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sabato 21 ottobre 2006

| Secolo dItalia

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zioni e portati psichici. Non posso che essere daccordo con questa impostazione di Gnerre, tanto pi che, per aprire uninteressante parentesi, i risultati da lui raggiunti sono in qualche modo vicini allanalisi estetico-filosofica della musica contemporanea in un mio libro di qualche anno fa, Stasera dirige Nietzsche. La musica tra filosofia e politica . In effetti, la figura del musicista seriale coincide perfettamente con quella dellutopista, essendo accomunate dalla stessa matrice intellettualistica, gnostica, meccanicistica, addirittura masochistica. Molti altri fecondi e calzanti parallelismi sarebbero possibili tra questi due mondi apparentemente distanti, quello della musica e quello della politica, ma tale discorso ci svierebbe. Ritornando allutopista di Gnerre, questi chi rifiuta il reale a priori, e lo nega nellincapacit di correggerlo, cadendo in una sorta di delirio di potenza. Non sorprende allora che il bersaglio polemico principale dello studioso delle religioni sia proprio latteggiamento prometeico, iperrazionale, essenzialmente antiumano. qui che sinserisce il valore dellesperienza cristiana, la quale richiama alle idee di fallibilit, di peccato, di limite, e a quella di perfezione solo come irraggiungibile sprone (la santit). Queste caratteristiche conducono necessariamente a un realismo politico che mette al riparo da ogni utopia. Gnerre mostra poi che lutopia cresce dove forte lidea di necessit assoluta, dove non vi spazio n per limponderabilit, n per la libert, n per la volont, concetti che sono appunto cardini del pensiero cristiano. Possiamo riassumere tutte queste caratteristiche positive nella cristiana concezione creaturale delluomo, che colora questultimo di unumilt che, appunto, fa a pugni con lutopia. Sin qui, ed moltissimo, non si pu che essere daccordo con Gnerre. I motivi di divergenza sono essenzialmente solo due. Il primo linterpretazione del pensiero di Nietzsche, che per Gnerre rimane il campione del nichilismo e della filosofia col martello, non rilevando adeguatamente la parte fondazionale del filosofo tedesco, quella sottolineata ad esempio da Robert Reininger e evidentissima soprattutto in Aurora. Linterpretazione dellautore senzaltro pi genuina di quella dei postmoderni, impegnati in incredibili opere di manipolazione, ma sembra eccessivamente sbrigativa, forse a causa dellinequivocabile ostilit nietzschiana al cristianesimo. Il secondo motivo di divergenza, strettamente connesso al primo, la mancanza di unattenzione quantitativa per il concetto di utopia: chi stabilisce cosa umano e possibile e quindi non utopico, a partire dalla misura della volizione? Un esempio: sentiamo spesso dire che una civilt non preda del meticciato, che si conserva fiera delle sue radici, della sua cultura, del suo aspetto, oggi pura utopia. Sentiamo dire cio che non c scampo alla multiculturalit, allomologazione o alla forzata convivenza. In questo caso cosa o quanto utopia? Cosa o quanto realismo? Nella critica allutopia deve essere salvata allora la sua enorme spinta ideale, che tuttuno con la creativit. Davvero luomo libero di farsi come vuole e il suo limite una sacralit che pu anche non coincidere con una religiosit concretizzata. Questo insegnamento ancora inascoltato di Nietzsche, il dovere-piacere di crearci da noi i nostri valori, non pu essere buttato con la critica allutopia come il bambino con i panni sporchi. Se la chiave di questo salvataggio unoperazione di giudizio e creazione estetici, allora occorre il coraggio di dire che infinitamente pi bello un qualsiasi anelito ideale, magico, strampalato, irriguardoso, rispetto ad un tirare a campare tutto democristiano. Per rimanere nel panorama cristiano, Unamuno docet.

Utopia, rovinosa tentazione


In un saggio di Corrado Gnerre la radiografia dellideologismo nel 900
Una sfilata a Mosca al tempo dellUrss. In basso: Eric Voegelin

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MATTEO SIMONETTI
cco unaltra pubblicazione interessante da parte della Solfanelli. La serie di brevi saggi della casa editrice - che pubblica autori legati al mondo del conservatorismo come Joseph De Maistre o Giuliano Ferrara, ma anche postmarxisti poco allineati, come Franco Ferrarotti - si da poco arricchita del libro Le radici dellutopia di Corrado Gnerre. Lautore senzaltro uno dei maggiori conoscitori dellargomento in questione, visto che insegna addirittura Storia dellutopia presso lUniversit Europea di Roma. Curiosando un po tra le pubblicazioni e la biografia di Gnerre, si scopre come questa attenzione per lutopia, o meglio, per la critica allutopia, si sposi ad una militanza cristiana che si concretizza in approfondite indagini sia storiche che filosofiche. Oltre a questa cattedra politica infatti, Gnerre occupa quella di Storia delle Religioni preso lUniversit Teologica dellItalia Meridionale. Il tema centrale di questo suo ultimo libro , quasi di conseguenza, la dimostrazione di come il pensiero cristiano si proponga quale naturale antidoto al morbo dellutopia, contrapponendosi ad esso sin dalle fondamenta. Gnerre individua una vera e propria genealogia dellutopia per poi soffermarsi su quanto grande sia la distanza con il cristianesimo. Prima di addentrarci nel contenuto del libro, sar importante precisare che lautore maggiormente citato da Gnerre, vero faro che illumina linsieme delle pagine, Eric Voegelin, e che anche Mircea Eliade, il grande studioso rumeno delle religioni, ha una certa importanza come

punto di riferimento. Le due grandi figure sono in compagnia di una coppia di pensatori pi recenti: Augusto del Noce e Massimo Introvigne. Politicamente ci troviamo allora in una regione abbastanza identificabile, soprattutto tenendo conto che ad essere citati come propri antagonisti intellettuali sono Karl Marx e tutta lallegra compagnia di illuministi e enciclopedisti. Il discorso di Gnerre si snoda attraverso brevi e puntuali paragrafi, che rispondono a precise questioni e consentono una lettura chiara, agevole e piacevole. Gnerre si presenta sin dalla premessa come pensatore antimoderno nella pi felice delle accezioni del termine: Lutopia esiste da quando esiste luomo, ma da un punto di vista della storia del pensiero, una risposta si pu abbozzare. Lidea di utopia trova il suo terreno fertile nellidea stessa di modernit. Ad essere sottolineato quel carattere resistenziale del cristianesimo che oggi apprezzato come forse unica arma possibile, anche dalle schiere dei cosiddetti atei devoti, da contrapporre allo strapotere della tecnica che trascende luomo e dal suo corrispettivo filosofico che il nichilismo. In effetti, la contrapposizione con lumano forse la pi importante delle caratteristiche che Gnerre assegna allutopia. Se non la pi importante, per questa la prima, in senso cronologico, delle radici che Gnerre individua. Accanto ad essa troviamo: unidea di storia contro limponderabilit e lazione; unidea di tempo contro leterno e loccasione; unidea di esistenza contro il desiderio. Quella che ne emerge unutopia che non tanto occasione politica, sociologica, momento storico, quanto sostrato esistenziale, visione del mondo, addirittura coagulo di sensa-

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il cristianesimo lantidoto al delirio di onnipotenza degli ingegneri sociali. La critica di Eric Voegelin. Non dobbiamo per trascurare linsegnamento di Nietzsche

Lettera aperta a Sergio Luzzatto

Caro prof, perch i ragazzi di Sal non hanno diritto alla memoria?
MARIO BERNARDI GUARDI
aro professore, ci capit di vederla una volta in tv, impegnato in un dibattito con Giampaolo Pansa e notammo in lei, pure cos giovane (o forse proprio perch cos giovane), una robusta corazza di adamantina sicumera, di presuntuosa intolleranza, di sovrano sprezzo nei confronti di chi non la pensa come Lei. La vogliamo dire in altri termini? Aveva laria del bambino cattivo, che la mattina anzich far colazione col caffellatte, si ingozza di veleno e poi lo sputacchia da tutte le parti. Ci venne fatto di pensare: questo tipo insegna Storia Moderna allUniversit di Torino, chiss come saranno obiettive le sue lezioni, chiss che rispetto avr per le idee dei suoi

studenti, chiss che cosa gli insegner a proposito del fascismo, della Rsi, della Resistenza... Come presenter gli altri ai suoi ventenni desiderosi di sapere? Gi, gli altri. Quelli che sessantanni fa scelsero e lottarono dalla parte sbagliata. Ora, caro prof, lasci stare il taglio divulgativo e limpianto narrativo dei libri di Pansa cui Lei, illustre accademico, guarda con altezzoso disdegno. Ma Lei ci crede alla storia, ai documenti, alla critica, al dibattito, al confronto, al rispetto per linterlocutore, al comune impegno nella ricerca della verit? Noi crediamo di no. E crediamo anche che la faziosit la renda livido anzich no. Ci sono dei precedenti che ce lo confermano. Nel 2000, il prof Roberto Vivarelli che, se non

andiamo errati, fu Suo insegnante alla Scuola Normale di Pisa pubblica per Il Mulino uno scarno libretto, La fine di una stagione, dove racconta le sue avventure di ragazzino volontario a Sal. Vivarelli antifascista da sessantanni, ma scrive che se si ritrovasse in quelle circostanze, tra le rovine di quellItalia tradita e divisa, lui, educato a certi valori e figlio di un morto ammazzato (dai partigiani jugoslavi, nel 1942) rifarebbe la stessa scelta. Una testimonianza abominevole? Evidentemente, per Lei cos: robaccia che resta sullo stomaco e grida vendetta, tremenda vendetta. Tanto vero che il 6 settembre 2004, sul Corriere della Sera, in una anticipazione del Suo pamphlet La crisi dellantifascismo (Einaudi), Lei bacchett duramente il prof Viva-

relli, colpevole, a dispetto del suo antifascismo successivo, di giudicare il suo fascismo giovanile (...) non soltanto una cosa naturale, ma una cosa buona e giusta. Una affermazione grave, vero prof Luzzatto? Pi grave ancora il fatto che alluscita del memoriale di Vivarelli i cantori nostrani della memoria condivisa si erano affrettati a salutarlo come un piccolo vangelo del verbo post-antifascista. Tutti da ghigliottinare. In primis, Roberto Vivarelli. E perch? Perch onestamente ci spiega la sua scelta di tredicenne, dicendoci che altro non avrebbe potuto fare, con i valori che gli erano stati trasmessi in famiglia? Come mai, prof Luzzatto, tanto accanimento contro ragazzini che avevano respirato Patria, Fascismo e Valori e si ribellavano allo sfascio sotto

le insegne del Fascio (repubblicano)? Avr la bont di risponderci? Spiegandoci anche il motivo per cui rispolver la faccenda del Vivarelli ex-ragazzino di Sal non pentito, per fare a pezzi, sul Corriere della Sera (14 maggio 2005) un suo libro sullIlluminismo (I caratteri dellet contemporanea, Il Mulino). Uno che a proposito delle scelte di quegli anni ha detto ora sono antifascista, ma tornando indietro sceglierei unaltra volta Sal, ha diritto di cittadinanza tra gli studiosi di rango? No, di qualunque argomento parli, reca impresso il marchio dellappestato. Prof Luzzatto, gente come Pansa e Vivarelli ha diritto di pubblicare dei libri? E la cultura antifascista ha il diritto e il dovere di chiedere che siano mandati al rogo, secondo lo stile nazi?