci riesco.
Ho trovato la fiducia con mia madre, con mia sorella, anche con altri udenti, non intendo generalizzare. Ma,
senza essere disfattista, !'ideale che cerco forse è impossibile. Questione di personalità, di educazione,
d'informazione.
Non ho più i violenti furori dei miei sedici anni. Anzi. Mi capita di discutere dell'argomento con dei sordi; tra
noi costituisce spesso l'argomento di discussione preferito. Alcuni sono decisamente estremisti, tipo:
«Vogliamo una terra promessa, una terra di sordi, non potremo mai convivere con gli udenti!». Costoro si
chiudono al mondo. Comprendo la loro reazione, ma consiglio loro, sempre, di mettere un freno alle
rivendicazioni di questo tipo, di riflettere, di aprirsi agli altri. Rifiuto l'estremismo in ambedue i sensi. Ma forse
sono stata più fortunata di altri nei miei rapporti sociali.
Spesso, evado nel mio mondo. Non sempre posso interpellare qualcun altro, per cui mi escludo da sola, e
sogno. La gente a volte mi dimentica un tantino, non per colpa sua. Se rifletto su una situazione che mi
ripugna, su chi non fa alcuno sforzo, mi pongo queste domande: «Potrei integrarmi con gli altri in questo
modo, tutti i giorni? Potrei vivere senza i sordi?». Ho bisogno dei sordi. Ho bisogno anche degli udenti e,
comunque, non posso toglierli di mezzo.
Passo da un mondo all'altro.
Un mese intero, da sola con persone udenti, è dura. Lo sforzo è costante. Ci si domanda fino a quando si
potrà resistere. La differenza esiste, è inevitabile. Si ha davvero bisogno di frequentare altri sordi. Ho fatto
una volta questa esperienza, in Spagna, con i miei genitori. In capo a un mese, ero angosciata, avevo
l'impressione di soffocare. Ero arrivata al limite. Parecchi mesi senza i sordi, sola in un ambiente di udenti, è
inimmaginabile. Mi domando come lo sopporterei. Mi metterei di nuovo a gridare come un gabbiano? Mi
spazientirei? Li supplicherei di guardarmi, di non dimenticarmi?
Ritrovare il mondo dei sordi è un sollievo. Non fare più sforzi. Non stancarsi più a esprimersi oralmente.
Ritrovare le mani, la disinvoltura, i segni che volano nell'aria, che dicono senza sforzo, senza limitazioni. Il
corpo che si muove, gli occhi che parlano. Le frustrazioni che spariscono di colpo.
Comunicazione sul velluto.

17 Amore avvelenato

Mi avevano avvertita. Mio padre me l'aveva detto: «Lascialo. E un teppista, ti farà del male».
I miei compagni me l'avevano detto: «È volubile».
Mia madre me l'aveva detto: «È un violento».
Mi ero detta:
«Non lo capiscono. È un asociale perché ha avuto problemi ,durante l'infanzia, forse è un donnaiolo, però
mi ama. E un violento, ma io lo calmerò».
Me n'ero detta, di cose, riguardo a LUI. Me le ero messe in fila nella testa, caricandole di tutta la fiducia che
riponevo in LUI. Totale. Una fede cieca. E quando concedo la mia fiducia fino a questo punto, non bisogna
prenderla alla leggera.

40
E, soprattutto, ero innamorata, attratta come da una calamita. Non ragionavo più, la mia fantasia, la mia
riflessione, tutto quanto era cancellato da quell'attrazione. Lui cercava l'amore con la stessa sete con cui lo
cercavo io. Lo bevevamo assieme.
Una festicciola a casa. Adoriamo le festicciole. Musica a tutto volume, orecchio incollato alle cuffie, si
esibiscono le copertine dei dischi per annunciare un rock o uno slow. Il ballo disinibisce, sentire il ritmo nei
piedi, nel corpo, abbandonarsi alle pulsioni fisiche che questo provoca. Ballare con LUI.
«Mi hanno detto che uscivi con un'altra ... »
«Ma no, tu sei l'unica, sei la sola. Sei il mio solo amore.»
Ha comunque l'aria di essere un po' sulla difensiva, mentre si esprime a segni, il corpo impacciato, il gesto
un tantino esitante. La risposta è lunga, ci ha messo un po' di tempo ad arrivare, come se prima si fosse
detto: «E adesso che cosa le racconto?».
Quando un amante sordo dice bugie, immagino lo si capisca altrettanto bene come in uno che ci sente.
Quel che si deve indovinare dall'intonazione della voce, dall'esitazione delle parole, lo si indovina nei gesti,
nella posizione del corpo, nello sguardo.
Personalmente, non sono molto brava a mentire. Ho già tentato con i miei genitori, non funziona. Troppo
schietto, il gabbiano., .
Troppo ingenuo, anche .. E da troppo tempo che gli credo, bisognerà che constati la menzogna con i miei
occhi per convincermi.
Da un'ora, non so più dov'è. Ho fatto il giro della casa; l'unico posto dove non ho guardato, è in bagno. Lui
è là dentro, e credo che non sia solo.
Sbircio da una finestrella della mia camera. Da là riesco a vedere tutto, come un gabbiano appollaiato in
cima all'albero di un veliero.
Questa volta, è tutto chiaro. Tempesto. di colpi l'uscio, con violenza. Lui apre, con un largo sorriso,
cercando di nascondere l'altra. Di nascondere la realtà. Cercando ancora di farmi credere che ama solo me.
Non lo sopporto. lo guardo sempre in faccia la realtà. Non mi nascondo dietro a nessuno, io.
Sento montare l'odio, il dolore trafiggermi il cuore, un nodo stringermi la gola. Vi sono momenti in cui si
vorrebbe poter urlare i segni che dicono tutto ciò. .
La testa e il cuore in subbuglio, scappo, esco a precipizio di casa, lasciando la banda di compagni a
divertirsi, ignari di ciò che succede. Corro, corro, il più lontano possibile da casa mia, non so più dove mi
trovo.
Sotto il portico di uno stabile sconosciuto. A piangere.
A lungo. Fino all'alba. Da sola.
Poi torna la quiete dopo la tempesta di lacrime che mi ha scossa. Torno a casa. In tutta calma, percorro i
marciapiedi. Il mare è calmo, il gabbiano rientra nel porto, silenziosamente.
Lui mi sta aspettando, sgomento per la mia sparizione, infelice, pieno di senso di colpa. Vuole scusarsi,
cancellare tutto quanto, baciarmi.
Ma è finita. Non l'amo più. Ma ho davvero amato LUI, o l'immagine che di lui mi ero fatta? Che cos'è la
fedeltà? Che cos'è la fiducia?
Ho appena diciassette anni. È da tempo che amo LUI.
Ho cominciato presto. Voglio riconoscere la sconfitta, il pugnale piantato nel cuore, ma non voglio fermarmi
lì. Dal momento che lui vuoI fare la vittima, cercare di farsi perdonare una cosiddetta follia passeggera,
aspetterò pazientemente di fargli assaggiare, anche a LUI, il veleno del tradimento. Non lo lascerò subito.
Voglio che si becchi anche lui la pugnalata al cuore.
L'odio deve far parte dell'amore. Volendo prendermi la rivincita, è la fine della storia quel che voglio. La mia
storia personale, non solo la sua. Con il mio inganno, la mia menzogna, il mio tradimento. Questo, voglio
offrirgli. Regalo d'addio.
L'occasione si presenta di lì a poco. Ed è solo "dopo" che lo invito ad ascoltarmi mentre gli dico chiaro e
tondo: «Ecco fatto. È finita, non ti amo più».
Quel giochetto di perversa tortura e di menzogna sicuramente imbarazzava più me che lui. Non so
neanche se abbia capito, se si sia accorto di qualcosa. Si rifiuta di credere che non l'amo più. Me lo fa
ripetere. Vuole che lo guardi negli occhi..
Sono fredda, risoluta a non permettere che quel difficile momento vada troppo per le lunghe. Lui cava di
tasca una lama di rasoio, per sottopormi al consueto ricatto. «Tu resti con me, o mi sgozzo».
Vuole che la SUA morte pesi sulla MIA coscienza. Non rifletto. Dico:
«È finita».
E lui lo fa! Senza battere ciglio, si apre la vena sotto i miei occhi.
Inorridita, mi metto le gambe in spalla. Tanta violenza, tanto sangue, morirà! È colpa mia. Morirà!
Rifugiatami a casa di amici, singhiozzo su di lui, su di me. Mi vedevo già accusata, davanti alla polizia, in
tribunale, condannata a non so quanto, in ogni caso all'eterno rimorso. Non potrò più vivere con questo peso

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sulla coscienza. L'ho creduto morto, infatti, poiché avevo visto con i miei occhi il sangue sgorgare dalla sua
vena. Dato che ero scappata lasciandolo là. Credo sempre a quel che vedo.
Povero gabbiano ingenuo. Se l'era cavata con una medicazione all'ospedale. Forse non sapeva che non ci
si può uccidere così facilmente in quel modo. E io neppure.
La mamma mi ha consolata, rassicurata, scagionata.
Anche se era accaduto il peggio, io non ne avevo colpa. La menzogna era lui. Il ricatto, la violenza contro
se stesso, erano lui. Non io. Non si può essere colpevole e vittima contemporaneamente. Ciascuno è
responsabile di se stesso.
Per quanto strano possa sembrare, l'amore vero che provavo per quel ragazzo è svanito in modo definitivo
il giorno in cui i miei genitori si sono separati. Quando mio padre se n'è andato da casa, la relazione con quel
ragazzo che amavo si è spenta.

L'immagine di mio padre, l'uomo simbolo della mia infanzia, si è involata lontano da me, dopo il divorzio.
Comunicazione temporaneamente interrotta. Amore sopito.
L'immagine dell'innamorato dei miei tredici anni s'invola nello stesso momento.
Comunicazione interrotta. Amore morto.
E per qualche tempo, molto tempo per me, mi ritrovo nei confronti dei ragazzi diffidente, dura, acida.
La fedeltà, ho compreso che non esiste. Fiducia non vuoI più dire la stessa cosa.
Me ne andrò a zonzo ancora per qualche tempo in cerca di altra fiducia, di altri veleni. A ubriacarmi di
musica e di alcol, di feste inutili, di tabacco.
Sino allo sfinimento.
Invischiato, il gabbiano. Contaminato.

18 Gabbiano testa vuota

Questa notte, all'alba, sono rientrata a casa di mio padre: è il suo turno di week-end.
Ieri, avevo ancora l'impressione di essere felice. Ballavo, ridevo, scherzavo. Cercavo di rimandare il più
possibile il momento di rincasare. Non ci sono più ragazzi nella mia vita, non c'è più l'amore per festeggiare.
Esco con le compagne, per evitare i tranelli delle bugie.
Ieri mio padre mi ha detto, al solito: «Sta' attenta, non fidarti. Non rincasare troppo tardi. Hai bisogno di
dormire».E via discorrendo. E io, tra me e me: «Parla, parla ... ».
È accaduto qualcosa questa notte. Stento a ricordarmene. Per via dell'alcol, tutto beccheggiava attorno a
me, non mi rendevo più conto di dove mi trovavo. Mi sono spinta un po' troppo in là, questa volta.
Ho un gran brutto risveglio. Del resto, da qualche tempo mi trovo brutta. Quando mi guardo allo specchio,
vedo occhi pesti, un colorito spento, una faccia da far paura. Mi dico: «Che brutta cera! Mia cara ragazza,
smettila di bere, cos'hai nella testa? Fai baldoria, bevi, e guarda come sei ridotta!».
Che brutta faccia, il gabbiano. Si trova molto fesso, il gabbiano.
E l'indomani ricomincia.
A casa, litigo con mia sorella. È cresciuta, Marie. L'ultima volta che abbiamo litigato, era per una
stupidaggine. Marie non rimette nulla in ordine. La sua roba è sparsa per tutta la stanza e ci dividiamo lo
stesso armadio.
«Sistema un po' la tua roba. Non lasciare in giro i tuoi vestiti.»
«Lasciami in pace.»
«Se non lo fai, mi arrabbio, non ti rivolgerò più la parola.»
«Non è colpa mia, se l'armadio è in camera tua!» «Proprio per questo! Sei in camera MIA, metti un po'
d'ordine!»
«Smettila di scocciarmi. Ho da fare.»
L'ho trascinata di forza nella stanza, perché mettesse in ordine. Urlava. lo non riuscivo a controllarmi. Ci
vogliamo bene e ci accapigliamo. Questa volta, non ha riso quando ho detto:
«Sei una rompiccatole!».
È come il "talame", "rompiccatole", è "tiffiti" da pronunciare. Ho qualche problema con le s e le se. Niente di
grave.
lo, il disordine ce l'ho nella testa, in questo momento. Sono "incasinata" solo sotto la zazzera, per il resto,
continuo a mettere tutto in ordine, come mettevo in ordine le bambole da piccola.
È vero che Marie è cresciuta. Prima, si sarebbe precipitata da mia madre a "far rapporto". Ci saremmo
tirate i capelli a vicenda, io mi sarei fatta maltrattare. Ora, mette il broncio, non dice niente alla mamma. Si
difende da sola. Come un'adulta. E quando mette il broncio, non mi parla più a segni.
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Corregge i miei errori di francese, è la prima della classe, in tutte le materie. Marie, la mia sorellina, ha
dieci anni e ha conquistato l'autonomia.
Andava tutto male!
Una notte, sono crollata di schianto nel corridoio, e ho svegliato mio padre e la mia matrigna. Papà ha
dovuto sollevarmi di peso, portarmi fino al mio letto. Stavo malissimo, come non lo sono stata mai.
Lui è seduto accanto a me, sul bordo del letto, nella luce del mattino. Il suo viso mi fa paura. Mi vergogno
che sia lì a contemplare il mio disastro, che abbia visto in che stato ero. Mi vergogno, ma sto talmente male,
ho male alla testa e sono a disagio.
Dico: «Ieri ho bevuto».
«Lo so. Non c'è bisogno di spiegazioni. Ho capito.» È preoccupato.
«L'alcol, si presume che metta allegria, stimoli il piacere del ballo, della festa. Tutta la banda beve.»
Spiego a mio padre che non c'è niente di male.
«E pericoloso. Molto pericoloso. Dannoso per il cervello. Uccide le cellule nervose, capisci? Guardami,
Emmanuelle. Perché lo fai? Non capisco.»
Neppure io. Credevo che fosse per far baldoria, mi faceva volare, planare, dimenticare. Ma dimenticare
cosa? Ho dimenticato persino che cosa volevo dimenticare. Impossibile spiegargli il male esistenziale, il male
di vivere. Forse ho voglia che si occupi di me, ci vediamo così poco. Forse ho voglia di provocarlo. Bisogno
di lui. Perché l'alcol, perché le sigarette l'una dopo l'altra, il ballo tutta notte, le risate fino all'alba, per crollare
come un sasso, abbrutita, e svegliarmi con quella faccia? Chi lo sa.
«Devi dirmi perché, Emmanuelle.»
Mio padre è molto filosofo, molto teorico. Molto psichiatra. Molto padre sorpreso dal gabbiano che ha
generato. Superato dal suo volo, disorientato. Gli piacerebbero risposte, tipo: «Il mondo mi fa paura, la vita
non mi piace». Magari anche: «Sono sorda, ho dei problemi».
Al ritorno da Washington, ha deciso di lavorare con i sordi. Non si stanca di spiegare che non esiste una
"psicologia del sordo", e che i sordi sono diversi l'uno dall'altro, come gli udenti. Semplicemente, usano una
lingua particolare. Molta gente ritiene che i sordi siano incapaci di stabilire contatti, rapporti normali con gli
altri. Mio padre si è battuto contro questa mentalità. I sordi sono uguali agli udenti, vi sono malati di mente tra
i sordi, come ve ne sono tra gli altri, non è una particolarità riservata a noi. I sordi vanno bene, grazie. Ma
forse papà ha un po' di paura che il mio comportamento attuale sia legato alla sordità. Che stenti ad
adattarmi al mondo, che sia per questo che mi rifugio nell'alcol e nelle fesserie. Non è vero. Non è così,
papà.
Non sono la sola a farlo. L'adolescenza è terribile per certi giovani. Sordi o udenti che siano. C'è chi naviga
a suo agio fra l sedici e l diciotto anni, senza problemi, e c'è chi sbaglia rotta, chi si avventa nella burrasca
come me, chi non ne esce vivo, e chi un giorno si aggrappa a una boa, per sollevare la testa dall'acqua.
Dipende da una tale quantità di parametri. Educazione, carattere, amore, ambiente. L'adolescenza è una
complicata alchimia. SI cerca la pietra filosofale, come se davvero esistesse.
Mio 'padre mi pone tutte le domande che può. Dove stanno i problemi? Dove stanno le frustrazioni? E
colpa della scuola? Sono innamorata? Perché bevo, perché io questo, perché io quello, perché tutto quanto?
E io, io ho soltanto una risposta per quella valanga di punti interrogativi:
«Non sto bene nei miei panni. Ho bisogno di te». Silenzio di tomba. Riflessione. Emozione. Turbamento.
Imbarazzo.
Visivamente, istintivamente, avverto tutto questo in lui. Ma non è una risposta.
«Domani ti porto da un medico. Voglio sapere se sei in buona salute.»
«D'accordo.»
D'accordo per quanto riguarda il medico. Ma continua a non essere una risposta.
Papà non può occuparsi di me. Non sa come fare. Oppure non vuole farlo. E ciò che penso crudelmente, lì
per li. Come una nuova ferita. Che ci metterà parecchio a rimarginarsi.
Il gabbiano, adolescente problematica. Hai bisogno di crescere ancora, senza il tuo papà, di inghiottire la
separazione dei tuoi genitori, di digerirla, e di farti il nido su un altra roccia.
Questo, una se lo dice in seguito.
A diciassette anni, si ha male al cuore e ci si sente a disagio, tutto qui.
Ci si trova brutte, una nullità. Con la testa vuota.
E si va dal medico con papà. A proposito, non so se da noi, in Francia, esistono medici sordi. Riesco a
leggere sulle labbra, so cavarmela per iscritto, ma se il dottore attacca a usare parole troppo complicate, a
citare dei medicinali, non capisco più niente.
Papà ascolta quel che dice il dottore. Mi traduce cose evidenti. Non c'è niente di buono in tutto questo
disordine. Ora, sto male per aver cercato di star bene nei miei panni. Sto male sul serio. Fisicamente e
moralmente. Fisicamente, mi sento uno straccio, ho persino dei lividi dappertutto a forza di cadere quando
ho bevuto. Moralmente, mi sento una completa nullità.

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Volevo oltrepassare i miei limiti, ecco fatto. Non volevo guardare in faccia la realtà, ci sono riuscita. Volevo
evadere dai miei problemi di sordità, dalla vita sociale, dalla vita a scuola. Risultato: tra i sedici e i diciassette
anni, cosa ho imparato?
È come un congegno a scatto, quell'ultima notte di follia. Di colpo mi dico: «Ne ho le scatole piene. Sono
stufa, stufa. Non ne posso più, non è più possibile. Non combino niente, non servo a niente. Dove vado?
Passo il tempo con quella banda a protestare, a contestare. Ci soffocano, ci scocciano, e noi si fa baldoria,
che bellezza». Che bellezza? In realtà, è sempre la stessa cosa, non succede niente, andiamo sempre nello
stesso posto, stiamo sempre insieme, le stesse facce, la stessa solfa. Che c'è di costruttivo, in tutto questo?
Scolare una bottiglia di whisky, annegarci dentro, uccello ubriaco, scombussolato, che cosa ne ricavi?
Gabbiano, hai davvero la testa vuota.
Hai bisogno di trovarti a tuo agio, di sentirti bene. Hai bisogno di provar piacere in qualcos'altro che non
siano le feste. Hai bisogno di essere indipendente, ti troverai qualche lavoretto, lavorerai per guadagnare un
po' di solidi. Le vacanze sono vicine, è la prima volta che partirai da sola. Rimettiti in carreggiata!

19 Sole, soli

Penso al futuro per la prima volta da molto tempo. A sette anni, quando ho imparato la lingua dei segni, mi
facevo un sacco di domande sull'avvenire. Che mestiere farò? Come vivrò? Che cosa posso imparare? Si
direbbe che mi stesse tornando la stessa consapevolezza. La stessa acqua fresca della curiosità, della
voglia, della scoperta del futuro. La parentesi adolescenziale, turbolenta e che altro, è chiusa.
Futuro? Ne parlo con mia madre. Quale strada scegliere? Quale direzione? Ho voglia di lavorare con i
sordi? Di frequentare soltanto sordi? Di andare all'università? Dopo, potrei educare gli altri, creare una
formazione bilingue. Però ho sempre amato l'arte e le attività creative. Come le si impara, quando si è sordi?
Forse non sono obbligata a iscrivermi all'università. Posso imparare a vivere in modo diverso, in un altro
luogo. Il teatro, per esempio. Ho sempre desiderato fare teatro. E entrato nella mia vita un po' per caso, da
quando ero piccolissima. A otto o nove anni, ho cominciato con un corso di recitazione, che è durato due
settimane. Recitavo il mercoledì e il sabato con altri tre bambini sordi. Ci facevano lavorare con certe
maschere da noi stessi fabbricate. Ralph Robbins, che dirigeva il corso, era venuto da New York per la
fondazione dell'IVT. Ci ha insegnato ad esprimerci con il corpo. Era importante, per noi. Da bambini,
avevamo soprattutto l'abitudine di osservare i volti; per liberarci da questa pecca, Ralph ci ha costretti a
indossare maschere bianche, neutre, prive di espressione. Ho capito che cosa si aspettava: che facessimo
recitare i nostri corpi per esprimerci. Era dura, ma appassionante. Ero entusiasta di poter comunicare anche
con il corpo.
La mia "carriera" teatrale è iniziata con lui, con una commediola intitolata Viaggio al termine del metrò. Era
la storia di una bambina che si era addormentata su una carrozza e dimenticava di scendere alla stazione. Al
capolinea, si smarriva nei corridoi, e incontrava un mago, un uomo con quattro braccia. Era un po' la mia
storia. Tutti i sabati, facevo un lungo tragitto di un'ora e mezza per recarmi a Vincennes, autobus, treno, poi
la metropolitana. Era lungo e faticoso per, una bambina di nove anni, e spesso mi addormentavo. E a partire
da questo punto, che con Ralph abbiamo scritto il seguito.
Quando Ralph è ripartito, ne ho provato dolore, sono stata inconsolabile per un bel po'. Volevo bene a quel
brav'uomo, grande e grosso, dolce, creativo, entusiasta. Ci ha insegnato una quantità di cose. Mi piaceva
soprattutto quel che ci insegnava su una scena. La mia passione.
Il teatro era come un sole che illuminava la mia vita, da bambina. Devo al teatro il mio nome nella lingua
dei segni, «Il sole che si sprigiona dal cuore». L'attrice sorda Chantal Liennel aveva scritto una poesia che
diceva: «Grazie, papà, grazie, mamma, per avermi regalato il sole che si sprigiona dal cuore».
Quanto ad Alfredo Corrado, a Vincennes si occupava soltanto del teatro per gli adulti. «Prendi la maturità,»
continuava a ripetere «poi vedremo di che cosa sei capace.»
Una volta, ho fatto una particina in televisione. Abbiamo girato alla fiera del Trono. Avevo nove anni. Ero al
settimo cielo. C'erano dei cani ammaestrati, bianchi, io dovevo pettinare la lunga chioma di una sirena e dirle
che era bella. Ce n'è voluto perché si lasciasse pettinare, la mia sirena. Dieci riprese, e ogni volta bisognava
ricominciare da capo! Alla decima ripresa è crollata, è corsa a piangere in camerino. Avevo una tale paura
che abbandonasse il set. Una tale paura di perdere la mia particina nella magia del cinema. Quando è
tornata, l'ho abbracciata. L'undicesima ripresa andava benone. Ero contenta!
Adoro il cinema. Credo di aver visto tutti i film di Chaplin. Charlot è il mio punto di riferimento. Risate ed
emozione. La prova che le parole non sono indispensabili, quando ci si sa esprimere con il corpo. La prova

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che il genio non si costruisce necessariamente con delle frasi. Charlot profeta. Il dittatore è una straordinaria
testimonianza. L'uomo che gioca con un pallone raffigurante il mondo, lo lancia, lo fa ruotare come una
trottola, lo riacchiappa, capovolge i poli, finché il pallone gli scoppia in faccia! Chaplin riesce a commuovere
tutti i pubblici, tutti i mondi. Sogno un altro Chaplin, per lanciarmi nell'avventura del cinema. Perché no?
Da noi, il cinema è fatto per gli udenti, a parte i sottotitoli in francese dei film americani. Ho voglia
d'integrarmi nel mondo degli udenti? Di vedere dell'altro?
Sì. Ho voglia, per cominciare, di vedere il mondo, di aprirmi un po' di più a quell'universo, di sbarazzarmi
della paura. L'ho detto. Ho un po' paura del mondo degli udenti. E ora di prenderlo di petto. Papà e mamma
dicono:
«Prendi la maturità, per prima cosa! Se lasci gli studi, che farai dopo? Prendi la maturità, prima!».
Questa volta, non dico: «Chiacchierate pure quanto volete». Non so che cosa farò dopo, ma «prenderò la
maturità, prima».
Gabbiano, ora ce l'hai, un'idea in testa.
Per preparare la maturità al corso Morvan ci metterò tre anni, diciassette, diciotto, diciannove.
Detto e fatto, ho diciassette anni, e lavoro. Mi caverò il cervello, ma passerò quell'esame. Il ritorno a scuola
sarà una cosa seria. Quanto all'indipendenza che pretendo, tocca a me cominciare a prepararla. Altrimenti,
da dove verrebbe?
Ma sole estivo, in primo luogo. Ho bisogno di rimettermi in salute. Trovo dei lavoretti, faccio la baby-sitter
come tutte le ragazzine. Accudire bambini, mi fa star bene. Mi riporta alla mia infanzia. Quando mia madre
mi diceva:

«Non sbattere le porte! Solo perché sei sorda non è il caso di far baccano».
I bambini sordi fanno baccano. Penso ai vicini del piano di sotto. Dico, come mia madre:
«Non pestare i piedi sul pavimento, non lanciare il pallone contro il muro, non saltare in questo modo ... ».
Primo lavoro: due sorelle. L'una è sorda, l'altra ci sente. Come Marie e me. Ma, al contrario di noi, quella
che ci sente è la maggiore; ha nove anni, l'altra sei. Parliamo nella lingua dei segni.
Il loro linguaggio è infantile, diverso da quello degli adulti, adorabile. Ho voglia di mangiarle, tanto sono
carine, con quelle manine che danzano. I segni sono precisi, forse più delle parole pronunciate da un
bambino udente.
Ripenso a me alla loro età. Sono fortunate a poter eseguire in così tenera età segni tanto perfetti, tanto
aggraziati, mentre io ho cominciato tardi. Il loro spirito si desta, fanno un sacco di domande.
«È una brutta cosa essere sorde?» «No di sicuro.»
«Perché i medici dicono che dobbiamo curarci? Significa che moriremo?»
«Macché! Adesso ti spiego ... »
Racconto loro le storie di Tintin, traduco i fumetti, i dialoghi, recito la parte del capitano Haddock e Tintin
nel Tibet.
Secondo lavoro: maschietti, questa volta. Sette e quattro anni. E dura, con i maschi. Non smettono un attimo
di muoversi. Il più piccolo è infernale. Faccio davvero fatica a calmarli. E loro fanno davvero baccano. Che
gridino, che sbattano le porte, non è cosa che mi riguardi, però mi preoccupo per gli udenti del piano di sotto.
«Basta! Non ci siete solo voi!»>
Decisamente, divento grande, parlo come mia madre. Ma loro se ne infischiano altamente.
«Chi se ne frega, siamo sordi!» «Sì, ma gli altri ci sentono!»
«Preferirei abitare in un condominio di sordi, così staremmo tranquilli!»
Il ragazzino mi fa ridere. Ora rido di cose vere, vive, costruttive. Rido delle piccole felicità, del sorriso degli
altri, dell'estate che mi concede una tregua. Un'idea di futuro.
Guadagno un po' di soldi con i miei monelli che sbattono le porte, e li metto da parte per le vacanze.
Un lavoretto da nonno "labo". Henri Laborit, il mio nonno paterno, è un signore che incute rispetto. So due
o tre cose di lui. Lavora così tanto, che ci siamo incrociati solo di rado. Un giorno si è appassionato a una
molecola dal nome per me impronunciabile (la clorpromazina!). Grazie a lui, la piccola molecola è diventata
grande; è servita alla formulazione del primo tranquillante al mondo, dopo di che ha generato dei figli.
Il nonno è un ricercatore-esploratore del mondo della vita. Per anni, è passato da una molecola all'altra,
lavorando a nuovi farmaci, per l'anestesia, la cardiologia, la psichiatria, e via discorrendo. Ha studiato il
comportamento umano, ha scritto "tonnellate" di libri. Mi hanno detto che, da piccolo, rinchiudeva delle
cavallette in una scatola da scarpe, per osservarle. Credo che avesse appena cinque anni! Un superdotato.
Ha iniziato la carriera come chirurgo della marina (amano il mare, i Laborit), per virare poi decisamente in
direzione della ricerca biologica. Ha fatto tante cose importanti! Ha persino avuto a che fare con il cinema!
Alain Resnais ha ricavato un film, Mon oncle d'Amérique, dal suo libro più famoso, La Nouvelle Grille. Un
nonno scienziato.
Una volta, quando ero piccola, mi ha portata sulla sua barca. Un nonno marinaio, un bel ricordo di sole e di
mare.
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Lavora di frequente con i topi. Uno strano ambiente, da nonno labo ...
Sbrigo le faccende: pulire i tavoli piastrellati che servono per gli esperimenti, spazzare gli escrementi dei
topi; lavare le provette, sistemarle nello sterilizzatore. Un paio d'ore al giorno, tutti i giorni esclusa la
domenica, mi ingegno a mettere un po' d'ordine nel piccolo disordine della grande ricerca del nonno.
L'alchimista della scoperta.
Guadagno un altro po' di soldi per le vacanze. A Parigi, luglio volge al termine. Il sole d'agosto mi attende a
Ibiza.
La spiaggia. Il mare. Il sole. Amo tanto il sole. Il sole di ogni luogo, di tutti i Paesi, del Marocco, di Spagna,
di Grecia e d'Italia. Un giorno, andrò a vedere tutti i soli del mondo.
L'acqua e il sole sul corpo per tutta la giornata. L'innocenza, la voluttà delle onde. La festa della luce, di
giorno. La festa, di sera, quando la notte si fa dolce, ventosa tra i capelli, profumata, vibrante sulla pelle
dorata.
Mi piaccio un po' di più.
Incontro casualmente dei sordi. Italiani, spagnoli, si chiacchiera, imparo il loro "accento", i loro segni, e loro
imparano i miei.
La più completa indipendenza, con la mia migliore amica.
Ibiza meraviglia. Si discute di tutto. Mi sono rimessa a leggere. Leggo molto. Ci sono anche altri piaceri. E
in primo luogo quello della vera indipendenza: avere un portamonete, un bilancio, denaro che si è
guadagnato, e fare attenzione a come lo si spende. Non si deve render conto a nessuno, solo a se stesse.
Quali che siano i conti.
Sto meglio. Sto bene. Di bene in meglio. Mi sento responsabile, libera, nessuno mi dà ordini. Sono io con
me stessa.
E non faccio sciocchezze.
La mamma ha telefonato. È riuscita a raggiungermi sotto il mio sole, per annunciarmi un altro sole: Ariane
Mnouchkine gira un film. E ha bisogno di comparse.
Devo prendere la nave e il treno in fretta e furia, per presentarmi al teatro di posa: l'Assemblea nazionale.
Ho una tale paura di non avere abbastanza soldi per il viaggio di ritorno, che le chiedo di spedirmene un
po'. In realtà, all'arrivo mi accorgo che non ce n'era bisogno, ho controllato a dovere il mio primo bilancio da
indipendente!
Ariane ha scelto le comparse per il suo film tra gli attori del Théatre du Soleil; è il pianeta terra in miniatura.
Vi sono cinesi, indiani, neri ed ebrei, arabi, handicappati, ciechi, nani, sordi. Un caleidoscopio, un mazzo di
fiori diversi, per assistere nel film alla dichiarazione dei diritti dell'uomo. E la mia scena. Sono un fiore tra gli
altri, rimescolato dalla vita nel raggio di sole di una cinepresa.
La mia parte è durata trenta secondi. Ascoltavo l'esposizione dei diritti dell'uomo, un interprete traduceva, e
i sordi attorno a me dicevano: «Straordinario, siamo tutti uguali, abbiamo finalmente dei diritti». Ero una di
loro.
Ariane Mnouchkine trasuda autorevolezza e precisione. Efficiente, volitiva e sensibile, tiene d'occhio tutto,
sorveglia tutto. Nel linguaggio dei segni noi la chiamiamo: «La donna con le braccia sulle gambe».
Tra gli attori da lei diretti, ho fatto la conoscenza di un armeno, Simon. Non usa né la parola, né la lingua
dei segni, eppure non ha la minima difficoltà a comunicare con i sordi. Quell'uomo ha un talento straordinario
per parlare con le mani. Una formidabile capacità di esternazione.
Lui e tutte quelle persone mi infondono il piacere di spingermi oltre. Di procedere sulla strada del teatro.
In seguito, ho partecipato alla festa dello Sguardo, che riunisce sordi e udenti per brevi creazioni della
durata di circa cinque minuti. Uno dei temi per una di quelle feste era Bianco e Nero. Ho chiesto a mio zio di
scrivere qualcosa sul giorno e la notte. Eravamo in due, la mia amica d'infanzia Claire e io. lo facevo la notte,
lei il giorno. Avevamo tradotto il dialogo nella lingua dei segni, improvvisando un tantino.
CLAIRE DÌ GIORNO: Buongiorno, signora!
EMMANUELLE DÌ NOTTE: Perché buongiorno? Sa bene che io sono la notte! Messer giorno, lei si burla di
me!
Un'altra volta, sempre con Claire, eravamo le due mani. Claire una mano, io l'altra. Le due mani litigavano.
Fingevamo di azzuffarci, di separarci, di ritrovarci. Le mani che lavorano, quelle che oziano. Le mani
dominanti e dominate.
Il tema seguente era libero. Eravamo parecchie adolescenti vestite di bianco, nella luce degli ultravioletti.
La trama era molto visiva: un bambino si addormenta a scuola, e sogna. Si faceva ricorso agli effetti speciali:
si vedeva la testa che si separava dal corpo, le braccia, le gambe andarsene. Il sogno si tramutava in un
incubo, un po' agitato, la testa dava !'impressione di andarsene a spasso per conto suo, il corpo decapitato
da un'altra parte. Era bellissimo. Il pubblico ha applaudito. Lo avverto perfettamente. Lo vedo, avverto le
vibrazioni, l'intensità, ogni pubblico ha un suo ritmo particolare.
Amo il teatro, amo il palcoscenico, amo gli applausi.
Ma ... Prendi la maturità, prima.
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20 Aids uguale sole

Ne muoiono, come altri, per carenza d'informazione. Prima, durante la mia "Gioventù" folle, non ci pensavo
per niente. Avrei potuto imbattermi in un sieropositivo e farmi contagiare senza saperlo. Per fortuna, nella
mia banda di compagni di baldoria, fumavamo di tanto in tanto qualche "spinello"; ma niente siringhe, niente
eroina. Ciò non toglie che non fossimo minimamente informati, d'altronde ce ne infischiavamo altamente. A
diciassette anni, ne prendo coscienza.
Le campagne d'informazione sull'Aids sono fatte da udenti a beneficio degli udenti. Niente sottotitoli negli
spot televisivi. Niente sottotitoli nelle trasmissioni di argomento medico. Che non ci siano sottotitoli negli
spettacoli televisivi non mi fa né caldo né freddo; che la televisione si preoccupi più dell'audience che
dell'informazione di cui dev' essere la principale responsabile invece mi scandalizza. L'Aids uccide i sordi,
per carenza d'informazione. lo la definisco omissione di assistenza a persone in pericolo di morte.
Tutto concorre a tale tragica disinformazione. La cosa va dal medico, che non conosce il linguaggio dei
segni, ai genitori che non sanno educare i figli, ai giornali che i sordi leggono di rado, agli ospedali nei quali ci
si preoccupa unicamente di informare gli udenti.
Fino alla sigla scelta per tradurre in immagine il virus HIV. Un udente sorriderà, se gli si dice che Aids è
uguale a sole. Eppure ... certi sordi, non si tratta della maggioranza, per fortuna, credono che il sole sia
responsabile della trasmissione del virus. Semplicemente perché il virus HIV viene spesso rappresentato
come un piccolo tondo arancione contornato di aculei, che potrebbe essere il simbolo del sole. Sono quegli
aculei arancioni, che certi disegnatori dell'informazione per udenti hanno trovato spettacolari, a creare la
confusione.
Aids uguale sole, uguale pericolo! Tanto che l'unica precauzione presa dai sordi convinti di ciò, è quella di
non esporsi al sole! Fuggono impauriti dal simbolo della vita sulla Terra per non rischiare la morte.
Altro esempio che conosco: un sordo, cui un medico ha annunciato che al test risultava sieropositivo. Per
rassicurarlo, il medico gli ha spiegato che sieropositività non significa Aids e che le sue condizioni non
richiedevano alcuna precauzione particolare; sottinteso: niente malattia, quindi niente farmaci ... Vita
normale. Il sordo sieropositivo esce dallo studio del medico con un'idea in testa completamente distorta. Con
tutta probabilità ha propagato il virus senza sapere quel che faceva. Ecco l'errore imperdonabile.
Un amico, Bruno Moncelle, mi ha proposto di far parte di un gruppo di volontari, fondato nel 1989,
nell'ambito dell'associazione AIDES. Con altri amici sordi, ho seguito un corso di formazione per conoscere
meglio la malattia e riflettere con loro sul modo migliore di diffondere l'informazione nella nostra comunità.
Non basta recare conforto affettivo ai malati. È di estrema urgenza la prevenzione. Trovare nella lingua dei
segni un codice sufficientemente chiaro affinché le modalità di trasmissione del virus siano comprese da tutti.
Organizzare riunioni presso i centri educativi per spiegare le modalità di trasmissione.
Con Bruno Moncelle, ho udito, in occasione di certe riunioni a scopo informativo alle quali partecipavo,
risposte incredibili. Bruno domandava:
«Qualcuno sa dirmi come ci si contagia di Aids?». Risposte:
«Quando ci si bacia?».
«Quando si hanno delle chiazze sul viso ... »
«Quando si hanno dei foruncoli.» «Non ci si deve baciare.»
«Non lo so.»
«Per me, l'Aids non è un problema. Non ce l'ho.»
Bruno spiega che bisogna stare molto attenti, in quanto non esistono segni di riconoscimento visivi, non c'è
alcun modo di "vedere" la malattia su un volto. Per i sordi, l'assenza totale di segni di riconoscimento visivi è
una sorta di cecità. Un muro che impedisce la comprensione. Se qualcuno dimagrisce, magari è perché non
mangia abbastanza, tutto qui; se ha delle chiazze sul viso, è perché ha preso troppo sole, tutto qui. È
assolutamente necessario far loro comprendere l'aspetto subdolo del virus in incubazione. L'assenza di
sintomi visibili.
Bruno spiega che la malattia si manifesta in seguito, dopo l'arrivo del virus nel corpo, perché il virus resta in
incubazione nel corpo, a lungo, poi un giorno si sveglia. Fa l'esempio dell'uovo: per molto tempo non si vede
nulla di ciò che vi è in un uovo, e tuttavia al suo interno c'è un pulcino in incubazione. L'uovo viene covato, e
un giorno il pulcino nasce.
Ma il virus non è un grazioso pulcino, è un vampiro. Che divorerà il corpo dall'interno.
Un'immagine ha particolarmente colpito i giovani, quella del grande giocatore di basket americano, Magic
Johnson, che ha avuto il coraggio di annunciare pubblicamente la propria sieropositività. Il messaggio è

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andato a segno, soprattutto presso i ragazzi sordi, che seguono assiduamente lo sport alla televisione. Uno
dei ragazzi vuoI sapere se quel cestista che ha visto in perfetta forma non potrà più giocare.
Riprendo il discorso di Bruno per spiegargli che il virus resta in incubazione, come il pulcino nell'uovo. Il
giocatore di basket non è malato, ma il giorno in cui il mostruoso pulcino si manifesterà nel suo corpo, lo
invaderà, e per lui sarà la fine, non potrà più giocare, si ammalerà gravemente.
Poi, Bruno procede alla distribuzione dei preservativi. A tale proposito, l'informazione è semplice: fare
l'amore con il preservativo, niente Aids; senza preservativo, Aids.
Nella sezione dell'AIDES riservata ai sordi, abbiamo inventato un simbolo particolare per designare il virus.
La mano destra, pollice e indice incurvati formano un cerchio, le altre dita in aria, divaricate, stanno per gli
aculei. La mano sinistra si pone al di sotto, aperta a coppa. Dal nostro lavoro è nata una videocassetta
informativa; attende ancora di essere distribuita e mostrata al pubblico!
È una battaglia che giudico oltremodo importante per la mia comunità. Dal!' età di diciassette anni,
partecipo ogni volta che me lo chiedono ai programmi d'informazione sull'Aids. Abbiamo ancora da lavorare
per affrontare le diverse modalità di trasmissione del virus. Ma lo sforzo che pretendiamo dai pubblici poteri è
quello di andare nelle scuole, di costituire gruppi, di organizzare conferenze per i sordi. L'intelligenza e il
coraggio, la dedizione di Bruno Moncelle meriterebbero di essere non solo incoraggiati, ma anche AIUTATI.
Mi ripeto: esistono tre milioni e mezzo di sordi, che non solo sono chiamati a votare come tutti i cittadini,
ma anche a fare l'amore e a mettere al mondo figli, come tutti gli altri cittadini; hanno il diritto di essere
informati, proprio come tutti gli altri.
Aids SOLE, è davvero troppo bello per un vampiro assassino della notte.

21 Perdo le Staffe

L'istruzione dei sordi, in Francia, si ferma alla maturità. Al corso Morvan, la prepariamo in tre anni. Qualche
sordo arriva fino all'università. Una delle mie amiche l'ha frequentata. È durissima, il lavoro si moltiplica per
dieci. La mia amica si appoggia a qualcuno che prende appunti, il suo vicino udente, poi ne ricava delle
fotocopie. Quando la persona che prende gli appunti non è un compagno, bisogna cavarsela in altro modo.
Un suo compagno ne ha fatto una professione; ora, funge da ripetitore per gli studenti sordi.
Una volta a casa, la mia amica studia. Ma quegli appunti sono stati presi da qualcun altro, e lei non ha la
minima possibilità di rifarsi, come gli altri, a ciò che avrebbe "udito" direttamente e deciso di non annotare.
Inoltre, dopo la lezione, non ha potuto, come certi udenti, chiedere al professore una precisazione su questo
o quell'argomento. Se qualcosa le sfugge, tocca a lei sbrigarsela, poi. Una perdita di tempo.
Altro metodo: registrare la lezione con il magnetofono. Poi, i suoi genitori, il padre o la madre, che ci
sentono, trascrivono il nastro. Tutto ciò richiede un mucchio di tempo, prima che lei possa lavorare in modo
efficiente. Up giorno mi ha detto:
«E un inferno, è una vera follia, lavoro il doppio. Certi miei compagni sono riusciti a superare l'esame di
diploma, o a prendere la laurea, ma sono casi eccezionali».
La mia amica è affetta da sordità totale, come me. Ha imparato la lingua dei segni, da non molto tempo,
non così i suoi genitori; perciò non può sperare in un aiuto da parte loro.
Ha comunque preso la maturità, frequentando un corso preparatorio di biologia e matematica speciali e ha
ripetuto il primo anno. Stando a quanto ho saputo ultimamente, si iscriverà al terzo anno.
Si ripete sempre un anno quando si è sordi. Impossibile fare altrimenti, assimilando solo il cinquanta per
cento del contenuto di un corso, leggendo solo sulle labbra.
Perdo le staffe.
Una compagna del corso Morvan ha abbandonato gli studi in seconda per seguire i suoi genitori in
provincia. Quando frequentavamo la stessa classe, mi diceva spesso: «Tua madre parla la lingua dei segni,
è fantastico, straordinario» .
Avrebbe tanto voluto che i suoi genitori l'imparassero. Quando andavo a passare la serata da lei, si cenava
con-i suoi. Chiaramente, non avevo intenzione di tacere per tutta la sera; la prima volta, quindi, mi sono
espressa a segni con lei. Subito, i genitori mi hanno fermata:
«No, devi esprimerti oralmente».
«Ma sto parlando con lei. Non ho intenzione di rivolgermi oralmente a una sorda!»
Lo trovavo talmente artificioso, talmente stupido! Esprimermi oralmente con loro, d'accordo, dal momento
che non conoscono la mia lingua. Ma con la mia compagna? «Scusatemi, ma mi sembra ridicolo usare il
linguaggio orale con lei!»

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«Parla, altrimenti non comprendiamo ciò che dici!» Non solo le impedivano di esprimersi in modo naturale
con me, ma, come se non bastasse, volevano capire tutto quello che ci dicevamo! Ma dove sta la libertà in
questa storia?
La mia compagna si è ribellata. In seguito mi ha spiegato che i suoi rapporti con i genitori erano pazzeschi.
Litigi mostruosi. Le capitava di esplodere e di scaraventare a terra i mobili, tale era il bisogno che aveva di
scaricarsi fisicamente. Suo padre era violento. L'atmosfera era perennemente aggressiva, conflittuale.
Trovavo allucinante un comportamento del genere. Non riuscivo a immaginare un tale rapporto con mia
madre o mio padre.
Alla fine, non potevo più sopportare !'idea di andare da lei, ed era lei a venire a casa mia, per poter
discutere liberamente. Tuttavia, si imponeva di esprimersi oralmente con mia madre, sebbene la mamma
conoscesse la LSF.
La sera, ci sfogavamo per ore a chiacchierare in camera mia. Mi raccontava la sua vita, io le raccontavo la
mia. Ne traeva sollievo.
I suoi genitori si sono fatti, di lei, un'immagine negativa. La considerano come una handicappata, una
malata. La loro figlia non sarà mai "normale", a meno di nascondere la sordità e di costringerla a parlare.
Ritengono, come molti, che se la figlia ricorre alla lingua dei segni, non parlerà mai. Ora, le due cose non
sono collegate tra loro. All'età di sette anni, io parlavo, ma dicevo una cosa qualsiasi. Con i segni, ho
cominciato a parlare molto meglio. Il francese orale non era più un obbligo, quindi, psicologicamente, era già
più facile accettarlo. Poi ho avuto accesso a informazioni Importanti i concetti, la riflessione; la scrittura è
diventata più semplice, la lettura anche. Ho fatto tali progressi, che è un'assoluta ingiustizia defraudarne un
bambino. Non si deve credere che sia necessario che il bambino parli per saper leggere e scrivere.
Personalmente, quando leggo un romanzo, associo istintivamente il segno corrispondente alla parola che
leggo. Dopo di che, la leggo più facilmente sulle labbra di chi la pronuncia. La mia memoria Visiva associa
perfettamente persino l'ortografia francese. Una .parola e un'immagine, un simbolo. Quando mi hanno
insegnato "ieri" e "domani" nella lingua dei segni, quando ne ho afferrato il significato, sono stata in grado di
esprimerlo oralmente con più facilità, di scriverlo con più facilità.
Una parola scritta ha l'aspetto di una parola, come un cIown ha l'aspetto di un cIown, la mamma l'aspetto
della mamma, mia sorella l'aspetto di mia sorella! So riconoscere l'aspetto di una parola! E disegnarla nello
Spazio! E scriverla! E dirla. Ed essere bilingue.
Perdo le staffe. Ma per la mia amica, è importante. Non vorrei proprio essere nei suoi panni. I suoi genitori
nutrono per lei un affetto egoista. La vogliono a loro immagine e somiglianza. I miei hanno accettato in modo
meraviglioso la mia diversità. La dividono con me. Lei, invece, non può condividere nulla d'importante con
sua madre. Come dirle ciò che prova nel suo intimo, tutti i suoi problemi di bambina, di ragazza, le sue storie
d'amore, le sue delusioni, le sue gioie?
La comunicazione resta superficiale, con le parole che impiega. E del tutto logico, in tali condizioni, che
s'intenda a fatica con i suoi genitori. Non sanno nulla di lei, o quasi, e lei non sa nulla di loro. È così sola!
E c'è di peggio. La storia incredibile di un'amica che è vissuta in un ambiente familiare di cui stento a
credere all'esistenza. Sylvie, fino all'età di quindici anni, è vissuta nella convinzione di essere l'unica sorda al
mondo. L'UNICA. Non si trattava di semplice immaginazione, era la realtà. I suoi genitori le avevano
semplicemente dichiarato che era l'unica rappresentante della razza dei "duri d'orecchio". L'eccezione
mostruosa. Il fenomeno da baraccone, perché no? E lei cresceva nell'ignoranza, nella solitudine di una
diversità unica nel suo genere. Sforzandosi disperatamente di parlare come il papà, come la mamma, come i
compagni della scuola per udenti. Portava da sola il peso della sua "maledizione".
Da piccola, quando mi hanno detto che ero sorda, immaginavo di avere il nervo acustico marcio. Lo
vedevo così, come in un'illustrazione. Subito i miei genitori mi hanno detto:
«Ma no, non è marcio, il nervo esiste, è come il nostro, però non funziona».
È questa l'immagine della sordità che ho conservato dopo d'allora; il mio nervo non funziona. Grazie. È la
verità, e per di più, è semplice.
Ma per Sylvie. Neppure un'immagine. Nulla. Dal momento che non c'è la verità.
Ma poiché la verità finisce sempre con il venire a galla, uno dei suoi compagni di classe ha tradito il segreto
di famiglia. Ha fatto capire a Sylvie che esistevano, eccome, altri sordi, che lui stesso ne aveva incontrati
personalmente alla stazione della metropolitana. Sylvie non voleva crederci. Per lei era escluso che si
potesse mettere in discussione la sacrosanta parola dei suoi onnipotenti genitori. Nutriva per loro una
devozione assoluta. Necessariamente, «l'unica anormale esistente al mondo» si sentiva in colpa per il fatto
di esistere e contemporaneamente. fortunata di esistere grazie a loro. Ma questa faccenda la tormentava.
Aveva bisogno di sapere, di cancellare l'incertezza. Ha scommesso con il suo compagno udente a patto di
verificare di persona, sicura che i suoi genitori fossero nel giusto.
Un venerdì, dopo la scuola, scendono tutti e due nella metropolitana. Alla vigilia del week-end, la stazione
pullula letteralmente di ragazzi sordi. Tutte le nazionalità sono rappresentate, e tutti gesticolano e discutono
animatamente.
49
Sylvie guardava quel branco che intasava o quasi la stazione. Che facevano? Perché tutti quei gesti? Che
cosa voleva dire? Ha finito con il rendersi conto che erano tutti sordi. Tutti. Quegli uomini, quelle donne, quei
ragazzi, tutti sordi. Lo shock è stato tale, così violento, che si è messa a vomitare, scossa sino in fondo alle
viscere, il cervello scombussolato. Tanti sordi, a decine, a centinaia? Non riusciva ad accettarlo. Non poteva
ammettere quel che scopriva a quindici anni.
Rincasando, è scoppiato il dramma. I suoi genitori sono stati vittime del loro silenzio colpevole,
inaccettabile. Sylvie si è scatenata. Rabbia, umiliazione, furore, come avevano potuto, i suoi genitori,
rinnegarla sino a quel punto? La risposta dei genitori: «Era per il tuo bene».
Era, signor mio, signora mia, per tenerla lontana da quelli che le somigliano. Perché i vicini non sapessero.
Perché vostra figlia, signor mio, signora mia, si accanisse a parlare, a somigliare a voi, non a se stessa.
Soprattutto, non a se stessa!
Sylvie ha preteso dai genitori di cambiare scuola per frequentare altri sordi. Si è consacrata allo studio
della lingua dei segni con molto coraggio, poco alla volta, con molte difficoltà, ma anche molta convinzione,
ha saputo integrarsi in un mondo in cui rimaneva comunque emarginata, per un verso come per l'altro. Poi,
con il passare degli anni, il suo comportamento è mutato. La lingua dei segni le ha consentito di sbocciare, di
essere felice. Mi ha detto di aver perdonato i suoi genitori. Voglio molto bene a Sylvie, per il suo coraggio.
Per ciò che ha vissuto e superato.
Quindici anni di bugie I E una cosa che mi fa perdere le staffe.
È come in politica. Quando trasmettono un comizio alla televisione, non è mai sottotitolato, se si esclude
qualche discorso di François Mitterrand; eppure noialtri sordi siamo tre milioni e mezzo e, che io sappia, non
ci hanno ancora negato il diritto di voto! Ci sono i giornali, naturalmente, però ciò che dice un uomo politico in
un dato momento, l'espressione del suo viso, il modo in cui lo dice, le parole che usa, anche questo conta.
Un giorno, presso un circolo di motociclisti sordi, ho avuto la sorpresa di sentir fare dei discorsi razzisti!
L'unico uomo politico che per loro risulti quasi comprensibile alla lettura delle labbra era un signore di cui non
ho neanche voglia di scrivere il nome. Proprio per niente.
Ho inteso quei giovani sordi dirmi:
«Abbiamo votato per lui perché usa parole semplici, è facile leggere dalle sue labbra. Articola bene le
parole. Gli altri, non si capisce niente quando parlano».
«La Francia ai francesi» si legge bene sulle labbra! Ma tutto ciò che la frase nasconde, il razzismo,
l'emarginazione, tutti i pericoli che ne possono dedurre gli udenti, sono nulla per quei giovani sordi. Chi si è
presentato alla televisione con i sottotitoli per dir loro:
«Ecco che cosa dice quel tizio, tutte cose che non sono umanamente tollerabili»? Che poi abbiano una
possibilità di scelta, riguarda solo loro, ma quel che mi manda in bestia, è che non ce l'hanno!
Sono talmente scioccata dal fatto che quei poveri ragazzi votino basandosi semplicemente su ciò che
riescono a leggere sulle labbra di quell'uomo! O non votino, perché non hanno capito niente del movimento
delle labbra degli altri! Ho detto loro:
«Un giorno, nella storia, un altro uomo, il quale articolava talmente bene le parole che ne urlava ogni
sillaba, ha appiccicato una stella gialla sugli ebrei, un triangolo rosa sugli omosessuali e un triangolo azzurro
sugli handicappati. Tra loro, c'erano dei sordi. Stelle e triangoli sono stati sterminati, ciascuno per il suo
colore. Quell'uomo ha sterilizzato i sordi per impedire che mettessero al mondo figli».
Occorre che gli uomini politici facciano uno sforzo, al di fuori dei sottotitoli istituzionali che accompagnano il
discorso natalizio del presidente della Repubblica. A Natale non si vota!
Perdo le staffe.
Una volta, abbiamo incontrato per un colloquio l'ex ministro per gli handicappati e invalidi, lui pure costretto
su una sedia a rotelle. Un uomo gentile, ma:
Primo, ignorava totalmente che cosa rappresentasse il mondo dei sordi.
Secondo, si è ostinato a dire:
«Per prima cosa dovete parlare, per potervi integrare nel mondo degli udenti».
Come l'intendeva, il termine integrazione? Dov'erano le scuole di cui gli dicevamo di aver bisogno per
progredire nelle nostre due lingue? Dov' erano i pensionati per i giovani sordi? I centri d'informazione Aids
per tutti i sordi? Che fine avevano fatto tutte le nostre rivendicazioni?
L'ex ministro non sapeva far altro che ripetere: «Parlate, e vi integrerete!».
Alla fine, un sordo si è alzato, furente, e gli ha risposto: «Se io devo parlare, allora tu alzati e cammina!».
Era una cattiveria? Sicuramente. Ma era anche umorismo nero. Aiuta, a volte.
Gli uomini politici mi fanno cadere le braccia. Il violino. Ho già detto che non percepivo alcuna vibrazione del
violino. Troppo alto. Troppo complicato. Troppo sinuoso. Impossibile immaginarIa come musica.
Ho bisogno di avere i piedi ben piantati per terra, per sentire una musica realistica. Perdo le staffe.

22 Silenzio della maturanda


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Se avessi un professore di francese in grado di esprimersi a segni come mia madre (sia pure con gli errori
che ancora commette e che mi fanno ridere), avrei meno paura dell' esame di maturità. Leggo sulle labbra.
Occorre che riesca a dedurre da ciò che vedo sulle labbra UNA parola, poi una seconda parola, sino a
costruire UNA frase. Complessivamente, avrò passato dieci anni al corso Morvan. E una scuola privata,
oralista, ma gli sono grata per l'insegnamento che vi ho ricevuto.
Passo il tempo immersa nei dizionari e nei libri. Per trovare il significato preciso di una frase che ho colto
sulle labbra di un professore. Seguo assiduamente le lezioni. Sgobbo a volte fino alle due o alle tre del
mattino, come una pazza. Il bilinguismo mi è di enorme aiuto. L'ortografia, non c'è male. Mi ricordo molto
bene, visivamente, di un errore. La costruzione delle frasi, invece, i "benché", gli "affinché" ... è complicato.
Non abbiamo la stessa grammatica, nella lingua dei segni. E voglio sempre ottenere una frase ben costruita,
in francese, avere un bello stile. Perché lo vorrei accademico. Impeccabile.
Mia sorella, che su questo piano mi batte di molte lunghezze, alla quale ho insegnato, e ne sono fiera, a
esprimersi perfettamente nel linguaggio dei segni, ora mi corregge i testi in francese. Marie dice:
«Che ci sta a fare questo "perché". Perché ce l'hai messo? Hai messo troppi chi e che, e al posto
sbagliato».
Leggo un mucchio di giornali, leggo libri fino ad annebbiarmi la vista. Ho la testa infarcita di una tale quantità
di cose, che in certi momenti devo avere l'aria completamente inebetita.
Rientra nel mio carattere superarmi, andare fino in fondo alle cose che intraprendo. Quando decido di
conseguire un obiettivo, non mollo. Nulla, o quasi nulla, mi ferma. Gabbiano testardo. Gabbiano ostinato,
stanco.
1991, anno della maturità per Emmanuelle Laborit.
Primo tentativo.
Ho diciannove anni. Sono spaventata. Morta di paura. Ho una tale voglia di riuscire, ho lavorato tanto, di
notte, di giorno, e ho una tale tremarella, che il giorno dell'esame, tutte le risorse mi abbandonano. Faccio
fiasco.
È dura una bocciatura, così, e così stupida per di più. E stata la tremarella a tradirmi.
Il gabbiano è scoraggiato. Ho davvero voglia di piantare tutto quanto.
In fondo, ho davvero bisogno della maturità? E se lasciassi perdere? Mamma e papà dicono:
«No. Non farlo. Tieni duro. Ricomincia. Se lasci perdere, non avrai più molta scelta per il futuro. Forza,
dacci dentro».
Ricomincio. Prendi la maturità, per prima cosa.
Per non perdermi completamente di coraggio, per aggrapparmi a quel «Prendi la maturità, per prima
cosa», supplico i miei genitori di lasciarmi seguire, in più, dei corsi per corrispondenza, per poter recuperare i
cinquanta per cento che mi mancano in geografia, filosofia, storia, francese, inglese, biologia e tutto il resto.
Quanto alla matematica, abbiamo i segni.
Ho bisogno di leggere il più possibile, di scrivere il più possibile. La storia mi piace, ma per trattare per
iscritto un argomento storico, la memoria non basta, occorre redigere un testo perfetto.
Al corso Morvan, sono tra i pochissimi che leggono tanto. In generale, i sordi non leggono molto. Hanno
delle difficoltà. Mescolano i principi della lingua orale e della lingua scritta. Per loro, il francese scritto è una
lingua per udenti. Quanto a me, dico che la lettura è vicino al!'immagine, al visivo. Ma è un problema di
educazione. Mi hanno insegnato ad amare i romanzi, la storia, e se durante una lettura qualcosa mi sfugge,
cerco nel dizionario. Ai miei genitori piace leggere e scrivere, mi hanno contagiato.
Inflazione. Deflazione. Economia mondiale. Filosofia.
Il Minitel va forte tra i compagni maturandi. Uno di loro, del resto, ha fatto progressi enormi in francese,
grazie al Minitel. Era assolutamente inetto, l'apparecchio l'ha obbligato a scrivere. Ora, si serve dello scritto.
La sua grammatica presenta ancora delle lacune, ma il suo vocabolario si è arricchito.
Ho una fifa blu, come si dice in francese, degli orali.
Potrei aggiungere verde. Nera.
1992. Tra poco avrò vent'anni. Ultimo tentativo.

23 Il silenzio dello sguardo

Manca un trimestre. È a questo punto che il silenzio mi piomba addosso, con tutte le sue conseguenze!
51
Ho visto il lavoro teatrale Les Enfants du silence quando avevo dieci anni, allo studio degli Champs-Elysées,
con i miei genitori. Un lavoro di Mark Medoff, scritto per un'amica, un'attrice sorda, Phylis Freylick. Per
l'occasione, la protagonista femminile era Chantal Liennel. La stessa che mi ha regalato un nome quando
ero piccola: «Il sole che si sprigiona dal cuore».
A dieci anni, non ho capito tutto. Mi ricordavo piuttosto dell'atmosfera dello spettacolo. Una scena, dei
personaggi, un uomo che ci sente, una donna che si esprime a segni. La battaglia tra i due mondi.
La mamma dice:
«Emmanuelle, un regista vorrebbe vederti a proposito di un nuovo allestimento di Les Enfants du silence.
Ho preso appuntamento con lui per te».
Emozione. Palpitazioni.
Il giorno stabilito, lui arriva. Con un cappottone e un completo elegantissimo. lo, liceale, in blue-jeans e una
felpa.
Sguardo. Accade qualcosa in quello sguardo. Le mani parlano la mia lingua.
Jean Dalric mi dice di punto in bianco:
«Fisicamente, è proprio lei che mi ci vuole per la parte di Sarah in Les Enfants du silence! Molta gente ha
cercato di dissuadermi dallo scritturare un'attrice sorda per quel lavoro. Ma io ho deciso altrimenti. E terribile
che i sordi siano respinti dal mondo del lavoro e della cultura. Vergognoso!».
Un giorno gli ho domandato perché s'interessasse tanto al mondo dei sordi, perché si fosse impegnato a
fondo a favore dei sordi, che cosa lo legasse tanto a loro. Silenzio ... Ha riflettuto e mi ha risposto, turbato
dalla domanda:
«Non lo so, ho l'impressione di appartenere alla stessa famiglia» .
Sarah, la parte di protagonista femminile! La mamma dice:
«Attenzione, Emmanuelle è una dilettante. Non ha mai recitato da professionista, ma unicamente per il
piacere di farlo. Non le faccia balenare la speranza di una parte che forse non riuscirà a sostenere».
La mamma non si fida di lui. Ha paura che si porti il gabbiano in barca. Reazione materna. Diffida di tutto
ciò che potrebbe farmi del male. Ma quell'uomo non ha intenzione di nuocermi.
E se sarà il caso di diffidare, diffiderò per conto mio, mamma. Sono grande.
Jean mi chiede se possiamo vederci regolarmente, per discutere e dargli modo di apprezzare le mie doti di
attrice. Diffido:
«Lei dice che vuole me per quella parte, ma potrebbe sbagliarsi su di "me"».
«Mi sbaglio di rado nella vita.»
Aver fiducia in uno sconosciuto, non è chiaro. Però è istintivo. ancora non so se sarò in grado di
impersonare la Sarah di Les Enfants du silence. E una parte difficile. Occorre non solo recitarla, ma viverla
dall'interno. Non ho esperienza.
Vi sono poche attrici sorde; in Belgio, la parte è stata interpretata da un'udente. Il film americano tratto dal
lavoro teatrale ha riscosso immenso successo e ottenuto un Oscar a Hollywood, quello per l'interpretazione
femminile.
È un'impresa enorme riprendere quel ruolo.
Ci vediamo per nove mesi allo scopo di partorire Sarah.
Sguardi.
Più ci si vede, più si discute tra noi, più lo interrogo sul personaggio di Sarah, più lui è paziente, e più mi
sento attratta. Ma sono io a dire:
«Prendo la maturità, prima».
«D'accordo, ma prima devi darmi una risposta. Non è cosa da poco montare un lavoro del genere.»
Silenzio. Il gabbiano riflette.
L'uomo mi attrae, la commedia, la parte, tutto mi attrae.
Fare teatro, è la mia passione. Non avrei mai osato sperare in una proposta del genere. Ma non voglio
essere destabilizzata a tre mesi dalla maturità.
Le pulsioni durante il sonno. Le passioni in attesa. Bisogna che consegua il mio obiettivo, e da sola.
«Se prenderai la maturità, reciterai ancora meglio. Ma io so che sei in grado di sostenere questo ruolo.»
L'ha detto in tutta serietà, per di più!
Sguardo. Mi piaci, sguardo. Ci rivedremo, sguardo. Fra tre mesi.

24 Il signore dell’impianto

Un giorno, Marie e mia madre hanno discusso tra loro dell'eventualità di un intervento miracoloso, e
improbabile, che trasformerebbe i sordi in udenti. Parlavano di me, domandandosi se l'avrei accettato.
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«Marie, perché dici di no al posto suo? Magari Emmanuelle si sottoporrebbe all'intervento, non credi?»
«Ne sarei davvero stupita! Conosco mia sorella come se l'avessi generata io, rifiuterà di sicuro.»
Ne hanno dibattuto per un momento, poi hanno fatto una scommessa. Marie è venuta a spiegarmi il tema
della discussione, tutta agitata, e sicura di aver ragione.
Aveva ragione, infatti. Continua ad avere perfettamente ragione.
Marie sa tutto di me, meglio di chiunque altro. E su questo argomento, poteva davvero rispondere al posto
mio.
Rifiuterò. lo la definisco purificazione. Ma non appena il termine "purificazione" viene pronunciato, occorre
spiegare. Ho un problema con mio padre a tale proposito. Non è d'accordo sul termine.
Dice: «Attenta, non dire sciocchezze ... ».
Ma lui è LUI. Udente. lo sono IO. Il gabbiano.
Purificazione non vuoI dire che parlo di razzismo. Siamo una minoranza di sordi profondi dalla nascita.
Con una cultura particolare, una lingua particolare. I medici, i ricercatori, tutti quelli che vogliono fare di noi
a ogni costo degli udenti come gli altri mi mandano su tutte le furie. Trasformarci in udenti significa
annientare la nostra identità. Volere che tutti i bambini, alla nascita, non siano più "sordi", significa volere un
mondo perfetto. Come se li si volesse tutti biondi, con gli occhi azzurri e via discorrendo.
Allora, niente più negri, niente più duri d'orecchio? Perché non accettare le imperfezioni degli altri? Tutti ne
hanno. Rispetto a voialtri udenti, Emmanuelle' è imperfetta. Bisogna nascere con orecchie che odono, una
bocca che parla. Uguale. Identica il più possibile al vicino di casa. lo mi paragono agli indiani d'America, che
le civiltà europee e cristiane hanno annientato. Anche gli amerindi si esprimevano molto gestualmente, ma
guarda ... che strano.
Gli altri ci sentono, io no. Però possiedo gli occhi, che osservano assai meglio dei vostri, per forza di cose.
Possiedo mani che parlano. Un cervello che adegua le informazioni, a modo mio, a seconda delle mie
necessità.
Non vi tratterò alla stregua di imperfezioni, voialtri udenti. Del resto, non me lo permetterei. Anzi, voglio
l'unione delle due comunità, nel rispetto reciproco. lo vi assicuro il mio, mi aspetto il vostro.
Il mondo non può e non deve essere perfetto. È la sua ricchezza. Anche se un ricercatore riuscisse a
individuare IL gene responsabile del fatto che certi bambini nascano sordi profondi come me, anche se
riuscisse a "manipolare" quel gene, respingo il principio in sé.
Comprendo perfettamente che gli adulti i quali diventano sordi dopo aver udito, chiedano un aiuto.
Diventano handicappati in modo brutale, loro. Sono privati di un senso cui erano abituati, della loro cultura,
del loro modo di funzionare, delle istruzioni per l'uso, in definitiva. Ma giù le mani dai bambini che nascono
come me. Da tutti i piccoli gabbiani della mia tribù, da un capo all'altro del mondo. Si lasci loro la scelta. La
possibilità di realizzarsi nelle due culture.
Quella dei sordi è una lunga storia di battaglie. Quando, nel 1620, un monaco spagnolo ha inventato i
rudimenti della lingua dei segni, che l'abate de l'Épée ha più tardi sviluppato non sospettavano che la
straordinaria speranza donata al mondo dei sordi si sarebbe estinta brutalmente. L'abate aveva fondato un
istituto specializzato nell'educazione dei sordi.
Nel XVIII secolo, la sua fama fu tale, che re Luigi XVI si recò ad ammirarne l'insegnamento. Era una
rivoluzione, l'Europa intera si interessava all'argomento.
Nel XIX secolo, "arriva il divieto ufficiale. La "mimica", come la si definisce, deve sparire dalle scuole.
Respinta, perché indecente e perché impedirebbe ai sordi di parlare. Scartata, perché catalogata come
«lingua delle scimmie»!
Così, i bambini sono stati costretti ad articolare dei suoni che non avevano mai udito e che mai avrebbero
udito. Facendo di loro dei sottosviluppati. Medici, educatori, chiese, il mondo degli udenti si è coalizzato
contro di noi con una violenza incredibile. Soltanto la parola regnava sovrana. .
Si è dovuto aspettare il decreto del gennaio 1991 perché il divieto fosse abrogato. Perché i genitori
avessero la scelta del bilinguismo per i loro figli. Una scelta importante, in quanto consente al bambino sordo
di avere una sua lingua, di svilupparsi psicologicamente, e anche di comunicare in francese orale o scritto
con gli altri. Era trascorso un secolo di quello che, io definisco terrorismo culturale da parte degli udenti. E
pazzesco! Un secolo oscuro, durante il quale, in Europa, i sordi, privati della luce del sapere, hanno dovuto
sottomettersi. Mentre nello stesso periodo, negli Stati Uniti per esempio, la lingua dei segni era un diritto e
diventava una vera e propria cultura a tutti gli effetti.
Ma ora, con il progresso scientifico e medico, con l'invenzione dell'impianto cocleare, l'egemonia degli
udenti su di noi si spinge ancora oltre.
Quella macchina infernale che è l'impianto converte le onde sonore in correnti elettriche. Occorre collocare
degli elettrodi di platino nell'orecchio interno. Questi elettrodi sono collegati con un microcomputer impiantato
sotto il cuoio capelluto per mezzo di una quindicina di relè. Una piccola antenna nascosta dietro l'orecchio e
collegata con una cassa acustica trasmette al computer i suoni del mondo esterno. Il microcomputer non

53
deve far altro che codificare i suoni per rispedirli sotto forma di segnali al nervo acustico. L'essere umano che
lo porta su di sé deve imparare a decodificare i segnali.
A partire dal 1980, data delle prime operazioni, se ne sente parlare dovunque, nel mondo dei sordi. Coloro
i quali, come me, rifiutano tale procedimento, sono considerati un pugno di irresponsabili, di militanti superati
dalla scienza.
Di noi si dice: «Denunciano un tentativo di purificazione etnica della popolazione dei sordi, è ridicolo».
Oppure:«La loro lingua dei segni è violenta, non c'è da stupirsi che ci respingano, e che noi li si respinga a
nostra volta».
E ancora: «La lingua dei segni è un pezzo d'antiquariato di cui fanno un potere!».
Chi parla di violenza? Di potere? Di rigetto?
Non io, in ogni caso. Se rifiuto questa "tecnica chirurgica", è perché sono adulta e ho tutto il diritto di
rifiutare. Il bimbo di tre o quattro anni al quale s'impone quell'''aggeggio'', invece, non ha voce in capitolo. lo
ce l'ho. Di regola, perdo le staffe, quando si affronta questa discussione. E si vede, nella lingua dei segni.
Nessuno dei medici che aspirano al miracolo con l'apparecchio in questione, parla la lingua dei segni. Quel
che vuole è che il sordo oda come lui. Parli come lui. Quel che sostiene, è che noialtri gridiamo al lupo al
lupo. Ci definisce un «pugno di militanti manipolati», che temono la sparizione del "potere" della lingua dei
segni.
Non "potere", signor chirurgo, "cultura".
Lei non parla di cultura, dolcezza, scambio, parla di chirurgia, potenza del bisturi, degli elettrodi, dei segni
codificati.
Senza contare che non confessa sinceramente i danni che tale chirurgia può provocare.
Lei non è sicuro dei suoi elettrodi, signore dell'impianto. Possono scassarsi nel giro di dieci o vent'anni. Lei
non ha la conoscenza necessaria per essere così perentorio. Non può fare quel che le pare e piace.
Ignora la soglia di tolleranza individuale per la ricezione di quei suoni in codice. Gli adulti se ne lamentano,
i bambini non possono avere il controllo personale dell'apparecchio e bloccarne il funzionamento quando ne
soffrono. Subiscono.
Lei fornisce risultati positivi che è difficile contestarle, dato che non possiamo controllarli. Risultati detti
"variabili": cinquanta per cento dei successi; venticinque per cento di risultati medi, in cui i portatori hanno
ancora bisogno di leggere sulle labbra, dopo una lunga rieducazione, e di servirsi dell'apparecchio in un
ambiente non rumoroso (alla faccia del progresso!); per finire, un venticinque per cento di risultati negativi. In
quest'ultimo caso, i portatori non udranno mai altro che rumori non meglio identificabili, e staccheranno
definitivamente l'apparecchio.
E lei pretende di imporre una statistica del genere?
Perché non accettare una valutazione imparziale?
Che si fa quando si rientra in quel venticinque per cento di risultati negativi all'età di tre anni? Ci si rivolge a
lei vent'anni dopo per protestare?
Non si può. Non c'è più nulla da fare, e lei lo sa perfettamente! L'impianto produce guasti irreversibili. Se
nella coclea dell'impiantato sussisteva qualche possibilità acustica prima dell'intervento, dopo l'operazione
risulta completamente distrutta. Quale che sia l'età del paziente.
Vi sono ricercatori di fama che parlano di «codici d'ingresso biologici» dei messaggi sonori sul nervo
acustico, gli «indici neuronici», Il loro funzionamento è ancora sconosciuto. Il giorno in cui i ricercatori
avranno decifrato tali indici, è proprio sicuro che non avrà, anche lei, l'aria di un «pezzo d'antiquariato»?
Lei non vuoI sentire la storia di quella bambina impiantata che dice, piangendo:
«Ho un ragno in testa».
Perché non riesce, malgrado la rieducazione intensiva dopo l'impianto, a decodificare a dovere i suoni.
Non ha mai sentito parlare di quella giovane donna che si è uccisa, tre anni dopo la posa dell'impianto,
perché non sopportava più psicologicamente, a livello nervoso, il nuovo rumore del mondo?
Per me, l'impianto è una violazione. Che l'adulto l'accetti, è affar suo. Ma che certi genitori si rendano
complici di un chirurgo per imporre tale violazione al loro figlio, mi fa paura.
Il suo «orecchio elettronico» mi fa paura, signore dell'impianto. Lei si spinge troppo in là. Presti attenzione
alla deontologia, l'ascolti più attentamente. Deve pur mormorarle qualcosa.
Al solito, lei sventola la bandiera della scienza, del progresso. Ma ignora l'essere umano sordo di cui parla.
La sua psicologia, la sua cultura. Ignora il futuro del piccolo sordo che intende modificare.
Il sordo ha una qualità di vita. Un adattamento alla vita. Con la lingua dei segni sboccia e fiorisce. Riesce a
parlare, a scrivere, a concettualizzare con l'ausilio di due lingue diverse.
I bambini sordi di genitori a loro volta sordi non hanno comunque altra scelta. E vero che la sordità in
famiglia è un mondo diverso dal suo. Lo accetti.
Tutti i suoni che la inondano, i rumori, io li immagino a modo mio. Una loro brutale scoperta risulterebbe di
sicuro deludente, traumatizzante, invivibile. Farsi un'altra idea del mondo che non sia quella dei miei occhi?

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Impossibile? Perderei la mia identità, la mia stabilità, la mia fantasia, mi smarrirei. Sole che si sprigiona dal
cuore si smarrirebbe in un universo sconosciuto. Mi rifiuto di trasferirmi su un altro pianeta.
Una volta, una bambina mi ha domandato, impaurita: «Perché dicono che è una .bella cosa mettere un
apparecchio nella testa? E una brutta cosa essere sordi?».
Mi capita a volte di domandarmi se tutto ciò non celi una lobby, come si usa dire, dei fabbricanti dei
suddetti apparecchi. Che si tratti magari di un mercato importante, per fare tanto baccano? Al prezzo
dell'impianto, tra i centomila e i centocinquantamila franchi...
Il mondo del rumore, del suo rumore, io non lo conosco, e non ne avverto la mancanza. Ringrazio la mia
famiglia, che mi ha donato una cultura del silenzio. lo parlo, scrivo il francese, mi esprimo a segni, è grazie a
tutto ciò che non sono più un gabbiano che grida senza saperlo.
Mi sembra che quell'impianto somigli stranamente agli apparecchi che i militari americani impiantavano nei
delfini, per tentare di comprenderne il linguaggio e condurre esperimenti. Esperimenti ...
Da una ventina d'anni, suppergiù la mia età, vi sono medici, non tutti, che non hanno smesso di
proclamare: «I sordi udranno la musica di Beethoven!». All'inizio, era previsto per l'indomani. Poi, si parlò di
un «prossimo futuro». Poi ci fu bisogno di ricorrere a sottoscrizioni private. Poi ci si ritrasse nella diagnostica,
parlando di non operare sulle sordità vecchie di più di dieci anni. Poi si è deciso che bisognava impiantare i
piccoli sordi, nei primi anni di vita, prima che le loro facoltà acustiche si atrofizzassero. Come se si dovesse
far presto, presto, prima di avere torto.
Le idee vanno e vengono, l'informazione è carente, nessuno è sicuro di nulla, ogni caso è a se stante, e
nessuno può giurare che l'esperimento avrà successo su questo o q'!el sordo. E per di più non bisognerebbe
dirlo?
E vero, non mi piace questo aspetto sperimentale a carico di un essere umano. E senza essere un'attivista
militante arrabbiata ventiquattr'ore su ventiquattro, ho tutto il diritto di dire il contrario di ciò che dice lei,
signore dell'impianto.
A una riunione di riflessione organizzata a beneficio dei sordi, ha partecipato anche mio padre, assieme a
insegnanti specializzati, psichiatri, uomini di legge, otorinolaringoiatri. Dovevamo riflettere insieme sul
problema dell'impianto. Una ragazza sorda si è messa a parlare della sordità come di una minoranza
razziale. I suoi genitori sono sordi, vi è stato un dato numero di generazioni di sordi prima di lei, neppure un
udente nella sua famiglia, per cui concepisce la sordità come una razza a se stante. Mio padre si è
arrabbiato. Scioccato, non poteva proprio accettare quel termine. Era la prima volta che lo vedevo così
infuriato:
«Che vuoI dire la parola "razza"? Un ritorno al fascismo? Vorrebbe rivendicare anche la razza ariana? Chi
sono io, rispetto a mia figlia? Vorrebbe dire che appartengo a una razza diversa da quella di mia figlia?
Apparteniamo alla stessa razza!».
Sono intervenuta per dire alla ragazza:
«La parola "razza" non mi sembra per nulla adatta a designare la comunità dei sordi».
«Ma perché tuo padre si è arrabbiato?»
«Stammi a sentire. Lo sperma che mi ha donato la vita è il suo. Non è lo sperma di un sordo. Non è stato
un sordo a donarmi la vita, ma un udente. Non ha nulla a che vedere con la razza, la sordità!»
Ha finito con il convenire che avevo ragione. Era la prima volta che vedevo il mio "genitore” in un tale stato
di collera.
Ma dell'impianto, ne riparleremo, padre mio. Nelle due lingue. Dato che hai accettato la mia diversità e mi
hai voluto abbastanza bene da condividerla.
Un medico specializzato in impianti non può mai sbagliarsi?
E chi l'ha detto? Ippocrate?

25 Decollo

Sarah, figlia del silenzio. Sarah sorda, che si rifiuta di parlare. Sarah violenta, oppressa. Sarah sensibile,
innamorata. Sarah disperata.
Due straordinarie attrici sorde hanno interpretato questo ruolo prima di me. Ne sarò capace?
Ci penso, ci penso, ripasso, ripasso.
Ho superato gli scritti. Va meglio. Meno paura degli orali che degli scritti. Era difficile riflettere alla stessa
velocità della penna. Limare le frasi. Gli orali fanno più al caso mio. Per un sedicente gabbiano muto, può
sembrare bizzarro. E così. Mi piace di più parlare che scrivere.
Ripasso. All'inizio, la filosofia rappresentava un problema, ero un po' spaesata. Penso che per i sordi in
difficoltà scolastiche esprimere concetti astratti dev' essere difficile. Ho dovuto applicarmi seriamente. Avevo

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qualche ritardo sul piano della serietà ... E poi ho capito. Sono in grado di parlare della coscienza,
dell'inconscio, delle astrazioni, della violenza fisica e della violenza verbale, della verità e della menzogna.
Ho lavorato con tanto accanimento, che ho tutta l'aria di un gabbiano malato.
Prendi la maturità, Laborit. In cambio, ti hanno promesso il teatro.
«Signorina Laborit, mi parli del mito della caverna. Sviluppi ... »
Gli orali. Domanda di filosofia sulla verità secondo Platone. Dura, dura. Ci riesco, però. L'anno prima, per
la maturità in francese, ho spiegato all'esaminatore che sono sorda. Ho chiesto un interprete, al quale, di
norma, posso pretendere di avere diritto. Ma non è tanto ovvio. Mi sono battuta per ottenerlo. E l'ho ottenuto.
Non volevo saperne, di avere alle costole un professore che mi accudisse, o di mia madre. Non intendo farmi
accudire per tutta la vita. Non è questo, la vita. L'interprete, non lo conosco, e lui non conosce me. Dovrà
semplicemente tradurre ciò che dico.
L'esaminatore di filosofia è un tipo simpatico. Il mio caso !'interessa. Mi fa molte domande su ciò che vorrei
fare in seguito. Parlo del teatro, lui mi parla d'arte. Gli piacerebbe molto continuare a chiacchierare, ma non è
questo lo scopo per cui ci troviamo lì. Concatenazione sul tema.
Attacco con convinzione.
Le ombre della caverna rappresentano la realtà o l'illusione, la verità o la menzogna?
A distanza di due anni, ho dimenticato qualcosa ... In ogni caso, ho l'impressione di avere sviluppato
l'argomento a dovere.
«Gli uomini prigionieri della caverna, privati della luce naturale, hanno una visione deformata alla luce del
fuoco o delle candele. Vedono ombre. Vedono solo una parte deformata delle cose ... Ogni cosa è un'idea,
l'uomo deve andare alla ricerca della verità delle cose. La luce naturale, il sole, simboleggia tale verità, quella
del bello, del bene, e così via.»
Sole la verità. Luce verità. Orali verità.
Ho parlato sino ad aver male ai polsi e alla gola. Alla fine del mito della caverna, il sole che si sprigiona
dal cuore, esausto, si vede attribuire un bel voto in filosofia!
Grazie, sole di Platone.
Ho preso la maturità! Con un'ottima media, per di più!
Decollo. Volo verso il teatro. Mi aspettano.
Sguardo-sguardo. Mani che si parlano. Buongiorno, buongiorno.
Ritrovo il mio regista-attore, Jean Dalric. Ha inizio il vero lavoro.
Les Enfants du silence narra della sfida tra due mondi.
Quello di un udente,Jacques, e quello di Sarah, la sorda.
È una storia di ribellione, d'amore, di umorismo.
Jean farà Jacques, professore presso un istituto per giovani sordi, dove applica metodi sorprendenti. Vuole
far uscire i ragazzi dal loro isolamento, costringendoli a leggere sulle labbra e infine a parlare.
Sarah si rifiuta. Sorda dalla nascita, vuoI rimanere nella clausura del suo universo di silenzio. Rifiuta il
mondo degli udenti. Che l'ha ferita, umiliata. Un mondo che non si è mai sforzato di comunicare con lei.
Perché dovrebbe sforzarsi lei? Persino suo padre l'ha abbandonata.
Sarah s'innamorerà di Jacques. E malgrado questo amore, vuole conservare la sua identità, la sua
indipendenza.
Sguardo. Sarah:Jacques. Sguardo. Emmanuelle:Jean.
Emmanuelle finirà con l'innamorarsi di Jean?
Ho preso la maturità, ho vent'anni, posso decollare alla volta di tutte le passioni. Ivi compresa quella. Ma
prendi la maturità di attrice, per prima cosa. .
Al di fuori della compagnia, nessuno crede alla ripresa di questo lavoro in Francia. Neppure i sordi. Nessun
sostegno finanziario o morale. E un pazzo, Jean. Lo amo. Arno anche la sua follia.
Imparo. Molto. La parte, ma anche a vivere in compagnia, con gli attori. Scontri. Discussioni. Intesa.
Amore. Udenti e sordi mescolati assieme, e uno scambio straordinario, prezioso. Cristallo. Apprezzo la
solidità di Anie Balestra, la tenerezza e l'attenzione di Nadine Basile, la dolcezza di Daniel Bremont,
l'umorismo di JoeI Chalude, che è sordo, la forza e la tenacia di Jean Dalric, la professionalità di Fanny
Druilhe, sorda anche lei, e il buonumore del rumorista, Louis Arnie!.
Prove. Il gabbiano si smarrisce, tra due onde. Sono .in due a dirigere gli attori, Levent Beskardes e Jean
Dalric. L'uno sordo, l'altro, no. Le loro differenze nell'interpretazione del personaggio. Nelle loro indicazioni. Il
gabbiano è in preda al panico. Lui vede Sarah così, l'altro vede Sarah in un modo diverso. A me la scelta. Di
mettere Sarah nei miei panni, o i miei panni nei suoi.
Per me, il teatro era un paradiso, ora diventa un lavoro. Un vero lavoro da professionista. Non smetto di far
domande. Perché Sarah è così violenta, così oppressa? Perché vuole rinchiudersi nel suo silenzio?
Lavoro sodo. Ricomincio, così non va. Perdo le staffe.
A volte, dico:
«Non ci riuscirò mai! È impossibile!».
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Ma faccio progressi. Con l'immagine in testa, di tanto in tanto, delle altre due, di quelle che hanno
interpretato così bene la parte di Sarah prima di me. Cancello l'immagine. Non lasciarsi turbare da diverse
lunghezze d'onda. Sono io che devo sentire e interpretare Sarah qui, ora. Un'occasione eccezionale, che
non devo lasciarmi sfuggire. Riuscire. Riuscire.
Sarah non è realmente me, è il mio lavoro di attrice.
Non è me perché rifiuta l'altro mondo. Non è me perché è infelice. Non me, perché si rifiuta di parlare. Non
me, perché reca in sé la sofferenza dell'emarginazione, dell'umiliazione e dell'abbandono.
La scena in cui Sarah dice che suo padre l'ha abbandonata all'età di cinque anni è quella che mi costa più
fatica. Non sono stata abbandonata da mio padre, io. Mi concentro.
SARAH: «L'ultima sera, mio padre era seduto sul letto, piangeva. L'indomani, se n'è andato, mia madre ha
attaccato un poster alla parete!».
Non ce la faccio. Non capisco come interpretarla, come integrarmi in quel personaggio che esprime tanta
sofferenza in quel ricordo, e si rifiuta di dimostrarlo. Che si rifugia nell'ironia dolorosa. Non voleva parlarne, e
di colpo il ricordo glielo si legge in faccia!
Come conferire profondità a quella sofferenza? Cerco di riesumare ricordi personali che si avvicinino il più
possibile alla sofferenza di Sarah, ma non ho nulla di simile.
Non posso dire a segni, piattamente: «Mio padre mi ha abbandonata», sciogliermi in lacrime, e fermarmi lì!
Ho bisogno di provare un'emozione sincera, profonda. Di soffrire, esprimendo a segni quella sofferenza. E di
frenarla sull'ultima frase: «Mia madre ha attaccato un poster alla parete!».
Sarah, soprattutto, non vuole mostrare la sua emozione. Soprattutto, non vuole piangere. Non può farlo.
Ma tutto ciò che tiene nascosto, che trattiene disperatamente nel suo intimo, è assolutamente necessario
che traspaia dal suo viso. Dal mio viso.
Ho provato a lungo con Jean. Per poco non ho mollato tutto su quella scena. Poi m'è venuta. Come una
luce.
Un mese e mezzo di prove, e siamo alla prima.
E presente tutta la famiglia. E venuta anche Chantal Liennel, che per prima ha interpretato la parte in
Francia, dieci anni fa.
Ho una terribile tremarella. Una paura che non so descrivere. Che non mi abbandona dal principio alla fine.
Il cuore che rulla come un tamburo. Che batte all'impazzata. L'impressione che mi manchi il respiro e che mi
si pieghino le gambe. Questa descrizione è solo un'esposizione sommaria. In realtà, è assai peggio. Non
esistono parole per esprimerlo.
Recito in una coltre di nebbia. Sono altrove, non vedo nulla, non avverto la presenza degli spettatori.
Smarrita. Travolta sulla scena. Con tutta la volontà tesa al massimo.
Quando cala il sipario, quando tiro finalmente il fiato, ho un'immensa voglia di piangere. Piangere di gioia.
Ma mi trattengo per ringraziare il pubblico.
Ce l'ho fatta! lo, da sola, ci sono riuscita! Ho interpretato la commedia da cima a fondo! Non sono svenuta,
non ho scordato una sola scena, non ho inciampato nelle quinte ... E non mi è scoppiato il cuore per la fifa.
Neppure noto la reazione del pubblico, il mio cervello è ancora ingarbugliato. Un solo pensiero: ce l'ho
fatta.
Marie si precipita in lacrime, con un mazzo di fiori.
Crollo. Piango assieme a lei, nelle sue braccia, lei nelle mie.
Un'emozione capitale. Una gioia infinita.
Nei giorni seguenti, ho le idee più chiare. Mi rendo conto che non posso gestire la mia recitazione
basandomi sulle reazioni del pubblico. Jean le ode, io no. Lui si adegua ai mormorii di commozione, alle
risate. Adatta i suoi tempi. "Ode", mentre recita, l'esigenza di prenderli, quei tempi. Occorre che trovi un
modo, un'altra maniera di seguirlo. Non posso limitarmi alle sue reazioni personali, all'espressione del suo
viso, al suo diverso modo di recitare a seconda che il pubblico rida o pianga.
Trova, Emmanuelle. Impara il mestiere. Il tuo mestiere di attrice sorda.
Gabbiano-attrice sull'onda del pubblico-silenzio, ascolta. Ascolta attentamente, con tutto il corpo. Quella
musica, quel ritmo del pubblico, le sue risa, le sue emozioni, devi percepirle. Ascolta, con ogni fibra del tuo
essere.
Ho trovato! È favoloso. Avverto le vibrazioni positive o negative, il calore o la freddezza del pubblico. Ho
appena scoperto qualcosa che non è possibile spiegare. Né per iscritto, né a segni. Qualcosa che va al di là
delle parole, delle frasi, dei rumori. E. .. forse, una misteriosa osmosi. Non ne so nulla, però ho trovato. Ci
sono! La mamma è fiera di me:
«Sai che volevo chiamarti Sarah quando sei nata? È stata tua nonna a non volerlo».
Emmanuelle interpreta Sarah. Non dev'essere una pura coincidenza. Un segno?
Le critiche sono fantastiche. Eppure, sapevo che non mi avrebbero regalato niente. Grazie di avermi
riconosciuta come attrice. I professionisti del teatro e del cinema, colpiti da tutto ciò che rientra nel campo
della voce attraverso la quale passa l'emozione, hanno riconosciuto la presenza di qualcosa che i
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professionisti della sordità si ostinano a rifiutare. Il pubblico del Théatre Mouffetard, poi del Théatre du
Ranelagh ci applaude entusiasticamente tutte le sere. Ho saputo che uno spettatore, padre di una bambina
sorda, ha deciso di imparare la lingua dei segni a beneficio di sua figlia. Fino al giorno in cui ha assistito allo
spettacolo, si rifiutava categoricamente. Ha pianto, ha capito, ce l'ha detto. Ne ho pianto anch'io.
Sfondiamo. Decolliamo. Andare più lontano, recitare più lontano. Il successo ci trasporta. L'amore, pure.
Non sono più "io"; eccomi diventata "noi".
La commedia è candidata ai Molières.
Leggo nei giornali che Emmanuelle Laborit è candidata al Molière come rivelazione teatrale per l'anno
1993, Jean per l'adattamento dello spettacolo migliore.
Sguardo. Sguardo. Jean mi dice teneramente:
«Devi prepararti al successo come al fallimento. Essere pronta, semplicemente. Pronta». .
Il decollo è stato così rapido. Sto ancora volando. Mi preparo, dunque, alle due eventualità. Conn una
preferenza per la prima, comunque. In un angolino della mia testa, il Molière sarebbe una così piacevole
felicità. Fa venire i brividi, una felicità del genere, ne sono sicura. La felicità deve pervaderti da capo a piedi.
Mi piombano addosso tante felicità tutte assieme.
Non sognare, Emmanuelle. Piedi ben saldi per terra. Sii pronta.

26 Gabbiano in sospeso

In questo capitolo, ho avuto molta difficoltà a esprimere la mia emozione, la felicità che ho provato,
attraverso la scrittura. Le ho vissute nel mio corpo, tali emozioni, e le esprimo molto meglio a segni.
Un'intera giornata per prepararsi. Il vestito, l'acconciatura, il trucco. Gabbiano in abito da sera, pronto per il
ballo.
Tra i candidati vi sono molti personaggi di talento. Attori professionisti. Sono l'unica sorda presente in sala.
I miei genitori si trovano da qualche parte, in un angolo, mia sorella in un altro. Gli attori della compagnia
sono sparpagliati per la sala. Mi sarebbe piaciuto avere accanto a me tutta la mia famigliola. Quella del mio
sangue, quella del mio cuore. Mescolate assieme.
Sono con Jean. Mi sorride, mi tiene per mano. Ha anche lui la tremarella. Molière, lui? Molière, io? Molière
per uno di noi due?
Sguardi. Ci amiamo.
Ho mal di pancia. Una fifa da non vedere più quel che succede attorno a me. Sono preparata al fiasco.
Questa sera, ci penso, più che al successo. La sala gremita, le luci, le telecamere, i flash, l'eccitazione, la
tensione che avverto, tutte quelle donne splendide, belle, famose, tutti quegli uomini, quegli attori, sono
abituati a questo tipo di cerimonia. Il novellino o la novellina che sbarca nella loro cerchia di professionisti si
sente come un bambino. Il bambino che viene gettato in acqua perché impari a nuotare. In un oceano di
sguardi, una marea di volti, ghirlande di mani. Tutte quelle bocche che si parlano attorno a me, sanno cose
che io ancora ignoro. Conoscono la certezza del manifestarsi, la certezza di dire e quella di giudicare.
Ho con me la mia interprete, Dominique Hof, quella di sempre, quella che mi conosce a memoria, che
indovina al primo segno ciò che voglio dire. Ho accanto a me Jean, il cui amore sulla scena e nella vita è un
punto di riferimento essenziale.
Mi fa segno: «Tutto a posto? Stai bene?». Oh! No! Ma dico di sì.
Non vorrei salire sul palcoscenico, di fronte a quel pubblico prestigioso, come un automa, piangere, dire
grazie e andarmene. Vorrei essere capace di dir LORO qualcosa. Di questo, almeno, sono sicura. Ma voglio
anche essere capace di rimanere seduta, tra loro, e di controllarmi. Di subire il fiasco. Il mondo del teatro, un
terzo mondo per me, mi ha accolta; devo mostrarmene degna.
Da adolescente, sognavo Marilyn Monroe, così fragile di fronte a tutte le emozioni del suo mestiere.
Tenevo foto di lei un po' dovunque. lo non sono Marilyn, quindi non siamo a Hollywood, ma per me è la
stessa cosa. E la prima volta che un'attrice sorda è candidata a un Molière. Questa prima è in mio onore.
Anche se non sarò premiata, avrò comunque superato un gigantesco ostacolo.
Due emozioni possibili tra qualche minuto. L'una per decollare, l'altra per restare a terra.

Sul palcoscenico, Edwige Feuillère, stupenda, con Sthéphane Freiss, che ha ottenuto il Molière come
rivelazione teatrale l'anno scorso. Jean mi fa segno che cominciano a elencare i cinque nomi.
Non sto più nella pelle. Vorrei sapere in un millesimo di secondo, presto, presto, perché le mani smettano di
tremarmi, perché ... perché questa attesa abbia termine.

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Strappano la busta. Se sarò io, l'interprete mi avvertirà. Sono venuti a chiamarla quando è iniziata la lettura
dei nomi dei candidati, per dirle di tenersi pronta a salire sul palco. Nel caso in cui. Se l'hanno avvertita, può
darsi che ...
Ma Jean è stato il primo a udire. Ha udito l'Em ... , di Emmanuelle. L'interprete non ha neanche avuto il
tempo di concludere il suo gesto, che Jean è già scattato in piedi, sa. Em ... devo essere per forza io.
Non so più chi guardare. Lui? L'interprete? Il palcoscenico?
Mi alzo, come avvolta in una nuvola, i nostri sguardi s'incrociano, le parole sono inutili. Mi avvio, cammino,
barcollo, migliaia di cose mi attraversano la mente, senza alcun filo logico. Un dilagare d'immagini. Già
attacco ad abbozzare segni, senza rendermene conto. Avanzo, rifletto su ciò che devo dire. Il tragitto per
raggiungere il palco mi sembra lungo, interminabile. Mi tremano le gambe, ho paura di cadere. Il vestito, i
tacchi altissimi, non sono abituata a camminare appollaiata là in cima. Rischio di cadere, di finire lunga
distesa; bisogna che pensi a camminare come si deve su quei trampoli. Scorgo mia madre, faccio un segno
a mio padre, mi guardo i piedi, ripasso quel che dirò. Mi guardo di nuovo i piedi. Non riesco a staccare lo
sguardo dai piedi. Sorveglio attentamente i movimenti dei piedi. Salgo i gradini, ecco fatto, posso finalmente
alzare un po' lo sguardo. Arrivo a destinazione.
Edwige Feuillère è lontana, lontana sul palco, sorridente, aspetta. E aspetta me!
Tutt'a un tratto vedo il pubblico di fronte a me. L'enorme pubblico.
Ho un attimo di titubanza. L'emozione mi ha già presa alla gola, compatta come un grumo, pronta a
scoppiare. Non voglio piangere, non lo voglio, ma il pianto mi monta dentro, mi invade, trabocca.
Piango nel momento in cui arrivo di fronte alla grande signora del teatro, che mi tende le braccia. Sono
paralizzata. Non riuscirò a esprimermi nella lingua dei segni. Non mi viene.
Abbozzo il segno "grazie", goffamente. Ingranaggi bloccati. I miei occhi non vedono più nulla.
Poi una vocina nella testa, che dice:
«Emmanuelle, coraggio I Il pubblico è di fronte a te. Il pubblico dei Molières. Buttati! Di' qualcosa!».
Bando all'emozione. Bando alla paura. Mi lancio. «Grazie, grazie, grazie.»
Va un po' meglio. Proseguo, ricacciando l'emozione in fondo alla gola, bloccandola disperatamente. Dire
quel ,che ho da dire, me lo sono promesso. Non mollare.
«E dura per me parlare a segni. E la prima volta che un sordo riceve il riconoscimento di attore
professionista e ottiene un Molière. Sono così felice per tutti gli altri sordi. Vi chiedo scusa, sono molto
commossa. Ho davvero le lacrime agli occhi. Vorrei insegnarvi un segno semplicissimo, bellissimo ... Vorrei
che lo faceste assieme a me ... »
Faccio il segno dell'unione. Il bel segno che amo, quello della locandina di Les Enfants du silence.
Aspetto che tutti lo facciano, e nessuno lo fa. Mi prende il panico. Nessuno batte ciglio. Penso: "A che
serve che mi esprima? Nessuno prova la stessa emozione che provo io?".
Mi sento ridicola. E orribile. Mi giro verso l'interprete, che mi spiega in fretta e furia il ritardo dovuto alla
traduzione. Quel tempo morto, terribile, in cui nulla è accaduto, era solo questo! La traduzione del mio
discorsetto! Turbata com'ero, non ci ho neppure pensato. Riattacco a fare il segno e, di colpo, vedo una
persona, poi alcune altre, e infine il pubblico al gran completo! Braccio alzato, mani a farfalla, dita che fanno
il segno dell'unione.
E il più bel regalo del mondo. Tutta quella gente di fronte a me che fa lo stesso gesto. Per ringraziarli, dico
oralmente:
«Vi voglio bene».
La voce rotta per l'emozione, so che ben pochi devono aver inteso quel mormorio di gabbiano afono.
Abbraccio Edwige Feuillère e scappo dietro le quinte.
Mia sorella si lancia lungo una corsia, viene a gettarsi nelle mie braccia.
In realtà, non mi sono ancora resa conto che mi hanno appena attribuito il Molière come rivelazione
dell'anno 1993. I flash mi accecano, che orrore, dieci minuti di flash a mitraglia.
E ora tocca a Jean salire sul palco. Molière per il migliore adattamento. Abbiamo vinto tutti e due.
Attenzione Felicità.

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27 Arrivederci

Ho scoperto di recente il celebre questionario di Proust. Alle ultime due domande: Il vostro motto preferito? Il
dono della natura che vi piacerebbe possedere? Ho risposto: Trar profitto dalla vita; il dono, già lo possiedo,
sono sorda.
L'indomani della cerimonia dei Molières, nei giornali, a caratteri cubitali, suppergiù lo stesso titolo: «La
sordomuta ottiene il Molière».
Non Emmanuelle Laborit: "La sordomuta". Emmanuelle Laborit è scritto a caratteri piccolissimi, sotto la
fotografia.
Mi stupisce sempre questo termine: "sordomuta". Muto sta a indicare chi non ha l'uso della parola,: La
gente mi vede come una che è privata della favella! E assurdo. lo ce l'ho. Mi esprimo con le mani, e anche
con la bocca. Faccio i segni e parlo francese. Usare la lingua dei segni non vuoI dire che si è muti. Sono in
grado di parlare, gridare, ridere, piangere, dalla gola mi escono suoni. Non mi hanno tagliato la lingua! Ho
una voce particolare, tutto qui.
Non ho mai detto ai giornalisti che ero priva della favella, ho semplicemente un vocabolario più ricco,
acquisito nella lingua dei segni, ed effettivamente mi riesce più facile rispondere alle loro domande con
questo mezzo, assistita da un interprete.
Aneddoto: un'insegnante ortofonista, dopo tutti quegli articoli apparsi su di me, mi ha aggredita dicendo mi
che avrei dovuto parlare, anziché esprimermi a segni. A sentir lei, è colpa mia se la gente crede che i sordi
siano muti! Mi ha accusata di falsità. Secondo lei, sono diventata la rappresentante ufficiale dei sordi e devo
assumermi tale responsabilità intentando causa ai giornalisti che mi hanno definita "muta"!
Un processo per una parola. Ridicolo.
Compito di quell'insegnante è quello di "smutizzare" i sordi, di farli parlare, sicché, logicamente, la lingua
dei segni per lei è una sottolingua, una vera e propria miseria, un codice privo di astrazioni! Immagini!
Non ha capito un bel niente dei sordi, quella "specialista" in sordi. Peccato per lei, ma soprattutto peccato
per loro.
«Non esiste nulla di più spaventoso dell'ignoranza in azione» ha detto Goethe. E poiché parliamo di teatro,
mi piacerebbe trasformarmi in Dorante per dirvi:
«Vorrei proprio sapere se la grande regola di tutte le regole non sia quella di piacere, e se un lavoro
teatrale che ha raggiunto lo scopo non abbia seguito la strada giusta».
Posso dirvelo anche nella lingua dei segni. Grazie, signor Molière.
Follia. I giornalisti, le interviste, le foto, Cannes in un elegante abito bianco, l'ascesa dei gradini, tutta quella
gente che mi chiama, dimenticando che non ci sento ... È bello, mi rende felice. Ma mi sfinisce.
Mi hanno chiesto di partecipare a trasmissioni televisive, sono passata da un canale all'altro. Mi offrono
ruoli cinematografici. Tutto accade così in fretta, sono come travolta da un turbine. Nel frattempo, viaggiamo
in lungo e in largo per la Francia con Les Enfants du silence. Ogni sera, fremo ringraziando il pubblico,
vedendo le mani alzarsi per applaudire. "Sento" il successo. Vibra in me, da capo a piedi.
Jean mi fa lavorare, mi ama. Procediamo mano nella mano. È il mio punto di riferimento udente. Il mio
compagno di segni e di strada.
La lucetta rossa del telefono non smette un attimo di lampeggiare. Ci sono tanti progetti nella vita del
gabbiano. Tante cose da fare, da dire, da recitare. Da amare.
Sono orgogliosa. E felice che tutta quella gente dei mezzi di comunicazione s'interessi, attraverso me, al
mondo del silenzio. Non conoscono i sordi, loro. Ogni giornalista mi dà l'impressione di scoprire la nostra
esistenza. Sono gentili, adorabili, appassionati, attenti, ammirati persino. E un dato positivo.
Ma certe domande mi mandano in bestia. Una, soprattutto. Sempre la, stessa. La domanda ripetitiva. «Il
suo silenzio, com'è? E più silenzioso del silenzio di una cantina o del silenzio acquatico?»
Una cantina? Mica è silenziosa, per me, una cantina! E satura di odori, di umidità, brulica di sensazioni,
una cantina. Sott'acqua? Sono a mio agio, sott'acqua. Sono un gabbiano subacqueo, che adora tuffarsi.
Sono un gabbiano di superficie che adora il sole e il mare. Sono come voi, sott' acqua.
Il mio silenzio non è il vostro silenzio. Il mio silenzio sarebbe un po' come avere gli occhi chiusi, le mani
paralizzate, il corpo insensibile, la pelle inerte. Un silenzio del corpo.
Ho anche voglia di rispondere, a volte, che tutti quei termini tipo: «non udenti», «affetti da deficienza
acustica», proprio non mi vanno giù. I sordi dicono, di se stessi: «sordi». E una parola francese, è chiara.
Non udenti? E forse un difetto? Forse che per gli altri bisognerebbe specificare che «ci sentono»?
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Ultima domanda: «Avrà un figlio?». Risposta: «Sì».
Domanda accessoria: «Teme che nasca sordo o udente?».
Risposta: «Sarà come vorrà essere. Sarà mio figlio. Punto e basta».
Al momento, è in progetto per il futuro. Che sia sordo o udente, sarà bilingue. Conoscerà i due mondi.
Come me. Se sarà sordo, imparerà prestissimo la lingua dei segni, e conoscerà, altrettanto presto, la lingua
francese. Se sarà udente, rispetterò la sua lingua naturale e gli insegnerò la mia. Udrà la mia voce. Farà
l'abitudine alla mia voce. Come mia madre, mia sorella, mio padre. Mi udrà. Sarò la sua madre gabbiano. ,
Sarò madre gabbiano di un secondo figlio. E importante essere in due. Voglio che imparino a bisticciarsi, a
sbrigarsela, a condividere, a volersi bene. Come mia sorella e me.
Più tardi, sarò nonna gabbiano.
Un giorno, quando ero piccola, la mia nonna materna, che è molto religiosa, mi ha raccontato una storia.
Mi piaceva moltissimo, quando mi raccontava le storie. Quel giorno, si trattava della "mia" storia ... e non la
scorderò mai.
Mi ha detto: «Sai, Dio ha scelto te. Ha deciso che fossi sorda. VuoI dire che spera che offrirai qualcosa agli
altri, agli udenti. Se ci sentissi, forse non saresti nulla di speciale, solo una bambina come tutte le altre,
incapace di donare qualcosa agli altri. Ma Lui ti ha scelta perché fossi sorda e donassi qualcosa al mondo».
Dio, non sapevo troppo bene che cosa fosse. Non ho ricevuto un'educazione religiosa, i miei genitori non
volevano saperne. Mia madre ne aveva sofferto. Ma la nonna, lei parlava di Dio come se lo conoscesse a
memoria. Con convinzione. Lui aveva deciso che fossi sorda. Avrei donato qualcosa al mondo. La nonna mi
ha trasmesso una sua filosofia esistenziale. Una solidità. Una volontà.
Ma sono io, nonna, a superare me stessa; non traggo la mia forza da Dio, ma da me stessa.
Sento che esiste da qualche parte uno spirito, qualcosa, al di sopra di noi. Ignoro se si tratti di Dio. Per me,
non ha nome. È una forza superiore. Mi capita di parlargli. Quando voglio qualcosa con grande intensità, non
aver più paura, riuscire, conseguire un obiettivo, superare me stessa, gli parlo come se tenessi un discorso a
qualcuno. A me stessa, forse. O a qualcuno che dovrebbe badare a me. Un dialogo interiore, in effetti.
Gabbiano volitivo, dico: «Smettila di aver paura, smettila di avere la tremarella, ci riuscirai. Forza! Dacci
dentro!».
E un'altra voce, quella del gabbiano filosofo, mi risponde: «Ecco, va tutto bene, non hai paura, non hai la
tremarella. Ci riesci, va tutto bene, ci sei riuscita!».
Ho soltanto ventidue anni, è vero. Ho discusso così tra me e me, o tra me e l'altro, soltanto per cose
relative alla mia età.
Smettila con le sciocchezze, guarda la vita in faccia. Affronta l'esame di maturità, lo supererai. Non aver
paura.
Sali sul palcoscenico, lavora, diventerai Sarah.
Le piccole e grandi battaglie della mia breve esistenza, le ho discusse così. Ho avuto i miei alti e bassi.
Momenti in cui mi sono sentita più isolata, più sola, e altri molto meno.
Ho ancora molto da imparare, mi pongo ancora molti interrogativi. Imparare, bisogna farlo per tutta la vita.
Se si smette d'imparare, si è spacciati. Occorre che la vita continui, giorno dopo giorno, con curiosità nuove,
apprendimenti diversi. E così che si trae realmente profitto dalla vita. La mia filosofia è la battaglia. Battersi
per vincere. Non mollare. Impegnarsi. Fare tutto. E anche i piaceri semplici. Le piccole felicità quotidiane.
Saperle cogliere. E custodirle.
A volte, mi assalgono dei dubbi. Il bilancio provvisorio della mia vita è positivo o negativo? Ho fatto
qualcosa d'importante?
Non sono vecchia, ma dalla mia nascita è accaduta un'enorme quantità di cose. Sono "invecchiata" a tutta
velocità. Ho fatto certe esperienze prestissimo, troppo presto. Ho l'impressione di aver progredito assai
velocemente. E di non essermi ancora concessa il tempo di volgermi a contemplare la strada percorsa. Un
giorno, qualcuno mi ha detto:
«Come? A sette anni rifletti già su te stessa? Parlavi della tua anima?».
Ero costretta. Prima, non c'era nulla. Di colpo, ecco lì la comunicazione. Mi sono forgiata un'identità, una
riflessione, a gran velocità. Forse per recuperare il tempo perduto. A tredici anni, mi sentivo adulta ... A
ventidue, so che per esserlo ho ancora parecchia strada da fare.
Ho bisogno degli altri, di scambi. Ho bisogno di una comunità. Non potrei vivere senza gli udenti, né vivere
senza i sordi. La comunicazione è una passione.
A volte ho bisogno d'aria, in uno o nell'altro dei due mondi. Di tenermi in disparte. Di ripiegare le ali. Ma non
per molto.
Devo comunicare. Se non potessi comunicare, mi metterei a urlare, batterei, darei l'allarme alla Terra
intera.
Sarei sola sulla Terra.
La storia della nonna comincia a tradursi in realtà.

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Dono al mondo dei sordi e degli udenti ciò che sono. La mia parola e il mio cuore. La mia volontà di
comunicare, di avvicinare i due mondi. Con tutto il cuore.
Sono un gabbiano che ama il teatro, che ama la vita, che ama i due mondi. Quello dei figli del silenzio e
quello dei figli del rumore. Che li sorvola e vi si posa con la stessa felicità. Che può parlare a nome di coloro i
quali non ne hanno la possibilità. Ascoltare gli altri. Comprendere gli altri.
Qualche tempo fa, iniziando la difficile prova di scrivere questo libro, tremavo di apprensione. Ma lo volevo.
Tengo immensamente all'espressione scritta. È il mezzo di comunicazione che finora non avevo ancora
affrontato seriamente.
Gli udenti scrivono libri sui sordi. Jean Grémion, professore di filosofia, uomo di teatro e giornalista, ha
studiato per vari anni il mondo dei sordi per scrivere un'opera straordinaria, La Planète des sourds, in cui
dice, segnatamente: «Gli udenti hanno tutto da imparare da coloro i quali parlano con il corpo. La ricchezza
della lingua gestuale è uno dei tesori dell'umanità».
In Francia, o addirittura in Europa, non mi risulta che vi sia un libro scritto da un sordo. Taluni mi dicevano:
«Non ci riuscirai ... ».
lo, però, lo volevo. Con tutto il cuore. Tanto per parlare a me stessa, quanto per parlare ai sordi, agli udenti.
Per dare testimonianza della mia breve esistenza, con la massima sincerità possibile.
E farlo soprattutto nella vostra lingua madre. La lingua dei miei genitori. La mia lingua di adozione.
Il gabbiano è diventato grande e vola con le sue ali. Vedo, come potrei udire.
Gli occhi sono le mie orecchie.
Scrivo, così come posso esprimermi a segni. Le mie mani sono bilingui.
Vi offro la mia diversità.
Il mio cuore non è sordo a nulla in questo duplice mondo.

Mi dispiace congedarmi da voi.


Emmanuelle Laborit
Primavera 1994

indice
1. Confidenza
2. Il grido del gabbiano
3. Il silenzio delle bambole
4. Ventre e musica . . .
5. Gatto bianco, gatto nero
6. «Tiffiti» . . . .
7. lo mi chiamo «io»
8. Marie, Marie ....
9. La città dei sordi .
10. Fiore che piange
11. Vietato vietare .
12. Assolo di pianoforte
13. Passione alla vaniglia.
14. Gabbiano in gabbia. .
15. Pericolo rubato
16. Comunicazione sul velluto.
17. Amore avvelenato
18. Gabbiano testa vuota
19. Sole, soli. . .
20. Aids uguale sole
21. Perdo le staffe .
22. Il silenzio della maturanda . . .
23. Il silenzio dello sguardo. .
24. TI signore dell'impianto.
25. Decollo . . . . . . . . .
26. Gabbiano in sospeso. . . .
27. Arrivederci . . . . .

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Alcune foto di Emmanuelle Laborit

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