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La campagna d'Italia dell'esercito francese nel 1796 La questione del significato della campagna d'Italia dell'esercito francese nel

1796 ha prodotto pareri fortemente discordanti rispetto alla nascita e sviluppo di un sentimento nazionale italiano. Da una parte, impossibile negare che l'invasione francese sia stata la premessa essenziale dell'avvio di quella trasformazione che avrebbe portato alla ribalta in tutta la penisola la discussione sul futuro assetto politico della penisola. La diffusione dei valori repubblicani e democratici congiuntamente all'urto dato ai vecchi regimi, consuetudini, ecc. costituiscono, secondo molti, il vero motore che impresse la spinta al cambiamento. Senza l'impatto della rivoluzione francese, la storia italiana avrebbe preso una piega che ozioso persino immaginare. Dall'altra invece, qualcuno ritiene che le violenze, spogliazioni, soprusi contro la religione e i costumi delle popolazioni italiche operate per mano dell'esercito francese, indussero i popoli a ribellarsi all'invasore e a organizzare, una vera contro-rivoluzione popolare. Il popolo, e non gli intellettuali, diede vero esempio di amor patrio. La manifestazione di un sentimento nazionale, in questo caso, sarebbe dovuta alla reazione spontanea di genti che cercavano di difendere la propria terra, i propri regnanti, le proprie tradizioni. La conseguenza pratica della democrazia rivoluzionaria altro non era che una forma di governo assolutista e dispotica, peggiore di quelle dell' ancien regime. Inizialmente, il dilettantismo e improvvisazione di queste ribellioni, detti insorgenze, testimonierebbero della loro spontaneit ma, a partire dal 1799, la reazione anti-francese assume una forma organizzata dall'alto con l'esercito 'volontario' della Santa Fede del cardinale Ruffo. Sappiamo tuttavia che altri fattori, pi concreti, condizionarono le insorgenze in modo sostanziale. Dall'esigenza di studiarle singolarmente nata la convinzione che ebbero una natura lungi dall'essere omogenea. Qualunque di queste due teorie uno abbracci, in nessun caso si pu sminuire il ruolo giocato dalla rivoluzione francese. Il sentimento 'nazionale' sarebbe nato sulla scia di, oppure in contrasto a, quel grande fenomeno che fu la RF. Difficilmente si potr negare che i concetti-nozioni propugnati dalla rivoluzione popolo, sovranit popolare, libert, eguaglianza, repubblica, democrazia - sono quelli che avrebbero formato la base della societ moderna, per quanto adattati; e che al movimento degli insorgenti facesse difetto un programma politico 'nazionale'. Se vi fosse stato, si sarebbe concretizzato in qualche modo negli anni a partire dal 1815, cosa che non fu. Il popolo ricadde nel vecchio torpore, stato in cui si voleva che rimanesse. Anche senza accettare questa spiegazione 'in negativo, le analisi delle insorgenze a livello 'locale' hanno finora evidenziato la mancanza di una causa unica (e nazionale) scatenante. Le reazioni popolari anti-francesi, in tutta la loro variet, dall'altra il repubblicanesimo, inevitabilmente lontano dalla vera nazione che era molto arretrata, mostrano un paese in cui diverse fratture rimangono profondissime un paese in cui molti degli eventi che hanno luogo sono comprensibili solo in una chiave locale. Il pensiero 'nazionale' rimane repubblicano ma anche isolato, almeno in una fase iniziale, mentre nel popolo manca un' articolazione nazionale proprio perch aderisce ad una realt che locale. Il popolo difendeva la sua piccola patria - anche a danno di altre piccole parie - oppure qualche potentato locale a danno di altri, vicini e concorrenti, ma la storia d'Europa stava andando, anzi era gi andata, in ben altra direzione. Ora mi interessa presentare sinteticamente il caso della citt di Pesaro all'indomani dell'invasione francese per mostrare quanto sia difficile estrarre formule 'univoche' dalla situazione italiana.

Siamo nel 1631 alla morte di Francesco Maria II della Rovere, ultimo duca di Urbino, il ducato ritorna allo stato Pontificio. Dopo la devoluzione scrive il Conte Camillo Marcolini - ogni cosa precipit in fondo: le ammirabili fortezze, i ricchi palagi, le splendide ville, i vasti parchi, in pochi anni divennero miserabili rovine, alle offese del tempo liberamente abbandonate: si chiusero le fabbriche delle majoliche; le arti, e le gentili lettere non trovando pi nelle deserte corti l' usato alimento parvero appo noi venir meno; si perd ogni onore della milizia: s' interrarono i porti con tanto dispendio fabbricati; e la mal aria torn ad ammorbare di nuovo Pesaro e Senigallia. Fosse poi arte di governo, o stolidezza (che l' uno o l' altro pu essere), pi vivi che mai si riaccesero gli odi tra comune e comune...1. Lo Stato Pontificio rappresenta, a tinte assai marcate, il problema di quel municipalismo tipico degli Stati e delle istituzioni amministrative della penisola. Le piccole comunit, non raramente lontane dalle istituzioni che le avrebbero dovute governare, venivano amministrate localmente secondo consuetudini, ma anche organi amministrativi diversi da paese a paese. Nel Regno di Napoli, le 'prammatiche' non erano vere e proprie leggi, ma dichiarazioni di principi, o di fini, a cui le amministrazioni cercavano di tradurre in atti compatibili con i costumi locali. Nello Stato Pontificio, il disordine istituzionale raggiunge dimensioni parossistiche. Leggiamo la descrizione che ne fa Amedeo Crivellucci alla fine dell'Ottocento: ...alla fine del secolo passato [cio alla fine del Settecento], lo Stato della Chiesa era uno Stato sui
generis; e presentava singolarit e irregolarit tali che spesso finivano in una vera e propria confusione di poteri, di diritti, di giurisdizioni... Nelle forme dei loro reggimenti, province, citt, castelli, riproducevano quell'accozzo mostruoso che costituiva l'indole dello Stato, ...Dappertutto erano, con forme e leggi e usi diversi, podest, capitani del popolo, gonfalonieri del popolo, tribuni della plebe, riformatori di libert, consoli, senati, parlamenti, consigli popolari, nomi gloriosi di pi gloriose istituzioni, ma, gi da un pezzo, poco pi che nomi; dappertutto regnava una nota uniforme, ed era che nulla si poteva fare senza il consenso dei superiori, vicini o lontani che fossero.... Ancora si parlava dello Stato di Bologna, di Perugia, di Ascoli, di Fermo, come al tempo in cui quelle citt avevano formato uno Stato vero e proprio; e le citt minori, i castelli, le terre, che lo avevano formato anticamente, continuavano sempre a dipendere da quelle direttamente e a far parte di quello Stato. E come queste grosse citt, che avevano avuto uno Stato continuavano a conservarne le apparenze e a reggersi con gli antichi congegni dell'amministrazione comunale, pur essendo spostata la forza motrice della macchina; cos le citt minori, le terre, le ville da esse dipendenti avevano conservati i congegni loro; onde quasi tutte avevano, pi o meno antichi, pi o meno modificati e adattati ai tempi, i loro magistrati, i loro consigli, i loro statuti, le loro consuetudini e i nomi antichi dei magistrati, dei consigli, degli ordini pubblici: i nomi antichi sopratutto e le leggi e gli usi e i procedimenti esteriori della libert. E ciascuna aveva i suoi propri, diversi da quelli delle terre vicine; poich, quantunque tutte da secoli ugualmente soggette alla Chiesa, ognuna presentava qualche peculiarit, aveva i suoi particolari ordinamenti, o statuti, o consuetudini tradizionali. Spesso, come ho detto, piccole ville facevano comunit da s. S. Pietro d'Arli era una villa di quattro famiglie, dico quattro; nonostante formava comunit separata. Castel Trosino, un pittoresco paesetto sopra una rupe che sporge a picco sul Castellano, era una comune di 25 famiglie, che si reggeva con due massari eletti dai castellani radunati in pieno numero ogni bimestre sulla piazzetta, o sulla piazza della Marina, dove tenevano la loro dieta. Un camerlengo si eleggeva all'incanto, a lume di candela, nel portico della chiesa prorale2.

Certamente qui l'ideale roussoiano delle piccole comunit che si amministravano autonomamente era ben rappresentato! Ogni villaggetto sparso per il contado, per gli appennini, isolato per una serie di ragioni - oltre che per volere del corpo politico, le comunit, dalla famiglia in su, si controllano meglio se isolate, ignoranti e povere - si pensava come una patria a se stante.
1 Camillo Marcolini, Notizie storiche intorno alla provincia di Pesaro e Urbino, Pesaro, Nobili, 1868, p. 350. 2 Amedeo Crivellucci, Un comune delle Marche del 1798 1799, Pisa-Livorno, Poerri-Giusti, 1893, pp. 10 e 14.

Siamo ora nel 1797 e Pesaro una citt che conta 12.000 abitanti, il territorio a ridosso della costa fertile ed il livello di vita , rispetto alla zona montuosa e arida nel contado di Urbino che pi povera, mediamente buono. Il porto un attivo centro di smistamento merci e la sua posizione favorisce i contatti con la regione cisalpina, fulcro delle nuove idee rivoluzionarie. La vita commerciale della regione prevalentemente legata alla vendita di cereali e maiali: a Pesaro troviamo industrie tessili, di filatura e due fabbriche di vetri. Grazie ai suoi favorevoli contatti con la Lombardia, le idee repubblicane avevano avuto una certa diffusione. Politicamente, in citt Da una parte si trovava un ristretto gruppo di nobili - Mosca, Cassi, Ronconi e Mazzolari -, di ecclesiastici (Gerunzi), di professionisti ed artigiani, che guardava con interesse e speranza alle idee e ai fatti avvenuti in Francia. Dallaltra cerano quelli decisamente ostili, i quali vedevano nei rivolgimenti ideologici e politici in atto la rovina della societ e della religione. Fra questi spiccava monsignor Giuseppe Beni, arrivato a Pesaro come amministratore apostolico nellaprile 17943 Vi dunque una parte della societ, non distinguibile per censo, che ha voglia di respirare aria fresca. Non possiamo dire che qualunque novit sarebbe stata la ben accolta, ma certamente vi una parte di quella societ, forse minoritaria ma non secondaria, che ha fame di cambiamenti. Quelli propagandati dalla rivoluzione sono perfetti per sollecitarli. Dopo la devoluzione il clero e la nobilt sono riusciti quasi dovunque ad espungere dai consessi cittadini i rappresentanti degli artigiani e dei commercianti. E clero e nobilt sono associati nella azione di governo dai comuni interessi di proprietari terrieri e dalla fitta rete di parentele e di amichevoli relazioni che li unisce al cardinal legato ed ai suoi pi diretti collaboratori da una parte ed al governo di Roma dallaltra 4. La struttura sociale, quasi del tutto priva di stimoli capitalistici e signorilmente statica, affonda le radici nelle campagne della Legazione e grava sui mezzadri e sui piccolissimi proprietari del contado, come sui pastori e sui membri delle comunanze della montagna. Daltronde lincremento demografico, che stipa i mezzadri sulla terra, e laumento dei prezzi, che inquieta le plebi cittadine con lincubo della fame e delle carestie, favoriscono i ceti privilegiati, consentendo linasprimento dei contratti di mezzadria, la diminuzione delle mercedi e la vendita a prezzi sempre pi remunerativi dei prodotti della terra5. La situazione del pesarese non affatto diversa da quella di altre aree del nord della penisola. Sui primi di febbraio 1797 Napoleone da Bologna muoveva le sue truppe verso la Romagna e le Marche, giustificandosi, al suo arrivo, con un proclama riguardante le ragioni per cui aveva deciso di rompere larmistizio col papa: secondo Bonaparte il pontefice aveva violato l'accordo, che prescriveva un impegno da parte del papa a non occuparsi degli affari temporali, concentrandosi solo sulle cose spirituali. E interessante notare come spesso, per lo meno nel primo periodo di occupazione, Bonaparte ricorresse alla citazione delle Sacre Scritture per convincere clero e fedeli della bont del suo progetto. Con questi propositi arriv a Pesaro nella serata del 4 febbraio 1797, ma in citt gi dal giorno precedente stava crescendo la paura e la preoccupazione per larrivo delle truppe repubblicane, superiori sia in uomini che in armamenti alle milizie papali. Il 2 febbraio nella battaglia di Faenza i 13.000 soldati francesi avevano sconfitto i 1.800 militi papali. Fuggiti i maggiori ecclesiasti prima dell'arrivo di Napoleone, non mancarono coloro che si presero lincarico di rafforzare la sicurezza della citt. Il ruolo di Guardia civica lo assunse il marchese Alessandro Baldassini, Maggiore divenne il marchese Mosca, Capitani i signori Zanucchi, Mazzolari, Macchirelli e Lizzari. Appena giunti i francesi si costitu la nuova municipalit che cerc di rassicurare gli animi con un paio di proclami diretti a coloro che avevano lasciato la citt, i quali erano invitati a tornare per riprendere le loro attivit, in quanto non sussistevano particolari pericoli.

3 Silvio Linfi, Pesaro nella Rivoluzione Francese: aspetti politico-religiosi su documentazione dellArchivio Storico Diocesano, Segnali, Nobili, Pesaro 1994, pp. 102-103. 4 R. Paci, Lascesa della borghesia nella Legazione di Urbino dalle riforme alla Restaurazione, Milano 1966, p. 5. 5 R. Paci, Lascesa della borghesia nella Legazione di Urbino dalle riforme alla Restaurazione, Milano 1966, p. 6.

Si pu facilmente immaginare con quale animo la popolazione accolse i francesi. Questi ultimi godevano del favore degli intellettuali, che respiravano col loro arrivo una ventata di libert, dei giovani, dei patrioti (un gruppo sociale del tutto nuovo in quei tempi). Ma accanto a questi stava la massa ignara e ostile, che considerava i francesi nientaltro che nemici terribili, distruttori spietati di ogni ordine sociale e religioso, pericolosi autori di spogliazioni e rapine. Con ci si spiega la ribellione popolare scatenatasi in quei giorni ad Urbino, Peglio, nei paesi circostanti fino a Gubbio, primo nucleo ribelle che poi si estender, nel 1799, a tutta la Marca. Anche gli ebrei erano tra i favorevoli alla conquista francese e al crollo del dominio papale, che certamente non li favoriva. Simboleggiavano la loro gioia cingendosi il capo con coccarde di tipico stampo francese. Se Bonaparte continuava a promettere pace e benevolenza, le sue milizie provocavano ingenti danni nelle campagne, tanto che Napoleone fu costretto a pubblicare un proclama che ammoniva chiunque avesse continuato tale condotta. Diversi soldati furono condannati, due dei quali addirittura alla pena capitale. Nel corso della prima occupazione i francesi requisirono numerose opere darte: vennero sottratti quadri del Barocci, del Veronese e del Giambellino. Vennero inoltre rimossi tutti gli stemmi gentilizi. Dopo il momentaneo ritiro nel territorio della Romagna, Pesaro torn a far parte dello Stato Pontificio. Loccupazione lasci strascichi sanguinosi: ad Urbania due commissari francesi vennero uccisi il 23 dello stesso mese; ad Urbino i contadini riuscirono a disarmare la guardia, facendosi riconsegnare le armi requisite; a Montefabbri una colonna di soldati francesi fu costretta alla resa. Tutta la provincia, da Gubbio a Tavoleto, da S. Angelo in Vado a Fossombrone, da Sassoferrato a tutto il Montefeltro insorse. Anche Pesaro corse il rischio di finire vittima di unincursione di contadini il 27 marzo 1797: dal colle San Bartolo un manipolo di cinquanta persone scese nella citt, approfittandosi della scarsit di soldati francesi. Ma questi in meno di mezzora li misero in fuga facendo svanire ogni timore. Come previsto dal Trattato di Tolentino la provincia fu restituita al papa: le campane suonarono a festa dopo che per tanti giorni erano rimaste legate, la gente si radun in piazza per festeggiare e alla partenza dei francesi fu bruciato lalbero della libert; nel frattempo i membri della municipalit se ne stavano rinchiusi nei loro palazzi per evitare attacchi del popolo, e per ingraziarsi la gente iniziarono addirittura a gettare denaro e pagnotte dalle loro finestre. Venne dunque ripristinato il governo papale e il 23 aprile fece ritorno in citt il Legato Pontificio mons. Ferdinando Saluzzo, che come prima cosa emise un decreto nel quale chiedeva forti contribuzioni alla popolazione da versare alla Francia secondo gli accordi del Trattato di Tolentino. Il periodo rivoluzionario lasci una traccia indelebile nella mentalit dei pesaresi, soprattutto quelli appartenenti allarea borghese-moderata, i quali premevano per lattuazione di riforme e labolizione dei privilegi ecclesiastici. Un nuovo cambio di dominazione avvenne nella notte tra il 21 e il 22 dicembre 1797, quando un gruppo di patrioti diede luogo ad uninsurrezione, appoggiata da truppe della repubblica Cisalpina. I cisalpini avevano gi attaccato il 4 dicembre San Leo, e da l avevano preparato un piano per scendere fino a Pesaro, forti della collaborazione di alcuni patrioti della citt adriatica. Al termine di questa agitazione Pesaro si rese nuovamente indipendente dallo Stato Pontificio, creando una municipalit provvisoria dominata dagli esponenti democratici e moderati della prima fase: presidente fu nominato Girolamo Rizzoli, coadiuvato da Francesco Mazzolari, Luigi Giorni, Vincenzo Donati, Giuseppe Stefano, il dottor Pichi, Giuseppe Serra, Gaetano Rulli che venne presto sostituito dal marchese Francesco Mosca. Il 6 marzo 1798 Pesaro e il suo contado furono ufficialmente annessi, assieme a San Leo, alla Repubblica Cisalpina nata nel 1797. Il marchese Mosca venne riconfermato membro della municipalit e quindi fatto presidente di essa. La Municipalit promosse subito provvedimenti atti allistituzione di un sistema democratico e laico, e

questa serie di emendamenti coinvolsero pienamente lapparato ecclesiale, che aveva bisogno di un netto ridimensionamento se si voleva far spazio ad unamministrazione laica. Gli eventi precipitarono il 7 giugno 1799, quando una moltitudine di popolani sostenuti da truppe imperiali si scontr con le truppe cisalpine e i patrioti, e dopo unora di fuoco restarono padroni della citt: dunque a seguito di una piccola scaramuccia, la citt torn in mano pontificia. Fu subito atterrato lalbero della libert, instaurato un Governo provvisorio. In tale occasione questo manipolo di uomini devast e saccheggi le case degli ebrei site nel ghetto, in quanto questi avevano apertamente parteggiato per i francesi. Furono inoltre arrestati alcuni patrioti rimasti in citt, scovandoli nei loro nascondigli. A questo proposito interessante menzionare che sia il conte Francesco Cassi che il marchese Francesco Mosca, nel mese di ottobre dellanno 1799, avevano ritrattato i propositi rivoluzionari e anticlericali, giurando fedelt a Dio e alla Chiesa e rigettando tutto quello che nei mesi precedenti avevano detto e fatto: ne erano stati obbligati dalle autorit pontificie, come segno di riparazione per i gravi danni arrecati alla citt di Pesaro. Sono conservate negli archivi cittadini ben 52 ritrattazioni, appartenenti ai personaggi pi illustri del periodo. Questi propositi di tornare alla sottomissione ecclesiale non durarono nemmeno un anno. Il 20 luglio 1800, dopo la battaglia di Marengo, il generale Monnier a capo delle truppe francesi e cisalpine entr in Pesaro e se ne impossess, ripiantandovi il 23 lalbero della libert. Di nuovo furono soppressi i conventi e requisiti i beni vescovili. Il 6 dicembre 1800, il generale austriaco Sommariva, alla testa di 3.000 soldati tedeschi, prese nuovamente possesso della citt, atterrandovi le insegne repubblicane. Fu abolita la municipalit e reintegrato il primigenio magistrato pontificio. I francesi partirono prima dellentrata dei tedeschi, evitando cos il contatto. Il 25 gennaio 1801 fecero ritorno le truppe francesi e cisalpine, con lennesimo passaggio di consegne. Tale situazione di totale incertezza termin il 22 settembre 1801, quando arriv il generale francese Lesuire, che si accord col delegato apostolico card. Cacciapiatti per restituire definitivamente Pesaro alla S. Sede. A livello amministrativo, i tribunali e i magistrati di Pesaro non soffrirono tale passaggio di consegne. Gli organi pubblici rimasero invariati: la Segnatura, la Consulta, le figure del Luogotenente e del Podest. Pesaro cominci ad appartenere al Regno dItalia, prima con loccupazione (1807) e poi con laggregazione (1808).

L'anima dell'Italia complessa: all'interno dei municipi cittadini, delle piccole e piccolissime comunit locali, le grandi questioni della politica 'europea' sono filtrate da individui che assumono atteggiamenti molto diversi difronte al mondo che cambia. Vi sono le classi che difendono i loro interessi, ovviamente, ma vi anche una popolazione che ha fatto di quella quieta marginalit e passivit, ormai secolari, un vero e proprio 'modus vivendi'. Il cambiamento li spaventa molto pi che la vita dura che menano. Fondamentalmente, per concepire un cambiamento, si devono avere stimoli che lo presentino come un'esperienza positiva, possibile, da verificare. Questo quello che manca la piccola comunit italiana piegata su se stessa, non conosce il mondo fuori dal proprio ambito, e non lo vuole conoscere. Per agire, attende un segnale da una delle autorit che riconosce. Le citt sono in generale pi aperte agli influssi esterni, quindi pi inquiete. Tra chi accetta lo status quo per interesse e chi per lunga consuetudine, vi chi mal sopporta quello stato di passivit, di immobilismo e che si sintonizzato sull'onda dei cambiamenti che stanno preoccupando i vecchi regimi. Si chiamano giacobini, repubblicani, democratici, patrioti. A seconda della presenza o

assenza degli eserciti francesi, sono indotti a vivere in una zona in cui si alterna l'adesione entusiasta al mondo che cambia a ritrattazioni e suppliche, oppure, nel peggiore deicasi sono costretti a subire la violenza, del regime o la furia popolare. Questa catalizza tutto il peggio della rabbia antica e recente che molte volte nulla a che fare con le cause che l'hanno scatenata. Tra questi 'patrioti' allineano aristocratici, borghesi, preti, professionisti, scontenti della situazione (di Pesaro) che vede le maggiori cariche assegnate al clero o all'aristocrazia, le propriet pi importanti, immobiliari e terriere, a ricche famiglie legate al clero romano e che si sottraggono alle tasse, e nessun cambiamento in vista.

In Acquaviva, allo sbalordimento che gl'incendi, le stragi, il saccheggio avevano causato nella popolazione, sottentr presto nella parte pi volgare, cio a dire nella maggior parte di essa, un odio feroce... contro i briganti, si crederebbe, contro gli assalitori, gli spogliatoi-i del paese? no invece, contro i difensori, contro i giacobini, contro quelli che colla loro disperata difesa avevano tirato sul paese g' incendi, le stragi, il saccheggio. Se non vi fossero stati i giacobini, cos si ragionava, e non del tutto stortamente, non vi sarebbero stati i briganti, se non fosse venuta la repubblica, non si sarebbe avuta la leva in massa, se prima non fosse accaduta la rivoluzione, non sarebbe succeduta la contro-rivoluzione. Morte dunque ai giacobini. (p. 227-28)
Ma andate a far capire a una moltitudine inebetita, addormentata da tre secoli e inferocita da un brusco e terribile risveglio, che i giacobini avevano seguito una, sia pur falsa, imagine di bene, che se, illusi o no, i giacobini avevano trasmodato, i briganti avevano toccato i confini della pi brutale barbarie, che quelli avevano combattuto, e valorosamente, per la libert e per la vita, colla speranza di risparmiare a s e agli altri gli orrori sofferti, vincendo. Ma essi perdettero, e vae vietisi Cos ragionava la moltitudine, e alle spogliazioni dei Francesi, alle stragi dei briganti sottentr la caccia al giacobino.