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UNIVERSITÀ LUISS GUIDO CARLI ANNO ACCADEMICO 2016-2017

Riassunti di Storia
Economica
Dalla rivoluzione industriale alla rivoluzione
informatica
MARIAPIA DE MARCO
CANALE C

Sintesi completa per paragrafi della quarta edizione aggiornata del libro “Storia economica: dalla
rivoluzione industriale alla rivoluzione informatica”, autore: Ennio De Simone.

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PARTE PRIMA -‐‐ LA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (1750-‐‐1850)

1. LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
1.1. Premessa: la storia economica
La storia economica, afferma lo storico Carlo M. Cipolla, è la storia dei fatti e delle
vicende economiche a livello individuale, aziendale, collettivo. Essa ha per oggetto:
• La produzione: Si ottiene combinando insieme più fattori della produzione, ossia i
fattori naturali, il lavoro e il capitale, ai quali si aggiunge la capacità imprenditoriale.
• La distribuzione: consiste nella ripartizione di beni e servizi fra coloro che hanno
contribuito a produrli.
- • Il consumo: è l’utilizzazione che si fa dei beni e dei servizi prodotti. I beni
sono utilizzati per soddisfare i bisogni individuali o collettivi dell’uomo oppure
per produrre altri beni.

La produzione, la distribuzione e il consumo sono oggetto d’indagine di almeno altre


due discipline:

• L’economia politica: studia l’attività economica per comprenderne il funzionamento


ed eventualmente tentare di giungere alla formulazione di leggi. • La politica
economica: si occupa del modo in cui i governi, con la loro azione e per raggiungere
fini prefissati cercano di modificare la composizione, la distribuzione e il consumo
della ricchezza prodotta. • La storia economica: studia le modalità con le quali i
problemi della produzione, della distribuzione e del consumo di beni e servizi sono
stati effettivamente risolti in certe epoche e in determinati luoghi. Mentre
l’economista quindi è orientato verso il futuro, lo storico, viceversa, è orientato verso
il passato e deve evitare la pericolosa tentazione di ipotizzare leggi valide per ogni
tempo.

1.2. Il sistema feudale


Il sistema
feudale si basava su una serie di rapporti personali e patrimoniali, intercorrenti fra il
sovrano e i suoi vassalli e tra costoro e i loro contadini. I vassalli promettevano
fedeltà al proprio
signore o sovrano e si obbligavano a fornirgli aiuto (militare e finanziario) e consiglio
(partecipazione a consultazioni periodiche). In cambio, il signore garantiva al
vassallo la sua protezione e gli assicurava il mantenimento mediante l’assegnazione
di un feudo.
I feudi col tempo divennero ereditari e, previo assenso del sovrano, anche vendibili
ad altri, oltre che frazionabili in suffusi, che potevano essere concessi ad altri vassalli.
Le terre del feudo erano così divise: • Riserva dominica: parte che il signore faceva
coltivare ai suoi servi.
• Mansi: poderi dati in concessione ai contadini liberi perché li lavorassero per
potersi
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Mantenere.
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• Terre comuni: ossia le terre non coltivate, che erano riservate allo sfruttamento
comunitario
Degli abitanti del luogo.
Il feudatario garantiva difesa contro i nemici, amministrava la giustizia, soccorreva i
contadini in caso di bisogno, costruiva e teneva funzionanti i mulini, forni,
gualchiere, frantoi e altre strutture. I contadini erano tenuti ad alcune prestazioni in
cambio: pagavano un censo, fornivano prestazioni d’opera gratuite (corvée),
mettevano a disposizione uomini armati in caso di necessità. Dal punto di vista
sociale il mondo feudale era visto come un’organizzazione distinta in tre ordini:
bellatore e lavoratore, vale a dire coloro che pregavano (clero), coloro che
combattevano (nobiltà) e coloro che lavoravano (contadini e artigiani). Con il
tempo, il sistema feudale, che si era affermato con caratteristiche molto diverse nelle
varie zone d’Europa, si era andato sfaldando e trasformando a cominciare
dall’Inghilterra.

1.3. La società di ancien regime


Il termine ancien regime è stato applicato in generale alla società e alle istituzioni
esistenti prima della Rivoluzione francese nei diversi paesi europei. Nel 700 la
società era ancora divisa in classi:
• La nobiltà: Godeva ancora di un enorme prestigio sociale ed esercitava un
importante ruolo politico. La natura aristocratica della società settecentesca
era rafforzata dall’autorità e dal
prestigio della Chiesa, il clero continuava a godere di molti privilegi dall’essere esent
ato dal pagamento di numerosi tributi alla riscossione delle decime per il suo
mantenimento.
• I lavoratori (contadini, artigiani, domestici): i contadini costituivano la stragrande
maggioranza della popolazione, ma le loro condizioni non erano uniformi e variavano
dà luogo a luogo. • La borghesia: Classe media nata dalla dissoluzione del sistema
feudale, costituita da mercanti, banchieri, notai, medici, burocrati e altri. Si stava
man mano consolidando e assumeva
caratteristiche particolari a seconda dei paesi in cui si era sviluppata. Nelle prospere n
azioni commerciali dell’Europa occidentale, come Olanda, Inghilterra e Francia era
una borghesia mercantile; nei paesi dell’Europa centrale e orientale era composta
di funzionari, specie in Prussia e nei domini asburgici, ed era principalmente formata
da appaltatori delle imposte e da Finanzieri in Francia.

1.4. La prima rivoluzione industriale 750-‐‐850


La prima rivoluzione industriale interessò innanzitutto l’Inghilterra seguita da Francia
e Stati Uniti d’America. Fu poco costosa dato che non erano richiesti molti capitali
per avviare un attività produttiva, i capitali iniziali vennero principalmente da
proprietari terrieri o da mercanti arricchitisi con il commercio estero; ciò determinò
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un ruolo marginale delle banche. Essa fu caratterizzata da un insieme
di “trasformazioni rivoluzionarie” in molteplici campi:
• Innovazioni tecnologiche: riguardarono, in primo luogo, la caldaia a vapore
l’industria tessile e quella siderurgica.

• Crescita demografica: la popolazione crebbe a ritmi costanti e con essa la domanda


di beni, specie di prima necessità, mettendo a disposizione alla nascente industria
una grande quantità di forza lavoro a buon mercato. • Agricoltura: conobbe un
aumento della produzione e della produttività (rapporto fra la quantità di output e di
uno o più input impiegati per produrlo), furono sperimentati nuovi metodi
di coltivazione e di concimazione. • Trasporti: furono costruite le prime linee
ferroviarie che permisero di ampliare i mercati dando uno sbocco alle merci ormai
prodotte in quantità sempre più rilevanti. • Produzione: La produzione si andò sempre
più accentrando concentrandosi nelle fabbriche, si
fece sempre maggior ricorso alle macchine semplici, che non richiedevano particolari
competenze per essere manovrate. Le imprese mantenevano modeste dimensioni
sotto la guida del proprietario. • Sociali: I lavoratori, il
cui sfruttamento era particolarmente pesante, cominciarono a organizzarsi
in associazioni, limitate in un primo momento agli operai specializzati.

1.5. La seconda rivoluzione industriale 850-‐‐950


Si sviluppò intensamente fra la seconda metà dell’Ottocento e la Prima guerra
mondiale, per
proseguire fino alla metà del secolo XX. A differenza della prima rivoluzione industr
iale, l’industrializzazione divenne più costosa e la necessità che maggiori capitali per
avviare un attività
produttiva fece entrare in gioco il ruolo delle banche e della borsa che assunse enorm
e
importanza. Essa riguardò principalmente paesi come Stati Uniti, Germania, Russia,
Italia, Giappone. Vi fu un ulteriore evoluzione sotto vari aspetti: • Produzione: le
principali attività produttive divennero la chimica, l’elettricità, la meccanica, lo
acciaio il petrolio, il motore a scoppio e la
radio. Trionfo della grande impresa, grazie all’utilizzo della catena di montaggio, di
macchinari sempre più complessi e all’integrazione dei processi produttivi da parte
della ricerca sviluppatesi nelle università e nei centri specializzati. • Crescita
demografica: La popolazione mondiale aumentò del 60% e quella europea raddoppiò.
Molte persone si trasferirono in altri paesi, come milioni di Europei che varcarono
l’Atlantico, e molte altre si spostarono nelle città. • Agricoltura: il numero degli
addetti a questo settore diminuì mentre la produzione e la produttività continuavano a
crescere a ritmo elevato, grazie alla messa a coltura di nuove terre (soprattutto in
America), ai concimi chimici e all‘uso delle macchine agricole. • Trasporto: I mezzi
di trasporto subirono una rivoluzione straordinaria fu definitiva la diffusione
di ferrovie e navi a vapore e successivamente delle automobili e degli aerei. Grazie ad
essi il commercio internazionale crebbe notevolmente.
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1.6. La terza rivoluzione industriale 1945 – Oggi
La terza rivoluzione industriale ha prodotto trasformazioni economiche e sociali molt
o più profonde di quelle delle due precedenti rivoluzioni. Essa interessò
prevalentemente i paesi che già si erano industrializzati e vide il mondo diviso in una
competizione fra due sistemi economici contrapposti: quello che si rifaceva alla libera
iniziativa e al mercato (liberismo statunitense) e
quello basato sull’economia pianificata (Unione Sovietica e altri Stati comunisti); ter
minato dopo
Un lungo scontro con il crollo di quest’ultimo tipo. Ora, sono paesi emergenti: la Cin
a, l’India, il Brasile, il Messico. Vi furono enormi innovazioni sotto vari campi:
• Produzione: Si sviluppò in settori come l’energia nucleare, la chimica avanzata
(biochimica, materie plastiche, ecc.) L’elettronica e l’informatica senza contare
inoltre lo sviluppo della robotica e la diffusione della motorizzazione. • Crescita
demografica: La popolazione mondiale si è triplicata in un settantennio.
• Agricoltura: Ha realizzato progressi eccezionali, facendo giungere a livelli elevatissi
mi la produttività, che fin ora a consentito bene o male di alimentare
la popolazione, con un numero di addetti che nei paesi sviluppati è inferiore al 5%.
• Trasporti: Il costo dei trasporti è precipitato grazie all’impiego di gigantesche navi e
mediante l’uso dei “containers”. • Trionfo del settore dei servizi: Caratteristica
principale della terza rivoluzione industriale, recente rivoluzione dei computer e delle
telecomunicazioni, che ha portato a quella che ormai si chiama società delle
ICT (Information and Comunicatino Technologies).
• Economia: Sta diventando sempre più globale, le imprese operano a livello internazi
onale e
producono per il mercato mondiale, decentrando le loro attività produttive. Si è svilu
ppata enormemente l’economia finanziaria, basata su una massiccia accumulazione di
capitale e sul
suo continuo e rapido spostamento sui mercati mondiali, alla ricerca di elevati rendim
enti in breve tempo.

1.7. Una rivoluzione europea


Elementi che hanno fatto sì che la rivoluzione industriale si realizzasse in Europa
sono: il clima, le
risorse naturali, sviluppo della tecnologia (che vi era stato in altri luoghi come la Cina
e i paesi islamici, ma non aveva dato risultati altrettanto concreti), garantita
l’iniziativa privata e il diritto di proprietà, assenza di “vincoli religiosi”
(teocrazia), sviluppo della ricerca scientifica (che si sottrae dall’influenza delle forze
che vedevano nelle novità un attentato al potere costituito o alle dottrine ufficiali).

2. LO SVILUPPO ECONOMICO
2.1. Crescita, sviluppo e progresso
Nel linguaggio comune questi termini vengono spesso utilizzati come sinonimi, è
opportuno tuttavia precisarne le differenze importanti al fine della comprensione
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della materia: • Crescita economica: Aumento complessivo del valore dei beni e
servizi prodotti da una
Determinata popolazione in un periodo definito (generalmente 1 anno).
• Sviluppo economico: Crescita elevata e prolungata, accompagnata da trasformazion
i sociali, strutturali e culturali. • Progresso: L’idea del progresso è legata alla moderna
concezione del mondo affermatasi in Europa fra Sei e Settecento, ad opera di
scienziati come Bacone, Cartesio e Isacco Newton,
che riponevano una grande fiducia nelle capacità dell’uomo di comprendere
“oggettivamente” il mondo e di poterlo misurare e migliorare.

2.2. La misurazione della crescita


La misurazione della crescita si effettua tramite il ricorso ad alcuni aggregati, cioè
grandezze economiche
complesse, generalmente espresse in valori, che si ottengono sommando grandezze
singole. I più utilizzati sono: • PIL (prodotto-‐‐interno-‐‐
lordo): è il valore monetario di beni e servizi prodotti in un determinato periodo (in
genere 1 anno) all’interno di un paese (tutto il territorio nazionale) da residenti e da
stranieri, al lordo del valore dei beni che sono stati consumati nel
Processo produttivo. • PNL (prodotto-‐‐nazionale-‐‐lordo): è il valore monetario di
beni e servizi prodotti in un
determinato periodo soltanto dai residenti, all’interno di un paese e all’estero, sempre
al lordo degli ammortamenti. • PIL pro capite: Si ottiene dividendo il Pil per il
numero degli abitanti, permette di conoscere il valore dei beni e dei servizi che
ciascun cittadino ha mediamente contribuito a produrre. Vi sono vari problemi che si
pongono nel calcolo del Pil, in primis quello di misurazione del valore dei servizi i
quali vengono considerati sulla base del costo per produrli, in secondo luogo la
mancanza di significato nel suo utilizzo come strumento di confronto internazionale s
e non lo si rapporta alla popolazione (problema ovviato dal Pil pro capite). Un altro
problema che si pone è quello del valore delle monete in cui i diversi Pil sono
espressi e del conseguente tasso di cambio da applicare. Per ovviare a questo
problema si fa ricorso al metodo della Parità del potere d’acquisto (PPA), che
consiste nell’individuazione di un paniere di consumo comune e nella determinazione
del suo prezzo nella moneta di ciascun paese.

2.3. I modelli di sviluppo


Gli economisti hanno fatto spesso ricorso a schemi o modelli per spiegare lo sviluppo
economico, fra i più importanti troviamo quelli di: Karl Buchera: Uno dei massimi
esponenti della scuola storica tedesca del XIX secolo, egli riteneva che lo sviluppo
si realizzasse attraverso 4 tappe: 1. Economia domestica
chiusa: Faceva perno sull’attività economica della famiglia, tutto si
Produceva e si scambiava in un ambito molto ristretto. 2. Economia
cittadina: Allargata all’ambito della città e del suo circondario.
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3. Economia nazionale: Ulteriore ampliamento del mercato e della produzione a
livello nazionale. 4. Economia mondiale: Che avrebbe coinvolto tutti i paesi che
all’epoca in cui scriveva Buchera si cominciava chiaramente a delineare.

 Walt W. Rostov
1960: Schema sostitutivo di quello di Bucher al quale molti studiosi fanno
riferimento. Secondo Rostov la realizzazione dello sviluppo economico passa
attraverso 5 fasi o stadi:

1. Società tradizionale: Società preindustriale, in cui l’agricoltura è l’attività


predominante e non riesce a fornire significative risorse aggiuntive da destinare ad
attività extragricole, la produttività e bassa in tutti i settori e la popolazione stenta a
crescere. 2. Società di transizione: Fase di cambiamento, incremento della
produttività agricola che finalmente riesce a dare avvio al processo
d’accumulazione. Incremento dell’istruzione,
formazione di una classe imprenditoriale dinamica, susseguirsi di innovazioni, interve
nto dello Stato che provvede alla costruzione delle infrastrutture più costose.
3. Società del decollo o take off: E’ lo stadio più importante che ha dato notorietà al
modello di Rostov. La società conosce una forte e irreversibile
accelerazione, riuscendo a superare
tutte le resistenze che si frappongono al suo sviluppo. Crescono la produzione, la
produttività e gli investimenti sia in agricoltura che negli altri settori; le
trasformazioni investono anche il quadro politico e istituzionale che deve agevolare
lo sfruttamento delle
nuove opportunità. Il decollo riguarda principalmente dei settori-‐‐ guida (leasing-‐‐
Sector) che trascinano lo sviluppo.
4. La società matura: E’ la società ormai decollata che vede continuamente
aumentare la produttività, le innovazioni tecnologiche e gli investimenti. Le
trasformazioni si allargano a ulteriori settori e lo sviluppo comincia ad
autoalimentarsi.
5. La società dei consumi di massa: In questo stadio si assiste a un forte aumento
della domanda di beni di consumo durevoli e di servizi, reso possibile
dall’incremento del
reddito pro capite. Ormai il processo di accumulazione è terminato ed è possibile
destinare risorse al miglioramento della qualità della vita.

2.4. Crisi e cicli economici


Caratteristica principale del mondo industrializzato fu la comparsa di crisi
economiche, queste dall’essere
crisi di sottoproduzione diventano crisi di sovrapproduzione. Le crisi di
sovrapproduzione sono apparse con il sistema capitalistico industriale e presentano
quasi sempre la stessa successione di eventi. Prima vi è una fase di congiuntura
favorevole caratterizzata da un fortissimo aumento della domanda e un conseguente

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rialzo dei prezzi che induce ad accrescere la produzione. Per conseguenza le vendite
aumentano e si realizza il pieno impiego dei fattori della produzione, ma è difficile
stabilire fino a quale punto spingere la stessa, correndo il rischio di andare oltre, più
di quanto si riesca effettivamente a vendere; quindi si determina una crisi di
sovrapproduzione: le merci restano invendute, le imprese non possono rimborsare i pr
estiti alle banche e spesso falliscono, gli operai perdono il lavoro. L’evoluzione del
capitalismo industriale è caratterizzata da una forte instabilità con periodi di
espansione della produzione seguiti da periodi di depressione e di disoccupazione. Lo
studio delle crisi ha portato alla definizione dei cicli economici. Tra i più importanti
possiamo distinguerne
tre: Ciclo “breve” o “minore”: Studiato dall’americano Kutchin
nel 1923, che osservando le statistiche dei tassi d’interesse e dei prezzi all’ingrosso in
Gran Bretagna, mise in evidenza l’esistenza di un ciclo della durata di 3-‐‐4 anni
durante il quale si susseguono, appunto, una fase di espansione e una di depressione.
 Ciclo “maggiore”: Studiato da Clementa Jungla che nel 1860 fu il primo a
comprendere che le crisi si inseriscono in meccanismi ad andamento
ciclico. Identificò le crisi come il punto di inversione di tendenza fra espansione e
depressione individuando cicli della durata di 8-‐‐10 anni.
Ciclo “lungo”: Studiato da Nikolaj Kondratieff nel 1926, che individuò onde lunghe
nell’attività economica che durano intorno ai 50 anni, basandosi dapprima solo
sull’andamento dei prezzi e in un secondo momento anche sulla variazione della
produzione. Le due fasi che compongono il ciclo lungo di Kondratieff furono
chiamate fase a (espansione) e fase b (depressione). Questi
cicli sono caratterizzati comunque da un trend secolare in crescita perché anche nelle
fasi di depressione l’andamento generale dell’economia è stato in espansione.

3. LE PREMESSE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE INGLESE: LA


POPOLAZIONE
3.1. Popolazione ed economia
Lo studio delle popolazione è particolarmente importante per comprendere i problemi
economici di un determinato territorio e di una certa epoca. L’aumento della
popolazione genera un:
• Aumento della domanda di beni: La domanda complessiva è influenzata oltre che
dal numero della popolazione, anche dalla sua struttura dato che la domanda di beni e
servizi varia a
seconda del gruppo in questione sia per quantità che per composizione, ma è anche
condizionata da fattori socio-‐‐
culturali come abitudini alimentari, credenze religiose o pregiudizi. Infine, la
domanda, è influenzata soprattutto dal reddito dei consumatori e quindi dal loro
potere d’acquisto. Secondo la cosiddetta legge di Engel la percentuale del reddito
destinata ai consumi alimentari è tanto più elevata quanto minore è il reddito.
• Aumento dell’offerta di
prodotti: L’offerta è condizionata dalla capacità produttiva (terre e capitali
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disponibili), dalle tecniche di produzione, dalle fonti di energia, al numero di abitanti
di un paese e dalla sua composizione per classi d’età.

3.2. La dinamica della popolazione nel mondo preindustriale


La conoscenza del numero degli abitanti di un paese presenta non poche difficoltà, in
particolare prima dei secoli XVIII e XIX, quando furono effettuati i primi censimenti
moderni. Secondo le stime
la popolazione mondiale a metà Settecento non raggiungeva gli 800 milioni, Il contin
ente maggiormente popolato era l’Asia con circa 500 milioni. L’Europa arrivava a
140 milioni e l’Africa a poco più di 100 mentre il Nord America ospitava appena 2
milioni di persone. La popolazione europea aveva conosciuto, nell’arco di oltre
duemila anni dal 400 a.C., momenti di crescita e di decrescita: aumentò fino al 200
d.C. Periodo di massima espansione dell’Impero romano, per poi scendere fino al
700, in seguito alla “peste di Giustiniano” del sesto secolo, riprendersi fino al 1300 e
crollare di nuovo nel corso del XIV secolo a causa della peste nera.
Dopo di allora essa cominciò a crescere con un caratteristico andamento ad onde ed a
rrivare a metà del XVIII secolo a livelli mai raggiunti prima.
L’Europa preindustriale era caratterizzata dal vecchio regime demografico detto
primitivo. L’equilibrio demografico era estremamente labile e precario per colpa di
una sia alta natalità (40 per mille) che mortalità (30 per mille) soprattutto infantile
(1/4 dei bambini moriva nel primo anno di vita). La vita media oscillava fra i 20 e i
25 anni. Vi era la completa dipendenza della
popolazione dalla disponibilità dei mezzi elementari di sussistenza, in periodi di cresc
ita demografica questa doveva sopportare la malnutrizione e molte volte per
sopravvivere era Costretta a spostarsi inseguendo il cibo. Questo insieme alle scarse
condizioni igieniche e alle insufficienti conoscenze mediche fu uno dei fattori
determinanti al diffondersi della peste. La popolazione del Settecento aveva misere
condizioni di vita lavoro e abitazione, per la maggior parte era analfabeta, la cultura
era infatti appannaggio delle classi superiori.

3.3. La rivoluzione demografica


Il regime demografico primitivo fu sostituito da un nuovo regime che possiamo
definire moderno. Il passaggio fu possibile grazie alla diminuzione del tasso di
mortalità soprattutto quella infantile, alla quale solo più tardi fece seguito la
diminuzione del tasso di natalità. La vita media aumentò dai 25 anni di metà
Settecento ai 50 del primo Novecento e ai circa 80 di oggi. Fra il 1750-‐‐1850 la
popolazione mondiale aumentò da poco meno di 800 milioni a quasi 1,3 miliardi,
con un incremento del 60%. Il paese che conobbe l’incremento più consistente fu la
Gran Bretagna. Il legame fra aumento della popolazione e disponibilità alimentari
che fin ora aveva frenato la crescita demografica si stava spezzando. Malthus nel suo
Saggio sulla popolazione riteneva che la crescita della popolazione rispondesse a
una “legge naturale” secondo la quale la “razza umana” cresce seguendo una
progressione geometrica (1,2,4,8,16…) Mentre i mezzi di sussistenza seguendo una
progressione aritmetica (1,2,3,4,5, 6…). In virtù di questa teoria la
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popolazione mondiale sarebbe raddoppiata ogni 25 anni, se non fosse stata frenata
dall’insufficiente disponibilità di generi alimentari. Era necessario limitare
l’incremento della popolazione affinché questa non rimanesse indigente. Per arrivare
a ciò Malthus, che era un
pastore protestante, faceva appello al cosiddetto moral restraint, ossia al ritardo volon
tario del matrimonio e alla pratica della castità, in modo da ridurre le nascite.

3.4. Le cause della rivoluzione demografica


Le cause che determinarono la crescita della popolazione prima britannica e poi euro
pea furono molteplici e quasi tutte collegate alla riduzione del tasso di mortalità, tra
queste:
• Alimentazione: Diventò più regolare e in alcuni casi più diversificata e abbondante,
ciò fu reso possibile da un incremento della produzione agricola e alla possibilità di
trasportare le derrate anche a notevoli distanze. Le difese immunitarie risultarono
sicuramente accresciute.
• Le condizioni igieniche cominciarono lentamente a migliorare, nelle città si
sistemarono le fognature si ampliarono e si fecero più pulite le strade, furono
costruite reti idriche e si edificarono case in muratura. L’igiene personale migliorò. Si
fece uso più frequente del sapone e si cominciarono ad operare panni di cotone più
facilmente lavabili.
• Il progresso della medicina: Non fu troppo rilevante le scoperte furono poche fra cui
il vaccino
contro il vaiolo. Vi fu una maggiore attenzione verso la medicina che fu meglio
organizzata, furono costituite le prime accademie mediche. La medicina fu sostenuta
in modo
più adeguato dai pubblici poteri e venne meglio divulgata con la pubblicazione di nu
merosi trattati di medicina popolare. La peste cominciò ad arretrare.
• La riduzione della mortalità infantile
• Il tasso di natalità rimase elevato ancora per parecchio tempo ma anch’esso
cominciò a mostrare qualche segno di cedimento verso la fine del periodo in esame.
• La famiglia allargata lascio il posto alla famiglia composta dal solo nucleo el
ementare
Genitori-‐‐figli.

4. LE PREMESSE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE INGLESE:


L’AGRICOLTURA
4.1. L’agricoltura di ancien regime
Circa 10.000 anni fa l’uomo scoprì il modo di coltivare la terra e allevare gli animali
e da nomade diventò stanziale. Si realizzò, così, quella che è stata chiamata,
la prima rivoluzione agricola, che consentì di disporre di una maggiore quantità di
cibo. La predominanza del settore primario durò fino al secolo XIX, da allora con il
tempo iniziò a cedere il posto al settore secondario e
successivamente al terziario, contemporaneamente sì modificò la partecipazione al Pi

10
l dei medesimi settori. Alcuni economisti hanno chiamato questa
trasformazione legge dei tre settori, che individuerebbe la tendenza di lungo
periodo, nelle economie in crescita, alla riduzione percentuale degli addetti
all’agricoltura a vantaggio di quelli dell’industria e dei servizi. La scarsa produttività
dell’agricoltura, causa della sua predominanza prima dell’industrializzazione, non
consentiva un accumulazione di risorse da destinare allo svolgimento di attività
diverse. L’agricoltura dell’ancien regime aveva due importanti caratteristiche:
• La policoltura: Ogni regione se non addirittura, ogni contadino, si sforzava di
produrre tutto ciò che serviva per soddisfare le necessità della popolazione. La
policoltura era quasi
un obbligo dal momento che era difficile e molto costoso trasportare a distanza prodo
tti agricoli. Questa scelta contribuiva ad abbassare le rese non consentendo alle varie
regioni
di specializzarsi nella coltivazione di prodotti adatti al clima e alle caratteristiche del l
oro
Territorio.
• La commercializzazione: La massa di coltivatori che riusciva a ricavare dalla terra
soltanto il necessario per il mantenimento della propria famiglia, non era in grado di
immettere nulla sul mercato. Ciò era possibile solo per i grandi proprietari che
riuscivano ad avere raccolti superiori alle loro necessità, e perciò potevano venderli
anche se, data la scarsa evoluzione dei traporti, il commercio si limitava alle zone
circostanti.

4.2. La rivoluzione agraria: le tecniche


L’esigenza di incrementare la produzione agricola,
nata con l’aumento della domanda di beni di
prima necessità dovuto alla crescita della popolazione, diede il via alla rivoluzione ag
raria caratterizzata dall’introduzione di nuove tecniche e dal mutamento del regime
della proprietà
fondiaria. L’Europa settecentesca doveva far fronte al problema della crescita demog
rafica mediante un uso più
produttivo delle terre che aveva a disposizione non potendo attuare, per limiti
territoriali un, agricoltura estensiva (es.
America). Per ripristinare la fertilità del suolo dopo le coltivazioni si incominciò a
lasciare la terra periodicamente a riposo e a ricorrere alla sua concimazione. Il
periodo di riposo, detto maggese, entrò a far parte di numerosi metodi tra cui la
rotazione biennale (un anno di coltivazione e un anno di maggese) e
la rotazione triennale (due anni di coltivazione un anno di maggese). Questi metodi
colturali però comportavano uno spreco
di terre (quelle lasciate a maggese), la soluzione fù l’eliminazione del maggese e l’ins
erimento
nelle rotazioni di leguminose e di piante da foraggio che miglioravano la fertilità del t
erreno e
facevano perciò aumentare la resa. Il riposo da solo non bastava, bisognava ricorrere
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anche alle concimazioni, il risultato migliore si otteneva con il letame. L’inserimento
di piante foraggere nelle rotazioni diede la possibilità di alimentare gli animali nelle
stalle e quindi di produrre più concime, mettendo in moto un circolo virtuoso.

4.3. La rivoluzione agraria: il regime della proprietà fondiaria.


I nuovi metodi sperimentati richiedevano la piena ed esclusiva disponibilità delle
terre da parte
di chi doveva utilizzarle. Invece, sia in Inghilterra che in altri paesi europei la coltiv
azione delle terre era comunitaria e avveniva secondo il sistema dei tre campi. Le
terre recintate del villaggio erano divise in tre parti due coltivate e una tenuta a
maggese, ogni parte era a sua volta frazionata in tante strisce spettanti alle varie
famiglie. Fu dato perciò un nuovo impulso al movimento
delle enclosures(recinzioni) che doveva portare a una completa privatizzazione delle
terre. A metà del Settecento almeno la metà della terra arabile
in Inghilterra era già recintata, a metà Ottocento non vi erano più campi aperti. La pra
tica della recinzione poteva avvenire in seguito a un accordo privato o con un “atto”
legge del Parlamento.
Si ricorreva al secondo metodo quando i proprietari delle terre erano molti e non riusc
ivano ad accordarsi, i titolari di almeno l’80% delle terre presentavano una petizione
al Parlamento che nominava una commissione d’inchiesta; se il suo parere era
favorevole il Parlamento emanava un atto che autorizzava alla divisione. Coloro che
ottennero un piccolo appezzamento di terra spesso lo vendettero ai proprietari più
grandi e si trasformarono in fittavoli o in braccianti. In tal modo, le enclosures
contribuirono al consolidamento della grande proprietà.

4.4. Rivoluzione agraria e rivoluzione industriale


La rivoluzione agraria ha contribuito alla rivoluzione industriale inglese in almeno 4
modi:
• Sostenne una popolazione in aumento: L’aumento non solo della produzione, ma
principalmente della produttività agricola, consentì di alimentare un numero
crescente di persone, che poterono dedicarsi ad attività extra agricole.

• Creò il potere d’acquisto da destinare ai prodotti dell’industria britannica: I redditi a


gricoli
consentirono agli agricoltori di acquistare manufatti dell’industria, sia quelli destinati
al consumo diretto ma soprattutto quelli necessari alle nuove esigenze
dell’agricoltura.
• Consentì lo spostamento di popolazione nelle zone industriali: Infatti i lavori
agricoli non erano più sufficienti ad assorbire una popolazione in crescita.
• Partecipò alla formazione del capitale necessario al finanziamento
dell’industrializzazione:
Molti proprietari terrieri destinarono parte dei guadagni realizzati con la vendita dei p
rodotti agricoli e dell’allevamento al finanziamento delle prime industrie.

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5. LE PREMESSE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE INGLESE:
TRASPORTI E COMMERCIO.
5.1. La rivoluzione dei trasporti: strade e ferrovie
Le strade inglesi erano considerate le peggiori in Europa, infatti per il modo in cui
erano costruite esse si deterioravano facilmente. La necessità di rifornire di generi
alimentari e di carbone le città In espansione, e in primo luogo Londra, indusse il
governo a intervenire, favorendo il sistema delle strade a pedaggio. Negli anni 30
dell’Ottocento vi erano ormai 30 mila chilometri di strade a pedaggio. La vera
rivoluzione nel settore stradale si ebbe soltanto all’inizio del secolo XIX quando
alcuni ingegneri, ripresero i sistemi di costruzione dei Romani e cominciarono a reali
zzare strade più solide e compatte. Solo così fu possibile consentire lo spostamento
più veloce e più economico dei passeggeri, delle merci, delle notizie. Le diligenze si
fecero più numerose, comode e frequenti.
La grande innovazione si ebbe però con la comparsa delle strade ferrate, che nacquer
o dall’abbinamento delle rotaie con la locomotiva a vapore. Nel 1825 George
Stephenson, un tecnico minerario, costruì una locomotiva a vapore, perfezionando il
primo progetto fallimentare
di Richard Trevethick (1801). Cinque anni più tardi fu inaugurata la linea Liverpool-‐
‐Manchester. Inizia da allora la straordinaria avventura delle ferrovie che si diffusero
in tutti i paesi.

5.2. La rivoluzione dei trasporti: le vie d’acqua


Nel Settecento, le strade non consentivano, a costi convenienti, il trasporto di merci
pesanti sulle lunghe distanze, per le quali erano più indicate le vie d’acqua interne. Se
era agevole discendere i
fiumi, sfruttando la corrente, risultava difficile risalirli e per farlo bisognava trainare l
e imbarcazione dalla riva. Altri inconvenienti erano gli sbarramenti per alimentare i
mulini, i pedaggi, i bassi fondali e la presenza di corporazioni di barcaioli che
imponevano l’uso delle proprie barche.
In Inghilterra scoppiò, nella seconda metà del Settecento, una vera e propria febbre de
i canali. Questi ebbero un importanza notevole perché quasi sempre collegavano due
fiumi navigabili e perciò contribuivano ad ampliare la rete di comunicazione formata
dalle acque interne. Il trasporto marittimo era certamente la forma di trasporto più
conveniente, perché le navi consentivano di muovere una maggiore quantità di merci
a costi ridotti. Il viaggio per mare però presentava diversi pericoli, dalle tempeste alle
razzie dei pirati. Perciò, i proprietari delle navi o i
capitani, per garantirsi da questi rischi stipulavano polizze con le numerose compagni
e di assicurazione che stavano sorgendo. In questo campo particolare rilievo
assunsero i Lloyd’s di Londra. Piccole imbarcazioni erano dedite al cabotaggio, ossia
alla navigazione lungo la costa, anche in questo caso soprattutto per il rifornimento di
Londra. Il nuovo secolo vide anche i primi
esperimenti nel campo della navigazione a vapore. Nel 1803 Robert Fulton speriment
ò il primo battello a vapore sulla Senna.
13
5.3. Commercio e mercantilismo
Secondo Adam Smith, il filosofo scozzese fondatore della moderna scienza economic
a, “il consumo è l’unico fine di tutta la produzione”. Ciò vuol dire che sia i prodotti
industriali che agricoli dovevano essere venduti. I mercati però erano troppo ristretti e
ciò costituiva un ostacolo insuperabile alla crescita dell’attività produttiva.
Gli ostacoli al commercio erano di diversa natura: barriere naturali (montagne,
foreste, mari …), barrire artificiali (dazi, norme che limitavano la libera circolazione),
bassi redditi della popolazione (scarso potere d’acquisto), l’insicurezza dei viaggi
terrestri (ladri), l’insufficienza della moneta in circolazione, le difficoltà di accesso al
credito. Il mercantilismo, che ancora nella metà del Settecento improntava l’azione di
quasi tutti i governi
europei, contribuì allo sviluppo del commercio internazionale nei secoli successivi all
e scoperte Geografiche. Esso era sia una:
• Dottrina economica: Perché riteneva che la ricchezza di un paese fosse assicurata
dalla quantità di metalli preziosi (argento e oro) da essa posseduti, causando il
conseguente
Perseguimento di una politica che consentisse di accrescere la ricchezza nazionale co
n ogni mezzo (anche illecito) tra cui in primis con il potenziamento delle
esportazioni, che sarebbero state pagate con monete d’oro o d’argento, assicurando
un costante flusso in entrata di metalli.
• Politica economica: La politica mercantilistica fu un insieme di provvedimenti
adottati dai vari
Stati, ognuno dei quali perseguiva un proprio disegno di potenza. Miravano tutti a cos
tituire riserve abbondanti d’oro e d’argento per far fronte alle spese dello Stato. I
paesi europei non
possedendo grandi giacimenti dovevano procurarsi metalli preziosi mediante la conqu
ista di colonie oppure con il commercio importando (in valore monetario) più di
quanto esportassero, cioè avere una bilancia commerciale attiva. Gli stati attuarono
la politica mercantilistica in
vario modo, ma principalmente mediante una politica economica protezionistica e
nazionalistica attraverso la protezione doganale (dazi elevati o divieti) e le forme di
sostegno dirette alle manifatture (premi alla produzione o all’ esportazione). I
governi attribuivano grande importanza al possesso delle colonie considerate fattori
di ricchezza. Proprio per
favorire il commercio internazionale e coloniale vennero fondate numerose compagni
e
commerciali nei principali paesi, come la Compagnia inglese delle Indie orientali e la
Compagnia olandese delle Indie orientali.

5.4. Il commercio internazionale


In Inghilterra il miglioramento delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto
consentì un notevole sviluppo sia del mercato interno che del mercato
internazionale. Il primo fu spinto dall’incremento dei consumi alimentato
14
dall’aumento del reddito pro capite che evidenziava il
miglioramento del livello di vita. Il secondo funzionò da propulsore per lo sviluppo d
ella rivoluzione industriale, infatti l’Inghilterra riuscì a creare una corrente di
esportazione di manufatti di lana di buona qualità e a questo commercio aggiunse
una crescente riesportazione formando un classico tipo di commercio triangolare
Europa-‐‐Africa-‐‐Antille. Importava zucchero, tabacco, cotone
e piante tintorie dalle Indie occidentali (Antille) che pagava con schiavi acquistati dal
l’ Africa in cambio di armi, ferramenta, alcolici e pezze di cotone indiane. Le
esportazioni dei prodotti nazionali britannici verso l’Europa vennero rapidamente
sostituite da quelle dirette verso il Nord America e le Antille che da sole giunsero ad
assorbire più del 55% del totale.

6. INDUSTRIE TRAENTI E INNOVAZIONI IN GRAN BRETAGNA


6.1. L’organizzazione della produzione industriale
Alla fine del Settecento l’attività industriale rivestiva un importanza molto inferiore
all’attività agricola. Essa era orientata la produzione di beni di consumo come, tessuti
abiti, vasellame, mobili, utensili elementari ed era svolta in 3 diverse forme:
• Artigianato: Fin dal Medioevo, il maestro artigiano, assicurava la produzione di una
gran
quantità di beni, in genere faceva parte di una corporazione. Le corporazioni erano
raggruppavano sia i maestri artigiani sia più raramente gli apprendisti e i lavoratori. Q
ueste avevano lo scopo di organizzazione dell’attività produttiva (fissavano le
tecniche, i prezzi, i salari e il numero di soci) per limitare e regolare la concorrenza,
in modo da assicurare ai loro associati la continuità e la stabilità del
lavoro. Svolgevano anche una funzione di mutuo soccorso (aiuti finanziari agli
associati, sussidi alle loro vedove e agli orfani…)
Non tutti gli artigiani facevano parte di corporazioni, molti di essi erano liberi
artigiani, autorizzati dalle pubbliche autorità ad esercitare la loro attività in piena
autonomia.
• Industria a domicilio: Forma di produzione che si sviluppò soprattutto nelle
campagne e sfuggiva al controllo delle corporazioni. Il mercante imprenditore
provvisto di capitali forniva
ai lavoranti le materie prime da trasformare e in molti casi anche gli strumenti di lavo
ro, e
periodicamente ritirava il prodotto finito da immettere sul mercato. Gli “operai” eran
o contadini che lavoravano per il mercante nei tempi morti dell’attività agricola.
Questa fu una forma di produzione progenitrice della industria moderna.
• Industria capitalistica (sistema di fabbrica): Era la forma più moderna della
produzione,
caratterizzata dalla presenza di un imprenditore che organizzava i fattori della produzi
one e
investiva il capitale necessario alla concentrazione dell’attività in un unico luogo. Na
cque sia per iniziativa dello Stato, che impiantò le proprie “manifatture reali”, ma
soprattutto ad opera di imprenditori privati.
15
6.2. Le forme giuridiche dell’impresa
Le imprese assumevano diverse forme giuridiche dalla ditta individuale, in cui un'uni
ca persona svolgeva la sua attività con il capitale proprio, alla società, che prendeva
l’apporto di un capitale da parte di più persone che partecipavano ai rischi
dell’impresa e ripartivano fra loro l’eventuale utile conseguito. Possiamo distinguere
tra 3 tipi generici di società: • Società in nome collettivo: I soci sono responsabili
solidalmente e illimitatamente delle obbligazioni sociali e di norma sono anche tutti
amministratori della società.
• Società in accomandita: Prevede due categorie di soci :gli accomandatari che
rispondono
solidalmente e illimitatamente delle obbligazioni sociali e amministrano la socie
tà; e gli
accomandanti, i quali non partecipano alla gestione e rischiano solo i fondi ch
e vi hanno investito (responsabilità limitata)
• Società anonima o società per azioni: Raccoglie un certo numero di soci, che sott
oscrivono
frazioni di capitale, dette azioni, hanno diritto a una quota dell’utile detta divi
dendo e
partecipano all’assemblea che elegge gli amministratori della società stessa. I
soci hanno responsabilità limitata alle azioni possedute che possono vendere o
trasferire ad altri. Le
società anonime possono anche contrarre prestiti mediante l’emissione di proprie
obbligazioni. Tipiche sono le imprese di commercio marittimo, le compagnie di
assicurazione,
le banche e le società per la costruzione di strade con pedaggio. La possibilità di com
prare e vendere le azioni aveva dato luogo, all’inizio del secolo ad alcune
speculazioni e perciò la costituzione di queste società fu sottoposta a restrizioni.

6.3. Macchina a vapore e innovazioni


Le industrie traenti di questo periodo sono quella del cotone e del ferro. Le
innovazioni tecniche
concernenti queste industri e l’introduzione della forza del vapore costituiscono il noc
ciolo della prima rivoluzione industriale inglese. Fu James Watt che riparando un
modello della macchina di Newcomen (primitiva forma di macchina a vapore
costituita da una pompa molto ingombrante per prosciugare le miniere), apportò
alcune modifiche che brevettò nel 1769. Watt apportò diversi miglioramenti riuscì a
trasformare il movimento lineare del pistone in un movimento rotatorio, che consentì
molte altre Applicazioni, dai mulini alle macchine per filare e per tessere, dal
movimento dei magli dei battelli a vapore per finire alle locomotive. Come lui altri
inventori inglesi del secolo XVIII cercarono di dare una risposta ai problemi concreti.
Le numerose invenzioni inglesi furono anche una conseguenza del loro sistema di
16
brevetti, che risaliva all’inizio del Seicento e garantiva all’inventore l’utilizzazione
esclusiva, sia pure per un periodo limitato del frutto del suo ingegno. Il ruolo della
tecnologia fu essenziale durante la prima rivoluzione industriale, non tanto per le
invenzioni ma per le innovazioni. La distinzione fra
invenzione e innovazione è dovuta a Joseph Schumpeter. L’invenzione è qualsiasi no
vità
brevettabile, l’innovazione si ha quando l’invenzione viene effettivamente applicata a
l processo produttivo.

6.4. L’industria del cotone

L’industria tessile con le sue fasi della filatura, tessitura e della tintura si era
sviluppata nelle
campagne specialmente mediante il lavoro a domicilio, e riguardava la lavorazione di
lana lino e
canapa. In Inghilterra, mentre l’industria della lana era molto sviluppata e alimentava
anche una consistente corrente di esportazioni l’industria del cotone viceversa era
modesta e arretrata. Questo era dovuto a un vario ordine di motivi che andavano dalla
concorrenza delle stoffe colorate indiano come il calicò (col Calcio Acta l’Inghilterra
vietò la sua importazione), ai produzione di manufatti di bassa qualità ruvidi e
difficili da cucire e lavare. La filatura del cotone richiedeva l’impiego di molta
manodopera e non riusciva a stare dietro alla domanda
dei tessitori. Nonostante fosse urgente un perfezionamento dei filatoi la prima
innovazione in campo tessile riguardò invece la tessitura, con l’invenzione
della “navetta volante”
da parte di John Kay fu possibile far svolgere a un singolo tessitore il lavoro che prim
a occupava due persone. Lo squilibrio tra filatura e tessitura si accrebbe finché
trent’anni dopo James Hargreaves inventò la spinning Jenny o giannetta (1764). Che
si diffuse rapidamente perché costava e ingombrava poco e si prestava ad
essere utilizzata nell’industria a domicilio. L’aumentata capacità delle filande dovute
ai successivi perfezionamenti della giannetta e alle nuove invenzioni,
rese necessario innovare nel campo della tessitura, la soluzione arrivò nel 1785 quand
o Edmund Cartwright brevettò un telaio meccanico mosso dal vapore.
Questo insieme di invenzioni che si concentrò nel breve periodo apportò benefici a tu
tta l’industria tessile. Più di tutte si sviluppò però l’industria cotoniera i cui motivi di
espansione furono: era un industria nuova, le macchine si adattavano perfettamente al
lavoro a domicilio, era un industria ad alta intensità di lavoro, aveva già un
mercato, fu subito orientata all’ esportazione.

6.5. L’industria del ferro

Diffusa in tutti i paesi europei si stava sviluppando in particolar modo in Inghilterra. I


progressi tecnici compiuti furono dovuti soprattutto al ‘introduzione dell’altoforno e
all’uso di magli azionati dall’energia idraulica. Per la produzione di ghisa sono
17
necessari i minerali ferrosi e il
carbone, che a metà Settecento era quasi solo di legna, perciò gli altiforni erano dislo
cati vicino alle zone ricche di legname oppure vicino alle miniere. In Gran Bretagna
l’industria siderurgica aveva le seguenti caratteristiche: era capital intensive, era
organizzata in forme capitalistiche, utilizzava materie prime inglesi, non produceva
beni di consumo ma beni strumentali. Dopo la metà dell’Ottocento si sviluppò in
misura rilevante per la forte domanda delle ferrovie e dei cantieri navali. La
principale difficoltà era il ricorso al carbone di legna in un paese poco
boscoso come l’Inghilterra. Questo costrinse gli Inglesi a utilizzare il carbon fossile c
he però non
Era adoperato nella fusione perché dava una ghisa molto fragile. Inseguito all’
estrazione del coke
(carbon fossile liberato dalle impurità) dal carbon fossile e il brevetto
del pudellaggio (processo di
decarburazione mediante il quale la ghisa veniva fusa in un forno ad alte temperature
e agitata continuamente per liberarla dal carbonio in eccedenza e ottenere ferro e
acciaio). L’industria siderurgica conobbe una notevole espansione e la Gran
Bretagna arrivò a detenere più della metà
della produzione mondiale di ghisa. Un personaggio importante dell’industria del fer
ro fu certamente John Wilkinson, a lui si devono la costruzione del primo ponte in
ghisa sul fiume Severn e il varo della prima nave in lamiera bullonata.

6.6. La dimensione regionale dell’industrializzazione

Lo sviluppo economico dei singoli paesi non significa ovviamente che nei medesimi
vi sia una
crescita omogenea in tutte le aree geografiche che ne fanno parte. In ogni paese vi fur
ono zone che si svilupparono più rapidamente e altre che rimasero indietro, regioni
più sviluppate e regioni più arretrate (dualismo).
Questa circostanza è stata ben evidenziata da Sidney Pollard il quale ha studiato la di
mensione
regionale dello sviluppo e ha evidenziato un processo a più fasi. Nella prima fase di s
viluppo le differenze regionali tendono ad aumentare, il decollo cioè genera squilibri
economici e amplia quelli già esistenti. Successivamente ma non sempre le industrie
si impiantano anche nelle regioni più arretrate dove i salari sono più bassi.

7. LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE INGLESE: I PROBLEMI


7.1. I mezzi di pagamento e la funzione delle banche

Tra i problemi della rivoluzione industriale che bisognò risolvere occupa un posto
rilevante il problema dei mezzi di pagamento. A metà Settecento le monete in
circolazione erano quasi
esclusivamente metalliche. La pasta era costituita oltre che dal metallo prezioso (fino)
18
anche da una certa quantità di metallo vile (lega). Il valore delle monete era definito
dal contenuto di
metallo prezioso. Per conseguenza il valore di una moneta rispetto all’altra si ottenev
a confrontandone il fino. Lo Stato provvedeva alla coniazione servendosi delle
zecche, gestite direttamente o date in appalto a privati.
I sistemi monetari erano tre: monometallismo aureo, monometallismo argenteo e
bimetallismo.
Il metallo prezioso assunto alla base del sistema prendeva il nome di tallone. Il
tallone di un paese
era caratterizzato dal libero conio (possibilità concessa ai privati di consegnare metall
o prezioso alla zecca e ottenere in cambio l’equivalente in moneta) e dal potere
liberatorio illimitato (Possibilità concessa dalla legge alla moneta di essere utilizzata
in qualsiasi pagamento). Verso la
metà del Settecento i sistemi più diffusi erano il monometallismo argenteo e il bimeta
llismo ad eccezione dell’Inghilterra che adottava il monometallismo aureo. Con il
tempo le monete d’oro e d’argento cominciarono a rivelarsi insufficienti, fu
necessaria una nuova forma di moneta cartacea, introdotta da alcune banche dette di
emissione. Esse cioè non disponendo di una quantità sufficiente di monete metalliche
da prestare, consegnavano a chi chiedeva somme in prestito un biglietto, con la
promessa di cambiarli in monete metalliche ad ogni richiesta dei loro possessori.
A metà Settecento le banche di emissione esistevano soltanto in Inghilterra, Scozia e
Svezia. La Band of Negando era la più importante. I biglietti non avevano corso
legale come le monete e Quindi non possedevano potere liberatorio. Avevano corso
fiduciario cioè potevano essere rifiutati e chi li accettava nutriva “fiducia” nella banca
emittente. Nonostante fossero ormai noti quasi tutti gli strumenti bancari
(giroconto, biglietto di banca, cambiale ecc.) Non esisteva ancora in nessun paese un
vero e proprio sistema bancario. In Inghilterra accanto alla Banca di Inghilterra
esistevano le city banks e le country banks. In diverse città europee c’erano banche
pubbliche che accettavano depositi senza corrispondere alcun interesse e lasciavano
ai depositanti una ricevuta che poteva essere girata ad altri per effettuare
un pagamento. Queste banche investivano nel debito pubblico come anche numerosi
banchieri privati.

7.2. I problemi del finanziamento e del credito

La prima rivoluzione industriale non fu troppo costosa. I primi industriali ricorsero


innanzitutto all’ autofinanziamento e in caso di necessità costituivano una società in
accomandita. A partire dagli
anni Trenta dell’Ottocento le imprese costituite sotto forma di società anonima comin
ciarono a rivolgersi al mercato sul quale collocavano le obbligazioni che erano in
grado di emettere. Per
queste ragioni le banche inglesi difficilmente intervennero per concedere alle imprese
19
finanziamenti cospicui e di lunga durata.
Se i primi imprenditori non avevano bisogno di capitale fisso necessitavano però di d
enaro per l’acquisto di materie prime o semilavorati e per pagare i salari agli operai.
Le banche di Londra e quelle di provincia li finanziavano, mediante lo sconto di
cambiali a tre mesi che essendo solitamente rinnovate si trasformavano di fatto in
finanziamenti di lunga durata. Un problema per gli imprenditori era
la scarsità di mezzi di pagamento, perché le monete d’oro erano di valore troppo
elevato per i piccoli acquisti e per pagare i salari. Gli assegni bancari erano
poco diffusi perciò rimanevano solo le banconote. Durante le guerre napoleoniche per
ò furono dichiarati inconvertibili e fu ristabilita la convertibilità nel 1821 anno in cui
la Gran Bretagna passò formalmente al Gold Standard. Nel 1833, infine le
banconote della banca di Inghilterra furono dichiarate moneta a corso legale e dal
quel momento poterono essere utilizzate nei pagamenti senza nessuno che potesse
rifiutarle. Sorse così il problema della quantità di biglietti da emettere, a ciò
provvide la legge bancaria nel 1844 che autorizzò la Banca d’Inghilterra a emettere
biglietti fino a 14 milioni senza copertura
metallica, mentre oltre tale importo la riserva doveva essere pari al 100% del valore d
ei biglietti
messi in circolazione. La legge vietava la costituzione di nuove banche di emissione.
La sterlina stava diventando la moneta dei pagamenti internazionali e quindi doveva
essere molto solida e sempre cambiabile.

7.3. I problemi del lavoro.


L’ idea di una società caratterizzata dalla libera iniziativa e dalla ricerca del profitto,
con poche o nessuna protezione per i lavoratori. I lavoratori a domicilio opposero
resistenza a trasformarsi in operai ugualmente gli artigiani che
solo se rovinati dall’industria si trasformavano in piccoli imprenditori, oppure diventa
vano commercianti. L’industria però richiedeva un numero sempre maggiore di
salariati che furono
reclutati soprattutto tra i contadini che costituirono il grosso della classe operaia. Que
sti ultimi, nei primi tempi, reagirono al duro lavoro in fabbrica assentandosi
frequentemente e recando problemi alla continuità dell’attività produttiva. Le prime
fabbriche fecero un largo uso del lavoro
Di donne e bambini, con il pretesto di addestrarli, sottoponendoli a orari di lavoro ma
ssacranti (fino a 16 ore giornaliere) e a condizioni igieniche pessime.

7.4. Le associazioni operaie e le Tarde Unione


I lavoratori non tardarono ad associarsi. Nel secolo XVIII nacquero molti strade
club ovvero unioni di mestiere fra gli operai specializzati creati per difendere i
privilegi di cui godevano e ostacolare l’ingresso degli intrusi nella categoria,
chiedendo il rispetto dell’apprendistato. I lavoratori generici tardarono ad associarsi,
spesso però si univano in proteste per difendere i loro interessi. Celebre fu
il movimento luddista (da Nedda Luddi operaio che in una protesta distrusse un
telaio) che si opponeva all’introduzione di macchine nelle fabbriche considerate
20
responsabili della disoccupazione. Erano in vigore negli stessi anni i Combination
Acms (1800) che vietavano qualsiasi associazione sia di lavoratori che di datori di
lavoro (con scarsi risultati nell’impedire l’unione di imprenditori). Nel 1824-‐‐
25 furono approvate delle leggi che revocarono i Combination Acms e legalizzarono l
e organizzazioni di lavoratori. Nacquero così le Tarde Unions, i moderni sindacati
britannici, tuttavia la legge 1825 limitò i loro scopi alle sole rivendicazioni relative al
salario e all’orario di lavoro perciò al contrario di ciò che avvenne in altri paesi il
movimento operaio accettò implicitamente il nuovo ordine capitalistico non
assumendo connotazioni politiche e di contestazione della società.

7.5. Il problema degli sbocchi

Il lungo periodo delle guerre napoleoniche durato vent’anni (1793-‐‐1815), che vide
fronteggiarsi la
Francia rivoluzionaria e la Gran Bretagna favorì la crescita economica britannica. Di
fatti nonostante i problemi di cui risentì il commercio estero per via del cosiddetto
blocco continentale, attuato da Napoleone per impedire alla Francia e agli Stati alleati
di commerciare con l’Inghilterra, le esigenze belliche funsero da potente stimolo
all’attività produttiva. Lo Stato era divenuto acquirente, sicché gli affari
prosperavano. Al termine del lungo conflitto nel 1815 si esaurì la fase positiva del
ciclo di Kondratieff e si
assistette in tutta l’Europa a un periodo caratterizzato da una riduzione dei prezzi e de
i profitti (fase b). Si trattò di anni difficili per la Gran Bretagna, nonostante la sua
economia continuasse a
crescere per il commercio estero, la fine del periodo bellico pose il problema di assicu
rare uno sbocco alla sua produzione. Il prezzo dei cereali, che durante il periodo di
guerra era stato molto
alto per via delle forniture alle forze armate e della difficoltà di importazione, crollò
improvvisamente. Anche le industrie furono colpite dalla riduzione delle commesse
militari.

7.6. Il trionfo del libero mercato

In Inghilterra dalla seconda metà del Seicento erano in vigore le Corni Law che
regolamentavano le importazioni e le esportazioni di grano con il fine di garantirne
l’approvvigionamento e il reddito ai produttori agricoli.
Col crollo dei prezzi agricoli alla fine della guerra fu adottata la cosiddetta scala mobi
le, ossia un sistema di dazi variabili a seconda dell’andamento dei prezzi. Le Corn
Laws erano da un lato sostenute dai proprietari terrieri e dall’altro erano avversate
dagli industriali e dagli operai. Gli industriali le ritenevano responsabili degli alti
salari e di ostacolo
All’esportazione di manufatti. Gli operai invece lamentavano il basso potere d’acquis
to dei salari dovuto ai prezzi troppo
elevati. La carestia e la conseguente miseria del 1845-‐‐
21
46 portò alla loro abolizione nel 1846 lasciando libertà d’importazione dei cereali.
Furono revocati anche gli Atti di navigazione con questa mossa il trionfo del libero
scambio si poté dire completo e fu evidente la scelta dell’Inghilterra si puntare sull’
industria.
Adam Smith (1723-‐‐90) nella sua opera “La ricchezza delle nazioni” (1776) aveva
esaltato il libero
mercato, che riteneva guidato da una “mano invisibile”, capace di consentire
l’autoregolamentazione senza bisogno di interventi statali. David Ricardo (1772-‐‐
1823) elaborò il “teorema dei costi comparati” per mostrare la convenienza
nella divisione internazionale del lavoro e del commercio, sostenendo che le varie naz
ioni avrebbero avuto convenienza nella specializzazione, perché il vantaggio che ne
sarebbe derivato sarebbe stato sicuramente maggiore di quello ottenuto se ogni paese
avesse dovuto produrre tutti i beni. Jean-‐‐Baptiste Say (1767-‐‐
1832) elaborò la “legge degli sbocchi” secondo la quale ogni prodotto
offre uno sbocco ad altri prodotti concludendo che in regime di libero scambio non vi
potessero essere crisi di sovrapproduzione.

8.I SECONDI FRANCIA E STATI UNITI


8.1. First come e second comers
Secondo la convinzione comune sostenuta anche da Karl Marx, i paesi
industrializzati mostravano a quelli rimasti indietro l’immagine del loro
futuro. L’Inghilterra che ormai aveva raggiunto la maturità, era il paese da imitare.
Lo sviluppo dell’Inghilterra era stato spontaneo, lento, e graduale
e ciò aveva consentito un progressivo assorbimento da parte dei lavoratori e della pop
olazione delle innovazioni che cominciavano a trasformare il loro modo di vivere e
lavorare. La Gran Bretagna fu quindi il first come e poté godere del vantaggio
dell’assenza di concorrenza, tuttavia fu svantaggiata dal fatto che, essendo il primo
paese a percorrere la nuova strada
dell’industrializzazione, commise errori, conobbe insuccessi e dovette affrontare prob
lemi sconosciuti. I paesi ritardatari, cioè i seconda camera, poterono godere secondo
Gerschenkron dei vantaggi dell’arretratezza costituiti dalla possibilità di poter usare
le innovazioni e i processi tecnologici
sperimentati dalla Gran Bretagna. Lo svantaggio era costituito invece dall’enorme sfo
rzo da loro richiesto per “agganciare” il paese leader (catechina up). Secondo
Gerschenkron esistevano alcuni prerequisiti allo sviluppo, i second comers dovettero
ricorrere ai cosiddetti fattori sostitutivi capaci di svolgere la medesima funzione.

8.2. Fattori favorevoli e sfavorevoli allo sviluppo economico francese.

L’industrializzazione francese seguì un modello più lento caratterizzato dalla perman


enza dell’agricoltura dalla prevalenza di medi e piccole imprese e da una maggiore
presenza dello Stato.
22
Nonostante la Francia possedesse i prerequisiti per potersi sviluppare almeno
contemporaneamente alla Gran Bretagna vi furono una serie di fattori sfavorevoli per
i quali rimase indietro:
- • Lungo periodo di guerra (1792-‐‐1815) La Rivoluzione era il segno evidente
dei profondi contrasti che caratterizzavano la società francese, priva della
stessa coesione di quella inglese.
Inoltre, nonostante la guerra diede un certo impulso anche all’economia frances
e, la Francia
dovette sostenere un costo umano e materiale assai superiore e subì in più diver
se insurrezioni politiche dopo la fine del conflitto.
- • Modesta crescita
demografica Il tasso di natalità diminuì molto più rapidamente che negli altri
paesi e ciò frenò la crescita demografica. La popolazione infine fu trattenuta
nelle campagne e non si registrarono flussi di emigrazione. L’assenza di
pressione demografica rallentò sia la domanda globale sia l’offerta di
manodopera.
- • Mancanza di risorse naturali in particolare di carbone e minerali di ferro. Lo
sviluppo economico francese poté però contare anche su dei fattori favorevoli,
la Rivoluzione francese infatti garantì una rapida e completa liquidazione della
feudalità e la fine del sistema delle corporazioni di mestiere con
l’affermazione della piena proprietà della terra. Inoltre permise
l’abolizione dei dazi interni dando vita a un mercato più libero e omogeneo. L
a rivoluzione e l’impero ebbero anche il merito
di riformare l’insegnamento e la ricerca puntando sullo studio della matematica
e della fisica.

8.3. La fisiocrazia e la piccola proprietà contadina


In Francia si realizzò uno sviluppo industriale modesto anche perché non si era for
mata come in Inghilterra la grande proprietà. La Francia era la patria
della fisiocrazia ovvero di quella scuola di pensiero che
in opposizione al mercantilismo predicava le virtù dell’agricoltura. Nonostante le
terre di origine feudale, ormai divise in piccoli appezzamenti, appartenessero ai
contadini in virtù
del vecchio principio “nessuna terra senza il suo signore”, i nobili continuavano an
cora a pretendere numerosi diritti feudali sugli stessi.
Anche i grandi possedimenti nobiliari erano stati divisi in piccoli appezzamenti ed
assegnati a famiglie di mezzadri o fittavoli. In una forma o
nell’altra quindi prevaleva la piccola azienda
rurale. Fra il 1789 e il 1793 furono aboliti i diritti
feudali e i contadini divennero pieni proprietari. La prevalenza della piccola propri
età, costituiva un ostacolo allo sviluppo agricolo.

8.4. L’industrializzazione francese

23
L’industria fu caratterizzata dalla prevalenza di piccole imprese. Queste importarono
tecniche dalla Gran Bretagna e furono sostenute dallo Stato che incentivò inventori e
industriali inglesi a trasferirsi in Francia. Nel campo della siderurgia la
Francia era molto indietro, a causa dell’arretratezza dei metodi di
produzione della ghisa che non utilizzavano ancora il coke al ritardo della diffusione
della macchina a vapore e alla scarsità di carbone e minerali di ferro. L’industria
tessile utilizzò di più le macchine inglesi nonostante non fu agevole importarle perché
l’Inghilterra proibì la loro esportazione la Francia fu costretta a ricorrere allo spionag
gio industriale o al contrabbando. I Francesi seppero dare un loro contributo al
perfezionamento delle macchine, per esempio, con il famoso meccanismo
Jacquard. Si trattava di un dispositivo applicato al telaio che consentiva di realizzare
disegni sulla stoffa. In più la Francia vantava un’antica tradizione in molte industrie
del lusso.
L’attività industriale fu favorita dalle riforme attuate durante il periodo rivoluzionario
e l’impero napoleonico. Fu approvata nel 1791 la legge Capelliera che vietava
qualsiasi associazione di Lavoratori e imprenditori. Furono approvati il Codice
Civile (1804) e il Codice di commercio (1807) che regolarono con chiarezza i
rapporti fra gli individui e quelli relativi all’attività economica.
Il sistema dei trasporti ebbe un importanza rilevante per l’industrializzazione e si
basò sulla rete stradale e sul lento avvento delle ferrovie. Le vie fluviali non erano
molto sviluppate e i canali non raggiunsero il livello di efficienza di quelli inglesi. La
fondazione della Banca di Francia nel 1800, fu un altro fattore positivo. Prima di
allora il paese aveva potuto contare principalmente solo sull’attività dei banchieri
privati. La banca di Francia, la cui costituzione fu favorita da Napoleone, era una
società privata promossa da un gruppo di
banchieri, che fu autorizzata a emettere banconote e nel 1848 divenne l’unico istituto
di emissione. Napoleone la sottopose al controllo dello Stato, riservandosi la nomina
del governatore e dei due
sottogovernatori.

8.5. La nascita di un paese libero e nuovo: gli Stati Uniti d’America.


Con la Guerra di indipendenza (1775-‐‐
83) le tredici colonie inglesi si ribellarono alla politica
mercantilistica della madrepatria che imponeva una
serie di vincoli alla libera espansione dell’attività economica. L’esistenza di tali
vincoli si fece insopportabile e prese terreno la coscienza sempre più diffusa e sentita
della necessità di una maggiore libertà economica che portò in seguito alla ribellione
ad ottenere l’indipendenza e quindi alla nascita degli Stati Uniti d’America. Al
momento della loro costituzione questi si presentarono come un paese libero che non
aveva conosciuto né il feudalesimo né le corporazioni e i cui abitanti, che erano
immigrati, avevano scelto la libertà contro l’oppressione religiosa e politica subita in
patria e non vi erano quindi classi privilegiate o interessi precostituiti bensì prevaleva
la classe media. Inoltre erano un paese nuovo
24
e quindi sconosciuto e dotato di grandi risorse, che bisognava popolare, colonizzare e
industrializzare.
Tutto ciò fece sì che lo sviluppo degli Stati Uniti si distinguesse da quello di tutte le
altre nazioni per i suoi caratteri di estrema rapidità e spettacolarità sulla base di un
modello nuovo e originale
caratterizzato da un uso delle macchine molto più ampio, da un elevata produt
tività e da un
mercato interno in continua espansione. Gli Stati Uniti avevano conosciuto un tasso
di crescita maggiore di quello britannico ed erano stati l’unico paese a recuperare
terreno nei confronti della nazione leader.

8.6. La colonizzazione e il mito della frontiera

La colonizzazione dell’Ovest e il “mito della frontiera” hanno avuto un importanza


notevole nella storia economica e politica del Paese. L’esistenza della frontiera
infatti permise di mantenere una popolazione in continua crescita, che a sua volta
faceva aumentare la domanda di beni e servizi e stimolava gli investimenti delle
imprese e le grandi opere intraprese dal governo e dai privati. La colonizzazione
interessò prima il Midwest e successivamente il Far West. L’avanzata dell’uomo
bianco distrusse la povera economia dei pellerossa. Secondo Turner la
colonizzazione dell’Ovest si svolse in quattro tappe: 1. Il primo pioniere era un
cacciatore, un mercante o un missionario 2. Arrivo degli allevatori di bovini e ovini
3. Arrivo degli agricoltori 4. Insediamento della vita urbana Turner riteneva che
lo spirito della frontiera avesse contribuito a modellare il carattere americano
rendendo gli uomini egualitari individualisti e intraprendenti. Inoltre elaborò la teoria
della valvola di sicurezza secondo la quale la possibilità di spostarsi verso Ovest
avrebbe allentato le tensioni sul mercato del lavoro dell’Est industrializzato. Sorsero
numerose banche nei territori di nuova colonizzazione che finanziarono i coloni con
propri biglietti, assumendo il carattere di banche d’emissione, legando le proprie
fortune alle loro sorti.

8.7. La prima industrializzazione degli Stati Uniti


L’attività produttiva dei primi tempi era modesta e veniva svolta da una sorta di
manifattura
domestica. Il mercato interno era esiguo e disperso a causa della difficoltà dei traspor
ti, infatti mentre le vie d’acqua interne si dimostrarono adatte allo scopo le strade non
riuscivano a coprire le grandi distanze. La costruzione delle ferrovie si rivelò subito
determinante per la creazione di un grande mercato e fu finanziata per la maggior
parte
dall’Inghilterra. Le prime manifatture si giovarono della tecnologia inglese ma vi fur
ono anche numerosi apporti originali da parte degli Americani. Il ricorso alle
macchine era una scelta obbligata per l’America dove il costo della manodopera fu
sempre più elevato di quello dei concorrenti europei. L’innovazione riguardava
soprattutto il nuovo modo di produrre che prese il nome di sistema americano. Esso
25
era caratterizzato dalla standardizzazione dei prodotti e dall’applicazione della
catena di montaggio tese a ridurre il costo e l’esigenza di manodopera. Questi process
i aggiunti all’introduzione del sistema dei ricambi, permisero di riparare i manufatti
danneggiati senza doverli più buttare.Nacque la produzione di massa che si rivelò
particolarmente adatta alla società americana,
giovane e con una struttura flessibile, pronta ad accogliere i prodotti standardizzati.
Le industrie che si svilupparono maggiormente furono quelle tessili, calzaturiere, side
rurgiche e
dei macchinari. Quella tessile ebbe una funzione traente. Il successo dell’industria cot
oniera può essere connesso all’invenzione della macchina per cucire. L’industria
siderurgica fornì una gran quantità di ferro necessaria a fabbricare parecchi beni di
consumo e strumentali. Si determinò negli Stati Uniti una divisione del lavoro: l’Est
industrializzato, l’Ovest agricolo, il Sud produttore di cotone coltivato in grandi
piantagioni con schiavi negri.

31

PARTE SECONDA -‐‐ LA SECONDA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (1850-‐‐


1950)

10. LE FASI DELLA CRESCITA (1850-‐‐1914)


10.1. I dati della crescita
La seconda rivoluzione industriale si concentrò sostanzialmente nel periodo compres
o fra metà Ottocento e Prima guerra mondiale, ma proseguì anche successivamente
sino alla fine del secondo conflitto mondiale.
L’economia dei vari paesi del mondo verso la metà del secolo XIX era complessivam
ente ancora caratterizzata dalla prevalenza dell’attività agricola. Ma dalla metà
dell’Ottocento alla Grande guerra si registrò uno sviluppo economico senza
precedenti. In seguito la crescita rallentò sia per le due guerre mondiali sia per la
Grande depressione degli anni Trenta del Novecento.
La produzione di generi alimentari e l’allevamento bovino crebbero in misura molto s
uperiore all’incremento della popolazione. Anche la disponibilità di fonti di
energia, come il carbon fossile e il petrolio, aumentò in misura eccezionale
specialmente il petrolio che fino ad allora era sconosciuto. L’estensione delle reti
ferroviarie crebbe di ben 31 volti in Europa e Stati Uniti. L’industria divenne il
settore più importante e la borghesia assunse il ruolo di classe dominante
impadronendosi del potere politico ed economico. La crescita non fu uniforme e si al
ternarono fasi di espansione e di
recessione. Fino al 1914 le fasi di espansione furono due e la recessiva
soltanto una, sicché l’intero periodo fu complessivamente caratterizzato dallo svilupp
o dell’economia.

10.2. L’espansione di metà secolo 1848-‐‐1873


26
Una prima fase di espansione (fase a del ciclo di Kondratieff) va dal 1848 al
1873. Questa fu contraddistinta dall’incremento dei prezzi, che non fu così eccessivo
da generare l’inflazione, ma bensì moderato e regolare consentendo alle imprese di
realizzare buoni profitti quindi di aumentare i salari e gli investimenti.
L’aumento dei salari permette l’incremento dei consumi, con vantaggio per la
produzione e per la
vendita di beni, mentre la possibilità di maggiori investimenti fa sviluppare l’attività
produttiva e l’occupazione. Nel periodo in esame vi fu in rapido sviluppo dovuto
a vari fattori:
• Il libero scambio fu adottato da tutti i paesi che seguirono l’esempio della G
ran Bretagna, mentre quest’ultima però aveva applicato tariffe doganali che
colpivano pochi prodotti mentre
lasciò libera l’importazione degli altri, i governi europei preferirono ricorrere ai
trattati commerciali che fissavano i dazi che i paesi contraenti avrebbero
reciprocamente applicato e prevedevano talvolta la clausola della nazione più favorita
• Sviluppo dei mezzi di trasporto la rete ferroviaria mondiale aumentò di dieci
volte e si sviluppò anche la navigazione marittima. La conseguenza fu un grande
incremento della produzione industriale e del commercio internazionale.
• Scoperta di ricchi giacimenti d’oro In California, Australia, Canada e Nuova
Zelanda che consentì una più consistente disponibilità di mezzi di pagamento.

10.3. La depressione 1873-‐‐1896


Nel 1873 in coincidenza con una crisi finanziari che investì i mercati di
Berlino, Vienna e New York iniziò un periodo di depressione protrattosi fino al
1896 (fase b ciclo di Kondratieff). I prezzi diminuirono, i salari frenarono, e vi fu
una tendenziale diminuzione dei profitti. Il malcontento delle masse portò alla
formazione di partiti socialisti e allo sviluppo del movimento sindacale. La
diminuzione dei prezzi e dei profitti ebbe diverse cause:
• Aumento dell’offerta grazie allo sviluppo tecnologico l’industria mise a
disposizione una gran quantità di beni che non riuscirono a collocarsi sul mercato per
deficienza di domanda. • Riduzione dei costi di trasporto si fece sempre più
consistente e consentiva alle merci di
raggiungere anche mercati molto lontani. Provocò la crisi agraria causata dall’invasi
one dell’Europa da parte del grano americano e russo che imposero una riduzione dei
prezzi rovinando parecchi contadini che furono costretti ad abbandonare le
campagne. • Diminuzione della produzione d’oro Le miniere di California e Australia
cominciarono a esaurirsi, la quantità di moneta in circolazione non era più sufficiente
a soddisfare la domanda di mezzi di pagamento necessari per l’accresciuto volume
dei traffici.

Tuttavia la depressione si inseriva in un trend positivo dell’economia. I paesi colpiti


dalla depressione tentarono di fronteggiarla con varie soluzioni: i governi decisero di
tornare al protezionismo, le imprese si sforzarono di ridurre i costi di produzione, vi
27
fu una ripresa del colonialismo che si proponeva di trovare nuovi mercati per i
prodotti della madrepatria.

10.4. La Belle époque 1896-‐‐1918


Dal 1896 iniziò un nuovo periodo di espansione (fase a ciclo di Kondratieff) durato
fino a dopo la
Prima guerra mondiale in cui i prezzi, profitti, salari e investimenti ripresero a
crescere. La produzione industriale si sviluppò particolarmente nel settore dei metalli
e della chimica, si
affermò una nuova fonte di energia cioè il petrolio, si diffuse l’impiego dell’elettricità
, si svilupparono i moderni mezzi di trasporto e il commercio internazionale
raddoppiò.
Fu un periodo intenso vissuto dai contemporanei con grande fiducia nel futuro e nel p
rogresso confidando nelle conquiste della scienza e della tecnica. La crescita fu
sostenuta ancora una volta dalla scoperta di nuovi giacimenti di oro in Canada e in
Alaska, fu così possibile stampare un gran numero di biglietti.

11. LE CONDIZIONI DELLA CRESCITA LA POPOLAZIONE


11.1. Le dinamiche della popolazione
L’incremento demografico fu una delle condizioni della crescita
economica. La popolazione
mondiale aumentò del 40% mentre quella europea del 67%. Gli elementi che avevan
o determinato la crescita demografica nella prima rivoluzione industriale
continuarono a produrre i
loro effetti e diedero risultati ancora più evidenti. L’alimentazione divenne più ricca e
varia e le
carestie scomparvero dall’Europa, le condizioni igieniche continuarono lentamente a
migliorare. L’elemento più dinamico fu il progresso della medicina, grazie a Louis
Pasteur vennero individuati numerosi bacilli e si prepararono vaccini e sieri per
combattere le malattie. Anche la chirurgia Progredì e si diffusero l’anestesia e altre
tecniche. I farmaci si moltiplicarono e l’industria farmaceutica avviò la produzione
di massa dei medicinali. Le cure mediche si diffusero grazie all’intervento dello
Stato che organizzò l’assistenza e i servizi medici. L’azione di tutti questi fattori
determinò la diminuzione del tasso di mortalità soprattutto quello
infantile. Il tasso di natalità cominciò anch’esso a diminuire perché il cambiamento
dello stile di
vita indusse le coppie a limitare il numero di figli. Nacquero nuove forme di previden
za sociale che si affermarono specialmente fra le due guerre. La vita media arrivò a
60 anni per gli uomini e 65 per le donne.
L’incremento demografico provocò una sovrappopolazione delle campagne europee e
la popolazione rurale fu costretta ad abbandonare le campagne e cercare lavoro
altrove. Vi fu maggiore attenzione al capitale umano da parte dello Stato che si fece

28
carico di assicurare l’istruzione primaria diminuendo gradualmente il numero degli
analfabeti.
11.2. L’urbanesimo
Vi fu un accentuazione del fenomeno dell’urbanesimo dovuta alla liberazione di
manodopera
agricola. Nel corso del XIX secolo, struttura e funzioni delle città si modificarono, il
centro delle attività si spostò nel quartiere degli affari situato tra la vecchia città e la
nuova stazione ferroviaria e furono aperti spaziosi viali alberati. Al loro interno fu
vario l’insediamento abitativo dei vari ceti sociali, la vecchia città vedeva la
coabitazione nel medesimo edificio di varie categorie di persone
(pianterreno artigiani, primo piano borghesi, ultimo piano operai). La nuova città cont
rapponeva quartieri borghesi e quartieri operai. L’urbanizzazione pose diversi
problemi: fu necessario provvedere all’illuminazione (prima a gas poi con la luce
elettrica) e si dovettero costruire acquedotti e fognature.

11.3. I grandi flussi migratori


L’emigrazione fu un’altra conseguenza dell’esodo dalle campagne. In genere agirono
sull’emigrante motivi di “espulsione” fra cui le cattive condizioni economiche e la
volontà di migliorare la propria condizione, e motivi di “attrazione” che erano dati
dalla possibilità di trovare un lavoro. Le principali destinazioni erano: Stati
Uniti, Argentina, Brasile, Canada, Australia e Nuova
Zelanda. I principali paesi di provenienza erano fino agli anni 80 venivano
principalmente dai paesi dell’Europa Settentrionale (Gran Bretagna, Irlanda,
Germania, paesi scandinavi). Dal 1890 il maggior contributo fu dato dall’ Europa
meridionale (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia). Negli stessi anni era in atto anche
una migrazione interna europea e la Francia assunse il ruolo di paese d’immigrazione.
Una novità durante e dopo le guerre fu l’apparizione di un altro tipo di
migrazione: quella dei profughi, costretti ad abbandonare le loro terre per sfuggire
agli eventi bellici o alle persecuzioni (russi dopo la prima guerra mondiale, gli ebrei
dopo la seconda)

11.4. Gli effetti dell’emigrazione


L’emigrazione ebbe effetti positivi e negativi sia per i paesi di provenienza che per
quelli di
destinazione. I paesi di partenza erano svantaggiati dal costo sostenuto per mantenere
far crescere e talvolta istruire persone che andavano a lavorare altrove. In compenso
i vantaggi erano notevoli, la
Riduzione dell’offerta di braccia determinò un tendenziale aumento dei salari in più g
li emigrati facevano affluire in patria preziosa valuta estera. I paesi di destinazione
furono avvantaggiati dalla risorsa costituita dall’entrante forza lavoro di persone
adulte che spesso conoscevano un mestiere e avevano spirito di intraprendenza e
sacrificio; queste concorrevano a creare ricchezza e benessere nel paese in cui si inse
diavano. Il principale problema era la difficoltà di integrazione. Le incomprensioni
29
furono parecchie e molto spesso i nuovi arrivati dovettero subire soprusi, vessazioni e
angherie di ogni specie prima di potersi integrare.

30
12. LE CONDIZIONI DELLA CRESCITA TRASPORTI, BANCHE E
MONETA
12.1. Lo sviluppo dei trasporti: ferrovie e automobili
La crescita degli scambi e la necessità di una maggiore mobilità diede una forte
spinta al miglioramento dei mezzi di trasporto e allo sviluppo del sistema delle
comunicazioni.
La rete stradale non fece molti progressi però le strade furono migliorate e ne furono
costruite delle nuove in particolare nei paesi rimasti indietro così che nel 1870 la
differenza tra i vari paesi diminuì sensibilmente.
Le ferrovie ebbero uno sviluppo incredibile e la rete ferroviaria mondiale arrivò nel
1914 ad 1,1 milioni di chilometri. Per la costruzione delle ferrovie si dovettero
affronta dei problemi tecnici, dal traforo delle montagne alla costruzione ponti e
all’aumento di potenza e velocità delle locomotive, nonché dei problemi
economici dovuti alla necessità di ingenti capitali. Inizialmente i capitali
furono forniti da grandi banchieri privati, ma in seguito bisognò costituire società per
azioni. Le azioni ferroviarie vennero tratte in Borsa diventando spesso oggetto di
speculazioni che furono la causa di crisi finanziarie come quelle del 1836, del 1847-‐‐
48 e del 1857. Nacque una nuova categoria di lavoratori i ferrovieri.
L’automobile riuscì ad affermarsi con l’avvento del motore a scoppio creato grazie
all’ingegno di numerosi pionieri fra cui Carl Benz. La sua produzione in serie iniziò
già prima della Grande Guerra ma la sua vendita era ancora bloccata dagli alti
prezzi. Dopo il conflitto, la produzione di
autovetture aumentò e il suo prezzo diminuì accrescendone così gli acquisti. Il nuovo
mezzo di trasporto innescò un processo a catena che diede impulso a parecchie altre
industrie e alla costruzione di strade.

12.2. Lo sviluppo dei trasporti: navi e aerei


Grazie a dei perfezionamenti tecnici come l’elica a tre pale fu
possibile l’affermazione delle navi a
vapore che pian piano sostituirono le navi a vela. Un'altra importante novità fu la cost
ruzione di navi in ferro di maggiore stazza che poterono alloggiare pesanti motori e
disporre di ampie stive
per il trasporto delle merci. Il costo delle navi aumentò e fu necessario creare grandi s
ocietà di navigazione che sostituirono gli armatori privati. L’Inghilterra organizzò a
perfezione il sistema dei “tram” cioè navi senza itinerario fisso, che viaggiavano a
disposizione dei noleggiatori di tutto il mondo e andavano di porto in
porto, trasportando le merci che trovavano da imbarcare durante il loro
percorso.Furono ristrutturati i porti per accogliere le nuove navi più grandi e furono
31
aperti i canali di Suez (1869) e di Panama (1914) che consentirono un enorme
riduzione dei tempi di percorrenza. Nacquero navi specializzate nel trasporto di merci
particolari (petroliere e navi frigorifero).
Nei primi anni del secolo XX l’aviazione era ancora ai primordi. Nel 1903 i fratelli
Wright erano riusciti a far volare il loro primo aeroplano. Il progresso in questo
campo fu rapidissimo, già nella Prima guerra mondiale fu utilizzato per la
ricognizione aerea, poi come caccia e infine per i bombardamenti. Negli anni Venti e
Trenta iniziò a svilupparsi l’aviazione commerciale. Durante la Seconda guerra
mondiale il suo impiego risultò determinante. Gli effetti della rivoluzione dei
trasporti sullo sviluppo economico furono rilevanti e riguardarono
tutti i settori. Il commercio ebbe i maggiori e immediati vantaggi, in agricoltura si rea
lizzò anche
una specializzazione delle colture perché ogni regione poté dedicarsi alle coltivazioni
più adatte alla natura del suolo e alle condizioni climatiche. Lo sviluppo dei mezzi di
trasporto stimolò la domanda di manufatti di molte industrie specialmente quelle
siderurgiche metallurgiche e meccaniche.
12.3. Le comunicazioni
Alla vigilia della Prima guerra mondiale, anche le notizie ormai viaggiavano con gran
de rapidità
grazie a nuove invenzioni fra cui: il telegrafo elettrico (Samuel Morse 1840), il telefo
no (Antonio Meucci 1871), la radio (Guglielmo Marconi 1896) e il radar inventato
negli stessi anni dagli americani.
12.4. I sistemi
bancari Lo sviluppo economico fu reso possibile dalla formazione dei sistemi bancari
e dalla progressiva adozione del gold standard. Le più importanti categorie di nuove
banche erano:
• Le Casse di risparmio, sorte già nella prima metà dell’Ottocento. Esse
raccoglievano i piccoli risparmi delle persone in modeste condizioni, alle quali
corrispondevano un interesse. Lo scopo era di consentire anche ai meno abbienti un
accumulazione di denaro. Le somme raccolte erano investite in impieghi sicuri, in
genere titoli di Stato. • Gli istituti di credito fondiario si approvvigionavano di fondi
attraverso l’emissione di proprie obbligazioni dette “cartelle fondiarie” con lo scopo
di concedere mutui di lunga durata, rimborsabili a rate e garantiti da ipoteca su
immobili.
• Le banche cooperative forme di società cooperative che avevano il compito
di accettare depositi e concedere prestiti ai soci.
• Le banche commerciali o di deposito costituite come società anonime raccoglievano
depositi
dal grande pubblico che remuneravano con un interesse e investivano i fondi
disponibili prestandoli in varie forme a operatori economici grandi e piccoli.
• Banche di emissione poste al vertice dei sistemi bancari agivano come presta
tori di ultima istanza o “banche delle banche”. Ad esse si rivolgevano le banche per
32
anticipazioni in caso di necessità a cui veniva applicato un interesse in base
al tasso ufficiale di sconto. Con il tempo questi istituti che di norma operavano per lo
Stato, ottennero anche la funzione di controllare il sistema bancario e perciò si
dissero banche centrali. I biglietti emessi venivano riconosciuti
Dappertutto come moneta a corso legale.

12.5. I modelli bancari


I sistemi bancari ebbero caratteri diversi, essi si adeguarono al grado di sviluppo
raggiunto dal proprio paese. In Europa possiamo distinguere fra due modelli bancari:
1. Il modello anglosassone caratterizzato dalla specializzazione bancaria e
dalla prevalenza della banca pura. Si affermò un tipo di banca che raccoglieva i
depositi a vista e concedeva impieghi a breve termine alle imprese.
Le operazioni finanziarie di lunga durata venivano svolte dalle mercanto banks, che
collocavano sul mercato inglese titoli obbligazionari di società e governi esteri, e
favorivano i pagamenti internazionali mediante l’accettazione di tratte spiccate su di
Loro da operatori economici stranieri.
2. Il modello continentale o tedesco consisteva nella prevalenza della banca
mista, ossia un tipo di banca che raccoglieva depositi a vista e li impiegava a breve, a
medio e a lungo termine, soddisfacendo ogni richiesta delle imprese. Questo modo di
operare era molto rischioso per il mantenimento dell’equilibrio finanziario, perché
se le banche avessero concesso troppi
prestiti a lungo termine no sarebbero state in grado di far fronte a un eventuale consist
ente richiesta di rimborso da parte dei depositanti. Le banche miste finanziavano le
imprese acquistandone obbligazioni oppure sottoscrivendo parte del loro capitale
sociale stringendo
Stretti rapporti con le stesse.

12.6. Il gold standard


Il bimetallismo adottato da la maggioranza dei paesi cominciò a funzionare
male perché prima vi f
una diminuzione del valore delle monete d’oro con la scoperta di nuove miniere e
successivamente una diminuzione del valore delle monete d’argento per una grande
produzione del medesimo. Di conseguenza a poco a poco fra il 1873 e il 1900, i
paesi industrializzati preferirono aderire al gol standard. Ciò comportava la
possibilità di importare ed esportare liberamente l’oro, che quindi era accettato in
pagamento nelle transazioni internazionali da tutti i paesi che vi avevano aderito. In
tal modo si realizzò un sistema di cambi fissi fra le monete tutte
legate all’oro. La sterlina ormai accettata in ogni parte del mondo diventò una sorta di
moneta internazionale.

13. LE ATTIVITA’ PRODUTTIVE


13.1. Le innovazioni in agricoltura
33
Le carestie scomparvero dall’Europa occidentale. Ciò significava che i generi
alimentari disponibili
erano sufficienti a soddisfare l’accresciuta domanda. Tali risultati furono possibile gr
azie
all’incremento della produttività agricola europea e alla messa a coltura di enormi est
ensioni di terra negli altri continenti. L’aumento della produttività agricola fu
determinato dall’ impiego delle prime macchine agricole
che prima utilizzavano il vapore (trattori a vapore) e poi applicarono il motore a scop
pio dando inizio all’epoca della motorizzazione agricola. Queste poterono
diffondersi a due condizioni: la presenza della grande proprietà e la pratica della
monocoltura granaria. La diffusione dei concimi aumentò i rendimenti e la
produzione. Gli studi Justus e von Liebig misero a punto i primi concimi chimici che
la nascente industria chimica riuscì a produrre in gran quantità.

13.2. L’agricoltura mondiale e l’Europa


Lo sviluppo dell’agricoltura,
oltre che dalle macchine e dai concimi, fu favorito anche dall’estensione dello spazio
agricolo. Le terre disponibili in Europa erano ormai limitate ma le opere di bonifica
intraprese e l’abbattimento di molti boschi permisero di aumentare la superfice
coltivata. Il miglioramento dell’agricoltura non avvenne in contrapposizione
all’industrializzazione. Anzi vi fu un Europa industriale con forte produttività
agricola e un’Europa non industrializzata a debole produttività. Le zone
temperate come Stati Uniti, Canada, Argentina e Australia svilupparono un
agricoltura estensiva. Nelle zone tropicali, come le Antille, il Brasile, l’Indonesia si
erano diffuse le piantagioni coltivate per conto di grandi proprietari che producevano
cacao caffè, tè o banane. Molto importante fu l’esportazione di gomma dal Brasile. Il
seme degli alberi da cui veniva estratta venne esportato clandestinamente dagli
Inglesi e trapiantato in Indonesia e in Indocina.

13.3. Lo sviluppo della tecnologia e della ricerca


Alla vigilia della Prima guerra mondiale erano ormai l’industria e il settore terziario
a dominare la scena. L’attività industriale fu caratterizzata dal progresso dei sistemi
di produzione e da una crescente concentrazione industriale che portò alla formazione
di grandi imprese.
Nella seconda metà dell’Ottocento si concentrarono numero rilevante di invenzioni c
he diedero luogo a una rivoluzione tecnologica. Grazie al legame formatosi fra
scienza, tecnica e industria il
tempo necessario per l’applicazione di una nuova invenzione divenne brevissimo. La
necessità di affrontare e risolvere i problemi posti dai processi produttivi, obbligò una
collaborazione fra ricerca “pura” e applicazioni tecniche. La ricerca scientifica si
organizzò oltre che nelle università anche presso le aziende e fu così considerata una

34
delle funzioni della grande impresa che finanziava gli studi da cui si attendeva un
vantaggio.

13.4. Una nuova fonte di energia: il petrolio


Le fonti di energia si ampliarono e il petrolio si affiancò al carbone. L’estrazione del
petrolio ebbe inizio negli Stati Uniti. All’inizio fu utilizzato specialmente per
l’illuminazione domestica e la lubrificazione delle macchine. Le sue possibilità di
applicazione aumentarono notevolmente dopo
l’introduzione del motore a scoppio e dell’automobile. La sua produzione crebbe
enormemente
grazie al contributo degli Stati Uniti. Si sviluppò un nuovo ramo dell’industria chimi
ca, il petrolchimico, che consentì di produrre fibre tessili e resine sintetiche, detersivi,
gomma sintetica, insetticidi ecc. Tra le due guerre furono scoperti ricchi giacimenti
nel Medio Oriente. Iniziò lo sfruttamento del petrolio dell’Iraq, del Bahrein e
dell’Arabia saudita e, subito dopo la Seconda guerra mondiale, di quello del Kuwait e
del Qatar. Si arrivò alla formazione di un cartello internazionale fra le principali
società produttrici poi note come “sette sorelle”.

13.5. Vecchie e nuove industrie


Fra le vecchie industrie notevole importanza conservarono quelle tessili anche
se quella
dell’industria tessile europea a partire da fine secolo cominciò ad essere ridimensiona
ta, perché finì per dipendere dagli altri paesi per le importazioni di materie prime.
L’industria siderurgica a metà Ottocento doveva capire come riuscire a produrre accia
io a buon mercato. Grazie all’ introduzione del convertitore Esimer e del forno
Martin-‐‐Siemens fu possibile ottenere acciaio di ottima qualità direttamente dalla
ghisa fusa saltando la fase del pudellaggio; iniziò così l’era del ferro e dell’acciaio.
L’industria metallurgica iniziò la lavorazione su vasta scala di numerosi
metalli, venne messo
appunto un processo elettrolitico, basato sull’utilizzazione della corrente elettrica che
rese possibile ricavare l’alluminio dalla bauxite a costi molto ridotti. L’alluminio
trovò applicazione in molti settori e divenne quasi il metallo per eccellenza della
seconda rivoluzione industriale. Altri metalli importanti furono il rame e il nichel. La
nuova industria automobilistica si sviluppò rapidamente specie negli Stati Uniti. Si
passò dalla
costruzione artigianale, alla produzione in serie e sorsero numerose fabbriche tra cui
Ford, Fiat, Renault. Altre invenzioni come la macchina da scrivere il
perfezionamento delle macchine tipografiche e la creazione della macchina
fotografica diedero luogo a nuove attività produttive.

13.6. Chimica ed elettricità


Le industrie chimiche furono tra quelle che maggiormente caratterizzarono la
seconda rivoluzione industriale. Furono introdotte numerose innovazioni grazie ai
35
processi di ricerca come: i coloranti artificiali che sostituirono quelli naturali, la
dinamite scoperta da Alfred Nobel. Furono inventate le prime materie plastiche
sintetiche, le fibre tessili sintetiche si cominciarono a diffondere. Un nuovo comparto
fu quello dell’industria della gomma, dopo l’introduzione del processo di
vulcanizzazione da parte di Goodyear (1839) iniziò negli Stati Uniti la lavorazione de
lla gomma. Mel 1888 John Dunlop brevettò il primo pneumatico. L’industria
elettrica fu un'altra attività peculiare della seconda rivoluzione industriale. La
scoperta fondamentale fu quella del generatore di corrente, cioè una macchina che
trasformava l’energia
sviluppata dalla macchina a vapore in elettricità riducendo notevolmente i costi finora
problema principale nella produzione della stessa. L’elettricità trovò un gran numero
di applicazioni a cominciare dall’illuminazione grazie all’invenzione della lampada a
incandescenza da parte di
Thomas Edison, nell’industria, nei trasporti e nella vita domestica; essa era indispens
abile per i
sistemi di comunicazione a distanza e rese possibile nel 1895 la nascita dell’industria
cinematografica anno in cui Louis Lumière presentò la prima pellicola
cinematografica.
13.7. Il commercio
interno Il commercio interno che prima si era svolto principalmente nelle fiere fu rivo
luzionato
dall’avvento della nuova figura del commesso viaggiatore che collocava merci per co
nto di case Rinomate presso i negozianti, ai quali venivano inviate successivamente
tramite la ferrovia. Si
cominciò a sviluppare il commercio fisso con l’apparizione dei primi negozi, dapprim
a bazar che vendevano ogni genere di articoli e poi negozi specializzati. A metà
dell’Ottocento apparvero
anche i grandi magazzini. Negli Stati Uniti si svilupparono le prime forme moderne d
i pubblicità
commerciale e furono introdotti il sistema dei saldi, la vendita per corrispondenza e la
vendita a rate.

13.8. Il commercio internazionale e gli investimenti esteri


Un importanza molto maggiore ebbe il commercio internazionale che aumentò di sei
volte fra gli anni Trenta e gli anni Settanta dell’Ottocento e si triplicò ancora fino alla
Grande guerra. L’Europa inviava negli altri continenti il carbone e i suoi manufatti
(articoli d’abbigliamento materiale ferroviario, locomotive) e importava materie
prime (metalli non ferrosi, petrolio,
gomma e fibre tessili). Accanto a questo commercio estero si affiancava il circuito di
scambio di manufatti fra i paesi industrializzati. Il commercio internazionale fu
indubbiamente favorito dal libero scambio, anche se negli anni
ottanta molti paesi tornarono a varie forme di protezionismo che ripresero anche in se
guito nel periodo fra le due guerre mondiali. Di conseguenza si può affermare che il
36
protezionismo è stata la regola e il libero scambio l’eccezione.
Un complemento allo sviluppo degli scambi internazionali furono
gli investimenti esteri da parte dei principali paesi europei. Gli investimenti inglesi
andarono a società private, mente quelli francesi si rivolsero al debito
pubblico. Questi erano concessi dai risparmiatori che tramite le banche o
direttamente in Borsa acquistavano azioni e obbligazioni emesse da società oppure
sottoscrivevano titoli
pubblici. I fondi da destinare agli investimenti esteri erano costituiti da oro valute o d
ivise frutto dell’avanzo della bilancia commerciale; ma anche con le entrate derivanti
dall’esportazione di servizi insomma con l’avanzo della bilancia dei pagamenti.

14. LA GRANDE IMPRESA


14.1. La formazione della grande impresa
Finora solo nei settori che producevano beni intermedi o strumentali si erano
costituite grandi imprese capaci di sfruttare economie di scala nella produzione. Negli
ultimi anni del XIX secolo la costituzione di grandi imprese, che manifestò i suoi
vantaggi, si estese anche ai settori di produzione dei beni di consumo. La grande
impresa disponeva di un capitale elevato e concentrava nella fabbrica un gran numero
di lavoratori, costituendo il centro di accumulazione di conoscenze scientifiche e
tecniche. La forma giuridica era quella della società anonima o per azioni. Essa si
formò in seguito a un processo di concentrazione sia
verticale (unire imprese che partecipano al processo di fabbricazione di uno stesso
prodotto) che orizzontale (unire imprese che operano nello stesso settore), realizzato
mediante fusioni di più imprese o incorporazioni di imprese più piccole in imprese
più grandi.
Gli Stati Uniti furono i primi a comprendere l’importanza della grande impresa che c
hiamarono
corporation. Un tipo particolare era la conglomerata formato da imprese che produce
vano beni molto diversi. Oltre a quelle di scala si realizzarono anche economie di
diversificazione della produzione in modo da renderla meno sensibile alle variazioni
della domanda di un singolo prodotto. Lo sviluppo dell’economia mondiale portò
alcune imprese a costituire all’estero proprie filiali o a fondarvi società da esse
controllate nacquero così le imprese multinazionali che avevano un'unica direzione
nel paese d’origine.
Quando non si voleva o poteva costituire un'unica grande impresa si giungeva ad acc
ordi sotto forma di:
- Cartelli: accordi fra più imprese che trattano lo stesso prodotto, mediante i qual
i si fissano i prezzi di vendita, la quota di produzione e le quote di mercato di
ciascuna impresa.
- • Trust: Una società capogruppo, detta holding, acquista azioni di altre società
fino ad averne il controllo e porre le imprese sotto un’unica direzione
strategica. Essi furono contrastati in diversi paesi attraverso apposite leggi
antitrust. Le vecchie imprese che nacquero come imprese familiari giunsero
37
pian piano alla separazione fra proprietà e management. I proprietari
dell’impresa, cioè lasciavano la guida a persone esperte e capaci, i manager e si
limitavano a esercitare il controllo tramite il consiglio di amministrazione.
Nacquero così le prime scuole superiori di commercio e business Schola per la
preparazione dei manager.

14.2. Taylorismo e fordismo


Frederick Taylor condusse numerosi studi al fine di organizzare scientificamente il
lavoro e aumentare il rendimento dell’operaio. Egli divise il processo di lavoro in
operazioni semplici e ne misurò il tempo di esecuzione definendo i tempi standard.
Da ciò deriva il termine taylorismo, che fu applicato alla catena di
montaggio costituita da un nastro su cui scorrevano i pezzi. La catena di montaggio
fu particolarmente utilizzata dall’industria automobilistica, il merito di averla
applicata su larga scala va ad Henri Ford che ebbe l’intuizione di fare
dell’automobile, un oggetto alla portata delle masse. Perciò praticò
una politica di alti salari in modo da consentire agli operai di poter acquistare le
autovetture. Era nato il cosiddetto modello fordista di sviluppo.

14.3. Le piccole e medie imprese e la cooperazione


Le piccole e medie imprese conservarono un ruolo molto importante. Sembra che gli
interessi della classe operaia fossero meglio salvaguardati nella grande fabbrica
piuttosto che in quelle piccole dove la tutela dei lavoratori risultava più difficile. Le
imprese di modeste dimensioni resistevano in attività tradizionali ma anche in alcune
attività nuove come la produzione e la riparazione di macchine elettriche.
Si svilupparono le imprese
cooperative, costituite da persone che si associavano per gestire un attività
economica, non avevano scopo di lucro, ma rispondevano a finalità etiche e sociali.
Esse si differenziarono in:
- Cooperative di consumo: acquistavano beni di consumo all’ingrosso per
rivenderli al minuto a prezzi più convenienti.
- Cooperative di produzione: riuniscono un gruppo di lavoratori per svolgere un
’attività produttiva e assicurare parità di salario e uguale distribuzione degli
utili.
- • Cooperative di credito: per raccogliere risparmi e esercitare il credito a
favore dei soci.

15. I PAESI INDUSTRIALIZZATI GRAN BRETAGNA E FRANCIA


15.1. I diversi ritmi dello sviluppo
L’andamento dello sviluppo fu talvolta molto diverso da paese a paese, come si
ricava dai tassi di percentuali annui di crescita del Pil pro capite fra il 1820 e il
1950. La Gran Bretagna mostra fra il
1870 e il 1913, una diminuzione del tasso di crescita, segno delle difficoltà incontrate
. Gli altri paesi accelerarono così la rincorsa del paese leader. Fatto a 100 il Pil pro
38
capite della Gran Bretagna è possibile raffrontarlo negli anni con quello degli altri
paesi europei. Nel 1820 i paesi meno distanziati erano gli Stati Uniti e la Francia con
rispettivamente il 59% e il 58% del Pil Inglese. Nel 1870 solo gli Stati Uniti e la
Germania si erano avvicinati alla Gran Bretagna (proprio perché in quel periodo
quest’ultima aveva accelerato il suo sviluppo) con il 70% e il 52%. Successivamente
al 1870 fu la Gran Bretagna a rallentare mentre gli altri paesi crescevano più
rapidamente. Alla vigilia della Prima guerra mondiale nel 1913 vi fu il catching
up degli Stati Uniti mentre Francia e Germania si avvicinarono molto. Entro il 1950
però nessun altro paese riuscì nel impresa degli Stati Uniti.

15.2. Il declino della Gran Bretagna


L’età vittoriana si chiuse con un rallentamento della crescita che ha fatto parlare di
“declino relativo” della Gran Bretagna. Essa infatti mantenne il suo primato che fu
però offuscato dal fatto che i paesi inseguitori ormai la tallonavano più da vicino.
L’industria infatti conservava un posto di primissimo piano, intorno al 1870 deteneva
quasi il 32% della produzione mondiale, ma alla vigilia della Prima guerra mondiale
la sua quota si era ridotta al 14% ed essa era stata superata da Stati Uniti (36%) e
Germania (16%). Le industrie traenti della prima rivoluzione industriale persero
terreno rispetto ai concorrenti. L’industria siderurgica nonostante l’incremento
notevole della produzione fu superata da quella americana e poi da quella tedesca.
L’industria tessile mantenne il
suo primato riuscendo a alimentare un consistente flusso di esportazioni, però dipend
eva fortemente dall’importazione di materie prime.
La Gran Bretagna manteneva il primato nel commercio
estero, con un ruolo molto importante anche nel mercato di riesportazione. Il
disavanzo della bilancia commerciale veniva colmato con i
proventi dei servizi resi agli stranieri oltre che con i rendimenti degli investimenti est
eri mantenendo la bilancia dei pagamenti in avanzo.

15.3. Le cause del declino


Le principali cause del declino furono:
- Lo svantaggio del first comer: l’Inghilterra possedeva ormai un apparato
industriale obsoleto, ma l’inerzia degli imprenditori che comunque
mantenevano un commercio con le colonie rallentò il processo di adeguamento
alle nuove tecnologie.
- La dipendenza dall’estero l’incremento della produzione industriale richiedeva
l’importazione di molte altre materie prime e di prodotti fondamentali del tutto
assenti in Gran Bretagna

39
- • Il sistema d’istruzione si rivelò inadeguato di fronte alle esigenze dello
sviluppo industriale perché le scuole inglesi rimasero legate all’educazione
classica riservando scarsa attenzione alla preparazione scientifica.
- • Il ruolo dello Stato ebbe in Gran Bretagna una funzione meno propulsiva per l
o sviluppo. Lo Stato si ispirava al principio del Laise-‐‐fare alla base della
dottrina economica liberista, contrario all’intervento dello Stato in economia e
fiducioso nella sua autoregolamentazione.

15.4. La Francia del Secondo impero


La Francia seguitava a soffrire di
un lento aumento demografico e di un eccessiva presenza del settore agricolo che
tuttavia la rendeva autosufficiente dal punto di vista alimentare. L’industria conobbe
una lenta evoluzione perché i centri industriali erano pochi (solo a Parigi e a
Lione) e vi erano una miriade di microimprese e moltissime piccole e medie imprese.
Pur non riuscendo ad assicurare economie di scala, presentavano il vantaggio di
una struttura produttiva flessibile, capace di fronteggiare le crisi economiche.
Durante il Secondo Impero (1852-‐‐
70), lo sviluppo economico conobbe un accelerazione. Napoleone III, rivolse la sua
attenzione all’economia. In quel periodo la Francia costruì la sua rete
ferroviaria, portandola da appena 3000 a 22000 chilometri. Fu avviato un vasto progr
amma di
lavori pubblici, che riguardò la costruzione o l’ammodernamento di alcuni porti nonc
hé il rinnovamento edilizio di Parigi. Per sostenere lo sviluppo industriale sorsero
alcune banche costituite sotto forma di società anonime, fra cui il più importante fu
il Credit Mobilier, che fece conoscere il credito mobiliare anche ad altri paesi
europei. Era un nuovo tipo di banca che raccoglieva fondi con l’emissione di proprie
obbligazioni e concedeva finanziamenti a lungo termine alle imprese. Fu costretto al
fallimento dopo numerose difficoltà nel 1871. Il credito
fondiario nacque per incoraggiamento dell’imperatore, il Crédit Foncier de France fu
l’unica società autorizzata ad esercitarlo mediante la concessione di prestiti fino a 50
anni, garantiti da ipoteca, da estinguersi con rate semestrali. Per approvvigionarsi di
fondi l’istituto emetteva obbligazioni di importo pari ai prestiti concessi. La Francia
abbandonò il protezionismo e Si avviò al libero scambio.

15.5. Dalla guerra franco-‐‐prussiana alla Belle époque


La sconfitta nella guerra franco-‐‐
prussiana portò alla caduta del Secondo Impero. Fu istaurata la Terza Repubblica e il
paese dovette cedere l’Alsazia e la Lorena alla Germania e versarle una grossa
indennità di guerra. Una parte dell’indennità fu utilizzata dai Tedeschi per acquistare
prodotti francesi con il beneficio
del paese sconfitto, che grazie ai grossi risparmi di cui disponeva riuscì a pagarla rapi
damente in oro. Ripresa velocemente dalla disfatta la Francia conobbe un nuovo
periodo di espansione durato fino al 1881. In seguito risentì anch’essa della crisi
40
agraria europea e tornò al protezionismo. Una forte ripresa si ebbe a fine secolo con
la Belle époque. L’agricoltura al riparo della protezione
conobbe un ulteriore sviluppo, l’industria conseguì importanti risultati sia nei settori t
radizionali che nelle industri recenti. La Francia diventò il primo produttore di
bauxite e quindi di alluminio. Anche il commercio estero ricominciò a crescere
tuttavia la bilancia commerciale rimase in disavanzo mentre la bilancia dei pagamenti
continuò a far registrare un avanzo.

16. I PAESI A FORTE CRESCITA GERMANIA E STATI UNITI


16.1. L’espansione tedesca
La Prussia riuscì grazie all’azione del cancelliere Otto von Bismarck, a realizzare
l’unificazione tedesca proclamata nel 1871. Si formo l’Impero (Reich) e la Germani
in pochi decenni diventò una grande potenza industriale tanto che si parlò
di “miracolo tedesco”.
Tra la fine del secolo XIX e la Prima guerra mondiale, lo sviluppo si fece travolgente
e la Germania diventò la principale potenza continentale.
Nel settore industriale si formarono imponenti complessi e vennero costituite migliaia
di società per azioni. La siderurgia si giovò di un forte incremento della produzione
di carbone attinto dal bacino della Ruhr e anche dei minerali preziosi in seguito
all’annessione della Lorena, e si specializzò nella produzione di cannoni e navi
corazzate. L’industria chimica e quella elettrica utilizzarono la tecnologia più
moderna, sfruttando il vantaggio del “last comer” effettuando una crescita
rapidissima.

16.2. I fattori dell’espansione


Lo sviluppo fu agevolato da numerosi fattori:
• Il sistema bancario ebbe un compito di primo piano nel sostenere la crescita
economica e fu
un fattore sostitutivo dei prerequisiti dello sviluppo. Al vertice del sistema bancario c’
era la
Reichsbank costituita nel 1875, con il compito di regolare l’emissione cartacea della
nuova moneta il marco, che fu definito in oro con il definitivo passaggio della
Germania al gold standard. Le banche miste favorirono la costituzione di società
industriali acquistandone parte dei pacchetti azionari e facendo entrare i loro
rappresentanti nei consigli di amministrazione.

• Il ruolo dei trasporti fu ancora più rilevante che negli altri paesi le ferrovie e la navi
gazione interna furono potenziate, mail vero miracolo fu la creazione di una potente
flotta mercantile.
• I cartelli si diffusero specialmente durante la grande depressione, con lo scopo di
regolare la concorrenza e evitare la sovrapproduzione. Lo Stato dopo averli
inizialmente contrastati li regolamentò con una legge, rendendoli del tutto

41
legali. Molte imprese e gli stessi cartelli praticarono il dumping (2 listini prezzi uno
per il mercato interno + alto, e uno per il mercato estero + basso).
• Ruolo dello Stato che sostenne lo sviluppo economico in diversi modi. Diventò un
grande consumatore e con la sua domanda sosteneva la produzione. Favorì i cartelli e
il dumping e
adottò un efficace politica protezionistica, gestì la rete ferroviaria e indirizzò gli inves
timenti esteri verso paesi amici con i quali vi erano rapporti commerciali e
finanziari. Riservo una particolare
cura alla diffusione dell’istruzione tecnica e scientifica, rese obbligatoria
l’assicurazione dei lavoratori facendo della Germania il primo paese a disporre di una
forma di previdenza sociale.

16.3. Immigrazione e colonizzazione degli Stati Uniti


I fattori principali che determinarono l’imponente sviluppo economico degli Stati
Uniti dal 1870 al 1913, consentendogli il catching up dell’Inghilterra furono
molteplici: l’aumento della popolazione, il compimento della
colonizzazione, l’affermazione della grande impresa e la formazione di un vasto
mercato interno.

• La popolazione aumentò sia per incremento naturale sia per il contributo


dell’immigrazione. L’inserimento degli immigrati non fu affatto facile per via della
diversità di cultura, di valori, di religione e in certi casi del colore della pelle. I Wasp
(White, Anglo Saxon, Protestant) che costituivano il gruppo dominante esigevano un
atteggiamento di rinunzia da parte degli
immigrati alla loro cultura di origine e un accettazione di quella americana discrimina
ndo chi non lo faceva. Solo gli immigrati giunti dall’Europa centro-‐‐
settentrionale si integrarono senza grossi problemi dando l’impressione che si stesse
affermando l’idea del melting pot.
• La colonizzazione fu portata a compimento entro la fine del secolo, quando ormai
la frontiera
non esisteva più e tutti i territori dell’Ovest erano stati popolati e messi a coltura o de
stinati all’allevamento.

16.4. Cotone e allevamento del bestiame


Lo sviluppo economico americano fu abbastanza equilibrato interessando sia
l’industria che l’agricoltura. Gli agricoltori godevano di buoni redditi e non
producevano più per l’autoconsumo ma per il mercato risentendo dell’andamento dei
prezzi. Negli Stati Uniti non vi fu però una
depressione come in Europa e le condizioni degli agricoltori continuarono a migliorar
e notevolmente a partire dalla fine del secolo, periodo in cui il Midwest prese il nome
di Corn Bel. Dopo la Guerra di secessione (1861-‐‐
65) da cui il sud uscì sconfitto la coltivazione del cotone si spostò verso ovest
soprattutto nel Texas. Nonostante la perdita del controllo di parte del mercato,
assorbito dalla esportazione di Brasile e India che profittarono del conflitto, questo
42
diventò a fine secolo il primo stato produttore di questa fibra mantenendo il valore
delle esportazioni intorno al 60% della produzione. L’allevamento del
bestiame avveniva specialmente nel Midwest, dove alcuni grandi proprietari
costituirono fattorie molto vaste e prospere. I cow-‐‐boys del Far west durante la
guerra di
secessione organizzarono trasferimenti di bestiame per 1500 chilometri lungo le piste
che
collegavano le zone di produzione ai nodi ferroviari più importanti da dove gli animal
i proseguivano in treno per i luoghi di destinazione.

16.5. Grandi imprese e mercato


Lo sviluppo industriale statunitense fu eccezionale, non solo per la quantità di
manufatti prodotti, ma anche per l’organizzazione della produzione. Le industrie più
importanti erano quelle che trasformavano i prodotti dell’agricoltura delle foreste
e dell’allevamento. La filatura e la tessitura del cotone continuarono a svilupparsi e
successivamente si spostarono anche negli Stati meridionali. I progressi più
consistenti furono
realizzati dall’industria siderurgica e da quella meccanica, stimolate dapprima dalla d
omanda di materiale ferroviario e poi dalla richiesta di ferro e acciaio per la
costruzione di navi e macchine.
Non mancarono industrie nuove, come quelle elettriche, dei telegrafi e dei telefoni olt
re che del petrolio e dell’automobile. Le industrie producevano una gran quantità di
beni e si organizzarono sotto forma di grandi società per azioni. Numerosi furono i
trust che riuscirono a controllare il mercato di diversi prodotti. Nel 1890 a partire
dallo Sherman Act furono introdotti una serie di provvedimenti antitrust che nel
settore industriale furono alquanto deludenti mentre funzionarono il quello bancario.
Gli Stati Uniti furono la patria del fordismo. Lo sviluppo americano si basò sulla
formazione di un vastissimo mercato nazionale che fu possibile grazie alla
costruzione di un efficiente sistema di trasporti con il ruolo fondamentale delle
Ferrovie. Il commercio estero rappresentava una quota limitata dell’intero moviment
o commerciale degli Stati Uniti pur essendosi sestuplicato fra il 1860 e il 1913. Gli
Stati Uniti infatti rimasero sostanzialmente legati a una politica protezionistica.

16.6. Un punto debole: il sistema bancario


Il sistema bancario americano non risultava adeguato al grande sviluppo che il Paese
stava conoscendo. Con la riforma adottata in piena Guerra di secessione le banche
erano state divise in: banche nazionali che avevano il compito di emettere biglietti ed
erano sottoposte alla nuova legge
federale, e in banche statali costituite secondo leggi più permissive dei singoli Stati c
he vennero scoraggiate dall’emettere biglietti. Tutte queste banche avevano di solito
un’unica sede e non
potevano costituire filiali fuori dall’area in cui operavano. Tale ordinamento portò all
a proliferazione di aziende di credito.
Il problema principale di questo sistema era l’assenza di un istituto centrale di emissi
43
one, che potesse fungere da prestatore di ultima istanza. Questo limite risultò
evidente durante la crisi finanziaria del 1907, la situazione non era più sostenibile.
Nel 1913 venne approvato il Sistema della Riserva Federale, guidato da un consiglio
con sede a Washington, composto da 12 banche federali ognuna delle quali operava
in un proprio distretto di competenza, dove emetteva biglietti a corso legale.

44
17. DUE CASI PARTICOLARI RUSSIA E GIAPPONE
17.1. La condizione dei servi in Russia
La popolazione russa conobbe l’incremento più consistente fra i paesi europei, ma qu
esto
incremento non costituì un elemento di forza per la Russia come lo era stato per gli al
tri paesi. Infatti esso fu causato dalla necessità dei contadini di avere molti figli per
ottenere una maggiore assegnazione di terra. Il principale problema della Russia era
la permanenza della servitù della gleba. Vi erano tipi principali di servi che
costituivano i due terzi della popolazione: i servi che appartenevano ai
pomesciki (grandi proprietari terrieri), quelli che dipendevano dallo Stato o dalla fami
glia
imperiale. I servi dei pomesciki erano considerati “proprietà battezzata” dei loro sign
ori, le cui terre erano affidate alle comunità di villaggio che le distribuivano alle
famiglie in base alle unità di lavoro che le componevano. I servi dello Stato
si trovavano in una condizione migliore avendo un carico minore di obblighi. I servi
della famiglia imperiale si trovavano in una condizione intermedia.

17.2. L’emancipazione dei servi


Durante la guerra di Crimea emerse in tutta evidenza l’arretratezza del Paese. Si
comprese che per affrontare una guerra moderna si richiedeva il ricorso alla
mobilitazione generale di uomini liberi. Perciò nel 1861 lo zar Alessandro II decretò
l’emancipazione dei servi. Questi ottennero le terre e la casa dove abitavano in uso
permanente in cambio di un canone annuo al promessici. Non ebbero la proprietà
della terra ma potevano riscattare le terre assegnate e diventarne proprietari pagando
al signore una somma pari alla capitalizzazione del canone al 6 per cento. Lo Stato
anticipò l’80% di quanto dovuto ai signori con obbligazioni statali a interesse annuo.
I contadini dovevano pagare il restante 20% ai signori e rimborsare in 49 anni l’80%
anticipato dallo Stato. Le terre furono
Affidate alle comunità di villaggio (mir) responsabili della riscossione delle annualità
e dell’imposta personale dei contadini. Il forte incremento della popolazione rese
necessaria la riduzione delle quote assegnate a ciascuna famiglia. Le condizioni della
classe rurale si fecero sempre più difficili e il malcontento aumentò. Il miglioramento
della produttività non fu possibile e si accumularono molti arretrati di imposte e di
quote di riscatto a carico della comunità. La rivoluzione del 1905 indusse il primo
ministro Setolini a varare una riforma agraria con lo
scopo di formare una classe di piccoli proprietari, che avrebbero costituito la “cellula
fondamentale dello Stato”. La riforma prevedeva la possibilità di uscire dai mir da
parte dei contadini, e di ottenere un appezzamento di terra e una casa in piena
proprietà individuale, oltre al condono degli arretrati per imposte e annualità del
riscatto. Si formò così una categoria di contadini ricchi proprietari di terre: i kulaki.

17.3. L’industrializzazione della Russia zarista

45
Per procurarsi i capitali necessari all’industrializzazione si fece ricorso all’esportazio
ne del grano. Lo sviluppo industriale fu realizzato dal 1890 al 1900 con un tasso di
crescita della produzione industriale dell’8% all’anno. L’industria
siderurgica realizzò progressi apprezzabili potendo contare sui ricchi giacimenti di
carbone del bacino del Donetz, e di minerali ferrosi nei intorni di Krivoj Rog. La
produzione di petrolio rinvenuto nel Caucaso fece della Russia il primo produttore al
mondo fino al 1900. I fattori dello sviluppo furono molteplici. Le
ferrovie inizialmente finanziate con capitale estero furono
successivamente costruite con l’intervento diretto dello Stato. Il ruolo dello Stato
fu essenziale nella sostituzione della domanda privata, ciò significò puntare
sull’industria pesante e sacrificare la produzione di beni di consumo imponendo una
forte pressione fiscale sui contadini. Lo Stato si
impegno ad attirare capitali esteri accogliendo imprenditori stranieri in grado di impo
rtare tecniche e denaro. Il sistema bancario garantì la stabilità della moneta e favorì
gli investimenti di capitali provenienti dall’ estero. Il compito di garantire la stabilità
della moneta fu affidato alla Banca di Stato.

17.4. La società giapponese e l’apertura all’Occidente


Il Giappone seppe far emerger una classe imprenditoriale, giovandosi dell’apporto
dell’Occidente da cui prese le tecniche e alcune istituzioni, non consentì però
all’iniziativa straniera di sostituirsi a quella nazionale.
A metà Ottocento la struttura sociale era la seguente: al vertice vi era l’imperatore,
immediatamente sotto lo shogun ovvero una sorta di dittatore militare che da sette
secoli
esercitava veramente il potere, seguivano circa 250 diamo (signori feudali) 500 mila
samurai (uomini d’arme alla dipendenza dei signori) e, sotto di loro il popolo. Era
proibito cambiare condizione o mestiere. Inizialmente il Giappone era chiuso alle
influenze estere e vigeva il divieto di commerciare con gli occidentali. Gli Americani
nel 1854 costrinsero il governo nipponico ad aprire i suoi porti al commercio con gli
occidentali e vennero stipulati con gli Stati Uniti dei trattati commerciali. Con
l’ascesa al trono dell’imperatore Mutushito finì lo shogunato grazie a una ribellione
dei
daimyo e la nuova classe al potere, in collaborazione con gli occidentali diede avvio a
lla modernizzazione.

17.5. Le riforme e la modernizzazione del Giappone


Il Giappone ricorse varo importanti riforme per abolire il feudalesimo e ricorrere alla
tassazione della terra ai fini di trovare le risorse finanziarie utili al processo di
rinnovamento. Prima eliminò le distinzioni fra classi, poi restituì le terre feudali dei
diamo all’imperatore che le distribuì dando un indennizzo agli espropriati. Fu
introdotta un imposta fondiaria del 3% sul valore catastale del terreno che risultò
efficace per costringere i contadini ad accrescere la produttività. Molti samurai
vennero liquidati con titoli di Stato e poterono dedicarsi agli affari. La
popolazione giapponese aumentò notevolmente, passando da 32 milioni nel 1850 a
46
52 milioni nel 1913. Come in Russia l’agricoltura fu chiamata a sostenere il peso
della crescita industriale. L’occidentalizzazione fu favorita dalla
cultura giapponese, fondata sui valori collettivi del dovere,
della lealtà e della rettitudine che non erano in contrasto con i principi occidentali. So
prattutto
accolse consiglieri occidentali per introdurre innovazione che lo aiutassero nel proces
so di modernizzazione del paese. L’industrializzazione fu il principale obbiettivo e fu
proprio il governo a prendere l’iniziativa economica finanziando la costituzione di
imprese e dando vita a un vero e proprio capitalismo di
Stato. A poco a poco si costituì una classe di imprenditori a cui lo stato cominciò a ce
dere parte delle imprese che aveva costituito. Si venne a formare così un oligarchia
di uomini d’affari gli
zaibatsu che diedero vita a grandi concentrazioni industriali. Le industrie prosperaron
o grazie al protezionismo e dalle commesse statali per la conduzione delle guerre
contro la Cina e la Russia. Il sistema bancario si ispirò ai modelli occidentali. Furono
fondate numerose banche commerciali di tipo misto. Nel 1822 fu costituita la Banca
del Giappone con monopolio d’emissione e il compito
di stabilizzare la moneta nazionale, lo yen. L’indennità sostenuta dalla Cina sconfitta
permise al Giappone di aderire al gold standard.

18.L’ECONOMIA DELL’ITALIA UNITA


18.1. L’Italia al momento dell’Unità e il divario Nord-‐‐Sud
L’unificazione era avvenuta mentre l’avvio della seconda rivoluzione industriale
mostrava già il cammino da percorrere. L’Italia si presentava a questo appuntamento
con un’agricoltura complessivamente arretrata, con
un’industria quasi inesistente, una rete ferroviaria molto limitata, una marina costituit
a prevalentemente di velieri e un sistema bancario del tutto
inadeguato. L’Italia si rese conto che un ulteriore problema a questo stato d’arretrate
zza, aggravato dall’insufficienza di capitali, era l’esistenza di un divario
regionale che con il tempo cominciò a approfondirsi. Se si prendono in
considerazione, oltre al Pil, elementi come la dotazione di
infrastrutture, il credito, l’istruzione o la vita media risultava evidente l’arretratezza d
el Mezzogiorno. Questa si manifestò soprattutto nel prevalente settore
agricolo, mentre infatti l’agricoltura settentrionale aveva un punto di forza nelle
grandi aziende agrarie, che assicuravano investimenti, quella meridionale ne era
sprovvista e vedeva la prevalenza della cerealicoltura estensiva e della pastorizia
transumante. Nel settore industriale, ancora basati sull’artigianato e sul lavoro a
domicilio, vi erano pochi nuclei moderni sia a Nord che a Sud. Le industrie
meridionali favorite dal protezionismo si trovarono maggiormente esposte alla
concorrenza quando dopo
l’Unità si adottò la politica del libero scambio. Le regioni del Nord e del Sud, inoltre
non erano
complementari dal punto di vista economico, poiché erano entrambe sostanzialmente
dedite a un’agricoltura che dava più o meno gli stessi prodotti. La
47
popolazione dell’Italia tra il 1861 e il 1911 registrò un incremento del 40% passando
da 26 a 36 milioni di abitanti. L’istruzione era scarsamente diffusa e circa il 70%
della popolazione era analfabeta, nella parte settentrionale prevalevano gli studi
scientifici tecnici ed economici. Nel Mezzogiorno gli studi classici, l’avvocatura e la
medicina.

18.2. L’unificazione delle strutture economiche


Realizzata l’unificazione politica in modo ancora incompleto, fu necessario unificare
le strutture economiche del Paese, ciò avvenne attraverso vari stop:
• Il nuovo regno si dotò di una moneta propria: la lira italiana. L’Italia adottò così il
sistema bimetallico. La moneta cartacea era poco diffusa e il compito di metterla in
circolazione
spettava alle tre banche: Banca Nazionale Toscana, Banca Nazionale Sarda, Banca T
oscana di
Credito. Il tentativo di giungere a un unico grande istituto non riuscì per la resistenza
degli interessi economici locali.
• Fu unificato il debito pubblico, ciò era necessario sia per dare maggiore fiducia ai
risparmiatori nazionali, sia soprattutto, per darla agli investitori stranieri.
• L’unificazione doganale, infine, fu attuata rapidamente per rispondere all’esigenza
di dare vita a un vasto mercato nazionale.

18.3. La scelta liberoscambista e i suoi effetti


Il primo ventennio successivo all’ unità fu caratterizzato dalla scelta del libero scamb
io e dall’intervento dello Stato per dotare il Paese delle infrastrutture
necessarie. Questa scelta era stata questione di un ampio dibattito che assunse un
importanza molto
rilevante. Da un lato vi erano gli industriali che volevano conservare la protezione e
dall’altro i proprietari terrieri che invece che si battevano per il libero scambio. La
scelta era quindi tra: puntare sull’industrializzazione attraverso il protezionismo, che
avrebbe concesso alle industrie ancora giovani di potersi sviluppare al riparo dalla
concorrenza estera, oppure sull’agricoltura con il libero scambio, entrando nel
mercato internazionale come esportatore di prodotti agricoli e importatore di
manufatti. Prevalse quest’ultima perché regnava l’idea che l’Italia non avrebbe mai
potuto competere con le nazioni industrializzate per mancanza di capitali, materie
prime e maestranze
preparate. Gli effetti furono, un raddoppiamento delle esportazioni fra il 1861 e il 18
80 e uno stimolo alla specializzazione dell’agricoltura. Intorno al 1880 l’industria
continuava ad avere un peso inferiore sia nei confronti dell’agricoltura che del settore
terziario, essa si andava concentrando in alcune regioni del Nord dove esistevano
alcune piccole fabbriche tessili, siderurgiche e delle costruzioni navali. Il lavoro a
domicilio cominciò pian piano a scomparire.

18.4. Il ruolo dello Stato e le sue fonti di finanziamento


Lo Stato fece grandi sforzi nel tentativo di modernizzare il Paese, esso ebbe
48
un ruolo sostitutivo dei prerequisiti dello sviluppo, cercando di stimolare e sostenere
le attività economiche mediante grossi investimenti in opere
pubbliche. Fu necessario aprire strade, creare e modernizzare i porti, provvedere alla
costruzione della rete ferroviaria, creare una marina a vapore nazionale e infine
ampliare il servizio telegrafico e quello postale. Per sostenere le proprie spese lo
Stato fece ricorso a diverse fonti di finanziamento:
• Le entrate tributarie crebbero notevolmente e derivarono dai dazi di consumo, dalle
imposte sui terreni sui fabbricati e sulla “ricchezza mobile”. Pesante fu l’imposta sul
macinato che diede luogo a molti tumulti in tutta la Penisola.
• L’indebitamento pubblico Il governo emise titoli sotto la pari (prezzo di vendita infe
riore al valore nominale), per facilitarne la vendita. Il debito pubblico si triplicò in 20
anni.
• Vendita dei beni demaniali costituiti da terreni e fabbricati appartenenti allo Stato e
da quelli confiscati agli enti religiosi soppressi.
• Introduzione del corso forzoso dei biglietti di banca, lo Stato ricorse
all’indebitamento verso le banche di emissione e sancì l’inconvertibilità delle
banconote agevolando prestiti ai privati.

18.5. La crisi agraria e il ritorno al protezionismo


Il modello di sviluppo economico incentrato sulle esportazioni non funzionò più
bene quando l’Europa fu colpita dalla crisi agraria. L’arrivo del grano americano e
russo e di altri prodotti agricoli provocò una riduzione di quasi tutti i prezzi. L’Italia
avvertì in ritardo la crisi perché il corso forzoso agì come una sorta di
protezione avendo provocato una svalutazione della moneta che rendeva le merci
straniere più costose. Le conseguenze furono una diminuzione della produzione e una
riduzione della superfice agricola coltivata. L’attività industriale conobbe
un notevole impulso grazie alla protezione che era stata accordata ad alcuni suoi
rami (attraverso una tariffa che sostituì i dazi ad valorem con quelli specifici) e alla
maggiore disponibilità di capitali. La crisi agraria e la crescita industriale promosse
una coalizione tra industriali e proprietari terrieri che chiesero a gran voce un ritorno
a protezionismo. Fu adottata nel 1887 una tariffa fortemente protezionistica con una
chiara scelta a favore dell’industrializzazione con l’aiuto dello Stato.

18.6. La crisi bancaria


Fra il 1888 e il 1894, il Paese fu scosso da una profonda crisi economica e bancaria.
Buona parte dei capitali affluiti dall’estero con il momentaneo ritorno alla
convertibilità della moneta si erano indirizzati alle speculazioni edilizie. Lo Stato era
intervenuto con cospicui finanziamenti e su di essi si era appuntato l’interesse di
numerosi investitori desiderosi di partecipare al grande affare edilizio. Quando il
boom delle costruzioni cessò, parecchi investitori si trovarono in difficoltà e
trascinarono con loro le banche che li avevano
finanziati. Le banche di credito mobiliare furono travolte e doverono chiudere e il vu
oto che lasciarono fu colmato con la costituzione della Banca commerciale Italiana e
del Credito Italiano che assunsero il carattere di banche miste. La Banca Romana fu
49
al centro di un grosso scandalo per aver ecceduto nell’emissione di banconote e aver
finanziato alcuni politici. Lo Stato fu costretto a intervenire e con una legge del 893 a
ridurre a tre gli istituti di emissione: la Banca d’Italia, il Banco di Napoli e il Banco
di Sicilia.

18.7. Il decollo
Dopo il 1896, l’economia italiana riprese a crescere rapidamente, almeno fino alla
crisi ciclica del 1907. Furono gli anni di maggiore sviluppo con un tasso di crescita
superiore al 5%. E’ il periodo della Belle époque che in Italia coincise con l’età
giolittiana.
L’agricoltura potè giovarsi dei prezzi elevati e si formarono buoni mercati di consum
o in tutta la Penisola. Si fece ricorso ai concimi chimici e alle prime macchine
agricole. I lavori di bonifica resero coltivabili circa 400 mila ettari di terra. Lo
sviluppo industriale fu formidabile e riguardò tutti i rami. L’industria si concentrò in
tre regioni Piemonte, Liguria e Lombardia i cui capoluoghi costituirono i vertici del
triangolo industriale (Torino, Genova, Milano). L’industria della seta conservò una
quota rilevante del mercato mondiale e il suo ruolo risultò molto importante perché
oltre a mantenere l’Italia sui mercati internazionali consentì l’integrazione dei redditi
alle famiglie di contadini che allevavano i bozzoli e permise l’accumulazione di
capitali. L’industria pesante assunse il ruolo più rilevante di questo
periodo. L’industria siderurgica, appoggiata dallo Stato dalla Banca commerciale e
dal Credito italiano, conobbe una notevole
espansione e utilizzò i rottami di ferro. Fu anche organizzato un cartello siderurgico
che comprendeva le principali industrie del settore. L’industria meccanica crebbe
poco, tuttavia si svilupparono la produzione di locomotive, carrozze ferroviarie, navi
a vapore di ferro; assunse particolare importanza l’Ansaldo una società sorta a
Genova nel 1853. Le automobili erano fabbricate da un gran numero di piccoli
produttori (Lancia, Alfa, Bianchini e Isotta) che furono a poco a poco soppiantate
dalla Fiat sorta nel
1899. L’industria chimica, fece registrare una crescita modesta, limitandosi alla prod
uzione di concimi chimici e gomma, la cui produzione raggiunse un certo rilievo
grazie alla Pirelli (1872) L’industria elettrica puntò quasi soltanto sull’utilizzazione
delle risorse idriche poiché l’Italia difettava di risorse carbonifere. Il commercio
estero aumentò in misura considerevole, giungendo a raddoppiarsi dal 1900 al 1913.
La bilancia commerciale rimase sempre passiva ma il disavanzo venne colmato con
le rimesse dei numerosi emigrati e con le spese dei turisti stranieri.

18.8. Fattori di sviluppo e punti oscuri dell’economia italiana


Lo sviluppo economico italiano fu la conseguenza di numerosi fattori:
• Funzione dello Stato con l’avvio di una sorta di “capitalismo di Stato”, esso sostituì
talvolta la carenza di imprenditorialità e intervenne per sostenere o salvare imprese o
rami industriali in difficoltà

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• La funzione delle banche prima quelle di credito mobiliare e successivamente alla
crisi bancaria quelle miste. Si formarono stretti legami fra banche e imprese dove le
prime inserivano propri “fiduciari” nei consigli di amministrazione.

• Il protezionismo agevolò la crescita industriale del periodo giolittiano e allineò l’Ital


ia con gli altri paesi europei.
• Gli investimenti esteri risultarono particolarmente utile in un paese che stentava a
creare accumulazione
• Bassi salari reali nonostante l’aumento dei salari nominali che i lavoratori riuscirono
a ottenere grazie all’azione dei sindacati. Ciò nonostante le condizioni generali della
popolazione continuavano ad essere più difficili di quelle degli altri paesi
industrializzati, come risulta evidente dal fenomeno dell’emigrazione. Inoltre si
accrebbe il divario tra Nord e Sud che si cominciò a chiamare questione meridionale.

19.LA PRIMA GUERRA MONDIALE E LE SUE CONSEGUENZE


19.1. La Grande guerra
Nell’estate del 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale, che vide contrapposti da un l
ato l’Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia) e dall’altra
gli Imperi Centrali (Germania e Austria-‐‐Ungheria). Successivamente entrarono in
guerra altri paesi, come l’Impero turco, che si schierò con gli imperi centrali, mentre
il Giappone, l’Italia (1915) e gli Stati Uniti (1917) si allearono con l’Intesa.
Il conflitto fu scatenato per le rivalità politiche, economiche e militari. La
crescita economica tedesca aveva preoccupato Francia e Gran Bretagna, rivalità
economiche esistevano anche fra
Russia e Germania che allora erano confinanti, in più la questione dei Balcani vedeva
contrapposte le principali potenze europee. L’intenzione di effettuare una guerra
lampo fu subito sfatata, dopo l’invasione del Belgio da parte della Germania e il suo
insediamento sul fronte occidentale francese, essa si trasformò in una guerra di
posizione svolta nelle trincee. La guerra trovò i paesi belligeranti impreparati
soprattutto dal punto di vista economico. Era la prima guerra del mondo
industrializzato e gli sforzi dovevano essere rivolti alla produzione di tutto ciò che
serviva per vincerla (materiale bellico, vestiario, carburante, generi alimentari)). Gli
Alleati
imposero il blocco agli Imperi centrali vietando il commercio con essi anche ai paesi
neutrali, e i Tedeschi risposero con la guerra sottomarina.

19.2. L’economia di guerra e il costo del conflitto


Appena scoppiata la guerra i governi dichiararono l’inconvertibilità dei biglietti di
banca, per
evitare la corsa del pubblico per cambiare le banconote in monete metalliche. Si pass
ò al corso forzoso che sanciva la fine del gold standard. Vennero chiuse le Borse per
evitare speculazioni sui titoli. Un problema che si manifestò immediatamente fu
la difficoltà di far funzionare molte fabbriche, in seguito alla mobilitazione generale.
Fu subito chiaro che bisognava programmare un economia di guerra. I paesi coinvolti
51
crearono organismi governativi incaricati di procurare le materie prime
e organismi incaricati dei rifornimenti di generi alimentari e della fissazione dei prezz
i di vendita con un calmiere (provvedimento che stabilisce i prezzi massimi), si
sviluppò così il mercato nero. Si giunse al razionamento dei generi di prima necessità
e si tentò in tutti i modi di far aumentare la produzione agricola. I Tedeschi colpiti dal
blocco fecero ricorso a prodotti succedanei di quelli che non riuscivano a importare,
come la gomma sintetica. Lo Stato diventato il maggior acquirente di molti beni
favorì la concentrazione delle imprese, in modo tale da semplificare le trattative. Il
finanziamento della guerra fu effettuato in tre modi: l’aumento delle
imposte, aumento del debito pubblico, prestiti delle banche di emissione e prestiti
interalleati.

19.3. Le conseguenze dirette della guerra


Le conseguenze dirette furono molteplici:
• Le vittime nove milioni di morti
• I danni materiali riguardarono i territori dove si era combattuto e soprattutto la
Francia
• Sostituzione del lavoro maschile con quello femminile
• Pesante
intervento dello Stato nell’economia che provocò la fine del gold standard e la
riduzione del commercio internazionale
• Diffusione nuovi processi produttivi come la catena di montaggio e la standardizzaz
ione dei prodotti al fine di risparmiare tempo e manodopera.
• Stimolata la ricerca scientifica per la produzione di nuove armi e il
perfezionamento di macchine da guerra • Facili arricchimenti di coloro che
producevano e distribuivano tutto ciò che serviva agli eserciti

19.4. Le conseguenze indirette della guerra


Tra le conseguenze indirette possiamo enumerare:
• La crisi di riconversione del 1920-‐‐21 I paesi dovettero procedere alla ricostruzione
delle zone devastate dalla guerra e contemporaneamente
alla riconversione dell’economia di guerra in economia di pace. Le industrie che si
erano dedicate alla produzione di materiale bellico
furono costrette a chiudere o a ristrutturarsi profondamente. Durante il conflitto molti
consumi erano stati rinviati, di conseguenza finita la guerra esplose la domanda di be
ni che fece aumentare i prezzi e stimolò l’attività produttiva. Si giunse però, esaurita
la domanda insoddisfatta ne periodo bellico, a una crisi di sovrapproduzione,
che provocò una consistente
riduzione dei prezzi l’accumulo di merci invendute e la chiusura di numerose fabbric
he con conseguente disoccupazione.
• L’inflazione si sviluppò nel dopoguerra a causa dell’innalzamento dei costi di
produzione, della diminuzione dell’offerta di beni e soprattutto del forte incremento
dei biglietti di banca e di Stato messi in circolazione. Il marco tedesco in particolare
perse totalmente valore e in Germania l’inflazione si trasformò
52
in iperinflazione, portando alla sostituzione temporanea del marco col Rentenmark
(sola circolazione interna) fino all’adozione nel 1924 del Reichsmark moneta
convertibile in oro allo stesso valore dell’anteguerra. L’inflazione provocò
una violenta redistribuzione della ricchezza, colpendo i percettori di reddito fisso e
favorendo coloro che si erano indebitati o che vendevano beni.

• Gold exchange standard siccome le riserve auree non erano più sufficienti per assicu
rare la
convertibilità dei tantissimi biglietti di banca in circolazione, si decise di porre a gara
nzia dei biglietti, non solo l’oro ma anche le banconote convertibili in oro che perciò
si dissero “valuta chiave”.
• Debiti interalleati videro gli Stati Uniti e la Gran Bretagna assumere la posizione di
creditori. Keynes propose di annullare tutti i debiti generati dal comune sforzo. Gli
Americani pretesero che fossero saldati e gli Europei accettarono facendo ricorso alle
riparazioni di guerra imposte Alla Germania.
• Riparazioni di guerra a carico della Germania per un totale di 33 miliardi di dollari.
I Francesi furono molto duri nel pretenderle e occuparono insieme al Belgio il bacino
della Ruhr. Nel
1924 fu predisposto il piano Dawes che ridusse l’importo delle rate ma non dell’amm
ontare complessivo. Nel 1929 un nuovo piano Young ridusse il debito e le
annualità. Nel 1929 in seguito alla crisi, il presidente degli Stati Uniti Hoover
dichiarò la moratoria dei debiti tedeschi.

19.5. I mutamenti strutturali dell’economia


Ben più gravi e duraturi furono i mutamenti strutturali dell’economia: • Intervento
dello Stato nell’economia Il liberismo sembrava aver fatto il suo tempo con
l’incremento dell’intervento Statale. A guerra terminata si riteneva però che si doves
se ripristinarlo ma la lunga depressione degli anni Trenta e infine la Seconda guerra
mondiale non consentirono la riduzione dell’ingerenza statale anzi l’aumentarono. I
pubblici poteri spesso si sostituirono all’iniziativa privata incapace di affrontare
momenti particolarmente difficili.
• Perdita dell’egemonia politica ed economica dell’Europa rubata da paesi come Stati
Uniti e Giappone che profittarono del conflitto per conquistare il primato. Il vecchio
continente era in grossa difficoltà per i danni causati dal conflitto e il suo accresciuto
frazionamento economico non gli concesse di mantenere l’egemonia.

20. L’UNIONE SOVIETICA


20.1. La rivoluzione e il comunismo di guerra
Nel febbraio del 1917 scoppiò la rivoluzione in Russia, che costrinse lo zar Nicola II
ad abdicare e portò al potere dapprima il principe Georgij L’vov e poi Aleksandr
Kerenskij. Il nuovo governo, di
orientamento liberale, era debole e decise di continuare la guerra, mentre si andavano
organizzando i primi Soviet (consigli) dei rappresentanti degli operai e dei soldati.
Intanto si rafforzava il partito bolscevico, poi detto comunista, sotto la guida
53
di Nikolaj Lenin il cui
programma prevedeva la fine della guerra senza annessioni ne indennità e il diritto di
autodeterminazione dei popoli, nonché la distribuzione delle terre ai contadini e il
controllo degli operai sulle fabbriche. I comunisti conquistarono il potere con
la rivoluzione di ottobre nel 1918, poco dopo stipularono la pace separata con la
Germania. Seguì una lunga guerra civile alla fine della quale nel 1922 fu
proclamata l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Urss). La realizzazione
del socialismo in Russia passò attraverso tre fasi distinte: il comunismo di guerra, la
Nuova politica economica e la pianificazione. Il comunismo di guerra (1917-‐‐21) fu
il regime economico instaurato mentre era in corso la guerra
civile fra l’Armata Rossa e le armate “bianche” controrivoluzionarie, sostenute
da Stati Uniti, Inghilterra, Francia e Giappone.
I provvedimenti del comunismo di guerra furono:
• L’abolizione della proprietà privata delle terre la confisca delle terre dei nobili, della
Chiesa e della Corona, che divenute statali, passarono in “usufrutto” ai lavoratori e
vennero assegnate ai Soviet dei contadini dei distretti.
• Requisizione forzata dei generi alimentari in eccedenza per rifornire le città. • La
nazionalizzazione delle industrie e delle banche che vennero espropriate senza
indennizzo e assorbite dalla Banca di Stato.

20.2. La Nuova politica economica


Dal 1921 al 1928 fu applicata da Lenin una Nuova politica economica (Nep), che fu a
dottata in seguito al fallimento del comunismo di guerra (“un passo indietro per
andare
avanti”). Nel settore agricolo fu abolito l’obbligo di cedere le eccedenze agricole che
fu sostituito con un imposta prima in natura e poi in denaro. I contadini furono
autorizzati a vendere i loro prodotti sul mercato libero e ebbero la possibilità di dare
in affitto la terra e di assumere salariati. Nacquero così tre categorie di contadini: il
proletariato rurale, i contadini poveri, e i kulaki ricchi
contadini che prendevano terre in affitto le coltivavano con l’ausilio di braccianti e ve
ndevano i prodotti sul mercato libero.
Il settore industriale fu diviso in due: quello privato, che però forniva il 5% della prod
uzione, e quello
pubblico. Le fabbriche nazionalizzate avevano una gestione decentralizzata. L’Unio
ne Sovietica puntò sull’industria pesante.
Il commercio interno fu liberalizzato e si creò una rete vastissima di punti vendita
privati, mentre il commercio con l’estero rimase di competenza dello Stato. Il sistema
bancario fu ricostituito. Fu fondata una nuova Banca di Stato, la Gosbank, incaricata
di
emettere il nuovo rublo, in sostituzione di quello precedente completamente svalutato
. Il rublo non venne definito in oro e la Russia non entrò nel gold exchange standard.
Si costituirono alcune banche specializzate in forme particolari di credito, una rete di
Casse di risparmio e una di cooperative di credito.

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20.3. La pianificazione
Alla morte di Lenin (1924), si scatenò la lotta per la successione fra Josif Stalin, che
puntava al “socialismo in un solo paese”, contro Le Trotskij che riteneva necessaria
la rivoluzione in tutto il mondo. Nel 1928 Stalin, salito al potere, considerando
superata la Nep riprese la strada verso il socialismo e promosse l’economia
pianificata. In agricoltura fu avviata una rapida collettivizzazione delle terre con lo
scopo di giungere ad
aziende di vaste dimensioni per favorire l’ingresso delle macchine e l’incremento dell
a produttività. Si scatenò una dure lotta contro i kulaki e i nepmen. I contadini furono
spinti a creare
dei kolschoz (cooperative volontarie), ossia aziende agricole collettive, conferendo la
loro terra. Accanto alle fattorie collettive si formarono aziende agricole di proprietà
statale i sovchoz (aziende sovietiche) i cui lavoratori erano dipendenti pubblici e i cui
prodotti erano distribuiti attraverso le aziende statali di commercio all’ingrosso.
Nel commercio e nell’industria si eliminò gradualmente il settore privato e si
passò alla
pianificazione. L’attività economica fu completamente pianificata e il compito di pro
vvedervi fu
affidato al Gosplan (comitato per la pianificazione di Stato) che doveva preparare i pi
ani quinquennali e controllare che fossero attuati. Fino al 1941 vi furono tre piani
quinquennali, i primi due consentirono una rapida industrializzazione del paese
mentre il terzo non fu portato a termine per lo scoppio della guerra.

21. LA GRANDE DEPRESSIONE


21.1. L’espansione degli anni Venti negli Stati Uniti
Nei “felici anni Venti” dal 1922 al 1929, gli Stati Uniti conobbero
un periodo di prosperità che si
basò principalmente sul mercato interno stimolato dalla politica degli alti salari, dalle
vendite a rate e dalla diffusione della pubblicità commerciale. Il ramo
automobilistico risultò in evidente espansione, la fabbricazione e la circolazione di un
gran numero di automobili stimolò la produzione e il consumo di petrolio, acciaio,
gomma e vetro e fu necessario costruire nuove strade. Altre industrie in grande
espansione furono quelle elettrica e chimica. Nonostante il mercato interno non fosse
in grado di assorbire la grande produzione e gli Stati Uniti avessero adottato da tempo
una politica isolazionistica, introducendo elevati dazi doganali, le esportazioni furono
finanziate con gli investimenti di capitale all’estero.

21.2. La lenta crescita dell’Europa


In Europa la ripresa fu molto fiacca.
La Gran Bretagna conobbe una crescita lenta, le difficoltà emerse già prima della gue
rra furono accentuate da quest’ultima. I paesi non coinvolti nel conflitto saturarono
parte del mercato di
esportazioni britanniche, favoriti dalla decisione inglese di ripristinare la convertibilit
55
à della sterlina al valore dell’anteguerra. Infatti la moneta inglese che ormai non
teneva più testa al dollaro risultò sopravalutata e ciò significò un ulteriore
disincentivo all’esportazione. In Germania il pagamento delle riparazioni fece cedere
gratuitamente ai Tedeschi la maggior parte del ricavato ottenuto con l’esportazione
della sua produzione. La produzione industriale inoltre risentì della perdita del 13%
del territorio che era ricco di materie prime. Dopo la stabilizzazione del marco
furono stabiliti degli alti tassi d’interesse per favorire l’affluenza di capitali stranieri.
Così la produzione si riprese e tornò ai livelli prebellici.
La Francia registrò i progressi migliori. Riuscì infatti a incrementare la produzione
industriale del 40% e il Pil pro capite del 35%. Le ragioni furono il recupero
dell’Alsazia e della Lorena e la stabilizzazione del
franco a un valore realistico, che tenne conto della sua perdita di valore. La
produzione industriale si servì dei lavoratori stranieri e aumentò notevolmente. Le es
portazioni crebbero e per la prima volta la bilancia commerciale francese divenne
attiva.

21.3. In Italia: battaglia del grano, bonifiche e stabilizzazione della lira


Anche l’Italia profittò della congiuntura positiva degli anni Venti e si pose in Europa
subito dopo la
Francia per i risultati ottenuti. Il potere fu preso dai fascisti con la “marcia su Roma”.
Il nuovo governo realizzò il pareggio del bilancio statale e diede spazio alla libera
iniziativa avvantaggiando industriali e proprietari terrieri. La bilancia commerciale
rimase passiva perché l’Italia era costretta a importare le materie prime di cui era in
difetto. Nel 1925 fu avviata la battaglia del grano per tentare di ridurre la dipendenza
dalle importazioni. Questa puntò ad incrementare la produzione di frumento
attraverso la bonifica integrale di molti terreni che consisteva nella normale bonifica
idraulica più la creazione delle infrastrutture necessarie alle terre recuperate. Inoltre
impose alti dazi d’importazione.
Le importazioni tuttavia continuarono ad aumentare e la domanda di valute estere per
poterle pagare determinò il peggioramento del cambio della lira rispetto alle altre
monete (la sterlina Giunse a 133 lire). Il governo ottenuto un prestito dal mercato
americano decise la stabilizzazione della lira fissando il suo valore in oro in maniera
tale che il cambio con la sterlina raggiungesse la “quota
novanta”. Le esportazioni furono scoraggiate, mentre le importazioni si poterono fare
a prezzi più convenienti, con vantaggio per l’acquisto di materie prime e lo sviluppo
industriale. Nel 1926 un provvedimento riservò solo alla Banca d’Italia il diritto di
emettere biglietti.

21.4. La crisi del 29


L’economia mondiale degli anni Venti presentava alcuni squilibri fondamentali, utili
a spiegare la crisi successiva.
L’opportunità offerta dalla guerra e lo sviluppo della tecnologia fecero aumentare la p
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roduzione
industriale. La mancanza di sbocchi alla fine del conflitto generò una sovrapproduzio
ne cronica, che portò la disoccupazione a livelli molto elevati. Inoltre gli Stati Uniti si
chiusero si chiusero in un
forte isolazionismo rifiutando di assumere il ruolo di leader dell’economia mondiale,
e svantaggiando così il commercio internazionale. Nel 1929 proprio in America si
manifestò una grave crisi borsistica a cui fece seguito una depressione durata alcuni
anni. Sull’onda dell’euforia degli anni 20 le banche cominciarono a concedere
prestiti facili e le holding spinsero verso l’alto il valore delle azioni anche con
pratiche
scorrette come l’aggiotaggio. Ciò incoraggiò molti risparmiatori a investire il loro de
naro e prese via un enorme speculazione. Quando il prezzo delle azioni, ormai giunto
a livelli elevatissimi,
cominciò a scendere tutti si precipitarono a vendere i titoli azionari causando l’esplosi
one della bolla speculativa creatasi precedentemente che portò alla crisi della Borsa
di New York nel 1929.

21.5. I difficili anni Trenta


In un economia affetta da numerosi squilibri la speculazione borsistica portò
dapprima a un aumento della domanda con un conseguente aumento della produzione
e successivamente, per via della crisi, al suo crollo e quindi alla mancanza di sbocchi
per le merci prodotte che determinò
una crisi di sovrapproduzione. Molte fabbriche chiusero e la disoccupazione dilagò. L
e banche non riuscirono a recuperare i loro prestiti e fallirono a migliaia, il governo
dovette intervenire per salvare quelle più solide e sottopose la borsa al controllo di un
apposito ente, la SEC (Security Exchange Commissioni).
La depressione si diffuse dappertutto a causa degli scambi internazionali e del ruolo
predominante che quel Paese aveva nell’economia mondiale. Inoltre molti capitali
americani erano stati investiti in Europa, soprattutto in Germania. La Germania fu il
paese europeo maggiormente colpito dove la crisi assunse un carattere bancario. La
Repubblica di Weimar si dimostrò fragile e instabile dal punto di vista politico e
soprattutto economico per lo stretto
legame che si era venuto a creare fra banche e imprese. Inoltre dopo il crollo di Wallj
Street il richiamo dei capitali che erano stati prestati alla Germania aumentò
notevolmente per timore che la crisi si potesse estendere. I Tedeschi ebbero difficoltà
a pagare, e furono salvati dalla “moratoria Hoover”.

22. LE POLITICHE CONTRO LA DEPRESSIONE


22.1. Il deficit spending
I Paesi colpiti dalla depressione, adottarono quasi tutti politiche ispirate ai principi
keynesiani che
prevedevano un maggiore intervento dello Stato in economia. Tuttavia ciò avvenne c
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on ritardo perché essi erano fortemente legati alle concezioni economiche liberali.
Per contrastare la diminuzione dei prezzi ricorsero tutti a un inasprimento della politi
ca protezionistica, soprattutto gli Stati Uniti che aumentarono i dazi d’importazione
in media al 60% provocando reazioni di rappresaglia da parte degli altri paesi. Gran
Bretagna, Francia e Giappone incrementarono gli scambi con i loro possedimenti e
cercarono di far fronte alla crisi stringendo rapporti commerciali più intensi
all’interno delle aree che controllavano. I governi si convinsero con ritardo che
era necessario sostenere la domanda globale dei prodotti, sia interna che
internazionale. La domanda interna fu aumentata con la politica del deficit
spending, che si rifaceva alle teorie di Keynes, ricorrendo all’indebitamento per
sostituire la domanda privata con quella pubblica. Furono avviati dappertutto grandi
lavori pubblici che assicuravano un salario ai lavoratori.

22.2. Le svalutazioni competitive


Il sostegno alla domanda interna non bastava, era necessario stimolare la domanda
estera.
Questo fu possibile con le svalutazioni competitive, vale a dire un ribasso dei prezzi e
spressi in valuta estera attraverso la svalutazione della propria moneta. Nel 1931
il governo britannico decise di dichiarare l’inconvertibilità della sterlina, che era stata
sottoposta a pressioni dagli altri paesi che avevano deciso di cambiare in oro le
riserve che
detenevano in sterline. La Banca d’Inghilterra non cambiò più la sterlina alla parità c
on l’oro e
lasciò che il suo valore fosse liberamente determinato dal mercato sulla base della do
manda e
dell’offerta di sterline. La domanda di sterline diminuì e la moneta inglese perse il 30
% del suo valore. La sterlina usciva così dal gold exchange standard. Il dollaro fu
svalutato del 41% e la moneta statunitense fu dichiarata inconvertibile. Gli altri paesi
seguirono Stati Uniti e Inghilterra nella loro decisione per recuperare la competitività
perduta. Quando tutte le monete furono svalutate si tornò sostanzialmente al punto di
partenza e nessuno godeva più dei vantaggi competitivi, di
conseguenza le svalutazioni non furono in grado di dare
un consistente impulso agli scambi internazionali. Decretarono però la fine del gold e
xchange standard, ormai i biglietti di banca avevano definitivamente sostituito la
moneta metallica.

22.3. L’intervento statale negli Stati Uniti: il New Deal


Le misure ricordate determinarono una forte ripresa dell’intervento dello Stato
nell’economia. Negli Stati Uniti fu attuato con il New
Deal del nuovo presidente Roosevelt, che prevedeva una serie di misure in diversi
campi: • Nel settore industriale, fu approvata una legge, il Naira
(National Industrial Ricoveri Act). Si favorì la concentrazione delle imprese per
diminuire i costi, e si fissarono per ogni ramo industriale dei codici, che fissavano i
58
prezzi, i salari e l’orario di lavoro. Lo scopo era quello di rilanciare l’attività
produttiva ed evitare la sovrapproduzione.

• Nel settore agricolo, il governo americano ritirò le eccedenze dal mercato e


concesse sussidi a chi riduceva le terre coltivate, nonché un’indennità a chi lasciava i
propri campi a maggese o vi coltivava leguminose.
• In campo bancario una legge pose fine alle banche miste e stabilì una netta distinzio
ne fra banche commerciali e banche d’investimento.
• Venne creato un piano di sviluppo della valle del Tennessee, mediante la creazione
di un ente federale la Tennessee Valley Authority (Va), e fu avviato un vasto piano di
lavori pubblici.

22.4. L’intervento statale nei paesi europei


La Gran Bretagna incoraggiò le fusioni di
imprese e la razionalizzazione dei settori in crisi. Per combattere la
disoccupazione, il governo incentivò con sussidi la creazione di fabbriche nelle zone
depresse. In Francia si puntò su un incremento dei salari, in seguito agli accordi fra
imprenditori e lavoratori promossi dal governo del Fronte popolare. La riduzione
della settimana lavorativa e una politica di grandi opere pubbliche avevano lo scopo
di ridurre la disoccupazione e fornire potere d’acquisto ai lavoratori. In Germania il
nuovo governo nazista di Adolf Hitler, introdusse piani quadriennali. Il primo piano
si propose di ridurre la disoccupazione mediante l’avvio di lavori pubblici e favorend
o la
concentrazione industriale. Il secondo piano puntò sulla realizzazione dell’autarchia,
vale a dire dell’autosufficienza economica, ma il suo reale obbiettivo era il riarmo
della Germania.
In Italia l’intervento dello Stato fu particolarmente deciso e si orientò verso
l’autarchia. Nel settore industriale si favorirono la concentrazione e varie forme di
consorzi e di intese per ridurre la concorrenza e i costi di produzione. Furono inoltre
realizzate numerose opere pubbliche e concessi assegni familiari ai lavoratori e si
estesero le assicurazioni sociali. Le banche miste
sostennero il processo di concentrazione. Le principali banche vi si trovarono sull’orl
o del fallimento e il governo dovette intervenire per salvarle.
Nel 1933 fu costituito l’Iri (istituto per la ricostruzione industriale) che assunse le part
ecipazioni industriali possedute dalle banche salvate con lo scopo di rivenderle
successivamente a privati, ma non ci riuscì perciò dovette conservare i pacchetti
azionari e costituire diverse holding per gestirli (es. Fincantieri, Fin meccanica).

22.4. L’intervento statale nei paesi europei

59
La Gran Bretagna incoraggiò le fusioni di
imprese e la razionalizzazione dei settori in crisi. Per combattere la
disoccupazione, il governo incentivò con sussidi la creazione di fabbriche nelle zone
depresse. In Francia si puntò su un incremento dei salari, in seguito agli accordi fra
imprenditori e lavoratori promossi dal governo del Fronte popolare. La riduzione
della settimana lavorativa e una politica di grandi opere pubbliche avevano lo scopo
di ridurre la disoccupazione e fornire potere d’acquisto ai lavoratori. In Germania il
nuovo governo nazista di Adolf Hitler, introdusse piani quadriennali. Il primo piano
si propose di ridurre la disoccupazione mediante l’avvio di lavori pubblici e favorend
o la
concentrazione industriale. Il secondo piano puntò sulla realizzazione dell’autarchia,
vale a dire dell’autosufficienza economica, ma il suo reale obbiettivo era il riarmo
della Germania.
In Italia l’intervento dello Stato fu particolarmente deciso e si orientò verso
l’autarchia. Nel settore industriale si favorirono la concentrazione e varie forme di
consorzi e di intese per ridurre la concorrenza e i costi di produzione. Furono inoltre
realizzate numerose opere pubbliche e concessi assegni familiari ai lavoratori e si
estesero le assicurazioni sociali. Le banche miste
sostennero il processo di concentrazione. Le principali banche vi si trovarono sull’orl
o del fallimento e il governo dovette intervenire per salvarle.
Nel 1933 fu costituito l’Iri (istituto per la ricostruzione industriale) che assunse le part
ecipazioni industriali possedute dalle banche salvate con lo scopo di rivenderle
successivamente a privati, ma non ci riuscì perciò dovette conservare i pacchetti
azionari e costituire diverse holding per gestirli (es. Fincantieri, Fin meccanica).

22.5. La Seconda guerra mondiale


Molto più della prima questa fu una guerra “mondiale”. Provocò danni enormi, specia
lmente a causa dei bombardamenti che distrussero città, porti e impianti industriali.
Questa volta la guerra fu preparata e scoppiò nel 1939 quando dopo l’invasione della
Polonia da parte delle truppe tedesche, la Francia e la Gran Bretagna dichiararono
guerra alla Germania; una guerra che si protrasse fino al 1945. In seguito (1940-‐‐41)
furono coinvolti moltissimi paesi, Russia e Stati Uniti che si schierarono contro la
Germania mentre Italia e Giappone che invece si allearono con essa.
La capacità produttiva dei belligeranti fu determinante e la produzione industriale cre
bbe
enormemente. L’organizzazione dell’economia di guerra fu accuratamente preparata.
Gli Alleati Attuarono nuovamente il blocco contro la Germania. Gli Stati Uniti, non
subendo la guerra sul
proprio territorio poterono sfruttare al massimo la loro capacità produttiva. L’evoluzi
one tecnica subì una forte accelerazione in tutti i campi ma soprattutto in quello della
chimica. Fu inventato il radar e si portarono avanti sperimentazioni sui razzi e
sull’utilizzazione dell’energia atomica. Il costo della guerra fu 5 volte quello della
Prima guerra mondiale, fu finanziato con l’imposizione fiscale, il debito pubblico e i
60
debiti con le banche e interalleati grazie ai quali gli Stati Uniti si arricchirono
notevolmente.

61
PARTE TERZA -‐‐ L’ECONOMIA CONTEMPORANEA (1950-‐‐2012)

23. UNA NUOVA RIVOLUZIONE I PROBLEMI DEMOGRAFICI

23.1. I caratteri dell’economia contemporanea

L’elemento più caratteristico del periodo è la terziarizzazione dell’economia. Sono


trasformazioni molto più profonde di quelle delle altre rivoluzioni, l’avvento
dell’informatica fa del mondo un “villaggio globale”, collegato in rete mediante
internet. Gli anni dalla fine della guerra ai nostri giorni hanno vista una crescita senz
a precedenti,
accrescendo enormemente le risorse a disposizione dell’umanità contrariamente alle t
eorie sostenute da Malthus. Possiamo dividere il periodo in esame in due fasi: una di
vigorosa espansione e una successiva di rallentamento. Effettuata rapidamente la
ricostruzione, prese avvio una lunga fase di sviluppo. Si trattò di un periodo di
elevata crescita economica e di grandi conquiste tecnologiche, che
consentirono di mantenere una popolazione in continuo aumento. A partire dagli anni
Settanta l’economia mondiale rallentò senza però esaurirsi, anzi molti paesi
asiatici, fra i quali spiccano la
Cina e l’India fecero registrare una crescita straordinaria e un miglioramento delle co
ndizioni di vita. Altra caratteristica fu la contrapposizione fra due modelli
economici: l’economia di mercato e l’economia pianificata. Si trattò di una vera sfida
fra sistemi economici e politici diversi, condotta
sotto la guida delle due superpotenze dell’epoca, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica,
che difendevano e cercavano d’imporre il loro modello. Il crollo dell’economia
pianificata segno il predominio dell’economia di mercato.
23.2. L’esplosione
demografica La popolazione mondiale non è mai cresciuta come negli ultimi sessanta
anni. Essa è passata da 2,5 a oltre 7 miliardi. La crescita demografica più consistente
fu realizzata dall’Africa mentre il peso della popolazione europea è continuato a
diminuire. Il regime demografico moderno con bassi tassi di natalità e bassi tassi di
mortalità, si è ormai affermato nella maggior parte delle nazioni del mondo. La vita
media si è portata a 80 anni. Sia i paesi con un elevato numero di anziani sia quelli
con una popolazione molto giovane devono mantenere classi di età non produttive o
poco produttive. Il nucleo familiare ha subito profonde modificazioni, la famiglia del
XXI secolo è composta mediamente da tre unità. Le cause del forte incremento
demografico oltre a quelle dei secoli precedenti, che hanno
continuato a avere un ruolo importantissimo, vanno ricercate principalmente nei prog
ressi della medicina e della chirurgia. Si sono diffusi nuovi medicinali, si è diffuso
l’uso dei vaccini, ma soprattutto si sono diffusi i trapianti di organi. Le epidemie sono
quasi scomparse.

62
23.3. Urbanesimo e grandi migrazioni
All’inizio del XXI si erano formati enormi agglomerati urbani. La popolazione
urbana ormai supera il 75% di quella complessiva nelle nazioni più progredite e il 30-
‐‐40% in quelli più poveri.
Le migrazioni assunsero nuove caratteristiche, con l’entrata in funzione della Comuni

economica europea (1958) vi fu una forte corrente migratoria dai paesi del Mediterra
neo verso quelli dell’Europa centrale e settentrionale che durò fino agli anni 70. A
partire dagli ultimi decenni
del secolo XX, nei paesi dell’Europa occidentale risultò sempre più difficile reperire
manodopera per lo svolgimento di lavori domestici o per l’assistenza agli anziani o
per effettuare lavori pesanti, divenne perciò necessario accogliere
immigrati. Anche gli Stati Uniti sono stati interessati da un ondata migratoria che sta
cambiando le
caratteristiche demografiche di quel Paese. Nel 1965 fu approvata una nuova legge
sull’immigrazione che eliminò il sistema delle quote introdotto negli anni Venti
stimolando enormemente l’ingresso degli emigrati.

24. UNA NUOVA RIVOLUZIONE I SETTORI PRODUTTIVI

24.1. Agricoltura e mezzi di sussistenza

La produzione agricola è aumentata considerevolmente grazie all’introduzione di


nuove macchine e all’uso sempre più esteso di insetticidi e di
fertilizzanti, all’introduzione di nuovi metodi di
allevamento e di nuove varietà di grano, mais e riso, nonché mediante la diffusione
dell’irrigazione.
Dopo la guerra il numero degli addetti all’agricoltura diminuì enormemente, fino a po
rtarsi nei
paesi maggiormente sviluppati, sotto il 5% della popolazione attiva. L’incremento ri
guardò soprattutto i paesi asiatici. Nei paesi ricchi si diffuse l’obesità. Gli effetti
furono diversi nelle varie aree del mondo: • Nei paesi industrializzati la produzione
agricola divenne eccedente e i prezzi mostrarono una tendenza a diminuire. Fu
necessario l’intervento da parte dei governi per proteggere i redditi
degli agricoltori attraverso soprattutto barriere non tariffarie (controlli) e politiche di
Sostegno dei redditi agricoli. • Nei paesi asiatici la produzione riuscì a soddisfare le
esigenze della popolazione. Alcune grandi zone come la Cina e l’India, diventate
autosufficienti, furono anche in grado di esportare prodotti agricoli. • Nell’Unione
Sovietica e nei paesi orientali a economia pianificata dopo un iniziale incremento
della produzione agricola vi fu, dopo gli anni Settanta, un crollo che li costrinse a imp
ortare
generi alimentari dall’estero. La proprietà collettiva della terra, la carenza di fertilizza
nti e la scarsa utilizzazione delle nuove tecniche furono responsabili

63
di risultati così deludenti. • Nei paesi più poveri soprattutto in quelli africani, si andò
spesso incontro a crisi alimentari e periodi più o meno lunghi di malnutrizione
L’allevamento del bestiame fece registrare una crescita inferiore all’incremento della
popolazione mondiale. Il fatto è che gli uomini sono in concorrenza con gli animali
per ciò che concerne l’alimentazione e questo è stato l’ostacolo più grande.

24.2. Industria e tecnologia


Lo sviluppo industriale fu condizionato dal progresso della scienza e della tecnica. La
metallurgia si rinnovò profondamente e si diffuse la produzione di leghe leggere.
L’industria chimica iniziò a produrre fibre artificiali e sintetiche e numerose materie
plastiche che pian piano sostituirono il metallo in molti settori. L’industria
elettrica diventò indispensabile, oggi l’elettricità è ottenuta per due terzi da centrali
termiche e per il resto in parti quasi uguali da centrali idroelettriche e nucleari. Il
petrolio continuò
ad alimentare numerosi metodi di trazione e diverse macchine che lo utilizzano per
la combustione. Anche l’estrazione del gas naturale, soprattutto in Cina e negli Stati
Uniti, costituisce un importante fonte di energia.
L’industria automobilistica è diventata l’industria simbolo di questo periodo. Oggi so
no in
circolazione più di un miliardo di autoveicoli. L’utilizzazione delle autovetture richie
de l’esistenza di un efficiente rete stradale e ciò diede impulso alla costruzione di
grandi autostrade. L’industria aereonautica produsse una gran quantità di aerei sia per
scopi commerciali che turistici, fu necessario costruire giganteschi aeroporti in tutto il
mondo e finirono i viaggi per mare sulle lunghe distanze. Si diffusero anche i treni ad
alta velocità. Tra le nuove industrie possiamo annoverare le centrali nucleari, che
producono energia elettrica
attraverso l’utilizzo di uranio arricchito (uranio 235), e le industrie aereospaziali che
determinarono una lotta per la conquista dello spazio che contrappose Stati Uniti e
Unione Sovietica.

24.3. La rivoluzione informatica


Le innovazioni più rivoluzionarie ebbero luogo nel campo dell’elettronica, lo svilupp
o della tecnologia si basò su alcune fondamentali scoperte (diodo, triodo), alle quali si
affiancò nel 1948 quella del transistor; vi fu una tendenza crescente alla
miniaturizzazione e alla produzione di microelettronica.
Lo sviluppo dell’elettronica è normalmente associato a quello del calcolatore e quindi
dell’informatica. Il primo calcolatore apparve negli anni 40 con il grande elaboratore.
Negli anni Settanta apparvero i minielaboratori e nel decennio successivo i
microelaboratori (personal
computer) che trasformarono radicalmente l’informatica. La rivoluzione informatica
aveva preso piede. Le trasformazioni indotte dalla tecnologia hanno portato a
una disoccupazione tecnologica grazie all’introduzione di nuove apparecchiature
“glamour sabini”

64
24.4. Verso una nuova rivoluzione tecnologica
L’uso dei combustibili fossili non può durare ancora per molto tempo dato che la loro
quantità è limitata. Eppure tutte le attività economiche sono oggi dipendenti dai
combustibili fossili, il cui utilizzo è inoltre la principale causa del surriscaldamento
del Pianeta. Negli ultimi anni si è preso coscienza
della necessità di ricorrere a fonti energetiche rinnovabili, queste sono alla base di
quella che si chiama economia verde o green economy. Si prevede in particolare la
diffusione delle cellule fotovoltaiche e nel campo dei trasporti dei veicoli
elettrici, che sostituiranno il motore a
scoppio. Insomma è in atto una nuova rivoluzione tecnologica che dovrebbe gradual
mente portare all’impiego di fonti di energia rinnovabili. L’Unione Europea ha
dottato la cosiddetta strategia 20-‐‐20-‐‐20 con la quale entro il 2020 i paesi europei
dovranno: ridurre almeno del 20% l’emissione di gas serra rispetto al livello del
1990, una riduzione del 20% del consumo di energia previsto, accrescendo
l’efficienza energetica e una produzione di almeno il 20% dell’energia consumata con
fonti rinnovabili.

24.5. La Terziarizzazione dell’economia


L’elemento che maggiormente ha caratterizzato questo periodo è stato lo sviluppo del
settore
terziario diventato il settore predominante dell’economia. Si parla di terziarizzazione
dell’economia, di deindustrializzazione o anche di società postindustriale. Aumentan
o
notevolmente i servizi pubblici e privati a disposizione della collettività. Permane il p
roblema del calcolo della quota del Pil da attribuire agli stessi, e anche della
misurazione della loro produttività. Si determina una maggiore presenza delle donne
nel mondo del lavoro.

24.6. Il settore dei servizi


Il settore terziario ha messo a disposizione delle persone, delle imprese e delle
istituzioni una vasta gamma di servizi.
Il commercio interno fu caratterizzato da una rapida diffusione di supermercati, centri
commerciali, discount e dalla diffusione del commercio elettronico tramite gli
acquisti via internet. Il commercio estero dopo le difficoltà degli anni Trenta fu
agevolato nella maggior parte dei paesi da una politica di libero scambio, dal
ripristino di un sistema di cambi fissi e dalla costituzione di organizzazioni
internazionali.
Il sistema bancario ha subito profonde trasformazioni. Le banche estesero la loro attiv
ità a una vasta gamma di servizi rivolti a molti soggetti, col processo di
concentrazione si formarono grandi
gruppi bancari e le banche aprirono filiali all’estero diventando esse stesse multinazio
nali. Dagli anni Settanta dappertutto si affermò la banca

65
universale, ossia un tipo di azienda di credito in grado di servire qualsiasi servizio ai
clienti. Si diffuse la carta di credito e quindi la moneta elettronica.
Il
turismo diventò di massa e acquistò notevole rilevo economico grazie all’aumento me
dio del reddito all’evoluzione dei mezzi di trasporto.

25. LA RICOSTRUZIONE DELL’ECONOMIA MONDIALE


25.1. Gli accordi politici: Yalta e Onu
Le intese più politiche furono quelle di Yalta e di San Francisco. Alla conferenza di
Yalta (1945) si incontrarono il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt,
il primo ministro britannico Winston Churchill e Josif Stalin per l’Unione Sovietica.
Questa portò alla divisione del mondo in due zone di influenza: americana e
sovietica, si estese sull’Europa quella che Churchill chiamò “cortina di ferro”, ed era
iniziata la cosiddetta Guerra fredda. La Germania fu divisa in due Stati: a ovest la
Repubblica Federale Tedesca e a est la Repubblica Democratica Tedesca. Berlino fu
divisa in quattro zone una controllata dai Sovietici e le altre tre da
Francesi Inglesi e Americani; fu eretto un lungo muro che divideva la parte est dalla p
arte ovest che rimase in piedi quasi 30 anni. A San Francisco nacque nel 1947
l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) con lo scopo di mantenere la pace e la
sicurezza, realizzare cooperazione internazionale in campo economico, sociale,
culturale e umanitario e promuovere il rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti
dell’uomo. I paesi aderenti aumentarono progressivamente fino a comprendere tutti
gli Stati indipendenti della Terra. I cinque paesi vincitori della guerra si riservarono
il “diritto di veto”.

25.2. Gli accordi economici: Brettoni Woods e Gatta


A Brettoni Woods i rappresentanti di 44 paesi ripristinarono, nel 1944 un sistema
monetario internazionale basato sui cambi fissi. Si diede vita a un nuovo gold
exchange standard stabilendo la sola convertibilità in oro del dollaro da parte delle
banche centrali. Ogni paese doveva definire in oro la propria moneta dichiarandone
la parità, in modo da poter determinare il cambio fra tutte le monete, questa poteva
oscillare entro una banda dell’1 % in più o in meno ed era compito delle banche
centrali d’intervenire sul mercato dei cambi per assicurare il rispetto di tali limiti.
Quando
la banca centrale non possedeva una sufficiente quantità di valuta straniera poteva atti
ngere al Fondo monetario internazionale (Fmi). Sorse anche la Banca Mondiale, che
era stata istituita per finanziare la ricostruzione postbellica. A Ginevra nel 1947, 23
paesi firmarono il General Agreement on Tariffa and Tarde (Gatta). Questo si
proponeva come obbiettivo la fine degli accordi bilaterali e l’affermazione della
multilateralità nei rapporti commerciali internazionali, mediante l’applicazione della
clausola della nazione più favorita e la progressiva riduzione delle barriere doganali.
Nel corso della sua esistenza si tennero diversi lunghi negoziati o round, i più
importanti furono: il Kennedy Round, il Tokyo Round e l’Uruguay round. Al
termine di quest’ultimo i rappresentanti di 125 paesi formarono la World
66
Trade Organization (Wto), il cui scopo principale era favorire il commercio internazi
onale attraverso la liberalizzazione dei traffici.

25.3. Il Piano Marshall

Durante la guerra, gli Stati Uniti avevano rifornito i loro alleati di materiale bellico e
altri beni di prima necessita, venduti con lunghe dilazioni nei pagamenti. Alla fine
del conflitto risultarono creditori netti di oltre 40 miliardi. L’Europa, che versava in
condizioni drammatiche, non avrebbe mai potuto ripagare il suo debito.
Gli Americani maturarono allora la convinzione che fosse nel loro interesse favorire l
a ricostruzione di tutti i paesi alleati e sconfitti destinati a diventare loro partner
economici.
Nel 1948 fu approvato dal Congresso l’Erp (European Recovery Program) meglio
noto come Piano Marshall, la cui gestione fu affidata all’Eca (Economic Cooperation
Administration) un organismo del governo con sede a Washington. I paesi europei
che non aderirono all’Erp, sì associarono nell’
Oece (Organizzazione europea per la cooperazione economica). I governi dei vari pa
esi formulavano un piano di interventi con le loro richieste e lo inviavano all’ Oece,
che lo esaminava e lo trasferiva all’Eca in America. L’Oece terminato il suo compito
continuò a promuovere la cooperazione fra i diciotto
paesi. L’Oece si trasformò nel 1961, in Ocse (Organizzazione per la cooperazione e l
o sviluppo
economico) con l’ulteriore partecipazione anche di Stati Uniti e Canada, con lo scopo
di favorire
l’espansione economica degli stati membri e lo sviluppo del commercio estero su bas
e multilaterale.

25.4. L’economia mista e il Welfare State


La contrapposizione fra modello capitalista e socialista e la necessità di evitare movi
menti rivoluzionari, portarono all’affermazione in molti paesi dell’Europa occidentale
di un economia
mista, attuata attraverso riforme politiche, sociali ed economiche. Furono nazionalizz
ati importanti rami dell’economia e si avviò una politica di pianificazione.
Le nazionalizzazioni, non furono statizzazioni. Le imprese continuarono a operare in
un regime di
libero mercato e goderono di una loro autonomia, pur essendo di proprietà pubblica. I
n Italia fu nazionalizzata la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica e
venne costituito l’Enel.
La pianificazione, fu adottata in alcuni paesi europei in forma molto diversa da quella
sovietica. Essa non fu coercitiva ma solamente indicativa e si fondò su un accordo
fra le parti sociali (imprenditori e sindacati).
Gli interventi più consistenti furono quelli che portarono alla nascita del Welfare
State o Stato
sociale. Questo nacque in Gran Bretagna grazie a William Beverie secondo il quale e
67
ra
necessario giungere a quella che chiamava “liberazione del bisogno”. Il progetto si ba
sava su tre
pilastri fondamentali: un efficiente sistema di previdenza sociale, un sistema di assist
enza
sanitaria gratuita e una politica economica basata sulla riduzione della disoccupazion
e. Lo Stato sociale si rivelò molto costoso, le spese dello stato per garantirlo ruotano
attualmente intorno al 65-‐‐70% della spesa pubblica complessiva.

26. DALLA GOLDEN AGE ALLA CRISI


26.1. La “golden age”
Con il nome golden age gli storici fanno riferimento al periodo di crescita economica
continua e stabile, che riguardò tutti i paesi sviluppati e andò dal 1970 al 1973.
Nell’età dell’oro, la crescita del Pil pro capite raggiunse livelli mai registrati prima,
soprattutto in Giappone, Germani e Italia.
Se si fa a uguale a 100 il Pil pro capite del 1950 dei principali paesi, il Giappone, la G
ermania e
l’Italia riuscirono a raddoppiarlo in appena 10 anni, mentre Stati Uniti e Gran Bretagn
a impiegarono più di trent’anni. La rincorsa della Gran Bretagna iniziata due secoli
prima era sostanzialmente terminata e ormai gli Stati Uniti erano il paese da cui
prendere esempio.
La nuova contrapposizione era fra gli Stati Uniti da un lato e l’Unione Sovietica e il
Giappone dall’altro. Con l’Unione Sovietica si trattò di un confronto
politico, ideologico, militare e anche tecnologico. Il Giappone risultò viceversa un
temibile avversario economico.
La crescita riguardò tutti i settori e si diffuse il consumismo. Il commercio
internazionale riprese a pieno ritmo e fece registrare un fortissimo incremento, grazie
al trasporto delle merci in pratici e capaci “containers”.

68
26.2. I fattori della crescita
I fattori della crescita furono:
• La disponibilità di una tecnologia pronta ad essere utilizzata grazie all’accumulo d
i innovazioni tra le due guerre mondiali che non si erano diffuse. • Il ruolo dello
Stato che assunse il compito di stabilizzare la domanda e garantire l’occupazione
estendendo le sue funzioni. • La cooperazione internazionale grazie alla nascita di
numerose organizzazioni • La formazione del capitale umano garantito da vasti
programmi di alfabetizzazione attuati in tutti i paesi sviluppati • La disponibilità di
capitali che si potevano spostare facilmente da un paese all’altro • Un sistema di
cambi fissi con il dollaro diventato la moneta internazionale • I bassi prezzi delle
materie prime che consentirono di contenere i prezzi di vendita • I bassi salari dovuti
all’abbondanza di manodopera.

26.3. La crisi degli anni Settanta


Il periodo di intenso sviluppo economico s’interruppe all’inizio degli anni Settanta p
er via di una profonda crisi scaturita da due eventi: 1. Il crollo del sistema monetario
internazionale che fu causato da un lato dall’incremento delle richieste di cambio in
oro dei dollari posseduti dai vari paesi, che portò alla diminuzione delle riserve auree
americane; e dall’altro dall’incapacità dei paesi europei di garantire la parità con
l’oro delle proprie monete e quindi del derivante obbligo di svalutarle o rivalutarle ne
l caso della Germania. Ciò indusse Richard Nixon nel 1971 a dichiarare
l’inconvertibilità del dollaro, ponendo così fine al nuovo gold exchange standard. Da
allora i cambi divennero fluttuanti ossia determinati in base alla domanda e all’offerta
di valute. 2. Lo shock petrolifero del 1973 Negli anni Settanta le rivalità fra i
Palestinesi e lo Stato di Israele
(nato nel 1948 con l’appoggio dei paesi occidentali) si acuirono scaturirono e portaro
no allo scoppio nel 1973 del quarta guerra arabo israeliana. I paesi produttori ed
esportatori di
petrolio decisero di penalizzare gli Stati che appoggiavano Israele, ridussero allora la
produzione di petrolio e ne aumentarono il prezzo. I paesi industrializzati subirono
uno shock e avviarono una politica di risparmio energetico. Nel 1979 si verificò un
secondo shock petrolifero quando la produzione iraniana venne a mancare a causa
della rivoluzione islamica. L’aumento del prezzo del petrolio fece crescere i costi di
produzione e mise a disposizione dei
paesi esportatori di una grande quantità di petrodollari. Questi furono depositati in ba
nche europee e americane che li prestarono ai paesi in via di sviluppo (non potendoli
investire nelle imprese occidentali in crisi) formando un loro colossale
indebitamento. Il peso per i paesi debitori si fece insopportabile e risultò impossibile
per loro pagare, intervennero allora il Fondo monetario internazionale e la Banca
Mondiale e così il debito contratto con banche private divenne pubblico.

26.4. Stagflazione e disoccupazione


Per la prima volta in un lungo periodo inflazionistico si verificò in tempo di pace e
69
contemporaneamente a una fase negativa del ciclo economico, sicché si coniò il termi
ne stagflazione, proprio per indicare la coesistenza di stagnazione e inflazione.
Questa fu causata dall’aumento del prezzo del petrolio, l’aumento dei salari
rivendicato dai sindacati e l’aumento della domanda di beni dovuto all’incremento
demografico. La
disoccupazione assunse dimensioni simili a quelle dell’immediato dopoguerra. Aume
ntarono dappertutto le libertà di assumere e di licenziare dipendenti e la possibilità di
stipulare contratti a tempo determinato. La tecnologia continuava a realizzare
notevoli progressi e l’automazione industriale, fece parlare
Alcuni economisti di “topless grotta”.

26.5. Dal fordismo al post fordismo


A partire dagli anni Settanta, il modello fordista entrò in crisi per diverse ragioni.
Innanzitutto la possibilità di realizzare economie di scala si andava esaurendo. La
produzione infatti richiedeva la costruzione di nuovi impianti una volta sfruttati a
pieno quelli esistenti, la loro capacità produttiva però, non sarebbe stata
completamente utilizzata, provocando un aumento dei costi unitari. Inoltre i mercati
si stavano saturando per via della stabilizzazione della domanda a livelli più bassi. Si
andò affermando allora il nuovo modello della produzione snella (Lean production)
che venne
sperimentato per primo dalla fabbrica automobilistica giapponese Toyota. Questo si f
ondava su una maggiore flessibilità operativa. Con il decentramento produttivo le
grandi imprese avrebbero affidato determinate operazioni o lavorazioni ad aziende
più piccole sulle quali scaricavano il rischio di impresa. Con la delocalizzazione, le
imprese trasferivano alcune fasi del processo produttivo o l’intero processo dove vi
erano condizioni più favorevoli. Questo modello più leggero, agile e capace di
adattarsi alle variabili esigenze della produzione prese il nome di modello post
fordista, e stimolò la nascita di moltissime piccole e medie imprese.

27. NEOLIBERISMO E GLOBALIZZAZIONE


27.1. Le politiche neoliberiste

Con la svolta degli anni Settanta sì modificò il ruolo dello


Stato nell’economia. Mentre Keynes ritenne che l’intervento statale era l’unico modo
per rimediare alle carenze del capitalismo e del mercato, e quindi di assicurare pieno
impiego dei fattori produttivi, i liberisti ritenevano che il mercato sarebbe stato
capace di risolvere autonomamente la crisi, e perciò che lo Stato dovesse limitarsi
alle sue funzioni essenziali predisponendo solo un insieme di regole generali. A
partire dalla Grande depressione degli anni Trenta le teorie keynesiane presero il
sopravvento su quelle liberiste che non erano più considerati idonei ad affrontare i
problemi delle complesse economie moderne. Esauritasi la fase espansiva del
70
dopoguerra, i neoliberisti ripresero il sopravvento con teorie rielaborate e più
sofisticate di quelle precedenti. Per risolvere il problema dell’inflazione essi
ritenevano necessario un sostegno della domanda attuando una politica dal lato
dell’offerta. Secondo questa teoria era necessario: attuare una decisa
deregolamentazione dei mercati e anche forti sgravi fiscali.

27.2. La globalizzazione

Le politiche neoliberiste favorirono la globalizzazione dell’economia, con cui si inten


de il fenomeno che ha portato alla formazione di un mercato mondiale dei fattori
della produzione, dei prodotti, dei servizi e dei capitali.
Questa fu caratterizzata dal trionfo delle imprese multinazionali ormai trasformatisi i
n imprese transnazionali, nelle quali le unità che svolgono la loro attività all’estero
godono di una più ampia
autonomia operativa. La conseguenza fu un’enorme intensificazione degli scambi e d
egli investimenti internazionali, causa di una crescente interdipendenza delle diverse
economie. Le classi medie hanno incrementato i loro consumi e crescono a ritmo
elevato, esse costituiscono l’elemento propulsivo dello sviluppo economico e sociale
di un paese.
Particolare importanza riveste la globalizzazione finanziaria, cioè la formazione di
un mercato mondiale di capitali, capaci di muoversi in tempo reale grazie alla
tecnologia informatica. Si parla, infatti, di finanziarizzazione dell’economia per
indicare il ruolo che la finanza ha assunto nell’economia dei principali paesi. I
capitali
in cerca di investimenti che provengono principalmente dalle banche e dagli investito
ri istituzionali, sono gestiti dai manager
di queste istituzioni che con le loro decisioni influenzano l’andamento dei mercati (il
sistema finanziario internazionale è caratterizzato da una quantità enorme di rapporti
di credito e debito). Molti investimenti assunsero carattere speculativo, nel senso
che i titoli erano acquistati solo per essere rivenduti dopo breve tempo e lucrare la
differenza di prezzo, oppure per essere collocati in un altro luogo dove valevano di
più (arbitraggio). I titoli trattati sui mercati finanziari non sono più solamente azioni e
obbligazioni ma anche ‘derivati’, ovvero titoli il cui valore dipende da una valore
sottostante (merce, titoli, tassi di interesse…). Il 90% di questi derivati non è
negoziato sulle Borse ma su mercati non regolamentati. Derivati ad esempio sono i
titoli emessi in seguito a cartolarizzazione= la banca può vendere dei propri crediti ad
una società veicolo la quale poi emette proprie obbligazioni che colloca sul mercato.
La banca a suo volta con il ricavato della cessione può conceder nuovi mutui.

27.3. La crisi del 2008-‐‐09


Durante gli anni Novanta, gli Stati uniti avevano attirato capitali da altri paesi, per la
fiducia degli investitori. Agli inizi del nuovo secolo la Borsa americana conobbe una
forte espansione. Fra il 2002 e il 2004, grazie al credito facile accordato dalle banche
si moltiplicarono gli investimenti in titoli speculativi, come i derivati o gli “hedge
71
funds”. Le famiglie furono sostenute nei loro consumi da prestiti facili mediante i
cosiddetti mutui subprime (prestiti erogati per l’acquisto di
casa). Questi venivano elargiti per l’acquisto della casa a soggetti che non erano in gr
ado di
addossarsi impegni finanziari continuativi, ed erano garantiti da un ipoteca sulla prop
rietà acquistata e perciò ritenuti sicuri dalle banche perché il prezzo delle abitazioni
era in aumento per la forte domanda. Le banche provvedevano poi a rimettere sul
mercato questi crediti emettendo su di essi vari titoli derivati, venduti a investitori di
tutto il
mondo(cartolarizzazione). Nel 2007 la domanda di case cominciò a diminuire, mentr
e molte famiglie non riuscirono più a pagare le rate del mutuo e persero la loro
abitazione. Nell’autunno del 2008, vi fu il crollo delle quotazioni di Borsa di tutto il
mondo e il panico si diffuse fra i risparmiatori. Scoppiò nuovamente una crisi
borsistica che poi si estese all’attività produttiva. Le banche ridussero i loro
finanziamenti così i risparmiatori limitarono l’acquisto dei beni con ingente danno
per le industrie che non riuscivano più a vendere i loro prodotti. Lo Stato richiamato
in causa dovunque dovette intervenire per salvare molte banche e imprese in
difficoltà. La Lehman Brothers fallì a causa di un eccessiva immobilizzazione in titoli
derivati e ad alto rischio, fu il fallimento più grave della storia americana e fece
grande scalpore in tutto il mondo.

27.4. La crisi continua (2012-2013)

La crisi sembra non arrestarsi e assume nuove forme o, se si preferisce, s’intreccia


con nuove crisi che si cumulano con quelle precedenti, tanto da sembrare che essa si
autoalimenti.
Nel 2011 furono colpite principalmente alcune nazioni europee, come la Grecia
, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e, infine, l’Italia. In
Grecia la crisi si manifestò nel 2011, dove venne alla luce il debito pubblico tenuto na
scosto
ammontante al 142% del Pil, per giunta, il deficit del bilancio statale era vicino al 13
%. Il nuovo
governo dovette intervenire con drastici provvedimenti di tagli alle spese pubbliche, d
i licenziamento dei dipendenti pubblici e di aumento di tributi. Dovettero essere
adottate misure di risanamento del bilancio su impulso dell’Unione Europea, per
ottenere aiuti dalla stessa, dal Fondo monetario internazionale e dalla BCE. Le
agenzie di rating, continuavano a declassare i titoli pubblici greci, considerati a
rischio di insolvenza, facendo ulteriormente precipitare la situazione.
Infatti la possibilità di insolvenza provocò un persistente stato di instabilità sui mercat
i borsistici
mondiali, perché pendeva un grosso rischio sulla sopravvivenza dell’euro a cui la Gre
cia stessa aveva aderito.
La crisi del debito pubblico si estese successivamente all’Irlanda, alla Spagna e al Por
72
togallo che furono contagiati dalla situazione greca. Nell’estate del 2011 maturò
anche la crisi italiana, il cui debito pubblico complessivo era giunto al 120% del Pil.
Questo debito risaliva agli anni Ottanta e in 12 anni era passato dal 60 al 120% del
Pil.
I governi non erano stati in grado di ridurlo per timore di assumere scelte impopolari.
I titoli si poterono collocare sul mercato solo garantendo rendimenti più alti, con un
aggravio di costi per lo Stato che doveva pagare interessi più elevati per continuare a
finanziarsi. Furono adottate dappertutto, su spinta dell’Unione Europea, misure
recessive per risanare i conti
pubblici, come un aumento della pressione fiscale e un duro taglio alle spese, con con
seguente impossibilità di sostenere la domanda globale. L’economia reale continuava
a peggiorare con una riduzione della produzione e un incremento della
disoccupazione.

28. SVILUPPO E SOTTOSVILUPPO


28.1. Lo sviluppo ineguale
L’eccezionale sviluppo dell’economia mondiale nella seconda metà del Novecento
produsse un ulteriore forte divario fra paesi ricchi e paesi poveri. Solo l’Europa
occidentale raggiunge un Pil pro capite pari a poco di più di due terzi di quello degli
Stati Uniti. L’ex Unione Sovietica, l’Europa orientale, l’Asia e l’America Latina
producono un Pil che si colloca fra il 21 e il 28% di quello americano, mentre
l’Africa arriva solo al 12%. Negli ultimi tempi il mondo sembra potersi dividere in
tre diverse parti: i paesi sviluppati, i paesi in via di sviluppo e i paesi arretrati.
A partire dagli anni Novanta è stato messo a punto un nuovo indice, l’Indice di svilup
po umano (Di). Esso tende a misurare non solo la ricchezza ma anche il benessere e si
basa su parametri che riguardano tre dimensioni fondamentali dello sviluppo: il
livello culturale (tasso di alfabetizzazione e accesso all’istruzione) la durata della vita
(speranza di vita alla nascita) e la quantità di ricchezza
disponibile (Pil pro capite). Questo può variare tra 0 e 1 e l’Italia con 0,881 occupa
il ventiseiesimo posto.
Le principali economie del mondo sviluppato continuano ad essere l’Unione europea,
gli Stati Uniti e il Giappone. Per indicare i maggiori cinque stati emergenti è stato
coniato l’acronimo Brice
(Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa). I principali ministri delle finanze e i
governatori delle banche centrali delle maggiori potenze cominciarono a riunirsi
periodicamente nel 1975 prima nel G6 e successivamente nel G7, G8 e attualmente
G20, un vertice di capi di Stato e di governo che si riuniscono per affrontare i più
importanti problemi economici a livello mondiale.

28.2. Il processo di decolonizzazione

Dopo la Seconda guerra mondiale la decolonizzazione ricevette un forte impulso. Gli


indipendentisti delle varie colonie organizzarono movimenti politici per rivendicare
l’indipendenza
73
che si basavano sui valori di libertà, democrazia e autodeterminazione dei popoli affe
rmati nella
Carta Atlantica (1941) e nella Carta delle Nazioni Unite(1945). Gli stessi ambienti d
ei paesi colonialisti cominciarono a non ritenere più vantaggiose le colonie dal punto
di vista economico poiché avevano sempre comportato un costo elevato per i governi
della madrepatria. Il primo paese a ottenere l’indipendenza fu l’India. A metà degli
anni Settanta quasi tutte le nazioni europee avevano concesso l’indipendenza alle loro
colonie. I nuovi Stati indipendenti conservarono legami economici e culturali con le
ex potenze coloniali, ad esempio quelle sotto il dominio britannico formarono il
Commonwealth; in questo modo poterono mantenere i rapporti economici con la
Gran Bretagna e usufruire dei ridotti dazi applicati ai paesi aderenti.

74
28.3. Le strategie economiche dei paesi in via di sviluppo

Le politiche dei paesi in via di sviluppo presentano vari punti in comune.


- L’intervento diretto dello Stato che aveva due esempi ai quali rifarsi: la
pianificazione di tipo sovietico oppure le varie forme di economia miste
introdotte nell’Europa occidentale.
- Un secondo elemento strategico comune fu l’adozione di politiche di
sviluppo basate sulla sostituzione delle importazioni e in alcuni paesi sulla
promozione delle esportazioni.
- Un terzo elemento fu il ricorso ai prestiti esteri sia sotto forma di aiuti sia sotto
forma di prestiti commerciali da parte delle banche estere.
- Infine i Pvs poterono giovare della diffusione delle conoscenze scientifiche e
tecnologiche in tutti i campi soprattutto quello della medicina e agricoltura.
Questo permise una riduzione della mortalità ed un incremento demografico
Tali strategia, però, funzionarono bene fino agli anni settanta quando poi si
procedette alla liberalizzazione dell’economia e privatizzazione delle imprese. Ci fu
aumento del prezzo del petroli, diminuzione della domanda da parte dei paesi
avanzati i quali adottarono politiche protezioniste andando a sfavore delle
esportazioni delle Pvs.

29. LE ECONOMIE SVILUPPATE STATI UNITI E GIAPPONE


29.1. L’egemonia degli Stati Uniti

Durante il conflitto gli Stati Uniti sfruttarono a pieno la loro capacità produttiva e
incrementarono
la produzione agricola e industriale per soddisfare la forte domanda bellica. La tecno
logia americana fu esportata ovunque e in Europa prese avvio una sorta di processo di
“americanizzazione” che si rifaceva all’economia statunitense come al modello da
imitare. Gli Stati Uniti erano definitivamente la maggior potenza, militare economica
e politica del Pianeta, si sentivano responsabili della grande missione di combattere il
comunismo mondiale e affermare e diffondere i loro principi. Il dollaro, posto alla
base del sistema monetario internazionale, divenne la moneta dei pagamenti
internazionali privilegiando l’America. La crescita riguardò tutti i settori
dall’agricoltura al commercio estero e a quello interno, dalle banche al turismo. Le
imprese continuarono a ingrandirsi, le corporations divennero più numerose e si
diffuse l’impresa multidivisionale (composta da più settori con autonomia funzionale
e Gestionale), si realizzò la separazione fra la proprietà, estremamente frazionata, e il
management aziendale (in questo modo colui che divennero i veri detentori del potere
e delle decisioni nelle grandi imprese non furono più gli azionisti ma i manager. Il
punto
debole dell’egemonia americana risiedeva nella sua dipendenza dalle importazioni pe

75
r l’approvvigionamento delle materie prime soprattutto delle fonti energetiche
(petrolio).

29.2 La reaganomics

Negli anni Settanta, la fase di stagflazione (fase di stagnazione e aumento


dell’inflazione) portò alla vittoria di Ronald Reagan alle elezioni del
1980 e all’adozione della politica neoliberista che da quel presidente prese il n
ome di:
reaganomics.
Si cercò di incentivare la domanda con la diminuzione delle imposte, specialm
ente sui redditi medio-‐‐
alti, e si sostenne l’offerta mediante misure significative di deregolamentazione per d
are maggiore libertà alle imprese. La deregolamentazione riguardò soprattutto il
sistema bancario, le banche si orientarono verso il tipo di banca universale, con
l’abolizione della distinzione fra banche commerciali e banche d’investimento. Le
disuguaglianze sociali aumentarono a causa soprattutto della riduzione delle
imposte sui redditi più elevati, sia per i tagli dei fondi per l’assistenza ai disoccupati e
agli indigenti. Le elevate spese per la difesa, ritenute necessarie per contrastare
l’Unione Sovietica, ebbero una funzione propulsiva dell’economia e servirono anche
a evitare la sovrapproduzione di beni di consumo. Queste però non consentirono di
diminuire il deficit statale e a partire dagli anni Ottanta gli Stati Uniti divennero
debitori, perché importavano capitali indebitandosi verso l’estero. Nonostante
qualche difficoltà l’economia americana continuò a crescere e nella seconda metà
degli anni Novanta conobbe un lungo ciclo espansivo che fece scomparire il
disavanzo del bilancio statale e ridurre il debito pubblico.

29.3. La crisi e le trasformazioni della società americana

Ancora una volta, come nel 29, gli Stati Uniti e il mondo dovettero affrontare una
crisi di
sovrapproduzione, manifestatasi con la caduta dei consumi e con l’impossibilità di as
sorbire la
gran quantità di manufatti che l’apparato industriale era in grado di produrre. Gli Stati
Uniti stanno uscendo meglio di altri paesi dalla crisi grazie allo shale gas che
garantiva il 25% del fabbisogno nazionale. La società americana stava subendo
profonde trasformazioni. Il sogno americano cominciava a venir meno e
diventava sempre più difficile aspirare a migliorare significativamente la propria con
dizione economica e sociale.
Anche la composizione della popolazione si stava modificando a causa della forte im
migrazione.
Particolarmente numerosi divennero gli ispanici. La conseguenza fu una diminuzione
della percentuale di popolazione bianca.

76
IL GIAPPONE
29.4. Il miracolo economico giapponese

Il Giappone divenne, nel corso degli anni Ottanta, la seconda potenza economica
mondiale per il Pil prodotto. Nonostante dopo la guerra le speranze nel futuro fossero
molto basse e la nazione umiliata e sconfitta vide diminuire drasticamente la sua
produzione, a partire dal 1950 fino al 1973 il Giappone conobbe il suo miracolo
economico.
L’eccezionale sviluppo economico giapponese si basò su diversi fattori:
• La guerra di Corea (1950-‐‐
52) durante la quale il Giappone fu in grado di rifornire le truppe americane di
materiale bellico, in cambio di dollari.
• Gli americani aiutarono il Giappone a risollevarsi per farne il fedele alleato asiati
co contro il comunismo.
• La disponibilità di una tecnologia avanzata: I Giapponesi seppero profittare
meglio degli altri per due ragioni: disponevano di un capitale umano di alto livello e
avevano un elevato volume di risparmio.

• La partecipazione al commercio internazionale: Il Giappone seppe inserirsi sul m


ercato mondiale come paese esportatore di prodotti ad alta tecnologia di ottima
qualità.
• L’azione dello Stato: il governo tenne bassi i tassi d’interesse e indusse le banche
a finanziare le
imprese, ridusse le imposte, concesse sgravi fiscali alle imprese che investivano nella
ricerca, varò misure protezionistiche, realizzò un imponente riforma agraria
• La collaborazione fra governo e imprese: I ministeri
predisponevano direttive concordate con gli imprenditori che in genere le
applicavano diligentemente
• La collaborazione fra le singole imprese: si formarono i keiretsu, ossia gruppi di
imprese senza struttura gerarchica con partecipazioni azionarie incrociate e con
incarichi direttivi intrecciati. • La collaborazione fra il management e i dipendenti:
I manager garantivano la sicurezza del posto di lavoro e prevedevano una serie di
benefici in cambio della fedeltà dei dipendenti.

29.5. Il decennio perduto del Giappone

Negli anni Novanta vi fu una grave crisi. Le cause dell’inversione di tendenza sono d
a ricercarsi proprio nella crescita precedente, durante la quale le esportazioni verso gli
Stati Uniti erano aumentate e il governo aveva adottato una politica di espansione del
credito, mediante la riduzione dei tassi d’interesse che comportò la stampa di
cartamoneta. I Giapponesi effettuarono investimenti in titoli azionari e in
immobili. Nella seconda metà degli anni Ottanta i prezzi degli immobili quasi
raddoppiarono e l’economia sembrava solida. La bolla speculativa scoppiò nel 1990 e
il Giappone entrò in crisi con le conseguenze solite di tali casi (brache falliscono, i
77
consumi ristagnano, la produzione fu ridotta e aumento della disoccupazione). Per
contrastare la crisi fu varato un piano di grandi lavori pubblici, il costo del denaro fu
portato a livelli bassissimi e si avviò un processo di deregolamentazione. FURONO
INTRODOTTE FORME DI PROTEZIONE PER ALCUNE INDUSTRIE E SI FECE
RICORSO AL DUMPING.

31. LE ECONOMIE SVILUPPATE: L’UNIONE EUROPEA

31.1. Il Mercato comune

Nel secondo dopoguerra si avviò un processo d’integrazione


economica fra i paesi europei che successivamente portò alla nascita dell’Unione
Europea. Il primo passo verso l’integrazione fu compiuto da i paesi che diedero vita
al Benelux (Belgio-‐‐ Olanda-‐‐Lussemburgo) nata nel 1948 come un unione
doganale che decise la libera circolazione di beni al suo interno. Nel 1951 fu fondata,
con il trattato di Parigi, la Ceca (comunità europea del carbone e dell’acciaio),
alla quale parteciparono oltre ai paesi del Benelux la Francia, la Germania occidental
e e l’Italia. Essa era un unione doganale per il minerale ferroso, il carbone, il coke e
l’acciaio ed esercitava il controllo sulla loro produzione e vendita.
Nel 1957, con i trattati di Roma, i sei paesi della Ceca diedero vita alla Com
unità economica
europea (Cee) e alla Comunità europea per l’energia atomica (Ceea). La prima si pref
iggeva la
Creazione di un mercato comune tramite la libera circolazione delle merci, dei
lavoratori dei capitali e dei servizi; la seconda si proponeva di promuovere lo
sviluppo delle ricerche e la diffusione delle conoscenze in materia
nucleare. La crescita economica dei paesi durante l’età
dell’oro fu veramente imponente. Una notevole importanza riveste la politica agricol
a comunitaria (Pac) che si proponeva d’incrementare la produttività dell’agricoltura e
di assicurare un equo tenore di vita ai ceti agricoli. Così furono sostenuti i redditi
degli agricoltori e protetta la produzione dalla concorrenza estera.

31.2. L’Unione Europea e l’euro

Le crisi petrolifere degli anni Settanta e il crollo del sistema dei cambi fissi colpirono
in modo
particolare i paesi dell’Europa occidentale. I principali problemi dell’economia europ
ea erano la disoccupazione (11% e che riuscì ad essere sopportata solo grazie al
sistema di sicurezza sociale, come pensioni, che fece crescere l’indebitamento
78
pubblico) e l’inflazione.
La necessità di combattere l’inflazione portò all’adozione di politiche restrittive del
credito, che scaturirono effetti positivi e un primo sintomo di ripresa, e alla
definizione dell’unione monetaria come obbiettivo. Nel 1979 fu compiuto il primo
passo con la fondazione del Sistema monetario europeo (Sme) che prevedeva la
fissazione di una parità fra le monete aderenti che fu calcolata in una nuova unità di
conto, l’ECU (European Currency Unit) composta di un paniere di monete
europee. Con la possibilità di oscillazioni del 2,25 per cento in più o in meno. Lo Sme
conseguì modesti risultati fino a quando entrò in crisi nel 1992 e l’Italia e il Regno
Unito ne uscirono. Nel 1992 venne stipulato il Trattato di Maastricht, con il quale la
Comunità economica europea si trasformò in Unione Europe, con lo scopo di
perseguire l’unione politica, economica e monetaria. Fu decisa l’introduzione di una
moneta unica, l’euro (entrò vigore nel 1999 come moneta di conto e nel 2002 come
moneta effettiva), e stabiliti rigidi criteri di convergenza, ai quali i paesi che volevano
adottare la nuova moneta si dovevano attenere (frenare l’inflazione, riduzione di
deficit e debito pubblico). Fu creata la Banca Centrale Europea a cui fu affidato il
compito di emettere la nuova moneta e di garantire il suo potere d’acquisto nonché la
stabilità dei prezzi. Il consiglio direttivo della BCE è composto dai governatori delle
banche centrali degli stati aderenti all’euro. L’Unione comprende 28 Stati mentre
solo 19 Paesi hanno adottato l’euro

31.3. La lenta crescita della Gran Bretagna

Nel secondo dopoguerra la Gran Bretagna si trovò in grande difficoltà. Durante il con
flitto aveva accumulato un pesante debito estero e fu costretta a chiedere un prestito a
Stati Uniti e Canada per pagare le importazioni. Il nuovo governo laburista mise
mano a una serie di nazionalizzazioni ma l’80% delle industrie
rimasero in mano ai privati. Molto importanti furono i provvedimenti tesi a realizzare
il Welfare State che avviarono un vasto programma di edilizia pubblica, forme di
assistenza ai lavoratori e ai cittadini e il miglioramento del sistema dell’istruzione.
L’economia riprese a crescere lentamente fino alla dura crisi petrolifera che bloccò n
uovamente
l’economia britannica. Negli anni Ottanta la politica neoliberista di Margaret Thatche
r portò alla privatizzazione di molte industrie statali, alla riduzione della spesa
pubblica, con conseguente peggioramento della qualità dei servizi, e a un processo di
ristrutturazione industriale. Negli anni Ottanta e Novanta si svilupparono nuovi
settori in particolare l’elettronico. La Gran Bretagna dal 1975 iniziò a sfruttare ricchi
giacimenti di petrolio scoperti nel Mare del Nord che gli permisero di coprire il suo
fabbisogno energetico e di esportare petrolio. Negli ultimi anni Novanta conobbe una
crescita accelerata che le consentì di recuperare il ritardo accumulato nei confronti
degli altri paesi. La City di Londra diventò il centro finanziario mondiale. La Gran
Bretagna decise di non aderire all’euro e conservare la sterlina per poter conservare la
possibilità di fissare i tassi d’interesse e la completa autonomia.

79
31.4. L’economia francese

In Francia la popolazione era rimasta praticamente invariata nei cinquant’anni preced


enti,
l’economia era chiusa verso l’esterno e riusciva a sostenersi solo con misure protezio
nistiche. Lo Stato, non aveva né gli strumenti né la volontà per impegnarsi a fondo in
un’efficace politica economica. All’indomani della liberazione la Francia dal
dominio nazista fu capace di uno slancio nazionale e di riprendersi rapidamente. La
ricostruzione fu realizzata a tempo di record. L’obbiettivo fu la modernizzazione
sotto la guida dello Stato. Così la Francia si indirizzò verso una forma di economia m
ista con la creazione di un ampio settore pubblico. Il primo passo
fu la nazionalizzazione e successivamente
l’introduzione della pianificazione economica di Jean Monnet mediante l’approvazio
ne di piani
quadriennali. Lo Stato promosse anche l’apertura dell’economia verso l’esterno. La p
opolazione, rinnovato il clima di fiducia, riuscì finalmente a crescere e si incrementò
del 60%. La crisi petrolifera indusse la Francia a puntare sulle centrali nucleari per la
produzione di energia elettrica, in questo campo: è ora seconda solo agli Stati
Uniti. Dopo la crisi la politica economica fu caratterizzata da un alternarsi di
privatizzazioni e nazionalizzazioni. Oggi la Francia ha un’economia prospera,
fondata sui servizi, possiede la più forte agricoltura dell’UE, un’industria di altissimo
livello ed è il primo paese al mondo per numero di turisti stranieri che riesce ad
attirare.

31.5. Le due Germanie

La Germania rimase senza governo fino al 1949. Gli occupanti cominciarono subito
a smantellare l’industria degli armamenti e altre industrie pesanti, così da impedire
alla Germania di ricostruire
un apparato produttivo e una concentrazione economica capace di dar via a un altro c
onflitto. Furono smembrate le grandi imprese e le grandi banche, nel 1948 gli
Americani introdussero una nuova moneta, il Deutsche Mark, senza consultare i
Sovietici. Questo provvedimento acuì i contrasti fra le potenze occupanti e portò alla
definitiva divisione della Germania in due Stati separati:

• La Germania occidentale, Repubblica federale tedesca (Americani) Era la parte più


industrializzata e meglio dotata di risorse naturali. Il clima della Guerra fredda
indusse gli Americani a interrompere gli smantellamenti e a avviare un programma di
ricostruzione e sviluppo, inserendola nel Piano Marshall, con lo scopo di trasformarla
in un alleato in funzione anticomunista. Da allora ebbe inizio il miracolo economico
tedesco. La Repubblica Federale Tedesca si ispirò a un economia sociale di
mercato, cioè una forma di economia mista basata sul libero mercato che prevede un

80
incisiva azione pubblica per perseguire la giustizia sociale e la solidarietà fra le
diverse componenti della collettività.

• La Germania orientale, Repubblica Democratica Tedesca (Sovietici) Nacque come


uno Stato accentrato e attuò, sull’esempio sovietico, l’economia pianificata. Essa
costituiva la parte meno sviluppata della Germania. Prima dell’erezione del Muro di
Berlino nel 1961, subì una emorragia di manodopera (soprattutto molti lavoratori
specializzati fuggivano verso la Germania occidentale).

31.6. La riunificazione tedesca

La riunificazione fu realizzata nel 1990 dopo la fine del regime comunista nella
Germania orientale. Avvenne pacificamente per annessione in
quanto i territori orientali chiesero di entrare a far parte della Repubblica Federale
Tedesca come nuovi Lander. Il costo dell’operazione fu molto elevato, i Tedeschi
dell’Est indussero il governo a fissare la conversione del marco orientale con quello
occidentale alla pari, mentre valeva molto di meno (questo andò a vantaggio di coloro
che percepivano un salario o uno stipendio).
Per affrontare le spese ingenti il governo dovette ricorrere a nuove imposte, per la
modernizzazione delle infrastrutture e il risanamento dell’apparato industriale della p
arte orientale. Negli anni Novanta, perciò l’economia rallentò la sua crescita e furono
necessari dolorosi interventi di ristrutturazione produttiva e di riduzione delle spese
pubbliche. Fra il 1989 e il 2006 il Pil pro capite tedesco aumentò appena dell’1,1 %
all’anno (contro il 2% dei 15 anni precedenti). Nonostante avesse perso il primato
delle esportazioni (battuta da Cina e Usa), è stato l’unico Paese che è riuscito a
superare la crisi del 2008-13 con un incremento del Pil di oltre 4 punti.

L’ITALIA
32. L’ECONOMIA ITALIANA

32.1. La ricostruzione

Le condizioni dell’Italia alla fine del secondo conflitto mondiale, erano disastrose.
Essa subì ingenti
danni al patrimonio abitativo e dei trasporti, mentre relativamente pochi furono quelli
registrati
dall’apparato industriale. Nell’ immediato dopoguerra il Pil pro capite crollò nel 1945
al 55% di quello del 1939. Negli anni della ricostruzione la nuova classe politica
repubblicana dovette affrontare alcuni immediati problemi come:
• La ripresa della produzione fu rapida e possibile grazie agli aiuti americani giunti
con il Piano Marshall che finanziò sia il governo che poi distribuì gli aiuti alle
imprese, sia direttamente le imprese.
81
• L’inflazione che fu causata dalla scarsità di beni che non riuscendo a soddisfare la d
omanda
fecero lievitare i prezzi, dalla massiccia emissione di biglietti di banca e di Stato e
dall’introduzione da parte degli americani dell’”
amlira” che avendo un valore superiore
rispetto alla lira fece aumentare i prezzi. La lotta all’inflazione fu condotta con la cosi
ddetta
linea Einaudi, costituita da una serie di misure prese dal ministro del Bilancio, Luigi
Einaudi,
che miravano alla riduzione della circolazione monetaria. Si elevò il tasso ufficiale di
sconto
rendendo i prestiti più cari, si aumentarono le riserve obbligatorie delle banche in mo
do che non potessero investire parte dei depositi raccolti.
La scelta fondamentale del governo costituito dal partito della Democrazia
cristiana, fu di optare per un economia aperta, non vi furono nazionalizzazioni dato
che in Italia esisteva già un consistente settore, basti pensare alle numerose imprese
controllate dall’Iri. In mano pubblica era pure l’Agip (Azienda generale italiana
petroli) che fu rilanciata da Enrico Mattei. Mattei promosse
anche la costituzione dell’Eni
(ente nazionale idrocarburi) che doveva assicurare all’Italia il
rifornimento delle fonti di energia. Le imprese pubbliche operavano sotto forma di s
ocietà per azioni, possedute dallo Stato. Perciò fu istituito il Ministero delle
partecipazioni statali.
Nel 1950 furono varati due importanti provvedimenti:
• La riforma agraria con l’espropriazione di 800 mila ettari di terre ai grandi
proprietari, che vennero indennizzati, e la loro assegnazione a famiglie di braccianti
agricoli. Si venne a formare una piccola proprietà coltivatrice, che per non costituire
un ostacolo all’ammodernamento dell’agricoltura, si organizzò in un vasto
movimento cooperativo.

• La Cassa per il Mezzogiorno che doveva finanziare opere straordinarie di pubblico i


nteresse
nelle regioni meridionali. Nei primi anni rivolse il sostegno soprattutto all’agricoltur
a e successivamente alla creazione di industrie.

32.2. Il miracolo economico

Dal 1950 al 1973 furono gli anni del miracolo economico, durante i quali il Pil pro
capite aumentò del 5,8% l’anno. La crescita fu accompagnata da profondi mutamenti
strutturali che consistettero nell’esodo dalle campagne e dal conseguente aumento
degli addetti all’industria e al settore terziario (industrializzazione e terziarizzazione).
L’agricoltura si modernizzò, grazie all’aiuto dello Stato e mediante una rapida
82
meccanizzazione e una più diffusa utilizzazione dei concimi chimici. Lo sviluppo
dell’agricoltura, inoltre, fornì forza lavoro a basso costo all’industria.
Le principali industrie erano quelle dedite alla produzione di automobili, di
elettrodomestici e di fibre sintetiche. Si affermò la grande impresa sull’esempio
americano, che fu organizzata secondo criteri della fabbrica fordista. La bilancia dei
pagamenti si portò in attivo a partire dal 1957 grazie alle accresciute esportazioni,
alle rimesse degli emigrati e per lo sviluppo del turismo. L’Italia era diventata in
pochi decenni una nazione industrializzata. Ricapitolando le ragioni del miracolo
economico furono:
- Gli aiuti americani,
- La scelta per un economia aperta orientata alle esportazioni,
- La disponibilità di manodopera a basso costo,
- Bassi prezzi internazionali delle materie prime e fonti energetiche che l’Italia
doveva importare,
- Il ruolo dello Stato,
- Un solido sistema bancario.

32.3. Mezzogiorno ed emigrazione

Il divario Nord – Sud riuscì ad essere parzialmente ridotto. La storia di tale divario è
passata attraverso 5 fasi: 1. Il periodo della stabilità 1861-‐‐ 1890 durante il quale il
divario si mantenne entro limiti
modesti, in un paese sostanzialmente arretrato le differenze infatti erano poco rilevant
i e vi era una sorta di eguaglianza nella povertà. 2. Il periodo della formazione del
divario 1890-‐‐1920 ci fu quando l’Italia conobbe il suo decollo industriale che si
concentrò nelle regioni del triangolo industriale mentre il Mezzogiorno restava
indietro. 3. Il periodo della divergenza 1920-‐‐50 nel corso del quale il divario
aumentò notevolmente 4. Il periodo della convergenza 1950-‐‐75 coincidente con il
miracolo economico, durante il quale il Mezzogiorno crebbe più del Nord e il divario
si ridusse. 5. Il periodo della stagnazione 1975 2010 durante il quale il divario riprese
a crescere portandosi a oltre 40 punti percentuali

Se al posto che al Pil pro capite si fa invece riferimento all’Indice di sviluppo


umano la situazione risulta molto diversa: il divario, abbastanza elevato dopo
l’Unità, si ridusse costantemente in seguito fino quasi ad annullarsi. Il Mezzogiorno
quindi beneficiò del processo di modernizzazione
dell’intero Paese, specialmente nel campo dell’istruzione e della durata della vita. La
modernizzazione è stata però passiva e non riuscì ad avviare un autonomo percorso di
crescita. Dopo la Seconda guerra mondiale riprese l’emigrazione dalle regioni
meridionali che fu sia esterna soprattutto verso le Americhe, che interna verso il
Nord.

32.4. L’Italia nella crisi degli anni Settanta

83
L’economia italiana risentì della crisi petrolifera del 1973 e rallentò la sua
crescita. Una delle conseguenze fu la forte inflazione e per via dell’aumento del
prezzo del petrolio furono varate diverse misure per il risparmio energetico. L’Italia
cominciò a utilizzare sempre di più il gas naturale fornito soprattutto dall’Algeria e
dalla Russia.
La crisi fu affrontata grazie all’intervento dello Stato. Il sostegno alle imprese fu attu
ato in vari modi. Fu decisa la fiscalizzazione degli oneri sociali. I salvataggi
avvennero tramite la Gepi (Società
per le gestioni e partecipazioni industriali), un agenzia pubblica, incaricata di concede
re finanziamenti agevolati alle aziende industriali in difficoltà transitorie. Fu
costituita anche la Cassa integrazione guadagni, incaricata di versare, per un certo
periodo, una parte dello stipendio ai lavoratori licenziati o momentaneamente sospesi
dal lavoro per riduzione della produzione. I redditi delle famiglie furono sostenuti
mediante l’allargamento del Welfare, furono introdotte le pensioni sociali, riformato
il sistema pensionistico, istituito il Servizio sanitario nazionale gratuito.
La conseguenza fu un aumento della spesa pubblica. Fu necessario aumentare il preli
evo fiscale,
mediante la riforma del sistema tributario, che prevedeva l’introduzione dell’Iva e del
l’Irpef. Fu
necessario ricorrere all’indebitamento pubblico che superò la soglia del 100% del Pil
annuo. Per ridare competitività alle imprese sui mercati internazionali si fece ricorso
a svalutazioni della lira.
La lotta all’inflazione fu adottata con una politica restrittiva del credito, fu deciso il
divorzio fra
Banca d’Italia e Tesoro che liberava l’istituto di emissione dall’obbligo di sottoscrive
re i titoli di Stato invenduti. Un altro provvedimento fu la riduzione della scala
mobile, ossia un sistema di adeguamento automatico dei salari e stipendi al costo
della vita. D’altra parte la riduzione dell’inflazione era, assieme al risanamento dei
conti pubblici, fra le
condizioni previste dal trattato di Maastricht per poter entrare nell’euro. Per raggiung
ere questi
obbiettivi all’inizio degli anni Novanta furono attuate varie misure dall’aumento della
pressione fiscale all’abolizione di privilegi pensionistici. Una strada percorribile fu
quella della privatizzazione che riguardò le imprese dell’Iri, l’Eni, l’Enel, il sistema
dei trasporti e delle comunicazioni. Anche il sistema bancario fu privatizzato con la
riforma attuata dal Testo Unico Bancario del 1993 che ridusse le categorie di banche
a due: quelle sotto forma di società per azioni e le banche cooperative. Si adottò il
sistema della banca universale e vi furono numerose fusioni fra banche che
formarono i grandi gruppi: in questo modo lo Stato poté controllare solo il 10% di
esse. Il sistema bancario fu riformato con alcune leggi poi confluite nel Testo Unico
bancario del 1993 che sostituì la legge bancaria del 1936

32.5. Imprese e distretti industriali


84
Dopo la crisi degli anni Settanta le grandi imprese procedettero a una ristrutturazione
produttiva. Anche in Italia il modello fordista cominciava a tramontare per cui si
ricorse sempre di più all’automazione dei processi produttivi, al decentramento e alla
delocalizzazione. I rami più
produttivi continuarono ad essere quello meccanico e il cosiddetto made in Italy, for
mato da un insieme di imprese di medie dimensioni che operavano nel comparto
tessile-‐‐abbigliamento-‐‐ calzature producendo beni destinati alle fasce alte del
mercato e all’esportazione. Aumentava il peso delle piccole e medie imprese che
ebbero il compito di trainare l’economia del Paese. La loro presenza, diffusa sul
territorio, pose fine allo storico predominio del triangolo industriale. Le Pmi ispirate
al modello giapponese di lean-‐‐production si dimostrarono anche in
Italia adatte ai settori leggeri a moderata intensità di capitale e capaci di competere su
i mercati
internazionali, tanto che le loro esportazioni contribuirono a riequilibrare la bilancia d
ei pagamenti. Si dimostrarono, per la loro struttura flessibile, in grado di resistere alla
crisi. La nuova
Caratteristica fu la nascita di concentrazioni in aree geografiche di più Pmi, che si
dissero distretti industriali. Questi furono riconosciuti dal legislatore come degni di
tutela per il patrimonio economico che costituivano con una legge del 1991. Nel
momento in cui le grandi imprese si trovarono in difficoltà e dovettero procedere a
drastiche ristrutturazioni e le piccole imprese non riuscivano a crescere, furono le
medie imprese a far registrare i maggiori successi. Queste cominciarono ad
affermarsi negli anni Ottanta, divennero le nuove protagoniste del sistema industriale
italiano.

32.6. Le difficoltà dell’economia italiana

A partire dagli anni Settanta la crescita rallentò notevolmente, realizzando fino alla vi
gilia della crisi del 2008-‐‐2009 un misero incremento del 1,2% annuo. Vi erano
alcuni problemi strutturali che non consentivano all’economia italiana di crescere allo
stesso ritmo degli altri paesi.
Un primo problema è la perdita di competitività del Paese che non può più ricorrere a
svalutazioni competitive dopo la sua adesione all’euro e che non si è dimostrato in
grado di migliorare la qualità e di accrescere la produttività del lavoro e del
capitale. Il suo modello di specializzazione a livello internazionale non risulta più
all’altezza delle sfide globali, perché la struttura delle esportazioni è rimasta in larga
misura immutata. L’Italia ha risentito sempre di più della concorrenza dei paesi in via
di sviluppo, che possono fare affidamento su bassi costi di produzione. Inoltre
difettiamo di fattori produttivi che favoriscano la crescita dei settori ad elevata
tecnologia, in primo luogo di un adeguata presenza di manodopera qualificata. Un
altro enorme problema è costituito poi dall’enorme debito pubblico nonostante le
pesanti misure adottate dal governo che aumentano sempre di più. Un'altra causa
dell’elevato indebitamento è l’evasione fiscale.
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L’Italia soffre pure di una consistente disoccupazione accompagnata da una elevata
precarizzazione del rapporto di lavoro. La globalizzazione ha spinto le imprese a
premere per ottenere minori vincoli alla possibilità di assumere e licenziare la
manodopera secondo le esigenze della produzione.

33.LA FINE DELL’ECONOMIA PIANIFICATA IL BLOCCO SOVIETICO


L’UNIONE SOVIETICA
33.1. I limiti della pianificazione Fra i paesi che avevano combattuto la Seconda
guerra mondiale, l’Unione Sovietica fu quello che
subì i maggiori danni. Dopo la guerra fu ripresa la pianificazione, che puntò come in
precedenza sull’industria e sugli armamenti, per la paura di essere accerchiata. Morto
Stalin nel 1953, il nuovo segretario generale del partito
comunista Nikita Crusche (1953-‐‐64) dichiarò di voler portare la produzione di
numerose derrate alimentari al livello degli Stati Uniti, per ovviare al problema della
scarsa produttività agricola sovietica. Fu proseguita inoltre la strada della
pianificazione, ma la
mutata articolazione dell’attività economica, che diventava sempre più ampia, eviden
ziò l’incapacità di: assicurare un buon coordinamento fra imprese, prevedere la
quantità da produrre e il prezzo dei beni in modo da coprire i costi e consentire un
accumulazione di capitale (i prezzi
erano tenuti artificialmente bassi). Inoltre fu scarso lo stimolo alle invenzioni alle inn
ovazioni e bassa la produttività del lavoro. Un posto di lavoro era sempre garantito
poiché l’attività lavorativa era ritenuta un obbligo per i cittadini ma la produzione era
bassissima e dunque i costi della produzione elevatissimi.

33.2. I tentativi di riforma in Unione Sovietica

Michail Gorbacev passò alla guida dell’Unione Sovietica dal 1985 al 1991. Pose man
o a riforme
volte a conferire maggiore autonomia alle imprese, sulla stessa onda, ma più incisive,
di quelle
attuate precedentemente dai dirigenti sovietici, basate sul concetto di profitto sul capit
ale come criterio di valutazione della produttività. Queste prevedevano:
• La trasparenza o pubblicità (LA GLASNOST), volta a realizzare forme
democratiche di gestione del potere pubblico, attraverso
la libertà di espressione e d’informazione, in maniera tale da consentire una libera
discussione dei problemi del Paese e una ricerca delle soluzioni.
• La ristrutturazione(perestrojka), che richiamava in qualche modo la Nep e si
concretizzò in provvedimenti

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legislativi che resero le imprese statali più libere di fissare le loro quote di produzione
.
Lo scambio di beni fra le imprese doveva avvenire al prezzo di mercato e non più ai
prezzi imposti e si costituì la Borsa merci di Mosca (speculazioni). Fu
consentita l’iniziativa privata per creare piccole e medie imprese nei settori del
commercio e della produzione, furono assegnate terre ai contadini e ridimensionato il
potere del Partito
comunista. Il tentativo di Gorbacev di conservare il sistema socialista attraverso una
sua radicale trasformazione risultò fallimentare. Infatti le riforme prettamente
politiche portarono al crollo del Partito comunista e alla disintegrazione dell’Unione
Sovietica. Cominciò a formarsi una categoria
di oligarchi aventi uno stretto legame col governo che gli garantiva protezioni e benef
ici favorendone l’arricchimento spropositato. Il deficit del bilancio statale era
straordinariamente cresciuto per via delle enormi spese di difesa. La liberalizzazione
di alcuni prezzi li fece aumentare facendo conoscere ai russi due fenomeni loro
estranei: l’inflazione e la disoccupazione.

33.3. Il crollo dei regimi comunisti

Dopo la Seconda guerra mondiale i paesi liberati dall’Armata Rossa entrarono a far
parte del Come con
(1949) (in contrapposizione al Piano Marshall), adottando il sistema politico ed
economico dell’Unione Sovietica. Questo si proponeva di coordinare lo sviluppo eco
nomico dei
paesi membri, realizzare un efficiente divisione del lavoro e favorire gli scambi, risult
ando uno strumento di dominio con cui i Sovietici si imposero sui paesi satelliti.
L’incapacità dell’economia pianificata di migliorare le condizioni di vita fece crescer
e il malcontento, e le condizioni per la caduta dell’Unione Sovietica maturarono con
le riforme di Gorbaciov che diedero maggiore forza ai gruppi che si opponevano ai
regimi comunisti. Il 1989 fu l’anno della svolta, vi fu una transizione pacifica a
catena verso governi non comunisti di
Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia (si divise in Repubblica ceca e Repubblica slovac
ca). L’evento simbolico della fine del regime fu il crollo del Muro di Berlino, che fu
distrutto nella notte fra il 9 e il 10 novembre 1989 da una moltitudine di Tedeschi
dell’est che si riversò nella parte occidentale della città senza che le autorità tedesco-‐
‐orientali osassero intervenire. Il Come con fu sciolto nel 1991.

33.4. La crisi della transizione

Il tentativo di riforme di Gorbaciov non riuscì e le repubbliche slave (Russia, Ucraina


e Bielorussia) dichiararono nel 1991, lo scioglimento dell’Unione
Sovietica. Nacquero così 15 repubbliche indipendenti tra le quali la nuova
Federazione russa era ovviamente la più grande.

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La transizione al capitalismo fu lunga e difficile e la fretta con cui fu attuata portò a
risultati disastrosi. I primi provvedimenti riguardarono la liberalizzazione del
commercio interno e di quello estero e l’apertura del mercato russo al commercio
internazionale e agli investimenti esteri. La privatizzazione delle imprese statali fu
l’operazione più difficile. Tale compito fu affidato a una
Commissione statale che trasformò le imprese pubbliche in società cedendo parte dell
e azioni a poco prezzo ai lavoratori delle imprese stesse. Furono distribuiti
voucher(buoni) gratuiti ai cittadini, evitando la vendita per prevenire la formazione di
un oligarchia. Lo scopo non fu raggiunto perché i proprietari dei voucher preferirono
venderli ai vecchi dirigenti che divennero ricchissimi. Lo Stato mantenne comunque
la proprietà di numerose attività strategiche (telecomunicazioni, energia, armi).
Esplose una violenta inflazione che si trasformò in iperinflazione a causa della
liberalizzazione dei prezzi e dell’enorme emissioni di biglietti per supplire alle
imminenti necessità dello Stato. L’agricoltura fu ancora una volta sacrificata e vi fu
un inquietante calo demografico (droga, malattie veneree, omicidi, suicidi). La
transizione Russa fu la più complessa fra quelle degli altri paesi dell’Unione
Sovietica, per via del costo dell’enorme apparato industrial-‐‐militare e dalla
prevalenza della monocultura industriale (presenza di poche grandi imprese che
operavano in un solo ramo). La produzione industriale crollò del 50%. Nell’Europa
orientale la fase di transizione fu gestita meglio; ci fu bisogno di un rinnovamento di
impianti industriali, riqualificare i lavoratori e ricostruire il sistema bancario. Quasi
tutti i paesi dell’Europa orientale entrarono, tra il 2004 e il 2007, nell’Unione
Europea.

33.5. La ripresa dell’economia russa

La crisi della transizione fu superata verso la fine degli anni Novanta, dopo
un’ulteriore crisi valutaria del rublo che fu sottoposto ad attacchi speculativi e si
svalutò rispetto alle altre monete. Con il nuovo secolo la Federazione Russa conobbe
una forte ripresa economica grazie a due fattori:
- • Consistenti esportazioni di petrolio e di gas naturale oltre che di metalli e
legname, i cui prezzi sul mercato mondiale erano in crescita
- • La debolezza del rublo che favoriva le esportazioni e scoraggiava le
importazione, sostenendo in tal modo le industrie nazionali.
I consumi privati ripresero a crescere e con essi la produzione. Le grandi industrie rus
se finirono nelle mani di pochi gruppi privati, ma lo Stato conservò parecchie grandi
aziende, specialmente nel settore energetico, ad esempio la Gazprom che è il
maggiore estrattore di gas naturale, venduto a molti paesi. Le banche rimasero anche
esse sotto il controllo dello Stato. Lo sviluppo economico interessò le regioni di
Mosca mentre gran parte del paese rimase indietro, soprattutto nelle zone rurali e nei
territori asiatici.

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