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RELAZIONE SCRITTA DI FILOSOFIA

"ALCUNE QUESTIONI DI FILOSOFIA MORALE" di HANNAH ARENDT

Alcune questioni di filosofia morale nasce dall' esigenza della docente e filosofa Hannah Arendt di chiarire
le numerose controversie nate, a met degli anni sessanta, durante i processi ai criminali della seconda guerra
mondiale.
Quel che ne deriva un orientamento etico-filosofico, appunto su alcune questioni di filosofia morale, e
un'analisi approfondita sui comportamenti umani.
Data la chiarezza espositiva e il carattere didascalico, l'opera non poteva che iniziare con una definizione di
etica e morale, due termini che la Arendt usa indistintamente e che delinea subito in un modo in cui non siamo
abituati a pensare.
Le questioni morali infatti sono regole, che riguardano la condotta e il comportamento dell'individuo, usate per
distinguere il bene dal male e giudicare gli altri e se stessi, che sono sempre state considerate valide ed evidenti
da tutti i membri di una societ.
La storia pi recente per dimostra che stato possibile cambiare, con facilit e in pochissimo tempo, un'intera
tavola di valori con un'altra.
Ed ecco allora che sfumano duemila anni di filosofia, letteratura e religione trascorsi ad analizzare e dare
definizioni su1l'etica e la morale poich si scopre che il tutto riconducibile a semplici usi e costumi, abitudini
transitorie e modificabili, come del resto indica il significato etimologico di mores.
Cos i valori, le virt, i principi su cui si basa una societ non sono che volubili visioni delle cose e qualsiasi
comportamento pu esserne legittimato, persino se si mette a repentaglio l'esistenza stessa del genere umano.
Quello che accadde infatti nella Germania nazista di Hitler comp una vera e propria rivoluzione avendo, dal
punto di vista sociale, sviluppi assai radicali.
Questo non solo per quanto riguarda i campi di concentramento creati e gestiti da un gruppo di persone, ma
soprattutto per la collaborazione pressoch scontata di ogni strato della societ tedesca.
I criminali e i malvagi che commettono intenzionalmente il male, infatti, sono sempre esistiti, ma qui si tratta
di persone normali spinte dall' obbedienza e dal conformismo.
Non si trattato di rinnegare la propria coscienza, la coscienza che cambiata in contenuti e linguaggi
arrivando addirittura a creare un nuovo sistema giuridico coerente con essi.
Il vero problema infatti non consiste nell'esistenza dei nazisti, ma in tutti quanti si allinearono senza essere
pienamente convinti delle proprie azioni.
Fu la gente ordinaria a segnare la differenza, per questo Hannah Arendt parla di banalit del male, conferendo
al male una dimensione comune e normale.
Nel testo infatti si trova l'avvio alla riflessione sul male banale, complementare a quella sul male radicale, che
si contrappone alle tradizionali concezioni teologiche e metafisiche del male.
Secondo la Arendt per il collasso etico di un'intera societ e il problema morale che ne consegue caduto nel
dimenticatoio dopo solo due decenni e lo si sostituito con qualcosa di cui ancora pi difficile parlare e dare
una classificazione: l'orrore.
L'umanit non potr mai perdonare questo crimine il cui peso diventer sempre maggiore con il trascorrere
degli anni non solo per il vergognoso ritardo della Germania di Adenauer nel condannare i suoi assassini, ma
soprattutto per l'incapacit, anche al di l dei confini tedeschi, di domare questo passato.
L'orrore ha fatto cadere il tutto nell'indicibilit, ha sminuito la lezione morale e una seria rivisitazione della
questione giuridica.
Questi assassini infatti non furono definiti in modo diverso dai comuni delinquenti e avvenimenti tanto pesanti
finirono per essere raccontati in modo sentimentalistico, svilendo cos l'accaduto.
Lorrore indicibile non permette di apprendere pi di quanto non pu essere comunicato direttamente e ci
ben diverso da quello che dovrebbe invece regnare: il disgusto per un'esperienza di comportamenti passibili di
normale giudizio di carattere etico e morale.
Fortunatamente negli ultimi anni la questione morale riaffiorata soprattutto grazie ai processi postbellici
contro i criminali di guerra che pongono il problema di quale sia la porzione di colpa e di responsabilit di
quanti non rientrano nella categoria dei criminali, ma hanno comunque svolto un ruolo nel regime o sono
rimasti in silenzio pur avendo la possibilit di denunciare ci che stava accadendo.
Le questioni morali sono state al centro di questi processi, ma vennero travisate quotidianamente anche per la
generale tendenza a schierarsi dalla parte dell'imputato.
La Arendt trae cosi la sua conclusione: nessuno pi legittimato a pensare che tutto sia ovvio in materia di
condotta morale.
Infatti si era sempre stati abituati a pensare che la legge morale fosse 1'espressione di una legge positiva a cui
si doveva obbedire, dando per scontata l'esistenza di una coscienza morale che andava oltre le leggi in vigore e
la voce degli altri. Una voce che chiunque sano di mente portava dentro di s e che indicava se una cosa era
giusta o sbagliata.
Ormai oggi il termine coscienza non designa pi come in origine la facolt di conoscere e distinguere il bene
dal male, ma la facolt grazie la quale noi conosciamo e siamo consapevoli di noi stessi.
Hannah Arendt sostiene che il motivo per cui la filosofia morale, pur occupandosi delle questioni pi
importanti, non ha mai ricevuto un nome adeguato ai suoi scopi si deve forse al fatto che i filosofi non l'hanno
mai concepita come un settore a parte della filosofia.
L'autrice pensa infatti che si tratti di un requisito prefilosofico della filosofia implicito nel silenzioso dialogo
fra s e s, cio il pensiero.
Il pensare, cos come ricordare e pentirsi, sono azioni molto importanti e fare il male implica il deterioramento
di tali capacit che ci fanno andare in profondit, mettere radici e acquisire stabilit in questo mondo.
I peggiori malfattori infatti sono coloro che non ricordano, perch non hanno mai pensato, e di conseguenza
sono pronti e predisposti a compiere qualsiasi atto una volta travolti dallo Zeitgesteit, lo spirito del tempo, o
semplicemente dalla tentazione.
Il peggior male non quello radicale, ma quello senza radici. poich non conosce limiti; infatti questo male
banale pu raggiungere vertici impensabili.
La morale quindi deve concerne l'individuo nella sua singolarit e dipendere da ci che lui decide di fare e non
dagli usi e costumi che si trova a condividere con chi gli sta vicino, n da un comandamento di origine divina o
umana. In altre parole una persona non pu fare certe cose non per altre ragioni se non perch non riuscirebbe
pi a vivere con se stesso.
Quando la scrittrice parla di solitudine intende proprio questo essere con se stessi!, non nel senso di essere
soli o isolati, ma due-in-uno , di avere cio costante la compagnia del proprio io.
E' solo nella solitudine che esiste il riferimento all'io come canone ultimo della condotta morale, ci a cui tutti
dovrebbero fare riferimento nei momenti di vera emergenza dato che le convenzioni, le regole, le leggi e gli
standard con cui viviamo ogni giorno non enunciano le nonne morali essenziali su cui tutti gli uomini devono
concordare.
Perdere la solitudine significa perdere l'io che costituisce la persona e quei limiti che ci fanno prendere posto
nel mondo.
Si torna poi al problema della coscienza che solitamente viene e ritenuta un modo di sentire che va al di l
della ragione e dell'argomentazione.
L'esistenza di questo sentimento stata dimostrata, ma esso non un indice affidabile, perch non un indice
di moralit, ma solo di conformit o meno. La coscienza quindi una realt, ma come se potesse solo dire
non posso o non voglio.
Infatti la mente non si muove finch non vuole essere mossa (Agostino - De libero arbitrio 3.1.2) ed ecco
che allora subentra la volont, l'arbitro tra la ragione e il desiderio, che implica la libert come problema
filosofico.
Ci sono per anche situazioni in cui l'io ha una certa volont ma non riesce a seguirla, si tratta del io voglio
ma non posso, dell'impotenza della volont., ed nel momento di passare all'atto che si scopre la frattura della
volont: l'io voglio e l'io posso non sono la stessa cosa.
La volont infatti come divisa in due parti che lottano fra loro con conseguente ritorno alla questione della
libert.
Sorge poi anche la questione di come evitare il male, criterio di per s altamente soggettivo.
Ci si rif al giudizio, l'arbitro tra il bene e il male,il vero e il falso e la Arendt parla di pensieri esemplari
presenti nel giudizio quando non possibile ricondurre il particolare nel generale.
Rifacendosi al senso comune di Kant, l'esempio viene visto come la costruzione schematica che permette
l'identificazione e fornisce anche indicazioni sulla differenza qualitativa ..
Il testo termina con alcune riflessioni sulla felicit e si sofferma sull'importanza della scelta dei propri esempi e
della propria compagnia.
L'indifferenza nei confronti di chi ci accanto e la tendenza a non voler giudicare affatto, invece, costituisce un
enorme pericolo sia da un punto di vista politico che morale.
Sara Barbieri