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Storia sociale

da

dell’arte
di Arnold Hauser

Storia dell’arte Einaudi 1


Edizione di riferimento:
Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte. Volume pri-
mo. Preistoria. Antichità. Medioevo, trad. it. di Anna
Bovero, Einaudi, Torino 1955, 1956 e 1987
Titolo originale:
Sozialgeschichte der Kunst und Literatur, C. H. Beck,
München

Storia dell’arte Einaudi 2


Indice

il medioevo

I. Lo spiritualismo dell’arte paleocristiana 4

II. L'arte del cesaropapismo bizantino 13

III. Cause e conseguenze dell’iconoclastia 21

IV. Dalle invasioni barbariche al Rinascimento


carolingio 27

V. Poeti e pubblico dell’epica 42

VI. L’organizzazione del lavoro nei conventi 54

VII. Feudalesimo e arte romanica 62

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Capitolo primo

Lo spiritualismo dell’arte paleocristiana

Fittizia è l’unità dello sviluppo storico del Medioevo;


di fatto, esso si scinde in tre epoche culturali ben distin-
te: il feudalesimo terriero dell’alto Medioevo, la caval-
leria cortese e la borghesia cittadina del tardo Medioe-
vo. Le cesure tra queste fasi sono in ogni caso piú
profonde di quelle che si possono osservare al principio
e alla fine di tutta l’epoca. Feudalesimo, cavalleria, bor-
ghesia non solo sono divisi fra loro piú nettamente che
non Antichità e Medioevo, o Medioevo e Rinascimen-
to, ma le trasformazioni che le separano – la nascita del
vassallaggio cavalleresco e la trasformazione dell’econo-
mia curtense nell’economia monetaria delle città, il
risveglio della sensibilità lirica e lo sviluppo del natura-
lismo gotico, l’emancipazione della borghesia e gli inizi
del nuovo capitalismo – sono, per la genesi del senso
moderno della vita, anche piú importanti delle conqui-
ste intellettuali della Rinascita.
La maggior parte degli elementi che si considerano
caratteristici dell’arte medievale, e soprattutto la ten-
denza a semplificare e stilizzare, la rinuncia alla profon-
dità e alla prospettiva, l’arbitrio nelle proporzioni e nei
gesti, sono indicativi solo per l’alto Medioevo e perdo-
no il loro valore all’inizio dell’età comunale. L’unico
tratto fondamentale che conserva valore per l’arte e per
la cultura anche dopo quella svolta, è la visione metafi-
sica del mondo. Nel passaggio dall’alto al pieno Medioe-

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vo, l’arte perde la sua rigidezza e il suo impaccio, ma


conserva il suo carattere profondamente religioso e spi-
ritualizzato, e resta anche in seguito l’espressione di
una società tutta pervasa dal cristianesimo e organizza-
ta ieraticamente. La sua continuità è garantita dall’ege-
monia spirituale del clero, assoluta nonostante tutte le
eresie e le sette, e dal credito inconcusso della Chiesa
dispensatrice di salvezza.
Ma la visione trascendente propria del Medioevo non
è data già a priori col cristianesimo; l’arte paleocristia-
na non ha ancora nulla della trasparenza metafisica
essenziale allo stile romanico e gotico. La spiritualità di
quell’arte, in cui già si volle riconoscere la sostanza della
concezione medievale1 in realtà è ancora quel generale,
vago spiritualismo che impregnava già l’estremo paga-
nesimo. Essa non contiene ancora alcun sistema sopran-
naturale in sé conchiuso e in grado di sostituire l’ordi-
ne naturale delle cose; al massimo vi si esprime un accre-
sciuto interesse e una piú fine sensibilità per i moti del-
l’anima umana. Le forme della tarda antichità e dell’ar-
te paleocristiana sono significative solo in senso psico-
logico, non metafisico; sono espressionistiche, non divi-
natorie. I grandi occhi sbarrati dei tardi ritratti romani
esprimono una vita psichica intensa, intellettuale e affet-
tiva; ma questa vita psichica è senza sfondo metafisico
e in sé non ha nulla a che fare col cristianesimo. Essa
dipende da condizioni che non è stato il cristianesimo a
creare. La tensione che trova nel messaggio cristiano la
sua soluzione, si annunzia già con l’ellenismo; la rispo-
sta del cristianesimo alle domande che si poneva quel
tempo inquieto fu pronta, ma per una formulazione arti-
stica di essa dovettero lavorar molte generazioni: non fu
cosa trovata a un tratto, insieme con la dottrina.
L’arte cristiana dei primi secoli non è che una deri-
vazione, se non proprio una degenerazione, della tarda
romanità. L’affinità fra le due correnti è cosí grande, che

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il vero mutamento di stile dev’essere avvenuto nel pas-


saggio dall’età classica a quella post-classica, non dal
paganesimo al cristianesimo. Le opere del basso Impe-
ro, specie quelle del tempo di Costantino, anticipano già
essenzialmente l’arte paleocristiana: lo stesso impulso a
spiritualizzare e ad astrarre; la stessa predilezione per la
forma piatta, incorporea come un’ombra; la stessa ten-
denza alla frontalità, alla solennità e alla gerarchia; la
stessa indifferenza alla vita organica e vegetativa; la
stessa insensibilità per tutto ciò che è soltanto caratte-
ristico, singolare e pittoresco; in breve, la stessa volontà
artistica diretta all’ideale anziché al sensibile, che tro-
viamo negli affreschi delle catacombe, nei mosaici delle
chiese romane, nei codici miniati paleocristiani. Il pro-
cesso che, dalla rappresentazione minuta e circostanzia-
ta dell’epoca alessandrina conduce alla concisione espo-
sitiva della decadenza e allo schematismo dei simboli
paleocristiani, s’inizia con l’Impero. Di qui si può vede-
re, quasi passo per passo, come l’elemento ideale pre-
valga sempre piú su quello formale, e come, a poco a
poco, le forme si mutino in una sorta di ideogrammi. La
via che allontana l’arte cristiana dall’oggettività e dal
realismo classico si biforca. Da un lato si sviluppa un
simbolismo che non mira tanto a rappresentare, quanto
a evocare e manifestare la presenza dell’Essere Santo, e
trasforma ogni particolare in simbolo soteriologico. Solo
il valore ideale, che da tale simbolismo deriva agli ele-
menti dell’opera, spiega la maggior parte delle caratte-
ristiche, di per sé incomprensibili, dell’arte paleocri-
stiana; anzitutto l’alterazione delle proporzioni natura-
li, che si adeguano all’importanza spirituale degli ogget-
ti rappresentati; la cosiddetta «prospettiva invertita»2,
per cui la figura principale, piú lontana dallo spettato-
re, appare piú grande delle figure secondarie disposte in
primo piano; la veduta frontale a scopo di ostensione
solenne; il trattamento sommario degli accessori inani-

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mati; e cosí via. L’altra corrente porta a uno stile epico-


illustrativo che vuole rappresentare al vivo scene, fatti,
avvenimenti aneddotici. I bassorilievi, gli affreschi, i
mosaici paleocristiani, quando non sono immagini di
devozione, vogliono essere racconti: Bibbia scolpita e
agiografia dipinta. Quel che importa all’artista è l’espo-
sizione precisa, la chiarezza dei riferimenti. Nell’evan-
geliario di Rossano una miniatura mostra Giuda che
restituisce i denari; il Gran Sacerdote, sotto il baldac-
chino, copre parzialmente una delle colonne anteriori,
benché lo si debba immaginare seduto dietro di essa.
L’evidenza del gesto di ripulsa importava al pittore piú
di cose senza alcun rapporto col fatto3.
È un’arte semplice e popolare, almeno ai suoi inizi,
che per molti aspetti ci rammenta le note scene della
Colonna traiana. A questo stile si adattarono gradual-
mente anche i circoli ufficiali, cosí che infine l’arte
paleocristiana, che rispondeva in primo luogo al gusto
degli umili, si distinse da quella dell’élite non tanto per
le sue tendenze, quanto per la qualità. Poiché probabil-
mente le pitture delle catacombe sono, per la maggior
parte, opera di semplici artigiani, dilettanti e scombic-
cheratori, chiamati a quel compito piú dai loro principî
che dal loro talento. Ma la degenerazione del gusto e
della tecnica si manifestò anche negli ambienti d’antica
cultura. Siamo di fronte a una frattura simile a quella
che noi stessi avvertimmo nel trapasso dall’impressioni-
smo all’espressionismo. L’arte costantiniana, accanto a
quella del secolo i, ci sembra rozza come, per esempio,
un quadro di Rouault accanto a un’opera di Manet. Nei
due casi il mutamento stilistico fu la conseguenza del
mutamento nell’animus di una società iperurbanizzata,
cosmopolita, dilacerata dalle contraddizioni economi-
che, tormentata da presagi di rovina e disposta a spera-
re solo in un aiuto ultraterreno; di una società che, nel
suo pessimismo catastrofico, annetteva molta piú impor-

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tanza al nuovo contenuto spirituale che alle antiche raf-


finatezze formali. Negli ultimi tempi di Roma questo
stato d’animo si rispecchia ugualmente nitido nell’arte
pagana e in quella cristiana, con la sola differenza che
le opere destinate ai Romani illustri e facoltosi si dove-
vano ad artisti veri, probabilmente non inclini a lavorare
per la povera comunità dei cristiani. E ciò neppure quan-
do erano personalmente vicini alle idee cristiane e si
sarebbero adattati a un piccolo compenso, o magari
avrebbero lavorato gratis; perché i cristiani avrebbero
voluto ch’essi smettessero di fare idoli pagani; conces-
sione tanto piú difficile per un artista, quanto piú era
eccellente e apprezzato.
Quegli studiosi, che già nell’arte paleocristiana voglio-
no riconoscere l’immagine metafisica del mondo propria
del Medioevo, interpretano generalmente tutto ciò che in
essa appare deficiente, nei confronti dell’arte classica,
come una rinunzia cosciente e volontaria e muovono
dalla teoria dell’«intento artistico» per considerare ogni
insufficienza di mezzi mimetici ed espressivi come una
conquista spirituale e un guadagno. Ogni volta che uno
stile non sembra in grado di assolvere un determinato
compito, essi cominciano col domandarsi se quello stile
tendeva proprio ad assolvere quel compito; e senza dub-
bio è questo uno degli spunti piú fecondi nella teoria del-
l’intento artistico; ma vale solo come ipotesi di lavoro e
non va spinta oltre i propri limiti. In ogni caso è errato
interpretare la teoria in modo tale da eliminare senz’al-
tro ogni tensione fra volere e potere4. E proprio nell’ar-
te paleocristiana la presenza di quella tensione è indiscu-
tibile. Poiché spesso non è che insufficienza e povertà,
rinunzia involontaria alla forma corretta e primitivo erro-
re del disegno, ciò che in essa viene apprezzato come sem-
plificazione voluta e sintesi sovrana, esaltazione conscia
dei propri fini e sublimazione ideale della realtà.
L’arte paleocristiana supera l’incertezza formale e

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l’impaccio solo dopo l’editto di Milano, quando diven-


ta l’arte ufficiale dello stato e della corte, degli ambien-
ti aristocratici e colti. Ora, in opere come il mosaico
absidale di Santa Pudenziana, essa riacquista perfino
qualcosa di quella kalokagathía di cui ancora poco prima
non voleva sentir parlare, ostile com’era al sensualismo
classico. L’idea che soltanto l’anima è bella, e il corpo,
come ogni cosa materiale, è brutto e abominevole, viene
respinta nello sfondo, almeno per un certo tempo, dopo
il riconoscimento del cristianesimo. La Chiesa, ormai
potente e ricca, fa rappresentare Cristo e i discepoli in
aspetto solenne e dignitoso, quasi patrizi romani, digni-
tari imperiali o senatori influenti. Rispetto all’arte anti-
ca, questa è ancor meno originale dell’arte cristiana pri-
mitiva. Si può definire piuttosto come il primo di quei
Rinascimenti che nel Medioevo si susseguono quasi inin-
terrotti e da allora divengono un tema ricorrente nella
storia dell’arte.
Durante i primi secoli dell’era cristiana la vita, nel-
l’Impero, rimase press’a poco immutata; si svolgeva nelle
stesse forme economiche e sociali, secondo le stesse tra-
dizioni e istituzioni. I modi della proprietà e l’organiz-
zazione del lavoro, le fonti della cultura e i metodi d’in-
segnamento non sono sostanzialmente mutati: sarebbe
strano un improvviso mutare dell’arte. Tutt’al piú, le
forme della civiltà antica, in seguito al nuovo orienta-
mento cristiano, hanno perduto la coerenza originaria,
pur restando il solo linguaggio che si possa usare per farsi
intendere. Neppure l’arte cristiana disponeva di altre
forme; e le utilizzò come si utilizza il vocabolario di una
lingua: non perché le volesse conservare, ma semplice-
mente perché «c’erano»5. Il vecchio linguaggio, come
avviene di solito delle forme e delle istituzioni consoli-
date, si mantenne intatto piú a lungo dello spirito donde
era sorto. Lo spirito già da gran tempo era cristiano, ma
ci si esprimeva pur sempre secondo le antiche forme

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della filosofia, dell’arte e della poesia. Ne derivò fin dal


principio, per la civiltà cristiana, un dissidio ignoto al
mondo orientale e classico. Le forme e i contenuti erano
nati e s’erano sviluppati insieme; la visione cristiana,
invece, si componeva di una nuova impostazione spiri-
tuale ancora indifferenziata e di forme di pensiero e di
sensibilità proprie di una civiltà raffinata, giunta all’e-
strema maturità intellettuale ed estetica.
Dapprima l’ideale cristiano non muta l’aspetto este-
riore, ma la funzione sociale dell’arte. Per l’antichità
classica, l’opera d’arte aveva un valore prevalentemen-
te estetico; per il cristianesimo, essa ha un significato
affatto diverso. Fra gli elementi dell’eredità classica, il
primo a perdersi fu l’autonomia della forma. Per il
Medioevo, di fronte alla religione, come non c’è una
scienza, cosí non c’è un’arte autonoma e indifferente alla
fede. Anzi l’arte, almeno per quanto concerne l’effetto
sulle masse, è lo strumento piú prezioso per l’opera edu-
cativa della Chiesa. «Pictura est quaedam litteratura
illitterato», diceva Strabone; e cosí anche Durando:
«Pictura et ornamenta in ecclesia sunt laicorum lectio-
nes et scripturae». Per l’alto Medioevo l’arte sarebbe
affatto superflua, se tutti sapessero leggere e seguire i
ragionamenti astratti: da principio essa è solo una con-
cessione fatta alla moltitudine ignorante, che facilmen-
te soggiace alle impressioni dei sensi. Ma come «pura
gioia dell’occhio», come dice san Nilo, non sarà piú
considerata per molto tempo. Lo scopo morale e dida-
scalico è il tratto piú caratteristico dell’interpretazione
cristiana. Anche presso i Greci e i Romani l’opera d’ar-
te spesso non era che uno strumento di propaganda, ma
non fu mai considerata come un semplice mezzo didat-
tico. In questo la divergenza si manifesta fin dall’inizio.
Solo nel secolo v, con la fine dell’Impero d’Occi-
dente, comincia il radicale mutamento delle forme. Sol-
tanto ora l’espressionismo tardoromano si trasforma in

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«linguaggio trascendente»6. Soltanto ora si compie l’e-


mancipazione dell’arte dalla realtà; ma in modo cosí
totale che la rinuncia all’imitazione del vero spesso
ricorda il geometrismo greco delle origini. Anche qui la
composizione viene subordinata a un ordine decorati-
vo; ma questo non è piú semplicemente l’espressione di
un’armonia decorativa, ma anche di un ordine piú alto,
di un’armonia universale. Né ci si ferma alla pura deco-
razione, al regolare allineamento delle figure, all’ordi-
namento simmetrico dei gruppi, all’accordo ritmico dei
gesti, all’accostamento decorativo dei colori; tutti que-
sti criteri non sono che la premessa del nuovo sistema
formale, cosí come infine ci appare a Santa Maria Mag-
giore, nei mosaici della navata. Ecco scene che si svol-
gono in un ambiente senz’aria e senza luce, in uno spa-
zio senza profondità, né prospettiva, né atmosfera, con
figure piatte, non modellate, senza peso né ombra. L’il-
lusione di un concreto rapporto spaziale non viene piú
neppure cercata; le figure sono sempre piú isolate, e i
loro rapporti sono puramente ideali. Si fanno sempre
piú statiche e inanimate e appaiono sempre piú solen-
ni, spiritualizzate, remote dalla vita e dalla terra. Per
la maggior parte, i mezzi con cui si ottiene questo effet-
to – la riduzione della profondità spaziale, la piattezza
e la frontalità delle figure, il gusto della sobrietà e della
semplicità – erano già presenti nell’arte tardoromana e
nell’arte cristiana primitiva, ma soltanto ora si con-
giungono come elementi di un nuovo stile. Là appari-
vano ancora sporadicamente, cercavano una giustifica-
zione particolare7 e si trovavano sempre in aperto, irri-
mediabile conflitto con tradizioni e reminiscenze natu-
ralistiche; qui la fuga dal mondo è consumata, tutto è
diventato forma rigida, inanimata, fredda, ma anche
vita, la piú intensa ed essenziale; morte dell’Adamo
carnale e vita nuova dello spirito. Qui tutto riflette le
parole di Paolo: «E vivo, non piú io, ma Cristo vive in

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me» (Gal., 2, 20). L’antica gioia del senso è finita.


Scomparso l’antico splendore, lo stato romano è in rovi-
na; la Chiesa celebra il suo trionfo, non piú nello spiri-
to romano del dominio, ma nel segno di una potenza
che dichiara di non essere di questo mondo. E solo ora,
che la Chiesa è divenuta pienamente sovrana, si crea
uno stile che non ha praticamente piú nulla in comune
con l’antichità classica.

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Capitolo secondo

L’arte del cesaropapismo bizantino

La civiltà dell’Oriente greco non è stata spezzata


dalle invasioni barbariche come quella dell’Occidente.
L’economia urbana e mercantile, pressoché distrutta
nell’Impero romano d’Occidente, in Oriente continuò
a fiorire, piú vitale che mai. La popolazione di Costan-
tinopoli già nel secolo v superava il milione, e ciò che i
contemporanei narravano della sua ricchezza e del suo
splendore suona come un racconto di fate. Per tutto il
Medioevo, Bisanzio fu la terra meravigliosa dei tesori
senza fondo, dei palazzi scintillanti d’oro e delle feste
senza fine; e al mondo intero era esempio di eleganza e
di maestà. I mezzi per sostenere quella magnificenza sca-
turivano dal commercio e dagli scambi. Molto piú del-
l’antica Roma, Bisanzio era una metropoli nel senso
moderno: una città cosmopolita per popolazione e costu-
mi, centro d’industrie e di esportazioni, mercato e scalo
internazionale8, e per giunta una città schiettamente
orientale, a cui sarebbe riuscito incomprensibile il disde-
gno degli occidentali per il commercio. La corte stessa,
con i suoi monopoli, rappresentava una grande impresa
industriale e commerciale. Ed è soprattutto per la restri-
zione che la libertà economica subí a opera di questi
monopoli che la vera fonte della ricchezza privata, nono-
stante la struttura capitalistica dell’economia bizantina,
non fu il commercio, ma la proprietà terriera9. I grandi
profitti commerciali non andavano a vantaggio dei pri-

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vati, ma dello stato e della casa imperiale. Le restrizio-


ni imposte all’iniziativa privata non consistevano sol-
tanto nel fatto che, a partire da Giustiniano, la fabbri-
cazione di certe sete e il commercio dei principali gene-
ri alimentari furono riservati allo stato, ma si estende-
vano anche all’ordinamento dei mestieri, per cui spet-
tava all’amministrazione cittadina e alle corporazioni
l’intero regolamento della produzione e degli scambi10.
Ma il monopolio statale delle industrie e dei commerci
piú redditizi era ben lungi dal bastare alle esigenze del
fisco; l’amministrazione delle finanze toglieva alle
imprese private la maggior parte del guadagno in con-
tanti sotto forma di imposte, contributi, dazi, licenze
d’esercizio e cosí via. Cosí il capitale mobile privato non
acquistò mai vera forza. La politica economica autocra-
tica della Corona poteva lasciare libertà al possidente di
provincia nelle sue terre, ma in città ogni cosa era vigi-
lata e regolata con la massima severità dall’autorità cen-
trale11. Bisanzio lavorava, grazie agli introiti regolari
delle imposte e alla razionale direzione delle aziende
statali, con un bilancio in perfetto pareggio, e dispone-
va inoltre di una riserva monetaria che, a differenza
degli stati occidentali dell’alto e del pieno Medioevo, le
permetteva di domare ogni tendenza particolaristica o
ribelle. La potenza dell’imperatore poggiava su un forte
esercito di mercenari e su un’efficiente burocrazia, che
non avrebbero potuto sussistere senza le entrate rego-
lari dello stato. Ad esse Bisanzio dovette la sua stabilità,
e l’imperatore la propria libertà economica e la propria
indipendenza dai grandi proprietari terrieri.
Queste condizioni spiegano perché lo spirito dina-
mico, progressivo, innovatore, generalmente connesso al
commercio e agli scambi, all’economia urbana e mone-
taria, non abbia potuto penetrare a Bisanzio. La vita cit-
tadina, che di solito promuove l’uguaglianza e l’eman-
cipazione, funge qui da supporto di una cultura ristret-

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ta, conservatrice. Grazie alla politica costantiniana in


favore delle città, fin da principio Bisanzio ebbe una
struttura sociale diversa dalle città del mondo antico,
dell’alto e del basso Medioevo. Specialmente la legge che
condizionava la proprietà di terreni in certe parti del-
l’Impero alla proprietà di una casa a Costantinopoli,
provocò l’emigrazione dei proprietari di terre verso la
città; e cosí si sviluppò una particolare aristocrazia urba-
na che fu sempre piú fedele all’imperatore della nobiltà
occidentale12. Questo ceto economicamente soddisfatto
e conservatore agí in senso stabilizzante anche sul resto
della popolazione, e contribuí alla nascita e all’afferma-
zione di una cultura caratteristica di una monarchia
assoluta, con la sua tendenza all’uniformità, alla con-
venzione, alla stasi, proprio in una città commerciale e
tendenzialmente irrequieta come Costantinopoli.
La forma politica dell’impero bizantino fu il cesaro-
papismo, che raccoglieva il potere temporale e spirituale
nelle mani di un autocrate. La supremazia dell’imperatore
sulla Chiesa si fondava sulla dottrina, elaborata dai Padri
e sancita dalle leggi giustinianee, del diritto divino, desti-
nato a sostituire l’antico mito dell’origine divina del re,
inconciliabile con la fede cristiana. Se l’imperatore non
poteva essere «divino», poteva essere tuttavia il rappre-
sentante di Dio in terra o, come Giustiniano si faceva
volentieri chiamare, il suo archipresbyteros. Non ci fu
mai, in Occidente, uno stato cosí teocratico, mai nella
storia moderna il servizio del principe fu parte cosí essen-
ziale del servizio di Dio. In Occidente gli imperatori
erano soltanto sovrani temporali, ed ebbero sempre nella
Chiesa una rivale, quando non un’aperta avversaria. In
Oriente, invece, essi erano al vertice di tutt’e tre le gerar-
chie: Chiesa, esercito e amministrazione13, e considera-
vano anche la Chiesa come un «dicastero statale».
L’autocrazia, spirituale e temporale, dell’imperatore
d’Oriente, spesso esigentissima per la fedeltà dei sudditi,

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doveva apparire in modo da eccitare la fantasia della


gente, rivestirsi di forme imponenti e trincerarsi dietro
un mistico cerimoniale. La corte ellenistico-orientale,
con la sua solennità inaccessibile e la rigidissima eti-
chetta che vietava ogni improvvisazione, era la cornice
adatta per un effetto di questo genere. Ma a Bisanzio la
corte, ancor piú che ai tempi dell’ellenismo, fu il centro
di tutta la vita intellettuale e sociale. E prima di tutto,
la corte era non solo il maggiore, ma di fatto l’unico
committente di lavori artistici di un certo impegno, poi-
ché da essa venivano i piú importanti incarichi anche per
le chiese. Solo a Versailles l’arte fu di nuovo cosí total-
mente aulica. Ma forse non fu mai cosí interamente
regale, cosí sottratta all’influsso dell’aristocrazia; e non
divenne mai, come a Bisanzio, la rigida, inerte immagi-
ne del conformismo ecclesiastico e politico. In nessun
luogo l’aristocrazia fu cosí soggetta al monarca, cosí
interamente ed esclusivamente ceto di burocrati e impie-
gati creato dall’imperatore e accessibile solo ai suoi favo-
riti; non quindi casta chiusa o nobiltà ereditaria, anzi
neppure nobiltà nel senso stretto della parola. L’auto-
cratismo dell’imperatore non permetteva l’affermarsi di
privilegi ereditari. La classe dei grandi e degli influenti
coincideva sempre con la burocrazia; si avevano privi-
legi solo finché si era in servizio. Perciò, trattandosi di
Bisanzio, bisognerebbe parlare solo di Grandi del regno,
e non di una casta nobiliare. Il senato, rappresentanza
politica del ceto superiore, veniva reclutato, da princi-
pio, solo tra i funzionari, e soltanto piú tardi, quando la
proprietà fondiaria ebbe conseguito una posizione pri-
vilegiata, anche fra i proprietari di terre14. Ma nono-
stante i favori goduti da costoro rispetto agli industria-
li e ai mercanti, non si può parlare di una nobiltà feu-
dale, e neppure di una nobiltà ereditaria15. Fra la ric-
chezza e la dignità sociale, la carriera burocratica era l’a-
nello necessario. I ricchi latifondisti – ed essi soli erano

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veramente ricchi – dovevano procurarsi un titolo uffi-


ciale, magari comprandolo, per essere annoverati tra i
Grandi; i funzionari, a loro volta, tendevano alla sicu-
rezza economica attraverso l’acquisto di beni fondiari.
E si giunse a una fusione cosí perfetta delle due classi
dirigenti, che – da ultimo – tutti i latifondisti erano fun-
zionari, e tutti i funzionari latifondisti16.
Ma l’arte aulica bizantina non avrebbe mai potuto
diventare l’arte cristiana per eccellenza, se la Chiesa
stessa non fosse diventata un’autorità assoluta e non si
fosse sentita signora del mondo. In altre parole: lo stile
bizantino poté affermarsi dovunque ci fosse arte cri-
stiana, solo perché la Chiesa cattolica pretendeva in
Occidente alla stessa potenza che l’imperatore posse-
deva a Bisanzio. Lo scopo dell’arte era identico nei due
casi: espressione di autorità assoluta, di grandezza
sovrumana, di mistica inaccessibilità. La tendenza a
una rappresentazione prestigiosa dei personaggi a cui si
tributa rispetto e venerazione, tendenza che comincia
ad affermarsi fin dal basso Impero, culmina nell’arte
bizantina. Anche qui, come già nell’antico Oriente, l’e-
spediente principale è la frontalità. Si mette in moto un
duplice meccanismo psichico: da un lato il rigido atteg-
giamento della figura rappresentata frontalmente indu-
ce in chi guarda una disposizione spirituale corrispon-
dente; dall’altro, l’artista esprime, in questo atteggia-
mento, la propria venerazione per lo spettatore che egli
immagina sempre nella persona del basileus, suo com-
mittente e protettore. Questa venerazione è il signifi-
cato della frontalità anche quando, o meglio – per il
funzionamento simultaneo dei due meccanismi – pro-
prio quando il sovrano medesimo è il personaggio rap-
presentato, e si verifica il paradosso che l’atteggiamen-
to rispettoso venga assunto proprio dalla persona a cui
va il rispetto dell’artista. Il meccanismo psicologico di
questa auto-oggettivazione non è altro che quello per

Storia dell’arte Einaudi 17


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cui il re rispetta rigorosamente l’etichetta che gravita


intorno alla sua persona. In certo qual modo, grazie alla
frontalità, ogni figura assume un carattere ufficiale. Il
formalismo del rituale aulico ed ecclesiastico, la solen-
ne gravità della vita regolata da criteri ascetici e dispo-
tici, la tendenza simbolico-cerimoniale della gerarchia
ecclesiastica e mondana, pongono all’arte le stesse esi-
genze e si esprimono nello stesso stile. L’arte rappre-
senta Cristo come un re, Maria come una regina; l’uno
e l’altra indossano vesti preziose e regali, e siedono
freddi, inespressivi e distanti sul loro trono. Il lungo
corteo dei martiri e dei santi si avvicina a loro in lenti
ritmi solenni, come il seguito dell’imperatore e del-
l’imperatrice nelle cerimonie di corte. Gli angeli assi-
stono e formano processioni severamente ordinate,
come i dignitari ecclesiastici nelle feste religiose. Tutto
è grande e possente, ogni elemento umano, soggettivo,
arbitrario è soppresso. Un rituale intangibile vieta a
quelle figure di muoversi liberamente, di uscire dalle
file, persino di volgere lo sguardo. Nei mosaici dedica-
tori di San Vitale troviamo il paradigma, artisticamen-
te insuperato, di una vita assorta nella celebrazione.
Nessun’altra arte, classica o classicheggiante, idealisti-
ca o astratta, ha piú saputo esprimere ritmo e forma con
tanta immediata purezza. Piú nulla di complicato, di
sfumato o trascolorante nella penombra: tutto è sem-
plice, chiaro, distinto; tutto è contenuto in forti con-
torni ininterrotti, in colori puri, senza gradazioni. La
situazione epico-aneddotica si è trasformata senza resi-
dui in una scena ufficiale. Giustiniano e Teodora col
loro seguito recano offerte: un tema insolito come moti-
vo principale per il presbiterio di una chiesa. Ma, come
in quest’arte cesaropapistica le scene sacre acquistano
il carattere di cerimonie di corte, cosí le solennità della
corte s’inquadrano senza difficoltà nella cornice del
rituale ecclesiastico.

Storia dell’arte Einaudi 18


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

Nell’architettura, specie nella disposizione interna


delle chiese, si esprime lo stesso spirito «regale», auto-
ritario e solenne che domina i mosaici delle pareti. Fin
dall’inizio la chiesa cristiana si distingue dal tempio
antico per essere soprattutto la casa della comunità, e
non solo la casa del dio; e il centro ideale dell’architet-
tura si sposta dall’esterno all’interno dell’edificio. Ma
sarebbe errato scorgere in questo l’espressione di un
principio democratico e interpretare la chiesa, fin dal-
l’inizio, come un genere architettonico piú popolare del
tempio. Già nell’architettura romana l’attenzione si spo-
sta dall’esterno all’interno, il che, in sé e per sé, non dice
nulla sulla funzione sociale dell’edificio. La struttura
basilicale, che la chiesa paleocristiana desume dagli edi-
fici pubblici romani, divisa internamente in sezioni di
diverso grado e valore, dove il coro – riservato al clero
– è separato dallo spazio restante, aperto a tutti, corri-
sponde a una tendenza aristocratica piuttosto che demo-
cratica. Ma l’architettura bizantina, che integra con la
cupola lo schema della basilica paleocristiana, rafforza
l’elemento «antidemocratico» della suddivisione dello
spazio interno in zone nettamente circoscritte. La cupo-
la, corona dell’intero edificio, accentua e sottolinea la
cesura tra le varie parti dell’interno.
La miniatura presenta all’incirca lo stesso stile dei
mosaici, solenne, pomposo, astratto; ma è piú vivace e
spontanea nell’espressione, piú libera e varia nei suoi
temi, della grande decorazione parietale. Vi si possono
distinguere due correnti: quella delle grandi, lussuose
miniature a piena pagina, che si ispirano allo stile degli
eleganti manoscritti alessandrini; e quella dei libri piú
modesti, destinati all’uso dei conventi, dove le illustra-
zioni si limitano spesso a disegni in margine e corri-
spondono, col loro naturalismo orientale, al gusto piú
semplice dei monaci17. I mezzi relativamente modesti
che la miniatura richiede, permettono una produzione

Storia dell’arte Einaudi 19


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

anche per gente meno altolocata e di gusti piú liberali


di quel che non siano i committenti dei costosi mosaici.
La tecnica piú scorrevole, piú semplice, favorisce fin dal-
l’inizio una certa libertà e si presta a esperimenti indi-
viduali, piú che non il complesso e difficile procedi-
mento musivo. Tutto lo stile della miniatura è quindi piú
naturale e piú schietto di quello solenne delle chiese18; e
questo spiega perché le botteghe degli scrivani siano
divenute, durante l’iconoclastia, il rifugio dell’arte orto-
dossa e popolare19.
Ma semplificheremmo erroneamente la realtà storica
se nell’arte bizantina, o anche solo nel mosaico, voles-
simo negare ogni traccia di naturalismo. I ritratti che
essa inserisce nelle sue rigide composizioni, sono spesso
di una fedeltà sorprendente; e ciò che piú meraviglia in
quest’arte è forse proprio la sua capacità di armonizza-
re questi contrasti. I ritratti della coppia imperiale e del
vescovo Massimiano nei mosaici di San Vitale sono per-
suasivi, vivaci e parlanti come i migliori ritratti del basso
Impero. Pare che a Bisanzio, come a Roma, e nono-
stante ogni restrizione stilistica, non si sapesse rinun-
ciare alla caratterizzazione fisiognomica. Si potevano
impostare le figure di fronte, allinearle secondo un ordi-
ne astratto, irrigidirle nella solennità cerimoniale; ma,
dove si trattava di ritrarre personaggi ben noti, non si
poteva prescindere dal caratteristico. Ci troviamo di
fronte, in ogni caso, ad una fase già avanzata dell’arte
paleocristiana20, che si avvia a una nuova differenzia-
zione e cerca la sua strada nella direzione della minor
resistenza.

Storia dell’arte Einaudi 20


Capitolo terzo

Cause e conseguenze dell’iconoclastia

Le disgraziate guerre dei secoli vi, vii e vii, che richie-


sero la collaborazione dei proprietari di terre per la con-
tinua reintegrazione dell’esercito, rafforzarono la poten-
za di quella classe e condussero anche in Oriente a una
specie di feudalesimo. Mancava, è vero, quella recipro-
ca dipendenza di signori e vassalli che caratterizza il
sistema feudale in Occidente, ma anche qui l’imperato-
re si trovò a dipendere piú o meno dai proprietari ter-
rieri, non appena non ebbe piú i mezzi necessari per
mantenere un esercito mercenario21. Tuttavia il sistema
della concessione di possessi fondiari come ricompensa
per servigi militari si sviluppò solo in piccola scala nel-
l’Impero d’Oriente. Qui il benefizio non toccava, come
in Occidente, a magnati e cavalieri, ma a contadini e
semplici soldati. Naturalmente i latifondisti cercavano
di riassorbire queste terre, come avevano fatto in Occi-
dente con la proprietà dei contadini liberi; e anche qui
i contadini, per i gravami fiscali spesso insopportabili,
si mettevano sotto la protezione dei grandi, come in
Occidente avveniva per mancanza di sicurezza civile. Da
parte loro gli imperatori, almeno in un primo tempo, si
opposero con ogni mezzo all’estensione del latifondo, e
questo – in primo luogo – per non cadere essi stessi in
balia dei grandi proprietari. Il loro principale sforzo,
durante la lunga, disperata lotta contro Persiani, Avari,
Slavi e Arabi, fu rivolto all’esercito: ogni altra conside-

Storia dell’arte Einaudi 21


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

razione passava in secondo piano. Anche il divieto di


adorare le immagini non fu che una delle loro misure di
guerra.
Propriamente l’iconoclastia non fu un movimento
ostile all’arte; non perseguitò l’arte in generale, ma solo
un determinato tipo di arte: si rivolse soltanto contro le
rappresentazioni di contenuto religioso, mentre le pit-
ture decorative furono tollerate anche al tempo della piú
selvaggia persecuzione. La lotta aveva soprattutto uno
sfondo politico; l’ostilità all’arte, in quanto tale, non fu
che un motivo secondario e relativamente trascurabile,
forse il piú trascurabile di tutti. Alle origini del movi-
mento esso ebbe, in ogni caso, la parte minore, anche
se contribuí poi in misura non disprezzabile alla diffu-
sione dell’idea iconoclastica. Certo l’orrore per la figu-
razione del divino, come la repulsione per tutto ciò che
ricordasse il culto degli idoli, non era piú cosí forte, per
i tardi Bizantini amanti dell’arte, come per i primi cri-
stiani. Prima che il cristianesimo fosse riconosciuto dallo
stato, la Chiesa aveva combattuto per ragioni di princi-
pio contro l’uso delle immagini nel culto, e anche nei
cimiteri le aveva tollerate solo con gravi restrizioni.
Anche qui erano proibiti i ritratti, si evitavano le scul-
ture, e le pitture erano limitate a rappresentazioni sim-
boliche. In generale si rifuggiva dall’adornare le chiese
con opere d’arte. Clemente Alessandrino sottolinea che
il secondo comandamento riguarda le immagini di ogni
specie; e questa è la norma per la Chiesa primitiva e per
i Padri. Ma dopo l’editto di Milano non c’era piú da
temere ricadute nel culto degli idoli, e l’arte, anche se
non senza resistenze e limitazioni, poté mettersi al ser-
vizio della Chiesa. Ancora nel secolo iii, Eusebio dichia-
rava contraria alla Scrittura e idolatrica la rappresenta-
zione di Cristo, e immagini isolate di Cristo sono rela-
tivamente rare anche nel secolo successivo. Solo nel
secolo v s’intensifica la produzione di questo genere. Ma

Storia dell’arte Einaudi 22


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

poi l’immagine del Salvatore diventa un oggetto di culto


e infine una specie di protezione magica contro il Mali-
gno22. Un’altra fonte dell’iconoclastia, indirettamente
collegata all’orrore degli idoli, è l’avversione dei primi
cristiani all’estetismo sensuale dell’antichità classica.
Questo motivo spiritualistico è formulato in mille guise
dagli antichi cristiani, e trova la sua espressione forse piú
caratteristica in Asterio di Amasia, che respinge ogni
rappresentazione del Santo, perché un’immagine non
può fare a meno di sottolineare gli elementi materiali e
sensibili. «Non dipingere il Cristo, – ammoniva, – gli
basta l’umiliazione dell’incarnazione, a cui si è sottopo-
sto spontaneamente e per amor nostro; anzi accogli il
Verbo incorporeo nell’anima tua»23.
Molto piú importante di tutti questi motivi fu la
lotta contro l’idolatria, a cui il culto delle immagini,
aveva condotto in Oriente. Ma non era neppure questo
che piú premeva a Leone III Isaurico; la purezza della
religione gli stava a cuore assai meno dell’azione «illu-
ministica», ch’egli si riprometteva vietando il culto delle
icone. E anche piú importante dev’essere stata per lui
la considerazione di quei cospicui e dotti circoli ch’egli
sperava di conquistarsi con quel divieto». L’influsso dei
Pauliciani aveva diffuso in quei circoli una tendenza
alla «riforma», e qua e là s’erano levate voci che respin-
gevano l’intero sistema sacramentale, il rituale «pagano»
e la costituzione ufficiale del clero. Ma nulla appariva
loro piú pagano dell’idolatria connessa alle immagini
sacre, e almeno in questo la dinastia puritana degli Isau-
ri, di origine contadina, concordava perfettamente con
quei notabili25. Ad agevolare la diffusione dell’iconocla-
stia, contribuirono moltissimo i successi militari degli
Arabi, che non conoscevano icone. L’opinione mao-
mettana, trovò seguaci, come sempre ne trova il suc-
cesso. Fare a meno delle icone, come gli Arabi, diven-
ne una moda a Bisanzio. Molti attribuivano la fortuna

Storia dell’arte Einaudi 23


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

del nemico alla sua ripugnanza per le immagini, e pen-


savano di potergli semplicemente rubare il segreto. Altri
forse volevano mitigare l’animo dell’avversario adot-
tandone il costume. I piú, probabilmente, eran d’avvi-
so che la rinuncia al culto delle immagini non poteva
recare alcun danno.
Ma il movente principale e, in ultima analisi, decisi-
vo dell’iconoclastia fu la lotta impegnata dagli impera-
tori e dai loro fidi contro la potenza sempre piú grande
dei monaci. In Oriente questi non esercitavano certo
sulla vita spirituale degli alti ceti un influsso cosí gran-
de come in Occidente. La cultura laica, a Bisanzio,
aveva una sua tradizione, direttamente legata all’anti-
chità classica; e non aveva bisogno della mediazione
dei monaci. Tanto piú intimi erano i rapporti fra que-
sti ultimi e il popolo; e si formava cosí un fronte comu-
ne che, in certe condizioni, poteva diventare pericolo-
so per il governo. Già i monasteri erano mete di pelle-
grinaggio, a cui la gente affluiva coi suoi dubbi, con le
sue pene, recando suppliche e doni. La massima attrat-
tiva dei conventi erano le icone miracolose; un’icona
celebre era una fonte inesauribile di gloria e di ricchez-
za per il convento che la possedeva. I monaci si mostra-
vano condiscendenti verso gli usi della religione popo-
lare, il culto dei santi e delle reliquie, la venerazione
delle immagini, per accrescere non solo le loro entrate,
ma la loro autorità.
Leone III si sentiva ostacolato nel suo proposito di
fondare un forte stato militare soprattutto dalla Chiesa
e dai monaci. Fra i maggiori latifondisti erano i princi-
pi della Chiesa e i conventi, esenti da tasse. Non solo,
ma i conventi, data la popolarità della vita monastica,
sottraevano molte forze giovanili all’esercito, alla buro-
crazia e all’agricoltura; e al fisco, per le continue dona-
zioni e fondazioni pie, toglievano considerevoli introi-
ti26. L’imperatore, vietando il culto delle icone, li privò

Storia dell’arte Einaudi 24


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

del piú efficace mezzo di propaganda27. Il provvedi-


mento colpí in loro i produttori, i possessori e i custodi
delle immagini, ma soprattutto i difensori del magico
alone che ne avvolgeva la santità. L’imperatore doveva
dissiparlo, se voleva conseguire i suoi intenti totalitari.
A questa spiegazione del fenomeno iconoclastico la sto-
riografia «idealistica» obietta che la persecuzione comin-
ciò solo tre o quattro decenni dopo il divieto del culto
delle icone, e che, sotto Leone III, non s’intrapresero
contro i monaci ostilità dirette28. Come se non fosse
bastato il divieto a colpirli sensibilmente! Un assalto
diretto non era necessario, né giustificato, prima che si
opponessero al divieto; ma non appena ciò avvenne, si
passò alle persecuzioni personali.
L’iconoclastia non fu un movimento puritano, plato-
nico o tolstoiano, diretto contro l’arte in quanto tale.
Non determinò un arresto dell’attività artistica, ma solo
un nuovo orientamento; si direbbe anzi che abbia pro-
dotto un effetto stimolante sulla produzione, che era
caduta ormai in un meccanico e monotono formalismo.
I temi puramente ornamentali, a cui i pittori dovevano
attenersi, li ricondussero verso lo stile ellenistico, e l’af-
francamento dalle esigenze del clero permise di trattare
con piú freschezza i temi naturali29. Quando questi temi
si svilupparono in scene di caccia e di giardino, anche la
figura umana divenne piú libera e mossa, meno piatta e
frontale. La seconda fioritura dell’arte bizantina nei
secoli ix e x, che mantenne le conquiste naturalistiche
di quello stile profano trasponendole nella pittura sacra,
potrebbe essere quindi considerata, a ragione, come una
conseguenza dell’iconoclastia30. Comunque, l’arte bizan-
tina ricadde presto in forme stereotipe. Questa volta la
corrente conservatrice non partiva dalla corte, ma dai
conventi, e cioè proprio dai luoghi che già erano stati la
sede della tendenza piú libera, meno convenzionale, piú
popolare. Come un tempo l’arte aulica, ora quella mona-

Storia dell’arte Einaudi 25


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

stica cerca un canone saldo, coerente, intangibile. L’or-


todossia dei monaci, vittoriosa nella contesa delle imma-
gini, è diventata conservatrice in seguito alla vittoria;
tanto che le icone greco-orientali del secolo xvii non dif-
feriscono essenzialmente da quelle dell’xi.

Storia dell’arte Einaudi 26


Capitolo quarto

Dalle invasioni barbariche al Rinascimento


carolingio

L’arte barbarica, in confronto a quella romano-cri-


stiana, è un fenomeno regressivo: stilisticamente, è sullo
stesso piano dell’età del ferro. Mai concezioni cosí
profondamente contrastanti si trovarono geografica-
mente vicine come allora, quando a Bisanzio l’arte rap-
presentava figure, sia pure entro rigidi schemi, con alto
virtuosismo tecnico; mentre nell’Occidente, occupato da
stirpi germaniche e celtiche, dominava un geometrismo
astratto e puramente decorativo. Per quanto fantasiosa
e complicata, col suo molteplice intrico di motivi (nastri,
trecce e spirali, corpi incrociati di animali e figure umane
contorte), quest’arte decorativa, dal punto di vista del-
l’evoluzione storica generale, non oltrepassa l’epoca di
La Tène. Essa rivela il suo carattere primitivo soprat-
tutto nella straordinaria povertà di figure – la figura
umana appare solo nelle miniature irlandesi e anglosas-
soni – ma anche nella rinuncia a dare agli oggetti rap-
presentati una sia pur minima consistenza corporea.
Nonostante l’esplosivo dinamismo formale, spesso effi-
cacissimo, è e rimane arte minore, meticoloso artigia-
nato, mania di gioco. Ciò che il suo «goticismo segreto»
ha in comune col gotico vero è, caso mai, la tensione del-
l’astratto gioco di forze, ma non certo la sostanza, non
lo spirito. Sia che in questo gioco lineare si esprima una
particolarità germanica o, come è piú verosimile, un
decorativismo scitico e sarmatico di cui i Germani furo-

Storia dell’arte Einaudi 27


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

no soltanto il tramite31, siamo di fronte a un fenomeno


che significa la completa dissoluzione della visione clas-
sica e forma «il piú stridente contrasto con ogni senso
artistico mediterraneo»32.
L’arte barbarica fu un’arte «popolare», come sostie-
ne il Dehio? Fu un’arte rustica: l’arte delle stirpi conta-
dine che inondarono l’Occidente, di un popolo ancora
al livello della produzione primitiva. Se si vuole consi-
derare popolare ogni arte rustica, o se per arte popola-
re s’intende un’arte relativamente semplice, destinata a
un pubblico culturalmente indifferenziato, l’arte barba-
rica fu un’arte popolare. Non lo fu, se si vuol designa-
re, con questo termine, un’attività non professionale e
non specializzata. La maggior parte degli oggetti che ci
sono pervenuti presuppongono un’abilità artistica assai
superiore a ogni dilettantismo; non si può pensare che
siano frutto di attività saltuarie, ma anzi di profonda
preparazione e di lunga pratica. È probabile che i Ger-
mani non avessero ancora molti artigiani specializzati,
e senza dubbio l’artigianato era ancora in gran parte
un’attività casalinga; ma la produzione di ornamenti
come quelli a noi pervenuti non può essere stata un’oc-
cupazione marginale per i loro autori33.
Per lo piú i Germani erano liberi coltivatori che lavo-
ravano personalmente i loro campi, ma erano anche –
in parte – signori di terre che lasciavano condurre ai loro
servi. Al tempo delle invasioni, in ogni caso, non si
poteva piú parlare di terre in comune34. Si possono tra-
scurare le differenze sociali solo perché tutta la civiltà
era ancora allo stadio dell’economia agricola. Anche
qui, come dappertutto a partire dall’età neolitica, il geo-
metrismo corrisponde a una società rurale, ma anche
qui, come in tutti gli altri casi, non presuppone l’idea
di una proprietà collettiva. Di fronte all’arte rustica di
altri tempi e di altri popoli, l’arte barbarica non ha
nulla di particolare; è singolare tuttavia che il geome-

Storia dell’arte Einaudi 28


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

trismo dei contadini germanici non solo si perpetui, ma


si intensifichi – attraverso l’estensione dei propri prin-
cipî formali alla figura umana – nella miniatura dei
monaci irlandesi. Qui l’astrazione raggiunge, e talvolta
supera, quella del geometrismo protogreco. Non solo il
puro fregio, non solo la pianta e l’animale, ma anche le
forme umane vengon tradotte in segni calligrafici e per-
dono ogni ricordo della loro sostanza corporea e della
loro natura organica.
Perché mai un’arte cosí esperta e raffinata come quel-
la dei dotti monaci, e destinata a un pubblico dotto,
rimase allo stadio dell’arte barbarica? La ragione prin-
cipale è forse che l’Irlanda non fu mai una provincia
romana e quindi non ebbe contatti diretti con l’arte
classica. Con ogni probabilità, la maggior parte dei
monaci irlandesi non ebbe mai occasione di vedere scul-
ture provenienti da Roma, e neppure codici miniati
romani o bizantini dovevano giungere troppo spesso in
Irlanda: non abbastanza spesso, in ogni caso, per fon-
dare una tradizione artistica. Cosí l’astratto formalismo
barbarico non urtò contro resistenze cosí forti come
quelle che sul continente provocava l’arte romana. A
spiegare il «rustico» geometrismo di quelle miniature
concorre anche lo speciale carattere della vita monasti-
ca irlandese, diversa dal monachesimo continentale e
specialmente da quello bizantino. I monasteri greci si
trovavano in vicinanza delle città e prendevano parte
attiva alla vita urbana, agli scambi, alle correnti della
cultura internazionale, agli avvenimenti scientifici e arti-
stici; i monaci si dedicavano solo a lavori fisici leggeri e
il loro tenore di vita era ben diverso da quello del con-
tadino. Mezzi contadini, invece, sono ancora i monaci
irlandesi. Lo stesso Patrizio era figlio di un medio pro-
prietario, dunque un rusticus, e nelle sue fondazioni
monastiche seguiva alla lettera l’aspra regola benedetti-
na. Cosa strana, la piú antica poesia irlandese, frutto

Storia dell’arte Einaudi 29


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

della stessa civiltà che ci diede quelle antichissime minia-


ture, rivela un vivacissimo senso della natura, per cui si
può quasi parlare – piú che di una precisa osservazione
naturalistica – di un impressionismo nervoso e reattivo.
Non è facile capire come possano appartenere a una
medesima civiltà due fenomeni cosí diversi come quel-
le miniature, in cui ogni forma naturale diventa un ghi-
rigoro, e descrizioni come questa: «Lieve sussurro, dolce
sussurro, soave musica dell’universo, tenera voce di un
cuculo in cima agli alberi; gioca il pulviscolo nel raggio
del sole, i giovenchi sono innamorati... del monte»35.
Non si può spiegare questo contrasto se non con un dise-
guale sviluppo delle varie arti, che è un fenomeno fre-
quente; e anche qui siamo di fronte a uno di quei perio-
di storici le cui diverse manifestazioni artistiche non si
possono ridurre a un comune denominatore stilistico. Il
naturalismo di un’epoca, maggiore o minore a seconda
delle varie arti, non dipende solo dal livello generale
della cultura (anche se la struttura sociale è uniforme),
ma anche dal tipo, dall’età e dalle speciali tradizioni
delle varie arti e dei vari generi. Tradurre un’esperien-
za della natura in parole e ritmi, oppure in linee e colo-
ri, non è per nulla la stessa cosa. Un’epoca può riuscire
nell’un caso e fallire nell’altro; nel primo conserverà
con la natura un rapporto relativamente libero e fresco,
mentre nell’altro lo stesso rapporto è ormai diventato
convenzionale e schematico. Gli Irlandesi, che sapeva-
no trovare immagini poetiche come questa: «L’uccel-
letto dalla punta del becco giallo e lustro lancia un
fischio; il merlo dal folto dell’albero giallo manda un
richiamo oltre Loch Laig»36, e parlare dei «calzari dei
cigni» e dei «mantelli invernali dei corvi»37, disegnava-
no e dipingevano uccelli di cui sarebbe difficile dire se
siano pulcini o aquilotti. Il perfetto parallelismo stilisti-
co in arti e generi diversi presuppone una civiltà in cui
l’arte non deve piú lottare per i suoi mezzi espressivi,

Storia dell’arte Einaudi 30


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

ma è relativamente libera di scegliere fra diverse forme


possibili. È certo che, nell’età paleolitica, all’evoluto
naturalismo pittorico non corrispose nulla di simile nella
poesia: se poesia ci fu. Nell’antica Irlanda, invece, le
metafore linguistiche hanno creato immagini di vita
naturale inaccessibili alla pittura, ancora inesperta, e
tutta rivolta al decorativismo dell’epoca barbarica. Per
la poesia gli Irlandesi dipendevano da tutt’altra tradi-
zione. Ai poeti dovevano essere ben noti idilli latini o
di derivazione latina, mentre i pittori, per lo piú, cono-
scevano solo il geometrismo delle rustiche stirpi celtiche
o germaniche. Poeti e pittori, del resto, dovevano appar-
tenere a diversi ceti sociali e culturali, e questa diffe-
renza si esprime anche nel loro atteggiamento di fronte
alla natura. Sappiamo che i miniatori erano semplici
monaci; mentre possiamo supporre che gli autori dei
poemi epici o degli idilli fossero poeti di professione,
appartenenti al ceto – tenuto in grande onore – dei
poeti aulici, o a quello dei bardi, forse meno apprezza-
ti, ma, per la loro dottrina, compresi anch’essi nell’alta
società38. L’idea dell’origine popolare39 di quei poemi
risale alla concezione romantica per cui «naturale» e
«popolare» sono concetti intercambiabili, quando in
realtà sono piuttosto concetti opposti. La stessa visione
immediata della natura, che troviamo nella lirica irlan-
dese, appare nel passo seguente tratto dalla vita di un
santo, e cioè da un’opera letteraria che non ha certo
nulla a che fare con la poesia popolare. Il passo narra di
un bambino che, giocando sulla costa, cade in acqua, ma
viene salvato dal santo, e passa a descriverlo mentre
gioca con le onde, su un banco di sabbia in mezzo al
mare: «Allora le onde giungevano fino a lui e gli ride-
vano intorno, ed egli rideva alle onde e toccava con la
mano la spuma delle loro creste, e leccava la spuma,
come spuma di latte appena munto»40.
Dopo le invasioni dei barbari sorgerà – in Occiden-

Storia dell’arte Einaudi 31


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

te – una nuova società, con una nuova aristocrazia e una


nuova classe colta. Ma, nel frattempo, la cultura scen-
de a un livello ignoto all’antichità classica, e rimane ste-
rile per secoli. L’antica civiltà non finisce con una frat-
tura improvvisa; economia, società e arte romana deca-
dono e muoiono solo a poco a poco, e il trapasso al
Medioevo avviene per gradi, quasi insensibilmente. La
continuità si manifesta specialmente nella sopravviven-
za delle forme economiche del basso Impero41; il fon-
damento della produzione resta l’economia agricola con
la grande proprietà e il colonato42. Si continua ad abi-
tare nelle vecchie sedi, e si restaurano, in parte, anche
le città devastate. Continua l’uso del latino, resta in
vigore il diritto romano e resiste soprattutto l’autorità
della Chiesa cattolica, che, con la sua struttura, funge
da modello ad ogni governo. Scompaiono, peraltro, l’e-
sercito romano e l’antica amministrazione. Il nuovo
stato cerca di salvare le istituzioni – gestione delle finan-
ze, sistema giudiziario, polizia – ma le cariche, almeno
le piú importanti, sono occupate da gente nuova; e dalla
nuova burocrazia si sviluppa, in larga misura, la nuova
aristocrazia.
Le conquiste dei Germani affrettano il passaggio dal-
l’antico stato tribale alla monarchia assoluta. La fonda-
zione di nuovi stati determina mutamenti che permet-
tono ai re vittoriosi di affrancarsi dall’assemblea degli
uomini liberi, elevandosi sul popolo e sulla nobiltà,
secondo l’esempio degli imperatori romani. Essi consi-
derano i paesi conquistati come possedimenti personali
e i loro seguaci come semplici sudditi, di cui dispongo-
no a piacimento. Ma ciò non basta ad assicurare la loro
autorità. Ognuno degli antichi capi-tribú poteva affer-
marsi come un rivale, ogni membro della vecchia ari-
stocrazia poteva diventar pericoloso. I re si liberarono
dal pericolo sterminando quasi completamente la vecchia
nobiltà tribale, che aveva già subito perdite enormi nelle

Storia dell’arte Einaudi 32


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

guerre di conquista. È forse eccessivo affermare che di


essa non sia rimasto proprio nulla43, e che non ci fosse-
ro piú famiglie nobili al di fuori dei Merovingi44; ma
certo i superstiti non erano piú pericolosi per il re. E tut-
tavia, fin dal tempo dei Merovingi, la nobiltà torna a
essere numerosa. Come si è formata? E di quali ele-
menti? Oltre ai resti della nobiltà tribale germanica, ne
facevano parte i membri della classe senatoria romana –
certo non molto numerosi – che vivevano nelle regioni
occupate. Comunque, molti degli antichi possidenti
gallo-romani conservarono beni e privilegi, benché il
favore dei re andasse alla nuova nobiltà. Questa nobiltà,
burocratica e militare, non era solo la parte piú influen-
te, ma anche la parte piú numerosa dell’aristocrazia
franca. Dopo la fondazione del nuovo stato, la sola via
per accedere a nuovi onori passava attraverso il servizio
del re; chi lo serviva contava piú degli altri, e apparte-
neva di diritto all’aristocrazia. Ma questa non era anco-
ra una vera nobiltà, perché i privilegi si potevano per-
dere, non erano ereditari, e non si fondavano sulla nasci-
ta e sull’origine, ma sull’ufficio e sulla proprietà45. Senza
contare che questa aristocrazia era ben lontana dal for-
mare un coerente gruppo etnico; si componeva di ele-
menti gallici, romani e germanici, e i Franchi, almeno di
fronte ai Romani, non godevano di alcun vantaggio.
Per questo riguardo, la spregiudicatezza dei re andava
fino al punto di permettere, e magari agevolare, a gente
di bassa estrazione, perfino a schiavi fuggiaschi, l’ac-
cesso ai massimi onori46. Per l’autorità regia essi erano
certo meno pericolosi dei membri delle antiche stirpi, e
spesso piú idonei ai nuovi compiti.
Fin dal secolo vi alcuni funzionari, e soprattutto i piú
alti impiegati, i «conti», ricevettero, oltre ai loro stipen-
di, assegnazioni di terre dalla Corona. Inizialmente il
possesso era assicurato solo per un certo numero d’anni,
ma poi fu una concessione a vita, e infine proprietà ere-

Storia dell’arte Einaudi 33


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

ditaria. Gregorio di Tours – che è la nostra fonte per i rap-


porti sociali nell’epoca merovingia – non menziona anco-
ra concessioni in cambio di servigi militari, cioè, dona-
zioni di carattere feudale47. Il beneficium merovingio è
ancora un dono e non un pegno. Ma alle concessioni di
terre si unirono ben presto privilegi e immunità. Via via
che lo stato si rivelava incapace di proteggere la vita e i
beni dei sudditi, i grandi proprietari assumevano le sue
funzioni, e si arrogavano, nei loro territori, poteri sovra-
ni. Cosí, moltiplicandosi le concessioni, diminuiva non
solo la proprietà dei re, ma anche l’area in cui lo stato
aveva effettiva autorità. Infine il re fu sovrano solo sulle
proprie terre, spesso meno estese di quelle dei suoi piú
potenti sudditi. Questa forma politica corrispondeva del
resto allo sviluppo generale, che spostava il baricentro
della vita sociale dalla città verso la campagna.
A differenza della città, la campagna non è un terre-
no favorevole all’arte, specie a quella che non si limita
alla pura decorazione. Qui mancano le occasioni ade-
guate, il pubblico e i mezzi necessari. La prima causa del
ristagno artistico sotto i re Merovingi è certo la deca-
denza delle città e la mancanza di una stabile sede rega-
le. Si conclude ora quella metamorfosi della civiltà urba-
na in civiltà rurale che aveva avuto inizio nel tardo
Impero. L’economia monetaria delle città antiche è
regredita all’economia domestica e naturale dei latifon-
di, che ora tendono ad affrancarsi dagli organismi estra-
nei, come le città e i mercati. Ma non sarebbe giusto
affermare che l’autarchia feudale sia semplicemente la
conseguenza del declino delle città; se queste, coi loro
mercati, decaddero, è anche proprio perché i proprieta-
ri di terre, non riuscendo – per la scarsità del denaro –
a vendere i loro prodotti, si accinsero, nei limiti del pos-
sibile, a produrre ciò che occorreva loro e nulla di piú.
La rovina delle città spopolate giunse a tal punto che i
re dovettero ritirarsi nei loro domini, poiché nelle città

Storia dell’arte Einaudi 34


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

non riuscivano a scovare i mezzi di sussistenza necessa-


ri per sé e per il loro seguito, né a far fronte alle spese.
Per lo piú le città superavano questa crisi solo quando
erano sedi vescovili; ma anche in questo caso solo a
stento, ed è sintomatico che in Occidente, durante tutta
l’epoca franca, non sia nata neppure una città di rilie-
vo, mentre gli Arabi fondavano metropoli come Bagdad
e Córdova48. Anche città che furono residenze reali tem-
poranee, come Parigi, Orléans, Soissons, Reims, erano
relativamente piccole e scarsamente popolate. In nessu-
na di esse si sviluppò una vita di corte. In nessun luogo
si manifestò il bisogno di edifici e monumenti. Anche i
monasteri erano ancora troppo poveri per surrogare –
sotto questo rispetto – la corte e la città. Non c’era quin-
di città, né corte, né monastero dove potesse esplicarsi
una regolare attività artistica.
Nel secolo v c’era ancora dappertutto un’aristocrazia
colta, esperta di letteratura e d’arte; essa scompare quasi
del tutto nel vi; la nuova nobiltà franca non si cura
minimamente della cultura. E non solo la nobiltà, ma
anche la Chiesa attraversa un periodo d’incuria. Ci sono
spesso alti dignitari ecclesiastici che non sanno leggere,
e Gregorio di Tours, il nostro informatore, scrive in un
latino piuttosto incolto: segno che la lingua della Chie-
sa nel secolo vii è già lingua morta49. Le scuole laiche
decadono e si chiudono a poco a poco. Presto non resta-
no che le scuole delle cattedrali, che i vescovi debbono
mantenere per assicurare la continuità del clero. Cosí la
Chiesa si conquista quel monopolio sull’istruzione a cui
deve il suo influsso preponderante nella società occi-
dentale50. Lo stato è clericalizzato già per il semplice
fatto che la Chiesa prepara ed educa i suoi funzionari;
e i ceti colti laici si adeguano involontariamente al modo
di pensare ecclesiastico, perché le scuole delle cattedra-
li e, piú tardi, quelle dei conventi sono i soli istituti dove
possono mandare i loro figli.

Storia dell’arte Einaudi 35


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

La Chiesa resta, inoltre, la massima committente di


opere d’arte. I vescovi continuano a far costruire chiese,
dando lavoro a capimastri, carpentieri, falegnami, vetrai,
decoratori e anche scultori e pittori. Poiché non ci è
rimasto quasi nulla, non possiamo farci un’idea precisa di
questa attività artistica: ma se è lecito dalle poche minia-
ture che ci sono state conservate, trarre conclusioni gene-
rali, essa si limitava a continuare abbastanza pedissequa-
mente l’arte del basso Impero e a ripetere l’arte barbari-
ca. Non c’è piú nessuno, in Occidente, che sia capace di
rappresentare plasticamente un corpo; tutto si riduce a
decorazione piatta, gioco di linee, calligrafismo. I moti-
vi di questa decorazione, conforme al generale carattere
rustico, sono le forme dell’arte contadina: circoli e spirali,
intrecci di nastri e di lacci, pesci, uccelli e – sola innova-
zione rispetto all’arte barbarica – foglie e viticci. Sono
anche i motivi dell’oreficeria, a cui appartiene la maggior
parte degli oggetti conservati. Il loro numero relativa-
mente grande ci mostra quali sono gli interessi artistici
di questa società primitiva, per cui l’arte significa anzi-
tutto ornamento, eleganza, suppellettile fastosa e ricchi
gioielli. Essa serve soltanto – ciò che, in forma sublima-
ta, si verifica anche in civiltà molto piú evolute – all’o-
stentazione della potenza e della ricchezza.
Con l’incoronazione imperiale di Carlo Magno, il
carattere della monarchia franca muta radicalmente.
L’autorità secolare dei Merovingi si trasforma in teo-
crazia, e il re dei Franchi diventa il protettore della cri-
stianità.
I Carolingi restaurano l’indebolita autorità del regno
franco, ma non possono fiaccare la forza dell’aristocra-
zia, proprio perché le debbono parte del loro potere. A
partire dal secolo ix, i conti e i magnati diventano vas-
salli del re, ma i loro interessi sono spesso cosí opposti a
quelli della Corona che essi non possono mantenere a
lungo la fedeltà giurata al sovrano. La loro potenza e la

Storia dell’arte Einaudi 36


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

loro ricchezza non crescono, ma diminuiscono col raffor-


zamento dello stato. Affidando ai nobili l’amministra-
zione del paese, il governo centrale chiede i servigi di un
ceto che prima o poi si trasformerà in suo rivale, e che
agisce con tanto maggiore libertà, in quanto manca quasi
del tutto una gerarchia burocratica, con medi e piccoli
impiegati. Contro l’arbitrio dei conti, il re può fare ben
poco; in primo luogo, non può dimetterli, perché non
sono funzionari comuni, ma individui a cui i contadini
si sentono in certo qual modo legati; da generazioni,
sono i piú ricchi e cospicui del paese, e di fronte a loro i
nuovi funzionari parrebbero intrusi51. Re e stato non
possono evitare che sempre piú spesso i contadini ceda-
no la loro terra ai magnati, da cui, come da protettori,
torneranno a riceverla in usufrutto. L’evoluzione stori-
ca conduce irresistibilmente alla formazione dei grandi
latifondi e dei principati territoriali; e, benché questa
meta sia ancor molto lontana, ai tempi di Carlo Magno
l’autorità regia appare già cosí indebolita che il monarca
deve nuovamente mostrarsi piú potente di quel che in
realtà non sia. Egli deve presentarsi come il capo supre-
mo del nuovo stato, sacro e profano insieme, e fare della
sua corte il centro della moda e della cultura del regno.
Della corte di Aquisgrana, che accoglie un’accademia
di poesia, un’officina artistica annessa al Palazzo e i piú
insigni dotti del tempo, Carlo Magno fa una casa delle
Muse, prototipo delle corti principesche europee: cosa
del tutto nuova, anche di fronte al mecenatismo delle
corti imperiali di Roma e di Bisanzio. Dopo Adriano e
Marco Aurelio, accade ora per la prima volta che un
principe dell’Occidente, non solo dimostri un vero inte-
resse per la scienza, l’arte e la letteratura, ma segua un
proprio programma culturale. In realtà l’imperatore,
istituendo scuole di lettere, mira solo indirettamente al
rinnovamento della cultura; il suo vero scopo è la for-
mazione di un personale idoneo all’amministrazione. In

Storia dell’arte Einaudi 37


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

quegli istituti la letteratura latina è considerata anzitut-


to come una collezione di modelli di stile, e la si studia
per esercitarsi nell’uso della lingua ufficiale. Per quan-
to riguarda gli istituti medesimi, oggi si dubita che ci sia
stata una vera e propria scuola di palazzo, in cui, come
si diceva un tempo, si educavano i figli delle grandi
famiglie; opinione che deriverebbe da un’interpretazio-
ne errata dei testi, che con scholares, secondo quanto ora
si afferma, non indicano gli alunni di una schola palati-
na, ma le guardie dell’imperatore, giovani aristocratici
che venivano addestrati a corte come futuri soldati e
funzionari52. C’era invece senza dubbio, alla corte di
Carlo Magno, un circolo letterario di poeti e di dotti,
con sedute e concorsi regolari, che formavano una vera
accademia: e possiamo tenere per certo che alla corte
fosse annessa un’officina palatina, da cui uscivano codi-
ci miniati e oggetti d’arte.
Tutto il programma culturale di Carlo Magno si inse-
riva in una generale aspirazione di risuscitare l’antichità
classica. Egli dovette concepire quest’idea durante la
campagna d’Italia: e, pur dipendendo strettamente dalla
concezione politica di un rinnovamento dell’impero
romano, rappresenta la prima assimilazione, non soltan-
to vasta, ma creativa, della civiltà antica. È insostenibi-
le la tesi secondo cui il Medioevo non fu mai consape-
vole della distanza che lo separava dalla classicità e se ne
considerò sempre il diretto continuatore53. Il Rinasci-
mento carolingio si distingue dalla civiltà paleocristiana
proprio perché non continua semplicemente la tradizio-
ne romana, ma la riscopre. Per la prima volta l’antichità
classica diventa un’esperienza culturale, cui s’accompa-
gna la coscienza d’aver ritrovato, anzi riconquistato, un
bene perduto. Solo da questa esperienza nasce l’uomo
occidentale54, che non possiede la cultura antica, ma aspi-
ra a possederla. L’età di Carlo Magno si accontenta di
ricevere di seconda mano l’eredità classica. L’arte roma-

Storia dell’arte Einaudi 38


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

na dei secoli iv e v, l’arte bizantina dei secoli seguenti


rappresentano il patrimonio di motivi e di forme da cui
essa attinge modelli e ispirazione. E sebbene, nel suo
baldo spirito rinascimentale, cerchi soprattutto d’imita-
re i modi grandiosi, vivaci, orgogliosi dei Romani, può
accedere all’antichità classica solo attraverso la media-
zione dell’arte cristiana. Il segno piú evidente di questa
frattura è nel fatto che la scultura monumentale di Roma,
incomprensibile ai primi cristiani, rimane chiusa anche
al Rinascimento carolingio. Perciò il Dehio ritiene che
questa assimilazione carolingia non sia un vero Rinasci-
mento, ma soltanto la continuazione della tarda anti-
chità55. Eppure l’arte carolingia rappresenta un’innova-
zione decisiva, perché, come constata il Dehio stesso56,
supera lo stile piatto e decorativo dei Barbari e rende alla
figura umana la sua realtà tridimensionale. Già questo
tratto fa pensare all’arte classica piuttosto che all’arte
paleocristiana. Non solo, nell’arte carolingia, riappare la
figura, ignota agli artigiani barbarici; ma si afferma una
concezione parzialmente illusionistica, assai diversa da
quella dell’arte paleocristiana. Essa non rinnova solo la
sensibilità plastica e monumentale, ma anche l’impres-
sionismo pittorico dell’antichità. Oltre alle immagini
dedicatorie degli evangeliari imperiali, grandiose nel dise-
gno e pompose nel colore, possediamo gli schizzi a penna
del salterio di Utrecht, raffinatissimi nel segno vibrante
e nervoso, che, pur risalendo a modelli dell’Oriente cri-
stiano57, non hanno pari, dall’ellenismo in poi, per deli-
cata sensibilità e forza espressiva. Non solo stupisce l’e-
sistenza di una maniera cosí vivace accanto al freddo,
ampio, imponente stile aulico, ma anche la sua qualità di
gran lunga superiore a quella della miniatura aulica, tanto
piú ambiziosa nella tecnica, nei mezzi e nel formato. Un
manoscritto come il salterio di Utrecht, coi suoi disegni
semplici, improvvisati e monocromi, non poteva soddi-
sfare la corte avida di lusso e di splendidi codici; ed era

Storia dell’arte Einaudi 39


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

evidentemente destinato a un ambiente piú modesto,


che badava all’illustrazione piú che alla ricchezza orna-
mentale. Qui, ancor piú che per l’arte bizantina, siamo
costretti a distinguere, secondo le dimensioni e la tecni-
ca delle miniature, i manoscritti miniati «aristocratici»
con illustrazioni multicolori a piena pagina, dai mano-
scritti «popolari», provvisti di semplici disegni in mar-
gine58. Anche qui, come altrove, la diversa qualità delle
opere non può essere dedotta dalle condizioni sociali del
lavoro artistico, ma la maggior libertà d’azione dell’arti-
sta nell’arte non ufficiale può aver molto contribuito alla
spontaneità e all’immediatezza della rappresentazione.
Come l’esecuzione minuziosa e complessa determina una
certa staticità, cosí la maniera volante, sommaria dei
disegni a penna e «a buon mercato» favorisce il dinami-
smo impressionistico.
Il largo stile pittorico delle miniature a piena pagina
e a stesure unite di colore era generalmente considera-
to come l’indirizzo della scuola palatina di Aquisgrana,
o di Ingelheim, o di altri centri, mentre si attribuiva il
mobile e sensitivo impressionismo del salterio di Utre-
cht allo stile locale della scuola di Reims, soggetta a
influssi anglosassoni. Ma da quando si è potuto dimo-
strare che dalle botteghe di Reims e dintorni uscirono
anche numerosi manoscritti di lusso eseguiti con gran-
de minuzia59, la delimitazione geografica degli stili non
appare piú cosí valida. La differenza degli stili, piutto-
sto che con la nazionalità degli esecutori e le tradizioni
locali delle officine, va spiegata con la diversa condi-
zione sociale dei committenti. Prescindendo da certe
analogie stilistiche, è probabile che nella medesima offi-
cina siano stati eseguiti manoscritti diversissimi, ora nel
pretenzioso stile aulico e classicheggiante, ora nella sem-
plice maniera monastica dello schizzo.
Il centro principale dell’attività artistica era senza
dubbio l’officina palatina; di qui si diffuse il movimen-

Storia dell’arte Einaudi 40


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

to «rinascimentale», e di qui pare che siano stati orga-


nizzati gli scriptoria dei conventi60. È vero che questi ulti-
mi assumeranno solo piú tardi una funzione direttiva. È
però probabile che molti monaci abbiano lavorato, ai
tempi di Carlo Magno, nell’officina palatina, come piú
tardi molti laici saranno attivi nei conventi. Numerosi
scriptoria per altro dovevano già essere in attività nel-
l’epoca carolingia: ciò che si può inferire non solo dal
numero relativamente grande dei manoscritti conserva-
ti, ma anche dal loro livello artistico assai vario. Ci sor-
prende, fra l’altro, la qualità media degli intagli in avo-
rio ben superiore a quella delle miniature che ci sono
rimaste. La maggiore difficoltà tecnica determina una
produzione piú alta: evidentemente non si danno a lavo-
rare materiali preziosi ai dilettanti che trovano impiego
negli scriptoria61. Ma i prodotti di tutte queste botteghe,
siano essi dipinti, intagli o lavori in metallo, hanno un
carattere comune: il formato relativamente piccolo. È un
carattere a prima vista inconciliabile con la tendenza alla
solennità e alla monumentalità antiche proprie dell’arte
aulica, che tende alla grandiosità esteriore come alla
grandiosità intrinseca. Si è pensato che la predilezione
dell’arte carolingia per il formato ridotto sia dovuta al
carattere incerto e instabile della vita di allora, per molti
aspetti ancora nomade; e si è ricordato che i popoli
nomadi non hanno un’arte monumentale, ma creano
oggetti d’ornamento quanto piú possibile piccoli e facil-
mente trasportabili62. In verità, il carattere «nomade»
della civiltà carolingia si limita all’importanza seconda-
ria delle città e ai continui spostamenti della residenza
regale; ma tanto basta, se non a spiegare completamen-
te, almeno a rendere piú comprensibile il piccolo for-
mato degli oggetti d’arte.

Storia dell’arte Einaudi 41


Capitolo quinto
Poeti e pubblico dell’epica

Come narra Eginardo, Carlo Magno fece raccogliere


e trascrivere gli «antichi canti barbarici» di faide e di
guerre. Evidentemente essi celebravano gli eroi dell’età
delle invasioni, Teodorico, Ermanerico, Attila e i loro
prodi, e in parte erano già stati elaborati in epopee piú
o meno ampie. Ai tempi di Carlo Magno, il canto eroi-
co non rispondeva piú al gusto della gente raffinata, che
ormai amava poesie classiche e dotte. Anche il re dove-
va nutrire per gli antichi canti eroici un interesse pura-
mente storico; che li abbia fatti trascrivere prova solo
che minacciavano di scomparire. Ma anche la raccolta
di Carlo è andata perduta. Gli uomini della generazio-
ne successiva, Ludovico il Pio e i suoi contemporanei,
non vollero piú saperne di quella poesia. La forma epica
dovette adattarsi alla materia biblica ed esprimere la
concezione cristiana per non sparire del tutto dalla let-
teratura. È probabile che anche la raccolta fatta per
Carlo sia stata redatta da chierici, e anche prima, a giu-
dicare dal Beowulf, furono chierici a redigere le storie
degli eroi. Ma la poesia eroica, oltre che nella letteratu-
ra monastica, dev’essersi conservata in un’altra forma,
piú vicina all’originaria, prima di risorgere nell’epica
delle corti cavalleresche. Essa dev’essersi rivolta a un
pubblico piú vasto di quello della poesia libresca dei
chierici e forse anche di quello dell’originario canto eroi-
co. Scacciata dalla corte e dalle case dei grandi, se in
qualche luogo poté durare, e di fatto durò, fu solo pres-

Storia dell’arte Einaudi 42


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

so i ceti piú modesti. È comunque certo che essa diven-


ne popolare soltanto ora, nei secoli tra la fine dell’età
eroica e il principio dell’età cavalleresca. Ma neanche ora
si trasformò in poesia popolare nel vero senso della paro-
la; restò nelle mani di poeti di professione, che, nono-
stante la loro popolarità, non avevano praticamente
nulla in comune con lo spontaneo e impersonale poeta-
re del popolo.
L’«epos popolare» della storiografia romantica non
ebbe, in origine, alcun rapporto col popolo. Il canto
eroico e celebrativo, da cui proviene l’epos, era la piú
schietta poesia di casta che una classe dominante abbia
mai creato. Non erano creati, cantati o diffusi dal popo-
lo, né a esso diretti, né intonati al suo modo di sentire.
Erano in tutto e per tutto poesia d’arte, d’ispirazione
nobiliare. Trattavano i fatti e le avventure di una clas-
se dirigente guerriera, lusingando la sua smodata ambi-
zione, rispecchiando la sua eroica coscienza di sé e la sua
morale tragico-eroica; e non solo si rivolgevano a essa
come al solo pubblico da prendere in considerazione, ma
da essa attingevano, almeno inizialmente, anche i poeti.
Gli antichi Germani, è vero, avevano avuto prima, ed
ebbero contemporaneamente a questa poesia nobiliare,
una poesia ch’era di tutti: formule rituali, scongiuri,
indovinelli, massime, canti accompagnatori per la danza
e il lavoro e cori per banchetti e funerali. Queste forme
costituivano il patrimonio comune, pressoché ancora
indifferenziato, di tutto il popolo, senza che perciò l’e-
secuzione fosse necessariamente comune63. Sembra inve-
ce che il canto eroico e celebrativo sia stato inventato
solo all’epoca delle migrazioni; il suo carattere aristo-
cratico si spiega coi rivolgimenti sociali che furono pro-
dotti dall’invasione vittoriosa e posero fine a una cultura
relativamente uniforme. Con la stratificazione sociale
che successe alle nuove conquiste, l’estensione dei pos-
sessi e la fondazione di stati, si sviluppò, accanto alle

Storia dell’arte Einaudi 43


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

forme poetiche comuni, una poesia di classe a cui die-


dero probabilmente impulso i nuovi elementi della
nobiltà. Non solo essa fu il possesso esclusivo di un ceto
chiuso e privilegiato, che ostentava il suo carattere di
casta; ma fu anche, a differenza dell’antica poesia comu-
ne, arte colta, esperta, individuale, opera di specialisti
a servizio della classe dominante.
I primi poeti che emersero individualmente all’epo-
ca delle migrazioni e degli eroi furono anch’essi, con
ogni probabilità, guerrieri e appartennero al seguito del
re64; almeno nel Beowulf principi e signori si dedicano
alla poesia. Ma presto quegli illustri dilettanti e poeti
occasionali vengono sostituiti da poeti di professione,
che d’ora in poi fanno parte del saldo complesso di una
corte principesca e per lo piú non sono guerrieri. Lo
skop, cioè il poeta aulico della Germania occidentale e
meridionale, ci si presenta subito come poeta di profes-
sione, uno specialista. Lo hofskald dei Germani setten-
trionali è ancora guerriero, oltre che poeta, e, come
uomo di fiducia e consigliere dei principi, conserva trat-
ti caratteristici del saggio e sapiente cantore dei tempi
preistorici. Fatto tanto piú singolare, il concetto della
creazione personale è, presso lo hofskald, assai piú evo-
luto che non nel poeta aulico degli altri Germani, che
recita canti ora suoi, ora altrui, senza sottolineare la dif-
ferenza e senza che il pubblico domandi chi sia l’auto-
re. La lode degli ascoltatori riguarda sempre la recita-
zione. Tra i Norvegesi, invece, poeta e declamatore
sono nettamente distinti; si conosce, anzi si esalta il
vanto di essere autore, e si attribuisce gran pregio all’o-
riginalità dell’invenzione. Insieme con le opere, si con-
servano anche i nomi degli autori; fenomeno che altro-
ve si verificherà solo con la comparsa del chierico scrit-
tore, ed è forse in rapporto – nel Nord – col prestigio
di cui il poeta gode in quanto guerriero.
Poeti di professione dovevano esserci già presso gli

Storia dell’arte Einaudi 44


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

Ostrogoti. Cassiodoro dice che Teodorico nell’anno 507


mandò un cantore e arpista a Clodoveo, re dei Franchi.
Che cantori di questo genere fossero attivi alla corte di
Attila, lo sappiamo dalla descrizione di Prisco. Se già
coprissero l’ufficio di poeti, non risulta dal racconto. E
neppure ci è dato sapere con precisione in che stima li
tenessero i Germani dell’età eroica. Si afferma che poeti
e cantori appartenevano alla società di corte ed erano
amici del principe; ma nello stesso tempo si osserva che
nel Beowulf, per esempio, non vengono citati per nome
neppure una volta, e quindi il loro prestigio non poteva
essere troppo alto. Quel che sappiamo con certezza è che
in Inghilterra, fin dal secolo viii, il poeta aulico ebbe una
posizione e un ufficio stabile65; e questa istituzione deve
essersi diffusa, prima o poi, fra tutti i Germani. Ma non
durò a lungo, perché presto sentiamo parlare del canto-
re girovago, che va di corte in corte, di castello in castel-
lo, per intrattenere l’alta società. Questo mutamento,
del resto, non ha conseguenze cosí profonde come si
potrebbe pensare; le poesie serbano il loro carattere
aulico, anche se i principi e gli eroi a cui sono dirette
cambiano di volta in volta. Comunque, il carattere pro-
fessionale e specialistico è piú accentuato nel cantore
girovago che nel poeta aulico a impiego fisso, il cui rap-
porto con la società di corte resta sempre ambiguo. Ma
non dobbiamo confondere il poeta aulico girovago col
comune vagabondo e musicante, quale ci apparirà piú
tardi. La distanza fra i due diminuisce soltanto quando
il cantore profano perde il favore delle corti e deve cer-
carsi il pubblico alle cantonate, nelle osterie e alle fiere.
Al banchetto serale di Attilla, secondo il racconto di
Prisco, ai canti di guerra e di lode seguivano i lazzi dei
pagliacci, che per noi sono, da un lato, gli eredi degli
antichi mimi, e dall’altro gli antenati dei giullari medie-
vali. Forse da principio il genere serio e il genere gioco-
so non erano cosí nettamente separati come piú tardi,

Storia dell’arte Einaudi 45


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

quando il cantore, come funzionario di corte, si allon-


tanò sempre piú dai mimi, per riavvicinarsi a loro quan-
do diverrà poeta girovago. Fra le cause della crisi a cui
soccombono i poeti aulici dell’ottavo e del nono secolo
– oltre all’ostilità del clero66 e al declino delle piccole
corti principesche67 – importantissima è la concorrenza
dei mimi68. Il nobile poeta di canti eroici scompare coi
sentimenti eroici del suo pubblico, ma la poesia eroica
sopravvive all’epoca e alla società che l’hanno prodotta.
Dopo l’estinzione della cultura aristocratica e guerriera,
quella ristretta poesia di classe si trasforma in arte di
tutti. Che questo spostamento dall’alto in basso abbia
potuto verificarsi, e che la stessa poesia potesse, quasi
contemporaneamente, essere intesa e goduta dall’ari-
stocrazia e dal popolo, si può spiegare soltanto con un
dislivello culturale – fra i signori e il popolo – assai infe-
riore a quello che sarà piú tardi. I signori vivevano
bensí, fin dall’inizio, in una sfera diversa da quella del
popolo, ma questo distacco non era ancora al centro
della loro coscienza69.
La teoria romantica della poesia eroica come poesia
popolare non fu che un tentativo di spiegare l’elemento
storico dell’epopea. Il romanticismo non si era ancora
reso conto della funzione propagandistica dell’arte; e
mai avrebbe sospettato che la poesia potesse avere un
interesse pratico per la nobiltà guerriera dei tempi eroi-
ci. Mai, nel suo «idealismo», avrebbe potuto ammette-
re che quegli eroi, con la loro poesia, intendessero solo
creare a se stessi un monumento o accrescere il presti-
gio del loro clan, e che quindi il loro interesse per la tra-
smissione poetica dei grandi avvenimenti non fosse
puramente ideale. E poiché, d’altra parte, non poteva
supporre che gli autori dei canti eroici e dell’epos attin-
gessero dalle cronache – un’idea a cui si è addivenuti
solo oggi – non gli restava che spiegare l’origine dei
motivi storici dell’epos con una tradizione derivata

Storia dell’arte Einaudi 46


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

immediatamente dai fatti e trasmessa oralmente per


generazioni, fino a svilupparsi nella favola compiuta dei
poemi epici. La sopravvivenza delle storie eroiche attra-
verso la tradizione popolare era del resto la spiegazione
piú semplice della vita sotterranea dell’epos nell’inter-
vallo fra le due epoche della sua fioritura letteraria, al
tempo delle invasioni barbariche e nell’età cavalleresca.
Del resto, per i romantici, anche questi fenomeni – i
poemi elaborati e compiuti – non erano che tappe di uno
sviluppo continuo e omogeneo. Ciò che piú importava
nella comprensione di tutto il processo, non erano i sin-
goli momenti storici, ma la crescita ininterrotta, la tra-
dizione vivente, la vita della saga.
Jakob Grimm, nel suo misticismo folcloristico, giun-
se fino a ritenere impensabile che un’epopea popolare
fosse «composta»; egli credeva che si facesse da sé, che
germogliasse e crescesse come una pianta. Tutto il
romanticismo era d’accordo nel ritenere che l’epos eroi-
co non potesse avere nulla in comune con l’attività poe-
tica individuale e riflessa, elaborata seguendo una tec-
nica acquisita, ma fosse l’opera del popolo creatore,
ingenuo, spontaneo e inconsapevole. Da un lato si spie-
gava la poesia popolare come un’improvvisazione col-
lettiva, dall’altro come un lento, costante processo orga-
nico, con cui era affatto inconciliabile l’idea di salti bru-
schi e intenzionali, attribuibili a singoli individui. L’e-
pos popolare «cresceva» finché la saga eroica veniva tra-
smessa da una generazione all’altra, e cessava di cre-
scere solo quando entrava nella letteratura. Qui il ter-
mine «saga eroica» indica la forma in cui l’epos è anco-
ra interamente proprietà del popolo, e a cui il poeta
epico deve la miglior parte dell’opera sua. Ma il pro-
blema, anche nei casi in cui si può ammettere una tra-
dizione orale dei fatti storici, non è di stabilire in quale
misura il poeta abbia utilizzato la materia tradizionale,
ma quanto di essa possa ancora chiamarsi «saga». L’i-

Storia dell’arte Einaudi 47


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

dea di una tradizione che, senza l’intervento meditato


e cosciente di un poeta, sarebbe in grado di creare una
lunga e coerente favola epica, e metterebbe chiunque in
condizioni di narrare in modo esauriente e ordinato la
favola stessa, diventata comune possesso del popolo, è
assurda da cima a fondo. Una favola finita, coerente e
conchiusa, per quanto rozza ne sia la forma, non è piú
una saga, ma un’opera di poesia, e chi la racconta per
la prima volta ne è il poeta70. Come ha dimostrato
Andreas Heusler, è un grave errore credere che le sto-
rie degli eroi dapprima corrano di bocca in bocca come
saghe informi e anonime, finché un poeta di professio-
ne se ne impadronisce e ne fa un poema. Una saga eroi-
ca nasce subito come canto, come poema, che viene poi
sempre ripreso e rielaborato; l’epos è solo una forma
tarda, che in certi casi soppianta la piú breve versione
originaria, pur senza differirne essenzialmente71. La
saga veramente ingenua, non letteraria, consta solo di
motivi sporadici, sconnessi, improvvisati, di episodi
storici poco coerenti tra loro, di brevi leggende locali
non ancora sviluppate. Ecco le pietre che possono rap-
presentare il contributo del popolo, dell’impersonale
poeta popolare, ma che praticamente non contengono
nulla di quel che fa di un canto eroico un canto eroico
e di un’epopea un’epopea.
Joseph Bédier, per l’epopea francese, nega non solo
la presenza di una saga immediatamente connessa agli
avvenimenti storici, ma anche l’esistenza dei canti eroi-
ci o di versioni dell’epopea anteriori al secolo x. Anche
per lui, come per tutti gli studiosi della saga dal roman-
ticismo in poi, il problema consiste nell’origine degli ele-
menti storici dell’epopea. Se, com’egli afferma, non ci
fu niente di simile a uno sviluppo spontaneo della saga,
quale ponte superò i secoli, fra le gesta di Carlo Magno
e l’epopea carolingia? Come passarono i motivi storici
nelle chansons de geste? Come divennero note le perso-

Storia dell’arte Einaudi 48


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

ne e i fatti del secolo viii ai poeti del x e dell’xi? A que-


ste domande, secondo Bédier, non si è mai data una
risposta soddisfacente; che le saghe abbiano cominciato
a formarsi già fra i contemporanei degli eroi, è una
risposta dettata dall’imbarazzo, che risolve con una
costruzione del tutto arbitraria il problema di spiegare
perché i poeti abbiano scelto a eroi delle loro opere per-
sonaggi storici morti da piú di cent’anni72.
Già Gaston Paris aveva contestato la tradizione
orale, ma non aveva potuto superare l’intervallo tra i
fatti storici e l’epos, se non per mezzo dei canti eroici
della teoria di Wolf e Lachinann73. Bédier nega, come
già Pio Rajna74, che siano mai esistiti simili canti eroici,
almeno in lingua francese, e riconduce l’elemento stori-
co dell’epopea al dotto contributo dei chierici. Egli cerca
di provare che le chansons de geste nacquero lungo le vie
dei pellegrinaggi e che i giullari, che le recitavano alle
folle raccolte presso le abbazie, erano in certo qual modo
i portavoce dei monaci. Questi cioè, per fare réclame ai
loro conventi e alle loro chiese, si sforzavano di diffon-
dere le storie dei santi e degli eroi che vi erano sepolti
o di cui si conservavano le reliquie, e si servivano, a que-
sto scopo, dell’arte dei giullari. Di quei personaggi ser-
bavano notizie le cronache dei monasteri, unica fonte,
secondo il Bédier, dei dati storici che sono alla base dei
poemi. Cosí la Chanson de Roland, dove i monaci fanno
di Carlo Magno il primo pellegrino a Compostella, sareb-
be nata come una saga locale nei conventi sulla via di
Roncisvalle, e dagli annali di quei conventi avrebbe
attinto la sua materia75.
Alla teoria del Bédier si obbiettò che nella Chanson
de Roland, fra tanti nomi di santi e di città spagnole, non
si accenna a san Giacomo né alla sua tomba, celebre
meta di pellegrinaggi. Dov’è dunque la pubblicità, se il
poeta non nomina la meta del viaggio? L’obbiezione non
è molto fondata, perché può darsi che del poema, pre-

Storia dell’arte Einaudi 49


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

sto universalmente diffuso e prediletto, noi possediamo


una redazione che non abbia piú alcun interesse a nomi-
nare il santuario di Compostella. Comunque, nell’epica
francese è evidente la mano del chierico, come è inne-
gabile il tono del giullare. Qui vediamo all’opera, con-
giunte, tutte le forze che nelle terre di lingua tedesca e
anglosassone hanno contribuito allo scadere del canto
eroico dal livello dell’arte aulica a quello dell’arte popo-
lare: i monaci e i mimi, il poeta e il pubblico degli umili,
l’interesse religioso e il gusto del commovente e del pic-
cante, che passano sempre piú in primo piano. Bédier sa
benissimo che i pellegrinaggi non bastano a spiegare
ogni cosa, e sottolinea che per comprendere le chansons
de geste, le Crociate in Oriente e in Occidente, gli idea-
li e i sentimenti della società feudale e cavalleresca sono
necessari quanto il mondo ideale dei monaci e il mondo
sentimentale dei pellegrini. Senza il pellegrino e il frate,
esse sono incomprensibili, ma lo sono anche senza il
cavaliere, il borghese o il contadino e, soprattutto, senza
il giullare76.
Che cos’è propriamente il giullare? Chi è? Da che
deriva? In che si distingue dai suoi predecessori? Lo si
definisce come un incrocio fra il cantore aulico dell’al-
to Medioevo e il mimo classico77. Dall’antichità, il mimo
ha sempre continuato a prosperare; scomparse anche le
ultime tracce della cultura classica, gli epigoni dei mimi
vagavano ancora nei territori dell’Impero e intrattene-
vano le folle con la loro arte modesta, facile, incolta78. I
paesi germanici nell’alto Medioevo sono affollati di
mimi; ma fino al secolo ix poeti e cantori delle corti se
ne tengono rigorosamente lontani. Solo quando, in
seguito al Rinascimento carolingio e al clericalismo della
generazione successiva, poeti e cantori perdono il loro
nobile uditorio e si urtano, nelle sfere inferiori, alla con-
correnza dei mimi, sono costretti, in una certa misura,
a diventare mimi essi stessi79. Ora si muovono entram-

Storia dell’arte Einaudi 50


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

bi – cantore e commediante – nello stesso ambiente, e


si mescolano e influenzano reciprocamente, finché non
si possono quasi piú distinguere. Cosí scompaiono il
mimo e lo skop, e resta solo il giullare, sorprendente per
la sua versatilità. Al posto del nobile poeta aulico, alta-
mente specializzato, ecco il volgare giocoliere, che non
è piú soltanto cantore e poeta, ma anche ballerino e
musico, drammaturgo e attore, pagliaccio e acrobata,
prestigiatore e domatore d’orsi; è, insomma, il buffone
pubblico e maître de plaisir del tempo. È finita l’epoca
dello specialismo, della distinzione, della gravità digni-
tosa: il poeta di corte è diventato il buffone da trivio, e
la sua degradazione sociale ha su di lui un effetto cosí
violento che – da questo choc – non si riavrà mai del
tutto. D’ora in poi egli appartiene al mondo degli spo-
stati, vagabondi e prostitute, chierici fuggiaschi e stu-
denti cacciati, ciarlatani e mendicanti. È stato chiama-
to il «giornalista del tempo»80, ma egli coltiva tutti i
generi: la canzone da ballo e la satira, la favola e il
mimo, la leggenda e l’epopea. In questa compagnia, l’e-
popea assume lineamenti affatto nuovi; e acquista a trat-
ti un carattere pungente e pieno di effetto, che era del
tutto estraneo all’antica poesia epica. Il giullare lascia il
tono cupo e patetico, tragico ed eroico dello Hilde-
brandslied; vuole divertire anche con l’epos, e cerca
anche qui l’espressione drastica, l’effetto finale, l’argu-
zia81. La Chanson de Roland, confrontata coi monumen-
ti della piú antica poesia eroica, rivela a ogni passo il
gusto popolaresco e piccante del giullare.
Pio Rajna dice di essere giunto quasi alla fine della
sua indagine sull’epopea francese, senza sentire neppu-
re una volta il bisogno di servirsi dell’espressione «canto
eroico». Karl Lachmann, invece, avrebbe potuto scri-
vere che, senza quel concetto, non sarebbe stato in
grado di dire nulla di essenziale sull’argomento. I roman-
tici avevano scomposto l’epopea in saga e canto, perché

Storia dell’arte Einaudi 51


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

pensavano che nell’epica dei poeti di professione le forze


irrazionali della storia non apparissero in forma abba-
stanza immediata. Ma il nostro tempo preferisce sotto-
lineare nell’epopea, come nell’arte in generale, la capa-
cità cosciente e la cultura, perché intende l’elemento
razionale meglio di quello sentimentale e impulsivo. I
poemi hanno la loro leggenda, la loro storia eroica: le
opere di poesia non vivono solo nella forma che dànno
loro i poeti, ma anche in quella che dà loro la posterità.
Ogni epoca si fa il suo Omero, il suo poema nibelungi-
co, la sua Chanson de Roland; essa se li ricrea, in quan-
to li interpreta secondo il suo modo di sentire. Ma le
interpretazioni girano, per cosí dire, a poco a poco intor-
no all’opera, piuttosto che avvicinarsi a essa in linea
retta. L’interpretazione piú tarda non è senz’altro la
«piú giusta»; ma ogni serio tentativo di interpretazione,
dettato dallo spirito vivo del presente, approfondisce ed
estende il senso dell’opera. È utile ogni teoria che ci
mostra l’epopea da un nuovo punto di vista storica-
mente valido; perché ciò che piú importa non è la verità
storica, «quel che realmente è accaduto», ma la con-
quista di un nuovo, immediato accesso all’oggetto. L’in-
terpretazione romantica della saga e della poesia eroica
ha chiarito che i poeti dell’epos, anche quando erano
artisti originali, non disponevano della loro materia con
assoluta libertà e si sentivano vincolati dalla forma
acquisita e tradizionale molto piú strettamente dei poeti
di epoche successive. La teoria dei canti eroici ha messo
di nuovo in luce la composizione aperta, per addizioni
successive, del poema epico, e ha aperto la via a inten-
dere il suo carattere sociale, richiamando l’attenzione
sulla sua origine dai canti guerreschi e celebrativi. Infi-
ne la teoria del contributo dei chierici e dei giullari ha
messo in luce, da un lato, il suo aspetto popolare e non
romantico, e dall’altro, quello ecclesiastico e dotto. Solo
dopo tutti questi tentativi di interpretazione era possi-

Storia dell’arte Einaudi 52


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

bile considerare l’epopea come «poesia ereditaria»82, che


sta nel mezzo fra la libera poesia d’arte e la poesia popo-
lare ligia alla tradizione.

Storia dell’arte Einaudi 53


Capitolo sesto

L’organizzazione del lavoro nei conventi

Scomparso Carlo Magno, il centro culturale dell’Im-


pero non è piú la corte. Scienza, arte, letteratura ven-
gono ormai dai conventi; nelle loro biblioteche, nei loro
scriptoria e nelle loro officine si compie la parte piú
importante della produzione intellettuale. Alla loro dili-
genza e alla loro ricchezza l’arte dell’Occidente cristia-
no deve la sua prima fioritura. Moltiplicatisi i centri cul-
turali per lo sviluppo dei conventi, le tendenze artisti-
che cominciano a differenziarsi nettamente. Non si deve
credere che i monasteri fossero del tutto isolati; servi-
vano a collegarli, se pur non molto strettamente, la
comune dipendenza da Roma, l’influsso generale del
monachesimo irlandese e anglosassone e, piú tardi, le
congregazioni di riforma degli ordini83. Già il Bédier ha
accennato ai loro contatti col mondo laico e alla loro
funzione nei pellegrinaggi, in cui fungono da punti d’in-
contro fra pellegrini, mercanti e giullari. Ma nonostan-
te questi rapporti con l’esterno, i conventi restano unità
sostanzialmente autonome, raccolte in se stesse, e piú
tenacemente fedeli alle loro tradizioni di quel che non
fosse prima la corte, sensibile al variare delle mode, o
di quel che sarà, piú tardi, la società borghese.
La regola benedettina prescriveva il lavoro manuale
come quello intellettuale, e metteva l’accento soprat-
tutto sul primo. Come il feudo, cosí il convento cerca-
va di sviluppare per quanto possibile un’economia autar-

Storia dell’arte Einaudi 54


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

chica, producendo tutto il necessario. L’attività dei


monaci si estendeva dal lavoro nei campi e negli orti
all’artigianato. Fin dal principio i lavori piú pesanti
furono sbrigati in gran parte dai contadini liberi e dai
servi e, piú tardi, anche dai frati laici; ma l’artigianato,
specie nei primi tempi, era esercitato soprattutto dai
monaci; e proprio attraverso l’organizzazione del lavo-
ro artigiano il monachesimo ha esercitato il piú profon-
do influsso sullo sviluppo dell’arte e della cultura medie-
vale. Se la produzione artistica procede in forma piú
ordinata, con una certa divisione del lavoro, con meto-
di piú o meno razionali, e se anche elementi della clas-
se superiore attendono al suo esercizio, è tutto merito
degli ordini monastici. È noto che nei conventi dell’al-
to Medioevo prevalevano gli aristocratici; certi conven-
ti eran quasi esclusivamente riservati a loro84. Cosí per-
sone che altrimenti non avrebbero mai preso in mano un
pennello sporco, uno scalpello o una cazzuola, entraro-
no direttamente in contatto con le arti figurative. Certo,
il disprezzo per il lavoro manuale è ancora molto diffu-
so nel Medioevo, e l’idea del «signore» resta a lungo
inscindibile da quella della vita oziosa; ma non c’è dub-
bio che ora, contrariamente a quel che accadeva nel-
l’antichità, accanto alla vita signorile, legata a un ozio
illimitato, anche la vita laboriosa acquista un suo valo-
re positivo, e questo nuovo atteggiamento verso il lavo-
ro si ricollega, fra l’altro, alla popolarità della vita mona-
stica. Ancora nel tardo Medioevo, nell’etica borghese
del lavoro, quale si esprime, ad esempio, negli statuti
delle corporazioni, riecheggia lo spirito della regola con-
ventuale. Non si può dimenticare, d’altronde, che nei
conventi il lavoro viene ancora considerato, in parte,
come penitenza e punizione85; e anche san Tommaso
parla di viles artifices (Comm. in Polit., 3. 1. 4). Di una
nobilitazione della vita ad opera del lavoro non è anco-
ra possibile parlare.

Storia dell’arte Einaudi 55


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

Dai monaci l’Occidente ha appreso a lavorare con


metodo; l’industria del Medioevo è in gran parte opera
loro. Gli artigiani, ancora abbastanza numerosi nelle
città come eredi dell’antica industria romana86, lavora-
rono – fino alla rinascita dell’economia urbana – in limi-
ti molto modesti, e diedero uno scarso contributo allo
sviluppo delle tecniche industriali. Certo, artigiani spe-
cializzati erano attivi anche presso i palazzi reali e nei
maggiori feudi; ma essi appartenevano alla casa del re o
alla servitú, e il loro lavoro conservava un carattere di
attività domestica, ispirata alla tradizione piuttosto che
a finalità razionali. Solo nei conventi l’artigianato si
svincola dall’ambito domestico. È nei conventi che si
apprende a far economia di tempo, a dividere e utiliz-
zare razionalmente la giornata, a misurare lo scorrere
delle ore e ad annunciarle col tocco della campana87. La
divisione del lavoro diventa il principio fondamentale
della produzione, mantenuto non soltanto entro la cinta
del chiostro, ma in una certa misura anche nei rapporti
fra i diversi conventi.
Fuori dei monasteri, l’attività artistica era coltivata
soltanto nei domini del re e presso le maggiori corti feu-
dali, e anche là solo nelle forme piú semplici. Ed è pro-
prio in questa attività che i conventi si segnalarono in
modo particolare. Fra i loro piú antichi titoli di gloria
c’era la copia e l’illustrazione dei manoscritti88. L’isti-
tuzione delle biblioteche e degli scriptoria, che Cassio-
doro aveva introdotto a Vivarium, fu imitata dalla mag-
gior parte dei conventi benedettini. Gli amanuensi e i
miniatori di Tours, Fleury, Corbie, Treviri, Colonia,
Ratisbona, Reichenau, Sant’Albans, Winchester, erano
celebri fin dall’alto Medioevo. Presso i benedettini, gli
scriptoria erano grandi laboratori comuni; presso altri
ordini, come i cistercensi e i certosini, piccole celle. La
produzione di tipo industriale e l’attività del singolo
potevano quindi sussistere l’una accanto all’altra. Sem-

Storia dell’arte Einaudi 56


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

bra inoltre che il lavoro dei copisti e degli alluminatori


fosse ovunque specializzato secondo i vari compiti. Si
distinguevano, oltre i pittori (miniatores), i maestri esper-
ti in calligrafia (antiquarii), gli aiutanti (scriptores) e i pit-
tori d’iniziali (rubricatores). Oltre ai monaci, gli scripto-
ria impiegavano amanuensi salariati, cioè laici che lavo-
ravano un po’ a casa propria, un po’ in convento. L’il-
lustrazione dei libri era arte monastica per eccellenza;
ma i frati si occupavano anche d’architettura, scultura
e pittura, erano orefici e smaltisti, tessevano sete e araz-
zi, istituivano fonderie di campane e legatorie, fabbri-
che di vetri e di ceramiche. Alcuni monasteri divenne-
ro veri e propri centri industriali; e se inizialmente Cor-
bie aveva soltanto quattro officine principali con ven-
totto operai, già nel secolo ix troviamo a St-Riquier vie
intere riservate alle officine degli armaioli, altre ai sel-
lai, ai rilegatori, ai calzolai, e cosí via89.
Non solo nell’agricoltura, lavoro fisicamente gravo-
so, in cui i monaci, crescendo le loro ricchezze, agivano
sempre piú come proprietari e amministratori e sempre
meno come contadini; ma anche negli altri rami della
produzione essi sbrigavano solo una parte del lavoro
manuale e si dedicavano piuttosto all’organizzazione
delle aziende. Si è potuto constatare che, anche della
copia dei manoscritti, si occupavano assai meno di quel
che si pensasse; e, a giudicare dall’aumento delle biblio-
teche, non piú di un cinquantesimo del tempo comples-
sivo di lavoro di tutti i monaci di un convento era impie-
gato nella trascrizione dei manoscritti90. Frati laici e
lavoratori esterni furono certamente impiegati nei
mestieri fisicamente faticosi, soprattutto nell’edilizia;
in minor misura, nell’artigianato industriale. Ma poiché
c’era una continua richiesta da parte delle chiese e delle
corti, bisogna ritenere che anche in questo ramo i con-
venti fossero pronti a impiegare operai e artisti esperti.
Oltre i monaci, gli operai liberi e i servi delle corti feu-

Storia dell’arte Einaudi 57


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

dali, ci furono sempre artigiani e artisti che costituiva-


no gli elementi di un mercato libero, benché limitato,
del lavoro. Erano girovaghi, che trovavano impiego ora
nei conventi, ora nelle sedi vescovili e alle corti feuda-
li, ed è certo che i frati li impiegavano regolarmente. È
attestato che l’abbazia di San Gallo e il convento di
Saint Emmeran a Ratisbona chiamarono molti artigiani
ambulanti per costruire i loro reliquiari. Nei grandi can-
tieri delle chiese era uso generale chiamare architetti,
lapicidi, maestri del legno e del metallo, da paesi vicini
e lontani, specialmente da Bisanzio e dall’Italia91. Ma
l’impiego di lavoranti forestieri, se è vera la notizia delle
«ricette segrete» gelosamente custodite nei conventi,
deve aver suscitato, talvolta, qualche difficoltà. Che
questi segreti esistessero o meno, le officine dei conventi
non erano soltanto aziende industriali, ma spesso anche
sedi di esperimenti e di ricerche tecniche. Alla fine del
secolo xi il benedettino Teofilo, nelle sue note (Schedu-
la diversarum artium), poteva descrivere tutta una serie
di invenzioni fatte nei conventi, come la produzione del
vetro, le vetrate dipinte a fuoco, le misture dei colori a
olio e cosí via92.
Del resto, anche gli artisti e gli artigiani ambulanti
uscivano in gran parte dalle officine dei monasteri, che
erano le «scuole d’arte» di allora e curavano special-
mente l’addestramento dei giovani93. In molti conventi,
come Fulda e Hildesheim, si istituirono laboratori arti-
giani, destinati a istruire la mano d’opera necessaria
tanto ai conventi e ai vescovadi, quanto ai feudi e alle
corti94. Ottima scuola d’arte fu il convento di Solignac,
fondato da sant’Eligio, il piú celebre orafo del secolo vii.
Un altro alto ecclesiastico che, a quanto si dice, si rese
benemerito anche come educatore di artefici, fu il vesco-
vo Bernward: illuminato patrono dell’architettura e della
lavorazione del bronzo, ideò le porte di bronzo per la
cattedrale di Hildesheim. Di altri ecclesiastici, meno

Storia dell’arte Einaudi 58


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

altolocati, che furono artisti, spesso non sappiamo che


i nomi, ignorando completamente il loro contributo per-
sonale all’arte del Medioevo. Nel caso del monaco Tuo-
tilo le notizie si sono condensate nella leggenda di un
artista, ma è stato osservato che si tratta di una pura e
semplice personificazione della vita artistica del con-
vento di San Gallo, e di un pendant medievale del mito
greco di Dedalo95.
Importantissimo è il contributo dei monaci allo svi-
luppo dell’architettura sacra. Fino alla fioritura delle
città, quando sorgono i cantieri delle cattedrali, essa è
quasi interamente in mano di ecclesiastici, anche se si
può supporre che gli artisti e gli operai addetti alla
costruzione delle chiese non fossero tutti frati. Comun-
que, a capo delle maggiori imprese architettoniche tro-
viamo quasi sempre ecclesiastici; anche se, con ogni pro-
babilità, essi furono i fabbricieri piuttosto che gli archi-
tetti96. L’attività edilizia dei singoli conventi era troppo
discontinua, perché i monaci, legati a determinati chio-
stri, potessero scegliere la professione di architetto. Essa
era aperta solo ai laici, liberi nei loro movimenti. Ma
anche qui vi sono eccezioni. È noto, per esempio, che il
monaco Hilduard fu architetto della chiesa abbaziale del
Saint-Père a Chartres. Sappiamo pure che san Bernar-
do di Clairvaux mise a disposizione di altri conventi un
frate del suo ordine, l’architetto Achard; e Isembert, il
costruttore della cattedrale di Saintes, gettò ponti, oltre
che in quella città, a La Rochelle e in Inghilterra97. Ma
siano stati questi casi piú o meno frequenti, le arti mino-
ri, meno gravose, rispondevano assai meglio dell’archi-
tettura allo spirito del lavoro monastico.
La sopravvalutazione del contributo monastico alla
storia dell’arte risale al romanticismo, e fa parte di quel-
la leggenda del Medioevo che sopravvive ancora oggi, e
che rende difficile accostarsi spregiudicatamente alla
realtà storica. La formazione delle grandi chiese medie-

Storia dell’arte Einaudi 59


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

vali fu interpretata romanticamente, come quella dei


poemi eroici. Si volle applicare anche qui il principio di
quell’accrescimento organico, quasi vegetale, che si cre-
deva di riconoscere nella poesia popolare; anche in que-
sto campo si contestò ogni progetto specifico e ogni
linea direttiva; e si negò l’esistenza di architetti a cui si
potessero attribuire quelle fabbriche, cosí come si nega-
va, per i poemi epici, l’esistenza di un poeta individua-
le. In altre parole, si voleva considerare decisiva nel-
l’arte, non la sapienza e la meditazione dell’artista, ma
l’opera ingenua e puramente tradizionale dell’artigiano.
Alla leggenda romantica del Medioevo appartiene anche
l’anonimato dell’artista. Nel suo ambiguo atteggiamen-
to di fronte all’individualismo moderno, il romanticismo
presentava la creazione anonima come il segno della
vera grandezza, e indugiava con speciale amore sull’im-
magine dell’ignoto frate che creava l’opera sua unica-
mente a gloria di Dio, nell’ombra della sua cella e senza
minimamente curarsi della propria personalità. Ma, con
buona pace dei romantici, quando ci è noto qualche
nome d’artista medievale, si tratta quasi esclusivamen-
te di monaci, e i nomi scompaiono proprio quando l’e-
sercizio dell’arte passa dalle mani dei chierici in quelle
dei laici. La spiegazione è semplice: erano i chierici a
decidere se il nome di un artista dovesse comparire su
un monumento d’arte sacra, e naturalmente davano la
preferenza ai religiosi. Ma anche i cronisti che solevano
annotare quei nomi, e che eran tutti monaci, si curava-
no di menzionare un artista solo quando si trattava di
un confratello. Certo se si pensa all’antichità classica o
al Rinascimento, salta all’occhio il carattere impersona-
le dell’opera d’arte e la discrezione dell’artista medie-
vale. Perché, anche quando si fa il nome d’un artista e
questi collega alla propria opera un’ambizione persona-
le, è estraneo, a lui come al suo tempo, il concetto del-
l’originalità. Ma il romanticismo esagera quando parla

Storia dell’arte Einaudi 60


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

di un’arte medievale essenzialmente anonima. La minia-


tura, in tutto il corso del suo sviluppo, fornisce innu-
merevoli esempi di opere firmate98. Per i monumenti
architettonici medievali, nonostante il gran numero di
opere distrutte e di documenti smarriti, si sono potuti
accertare venticinquemila nomi 99. Ma non si deve
dimenticare che, dove le iscrizioni fanno seguire al nome
il predicato fecit, molto spesso s’intende, secondo lo
stile medievale, il fabbriciere o il committente, e non già
l’architetto; vescovi, abati e altri dignitari ecclesiastici,
a cui si attribuiscono queste costruzioni, non sono per
lo piú che i «presidenti del comitato», e non gli archi-
tetti, né i dirigenti del cantiere100.
Ma quale che fosse la parte dei religiosi nella costru-
zione delle loro chiese, e comunque fosse distribuito il
lavoro tra monaci e laici, le varie funzioni potevano divi-
dersi fino a un certo limite. Può darsi che il capitolo del
duomo o la fabbriceria del convento decidesse collegial-
mente sulla sorte dei progetti, e forse i lavori artigiani nel
loro complesso erano compiuti dai membri di un gruppo
che operava collettivamente; ma i singoli atti del processo
creativo potevano essere compiuti soltanto da pochi arti-
sti consapevoli dei loro fini. Una struttura cosí compli-
cata come una chiesa medievale non poteva sorgere al
modo di una canzone popolare, che, in ultima analisi,
proviene anch’essa da un individuo, anche se ignoto, ma
nasce senza un disegno e si accresce, come un cristallo,
per addizioni esterne. Non è tanto l’idea dell’opera d’ar-
te come creazione collettiva che è romantica e scientifi-
camente incontrollabile: anche l’opera del singolo artista
risulta dai contributi di piú facoltà intellettuali, in parte
indipendenti, la cui fusione è spesso fittizia ed esterio-
re. Ingenua e romantica è l’idea che un’opera d’arte, fin
nei suoi ultimi elementi, sia la creazione indifferenziata
di un gruppo, e non abbia bisogno di un piano unitario
e consapevole, per quanto soggetto a mutamenti.

Storia dell’arte Einaudi 61


Capitolo settimo

Feudalesimo e arte romanica

L’arte romanica fu monastica, ma anche aristocra-


tica. È forse qui che si rispecchia nel modo piú evi-
dente la solidarietà spirituale fra clero e nobiltà. Come
le cariche sacerdotali nell’antica Roma, cosí nella Chie-
sa medievale i posti piú importanti erano riservati ai
membri dell’aristocrazia101; ma se abati e vescovi erano
intimamente legati alla nobiltà feudale, non era tanto
per la loro origine aristocratica, quanto per i loro inte-
ressi economici e politici. Essi dovevano i loro beni e
la loro potenza allo stesso ordine sociale su cui pog-
giavano le prerogative dei laici. Fra le due aristocrazie
esisteva, se pur non sempre esplicita, una costante
alleanza. Gli ordini monastici, i cui abati disponevano
di enormi ricchezze e di legioni di sottoposti, e dalle
cui file uscirono i papi piú energici, i consiglieri piú
autorevoli e i piú pericolosi rivali degli imperatori e dei
re, non erano meno estranei e distanti dalle masse di
quel che non fosse la nobiltà laica. Il loro costume feu-
dale mutò soltanto per l’influsso ascetico della riforma
cluniacense; ma di un orientamento piú democratico
non si può parlare che dopo la fondazione degli ordi-
ni mendicanti. I conventi, in mezzo alle loro vaste
terre, sui declivi dei monti che dominano il paese, con
le loro muraglie scoscese, massicce, a guisa di baluar-
di, sono inaccessibili come le fortezze e i castelli dei
principi e dei baroni: nulla di piú naturale che anche

Storia dell’arte Einaudi 62


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

l’arte prodotta nei conventi corrisponda allo spirito


della nobiltà secolare.
La nuova nobiltà, che si è sviluppata dall’aristocra-
zia dei guerrieri e funzionari franchi, e che alla fine del
secolo ix, è già completamente feudalizzata, si pone ora
alla testa della società e diventa l’unico potere effetti-
vo. Gli antichi funzionari del re sono diventati una
potente, superba, riottosa nobiltà ereditaria, ormai
dimentica della sua origine burocratica, con privilegi
che sembrano risalire a tempi immemorabili. Nel corso
degli anni, il rapporto col re si è completamente inver-
tito; in origine la corona era ereditaria e ogni sovrano
poteva scegliere a suo talento consiglieri e funzionari;
ora invece è ereditario il privilegio della nobiltà, e sono
i re a essere eletti102. Gli stati romano-germanici del-
l’alto Medioevo si trovavano di fronte a difficoltà in
parte già sensibili nella tarda antichità, e che fin d’al-
lora si era cercato di superare con misure tendenzial-
mente feudali, quali il colonato, i tributi in natura, le
funzioni fiscali affidate dallo stato ai proprietari di
terre. La mancanza del denaro necessario a mantenere
un conveniente apparato amministrativo e un esercito
efficiente, il pericolo delle invasioni e la difficoltà di
difendere regioni molto estese esistevano fin dagli ulti-
mi tempi di Roma; nuove difficoltà si aggiunsero nel
Medioevo per la mancanza di funzionari esperti, per il
maggiore e costante pericolo di attacchi e la necessità,
soprattutto contro gli Arabi, di una nuova arma, la
cavalleria corazzata; corpo che, per l’armamento costo-
so e per l’addestramento piuttosto lento dei nuovi con-
tingenti, imponeva allo stato gravami insopportabili. Il
feudalesimo è l’istituzione con cui il secolo ix cercò di
risolvere queste difficoltà, soprattutto quella di creare
un esercito di cavalieri pesantemente armati. In man-
canza di altri mezzi, il servizio militare venne pagato
con la concessione di terre, immunità e diritti sovrani,

Storia dell’arte Einaudi 63


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

come i poteri fiscali e giudiziari; tali privilegi formaro-


no la base del nuovo sistema. Il beneficium, cioè il dono
occasionale di terre del dominio regale in compenso di
servigi resi, o la loro concessione in usufrutto come sti-
pendio per regolari prestazioni burocratiche o militari,
esisteva fin dal tempo dei Merovingi. Nuovo è il carat-
tere feudale delle concessioni e il vassallaggio, cioè il
rapporto contrattuale e il vincolo di fedeltà, il sistema
di servigi e impegni reciproci, il principio della mutua
fede e della lealtà personale che subentra ormai all’an-
tica sudditanza. Il feudo, che in origine era solo un pos-
sesso in usufrutto per un tempo limitato, nel corso del
secolo ix diventa ereditario.
La creazione della cavalleria feudale, con l’investitu-
ra ereditaria come base su cui si fonda il servigio, rap-
presenta una delle innovazioni piú rivoluzionarie della
storia occidentale; essa trasforma un organo dell’autorità
centrale in una potenza a sé, quasi illimitata, entro lo
stato. Cosí finisce la monarchia assoluta del Medioevo.
D’ora in poi, il re ha tanto potere quanto gliene dànno
le sue terre private, e un’autorità di cui potrebbe dispor-
re anche se le avesse in feudo. L’epoca immediatamen-
te successiva ignora lo stato nel senso moderno; ignora
l’unità amministrativa, la solidarietà civile, il vincolo
giuridico dei sudditi103. Il feudalesimo è una piramide
sociale che culmina in un punto astratto. Il re guerreg-
gia, ma non governa; governano i grandi proprietari di
terre, e non come funzionari e stipendiati, favoriti e par-
venus, beneficiari e prebendari, ma come signori indi-
pendenti, che fondano i loro privilegi, non sull’autorità
che ha dal principe la sua legittima origine, ma unica-
mente sulla loro effettiva e diretta potenza personale. La
casta dominante avoca a sé tutte le prerogative di gover-
no, l’intero apparato amministrativo, tutti i posti di
comando nell’esercito, i piú alti gradi della gerarchia
ecclesiastica, e acquista nello stato un influsso quale

Storia dell’arte Einaudi 64


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

forse nessun’altra classe aveva mai posseduto. Neppure


l’aristocrazia greca nel suo massimo fiore assicurava ai
suoi membri tanta libertà personale quanta ne offrí ai
signori feudali l’indebolita monarchia dell’alto Medioe-
vo. A ragione i secoli dominati da questa nobiltà sono
stati chiamati l’epoca aristocratica della storia euro-
pea104; in nessun altro periodo le forme della civiltà occi-
dentale dipesero cosí esclusivamente dalle concezioni,
dagli ideali sociali e dall’orientamento economico di un
solo ceto relativamente ristretto.
Nell’alto Medioevo, nella generale scarsità di denaro
e di traffici, quando la proprietà fondiaria costituisce l’u-
nica fonte di reddito e l’unica forma di ricchezza, il feu-
dalesimo è la naturale soluzione dei problemi connessi
al governo e alla difesa del paese. Il ritorno alla civiltà
rurale, già avviato alla fine dell’antichità, è ormai un
fatto compiuto; l’economia è un’economia agricola, la
vita è vita di campagna. Le città hanno perso la loro
importanza e la loro forza di attrazione; la stragrande
maggioranza della popolazione è ridotta a vivere in pic-
cole sedi sparse, isolate l’una dall’altra. Socievolezza
urbana, commercio e scambi sono scomparsi; la vita ha
assunto forme piú semplici, provinciali. L’unità sociale
ed economica in cui tutto s’inquadra è la corte feudale;
si è disappreso a muoversi entro confini piú vasti, a
pensare in categorie piú comprensive. Poiché mancano
per lo piú denaro e traffici, città e mercati, non resta che
rendersi indipendenti dall’esterno e rinunciare tanto
all’acquisto di prodotti forestieri quanto alla vendita
dei propri. Si determina cosí una situazione in cui si può
dire che manchi ogni stimolo a produrre piú di quanto
richiedano i propri bisogni. È noto che Karl Bücher ha
chiamato questo sistema «economia domestica chiusa»
e l’ha caratterizzata come un’autarchia del tutto priva
di denaro e di scambi105. Come sappiamo, un quadro cosí
rigido non corrisponde interamente alla realtà; la tesi di

Storia dell’arte Einaudi 65


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

un’economia puramente domestica e autosufficiente si


è dimostrata, per il Medioevo, insostenibile106, e a ragio-
ne si è proposta la formula di «economia senza merca-
ti» piuttosto che di «economia senza scambi»107. Ma il
Bücher non ha fatto che accentuare i caratteri dell’eco-
nomia medievale, senza peraltro inventarli; perché nes-
suno può contestare nell’epoca feudale la tendenza
all’autarchia. È di regola consumare i beni là dove sono
stati prodotti, benché sussistano molte eccezioni e gli
scambi non cessino mai del tutto. In ogni caso, è per-
fettamente legittimo distinguere, secondo l’indicazione
di Marx, la produzione dell’alto Medioevo, limitata al
consumo, dalla piú tarda produzione di merci; e la cate-
goria dell’«economia domestica chiusa», concepita come
tipo ideale e non come realtà concreta, si rivela indi-
spensabile alla caratterizzazione dell’economia feudale.
Il tratto piú caratteristico di questa economia, e quel-
lo per cui essa può culturalmente orientare lo spirito del
tempo, è senza dubbio la mancanza di ogni stimolo alla
sovrapproduzione, e quindi la fedeltà ai metodi tradi-
zionali e al ritmo consueto della produzione, senza inven-
zioni tecniche o innovazioni organizzative. È stato osser-
vato108 – che essa è una pura «economia di spesa», che
tanto produce quanto consuma e come tale non ha idea
del risparmio e del lucro, non sa di calcoli né di specula-
zioni, e ignora il metodico impiego delle forze disponi-
bili. Al tradizionalismo e all’irrazionalismo di questa eco-
nomia corrisponde la staticità delle forme sociali e l’ir-
removibilità delle barriere fra i diversi ceti. Gli «stati»
in cui la società è divisa appaiono non solo ragionevoli,
ma anche voluti da Dio, e non c’è praticamente nessuna
possibilità di elevarsi da uno «stato» all’altro; ogni ten-
tativo di superare i confini fra le classi equivale alla ribel-
lione contro una legge divina. Il principio della concor-
renza intellettuale, l’ambizione di sviluppare e afferma-
re la propria individualità, non potrebbe sorgere in una

Storia dell’arte Einaudi 66


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

società irrigidita nelle sue caste, come il principio della


concorrenza commerciale in un’economia senza mercati,
senza premi di produzione, senza prospettive di guada-
gno. Alla staticità economica e sociale corrisponde anche
nella scienza, nell’arte, nella letteratura, un rigido, immo-
bile conservatorismo, fermo ai valori riconosciuti. Lo
stesso principio di immobilità che fissa l’economia e la
società alle loro tradizioni, rallenta anche lo sviluppo del
pensiero scientifico e dell’esperienza artistica, e imprime
alla storia dell’arte romanica quell’andamento calmo,
quasi pesante, che per quasi due secoli impedirà ogni vero
mutamento stilistico. E come nell’economia è affatto
assente lo spirito del razionalismo, l’idea di una produ-
zione metodica e l’attitudine al calcolo e alla speculazio-
ne, come nella vita pratica si trascura generalmente l’e-
sattezza delle cifre e delle date, la precisazione delle
quantità, cosí il pensiero ignora totalmente le categorie
che si fondano sui concetti di merce, moneta e profitto.
All’economia precapitalistica e prerazionalistica corri-
sponde uno spirito preindividualistico, tanto piú facile da
spiegare, in quanto l’individualismo implica il principio
della concorrenza.
Il concetto di progresso è del tutto ignoto all’alto
Medioevo, che, insensibile al valore del nuovo, cerca di
conservare fedelmente l’antica tradizione. E non solo gli
è estraneo il concetto di progresso proprio della scienza
moderna109, ma anche nell’interpretazione di verità note
e garantite dall’autorità, quel che piú importa non è l’o-
riginalità dell’interpretazione, ma la conferma e il con-
solidamento delle verità stesse. Senza scopo e senza
senso appare lo sforzo di riscoprire quel che è già stato
trovato, di dare una nuova forma a ciò che già ne ha una,
di interpretare diversamente la verità. I valori supremi
sono fissi e chiusi in forme definitive: sarebbe traco-
tanza volerle mutare. Lo scopo è il possesso dei valori,
non la fecondità dello spirito. È un’epoca ferma, sicura

Storia dell’arte Einaudi 67


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

in se stessa, di robusta fede, che non dubita delle sue


verità e delle sue leggi morali, non conosce dissidi spi-
rituali né conflitti di coscienza, non sente desiderio del
nuovo, né sazietà del vecchio. In ogni caso essa non
favorisce né sollecita pensieri e inclinazioni del genere.
La Chiesa dell’alto Medioevo, plenipotenziaria e
mandataria della classe dominante in tutti i problemi spi-
rituali, soffocò in germe ogni dubbio sull’assoluta vali-
dità dei comandamenti e dei precetti che scaturivano
dall’idea che questo mondo è voluto da Dio e garanti-
vano l’ordine esistente. La cultura, in cui ogni aspetto
dell’esistenza era in diretto rapporto con la fede e le
verità soteriologiche, era caratterizzata dalla dipenden-
za di tutta la vita spirituale – dell’arte e della scienza,
del pensiero e della volontà – dall’autorità della Chiesa.
La concezione metafisica e religiosa del mondo, in cui
ogni cosa terrena è in rapporto con l’ultraterreno, e ogni
cosa umana col divino, dove tutto ha un senso trascen-
dente ed esprime la volontà divina, è utilizzata dalla
Chiesa per conferire validità assoluta alla teocrazia
gerarchica che si attua nel sacerdozio sacramentale. Dal
primato della fede sulla scienza essa derivò il diritto di
stabilire d’autorità e inappellabilmente le direttrici e i
limiti della cultura. Solo come «cultura autoritaria e
coatta»110, solo sotto la minaccia di sanzioni, quali pote-
va infliggere la Chiesa, in possesso di tutti gli strumen-
ti di salvazione, poteva svilupparsi e affermarsi una
visione del mondo cosí conchiusa e omogenea come
quella dell’alto Medioevo. Gli angusti limiti posti dal
feudalesimo, con l’aiuto della Chiesa, al pensiero e alla
volontà del tempo, spiegano l’assolutismo del sistema
metafisico, che si opponeva brutalmente a ogni manife-
stazione filosofica originale, come il sistema sociale a
ogni libertà; e imponeva al mondo dello spirito gli stes-
si principî d’autorità e di gerarchia che si esprimevano
nelle forme dell’assetto sociale.

Storia dell’arte Einaudi 68


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

Il programma culturale assolutistico della Chiesa si


realizza pienamente solo dopo la fine del secolo x, quan-
do si affermano, col movimento cluniacense, un nuovo
spiritualismo e una nuova intransigenza intellettuale.
Ora il clero, perseguendo i propri fini totalitari, ali-
menta uno stato d’animo apocalittico di fuga dal mondo
e desiderio di morte, mantiene gli animi in un’esalta-
zione religiosa, predica la fine del mondo e il Giudizio
universale, organizza pellegrinaggi e crociate, scomuni-
ca re e imperatori. In questo spirito autoritario e mili-
tante la Chiesa conduce a termine l’edificazione della
civiltà medievale, che solo ora, sullo scorcio del secolo,
appare in tutta la sua coerenza e singolarità111. Ora sor-
gono le prime grandi chiese romaniche, le prime grandi
creazioni dell’arte medievale in senso stretto. Il secolo
xi è un’epoca d’oro per l’architettura sacra, mentre fio-
risce la filosofia scolastica, e, in Francia, l’epopea d’i-
spirazione ecclesiastica. Questo rigoglio intellettuale, e
specialmente il fiorire dell’architettura, sarebbe incon-
cepibile senza l’enorme incremento del patrimonio eccle-
siastico. L’epoca delle riforme monastiche è anche il
tempo delle grandi donazioni e fondazioni a favore dei
conventi112. Non solo cresce la ricchezza dei monasteri,
ma anche quella dei vescovati, specialmente in Germa-
nia, dove i re cercano di ottenere l’alleanza dei principi
della Chiesa contro i vassalli ribelli. Grazie ai loro doni,
accanto alle grandi abbazie sorgono le prime cattedrali.
In questo periodo, come già sappiamo, i re non hanno
residenza stabile, e alloggiano con la loro corte ora pres-
so un vescovo, ora in un’abbazia del regno113. In man-
canza di una capitale, essi non esplicano direttamente
alcuna attività edilizia, ma soddisfano la loro passione
di costruttori favorendo le iniziative dei vescovi. A
ragione, in Germania, si considerano e si chiamano «cat-
tedrali imperiali» le grandi chiese episcopali di quel
tempo.

Storia dell’arte Einaudi 69


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

Queste chiese romaniche, in armonia con lo spirito


dei fondatori, sono costruzioni imponenti e massicce,
espressione di potenza e di mezzi illimitati. Sono state
chiamate «fortezze di Dio», e difatti sono grandi, salde
e massicce come le fortezze e i castelli di allora: troppo
grandi per le comunità dei fedeli. Ma non vengono
innalzate per i credenti, bensí a gloria di Dio, e, come
le costruzioni sacre dell’antico Oriente, e nessun’altra
architettura nella stessa misura, assolvono una funzione
rappresentativa. Anche Santa Sofia era immensa, ma la
sua grandezza aveva un certo qual fondamento pratico,
poiché essa era la primaziale di una metropoli; mentre
le chiese romaniche sorgono tutt’al piú in cittadine pic-
cole e tranquille, dato che non ci sono piú grandi città
in Occidente.
Sarebbe facile ricondurre, non solo le proporzioni, ma
anche le forme grevi, ampie e possenti dell’architettura
romanica, alla potenza politica dei loro costruttori, e
considerarle come l’espressione di un aspro dominio di
classe e di un inflessibile spirito di casta. Ma ciò signifi-
cherebbe confondere le cose anziché spiegarle. Se si vuol
comprendere la solennità dell’arte romanica, il suo volu-
me opprimente, la sua calma severità, bisognerà pensare
al suo «arcaismo», al suo ritorno alle forme semplici, sti-
lizzate, geometriche: fenomeno che è in rapporto con cir-
costanze molto piú concrete e tangibili del generale orien-
tamento autoritario del tempo. L’arte del periodo roma-
nico è piú semplice e omogenea, meno eclettica e diffe-
renziata di quella dell’epoca bizantina o carolingia, sia
perché non è piú arte aulica, sia perché, fin dal tempo di
Carlo Magno, le città dell’Occidente, soprattutto in
seguito alla penetrazione degli Arabi nel Mediterraneo e
alla interruzione del commercio fra Oriente e Occiden-
te, hanno subìto un ulteriore regresso.
Ciò significa, in altre parole, che la produzione arti-
stica non dipende piú dal gusto raffinato, e mutevole

Storia dell’arte Einaudi 70


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

della corte, né dallo spirito inquieto della città. Per


molti aspetti essa è forse piú rozza e primitiva della pro-
duzione artistica dell’epoca immediatamente preceden-
te, ma contiene un numero molto minore di elementi
inassimilati, o non sufficientemente elaborati, dell’arte
bizantina e, soprattutto, dell’arte carolingia. Non parla
piú il linguaggio della passiva imitazione, ma quello di
un rinnovamento religioso.
Abbiamo di nuovo a che fare con un’arte dove il
sacro e il profano quasi si confondono, e di fronte alla
quale i contemporanei non potevano sempre rendersi
conto della differenza tra il fine ecclesiastico e il fine
mondano. In ogni caso, essi sentivano molto meno net-
tamente di noi la frattura tra le due sfere, anche se, in
quest’epoca relativamente tarda, non si può piú parlare
di una perfetta sintesi di arte, vita e religione, come
voleva il romanticismo. Perché, sebbene il Medioevo cri-
stiano fosse molto piú profondamente e ingenuamente
religioso dell’antichità classica, tuttavia il rapporto fra
vita religiosa e vita sociale era piú stretto presso i Greci
e i Romani che presso i popoli cristiani del Medioevo.
L’antichità era piú vicina ai tempi preistorici almeno in
questo, che per essa stato, stirpe e famiglia non signifi-
cavano soltanto gruppi sociali, ma unità culturali ed enti
religiosi. I cristiani del Medioevo invece distinguevano
già le forme naturali della vita associata dai rapporti tra-
scendenti della religione114. L’unificazione a posteriori
dei due ordini nell’idea dello stato voluto da Dio non fu
mai cosí intima da far sí che i gruppi politici e i vincoli
del sangue acquistassero un carattere religioso nella
coscienza del popolo.
La natura sacrale dell’arte romanica non significa che
la vita del tempo fosse penetrata di religiosità in tutte
le sue manifestazioni (ciò che non corrisponderebbe
affatto alla realtà); essa si spiega piuttosto con la situa-
zione prodottasi in seguito al disgregamento della società

Storia dell’arte Einaudi 71


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

di corte, delle amministrazioni municipali e del potere


centrale: disgregamento che ha fatto della Chiesa pres-
soché la sola committente di opere d’arte. A ciò si
aggiunga che, in seguito alla totale clericalizzazione della
cultura, l’arte era considerata non piú come un oggetto
di godimento estetico, ma anch’essa come «servizio di
Dio, offerta, sacrificio»115. Qui il Medioevo è piú vici-
no dell’antichità classica alla mentalità primitiva. Ma ciò
non vuol dire che il linguaggio dell’arte romanica fosse
piú comprensibile alle masse di quello dell’antichità o
dell’alto Medioevo. Se l’arte carolingia, dipendendo dal
gusto raffinato della corte, era estranea al popolo, ora
l’arte è il patrimonio di una aristocrazia ecclesiastica,
che, per quanto piú vasta della cerchia dei letterati pala-
tini intorno a Carlo Magno, non comprende neppure
tutto il clero. Come strumento della propaganda eccle-
siastica suo compito è quello di ispirare alle folle una
religiosità solenne ma tutto sommato indeterminata. Gli
ingenui fedeli non potevano certo comprendere o
apprezzare il simbolismo spesso difficile o la raffinatez-
za formale delle scene sacre. Benché piú sobrie e sugge-
stive, le forme romaniche non erano piú popolari o piú
ingenue di quelle della piú antica arte cristiana. La sem-
plificazione delle forme non implicava nessuna conces-
sione al gusto e alla possibilità di comprensione delle
masse, ma si ricollegava all’orientamento estetico di una
classe dominante piú fiera della propria autorità che
della propria cultura.
Conforme al ritmico avvicendarsi degli stili, dopo il
geometrismo delle origini e il naturalismo della tarda
antichità, l’astrazione paleocristiana e l’eclettismo caro-
lingio, l’arte romanica torna a un formalismo lontano
dalle apparenze naturalistiche. La civiltà feudale, essen-
zialmente antiindividualistica, predilige anche nell’arte
ciò che è generale e uniforme; e tende a un’immagine del
mondo in cui tutto è tipico: le fisionomie come i pan-

Storia dell’arte Einaudi 72


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

neggi, le grandi mani gesticolanti come gli alberelli a


forma di palma e le rocce che paiono di latta. Questa
tipicità e monumentalità dell’arte romanica si afferma-
no nell’esaltazione della forma cubica e nell’inserimen-
to della plastica nell’architettura. Le sculture delle chie-
se romaniche sono membri dell’edificio, pilastri e colon-
ne, parti integranti dei muri o del portale. La cornice
architettonica è essenziale per le figure. Non solo ani-
mali e fogliami, ma anche la forma umana adempie a una
funzione ornamentale nel complesso dell’opera; si piega
e si torce, si stende e si contrae, secondo il posto asse-
gnatole. La subordinazione di ogni particolare è cosí
rilevante, che è difficile distinguere fra arte pura e arte
applicata, fra l’opera dello scultore e quella dell’artigia-
no116. Anche qui è facile istituire un parallelo con le
forme politiche. E sarebbe semplicissimo riferire allo spi-
rito autoritario del tempo la funzionale coerenza degli
elementi di un edificio romanico e la loro subordina-
zione all’unità architettonica, e ricondurre l’una e l’al-
tra a quel principio unitario che domina la società e
s’incarna in organismi collettivi come la Chiesa univer-
sale e gli ordini monastici, il feudalesimo e l’economia
curtense. Ma una simile interpretazione cadrebbe facil-
mente in un equivoco. Le sculture di una chiesa roma-
nica «dipendono» dall’architettura in tutt’altro senso
che i contadini e i vassalli dal feudatario.
Senza dubbio il rigorismo formale e l’astrazione dalla
realtà sono le caratteristiche principali dello stile roma-
nico: ma non sono le sole. Come in filosofia c’è una ten-
denza mistica operante accanto alla scolastica, come fra
i monaci lo spirito militante non esclude l’inclinazione
alla vita contemplativa e, nella riforma degli ordini,
accanto al rigido dogmatismo si esprime una religiosità
impetuosa, indomabile, portata all’estasi; cosí nell’arte,
accanto al formalismo e alla tipologia astratta si afferma
una corrente di veemente espressionismo. Ma questa

Storia dell’arte Einaudi 73


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

maggiore libertà nello stile romanico si manifesta sol-


tanto nella seconda metà dell’epoca, quando, nel secolo
xi, l’economia rinasce e si rinnova la vita delle città117.
Per quanto sostanzialmente modesti, questi inizi prean-
nunziano un mutamento che apre la via all’individuali-
smo e al liberalismo moderno. Da principio, esterior-
mente, non muta gran che: la tendenza fondamentale
dell’arte resta antinaturalistica e ieratica. Eppure un
primo passo verso la dissoluzione dei vincoli medievali
si compie proprio in questo secolo xi cosí straordinaria-
mente fecondo, con le sue nuove città e mercati, i suoi
nuovi ordini e scuole, le prime crociate e i primi stati
normanni, gli inizi della scultura monumentale cristia-
na e i prodromi dell’architettura gotica. Non a caso que-
sto fervore di vita coincide proprio con l’epoca in cui
l’autarchia economica dell’alto Medioevo, dopo una sta-
bilità plurisecolare, comincia a cedere il passo a un’eco-
nomia di traffici.
Nell’arte il mutamento è lentissimo. La statuaria è
bensí cosa nuova, dimenticata dopo il tramonto della
civiltà antica; ma il suo linguaggio formale rimane essen-
zialmente legato alle convenzioni della piú antica pittu-
ra romanica; e quanto al protogotico normanno del seco-
lo xi, è giustamente considerato come una varietà del
romanico. Ma il verticalismo architettonico e il vigore
espressivo delle figure non lasciano dubbi circa la ten-
denza a un’arte piú dinamica. Nelle deformazioni con
cui si cerca di raggiungere l’effetto – alterazione delle
proporzioni naturali, ingrandimento eccessivo delle parti
espressive del volto e del corpo, soprattutto degli occhi
e delle mani, esagerazione dei gesti, profondità ostentata
degli inchini, braccia scagliate in alto e gambe incrocia-
te come in una danza – non si tratta piú semplicemen-
te del fenomeno che, come è stato affermato, sarebbe
presente in ogni arte primitiva, e per cui «le parti del
corpo in cui piú si manifestano la volontà e il sentimento

Storia dell’arte Einaudi 74


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

sono rappresentate come piú grandi e piú forti delle


altre»118. Siamo piuttosto di fronte a un aperto espres-
sionismo dinamico119. L’arte che si getta impetuosa-
mente in questa nuova maniera deriva il suo ardore
dallo spiritualismo e dall’attivismo cluniacense. La dina-
mica del «barocco tardo-romanico» si ricollega a Cluny
e alla riforma monastica, come il pathos secentesco ai
gesuiti e alla reazione cattolica. Nella plastica e nella pit-
tura, nelle sculture di Autun e Vézelay, Moissac e Souil-
lac, come nelle figure degli evangelisti nell’evangeliario
di Amiens e in quello di Ottone, si esprime lo stesso spi-
rito di ascetica riforma, lo stesso stato d’animo apoca-
littico. Gli apostoli e i profeti che si raccolgono intorno
a Cristo sui timpani delle chiese, figure snelle, fragili,
consunte dall’ardore della fede, gli eletti e i beati, gli
angeli e i santi dei Giudizi e delle Ascensioni, sono gli
asceti spiritualizzati che i creatori di quest’arte, i pii
monaci dei chiostri, si propongono a modello.
Già le grandi composizioni figurate dell’arte tardo-
romanica nascono spesso da una sfrenata fantasia visio-
naria; ma nelle composizioni ornamentali, come nel pila-
stro zoomorfo dell’abbazia di Souillac, questa fantasia
tocca l’astrusità del delirio. Uomini, bestie, chimere,
mostri si confondono in un unico fiotto di vita pullu-
lante, in un caotico brulichio di corpi umani e ferini, che
per molti aspetti ricorda i viluppi lineari della miniatu-
ra irlandese e dimostra che la tradizione di quest’arte
non si è ancora spenta; ma dimostra anche come sia
mutata dai tempi del suo fiore, e come il rigore geome-
trico dell’alto Medioevo sia stato travolto dal dinamismo
del secolo xi.
Ora soltanto si realizza pienamente ciò che noi inten-
diamo per arte cristiana e medievale. Ora soltanto è del
tutto manifesto il senso trascendente delle immagini.
Fenomeni come l’eccessiva lunghezza dei corpi o i gesti
spasmodici non possono piú spiegarsi razionalmente,

Storia dell’arte Einaudi 75


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

come l’alterazione paleocristiana dei canoni naturali,


logico risultato della gerarchia spirituale delle figure.
Allora l’affiorare di un mondo trascendente induceva a
deformare il vero, ma le leggi naturali restavano sostan-
zialmente valide; ora invece esse hanno perso ogni valo-
re e con esse decadono gli antichi ideali di bellezza.
Nell’arte paleocristiana le deviazioni dalla realtà sensi-
bile non superavano mai i limiti della possibilità biolo-
gica e della correttezza formale; ora queste deviazioni
sono del tutto inconciliabili coi criteri classici di verità
e di bellezza, e vien meno «ogni specifico valore plasti-
co delle figure»120. Il richiamo al trascendente domina
ormai al punto che le singole forme non hanno piú in sé
alcun valore; non sono che simboli e segni. Ed esse non
si limitano piú a esprimere il mondo trascendente con
mezzi negativi, accennando alla realtà soprannaturale
dagli squarci aperti nella realtà naturale e negando l’or-
dinamento di quest’ultima; ma rappresentano l’irrazio-
nale e l’oltremondano in modo positivo e diretto. Se si
confrontano queste figure senza peso, nello spasimo del-
l’estasi, con le robuste, equilibrate, eroiche figure del-
l’antichità classica – come si è confrontato, ad esempio,
il San Pietro di Moissac col Doriforo121 – appare evi-
dente la peculiarità dell’arte medievale. Di fronte all’ar-
te classica, che si limita esclusivamente alla bellezza fisi-
ca, alla realtà sensibile, alla regolarità formale, ed evita
ogni accenno agli elementi psichici e intellettuali, l’arte
romanica appare unicamente intenta all’espressione del-
l’anima, e le sue leggi non seguono la logica dell’espe-
rienza sensibile, ma quella della visione interiore. In
questo elemento visionario è l’essenza del tardo roma-
nico, e si spiegano cosí la spettrale lunghezza delle figu-
re, il loro atteggiamento contratto, i loro movimenti da
marionette.
Il gusto dell’arte romanica per l’illustrazione cresce
continuamente; e alla fine non è meno intenso del suo

Storia dell’arte Einaudi 76


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

interesse decorativo. L’inquietudine spirituale si mani-


festa anche nella progressiva estensione del repertorio
figurativo e conduce al saccheggio dell’intero contenu-
to delle Sacre Scritture. I nuovi soggetti, specie il Giu-
dizio finale e la Passione, caratterizzano, non meno
dello stile, lo spirito del tempo. Il tema principe della
scultura tardoromanica è il Giudizio universale: il sog-
getto che essa predilige per le lunette dei portali. Pro-
dotto della psicosi millenaristica, è insieme la piú forte
espressione dell’autorità della Chiesa. Qui si giudica l’u-
manità, che, secondo l’accusa o l’intercessione della
Chiesa, viene condannata o assolta. Per intimidire le
menti, l’arte non poteva immaginare mezzo piú effica-
ce di questo quadro d’infinito orrore e di eterna beati-
tudine. La popolarità dell’altro grande soggetto roma-
nico, la Passione, segna una svolta verso l’emozionali-
smo, anche se la trattazione si mantiene ancora, per lo
piú, nei limiti del vecchio stile, impassibile e solenne-
mente rappresentativo. Le «Passioni» romaniche sono
a metà strada fra l’antica ripugnanza a rappresentare la
sofferenza e l’umiliazione di Dio e la curiosità morbosa
che insisterà – piú tardi – sulle piaghe del Salvatore. Per
i primi cristiani, educati nello spirito dell’antichità clas-
sica, l’immagine del Salvatore morente sulla croce dei
delinquenti presentava qualcosa di ostico. L’arte caro-
lingia accetta, sí, la Crocifissione dall’Oriente, ma si
rifiuta di mostrare un Cristo tormentato e umiliato; lo
spirito feudale non sa conciliare l’altezza divina con la
sofferenza fisica. Nelle scene romaniche della Passione,
il Crocifisso non pende quasi mai dalla croce, ma vi sta
ritto; e di regola è rappresentato con gli occhi aperti, non
di rado incoronato, e spesso anche vestito122. Quella
società aristocratica doveva vincere la propria ripu-
gnanza, non solo religiosa, ma anche sociale, per la rap-
presentazione del nudo, prima di potersi abituare alla
vista del Cristo svestito. Anche piú tardi, l’arte medie-

Storia dell’arte Einaudi 77


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

vale evita di mostrare corpi nudi, se il tema non lo esige


espressamente123. Al Cristo eroico e regale, che appare
– anche sulla croce – vincitore di ogni cosa transeunte
e terrestre, corrisponde l’immagine della Madonna: non
è la Madre di Dio col suo amore e col suo dolore, a cui
ci abituerà il gotico, ma una celeste regina superiore a
ogni cosa umana.
La gioia con cui l’arte romanica piú tarda può immer-
gersi nell’illustrazione di una materia epica, si manife-
sta nel modo piú immediato nell’Arazzo di Bayeux,
opera che, per quanto destinata a una chiesa, esprime
una concezione dell’arte ben diversa da quella ecclesia-
stica. Esso narra la conquista dell’Inghilterra ad opera
dei Normanni, in uno stile mirabilmente fluido, con
varietà di episodi e con un sorprendente amore per il
particolare aneddotico. Vi si afferma una maniera
descrittiva, che, in certo qual modo, precorre la com-
posizione ciclica dell’arte gotica, e che è in netto con-
trasto con la concezione sintetica del romanico. È chia-
ro che non si tratta di un prodotto dell’arte monastica,
ma di un’opera che esce da una bottega piú o meno indi-
pendente dalla Chiesa. La tradizione che attribuisce il
ricamo alla regina Matilde riposa senza dubbio su una
leggenda, perché l’opera è stata certamente eseguita da
artefici esperti e specializzati; ma la leggenda ci ripor-
ta, se non altro, all’origine profana del lavoro. Nessun
altro prodotto romanico ci dà un’idea cosí completa dei
mezzi di cui poteva disporre l’arte profana del tempo.
Tanto piú deplorevole ci appare la perdita di opere ana-
loghe, che non erano evidentemente conservate con la
cura con cui erano conservati i prodotti dell’arte sacra.
Non sappiamo quale ampiezza abbia raggiunto la pro-
duzione artistica profana; non sarà stata neppure para-
gonabile a quella ecclesiastica, ma, almeno nell’epoca
tardoromanica, a cui appartiene anche l’arazzo di
Bayeux, era senza dubbio piú notevole di quel che si

Storia dell’arte Einaudi 78


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

potrebbe supporre a giudicare dai pochi monumenti


superstiti.
Quanto sia difficile, sulla base di ciò che possediamo,
parlare dell’arte profana di quest’epoca, appare piú che
mai dal ritratto, che oscilla, per cosí dire, in una zona
incerta fra l’arte sacra e profana. Si ignora ancora il
ritratto individualizzante, che sottolinea i tratti perso-
nali del modello. Il ritratto romanico non è che una
parte di una composizione rituale o di un monumento;
lo troviamo nelle immagini dedicatorie delle Bibbie
manoscritte, o nei sepolcri delle chiese. Ma l’immagine
dedicatoria, che, oltre al committente o al promotore del
manoscritto, rappresenta spesso anche l’amanuense e il
pittore124, apre la via, pur nella sua solennità, a un gene-
re molto personale, benché, per ora, trattato schemati-
camente: l’autoritratto. Ancor piú evidente è l’intimo
contrasto nei ritratti scolpiti dei monumenti funebri.
Nell’arte cimiteriale dei primi cristiani la persona del
defunto, o non compariva affatto, o solo con estrema
discrezione; nei sepolcri romanici è l’oggetto principale
della rappresentazione125. Lo spirito di casta della società
feudale si oppone ancora all’accentuazione dei caratte-
ri individuali, pur cominciando ad accettare l’idea del
monumento personale.

Storia dell’arte Einaudi 79


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

1
m. dvo¤ák, Katakombenmalereien. Die Anfänge der christlichen
Kunst, in Kunstgeschichte als Geistesgeschichte, 1924.
2
oskar wulff, Die umgekehrte Perspektive und die Niedersicht, in
Kunstwissenschaftliche Beiträge A. Schmarsow gewidmet, 1907; id., Die
Kunst des Kindes, 1927.
3
wilhelm neuss, Die Kunst der alten Christen, 1926, pp. 117-118.
Riproduzione in h. pierce - r. tyler, L’Art byzantin, II, 1934, tav.
143.
4
Cfr. e. von garger, Über Wertungsschwierigkeiten bei mittelalter-
licher Kunst. Kritische Berichte zur kanstgeschichtlichen Literatur,
1932-33, p. 104.
5
m. dvo¤ák, Idealismus und Naturalismus in der gotischen Skulptur und
Malerei, 1918, p. 32 (qui in connessione con la tarda arte carolingia).
6
rudolf koemstedt, Vormittelalterliche Malerei, 1929, passim. Cfr.
per quanto segue, pp. 14-18 e 20-23.
7
Ibid., p. 40.
8
henri pirenne, Le mouvement économique et social, in Histoire du
Moyen Age, ed. da g. glotz, VIII, 1933, p. 20.
9
steven runciman, Byzantine Civilisation, 1933, p. 204.
10
lujo brentano, Die byzantinische Volkswirtschaft, «Schmollers
Jahrbuch», XLI, 1917, fasc. 2, p. 29.
11
georg ostrogorsky, Die wirtschaftlichen und sozialen Entwick-
lungsgrundlagen des byzantinischen Reiches, «Vierteljahrsschrift für
Sozial- und Wirtschaftsgeschichte», xxii, 1929, p. 134.
12
richard laqueur, Das Kaisertum und die Gesellschaft des Reiches,
in Probleme der Spätantike. 17. Deutscher Historikertag, 1930, p. 10.
13
j. b. bury, History of the Later Roman Empire, I, 1889, pp.
186-87.
14
georg grupp, Kulturgeschichte des Mittelatters, III, 1924, p. 185.
15
Solo a partire dal sesto secolo si può notare un «indebolimento
dell’autorità statale ad opera della nobiltà». h. sieveking, Mittlere
Wirtschaftgeschichte, 1921, p. 19.
16
g. ostrogorsky, Die wirtschaftlichen ecc. cit., p. 136.
17
charles diehl, La Peinture byzantine, 1933, p. 41. Cfr. anche
emile mâle, Art et artistes du moyen âge, 1927, p. 9.
18
c. diehl, Manuel d’art byzantin, I, 1925, p. 231.
19
n. kondakoff, Histoire de l’art byzantin considéré principalement
dans les miniatures, I, 1886, p. 34.
20
r. koemstedt, Vormittelalterliche Malerei cit., p. 28.
21
l. brentano, Die byzantinische Volkswirtschaft cit., pagine 41-42.
22
Cfr. e. j. martin, A History of Iconoclastic Controversy, 1930, pp.
18-21.
23
Citato da karl schwarzlose, Der Bilderstreit, ein Kampf der grie-
chischen Kirche um ihre Eigenart und ihre Freiheit, 1890, p. 7.

Storia dell’arte Einaudi 80


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

24
g. grupp, Kulturgeschichte des Mittelalters cit., I, 1921, p. 352.
25
carl brinkmann, Wirtschafts- und Sozialgeschichte, 1927, p. 24.
26
o. m. dalton, Byzantine Art and Archaeology, 1911, p. 13; carl
neumann, Byzantinische Kultur und Renaissancekultur, «Historische
Zeitschrift», 1903, p. 222.
27
k. schwarzlose, Der Bilderstreit ecc. cit., p. 241.
28
louis bréhier, La Querelle des images, 1904, pp. 41-42; e. j. mar-
tin, A History of Iconoclastic Controversy cit., pp. 28, 54.
29
Cfr. o. m. dalton, Byzantine Art and Archaeology cit., pp. 14-15;
o. wulff, Altchristliche und byzantinische Kunst, II, 1918, p. 363.
30
c. diehl, La Peinture byzantine cit., p. 21.
31
schuchhardt, Alteuropa cit., pp. 265 sgg.
32
vitzthum-volbach, Die Malerei und Plastik des Mittelalters in Ita-
lien, 1924, pp. 15-16.
33
georg dehio, Geschichte der deutschen Kunst, I, 4a ed., 1930,
p. 15.
34
alfons dopsoh, Die Wirtschaftsentwicklung der Karolingerzeit,
1912-13. id., Wirtschaftliche und sozialische Grundlagen der europäi-
schen Kulturentwicklung, 1918-24.
35
kuno meyer, Bruchstücke der älteren Lyrik Irlands, «Abhandlun-
gen der Preussischen Akademie der Wissenschaft, Philosophisch-Histo-
rische Klasse», 1919, n. 7, p. 65.
36
Ibid., p. 66.
37
Ibid., p. 68.
38
Ibid., p. 4.
39
eleanor hull, A Text Book of Irish Literature, I, 1906, pp.
219-20.
40
Citato da p. w. joice, A Social History of Ancient Ireland, II, 1913,
p. 503.
41
a. dopsch, Wirtschaftliche und soziale Grundlagen cit., I, pp. 103,
185-87.
42
ferdinand lot, La Fin du monde antique et le début du moyen âge,
1927, p. 421.
43
Ibid., p. 411.
44
a. dopsch, Wirtschaftliche und soziale Grundlagen cit., II, p. 98.
45
henri pirenne, A History of Europe from the Invasion to the XVI
Cent., 1939, p. 69.
46
samuel dill, Roman Society in Gaul in the Merovingian Age,
1926, p. 215.
47
Ibid., p. 224.
48
f. lot, La Civilisation mérovingienne, in Histoire du Moyen Age,
ed. da g. glotz, I, 1928, p. 362.
49
Ibid., p. 380.
50
h. pirenne, A History of Europe cit., p. 58.

Storia dell’arte Einaudi 81


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

51
Ibid., pp. 111-12.
52
f. lot, La Fin du monde antique ecc. cit., p. 438.
53
gaston paris, Esquisse historique de la littérature française au
moyen âge, 1907, p. 75.
54
c. h. becker, Vom Werden und Wesen der islamischen Welt,
«Islamstudien», i, 1924, p. 34.
55
georg dehio, Geschichte der deutschen Kunst cit., p. 63.
56
Ibid., p. 6o.
57
h. gräven, Die Vorlage des Utrechtspsalters, «Repertorium für
Kunstwissenschaft», xxi, 1898, pp. 28 sgg.
58
roger hinks, Carolingian Art, 1935, p. 117.
59
georg swarzenski, Die karolingische Malerei und Plastik in Reims,
«Jahrbuch der königlichen Preussischen Kunstsammlungen», xxiii, 1902.
60
louis réau - gustave cohen, L’Art du moyen âge et la civilisa-
tion française, 1935, pp. 264-65; r. hinks, Carolingian Art cit., p. 109.
61
georg dehio, Geschichte der deutschen Kunst cit., p. 63.
62
r. hinks, Carolingian Art cit., pp. 105, 209.
63
andreas heusler, Die altgermanische Dichtung, 1929, p. 107; id.,
in j. hoops, Reallexikon der germanischen Altertumskunde, I, 1911-13,
p. 459.
64
hermann-schneider, Germanische Heldensage, I, 1928, pp. 11, 32.
65
h. m. chadwick, The Heroic Age cit., p. 93.
66
koberstein-bartsch, Geschichte der deutschen National-Literatur,
I, 1872, 5a ed., pp. 17, 41-42.
67
rudolf koegel, Geschichte der deutschen Literatur, I, i, 1894, p.
146.
68
a. heusler, Die altgermanische Dichtung cit., in hoops, Real-
lexikon, I, p. 462.
69
w. p. ker, Epic and Romance, 2a ed., 1908, p. 7.
70
h. schneider, Germanische Heldensage cit., p. 10.
71
a. heusler, Die altgermanische Dichtung, p. 153.
72
joseph bédier, Les Légendes épiques, I, 1914, p. 152.
73
Cfr. «Romania», xiii, p. 602.
74
pio rajna, Le origini dell’epopea francese, 1884, pp. 469-85.
75
j. bédiér, Les Légendes épiques cit., III, 1921, pp. 382, 390.
76
Ibid., IV, 1921, p. 432.
77
wilhelm hertz, Spielmannsbuch, 1886, p. iv.
78
hermann reich, Der Mimus, 1903, passim.
79
edmond faral, Les Jongleurs en France au moyen âge, 1910, p. 5.
80
wilhelm scherer, Geschichte der deutschen Literatur, 1902, 9a
ed., p. 6o.
81
Ibid., p. 61.
82
h. schneider, Germanische Heldensage cit., p. 36.
83
c. h. haskins, The Renaissance of the 12th Century, 1927, p. 33.

Storia dell’arte Einaudi 82


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

84
alois schulte, Der Adel und die deutsche Kirche im Mittelalter,
1910.
85
ernst troeltsch, Die Soziallehren der christlichen Kirchen und
Gruppen, 1912, p. 118; g. grupp, Kulturgeschichte des Mittelalters cit.,
I, p. 109.
86
a. dopsch, Wirtschaftlichen und sozialen Grundlagen, II, p. 427.
87
lewis mumford, Technics and Civilization, 1934, p. 13; cfr. wer-
ner sombart, Der moderne Kapitalismus, II, i, 1924, 6a ed., p. 127; h.
sieveking, Wirtschaftsgeschichte, II, 1921, p. 98.
88
Cfr. per quanto segue j. w. thompson, The Medieval Library,
1939, pp. 594-99, 612.
89
p. boissonade, Le Travail dans l’Europe chrétienne au moyen âge,
1921, p. 129.
90
g. g. coulton, Medieval Panorama, 1938, p. 267.
91
j. kulischer, Allgemeine Wirtschaftsgeschichte, I, 1928, p. 75.
92
Ibid., pp. 70-71.
93
viollet-le-duc, Dictionnaire raisonné, I, 1865, p. 128.
94
k. t. von inama - sternegg, Deutsche Wirtschaftgeschichte, I,
1909, 2a ed., p. 571.
95
julius von schlosser, Quellenbuch zur Kunstgeschichte des
abendländischen Mittelalters, 1896, p. xix.
96
wilhelm vöge, Die Anfänge des monumentalen Stiles im Mittelal-
ter, 1894, p. 289.
97
Recueil de textes relatif à l’histoire de l’architecture et à la condition
des architectes en France au moyen âge. XIIe-XIIIe siècles, publ. par V. Mor-
tet - P. Deschamps, 1929, p. xxx.
98
f. de mély, Les Primitifs et leurs signatures, 1913.
99
id., Nos vieilles cathédrales et leurs maîtres d’oeuvres, «Revue
Archéologique», xi, 1920, p. 291; xii, p. 95.
100
martin s. briggs, The Architect in History, 1927, p. 55.
101
a. schulte, Der Adel und die deutsche Kirche im Mittelalter cit.,
p. 221.
102
heinrich von eicken, Geschichte und System der mittelalterlichen
Weltanschauung, 1887, 224.
103
e. troeltsch, Die Soziallehren ecc. cit., p. 242.
104
johannes bühler, Die Kultur des Mittelalters, 1931, p. 95.
105
karl bücher, Die Entstehung der Volkswirtschaft, I, 1919, pp.
92 sgg.
106
georg von below, Probleme der Wirtschaftsgeschichte, 192o, pp.
178-79, 194 sgg.; a. dopsch, Wirtschaftliche und soziale Grundlagen cit.,
II, pp. 405-6.
107
h. pirenne, Le mouvement économique cit., p. 13.
108
werner sombart, Der moderne Kapitalismus, I, 1916, 2a ed., p. 31.
109
j. bühler, Die Kultur des Mittelalters cit., pp. 261-62.

Storia dell’arte Einaudi 83


Arnold Hauser Storia sociale dell’arte

110
e. troeltsch, Die Soziallehren ecc. cit., p. 223.
111
Cfr. oswald spengler, Der Untergang des Abendlandes, I, 1918,
p. 262.
112
h. pirenne, A History of Europe cit., p. 171.
113
g. dehio, Geschichte der deutschen Kunst cit., p. 73.
114
e. troeltsch, Die Soziallehren ecc. cit., p. 215.
115
g. dehio, Geschichte der deutschen Kunst cit., p. 73.
116
Ibid., p. 144.
117
a. fliche, La Civilisation occidentale aux Xe et XIe siècles, in
Histoire du Moyen Age. Ed. da g. glotz, II, 1930, pp. 597-6o9.
118
anton springer, Die Psalterillustrationen im frühen Mittelalter,
«Abhandlungen der königlichen Sächsischen Gesellschaft der Wis-
senschaft», viii, 1883, p. 195.
119
h. beenken, Romanische Skulptur in Deutschland, 1924, p. 17.
120
g. von luecken, Burgundische Skulpturen des 11. und 12. Jahrhun-
derts, «Jahrbuch der Kunstwissenschaft», 1923, p. 108.
121
g. kaschnitz - weinberg, Spätrömische Porträts, «Die Antike»,
II, 1926, p. 37.
122
g. dehio, Geschichte der deutschen Kunst cit., pp. 193-94.
123
julius baum, Die Malerei und Plastik des Mittelalters in Deutsch-
land, Frankreich und Britannien, 1930, p. 76.
124
j. prochno, Das Schreiber- und Dedikationsbild in der deutschen
Buchmalerei, I, 1929, passim.
125
g. dehio, Geschichte der deutschen Kunst cit., p. 183.

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