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Secolo d'Italia

I ee &I magini d m
I FA presto a dire ritorno delle religioni. Ma che cosa ritorna effettivamente? Il sociologo Arnaldo Nesti fornisce nel volume appena pubblicato per Edizioni Polistampa, un quadro chiaro e completo della distribuzione e della consistenza delle maggiori religioni nel mondo. Il libro, che si avvale di statistiche aggiornatissime e riporta numerosi grafici e tabelle, un valido strumento per orientarsi nelle mille articolazioni della religiosit contemporanea. Per una mappa delle religioni mondiali sar presentato per la prima volta al pubblico e alla stampa luned alla Libreria MelBookstore di Firenze. Ho scritto questo libro spiega il Arnaldo Nesti perch volevo mettere in risalto come le religioni rappresentino in tutto il mondo una presenza importante anche se tutte quante, nessuna esclusa, stanno vivendo una profonda crisi di identit. Allo

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Venerd 10 giugno 2005

BREVIARIO
Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce
BLAISE PASCAL

FILO DI NOTA

Descrivendo la nuova geografia delle religioni


stesso tempo, al di fuori delle religioni storiche, oggi si assiste ad un fenomeno di religiosit il cui nome ancora da definire: un religioso senza nome, si direbbe. Il volume prosegue Nesti traccia una mappa di questa situazione mettendo in risalto le differenti fisionomie dei fenomeni religiosi nei diversi paesi. Gli Usa, per esempio, sono da considerarsi reli-

giosissimi ma, per certi versi, non lo sono affatto. In Russia, com' noto, la religiosit molto importante ma non facile da cogliere nella sua vera essenza. Un discorso simile meritano anche Brasile, Australia, Giappone, ognuno con le proprie specificit. Questa ricognizione del fenomeno religioso nelle varie parti del mondo appunto ci che ho tentato di fare in questo libro. Insomma, un bel guazzabuglio. Per, alla fine bisogner pur orientarsi. Il criterio base sfugge comunque allanalisi sociologica, che considera i grandi numeri e le adesioni formali di chi si dichiara credente. La religione infatti inseparabile dallidea di verit. Se facciamo il supermarket della religione personalizzata, quello dei fedeli sar solo il popolo dei figli di un dio molto, molto minore.
IL SORVEGLIANTE

Ritratto di un filosofo eterodosso, in bilico tra modernit e tradizione, a 50 anni dalla morte

Ortega y Gasset, lanarco-conservatore


MATTEO SIMONETTI

OS Ortega y Gasset, di cui questanno ricorre il cinquantenario della morte, non un pensatore facilmente catalogabile, n filosoficamente n, dunque, politicamente. Egli certamente un critico spietato del modernismo e del progressismo, come si evince dalla denuncia dei loro nefasti effetti sociali, ossia lo strapotere delluomo della massa come tipologia psicologica, ma le sue posizioni sono sempre complesse, articolate, estremamente soggettive. In questo senso credo che Ortega rappresenti, nella sua eterodossia, lanimo tipico del pensatore di destra, che conservatore ma anche rivoluzionario quando, nel rivolgimento ciclico delle visioni del mondo, la tradizione soccombe, e che, soprattutto, non rinuncia mai alla sua singolarit, come insegna laltro grande filosofo spagnolo, Miguel de Unamuno. Per comprendere queste peculiarit, si rifletta ad esempio sulla personalit di Filippo Tommaso Marinetti: nella sua lotta allo strapotere della razionalit, nel suo recupero dellistinto e della sensazione, nel suo vitalismo sprezzante e agonistico, non difficile riconoscere nel suo movimento alcuni caratteri della grande scuola della tradizione. Se per si guarda alla fiducia nella tecnica, o meglio, alla possibilit di usarla antiutilitaristicamente, allo sprezzo per il passato non si pu che constatare uno sguardo appassionato verso la modernit e le sue meraviglie. Allo stesso modo, in Ortega, una specie di ottimismo spinge a un accoglimento del nuovo, nella convinzione che ci sia ancora possibilit di manovra per luomo moderno di stampo occidentale. Certo, non bisogna dimenticare per che questottimismo dello spagnolo possibile solo in quanto si rivolge ad unelite, una minoranza, un gruppo di uomini privilegiati. La possibilit di cambiamento, infatti, non risiede affatto nel ribellismo qualunquista delle masse e della giovent, che Ortega condanna anche in La missione dellUniversit, ma nellazione politica di tali elites come guide illuminate. Dal punto di vista dellestetica, che sempre fortemente intrecciata alletica ogni qualvolta questultima si propone un rinnovamento, questa posizione apparentemente bifronte esemplificata in un importante testo, scritto esattamente ottantanni fa, ma ancora molto attuale: La disumanizzazione dellarte. In esso Ortega prende posizione di fronte alla comparsa delle avanguardie artistiche, sottolineandone il lato positivo connesso alla impopolarit, al loro essere espressione di una minoranza. Lopposizione allarte ottocentesca, ormai compromessa col gusto estetico delle moltitudini ed incapace di uscire dalla decrepita formalit del realismo romantico, gi un punto a favore dellavanguardia. La massa, come noto, comprende, per Ortega, oltre al proletariato industriale e contadino, anche la borghesia spagnola, non aggiornata al nuovo sentire europeo. Cos si esprime il filosofo: Larte giovane, al suo solo apparire, costringe il buon borghese a sentirsi come realmente : [] incapace di sentimenti artistici, cieco e sordo ad ogni bellezza pura. Qui, ancora una volta, si nota fortemente la parentela con la poetica futurista. A un lettore attento, per, salta subito agli occhi quel bellezza pura del periodo appena citato. Quanto il pensiero di Ortega sullavanguardia pu applicarsi allaspetto matematico, iperrazionale, astrattista, di questultima? Gi solo il parlare di bellezza indica uno scenario ben preciso, quello in cui contano ancora il gusto, lappagamento dellesperienza estetica come la intender Jauss, lattenzione al godimento, insomma. Non certo il mondo di Adorno e della sua arte brutta ma vera, del suo impegno sociale, della denuncia, nel

Il filosofo spagnolo Ortega y Gasset

La sua riflessione oscilla tra lentusiasmo verso il nuovo e i valori del passato. Una posizione apparentemente bifronte, esemplificata in un importante scritto di 80 anni fa ma ancora attuale: La disumanizzazione dellarte. Vi era lapprezzamento per la nuova estetica delle avanguardie ma il rifiuto di ogni banalizzazione realizzata in suo nome
quale la bellezza era quasi sinonimo di colpa, faciloneria, irresponsabilit! Ortega avverte chiaramente la necessit di un cambiamento, e sente il tedio datogli da unarte ormai consumata come quella romantica e realista, unarte che egli stesso identifica con la pura cosmesi dei corpi e delle idee, ma non ha ancora idea di quali vette di ascetico distacco dal mondo lavanguardia sar capace, con il suo intellettualismo e la sua autoreferenzialit. Il solo fatto che lavanguardia si qualifichi come minoranza, lo induce allerrore, un errore

tanto pi evidente oggi, che quella minoranza non elite impostasi con il valore, ma si rivelata una castarella dalle movenze trite, ormai fagocitata dai meccanismi imposti dalla massa. Questa fase del pensiero di Ortega, che precede di qualche anno lopera La ribellione delle masse, ancora intrisa dello spirito della filosofia col martello di Nietzsche, per la quale limperativo liberarsi, tramite scienza e modernizzazione, dal peso di unumanit decadente. E questo niccianesimo espresso proprio da Ortega con le parole progressiva eliminazione degli elementi umani, troppo umani, dominanti nella produzione romantica e naturalista. Lentusiasmo di Ortega per lavanguardia lo spinge a redigere uno statuto in cui sono evidenziati, quali punti fondamentali della nuova opera darte, lesclusione delle forme vive, lart pour lart, larte come mero gioco, la mancanza di elevatezza. Egli sembra aderirvi pienamente, e per noi si tratta di un colpo che stordisce. Ma se andiamo a leggere in profondit, scopriamo che il filosofo spagnolo parla ancora di unopera che una copia del naturale che tuttavia conservi una propria autonomia e dellutilizzo della metafora come strumento poetico principale. Il riferimento a Pirandello e ai suoi sei personaggi in cerca dautore illumina ancor di pi la via della comprensione: non si tratta di unavanguardia estrema, ma di unarte innovativa che si mantiene ancora nel solco della comprensibilit, che si rivolge a un pubblico, che tiene alla comprensibilit e al messaggio. Nella conclusione dello scritto, finalmente, Ortega dissipa le nubi in cui eravamo incappati e dalle quali tentavamo di uscire leggendo tra le righe. Egli stigmatizza con forza la natura esclusivamente negativa dellarte davanguardia: Aggredire larte passata in maniera cos generale significa rivolgersi contro larte in s [] Forse che sotto la maschera dellamore per larte pura si nasconde odio nei suoi confronti? Lodio per larte non pu sorgere se non dove domina lodio per la scienza, per lo Stato, per lintera cultura. O ancora: Invece di deridere qualcuno o qualcosa larte nuova ridicolizza larte. La critica di Ortega diviene poi ancor pi serrata, coinvolgendo anche la banalit dellarte, vero volto della sua sbandierata leggerezza, della sua ironia. proprio lironia a dare ad essa una nuova tinta monotona, tale da stancare il paziente. La conclusione dello spagnolo che larte davanguardia non ha prodotto sinora niente di valido. Finalmente laspetto propositivo del filosofo si fa avanti, almeno sotto forma di esigenza non realizzata: Alle obiezioni [verso lavanguardia] bisognerebbe aggiungere unaltra cosa: linsinuazione di un altro cammino verso larte che non sia questo disumanizzante e non reiteri le vie usate ed abusate. Al termine della rilettura del libro - ricordiamo che si tratta di unedizione del 1998 del Settimo Sigillo - ci si chiede se, nel saggio introduttivo, il critico Luis De Llera abbia davvero compreso laspetto critico dello scritto orteghiano. Sembra infatti che venga tratteggiata unimmagine del filosofo spagnolo del tutto entusiasta della poetica dellavanguardia. Concludendo, resta vivamente impressa nella mente questa figura di un filosofo colpito dal Tdium Artis, che non riesce per a scorgere il rimedio al suo malanno. Questa incapacit rappresenta il suo aspetto pi attuale, visto che, dopo ottantanni, di questo male non siamo ancora venuti a capo.