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AMOR MI MOSSE – IL CAMMINO DELLA SPERANZA IN DANTE


Incontro con Edoardo Rialti, Varigotti 17 agosto 2007

Paolo Desalvo:

L’anno scorso con alcuni amici abbiamo creato un’Associazione che si chiama Cara
Beltà, che vuol dire “Cara Bellezza” e, come molti di voi sanno, è l’inizio di una poesia
di Giacomo Leopardi – l’inno Alla sua donna – che don Giussani amava ripetere
spesso. Lo scopo dell’Associazione è proprio quello di imparare a guardare ed amare
la vera bellezza, saperla riconoscere, saperla amare, saperla abbracciare e poterla
testimoniare a tutti. È con questo spirito che questa sera abbiamo invitato un nostro
carissimo amico, il professore Edoardo Rialti, di Firenze.
Edoardo è docente di Letteratura e Cristianesimo a Firenze ed Assisi ed è
traduttore per diverse case editrici – da ultimo ci diceva che stava traducendo una
serie di libri di Michael O’Brien, quello che ha scritto Il nemico –. Non credo che molti
di voi lo conoscano, perché essendo di Firenze è un po’ fuori zona, ma credo che dopo
stasera molti di voi non se lo dimenticheranno.
L’incontro con Edoardo è stato un incontro per noi fortuito e casuale, ma di quelli
molto significativi. L’anno scorso, proprio qui in questa casa a Varigotti, durante una
serie di esercizi spirituali dei preti della San Carlo, con don Massimo Camisasca, lo
hanno invitato, perché lo conoscevano, a fare una serata su due autori che lui ama
molto: sono Lewis e Tolkien. Noi abbiamo assistito a questo incontro ed è stata una
cosa veramente fantastica. In quell’occasione lui fece un accenno, se non ricordo male
durante l’incontro, in cui parlando della Vita Nova di Dante, disse che è il grande libro
della corrispondenza. Quella frase che lui disse durante l’incontro a me ha intrigato
molto per due ragioni: primo perché anch’io sono appassionato di Dante. Secondo
perché, la parola corrispondenza, per noi che abbiamo conosciuto don Giussani, ha un
significato molto preciso e profondo: la corrispondenza è imbattersi in una realtà che
in qualche modo corrisponde alle attese che ci sono dentro al nostro cuore. E allora
quando abbiamo deciso cosa fare questa sera, abbiamo insistito che facesse una serata
su Dante, perché ci sarebbe piaciuto approfondire questa questione.
Poi è venuto il titolo dell’incontro: Amor mi mosse. Il cammino della speranza in
Dante. Lui a tavola diceva una cosa che mi ha molto colpito; lui diceva che, in fondo,
se guardiamo la vita di Dante Alighieri è stata una vita estremamente contraddittoria,
perché in fondo tutte le cose in cui lui ha sperato gli sono state negate. Basti pensare
che era un uomo che amava la sua patria, Firenze, e pur amando la sua patria è finito
esule; è stato accusato di essere un barattiere – cioè di peculato in poche parole –, fu
cacciato dalla città e morì esule nel 1321 a Ravenna. Amava una donna che morì
giovanissima, a ventiquattro anni, Beatrice. Si considerava un grande figlio della

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Chiesa, eppure si trovò a combattere il Papa di allora – che era Bonifacio VIII – che lui
considerava il suo grande nemico. Durante la sua vita non ebbe mai onori, ne
ricchezze, ne fama per la sua opera di poeta; i poeti famosi a quei tempi erano altri,
non lui. Eppure quando, nella Cantica del Paradiso, si trova davanti a San Giacomo,
dice di sé che è l’uomo più pieno di speranza che ci sia. Ora, questa frase sembra così
contraddittoria, perché con una vita così costellata di fallimenti, come si fa a dire che
era pieno di speranza. Speranza in che cosa? È una cosa che apparentemente sembra
contraddittoria. E volevamo chiedere appunto ad Edoardo, come è possibile questo?

Edoardo Rialti:

Dunque, innanzi tutto buonasera, sono molto contento di essere qua. Vorrei che
stasera fosse veramente una chiacchierata tra gli amici.
C’era un grande scrittore, a cui si è già accennato prima, C.S. Lewis, che diceva che
la cosa bella di due persone che sono amiche di una terza persona è che ciascuna delle
due è in grado di trovare in quella persona degli aspetti diversi e consegnarsele a
vicenda. Per cui io vi prego stasera di sentirvi insieme a me a fare l’incontro, cioè
domande, curiosità, cose a cui voi tenete che magari sono suscitate da quello che io
cercherò di dire, vi prego abbiate la carità, dopo – perché ci terrei ad un momento di
domande insieme – di esplicitarle, perché chissà quanto voi farete scoprire a me,
molto, di sicuro più, di quello che io possa fare scoprire a voi.

Io sono molto contento di parlare di Dante, come sono sempre tanto contento di
parlare dei miei amici, perché io dico sempre questo: io ho alcuni amici a Firenze,
carissimi, di cui io vi posso dire il nome e il cognome: Pietro, Mattia, Maddalena, di cui
ho il numero di telefono, ho l’indirizzo email, so dove stanno di casa. Io ho altri amici,
uno dei quali si chiama Dante, anzi Durante Alighieri ed è morto nel 1321, ed è
altrettanto mio amico, mio amico personale quanto lo sono Pietro, Mattia, Maddalena
che oggi sono vivi insieme a me. Il fatto che Dante sia morto non significa
assolutamente niente e spero nel dialogo di stasera di farvi capire perché.
Il tema che volevamo appunto trattare insieme è cosa, che cosa tiene su, che cosa
fa continuare a camminare un uomo a cui apparentemente è stato strappato tutto, a
cui è stato tolto tutto: identità – perché nel medioevo essere buttati fuori dalla propria
città voleva dire – non come per noi oggi che non apparteniamo tanto a una comunità
e quindi una città vale l’altra – era come se ti togliessero le impronte digitali, ti
strappano i documenti, non sei più nessuno, non hai più nessun diritto, chiunque ti
può ammazzare e la polizia non verrà certo a reclamare la tua morte. Non puoi più
vedere tua moglie. I tuoi figli, incolpevoli – non eri colpevole nemmeno te, ma loro di
sicuro incolpevoli – a quattordici anni, quando scattava la maggiore età, si troveranno

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esposti alla stessa condanna. Tutti nella tua città ti considerano un ladro. La Chiesa, a
cui tanto tieni, apparentemente è in pezzi. L’imperatore, nel quale speri, è un
ragazzino di diciotto anni che muore senza cominciare niente. Dove sta la speranza di
Dante?
Per capire la speranza di Dante dobbiamo tornare molto indietro nel tempo,
quando Dante aveva diciotto anni, o meglio torniamo ancora prima, quando aveva
nove anni, e, ad una festa di bambini a Firenze, come ne organizzavano le famiglie
nobili che si conoscevano nel periodo di ognissanti, vede una bambina di otto, nove
anni e dice: “Non avevo mai visto niente di così bello in tutta la mia vita”. Passa del
tempo: a diciotto anni Dante la rivede e di solito quando io dico questa cosa i ragazzi
storcono il capo e dicono: “Una città di quarantamila abitanti, i nobili erano pochi, non
si erano visti per nove anni?”, questo sa un po’ di impostato. Io dico: “Guardate, nella
vostra vita, che invece è proprio così”; perché te puoi avere davanti una persona per
nove anni e poi arriva il giorno in cui la vedi davvero, dici: “Ma che ti avevo vista
prima? Ma eri qui davanti agli occhi? Sembra che mi sei comparsa adesso davanti”.
Perché? Perché compare il valore di quella persona per te, e allora la vedi, la incontri;
puoi averla avuta accanto per tanto tempo, ma non l’avevi mai vista, perché non ti eri
domandato chi era, da dove viene e dove va.
Dante un giorno – dovete immaginarvi questa scena, un ragazzo di diciotto anni
che passa per le strade della sua città, non sappiamo che cosa stesse pensando –
incontra una ragazza, una bella ragazza del vicinato, Beatrice, che conosce di vista –
da ragazzo l’aveva vista e si ricordava di questa bella ragazza -; i due si incrociano ed
era buona usanza salutarsi. Gli uomini salutavano in questo modo, chinavano la testa,
e si diceva che le donne “rendevano il saluto”: una circostanza formale, come può
essere un bacio fra conoscenti. I due passano, si incrociano, e dopo un secondo niente
è più come prima. La vita di Dante è cambiata da così a così, talmente tanto che Dante
intitola il libro che racconta quello che è nato da quel secondo, Vita Nova; vuol dire
che la vita vecchia muore, uccisa e risuscita ad una vita nuova.
Cosa è successo in quel secondo? Che Beatrice gli ha sorriso. Non solo, ma gli ha
sorriso davvero, lo ha guardato e gli ha sorriso con una tale disarmante gratuità che
una circostanza assolutamente formale diventa invece come un cuore che batte e che
Dante non si può più a strappare di dosso. Quel sorriso cambia tutto. Io dico spesso ai
ragazzi: “Guardate che Dante e Beatrice è molto probabile che non si siano quasi
parlati per tutta la vita, si saranno scambiati dieci parole in tutto”. Io mi ricordo una
volta un ragazzo a cui lo dissi che fece un passo indietro e bisbigliò: “È impossibile”, e
io gli ho detto: “Guarda è vero, sembra impossibile, ma questa è una delle più grandi
storie d’amore che la letteratura ci abbia riportato, ma una vera storia d’amore”;
perché Dante quella donna l’ha incontrata davvero, anche se si sono detti
apparentemente molto poco. Tutto era già avvenuto nel momento in cui quella
ragazza l’ha abbracciato con un sorriso e Dante non può più essere lo stesso.

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La cosa impressionante, che dobbiamo capire bene, è che Dante non ha vissuto
un’esperienza straordinaria, o meglio ha vissuto un’esperienza straordinaria come
ciascuno di noi vive esperienze straordinarie, perché ciascuno di noi ha fatto
l’esperienza di Dante, in un momento della vita è stato percosso come da un fulmine
d’intensità straordinaria, attratto e colpito da qualcosa o qualcuno di bello e di
amabile che ha incrociato, magari per un fuggevole istante, il nostro cammino. Tutti
noi ci innamoriamo e tutti noi amiamo. Qual è la differenza? Che Dante non si è
accontentato e ha fatto, alla cosa che gli era successa, le domande giuste. Si è fermato,
ha voluto guardare bene a quello che gli stava succedendo.
La cultura medioevale era piena di persone e di poeti che parlavano dell’amore,
l’amor cortese; c’era come, e questo è interessante, il presentimento che nel rapporto
tra un uomo e una donna si giocasse qualcosa di decisivo, che non è affatto scontato
perché se voi leggete la letteratura del mondo antico, del mondo greco romano,
andateglielo a dire a un greco o a un romano che l’amore è qualcosa di costruttivo; vi
dice: “Ma sei pazzo, l’amore è una passione che distrugge”. Si pregava la dea
dell’amore per non farsi innamorare, ci sono le preghiere! Perché? Perché la passione
distrugge, non ti fa camminare nella vita. Enea, nell’Eneide, quando si innamora di
Didone non va più a fondare Roma, e Didone innamorandosi di Enea smette di
costruire la città. C’era come un divario tra la passione e il compito nella vita. Invece,
secoli di cristianesimo iniziano progressivamente a far capire all’uomo che le cose che
più gli premono, come già gli premevano – l’amore, la famiglia, i bambini, il senso
della vita – non sono da accantonare, sono invece il perno, il meglio della vita. Ed ecco
che nel 1200 avviene quella che gli studiosi chiamano la “scoperta dell’amore”; si
scopre come per una sorta di deflagrazione che nel rapporto dell’uomo con una
donna, l’uomo cammina.
Pensate la cosa straordinaria, qual è l’ideale medioevale: il cavaliere. Il cavaliere
che ammazza i draghi e sconfigge i tiranni non lo fa mica per amore dell’umanità, con
una sorta di filantropia melensa e generica. Lo fa perché è stato guardato con amore
da quella donna, lì lontana nel castello; e lo sguardo, la gentilezza, la grazia di quella
donna hanno investito la sua vita talmente tanto che lui non può più vivere come
prima, per cui se vede un torto, quel torto è una stortura rispetto alla bellezza che lui
ha incontrato e lui deve combatterlo per sanarlo. Vedete, un principio di cambiamento
personale; l’uomo cambia perché è stato guardato con amore. Tutta la cultura
medioevale ruota inquietamente intorno a questo. Con intuizioni profonde, ma anche
con molti errori, tanto che l’amor cortese aveva anche dei gravi errori, perché portava
a trasformare la donna in un idolo, in un oggetto, in una sorta di dio alternativo.
Dante, come tutti noi in tutti i tempi, si innamora, e come nella cultura del suo
tempo, sente l’amore come il punto decisivo della vita, e lui nella Vita Nova fa le
domande giuste a quello che gli succede, non si ferma all’apparenza come fanno tutti
gli altri. E quali sono queste domande?

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Perché – prima domanda – questa donna mi colpisce? E la prima risposta che si dà


è che è bella. Ed è una buona risposta, nel senso che Beatrice era veramente bella;
viene riportato da Dante che era nel numero delle “trenta”, era fra le trenta donne più
belle di Firenze, era in hit parade si direbbe oggi. Era molto bella, ma a Dante non
basta. Prima risposta vera, è come la prima superficie, la cosa immediatamente
evidente. Ma non basta nemmeno dire che è bella, non basta dirlo. Dante, lo vedete se
leggete la Vita Nova è inquieto, dice: “si, ma qual è la sorgente di questa bellezza?”.
Seconda risposta. Beatrice è così bella perché è buona. È buona! Tanto che Dante dice
che chi la guarda si vergogna delle cose sbagliate che ha fatto. Leopardi, tanti secoli
dopo, intuirà la stessa cosa in maniera meno personale, quindi meno concreta quando
diceva che quando uno legge una poesia, dopo si dovrebbe vergognare per mezzora
delle cose brutte che ha fatto. Dice una cosa vera, cioè che una cosa bella ti fa
desiderare di essere bello e di vivere una vita bella come la cosa che ti ha colpito. Solo
che l’intuizione di Dante è più profonda, perché Dante capisce che quello ci colpisce
nelle stelle o in un bel libro o in una musica è straordinario, ma non è paragonabile a
incontrare una persona, qualcuno di concreto, di vivo, con degli occhi che ti guardano.
Tra l’altro è impressionante come questo sia vero nella vita di tutti i giorni. Vi capita di
dire, quando una persona aiuta un’altra a salire sull’autobus: “Che bella cosa che hai
fatto!”. Non dite mica “Che buona cosa che hai fatto!”. Perché? Perché è splendida
quella cosa, è luminosa, vi rendete conto che è al livello più grande che il cuore può
desiderare, è come una luce. “Che bella idea che hai avuto!”, “Che bella cosa che hai
fatto!”. Perché dire bello vuol dire buono, profondamente. Ma non basta nemmeno dire
questo. Dante non è un moralista, non gli basta dire che Beatrice è buona e urge, il
vederla, un cambiamento morale; non basterebbe. Ad un uomo così inquieto e
profondo non basta, e Dante dice, e a mio giudizio compie quello che la cultura
medioevale confusamente cercava, la parola che forse pochi altri hanno detto con
tanta chiarezza sull’esperienza dell’amore. Beatrice è così bella ed è così buona perché
è un miracolo, come dice nel sonetto: “E pare [cioè appare, si mostra] cosa scesa da
cielo in terra a miracol mostrar [a mostrare, a far vedere un miracolo]” 1 .
Questa è la traduzione personale, concreta che Dante dà del Prologo di San
Giovanni: “Il Verbo ha posto la sua tenda in mezzo a noi. Dio nessuno lo ha mai visto,
solo il Figlio ce lo ha rivelato”.
Beatrice è, il sorriso di Beatrice è il luogo dove il mistero di Dio ha raggiunto per le
strade di Firenze Dante e per un secondo lo ha guardato e gli ha detto: “Io ci tengo a
te. Talmente tanto che io suscito il volto di questa ragazza dal niente, per dirti «Io ti
amo» e te la mando come mia messaggera”. Questo è il culmine delle domande che
Dante fa all’esperienza che sta vivendo.

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Dante Alighieri, Vita Nova, Cap. XXVI, 6

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E, vedete, la cosa impressionante è che questo lo libera da due cose. La prima cosa,
lo libera dalla coerenza sua e di Beatrice. Perché ad un certo punto Dante – per un
meccanismo che poi gli studiosi oggi interpretano con tutta una serie di allegorie, per
cui Dante fa finta di essere innamorato di un’altra, ma che è una cosa normalissima,
non so voi, ma a me è capitato di vedere delle persone che fanno finta di non essere
interessate ad una persona e parlano di un’altra, la “donna dello specchio”, che
secondo me è una cosa molto concreta, molto umana – Dante fa finta che non sia
innamorato di Beatrice, ma di un’altra. E Beatrice gli nega il saluto, un’altra volta che si
incontrano non lo saluta, per ripicca, e Dante ne rimane feritissimo di questa cosa.
Quella notte si addormenta e sogna una voce, che è la voce del Dio dell’amore – e per
Dante il Dio dell’amore non era il cupido paffutello con la benda e la freccia, era la
Carità amore, cioè Gesù – e gli dice: “Io sono il cerchio perfetto il cui centro è
equidistante da tutti i punti, tu no”. Cioè gli dice “Io sono la perfezione assoluta, la
verità. Tu no. Tu non sei così, tu non sei così”. E Dante la mattina dopo si sveglia che è
libero e torna da Beatrice che è libero, perché gli è stato detto che cosa quella notte?
“Quello che è capitato a te sono io, e io sono e resto nel sorriso di quella ragazza. Tu e,
aperta parentesi, lei, no”. E questo rende liberi, perché la grandezza di una cosa che
succede non è schiava della propria coerenza – perché Dante stesso è stato incoerente
rispetto a Beatrice e anche, grazie al cielo a volte, chi ci porta questo messaggio.
Quella cosa rimane. E questo ti fa amare ancora di più lei. Dante non ama Beatrice
nonostante Beatrice non sia Dio, ma proprio perché non lo è. Perché, anche la ferita
che a volte la sua incoerenza può avere avuto nella sua vita terrena, gli ha fatto
ricordare quella perfezione che nella vita gli è capitata attraverso il sorriso di quella
donna. Capite quello che sto cercando di dire? D’accordo? Se non è chiaro mi
raccomando, ditemelo se vi risultasse vago o astratto. Dante non vuole bene a Beatrice
anche se lo fa stare male, anche se a volte non è nobile e profonda come in quel giorno
in cui lo ha colpito, ma proprio per quello che lei è, perché anche le incoerenze di lei
gli parlano di quello che a Dante è successo il giorno che l’ha incontrata la prima volta
e che niente può più distruggere. Primo aspetto quindi: Dante è libero dalla coerenza
personale per la verità della cosa, per l’eternità della cosa.
Secondo: è libero dalla forma che immagina del rapporto. Perché poco tempo dopo
che Dante arriva a intuire, a dire “Beatrice è un miracolo”, Beatrice muore. Muore e
Dante vive un dolore lancinante, lancinante, perché è proprio sciocco pensare che chi
ha riconosciuto vera ed eterna una cosa non soffra nel vedersela portare
apparentemente via nel tempo. Dante piange, soffre, quasi fino al punto di morire, ma
ancora una volta ha l’onestà e l’umiltà di lasciarsi interpellare da quello che gli è
successo. Perché Dante si accorge che deve decidere, deve decidere: o quello che lui ha
detto di Beatrice non è vero, cioè Beatrice non è un miracolo – e il fatto che sia morta
segna definitivamente la fine del loro rapporto, inchiodata dentro la bara non c’è più
speranza di rivederla, basta, come se si spengesse una luce per sempre -, oppure se

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quello che io ho giudicato, che Dante ha giudicato di quella ragazza è vero, questa
verità, cioè il fatto che lei venga da Dio, non è schiava della prospettiva del tempo del
limite e della morte. E allora questo, forse, chiede a lui di fare un passo. Dante dice: “Io
mi accorgo che è la forma del rapporto che è cambiata, ma io allora devo stare attento
a vedere se lei c’è ancora, perché io ho riconosciuto che lei mi è stata mandata da
qualcuno e da qualcosa che è vero”. E il vero dura nell’eternità. E Dante guardando
bene alla sua vita conclude la Vita Nova dicendo: “Io ancora, amici miei lettori, non vi
riesco a dire bene come, ma vi posso soltanto dire che Beatrice non mi è stata tolta, è
stata innalzata, è stata messa più in alto perché fosse ancora più presente nella mia
vita e io devo trovare le parole per dire di lei ciò che non fu detto di nessun altra” 2 .
Punto, fine della Vita Nova. Dante che cosa ci sta annunciando? La Divina Commedia.
Dante dice: “Io non ho ancora le parole per dirvi quanto questa donna sia presente
nella mia vita. Ho bisogno di tempo, di attenzione, di silenzio, di lavoro e di fatica per
trovare le parole giuste per dirvelo”.
Passano gli anni e Dante si trova in quella situazione che era stata giustamente
descritta all’inizio: ha trentacinque anni, è in esilio, è stato cacciato dalla sua città, è
un uomo pieno di straordinari progetti culturali e passa quasi nell’anonimato,
accusato di cose infamanti, in crisi… immaginate che cosa gli passa per la mente: “Io
amo Beatrice e Beatrice è morta, io amo la letteratura ma non sono considerato,
nessuno guarda le opere che sto facendo, sono fedele alla Chiesa e il Papa è una delle
persone con le quali vivo il contrasto, sono fedele all’imperatore e l’imperatore è
morto”. Tutti frammenti, come tanti cocci che non si riescono più a mettere insieme;
tutte cose vere, ma che non hanno un ordine, non hanno una prospettiva. Questa è
una situazione che Dante, con realismo limpido, già ammette nella prima terzina della
Divina Commedia: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva
oscura, chè la diritta via era smarrita.” 3
Il problema non è che queste cose non fossero vere, ma che io non sapevo più
camminarci dentro, io non sapevo più che passi fare, che cosa devo fare, che cammino
ho davanti. Posso ancora camminare? C’è una prospettiva per me, un esito per la mia
vita, per i miei amori, per le perdite, per le cicatrici che mi porto addosso? E lì Dante
dice: “Io [e questo è veramente geniale] io lo vedo il bene [perché l’uomo
intellettualmente lo sa quello che dovrebbe fare] io la vedo la collina della verità e ci
potrei anche andare”, sennonché l’uomo si deve sempre scontrare con il male che è
fuori di sé e che, ahimé, è anche dentro di sé. Dante dice: “Io ce la farei anche, forse,
contro la lonza della lussuria”. Che cos’è la lussuria? È usare gli altri e anche le cose
non per il valore che hanno, ma per l’immediata comodità che riscuotono in noi. Io ti
uso, uso una persona come fosse un mobile, perché mi è più comodo. Qualche giorno
fa ero in autobus è ho visto un ragazzo che camminava con una ragazza e le ha girato

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Dante Alighieri, Vita Nova, Cap.XLII
3
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto I, v. 1-3

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la testa, così, per baciarla. Io vi assicuro che mi si è gelato il sangue nelle vene. Non
l’ha mica picchiata, ma io era tanto che non vedevo un gesto di così terrificante
violenza, come se premo il telecomando e ora mi devi baciare, ti giro la testa. Io ero in
autobus e vi assicuro che sono rimasto congelato quando ho visto questa cosa. Questa
è la lussuria di cui Dante parla all’inizio della Divina Commedia. “Ce la farei, forse,
contro di questo. Ce la farei anche, forse, contro il leone della superbia”, che è il
sentirsi i padroni del mondo. E Dante dice che veniva avanti con “rabbiosa fame” 4 ,
come l’immagine di tutte le guerre. Si fa la guerra perché? Perché si pensa di dover
imporre sulla realtà un proprio previo schema. Ce la farei anche contro questi due
mali terribili. Ma contro la lupa dell’avidità, della sete di potere – e la sete di potere
non ce l’hanno solo i politici, ce l’abbiamo tutti; è il dire “le cose sono mie, nel modo in
cui voglio io”, “meglio dominare che amare”, perché amare mi mette in condizione di
ascoltare, di servire, di essere a disposizione… no! Io voglio dominare, voglio ottenere
tutto e non dare nulla – contro questa, dice Dante, nessun uomo da solo ce la fa, e “io
perdei la speranza de l’altezza” 5 e precipitai di nuovo là “dove il sole tace” 6 . La prima
sinestesia della letteratura italiana, quando voi accostate due sfere sensoriali diverse.
Il sole è un fenomeno visivo, il tacere è un fenomeno uditivo. Dante com’è che ti dice
che precipita nel buio: il luogo dove il sole tace, dove non parla più. Altro che
Boudulaire, che ne farà di sinestesie, ma secoli e secoli dopo. Il buio è il luogo dove il
sole non parla, bellissimo.
E lì, Dante – e guardate che in un poeta le parole hanno un peso decisivo – che
cosa succede? Dice “mi si fu offerto”, offerto, donato, “chi per lungo silenzio parea
fioco” 7 . Dante dice: “Proprio nel momento di buio assoluto, di disperazione, io vedo
una figura che mi viene offerta – cioè mi viene presentata, donata senza che io me lo
aspettassi, una gratuità che precede addirittura la richiesta di aiuto -, che però sta
zitta, per così tanto che sembrò non avere voce”. E subito c’è il primo discorso diretto
della Divina Commedia. E qual è la prima parola che Dante dice nella Divina
Commedia: “«Misere di me [abbi pietà di me!] gridai a lui, «qual che tu sii, od ombra od
omo certo!»” 8 ; o un uomo o un’ombra, qualsiasi cosa tu sia tu sei l’unica cosa che io
vedo, aiutami! E perché quella figura non parla? Perché doveva parlare prima Dante.
Perché uno non ti può aiutare se non riconosci di essere aiutato; se non dici “Aiutami!”
io non ti posso aiutare. La domanda deve essere di Dante, Dante deve chiedere
altrimenti nessun aiuto lo potrà raggiungere. E quella figura, a quel punto, fa un passo
in avanti e si presenta ed è Virgilio, lo scrittore preferito di Dante, lo scrittore che
Dante amava di più, perché era quello che più dialogava la sua vita, con la sua

4
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto I, v. 47
5
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto I, v. 54
6
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto I, v. 60
7
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto I, v. 62, 63
8
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto I, v. 65, 66

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umanità. Dante che cos’era? Era un esule. E di che cosa parla l’Eneide di Virgilio se non
di un uomo a cui bruciano la casa, a cui ammazzano la moglie e che deve andare da
un’altra parte. La stessa storia di Dante. Virgilio aveva parlato a Dante gettando come
un ponte nei secoli con la sua opera. Il suo scrittore preferito. E Dante si commuove e
dice “Aiutami, aiutami!”. Quanto è vera questa cosa, nella mia vita lo è, non so nella
vostra: quante volte io sono stato afferrato per i capelli da qualcuno che mi ha portato
una parola bella. I miei scrittori preferiti, i compositori delle musiche che io più amo,
il secondo concerto di Rachmaninov, Lewis, Tolkien, Michael O’Brien, quante volte nei
momenti di assoluto buio, in cui potevo avere messo in dubbio tutto, loro sono tornati
a riportarmi una parola che ha ridestato il mio cuore. E io mi sono aggrappato a quella
tenue traccia di bellezza che ancora persisteva nella mia vita. E Dante dice “Aiutami!” e
Virgilio gli dice “Vieni con me, tu devi fare un cammino, un cammino lungo in cui
dovrai fronteggiare tanto orrore, ma in cui arriverai, raggiungerai la felicità che
sembra essere ormai definitivamente perduta” 9 .
Si mettono in cammino, ma Dante dopo poco si blocca. Perché? Perché Virgilio gli
dice: “Noi dobbiamo attraversare il regno dei morti, andremo all’Inferno, vedrai tutta
la desolazione, l’orrore, le tenebre, il buio, poi salirai la montagna del purgatorio e poi
dopo non so che cosa ti attenderà”. Dante si blocca, ha paura. Dante dice: “Ma io non
sono mica degno di fare un viaggio del genere”; e questo guardate che è una scusa, è
una grande scusa, è una scusa terribile. Apparentemente Dante fa l’umile, dice “in
Paradiso, all’Inferno ci è andato san Paolo, ci è andato Enea, io figuriamoci sono un
poverino non posso fare niente” 10 . Virgilio gli dice: “la tua anima è da viltade offesa” 11 ;
cioè tu stai presumendo da te meno del tuo cuore, perché tu invece questo cammino
lo desideri perché è vero, e invece ti stai tirando fuori perché hai paura di fare fatica.
Però Virgilio per convincerlo non gli fa un rimbrotto, gli dice: «Lo sai che questo
viaggio non è mica stato voluto perché te sei bravo, buono e bello, ma perché te sei
amato. Perché nel momento in cui tu eri nel profondo del male, dell’abiezione, che ti
faceva tanto male da fuori, ma in cui tu eri tanto complice dall’interno, [nella selva
oscura in cui Dante si era smarrito, perché lui aveva abbandonato la via], in quel
momento tu non sei stato lasciato solo. Dio ancora una volta si è commosso per te; la
Madonna dal cielo ti ha visto, si è commossa, è andata da santa Lucia [la santa a cui
Dante era devoto e che è la protettrice della vista, ma anche della vista spirituale, cioè
del vedere nella vita] e gli ha detto “Lucia, aiutiamo Dante”, e Lucia è andata da
Beatrice in Paradiso [c’è come questa staffetta di donne dal paradiso che si
preoccupano, dalla nostra mamma celesta, dalla Madonna, che coinvolge tutta una
serie di persone fino a Beatrice]» 12 . Beatrice va all’Inferno e va da Virgilio e gli dice vai

9
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canti I, v. 91 sgg
10
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto II, vv. 31-36
11
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto II, v. 45
12
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto II, vv. 49-126

9
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“dall’amico mio, e non della ventura” 13 . Questa è la definizione che Beatrice dà di


Dante: ventura vuol dire accidente, casuale. Il mio amico, è l’amico mio non per caso;
io quel giorno quando l’ho incontrato non era per caso, quello che è successo fra noi
non era per caso. E come si presenta Beatrice: “I’ son Beatrice [guardate] che ti faccio
andare;(…) amor mi mosse, che mi fa parlare.” 14 Amor mi mosse. “L’Amore, con la A
maiuscola, cioè Dio, attraverso la Madonna e santa Lucia, mi ha mosso e mi fa
parlare”. Come si chiamerà, alla fine della Divina Commedia, Dio? L’amor che muove 15 ,
un amore che muove, vedete. E Beatrice qui sta giudicando la sua funzione nella vita di
Dante; certo nel momento peggiore, quando Dante ha 35 anni, ma sta giudicando
anche prima: “l’Amore mi ha mosso”. Quando quel giorno Beatrice è uscita, quando
aveva 18 anni, è ha incontrato per la prima volta Dante probabilmente stava andando
al mercato, stava andando a comprare il pesce, io non lo so. Ma Beatrice dal Paradiso
dice: “Quel giorno era Amore che mi ha fatto uscire di casa anche se io non lo sapevo.
Gesù dal Paradiso si è affidato a quell’istante in cui io ho incontrato quel ragazzo per
raggiungerlo e io in quel momento ho detto di si”. Vedete quanto conta anche un
istante nella vita di un uomo, guardate quanto dobbiamo al sorriso e alla disponibilità
di una ragazzina per cambiare la vita di un’altra persona. E dice: “Questo è ancora più
vero e più limpido oggi, più esplicito oggi dal Paradiso; è Dio che mi muove, che mi fa
parlare”. Questo fa muovere anche Dante, Dante a questo punto si muove, cammina,
infatti come finisce il canto “Allor si mosse, e io li tenni retro” 16 .
Vedete, questo racconta tutta la dinamica della vita dell’uomo, di ogni uomo; il
meglio della vita sta nel riconoscere un amore che ci raggiunge, che si fa strada –
perché Beatrice dal Paradiso non si fa problema ad andare all’Inferno, cioè è come se
noi fossimo ficcati dentro un cespuglio di rovi e chi ci ama non abbia paura di tuffarsi
dentro i rovi che gli straziano le carni per tirarci fuori-. Un amore che ci raggiunge è la
mossa, la prima cosa, il nostro compito è tentativamente andargli dietro, riamarlo
come ci è possibile.
Ed ecco che lì nasce la Divina Commedia. La Divina Commedia che cos’è? È il
giudizio della Vita Nova esteso alla storia dell’umanità. Dante nella Vita Nova aveva
giudicato il suo amore; nella Divina Commedia giudica tutto il mondo, giudica tutto,
tutto quello che già c’era, perché nella Divina Commedia di che cosa parla Dante, che
cosa vede all’Inferno, nel purgatorio, nel paradiso? Vede le tre grandi possibilità, o
meglio le uniche due possibilità della libertà umana, in tutti coloro che avevano
attraversato il suo cammino. I suoi scrittori preferiti, i suoi amici, i politici del suo
tempo, le figure della Chiesa – i grandi santi o i grandi peccatori – le figure della

13
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto II, v. 61
14
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto II, vv. 70-72
15
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXIII, v.145
16
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto I, v. 136

10
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letteratura che lo avevano affascinato – Ulisse, Enea, Diomede, eccetera. Tutto è


giudicato e quindi è finalmente percorribile.
Vedete il problema dell’inizio non c’è più, Dante può finalmente camminare, e
questo cammino, che è il cammino della vita dell’uomo, chiede – uno – di guardare in
faccia a tutto il male che l’uomo può fare, e questo è l’Inferno, la possibilità che la
libertà dell’uomo ha di distruggere, rovinare, corrompere. E Dante tutte le volte nei
momenti peggiori dell’Inferno sviene. Perché sviene? Perché capisce che quel male
orribile, che vede in un altro, è possibile anche in lui. Quando lui vede Francesca da
Rimini 17 , che per amore ha tradito il marito ed è finita all’Inferno e continua ad odiare
il marito, Dante sviene perché si accorge che tante volte lui ha guardato Beatrice così,
tante volte lui ha amato e ha ucciso gli altri in nome dell’amore, ha ucciso l’amore in
sé. Infatti c’è quella terzina famosa di Francesca da Rimini che dice “Amor condusse
noi ad una morte” 18 e Dante sviene e dice: “No questa è una menzogna, l’amore non fa
morire, l’amore non fa morire, quello che voi dite è una menzogna” seppure con tanti
aspetti veri e struggenti. O quando vede Brunetto Latini 19 , il suo grande maestro che è
all’Inferno e che è ancora pieno di dignità – ma è solo pieno della dignità di un uomo
di lettere – Dante lo guarda e gli fa: “Siete voi qui, ser Brunetto?” 20 , e Brunetto Latini gli
chiede solo una cosa: “Si legge ancora il mio libro?” 21 . Mamma mia, che cosa terribile.
Tanti intellettuali magnificano questa cosa, ma a voi non vi fa… pensate Dante che
vede il suo maestro all’Inferno che gli chiede “Ma si vende ancora il mio libro?” è
proprio una posizione da intellettuali. “Ma voi siete qua privato della felicità eterna e
vi preoccupate delle vendite del vostro libro?”. “Siete voi qui, ser Brunetto?”.
La cosa impressionante è che poi dopo Dante intraprenderà anche tutto il
cammino invece del purgatorio che è il luogo dove si torna all’amore, cioè dove
l’amore si fa di nuovo strada in noi e ci raggiunge e questo attraverso il dolore, un
dolore che fa spazio a ciò che veramente conta nella vita, perché brucia tutte le
obiezioni che ancora restano in noi. E poi al luogo della gioia vera ed eterna, il
paradiso.
La cosa impressionante è che in tutto questo viaggio gli viene continuamente
profetizzato – perché Dante ambienta la Divina Commedia un anno prima dell’esilio,
poco prima dell’esilio, poco tempo prima dell’esilio – continuamente gli viene detto
che lui sarà cacciato dalla sua città e vivrà una vita dolorosa, ma è molto interessante
la diversità di prospettiva nelle tre Cantiche.
All’Inferno tutti i dannati glielo dicono solo per ferirlo, perché le forze del male
possono solo questo alla fine nella vita, da sempre, dal giardino dell’Eden: porre

17
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto V
18
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto V, v. 106
19
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto XV
20
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto XV, v. 30
21
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto XV, vv 118-120

11
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sfiducia nei confronti di ciò che Dio ci propone. Che cos’è che fa il serpente nel
giardino dell’Eden? A Eva gli fa una cosa che è il più perfetto trattato di retorica che
sia mai stato fatto. Che cosa dice il versetto della Bibbia? Dio disse agli uomini:
“Mangiate di tutti gli alberi tranne che dell’albero del bene e del male”, e il diavolo gli
fa questa domanda: “È vero che Dio vi ha detto di non mangiare di nessun albero del
giardino?”. E io la spiego sempre così ai miei ragazzi. Eva gli fa “No. Di tutti sì, tranne
che di quello”; ma se io dico a un mio amico: “È vero che tua mamma non ti vuole fare
mai vedere gli amici?” e lui mi dice “No, non vuole che io esca tutte le sere”, lui però
capisce benissimo che io gli sto dicendo una cosa molto più profonda: “Non ti devi
fidare di tua mamma. Guarda che tua mamma è una che non vuole quello che te
veramente vuoi, ti è nemica”. E nell’Inferno continuamente i dannati, che non possono
impedire il viaggio di Dante – tutte le volte che gli sbattono le porte in faccia un angelo
arriva e gliele fa aprire o Virgilio stesso dicendo: “Vuolsi così colà dove si può ciò che si
vuole” – ma tutte le volte, visto che non possono fare altro gli danno sempre un ultimo
colpo negli stinchi. Farinata degli Uberti 22 gli dirà a Dante: “Guarda che tu presto
saprai quanto pesa tornare a casa, tu pensi di avere un bel viaggio davanti, ma così
non è” 23 . Brunetto Latini, che gli dice apparentemente una cosa bella, perchè gli dice:
“Guarda sarai cacciato, ma non ti preoccupare perché Firenze non ti merita” 24 , gli dice
una cosa terribile, ancora una volta una frase da intellettuale, cioè gli dice: “Chi non ti
vuole non ti merita”, ma invece Dante ci tiene a quel luogo. Brunetto Latini è lui che ha
il problema di non appartenere a niente e a nessuno e quindi non ha il problema di
andarsene dalla sua città. Più avanti ancora, il ladro terribile, empio, Vanni Fucci, gli
dice: “tu sarai cacciato e detto l’ho perché doler ti debbia” 25 , perché ti faccia male. E
Dante tutte le volte rimane colpito perché questi dannati gli dicono: “Guarda che Dio
ha in serbo per te una grossa fregatura che sta arrivando, pian pianino, aspetta e
vedrai”. E Virgilio, che è veramente un padre e un maestro, quando la prima volta
Farinata gli dice quella cosa, Dante va lì e gli dice: “Ma lui mi ha detto questo” e lui gli
dice “Quando vedrai Beatrice lei, lei ti dirà di tua vita il viaggio” 26 , aspetta non ti
stanno dicendo tutto. E quando Brunetto Latini gli fa questo discorso: “Non ti
preoccupare, vattene in esilio come un premio nobel che non è stato meritato”, Dante
dice: “Quello che voi dite me lo annoto e lo chioserò [lo commenterò] con un altro
testo” 27 che è Beatrice, cioè lo paragonerò con quello che mi verrà detto da lei, perché
anche questo non mi torna.
Quando poi arriva nel Purgatorio le profezie si fanno più esplicite, ma ancora sono
abbastanza vaghe, cioè le anime del Purgatorio gli dicono: “Guarda tu soffrirai, però

22
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto X
23
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto X, vv. 79-81
24
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto XV, vv. 70-73
25
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto XXIV, v. 151
26
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto X, vv. 124-132
27
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto XV, vv. 88-90

12
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questo è un dolore che è legato al dolore che noi viviamo qui, è un dolore che
ultimamente è per un bene, aspetta, aspetta, abbi fiducia”.
Dov’è l’ultima profezia che viene fatta, definitiva, esplicita, talmente tanto che gli
viene detto date, nomi, i colpevoli, che cosa gli succederà, ed è una profezia di una
crudezza terribile, perché gli viene detto: “Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente;
(…) Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e’l salir
per le altrui scale” 28 quanto pesa mangiare il pane che ti dà un altro che ti fa “tieni,
tieni”, quanto pesa salire le scale delle case degli altri – con gli altri che ti guardano
dicendo “quand’è che te ne vai”, magari non te lo dico, ma te lo faccio pesare – sempre
fuori, mai a casa tua, mai con la tua famiglia. Questa profezia gli viene fatta da un suo
avo in paradiso, nel cielo dei martiri davanti alla croce di Gesù. Quel suo avo, morto
martire, arriva e gli dice: “Guarda le cose stanno così, succederà questo; te puoi
decidere come vivere questa circostanza, la puoi subire, odiandola, o la puoi
abbracciare come io ho abbracciato il martirio, e questa sarà la croce della tua vita e il
luogo dove tu sarai raggiunto dall’amore di Gesù e dove il tuo cuore, proprio perché
ferito, si spalancherà e porterà tanto bene agli altri, perché tu avrai parole che
cambieranno la vita di tante persone”. Dante dice di sì. Vedete, è come le due
possibilità dei due ladroni accanto a Gesù: tutti gli uomini, tutti noi abbiamo dei
chiodi nelle mani, ognuno di noi ha delle ferite, ognuno di noi, possiamo solo decidere
come viverle. Come il cattivo ladrone, che urla, sbava e si ribella inchiodato o come il
buon ladrone che guarda che c’è già un altro che ti ama e che ha quelle stesse ferite e
che soffre per te. Per te e con te. E Dante, davanti alla croce di Gesù, che visivamente
gli dice: “Il tuo dolore lo abbraccio io, lo vivo io, e ti chiedo di fare questo cammino
con me, amico mio”, dice di sì. Questa è la speranza di Dante, questo è ciò che mi fa
chiudere gli occhi la sera con speranza. Per questo Dante ha scritto l’opera che ha
scritto. Dante come la chiama: “Il poema sacro a cui hanno posto mano e cielo e terra”.
Quando Dante vede la Madonna alla fine, nel Paradiso, cosa dice: “Nel ventre tuo si
riaccese l’amore per lo cui caldo nell’eterna pace, così è germinato questo fiore.”, il
paradiso, il grande fiore. Dante qui sta dicendo la dinamica di tutta la storia del
cristianesimo; la Madonna ha accolto l’amore di Dio, una proposta d’amore che le è
costata molto, tantissimo, quanto ben sappiamo. L’ha tenuto al caldo, l’ha scaldato e
quindi “guarda Madonna che fiore che è germinato, infinito”. Questa cosa la possiamo
dire anche di Dante, nel suo piccolo. Dante ha accolto l’amore che l’ha raggiunto
attraverso Beatrice, attraverso Virgilio, tutti testimoni e messaggeri di quell’ultimo
vero amore che è Dio. E quando Dante vede Dio come lo chiama: “Il sorriso
dell’universo”. Quel piccolo sorriso che lo aveva raggiunto, ora trionfa davanti a lui. Ed
è una persona concreta e precisa.

28
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto XVII, vv. 55-60

13
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È interessante che quando Dante, dico le ultime due cose, arriva sulla soglia del
paradiso terrestre 29 c’è un muro di fuoco e Dante non lo vuole attraversare, perché
fino a questo momento lui ha visto le pene degli altri, ma adesso tocca a lui, lui deve
attraversare queste fiamme. E Dante si blocca, ha paura; Virgilio si mette dentro le
fiamme e gli tende le braccia 30 – che è una delle immagini più commoventi della
paternità di tutta la mia vita. I miei padri, i miei papà, nell’anima, nel mio cuore, sono
queste persone qui. Vi posso fare nomi e cognomi: Michael O’Brien, don Giussani,
Thomas Howard, Lewis, Tolkien sono persone che per prime si sono messe nel fuoco
della vita e mi tendono le braccia e mi fanno “Vieni, vieni ci sono già io qui”. Però
Dante ancora non si muove. Virgilio gli dice tutta una serie di motivazioni: “Ma come,
hai fatto tutto il viaggio, Dio ti sta aspettando”, ma Dante non si muove, non si muove,
il corpo ha paura, quando si tratta di fare una fatica anche tutti i motivi giusti non
bastano. Virgilio gli fa: “Figlio mio, tra Beatrice e te c’è solo questo muro” 31 e Dante fa
un passo immediatamente in avanti. Virgilio gli prende le mani e gli fa: “Coraggio, i
suoi occhi, i suoi occhi, i suoi occhi…” 32 , ripetendoglielo, ripetendoglielo Dante
cammina dentro il muro di fuoco. Ci si muove così nella vita, non ci si muove per un
idea, ci si muove per un volto amato. Talmente tanto che Dante quando vede Dio in
paradiso, dice che “il mio viso in lei tutto era messo” 33 , e lì viso vuol dire sguardo, cioè
io continuavo a guardarlo, e a guardarlo, e a guardarlo, perché “dentro da sé, del suo
colore stesso, mi parve pinta della nostra effige” 34 . Perché nel cuore di Dio c’è una
faccia umana, c’è un uomo da guardare. Dante dice: “Dio ci interessa così tanto perché
ha una faccia, perchè ha un volto amabile, il volto di Gesù”.
Quello che vi dicevo prima, Dante ha detto di sì a questo amore, lo ha tenuto al
caldo, perché… sapete cosa ha voluto dire scrivere la Divina Commedia?
Probabilmente perdere la vista o quasi, al fango, pensate il fatto che Dante non sapeva
neanche che fine avrebbe fatto, l’ha scritta a penna, a lume di candela, immaginatevi in
un carrozzone sotto la pioggia, magari andando a Ravenna, senza avere i libri – Dante
cita quasi sempre a memoria decine di libri, gli aveva imparati a memoria – facendo
fatica, le rime, il problema di dire “ma magari non la leggerà nessuno”, ma lui ha detto
di sì, ha scaldato l’amore che gli è stato proposto tenendolo al caldo come un bambino
a cui si dà da mangiare tutti i giorni, se si sveglia di notte lo culli; e guardate che fiore
che è germinato: non solo la Divina Commedia come opera che dura nel tempo e che
cambia la vita di tanti, ma il fatto che noi stasera siamo qui. E noi lo dobbiamo a
quella ragazzina, che ha camminato per la strada e che ha sorriso a quel ragazzo e alla
fatica che quell’uomo ha fatto e all’amore e alla disponibilità con cui ha ospitato

29
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXVII
30
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXVII, vv. 19-33
31
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXVII, vv. 34-36
32
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXVII, vv. 52-54
33
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXIII, v. 132
34
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXIII, vv. 130,131

14
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quella novità, quella vita nuova, raggiungendo anche noi. “Amor lo mosse”, lo ha fatto
parlare e questo raggiunge noi. Anche noi, visto che lui sta camminando e tendendo le
braccia dal fuoco, tentativamente cerchiamo di andargli dietro come lui ha fatto con
Virgilio. Io sono legato a Dante perché Dante è un mio papà nell’anima, perché mi ha
portato una parola come a lui è stata portata e io non posso sdebitarmi con un uomo
che mi tende le braccia così. E quanto dobbiamo essere grati a chi ospita un amore
grande nella vita e fa la fatica di esprimerlo. Grazie della vostra attenzione.

Paolo Desalvo

Come lui ha detto all’inizio c’è spazio per qualche domanda se vogliamo
approfondire alcune questioni.

D. Ma sei giovanissimo?

In realtà signora ho settant’anni ma li porto molto bene.

Sembri così giovane, come fai ad avere una mente così…

Non è questione di mente, sono solo cose vere, ho solo avuto soltanto la fortuna di
incontrarle, basta. Mi consola il fatto che Dio ama anche gli asini, come dice la Bibbia.

Però non tutti hanno questa fortuna.

Bisogna guardare bene: perché Dante ha scritto la Divina Commedia? Lui dice: “Io
la scrivo in italiano perché la leggano anche et muliercule”, le connette di strada, cioè
quelle che facevano il bucato, che non conoscevano il latino. Perché Dante l’ha scritta
in volgare? Per filantropia? No! Perché lui è consapevole che ogni vita umana ha la
divina dignità della sua. Talmente tanto che Dante è il primo poeta epico che fa epica
su di sé: Omero ha parlato di Ulisse o di Achille, Virgilio parla di Enea. Dante fa un
poema epico parlando di una ragazza che non conosceva nessuno, di suo nonno, dei
suoi scrittori preferiti, dei politici del suo tempo; voi avete mai più trovato uno che
racconta di sé così? Ma è un uomo umile, non è vanaglorioso, che è consapevole che la
vita di ogni uomo è un avventura con questa dignità, per cui ogni vita umana ha
questo valore.

D. Io ho un contraccolpo più che una domanda, che non so bene esprimere. Mentre
raccontavi dicevo: “Possibile, un solo sorriso?”. A parte la genialità dell’uomo, la
grandezza umana, a me servono tanti segni nella vita, come una permanenza di questo
bene eppure delle volte lo tradisco, eppure non lo guardo, e a lui è bastato un sorriso.
Come ha fatto a capire che quel sorriso, come ha fatto a sentire l’accompagnarsi nella
vita, la compagnia della sua vita di questo sorriso. Come ha fatto a non rimanere un
atto isolato?

15
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È una domanda difficile, nel senso che non c’è una previa teoria, non c’è una previa
formula. La questione era se Beatrice era davvero ancora presente. E Dante ce lo ha
fatto vedere; ha fatto vedere come la presenza di lei, la memoria di tutto quello che
era accaduto, la sua presenza costante nella sua vita, continuasse a giudicare le cose.
Per cui non è che Beatrice è un’invenzione di Dante, non è che Dante tutte le volte
che gli succedeva una cosa faceva: “Ma allora io devo paragonarla con il sorriso che mi
è capitato quando avevo diciotto anni”. Certo quello era l’inizio, ma di un rapporto;
Beatrice – lui ha detto: “È ancora qui, c’è ed è presente” –. Talmente tanto che gli dice
cose che lui non si aspetta. Ne parlavamo a tavola: quando Dante alle pendici del
Paradiso Terrestre… – se uno fosse un letterato un romanziere, questo qua ha
attraversato tutto l’Inferno, ha visto tutto l’orrore, l’abiezione, il cannibalismo, la
perversione umana e diabolica, demoniaca, satanica; ha visto tutto il Purgatorio, cioè
tutto il dolore, la purificazione, la speranza – arriva davanti alla persona amata in un
bel prato fiorito; cosa uno si aspetterebbe da un’opera di letteratura? I due che al
rallentatore, con la musica di Morricone, si trovano, si incontrano e si abbaracciano.
Giusto? E invece lei si toglie il velo e gli fa una parte terribile. Lo chiama per la prima
volta: “Dante” – la prima volta che viene nominato il nome nella Divina Commedia –
“Fermo. Guardami in faccia. Guarda quante volte tu hai tradito il bene che ti aveva
raggiunto” 35 . E Dante si mette a piangere, singhiozza e Beatrice dice: “Non basta, non
basta”, e lo fa guardare fino in fondo e Dante lì si spezza, cioè si spezza tutto
l’orgoglio, riconosce che quello che gli è stato dato è puro dono e che lui lo ha tradito.
Però è ancora lì presente nella sua vita. E queste non sono cose che si inventano,
perché se voi leggete Petrarca, vedete che in Petrarca, Laura è spesso la proiezione che
Petrarca ha di sé. Magari gli dice delle cose anche più dure di quelle che gli ha detto
Beatrice, ma è il grillo parlante che c’ha in testa lui, non è una presenza concreta, non
è una compagnia alla sua vita.

È una sfida

Però non esiste una previa teoria, ci sono cose che non si spiegano, non si sezionano.

D. Qual è la natura dei dissapori tra Dante e il Papa?

È un ottima domanda, che fa capire una cosa importante. Allora Dante era un
Guelfo – quindi era un sostenitore dei privilegi del papato, non era un Ghibellino, non
era un difensore a oltranza dell’imperatore – però era un Guelfo – oggi si direbbe
moderato – un Guelfo bianco. Lui diceva che la Chiesa ha un’autorità suprema per il
cammino nella verità ultima dell’uomo, però ci deve essere una giusta separazione tra
potere laico e potere spirituale, è una cosa che nella Chiesa è stata una riflessione che
ha occorso del tempo.

35
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXX, vv. 55 e sgg.

16
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Bonifacio VIII era una personalità molto forte e molto importante e che aveva
invece una pretesa anche espansionistica, cioè lui voleva ampliare lo stato della Chiesa
a Firenze, o almeno voleva avere una forma di tutela, non è che voleva avere un
controllo diretto. Qui non c’è una controversia di tipo dottrinale, ma di tipo politico,
su una questione politica.
Dante è durissimo con Bonifacio VIII, lo chiama con delle parole impressionanti:
“Principe dei nuovi farisei”, “Caifa”, “Giuda”, “cloaca del sangue e della puzza” 36 , cioè
latrina, piena di sangue di fango e di escrementi.
Però – guardate è incredibile, ancora una volta un uomo che va oltre le proprie…
quanto poteva avercela? Bonifacio VIII era stata la causa del suo esilio, perché quando
Dante andò a Roma per un’ambasciata dal Papa, Bonifacio VIII lo fece trattenere con
una scusa e intanto Firenze fu invasa dagli alleati del Papa e Dante fu cacciato, quindi
Dante si sentiva ingannato da questa persona. Quindi aveva tanto motivo di rancore.
Quando Bonifacio VIII fu fatto prigioniero dai francesi e ci fu il famoso schiaffo di
Anagni, per cui un funzionario del Re di Francia, con la mano guantata di ferro, dette
uno schiaffo al Papa, che era un uomo anziano, che per lo shock morì due settimane
dopo – che non esisteva, non è mai più successo credo nella storia della Chiesa che un
Papa sia stato malmenato in maniera così sudicia e irrispettosa – Dante, che aveva
tutti i motivi per esultare – giusto?... immaginatevelo! – scrive nel Purgatorio: “Io vedo
Cristo di nuovo flagellato” 37 . Dice: “Io posso non essere d’accordo con il Papa, ma lui è
il vicario di Cristo e non si tocca, non si tocca”. Vedete, Dante non era una persona che
non aveva rancori o sentimenti personali o anche parziali, ma aveva l’umiltà di andare
oltre per quello che gli era successo; lui aveva giudicato che il Papa era il vicario di
Cristo, questo era una cosa più profonda del fatto che lui fosse in contrasto politico
con il Papa. Quindi il Papa non si tocca. Jacopone da Todi non fu così grande, perché
quando il Papa fu imprigionato esultò.

D. Io volevo chiederti una cosa, ne parlavamo già anche prima a tavola, l’accenno che
tu facevi dell’incontro tra Dante e Beatrice in cima al monte del Purgatorio, dove
Beatrice chiama per nome Dante. È la prima volta in tutta la Divina Commedia in cui
Beatrice chiama Dante per nome, quasi come a dargli l’identità. Pensavo che
quell’incontro lì è verissimo, che non poteva essere stato pensato a tavolino perché era
una cosa assolutamente reale e mi impressiona il fatto che se si deve pensare ad una
verità di rapporto tra un uomo e una donna, come dicevi tu all’inizio, quell’incontro lì
fa proprio capire cosa vuol dire veramente la profondità di un rapporto, perché non è
lasciato fuori niente, cioè un amore che ha dentro un giudizio, tanto è vero che Dante
piange per le cose che sente dire da lei. Mi impressiona questo, perché quando si parla
appunto di una compagnia al destino anche tra uomo e donna o tra amici pensare ad

36
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto XXVII, vv. 22-27
37
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, Canto XX, vv. 85-93.

17
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un’amicizia così, ad un rapporto così è veramente una cosa grandissima. Non so se sei
d’accordo?

Si, assolutamente. È un’esperienza, appunto, impressionante. La Divina Commedia,


se ne parlava a tavola, è il più grande poema della cristianità. Siamo credo d’accordo
tutti. È forse la più grande… ci sono a mio giudizio tre o quattro opere che tengono
testa, cioè sono le opere più belle della narrativa mondiale, però la Divina Commedia è
forse l’opera poetica più grande che sia mai stata scritta.
Eppure apparentemente Gesù non c’è mai. Tranne l’ultima terzina in cui si vede la
faccia di Gesù, o la croce nel Cielo dei Martiri, Gesù dov’è nella Divina Commedia? C’è
invece sempre, perché c’è Beatrice. Beatrice è la carne umana, la storia umana – cioè la
Chiesa – che ha raggiunto Dante. È questo il punto: cioè Gesù non è un’entità astratta
o relegata nel passato. È Lui ed è in Beatrice, è dentro una storia di rapporti umani…

scusa se ti interrompo, puoi ripetere quella frase di von Balthasar che ci dicevi prima…

…von Balthasar diceva una cosa bellissima. Von Balthasar diceva, per far capire la
differenza di mentalità: a un teologo moderno, un intellettuale moderno, anche un
intellettuale cristiano moderno, spiritualista, che obbiettasse a Dante che guardare
troppo Beatrice gli avrebbe ostacolato la visione di Dio, Dante non lo avrebbe neanche
degnato di un’occhiata di compatimento. Anche se è vero – ed è impressionante anche
questo -, che chi è segno del Mistero ti aiuta ad andare sempre oltre a sé. Ad un certo
punto Dante è un po’ imbambolato davanti a Beatrice e lei si mette a ridere e dice: “Ma
guarda un po’ intorno, non è mica tutto qui il Paradiso”. E questa è una cosa di un
amore e di una delicatezza infinita. Ed è vera.

D. Io scusa faccio la rompiscatole: però lei l’avrà incontrata un paio di volte in vita
sua…

È vero…

… non c’ha vissuto insieme, sembra molto una figura idealizzata. Allora mi chiedo:
questo distacco, questo strappo, anche il fatto che lui abbia creato questa situazione,
faceva finta di essere innamorato di un’altra, è come se ci fosse una separazione, un
distacco. Sembra quasi che per avere questa chiarezza di che cos’è questa ragazza lui
non ci si sia compromesso… capisci cosa voglio dire? Parliamo di concretezza,
comunque questa ragazza è un fatto, però poi di fatto lui ne l’ha sposata, ne ci ha
vissuto insieme…

Certo, ma perché non ha proprio il problema; il problema non era sposarsi con lei,
Dante forse non era innamorato, nel senso eroticamente attratto da Beatrice, era solo
successa. È lui, infatti, è solo contento che lei ci sia, basta. Il bene nella sua vita già c’è,
perché lei c’è; lui dice: “Io potrei morire perché l’ho visto”. Per cui è vero che l’ha vista

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due volte, ma l’ha vista due volte! E poi la questione è se quando uno muore non c’è
più oppure no.
A priori uno può dire tutto e il contrario di tutto – e lì bisogna vedere se invece…
io appunto quello che vi ho detto prima ve lo ridico: io Tolkien, Lewis, Dante, non li ho
mica incontrati sulla terra, ma io li ho incontrati, perché loro ci sono -.
C’è una frase di un grande scrittore, Oliviér Clement, che diceva: “Gli uomini vivi si
incontrano”. Si incontrano due persone vive: spesso noi non incontriamo i grandi
perché siamo noi che siamo morti, perché loro, nell’eterno, nella profondità di tutte le
cose, ci sono, il loro cuore batte. Siamo noi che siamo addormentati e con il naso
tappato e tante volte non li guardiamo.
Poi nel Medioevo non c’era il problema dell’amore legato al matrimonio, nel senso
che c’era di più: ci si sposava per carità. Per carità, una cosa che non era legata ai flutti
del sentimento o del sentimentalismo. Poi nasceva anche sentimento, tenerezza. Non
so se avete letto Cristin, figlia di Lavrans: quello è un romanzo che fa vedere questa
cosa, fa vedere come due persone che apparentemente non si piacevano, invece,
abbracciando il compito che gli viene dato nella vita, scoprono una tenerezza verso
l’uno e l’altro, che dura molto di più delle tempestose passioni delle altre persone che
hanno intorno. Poi ci potevano anche essere i casi, ma nel medioevo ci si sposava per
ragioni molto concrete di alleanze tra famiglie, circostanze che uno aveva vicino nel
paese, eccetera. Ma questo non era sentito come un di meno, questo non impediva che
uno potesse vivere in maniera sana una preferenza affettiva per qualcun altro.
Qual era il rischio, che Dante infatti intravede nell’amor cortese? Quello di Paolo e
Francesca. Paolo e Francesca fanno una cosa legittima, amandosi, volendosi bene.
Quand’è che sbagliano? Quando diventano amanti, quando fanno diventare questo
bene, che è la presenza dell’uno all’altra, invece, alternativo alle realtà storiche che
stanno vivendo, cioè il matrimonio con il marito o l’essere l’altro il cognato.

Del resto anche Dante era sposato…

Dante era sposato e Beatrice era già sposata, ma non c’era proprio problema in
questo senso.

D. Io vorrei chiedere una cosa. Si parlava della speranza, ma dov’è la speranza mentre
Dante è in mezzo alla selva?

Mentre Dante è in mezzo?

Mentre sta camminando lì, dove la trova la speranza se è senza speranza?

In quel momento infatti lo è. La speranza lo ha raggiunto lì e gli ha chiesto:


“Facciamo un’altra strada”.

Virgilio quindi è la speranza

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No. Dio, e in Dio tutti coloro che sono stati disponibili a fare camminare Dante.
Dante era smarrito e la sua speranza non è una sua capacità, non è che lui è riuscito
alla fine della vita a rimettere tutto a posto. È stato che proprio quando lui era
desolato, abbandonato e capace di tanto male, qualcuno ancora una volta è tornato lì e
gli ha fatto: “Amico mio, amore mio, vieni con me”. Questo gli ha fatto rigettare una
luce diversa su tutto, questa è la speranza di Dante. Dante da quel momento non
scappa più: fino a quel momento forse poteva avere il problema di trovare una
situazione comoda. Da quel momento lui abbraccia l’esilio, cioè lui dice: “Io non
subisco più questa circostanza”. Non continuerò tutta la vita a dire “E però se stavo a
Firenze stavo meglio”, ma dico: “Sei tu che lo che me lo proponi? Io vengo dietro di te
anche se mi fa male, perché io ci tengo al rapporto con te, perché come mi guardi te
non mi guarda nessuno”. Questa è la sua speranza. Bettocchi, un grande poeta, diceva:
“Ciò che occorre è un uomo, una mano, cioè qualcuno che ti raggiunga”

Una compagnia

Una compagnia alla tua vita, con una proposta per te, come dice Virgilio: “A te
convien [le parole in un poeta sono importanti] tenere altro viaggio” 38 . Facciamo
un’altra strada: ti farà anche molta paura, ma io ci sono e non sono solo io, c’è tanti
altri che stanno camminando con te. Questa è la cosa che, più Dante va avanti nella
Divina Commedia, dal segno apparentemente fragile di Virgilio, si arriva alla grande
compagnia, all’esercito di tutto il Paradiso, che è lì che fa il tifo per Dante. Ed erano già
tutti lì a combattere invisibili per lui.

D. Io volevo chiedere una cosa. A me ha colpito molto, è affascinante la figura di Dante,


però la mia domanda è questa: perché Dante era così? Era un genio lui… cioè
ultimamente mi interessa essere come lui. È possibile, secondo te, per noi essere come lui
oggi? E come?

Certamente. Facendo quello che ha fatto lui, cioè ospitando l’amore che ci
raggiunge e dandogli calore, come dice della Madonna, cioè ogni giorno vivendo un
rapporto di amore e di disponibilità con ciò che di bello, di vero e di buono raggiunge
la nostra vita. Poi Dante era un genio, ma io non ho il problema di essere un genio, ma
di amare e di essere amato si.

D. Dante ha accantonato le prove che ha subito nei suoi anni.

Non ha accantonato, lo ha abbracciato. Ha smesso di dire: “Non va bene”, ma ha


detto “Io vengo dove vai te” al grande amore della sua vita. Non ha detto: “Lasciamo
perdere”, ma ha detto “Questa cosa conta perché mi permette di fare un’esperienza
che cambia il mio cuore, perché tu me lo proponi”.

38
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto I, v.91.

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Quindi non era perdono alla fine di tutto quello che gli è successo nella vita.

Lui perdona anche, prega anche per persone che gli anno fatto del male, abbraccia
tante cose, certo. Ma soprattutto è una esperienza di perdono su di lui, cioè lui è
perdonato, lui è voluto bene, lui è raggiunto. E questo gli permette di guardare con
occhi diversi anche a tutto quello che gli sta intorno

Paolo Desalvo

Se non ci sono altre domande io vorrei ancora ringraziare Edoardo per l’incontro
di questa sera, anche perché la cosa che più mi ha colpito personalmente è questa
infinita possibilità che c’è dentro ad ogni cosa, cioè di non subire le cose della vita ma
come ogni cosa che accade, anche la più sgradevole, la più contraddittoria, può essere
la possibilità per un nuovo inizio, incipit Vita Nova.
Grazie.

Pro-manuscripto
Testo non rivisto dall’autore

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