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VERSO CASA

IL VIAGGIO DELLUOMO IN OMERO, DANTE, TOLKIEN

Appunti dellincontro di Edoardo Rialti, venerd 21 gennaio 2011, Liceo G&Q Sella, Biella
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Giacomo Berchi: Buona sera a tutti, inizio subito dicendo che per me un onore e una gioia indescrivibile essere qui questa sera in questo contesto a presentare il professor Rialti, che per me prima di tutto un caro amico, un carissimo amico e, visto il tema della serata, un davvero insostituibile compagno di viaggio. Edoardo insegna Letteratura alla Facolt Teologica di Firenze e Assisi, traduttore dallinglese dellopera di Howard, Lewis, OBrien e Chesterton, e da ormai undici settimane cura una rubrica su il quotidiano Il Foglio sulla figura di Chesterton appunto, un gigante della letteratura inglese del Novecento ancora purtroppo poco conosciuto in Italia. Accanto a tutto questo voglio per raccontare brevemente ci che mi disse lui stesso di s e del suo lavoro quando lo andai a trovare nel marzo dello scorso anno a Firenze, a casa sua. Scendevamo a piedi dalle colline sopra la citt, da Fiesole, fu proprio in quella passeggiata, fra laltro, che venne concepita lidea di un incontro (gli dissi: Perch non vieni a scuola a raccontarci qualcosa?), ed Edoardo in quelloccasione mi disse: Vedi Giacomo, io accetto di insegnare in universit, di tenere lezioni e incontri unicamente come un bardo, come un uomo che racconta delle storie di uomini. Ed cos che stasera voglio presentarlo, un uomo che racconta delle storie di uomini. Fin dalla prima volta in cui lo sentii parlare, era ormai il lontano e glorioso venerd 5 maggio 2006 quando Edoardo venne invitato dallOratorio di S. Filippo e dal Centro Culturale Vittorio Piola qui a Biella a tenere un incontro sulla figura di C. S. Lewis, autore di Narnia e di molti altri grandiosi libri, fin da quella prima volta dicevo, mi colp fin da subito il suo metodo di accostarsi ad unopera e al suo autore, insomma il metodo di fare letteratura che testimoniava. Lo stesso Lewis diceva che gli uomini non si possono studiare, si pu solo arrivare a conoscerli; ebbene Edoardo mi ha sempre mostrato in questo senso un metodo di fare letteratura davvero straordinario: interrogare unopera ed un autore con le proprie domande e le proprie ferite di uomo, la propria storia, entrando in un dialogo vivo, da uomo a uomo, con personaggi e storie anche di centinaia di anni fa, con uomini che ci hanno consegnato loro stessi e la loro esperienza del mondo attraverso le opere che hanno scritto. La proposta di questa sera a questo livello, precisamente. Le opere nelle quali Edoardo ci aiuter ad entrare questa sera sono, signore e signori, nientemeno che tre delle pi importanti, conosciute e lette dellintera letteratura mondiale: lepica di Omero, che ci parla di un mondo lontano e affascinante fatto di dei ed eroi; il viaggio cristiano delluomo in Dante, raccontato in quellinsuperabile e insuperata cattedrale di ragione, di bellezza e di amore che la Divina Commedia; infine unopera che lo stesso Edoardo ebbe a definire in unaltra occasione, se non ricordo male, unisola di gioia nel cuore del Novecento, vale a dire lepica eroica del Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien. Lunico prerequisito richiesto stasera di avere a cuore la propria umanit e il proprio desiderio di felicit, la propria ferita, per essere accompagnati a
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conoscere grandi uomini e grandi storie come quelle che ci racconteranno Omero, Dante e Tolkien questa sera. Pensando al tema del viaggio, e concludo, mi venuta in mente la frase di un regista russo del secolo scorso di nome Andrej Tarkovskji, che dice: E ormai da qualche tempo che luomo occidentale ha dimenticato lo zaino e il bastone, il suo commovente atteggiamento di domanda. La dimora delluomo non pi lorizzonte, ma il solitario nascondino nel quale ha cominciato pure a dubitare della sua esistenza. Lo zaino e il bastone, come Frodo e Sam nellimmagine che abbiamo scelta come locandina di questa serata. Ecco, se questo orizzonte verr in qualche modo ridestato, se questo commovente atteggiamento di domanda verr in qualche modo riguadagnato in anche uno solo di noi qui presenti stasera, credo ne sar valsa veramente la pena. Grazie a tutti e buon viaggio. La parola al prof. Rialti. Edoardo Rialti: Buona sera da parte mia, un grande onore per me tornare in questa citt, dopo cinque anni. Ci tengo ad avvisare previamente che il mio intervento per il conseguimento dei crediti durer tre ore e quaranta minuti, e sono molto stupito dalla presenza di molti non studenti della scuola, ma credo che ci sia un secondo modulo per un altro genere di firme, che potete poi passare a segnare. Sono anche molto contento di mostrarvi che probabilmente non sono neanche lunico relatore della serata. E veramente un piacere per me essere qui e permettetemi veramente di ringraziarvi innanzitutto di avermi permesso di fare un viaggio; io sono partito questa mattina da Firenze e ho avuto il piacere, letteralmente, per primo oggi, in piccolo, di vivere lesperienza di cui parleremo questa notte; ho attraversato tre regioni dItalia ed era da tanto tempo che non vedevo il meraviglioso abbraccio di quella corona immensa delle vostre montagne che da Novara in poi ho visto salire davanti ai miei occhi. E raro che io non legga viaggiando: non ho letto niente perch non cera nessun libro che avrebbe potuto darmi quello che io ho visto, questa sorta di immenso colonnato naturale del Bernini di piazza San Pietro che mi ha accolto. Quindi devo innanzitutto ringraziarvi di avermi fatto viaggiare. Permettetemi poi di ringraziare la scuola nella persona della preside, del professore per laccoglienza e per aver voluto anche un contributo povero come il mio per un lavoro cos bello e nobile come quello che fate; e permettetemi veramente di ringraziare (non lo sapeva che lavrei fatto, anche se a questo punto mi dovr qualcosa in pi) Giacomo, per aver pensato insieme a me questa serata e, veramente, il mio un consiglio autentico a tutti voi che siete qui presenti, visitate il meraviglioso lavoro che lui fa con il suo blog, perch secondo me una testimonianza autentica di cosa voglia dire una posizione umana e quindi culturale. Non vero che uno inizia prima con il termine culturale e poi umano.
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E questa sera vorrei con voi espormi, per primo, e in realt il mio intervento non durer pi di quarantacinque minuti, proprio perch vorrei che questo fosse un dialogo, quindi al termine delle poche e povere cose che cercher di dire, domande, obiezioni, curiosit, integrazioni: io le aspetto veramente, proprio perch desidererei poter parlare, dialogare con voi. I testi che vorrei leggervi stasera, secondo me ci aiutano e hanno sempre aiutato il sottoscritto a partecipare di quello che Solenicyn, nel discorso che fece quando gli fu assegnato il Premio Nobel, additava come la qualit fondamentale del perch valga la pena leggere un libro. Perch in fondo leggiamo, o almeno perch io leggo? Quando ho trovato queste parole di Solenicyn ho riconosciuto una dinamica, unesperienza che era gi profondamente presente nella mia vita dalle prime volte in cui ho aperto un libro, uno dei primi quando avevo cinque sei anni. Solgenitsin diceva: io vengo da un paese dove si esercitata per anni la violenza; la letteratura contro la violenza fisica, brutale della riduzione delluomo a una macchina o a un oggetto, non pu assolutamente niente. Uno non pu con i versi di Omero o di Dante fare qualcosa contro il gerarca che ti sbatte dentro un treno merci; ma dobbiamo sempre ricordarci che la violenza ha bisogno per il suo attuarsi prima, durante e dopo di unaltra cosa che si chiama menzogna. Ci sono poche persone che hanno la forza di buttarti dentro un treno merci ma ce ne possono essere milioni capaci di volgere gli occhi dallaltra parte, mentre quei pochi ti buttano dentro, e quelle sono le persone vittime della menzogna. E aggiungeva: larte contro la violenza non pu niente, ma pu tutto contro la menzogna, perch in unopera darte riaccade la verit della statura autentica delluomo. Per questo un altro esempio che voglio trarre da unaltra persona che venuta da unesperienza simile a quella di Solenicyn, seppure da una violenza di diverso schieramento, Primo Levi. Se qualcuno di voi ha letto Se questo un uomo ricorda come questuomo che viveva lesperienza degradante di essere stato trasformato in un numero tatuato sul polso in questo enorme sistema di riduzione della persona che erano i campi di concentramento, a un certo punto nel freddo dellinverno mentre si spostava da una baracca allaltra accompagnato da un ragazzo si ricordato di quei versi scritti da un poeta fiorentino settecento anni prima: fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza. Guardate che i campi di concentramento erano gi stati sconfitti l, prima dellarrivo degli Alleati. Perch in un luogo deputato affinch un uomo arrivasse a dire io sono una macchina, io sono un mulo, io sono un animale, una bestia da soma c stato qualcuno che ha avuto la forza, il miracolo di balbettare dei versi che dicevano che lui non era un animale, che lui non era un meccanismo, che lui non era una bestia da soma. Ecco perch vale la pena leggere, tornare ancora e ancora ad accostarci a queste parole, perch queste parole possono aiutarci a restare uomini quando intorno a noi con pressioni diverse, con lesplicita violenza delle dittature o con la pi sotterranea ma non per questo meno subdola violenza di altre forme di controllo, possiamo arrivare a
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dimenticarci chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. La grande letteratura non dimostra niente, la grande letteratura mostra, ci espone, ci riespone a quel certo che che siamo proprio noi. Indefinibile, assolutamente non schematizzabile e che pure quanto di pi prezioso abbiamo. Questo il modo con il quale stasera vorrei tentativamente con voi rileggere alcuni momenti di queste opere, che vengono da molto lontano. Perch tutte le quattro opere da cui voglio leggere, ossia lIliade, lOdissea, la Divina Commedia e Il Signore degli Anelli raccontano tutte, a mio avviso, in maniera diversa ma importante, mettono a tema ci di cui ognuno di noi ha bisogno sempre, cio di poter tornare a casa. E la casa non meramente un luogo, ma quella trama di rapporti misteriosamente attorno a noi nella quale accade quel certo che che il nostro mistero pi profondo: noi siamo i rapporti che amiamo, noi, come diceva Teillard de Chardin, ci riceviamo molto pi di quanto ci facciamo, perch noi siamo la trama di rapporti che ci circonda e che misteriosamente ci svela. Non forse questa la grande, straordinaria conquista finale alla fine dellIliade del giovane Achille? Achille leroe glorioso e bellissimo che combatte lontano dalla propria patria per la gloria, e che vedendosi ucciso il migliore amico, lunico rapporto che si porta effettivamente dal proprio mondo lontano, oltre a un vecchio tutore, diventa come una macchina di morte, un treno che corre inesorabile verso un unico obbiettivo, la distruzione delluomo che lo ha privato dellunico rapporto che ancora gli ricordava la propria patria, la propria storia, la propria trama di rapporti. Uccide Ettore massacrandolo, lo umilia, spezzando e sprezzando tutte le leggi degli uomini e degli dei e lascia l, fuori della propria tenda, il cadavere del nemico a marcire. E, siamo migliaia di anni fa, succede questo alla fine dellIliade: il padre delluomo ucciso entra di nascosto nella tenda delluomo che gli ha fatto a pezzi il figlio, gli si getta davanti, gli abbraccia i ginocchi, che era il modo per dire tu sei forte e io sono debole, io sono supplice, io sono sconfitto, gli bacia le mani che hanno ucciso suo figlio e gli dice, il vecchio Priamo: - questa una similitudine con la quale entra Il grande Priamo entr senza essere visto e si fece accanto ad Achille e gli prese i ginocchi, e gli baci le mani terribili, sterminatrici, che tanti figli gli avevano ucciso. Come quando una grave colpa, ha costretto un uomo che in patria ha ucciso qualcuno ad andare in terra straniera, nella casa di un uomo ricco e lo stupore prende i presenti, cos stup Achille a vedere Priamo pari agli dei e stupirono anche gli altri scambiandosi occhiate. Ma, supplicando, Priamo disse queste parole: Ricordati di tuo padre, Achille pari agli dei, che ha la mia et, sullodiosa soglia della vecchiaia e forse gli dei gli stanno addosso, le popolazioni vicine lo tormentano perch non c nessuno a difenderlo nella sciagura, ma almeno lui pu gioire nellanimo sapendo che tu sei vivo e tutti i giorni sperare di rivedere suo figlio di ritorno da Troia. Io sono infelicissimo; ho dato la vita a nobili figli nella vasta Troia e non mi rimasto nessuno. Cos disse e suscit nellaltro desiderio di pianto per suo padre. Prese la
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mano del vecchio e la scost dolcemente il primo gesto gentile del rabbioso Achille ed entrambi ricordavano luno Ettore il proprio figlio e piangeva fitto rannicchiato ai piedi di Achille, Achille piangeva quando suo padre e quando Patroclo; il loro pianto si levava attraverso le stanze . Aveva ragione Leopardi a dire che molto si evoluto e migliorato da Omero ad oggi, ma non la poesia. Se pensate che questa una scena che stata scritta migliaia di anni fa, in cui si vede una sorta di misteriosa inversione dei ruoli: un vecchio in ginocchio, e un giovane invece seduto che piangono, nemici giurati, eppure pi vicini di chiunque altro potrebbe esserci in quel momento perch accomunati dallunica cosa che veramente conta: ricordavano coloro che amavano, che avevano perduto o che erano lontani. Quando spiego questo brano ai miei studenti dico sempre che in questo momento Priamo padre di Achille, perch gli sta riconsegnando suo padre, gli sta riconsegnando tutto ci da cui proviene, cio gli sta riconsegnando la sua umanit. Infatti Achille dopo questo momento di pianto in cui lui per la prima volta piange insieme a un nemico, cambier, restituir al padre dellucciso il corpo dellucciso, rientrer nelle leggi degli uomini e degli dei. Perch? Perch potuto tornare ad essere un uomo che piange la propria casa lontana ed i propri affetti perduti; c voluto tutto un poema perch Achille potesse piangere e c voluto il padre della persona che lui ha ucciso perch misteriosamente la sua umanit potesse sgorgare con delle lacrime. Mi ha sempre molto colpito che lOdissea inizia dove lIliade finisce: lIliade finisce con uomini che recuperano s perch possono semplicemente guardare ci che amano e che sembra ormai irrimediabilmente perduto, ma non per questo meno caro. C un altro brano bellissimo nellIliade nel quale Glauco e Diomede, due nemici, si incontrano nel campo di battaglia e stanno per uccidersi quando si raccontano luno allaltro chi sono e scoprono che i loro avi erano stati ospiti luno dellaltro e allora si scambiano le armature: la storia da cui provieni misteriosamente si rivela legata al cammino delluomo che ti sta davanti, misteriosamente intrecciata; e allora possibile un incontro, unintesa, una possibilit di scambio altrimenti inimmaginabile e impensabile. LOdissea inizia dove finisce lIliade: lIliade finisce con un padre e un figlio che piangono, un padre che ha perso un figlio e un figlio lontano da un padre; lOdissea inizia con un padre e un figlio che piangono luno laltro ai due estremi confini della terra. C Ulisse prigioniero nellisola di Calipso, che ogni mattina piange ed interessantissimo, mi ha sempre commosso il fatto che Omero dice che ogni notte Ulisse si coricava con Calipso e faceva lamore ed ogni mattina allalba per tornava sulla riva a singhiozzare; perch un uomo non ci che fa o che non fa, un uomo ci a cui torna come dolore, nostalgia e struggimento. Che cosa dice di pi la verit di un uomo, le proprie incoerenze o le lacrime di dolore che riaffiorano in un uomo minimamente desto? Questa una cosa che spazza via tanti moralismi. LOdissea inizia con un padre ed un figlio separati da tutto il mondo e il lungo viaggio che entrambi devono fare per ritornare. Ci sono due dolori molto diversi fra
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Penelope, la regina, e Telemaco, il figlio, perch Penelope ha visto Ulisse, stata amata, stata tra le sue braccia, ha dormito sul suo petto, ci ha fatto un figlio: il suo dolore di dire: io ho conosciuto lunico mio amore, il mio sposo, il mio re, il compagno della mia vita, che per morto e non torner pi, ed io devo sostituirlo con qualcuno che pretende di prendere il suo posto; non torner. Hai conosciuto la felicit, ma non c pi, ti devi accontentare di un surrogato. Questo un tipo di dramma nella vita: io ho conosciuto la felicit, ma la felicit cos come lho conosciuta non torner; allora mi devo accontentare, devo cedere. Dallaltra parte Telemaco ha un altro dramma: il dramma che tutto gli parla di qualcuno che non c: come una persona che avesse una fotografia con una faccia ritagliata, perch suo padre partito quando lui era un bambino, sono ventanni che non torna. Lui principe, ma dov il re? Lui lerede di Itaca, ma dov il padrone di Itaca? Lui si sente pronto a cacciare i pretendenti dalla propria casa, ed bellissimo linizio dellOdissea quando lui convoca lassemblea per dire agli anziani della citt: Basta, non ne posso pi di questi pretendenti che stanno rovinando la mia vita e il mio paese! prende lo scettro per parlare ed improvvisamente, a met del discorso si commuove, getta lo scettro e crolla di nuovo sullo scranno mettendosi a piangere. Questi siamo noi: Telemaco un uomo nel pieno delle sue forze eppure non in grado di ergersi contro la minaccia, il male, la contraddizione che gli sta spolpando la vita. Perch? Perch non sa da dove viene. C questo padre, c questo re, c questo sposo di sua madre che gli hanno detto che nobile, che giusto, che dovrebbe tornare? Questa io credo che sia unaltra delle immagini pi belle e pi potenti che la letteratura antica ci abbia consegnato. Telemaco una delle immagini pi emblematiche della condizione di tanti uomini della contemporaneit, cio la percezione di essere ultimamente orfani, di essere ultimamente soli: non c qualcuno che mi ama, mi conosce, dal quale io provengo e col quale io posso affrontare i problemi della vita, con il quale io posso affrontare le contraddizioni che inevitabilmente mi si pongono davanti. C questo pezzo, che il libro XVI dellOdissea, che tutte le volte che lo leggo facile che mi commuova, quindi se succeder abbiate pazienza, sono fiorentino, incline a queste cose. Come diceva il conte Ugolino in Dante: Ma se non piangi di queste cose, se non piangi, di che pianger suoli?. Ed meravigliosa la scena nella quale Ulisse torna a casa e Atena, la divina sapienza che lo ha accompagnato, - c un grande scrittore del Novecento, Thornton Wilder, che ha scritto un bellissimo libro che si chiama Lottavo giorno, nel quale parla dellOdissea e dice che sempre vero quello che dice Omero: che quando un uomo siede sulla riva del mare piangendo perch vuole tornare a casa, la divina sapienza, invisibile, gli si siede accanto e gli insegna piano piano la via del ritorno - e la dea Atena chiede ad Ulisse una cosa molto strana, che ha tante spiegazioni, io vi propongo quella che intercetta di pi la mia povera sensibilit: gli chiede di presentarsi come un mendicante. Non gli dice di tornare nella piena gloria della sua bellezza divina di re, sposo e signore di Itaca, lui che torna con i
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doni dei Feaci; gli chiede di tornare come un povero mendicante, di provare la fedelt, di sottoporre tutti alla prova. Ed una prova anche per lui. E Telemaco pure lui incontra questo vecchio mendicante e a questo punto per Atena gli dice: rivelati e Ulisse compare in tutta la sua bellezza. Atena disse, lo tocc con la verga doro. Un lindo mantello e una tunica gli pose prima sul corpo, ne lev la statura e il vigore, il suo colorito di nuovo fu bruno, le guance si stesero, la barba divent nerazzurra sul mento. Dopo aver operato cos and via e Odisseo entr nella stalla. Lo guard con stupore suo figlio, impaurito volse altrove lo sguardo che non fosse un dio e rivoltosi a lui gli disse alate parole: Mi sei apparso ora diverso da prima, straniero, hai altri vestiti, la tua pelle non pi la stessa: certo sei qualche dio, essi hanno il vasto cielo, sii propizio, ti offriremo sacrifici grandi e doni doro ben lavorati, risparmiaci. Gli rispose allora: Non sono un dio, perch mi eguagli agli dei? Ma sono tuo padre per il quale tu soffri gemendo tanti dolori, subendo gli insulti degli uomini. Dopo aver detto cos baci il figlio e dalle guance vers pianto a terra. E una situazione simile e pur dissimile da quella che abbiamo letto prima, nellIliade: in quel caso era un padre che andava a parlare a un figlio altro, qui c un padre che va a baciare il proprio figlio piangendo. Ma Telemaco poich non credeva che fosse suo padre, rispondendo gli disse di nuovo: Non sei tu mio padre, ma un demone mi sta incantando perch pianga ancora di pi, gemendo. Io credo che questo sia uno dei pezzi pi veri, sempre veri: quante volte noi non vogliamo credere alla felicit, alla possibilit che quello che veramente aspettavamo sia davanti a noi. Perch? Perch sappiamo che se ci esponiamo diventiamo ancora una volta vulnerabili, e magari cos vulnerabili da non riprenderci mai pi. Se unaltra delusione, se unaltra illusione, se un altro inganno? No, io non ci voglio credere, io mi pietrificher. Non ci voglio credere, pu essere un inganno. Quante volte noi non vogliamo credere che sia possibile essere felici solo perch in realt cos stiamo dicendo che abbiamo paura di essere infinitamente infelici, di essere ancora una volta feriti e umiliati nelle nostre pi profonde aspettative. C questo pezzo bellissimo: cosa gli risponde suo padre? Come pu dimostrare a un ragazzo che con lui non ha nessuna esperienza (con Penelope risponder parlando del loro letto nuziale, di cui solo lui e la moglie conoscono il segreto, il segreto della loro vita affettiva; a suo padre, il vecchio Laerte, far vedere la cicatrice di quando sono andati insieme a caccia, un bagalio di esperienze comuni), ma come si fa con questo ragazzo di cui non hai visto la faccia per ventanni e che non ha mai visto che faccia avevi? Cosa si fa? Cosa si pu dire? Ecco la risposta. Gli dice: Telemaco, non da te stupirti eccessivamente e meravigliarti che tuo padre sia a casa. Mai pi ti verr un altro Odisseo qui, ma sono io quello, che soffrendo sventure e molto vagando sono giunto al ventesimo anno nella terra dei padri. Dopo aver cos detto sedette. Credo che questo brevissimo verso sia uno di quelli pi belli della letteratura di tutti i tempi: provate a immaginarvi un uomo che ha viaggiato per ventanni, con tutte le ferite, le
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umiliazioni, la solitudine, finalmente a casa, davanti a suo figlio, e il proprio figlio non crede che sia lui. Gli pu soltanto dire: io sono io. Io, povero, ferito, mendicante e re al tempo stesso sono qui, e siede. Sembra come di sentire il peso di ventanni con cui questuomo resta l, inerme. inerme, vulnerabile al fatto che Telemaco pu non credergli, pu uscire. Eppure quelluomo che si mette l appunto un uomo, non un miraggio che se ne va. Questo momento di povert del padre il punto che scardina la diffidenza del figlio. Dopo aver cos detto sedette, e Telemaco, abbracciando il padre valoroso, singhiozzava piangendo. lui che gli si getta addosso. E poi c questo verso: Un desiderio di pianto era sorto in entrambi: singhiozzavano acutamente, pi fittamente di uccelli, di volturi o artigliati avvoltoi ai quali i villani tolsero i piccoli prima che fossero alati. Ma vi rendete conto che genio infinito? Per descrivere la gioia di rivedersi usa la similitudine opposta: piangevano come due uccelli a cui avessero portato via i piccoli. Invece il loro un singhiozzo di gioia, il cuore che si riapre: Cos essi sotto le ciglia spargevano pianto straziante. La luce del sole sarebbe calata che ancora piangevano se a un tratto Telemaco non domandava a suo padre gli dice: come hai fatto a tornare? Il padre gli risponde e gli dice: adesso dobbiamo io e te ripulire la casa dai pretendenti che la stanno rovinando. E qui c un altro punto straordinario: Gli rispose allora giudiziosamente Telemaco: Padre, ho sempre udito di te grandi lodi, che sei guerriero di braccia e accorto di mente, ma troppo gran cosa dicesti, Telemaco ancora dice: non possiamo farcela, mi prende stupore: due uomini non possono opporsi a molti e forti avversari: di pretendenti non ve ne sono dieci o solo il doppio, ma molti di pi. Se costoro li affrontassimo tutti l dentro bada tornando di non punire gli oltraggi ad un prezzo amaro e atroce, ma pensa se tu puoi scoprire un soccorritore che ci aiuti con animo pronto. Come possiamo farcela noi due? E poi c questo verso che mi fa veramente impressione: - Gli disse allora il paziente e chiaro Odisseo: E dunque io ti dir, ma tu comprendimi bene e ascoltami, e pensa se a noi baster Atena col padre Zeus, o se devo scoprire qualche altro soccorritore . Abbiamo bisogno di qualcun altro? Quando un padre e un figlio sono insieme, sostenuti dal divino, dalla giustizia che governa il cosmo, di chi dobbiamo avere paura? Tralascio di leggervi quel brano meraviglioso - e mi perdonerete lespressione povera - meravigliosamente alla Clint Eastwood, nel quale il vecchio mendicante, pieno di stracci con la barba, fa la gara dellarco doro che soltanto lo sposo di Penelope, Ulisse, riusciva a tendere; i Proci cercano di tendere larco e non ce la fanno; il vecchio mendicante dice: Posso provare io?. Ridono, gli sputano addosso; il vecchio mendicante getta via gli stracci, ringiovanisce improvvisamente, prende larco e fa centro, nel silenzio della sala. Poi si gira, con quel verso meraviglioso alla Clint Eastwood: E adesso miro a un altro bersaglio e li uccide tutti. Questa unimmagine che fa sorridere, ma in realt limmagine del fatto che questa la parola finale dellOdissea: il mondo tornato ad essere quello che
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deve, perch un uomo tornato a casa, un uomo tornato ad essere re salvando la propria terra, tornato ad essere padre dando lidentit a suo figlio, tornato ad essere sposo salvando la propria moglie dalla disperazione ed tornato ad essere figlio a sua volta ritrovando il vecchio padre che quando lo riconosce per il taglio della cicatrice del cinghiale dice Allora gli dei esistono veramente; allora Dio esiste, perch la vita delluomo non affidata alla rapina e alla violenza. Per cui capite molto bene da quello che vi ho letto, che tutto quello che Ulisse fa in realt quello che innanzitutto riceve: lui torna ad essere re, cio torna nella propria casa, torna ad essere lui padre, cio avere qualcuno che per quello che egli , padre, torna e lo abbraccia, torna ad essere sposo che condivide il segreto di un letto di amore, di confidenza, di tenerezza con una donna, lui che ha rifiutato limmortalit delle dee per tornare a vedere i capelli bianchi di quella donna. Torna ad essere un uomo che pu ricordarsi di quando era bambino e andava a caccia, oggi potremmo dire a pesca con il proprio padre o a giocare a calcio: come se uno facesse vedere al padre un taglio si era fatto giocando al pallone, la stessa cosa: si va insieme nel mondo, il mondo ci taglia ci pu anche ferire, ma in questo cresciamo assieme, io l sono cresciuto con te. Un cosmo tornato ad essere quello che deve, il mondo tornato ad essere quello che deve essere perch un uomo, sostenuto misteriosamente dalla provvidenza divina, Atena, tornato a casa ristabilendo la giustizia. La Divina Commedia di Dante, la Commedia, che per un fiorentino come me un elemento di inevitabile frequentazione, pone a questo problema che stiamo guardando un sfida a cui forse noi a volte non facciamo troppo caso. Io ci tengo molto perch una cosa che ci riguarda tutti. Se voi ci pensate bene, Dante Alighieri ha fatto la vita disgustosamente umiliante di uno dei peggiori falliti che si possano immaginare. Ha vissuto una serie di tagli, di croci e di mutilazioni come veramente alcuni intellettuali perseguitati del Novecento. Pensate che non letteratura, vita: quest'uomo si innamora di una ragazza che muore quando aveva 19 anni, muore; appassionato membro della propria comunit fiorentina, tanto che diventa priore giovanissimo (sapete bene che cosa voleva dire per un uomo del Medioevo avere arte e parte cio essere parte di un contesto, avere il proprio ruolo nella propria societ, servire il bene comune), viene buttato fuori con l'accusa infamante e ingiusta di essere un ladro, un corrotto. Non poter mai pi vedere la propria moglie, non poter pi vedere la propria figlia. Sapere che i propri figli all'et di quattordici anni, la maggiore et nel Medioevo, avrebbero subito la stessa sorte infamante. Lui, un uomo cos orgoglioso, cos indipendentemente comunale, obbligato a scrivere, a fare l'intellettuale di seconda categoria di corte della contessa Malaspina che invita l'amica a cena, a trascrivergli le lettere; doveva fare le ambasciate per il sale, Dante Alighieri. Per altri. Tu saprai quanto sa di sale, lo pane degli altri. Quanto
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pesa lo scendere ed il salire le altrui scale. Sempre fuori, sempre sopportato, sempre tollerato, mai a casa tua. Devoto figlio della Chiesa, si trova in contrasto personale con il Papa. Appassionato sostenitore della causa dell'imperatore, Arrigo Settimo un ragazzino di diciotto diciannove anni che arriva a Siena per liberare Firenze e muore. Di umiliazione in umiliazione, di sconfitta in sconfitta. Dante ha avuto una vita infelice, una vita piena di umiliazioni, lontano dai suoi amatissimi libri per tanta parte, se non negli ultimi anni. Eppure quest'uomo quando si presenta in Paradiso, Beatrice lo presenta come l'uomo pi pieno di speranza del suo tempo. Questa una questione interessante: dove nasce una speranza come quella di un Dante? Una speranza che non pu aggirare il male con dei facili contentini pietistici, ma deve attraversare, deve essere in grado di rispondere della croce e dell'umiliazione. una cosa che ci riguarda tutti perch in qualche modo siamo tutti feriti nella vita, ognuno di noi ha le sue spine, per cui dev'esserci una risposta in grado di abbracciare e rendere percorribile quel dolore. La Divina Commedia il racconto di questo viaggio. il racconto di un uomo che stato strappato da tutto quello che era casa, la donna di cui era innamorato, la comunit in cui viveva, la propria famiglia, la propria storia, la propria identit e di come tutto quello che sembrava bruciato, divorato, devastato e sconfitto tornato a riprenderlo, si mosso e non l'ha lasciato solo. La Divina Commedia inizia con un uomo che ha perso la diritta via. La diritta via, in cui la vita era diventata una serie di frammenti senza senso. E in quel momento di assoluta sconfitta di assoluta umiliazione, chi che va a raggiungere Dante? Chi che inizia l'opera del riscatto? Non un grande santo, non un grande teologo: il suo scrittore preferito. Un poeta pagano dal quale lo distanziavano il doppio degli anni che ci separano da Dante. Tra Dante Virgilio cerano circa milletrecento anni di differenza, tra noi e Dante seicento, settecento. Qui Dante sentiva pi contemporaneo a s Virgilio di tanti suoi contemporanei. Perch? Perch quell'uomo che veniva da una cultura e da un mondo irrimediabilmente scomparso, per aveva avuto parole con le quali l'umanit di Dante si era sentita abbracciata, sostenuta, raggiunta nei momenti della pi nera disperazione. Io questa una cosa che capisco, perch ci sono stati dei momenti della mia vita in cui solo le parole di certi uomini, che venivano magari dal passato, mi hanno raggiunto dove nessun contemporaneo mio sembrava in grado di intercettare il mio bisogno. Se non ci fossero stati Tolkien, se non ci fosse stato Lewis, se non ci fosse stato Omero, io in certi momenti avrei reso la mia vita irrimediabilmente perduta. Ma la cosa incredibile di Virgilio che dice: Guarda che quella donna che te hai tanto amato non sparita, non stata inghiottita dal nulla, ancora pi profondamente nel cuore delle cose, ed lei, ed in lei chi per primo lha mossa, cio Dio stesso, che l'unica tua vera casa, che si mosso ancora una volta per strapparti dal male, per strapparti dalla sconfitta, per strapparti dalla disperazione. La Divina Commedia, se ci pensate bene, un lungo viaggio, dalla terra al cielo, dal centro della terra al centro del cielo; ma per
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fare questo viaggio dalla terra al cielo ci voleva prima che qualcuno facesse un viaggio dal cielo alla terra. Questo quello che Dante dice di Beatrice nella Vita Nova: E pare cosa scesa da cielo in terra a miracol mostrare. La cosa incredibile, come diceva Anna Maria Chiavacci Leonardi, che Dante dice che noi siamo salvati da ci che amiamo. Noi siamo salvati da ci che gi amiamo, da ci che non avremo mai potuto immaginare e che invece c', amabile e copre la distanza tra noi e l'infinito e abbraccia la nostra vita e ci propone un viaggio. Questa la Divina Commedia, in cui Dante percorrer tutto il male del suo tempo, tutte le contraddizioni, le ferite per ritrovare tutto quello che sembrava perduto, tutto quello che sembrava divorato dalla sconfitta; ed questo che lui vede in Dio, perch quando lui vede la perfezione geometrica di Dio, vede, ed questo che rende Dio veramente interessante, che al centro di quella perfezione matematica c' una faccia umana. Per che il mio viso in lei tutto era messo; Dante dice: Io guardavo Dio cos attentamente perch quella perfezione infinita era anche misteriosamente un volto. E un volto vuol dire che tutti i volti sono santi. Questo la cosa che affascina Dante, questo l'incontro con Dio che Dante documenta: non l'incontro con un'astratta entit lontana ma la scoperta che quello che noi amiamo non perduto, non mai vano, non mai arbitrario n casuale perch conservato laddove non pu pi essere perduto. Talmente tanto che Beatrice in Paradiso infinitamente pi bella, ma ha ancora gli stessi abiti con i quali camminava per le vie di Firenze. Quando Beatrice si presenta a Virgilio e gli dice di andare a prendere Dante dice: Io sono Beatrice che ti faccio andare, amor mi mosse che mi fa parlare: l'Amore, Dio che mi ha mosso. Ma questa frase non dice soltanto quello che sta accadendo nella Divina Commedia, sta rileggendo quello che era accaduto nelle strade di Firenze. Beatrice dice: Io non lo sapevo, ma quel giorno in cui sono uscita per fare la spesa e ho incontrato quel ragazzo di diciotto anni e gli ho sorriso era, senza che io lo sapessi, Dio che mi ha fatto uscire per la strada, perch quelluomo potesse sapere che Lui c' e che lo ama. Per questo Dante dice di Beatrice quello che non fu mai detto di nessun'altra donna, cio che quella donna un miracolo. Cos' un miracolo, liberandoci dalle immaginette devozionali? una cosa che fa pensare direttamente al fatto che Dio c'. Dante dice: come faccio a sapere che Dio c'? Perch c' Beatrice. Questa veramente una sfida, una sfida al nostro moralismo: per Dante il volto della donna amata e l'infinita perfezione dell'universo non sono due cose distanti. Per questo andare da Dio vuol dire ritrovare lei, perch se non c' lei non c' neanche Dio. Il grande Chesterton diceva che quando lui tornava la sera a casa si commuoveva perch vedeva il sole che illuminava il tetto della propria casa e la incendiava di porpora, e dice: io mi commuovevo perch pensavo a mia moglie che era li dentro e mi aspettava. E lui aggiungeva: se in Paradiso c' tutto meno quel tetto rosso, a me non interessa andarci, perch vuol dire che c' tutto meno la mia umanit. Perch quello che noi amiamo non arbitrario o casuale ma per un uomo
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come Dante la nostra casa. Li chiamava i patti speciali, i patti speziali cio quella trama di rapporti che ci rivelano a noi stessi. Dante stato salvato dal proprio scrittore preferito e da una ragazzina che lo aveva colpito per le strade della sua citt: sono loro che l'hanno strappato dalla sconfitta, sono loro la sua casa; perch quando un uomo raggiunto da chi ama, pu essere esule ma non ha perso la propria casa. Pu sempre ritornarci, perch quella casa per prima si muove verso di lui. Questa la sfida che Dante propone a ciascuno di noi: possiamo non perdere la speranza perch ci che amiamo non si perde e non ci perde. Ma come tutto questo arriva nel cuore del Novecento? Io sono convinto che Il Signore degli Anelli di Tolkien sia una delle opere darte pi realiste - e la definizione di romanzo fantasy centra come pu entrarci definire lOdissea un Costa Crociere dell800 a.C., solo per il fatto che ci sono le descrizioni dei viaggi, o Delitto e castigo di Dostoevskij un romanzo giallo perch c un delitto allinizio Il Signore degli Anelli sia uno dei romanzi pi realisti e pi realistici del Novecento perch racconta quello che sempre vero, e cio il fatto che nella vita, luomo si muove, se vuole uscire dalla mediocrit ottusa di una posizione umana povera (che la posizione della maggior parte degli hobbit, che danno la loro pace per scontata). Dice che quando entra nella vita qualcosa che scombina il tuo quieto vivere o ti ripieghi e fai finta che non ci sia o invece ti metti a fare un lungo viaggio, parti per un viaggio che non ti saresti aspettato, proprio per amare, proteggere e difendere quello a cui gi tieni e che si rivela essere pi grande, pi vasto e pi profondo di quello che immaginavi. Ma io credo che il tratto di realismo pi straordinario del Signore degli Anelli non sia il suo meraviglioso raccontare questo grande viaggio nel mondo con le bellezze del cosmo e i suoi terrori, la scoperta che ci sono dei nemici del cuore delluomo che sono pronti a tutto per distruggere un uomo che cammina per la libert e la verit, ma anche che ci sono forze, amici e aiuti inaspettati e assolutamente sorprendenti che possono sorgere costantemente a portarci, accompagnarci e sostenerci. Neanche nella sua straordinaria trattazione del mistero della libert umana, della piet, di come un uomo per un atto di piet possa l aprire uno spiraglio pi decisivo del pi eroico e stoico degli atti, come neanche del fatto che tutti i gesti damore e dedizione che costellano lopera di Tolkien non siano mai vani: quanti personaggi si muovono costantemente per amore di qualcosa e di qualcuno offrendosi per proteggerlo. Se guardate il libro o leggete tutta la storia o anche ripercorrete i film vedrete costantemente questa dinamica: qualcuno che balza, fisicamente si muove senza avere tutto chiaro, senza avere tutto definito, per proteggere qualcosa o qualcuno di caro, magari fino al prezzo della propria vita, e come mai neanche una goccia di sangue e di sudore sia vana, per quanto possa apparentemente sparire nei gorghi oscuri della storia e del male e del potere, e poi invece riaffiori, giochi un ruolo inaspettato e decisivo. Io credo che il tratto di realismo pi straordinario del Signore degli
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Anelli sia nelle ultime duecento pagine. Si fatto un lungo, grande viaggio per liberare il mondo, la propria trama di rapporti, la propria citt, la propria comunit, la propria felicit da un male ingiusto che cera entrato; in questo lungo viaggio siamo anche stati feriti Frodo viene ferito, vi ricordate, dai Cavalieri Neri, i servi del Signore delle Tenebre; si trascina dietro questa ferita che gli pesa, lo umilia, lo fa cadere mille volte, sembra compromettere la missione (anche se al tempo stesso lo fa crescere in statura morale, in comprensione; lo porta sempre agli estremi confini di se stesso, gli fa capire Gollum laddove tutti gli altri non lo capirebbero, perch vede s in Gollum), lo spinge a chiedere, ad essere umile, pi saggio e comprensivo arriviamo a poter distruggere lAnello, lAnello oltre ogni previsione alla fine cade, si torna a casa e strana questa duplice scoperta: la Contea non basta pi. Si torna indietro: abbiamo salvato la nostra casa, possiamo tornare a vivere quello che gi amavamo, ma rimane uninquietudine inespressa, non soddisfatta e, cosa ancor pi chiara, la ferita non si rimargina. Un narratore pi superficiale avrebbe fatto coincidere la distruzione dellanello con la guarigione della ferita ma la ferita che Frodo si porta addosso non guarisce. E alla fine del libro lui letteralmente ha un moto di stizza, di dolore, e dice: Ma dove trover riposo? E Gandalf mormora: Non nella Terra di Mezzo. E alla fine del Signore degli Anelli Frodo insieme a tutti i portatori dellAnello partir. Partir. Guardate, io credo che questo tratto sia il tratto di maggiore realismo del Signore degli Anelli: Tolkien non ha avuto paura di guardare in pieno 900 a quello che costantemente ognuno di noi avverte, ma che tante volte non abbiamo la pace di poter guardare, cio che ognuno di noi ferito; mentre ognuno di noi cammina nella vita si allargano le ferite, si aprono problemi, si aprono interrogativi a cui il bene dal quale siamo partiti non in grado di rispondere. Ciascuno di voi ha ben presente che quando si apre un nuovo problema nella vita le precedenti soluzioni non bastano pi. Ci vuole qualcosa di pi, ci vuole un di pi capace di abbracciare e colmare quel nuovo abisso che si allargato. Il Signore degli Anelli una di quelle opere pi profonde del Novecento e pi consolanti proprio perch unopera triste, che finisce con un uomo che ha bisogno di guardare al proprio bisogno, che ha bisogno di guardare a questo di pi che non sa colmare, la cui capacit di soluzione non adeguata e si riparte, si parte per un altro viaggio. Il Signore degli Anelli termina sulla riva del mare con Frodo e gli altri che partono e Sam che li guarda piangendo andare via. Ma sono un bene quelle lacrime: come diceva Gandalf non tutte le lacrime sono un male nella vita perch, come abbiamo visto sin dai tempi di Omero, ci sono delle lacrime che sono quelle nelle quali finalmente si mette a tema, emerge il nostro bisogno. Ma questo ci permette di chiedere di essere guariti e ci permette di iniziare ad essere guariti: la guarigione di Frodo si compir solo al di l del tempo e della storia, solo oltre, ma inizia qui, iniziata in quella trama di rapporti (Gandalf, Sam, tutto il cammino con Aragorn) nella quale fin dal primo momento in cui lui stato ferito, Aragorn il re commosso gli ha messo una mano sulla ferita e la
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ferita si leggermente attenuata. Questo il realismo di Tolkien, ed il realismo della grande arte: che non dobbiamo avere paura di guardare a ci di cui abbiamo bisogno per due motivi, perch ci permette di cercarlo oltre ogni facile riduzione della nostra umanit, continuare a tenere gli occhi desti allorizzonte come Telemaco e Penelope in attesa del padre, del marito, dellamico e al tempo stesso accorgersi che gi in questa valle oscura ci che amiamo si fa strada per iniziare a guarirci e a riportarci a casa come gi stato per Dante con Virgilio e Beatrice. Grazie per la vostra attenzione.

Dibattito Il film del Signore degli anelli ha avuto un successo grandissimo ed conosciuto anche pi del libro; nella mia idea penso che pur avendo cambiato eventi e situazioni sia comunque rimasto fedele allidea che Tolkien voleva dare. Volevo chiedere cosa ne pensi tu. Si, posso testimoniare in pi sensi che il film pi conosciuto del libro; io ero molto scettico, ci tenevo tantissimo quando ho saputo che facevano un adattamento cinematografico. A me piacciono molto i film, e francamente, nonostante la raffinatissima citazione di Giacomo da Andrej Tarkovskji, la mia sensibilit nei confronti dei film mediamente che il mio punto di riferimento The Bourne Identity. Ero molto preoccupato che non fosse una cosa banale, invece sono rimasto sorpreso del fatto che sono riusciti a raccontare Tolkien; cio vedere il film significa partecipare della stessa cassa di risonanza umana del libro. Poi ovviamente il libro unaltra cosa, per quando io ho finito di vedere Il Ritorno del Re ho detto: Ce lhanno fatta. Sono riusciti a far accadere Il Signore degli Anelli sullo schermo. Io sono convinto radicalmente che una delle cose pi odiose e pi inutili sono le lamentele sul fatto che i giovani non hanno ideali, avete presente quei discorsi odiosi da talk show in cui questi analisti dicono i giovani non credono pi in niente, i giovani sono cinici e io dico sempre: Perch non glieli fate vedere? Uno dei pi grossi problemi dellarte del Novecento, figlio della posizione umana di chi larte lha fatta, che non si pi in grado di raccontare un bene credibile. Nella maggior parte dei film, se ci pensate bene, i cattivi sono pi interessanti dei buoni: sono pi simpatici, sono pi divertenti perch nei buoni c lirrigidimento del non fare il male, ma non di vivere unesperienza umana affascinante. Invece Il Signore degli Anelli riuscito anche con il film, a far vedere in pieno Novecento unesperienza umana dietro alla quale si andrebbe volentieri. Non ho incontrato nessuno che abbia fatto il tifo per i malvagi, e dire che si tratta di malvagi grandissimi: lesperienza umana raccontata anche attraverso il film unesperienza umana affascinante, per
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cui s, Peter Jackson ce lha fatta. Io ho avuto il piacere e lonore di andare in sala di doppiaggio per amicizie (ero amico del ragazzo che dava la voce a Frodo); ho sperato che mi facessero fare una particina, un orco che muore, un elefante non me lhanno fatta fare. Pu esistere Il Signore degli Anelli senza Lo Hobbit? Innanzitutto noto che c come una sorta di occhio di bue sul terzo dei candidati di questa sera, ma credo che Omero e Dante non se labbiano a male. No, direi che Lo Hobbit come il grande antefatto umano che racconta una storia simile e pur dissimile perch Lo Hobbit si chiama Andata e ritorno, un racconto hobbit di Bilbo Baggins per cui Bilbo va e torna. E' una cerca di tipo tradizionale: si va a cercare un tesoro. Il Signore degli Anelli di tipo opposto: ci si va a liberare di un tesoro. Si va, si torna e ci si accorge che bisogna ancora una volta partire, per cui come un ampliamento della stessa prospettiva. Io dico sempre che tra Bilbo, almeno in parte, e Frodo c' lo stesso rapporto che c tra Ulisse ed Enea. Bilbo naturalmente curioso, come Ulisse, desideroso di viaggiare, un artista, un poeta, mentre Frodo non sarebbe voluto partire come Enea non sarebbe voluto partire da Troia, per cui c lintroduzione di una dimensione altra che compie e abbraccia quello che gi iniziava a porsi in quella precedente. Questo potrebbe corrispondere ad una ricerca dello stesso Tolkien che ha fatto su di s? Cio: la ricerca di Lo Hobbit di un certo tipo, la ricerca del Signore degli Anelli di un altro tipo: questo potrebbe corrispondere a quella che era la ricerca di Tolkien in prima persona? Pu darsi, lo pu essere nellassoluta tranquillit di dire che unopera darte parte dalla vita, ma non si riduce alla vita, un di pi, una creazione. Per questo c sicuramente lattenzione di un uomo che torna e ritorna a guardare certe cose (e questo vero di ciascuno di noi, tanto vero di noi quanto lo di Tolkien). Ma ci pensate, questo una cosa che ci tenevo a dirvi, alla gratitudine con la quale dobbiamo pensare alla fatica che queste persone hanno fatto? Tolkien quando ha scritto Il Signore degli Anelli non ci conosceva mica, e lha scritto durante la Seconda Guerra Mondiale con della carta di seconda mano sotto il rumore delle bombe Se pensate a Dante che ha scritto la Divina commedia nei carri che lo portavano da una corte allaltra sotto il fango, con lumiliazione e i sorrisi tante volte dellessere tollerato Se pensiamo a Omero cieco, come la tradizione ce lha consegnato ma se pensate a Beethoven che ha composto da sordo la maggior parte delle sue ultime produzioni: non li ha mica composti per s. E' una delle operazioni di maggiore povert della storia dellarte: un musicista
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che non si pu sentire. Pensate che croce! Ma questo vuol dire che quelle parole, che quelle note voleva veramente che noi le sentissimo, quindi le dobbiamo ascoltare con molta attenzione. Come tu accennavi prima riguardo al fatto che comunemente unopera come quella di Tolkien sia categorizzata come letteratura fantastica, per ragazzi, evasione dalla realt: di solito pensata quasi a torto come liniziatrice di un genere. Oggi tanti libri fantasy vengono visti come gli eredi del Signore degli Anelli, cosa che non credo proprio siano. Qual la differenza che ci permette di vedere Il Signore degli Anelli non come una bella gita al di fuori della realt, ma un qualcosa che invece ci fa entrare? Innanzitutto direi che spesso questa obiezione mossa da unassenza di senso della letteratura: allora anche lOdissea un libretto fantasy, non ci sono i ciclopi, i cannibali, le streghe che trasformano gli uomini in porci? Non assolutamente realistico da questo punto di vista, eppure una delle opere pi importanti di tutti i tempi. LOrlando Furioso, la Gerusalemme Liberata, i poemi arturiani, Beowulf, li leggiamo e sappiamo che sono veri, perch esprimono attraverso questo quello che perennemente vero. Tolkien diceva che ci sono due tipi di fughe nella vita: c unevasione sbagliata e unevasione giusta. Se un uomo abbandona il proprio esercito e scappa un codardo, ma se una vittima in un campo di concentramento vede un buco nel filo spinato e scappa mica diciamo: Oh, che evasione, doveva restare al suo posto!. La prima levasione del codardo, la seconda la fuga del prigioniero. Diceva: la letteratura fiabesca e fantastica ci ha e ci pu, se usata in maniera vera, liberare da quella odiosa riduzione umana propria degli ultimi duecento anni filosofico-letterari per cui vera solo la superficie delle cose. Mentre invece tutta la grande letteratura sempre stata una letteratura di profondit, in cui emerso quello che perennemente vero nelluniverso: possiamo dire di vedere un uomo che cammina nel mondo se non lo vediamo come il protagonista di una fiaba circondato di mostri, di streghe, di fate, che pu per finalmente arrivare a conquistare quello che ha profondamente desiderato? Io credo che non vederlo cos sia mancanza di realismo. Tolkien diceva che la grande arte vedere la realt in trasparenza, quindi non direi che Il Signore degli Anelli una fuga dalla realt: una fuga nella realt, un affondo; la riprova la capacit che abbiamo a valorizzare quello che abbiamo davanti tutti i giorni. Il Signore degli Anelli termina con questa frase: 'Sono tornato' disse. Questa la frase di ogni lettore che chiuda una vera opera darte: trae un profondo sospiro e dice: sono tornato. Torniamo a guardare quello che avevamo gi davanti con occhi nuovi e se non realismo questo io non so che cosa realismo sia.

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Ha parlato di presenze e di incontri che ridestano laltezza dellumano, della vera natura umana. Io mentre parlavi non ho potuto fare a meno di pensare alla figura di Renzo e di Lucia e mi sembra che accostare Manzoni a questo terzetto sarebbe stato perfetto. Mi sembra una sottolineatura verissima soprattutto in un senso: il punto in cui si vede pi di qualunque altro (nella mia sensibilit temperamentale di toscano almeno) il genio immenso di Manzoni il momento in cui luomo senza nome, lInnominato, abbracciato dal Cardinal Federigo dice Io ora mi conosco, cio lInnominato a casa. Quando un uomo scopre chi ? Quando c qualcuno che lo ama e lo conosce e allora si conosce. una sorta di incontro tra Ulisse e Telemaco: il cardinal Borromeo in questo momento padre dellInnominato perch gli rivela chi , dentro ed oltre qualsiasi sbaglio, dentro e oltre la tenebra del suo passato. Questo il genio, secondo me, quello il momento, mi perdonate lespressione, pi potentemente leopardiano di Manzoni, cio il momento in cui Manzoni fa dire una frase che avrebbe potuto dire il pastore errante dellAsia: E io che sono?, e lInnominato, abbracciato, dice: Io ora mi conosco, comprendo chi sono. un viaggio per tornare a casa anche quello, e anche in quel momento un rapporto che ti rivela a te stesso: noi siamo ciechi a noi stessi, ma possiamo incontrare degli sguardi in cui vediamo noi stessi.

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