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Storia Maturità

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VERSO LA REPUBBLICA DI WEIMAR DAL II REICH AL 1919

La potenza del Secondo Reich


Il 18 gennaio 1871 è un punto di svolta nella storia tedesca: dopo la disfatta
francese a Sedan e la caduta di Napoleone III, il Re di Prussia Guglielmo I
viene incoronato Kaiser (imperatore) del rinato Reich (impero) tedesco presso
la reggia di Versailles.
La Francia è costretta a una pace umiliante che la vede privata di Alsazia e
Lorena a favore della Germania che, ormai unificata, costituisce un nuovo
Stato vastissimo nel cuore dell’Europa.
Nel giro di un trentennio, il Secondo Reich si porta all’avanguardia nei campi
dell’acciaio, dell’energia elettrica e della chimica.
Agli inizi del XX secolo solo tre potenze possono competere: gli Stati Uniti,
altrettanto avanzati dal punto di vista industriale; l’Inghilterra, ancora potente
a livello navale, commerciale e finanziario; il Giappone, rinnovatosi
economicamente e militarmente sotto la spinta della Restaurazione Meiji.

Caratteri del Secondo Reich


Il nuovo Impero tedesco costituisce un’entità per certi versi contraddittoria.
A livello sociale, l’industrializzazione favorisce la nascita di un proletariato
operaio numerosissimo e organizzato dal più potente partito socialista del
mondo, il Partito socialdemocratico tedesco, nato nel 1875 e dal 1889 guida
della Seconda Internazionale. La classe dominante è però ancora la grande
aristocrazia agraria tradizionale, i cui membri, gli Junker, detengono il
monopolio sulle più alte cariche dello Stato e dell’esercito. Proprio per
contrastare le tendenze socialiste, il II Reich è il primo Stato europeo a
concedere il suffragio universale maschile (1871) e a portarsi all’avanguardia
per il suo sistema previdenziale e assistenziale.
A livello politico, il Reich è ufficialmente uno Stato federale, tuttavia il potere
decisionale nelle questioni di politica estera e militare spetta
esclusivamente al Cancelliere e all’Imperatore, affiancati dal Parlamento
(Reichstag), cui spetta un vago potere legislativo.

La guerra di logoramento
Nel 1914 la Germania sceglie di appoggiare l’Austria‐Ungheria nell’azione
punitiva contro la Serbia: è l’inizio di un conflitto di proporzioni
inimmaginabili. Quando anche l’Inghilterra partecipa schierandosi contro
l’Impero tedesco, a tutti è chiara la posta in gioco: una vittoria del Secondo
Reich lo renderebbe leader della politica e dell’economia mondiali.
La Germania possiede un formidabile esercito di terra, ma non può
competere con la flotta inglese sui mari: l’Inghilterra riesce così ad attuare un
blocco navale che impedisce l’arrivo nei porti tedeschi di beni di prima
necessità. La strategia del logoramento colpisce migliaia di persone anche
lontanissime dai campi di battaglia.
Si diffonde l’ideologia dello spazio vitale: all’Impero manca un territorio
sufficientemente vasto da garantire l’autosufficienza alimentare del Paese in
caso di guerra o di altre emergenze.

La fine del Secondo Reich


Nel 1918 il Reich è allo stremo: l’esercito mantiene ancora la posizione al
fronte, ma le risorse sono esaurite.
Gran parte della popolazione e dell’esercito guarda alla Rivoluzione russa
con crescente ammirazione: il 29 ottobre 1918 un ammutinamento di
marinai a Kiel contagia in breve tempo tutto il Paese, provocando una
rivoluzione popolare ostile a tutti coloro che hanno trascinato l’Impero in
guerra: il Kaiser, i generali, la borghesia industriale.
Il 9 novembre 1918 le due principali forze socialiste, il Partito
socialdemocratico e la Lega di Spartaco, abbattono l’Impero: il Kaiser
Guglielmo II è costretto ad abdicare, viene proclamata la Repubblica e
nominato Cancelliere Friedrich Ebert, leader dei socialdemocratici.
L’11 novembre 1918 il governo provvisorio, con a capo Ebert, stipula
l’armistizio che pone fine alla guerra.

I contrasti della nuova Repubblica


La nuova Repubblica tedesca è subito lacerata da conflitti interni:
• Gli spartachisti, socialisti radicali guidati da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, assumono
posizioni filosovietiche, ridefinendosi comunisti e annunciando una prossima dittatura del
proletariato gestita dai consigli degli operai e dei soldati, con abolizione della
proprietà privata;
• I socialdemocratici, guidati da Ebert, proclamano la nascita di una
repubblica democratica, parlamentare, rispettosa dei diritti del
cittadino (compreso il diritto alla proprietà);
• I nazionalisti, composti da vari gruppi di destra, considerano nemici
della patria sia i socialdemocratici sia i comunisti, responsabili di aver
pugnalato alla schiena il Paese; fra i più radicali si diffonde l’idea che
tutti i socialisti siano manovrati dagli ebrei, già occulti fautori della
Rivoluzione russa.

La fallita Rivoluzione comunista


Nei mesi seguenti l’armistizio, in Germania dilaga la disoccupazione: le fabbriche
di armamenti e munizioni si trovano in esubero di manodopera, che non può
essere riassorbita.
Di ciò approfitta la Lega di Spartaco, che il 5 gennaio 1919 dà inizio a Berlino a un
tentativo di Rivoluzione comunista. Le forze controrivoluzionarie rispondono con
energia, aiutate anche dai Freikorps (Corpi Franchi), ex‐combattenti smobilitati
dalle forze armate imperiali ma riorganizzatisi autonomamente in gruppi
paramilitari di tendenza nazionalista.
Per evitare che possano rivoltarsi anche contro il governo socialdemocratico, il
Ministro della Difesa Gustav Noske supporta l’intervento dei Freikorps cercando
di inquadrarli nelle forze della neonata Repubblica: per questo ne tollera la
violenza anche estrema, che conduce entro il 15 gennaio alla repressione
sanguinosa della rivolta, nonché alla tortura e all’assassinio di Rosa Luxemburg e
Karl Liebknecht. Con la loro fine ha termine la storia della Lega di Spartaco.

La Repubblica di Weimar
Il 19 gennaio 1919, a suffragio universale maschile e femminile, si
svolgono le elezioni per l’Assemblea Costituente. Ad ottenere la
maggioranza sono:
• il Partito socialdemocratico, di orientamento socialista
moderato;
• il Zentrum, di orientamento cattolico;
• il Partito democratico, di orientamento liberale.
Sono queste forze politiche ad elaborare presso Weimar la
Costituzione, varata l’11 agosto 1919: nasce ufficialmente la
Repubblica di Weimar.

Caratteri della Repubblica


La Costituzione di Weimar assegna il potere legislativo a una Camera dei
Deputati, il nuovo Reichstag.
Il potere esecutivo è esercitato dal governo, presieduto dal Cancelliere.
A capo dello Stato è posto un Presidente della Repubblica eletto
direttamente dal popolo.
Il Presidente della Repubblica:
• può sciogliere la Camera;
• designa il nuovo Cancelliere in caso di crisi di governo;
• è tenuto a difendere la Costituzione e la democrazia: in situazioni di
emergenza (pericolo per lo Stato e per le sue istituzioni), ha facoltà di
assumere il comando della polizia e dell’esercito, nonché di emanare
decreti che possono limitare temporaneamente la libertà dei cittadini.
La legislazione d’emergenza è tesa a difendere la democrazia, in caso di
colpo di Stato bolscevico o nazionalista; nel 1933, sarà lo strumento che permetterà a Hitler
di instaurare la propria dittatura.

LA REPUBBLICA DI WEIMAR DAL 1919 AL 1925


Il «contratto di Shylock»
Nel gennaio 1919, mentre si svolgono i lavori dell’Assemblea Costituente in
Germania, a Versailles le potenze vincitrici – Stati Uniti, Inghilterra, Francia,
Italia – si riuniscono per ridefinire la carta politica d’Europa e decidere la
sorte degli sconfitti.
Su un punto concordano tutte: la Germania è la principale responsabile del
conflitto, e per questo dovrà pagare. Nessun delegato tedesco avrà diritto di
parola, anzi dovrà sottoscrivere qualunque decisione, pena il perdurare a
oltranza del blocco navale, appositamente mantenuto dagli Inglesi: l’embargo
viene rimosso solo nel luglio 1919, dopo la firma da parte dei tedeschi.
La Germania è sconvolta per la durezza delle condizioni. L’accordo viene
associato alla macabra proposta di Shylock, l’usuraio ebreo de Il Mercante di
Venezia, che richiede una libbra di carne tratta dal corpo del suo antagonista
cristiano come garanzia per un pagamento: il trattato di pace diventerà noto
come «contratto capestro di Shylock».
Questo paragone, diffuso soprattutto negli ambienti nazionalisti, rende conto
di un antisemitismo sempre più esplicito e orientato a pensare che dietro ogni
disgrazia del popolo tedesco vi siano loro, gli ebrei.

Le imposizioni alla Germania


Questi i termini essenziali del trattato:
• perdita di tutte le colonie in Asia, Oceania e Africa a favore di Giappone,
Belgio, Francia e Inghilterra;
• perdita di numerosi territori in Europa: Alsazia, Lorena, Ucraina, Estonia,
Lettonia, Lituania, Finlandia e una vasta fascia territoriale a Est (a
vantaggio della ricostituita Polonia);
• separazione della Prussia orientale dal resto della Germania mediante il
“Corridoio di Danzica”, integrato nella Polonia; ridefinizione di Danzica
come città libera;
• concessione alla Francia per 15 anni dello sfruttamento del bacino
minerario della Saar;
• smilitarizzazione della Renania e occupazione militare per 15 anni dellafascia sinistra del
Reno da parte di truppe anglo‐francesi;
• divieto di possedere armi pesanti, aviazione militaree flotta da guerra;esercito limitato a
centomila soldati;
• pagamento di una indennità di guerra astronomica, volta a impedire la
bancarotta alle potenze europee vincitrici e a saldare il debito di queste
con gli Stati Uniti (132 miliardi di marchi oro da corrispondere in 30 anni).

Un allarme inascoltato
Il celebre economista inglese John Maynard Keynes, nelle pagine
conclusive del suo saggio Le conseguenze economiche della pace,
nello stesso 1919 lancia un grido d'allarme:
«Se crediamo che per almeno una generazione non ci si
possa fidare a concedere alla Germania un briciolo di
prosperità, e che anno dopo anno vada tenuta in miseria e i
suoi bambini affamati ... che il Cielo ci aiuti. Se miriamo
deliberatamente a impoverire l’Europa centrale, la vendetta,
oso predire, non si farà attendere. Niente potrà allora
ritardare a lungo quella finale guerra... che distruggerà, chiunque sia il vincitore, la civiltà e il
progresso della nostra generazione». Questa predizione verrà ricordata, e ritenuta fondata,
solo qualche anno dopo; ma sarà già troppo tardi.

Una pace che sa di guerra


Le condizioni imposte alla Germania generano pericolose
situazioni di tensione:
• La risorta Polonia tenta di allargare ulteriormente i propri
confini a Est, scontrandosi con la Russia sovietica (1920‐21)
e strappandole una estesa fascia territoriale: da questo
momento sarà un Paese stretto tra due vicini, Germania e
URSS, ansiosi di riprendersi quanto perduto;
• Privata delle proprie risorse economiche e militari, la Germania si riavvicina proprio
all’URSS, parimenti isolata: viene firmato il Trattato di Rapallo (1922), ufficialmente un
accordo commerciale, ma comprensivo di una clausola segreta che prevede una
cooperazione militare volta ad aggirare i limiti di Versailles (possibilità per i tedeschi di
produrre e testare armi su territorio sovietico).

La crisi della Ruhr


Per quanto riguarda l’indennità di guerra, la Germania è in ginocchio. Le riserve
auree sono pressoché nulle, la disoccupazione dilaga. Dato che buona parte dei
pagamenti è sottoforma di materie prime industriali (legname, carbone), le
fabbriche tedesche non sono in grado di funzionare e l’economia precipita. Nel
1922 il governo repubblicano risulta già inadempiente.
Francia e Belgio decidono allora di occupare militarmente il bacino industriale della Ruhr
(1923), per ricavare direttamente i propri risarcimenti.
La Società delle Nazioni non interviene: ai sensi del trattato di Versailles,
l’occupazione è tecnicamente legale. Per la Germania è però l’ennesimo atto di
guerra. Da Berlino giunge l’ordine di opporre una resistenza passiva: nessun
imprenditore o operaio della Ruhr dovrà collaborare con gli invasori; la
Repubblica si accolla il mantenimento dei lavoratori inattivi.
L’atto di orgoglio nazionale rende inefficace la presenza straniera, ma costa la vita
a 130 civili e conduce l’economia nazionale a un collasso irreversibile. In un
estremo tentativo di arginare la crisi il governo aumenta l’emissione di carta
moneta, generando una iperinflazione del marco che travolge stipendi e risparmi.

Timidi aiuti alla Germania


La crisi della Ruhr rende evidente a livello internazionale l’impossibilità
per la Germania di far fronte agli impegni e l’inefficacia di azioni di forza.
Vengono pertanto intraprese misure di parziale distensione:
• il Piano Dawes (1924) riduce l’indennità di guerra e impegna gli
Stati Uniti a erogare prestiti a lunga scadenza alla Germania, per
consentirle di rimettere in moto la produzione;
• con il Patto di Locarno (1925) Germania, Francia e Belgio si
impegnano a non violare le frontiere comuni tracciate a Versailles:
il governo tedesco rinuncia a riavere Alsazia e Lorena, ma in
compenso viene implicitamente autorizzato a gestire da sé la
questione dei confini orientali;
• la Germania viene ammessa nella Società delle Nazioni (1926);
• il Piano Young (1929) riduce ulteriormente l’entità delle riparazioni
e il pagamento è dilazionato in 60 rate, contro le 42 iniziali.

Cresce la violenza
Gli interventi in aiuto alla Germania giungono troppo lentamente per poter
arginare la povertà dilagante, l’inasprimento dei moti nazionalisti e l’insoddisfazione per la
Repubblica di Weimar:
• l’avvicinamento all’URSS bolscevica costa la vita al principale artefic
e dell’accordo di Rapallo, Walther Rathenau, Ministro degli Esteri di
origine ebraica, ucciso in un attentato dell’estrema destra
nazionalista (1922);
• il 9 novembre 1923, presso Monaco di Baviera, Adolf Hitler, Führer
(guida) di un piccolo partito bavarese, il Partito Nazionalsocialista
dei Lavoratori Tedeschi (o Partito nazista), tenta un colpo di Stato: il
cosiddetto putch di Monaco viene stroncato e il suo leader
incarcerato;
• i disordini civili aumentano, l’opinione pubblica guarda con crescente
ammirazione al fascismo italiano;
• Hitler approfitta del fallito putch per dare notorietà nazionale al suo
partito: durante l’anno trascorso in prigione scrive il Mein Kampf,
manifesto della sua ideologia, pubblicato e diffuso a partire dal 1925.

La «battaglia» di Hitler
Il Mein Kampf è un grosso volume organizzato in due parti:
• nella prima, a carattere autobiografico, Hitler presenta se stesso, la
propria esperienza di eroe di guerra e la sua decisione di dedicarsi
anima e corpo alla rinascita della Germania, dopo la disfatta;
• nella seconda, a carattere operativo, descrive gli obiettivi ultimi del
suo movimento e i mezzi previsti per ottenerli.

Il nazismo si presenta fin da subito come un’ideologia compiuta, alla cui


base troviamo:
• il concetto di una «razza ariana» superiore a tutte le altre;
• l’idea che sia necessario alla Germania uno «spazio vitale»;
• il disprezzo del sistema parlamentare;
• l’identificazione degli ebrei come principali nemici della “vera”
(ariana) umanità.

La «razza ariana»
L’aggettivo “ariano” non è un’invenzione di Hitler. Il termine Ari
(dal sanscrito Arya = nobile) viene proposto all’inizio dell’Ottocento
per designare il popolo originario che avrebbe parlato
l’indoeuropeo archetipo. Nel XIX secolo è diffusa l’idea che la
lingua parlata da un popolo sia lo specchio del suo spirito; così,
dalla (presunta) maggiore complessità delle lingue indoeuropee
(sanscrito, latino, greco, persiano, idiomi tedeschi e celtici) rispetto a
quelle semitiche (ebraico, arabo), deriva la convinzione che i popoli
ariani (discendenti degli Ari) siano dotati di maggiore intelligenza,
bellezza e levatura morale.
Hitler estremizza questo concetto: per lui la razza ariana è ristretta
ai tedeschi e, al limite, agli abitanti dell’Europa settentrionale, agli
inglesi, ai francesi e agli italiani; attribuisce inoltre solo a questi
popoli l’appartenenza all’umanità: tutti gli altri, per la loro lingua
barbara e/o per il loro degenerato aspetto fisico, sono subumani.

Lo «spazio vitale»
Razzismo e imperialismo si sostengono a vicenda. La fame patita dal popolo
tedesco durante la guerra a causa del blocco navale inglese ha
profondamente colpito Hitler; al pari di altri, egli è convinto che la Germania
necessiti di una maggiore estensione territoriale che le garantisca
l’autosufficienza: dovrà conquistare il proprio “spazio vitale” a Est, a danno
dei sottouomini polacchi e russi.
Il momento è propizio: la Rivoluzione bolscevica ha demolito tutte le
strutture dello Stato russo, e la nuova URSS è ancora fragile. Per riuscire in
questo intento, però, occorre un governo forte, realmente determinato a
combattere per l’onore della Germania; questa forza non si potrà trovare i n una democrazia
parlamentare, ma solo in un regime autoritario.
Il primo passo sarà l’eliminazione di tutti i nemici interni, in primis i
socialisti, colpevoli di dividere il popolo esortando alla lotta di classe e alla
guerra civile. A loro inoltre va la responsabilità della disfatta del 1918, poiché
hanno sobillato il fronte interno, intaccando la volontà di vittoria dei
tedeschi e pugnalando alla schiena i soldati al fronte.
Il «complotto ebraico»
Tutti i nemici interni della Germania hanno alle spalle, secondo Hitler,
un unico grande regista: il popolo ebraico. Fra tutte le razze
subumane, gli ebrei sono quella più corrotta e primitiva: essi
realizzano la loro essenza nel distruggere quanto gli ariani creano.
Hitler fa uso di termini tratti dal linguaggio religioso (demoni, figli di
Satana) o scientifico (batteri, pidocchi) per designarli come incarnazione del male. A suo
avviso, due sono i mezzi di cui si servono per colpire l’umanità:
• l’inquinamento razziale: gli ebrei cercano di possedere il
maggior numero possibile di donne ariane per diminuire la purezza della razza superiore e
poterla così meglio dominare;
• il marxismo: gli ebrei hanno inventato la lotta di classe (che
disintegra i popoli dall’interno) e la rivoluzione; comunismo
significa, di fatto, dominio esercitato dagli ebrei.

LA REPUBBLICA DI WEIMAR(1925-1933)
La “calma” prima della tempesta
Il piano di distensione intrapreso a partire dal 1924 favorisce una lenta
ripresa economica della Germania e un suo graduale riavvicinamento alle
principali potenze mondiali. Nonostante ciò, la disoccupazione è ancora
estesa e, dal punto di vista di molti (non solo nazionalisti) la disponibilità
della Repubblica a stringere accordi prima con il “covo bolscevico” (l’URSS)
e poi con i Paesi responsabili della sua disfatta rappresenta un segno di
debolezza ed antipatriottismo.
Le voci ostili alla Repubblica si moltiplicano e cresce il desiderio di un
“uomo forte” come quello che, in questi stessi anni, sta apparentemente
risollevando le sorti dell’Italia (Mussolini).
In pochi condividono idee estreme come quelle espresse nel Mein Kampf,
tuttavia il testo inizia a circolare e a riscuotere crescenti consensi,
soprattutto per quanto riguarda la riconquista dei territori a Oriente e
l’avversione alla democrazia. Ci si chiede se un uomo come Hitler potrebbe,
in fondo, fare la differenza.
Nel 1929, quando il crollo di Wall Street trascina nella sua caduta
l’economia mondiale, la situazione precipita.

La polarizzazione della politica


Il sistema elettorale di Weimar è di tipo proporzionale puro: il rapporto
tra le forze politiche in Parlamento rispecchia esattamente quello nel
Paese. In assenza di maggioranza assoluta, si formano governi di
coalizione sempre più deboli e frantumati: con la Grande Depressione
questo processo si accentua drammaticamente.
La Crisi del 1929 obbliga le principali banche americane, che avevano
investito cospicui capitali in Germania, a ritirarli in tutta fretta: prive di
credito e di liquidità, innumerevoli industrie tedesche falliscono,
generando una nuova esplosione della disoccupazione.
Gli effetti politici sono immediati: l’opinione pubblica tende a favorire i
partiti più estremi, che promettono soluzioni drastiche. Alle elezioni del
1930, crescono i voti per i due partiti fra loro agli antipodi:
• i comunisti (ricostituitisi nel 1920), votati soprattutto dai
proletari, che guadagnano 77 seggi nel Reichstag;
• i nazisti (riuniti intorno a Hitler dopo la sua scarcerazione, nel
1924), votati soprattutto dagli industriali e dal ceto medio, che
arrivano a 107 seggi.

La “scalata” di Hitler
Con i 107 seggi guadagnati nel Reichstag (su 577 in totale), nel 1930 il Partito
nazista è la seconda forza politica in Germania, dopo il Partito
socialdemocratico (143 seggi), seguito da quello comunista (77 seggi). Il
Cancelliere rimane Heinrich Brüning, già rappresentante dell’ex‐governo di
centro‐destra, e Presidente della Repubblica è Paul von Hindenburg (dal 1925).
Il clima politico è incandescente: ovunque si moltiplicano gli scontri di piazza fra
comunisti e nazisti, entrambi dotati delle proprie forze paramilitari (nel caso dei
nazisti si tratta della SA, le Squadre d’Assalto, operative già dal 1920 e guidate a
partire dal 1930 da Ernst Röhm).
Brüning, a capo di un ennesimo governo di coalizione sempre più instabile, si
mostra incapace di gestire la situazione: cresce la popolarità di Hitler, che
denuncia a gran voce il “pericolo rosso” e il rischio imminente di una guerra civile,
proponendosi come nuovo Cancelliere.
Hindenburg esita fino al 1932, quando si svolgono le elezioni presidenziali: a
sorpresa Hitler si candida contro di lui e arriva secondo con uno scarto minimo.
È una significativa prova di forza: Hindenburg rimuove Brüning nominando il più
determinato Franz von Papen, che indice nuove elezioni per il Reichstag.

La linea dura di Hitler


Le elezioni del 1932, su un totale di 608 seggi, vedono la schiacciante vittoria
del Partito nazista (230 seggi), seguito dal Partito socialdemocratico (133
seggi) e dal Partito comunista (89 seggi). Siccome Hitler non ha la
maggioranza assoluta, Papen può tentare un nuovo governo di coalizione fra le restanti
forze politiche, tuttavia intavola un negoziato con Hitler, invitando
i nazisti a partecipare al governo nell’intento di arginarne la violenza.
Hitler accetta solo a patto di esserne la guida: il suo esempio è Mussolini,
che in Italia ha seguito nei primi anni ‘20 la medesima strategia, riuscendo a
ottenere nel 1922 la nomina a Capo del governo da parte del Re.
Di fronte all’acuirsi della crisi economica e della violenza politica, Hindenburg
infine cede alle pressioni dei nazisti: rimuove Papen dalla propria carica e, il
30 gennaio 1933, nomina Hitler nuovo Cancelliere della Repubblica.
Tutto si svolge nella piena legalità, in accordo con buona parte del desiderio
popolare e con i poteri accordati al Presidente. Eppure sarà l’ultimo atto della
democrazia di Weimar.
L’incendio del Reichstag
Nemmeno un mese dopo la nomina di Hitler a Cancelliere, un devastante
incendio divampa nel Reichstag, riducendolo in cenere (27 febbraio 1933).
L’atto è chiaramente doloso e, forse, causato dagli stessi nazisti. Sul posto
comunque viene trovato un noto agitatore comunista che, arrestato e
torturato, confessa di aver appiccato il fuoco dietro ordine del suo partito.
Hitler ha la sua occasione: denunciando i comunisti come autori
dell’attentato e insistendo sul pericolo di un’imminente rivoluzione rossa,
convince Hindenburg ad applicare la legislazione d’emergenza prevista dalla
Costituzione: con decreto del 28 febbraio 1933 vengono concessi pieni poteri
alla polizia, permettendole di violare i diritti costituzionali di tutti quei
cittadini che il governo di Hitler identifichi come nemici dello Stato.
I comunisti sono il primo bersaglio: per loro, ai primi di marzo, vengono
aperti i primi campi di concentramento, che nascono come strutture di
prigionia improvvisate e prive di pianificazione (in ogni città, agendo di
propria iniziativa, polizia di Stato e/o militanti nazisti locali internano
centinaia di avversari politici dovunque riescano a trovare spazi idonei).

Il Terzo Reich
Dopo il decreto del 28 febbraio 1933, le tappe in direzione del pieno controllo
dello Stato sono due:
• Il 23 marzo 1933 Hitler propone al Reichstag di votare la Legge dei pieni
poteri, che attribuirebbe al Governo la facoltà di emanare e rendere
esecutive le leggi e di stipulare trattati internazionali in totale autonomia
rispetto al Parlamento stesso. Il clima è di paura: si vota a favore;
• Il 14 luglio 1933 una legge del Governo trasforma la Germania in uno
Stato a partito unico: la sola forza politica legale sarà quella nazista; le
altre vengono sciolte. In questo stesso giorno viene emanata la legge che
impone la sterilizzazione forzata di tutti i portatori di malattie
ereditarie.
Alla morte di Hindenburg, nel 1934, Hitler assume anche il titolo di Presidente,
con ciò diventando capo assoluto dello Stato. Contestualmente modifica la
formula del giuramento a cui sono vincolati i militari: d’ora in avanti essi non
giureranno più fedeltà alla Costituzione, ma alla persona dello stesso Hitler,
Fürher dell’ormai rinato Impero.
La Repubblica di Weimar è tramontata: inizia l’era del Terzo Reich.

IL TERZO REICH(1933-1938)
La svastica
Con la nascita del Terzo Reich, un simbolo ormai tristemente
famigerato va a connotare la bandiera tedesca: si tratta della
svastica, antica icona solare di origine indiana costituita da una
croce a quattro bracci di uguale lunghezza, terminanti con uncini
rivolti in senso orario o antiorario (nel nazismo in senso orario).
Nelle intenzioni di Hitler, essa va a significare la luminosità e la
perfezione della razza ariana:
«In qualità di socialisti nazionali noi ravvisiamo nella
bandiera il nostro programma. Nel rosso, ravvisiamo l’idea
sociale del movimento; nel bianco l’idea nazionalista; nella
croce uncinata la missione di combattere per la vittoria
dell’uomo ario e per il trionfo dell’idea del lavoro creatore,
che fu e sarà sempre antisemitico».Hitler, Mein Kampf

L’«idea sociale» di Hitler


Data l’avversione hitleriana per il socialismo (specie nelle forme
del marxismo e del comunismo), in che senso parla di “idea
sociale”?
Hitler porta avanti un nazional‐socialismo: questo concetto,
apparentemente contraddittorio, esprime la radicale polemica
verso il socialismo tradizionale, che è internazionalista e centrato
sulla classe proletaria. Per Hitler, invece, socialismo va a significare
attenzione per la società tedesca, cioè per il popolo tedesco
(ariano) tutto, senza distinzioni di classe.
Pertanto, quello di nazionalsocialismo è un concetto duplice che
racchiude l’essenza di un programma totalitario:
• nazionale= devozione del singolo per la collettività;

• socialismo= priorità della collettività rispetto al singolo.

Simboli a confronto
Se il concetto di socialismo viene radicalmente rinnovato da Hitler,
perché nella bandiera è rappresentato mediante il colore rosso,
tipicamente marxista?
La scelta è in realtà studiata proprio in opposizione al socialismo
tradizionale (e al comunismo sovietico in particolare):
• Nella bandiera sovietica (adottata dal 1923) domina uno sfondo
rosso, su cui è impresso, nell’angolo superiore lato asta, il simbolo
giallo della falce e del martello incrociati (lavoro proletario
universale), sovrastato da una stella a cinque punte rossa bordata
di giallo (dominio del partito comunista sui cinque continenti).
• Nella bandiera nazista (adottata dal 1935) al centro dello sfondo
rosso campeggia un grosso cerchio bianco (nazione tedesca)
contraddistinto dalla croce uncinata (lotta per la supremazia
ariana): l’«idea sociale» è funzionale e subordinata al valore del
popolo tedesco e alla lotta per il trionfo ariano.

L’eugenetica nazista
Il programma di tutela e purificazione del sangue ariano passa anche attraverso
una politica eugenetica di «igiene razziale».
L’eugenetica nasce alla fine del XIX secolo, in correlazione al darwinismo sociale,
come disciplina volta a migliorare biologicamente la specie umana. Ciò si
otterrebbe favorendo l’accumulo nella progenie, mediante accoppiamenti
controllati, dei caratteri ritenuti buoni (eugenetica positiva), mentre quelli
giudicati nocivi sarebbero eliminati compromettendo le capacità riproduttive
degli individui portatori (eugenetica negativa).
In Germania, il 14 luglio 1933 è emanata la Legge per la protezione dei caratteri
ereditari, che impone la sterilizzazione coatta dei portatori di malattie ereditarie
(o presunte tali), tra cui schizofrenia, epilessia, sordità, cecità, Corea di
Huntington, ritardo mentale, alcolismo cronico.
A partire dal 1935 si intensificheranno gli interventi contro tutti i
comportamenti “devianti” (prostituzione, omosessualità, vagabondaggio,
nomadismo), i cui soggetti inizieranno ad essere internati nei campi.
Nel 1938 viene autorizzato l’atroce programma Aktion T4 (in preparazione dal
1933 attraverso un’oculata propaganda pro‐eugenetica), operativo fino al 1941 e
volto ad eliminare le «vite indegne di essere vissute».

L’inizio della politica antisemita

Il campo di concentramento nasce in Germania come luogo di


detenzione per gli avversari politici: fino alla Seconda guerra
mondiale, il numero degli internati ebrei è irrilevante e, per la
maggior parte di questi, il motivo della prigionia non è razziale.
Se ancora non si ricorre alla loro reclusione, comunque a partire
dal 1933 gli ebrei sono oggetto di violenze e provvedimenti
discriminatori:
• 1 aprile 1933: boicottaggio di tutti i negozi ebraici da parte
di reparti autorizzati di SA;
• 7 aprile 1933: Legge per il rinnovo dell’Amministrazione
Pubblica (esclusione di tutti i non‐ariani dai pubblici uffici:
avvocati, medici, docenti ebrei devono dare le dimissioni);
• 10 maggio 1933: nelle principali città, rogo dei libri scritti da
autori ebrei o portatori di idee pacifiste ed antinazionaliste.

Il problema della disoccupazione


Fra le priorità del governo hitleriano vi è il riassorbimento della
disoccupazione, obiettivo su cui la Repubblica di Weimar aveva sempre
fallito: nel 1932, i disoccupati in Germania sono circa sei milioni.
Tre sono le iniziative che il regime intraprende in questo senso:
• rimozione degli ebrei da tutti gli incarichi pubblici (legge del 7 aprile
1933): i posti vacanti possono essere occupati da personale ariano
precedentemente senza lavoro;
• prestiti matrimoniali: le coppie in cui la donna rinuncerà al lavoro
extra‐domestico riceveranno delle sovvenzioni statali;
• realizzazione di grandi opere pubbliche (come l’imponente autostrada
nazionale iniziata nel giugno 1933), che assorbono numerosissima
manodopera (obbligata, per parte sua, alla mobilità).

La politica nazista raggiunge risultati straordinari: in soli sei mesi (gennaio‐


luglio 1933) la disoccupazione cala di un milione di unità; entro il 1938 sarà
praticamente azzerata. A ciò contribuirà, a partire dalla metà degli anni
Trenta, anche il riarmo e la massiccia produzione di materiale bellico, che la
Germania intraprenderà in spregio agli accordi internazionali.

La «Notte dei Lunghi Coltelli»


Il rapido accentramento del potere nelle mani di Hitler conduce ad
alcune divisioni all’interno dello stesso partito nazista. Una corrente
estremista guidata da Ernst Röhm, già capo delle SA, spinge per una
riforma sociale radicale, basata sulla nazionalizzazione delle imprese e
su una trasformazione dell’esercito che sostituisca la vecchia casta
militare con una gerarchia interamente nazista (ufficiali delle SA).
Una simile idea diverge dagli intenti di Hitler, che vi ravvede tinte
comuniste e teme di perdere il sostegno degli imprenditori e dei vertici
dell’esercito. Peraltro il carisma di Röhm rischia di adombrare la sua
stessa autorità.
Avvalendosi delle Squadre di Salvaguardia (SS), reparto parallelo alle
SA con funzione di guardie del corpo del Fürher, Hitler procede a una
spietata epurazione del partito: nella notte tra il 29 e il 30 giugno
1934, durante un raduno dei vertici delle SA in Baviera, le SS fanno
irruzione uccidendo Röhm e tutti i presenti.

I gerarchi nazisti
Quella che passa alla storia come la «Notte dei Lunghi Coltelli» è in realtà un
bagno di sangue di tre giorni che dalla Baviera si estende fino a Berlino e ad
altre città della Germania: alla fine si conteranno circa 200 persone uccise e
oltre 1000 arrestate.
Ormai nel partito sono rimasti solo i fedelissimi di Hitler, alcuni dei quali
saranno nomi tristemente noti:
• Heinrich Himmler, già capo delle SS (dal 1929) e promosso, nel 1934, a
capo di tutta la polizia tedesca. Private di potere le SA, questa si
compone delle stesse SS e della Gestapo (Polizia segreta di Stato,
fondata nel 1933 per la repressione di ogni dissenso politico). In virtù
del suo ruolo, Himmler sarà anche responsabile dell’intero sistema
dei campi di concentramento, nonché diretto organizzatore, insieme
ad Adolf Eichmann, della «soluzione finale» al “problema ebraico”;
• Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda dal 1933;
• Rudolf Hess, vice Fürher dal 1933;
• Hermann Göring, Maresciallo del Reich dal 1933.

Dai campi improvvisati ai veri lager


Non appena Himmler ne assume il controllo, il sistema concentrazionario si
avvia alla sua forma definitiva. Quasi tutte le strutture precedenti vengono
chiuse; un’eccezione è il campo di Dachau (presso Monaco di Baviera), ricavato
da una fabbrica in disuso, che diventa un modello (appare sui suoi cancelli il
motto Arbeit macht frei, «Il lavoro rende liberi», posto poi all’ingresso di
numerosi lager).
Ai detenuti viene imposto un sistema disciplinare ispirato a quello dell’esercito
prussiano (fra cui figura anche l’uso di scandire a suon di musica le varie
attività). La loro condizione giuridica è particolare: la reclusione avviene
secondo un provvedimento puramente amministrativo, cioè non è il risultato
di alcuna condanna ufficiale da parte di un tribunale (a differenza di quanto
avviene per i lager sovietici). Gli arresti sono competenza esclusiva della polizia,
che può internare chiunque sia sospettato di mettere in pericolo il regime.
A partire dal 1935 non si tratterà più solo di avversari politici: i lager
ospiteranno Testimoni di Geova, omosessuali, soggetti “devianti”, zingari,
persone affette da vari tipi di handicap (queste ultime internate soprattutto a
partire dal 1938 nel campo di Hartheim, in Austria, dedicato al programma di
“eutanasia” Aktion T4).

Le Leggi di Norimberga
Il 1935 è un anno cruciale anche per l’emanazione delle
famigerate Leggi di Norimberga(15 settembre 1935), un
insieme di tre provvedimenti esplicitamente dedicati alla tutela
della purezza ariana:
• Legge per la protezione del sangue e dell’onore tedesco:
proibisce i matrimoni e ogni genere di relazione sessuale
tra ebrei e cittadini di sangue tedesco o affine;
• Legge sulla cittadinanza del Reich: prevede la divisione
della popolazione in “cittadini del Reich” e “membri di
razze estranee”, segnando la progressiva riduzione dei
diritti civili per le persone ebree;
• Legge sulla bandiera del Reich: rende ufficiale la croce
uncinata come simbolo del Reich e del programma politico
e sociale nazista.

La Notte dei Cristalli


Il 7 novembre 1938 un giovane ebreo polacco, per vendicare i
genitori cacciati dalla Germania, uccide un funzionario
dell’ambasciata tedesca a Parigi.
La reazione dei nazisti è immediata: su tutto il territorio tedesco,
dietro ordine di Goebbels, nella notte tra il 9 e il 10 novembre
1938 le SS attaccano il maggior numero possibile di sinagoghe,
negozi e abitazioni ebraiche. Nell’evento, poi noto come «Notte dei
Cristalli» (per i frammenti di vetro di finestre e vetrine sparsi nelle
vie), vengono devastati almeno 7500 negozi, 101 sinagoghe e
uccise 36 persone.
Il 12 novembre 1938 gli ebrei sono esclusi dalle scuole e da tutte le
manifestazioni culturali; si procede inoltre alla «arianizzazione dell’economia», per cui ogni
ebreo titolare di un’industria o di un
esercizio commerciale è obbligato a venderlo, a un prezzo irrisorio,
allo Stato o ad un acquirente ariano.

La Gleichschaltung
Con il termine Gleichschaltung (“allineamento”) si indica il processo compiuto
dal regime nazista per esercitare un controllo totale sull’individuo:
• l’istruzione viene nazionalizzata e conformata all’ideologia mediante
l’integrazione di specifici rituali nella vita scolastica e la revisione dei
programmi in modo da esaltare la storia e lo spirito tedeschi;
• in campo artistico vengono promosse solo le opere di autori ariani e
adatte a celebrare la guerra, il patriottismo, la stirpe germanica;
• si opta per un’architettura monumentale classica, ma essenziale, per
comunicare l’unione tra grandezza, bellezza e razionalità;
• vengono istituite organizzazioni ricreative paramilitari obbligatorie
per lavoratori e studenti (come la Gioventù hitleriana);
• viene fondata una Chiesa protestante del Reich, veicolo di un
“cristianesimo positivo” violentemente antisemita;
• si intensificano i rituali pubblici (saluto nazista, adunate, marce,
celebrazioni);
• una propaganda capillare, veicolata dalla scuola e dai principali mass
media (stampa, radio, cinema, posti sotto diretto controllo statale),
diffonde ovunque il culto del Führer, i successi del regime in campo
economico e politico, la campagna eugenetica e stereotipi antisemiti.

Voci fuori dal coro


Senza dubbio un’ammirazione genuina per Hitler e un’adesione generale
all’ideologia nazista sono presenti in forte misura e largamente condivise.
Razzismo, darwinismo sociale, antisemitismo, anticomunismo e volontà di
rivalsa internazionale sono antecedenti al nazismo, e in esso trovano
semplicemente un canale unitario e definitivo. Per questo la violenza delle
SA prima, e di SS e Gestapo poi, anche se non sempre apprezzata, viene nel
complesso tollerata come un male necessario e sottovalutata nelle sue
implicazioni.
Tuttavia si forma anche fin da subito un eterogeneo movimento di
resistenza, comprendente moltissimi tedeschi “ariani”: si tratta spesso di
organizzazioni (partiti politici clandestini, reti di spionaggio, comunità
religiose, gruppi militari), ma si contano anche iniziative individuali di
svariata provenienza.
Fra tutti vale la pena ricordare gli studenti Hans e Sophie Scholl, già critici
negli anni ‘30 verso l’intolleranza e il fanatismo nazisti e fondatori nel 1942
della Rosa Bianca, movimento di ispirazione cristiana che incoraggia la
resistenza passiva al regime. Scoperti, saranno giustiziati nel 1943.

IL DOPOGUERRA ITALIANO (1918 ‐ 1920)


Uno scenario inaspettato
Nel 1918, l’Italia è tra i vincitori del conflitto e si accinge a rivendicare
ciò che il Patto di Londra (1915) le ha garantito in cambio dell’
alleanza con l’Intesa. Al tempo del Patto, tuttavia, non valevano i
principi di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli, concepiti
solo nel 1918 dal Presidente statunitense Wilson; né era stata prevista
la disgregazione dell’Impero asburgico seguita alla sua sconfitta.
Immaginando solo un arretramento del confine dell’Impero Austro‐
Ungarico, e senza tener conto delle nazionalità interessate, gli statisti
avevano potuto promettere all’Italia non solo i territori di Trento
e Trieste (regioni di cultura e tradizione italiane), ma anche la Dalmazia
(in prevalenza slava), nonché possedimenti in Albania e Turchia.
Viceversa nulla si era deciso per Fiume, città a maggioranza italiana,
ma lasciata all’Impero come sbocco sull’Adriatico.
Nel 1919 vengono ratificati i nuovi Stati nazionali sorti dalle ceneri
dell’Impero: Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS; Jugoslavia dal
1929), Polonia, Cecoslovacchia, Austria, Ungheria. Fiume rientrerebbe
nel neonato Regno di SHS, ma già nel 1918 ha dichiarato la volontà di
essere annessa all’Italia, appellandosi ai principi wilsoniani.

La «vittoria mutilata»
Quando la questione italiana viene discussa al tavolo della pace,
Wilson disconosce il Patto di Londra, non essendo tra i suoi firmatari:
in base ai principi di nazionalità e autodeterminazione, è disposto ad
accordare l’annessione all’Italia di Trento e Trieste, ma contesta le altre
rivendicazioni. Dato che una Dalmazia italiana favorirebbe l’Italia nel
controllo dei traffici provenienti dal Danubio, Francia e Inghilterra
approfittano della posizione wilsoniana e la sostengono.
Fatale sarà per l’Italia il disaccordo interno alla sua stessa delegazione.
Mentre il Presidente Orlando sarebbe disposto a rinunciare alla
Dalmazia, esigendo però in cambio Fiume (nello spirito dei suddetti
principi), il Ministro degli Esteri Sonnino non intende cedere sugli
accordi preesistenti: il risultato è la pretesa, in sé contraddittoria, di
entrambe le cose. Al rifiuto delle altre potenze, l’Italia lascia
l’Assemblea in segno di protesta, con ciò privandosi del diritto di
proseguire le trattative: otterrà solo Trento e Trieste, sentendosi con
ciò «mutilata» (come efficacemente griderà D’Annunzio) nelle sue
“legittime” rivendicazioni da Paese vincitore.

«Fiume... o morte!»
Dinanzi a quella che lui stesso denuncia come una «vittoria
mutilata», il poeta abruzzese Gabriele D’Annunzio, già fervente
interventista nel 1914 e protagonista di svariate gesta eroiche e
propagandistiche durante la guerra, decide di prendere in mano la
situazione. Forte dell’ammirazione di alcuni reparti dell’esercito, il
13 settembre 1919 guida l’Impresa di Fiume, una spedizione
militare volontaria e irregolare per la “liberazione” della città.
Colto alla sprovvista, il governo italiano (ora presieduto da Nitti)non interviene con le armi: la
confusa situazione interna del Paese,già gravato da agitazioni sociali dovute alla crisi
economica post‐bellica e all’estremizzazione della vita politica, divide la stessa
classe dirigente liberale, che si mostra incapace di azioni unitarie.
La “presa” di Fiume avviene quasi senza spargimento di sangue: la
città accoglie D’Annunzio come un eroe e, mentre le altre nazioni
(Italia compresa) sono interdette su come gestire la situazione, il
poeta‐condottiero prosegue l’occupazione, arrivando a proclamare
la Reggenza Italiana del Carnaro(agosto‐dicembre 1920).

L’esperimento del Carnaro


Da semplice protesta in difesa della dignità italiana contro
l’inettitudine del governo e la disonestà degli altri Stati, la presenza
dannunziana a Fiume diviene presto l’occasione di un esperimento
politico e culturale destinato a lasciare tracce profonde nella
successiva storia d’Italia.
Anzitutto, Fiume si trasforma nella patria del superomismo,
nell’accezione banalizzata del «superuomo» nietzscheano condivisa
da D’Annunzio e da altri intellettuali, per cui tale concetto viene inteso
come un appello a rifiutare tutti i valori della tradizione borghese per
aprirsi, invece, alle esperienze più diverse, purché intense ed estreme.
Così, tra il 1919 e il 1920 la città ospita ogni genere di spirito libero ed
alternativo, attratto da un governo che ignora tutte le convenzioni
tradizionali, coniugando il puro gusto della trasgressione ad elementi
di grande modernità.
Inoltre, nello spirito di questa convivenza tra nazionalismo e ricerca di
emozioni forti, D’Annunzio elabora quasi tutta la coreografia che sarà
in seguito ripresa dal fascismo: adunate, orazioni alla folla tenute
dall’alto di un balcone, manifestazioni musicali e paramilitari.

La crisi economica
Mentre D’Annunzio diviene l’esempio di ciò che un uomo forte, deciso
e carismatico può realizzare sul piano politico e sociale, in Italia gli
animi si fanno sempre più infiammati anche in risposta alla crisi
economica, dovuta a una concomitanza di fattori.
Per rilanciare l’esportazione

e sanare il debito pubblico contratto


durante la guerra (prestiti esteri e interni), lo Stato autorizza
l’emissione di cartamoneta. La conseguente svalutazione della lira
tuttavia non sortisce gli effetti sperati, ed anzi comporta un
impoverimento generale e un rincaro dei prodotti d’importazione:
materie prime industriali (carbone, petrolio), ma anche beni di prima
necessità, in primis grano (gran parte dei campi è rimasta incolta a
causa del richiamo dei contadini al fronte).
L’inflazione erode redditi fissi, rendite e stipendi, restringendo il
divario fra ceto medio e proletariato. Industrie e aziende agricole si
trovano sull’orlo del fallimento e sono costrette a licenziare; circa due
milioni di reduci smobilitati restano privi di impiego: la disoccupazione
sale a livelli gravissimi. La distribuzione delle terre, promessa ai tempi
di Caporetto, è frenata dall’inerzia della pubblica amministrazione.

La crisi sociale
La disastrosa situazione economica, insieme allo smacco subito
nell’ambito dei trattati di pace, genera un clima di tensione esplosiva.
L’intensificarsi delle proteste dei lavoratori (scioperi operai, occupazione
delle terre da parte dei contadini), peraltro spesso indipendenti dal
movimento socialista, fa temere da parte del ceto medio e dei grandi
industriali il profilarsi di una rivoluzione proletaria. La vita politica si
polarizza in uno schieramento reazionario e nazionalista, desideroso di
un governo capace di azioni decise sia in politica estera sia sul piano
sociale, e una fazione progressista che, ostile alla guerra e all’intera
classe dirigente responsabile della partecipazione al conflitto, auspica un
totale rinnovamento della politica in direzione di una maggiore giustizia
sociale. Il socialismo è inviso a entrambi gli orientamenti: al primo, per
ovvi motivi; ma anche il secondo gli è tendenzialmente ostile, in quanto
lo spettro di un nuovo bagno di sangue nello stile della guerra civile russa
risulta inaccettabile ai più.
Mentre aumentano gli episodi di violenza, un aspetto è condiviso da
tutti: l’esigenza di un rinnovamento socio‐politico che finalmente
risollevi l’Italia dalla crisi generata dalla guerra.

Protagonisti vecchi e nuovi


La crescente perdita di credibilità da parte della classe dirigente
liberale favorisce l’ascesa di diversi attori politici:
• Il Partito Socialista Italiano: portavoce di una protesta sociale
sempre più accesa, dovuta al forte tasso di disoccupazione e alla
perdita di potere d’acquisto dei salari, registra un notevole
incremento nel numero di iscritti tra il 1918 e il 1919;
• Il Partito Popolare Italiano: nato nel gennaio 1919 su iniziativa
del sacerdote Luigi Sturzo, rappresenta l’ingresso ufficiale dei
cattolici in politica dopo il non expedit e la parziale apertura del
Patto Gentiloni. Proponendosi di ottenere maggiore giustizia
sociale, senza però auspicare alcun tipo di rivoluzione, viene
consentito dalla Chiesa come alternativa al “pericolo socialista”;
• I Fasci di Combattimento: fondato a Milano nel marzo 1919 su
iniziativa di Benito Mussolini, è un movimento composito e
polimorfo, che ai suoi esordi mescola istanze democratico‐
socialiste (repubblicane, anticlericali, anticapitalistiche) a
posizioni nazionaliste (antiliberali e antisocialiste).

Un socialismo diviso
Benché le sue dimensioni imponenti alimentino i timori di una
rivoluzione, in realtà il Partito socialista è diviso e per buona parte ostile esso stesso a
un’azione drastica di stampo [Link] maggioranza riformista di Filippo Turati è su
posizioni moderate e aperte al dialogo con il governo.
L’ala massimalista, guidata da Costantino Lazzari e Giacinto Menotti‐Serrati, è comunque
cospicua e favorevole ad aderire al Comintern,pur mantenendosi poco operativa nei fatti. Da
essa inizia così a distinguersi una corrente più determinata, pronta ad una vera
insurrezione armata per la conquista del potere statale. Animata da Amadeo Bordiga
e Antonio Gramsci, questa fazione (che si renderà autonoma nel 1921 come Partito
Comunista Italiano) sottolinea la necessità di superare il marxismo ortodosso, in modo da
poterlo adeguare alle peculiarità di ogni Paese (come Lenin ha fatto in Russia).
Attraverso la rivista «Ordine Nuovo» (fondata nel 1919), Bordiga e
Gramsci auspicano la creazione di consigli di fabbrica, organismi eletti
dai lavoratori e nerbo della futura società proletaria.

Don Sturzo e il Partito Popolare


Nell’intento di ostacolare la crescente influenza dei socialisti, nel 1919
la Chiesa abbandona definitivamente il non expedit e consente a Don
Luigi Sturzo di dar vita a un vero e proprio partito cattolico, che nasce
nel gennaio 1919 con il nome di Partito Popolare Italiano (PPI).
Sturzo, tuttavia, porta avanti un’azione aconfessionale e interclassista:
il partito si rivolge cioè anche a persone non cattoliche, proponendo
un programma che, pur ispirato ai principi solidaristici cristiani, sia
condivisibile da tutti coloro che temono la lotta di classe propugnata
dai socialisti. A tale scopo egli promuove una cooperazione fra tutti i
ceti sociali, rigettando l’idea del dominio di una classe sulle altre (sia in
senso liberale sia in senso socialista) e ricercando piuttosto il dialogo
e il compromesso.
Il programma del PPI raccoglie presto adesioni variegate: proprietari
terrieri (timorosi delle confische che seguirebbero a una rivoluzione
marxista), contadini (distribuzione dei terreni incolti), operai, artigiani
e piccoli commercianti (riforma fiscale più equa).

Gli esordi di Mussolini


Benito Mussolini inizia la sua esperienza politica all’interno del
Partito socialista, dove fa una rapida e brillante carriera, arrivando nel
1912 a dirigere l’«Avanti!», il quotidiano del Partito. In questo
periodo, egli è il leader indiscusso della corrente più radicale del
movimento socialista: proprio per questo, allo scoppio della Grande
Guerra si schiera per l’interventismo, ritenendo che il conflitto,
deleterio per le istituzioni economiche di tutti i Paesi, costituisca
l’anticamera ideale per la rivoluzione proletaria.
Espulso dal Partito socialista, ne rigetta l’internazionalismo
proletario, riconciliandosi con l’idea di nazione e di patria; presto
giunge anche a rifiutare la lotta di classe, che vede ora come elemento
di disgregazione sociale. La violenza sanguinaria della rivoluzione
bolscevica rafforza questa nuova convinzione, portandolo a rivalutare
in parte la borghesia imprenditoriale quale nerbo della potenza
economica e militare di una nazione. Malgrado ciò, mantiene vivo
l’impegno per una maggiore giustizia sociale, da perseguire però nel
quadro di un anticomunismo nazionalista e imperialista.

Il Fascio Littorio
Nell’intento di proporre una linea politica propria, nuova e diversa
rispetto a qualunque alternativa disponibile nell’Italia di allora,
Mussolini sceglie di fondare un movimento capace a un tempo di unire
e di combattere. Adotta pertanto il simbolo del fascio littorio:
• di per sé, l’idea del fascio richiama l’unità, da cui deriva la forza: si
può facilmente spezzare un singolo bastone, ma non un insieme di
elementi stretti e ben legati tra loro;
• in particolare, il fascio littorio (arma composta da verghe di betulla
legate fra loro insieme a una scure) era il simbolo che gli antichi
littori, ufficiali incaricati di scortare gli alti magistrati romani,
portavano sulla spalla sinistra, a rappresentare pubblicamente il
potere e l'autorità dello Stato romano.
Il fascio mussoliniano esprime dunque la principale promessa del
movimento: se l‘Italia riuscirà a diventare unita, eliminando i contrasti
interni (fomentati sopratutto dai socialisti), diventerà una potenza pari
alla Roma che un tempo dominava il mondo intero. È con questo spirito
che nel 1919 nascono i Fasci Italiani di Combattimento.

I Fasci di Combattimento
I Fasci Italiani di Combattimento si costituiscono il 23 marzo 1919 in
Piazza San Sepolcro, a Milano. La nuova formazione intende porsi in
alternativa sia allo Stato liberale sia al socialismo. La sua linea d’azione, o
Programma di San Sepolcro, viene espressa nel giugno 1919 su «Il
Popolo d’Italia», il quotidiano di stampo nazionalista e interventista
fondato nel 1914 da Mussolini stesso.
Nella sua fisionomia inizialmente sfaccettata e persino contraddittoria,
il movimento attrae sostenitori dagli ambienti più svariati: figure di
estrema destra (nazionalisti, intellettuali ex‐interventisti, ex‐Arditi), ma
anche di estrema sinistra (sindacalisti rivoluzionari, ex‐socialisti delusi
dal Partito), nonché tutti coloro che non si riconoscono più in alcun
partito di destra o di sinistra, mostrandosi spesso ostili alle istituzioni
liberali e alla politica stessa. Nel tentativo di precisare meglio questo
strano amalgama di istanze diverse, nell’agosto 1919 Mussolini dà vita
alla rivista settimanale «Il Fascio», dove inizia a delinearsi la volontà di
eliminare i «nemici interni» e di portare avanti un’azione «diretta,
decisa, coraggiosa», che non disdegni la violenza.

Il Programma di San Sepolcro


Il fascismo nasce con le aspirazioni non di un partito, bensì di un
antipartito, rivolto a spiriti liberi disposti a creare qualcosa di
assolutamente nuovo: «Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e
democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti
e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente»(Il Popolo d’Italia,
23 marzo 1921).
Mussolini propugna una rivoluzione nazionale che porti al potere una
nuova classe dirigente, formata da quei reduci di guerra che, presenti in
maniera trasversale in tutti i partiti, sono delusi dalla «vittoria mutilata» e
colpiti dalla crisi [Link] Programma di San Sepolcro trovano così spazio tematiche
nazionaliste (rivendicazione di Fiume e della Dalmazia, istituzione di una
Milizia Nazionale) e sindacaliste (suffragio universale maschile e
femminile, maggiore età abbassata a 18 anni, giornata lavorativa di otto
ore, assistenza statale agli invalidi e agli anziani, imposta progressiva sul
capitale, Consigli Nazionali del Lavoro, sequestro dei beni ecclesiastici),
abilmente unite nel denominatore comune dell’opposizione, anche violenta, ai bolscevichi e
a qualunque forma di socialismo.

L’attacco all’«Avanti!»
Il tratto più tipico del fascismo, fin dalla sua origine, è la disponibilità a
usare la forza per raggiungere i propri fini. Il primo episodio
significativo occorre il 15 aprile 1919, quando un gruppo di fascisti
armati fa irruzione nella sede del giornale socialista Avanti!, a Milano,
distruggendo i macchinari tipografici e dando fuoco ai locali.
Scopo principale di azioni siffatte è attirare l’attenzione della stampa e
dell’opinione pubblica: in realtà la maggior parte del popolo italiano
reagisce con disapprovazione, preferendo dirigersi verso il PSI o il PPI,
tuttavia i Fasci godono da subito della complicità della classe liberale,
che ravvisa in essi un fenomeno positivo per arginare il “pericolo
rosso”. Per questo motivo violenze e pestaggi ai danni dei socialisti (e
presto anche dei popolari) hanno modo di moltiplicarsi e diffondersi,
nella quasi totale indifferenza di polizia e guardie regie.
Il risultato è la perdita di credibilità delle forze dell’ordine stesse: da
parte di molti si inizia a pensare che, se lo Stato non è in grado di
garantire la stabilità sociale, forse le squadre fasciste rappresentano,
dopotutto, l’alternativa meno pericolosa.

Il «biennio rosso»
Il progressivo dilagare della violenza fascista si colloca nel quadro
delle agitazioni operaie e contadine che attraversano il Paese tra il
1919 e il 1920. Scioperi e tumulti infuriano in tutta Europa, dando
conto di un’esasperazione proletaria generalizzata che, pur se non
sempre inquadrata nel movimento socialista, è letta come il preludio
di una rivoluzione bolscevica: da qui il nome di «biennio rosso».
In Italia, i lavoratori agricoli del centro‐Nord, riuniti nelle leghe
«rosse» socialiste e nelle leghe «bianche» cattoliche, rivendicano
aumenti salariali mediante scioperi e boicottaggi; al Sud, contadini
e reduci di guerra occupano i terreni incolti. Nelle città divampano le
proteste contro il carovita; gli operai, a iniziare dal settore
metalmeccanico (il più colpito dalla crisi), accanto alle richieste
economiche esigono di esercitare potere effettivo all’interno delle
fabbriche. Dinanzi al rifiuto dell’Associazione Industriali, la
mobilitazione tocca l’apice: tra l’agosto e il settembre 1920 la FIOM (Federazione Impiegati
Operai Metallurgici) decreta l’occupazione di circa 600 fabbriche del Nord; presso la FIAT di
Torino, su ispirazione dell’Ordine Nuovo, nascono persino i Consigli di Fabbrica.

Le (in)decisioni di Nitti
Nel contesto di una strategia fondamentalmente repressiva,
motivata dal terrore per lo spettro del comunismo, il Governo Nitti
opta per due misure gravide di conseguenze:
• il 14 luglio 1919, ammettendo l’insufficienza delle forze
dell’ordine regolari, invita i prefetti del Regno a impiegare
nella lotta contro i «sovversivi» anche le eventuali
«associazioni combattenti» disposte ad unirsi ai liberali nella
causa anticomunista: ciò ha l’effetto di sdoganare e
legalizzare l’azione di milizie paramilitari non ufficiali;
• per evitare lo scoppio di ulteriori disordini rifiuta di
organizzare qualsiasi celebrazione per il primo anniversario della vittoria (4 novembre 1919):
ciò non solo suscita scandalo fra i nazionalisti (già indignati per l’amnistia concessa ai
disertori nel settembre 1919), ma è l’ennesima conferma, agli occhi dell’opinione pubblica,
dell’inefficienza dello Stato a garantire la sicurezza dei cittadini.

Le elezioni del 1919


Nella confusa e frammentata situazione politico‐sociale generatasi
all’indomani della guerra, da più parti si chiede una riforma elettorale
per sostituire il sistema uninominale (in vigore dall’Unità, con una
parentesi plurinominale dal 1882 al 1891) con un sistema
proporzionale, considerato meglio capace di costruire un Parlamento
autenticamente rappresentativo della volontà popolare.
Il sistema uninominale divide il territorio in un certo numero di collegi
elettorali, ciascuno dei quali elegge il candidato che nel collegio
ottiene la maggioranza relativa dei voti. Con il sistema proporzionale,
introdotto per le elezioni del novembre 1919, i deputati di ogni forza
politica sono invece designati in maniera corrispondente alla
percentuale di suffragi ricevuta su scala nazionale.
L’esito delle elezioni premia i liberali (poco più di un terzo dei seggi), i
socialisti (circa un terzo) e ai popolari (circa un terzo). I fascisti, per il
momento, non hanno neppure un seggio.
Nitti ottiene la fiducia, ma si dimette nel maggio 1920: al suo posto ottiene la Presidenza del
Consiglio, a capo di un sempre più debole governo liberale, l’ormai ottantenne Giovanni
Giolitti.

L’ultimo Governo Giolitti


Nei pochi mesi di quello che sarà il suo ultimo governo, Giolitti
affronta entrambe le questioni lasciate in sospeso dal predecessore:
• questione proletaria: consapevole che una repressione violenta
delle insurrezioni non farebbe che acuire lo scontro e favorire la
rivoluzione tanto paventata, sceglie di non intervenire con le
armi e di mediare invece il raggiungimento di un
compromesso: aumento dei salari e promessa di un limitato
controllo della produzione da parte dei lavoratori, a fronte diuna ripresa delle attività
economiche;
• questione fiumana: il 12 novembre 1920 conclude con il Regno
di SHS il Trattato di Rapallo, mediante cui viene stabilita
l’annessione dell’Istria e della città di Zara all’Italia e Fiume
è dichiarata «città libera», posta sotto la tutela della Società delle Nazioni. Quando
D’Annunzio rifiuta di abbandonare la città, Giolitti invia l’esercito: i legionari dannunziani
resistono per cinque giorni, ma il 26 dicembre (il «Natale di Sangue») sono costretti alla
resa.

Cresce l’insoddisfazione
Se la strategia del compromesso aveva funzionato nell’Italia del primo
decennio del Novecento, ormai però lo scenario è cambiato e
l’approccio giolittiano risulta fallimentare.
Gli imprenditori si sentono delusi una volta di più da un governo che
non riesce a tutelare i loro interessi e che, senza intraprendere misure
efficaci contro la crisi economica, non sembra in grado di proteggerli
da un’eventuale rivoluzione. I lavoratori non vedono soddisfatta
neanche la metà delle loro richieste e iniziano a perdere fiducia nei
loro sindacati. Nazionalisti e militari disprezzano la soluzione della vicenda fiumana, risoltasi
senza l’annessione della città e con un incremento territoriale poco significativo in confronto
alle promesse che l’Italia aveva ricevuto nel 1915.I Fasci mussoliniani, che dopo il disastro
elettorale hanno incrementato i propri seguaci grazie alle «azioni punitive» intraprese
in relativa autonomia contro operai e braccianti in rivolta, stanno per
catalizzare il malcontento generale.

IL«BIENNIO NERO»1921 ‐ 1922


Sotto il segno delle «camicie nere»
Dopo la battuta d’arresto iniziale segnata dall’esito delle elezioni del
1919, l’intensificarsi della lotta proletaria (siamo in pieno «biennio
rosso») determina la svolta cruciale per i Fasci di Combattimento.
I seguaci del movimento proseguono la loro crociata contro il
socialismo (a cui viene ricondotto ogni tipo di protesta), assumendo
rapidamente il volto dei «veri difensori del popolo italiano» contro la
minaccia comunista. Nel giro di pochi mesi, quelle che erano iniziative
disorganiche si convertono in «squadrismo»: vere e proprie milizie
paramilitari, contraddistinte dalla caratteristica camicia nera, che
agiscono avvalendosi dell’esperienza maturata in guerra dai numerosi
ex‐combattenti che si sono uniti a [Link] questo momento, le «camicie nere»
guadagneranno uno spazio di manovra e un peso politico crescenti, divenendo in appena
due anni un partito di massa avviato al governo del Paese. Il biennio 1921‐22,
dall’intensificarsi dello squadrismo alla fondazione ufficiale del Partito Nazionale Fascista
(1921) e alla Marcia su Roma (1922) che porrà Mussolini a capo del Governo, è noto perciò
come «biennio nero».

I fronti delle Squadre d’Azione


Nella seconda metà del 1920 due episodi significativi contribuiscono
a portare i Fasci alla ribalta dell’opinione pubblica e a definire il
movimento nei suoi tratti più emblematici:
• l’incendio dell’Hotel Balkan di Trieste (13 luglio 1920): nel
contesto delle relazioni tese tra Italia e Regno di SHS (la
questione di Fiume è ancora aperta), un gruppo di fascisti
prende d’assalto l’edificio, sede della minoranza slava triestina;
• l’assalto a Palazzo d’Accursio (21 novembre 1920), sede del
Municipio di Bologna, volto a impedire, con successo,
l’insediamento della nuova Giunta comunale socialista.
Questi atti rendono chiare le due linee guida fondamentali del
movimento: l’estremo nazionalismo e l’altrettanto radicale
anticomunismo. Quando, nella prima metà del 1921, si costituiscono ufficialmente le
«Squadre d’Azione», il ruolo di esse all’interno della società italiana è ormai definito: i fascisti
sono i difensori del Paese su entrambi i fronti, «esterno»e«interno».

La nuova fisionomia fascista


Il graduale definirsi in senso nazionalista e anticomunista delle azioni
dei Fasci conduce a una limatura della stessa ideologia fascista: quei
punti del Programma di San Sepolcro che riflettevano tendenze di
estrema sinistra vengono poco a poco abbandonati.
Ignorando la propria iniziale connotazione antiborghese (che già in
origine strideva con l’altrettanto marcata impronta nazionalista), a
partire dal 1920 il fascismo si allea apertamente con la borghesia in
funzione antisocialista. Inoltre, mentre dapprima si era rivolto
soprattutto alla popolazione urbana, ora fa propria anche la causa
degli imprenditori agrari, colpiti dalle lotte contadine: questa mossa è
cruciale per la sua trasformazione in movimento globale, compatibile
con le esigenze sia delle città sia delle campagne, ovviamente entro
l’ormai affermata cornice antiproletaria e nazionalista.
La borghesia inizia così a guardare con un nuovo interesse un
movimento che, fino ad ora, era stato tendenzialmente giudicato
eversivo e pericoloso quanto il comunismo.

Caratteri dello squadrismo


A capo delle Squadre sono di solito maturi ex‐militari, ma i militanti
squadristi sono quasi tutti giovani, spesso minorenni (sotto i 21 anni),
in massima parte adolescenti desiderosi di sentirsi parte di un
rinnovamento epocale. Influenzati dai loro comandanti e armati del
famigerato manganello, anch’essi interiorizzano una mentalità bellica,
che tende ad equiparare i «nemici interni» ad avversari stranieri
e spinge ad ignorare i più elementari principi della convivenza civile:
pestaggi e assassinii sono visti come azioni legittime nel contesto di
quella che è percepita, a tutti gli effetti, come una nuova «guerra».
Si tratta tuttavia di un modo di pensare che è figlio del conflitto e che
molti condividono anche al di fuori dello squadrismo fascista. Nel corso
del 1921, quando le neonate Squadre, con l’obiettivo di smantellare
l’intera organizzazione sindacale e politica di matrice socialista (ma, nel
caso delle leghe bianche, anche cattolica), bruciano le Case del Popolo,
distruggono le tipografie dei relativi giornali e le sedi di riunione,
obbligano alle dimissioni intere Giunte municipali rosse e arrivano a
uccidere i dirigenti più determinati, sempre meno voci del ceto medio
e industriale si levano a condannarle.

La nascita del Partito Comunista


La progressiva virata dell’opinione pubblica in direzione di un
consenso, almeno parziale, alle azioni dei Fasci si deve anche
all’azione decisa dei socialisti più estremi, che all’inizio del 1921
giungono a dichiararsi apertamente comunisti.
La Terza Internazionale(Comintern), costituita il 4 marzo 1919,
imponeva a chi volesse farne parte di acquisire il nome di
«comunista», di porsi sotto la guida del Partito comunista russo e,
fra le altre cose, di espellere i socialisti riformisti.
Nel corso del 1920, la spaccatura già evidente all’interno del Partito
Socialista Italiano giunge alla rottura definitiva: quando Menotti‐
Serrati, benché leader dell’ala massimalista, difende il diritto dei
riformisti a restare nel partito e rigetta le condizioni di Lenin, la
fazione più estrema guidata da Bordiga e Gramsci si dissocia e, in
occasione del Congresso di Livorno(21 gennaio 1921) convocato
apposta per definire la linea del PSI nei confronti di Mosca, lascia
l’assemblea per dar vita nello stesso giorno al Partito Comunista
Italiano(PCI), dichiaratamente rivoluzionario e filosovietico.

L’inerzia dei liberali


La costituzione del PCI, interpretata come pericoloso sintomo di
un’infiltrazione sovietica sempre più capillare, spinge la stessa class
e dirigente liberale a simpatizzare in modo sempre più deciso con i Fasci.
In questo senso gioca un ruolo chiave la sottovalutazione del peso
politico del fascismo: considerato alla stregua di un fenomeno di
reazione alla minaccia comunista, destinato quindi a spegnersi alla
scomparsa di questa, viene incoraggiato nella convinzione di poterlo
facilmente ridimensionare una volta estinto il “pericolo rosso”.
Fin dal 24 settembre 1920 gli uffici della Polizia militare vengono
invitati a mantenersi in contatto con i Fasci di Combattimento, «forze
vive da contrapporre agli elementi antinazionali e sovversivi». Per
magistrati, prefetti, ufficiali, carabinieri e funzionari di polizia gli
squadristi, da nemici delle istituzioni liberali, si trasformano in alleati;
poco o nulla viene fatto in difesa delle loro vittime. L’imprevista alleanza
tra Fasci e classe dirigente promette di rafforzare la stessa maggioranza
giolittiana: nell’intento di includere elementi fascisti in un rinnovato
governo liberale, Giolitti indice nuove elezioni per il maggio 1921.

Le elezioni del 1921


Il piano di Giolitti è arginare l’influenza dei popolari, dei socialisti e dei
comunisti costruendo i Blocchi Nazionali, una coalizione di centro‐
destra che riunisca le forze “costituzionali” (ovvero antipopolari e
antisocialiste: in massima parte liberali, nazionalisti e fascisti).
Invitando i Fasci a far parte della coalizione, Giolitti intende sfruttarne
la crescente popolarità e, allo stesso tempo, ridimensionarne la
violenza: è persuaso che, una volta entrato nella classe dirigente,
Mussolini sarà disposto a frenare lo squadrismo. Mussolini, dal canto
suo, intravede l’occasione per ottenere almeno una rappresentanza in
Parlamento, e acconsente a entrare nei Blocchi.
Le elezioni del 15 maggio 1921, tuttavia, non vanno come previsto. I
Blocchi ottengono solo un quarto circa dei seggi, e un altro quarto va a
liberali e democratici candidatisi separatamente. La restante metà del
Parlamento è spartita quasi equamente tra popolari e socialisti, con
persino una minima rappresentanza comunista. Non si può formare un
governo stabile: Giolitti si dimette. Invece, Mussolini è soddisfatto:
grazie ai Blocchi ha ottenuto 35 seggi, e lui stesso è deputato.

Il Partito Nazionale Fascista


L’ingresso in Parlamento non smorza la violenza fascista, anzi:
Mussolini è deciso a riconfermare il proprio movimento come
principale baluardo contro le forze socialiste, popolari e comuniste, di
cui l’esito delle elezioni ha mostrato la presenza ancora importante.
Allo stesso tempo, il leader dei Fasci è conscio di doversi dare
un’apparenza più rispettabile e una linea d’azione più ordinata. A
questo scopo, il 9 novembre 1921 trasforma i Fasci di Combattimento
in un vero e proprio partito, il Partito Nazionale Fascista (PNF).
Dotato ora di organi direttivi ufficiali e di una precisa gerarchia
interna, il nuovo partito è in grado di dirigere con più coerenza l’azione
dei ras, ovvero i capi delle formazioni fasciste locali, i più autorevoli dei
quali (Italo Balbo a Ferrara, Dino Grandi a Bologna e Roberto Farinacci
a Cremona) avevano finora agito in relativa autonomia. A coordinare le
direttive del «Duce», come ormai Mussolini si fa chiamare, è un
«Quadrumvirato» composto dai suoi più fidati collaboratori: Italo
Balbo, Emilio De Bono, Cesare De Vecchi e Michele Bianchi.

Aumentano le divisioni
Dinanzi alla marea montante del fascismo, i tentativi di reazione
appaiono tardivi e poco decisi. In tanti guardano ancora a Mussolini
con simpatia, apprezzando l’organizzazione più definita assunta dal
movimento, che lo sta rendendo più efficace contro i “rossi”. Altri
giudicano con crescente allarme le incursioni sempre più coordinate,
ampie e micidiali delle Squadre.
La divergenza nel giudizio comporta indecisione e disunità: dopo
Giolitti, gli instabili governi a guida liberale di Ivanoe Bonomi (luglio
1921 ‐ febbraio 1922) e Luigi Facta (febbraio‐ottobre 1922) si
mostrano sempre più inefficaci nei confronti degli squadristi. Da parte
loro, popolari e socialisti (insieme, quasi metà del Parlamento)rifiutano qualsiasi
collaborazione tra loro e con il governo.
Solo Turati e alcuni socialisti riformisti si dichiarano disponibili a
sostenere un governo di coalizione democratica, ma l’ostilità dei
massimalisti di Menotti‐Serrati comporta la loro espulsione dal PSI
(ottobre 1922): fonderanno il Partito Socialista Unitario (PSU),
indebolendo così ancor più le forze socialiste.

Verso il colpo di Stato


In un clima politico così incerto e disunito, il Partito fascista acquisisce
sempre più credibilità come antidoto al disordine e alla degenerazione
della vita pubblica. È Mussolini, ora, a tenere le redini della situazione,
e lo fa muovendosi su un duplice binario:
• rassicura le classi dirigenti in vista della partecipazione fascista a
un nuovo governo: non ha alcuna intenzione di sovvertire le
istituzioni, né la monarchia, né la Chiesa (in questa occasione,
disconosce definitivamente le tendenze repubblicane e
anticlericali che avevano caratterizzato i Fasci delle origini);
• incarica il Quadrumvirato di coordinare i vari ras, nella
prospettiva di un colpo di Stato: sa che da più parti il Re Vittorio
Emanuele III sta ricevendo pressioni per formare un governo a
significativa presenza fascista, ma è conscio che, avendo una
presenza esigua in Parlamento, solo una prova di forza potrà
sbloccare a suo vantaggio la situazione.

La Marcia su Roma
Sotto la direzione dei Quadrumviri, nella notte tra il 27 e il 28
ottobre 1922 prende il via la grande spedizione armata che vede
squadre fasciste provenienti da ogni parte d’Italia marciare alla
volta della capitale, con l’intento di occuparla. Mentre nelle
principali città italiane vengono prese le prefetture e gli altri centri
di potere, circa 26000 fascisti giungono nei pressi di Roma; intanto
Mussolini segue l’evolversi della situazione da Milano, pronto a
riparare in Svizzera se le cose si mettessero male.
Il primo ministro Facta prega il Re di dichiarare lo stato d’assedio,
ma Vittorio Emanuele III non firma: forse dubitando della lealtà
dell’esercito o temendo una guerra civile. Dapprima invitato a far
parte di un nuovo governo come semplice collaboratore, Mussolini
rifiuta, pretendendo di essere nominato Presidente del Consiglio. Il
Re cede: Mussolini si reca infine a Roma, ove Vittorio Emanuele III
lo incarica formalmente di formare il nuovo governo.
È la fine della Marcia su Roma e l’inizio della dittatura fascista.

LA COSTRUZIONE DEL REGIME(1922 ‐ 1929)


«Fascistizzare» lo Stato
La presa del potere da parte di Mussolini ha un carattere peculiare,
in quanto non costituisce un vero colpo di Stato: il fascismo utilizza
la violenza per farsi strada, tuttavia si mantiene nella legalità
e ottiene il controllo del Paese senza esercitare la forza contro
l’autorità costituita e le sue istituzioni, ma solo minacciando di farlo.
Di conseguenza, il governo viene ottenuto in modo regolare, senza
sovvertire l’ordine preesistente, bensì piegandolo ai propri scopi.
Questo aspetto è cruciale ai fini della «fascistizzazione» dello Stato,
che, negli intenti del «Duce», non dovrà mai apparire come la
velleità personalistica di un dittatore, bensì come il necessario
antidoto al bolscevismo e alla guerra civile, il solo modo per salvare
l’Italia, riconosciuto come tale non soltanto dalle masse, ma persino
dal Re e da buona parte della classe dirigente precedente.
Ingrediente fondamentale per trasformare il fascismo in regime è
insomma la legittimazione: non da parte di una ristretta parte
politica, ma da parte della stessa monarchia costituzionale italiana.

Il duplice volto di Mussolini


La necessità di una legittimazione spinge Mussolini, non appena
ottenute le redini del governo, a muoversi all’interno delle regole
costituzionali, cercando il più largo consenso possibile nella
popolazione e nel Parlamento. La sera stessa del 30 ottobre 1922
presenta dunque al Re la lista dei nuovi ministri, la quale comprende
cinque fascisti, ma anche due esponenti di parte liberale, due popolari,
due democratico‐sociali, due militari, un nazionalista e un
indipendente (il filosofo Giovanni Gentile, nominato il giorno dopo
Ministro della Pubblica Istruzione e in seguito divenuto fascista).
Al contempo, Mussolini deve rassicurare il proprio Partito di voler
perseguire le finalità originali del movimento e di non avere alcuna
intenzione di tradirne l’anima: per questo fa in modo di mantenere
l’accento sulla forza delle Squadre, presentando la propria apertura
verso le istituzioni liberali come una benevola concessione, e gratifica
l’esercito con un’imponente celebrazione per l’anniversario della
vittoria di Vittorio Veneto (4 novembre 1922).

«Potevo: ma non ho voluto»


Il “doppio registro” del Duce emerge molto bene nel discorso
tenuto per la presentazione ufficiale del Governo a Montecitorio,
noto come «discorso del bivacco» (16 novembre 1922).
Nella prima parte, infatti, Mussolini intimidisce il Parlamento
dichiarando con disprezzo che, forte delle sue Squadre, avrebbe
facilmente potuto, il giorno della Marcia su Roma, trasformarlo
in un accampamento di camicie nere: «Potevo fare di quest’aula
un bivacco di manipoli; potevo: ma non ho, almeno in questo
primo tempo, voluto». Tuttavia, dopo l’iniziale prepotenza, il nuovo Primo Ministro invia
un segnale di apertura nei confronti della vecchia classe
dirigente, sottolineando la sua disponibilità a costituire un
governo di coalizione che raccolga, «in aiuto della Nazione
boccheggiante, quanti, al di sopra delle sfumature dei partiti, la
stessa Nazione vogliano salvare».

Partito al governo, governo del Partito


Il vero intento di Mussolini appare comunque evidente già dal
dicembre 1922, allorché, pur senza eliminarle formalmente, procede
a svuotare di senso e prestigio le istituzioni di matrice liberale
creando forme collegiali e organizzative ad esse estranee e rispondenti
direttamente al Duce:
• Il Gran Consiglio del Fascismo (dicembre 1922), organo che
riunisce i ministri fascisti, la direzione del Partito, il Direttore
Generale della Pubblica Sicurezza e altri dirigenti politici, con il
compito di indicare al Consiglio dei Ministri le linee guida della
politica del Paese (funzione spettante, di regola, al Parlamento);
• La Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (costituita tra il
dicembre 1922 e il gennaio 1923): il potere dei ras viene limitato
facendo delle Squadre una forza armata statale, che affianchi le
tradizionali forze dell’ordine e il Regio Esercito, ma sia al
completo servizio del [Link] questo modo lo Stato, anziché essere un’istituzione
imparziale a tutela dei diritti di tutti, inizia a porsi al servizio di un solo
orientamento politico, il Partito Nazionale Fascista.

La riforma elettorale
Il passo successivo in direzione di una trasformazione in senso
autoritario delle istituzioni statali riguarda il sistema elettorale.
Mussolini sa che molti suoi alleati di governo conservatori e
centristi hanno accettato il fascismo solo per indebolire le sinistre:
si tratta quindi di alleanze precarie. È necessario rafforzare la
presenza fascista in Parlamento, il che non può ottenersi
mediante il sistema proporzionale in vigore. Per questo motivo il
Duce fa approvare l’introduzione di un sistema elettorale maggioritario. Con la Legge
Acerbo(novembre 1923) è previsto il«premio di maggioranza», ovvero l’assegnazione di due
terzi dei seggi in Parlamento alla lista che riceva almeno il 25% dei voti.
È a partire da questo momento che, da parte di alcuni intellettuali
dissidenti, inizia ad essere usato l’aggettivo «totalitario» (coniato da Giovanni Amendola) per
definire il nascente assetto politico:un potere che mira a ricondurre tutto il Paese alla volontà
di una sola parte ‐ in questo caso, il Partito Nazionale Fascista.

Le elezioni del 1924


Le prime elezioni a sistema maggioritario si svolgono il 6 aprile 1924.
Mussolini, sapendo di non essere ancora abbastanza forte come
singolo partito, costituisce il «Listone», un unico blocco
comprendente fascisti, liberali e cattolici moderati. Giolitti, pur
fautore di una operazione analoga nel 1921, stavolta presenta una
propria lista indipendente. Le forze politiche antifasciste rimangono
fortemente divise e candidano liste proprie.
Per favorire il Listone, il Duce organizza un’intensa pressione
propagandistica e non esita ad avallare il ricorso a intimidazioni e
violenze da parte della Milizia Volontaria contro gli avversari: diversi
esponenti delle opposizioni vengono minacciati e picchiati, le loro
case devastate, nella quasi totale inerzia delle forze dell’ordine. Il
giorno delle elezioni, gli squadristi fanno irruzione presso alcuni
seggi, obbligando i cittadini a votare a scheda aperta, né mancano
corruzioni e brogli al momento degli scrutini.
Il Listone ottiene così il 65% dei voti: 374 seggi su 535.

Il delitto Matteotti
All’apertura dei lavori del nuovo governo, una voce si leva a
denunciare le irregolarità delle elezioni appena svoltesi: si tratta del
Segretario del Partito Socialista Unitario, Giacomo Matteotti. Davanti a
tutto il Parlamento, il 30 maggio 1924 egli accusa il Presidente del
Consiglio e il Partito Fascista tutto delle violenze e delle irregolarità
commesse, chiedendo l’invalidazione dei risultati elettorali. Inoltre ha
indagato su casi di corruzione e affarismo che vedono coinvolte le più
alte sfere del PNF, alcuni loro alleati e lo stesso Mussolini.
Matteotti intende notificare i risultati dell’inchiesta l’11 giugno, ma il
10 giugno 1924 viene prelevato di forza da un’auto guidata da un
gruppo di fascisti e ucciso con una pugnalata al petto. Il suo cadavere,
abbandonato in un bosco a pochi chilometri da Roma, viene ritrovato
soltanto il 16 agosto.
L’atto, con ogni probabilità non ordinato da Mussolini, pone in grave
imbarazzo la Dirigenza del PNF: l’opinione pubblica è profondamente
scossa e in molti, anche tra i fascisti, si dissociano da un simile gesto.
In questo momento, il nascente regime è sull’orlo del crollo.

La «Secessione dell’Aventino»
All’ondata di indignazione che accoglie il delitto Matteotti fanno
seguito una serie di indagini condotte dalla Magistratura e una fitta
campagna di stampa promossa da quotidiani di stampo liberale come
il «Corriere della Sera» di Milano e «La Stampa» di Torino.
Ad aggravare la situazione del governo, già leso nella sua immagine,
contribuisce l’atto di protesta intrapreso dalle opposizioni già dal
giugno 1924, prima ancora della scoperta del corpo: 123 deputati si
astengono dai lavori della Camera, rifiutando di entrare in Parlamento
fino a che il Re non si decida a rimuovere Mussolini dal governo. È la
«Secessione dell’Aventino» (26 giugno 1924 ‐ 9 novembre 1926), così
chiamata per ricordare l’azione dei plebei in rivolta nella Roma
repubblicana: ma si tratta, ora, di una forma di lotta prettamente
morale, che non sortisce l’effetto sperato.
Infatti il Re non si pronuncia contro Mussolini, con ciò offrendogli
tacitamente il proprio sostegno. Così, ai primi del 1925 il Duce può
assestare allo Stato liberale il colpo decisivo.

«Mi assumo la responsabilità»

Avuta la conferma che il Re non lo ostacolerà, il 3 gennaio 1925


Mussolini pronuncia in Parlamento il discorso che, di fatto, segna
l’inizio della dittatura.
Se durante la crisi del 1924 si era dichiarato estraneo agli eventi e
dissociato dall’operato dei diretti responsabili dell’omicidio, che le
indagini avevano quasi subito identificato, ora al contrario rivendica la «responsabilità
politica, morale e storica» di tutto ciò che il fascismoha compiuto; dunque anche del delitto.
Con ciò egli non se ne assume la responsabilità materiale, ma lascia intendere di essere
comunque l’anima di una potenza che non si è fatta e non si farà scrupolo a
mettere a tacere le opposizioni ricorrendo a qualunque mezzo, anche
illegale e violento: da questo momento, il fascismo si imporrà come
unica forza politica del Paese.
Gli assassini di Matteotti, posti sotto processo dal regime (tra il 1925 e
il 1926), subiranno una condanna minima, comunque in buona parte
condonata. Il 9 novembre 1926, i 123 deputati aventiniani saranno
dichiarati decaduti.

Le «Leggi Fascistissime»
Il discorso del 3 gennaio 1925 è seguito da una recrudescenza della
violenza fascista in tutto il Paese: il governo emana una serie di
provvedimenti per colpire gli avversari politici, in particolare
comunisti e socialisti, che subiscono perquisizioni, retate e arresti,oltre che pestaggi e
umiliazioni (come la costrizione a ingoiare olio diricino) da parte dei reparti più solerti della
[Link] repressione è accompagnata dalle «Leggi Fascistissime», serie di
norme giuridiche emanate tra il 1925 e il 1926 e volte ad avviare la
trasformazione del Regno d’Italia in Regime Fascista:
• Legge sulle prerogative del Capo del Governo: assegna il
controllo diretto di ogni settore dello Stato al Capo del
Governo, che risponde solo al Re, e non più al Parlamento;
• Legge sulla stampa: dispone che i giornali possano essere
diretti, scritti e stampati solo previa approvazione del PNF;
• Legge sullo sciopero: proibisce lo sciopero e riconosce come
legittimi solo i sindacati fascisti.

La soppressione della libertà


Le prime Leggi Fascistissime sono poi integrate da ulteriori
provvedimenti che, tra il 1926 e il 1928, completano la svolta
autoritaria impressa allo Stato:
• le amministrazioni comunali e provinciali elettive vengono
abolite e sostituite da autorità di nomina governativa (1926);
• si ordina lo scioglimento di tutti i partiti, associazioni e
organizzazioni che esplicano azione contraria al regime: il
fascismo diviene un regime a partito unico (1926);
• viene creato il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato,
reintroducendo contestualmente la pena di morte ed
istituendo il confino di polizia per gli antifascisti (1926);
• Si istituisce l’OVRA (Opera per la Vigilanza e la Repressione
dell’Antifascismo), la polizia segreta fascista, incaricata di
individuare qualunque sospetto dissidente (1927);
• il Gran Consiglio del Fascismo diventa l'organo supremo
dello Stato (1928).

Il destino degli oppositori


A partire dal 1926, la repressione del dissenso diventa sistematica
e spietata: quando non oggetto di semplici pestaggi, peraltro
talvolta fatali, i membri degli ex‐partiti di opposizione vengono
incarcerati o condannati al confino (più raramente a morte).
Laddove il carcere e la pena di morte richiedono una qualche
forma di prova, il confino di polizia è riservato ai sospetti
antifascisti (non serve che sia stato commesso reato effettivo): non
è una sanzione giudiziaria, ma una misura preventiva che obbliga
chi sia stato denunciato senza prove a risiedere per cinque anni in
zone remote (piccole isole, villaggi di montagna).
Nel 1926 viene intrapresa una epurazione del PNF stesso, onde
liberarlo della frangia più eversiva capeggiata da Roberto
Farinacci, uno dei ras più violenti ed estremisti del Partito. Dopo le
dimissioni coatte di Farinacci e la rimozione dei suoi sostenitori, il
regime favorisce l’ala più moderata di Giuseppe Bottai, orientata
a scoraggiare azioni violente non riconducibili alle leggi del regime.

L’antifascismo: il «dissenso silenzioso»


A seguito della svolta autoritaria e repressiva impressa dal Duce,
molti antifascisti scelgono di tacere il proprio dissenso. Figura di
riferimento per costoro è il filosofo liberale Benedetto Croce,
Ministro dell’Istruzione durante l’ultimo Governo Giolitti.
Inizialmente favorevole al fascismo, Croce passa all’esplicito
dissenso dopo il delitto Matteotti. Insieme ad Amendola (che
muore in Francia nel 1926 a seguito delle percosse subite in un
assalto squadrista) pubblica il Manifesto degli intellettuali
antifascisti di tutte le nazioni(1925), nel quale sono rivendicati
l’autonomia della cultura dalla politica e il valore della libertà
di contro al carattere illiberale e violento del fascismo.
Grazie alla sua notorietà internazionale, Croce viene
risparmiato dalla violenza del regime e può proseguire quasi
indisturbato la sua attività di denuncia intellettuale lungo
l’intero ventennio del governo fascista.

L’antifascismo: il «fuoriuscitismo»
Molti antifascisti scelgono di operare in clandestinità o, più spesso,
di imboccare la strada dell’esilio: in questo secondo caso si parla di
«fuoriuscitismo».
Uno dei primi “fuoriusciti” è l’intellettuale torinese Pietro Gobetti,
direttore della rivista «Rivoluzione Liberale» (fondata nel 1922 e
chiusa nel 1925 a seguito delle Leggi Fascistissime). Nel 1924
Gobetti aveva sostenuto una delle condanne più accese del delitto
Matteotti e da quel momento era stato oggetto di brutali pestaggi;
nel 1926 fugge in Francia, da dove spera di proseguire la sua
battaglia antifascista, ma muore poco dopo, a soli 25 anni, per le
conseguenze delle percosse.
A Parigi altri esuli fondano la Concentrazione antifascista(1927)per l’assistenza dei profughi
italiani, e il movimento Giustizia e Libertà(1929), volto a promuovere l’insurrezione del
popolo italiano. Creato da due antifascisti sfuggiti al confino, Emilio Lussu
e Carlo Rosselli, si sfalderà dopo l’assassinio di quest’ultimo e del
fratello Nello da parte di militanti assoldati dai fascisti (1937).

L’antifascismo: i comunisti
Fra i militanti clandestini in Italia, la rete meglio organizzata e più
estesa è senz’altro quella del Partito comunista, persuaso di poter
gettare le basi di una futura rivoluzione attraverso la diffusione di
giornali e opuscoli propagandistici e boicottando in vari modi le
iniziative del PNF. Considerandoli per questo i nemici più
pericolosi, il regime agisce contro di essi con particolare durezza.
Fra le vittime più importanti figura Antonio Gramsci, arrestato nel
1926 e condannato nel 1928 a vent’anni di carcere: godrà di
un’amnistia nel 1937 ma, prostrato da una lunga malattia, morirà
nello stesso anno. In prigione egli scrive un’opera fondamentale
nell’ambito del marxismo, i Quaderni del Carcere, ove sono esposti
le sue riflessioni e i suoi dubbi circa l’esperienza rivoluzionaria
sovietica, i rapporti tra Stato e popolo, la funzione degli
intellettuali nella società civile. All’arresto di Gramsci, alla guida del PCI subentra Palmiro
Togliatti,già delegato del Comintern, che nel 1926 fugge a Mosca, dove rimarrà per diciotto
anni.

La costruzione del consenso


A dispetto delle forze di opposizione comunque presenti, fin
dall’inizio l’obiettivo fondamentale del fascismo è basare la forza e
la solidità del regime su un consenso diffuso. A fronte delle misure
repressive sempre più strette ciò potrebbe apparire paradossale,
eppure sta proprio qui la novità del totalitarismo.
Accanto alla repressione, infatti, il regime porta avanti un’opera di
indottrinamento capillare della società e, soprattutto, una costante
mobilitazione delle masse. Lungi dall’essere escluso dalla politica,
il popolo è, almeno apparentemente, coinvolto: il Duce vuole il
contatto diretto con le folle e basa sulla completa fascistizzazione
di esse la stabilità del proprio potere.
Attraverso una presenza onnipervasiva in ogni ambito della vita
sociale (lavoro, scuola, tempo libero), le organizzazioni, la dottrina
e la propaganda di partito conformano all’ideologia fascista la
mentalità e le stesse azioni quotidiane della popolazione.
L’individuo matura un autentico culto dello Stato e della patria
(incarnati dal Duce), ai quali subordina la propria individualità.

Dalle elezioni ai plebisciti


Con la fine del plurarismo politico a seguito dell’introduzione
delle Leggi Fascistissime, il regime ha svuotato di senso il
parlamentarismo: un regime a partito unico è privo di
opposizioni e, pertanto, le stesse elezioni politiche diventano
superflue. Per questo motivo nel 1928 è varata una nuova legge
elettorale in base alla quale gli elettori saranno chiamati alle
urne unicamente per approvare o respingere in blocco i 400
nomi della lista unica di deputati redatta dal Gran Consiglio.
Così, a partire dalle consultazioni del 24 marzo 1929, le elezioni
assumono i caratteri di un plebiscito: nel corso della campagna
elettorale gli italiani vengono sottoposti ad un’insistente
propaganda (e non di rado a minacce più o meno velate,
quando sospettati di “scarso entusiasmo” nei confronti del
regime); i risultati del voto non possono quindi deludere le
aspettative del governo. Alle elezioni del 1929, a fronte di un
afflusso alle urne del 90%, i “sì” si attestano sul 98%.

L’«uomo della Provvidenza»

Un potenziale elemento di debolezza per il regime è rappresentato


dalla Chiesa cattolica: la «questione romana» è ancora aperta e,
benché Mussolini abbia ripudiato il proprio iniziale anticlericalismo
già dal 1922, permane l’ostilità del fascismo verso il PPI e le leghe
bianche. I rapporti col Papa restano dunque tesi, e il Duce sa che
buona parte del consenso popolare al regime dipende da questo.
Pertanto, a partire dal 1923 intraprende una serie di iniziative a
favore della Santa Sede: reintroduzione del Crocefisso nelle aule
scolastiche (rimosso dal precedente Stato liberale laico) e
stanziamento di fondi per il restauro delle chiese danneggiate negli
anni di guerra. La politica di riavvicinamento culmina nella firma
dei Patti Lateranensi
(1929), che sanciscono la composizione del

contrasto tra Stato italiano e Chiesa risalente al 1870.


Attraverso i Patti, il regime si garantisce un solido alleato, ma di
essi è assai soddisfatto anche il pontefice Pio XI, che giunge a
definire Mussolini un «inviato della Provvidenza».

I Patti Lateranensi

I Patti Lateranensi, in vigore ancora oggi con alcune revisioni,


constano di tre distinti accordi:
• un trattato internazionale, in base al quale lo Stato italiano
riconosce la piena sovranità del Papa sullo Stato della Città del
Vaticano (territorio occupato dalla Basilica di S. Pietro e dai
Palazzi Vaticani), e la Chiesa fa altrettanto con lo Stato italiano
e la sua capitale, Roma. Inoltre, la religione cattolica
è proclamata religione di Stato (abbandonando il principio della laicità dello Stato introdotto
da Cavour, ripristinato nel 1948);
• una convenzione finanziaria, che prevede il pagamento al
Vaticano, da parte del Regno d’Italia, di un miliardo e 750
milioni di lire quale risarcimento per la perdita del territorio
dello Stato Pontificio avvenuta nel 1870;
• un concordato, che assegna alla Chiesa cattolica una serie di
privilegi all’interno del territorio italiano: esonero dal servizio
militare per il clero, validità civile del matrimonio religioso,
obbligo dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole
pubbliche (reso facoltativo per gli alunni nel 1984).

Un totalitarismo «imperfetto»
Se per totalitarismo si vuole intendere, in generale, la totale
identificazione dello Stato e della società in un partito, nel suo
capo e nella relativa ideologia, è inevitabile ritenere, come è
opinione di molti storici, che il fascismo non sia stato un
totalitarismo a pieno titolo, bensì un totalitarismo «imperfetto».
Anzitutto, il Duce deve convivere, per tutta la durata del regime,
con la monarchia: Vittorio Emanuele III rimane il Capo dello Stato
e il comandante supremo delle forze armate, a cui Mussolini,
formalmente, è [Link] secondo luogo, il fascismo accetta a livello istituzionale la
supremazia dello Stato sul partito: governa cioè attraverso funzionari statali e polizia di
Stato, che sono in teoria solo affiancati, e non sostituiti, dagli organi del PNF.
Infine, permane comunque l’autorità della Chiesa, radicata in modo pervasivo nella società
italiana, tanto da indurre Mussolini alla stipula dei Patti.

FASCISMO: POLITICA INTERNA (1923-1937)


Le aree di intervento
Per visualizzare a colpo d’occhio le iniziative del fascismo in politica
interna è utile focalizzare in sintesi i principali settori di intervento:
• la cultura: indispensabile per creare consenso, essa viene
“fascistizzata” agendo a livello della scuola, della gioventù,
della gestione del tempo libero, della propaganda;
• l’economia: con l’intento di rafforzare l’Italia soprattutto da un
punto di vista industriale, si intraprende la strada del
protezionismo e si soffoca la lotta proletaria;
• la società: per rafforzare il consenso si investe in strutture
previdenziali e assistenziali; inoltre, allo scopo di aumentare le
risorse umane anche in funzione militare, viene portata avanti
una politica di incremento demografico che, fra le altre cose,
si avvale di un’immagine conservatrice della femminilità;
• la criminalità organizzata: per contrastare i poteri malavitosi
locali, si intraprende una lotta alla mafia apparentemente
serrata, in realtà poco convinta e di scarso effetto.

«Fascistizzare» la cultura
La promozione della cultura è uno dei cardini fondamentali di un
regime che si proponga di diventare «totalitario». Il coinvolgimento
attivo delle masse e il loro consenso è indispensabile per la solidità
del governo, e pertanto non si vuole una popolazione ignorante
...ma nemmeno colta. Occorre, al contrario, una popolazioneindottrinata: che conosca, cioè,
solo ciò che il regime voglia trasmettere, e solo nelle modalità che il regime stabilisce.
Questa «fascistizzazione» della cultura viene intrapresa dal regimeintervenendo su tutti i
fronti possibili:
• riforma del sistema scolastico;
• inquadramento della gioventù;
• gestione del tempo libero;
• controllo dei mezzi di comunicazione di massa: stampa,
radio, cinema;
• culto del Duce.

Il filosofo del regime


La conversione in senso fascista della cultura si avvale della
collaborazione del filosofo Giovanni Gentile. Critico del liberalismo ancor
prima dell’avvento di Mussolini, Gentile fa propri alcuni aspetti della
filosofia hegeliana, ritenendo che soltanto nello Stato si esplichi la
libertà, intesa come adesione spontanea alla razionalità universale che lo
Stato esprime nelle sue leggi: libertà e obbedienza, così, coincidono.
Naturale è dunque la convergenza ideologica con il fascismo, a cui Gentile
aderisce nel 1923, iscrivendosi al PNF. Come Ministro dell’Istruzione
(1922‐1924) introduce una riforma scolastica (1923). Promuove inoltre il
Primo Convegno di Cultura Fascista (1925), esito del quale è il Manifesto
degli intellettuali fascisti (firmato, tra gli altri, da Luigi Pirandello e Filippo
Tommaso Marinetti), che gli costa l’amicizia di Croce. Inaugura a Roma
l’Istituto Nazionale di Cultura Fascista (1925) e sostiene il grande
progetto dell’Enciclopedia Italiana, avviato da Giovanni Treccani (è lo
stesso Gentile a compilare la voce “fascismo” nel 1932).
Nel corso degli anni ‘30 si oppone però alle crescenti limitazioni della
libertà di stampa, venendo gradualmente emarginato dal regime. Sarà
comunque ucciso il 15 aprile 1944 da un gruppo di militanti comunisti.

La Riforma Gentile
Rivolgendosi alla popolazione fin dalla più tenera età, la scuola è lo
strumento più efficace per la costruzione del consenso. In quest’ottica
viene elaborata la Riforma Gentile (1923), che prevede:
• l’estensione dell’obbligo scolastico a 14 anni;
• un esame finale al termine di ciascun ciclo di studi;
• fra gli studi superiori, maggiore prestigio per il Liceo Classico
(rispetto allo Scientifico agli Istituti tecnici e professionali), che
consente l’accesso a tutte le facoltà universitarie e diviene
quindi luogo di formazione delle future classi dirigenti: questo in
virtù dell’importanza accordata alle discipline classiche e
umanistiche, eredi della Roma antica. Vengono inoltre imposti programmi e libri di testo che
siano allineati con le idee del regime e, a partire dal 1929, è richiesto agli insegnanti
il giuramento di fedeltà al fascismo, norma estesa nel 1931 anche ai
docenti universitari: fra costoro, solo 12 (su 1251) oppongono un
rifiuto, perdendo di conseguenza il posto.

Le organizzazioni giovanili
Nell’opera di indottrinamento ideologico dell’infanzia e della gioventù un ruolo fondamentale
è assegnato, oltre che alla scuola, a una serie di istituzioni strettamente collegate al PNF:
• L’Opera Nazionale Balilla (1926): rivolta ai ragazzi tra i 6 e i 18
anni di età (Figli della Lupa: 6‐8 anni; Balilla: 8‐14 anni;
Avanguardisti: 14‐18 anni), ha il compito di fornire un’istruzione
ginnica di tipo militaresco finalizzata ad inculcare il culto del
capo e il rispetto delle gerarchie;
• I Fasci Giovanili di Combattimento (1930): rivolti ai giovani tra i
18 e i 21 anni, completano l’addestramento paramilitare avviato
nell’Opera Balilla;
• I Gruppi Universitari Fascisti (1927): evoluzione di un primo
nucleo attivo dal 1920, sono rivolti agli studenti universitari e
volti a formare i futuri quadri dirigenziali del Regno attraverso
attività politico‐culturali, sportive, ricreative e assistenziali.
A partire dal 1937 le varie organizzazioni giovanili vengono unificate
nella Gioventù Italiana del Littorio.

La gestione del tempo libero


Una diffusione capillare dell’ideologia di regime nella società
richiede anche di occuparsi del tempo libero dei cittadini,
inserendosi negli spazi precedentemente occupati dalle
associazioni di classe e cattoliche.
Per disciplinare le attività ricreative dei lavoratori dipendenti,
viene istituita l’Opera Nazionale del Dopolavoro

(1925):
seguendo un programma uniforme per tutta la nazione, essa si
occupa di allestire, nei vari circoli, eventi sportivi e artistico‐
culturali, come visite turistiche a prezzi popolari. Non mancano
inoltre iniziative a favore dei figli dei lavoratori, come la
costituzione di asili e di colonie estive: in tal modo, l’Opera va ad
integrare i “vuoti” lasciati dalle organizzazioni giovanili.
Il regime ottiene così di diffondere tra gli italiani i medesimi stili
di vita e contribuisce a sviluppare le prime forme di turismo
interno di massa.

Il controllo dei mass media: la stampa


Forte della sua passata esperienza giornalistica, Mussolini conosce
bene i meccanismi di funzionamento della stampa, nonché la
potenzialità di essa a fini propagandistici.
Un apposito decreto legge, emanato nel 1923 ma reso effettivo
solo dopo il delitto Matteotti, assegna ai prefetti il potere di
bloccare la diffusione di giornali i cui contenuti siano ritenuti lesivi
per il governo. Con la successiva istituzione dell’Ufficio Stampa del
Capo del Governo (1925) il controllo politico si fa ancora più
massiccio: l’Agenzia Stefani, voce del regime, diffonde
quotidianamente alle varie redazioni, via telegrafo, le cosiddette
«veline», comunicati contenenti indicazioni precise circa le notizie
di cui parlare e il tipo di commento di cui corredarle. Quest’organo, ribattezzato negli anni ‘30
Ministero per la Stampa e la Propaganda, viene infine sostituito a partire dal 1937 dal
Ministero per la Cultura Popolare (MinCulPop), che si occuperà anche del controllo di radio
e cinema.

Il controllo dei mass media: la radio


Il mezzo di comunicazione prediletto dal regime è la radio. Le prime stazioni radiofoniche
nascono negli anni ‘20 del Novecento; a partire dal novembre 1925, il Duce farà
radiodiffondere i propri discorsi. Lo sfruttamento della radio quale mezzo di propaganda
diviene sistematico a seguito della fondazione, nel 1927, dell’Ente Italiano Audizioni
Radiofoniche (EIAR, antesignano della RAI). In tutti i luoghi pubblici, con particolare
attenzione alla scuole e alle sedi di partito, vengono installati apparecchi radiofonici, affinché
possano giungere ovunque sia i discorsi del Duce, sia le notizie
politiche diffuse dai radiogiornali.
A partire dalla metà degli anni ‘30, inoltre, la radio inizia a
entrare anche nelle abitazioni della piccola e media borghesia,
con il risultato, per il regime, di superare il milione di ascoltatori.

Il controllo dei mass media: il cinema


Il fascismo è conscio delle potenzialità del cinema quale mezzo
funzionale a trasmettere a un vasto pubblico le idee del regime e a
costruire modelli comportamentali uniformi. A questo scopo
Mussolini nel 1925 trasforma in ente statale l’Istituto LUCE
(L’Unione Cinematografica Educativa), fondato nel 1924 dal
giornalista Luciano De Feo per educare attraverso le immagini la
popolazione italiana analfabeta.
Alle dirette dipendenze del Duce, la finalità dell’Istituto diventa
quella di produrre i cinegiornali, brevi documentari da proiettare
nelle sale prima dei film. Antesignani dei telegiornali, essi devono
fornire al pubblico notizie di politica, attualità, sport e spettacolo,
esaltando le imprese e le opere del Duce e del regime.
Infine, nel 1937 vengono costruiti a Roma gli studi di Cinecittà, con
il compito di realizzare film italiani (approvati dal regime e
sovvenzionati da fondi pubblici) che facciano concorrenza alla
cinematografia statunitense.

Il culto del Duce


Avvalendosi trasversalmente di tutti i mezzi di comunicazione di
massa, il regime incentra la propria opera di propaganda sul culto
della personalità del suo Duce.
Le parole, la fisicità e la gestualità di Mussolini vengono esaltate
attraverso manifesti, trasmissioni radio e cinegiornali in modo da
presentarlo come l’uomo più bello, più forte, più buono, tale da
incarnare la stessa bellezza, forza e bontà dell’Italia fascista. Tutte le
sue apparizioni pubbliche sono frutto di una accurata coreografia e
la devozione verso il Duce viene disciplinata attraverso specifici
rituali: le adunate oceaniche in ascolto degli appassionati discorsi pronunciati da Mussolini
dal balcone Palazzo Venezia a Roma, l’ostentazione del Fascio Littorio, il saluto romano.
Vengono inoltre ripetuti motti ad effetto come il celeberrimo «Credere, obbedire,
combattere!». Alla Mostra della Rivoluzione Fascista (28 ottobre 1932, decennale della
Marcia su Roma), soggetto principale di dipinti, sculture, fotografie e fotomontaggi è proprio
il Duce.

Dal liberismo al protezionismo


In campo economico il fascismo segue dapprima un approccio liberista, cui segue un deciso
protezionismo. La politica liberista (1922‐1925) fa in modo di rafforzare la borghesia
dell’industria e della finanza, sostenitrice del regime. Garantendo la libertà del mercato e
favorendo in vario modo gli imprenditori (sgravi fiscali, privatizzazione di alcuni servizi
pubblici, abbassamento dei salari) lo Stato favorisce l’iniziativa privata,
aumentando la produttività industriale (soprattutto tessile e
meccanica) e agricola: ciò incrementa le esportazioni e consente di
tornare al pareggio del bilancio.
D’altro canto, dall’estero continuano a dover essere importate le
materie prime industriali e i cereali, senza che la lira si sia rivalutata
a sufficienza: gran parte della popolazione vive ancora in povertà, le
imprese più piccole rischiano il fallimento e la disoccupazione, pur
ridotta, si mantiene a livelli alti. Dal 1925 si vira pertanto su un corso
protezionista, volto anzitutto a rendere il Paese autosufficiente per
la produzione di grano e a risollevare il valore della lira.

La «battaglia del grano»


Il primo provvedimento di stampo protezionista punta a rendere
l’Italia autosufficiente nel settore cerealicolo: è attuato un
inasprimento del dazio sull’importazione di cereali e nel giugno
1925 viene lanciata una campagna propagandistica che unisce
motivi ruralistici a toni guerreschi, la «battaglia del grano».
Lo Stato vara un programma di incentivi destinati ai contadini
affinché adottino tecniche agrarie più avanzate (concimi chimici,
macchinari). Il Duce stesso presta la sua immagine per garantire
il successo dell’iniziativa, facendosi ritrarre mentre miete il
grano a torso nudo. La manovra avrà il suo effetto: entro il 1935 l’importazione di
cereali, prima stimata a circa 25 milioni di quintali, si riduce ad
appena 8 milioni e le rese agricole risultano incrementate,
anche se una completa autosufficienza non sarà mai raggiunta.

La «battaglia della lira»


Per contenere l’inflazione e rivalutare la moneta, a partire dal 1926
viene intrapresa la «battaglia della lira». L’obiettivo è fissare il cambio sulla cosiddetta
«quota 90» (cioè 90 lire per una sterlina britannica, la moneta europea di riferimento,
contro le 150 lire/sterlina dei primi anni ‘20).
Oltre alla battaglia del grano, che converge sul medesimo effetto,
il governo emana una serie di misure che raggiungono il fine
prefissato entro un anno: limitazione del credito, riduzione dei
salari, aumento dei dazi doganali, incentivi per la concentrazione
industriale. Ulteriori provvedimenti puntano ad incoraggiare la
produzione locale e ad abbatterne i costi, anche a scapito della
qualità del prodotto: il pane deve essere d'un tipo unico, con
la farina abburattata all'85%; la benzina va miscelata con alcool
ricavato dagli scarti della viticoltura; la siderurgia deve impiegare,
di preferenza, minerali italiani; i giornali, per risparmiare cellulosa,
devono diminuire a sei le loro pagine.

Le Corporazioni
La rivalutazione della lira agevola le industrie di base
(metalmeccanica, elettrica, chimica), ma danneggia le imprese
esportatrici (come quelle tessili e ortofrutticole), i cui prodotti,
essendosi rafforzata la moneta nazionale, risultano meno
convenienti sui mercati esteri. La compressione salariale
diminuisce inoltre il potere d’acquisto dei lavoratori, minacciando
una nuova fase di ristagno economico e, soprattutto, conflitti
sociali pericolosi per la stabilità del regime.
Il divieto di sciopero e la riduzione dei sindacati a uno (fascista),
stabiliti nel 1926, vengono integrati nel 1934 dalla costituzione
delle Corporazioni: strutture che riuniscono lavoratori e datori di
lavoro delle diverse categorie produttive, con il compito di
dirimere qualunque controversia a fronte degli interessi economici
nazionali, superiori a ogni interesse “di classe”.
In questo modo, le Corporazioni fungono da organismi di
collegamento tra il governo e i grandi gruppi economici del Paese:
di fatto, la voce dei lavoratori viene del tutto soffocata.

Lavori pubblici e «Stato imprenditore»


Quando il mondo è investito dalla Crisi del ‘29, in Italia gli effetti di
essa aggravano l’impoverimento del ceto medio‐basso, già colpito
dai sacrifici imposti per la rivalutazione della lira e imbavagliato dal
sistema corporativo. Al crollo della produzione industriale e
agricola, dovuto all’interruzione dei prestiti statunitensi di cui il
Paese si è comunque finora giovato, il governo a partire dal 1930
risponde con due importanti manovre:
• un vasto programma di lavori pubblici per contrastare la
disoccupazione e rilanciare l’agricoltura: si procede infatti
alla bonifica integrale di molti terreni paludosi (come l’Agro
Pontino) per renderli coltivabili e fondare nuovi centri abitati
(come Sabaudia e Littoria, l’attuale Latina);
• un programma di finanziamento per il settore finanziario e
industriale, di cui lo Stato assume in molti casi la direzione,
trasformandosi esso stesso in “imprenditore”.

L’autarchia
L’intensificazione del protezionismo intrapresa in risposta alla
Grande Depressione viene propagandata ponendo un forte
accento sul principio dell’«autarchia», ovvero l’autosufficienza
economica, per non dover dipendere da altri in caso di una nuova
guerra (che dalla metà degli anni ‘30 inizia ad essere nell’aria).
Benché la propaganda faccia leva sull’interesse della nazione, lo
Stato opera in appoggio ai gruppi privati, soprattutto a una
ristretta cerchia di grandi imprese facenti capo alle «famiglie» del
capitalismo italiano: gli Agnelli (automobili), i Pirelli (gomma), i
Falck (siderurgia), i Volpi (finanza), i Cini (cantieristica), i Donegani
(industria chimica e mineraria).Se la disoccupazione si riduce, i salari restano bassissimi e
molti settori dell’economia tradizionale italiana (come quello tessile o
quello basato su prodotti pregiati, come frutta e olive) vengono
danneggiati, per favorire invece un’industria di potenza diretta
sempre più marcatamente a scopi bellici.

La «battaglia demografica»
Per creare consenso attorno al regime e scongiurare il
malcontento di una popolazione che, per buona parte, si
impoverisce sempre più, il fascismo promuove un intenso
programma sociale e assistenziale.
Fin dal 1925 viene istituita l’Opera Nazionale per la Maternità e
l’Infanzia, a sostegno delle gestanti e delle madri bisognose e dei
bambini abbandonati o diversamente abili. In campo previdenziale
nascono, nel 1933, l’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza
Sociale, che pone i fondamenti del sistema pensionistico in Italia, e
l’Istituto Nazionale Fascista per gli Infortuni sul Lavoro.
Corollario di tale politica è la «battaglia demografica», la
campagna per l’incremento della natalità propagandata dal Duce
anche al fine di garantire la potenza della nazione sul piano
militare. Vengono pertanto istituiti premi per le famiglie più
prolifiche e, per contro, si impone una tassa sui celibi.
Il ruolo della donna
La politica di incremento della natalità si sposa con l’esaltazione della
donna in quanto moglie e madre: le donne sono al centro di tutte le
battaglie del regime per la riscoperta della vocazione rurale, artigianale e nazionalista
dell’Italia. Inquadrate nei Fasci Femminili e coinvolte al pari dei maschi in attività
ginniche e propagandistiche, le donne acquisiscono con il regime una
visibilità che per la maggior parte di esse rappresenta una assoluta
novità. Ciononostante, all’atto pratico esse sono relegate a compiti
assistenziali e domestici, senza alcun ruolo politico di rilievo: non è
concesso loro il diritto di voto e sono subordinate all’uomo tanto in
famiglia quanto nella società.
Per “incoraggiare” la “naturale” realizzazione delle donne nello
spazio domestico, vengono posti limiti alla loro assunzione negli uffici
pubblici e privati; inoltre sono precluse loro determinate attività(come l’insegnamento della
Filosofia nei Licei) e si prevede un aggravio delle tasse universitarie per le studentesse, in
modo da scoraggiarle nella prosecuzione degli studi.

Il regime e la mafia
Nell’ottica di un controllo centralizzato del Paese, una delle realtà più
scomode è costituita dalla criminalità organizzata. Il regime si prefigge in particolare di
debellare la mafia siciliana, e a questo scopo il Duce già nel 1924 invia sul territorio Cesare
Mori, il «prefetto di ferro» che ai tempi del biennio nero è stato fra i pochi ad agire contro la
violenza squadrista. Nonostante ciò, Mussolini lo rispetta per via della sua
inflessibilità e dell’efficacia dei suoi metodi (peraltro assai brutali).
Nominato prefetto di Trapani e poi di Palermo, Morì tra il 1924 e il 1927 infligge alla mafia
colpi durissimi, operando con estrema decisione anche attraverso mezzi illegali (tortura,
cattura di ostaggi tra i civili, ricatti). Quando però le sue indagini arrivano a colpire membri
dello stesso PNF, viene allontanato dall’incarico.
Di fatto la sua azione, bruscamente interrotta, non fa che favorire il radicamento del
fenomeno mafioso: anzi, proprio a causa dei suoi metodi violenti e spietati essa ha l’effetto
di cementare il legame tra i grandi proprietari terrieri e la malavita, che si erge a baluardo
contro le tendenze centralistiche e repressive della dittatura.

FASCISMO: CONTESTO INTERNAZIONALE(1920 ‐ 1939)


Il trionfo degli autoritarismi
Per comprendere il significato della politica estera intrapresa da Mussolini
occorre focalizzare il contesto in cui egli agisce. Il ventennio fascista coincide
con il periodo in cui in tutto il mondo si diffondono regimi autoritari,
determinando una crisi delle democrazie a livello globale:
• scenario europeo: ad eccezione di poche realtà democratiche
(soprattutto nell’area nordica), entro la fine degli anni ‘30 si
affermano dittature militari o regimi di stampo nazifascista;
• scenario mediorientale: nell’ambito di una generale spartizione tra
Francia e Inghilterra, accanto a zone “calde” dilaniate da conflitti
interni (spesso acuiti dalle ingerenze europee), si consolidano realtà
politiche forti di stampo dittatoriale o assolutistico;
• scenario asiatico: accanto al colosso sovietico, ai possedimenti
coloniali europei (India britannica, Indocina francese, Indonesia
olandese) e a una Cina insanguinata dalla guerra civile, emerge il
Giappone quale grande potenza autoritaria e imperialista;
• scenario americano: accanto al Canada britannico e ad altre poche
eccezioni, gli Stati Uniti rappresentano l’unica democrazia forte,
laddove, specialmente nella zona meridionale, si moltiplicano regimi
ispirati al nazifascismo europeo.

Europa: zona centro‐occidentale


Nell’Europa centrale e occidentale questi i governi ispirati al nazifascismo:
• Portogallo, dove dal 1910 vige una instabile repubblica, abbattuta
nel 1933 con la dittatura di Antònio de Oliveira Salazar;
• Austria, dove Engelbert Dolfuss nel 1934 imprime al Paese una
svolta autoritaria, sciogliendo il partito socialista e il partito nazista
locale e reprimendo nel sangue un tentativo di rivolta. Viene ucciso
nello stesso anno dai nazisti, che desiderano l’annessione alla
Germania hitleriana, e al governo gli succede proprio il leader del
partito nazista austriaco, Arthur Seyss‐Inquart;
• Grecia, dove una parentesi repubblicana alquanto instabile (1924‐
1935) si chiude con la restaurazione della monarchia di Re Giorgio
II, a sua volta deposto dal colpo di Stato del generale Ioannis
Metaxas, che instaura una dittatura filo‐fascista (1936);
• Spagna, dove, dopo la parentesi dittatoriale di Miguel Primo de
Rivera (1923‐1930), segue un instabile governo repubblicano
investito tra il 1936 e il 1939 da un’estenuante guerra civile che
termina con il regime di Francisco Franco.

Europa: zona nordorientale


Anche l’Europa nordorientale risente dell’influenza nazifascista:
• in Polonia, il leader nazionalista Jozef Pilsudski, al governo dal
1918 (e vittorioso nel 1921 contro la Russia), nel 1926 stronca
le opposizioni democratiche con un colpo di Stato militare che
instaura un regime autoritario;
• la Lituania, nello stesso 1926, vede un colpo di Stato
autarchico e conservatore che porta alla ribalta la figura di
Antanas Smetona, formalmente Primo Ministro di una
Repubblica parlamentare, di fatto dittatore;
• l‘Estonia inaugura, nel 1934, l’«Era del Silenzio»: il timore di
una sovversione comunista spinge il governo a destra e il Capo
del Governo Päts instaura una dittatura militare, violando
quella che, formalmente, resta una Repubblica parlamentare;
• la Lettonia nel 1934 vede la fine della democrazia per mano
del Primo Ministro Karlis Ulmanis, che scioglie il Parlamento
instaurando una dittatura personale.

Europa: zona sudorientale


Analoghe derive autoritarie punteggiano praticamente tutta la fascia
sudorientale dell’Europa:
• l’Ungheria, soffocati i moti di matrice comunista, vede
affermarsi dal 1920 il governo dispotico di Miklòs Horthy;
• in Albania, Ahmed Zogu, Presidente dal 1925 della neonata
Repubblica Albanese, nel 1928 si autoproclama Re Zog I del
nuovo Regno d’Albania, modellato sullo Stato fascista italiano;
• in Jugoslavia (ex‐Regno di SHS, dal 1929) Re Alessandro I nel
1929 avoca a sé tutti i poteri per sedare le pretese separatiste
dei croati. Dopo il suo assassinio per mano di un nazionalista
croato (1934), la dittatura prosegue sotto vari reggenti;
• in Bulgaria, dopo un periodo di disordini politici, Re Boris III, al
trono dal 1918, nel 1934 assume i pieni poteri, trasformando
lo Stato in una dittatura monopartitica;
• in Romania, Re Carlo II, al trono dal 1930, nel 1938 assume
poteri dittatoriali di stampo nazifascista.

Medio Oriente
Nel periodo tra le due guerre, il Medio Oriente vive uno stato di
profonda instabilità: i nazionalismi locali si scontrano con gli
interessi di Francia e Inghilterra, che si spartiscono il controllo della
regione attraverso la politica dei mandati, avallata dalla Società
delle Nazioni; le tensioni si accrescono dopo la scoperta delle
risorse petrolifere in Arabia, Iraq e Iran. In questo contesto
emergono comunque entità politiche più stabili, che si danno
governi autoritari ed accentrati:
• la Turchia di Mustafà Kemal («Atatürk»), dittatura militare
nata nel 1923 e volta alla modernizzazione del Paese in senso
laico e occidentalizzante;
• l’Arabia Saudita di Ibn Saud, monarchia assoluta nata nel
1924 e Stato islamico integralista;
• la Persia di Reza Pahlavi, che sale al potere nel 1925 avviando
la dittatura della dinastia Pahlavi (durata fino al 1979).

Estremo Oriente
Nella seconda metà degli anni ‘20, nel contesto asiatico è il Giappone
ad affermarsi quale nuova potenza egemone.
Qui ha assunto rilievo un’elite composta da grandi proprietari terrieri,
dirigenti della burocrazia statale, vertici militari e magnati industriali,
accomunati da un’ideologia imperialista che vede come rivali
anzitutto Stati Uniti e Unione Sovietica. Si afferma pertanto un
orientamento di destra radicale, rappresentato a partire dal 1926 dal
nuovo Imperatore Hirohito che, a seguito della crisi del ’29 e col
sostegno dei militari, sopprime tutti i partiti e costruisce un solido
potere personale appellandosi ai valori tradizionali giapponesi.
Promuove inoltre una politica di rafforzamento militare, che conduce
nel 1931 all’aggressione della Cina e all’occupazione della Manciuria,
la quale viene trasformata nello Stato‐fantoccio del Manciukuò.
Dopo la condanna da parte della Società delle Nazioni, che rifiuta di
riconoscere il nuovo Stato, nel 1933 il Giappone revoca la propria
adesione, ponendo le basi per un’intesa con la Germania (che pure si
separa dalla Società nello stesso anno).

America: zona meridionale


Anche in America Latina gli effetti devastanti della Crisi del ‘29
favoriscono l’affermarsi di regimi autoritari. Il caso più significativo
è il Brasile, dove il presidente Getulio Vargas, salito al governo nel
1930, impone una dittatura ispirata a quella portoghese e fondata
sul consenso di massa, consolidato attraverso un programma di
riforme a favore dei lavoratori urbani. Regimi analoghi si instaurano
negli stessi anni in Bolivia, Paraguay ed Ecuador.
Fra le eccezioni più significative vanno ricordati l’Argentina e il
Messico. In Argentina, dopo un breve esperimento dittatoriale
condotto nel 1930 dal generale José Félix Uriburu, il Paese torna ad
un assetto democratico guidato da un governo di coalizione. In
Messico dal 1917 è in vigore una Costituzione repubblicana
scaturita dalla Rivoluzione messicana (1910‐17) guidata da Emiliano
Zapata e Pancho Villa, che aveva prima destituito la dittatura di
Armando Diaz (1911) e poi il successivo regime militare di
Victoriano Huerta (1914).

Le democrazie che resistono


Dinanzi al dilagare dell’autoritarismo a livello mondiale, il primo
dopoguerra vede mantenersi pochi sistemi democratici:
• in Europa, governi liberaldemocratici resistono in Inghilterra,
Francia, Irlanda, Svizzera, Belgio, Olanda, Cecoslovacchia,
Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia. In questo contesto i riferimenti principali sono
comunque Francia e Inghilterra, in virtù della maggiore estensione coloniale, del prestigio
storico e della più avanzata industrializzazione. Tuttavia, entrambe attraversano
nel corso degli anni ‘30 un periodo di profonda crisi, segnato dalla
crescente paura per una rivoluzione comunista e dal conseguente
rafforzarsi di movimenti di estrema destra;
• fuori dall’Europa, l’unica grande democrazia di riferimento è
rappresentata dagli Stati Uniti. Nonostante le loro contraddizioni
interne (come la convivenza tra principi liberali e discriminazione
razziale legalizzata), restano un modello forte; tuttavia, dall’inizio
degli anni ‘20 hanno intrapreso una politica isolazionista che, salvo
esigenze economiche, li mantiene estranei alle dinamiche europee.

Democrazie e Società delle Nazioni


Parallelamente al successo internazionale degli autoritarismi, le
democrazie europee, che hanno come riferimento Inghilterra e
Francia, sono investite dal sorgere di correnti antidemocratiche.
La Società delle Nazioni (1919‐1946), costituita apposta per tutelare
la pace e scongiurare le derive autoritarie ed imperialiste, si mostra
inefficace. Dei cinque membri permanenti inizialmente previsti, solo
quattro divengono effettivi (Inghilterra, Italia, Francia e Giappone): la
rinuncia degli Stati Uniti le conferisce fin da subito un assetto
squilibrato, aggravato dall’iniziale esclusione dei Paesi vinti (Russia e
Germania). Peraltro la Società nasce priva di forza militare: contro le
violazioni dei principi wilsoniani impiega strumenti diplomatici
(arbitrato e sanzioni economiche). La breve e poco convinta adesione
di Germania (1926‐33) e URSS (ammessa nel 1934 in funzione
antitedesca, espulsa nel 1939 per l’avvicinamento alla Germania),
assieme all’uscita di Giappone (1933) e Italia (1937), la indeboliscono
ulteriormente. Di fatto egemonizzata da Francia e Inghilterra, la
Società tenderà sempre più a riflettere le loro politiche individuali.

Inghilterra e Francia
In Inghilterra, dopo un decennio laburista (1919‐1929), la Crisi del ‘29
induce il Primo Ministro Ramsay MacDonald a costituire un governo di
coalizione (1931‐1940) finalizzato a risollevare l’economia del Paese
anche a prezzo di provvedimenti impopolari. Ciò favorisce derive di
estrema destra, talvolta coordinate dallo stesso PNF italiano (come
l’Unione Britannica dei Fascisti, 1932). Preoccupato dall’instabilità
politica interna, dal rafforzarsi del blocco nazifascista in Europa e dallo
“spettro rosso” sovietico sempre in agguato, a partire dal 1937 il nuovo
Premier Neville Chamberlain sceglie un approccio prudente e
diplomatico detto appeasement («pacificazione»), finalizzato a
scongiurare una nuova guerra e a portare in tal modo consensi alle
correnti liberaldemocratiche.
In Francia i primi anni ‘30 vedono il successo elettorale delle sinistre, il
cui governo è però reso instabile dagli effetti della Crisi del ‘29. Nella
crescente tensione politica prendono vigore gruppi di estrema destra,
come la Croix de Feu (1927), vagamente ispirata al fascismo, o l’Action
Francaise, organizzazione nazionalista e antisemita attiva già dal 1899.

Il Comintern e i Fronti Popolari


A fronte dell’indebolimento delle principali democrazie europee,
sorprendentemente è l’URSS a fornire aiuto contro le derive
autoritarie di destra. L’iniziativa viene dal Comintern che,
riconoscendo nel nazifascismo il principale nemico, a partire dal 1935
abbandona la propria chiusura ideologica per incoraggiare una
reazione unitaria da parte di comunisti e socialisti. I partiti comunisti
di tutti i Paesi vengono così autorizzati a promuovere la formazione di
larghe coalizioni comprendenti tutte le forze di sinistra, i cosiddetti
«Fronti Popolari» (dai quali scaturiranno nel 1937 le Brigate
Internazionali, chiamate a contrastare le forze antirepubblicane
franchiste durante la guerra civile spagnola). Il maggiore successo dei Fronti si registra in
Francia, ove al dilagare degli estremismi di destra il socialista Léon Blum si pone alla guida
del Fronte Popolare locale, riuscendo a vincere le elezioni del 1936. Il nuovo governo
suscita però la diffidenza delle borghesie, sensibili al “pericolo rosso”, acuendo la spaccatura
ideologica del Paese e inducendo la Francia a convergere sull’appeasement britannico.

FASCISMO: POLITICA ESTERA(1922 ‐ 1939)


Dinamiche di riferimento
Le azioni dell’Italia in politica estera tra gli anni ‘20 e gli anni ‘30 si inscrivono nel complesso
quadro che condurrà al Secondo conflitto mondiale. Per comprendere le principali dinamiche
in atto può essere utile tener presenti alcuni fattori:
• il prestigio dei regimi autoritari in Europa, Sud America e Asia;
• l’iniziale ruolo attribuito all’Italia come “ago della bilancia”
della politica europea;
• le ambizioni espansionistiche italiane nei Balcani e in Africa e il
suo conseguente allontanamento da Francia e Inghilterra;
• l’inerzia della Società delle Nazioni;
• l’avvicinamento della Germania al Giappone e all’Italia;
• la guerra civile spagnola come “prova di forza” degli
autoritarismi contro le democrazie;
• le velleità hitleriane di espansione verso l’Austria, la
Cecoslovacchia e la Polonia;
• il desiderio, generalmente condiviso, di evitare ad ogni costo
un nuovo conflitto mondiale.

I piani per una «Grande Italia»


La politica estera di Mussolini negli anni ‘30 è orientata ad
aumentare il prestigio internazionale dell’Italia. Il successo dei
regimi ispirati a quello fascista gli sta garantendo una forte visibilità;
sa anche di aver influenzato Hitler e di godere della sua stima.
Ora che l’economia si è risollevata e parte dell’industria è stata
destinata a scopi bellici, il Paese sembra pronto per inaugurare una
fase espansionistica: obiettivi primari del Duce sono estendere
l’influenza italiana in Africa, per interporsi tra Francia e Inghilterra;
nei Balcani, per rifarsi della «vittoria mutilata; e nell’Europa
centrale, per intervenire nei traffici danubiani.
Per la realizzazione dei suoi propositi, Mussolini conta sulla
debolezza delle ultime democrazie rimaste (lui stesso incoraggia
movimenti filofascisti in altri Stati) e della Società delle Nazioni, i cui
membri più autorevoli fra i pochi rimasti, ossia Francia e Inghilterra,
sono attraversati da fermenti di estrema destra.

Lo spettro di una «Grande Germania»


Il clima di distensione tra la Germania e le potenze vincitrici
inaugurato nel 1924 dal Piano Dawes inizia a deteriorarsi dopo la
Crisi del ’29. La rottura definitiva si consuma durante la Conferenza
di Ginevra (1933), dove Stati Uniti, potenze europee e URSS si
riuniscono per discutere un accordo sulla riduzione degli armamenti.
La Germania, che dal 1922 sta producendo armi su territorio
sovietico (Trattato di Rapallo) e che con Hitler sta perseguendo piani
specifici di riarmo, lascia l’assemblea e nello stesso anno, preceduta
dal Giappone, abbandona anche la Società delle Nazioni.
Hitler conduce una propaganda esplicita per costituire insieme
all’Austria (Paese di prevalente lingua e cultura tedesca) una
«Grande Germania». Molti austriaci sono favorevoli e si costituisce
un partito nazista locale. Quando Dollfuss, ostile all’annessione, è
assassinato dagli stessi nazisti (1934) e a capo del governo subentra
il nazista Seyss‐Inquart, la Grande Germania sembra ormai prossima.

«L’Austria non si tocca!»


Quando, nel 1934, appare imminente un’offensiva tedesca contro
l’Austria, Mussolini interviene: un’espansione tedesca in quella
direzione ostacolerebbe infatti i suoi propositi di espansione verso il
Danubio. Dipingendo gli italiani come i difensori della libertà delle
nazioni e dell’equilibrio europeo, all’indomani dell’assassinio di
Dollfuss invia al Brennero quattro divisioni in aiuto agli austriaci.
Hitler, che considera Mussolini quasi un maestro spirituale e
comunque non si sente di rischiare subito uno scontro militare con
le altre potenze, rinuncia momentaneamente all’annessione.
Per il Duce è un successo enorme: l’Italia ha intimidito il dittatore
tedesco e lei sola – non la Francia né l’Inghilterra, men che meno gli
Stati Uniti – ha scongiurato una possibile guerra. Gli stessi capi di
Stato francese e inglese, pur ostili al fascismo, riconoscono in
Mussolini un utile alleato per un possibile fronte comune contro il
sempre più temibile ed imprevedibile Hitler.

Il «Fronte di Stresa»
Benché costretto a una battuta d’arresto, Hitler porta avanti i suoi
programmi. Nel 1935, a fronte di un plebiscito schiacciante, procede
alla riannessione della Saar, dopo 15 anni di sfruttamento francese
del territorio. Nello stesso anno reintroduce la coscrizione
obbligatoria, in aperta violazione dei trattati di Versailles, e inizia a
costituire una poderosa forza armata, la Wehrmacht, rendendo
palesi le operazioni di preparazione bellica già intraprese dal 1933
(come l’efficiente aviazione militare, la Luftwaffe). Le iniziative tedesche suscitano la
reazione di Inghilterra, Francia e della stessa Italia, che condannano il riarmo tedesco nella
Conferenza di Stresa (11‐14 aprile 1935). In questa occasione le tre
potenze si impegnano a fare fronte comune dinanzi alle pretese
espansionistiche di Hitler e a promuovere una serie di negoziati con
la Germania per indurla a sospendere gli armamenti. Tuttavia il
«Fronte di Stresa» rivelerà subito la propria debolezza e, di
conseguenza, quella della Società delle Nazioni.

Il fallimento di Stresa
Nonostante gli intenti espressi nell’aprile 1935, il Fronte di Stresa si
sfalda subito a causa del prevalere di interessi nazionali divergenti:
• la Francia, ove Léon Blum dirige un governo rappresentativo del
Fronte Popolare, cerca un accordo di reciproca assistenza con
l’Unione Sovietica, che prevede l’intervento armato in caso di
aggressione a uno dei due Paesi;
• l’Inghilterra, dove inizia a prevalere la linea dell’appeasement
propugnata dal leader conservatore Chamberlain, intavola
trattative private con Hitler: non ostacolerà la ricostituzione
della flotta tedesca, nella convinzione di poter mantenere
buoni rapporti con la Germania in funzione antisovietica;
• l’Italia, subodorato il carattere instabile dell’alleanza e
l’imminente probabile contromossa di Hitler, decide di
inaugurare le proprie mire espansionistiche iniziando
dall’Africa: Mussolini è consapevole con ciò di porsi contro la
Società delle Nazioni, ma capisce che quest’ultima è ormai
troppo debole e divisa per poter costituire un reale ostacolo.

«Testare» la Società delle Nazioni


In realtà, già dagli anni ‘20 Mussolini porta avanti, in politica estera,
alcune mosse il cui obiettivo secondario, dopo la soddisfazione delle
velleità nazionalistiche italiane, è proprio mettere alla prova la Società delle Nazioni:
• intavola trattative con il Regno di SHS per la cessione di Fiume
al Regno d’Italia: il negoziato, incoraggiato dalla stessa
popolazione fiumana e preludio di un’intesa cordiale tra i due
Regni, si conclude con il Trattato di Roma (1924), che sancisce
l’annessione di Fiume all’Italia: trattandosi di una risoluzione
pacifica da parte di tutti e tre gli interessati (Italia, Regno di
SHS, Stato libero di Fiume), la Società non può opporsi;
• nel 1926 firma un patto di mutua assistenza con l’Albania
e stipula trattati di amicizia con Romania e Bulgaria, fautori di
istanze revisioniste rispetto ai trattati di pace del 1919.
All’inizio degli anni ‘30, l’inerzia della Società delle Nazioni risulta
ancor più evidente nella sua inefficacia a difendere la Cina contro
l’attacco giapponese (1931). Mussolini sa di poter ormai osare
qualcosa di più audace.

Verso la Campagna d’Etiopia


In Africa, due sono gli obiettivi prioritari del regime: la pacificazione
della Libia, formalmente italiana dal 1912 ma di fatto controllata in
buona parte dai guerriglieri locali, e la conquista dell’Etiopia, rimasta
in sospeso dopo la cocente sconfitta di Adua del 1896.
Per quanto riguarda la Libia, le operazioni militari prendono avvio già
nel 1922 e si concludono nel 1932 con la completa riconquista della
regione. L’iniziativa, legale dal punto di vista dei diritti italiani, è
l’ottimo banco di prova per testare le nuove tecnologie militari, su
cui l’Italia inizia ad investire soprattutto a partire dalla metà degli anni
‘20: radio, bombardieri e carri armati fanno presto la differenza contro
i libici, armati solo di fucili; peraltro gli spietati metodi italiani
(sterminio di villaggi, deportazioni di massa di civili) contribuiscono in
misura importante al successo dell’impresa.
Forte della vittoria sui ribelli, il Duce può puntare al suo vero
interesse, l’Etiopia, Paese confinante con le due colonie italiane del
Corno d’Africa, Eritrea e Somalia. Il territorio etiope, oltre a costituire
un importante sbocco per l’emigrazione, possiede giacimenti
petroliferi che, in caso di conquista, passerebbero all’Italia.

«Lavare l’onta d’Adua!»


A partire dagli anni ‘30 s fa pressante la propaganda a favore di una
guerra contro l’Etiopia: finalmente sarà superata la vergogna di Adua
e l’Italia avrà il suo posto in Africa fra le maggiori potenze mondiali.
Approfittando di un incidente (uno scontro a fuoco tra truppe italiane
ed etiopi al confine con la Somalia per la rivendicazione di alcuni pozzi
petroliferi situati in quell’area), il 3 ottobre 1935 l’Italia, senza alcuna
formale dichiarazione di guerra, aggredisce l’Etiopia al comando dei
generali Emilio De Bono (poi sostituito da Pietro Badoglio) e Rodolfo
Graziani. La vittoria italiana è schiacciante e ottenuta attraverso
metodi di inaudita violenza: accanto alle armi di nuova generazione
già sperimentate in Libia, non si esita a fare uso di gas tossici (iprite),
nebulizzati a mezzo dell’aviazione sulle truppe, ma anche sui civili, nei
pascoli, sul bestiame, nelle acque.
Il 5 maggio 1936 cade la capitale Addis Abeba: il negus Hailé Selassié
si rifugia in Inghilterra e nasce L’Impero dell’Africa Orientale Italiana.
Re Vittorio Emanuele III può ora fregiarsi del titolo imperiale.

La convergenza con Hitler


L’aggressione italiana all’Etiopia pone in forte imbarazzo la Società
delle Nazioni, di cui la stessa Etiopia è membro. La condanna
è immediata, ma resta formale: Francia e Inghilterra non desiderano
inimicarsi Mussolini, che finora è sembrato un efficace baluardo
contro l’espansionismo hitleriano. L’Inghilterra, che potrebbe bloccare
sul canale di Suez i rifornimenti alle truppe italiane, resta inerte.
Si procede a semplici sanzioni economiche, comunque gestite in
modo tale da non danneggiare realmente l’Italia: viene colpita
l’importazione di merci destinate all’industria bellica, ma non quella
delle materie prime essenziali (carbone, petrolio, acciaio). Peraltro l
e misure non coinvolgono gli Stati estranei alla società: intravede in ciò
un’opportunità Hitler, che rifornisce l’Italia di tutto il necessario.
Mussolini sfrutta la situazione: la Società è debole, Francia e
Inghilterra sono alleate recalcitranti; la Germania, invece, sembra
forte e capace di offrire migliori garanzie. Mentre in politica interna si
accentua la svolta autarchica, in politica estera il Fronte di Stresa si
spezza definitivamente e dal 1936 inizia per l’Italia il fatale
avvicinamento alla Germania nazista.

La Spagna verso la guerra civile


Le “prove generali” per un’intesa anche militare tra Italia e Germania
sono attuate sfruttando i disordini scoppiati in Spagna nel 1936.
La suddivisione della Spagna in un Sud contadino e arretrato e un Nord
industrializzato ha generato già dagli inizi del XX secolo una forte
tensione sociale, aggravata da tendenze separatiste da parte delle
regioni settentrionali dei Paesi Baschi e della Catalogna. La monarchia,
sempre più instabile, deve favorire le forze armate, le uniche che le
garantiscano il potere; nel 1923, con il consenso del Re Alfonso XIII, si
instaura persino una dittatura militare (1923‐1930) presieduta dal
capitano Miguel Primo de Rivera, che tuttavia si dimette (assieme al Re
stesso) nel 1930 per l’aggravarsi delle tensioni sociali, esasperate dagli
effetti del Crollo del ‘29. Viene proclamata la Repubblica (1931‐36), retta
da un governo di sinistra che viene però soppiantato nel 1933 dalla
destra nazionalista, che inasprisce la repressione contro i moti proletari e
gli indipendentismi baschi e catalani. La formazione di un movimento
ispirato al nazifascismo, la Falange, porta però le sinistre a coalizzarsi in
un Fronte Popolare spagnolo che vince le elezioni del 1936.
Vedendo in tale vittoria l’anticipo della rivoluzione “rossa”, un generale
nazionalista, Francisco Franco, decide di tentare il colpo di Stato.

La guerra civile spagnola


L’insurrezione franchista ha inizio il 17 luglio 1936. Franco si trova però di
stanza in Marocco, e benché militari a lui fedeli siano entrati in azione su
suolo spagnolo, occorre trasferire il resto delle truppe. In suo aiuto
intervengono Italia e Germania, che approntano a tale scopo un ponte
aereo e nei mesi seguenti forniscono truppe, armi e rifornimenti. Per
entrambe è un modo di contrastare le forze democratiche e di
sperimentare una cooperazione militare.
Francia e Inghilterra, lacerate da un’opinione pubblica divisa, scelgono la
politica del non intervento (a cui in teoria aderiscono anche Hitler e
Mussolini). Senza il supporto degli Stati democratici, le forze di sinistra
confluiscono nelle Brigate Internazionali, contingenti volontari coordinati
dall’URSS, unica potenza schierata con i repubblicani spagnoli.
Tuttavia, anche grazie ai bombardamenti nazifascisti che si abbattono sui
principali centri urbani, come la capitale Madrid, Barcellona, o Guernica
(distrutta il 26 aprile 1937), Franco nel 1939 entra a Madrid da vincitore.
Neutrale durante il secondo conflitto mondiale, il regime franchista sarà
una delle dittature europee più longeve, protraendosi fino al 1975.

Scelte di campo
L’inerzia di Francia e Inghilterra convince definitivamente Mussolini
della migliore opportunità costituita dalla Germania hitleriana, che
ha mostrato di possedere armamenti all’avanguardia e di propugnare
una fiera ideologia antidemocratica e anticomunista. Legarsi a Hitler
significherebbe comporre un solido blocco nazifascista in Europa,
capace di piegare la Società delle Nazioni alle proprie rivendicazioni
territoriali anche senza suscitare uno scontro aperto.
Con questo intento, già nell’autunno 1936 il Duce e il Fürher firmano
l’Asse Roma‐Berlino (24 ottobre 1936), un impegno di futura
collaborazione in nome delle «affinità spirituali» dei due regimi.
Hitler non perde tempo e un mese dopo cerca un’intesa con il
Giappone attraverso il Patto Anti‐Comintern (25 novembre 1936), a
propria volta garanzia di una reciproca solidarietà futura contro le
«forze disgregatrici comuniste»: la Germania predispone così le
proprie carte in funzione di un eventuale conflitto mondiale.
Nel 1937, l’Italia abbandona la Società delle Nazioni.

Le leggi razziali in Italia


L’avvicinamento alla Germania è probabilmente tra i motivi che
inducono Mussolini a intraprendere, a partire dal 1937, una politica
apertamente razzista (peraltro non risulta che alcuna pressione
esplicita in questo senso sia venuta da Hitler).
Le leggi razziali sono inizialmente pensate per l’Etiopia, in quanto
volte a regolare i rapporti fra gli indigeni neri e i conquistatori bianchi:
tra il 1937 e il 1940 si impongono norme restrittive per le relazioni
sessuali e lavorative, equiparando meticci e nativi e imponendo
pesanti sanzioni agli italiani rei di ledere il «prestigio della razza».
Nel 1938, Mussolini commissiona ad un comitato di scienziati italiani il
Manifesto degli scienziati razzisti (14 luglio 1938), in cui si proclama
l’esistenza di una razza italiana appartenente al ceppo ariano, e si
esclude da essa la componente semitica. Coerentemente con i principi
di tutela razziale già in collaudo su suolo etiope, il regime provvede ad
emanare i Provvedimenti per la difesa della razza (1938‐39), tutti
firmati dal Re e specificamente antisemiti: divieto di matrimoni
“misti”, interdizione agli ebrei di molte professioni, espulsione degli
alunni ebrei dalle scuole, privazione della cittadinanza.

«Anschluss!»
Hitler sa ormai di poter passare all’azione. È pronto a un eventuale
conflitto, ma non crede nemmeno lui di poterlo davvero scatenare: le
democrazie europee si sono dimostrate troppo fragili, inerti dinanzi
al progressivo logoramento dei piani di Versailles. Gli Stati Uniti,
impegnati a superare la crisi e comunque isolazionisti dagli anni ‘20,
non appaiono interessati a intervenire nelle questioni europee.
La prima mossa è ancora in direzione dell’Austria: stavolta, però,
Hitler mobilita l’esercito, ne viola i confini e, senza incontrare
resistenza, procede all’Anschluss (12 marzo 1938), l’annessione. Il
capo del governo Seyss‐Inquart lo accoglie in pompa magna.
Mussolini stavolta lascia fare: l’intesa con la Germania gli garantirà
comunque accordi commerciali favorevoli. Francia e Inghilterra non
reagiscono: il Reich si è pericolosamente esteso, ma occorre
dimostrare che le democrazie hanno imparato la lezione della Grande
Guerra. Il Premier Chamberlain difende con convinzione la logica
dell’appeasement: cercare con i nazifascismi una qualunque intesa,
piuttosto che rischiare un nuovo conflitto.

«Abbiamo scelto il disonore...»


Hitler ha potuto muoversi senza ostacoli: soddisfatto, forza la mano
ancora. Il passo successivo è verso la democratica Cecoslovacchia, la
cui fascia orientale, il territorio dei Sudeti, è di lingua tedesca e da
anni chiede la secessione per unirsi alla Germania. Nell’aprile 1938,
Hitler pretende da Praga la cessione dei Sudeti, minacciando in caso
contrario di procedere con la forza.
In aiuto della Cecoslovacchia, membro della Società delle Nazioni, si
convoca la Conferenza di Monaco (29‐30 settembre 1938) fra
Inghilterra, Francia, Germania e Italia. Le quattro potenze decideranno
il destino della Cecoslovacchia, che non è invitata a partecipare.
Mussolini converge sull’appeasement britannico: accontentare Hitler
scongiurerà un nuovo conflitto e lo manterrà in buoni rapporti con il
Reich. La Cecoslovacchia è costretta a cedere i Sudeti.
In Inghilterra Winston Churchill, fra i principali avversari politici di
Chamberlain e ostile da sempre all’appeasement, pronuncerà una
triste profezia: «Potevamo scegliere fra la guerra e il disonore.
Abbiamo scelto il disonore: avremo la guerra».

Morire per Danzica?


Hitler non perde tempo: avuti i Sudeti per via “pacifica”, nel marzo 1939
muove l’esercito verso Praga. Nel giro di poco tempo, l’intera
Cecoslovacchia è sottomessa e annessa al Reich.
Di nuovo, nessuno muove un dito: gli intenti di Hitler sono ormai chiari,
non si tratta solo di una questione nazionalistica, bensì di una vera e
propria politica imperialistica; eppure, si cerca a tutti i costi una soluzione
diplomatica. Hitler resta tuttavia sordo ad ogni negoziato, anzi: pretende
l’annessione di Danzica, con ciò rendendo esplicite le sue mire sulla
Polonia. L’opinione pubblica francese e inglese è profondamente divisa:
fin dove vorrà spingersi Hitler? È il caso di scendere in guerra per
fermarlo? Vale la pena morire per Danzica?
Intanto anche Mussolini è spiazzato: non si aspettava azioni così rapide
da parte di Hitler; l’Italia non è pronta per una nuova guerra. D’altra
parte non può inimicarsi la Germania proprio adesso, anzi deve fornire
una prova di forza che costringa le altre potenze a tenere l’Italia in
considerazione: per questo invade l’Albania (7 aprile 1939). Creando il
Protettorato Italiano d’Albania, è persuaso di poter mantenere, garante
l’appoggio tedesco, il controllo del Mediterraneo.

Il precipitare degli eventi


L’invasione dell’Albania cementa il legame definitivo fra le sorti
dell’Italia e quelle della Germania. L’Asse Roma‐Berlino si converte in
una effettiva alleanza militare con il Patto d’Acciaio (22 maggio 1939).
Il Patto ha carattere offensivo/difensivo: a fronte di una guerra che
impegnasse la Germania, l’Italia non potrebbe tirarsi indietro (Hitler
garantisce comunque che ciò non avverrà prima di 2‐3 anni...).
Francia e Inghilterra infine abbandonano l’appeasement: firmano
un’alleanza militare con la Polonia (agosto 1939) che le impegna a
scendere in guerra contro la Germania in caso di aggressione tedesca.
A questo punto, sorprendendo tutti, Hitler trova un’intesa con Stalin:
vuole garantirsi la neutralità dell’Unione Sovietica. Stalin accetta di
sottoscrivere il Patto Molotov‐Ribbentrop (23 agosto 1939), un
accordo di non‐aggressione: esso comprende infatti una clausola per la
spartizione della Polonia tra le due potenze.
Mentre Mussolini cerca di ritardare il più possibile il proprio ingresso in una guerra che
sembra ormai prossima, Hitler invade la Polonia. È il 1 settembre 1939: la Seconda Guerra
Mondiale è cominciata.
SECONDA GUERRA MONDIALE PARTE PRIMA: 1939 ‐ 1940
1939‐40: riferimenti principali
Comprendere gli snodi del Secondo conflitto mondiale sarà più
semplice focalizzando per ogni periodo le dinamiche principali. Per i
primi sedici mesi di guerra, questi gli scenari macroscopici:
• la spartizione della Polonia fra Terzo Reich e URSS;
• la politica repressiva di Hitler e Stalin nei territori occupati;
• i primi segni del futuro programma di sterminio nazista
a danno degli ebrei;
• l’espansione sovietica nei Paesi baltici, presto percepita da
Hitler come una minaccia;
• l’avanzata tedesca in Europa e la caduta della Francia;
• l’intervento dell’Italia che, dopo l’iniziale «non belligeranza»,
conduce una «guerra parallela» sul Mediterraneo;
• la tenace resistenza inglese, a seguito della quale Hitler
sceglierà di volgersi ad Est, contro l’URSS;
• la decisione di Roosevelt di appoggiare l’Inghilterra e
contrastare il Giappone a favore della Cina;
• la stipula del Patto Tripartito tra Giappone, Germania e Italia.
La «Battaglia di Polonia»
Il 1 settembre 1939 la Germania invade la Polonia da Ovest. Da
Roma, Mussolini dichiara la «non belligeranza» dell’Italia.
Il 3 settembre Francia e Inghilterra dichiarano guerra alla
Germania. Il 17 settembre l’URSS attacca la Polonia da Est.
Stretta in una morsa, entro meno di un mese dall’attacco tedesco
la Polonia è annientata (28 settembre), senza che francesi e inglesi
riescano a fare nulla in sua difesa.
In ottemperanza alla clausola del Patto Molotov‐Ribbentrop,
Germania e URSS si suddividono il territorio:
• la parte occidentale, con Varsavia e Cracovia, diviene colonia
tedesca sotto il nome di Governatorato Generale di Polonia;
• la fascia orientale è annessa all’URSS e aggregata alle Repubbliche sovietiche della
Bielorussia e dell’Ucraina. Con ciò, la Polonia sparisce dalla carta politica europea.

Un impeto travolgente
Hitler vuole evitare una guerra di logoramento, consapevole che la
Germania non sarebbe ancora in grado di sostenerla. Per questo,
negli anni precedenti ha puntato tutto sulla velocità e sulla potenza:
carri armati di ultima generazione e aviazione all’avanguardia. La
strategia bellica è quella della guerra‐lampo: uso combinato del
bombardamento aereo e dell’assalto dei carri armati.
La capacità distruttiva della Wehrmacht è sfruttata dall’URSS, che
penetra nella fascia orientale del territorio polacco senza difficoltà,
e coglie di sorpresa Francia e Inghilterra, la cui preparazione militare
non è altrettanto efficiente. Mentre generali e tecnici francesi e
inglesi studiano freneticamente un piano per contrastare l’avanzata
tedesca, i rispettivi eserciti sono mantenuti in posizione difensiva:
mobilitarli in difesa della Polonia potrebbe essere rischioso, tantopiù
per la posizione ambigua dell’URSS, che, contro ogni previsione,
sembra a tutti gli effetti alleata della Germania.

La schiavitù dei polacchi


Dal settembre 1939, l’ex‐Polonia è completamente alla mercé della
violenza nazista e sovietica.
Nella parte occupata dai sovietici,i«nemici del popolo» (l’intera
classe dirigente: ufficiali, intellettuali, medici, professionisti) sono
eliminati a decine di migliaia. Si procede alla collettivizzazione forzata
delle terre e alla deportazione di massa dei polacchi rimasti nei
kolchoz e nei sovchoz; tutti coloro che danno segni di ribellione
vengono giustiziati o trasferiti nei lager.
Nella regione amministrata dalla Germania, si procede in coerenza
con la visione hitleriana che equipara i polacchi a sottouomini. Anche
qui il primo passo è l’eliminazione della classe dirigente, affidata a
reparti speciali di SS che nel solo autunno 1939 fanno oltre 70000
vittime. Il resto della popolazione polacca è ridotto praticamente in
schiavitù, secondo tipologie di sfruttamento e lavoro coatto analoghe
a quelle attuate nelle colonie. Per i nazisti, lo sterminio dei
«subumani» assume però una declinazione ulteriore: occorre infatti
agire anche e soprattutto contro gli ebrei.

Un’idea per lo sterminio


Già dal 1938, Hitler ha autorizzato il programma Aktion T4, diretto alla
soppressione dei portatori di handicap per scopi eugenetici.
Oltre al movente ideologico, dopo l’inizio della guerra l’operazione
assume una finalità strategica connessa all’impegno bellico: risparmiare
risorse e liberare posti letto per i soldati feriti. Per questo, l’eutanasia
coatta diviene più sistematica e strutturata.
Ad occuparsene è la Cancelleria del Führer, dipendente solo da Hitler e
pertanto incaricata delle mansioni più delicate e imbarazzanti. Sotto la
sua direzione, alcuni ospedali psichiatrici (fra i quali il più noto è quello di
Hartheim, in Austria) sono trasformati in centri di eliminazione:
dapprima a mezzo di iniezione letale, poi tramite somministrazione di
monossido di carbonio in apposite camere a gas.
Nonostante il tentativo di mantenere il segreto, nel 1940 qualcosa inizia
a trapelare: dinanzi all’orrore dell’opinione pubblica, Hitler ordina la
sospensione della pratica (1941). Intanto, però, è stato sperimentato
l’omicidio di massa tramite il gas: gran parte del personale coinvolto
nell’Aktion T4 sarà reimpiegato in Polonia nello sterminio degli ebrei.

I primi ghetti ebraici


La Polonia contiene un numero elevatissimo di israeliti: solo nella
parte amministrata dal Terzo Reich sono circa 2 milioni.
Dopo esplosioni di violenza antisemita da parte dell’esercito del
Reich, deplorate dagli stessi ufficiali in quanto deleterie per la
disciplina delle truppe, la situazione degli ebrei polacchi viene
regolamentata. Al momento non esiste ancora un vero e proprio
programma di genocidio, per cui la destinazione più ovvia è il lavoro
coatto. Gli ebrei tuttavia dovranno essere separati, visivamente e
fisicamente, dal resto dei «subumani» polacchi:
• obbligo per gli ebrei di rendersi riconoscibili tramite l’esibizione
di una stella gialla sugli abiti;
• istituzione dei ghetti: speciali quartieri allestiti nei principali
centri urbani e circondati da mura o filo spinato, nei quali viene
concentrata la popolazione ebraica.
All’interno dei ghetti, in uno stato di sovraffollamento, scarsa igiene
e razioni alimentari minime, gli ebrei vengono sfruttati come
manodopera: solo agli inizi del 1941 inizierà a prendere forma il loro
sterminio pianificato.

L’Europa sotto attacco


Conquistata la Polonia, tanto la Germania quanto l’URSS procedono
ad espandere ulteriormente i propri confini.
Stalin procede verso Estonia, Lettonia e Lituania, che vengono annesse ufficialmente nel
1940. Anche qui la politica sovietica è durissima: si procede ad arresti di massa di borghesi
ed altri «nemici di classe», in primis i dirigenti e gli attivisti di tutti i partiti diversi da
quello comunista. Inoltre, per rafforzare le possibilità di difesa di
Leningrado, il 30 novembre 1939 l’Armata Rossa invade la Finlandia,
costringendola a cedere alcuni territori meridionali.
Hitler pure non perde tempo: entro l’aprile 1940 si impadronisce con
grande facilità di Danimarca e Norvegia, in modo da minacciare
l’Inghilterra con la propria aviazione; al contempo procede in
direzione della Francia, occupando Olanda, Belgio e Lussemburgo.
Francia e Inghilterra organizzano febbrilmente un piano di difesa: la
Francia, più direttamente minacciata, dispiega le truppe lungo tutto il
confine, mentre un reparto inglese si prepara a sostenerla.

La «Battaglia di Francia»
Violando la neutralità del Belgio e occupandolo (maggio 1940), i
tedeschi replicano esattamente la strategia seguita durante il Primo
conflitto mondiale e, di nuovo, riescono nell’intento.
Dal 1928 la Francia ha eretto un poderoso sistema difensivo a
protezione dei confini in comune con Germania, Belgio, Lussemburgo,
Svizzera e Italia: si tratta della Linea Maginot, che i francesi ritengono
invalicabile. La fortificazione non copre però la Foresta delle Ardenne
(Belgio meridionale), ritenuta erroneamente invalicabile dai carri
armati. La Wehrmacht al contrario è in grado di passare e, cogliendo
di sorpresa i reparti francesi, si riversa nel Paese nei pressi di Sedan.
Distribuite sulla Linea, le truppe francesi non riescono a riunirsi in
tempo per contrastare l’invasione. Un corpo di spedizione britannico,
giunto anch’esso troppo tardi, si trova sbarrata la strada dai
bombardamenti tedeschi ed è costretto ad un immediato reimbarco
nel porto di Dunkerque, insieme a una parte delle forze francesi.
In poche settimane i tedeschi entrano a Parigi: il 25 giugno 1940 la
Francia firma la resa.
Il regime di Vichy
Tutta la parte settentrionale della Francia e la costa atlantica cade
sotto diretto dominio tedesco, divenendo territorio occupato.
Sotto la sovranità francese rimane il Sud del Paese, che diviene uno
Stato‐satellite della Germania con capitale Vichy. Qui, la presenza
nazista comporta il rafforzamento delle tendenze di estrema destra: si
instaura un regime autoritario sotto il comando del maresciallo
Philippe Pétain, al quale sono conferiti poteri straordinari che lo
autorizzano a stendere una nuova Costituzione. Tramite appositi
decreti costituzionali, nelle sue mani vengono concentrati il potere
esecutivo e legislativo, esautorandolo dal controllo del Parlamento: da
questo momento il Governo di Vichy sarà collaborazionista dei nazisti
militarmente ed ideologicamente: in particolare vengono emanate
speciali leggi antisemite e, in seguito, si parteciperà alle deportazioni
massive degli ebrei, identificati con il pericolo bolscevico.
La Resistenza francese prende corpo non tanto su suolo continentale,
ma soprattutto in Inghilterra: qui il generale Charles De Gaulle, fra i
protagonisti della disfatta di Dunkerque, fonda il movimento della
Francia Libera, volto a dirigere la lotta contro l’invasore.

«Qualche migliaio di morti»


Dinanzi alla travolgente avanzata tedesca, lo stesso Mussolini è allibito
e vagamente intimorito. Reputa una fortuna l’essersi legato a Hitler,
ponendo in tal modo l’Italia al riparo dalla sua furia; tuttavia teme ora
di ritrovarsi adombrato dall’astro crescente dell’alleato.
Peraltro il Duce è stato preso in contropiede dal precipitare degli eventi:
nel 1939 l’Italia non è ancora pronta ad affrontare un conflitto, per cui
allo scoppio della guerra Mussolini dichiara la «non belligeranza»: non
si tratta di neutralità (resa impraticabile dal Patto d’Acciaio), bensì di
una non immediata partecipazione alle operazioni militari.
Nell’estate del 1940 non è cambiato nulla nella preparazione bellica
dell’Italia, ma è mutato lo scenario internazionale: Hitler sembra sul
punto di diventare il padrone dell’Europa; con i principali nemici fuori
gioco (l’Inghilterra sarà il prossimo bersaglio della Germania), Mussolini
pensa che la guerra sia vinta: «Per sedermi al tavolo delle trattative»,
afferma stando ad alcune fonti, «mi serve qualche migliaio di morti».
Il 10 giugno 1940, quando Parigi sta per cadere, l’Italia dichiara guerra
a Francia e Inghilterra.

La «guerra parallela»
Per l’Italia, partecipare agli ultimi atti del conflitto significa solo avere
il diritto di rivendicare qualcosa al tavolo della pace. Per questo
Mussolini non invia truppe contro l’Inghilterra, verso la quale Hitler si
sta ora concentrando, ma sceglie di muoversi verso il Mediterraneo,
da tempo nelle sue mire egemoniche. Il suo intento è chiaro: non
vuole apparire come un semplice satellite della Germania, bensì
condurre con le proprie risorse una «guerra parallela», finalizzata a
trasformare l’Italia in una potenza mediterranea che possa accostare
quella nordica tedesca. Si dirige così verso la Grecia: Paese legato
all’Inghilterra e povero di risorse economiche e militari.
Il 28 ottobre 1940, le truppe italiane attraversano l’Albania
(trasformata in Protettorato già nel 1939) e varcano il confine greco.
Tuttavia, contro ogni previsione i nostri soldati incontrano una
tenacissima resistenza, coadiuvata dal rigido inverno delle montagne:
dotati di un equipaggiamento scadente e inadeguato, a centinaia
sono stroncati dal gelo prima ancora che dagli stessi greci. Per di più,
un corpo d’aviazione inglese falcia la flotta italiana a Taranto con un
bombardamento a tappeto: sembra una disfatta totale.

Lo scenario africano
Mentre sul fronte greco la potenza italiana viene praticamente
azzerata, Mussolini cerca di organizzare i reparti stanziati nelle
colonie africane, nel tentativo disperato di sferrare un’offensiva
verso l’Egitto e il Canale di Suez, sotto controllo inglese.
Anche qui viene però preceduto dagli inglesi, che nell’inverno del
1940 sbaragliano le truppe italiane impedendo non solo la
conquista dell’Egitto, ma penetrando anche in profondità nel
territorio libico. A malincuore, Mussolini è costretto a chiedere
l’appoggio [Link] la Germania interverrà in aiuto dell’Italia solo agli inizi del
1941, in quanto è occupata sul continente a gestire la guerra control’Inghilterra (iniziata nel
luglio 1940, ma protrattasi ben oltre i piani di Hitler) e a pianificare un’aggressione a
sorpresa contro l’URSS che, essendosi espansa dopo la spartizione della Polonia, e non
essendo legata al Terzo Reich da alcuna alleanza, sembra costituire una preoccupante
minaccia da Est.

«Vittoria ad ogni costo!»


Nell’estate del 1940, a combattere contro la Germania è rimasta solo
l’Inghilterra. In realtà, da Hitler provengono molteplici offerte di
pace: il Führer teme la potenza sovietica e vorrebbe concentrare al
più presto tutte le proprie forze sul fronte orientale, rompendo il
patto di non‐aggressione stretto con Stalin. Per questo cerca persino
un’alleanza con gli inglesi in funzione anti‐comunista.
Ora, però, Premier inglese è Winston Churchill che, subentrato a
Chamberlain, già nel suo discorso di insediamento (13 maggio 1940)
ha reso chiara la sua posizione: «Non posso promettervi altro che
sangue, fatica, lacrime e sudore. Chiedete, qual è la nostra politica?
Rispondo che è condurre la guerra per mare, per terra e nel cielo ...
Chiedete qual è il nostro scopo? Rispondo con una parola sola:
vittoria, vittoria ad ogni costo; vittoria, nonostante ogni terrore».
Così, disconoscendo l’appeasement del predecessore, Churchill rifiuta
ogni accordo con la Germania nazista e prepara il Paese ad una
guerra all’ultimo sangue per la democrazia e per la libertà: per la
prima volta, nel regime nazista è riconosciuto un pericolo superiore
rispetto a quello di una rivoluzione comunista.
La «Battaglia d’Inghilterra»
Dopo un’ennesima proposta di accordo caduta nel vuoto, Hitler sferra
infine l’attacco contro l’Inghilterra (luglio 1940). Mentre truppe tedesche
si posizionano sul Canale della Manica, pronte ad imbarcarsi, la Luftwaffe
procede a colpire dal cielo: solo scagliando sull’isola una pioggia di
bombardamenti sarà infatti possibile per la Wehrmacht rendere
inoffensiva la micidiale flotta inglese.
Su questo fronte, però, l’Inghilterra si è preparata: nei mesi precedenti
ha messo a punto lo Spitfire, un aereo da caccia più veloce dei
bombardieri tedeschi, e ha perfezionato la propria tecnologia radar.
La Luftwaffe realizza incursioni contro le basi aeree e le stesse città, allo
scopo di fare strage anche fra i civili e piegare l’opinione pubblica
britannica; ma il popolo non cede e ripone fiducia nella propria aviazione,
che contrasta gli attacchi tedeschi in ogni chilometro quadrato di cielo.
Su entrambi i fronti le perdite sono ingenti: si sta prospettando la guerra
di logoramento che Hitler non può permettersi. Decimata nelle sue
fondamentali risorse aeree, la Germania infine si ritira (autunno 1940):
l’Inghilterra è ridotta a un cumulo di macerie, ma per ora è vittoriosa.

La posizione di Roosevelt
Nella sua lotta contro l’invasore, l’Inghilterra non è del tutto sola: può
infatti contare su un discreto sostegno da parte degli Stati Uniti.
Qui, il Presidente Roosevelt ha a che fare con un’opinione pubblica
fortemente isolazionista e contraria ad interferire di nuovo in un
conflitto europeo: gli effetti della Crisi del ‘29 si sentono ancora e non si
vuole cedere importanti risorse materiali e umane a Paesi stranieri.
Roosevelt è però convinto che una vittoria tedesca comprometterebbe
gli equilibri mondiali, tantopiù che nel 1936, con il Patto Anti‐Comintern,
c’è stato un pericoloso segnale di convergenza tra Germania e Giappone.
Subito dopo il Giappone ha invaso la Cina (1937), con cui è ancora in
guerra: finora gli Stati Uniti, fedeli all’isolazionismo, non sono intervenuti
in difesa dei cinesi; tuttavia, se da un lato l’Impero nipponico vincesse
contro la Cina e dall’altro il Terzo Reich terminasse la conquista
dell’Europa, gli USA si troverebbero stretti fra due fronti ostili.
Col rischio di rendersi impopolare, Roosevelt sceglie dunque di agire
preventivamente: pur mantenendosi neutrale, a partire dal settembre
1940 sostiene l’Inghilterra inviando armi e munizioni, e ostacola il
Giappone imponendo l’embargo su tutti i prodotti statunitensi là diretti.

La situazione in Oriente
L’irrigidimento degli Stati Uniti pone in allarme il Giappone, che
finora ha potuto agire in Cina relativamente indisturbato e si è
giovato dei buoni rapporti commerciali con gli USA.
Dopo la conquista della Manciuria nel 1931, il Giappone ha
nuovamente aggredito la Cina nel 1937, credendo di poter
approfittare della guerra civile che la stava insanguinando. A
sorpresa, però, i nazionalisti di Chiang Kai‐Shek e i comunisti di
Mao Tse‐Tung hanno unito le forze contro il comune nemico: pur
avendo preso Pechino e Nanchino, i giapponesi si ritrovano in uno
sfiancante conflitto che nel 1940 è ancora lontano dalla fine.
L’ostilità da parte degli Stati Uniti non fa che acuire le difficoltà: se
poi all’embargo seguisse una vera e propria dichiarazione di guerra,
sarebbe il disastro. Il Giappone è però ideologicamente legato alla
potenza tedesca, che ora si è incredibilmente espansa rispetto al
1936 e sta dando prova di elevata efficienza bellica: se il Patto Anti‐
Comintern si trasformasse in un’alleanza militare vera e propria,
l’Impero nipponico potrebbe forse ricavarne grandi vantaggi...

L’Asse «RoBerTo»
Nel settembre 1940, in risposta alla politica anti‐nipponica di
Roosevelt, il Giappone cerca un avvicinamento con la Germania,
stavolta nella forma di un impegno militare.
Per Hitler è un’ottima occasione: sta capitolando contro l’Inghilterra
ed è preoccupato dalla minaccia sovietica; avere il Giappone dalla
propria parte significherebbe poter impegnare l’URSS, ed
eventualmente gli USA, su un fronte ulteriore. Stavolta anche l’Italia
entra nelle trattative, in quanto è militarmente legata alla Germania
dal Patto d’Acciaio ed è già in guerra da alcuni mesi. Così, quello che
viene firmato è il Patto Tripartito (27 settembre 1940), anche detto
Asse Roma‐Berlino‐Tockyo (per gli amici, «RoBerTo»).
Con ciò, l’ingresso in guerra formale da parte di Giappone e Stati Uniti sembra solo
questione di tempo, e tutto è pronto per l’apertura di nuovi fronti sull’Atlantico e nel Pacifico.
Da parte sua, Hitler è sempre più persuaso che l’occasione buona per rompere il Patto di
non‐ aggressione con l’URSS sia alle porte. Alla fine del 1940, la guerra si sta avviando a
diventare mondiale.

SECONDA GUERRA MONDIALE


PARTE SECONDA: 1941‐1942
1941‐42: riferimenti principali
In riferimento al biennio 1941‐42, questi gli scenari macroscopici:
• l’intervento tedesco in Africa e nei Balcani a soccorso dell’Italia,
che segna la temporanea battuta d’arresto inglese;
• la «Battaglia dell’Atlantico» tra tedeschi e anglo‐americani,
motivata dal più deciso intervento USA contro l’Asse;
• l’eccessivo dispiegamento della Wehrmacht, che porta Hitler a
voler colpire preventivamente l’URSS (Operazione Barbarossa);
• gli iniziali successi dell’Operazione Barbarossa e la pianificazione
dello sterminio ebraico su vasta scala;
• la graduale ritirata tedesca nell’Atlantico, che induce Roosevelt e
Churchill a stilare la Carta Atlantica;
• l’attacco nipponico alla base statunitense di Pearl Harbor e il
conseguente ingresso ufficiale degli USA in guerra;
• l’elaborazione dell’arma nucleare da parte degli Stati Uniti;
• il fallimento dell’Operazione Barbarossa e la riscossa sovietica;
• l’avanzata degli Alleati nel Pacifico, a danno del Giappone, e in
Africa, a danno delle truppe italo‐tedesche.
Il fronte globale si prepara
Benché l’Inghilterra abbia resistito all’invasione, per i reparti inglesi sul
fronte africano la situazione sta per volgere al peggio. Qui, gli ultimi mesi
del 1940 sono stati propizi alle truppe britanniche, che si sono scontrate
con quelle italiane impedendo la presa di Suez e dell’Egitto e strappando
all’Italia estese fasce territoriali in Libia. Hitler tuttavia, che ormai ha
rinunciato alla conquista dell’Inghilterra, nel febbraio 1941 accoglie la
richiesta d’aiuto di Mussolini inviando in Africa alcune unità della
Wehrmacht, battezzate per l’occasione Afrikakorps.
L’urto delle forze tedesche, al comando del generale Erwin Rommel, è
prepotente e costringe gli inglesi ad arretrare: la Germania salva così ciò
che resta dell’esercito italiano e, in più, riconquista i territori libici caduti
in mano inglese, riuscendo ad avanzare fino all’Egitto.
Le difficoltà dell’Inghilterra, unitamente all’Patto Tripartito firmato da
poco, spingono gli Stati Uniti a consolidare la loro posizione: Roosevelt
vince le ultime resistenze e fa approvare la Legge affitti e prestiti (marzo
1941), con cui gli USA si impegnano a fornire risorse a quegli Stati la cui
sconfitta militare rappresenterebbe un pericolo per la loro sicurezza: in
primis, Inghilterra

e Cina.

La «Battaglia dell’Atlantico»

La partecipazione sempre più decisa degli Stati Uniti è una minaccia


per le potenze dell’Asse, e per la Germania in particolare, impegnata in
prima linea su un fronte sempre più vasto. L’intervento statunitense
non è ancora di tipo militare, ma dalle coste USA partono rifornimenti
che attraversano l’Atlantico, in direzione dell’Inghilterra e dei reparti
britannici in Africa, e il Pacifico, a sostegno della resistenza cinese.
Sul versante atlantico, Hitler deve ingaggiare una battaglia
sottomarina volta ad affondare i convogli nemici: gli U‐Boot, i potenti
sommergibili tedeschi, affiancano speciali reparti della Luftwaffe per
colpire la flotta statunitense e inglese dal basso e dall’alto. Si scatena in
questo modo la «Battaglia dell’Atlantico», che, di fatto inaugurata alla
fine del 1939 (quando gli USA, in via ancora non ufficiale, avevano
iniziato a muoversi a favore dell’Inghilterra inviando risorse militari), si
intensifica a partire dall’aprile 1941.
Per la Germania la situazione si fa impegnativa: la Wehrmacht
è
dispiegata quasi ovunque, ma il Paese non può sostenere un tale sforzo
troppo a lungo: la prospettiva della guerra‐lampo sta sfumando.

Lo scenario balcanico

Oltre a dover gestire la situazione in Africa e sull’Atlantico, Hitler


è costretto a intervenire nei Balcani, dove l’Italia ha ingaggiato una guerra
suicida contro la Grecia. A difesa dei greci sono intervenuti reparti
britannici: se il fronte venisse sfondato, le truppe inglesi potrebbero
risalire in Europa da quell’area. Nell’aprile 1941, viene perciò dispiegato
in territorio balcanico un grosso contingente italo‐tedesco.
Siccome la Jugoslavia rifiuta di lasciarsi attraversare, Hitler ne ordina la
completa cancellazione: occupato senza difficoltà il territorio, si procede
a una sistematica pulizia etnica a danno di ebrei, zingari e serbi (i croati,
guidati da un movimento filonazista, approfittano della situazione per
scatenarsi contro i rivali serbi). La presenza militare straniera e le violenze genocide
stimolano una serrata resistenza partigiana guidata dal comunista Josip Broz, detto Tito. La
Jugoslavia si trasforma in una delle regioni più insanguinate d’Europa: le truppe
italo‐tedesche rispondono ai ribelli con violenza estrema, distruggendo interi villaggi,
fucilando decine di ostaggi e deportando moltissime persone nei campi di concentramento
(edificati con regolarità in tutte le regioni sotto controllo tedesco).

«Operazione Barbarossa»
Conscio del rischio a cui si espone con un dispiegamento così ampio
delle proprie forze militari, Hitler è sempre più preoccupato riguardo
l’Unione Sovietica, che Inghilterra e USA potrebbero persuadere a
entrare in guerra al loro fianco: se Stalin si muovesse contro la
Germania, i tedeschi non potrebbero reggere l’impegno su un fronte
ulteriore. D’altra parte, un’alleanza militare russo‐tedesca sarebbe
insostenibile da un punto di vista ideologico e alienerebbe alla
Germania l’appoggio del Giappone.
ll Führer opta dunque per un grande azzardo: sarà lui stesso ad aprire le
ostilità sul fronte orientale. La scelta non è così illogica: voglioso di
espandersi a Est, Hitler da tempo medita di rompere il Patto di non‐
aggressione; ora poi che un eventuale intervento dell’URSS segnerebbe
la sua disfatta, l’unico modo di evitare il peggio è colpire per primi,
contando sull’effetto sorpresa. Peraltro, se il piano avrà successo le
immense risorse dell’URSS saranno a disposizione della Germania.
Nel giugno 1941 prende così il via l’Operazione Barbarossa, ovvero il
vasto piano di invasione dell’Unione Sovietica.

La terribile avanzata
Paradossalmente, Stalin a tutto sta pensando fuorché scendere in campo
contro il Terzo Reich. Non avrebbe nemmeno intenzione di partecipare
alla guerra: soddisfatto delle annessioni realizzate tra il 1939 e il 1940,
non vuole rischiare di compromettere oltre la stabilità economica
faticosamente raggiunta. È inoltre convinto che, proprio per il poderoso
impegno militare che sta già sostenendo, Hitler non si azzarderà tanto
presto ad attaccare l’URSS: quando il suo sistema di spionaggio lo
informa della decisione del Führer, reputa si tratti di una manipolazione
britannica per indurlo a rompere il Patto di non‐aggressione.
Così, quando il 22 giugno 1941 la Wehrmacht muove all’attacco, la
sorpresa è totale, proprio come Hitler ha sperato: i reparti tedeschi
penetrano in territorio sovietico per centinaia di chilometri, facendo
milioni di prigionieri. Il Führer ha dato istruzioni chiare: quello contro il
nemico bolscevico non dovrà essere un conflitto convenzionale, ma una
guerra ideologica e razziale. Alla Wehrmacht sono affiancati quattro
Gruppi di Intervento composti da SS e incaricati di mettere in sicurezza i
territori conquistati, sterminando la classe dirigente giudaico‐bolscevica.

L’evoluzione delle stragi


I Gruppi di Intervento si concentrano inizialmente sui maschi ebrei
adulti (presunta classe dirigente del regime bolscevico), ma presto i
massacri iniziano a coinvolgere anche anziani, donne e bambini. Entro
l’autunno 1941, le vittime iniziano a contarsi in decine di migliaia: è in
questo momento che presso gli alti comandi del Führer si inizia a
parlare di «soluzione finale» al “problema ebraico”.
Ciò è motivato soprattutto dalla reazione emotiva delle stesse SS: per
quanto indottrinati al fanatismo antisemita, si tratta in massima parte
di ragazzi giovani che si trovano a dover uccidere direttamente, di
solito a mezzo di pistola, centinaia di persone al giorno (fra cui donne
e bambini). Molti soldati vanno incontro a crolli nervosi: nel giro di
poche settimane, un numero crescente di SS riesce ad eseguire gli
ordini solo in stato di ubriachezza. La situazione sta minando l’efficienza delle truppe:
Himmler ordina di sospendere gradualmente le fucilazioni di massa e di trovare metodi
di eliminazione sostitutivi. È in questo contesto che, entro l’inizio del
1942, prende corpo l’idea dei campi di sterminio.

La conferenza fatale
Il 10 gennaio 1942 si tiene a Wansee (elegante sobborgo di Berlino)
una conferenza tra i vertici del partito nazista, gli alti ufficiali SS e i più
importanti ministeri. Ordine del giorno: pianificare lo sterminio
ebraico in modalità più razionali e “pulite” di quelle seguite sinora.
In questa occasione Adolf Eichmann, diretto sottoposto di Himmler,
viene incaricato di occuparsi della gestione organizzativa. Dietro sua
proposta, si decide di costruire un nuovo genere di campi: non siti di
reclusione e lavoro, come è stato finora, ma luoghi specificamente
adibiti alla morte. Questa sarà inflitta in apposite camere a gas,
secondo l’efficiente modalità già sperimentata sui disabili: in tal modo
nessuno dovrà uccidere gli ebrei fisicamente e le SS potranno
occuparsi solo del trasporto.
Vengono contattati i responsabili dell’Aktion T4: si inizierà dalla
Polonia, dove gli ebrei si trovano già nei ghetti e sarà più facile
prelevarli in massa, e man mano si procederà nei territori conquistati
a Est. Ciò che gli ebrei chiameranno Shoah («annientamento») si avvia
alla sua fase più atroce.

I centri di sterminio
Tra la primavera e l’estate del 1942 iniziano a funzionare i campi di
sterminio di Belzec, Soibor e Treblinka (Polonia). A differenza dei lager (i
normali campi attivi dagli anni ‘30, dove ebrei e non ebrei vengono portati
per lavorare), qui sono trasferiti solo ebrei, al puro scopo di essere
eliminati con il gas (monossido di carbonio). Vengono deportati prima gli
ebrei polacchi rinchiusi nei ghetti; si passa poi ai rastrellamenti ad ampio
spettro in tutti i territori controllati dai nazisti.
Entro la fine del 1942 viene ultimato il complesso di Auschwitz, già campo
di concentramento dal 1940 (Auschwitz I) e successivamente ampliato con
due nuove sezioni, di cui una, situata presso Birkenau (Auschwitz II),
adibita esclusivamente allo sterminio. Dopo la liquidazione dei ghetti
polacchi, Auschwitz II rimarrà il principale luogo di morte, deputato ad
accogliere ebrei da tutta Europa: tra il 1943 e il 1945 si doterà di
un’organizzazione interna sempre più efficiente, sostituendo ad esempio il
monossido di carbonio con il più micidiale Zyklon‐B (acido cianidrico) e
affiancando le camere a gas con un imponente sistema di forni crematori
per l’incenerimento dei cadaveri. Tra ebrei e non ebrei (prigionieri politici e
“devianti”), solo qui troveranno la morte circa 1 milione e 300000 vittime;
per gli ebrei, circa 900000 sui sei milioni totali.

Una razionalità irrazionale


Al di là della sua perversione morale, la specificità della
«soluzionefinale» viene spesso riconosciuta nella razionalità estrema con cui viene
attuata. Tutto è coerente con la massima funzionalità: dalla deportazion e all’eliminazione
immediata degli inabili al lavoro, dalla disumanizzazione del prigioniero al suo spaventoso
sfruttamento, dall’impiego militaresco della musica al recupero di abiti, capelli, denti, ceneri
delle vittime. Eppure, tutto ciò è profondamente irrazionale da un punto di vista
logistico: la Germania rinuncia a manodopera gratuita in una fase in cui
le sarebbe essenziale recuperare risorse. Se la famigerata «selezione»
elimina subito anziani, malati e bambini, l’aspettativa di vita media per
gli altri non supera i due mesi: si compromette così sul nascere una forza
lavoro che potrebbe risultare assai più produttiva.
Un’ideologia sufficientemente forte distorce la percezione della realtà
fino a rendere ciechi alle considerazioni più ovvie: nella fase più critic
a della guerra, il nazismo investe in una poderosa macchina mortale che
richiede un notevole sforzo organizzativo e finanziario, senza restituire
un profitto comparabile. Fra le ragioni della finale disfatta nazista,
l’esasperato fanatismo antisemita gioca senz’altro il suo ruolo.

Gli italiani in Russia


Dopo il disastro in Africa e nei Balcani, l’Italia è ormai declassata
a semplice pedina della politica tedesca. Per recuperare un minimo di
prestigio nazionale, Mussolini insiste affinché all’Operazione Barbarossa
partecipi anche un contingente italiano, inviato nell’estate 1941.
Nel corso del 1942 viene creata l’ARMIR (ARMata Italiana in Russia),
formata da 10 divisioni del Regio Esercito su un totale di 65. Per l’Italia è
uno sforzo poderoso e comunque mal gestito: buona parte delle truppe
è composta da Alpini, il cui impiego sarebbe più proficuo tra le montagne
della Jugoslavia. Inoltre, l’ARMIR è del tutto inadatta ad affrontare il
rigido inverno russo: come avvenuto in Grecia, l’equipaggiamento è
scadente (divise troppo leggere, scarpe che vanno a brandelli) e le armi
sono ridicole (carri armati da appena 3 tonnellate, contro le 27 dei
panzer tedeschi e le 35 di quelli russi). L’esercito italiano perderà
nell’impresa più di 95000 uomini, gran parte dei quali decimata solo dal
congelamento e dalla malnutrizione.
Fra i nostri generali cresce il malcontento verso il regime e verso l’alleato
tedesco: tra i primi segni di ribellione vi è l’aiuto offerto agli ebrei, che
nelle zone sotto controllo italiano scamperanno spesso alla deportazione.

La Carta Atlantica
Mentre in Russia si svolgono le prime fasi dell’Operazione Barbarossa,
nell’Atlantico la battaglia navale si fa sempre più serrata. Nel corso
dell’estate 1941 i servizi segreti inglesi e statunitensi decifrano i codici
usati dai sottomarini tedeschi per comunicare con il Comando e tra loro;
da questo momento, lo scontro volge a favore degli anglo‐americani.
Il 14 agosto 1941, Roosevelt e Churchill si incontrano al largo di
Terranova per stendere insieme la Carta Atlantica, un documento volto a
porre i principi guida del nuovo assetto mondiale dopo la sconfitta del
nazismo: rinuncia a espansioni territoriali; diritto di autodeterminazione
dei popoli; diritto di accesso, in condizioni di parità, al commercio e alle
materie prime del mondo; libertà dei mari; rinuncia all’impiego della
forza per dirimere le controversie internazionali.
La Carta ispirerà la Dichiarazione delle Nazioni Unite (1° gennaio 1942),
firmata di lì a poco da tutti i Paesi schierati contro le potenze dell’Asse:
alla fine del 1941, infatti, l’iniziativa del Giappone fa precipitare gli
eventi, spingendo gli Stati Uniti a entrare ufficialmente in guerra a fianco
dell’URSS e sancendo la cooperazione militare fra tutti i Paesi minacciati
dall’espansionismo tedesco e nipponico.

Pearl Harbor
Dopo l’avvio dell’Operazione Barbarossa, Hitler preme sul Giappone
affinché attacchi l’URSS da Est; priorità dell’Imperatore Hirohito è però
prendere la Cina e porre le basi per una futura espansione nel Pacifico.
L’Indocina francese è l’area da cui transita il grosso degli aiuti portati
dagli USA ai ribelli cinesi e l’Indonesia olandese è ricca di petrolio:
conquistarle consentirebbe sia di indebolire la Cina sia di rafforzare
l’Impero. Francia e Olanda sono cadute sotto il controllo tedesco, che in
teoria si estenderebbe alle loro colonie; ma la Germania è troppo
occupata su altri fronti per difenderle, e le truppe francesi e olandesi
presenti in loco sono state impoverite dall’impegno bellico in patria.
Così, il 24 luglio 1941 l’esercito nipponico invade l’Indocina. In risposta,
gli Stati Uniti inaspriscono l’embargo coinvolgendo l’Inghilterra e tutto il
Commonwealth britannico: nessuno gradisce l’idea di una strapotenza
nipponica nel Pacifico. Il Giappone non si ferma: con l’intento di cogliere
di sorpresa gli americani, il 7 dicembre 1941 scaglia un attacco aereo
contro la flotta USA ancorata nella base di Pearl Harbor (Hawaii),
infliggendo notevoli perdite. La provocazione è accettata: l’8 dicembre,
gli Stati Uniti dichiarano guerra al Giappone.

La guerra nel Pacifico


L’attacco giapponese, scagliato senza alcuna dichiarazione di guerra, ha
infervorato l’opinione pubblica USA: l’isolazionismo è dimenticato e
Roosevelt ha via libera per intraprendere le operazioni militari. Intanto,
anche la Germania dichiara guerra agli Stati Uniti (11 dicembre 1941):
il conflitto è ormai globale a tutti gli effetti.
La posta in gioco è altissima; per questo gli USA non risparmiano
finanziamenti volti all’elaborazione di un’arma risolutiva. Si inizia a
pensare all’energia nucleare: un comitato scientifico d’eccezione,
diretto da Robert Oppenheimer e in cui spiccano personalità fuggite
dall’Europa per motivi politici o razziali (fra queste, Albert Einstein ed
Enrico Fermi), conduce ricerche febbrili nel tentativo di precedere i
tedeschi, nei cui laboratori si sta sperimentando qualcosa di analogo.
Nel frattempo i giapponesi stanno cavalcando l’effetto sorpresa: in
breve tempo conquistano Hong Kong, Singapore, le Filippine,
l’Indonesia, la Birmania. Ma il 3 giugno 1942 avviene la svolta: presso le
Isole Midway, l’aviazione americana infligge alla flotta nipponica
pesantissimi danni. Per il Giappone sarà l’inizio della fine.

«Non un passo indietro!»


Quando Hitler dichiara guerra agli Stati Uniti, non sa che l’Operazione
Barbarossa sta per entrare nella sua fase più critica.
Nel dicembre 1941 la Wehrmacht, nel suo impeto travolgente, è arrivata
nei pressi di Mosca: Leningrado è sotto durissimo assedio (resisterà fino
al 1944, contando un milione di morti per la fame e per i bombardamenti
tedeschi), Kiev è caduta. Tuttavia, subentra ora il periodo più rigido
dell’inverno russo: a temperature che precipitano oltre ‐40°C, i motori
dei carri armati e degli aerei congelano; gli stessi soldati tedeschi, per
quanto assai meglio equipaggiati dei compagni italiani, non sono
preparati a condizioni simili. Costretti a rallentare e decimati negli
uomini e negli armamenti, i reparti italo‐tedeschi rinunciano a Mosca.
Al ritorno della primavera si rivolgono a sud, verso il bacino industriale di
Stalingrado e i pozzi petroliferi del Caucaso.
Ora, però, l’Armata Rossa ha avuto il tempo di riorganizzarsi: viene
predisposta una micidiale controffensiva e si inasprisce la disciplina fra le
truppe. Il 28 luglio 1942 Stalin emana l’Ordine 227: chiunque oserà
arretrare dinanzi ai nemici sarà «sterminato sul posto».

La riscossa sovietica
La Wehrmacht giunge apparentemente indisturbata nei pressi di
Stalingrado. Ormai persuaso dell’imminente vittoria, Hitler ordina di
dividere l’esercito: una parte proseguirà verso il petrolio caucasico,
l’altra piegherà su Stalingrado che, una volta presa, sarà la base per
risalire verso Mosca.
Su Stalingrado si riversano le bombe della Luftwaffe, ma la città resiste:
i soldati scampati alle esplosioni (fra cui alcuni reparti femminili) si
appostano fra le macerie combattendo a oltranza strada per strada,
casa per casa, persino nelle fogne e nelle cantine. A causa dei crolli e
delle rovine, i carri armati tedeschi non riescono a manovrare
e devono essere abbandonati. La battaglia si protrae per mesi e di nuovo
si approssima l’inverno: disperato, Hitler invia nuove truppe; l’Armata
Rossa organizza però una manovra a tenaglia circondando la divisione
tedesca impegnata su Stalingrado e bloccando qualunque rifornimento.
Le speranze di prendere la città sono sfumate: il Führer abbandona al
loro destino i reparti accerchiati, che si arrendono il 31 gennaio 1943.
È la prima grande sconfitta politico‐militare subita dal Terzo Reich.

Lo scenario mediterraneo
Nell’autunno 1942, mentre l’Operazione Barbarossa sta miseramente
fallendo, sul fronte mediterraneo i reparti italo‐tedeschi non se la
passano meglio. Mussolini, stavolta su richiesta di Hitler, invia all’ARMIR
truppe che sarebbero ben più utili in Africa settentrionale. Qui infatti
gli inglesi, ottenuti cospicui rifornimenti, scatenano una imponente
offensiva presso El Alamein (Egitto), respingendo gli Afrikakorps.
La Battaglia di El Alamein (23 ottobre ‐ 5 novembre 1942) chiude ogni
speranza di una conquista del Canale di Suez da parte dei nemici
dell’Inghilterra. Al contempo truppe anglo‐americane sbarcano in
Marocco e in Algeria (7‐8 novembre): compresse in Tunisia, le forze
italo‐tedesche sono costrette alla resa. Gli anglo‐americani, detti per
brevità Alleati, hanno il controllo del Mediterraneo: puntano ora
direttamente all’Italia, che si ritrova sotto assedio.
Nel frattempo in Russia è scattata la grande controffensiva sovietica: la
manovra a tenaglia dell’Armata Rossa isola anche 150000 italiani (quasi
tutti Alpini), che sono costretti a una ritirata a piedi nella neve: in
95000 non faranno ritorno, catturati dai russi o uccisi dagli stenti.

1943: riferimenti principali


Nell’ambito del secondo conflitto mondiale, il 1943 può essere considerato
l’anno di svolta. Questi i principali eventi:
• La Conferenza di Casablanca, ove i nemici dell’Asse Tripartito
concordano di cessare le ostilità solo a fronte di una resa
incondizionata degli avversari;
• la riscossa dell’Armata Rossa e l’inizio dei bombardamenti anglo‐
americani sul Terzo Reich;
• L’invasione anglo‐americana dell’Italia e la caduta del fascismo;
• La resa dell’Italia e la fuga del Re;
• La nascita della Repubblica di Salò e l’inizio delle persecuzioni
antisemite in Italia;
• la guerra civile in Italia e le prime forme della Resistenza partigiana;
• Il dramma delle foibe in Jugoslavia, con l’avanzata contro i
nazifascisti e la pulizia etnica anti‐italiana dei comunisti di Tito;
• La Conferenza di Teheran tra Inghilterra, USA e URSS per pianificare
le ultime fasi del conflitto e imbastire l’assetto mondiale del
dopoguerra.

Resa incondizionata... o morte!


Nel gennaio del 1943, le sorti della guerra sono ormai chiaramente
a favore degli Alleati: gli anglo‐americani stanno recuperando terreno
nell’Atlantico, nel Pacifico e nel Mediterraneo, accerchiando fatalmente
Germania e Italia e respingendo il Giappone. L’URSS pure sta avendo la
sua riscossa contro l’invasore: a Stalingrado, gli ultimi disperati reparti
italo‐tedeschi si arrenderanno alla fine del mese. Formalmente, Stalin
non è ancora alleato con Inghilterra e Stati Uniti, ma è chiaro che fare
fronte comune sarà inevitabile: nonostante le reciproche diffidenze, è
necessario procedere secondo linee d’azione condivise.
Per questo motivo ai primi del ‘43 viene convocata l’importante
Conferenza di Casablanca (14‐24 gennaio 1943). L’unica richiesta di
Stalin (pena lo sfumare di ogni alleanza) è che nessuno stipuli accordi
separati con il Terzo Reich per uscire prima dalla guerra. Churchill
e Roosevelt si impegnano a non accettare alcun negoziato con Hitler e a
proseguire il conflitto fino alla resa incondizionata della Germania. È in
questa occasione che, per accelerare il crollo psicologico della
popolazione tedesca, Inghilterra e Stati Uniti si organizzano per scatenare
un intenso bombardamento aereo sul Terzo Reich.

L’inarrestabile Armata Rossa


Nonostante il disastro di Stalingrado e le perdite portate da due
inverni russi, Hitler rimane testardamente aggrappato ai brandelli
della sua Operazione Barbarossa. Alle divisioni Wehrmacht rimaste in
Russia ordina di puntare su Kursk (a sud di Mosca): riesce infatti ad
inviare in loco i Tigre, carri armati di ultima generazione che
dovrebbero superare in potenza e resistenza i T34 sovietici.
Quello di Kursk (12 luglio 1943) è uno scontro epocale: più di mille
carri armati si lanciano gli uni contro gli altri in una battaglia epica e
disperata senza esclusione di colpi. A sera, si contano perdite immani
da ambo le parti... ma la vittoria è dei russi.
Da questo momento, l’Armata Rossa sarà inarrestabile: sostenuta dal
più estenuante sforzo industriale mai sopportato dalla Russia, riceverà
costantemente mezzi e rifornimenti e potrà recuperare chilometro
dopo chilometro i territori perduti, incalzando senza sosta una
Wehrmacht che, dal canto suo, non sta più ricevendo nulla.
Intanto, infatti, le aviazioni anglo‐americane stanno devastando la
Germania, accanendosi in primis sulle industrie. La disfatta tedesca è
ormai solo questione di tempo.

L’invasione dell’Italia
Proprio mentre in URSS si sta preparando la decisiva battaglia di Kursk,
gli Alleati invadono la Sicilia (10‐11 luglio 1943). Hitler ha impegnato
a Kursk il grosso delle truppe e degli armamenti, dunque non riesce a
inviare rinforzi. Nel giro di un mese, l’isola è persa (17 agosto).
Per l’Italia è l’ennesimo duro colpo: il Paese si sta dissanguando da
anni in una guerra che, come è ormai chiaro a tutti, è stata gestita
malissimo. Il Duce, l’uomo che aveva promesso di risollevare il
prestigio della nazione, ha condannato a morte migliaia di soldati,
gettati al fronte senza equipaggiamenti adeguati. Nell’esercito si
respira ormai una diffusa disillusione e un senso di tradimento; la
stessa popolazione civile è ormai in buona parte immune alla
mistificante propaganda di regime.
Il malcontento è diretto al fascismo, ma anche verso la monarchia:
conscio dell’imminente disfatta, e temendo per il destino dei Savoia,
Re Vittorio Emanuele III decide di esercitare le sue prerogative regali,
messe da parte per ventun anni: assumere il comando del Regio
Esercito e rimuovere il Capo del Governo.

Ordine del giorno: via il Duce!


Il Re Vittorio Emanuele III non è solo nel suo proposito: sa infatti di
poter contare su parecchi alti ufficiali dell’esercito e delle forze di
polizia, che non vedono l’ora di sganciarsi dai tedeschi e sospendere
questo conflitto suicida. Nello stesso PNF in molti sono concordi:
Mussolini ha ormai perso gran parte dei suoi sostenitori.
In quella che sarà l’ultima seduta del Gran Consiglio del Fascismo
(notte 24‐25 luglio 1943), l’ex ras di Bologna Dino Grandi, ora fra i
massimi gerarchi del PNF, propone un proprio ordine del giorno nel
quale si chiede l’immediata destituzione di Mussolini. La successiva
votazione, di per sé non vincolante per il Re, ma decisiva per segnalare
la volontà prevalente nel Partito, vede favorevole la stragrande
maggioranza (in cui figura lo stesso genero del Duce, Galeazzo Ciano).
Nel pomeriggio del 25 luglio 1943, il Re rimuove Mussolini dal Governo
e per precauzione ne ordina l’arresto: l’ex‐Duce viene incarcerato in
una zona nascosta sul Gran Sasso. Al suo posto è nominato il
maresciallo Pietro Badoglio. La sera del 25 luglio, il popolo italiano
riceve un comunicato radio: il fascismo è caduto.

L’Armistizio di Cassibile
La svolta del 25 luglio 1943 è accolta con manifestazioni di entusiasmo in
tutto il Paese: per la maggior parte degli italiani, fine del fascismo
significa fine della guerra. Non sanno che, in realtà, per l’Italia i mesi più
drammatici del conflitto avranno inizio proprio adesso.
La prima decisione del governo Badoglio è firmare un armistizio con gli
Alleati: vincolati dall’impegno di Casablanca, questi ultimi pretendono la
resa incondizionata. L’Italia non può che piegarsi ma, visto che le
condizioni saranno decise dai vincitori alla fine della guerra, si propone come
«cobelligerante» con gli anglo‐americani: formalmente nemica sconfitta, di fatto
collaboratrice contro i tedeschi. In questo modo, potrà
forse sperare in una certa indulgenza al termine del conflitto.
Così, il 3 settembre 1943 viene firmato l’Armistizio di Cassibile, con cui
l’Italia dichiara la resa senza condizioni; l’8 settembre la notizia è
comunicata via radio a tutto il Paese da Badoglio, assieme all’ordine a
tutti i reparti italiani di cessare le ostilità contro gli Alleati. Subito dopo Badoglio e il Re
abbandonano in segreto Roma per rifugiarsi a Brindisi, appena presa dagli anglo‐americani
(9 settembre 1943).

Uniti per la liberazione


La fuga del Re e di Badoglio lascia la capitale nel più completo
sconcerto. Il Governo si è posto sotto protezione alleata, ma solo
l’estremo Sud della penisola è controllato dagli anglo‐americani: nel
resto d’Italia si produce un vuoto di potere che minaccia di far
ricadere il territorio sotto completo controllo tedesco.
Lo stesso 9 settembre 1943, i rappresentanti dei partiti antifascisti
operativi a Roma (democratici, comunisti, socialisti, cattolici, liberali)
creano il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), un’organizzazione
eterogenea che per la prima volta sceglie di mettere da parte le
divergenze interne a fronte del comune obiettivo di porre fine alla
guerra e liberare l’Italia dall’influenza nazista e dalla dittatura.
Presieduto da Ivanoe Bonomi, il Comitato sarà presto ridotto a
un’organizzazione clandestina, osteggiata e perseguitata dal governo
nazi‐fascista che sarà istituito di qui a poco (Mussolini è liberato dai
tedeschi tre giorni dopo); nei mesi successivi sarà però fondamentale
come organo direttivo dei gruppi partigiani embrionali che
inizieranno spontaneamente a costituirsi in tutta Italia.

La Linea Gustav

Il 9 settembre 1943, lo stesso giorno della presa di Brindisi, gli


anglo‐americani sbarcano a Salerno. I tedeschi, tuttavia, riescono a
organizzare una efficace resistenza e a bloccarne l’avanzata sulla
cosiddetta Linea Gustav (all’altezza dei fiumi Garigliano e Sangro).
La situazione rimarrà invariata per parecchi mesi, che vedranno i
combattimenti più serrati sulle alture di Montecassino, dove sorge
la celebre abbazia benedettina: il monastero verrà bombardato e
completamente distrutto. Soltanto nel maggio del 1944 gli Alleati
riusciranno a sfondare la Linea e a procedere verso Roma; ad ogni
modo, entro l’ottobre 1943 l’intero Sud della penisola è in mano
anglo‐americana.
La cacciata dei tedeschi dall’Italia meridionale è favorita anche dal
contributo attivo della popolazione, insofferente alla sistematica
distruzione di infrastrutture e centri abitati compiuta dai nazisti in
ritirata: la grande insurrezione di Napoli (28 settembre ‐ 1 ottobre)
è uno degli esempi più significativi in questo senso.

L’esplosione del caos

Nonostante la dichiarata intenzione di «cobelligerare», Badoglio e il Re


lasciano i reparti italiani privi di ordini specifici, a parte la generale
indicazione di non contrastare gli anglo‐americani. La loro inaspettata
fuga non fa che accentuare la confusione.
Mentre le truppe tedesche si rivoltano contro gli ex‐compagni, Hitler
invia apposta nella penisola un ultimo contingente, nel tentativo
disperato di fermare l’avanzata alleata. Gli ordini del Führer sono chiari:
chi non è con la Germania, è nemico della Germania e come tale va
trattato. In Italia e nei Balcani, almeno 700000 soldati italiani vengono
catturati e deportati nei campi. Colti di sorpresa dal voltafaccia della
situazione e senza direttive, i nostri reparti si rimettono alle decisioni dei
singoli generali: molti si arrendono, alcuni restano a fianco dei tedeschi,
altri scelgono di reagire. Fra gli episodi di resistenza più notevoli vi è
quello dei reparti stanziati presso le isole dell’Egeo, che rivolgono le armi
contro i tedeschi votandosi praticamente al suicidio: presso Cefalonia
circa 4000 soldati vengono fucilati dalla Wehrmacht, dopo un durissimo
scontro costato altre 2000 vittime (15‐22 settembre 1943).

La Repubblica di Salò

Il 12 settembre 1943, un reparto di paracadutisti tedeschi libera


Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso e lo conduce in Germania. Qui,
l’ex‐Duce ottiene da Hitler il permesso di ricostituire uno Stato fascista,
che riceve il nome di Repubblica Sociale Italiana (RSI), più nota come
Repubblica di Salò (dalla cittadina sul Lago di Garda che diviene sede del
nuovo governo). La nuova entità, la cui giurisdizione si estende su tutta
l’Italia fino alla Linea Gustav, è in teoria uno Stato sovrano alleato della
Germania; in realtà, è in tutto e per tutto sotto controllo tedesco.
Il PNF comprende ora solo i fedelissimi di Mussolini: coloro che il 25
luglio hanno votato contro di lui (compreso Ciano) sono catturati e
condannati a morte (la sentenza sarà eseguita nel 1944).
Nel programma della Repubblica, estensione della Germania nazista, fra
i primi punti figura la completa collaborazione nella deportazione degli
ebrei italiani, finora generalmente protetti dai nostri ufficiali. Il primo
rastrellamento avviene a Roma (16‐18 ottobre 1943), da dove parte un
convoglio carico di 1023 persone. Destinazione: Auschwitz.

Inizia la Resistenza
La penisola è completamente allo sbaraglio: ovunque la popolazione è
divisa fra chi, soprattutto per paura, collabora con i tedeschi, e chi rifiuta
di riconoscere il nuovo Stato. I fascisti più fanatici ricorrono a una
repressione spietata contro qualsiasi dissidente. Più la situazione
degenera, più la violenza imbarbarisce: da ambo le parti prende piede
l’ostentazione del cadavere del nemico, che viene profanato in ogni
modo ed esposto nelle piazze o appeso ai ponti o ai lampioni, mentre
circolano le fotografie delle esecuzioni e dei fucilati.
Nell’ambito di quella che in poche settimane si configura come una vera e
propria guerra civile, ha inizio quella che diventerà la Resistenza italiana.
Alcuni militari ostili ai tedeschi e alla RSI, scampati alla cattura e
conservate le proprie armi, si rifugiano tra le montagne: saranno i primi
partigiani. Fra loro, la maggioranza è composta da giovani educati sotto il
fascismo; altri sono dissidenti originari (soprattutto comunisti).
Inizialmente sbandati, privi di guida e insofferenti a qualsiasi regola, in
questa prima fase i ribelli formano gruppi instabili che non di rado si
danno a ruberie e soprusi ai danni della popolazione contadina,
indipendentemente dalla lotta contro il nemico nazi‐fascista.

Coordinare i partigiani
Le prime cellule della Resistenza sono spontanee e frammentate:
prive di organizzazione e di un obiettivo ben definito, rischiano di
inimicarsi pastori e contadini, che non riescono a vederle come forze
di liberazione e spesso preferiscono collaborare con i nazifascisti per
scampare alle terribili azioni punitive attuate da questi ultimi.
D’altra parte, esse sono potenzialmente una risorsa formidabile ai fini
della Liberazione: di questo si rendono conto i membri del CLN, che
iniziano a coordinarne l’azione e a promuoverne il disciplinamento.
Fra i partigiani più colti e politicamente preparati vengono così eletti
dei commissari politici, incaricati di tenere in contatto i vari gruppi,
amministrare la giustizia, punire i traditori e i responsabili di violenze gratuite sui civili o di
azioni non autorizzate.
Il ruolo più importante dei commissari politici è però quello di educatori: la Resistenza inizia
a darsi una fisionomia ideologica che cerca di superare la distinzione tra i partiti per creare
un movimento unito nei valori dell’antifascismo e concentrato sulle due priorità attuali: la
cacciata dei tedeschi e la fine della dittatura.

La Resistenza prende forma


Man mano assume un’organizzazione più definita, la Resistenza si
suddivide in diverse formazioni. Fra le unità che operano in
montagna, la maggioranza è inquadrata nelle Brigate Garibaldi, di
ispirazione comunista. Ad esse si affiancano, soprattutto in Piemonte,
le cellule ispirate al Partito d’Azione, movimento democratico creato
nel 1942 come erede dell’organizzazione antifascista di Giustizia e
Libertà (scioltasi nel 1937). In Veneto e in Friuli agiscono formazioni
cattoliche, assieme alle Brigate Matteotti, di orientamento socialista.
Nascono anche iniziative autonome, come quella della famiglia Cervi,
la cui abitazione in provincia di Reggio Emilia diviene porto sicuro per
antifascisti, partigiani feriti e prigionieri di guerra stranieri sfuggiti ai
nazifascisti. Individuata da reparti della RSI, il 25 novembre 1943 la
casa viene circondata e i sette fratelli Cervi fucilati (28 novembre).
Nelle città operano invece i Gruppi di Azione Patriottica (GAP), legati
ai garibaldini: essi vivono in assoluta clandestinità, compiendo
sabotaggi e attentati contro i militari tedeschi e diffondendo volantini.

Il dramma delle foibe


Mentre gli ultimi mesi del 1943 vedono l’Italia sprofondare nel caos e
la Resistenza partigiana consolidarsi e strutturarsi, nei Balcani la
situazione non è meno confusa. In Jugoslavia, in particolare, dal 1941
è già attivo un movimento di Resistenza partigiana contro gli
occupanti nazifascisti guidato dal comunista Tito.
Quando, nel 1943, i reparti nemici iniziano a farsi la guerra tra loro
(nazisti contro italiani), per i comunisti di Tito prende avvio la
riconquista del Paese. Da parte di Tito diviene presto evidente la
totale identificazione dell’italiano con il nemico nazifascista, per cui i
suoi combattenti non esitano a condurre massacri indifferentemente
contro fascisti e antifascisti, soldati e civili, in una persecuzione
spietata che proseguirà fino al 1945.
Le violenze peggiori si registrano in Istria, dove la campagna anti‐
italiana assume la forma di una autentica pulizia etnica: rastrellati a
migliaia, uomini, donne e bambini italiani vengono legati mani e piedi
e gettati, spesso ancora vivi, nelle foibe, le profonde cavità carsiche
che caratterizzano la regione.

Il Reich sotto le bombe


Tra l’estate e l’autunno 1943, l’Armata Rossa avanza inesorabilmente
in Ucraina, verso la Polonia e verso la Germania. Nel frattempo, tutte
le principali città tedesche subiscono intensi bombardamenti: fra i
più devastanti quello di Amburgo (27 luglio 1943), colpita da 2326
tonnellate di bombe incendiarie, per un totale di 40000 vittime.
Nel novembre 1943 i bombardieri inglesi tentano una grande
offensiva contro Berlino, ma incontrano una tenace resistenza; pur
ridotta in rovina e piangendo migliaia di perdite, la città resiste.
È comunque chiaro che la finale disfatta è solo questione di tempo,
pertanto appare fondamentale per Roosevelt e Churchill conoscere
le intenzioni di Stalin: al momento il blocco anglo‐americano e la
potenza sovietica sono uniti dal comune nemico; ma la distanza
ideologica resta marcata e gli obiettivi politici divergenti. Occorre
trovare un accordo per l’assetto mondiale da realizzare dopo la
caduta del Terzo Reich, anzitutto per quanto riguarda i confini sovietici
a occidente e la riconfigurazione del territorio tedesco.

L’incontro di Teheran
Con l’obiettivo di definire le ultime fasi del conflitto e le reciproche
intenzioni per il dopoguerra, Roosevelt, Churchill e Stalin si ritrovano nella Conferenza di
Teheran (28 novembre ‐ 1 dicembre 1943).
Sul piano politico, viene discussa la futura sistemazione territoriale
della Polonia e della Germania. L’URSS manterrà i territori acquisiti nel
1939; in cambio i confini polacchi saranno estesi a occidente, a danno
della Germania. Quest’ultima sarà smembrata in vari Stati.
Sul piano militare, Stalin si impegna a intervenire in aiuto degli USA
contro il Giappone, ma solo una volta sconfitto Hitler, e insiste affinché
gli anglo‐americani aprano un nuovo fronte in Francia, in modo da
terminare l’accerchiamento della Germania. Nonostante le resistenze di
Churchill, che preferirebbe passare dai Balcani (per poter bloccare
l’Armata Rossa in caso di improvviso voltafaccia sovietico), Roosevelt
acconsente: ha bisogno dell’URSS contro il Giappone, e la strategia
staliniana promette di velocizzare la capitolazione tedesca. Viene così
pianificato lo Sbarco in Normandia (realizzato nel giugno 1944).
Con ciò, il conflitto si avvia alle sue fasi conclusive.

1944‐45: riferimenti principali


Gli ultimi diciotto mesi del conflitto vedono l’intreccio di numerosi eventi.
Questi gli scenari macroscopici:
• il ruolo della Resistenza italiana nel processo di liberazione della
penisola: se da un lato le azioni partigiane esacerbano la violenza
nella parte del Paese controllata dalla RSI, dall’altro coadiuvano
l’avanzata alleata, che riesce infine a sfondare la Linea Gustav, a
liberare Roma e a puntare sul Nord Italia;
• la svolta di Salerno che, su iniziativa del comunista Palmiro Togliatti,
riconcilia Governo e CLN, ponendo le basi per la futura Repubblica;
• lo sbarco in Normandia e la contemporanea avanzata sovietica in
Polonia, che stringono il Reich in una morsa fatale, oltre a svelare
l’orrore dei campi;
• la liberazione dell’Italia, con l’esecuzione di Mussolini, e la caduta del
Reich, con il suicidio di Hitler;
• il delinearsi, nel corso degli incontri di Jalta e di Potsdam, dei due
blocchi contrapposti (comunismo sovietico e democrazie occidentali)
che, nel dopoguerra, determineranno la «guerra fredda»;
• la decisione statunitense di usare la bomba atomica per costringere
alla resa il Giappone, ma anche per dare una prova di forza a Stalin.

Il ruolo della Resistenza


Mentre si organizzano per pianificare l’attacco decisivo al Reich dalla
parte della Francia, gli anglo‐americani proseguono la loro avanzata sul
fronte italiano: la Linea Gustav resiste per mesi, ma i reparti nazi‐fascisti
si trovano in difficoltà crescente. In ciò un ruolo cruciale è giocato dalla
Resistenza partigiana: imboscate, attentati, guerriglia fra le montagne
fiaccano le forze tedesche e repubblichine, che sono costrette a
mantenere l’allerta da tutti i lati.
Nel gennaio 1944 il CLN si evolve: il nucleo originario, con sede a Roma,
diventa il Comitato Centrale di Liberazione Nazionale (CCLN), mentre a
Milano, sotto la direzione di Ferruccio Parri (Partito d’Azione), si
costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI).
L’efficienza che il CLNAI riesce a conferire alle diverse unità partigiane del
Nord Italia fa sì che entro l’estate 1944 diverse aree di quella zona cadano
sotto controllo partigiano, venendo strappate alla RSI.
In risposta, i nazi‐fascisti inaspriscono le repressioni e intensificano le retate antisemite:
presso Fossoli (Modena) nel febbraio 1944 viene creato un centro di raccolta degli ebrei di
tutta Italia, da cui partono i convogli per Auschwitz (su uno di questi viaggerà Primo Levi).

Iniziano le rappresaglie
All’esacerbarsi delle violenze nazi‐fasciste i partigiani rispondono con
altrettanta spietatezza. I GAP, in particolare, amplificano le proprie
reti di contatto ed intensificano le azioni terroristiche. Fra le più
temerarie ed efficaci figura l’attentato di Via Rasella, a Roma, ove un
gruppo di GAP comunisti locali fa esplodere un ordigno che falcia sul
colpo 33 soldati tedeschi. Subito informato, Hitler ordina di fucilare entro ventiquattr’ore 10
italiani per ogni tedesco morto: l’eccidio viene compiuto il 24 marzo
presso le Fosse Ardeatine, dove sono uccise 335 persone scelte tra
prigionieri antifascisti ed ebrei in attesa di deportazione. È la prima di
una tragica serie di rappresaglie, la più efferata delle quali avviene a
Marzabotto (Bologna): come punizione esemplare per aver dato
rifugio a un gruppo di partigiani, 775 persone, tra cui decine di
bambini, vengono fucilate (29 settembre ‐ 5 ottobre 1944).
Svolte con l’intento di fiaccare moralmente la Resistenza, queste
azioni estreme non riescono tuttavia a fermare la lotta partigiana. La
parola d’ordine è una: libertà dal nazifascismo, a qualunque costo.

La «svolta di Salerno»
Dopo il consolidamento del controllo alleato sul Sud Italia, il Governo
da Brindisi si trasferisce a Salerno. A Roma e Milano, il CLN agisce in
autonomia: agli occhi di molti, il Re e Badoglio sono traditori che
hanno abbandonato la nazione nel momento più critico. Nell’ambito
della Resistenza emerge anzi da più parti il proposito di disconoscere
la monarchia per fondare un’Italia repubblicana. Si profila così il
rischio di una ennesima guerra civile dopo la fine di quella mondiale,
stavolta tra monarchici e antimonarchici. A scongiurare questa eventualità si fa avanti
Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista Italiano ed esule in URSS da ben 18 anni.
Con il benestare di Stalin, Togliatti si reca a Salerno (27 marzo 1944)
proponendo al Re e al CLN la creazione di un governo di coalizione
che accolga la monarchia e tutti i partiti antifascisti. Il Governo
Badoglio sarà così coinvolto nelle azioni del CLN; in cambio, il Re si
impegna, finita la guerra, a lasciare agli italiani la scelta del futuro
ordinamento costituzionale e di adeguarsi alla volontà popolare.
Così, il 24 aprile 1944 nasce il nuovo Governo di Unità Nazionale.

Dalla Linea Gustav alla Linea Gotica


Proprio all’indomani della costituzione del nuovo governo, le forze
anglo‐americane sfondano la Linea Gustav (maggio 1944): da
questo momento è una rapida risalita verso la capitale, con i reparti
nazi‐fascisti costretti a una precipitosa ritirata.
La liberazione di Roma avviene il 4 giugno 1944, e subito dopo la
città accoglie il nuovo Governo. Con il decisivo sostegno delle
formazioni partigiane, le truppe alleate risalgono il Lazio e la
Toscana, mentre da nord i gruppi della Resistenza cercano di aprire
loro la strada sbaragliando le milizie della Wehrmacht e della RSI:
uno dei successi più significativi è la liberazione di Firenze (11
agosto 1944), operata dalla Resistenza senza alcun aiuto da parte
degli anglo‐americani, bloccati più a sud.
Entro l’estate del 1944, la Toscana è libera: gli Alleati portano il
fronte sulla cosiddetta Linea Gotica, lungo l’Appennino tosco‐
emiliano, nuovo confine meridionale della Repubblica di Salò. L’Italia
nazi‐fascista nata nel 1943 si sta inesorabilmente restringendo.

Lo sbarco in Normandia

Mentre in Italia viene liberata Roma, al largo delle coste francesi si sta
predisponendo il grande attacco anglo‐americano pianificato a Teheran.
Viene scelto come obiettivo la Normandia: più insidiosa dal punto di
vista meteorologico, ma meno presidiata dai tedeschi.
Il 6 giugno 1944 inizia la più grandiosa operazione aeronavale di tutti i
tempi: al comando del generale americano Dwight Eisenhower, cinque
divisioni americane, due britanniche e tre canadesi (circa 200000
uomini) prendono terra su ottanta chilometri di spiaggia. Accolti da un
formidabile fuoco nemico, dopo un giorno di combattimenti
pesantissimi riescono a stabilire una testa di ponte. Lo scontro
prosegue per tutta l’estate, ma mentre i carri armati disponibili per gli
Alleati sono praticamente infiniti, le perdite tedesche sono sempre più
difficili da rimpiazzare. Infine il generale De Gaulle, leader della
Resistenza francese in Inghilterra, rientra in una Parigi liberata (24
agosto 1944), dove assume la carica di Presidente della Repubblica
Francese. Il Regime di Vichy è caduto quattro giorni prima, con la fuga di Pétain: la Francia
è libera.

La tragedia di Varsavia
Il 23 giugno 1944, anche l’Armata Rossa lancia una potente offensiva,
entrando nel cuore della Polonia. Con i sovietici in procinto di avvicinarsi
alla capitale, la Resistenza nazionalista polacca decide di precederli nella
liberazione della città dalle truppe tedesche: viene così organizzata la
rivolta di Varsavia (1 agosto ‐ 2 ottobre 1944).
L’intento dei partigiani polacchi è duplice. Dal punto di vista militare, gli
insorti si propongono di facilitare la penetrazione sovietica, costringendo
la Wehrmacht ad impegnare contro Varsavia una parte delle proprie
risorse. Dal punto di vista politico, inoltre, l’eventuale successo
dell’impresa costituirebbe un segnale fortissimo rivolto all’URSS: la
Polonia è in grado di lottare per la propria indipendenza e non subirà
passivamente le amputazioni territoriali stabilite a Teheran.
Stalin coglie il punto e, per sbarazzarsi di future opposizioni, ordina
all’Armata Rossa di non prestare alcun soccorso alla città. Infine, i ribelli
sono costretti alla resa: 200000 perdono la vita in combattimento,
mentre l’intera capitale, su espresso ordine di Hitler, viene rasa al suolo.
Comunque, l’esercito sovietico ha ormai sbaragliato la Wehrmacht: entro
la fine del 1944, la Polonia è in mano comunista.

«Operazione Valchiria»
All’indomani dello sbarco in Normandia e della penetrazione sovietica
in Polonia, la situazione per il Reich è ormai chiaramente disperata;
tra giugno e luglio, quando ormai è chiaro che Parigi sta per cadere in
mano Alleata, molti ufficiali vorrebbero la resa. Hitler è tuttavia sordo
ad ogni protesta: riponendo grandi speranze nelle armi segrete
appena messe a punto (gli aerei‐bomba V1, i missili esplosivi
radiocomandati V2 e i cannoni ad amplissima gittata V3), dà ordine di
resistere a oltranza, incurante delle vite inutilmente sacrificate.
La consapevolezza dell’imminente disfatta induce allora un gruppo di
generali, guidati dal colonnello Claus von Stauffenberg, a organizzare
un attentato contro il Führer: il 20 luglio 1944, una bomba esplode
nel quartier generale di Hitler, che tuttavia scampa per miracolo alla
morte. Il fallimento dell’impresa, detta in codice Operazione Valchiria,
scatena una feroce epurazione delle forze armate del Reich; i
responsabili vengono giustiziati e, da questo momento, per Hitler
chiunque manifesti la minima esitazione nell’eseguire i suoi ordini sarà
considerato colpevole di alto tradimento.

La rivelazione dell’orrore
Via via che gli eserciti anglo‐americani e sovietici avanzano da Ovest e
da Est, vengono scoperti i campi di concentramento e di sterminio,
dai quali le SS si ritirano man mano dopo aver cercato di uccidere o
trasferire più prigionieri possibile e aver fatto saltare le camere a gas e
gli archivi. Le prime fotografie di questi luoghi di orrore mostrano
montagne di cadaveri e figure allucinate di scheletri viventi.
Il 27 gennaio 1945 i russi entrano ad Auschwitz: questa data, ora
celebrata come Giornata della Memoria, è divenuta simbolo
dell’olocausto; eppure, non è ancora la libertà per un folto gruppo di
detenuti (circa 80000), che vengono evacuati pochi giorni prima e
costretti alla terribile marcia della morte, un tragitto a piedi di decine
di chilometri nella neve polacca alla volta di altri campi in Germania.
Fra i pochi sopravvissuti, infine raggiunti dalle truppe alleate nel
maggio del 1945, figura l’attuale senatrice Liliana Segre, deportata ad
Auschwitz a 13 anni con un convoglio partito il 30 gennaio 1944 dal
famigerato Binario 21 della Stazione Centrale Milano (situato sotto il
piano dei binari normalmente usati), ora Memoriale della Shoah.

Le decisioni di Jalta
L’approssimarsi del termine del conflitto rende sempre più pressante la
ricerca di un accordo tra le potenze vincitrici per il nuovo assetto
mondiale: occorre estendere e definire meglio quanto abbozzato a
Teheran. Così, Roosevelt, Churchill e Stalin si incontrano nuovamente nella Conferenza di
Jalta (4‐11 febbraio 1945).
Viene decisa la spartizione della Germania e di Berlino in quattro zone
d’occupazione (sovietica, americana, inglese e francese), la sua
smilitarizzazione e la sua deindustrializzazione. Si pianifica inoltre
l’intervento dell’URSS contro il Giappone: Stalin ribadisce l’impegno a ad
affiancare gli americani una volta sconfitto il Terzo Reich, ma come
tornaconto pretende ora la restituzione di tutti i territori persi nella
guerra russo‐giapponese del 1904‐05, nonché l’estensione della sfera
d’influenza sovietica sulla Manciuria. A Jalta iniziano così a profilarsi quelli che saranno i
nuovi equilibri mondiali all’indomani della guerra: in particolare si respira un clima di
diffidenza reciproca tra le democrazie occidentali e il comunismo
sovietico, il quale sta mostrando la propria forza militare e non fa mistero
delle proprie velleità espansionistiche.

Una prova di forza


La resistenza del Reich è ormai uno stillicidio suicida, che però sta
costando ancora migliaia di vite su tutti gli schieramenti. La stessa cosa
vale per il fronte asiatico, dove i giapponesi, pur consci di non poter
tener testa alle inesauribili risorse militari statunitensi, resistono
tenacemente. Negli ultimi mesi del 1944, il Giappone è giunto persino a
utilizzare la folle tattica dei kamikaze, piloti che si schiantano con i loro
aerei sulle navi nemiche: la strategia, adottata al fine di destabilizzare psicologicamente gli
americani, fa però sì che le forze nipponiche si privino da sole di numerosi piloti esperti,
difficili da rimpiazzare. All’inizio del 1945, gli Alleati sono decisi a sferrare una prova di forza
definitiva: la guerra deve finire, costi quel che costi. I bombardamenti sul
Reich e sul Giappone si intensificano senza alcun riguardo per i civili, anzi
al preciso scopo di colpire la popolazione per indurre i Paesi alla resa.
Nella notte del 13 febbraio 1945, la città di Dresda viene rasa al suolo da
una raffica di bombe, per un totale di circa 200000 morti; l’8 marzo, una
incursione su Tockyo fa 83000 vittime. Alla morte di Roosevelt, in aprile,
il nuovo Presidente Harry Truman è ancora più determinato: è ormai
pronta l’arma nucleare; si potrebbe pensare di sperimentarla...

La fine del Duce


In Italia, gli Alleati iniziano la loro ultima e decisiva offensiva all’inizio
dell’aprile 1945. Dopo le prime sconfitte tedesche, che vedono lo
sfondamento della Linea Gotica, in tutte le principali città dell’Italia
settentrionale scatta l’insurrezione popolare diretta dal CLNAI, che il 25 aprile, a Milano,
assume i pieni poteri «in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo italiano»:
questa giornata sarà d’ora in avanti celebrata come il Giorno della Liberazione.
Mussolini, insieme all’amante Claretta Petacci, tenta la fuga in Svizzera, ma viene
riconosciuto ed arrestato. Assumendo a giustificazione l’urgenza del momento, il CLNAI
decide per la condanna a morte di entrambi senza processo: la sentenza viene eseguita per
fucilazione il 28 aprile 1945. I corpi di Mussolini e della Petacci vengono appesi a testa in giù
a Milano, in Piazza Loreto(luogo dell’esecuzione, pochi mesi prima, di un gruppo di
partigiani). Esposti al furore della folla insieme ai cadaveri di altri gerarchi fascisti
giustiziati, saranno oggetto della più spietata brutalizzazione. Il 2 maggio 1945, le truppe
tedesche si arrendono.

La fine del Führer


Entro l’aprile 1945, gli eserciti anglo‐americano e sovietico sono ormai entrati in Germania e
convergono verso Berlino. Chiuso nel suo Führerbunker, Hitler perde il controllo della
situazione. Non solo continua a dirigere reparti aerei e divisioni corazzate ormai
inesistenti, ma arriva ad emanare il terribile Decreto Nerone: sentendosi tradito dal popolo
tedesco, dimostratosi indegno dell’impresa a cui lui l’ha votato, ne comanda la completa
distruzione, per non far cadere nulla di valore in mano al nemico. Il Ministro degli
Armamenti Albert Speer, incaricato di diramare l’ordine, ne omette
deliberatamente l’esecuzione. Il 30 aprile 1945, mentre infuria la battaglia nel pressi del
Reichstag, Hitler si toglie la vita insieme all’amante Eva Braun, sposata il giorno
prima: la donna ingoia una capsula di cianuro (che il Führer, subito
prima, somministra al proprio cane Blondi per verificarne l’efficacia); lui, invece, si spara un
colpo di pistola alla tempia. Subito dopo, Berlino cade in mano sovietica. L’8 maggio 1945, il
Reich firma la resa: in Europa, la guerra è finita.

L’assetto di Potsdam
All’indomani della resa tedesca, i tre Paesi vincitori di rivedono nella
Conferenza di Potsdam (17 luglio ‐ 2 agosto 1945). Questa volta, Stalin
ha come interlocutori il nuovo Presidente americano Truman e il
Premier inglese Clement Attlee, subentrato a Churchill.
Senza più un nemico comune da combattere, le tre potenze devono
delineare i rispettivi rapporti di forza. L’URSS è un colosso temibile e non ha difficoltà a far
valere le sue prime rivendicazioni: mantenimento di Estonia, Lettonia e Lituania e
annessione di una parte dei territori polacchi e tedeschi, nonché del porto di Königsberg
(ribattezzata Kaliningrad), che finalmente le offre uno sbocco sul Mar Baltico libero
dai ghiacci per tutto l’inverno. Stalin accetta inoltre di ritirarsi da Vienna (strappata ai
tedeschi nell’aprile 1945) e di spartire Berlino con gli anglo‐americani, ma in cambio non
vuole interferenze nei territori orientali: qui l’Armata Rossa continua ad avanzare, favorendo
ovunque l’ascesa dei partiti comunisti; entro la fine del 1945 ben sette Stati dell’Europa
dell’Est sono nell’orbita sovietica: Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria,
Albania e la Jugoslavia di Tito.

La fine del conflitto


Comunque, la guerra non è finita: deciso a evitare a tutti i costi la resa
incondizionata, il Giappone non cede, nella speranza di poter strappare
un negoziato. Si è ormai dovuto ritirare dalla Cina e ha perso le isole di
Iwo Jima e Okinawa (marzo‐giugno 1945), tuttavia resiste. Così, mentre osservano con
preoccupazione l’URSS allargarsi in Europa, gli Stati Uniti sono costretti a impegnare ancora
uomini e mezzi sul fronte nipponico. Peraltro Stalin, fedele agli impegni di Jalta, inizia ad
invadere la Manciuria; ciò è d’aiuto agli USA, ma significa che l’URSS dovrà avere
voce in capitolo anche nella spartizione dell’Estremo Oriente. Truman rompe infine gli indugi.
Si servirà del nucleare per sferrare il colpo di grazia al Giappone, ma anche per intimidire
Stalin: l’URSS è indubbiamente forte, ma l’arma più potente del mondo è in mano USA.
La prima bomba atomica viene sganciata sulla città di Hiroshima la
mattina del 6 agosto 1945: 80000 persone vengono letteralmente
dissolte; altre migliaia moriranno nei giorni seguenti per gli effetti delle
ustioni radioattive. Il 9 agosto tocca a Nagasaki (40000 morti istantanee).
Il Giappone firma la resa: è il 2 settembre 1945. La Seconda Guerra
Mondiale è terminata. In sei anni, il mondo ha perso 70 milioni di vite.

L’eredità della guerra


Quello che riemerge dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale è un
mondo devastato, materialmente e moralmente. Forse per la prima
volta, l’umanità ha guardato davvero nell’abisso delle proprie capacità
distruttive. I campi di sterminio nazisti non hanno alcun precedente
storico equiparabile, tanto che si rende necessario elaborare categorie
giuridiche nuove: crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini
contro l’umanità. Saranno proprio queste le tre imputazioni formulate
nel Processo di Norimberga (20 novembre 1945 ‐ 1 ottobre 1946),
istituito dalle potenze vincitrici contro i gerarchi nazisti e concluso con 10
condanne a morte (fra cui quella di Göring, che però si suiciderà prima
dell’esecuzione), tre assoluzioni e svariate pene detentive. L’arma nucleare pure è priva di
qualunque termine di confronto e lascia un disperato senso di precarietà: un semplice
bottone, premuto chissà dove, può cancellare interi pezzi del pianeta con agghiacciante
freddezza. In più, il tessuto sociale è lacerato ovunque la guerra sia passata. In Italia, il
reciproco rancore tra partigiani e collaborazionisti genererà a lungo strascichi di violenza
che, in qualche caso, riemergono ancora oggi.

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