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WILLIAM H.

HODGSON (1877-1918)

LA VOCE NELLA NOTTE (The voice in the night)

ERA una notte buia e senza stelle. Ci trovavamo in panne nel Pacifico del Nord. Non so dire la nostra esatta
posizione, perché il sole era rimasto nascosto durante il corso dell'ultima lunga, noiosa settimana da una sottile
nebbia che sembrava galleggiare sopra di noi, all'altezza degli alberi maestri, scendendo poi ad avvolgere il mare
circostante.
Data l'assenza di vento, avevamo bloccato il timone, ed io ero il solo uomo rimasto sul ponte. L'equipaggio, costituito
da due uomini e un ragazzo, dormiva nei propri giacigli; mentre Will, mio amico e comandante del piccolo battello,
era a poppa nella sua cuccetta posizionata sul fianco sinistro della piccola cabina.
Improvvisamente, dall'oscurità circostante ecco un grido: "Schooner, hey!"
Quella voce giunse così inaspettata che non risposi subito a causa della sorpresa.
Arrivò di nuovo, una voce curiosamente rauca e bizzarra, che chiamava da qualche parte del mare buio alla nostra
sinistra: "Schooner, hey!"
"Ehilà!", risposi, avendo recuperato in parte il mio spirito. "Chi siete? Cosa volete?"
"Non abbiate paura", rispose la voce, avendo probabilmente notato una traccia di imbarazzo nella mia. "Sono solo
un vecchio."
La pausa suonava stonata; ma fu solo più tardi che ne capii il significato.
"Perché non vi fate vedere dunque?" chiesi un po' irritato, dato che non gradivo che avesse intuito il mio leggero
disagio.
"N...non posso. Non sarebbe sicuro." La voce si interruppe e vi fu un momento di silenzio. "Cosa volete dire?"
chiesi, sempre più meravigliato. "Perché non sarebbe sicuro? Chi siete?"
Stetti in ascolto per qualche istante; ma non venne alcuna risposta. E infine uno strano indefinito sospetto si
impadronì di me; salii svelto in chiesuola e presi la lampada accesa. Nello stesso tempo, bussai col tallone in coperta
per svegliare Will. Quindi fui di nuovo al mio posto di prima, puntando il fascio giallo di luce sulla silenziosa
immensità oltre il parapetto. Udii un flebile gemito soffocato, e quindi il rumore di un tonfo, come se qualcuno si
fosse improvvisamente messo a remare. Nulla posso dire con certezza di ciò che vidi, ma mi sembro', sotto il primo
passaggio della luce, di scorgere qualcosa sulle acque, dove ora non c'era niente.
"Ehila'!" chiamai. "Che scherzi sono questi!"
Ma venne solo il rumore indistinto di un battello che avanzava nella notte. Poi udii la voce di Will, provenire dal
portello in coperta: "Che c'è George?" "Vieni qui, Will!" dissi. "Cosa succede?" chiese attraversando il ponte.
Gli raccontai dello strano fatto in cui ero stato coinvolto. Mi fece un sacco di domande; infine dopo un momento di
silenzio, accosto' le mani alle labbra e grido': "Hey, voi del battello!"
Da molto distante giunse una fievole risposta, e il mio compagno ripete' la sua chiamata. Di li' a poco, dopo un breve
periodo di silenzio, crebbe alle nostre orecchie il rumore soffocato dei remi; al che Will grido' di nuovo.
Stavolta vi fu una replica: "Spegnete quella luce."
"Ch'io sia dannato se lo faro'!" borbottai, ma Will mi disse di assecondare la voce, e spinsi la lampada giù, sotto il
parapetto di murata.
"Venite più vicino," disse, e i colpi del remo continuarono. Infine, approssimativamente a una mezza dozzina di
braccia, cessarono di nuovo.
"Avvicinatevi ancora!" esclamò Will, "non c'è nulla di cui aver paura qui!"
"Promettete che non accenderete la luce?"
"Ma che diavolo c'è! " proruppi io, "da avere una così infernale paura della luce ?"
"Perché.." inizio' la voce prima di interrompersi.
"Perché cosa?" incalzai.
Will mi pose la sua mano sulla spalla. "Stai zitto per un minuto," disse sottovoce, "lascia provare a me."
Si sporse oltre il parapetto.
"Vedete Signore," disse "e' una situazione ben strana questa. Voi venite da noi nel bel mezzo del Pacifico. Come
facciamo a conoscere l'imbroglio che potreste avere in mente? Voi dite di essere da solo. Come facciamo a saperlo se
non possiamo darvi un'occhiata? E cosa significa d'altra parte la vostra obiezione alla luce?
Non appena Will ebbe finito, udii lo sciacquio dei remi di nuovo, e quindi la voce; ma ora da una distanza maggiore e
con un tono estremamente patetico e triste.
"Mi spiace davvero molto, moltissimo! Non voglio procurarvi dei guai, sono solo affamato, come lo e' lei."
La voce svanì, lasciando solo il rumore irregolare dei remi.
"Fermo!" urlo' Will. Non voglio che ve ne andiate. Tornate indietro! Terremo la luce spenta, se proprio non la
volete."
Si volse verso di me: "E' un affare maledettamente strano questo; ma penso che non ci sia niente di cui avere paura."
C'era una mezza domanda nel suo tono di voce, ed io replicai:"No, penso che il povero diavolo sia stato attaccato qui
intorno, e sia uscito di senno."
Il rumore dei remi si fece più forte.
"Metti quella lampada in chiesuola," disse Will, poi si sporse sopra il parapatto e stette in ascolto. Riposta la lampada,
tornai subito al suo fianco. Lo sciabordare dei remi cesso' a qualche dozzina di yarde di distanza.
"Non volete avvicinarvi nemmeno ora?" chiese Will con voce calma. "Ho messo la lampada nella chiesuola."
"N..non posso" replico' la voce."Non oso avvicinarmi di più. Non oso parimenti darvi il denaro per le...le
provvigioni."
"Va tutto bene," disse Will ed esito'. "Siete il benvenuto qualunque sia il denaro che possiate portare," di nuovo esito'.

"Siete molto buono," esclamo' la voce."Possa Dio, che comprende ogni cosa, ricompensarvi." Si interruppe con la
voce roca.
"E la..la Signora?" disse Willy improvvisamente. "E'..."
"L'ho lasciata sull'isola." rispose la voce.
"Quale isola?" intervenni io.
"Non ne conosco il nome, vorrei proprio..." cominciò, e poi tornò a controllarsi subito.
"Non potremmo inviare una scialuppa per la signora?" chiese Will a questo
punto.
"No!" disse la voce, con enfasi straordinaria. "Mio Dio, no!" Ci fu un momento di pausa; poi aggiunse in un tono che
sembrava un meritato rimprovero: "E' stato a causa del nostro bisogno che mi sono avventurato, perché la sua
agonia mi stava torturando."
"Sono un imperdonabile bruto," esclamo' Will "Aspettate un minuto, chiunque
voi siate, e vi porterò qualcosa." In un paio di minuti era già di
ritorno e le sue braccia portavano svariate cibarie. Si fermo' sul
parapetto.
"Potete avvicinarvi per prendere questi?" chiese.
"No, non oso farlo," replico' la voce, e mi sembro' di notare nel suo tono una nota di brama repressa, come se il suo
possessore cercasse di assopire un desiderio tremendo. Fu come un flash, che quella povera creatura nell'oscurità
avesse veramente estremo bisogno di quello che Will teneva in mano; ma che, a causa di qualche incomprensibile
timore, si rifutasse di accostare la nostra piccola imbarcazione. E come il fulmine mi colpi' la convinzione che
l'Invisibile non fosse affatto pazzo, ma che si trovasse a fronteggiare qualche intollerabile orrore.
"Dannazione Will!" dissi, colmo di strane sensazioni, su cui predominava una grande simpatia. "Prendi una scatola.
Vi metteremo dentro la roba e la faremo galleggiare fino a lui."
E questo facemmo, spingendo il contenitore fuori nell'oscurità, come un gancio d'accosto. Un minuto dopo udimmo
un debole gemito provenire dall'Invisibile, e comprendemmo che aveva raccolto la scatola. Un po' più tardi si
accomiato', e ci benedì così dal profondo del cuore che, ne sono sicuro, per lui in quel momento eravamo gli essere
più importanti del mondo. Quindi, senza più nessuno trambusto, udimmo lo sciabordio dei remi attraverso l'oscurità.

"Se n'e' andato molto presto," sottolineo' Will, non senza un lieve senso di offesa.
"Aspetta," replicai. " Penso che tornerà indietro. Aveva un dannato bisogno di quel cibo."
"E la signora," disse Will. Per un momento rimase in silenzio; poi continuo': "E' il fatto più bizzarro in cui mi sia mai
imbattuto, da quando ho iniziato a uscire in barca."
"Sì", dissi, meditabondo.
E così trascorse il tempo: un'ora, un'altra, e Will restava sempre accanto a me; perché la curiosa avventura gli aveva
fatto passare completamente il sonno.
La terza ora era passata per tre quarti, quando di nuovo udimmo il suono dei remi attraverso l'oceano silenzioso.
"Ascolta!" disse Will, una nota di eccitazione permeava la sua voce.
"Sta tornando, proprio come pensavo," mormorai.
Lo sciacquio dei remi cresceva, e notai che i colpi erano più decisi e lunghi. Evidentemente il cibo era servito a
qualcosa.
Si fermarono a poca distanza dalla murata, e la strana voce giunse di nuovo attraverso il buio:
"Schooner, ehi!"
"Sei tu?" chiese Will.
"Sì" replico' la voce. "Vi ho lasciato in modo un po' brusco, ma... ma era troppo urgente."
"E la signora?" domando' Will.
"La signora vi ringrazia di cuore. Vi sarà ancora più grata presto in... in Cielo."
Will inizio' una replica, con la voce spezzata; ma si confuse e alla fine si azzittì. Io non dissi nulla. Mi meravigliavo di
quelle pause curiose, e a parte tutto, provavo un grande senso di solidarietà.
La voce continuò:
"Noi, io e lei, abbiamo parlato, mentre dividevamo i benefici della vostra benevolenza e di Dio,"
Will si intromise, ma senza dir nulla di coerente.
"Vi imploro di non... non risparmiare le vostre azioni di Carità Cristiana questa notte," disse la voce. "Potete star certi
che queste non sono sfuggite alla Sua attenzione."
Si fermò, e ci fu un lungo minuto di silenzio. Poi ricominciò: "Abbiamo parlato insieme di ciò che... che si e'
abbattuto su di noi. Decidemmo di andarcene, senza dire nulla a nessuno del terrore che ha riempito le nostre vite.
Crediamo che gli avvenimenti di questa notte siano parte di un disegno speciale e che sia il volere di Dio che noi vi
raccontiamo tutto ciò che abbiamo sofferto fin...fin da quando.."
"Sì?" disse Will dolcemente.
"Fin dall'affondamento dell'Albatross."
"Ah!" esclamai involontariamente. "Lasciò Newcastle per San Francisco, circa sei mesi fa, senza comunicare più
notizie."
"Sì!" rispose la voce. "Ma poco dopo la partenza ci imbattemmo in una terribile tempesta, e la nave fu disalberata." Il
mattino seguente ci accorgemmo che imbarcava acqua da tutte le parti, e che il tempo stava per andare in bonaccia.
Così i marinai presero le scialuppe, abbandonando...abbandonando una giovane donna, la mia fidanzata, e me stesso
sul relitto.
"Ci trovavamo di sotto, raccogliendo alcuni dei nostri bagagli, quando essi ci lasciarono. Erano diventati
completamente insensibili a causa della paura, e quando tornammo sul ponte, li potemmo scorgere in lontananza
come piccole figure all'orizzonte. Ma nonostante tutto non disperammo, ma ci mettemmo al lavoro e costruimmo
una piccola zattera su cui riponemmo soprattutto acqua e dei biscotti oltre a poche altre cose. Poi, dato che la nave
stava ormai affondando velocemente, salimmo sulla zattera e ci allontanammo.
Era ormai tardi, quando osservai che la nostra zattera sembrava scorrere su una qualche corrente o marea che ci
faceva allontanare dalla nave ad un certo angolo; così che in circa tre ore del mio orologio, lo scafo era ormai
invisibile, solo gli alberi spezzati rimasero in vista un po' più a lungo. Più tardi, verso sera, calo' la nebbia che rimase
per tutta la notte. Anche per tutto il giorno seguente navigammo immersi nella nebbia, nell'aria quieta.
Per quattro giorni scivolammo attraverso quella strana nebbia, finché, la sera del quarto giorno, le nostre orecchie
udirono il mormorio dei frangenti a una certa distanza. Gradualmente il rumore si fece più chiaro e, passata la
mezzanotte, sembro' circondarci a breve distanza. La zattera fu sollevata sui flutti diverse volte prima di approdare in
acque più calme lasciandosi dietro il fragore delle ondate.
Il mattino seguente, ci ritrovammo in una specie di vasta laguna; ma non potemmo esaminarla molto bene; dato che
lì vicino a noi attraverso la nebbia si ergeva lo scafo di un grande vascello. Entrambi cademmo in ginocchio
ringraziando Dio; pensavamo che i nostri guai fossero terminati. Avevamo ancora molto da imparare.
La zattera si avvicinò alla nave, e gridammo per far sì che ci tirassero a bordo, ma nessuno rispose. La zattera infine si
appoggiò alla fiancata, e vedendo una fune penzolante, l'afferrai e cominciai a salire.
Ma la mia salita era lenta perché frenata da un strano fungo grigio che si era attaccato alla corda e che ricopriva livido
tutta la fiancata della nave.
Raggiunsi infine il parapetto e mi arrampicai su di esso, fino in coperta. I ponti della nave erano ricoperti da grandi
masse di colore grigio, alcune si innalzavano diversi piedi, ma in quell'occasione non vi prestai grande attenzione,
dato che ero più attratto dalla possibilità di trovare qualcuno a bordo. Urlai; ma nessuno rispose. Quindi andai verso
la porta sotto il ponte di poppa. L'aprii e sbirciai dentro. Vi regnava un odore di stantio, capii subito che niente di
vivo poteva esserci all'interno e, convinto di ciò, richiusi la porta rapidamente; improvvisamente mi sentii molto solo.
Tornai dalla parte da cui ero salito. La mia...la mia dolce compagna sedeva quieta sulla zattera. Vedendomi guardare
verso il basso, mi chiamò per sapere se avevo trovato qualcuno sulla nave. Risposi che il vascello aveva l'aspetto di
essere stato abbandonato da tempo e che avrei cercato una scala per aiutarla a salire. Quindi avremmo compiuto un
giro di perlustrazione insieme. Poco dopo, dalla parte opposta trovai una scala fatta di corda, la calai e un minuto
dopo ella era accanto a me.
Insieme, esplorammo le cabine e le stanze nell'altra parte della nave; ma da nessuna parte trovammo alcun segno di
vita. Qui e là perlustrando le cabine ci imbattemmo in quelle bizzarre macchie fungine; ma che potevano facilmente,
come disse la mia signora, essere ripulite.
Infine, avendo constatato che la restante parte del vascello era disabitata, ci portammo a prua, fra i disgustosi noduli
formati da quella strana crescita di funghi; e qui cercammo ancora finché non fummo assolutamente certi di essere
gli unici esseri umani a bordo.
Una volta assicuratoci di questo, tornammo verso il retro, e cercammo di sistemarci nel modo più confortevole
possibile. Insieme ripulimmo due cabine e dopo mi misi alla ricerca di qualcosa di commestibile. Ben presto trovai
del cibo e ringraziai di cuore Dio per la sua benevolenza. Inoltre scoprii la pompa dell'acqua, e una volta riparatola,
constatai che l'acqua era bevibile anche se di gusto un po' sgradevole.
Per molti giorni rimanemmo a bordo, senza nemmeno tentare di raggiungere la riva. Eravamo troppo indaffarati a
cercare di rendere il posto abitabile. Ma ben presto ci rendemmo conto che la nostra "casa" era ben lungi dall'essere
come avevamo immaginato; nonostante, come prima cosa, ci fossimo sbarazzati di quelle strane chiazze che
guarnivano il pavimento e le pareti delle cabine e del salone, in meno di ventiquattr'ore esse si erano già riformate più
o meno della stessa estensione; cosa che non solo ci scoraggiò, ma ci fece provare una sensazione di vago timore.
Tuttavia non ci demmo per vinti, e ci mettemmo di nuovo al lavoro e non solo estirpammo le formazioni fungine,
ma lavammo a fondo le superfici sottostanti con acido fenico, di cui avevo trovato un contenitore nella dispensa. Ma
alla fine della settimana la crescita era ritornata alla stessa grandezza estendendosi inoltre verso nuovi aree, come se i
nostri maneggiamenti avessero permesso ai germi di spostarsi. Il settimo giorno la mia signora si svegliò trovando
una piccola chiazza sul cuscino, proprio vicino al volto. Subito si alzò e venne da me, più in fretta che poté. In quel
momento mi trovavo in cucina ad accendere il fuoco per la colazione.
"Vieni qui John!", disse trascinandomi con sé verso poppa. Quando scorsi quella cosa sul suo cuscino rabbrividii, e
poi decidemmo di comune accordo di lasciare la nave e di trovare un migliore riparo sulla riva.
Frettolosamente raccogliemmo tutte le nostre cose e mi accorsi che anche lì il fungo aveva iniziato il suo lavoro; uno
dei suoi scialle già era intaccato da una macchia sul bordo. Lo gettai subito a mare, senza dirle nulla.
La zattera galleggiava ancora lì, lungo la fiancata, ma era ingovernabile, così preferii calare una scialuppa con cui
riuscimmo a guadagnare la riva. Ma, avvicinandoci, gradualmente compresi che quel vile fungo, che ci aveva scacciato
dalla nave, sull'isola cresceva lussureggiante. In alcuni punti era cresciuto formando orribili, fantastici cumuli, che
sembravano quasi tremare sotto la sferza del vento, quasi fossero animati dalla vita. In alcune zone aveva preso la
forma di gigantesche dita, mentre in altre si era semplicemente diffuso uniforme, liscio ed infido. In certi punti
assumeva la forma di grotteschi alberi striminziti, straordinariamente contorti e nodosi, a momenti tremanti
beffardamente.
In un primo tempo ci sembrò che non ci fosse alcuna porzione della riva circostante che non fosse nascosta dalle
masse di quel lichene ripugnante, ma ci sbagliavamo, in quanto poco dopo navigando sottocosta a brevissima
distanza, scorgemmo uno spiazzo liscio e bianco di quella che appariva essere sabbia fine. Ma non era sabbia. Cosa
fosse non lo so. Tutto ciò che potei osservare fu che lì il fungo non cresceva; mentre altrove, salvo che lungo quel
sentiero bizzarro di "sabbia", non si scorgeva nient'altro che quel nauseante grigiore.
E' difficile spiegare come eravamo felici di aver trovato almeno un posto libero da quella infestazione, e là
deponemmo le nostre poche cose. Poi tornammo alla nave a prendere altri oggetti che pensavamo potessero rivelarsi
utili. Tra le altre cose, mi diedi da fare per portare a riva una delle vele, con la quale realizzai due piccole tende, che,
benché rozze, servirono servirono allo scopo per cui erano state pensate. In queste tende vivemmo e per circa
quattro settimane tutto filò liscio e senza particolari angosce. In realtà, potrei dire con molta gioia perché...perché
eravamo insieme.
La prima chiazza si mostrò sul pollice della mano destra. Era soltanto una minuscola macchia circolare, come un
piccolo neo grigio. Mio Dio! Il gelo che scese nel mio cuore quando mi mostrò il punto. Lo rimovemmo, lavandolo
con fenico e acqua. Ma il mattino seguente la chiazza era tornata di nuovo. Per qualche momento restammo a
guardarci, in silenzio. Poi, senza parlare, ricominciai a strofinare per rimuovere la macchia. Nel mezzo dell'operazione
improvvisamente esclamò:
"Cos'hai sulla faccia, caro?"
La sua voce era acuta e angosciata. Mi tastai il volto con la mano.
"Là! Vicino all'orecchio. Un po' verso la fronte." Le mie dita si fermarono sul punto da lei indicato, e compresi.
"Prima pensiamo al tuo pollice," dissi. Lei obbedì, per il semplice fatto che aveva paura di toccarmi finché non fosse
stata disinfettata. Una volta finito di lavare e disinfettare il suo pollice, tornò a prestare attenzione al mio volto.
Quando avemmo terminato ci sedemmo insieme e parlammo a lungo di molte cose perché terribili erano i
presentimenti che si erano insinuati nelle nostre menti. Per farla breve, eravamo terrorizzati da una cosa peggiore
della morte stessa. Discutemmo se caricare la scialuppa con le residue provviste e prendere il largo; ma non avremo
avuto speranza di farcela, per molti motivi e...e ormai quel male ci aveva attaccato. Decidemmo di rimanere. Dio
avrebbe fatto di noi quel che avrebbe voluto. Saremmo rimasti in attesa.
Un mese, due mesi, tre mesi passarono e le macchie si allargavano e delle altre si aggiungevano. Ma combattemmo
con tale vigore la paura, che il suo progresso fu minimo, in termini relativi. Talvolta ci spingevamo fino alla nave per
raccogliere degli oggetti di cui avevamo bisogno. Là il fungo continuava a crescere, una delle escrescenze sul ponte
principale quasi raggiungeva l'altezza della mia testa. Ci rendevamo ormai conto che sarebbe stato inutile solo
pensare o sperare di abbandonare l'isola, non sarebbe stato per noi possibile vivere in mezzo agli altri esseri umani,
data l'orribile "cosa" che ci affliggeva. Con questa determinazione, comprendemmo che dovevamo economizzare sul
consumo di acqua e di cibo; perché nulla sapevamo di certo allora, tranne che avremmo dovuto cercare di
sopravvivere il più a lungo possibile.
"Ciò mi fa ricordare che vi ho detto di essere un vecchio. Non per gli anni ma bensì..."
Si interruppe, poi riprese deciso:
"Come vi stavo dicendo, sapevamo di dover risparmiare il cibo. Ma non avevamo idea allora di quanto poco ne fosse
rimasto. Fu circa una settimana più tardi che scoprii che tutte le confezioni di pane secco, che pensavo piene, erano
in realtà vuote,e che ( a parte poche scatole di vegetali e carne e poco altro) non ci era rimasto null'altro che il pane
dell'ultima confezione aperta. Una volta appurato questo, cercai di fare il possibile e mi misi a pescare nella laguna,
ma senza successo. Ero ormai sull'orlo della disperazione quando fui colto dall'idea di provare fuori, in mare aperto.
Là, a volte riuscivo a pescare dello strano pesce; ma troppo raramente per riuscire a contrastare efficacemente la
fame che ci tormentava. Mi sembrava che saremmo morti di fame, più che a causa di quella cosa che aveva attaccato i
nostri corpi. Ci trovavamo in tale stato allo scadere del quarto mese. Quando feci una scoperta orribile. Una mattina,
poco prima di mezzogiorno, stavo facendo ritorno dalla nave dove avevo trovato un'ultima porzione di biscotti
quando, sulla soglia della tenda scorsi la mia adorata accovacciata, intenta a masticare qualcosa.
"Cos'hai trovato, mia cara?" chiamai mentre scendevo a terra. Udendo la mia voce, sembrò confusa, e girandosi,
timidamente scagliò qualcosa verso il limitare dello spiazzo. Con un vago sospetto, andai a vedere cosa aveva buttato,
lo raccolsi; era una pezzo di quel fungo grigio.
Mentre andavi verso di lei tenendo in mano quella cosa, vidi il suo volto impallidire; e quindi diventare di fiamma.
Mi sentivo stranamente confuso e intimorito.
"Mia cara! Mia cara!" esclamai, e non riuscii a dire altro. Ma bastarono queste parole per farla crollare in un pianto
amaro. Poi una volta calmatosi, mi raccontò che l'aveva assaggiato il giorno precedente e l'aveva trovato gradevole.
Mi feci giurare di non toccarlo nuovamente, per quanto grande fosse la nostra fame. Inoltre mi rivelò che il desiderio
di provare l'aveva colto così di sorpresa, e che fino a quel momento non aveva avvertito che la più estrema
repulsione.
"Più tardi, incapace di trovare quiete, e scosso dalla recente scoperta, mi avviai lungo uno dei sentieri contorti
formati da quella bianca sostanza simile a sabbia, che si srotolava tra la coltre fungina. Già una volta mi ci ero
avventurato, ma non a così grande distanza. Stavolta, essendo assorto nei miei pensieri, mi spinsi più in là di quanto
mai avessi fatto.
Improvvisamente, fui richiamato alla realtà da un suono aspro e bizzarro proveniente dalla mia sinistra. Voltandomi
rapidamente notai del movimento all'interno di una massa di funghi straordinariamente sagomata nelle vicinanze del
mio gomito. Oscillava inquieta come posseduta da una vita propria. E repentinamente, mentre mi arrestavo, un
pensiero mi sopravvenne, che la figura avesse una grottesca somiglianza al profilo di un essere umano. Nello stesso
momento avvertii un suono soffocato come di pianto, e vidi che uno dei "rami" si era staccato dalla struttura grigia e
veniva verso di me. La testa della cosa era...una palla grigia, inclinata nella mia direzione. Rimasi attonito, e il vile
braccio mi spazzolò il volto. Diedi un gemito impaurito e arretrai di qualche passo. Avvertivo un gusto dolce sulle
mie labbra, dove la cosa mi aveva toccato. Non resistetti alla tentazione di leccarle e subito fui pervaso da un
desiderio disumano. Afferrai una massa di quei funghi, e poi degli altri e degli altri ancora. Ero insaziabile. Nel bel
mezzo del mio pasto feroce, il ricordo della scoperta del mattino scivolò dentro la mia testa confusa. Era inviato da
Dio. Lasciai cader i pezzi che tenevo in mano, e quindi inorridito e carico di un terribile senso di colpevolezza, volsi il
mio passo in direzione del piccolo accampamento.
Penso che avesse già capito, in base a in base qualche meravigliosa intuizione fornitale dall'amore, non appena ebbe
incrociato il suo sguardo con il mio. La sua placida comprensione mi fece sentire meglio, e le raccontai della mia
improvvisa debolezza; ma appositamente evitai di menzionare quella cosa straordinaria in cui mi ero imbattuto.
Decisi di risparmiarle tutto il terrore non necessario. Ma io ero orami venuto a conoscenza di un fatto intollerabile
che incessante riempiva la mia mente di orrore, perché non dubitavo di aver assistito alla fine che aveva fatto uno
degli uomini giunti su quell'isola a borde della nave ancorata nella laguna, e in quella fine terrificante avevo scorto la
nostra.
Da allora ci tenemmo lontani da quel cibo abominevole, benché fossimo corrosi dal desiderio di esso. Ma ormai la
mostruosa punizione era si di noi; perché di giorno in giorno con incredibile rapidità, il fungoide prendeva possesso
dei nostri poveri corpi. Nulla potevamo fare per arrestarlo e così ...così noi che eravamo stati degli umani
diventammo... ma la cosa con il passare del tempo acquistava sempre meno importanza. Solo...solo rimaneva il
ricordo di essere stati un uomo e una donna!
E giorno dopo giorno la lotta si faceva sempre più terribile, la lotta per vincere la bramosia che ci spingeva a cibarci
di quel terribile lichene. Una settimana dopo esaurimmo completamente la nostra scorta di viveri, e da quella volta
sono riuscito a catturare solo tre pesci. Mi trovavo fuori a pesca stanotte quando ho visto scivolare di fronte a me il
vostro schooner avvolto nella nebbia. Vi ho salutati; del resto siete già a conoscenza, e possa Dio benedire la vostra
bontà verso una..una coppia di povere anime."
Si udì il tuffo di un remo, e un altro. Quindi la voce giunse di nuovo, per l'ultima volta, risuonando attraverso la
nebbia sottile che ci circondava, spettrale e dolente.
"Dio vi benedica! Addio!"
"Addio!" gridammo all'unisono, con la voce rotta e i cuori colmi di molte emozioni.
Mi guardai attorno. Capii che l'alba stava arrivando.
Il sole scagliò un raggio sull'oceano nascosto forando quella nebbia cupa, e accendendo di un fuoco tenebroso quella
barca che arretrava. Indistintamente tra i due remi notai qualcosa che ondeggiava. Pensai ad una spugna, una grande,
grigia spugna inclinata. I remi continuavano a solcare le acque. Erano grigi, come la barca, e i miei occhi cercarono
vanamente il punto di congiunzione tra la mano ed il remo. Poi il mio sguardo si spostò sulla..testa. Si protendeva in
avanti mentre i remi andavano all'indietro. Poi i remi si smorzarono, la scialuppa uscì dal raggio di luce, e la...la cosa si
allontanò vaga oscillando nella nebbia.

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