Andrea Luotto
In Traversata
D’Angelo’s House
Andrea Luotto
In Traversata
D’Angelo’s House
Luotto Andrea
In Traversata
A cura di Massimo Tardio
da Il Carroccio The Italian Review, A. XV, No. 1, January 1922,
pp. 83-87.
Andrea Luotto (1895-1980)
Subito dopo la I° Guerra mondiale emigrò in America. Negli Stati
Uniti Andrea fu proprietario di un’agenzia di pubblicità radiofo-
nica e conduttore radiofonico dell’emittente WOV, di cui divenne
direttore generale nel 1942.
Fu anche presidente della Società Dante Alighieri.
In ambito editoriale collaborò con Il Carroccio, fu direttore de Il
Corriere d’America dal 1923 al 1925 1, con Fiorello La Guardia fondò
il settimanale L’Americolo, che durò poco meno di un anno, e negli
anni 40 pubblicò Divagando, rivista settimanale in lingua italiana.
Scrisse, Anima Italiana-Luci ed Ombre, un libro di memorie sulle sue
esperienze nella Marina Militare Italiana durante la Prima Guerra
Mondiale.
Luotto continuò sempre a svolgere attività di promozione della
cultura italiana contemporanea per il pubblico italoamericano at-
traverso le sue trasmissioni radiofoniche su VOW fino a poco
prima della sua morte che avvenne nel 1980.
D’Angelo’s House
Fondazione Pascal D’Angelo
Centro Studi Pascal D’Angelo – Introdacqua
Accademiə də la Vrennə
Via Leopoldo Susi n. 2
Introdacqua
2018
1 In questo periodo fu il primo traduttore in italiano di una poesia di Pascal
D’Angelo, the pick and shovel poet; Fantasio venne pubblicata anche in Italia sulla
rivista Varietas, marzo 1925.
IN TRAVERSATA
Com’era vasta e fredda quella tettoia che accoglieva i passeggeri
pronti alla partenza! New York è ingrata nei suoi giorni di vento
ghiacciato, d’acqua e di neve. Dalle sei del mattino, quando ap-
pena cominciava ad affacciarsi l’alba sonnolenta di gennaio, la
lunga fila pazienta di greci, turchi, romeni, bulgari ondeggiava
sulla banchina; mentre guardie, ispettori, impiegati, imbroglioni
andavano e venivano, formulavano domande interminabili e
strane, timbravano il biglietto, spillavano denaro. S’udivano par-
lare lingue diverse, pronunciare nomi stranieri, emigranti alter-
care, bambini piangere, e inanime avvolte nei tanti scialli multi-
colori consolare i piccoli figli freddolosi.
Perché partivano quegli esseri dolenti e pazienti?
Tornavano alle loro case dopo un lavoro proficuo, o gli sforzi
faticosi e la vita tribolata lontano dalla Patria non avevano frut-
tato il guadagno previsto con desiderio impaziente anni addie-
tro, venendo dalla propria Terra alla Terra straniera ricca di pro-
messe?
Per tutto il giorno gli emigranti sopportarono il freddo e la fame,
l’esigenza degli ispettori, le parolacce e gli urti e l’insidia dei traf-
ficanti. Ma i commessi dell’emigrazione, il personale del porto,
le guardie erano abituati a quel lavoro doloroso e complesso; e
nessuno provò pietà né meraviglia.
La linea s’incanalò, ondeggiando, su per lo scalandrone che con-
duceva a bordo del piroscafo capace di contenere uomini e ton-
nellate di carico a migliaia — e scomparve rompendosi in mi-
nori, sparpagliandosi per le stive dalle innumerevoli cuccette so-
vrapposte.
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Anche i marinai erano abituali a quell’operazione complessa e
dolorosa: assegnarono il posto leggendo il numero della cuc-
cetta su di un cartoncino che ogni emigrante aveva ricevuto sa-
lendo a bordo; e non provarono compassione né meraviglia ve-
dendo quel formicolare di creature che erano urtate, spinte e
ricevute come balle di carico: un tanto al pezzo.
Il piroscafo fischiò varie volte, a lungo.
Fu tolto lo scalandrone che cadde rumorosamente sulla ban-
china.
S’udì piangere, benedire, conversare, ridere.
Un ufficiale salutò, sorridente, una giovane signora che rispon-
deva agitando la piccola mano inguantata. Negli occhi belli una
lacrima e un sorriso tremolavano confusi.
Accanto a lei un uomo sulla quarantina, un forte e barbuto la-
voratore romeno gridò il suo augurio rivolto alle tante persone
affacciate al bordo.
La sirena mandò il suo ultimo lamento e la nave si mosse.
Si videro mani, fazzoletti, cappelli agitarsi nell’aria. E le voci si
fecero più forti, agitate, confuse.
Poi andarono affievolendosi a poco, a poco, mentre il transat-
lantico s’allontanava dalla terra.
Poi si perdettero nel vento.
La costa divenne una sola linea grigia.
Calò la sera.
*
* *
La prima notte di navigazione fu — come di solito — molto
laboriosa. I passeggeri non s’erano ancora adattati ai loro posti,
giravano per la coperta confusi e dolenti. Discussioni agitate,
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brevi alterchi si succedevano nelle varie stive: taluni reclama-
vano il loro posto occupato da altri ; chi voleva cambiare cuc-
cetta, troppo scomoda; alcuni chiedevano cibo, sfiniti dalla
lunga attesa che li aveva tormentati per tante ore; varie donne
invocavano una coperta di più, non potendo calmare il freddo
che intirizziva; i bambini piangevano. E bisognò passare da una
stiva all’altra, ascoltare pazientemente le tante voci piagnucolose
o aspre, le varie lingue barbaramente tradotte da interpreti vo-
lonterosi che si offrivano alla strana bisogna; concedere, rim-
proverare, disporre.
Un giovane ufficiale aveva nel cuore lo sguardo luminoso e
amoroso della donna che lo aveva salutato alla partenza, mentre
negli occhi belli tremolavano confusi sorrisi e lacrime. Per la
virtù di quello sguardo seppe dire una parola buona a tutti gli
afflitti, ebbe una carezza per ogni bimbo, fu indulgente e prov-
vido.
*
* *
Il dottor Keety, medico di bordo, venne svegliato all’improv-
viso dal guardiano notturno che lo pregava di scendere nel com-
partimento delle donne; ma di scendere subito Perché un bam-
bino stava molto male e la mamma si lamentava e piangeva di-
sperata.
Il giovane dottore, mentre si vestiva alla meglio, chiedeva infor-
mazioni sullo stato del piccolo infermo — e il guardiano rispon-
deva agitato narrando le sue impressioni e il disordine delle
donne accorse presso la madre dolente — dichiarando il suo
parere.
— Ali right — concluse Keefy — I am ready. — E scese in fretta.
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*
* *
Mentre nasceva il giorno, si destavano anche le furie dell’At-
lantico. Un uragano — lo storm — si avvicinava preannunziato
da lunghe onde rabbiose e dal vento che investiva con violenza
il piroscafo e rendeva difficile l’opera del timoniere.
Le stazioni radiotelegrafiche segnalavano l’intensità e la vastità
veramente impressionante dell’uragano che sconvolgeva una
zona vastissima e che era ormai prossimo, inevitabile.
La nave scricchiolava balzando sull’onda ineguale e il vento ca-
priccioso e impetuoso fischiava urlava schiantava.
Venne ridotta la velocità del piroscafo, ammainato l’aereo, di-
sposto ogni cosa, impartito ogni ordine all’equipaggio per af-
frontare e superare la lotta.
L’acqua si frangeva con meravigliosa varietà di suoni, inondava
scorreva filtrava da tutte le fessure, festante o violenta, sof-
fiando ovunque un salino denso e saporito. S’ergeva contro la
prua in gigantesco ventaglio spumeggiante, s’abbatteva sul mu-
linello — per ritornare al mare infuriato a traverso i tanti om-
brinali, divisa in torrentelli verdi, argentati, iridati — arrestava la
sua corrente sulla rollata — pareva precipitare dalla murata op-
posta — riprendeva la discesa sul piane inclinato mentre un’al-
tra, innumerevoli altre onde urlavano contro la nave, l’annega-
vano la rivelavamo rabbiose travolgenti piangenti maestose
scarmigliate; si stendevano, s’accartocciavano, s’accavallavano,
bollivano, danzavano mostruosamente fra la nave e il mare.
Ed ecco l’onda tigre, la massima, avvicinarsi, superarle tutte,
morire rompendosi con fragore di schianto sul transatlantico
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che geme nelle fibre della carena, nelle macchine contenute,
nelle soprastrutture.
È un’orchestra infernale, sono risate assordanti di mostri, la-
menti spaventevoli che salgono dalle profondità sconvolte per
essere uniti e stracciati dal vento che urla e urla.
*
* *
Nella cabina operatoria il dottor Keefy, bilanciandosi sulle
gambe, spiava ansioso, col cuore negli occhi, il piccolo viso del
bimbo agonizzante sprofondato nei tanti guanciali che gli evita-
vano delle scosse troppo violente. Aveva subito crollato la testa
il buon medico, quando — fra i lamenti della madre in pianto e
la confusione delle donne, talune già affette dal mal di mare —
aveva visto l’infermo. Lo aveva fatto trasportare in cabina
d’operazione e adagiare fra i morbidi guanciali; ed egli era rima-
sto vicino al breve letto che doveva presto mutarsi in bara. Così
aveva atteso, tentando medicine che sapeva inutili, il giorno in-
tero, mentre l’uragano infieriva.
Non aveva mai provato una commozione così intima, un tre-
more di animo così intenso e doloroso; non aveva contemplato
mai, nella sua pietosa vita di medico e amico degli afflitti, un
dolore tanto profondo. Gli pareva naturale che l’Oceano infu-
riasse, che le onde scarmigliate sommergessero il vascello della
sventura. Non sussultava, non temeva udendo gli schianti e gli
urli e lo scricchiolare spaventoso. Pensava ad altri bimbi dai
grandi occhi di sogno che aveva ammirati, che aveva accarezzati
in altri tempi, in altri luoghi. Pensava alla sua mamma lontana e
sentiva il cuore tremargli in petto. Non aveva egli insinuato la
mano esperta in atroci ferite, non aveva assistito uomini in
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agonia, non udito lamenti di spasimo, non aveva veduto la
morte senza timore? E perché ora le lacrime gli inumidivano il
ciglio e il cuore gli doleva?
Nella stiva disordinata la madre giaceva riversa, con volto sfigu-
rato dal dolore e dal mal di mare, impotente a muoversi, lamen-
tando parole sconnesse che il vomito soffocava. Accanto a lei
le compagne che qualche ora prima pareva prendessero tanta
parte alla sciagura, avevano dimenticato la tragedia imminente
abbattute, scarmigliate, discinte, accomunate dallo stesso disgu-
sto.
Verso sera il bimbo con un rantolo lieve e breve disse che mo-
riva.
Lo coprirono con un panno bianco e rimase — il visino un poco
livido — sprofondato fra i tanti guanciali che gli paravano le
scosse violente.
Quando il giovane medico salì per cenare, un collega gli do-
mandò:
— Keefy, piangi?...
— No. — rispose egli — Una sprinata 1 di mare mi ha investito
mentre attraversavo la passeggiata. — E si ritirò in cabina.
Nelle prime ore della notte, mentre le onde andavano dimi-
nuendo di intensità, la nave riprese il suo cammino, essendo or-
mai fuori dallo storm.
L’alba spuntò sul mare calmo.
Chi può dire lo sgomento folle apparso sul tuo volto di lavora-
trice e il tuo sgomento ?
Il tuo urlo non avrebbe forse superato la tempesta?
1“Sprinato” è un termine del dialetto genovese che significa pioviggi-
noso, sprizzato. Quando il tempo non è troppo favorevole si dice - ha
spesso “sprinato”.
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Perché mentre ti moriva il figlio tu eri riversa nell’atroce disgu-
sto, Perché non eri ad assisterlo?
E il piccolo era morto.
La nave fila nuovamente sull’oceano ritornato calmo. Ma il tuo
figliolo non torna, ma il tuo spasimo non si calma.
Sei guarita dal male stupido e schifoso; ma ti strazia un male più
doloroso e difficile, senza misura né conforto.
La tua voce parla inutilmente una lingua straniera che gli altri
non capiscono; ma le tue lacrime piangono un dolore che com-
prendono tutti e ti compassionano. Oh, a che cosa serve la com-
passione di tutti, se il figlio che tu hai fatto e che crescevi non
ritorna, se il tuo spasimo non diminuisce?...
Il tuo uomo ti attende forse nella capanna che ha costruito colle
sue mani robuste in un campo fertile, fra il grano e le canne nella
tua Romania. Che cosa gli dirai vedendolo, quando si meravi-
glierà di non trovare il figlio, quando leggerà nello sgomento dei
tuoi occhi la verità che non gli puoi narrare?
Come sono inutili e lontane tutte queste donne che ieri soffri-
vano con te — non come te — che oggi piangono con te; ma
non le lacrime che a te bagnano il volto e hanno la sorgente
nell’amaro tuo cuore!...
Il piccolo ora è morto. E lo fasceranno con un lenzuolo sem-
plice e gli legheranno dei pesi di ferro ai piedi Perché scenda
subito in fondo al mare, per sempre, per sempre.
Il tuo urlo non supererà tutte le tempeste?
Non fate, non fate questo al figlio suo ! Non datelo alle onde
alle tempeste ai pesci! ... Che lo seppellisca il padre suo in un
campo tranquillo, in un campo santo, fra il grano e le canne,
nella lontana Romania!...
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*
* *
La madre non piangeva più. Il suo lamento era uguale e som-
messo. Seduta su uno sgabello, col gomito appoggiato al ginoc-
chio e il mento nella palma della mano, accanto al suo morto,
fissava la paratia bianca. Chino verso lei un sacerdote romeno
— un missionario che tornava alla sua terra — e parlava ; e la
sua voce era serena e limpida, placida e melodiosa come una
musica che fasciava l’animo, che conquistava.
Il sacerdote parlava di Dio e degli Uomini, del Bene e del Male,
della Vita Terrena e della Vita Eterna: diceva, con parole sem-
plici, cose difficili e grandi.
La folta barba nera si muoveva col mento accompagnando la
voce. Il missionario aveva parlato alla madre di un premio lumi-
noso oltre la tomba — aveva promesso una dolcezza mesta e
tranquilla nella vita terrena; ma bisognava piangere il proprio
dolore con rassegnazione.
Ora la donna pareva guardare la bianca paratia di faccia, mentre
i suoi occhi dilatati e stanchi seguivano una visione consolante,
sognavano la sepoltura per il figlio come per i padri, nella terra.
...
Il prete dalla folta barba nera trovò un interprete che lo aiutasse
ad esporre al dottor Keefy il suo fermo desiderio. Veramente
nella sua voce palpitava una vasta musica serena che aggiungeva
non so qual fascino suggestivo alla lingua straniera incompresa.
— Quando darete sepoltura al morto, dottore?
— Questa notte.
— Non si deve fare questo. Bisogna cercare di imbalsamarlo e
lasciarlo alla madre. Io bene so che questa operazione è stata
fatta altre volte, su altre navi; e vedo che anche voi comprendete
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come sia necessario tentare oggi. Se possedete i mezzi materiali
per farlo ; se potete preparare, sig. anche con fatica, le soluzioni
che occorrono, fate, dottore, fate. Come potrebbe reggere la
madre consumata a tanto inumano dolore?.... In ho promesso
pensando a voi, fidando in voi. Se compirete l’atto caritatevole,
un bene ineffabile scenderà nel vostro cuore, una grande gioia
onesta ...
*
* *
Il dottor Keefy — il bruno giovane americano dagli occhi vi-
vaci, snello e robusto, dai lineamenti marcati, il mento forte e
sicuro come un cuneo, simpatici anima repubblicana — passo
molte ore della notte a lavorare fra i barattoli, a preparare medi-
camenti, a imbalsamare il piccolo corpo freddo.
Quando, alla mattina seguente, parlò al collega amico, gli disse
col tremito nella voce:
— I love my work !
Io amo la mia professione. E si abbracciarono comprendendo
con trepida commozione le cose non dette, indicibili.
Per alcuni giorni la donna romena, col capo avvolto da un faz-
zoletto nero, scese nella stiva a pregare e piangere accanto alla
cassa che racchiudeva il figlio. Preghiere e lacrime di un nuovo
dolore, più calmo, rassegnato, fatto di bontà e d’amore.
E il padre lo seppellì colle sue mani robuste in un campo tran-
quillo, in un campo santo, fra il grano e le canne, in Romania.
New York.