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Itinerario Genova

Il documento descrive un itinerario di tre giorni a Genova, in Italia. Il primo giorno include una visita al centro storico con luoghi come Piazza della Vittoria, Via XX Settembre, Piazza De Ferrari e la Cattedrale di San Lorenzo. Il secondo giorno prevede la visita ai borghi marinari di Boccadasse e Nervi. Il terzo giorno è dedicato a luoghi storici e culturali come il Cimitero Monumentale e il Museo del Mare.
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Itinerario Genova

Il documento descrive un itinerario di tre giorni a Genova, in Italia. Il primo giorno include una visita al centro storico con luoghi come Piazza della Vittoria, Via XX Settembre, Piazza De Ferrari e la Cattedrale di San Lorenzo. Il secondo giorno prevede la visita ai borghi marinari di Boccadasse e Nervi. Il terzo giorno è dedicato a luoghi storici e culturali come il Cimitero Monumentale e il Museo del Mare.
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Itinerario Genova

Eh si, Genova è considerata la città più sottovalutata d’Italia: quando arrivi pensi non ci sia molto da vedere,
ma quando te ne vai non vedi l’ora di ritornare.
Per aiutarti a godere di tutte le attrazioni, ho deciso di dividere questo articolo su visitare Genova in tre
giorni in questo modo:
1. Giorno 1: visita del centro di Genova (Acquario, vicoli e Porto Antico)
2. Giorno 2: visita dei borghi marinari (Boccadasse, Nervi)
3. Giorno 3: visita storica e culturale (Cimitero Monumentale, Museo del Mare)
Bene, bando alle ciance e mettiamoci in marcia: inizia la nostra gita a Genova.

Giorno 1: visita del centro storico di Genova

Partendo dalla stazione centrale di Genova Brignole, oggi


visitiamo il centro di Genova, i suoi vicoli, e le sue attrazioni
più importanti (tra cui il famoso Acquario di Genova).
Prima di iniziare dai un’occhiata al video che ho realizzato
insieme al mio amico e videomaker Marco Schiavon, in cui ho
riassunto il primo giorno di visita in pochi minuti.

Piazza della Vittoria


Il nostro itinerario inizia dalla famosa Piazza della Vittoria, una
delle più grandi piazze del capoluogo ligure e fulcro del centro
cittadino.
Al centro campeggia l’imponente Arco della Vittoria, eretto
negli anni Trenta come omaggio ai caduti della Prima Guerra Mondiale.
Se guardi aldilà dell’arco puoi notare una grande scalinata sullo sfondo: si tratta della Scalinata delle
Caravelle in cui sono raffigurate, attraverso delle coloratissime decorazioni floreali, la Nina, la Pinta e la
Santa Maria: le tre caravelle di Cristoforo Colombo.

Via XX Settembre
Ogni città ha la propria via dello shopping, se Milano ha la sua Via Montenapoleone, Roma la famosa
Via dei Condotti, Genova ha via XX Settembre, che prende il nome dalla Breccia di Porta Pia del 20
Settembre 1870, data in cui venne dichiarata la fine dello Stato Pontificio.
Si tratta di una strada in leggera salita lunga circa un chilometro, in cui troverai alla tua destra e sinistra i
bar e i negozi più prestigiosi della città.
Mentre sali prova a puntare gli occhi verso l’alto: gli affreschi e le decorazioni sono realizzate in bianco
e nero, i colori dell’antica nobiltà genovese.

Piazza De Ferrari
Eccoci giunti in piazza De Ferrari, la piazza centrale. Non è la più grande ma è sicuramente la più
amata dai Genovesi.
Al centro è presente una maestosa fontana in bronzo, mentre sul perimetro puoi scorgere quattro
palazzi in stile eclettico: il Palazzo Ducale, della Borsa, della Regione e il famoso Teatro Carlo Felice.

Via San Lorenzo


Dopo aver percorso Via XX Settembre in salita e aver raggiunto Piazza De Ferrari, inizia la discesa
verso il Porto Antico.
Via San Lorenzo è famosa per collegare il centro al Porto, e a ospitare la famosissima Cattedrale di
San Lorenzo, la più importante di Genova.
1
Questa cattedrale custodisce diverse storie interessanti, fra cui la leggenda del Cane di San Lorenzo, la
ragione del perchè abbia un solo campanile e la storia della bomba inesplosa presente al suo interno.

Leggenda del Cane di San Lorenzo


A destra di una delle due porte di accesso alla chiesa, se ti avvicini con attenzione, puoi notare la forma
di un cagnolino scolpito nel marmo (clicca qui per guardare la foto).
La leggenda narra che durante la costruzione della cattedrale ci fosse un piccolo cagnolino che girava
sempre attorno agli scultori e che li accompagnava durante il lavoro.
Durante l’ultima fase di costruzione della cattedrale, il cagnolino si smarrì e non fu mai più ritrovato.
Gli scultori vollero ricordarlo dedicandogli una piccola scultura sulla facciata della cattedrale: una storia
di fedeltà scolpita nel marmo.

Il campanile di San Lorenzo


Perchè questa cattedrale ha un solo campanile?
La storia che si mescola alla leggenda racconta che, a differenza di tutte le chiese che hanno due
campanili, San Lorenzo ne ha solo uno, forse a causa della mancanza di fondi per costruire l’altro
oppure per l’impossibilità di utilizzare lo stesso materiale poichè terminato.

Bomba inesplosa
All’interno della chiesa è conservata la carcassa di una bomba che ha colpito la cattedrale durante
la Grande Guerra.
Nel lontano 1941, un missile lanciato dalla flotta inglese ha sfondato il tetto della cattedrale,
miracolosamente senza esplodere.
Purtroppo quella presente all’interno della chiesa non è l’originale, bensì una replica esatta del
proiettile di marina inglese.
Che fine ha fatto l’originale? Ti chiederai
Beh, è stato portato in mare e fatto brillare.

Pranzo tipico Genovese


Bene, dopo tutto questo camminare immagino ti sia
venuta fame, ho ragione?
Qui le scelte sono due:
1. finger food: mangiare “al volo” prima di rimetterti
in marcia
2. ristorante: sederti e mangiare con calma
Se sei uno sportivo vero e vuoi mangiare qualcosa alla
svelta, ti consiglio un fritto misto take away presso
l’antica (e tipica) Carega, la friggitoria preferita da
Fabrizio De Andrè oppure un panino presso lo storico
locale Gran Ristoro, situato subito lì accanto.
Se invece preferisci goderti un pranzo tranquillo e
rilassato, raggiungi Zimino, un ristorante tipico
Genovese situato a pochi passi dalla Cattedrale di San
Lorenzo oppure Panino Marino, un locale di pesce che offre panini Gourmet da leccarsi i baffi!

Acquario di Genova
Bene, rimettiamoci in marcia.
Una volta terminata via San Lorenzo, ti trovi all’interno del Porto Antico di Genova.
Questa zona, una volta commerciale, è stata completamente trasformata nel 1992 in
occasione dell’Expo di Genova.
Ora ospita le attrazioni più importanti per adulti e piccini, fra cui l’Acquario, il Museo del Mare,
il Sottomarino e l’ascensore panoramico Bigo.

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L’Acquario è il simbolo della città e con le sue 70 vasche e oltre 400 specie diverse di pesci, mammiferi
marini, uccelli, rettili, anfibi e invertebrati, è diventato uno degli acquari più importanti in
Europa (secondo solo all’Oceanografico di Valencia).
Ti consiglio di acquistare i biglietti online, in modo da evitare la (lunga) coda in biglietteria.
 Per guardare gli orari dell’Acquario: Acquario di Genova Orari
 Per scoprire i prezzi dei biglietti e acquistarli clicca qui sotto.

Il Centro Storico
Sai cosa sono i caruggi?
Questo termine indica i caratteristici e stretti portici e i vicoli ombrosi di molte città e paeselli della
riviera ligure di cui Genova è piena.
Dal Porto Antico, addentrati all’interno del centro storico passando per via al Ponte Reale.
Sei arrivato in Piazza Banchi, dove incontri la famosa Loggia della Mercanzia, un bellissimo edificio
eretto nel Medioevo che ospitava le contrattazioni di mercanti e banchieri.
Prosegui dritto fino a via del Campo, la famosa strada lastricata conosciuta per essere stata cantata e
abitata da Fabrizio De Andrè e raggiungi la Chiesa dell’Annunziata.

Chiesa dell’Annunziata
Al termine di via del Campo, dopo aver percorso qualche metro sulla destra, raggiungi Piazza
dell’Annunziata, famosa per ospitare una chiesa imponente e meravigliosa.
Da fuori sembra una normalissima cattedrale, ma ti assicuro che una volta entrato, rimarrai a bocca
aperta.

Palazzo Reale
La strada che incontri all’uscita della chiesa si chiama via Balbi: una strada in leggera salita circondata
da palazzi con facciate cinquecentesche.
Oltre ad ospitare la sede della Facoltà di Lingue dell’Università di Genova, via Balbi è famosa per il
suo Palazzo Reale, abitato nel passato da Re e Regine.

Via Garibaldi
Scendendo per via Balbi, torni alla Piazza dell’Annunziata.
Continua diritto per circa 100 metri e poi voltati a destra, sarai arrivato in Strada Nuova (via Cairoli e
via Balbi).
Questa è indubbiamente la parte di Genova che preferisco: una via larga 7 metri e lunga 200, sede di
14 palazzi storici che ti lasceranno senza fiato.
I più famosi (e gli unici visitabili) sono Palazzo Bianco, Rosso e Tursi.
Se hai voglia di fare una Instagram story in grado di destare l’invidia di tutti i tuoi follower, raggiungi la
terrazza di Palazzo Rosso.
Non sei particolarmente in alto, ma sei “in mezzo” a qualcosa: il centro storico più grande d’Europa.
Da qui puoi godere di una vista a 360 gradi su centro storico, porto antico, Lanterna e Acquario.

Spianata Castelletto
Se sei in vacanza con la tua dolce metà, vale la pena raggiungere Spianata Castelletto: una piazza
rialzata utilizzata una volta come punto di controllo della città.
Prendi l’ascensore Castelletto e scendi a Spianata: da qui, oltre ad una vista straordinaria,
potrai guardare il sole tramontare sul mare.
Da pelle d’oca.

3
Giorno 2: i borghi marinari
Oggi abbiamo bisogno di prendere l’auto oppure
un mezzo di trasporto pubblico (il bus o il
treno) per raggiungere due dei posti più
incantevoli della Liguria: Boccadasse e Nervi.
Dirigiti alla stazione centrale di Genova
Brignole e sali sul bus numero 31.
Ora hai due opzioni:
1. Percorrere a piedi Corso Italia, una via di
1.5km che costeggia il mare
2. Arrivare diretto a Boccadasse con il bus
Nel primo caso devi scendere alla
fermata Piazzale Kennedy, nel secondo devi
rimanere sul bus fino alla fermata Boccadasse.

Boccadasse
Boccadasse è un angolo paradisiaco rimasto tale da oltre 100 anni, in grado di far toccare il mare ai suoi
abitanti.
È un borgo di pescatori con una spiaggia di sassi rinchiusa fra strette palazzine a ridosso del mare.
Questo borgo, oltre ad essere semplicemente meraviglioso, è famoso perchè ha dato il nome
al quartiere della Boca, a Buenos Aires.
Nel periodo dell’emigrazione Italiana oltreoceano, infatti, una colonia di Genovesi provenienti proprio
da Boccadasse si è stabilita a Buenos Aires, dando vita al quartiere della Boca, in ricordo del borgo da
cui proveniva.
Boccadasse è stato votato come migliore punto d’interesse di Genova su TripAdvisor e i commenti
più recenti recitano che “guardare il tramonto dagli scogli è un’esperienza impagabile“
Ora che hai terminato la visita a Boccadasse, sali sul bus numero 15 e raggiungi il quartiere chic e
aristocratico di Quinto, dove ci fermeremo per pranzare.

Pranzo in riva al mare a Genova


Hai voglia di gustarti un pranzo con vista mare?
Ti consiglio di dirigerti da Gnam Gnam, un locale gestito da persone meravigliose che
attira parecchi Genovesi (soprattutto d’estate) grazie alla sua terrazza panoramica sul mare.
Si trova nel quartiere di Genova Quinto, a pochi passi dalla prossima tappa: la passeggiata di Genova
Nervi.

Passeggiata di Genova Nervi


Benvenuto! Cosa vedere a Genova Nervi?
Qui potrai camminare per 2 chilometri sulla famosa passeggiata a picco sul mare di Anita
Garibaldi (definita addirittura la passeggiata più bella del mondo dal portale [Link]).
Al termine del percorso raggiungerai il parco di Nervi, famoso per ospitare decine di scoiattoli e il
famoso Gigante del Cile, un arbusto alto una decina di metri di circa 150 anni di età situato nel centro
del parco.

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Giorno 3: musei di Genova
Eccoci giunti alla terza e ultima tappa di questa gita a
Genova.
Oggi ti vorrei far conoscere quelli che sono, per me,
i migliori musei di Genova.
Non farti ingannare dal termine museo: quelli di cui ti
parlo rappresentano esperienze straordinarie e
interattive in grado di far divertire sia i grandi che i
piccini.
Iniziamo dal Museo del Mare.

Museo Galata Genova


Accanto all’Acquario di Genova, nell’area del Porto
Antico, c’è un museo particolare: il Galata.
Entrando ti ritroverai circondato da 23 sale
interattive molto suggestive, che ti faranno capire il
significato del mare e del viaggio in tutte le diverse
epoche.
Avrai la possibilità di “provare” in prima persona la vita di mare tramite le attrazioni interattive; potrai
approfondire le memorie storiche di Genova (dalla Repubblica Marinara e Cristoforo Colombo), per finire con la
sala che mi ha attratto di più: la mostra “La Merica” che spiega il viaggio dei nostri antenati verso l’America.
La ciliegina sulla torta?
sul tetto del museo, al quarto piano, e lasciati affascinare dalla vista magica e silenziosa di tutta la città.
Bellissima!

Museo di Storia Naturale


Se hai ancora voglia di cultura, ti consiglio il Museo di Storia Naturale Doria, situato a pochi passi dalla
stazione centrale di Genova Brignole.
E’ un importante museo che ospita più di 3 milioni di esemplari di animali e vegetali portati in Italia nel XIX
Secolo dai vari capitani esploratori.
Le cose più affascinanti del Museo?
A mio parere sono gli insetti (ce ne sono davvero milioni), e lo scheletro della lunghezza di circa 20 metri di una
balenottera morta nel 1878 e ritrovata sulle spiagge di Monterosso (La Spezia).
È un’ottima idea per gli adulti ed è ideale per i più piccoli.

Cimitero Monumentale di Genova


Eh si certo, vado a Genova a visitare un cimitero? Ma sei matto?
Questo probabilmente è il pensiero che ti starà frullando per la testa.
Il Cimitero Monumentale di Staglieno più che un cimitero è un museo a cielo aperto, considerato oggi fra i più
affascinanti e importanti di tutta l’Europa.
Basti pensare che ogni anno migliaia di vistatori da tutta Europa vengono a Genova apposta per visitarlo!
A Staglieno sono seppelliti borghesi e cittadini di Genova, oltre a personaggi importanti che hanno fatto la storia
della nostra nazione.
Fra i più illustri troverai Giuseppe Mazzini, Govi, Fabrizio De Andrè, Maly Lloyd Wilde (la moglie di Oscar
Wilde) e moltissimi altri.
All’interno del Cimitero Monumentale troverai anche un Pantheon, gallerie e porticati con decine di monumenti
rappresentativi dell’Ottocento e Novecento e il Boschetto Irregolare, ispirato agli schemi dei giardini romantici, in
cui sono sepolti i Mille e altri eroi del Risorgimento.

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Musei di Strada Nuova
Patrimonio dell'Umanità UNESCO
Nella straordinaria cornice di Via Garibaldi, la magnifica "Strada Nuova" rinascimentale e
barocca tracciata a metà Cinquecento per ospitare le dimore della ricca e potente aristocrazia cittadina, un
singolare percorso museale collega tre palazzi e costituisce il maggiore museo di arte antica in città.
Palazzo Rosso è una "casa-museo" dove rivive il fascino della dimora seicentesca che ancora ospita le
ricche collezioni d'arte e gli arredi storici della famiglia Brignole-Sale in ambienti sontuosamente decorati da
affreschi e stucchi.
Palazzo Bianco è la principale pinacoteca della Liguria, capace di offrire uno spaccato ricco e articolato
della scuola pittorica ligure dal Cinquecento, con aperture di alto livello alle realtà fiamminga, spagnola e
italiana. Il nuovo collegamento tra Palazzo Bianco e Palazzo Tursi attraversa il sito dove si ergeva la chiesa
del distrutto convento di San Francesco di Castelletto, di cui si vedono i resti in un contesto suggestivo e
assolutamente unico.
Palazzo Doria-Tursi, che oggi ospita anche il Municipio, nacque come la più grandiosa residenza privata
costruita in città nel cosiddetto “Secolo dei Genovesi”. Qui si conclude il percorso dedicato alla pittura del
XVIII secolo e il visitatore trova una ricca selezione di opere d'arte decorativa e applicata: arazzi, ceramiche
genovesi, monete, pesi e misure ufficiali dell’antica Repubblica di Genova.
È qui che si conservano anche i violini storici di Nicolò Paganini, tra cui il celebre "Cannone Guarnieri".
Il percorso dei Musei di Strada Nuova, che consta di oltre settantacinque sale, si snoda su diversi
livelli tra corti, loggiati, giardini e terrazze fino al "miradore" di Palazzo Rosso. È intervallato così da tanti
panorami mozzafiato sulla città e sul centro storico.
Scopri a questo link le opere attualmente in prestito.
Le 10 meraviglie
I Musei di Strada Nuova conservano dipinti, sculture e arti applicate dal Cinquecento all’Ottocento.
La strepitosa quadreria della famiglia Brignole-Sale, negli ambienti affrescati di Palazzo Rosso, e la ricca
pinacoteca di Palazzo Bianco custodiscono capolavori di pittura veneta del Rinascimento, da Palma il
Vecchio a Veronese, di pittura italiana di primo Seicento, da Caravaggio a Guido Reni e Guercino, oltre
alla rassegna più completa in Liguria di pittura nordica di Cinque e Seicento e a un nucleo fondamentale
di ritratti di Anton van Dyck.
L’allestimento è segnato dal magistrale intervento museografico dell’architetto Franco Albini di metà
Novecento.
Da non perdere, a Palazzo Tursi, una scultura di Antonio Canova e gli spazi dedicati ai cimeli e al violino
di Nicolò Paganini: un Guarnieri del Gesù
.

Palazzo Rosso
L'edificazione del palazzo avvenne tra il 1671 e il 1677. La paternità dell’immobile è
riconducibile all’architetto Pietro Antonio Corradi, mentre il cantiere e le opere furono
diretti da Matteo Lagomaggiore. L’edificio è impostato su uno schema di pianta a U, derivato
dalle tipologie applicate da Bartolomeo Bianco: le due ali sono unite da logge che
definiscono il cortile interno a pianta quadrata. Ciascuno dei due piani nobili presenta la
consueta disposizione che prevede loggia e salone in posizione assiale, e una fila di sale ai
due lati. A Ridolfo Maria, il primogenito, toccò il secondo piano nobile, a [Link] il
primo, ma nel 1683 Ridolfo morì senza eredi maschi e il fratello, divenuto l’unico
proprietario, si trasferì al secondo piano nobile, riscattò i ritratti dei genitori dalla nipote
Paola, sposa di Carlo Spinola, e avviò la decorazione ad affresco lungo le sale del secondo
piano nobile, ponendo le premesse perché venisse estendendosi oltre l’ala est - terminata
alla sua morte - a tutte le altre sale degli ammezzati. Gli artisti che, tra il 1679 e il 1694,
parteciparono a questo primo intervento decorativo furono Domenico Piola (1627-1703)
e Gregorio De Ferrari (1647-1726) e, più tardi, Paolo Gerolamo Piola (1666-1724),
coadiuvati dai quadraturisti e dagli stuccatori. Risultarono decorati, a conclusione di questo
primo intervento, il Salone, con le prospettive sulle pareti dei bolognesi [Link] e
Antonio Haffner, e l’affresco sulla volta, capolavoro di Gregorio De Ferrari, purtroppo
distrutto dai bombardamenti dell’ultima guerra; quattro sale a levante, ciascuna con soggetti
ispirati a una stagione dell’anno, e infine la loggia, alla quale, in occasione di questi
interventi, vennero chiuse le aeree arcate, trasformandola in una piccola galleria, dove
il Codazzi dipinse le finte rovine e Paolo Gerolamo Piola i soggetti del mito di Diana ed
Endimione.

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Nella primavera del 1691 prese il via una seconda fase decorativa, che nel giro di un anno
interessò le quattro sale del lato a ponente: la stanza della Vita dell’uomo e quella delle Arti
Liberali furono affrescate da [Link] Carlone (1639-1697) con l’aiuto di Antonio Haffner
per le quadrature che, sulle pareti della seconda sala, si aprono su Paesaggi di Carlo
Antonio Tavella (1668-1738); l’ambiente dell’alcova - che attualmente presenta in parte
una decorazione più tarda - venne ancora affrescata da [Link] Carlone e da suo
fratello Nicolò; l’ultima sala interamente da Bartolomeo Guidobono (1654-1709), la
cui Fucina di Vulcano sulla volta andò purtroppo perduta e sostituita, nel 1736,
dalla Gioventù in cimento di Domenico Parodi.
Gli interventi di restauro e completamento dell’apparato decorativo continuarono fino alla
metà del XIX secolo e, contemporaneamente, cresceva, in qualità e numero di opere, la
collezione Brignole - Sale che, pochi anni dopo la morte di [Link], verrà arricchita
da un importante apporto del suocero Giuseppe Maria Durazzo.
Continuatore della committenza artistica di [Link] I fu suo nipote [Link]
II (1695-1760), cui si deve l’incarico all’architetto Francesco Cantone per il decoro della
facciata di Palazzo Rosso e dell’attiguo Palazzetto, che nel 1746 assunsero l’attuale
aspetto, connotato dalle caratteristiche protomi leonine che segnano gli architravi delle
finestre dei due piani nobili, con preciso riferimento all’arma araldica dei Brignole,
raffigurante un leone rampante sotto un albero di prugne (in dialetto genovese " brignole").
La missione diplomatica svolta a Parigi fra il 1737 e il 1739 diede a [Link] II la
possibilità di apprezzare lo stile Reggenza allora imperante: commissionò i ritratti suo e
della moglie al pittore del re, Rigaud, e a Genova volle rinnovare ambienti e arredi secondo
la nuova moda.
In questo programma si colloca anche la decorazione di Lorenzo De Ferrari, figlio di
Gregorio, nella prima sala delle cosiddette dipendenze del palazzo. Questa politica di
magnificenza artistica venne coronata nel 1746 dall’elezione di [Link] II a doge
della Repubblica di Genova.
Nuovi interventi, consistiti nella realizzazione di un nuovo appartamento nelle
cosiddette mezzarie superiori, ubicate sopra il secondo piano nobile, datano al 1783 circa,
quando Anton Giulio II (1764-1802) si sposò con una vivace e colta esponente del patriziato
senese: Anna Pieri. Purtroppo la serie di sale in questione, i cui soggetti erano ispirati a
temi di contenuto vagamente illuminista e i cui motivi ornamentali erano fra lo stile Luigi
XVI e un proto-neoclassicismo, è andata in gran parte distrutta a seguito dei bombardamenti
dell’ultima guerra.
Ancor prima della metà dell’Ottocento, quando il palazzo apparteneva ad Antonio Brignole
- Sale, furono rifatti i pavimenti in pregiati marmi policromi. La figlia maggiore di Antonio,
Maria, più nota a Genova come duchessa di Galliera, coerede di Palazzo Rosso alla morte
del padre, ne ottenne l’intero usufrutto alla morte della sorella, e visto che il figlio Filippo,
avuto dal marchese Raffaele De Ferrari, non mostrava alcuna propensione ad interessarsi
del patrimonio e delle tradizioni delle due casate da cui discendeva, nel gennaio 1874 si
decise a donare Palazzo Rosso alla sua città per "accrescere il decoro e l’utile" di Genova
e, nel contempo, con l’evidente idea di fare dell’edificio, un vero e proprio monumento alla
stirpe dei Brignole - Sale.

Palazzo Bianco
Palazzo Bianco si può considerare il più antico e, al contempo, il più recente tra i fastosi
edifici che prospettano su via Garibaldi, la "Strada Nuova", edificata a partire dal 1550 per
ospitare gli edifici degli esponenti più illustri dell’aristocrazia genovese. Il Palazzo
venne eretto fra il 1530 e il 1540 per Luca Grimaldi, membro di una delle più importanti
famiglie genovesi. L’immobile sorgeva in una zona ancora suburbana, aveva forma e
aspetto piuttosto semplici e si affacciava sulla salita che portava alla chiesa di San
Francesco di Castelletto, sulla quale prospettava anche il Palazzo della Meridiana, compiuto
nel 1545 per un Gerolamo Grimaldi appartenente a un ramo diverso della famiglia.
Nel 1580, alla morte di Luca, un suo omonimo acquisì la proprietà ed effettuò nuovi lavori,
ma l’immobile rimase piuttosto modesto, tanto che Rubens non lo annoverò fra i palazzi da
lui studiati e fatti oggetto di rilievi, confluiti nella pubblicazione dedicata alle dimore più
grandiose di Genova nel 1622. Le due statue di Giove e Giano, opera di Pierre
Franqueville (1585), sono oggi l’unico elemento visibile di quella originaria dimora. Dopo il
1658 la proprietà del palazzo passò alla famiglia De Franchi e, nel 1711, venne ceduta dagli
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indebitati eredi di Federico De Franchi a Maria Durazzo Brignole-Sale, loro principale
creditrice. Nel 1712 Giacomo Viano avviò la completa ricostruzione dell’edificio,
orientandone la fronte su Strada Nuova, della quale costituì il compimento. La decorazione
esterna in stucco fu realizzata, fra il 1714 e il 1716, da Taddeo Cantone, che eseguì anche
quella dei cornicioni interni di alcuni salotti; altri quattro ambienti furono invece arricchiti da
ornati in stucco ad opera di Antonio Maria Muttone fra 1715 e 1716.
Come stabilito da Maria Durazzo Brignole-Sale, Palazzo Rosso, dimora di famiglia, fu
ereditato, indiviso, dal nipote primogenito [Link] II, mentre il rinnovato palazzo
(denominato da allora "Bianco" per contrasto con l’altro e per il colore chiaro dei paramenti
esterni) andò al secondogenito [Link], che nel 1736 lo trasmise all’ultimo dei fratelli,
Giuseppe Maria. Questi vi fece eseguire da Pietro Cantone, nel 1762, lavori di
ristrutturazione interna. Morto Giuseppe Maria nel 1769 senza eredi maschi, il Palazzo
pervenne al nipote Anton Giulio III, che già possedeva il Rosso e che affittò il Bianco al
marchese Carlo Cambiaso. A partire da quest’ultimo si susseguono nella dimora una serie
di affittuari-collezionisti, che, fra il Settecento e l’Ottocento, arricchirono Palazzo Bianco di
ricche raccolte artistiche, descritte nelle guide dell’epoca poiché accessibili al pubblico degli
amateurs e dei viaggiatori colti.
Maria Brignole-Sale De Ferrari, duchessa di Galliera, assegnò per testamento nel 1884 al
Comune il Palazzo Bianco, unitamente a un notevole nucleo di opere antiche e moderne e a
rendite immobiliari destinate a incrementarne il patrimonio artistico. La storia del Palazzo,
da questo momento, si intreccia con la storia della formazione dei musei civici genovesi, di
cui diviene il fulcro. Volontà della duchessa era infatti "la formazione di una pubblica
galleria", di cui la città era ancora priva. La duchessa aveva già donato al Municipio, nel
1874, Palazzo Rosso, ma con uno scopo differente: perché mantenesse le caratteristiche di
dimora patrizia, sorta di monumento alla famiglia Brignole-Sale, dotato di collezioni non
incrementabili.
Un nucleo di opere antiche e moderne (fra cui alcune di alto rilievo), trasferite dalla dimora
parigina a quella genovese dei Galliera, fu destinato a divenire il fulcro del costituendo
museo civico; vennero inoltre assegnate dalla munifica duchessa alla Città di Genova
alcune rendite immobiliari, i cui frutti dovevano essere utilizzati per incrementare il
patrimonio storico-artistico.
Una serie di lasciti e donazioni accrebbe le collezioni. Ricordiamo i momenti più
significativi: nel 1887 Antonio Samengo destinò, con un legato, la propria collezione al
Comune; altrettanto fece, nel 1892 il senatore Giovanni Ricci. Le collezioni si accrebbero
ancora nel 1913, con il legato della quadreria di Casa Piola, fatto da Carlotta Ageno De
Simoni, e nel 1926, con il legato di Enrico L. Peirano. Il Municipio in prima persona attuò,
differenziata a seconda delle differenti circostanze storiche, una oculata politica di acquisti.
Il patrimonio d’arte di proprietà civica era ovviamente già cospicuo, anche prima degli
avvenimenti qui descritti: le leggi soppressive di età rivoluzionaria e napoleonica, insieme ad
altre promulgate nell’Ottocento, portarono un gran numero di beni artistici, già appartenuti
alle corporazioni religiose, in mano civica. Inoltre due importantissimi nuclei di opere furono
legati al Comune nel 1866 e nel 1875, ovvero le raccolte del principe Odone di Savoia,
quartogenito di Vittorio Emanuele II, e di Giovanni Battista Assarotti.
Palazzo Bianco, individuato, a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, come museo
civico di arte e storia, diede successive e differenti sistemazioni al cospicuo e complesso
patrimonio civico così formato, diventando il fulcro del sistema dei musei del Comune di
Genova.

Palazzo Tursi
Il palazzo fu eretto a partire dal 1565 da Domenico e Giovanni Ponsello per Niccolò
Grimaldi (1524-1593), appellato "il Monarca" per il novero di titoli nobiliari di cui poteva
vantarsi, e ai quali sommava gli innumerevoli crediti che aveva nei confronti di Filippo II, di
cui era il principale banchiere. È l’edificio più maestoso della via, unico edificato su ben tre
lotti di terreno, con due ampi giardini a incorniciare il corpo centrale. Rappresenta il culmine
del fasto residenziale dell’aristocrazia genovese.
Non è noto quanto mancasse al compimento dei lavori, ma certo quando, nel 1575, Filippo
II di Spagna, principale debitore del Grimaldi, dichiarò la sospensione dei pagamenti, per
il genovese fu la rovina. Trasferitosi a Madrid per cercare di recuperare le proprie sostanze,
sospese ogni attività edilizia e, soprattutto, decorativa, sicché il palazzo deve
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essenzialmente a questa vicenda la mancanza di affreschi. Ceduto nel 1593, il palazzo
pervenne di seguito a Gio. Andrea Doria, principe di Melfi, che desiderava una dimora
prestigiosa come quella per destinarla al ramo cadetto della propria discendenza, quello di
Carlo I, duca di Tursi (1576-1649), il cui predicato nobiliare è quello tuttora utilizzato per
denominare il palazzo. Le ampie logge affacciate sulla strada vennero aggiunte in questa
fase.
Dopo più di due secoli, il 13 gennaio 1820 Casa Savoia acquisì il palazzo da Maria
Giovanna Doria, V duchessa di Tursi: comincia in questo modo la “fase piemontese” della
storia della dimora, durante la quale, oltre a completarla sul retro e a costruire la torretta
dell’orologio, gli venne conferita quella veste decorativa degli interni che tuttora in buona
parte la caratterizza. Dato poi per qualche anno in uso ai Gesuiti, il palazzo il
15 giugno 1850 divenne proprietà e sede del Comune di Genova.
La facciata è caratterizzata dall’alternarsi di materiali di diverso colore: il rosa della pietra di
Finale, il grigio-nero dell’ardesia, il bianco del pregiato marmo proveniente da Carrara.
Consta di due ordini sovrapposti: il piano rialzato sopra la grande zoccolatura alterna
finestre dal disegno originale con paraste rustiche aggettanti, sostituite, al piano superiore,
da paraste doriche. Mascheroni dalle smorfie animalesche sormontano le finestre di
entrambi i piani, contribuendo alla resa plastica della facciata.
Il maestoso portale marmoreo è coronato dallo stemmo della città di Genova.
Particolarmente innovativa è l’inedita e geniale soluzione architettonica che con la
successione degli spazi interni - atrio, scala, cortile rettangolare sopraelevato rispetto al
portico e scalone a doppia rampa - crea un meraviglioso gioco di luci e prospettive.
Dopo i lavori del 2003-2004 tutto il piano nobile dell’edificio è stato aperto al pubblico,
integrato nei Musei di Strada Nuova: oltre alle cinque sale destinate a completare il
percorso della pinacoteca di Palazzo Bianco con i dipinti del XVIII secolo - si cita il celebre
Trattenimento in un giardino di Albaro di Alessandro Magnasco - e con la Maddalena di
Antonio Canova, si possono ammirare gli spazi monumentali, e una serie di sale che
ospitano sezioni diverse delle raccolte civiche: pesi e misure dell’antica Repubblica di
Genova, collezioni di monete e medaglie, ceramiche, arazzi, il violino di Nicolò
Paganini (1782-1840) e altri cimeli del celebre violinista e compositore genovese, che per
testamento volle destinare alla sua città natale, “onde sia perpetuamente conservato”, il suo
strumento prediletto, quello che per la pienezza del suono aveva soprannominato “il mio
cannone violino”.

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Museo di Palazzo Reale
Patrimonio dell'Umanità UNESCO
Il Palazzo Reale di Genova è uno dei più belli d'Italia.
La Reggia ha conservato intatti i suoi interni, completi di mobili e arredi originali e opere
d'arte di primissima qualità.
Le collezioni della dimora-museo comprendono beni delle famiglie nobili che la hanno
costruita e abitata, arredandola e rinnovandola nel corso dei secoli. Ai primi proprietari, i
Balbi, si deve l’acquisizione di capolavori nel Seicento ancora presenti nei sontuosi ambienti
del Gran Piano Nobile; ai Durazzo, mecenati illuminati che resero magnifico il palazzo nel
Settecento, si devono molte trasformazioni; alla famiglia dei Savoia si deve l'ultima
trasformazione in reggia, ancora oggi pienamente leggibile.
Come accade di rado, la dimora passata da una famiglia patrizia all'altra, superando guerre
e trasformazioni epocali, riesce a far rivivere la storia di secoli. I grandi dipinti
con capolavori di Veronese e Van Dyck, ma anche gli elementi di arredo con pregiati pezzi
di ebanisteria, aiutano a ricostruire la vita degli antichi proprietari.
Ma non solo: la visita, oggi come un tempo per chi intraprendeva il Grand Tour, è un viaggio
anche nella storia della città e della sua ricchezza presentando alcune prove di come la si
sia trasformata in bellezza: la Galleria degli Specchi racconta del gusto infallibile dei
Genovesi, del loro cosmopolitismo, dei rapporti diretti e intensi con i mercati, le residenze e
gli artisti del resto d'Europa.
Visitando gli interni - con le collezioni di sculture, le quadrerie, marmi e stoffe preziose, legni
dorati e lampadari di cristallo - e degli esterni - il giardino pensile e terrazze - il visitatore
rivive atmosfere grandiose o più intime e indimenticabili panorami sul porto.
Le 10 meraviglie
Dipinti, sculture, arazzi e preziosi arredi tra mobili, porcellane e argenti, accompagnano la scoperta della
magnificenza di uno dei palazzi più significativi ed emblematici della città. Tra i grandi nomi si segnalano,
per i dipinti, quelli di Veronese, Tintoretto, Rubens, Van Dyck e Luca Giordano; per la scultura Filippo
Parodi e Francesco Maria Schiaffino.
Oltre alle opere, è degna di nota la decorazione degli ambienti: dalle volte affrescate dai maestri del barocco
genovese da Valerio Castello a Giovanni Battista Carlone, al lusso del secolo successivo, dalla scenografica
Galleria degli Specchi agli affreschi di Domenico Parodi.

Storia del Palazzo


Il palazzo è uno dei più vasti complessi architettonici sei-settecenteschi a Genova con
saloni di rappresentanza completi di affreschi, stucchi, dipinti, sculture, arredi e suppellettili
appartenuti alle famiglie nobili e reali che lo abitarono.
Le radici di Palazzo Reale affondano nel Seicento. La prestigiosa dimora fu voluta dalla
famiglia aristocratica dei Balbi. Il 4 febbraio 1643 Stefano Balbi, abile finanziere, presentò il
progetto per l’imponente fabbrica che sarebbe sorta di fronte alla chiesa di San Carlo e
affidò i lavori agli architetti Pier Francesco Cantone, Michele Moncino e Giovanni Angelo
Falcone. L’impianto secentesco della costruzione era allora limitato all’attuale corpo centrale
e per la decorazione delle sale furono chiamati alcuni degli artisti più apprezzati sulla scena
genovese come Giovan Battista Carlone e Valerio Castello, ma anche i bolognesi Angelo
Michele Colonna e Agostino Mitelli.
Il palazzo cambiò di proprietà nel 1679, quando Eugenio Durazzo lo acquistò. Il nuovo
proprietario oltre a ridecorare la maggior parte delle sale diede il via a nuovi lavori edilizi: la
costruzione dell’ala orientale, la decorazione della lunga facciata su Strada Balbi e la
ricostruzione del Teatro del Falcone. Nella prima metà del Settecento il palazzo assunse
un’articolazione tutta scenografica, con la costruzione dei due corpi scala, del grande
terrazzo a U e dell’ampliamento del cortile d’onore. Risale a questa fase la Galleria degli
Specchi, per la quale vennero presi come modelli d’esempio le gallerie dei Palazzi Colonna
e Doria Pamphilj a Roma e la Galerie de Glaces, Versailles.
All’inizio dell’Ottocento i Durazzo, morto l’ultimo erede diretto senza figli maschi e afflitti da
una crisi economica, misero in vendita il palazzo. Il primo a interessarsene fu Napoleone
Bonaparte, ma alla fine ad aggiudicarsi la dimora nel 1824 fu il re di Sardegna Vittorio
Emanuele I. Furono subito previsti importanti lavori di restauro e gli appartamenti furono
adattati ai bisogni della famiglia reale. Così in quei decenni fu costruito un passaggio
coperto che univa la reggia su via Prè e alla Regia Darsena e vennero allestite la Sala del
Trono, la Sala della Udienze, il Salone da Ballo e un appartamento nobile al primo piano.

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Nel secondo piano nobile nell’ala di levante furono allestiti gli appartamenti del Re e della
Regina, mentre l’ala di ponente fu destinata ad appartamento di riserva per il secondogenito
di re Carlo Alberto, Ferdinando Duca di Genova, usato invero dal figlio Tommaso. I Savoia
commissionarono le decorazioni ai più rispettati professori della locale Accademia Ligustica
e nel 1821 Carlo Felice aveva acquistato un’importante raccolta di dipinti per la quadreria,
ormai scarna a causa dalle alienazioni volute dagli ultimi eredi Durazzo in epoca di crisi e
dai trasferimenti di opere a Torino ordinati sia da Carlo Felice che da Carlo Alberto.
Palazzo Reale cambiò proprietario per l’ultima volta nel 1919, quando Vittorio Emanuele III
lo retrocesse allo Stato Italiano.

Via Balbi
Su iniziativa di Stefano Balbi, intorno al 1602 fu iniziata la costruzione della
cosidetta “Strada delli Signori Balbi" – l’odierna via Balbi – una nuova arteria cittadina
che, sul fortunatissimo modello di Strada Nuova, offriva sia un nuovo sbocco verso il
ponente cittadino, collegandolo in maniera diretta all’antico centro storico, sia una occasione
straordinaria di autorappresentanza all’intraprendente famiglia. Le loro fortune, nate
dall’abile commercio di sete, velluti, lane e mercuri e dall’illuminata attività di banchieri
praticata a livello internazionale, gli garantirono così la possibilità di venire pubblicamente
celebrati, attraverso una operazione di natura urbanistica che si rivelerà essenziale per il
futuro sviluppo della città.
La successione dei palazzi Balbi lungo la via è ancora oggi ben leggibile e conta esempi di
assoluta magnificenza tra cui Palazzo Reale spicca e per ampiezza e per articolazione degli
spazi e per ricchezza delle collezioni, offrendo un modello davvero formidabile di residenza
nobiliare arricchita nel tempo.

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Villa del Principe
Villa del Principe venne costruita all’inizio del XVI secolo per Andrea Doria, il grande ammiraglio di
Carlo V. Il Palazzo, costruito nella zona di Fassolo, subito fuori le mura cittadine a ponente, fu sede
dell’unica vera corte della Repubblica genovese. È ancora proprietà privata dei suoi discendenti che hanno
deciso di destinarne le parti monumentali a museo. La visita, in un susseguirsi di ambienti riccamente
decorati e arredati, consente di rivivere i fasti della famiglia e della stessa Repubblica.
Il grande edificio cinquecentesco è circondato da uno scenografico giardino all'italiana affacciato sul mare
e un tempo collegato direttamente all’attracco portuale.
Le sale del museo conservano meravigliose opere d’arte frutto della committenza dei membri della
famiglia che nel corso dei secoli abitarono la splendida dimora.
Andrea Doria diede vita a una vera e propria corte rinascimentale di cui fecero parte artisti di prim’ordine tra
cui Girolamo da Treviso, il Beccafumi, Silvio Cosini. A Perin del Vaga, allievo di Raffaello e protagonista
della scena artistica romana negli anni precedenti al Sacco di Roma (1527), fu affidato l'incarico di decorarne
alcuni interni.
L’erede di Andrea, Giovanni Andrea I Doria, arricchì di nuove opere d’arte il Palazzo, che venne ampliato
fino a raddoppiare la sua estensione. Successivamente la Villa ospitò per quasi cinque secoli le generazioni
successive del casato Doria Pamphilj, che continuarono ad arricchire le raccolte con dipinti, arazzi e
preziosi arredi.

Le 10 meraviglie
I capolavori conservati alla Villa del Principe sono costituiti sia dalle opere d'arte sia dalle decorazioni
interne ed esterne.
Tra le decorazioni interne si segnalano gli affreschi di Perin del Vaga, allievo di Raffaello, che costituiscono
uno dei cicli pittorici rinascimentali più importanti del nord Italia che include la Caduta dei Giganti, suo
capolavoro.
Il bel giardino all’italiana è dominato dalla monumentale Fontana del Nettuno, opera del grande scultore
rinascimentale fiorentino Giovanni Angelo Montorsoli.
Tra le opere esposte nelle sale sono di grande importanza il Ritratto di Andrea Doria dipinto da Sebastiano
del Piombo e i numerosi arazzi, che comprendono due eccezionali manufatti quattrocenteschi con Storie di
Alessandro Magno e la serie della Battaglia di Lepanto.

Villa del Principe


E' la più vasta e sontuosa dimora nobiliare della città di Genova. I lavori di costruzione
del complesso iniziarono negli anni venti del Cinquecento, per volere di Andrea Doria,
valente ammiraglio e uomo d’armi leggendario. Il Palazzo è qualificato da un raffinato ciclo
decorativo, frutto dell’incontro tra il committente Andrea ed un artista dal linguaggio colto ed
aggiornato come Perin del Vaga. L’artista, allievo di Raffaello, realizzò nella Villa uno
dei cicli pittorici rinascimentali più importanti del nord Italia.
Insieme alla consorte Peretta Usodimare, il Doria diede vita nella Villa ad una corte
rinascimentale di cui fecero parte artisti di prim’ordine, tra cui Girolamo da Treviso, il
Beccafumi, il Pordenone e Silvio Cosini. Il Palazzo ospitò l’Imperatore Carlo V nel 1533, il
quale, accolto a Genova con tutti gli onori, soggiornò per l’occasione nella dimora del suo
ammiraglio Andrea.
Il complesso monumentale fu ampliato ed arricchito di nuove opere d’arte dall’erede di
Andrea, Giovanni Andrea I, ed ospitò per quasi cinque secoli generazioni successive del
casato Doria Pamphilj, le quali raccolsero all’interno delle splendide sale cinquecentesche
dipinti, arazzi e preziosi arredi. Oggi Villa del Principe è un museo pieno di tesori nascosti la
cui visita permette di rivivere i suoi fasti: basta percorrere le sue stanze per meravigliarsi di
fronte ai suoi splendidi affreschi e agli incredibili arazzi.

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Palazzo Spinola
Patrimonio dell'Umanità UNESCO
Un palazzo situato nel cuore del centro storico cittadino inserito dalla fine del Cinquecento nel sistema dei
Rolli. Palazzo Spinola, il cui percorso espositivo conduce il visitatore alla scoperta dei suoi lussuosi
ambienti sei e settecenteschi, impreziositi da affreschi e arredi, tessuti e porcellane orientali, è un susseguirsi
di spazi in cui è ancora esposta una quadreria storica tra le più rilevanti della città, la cui visione consente di
immergersi in quell’atmosfera ricercata e preziosa che connotava il gusto della nobiltà della Superba.
Un itinerario arricchito dalla possibilità di scoprire ambienti inaspettati, come le cucine storiche
ottocentesche o la piccola ma elegantissima Galleria degli Specchi.
I due piani nobili conservano lo straordinario patrimonio artistico stratificatosi di generazione in generazione
grazie all'accurato mecenatismo messo in campo dai proprietari che, nel corso dei secoli, si sono susseguiti.
Si ha così un prezioso esempio di modello abitativo aristocratico in cui predomina, al primo piano, l'aspetto
seicentesco legato ai Grimaldi e ai Pallavicino, al secondo il segno forte del rinnovo settecentesco voluto da
Maddalena Doria Spinola.
Gli ultimi due piani del palazzo ospitano la Galleria Nazionale della Liguria con dipinti, sculture,
ceramiche, oggetti d’arredo che progressivamente incrementano con donazioni o acquisti dello Stato Italiano
le ricche collezioni.
Per maggiori informazioni si rimanda al sito di Palazzo Spinola [Link]
Le 10 meraviglie
Affreschi, stucchi, dipinti, sculture e preziosi arredi accompagnano la scoperta di una delle case-
museo meglio conservate e più emblematiche in città.
Alle opere collezionate dalle famiglie proprietarie e ancora eccezionalmente conservate nel palazzo a cui
erano destinate in origine - come il Ritratto di Ansaldo Pallavicino di Van Dyck o le grandi tele del salone
del secondo piano nobile di Giovanni Benedetto Castiglione e Luca Giordano, si aggiungono quelle che sono
frutto di recenti acquisti dello Stato italiano: dall'Ecce Homo di Antonello da Messina al Ritratto di
Gio. Carlo Doria di Rubens.

Palazzo Spinola
Il cinquecentesco palazzo voluto da Francesco Grimaldi è divenuto nel 1958 sede
della Galleria Nazionale di Palazzo Spinola grazie alla donazione allo Stato Italiano da
parte dei fratelli Franco e Paolo Spinola. Passato per via ereditaria dai Grimaldi ai
Pallavicino, ai Doria e infine agli Spinola, di San Luca prima e di Luccoli poi, il palazzo è
giunto ai donatori ricco di un patrimonio artistico stratificatosi di generazione in generazione
e, nella consapevolezza dell'importanza di una tale realtà secolare, è stato donato con il
vincolo di mantenere l'aspetto di dimora aristocratica così conservato a testimonianza futura
della civiltà dell'abitare delle grandi famiglie genovesi.
Dalle ricerche nei documenti dell'archivio, anch'esso conservato nel palazzo, si è potuto
ricostruire il contributo dei singoli proprietari sia nella definizione dell'aspetto architettonico
e della sua decorazione, sia nella formazione della quadreria, arrivando a tracciare
personalità ben definite come, in particolare, quella di Andaldo Pallavicino a metà Seicento,
di Maddalena Doria all'inizio del Settecento e Paolo Francesco Spinola nella turbolenta
epoca rivoluzionaria.
L'attuale ordinamento si propone quindi di evidenziare lo stretto rapporto tra le figure dei
proprietari e la configurazione dei due piani nobili dell'edificio che quindi si presentano come
esempi abitativi e contesti artistici in cui predomina, al primo piano, l'aspetto seicentesco
legato ai Grimaldi e ai Pallavicino, al secondo il segno forte del rinnovo settecentesco voluto
da Maddalena Doria Spinola.
I piani superiori, che ospitavano al terzo la zona privata dei proprietari, al quarto gli ambienti
destinati alla servitù, furono fortemente danneggiati dal bombardamento della città durante
l'ultimo conflitto mondiale e, ricostruiti nel dopoguerra, non hanno conservato il loro aspetto
storico. Consapevoli di ciò, gli stessi donatori hanno proposto che, a fronte della
conservazione della dimora dei piani nobili, qui potesse aver sede l'allora costituenda
Galleria Nazionale della Liguria creata con il patrimonio che avrebbero formato e arricchito
le acquisizioni dello Stato. Modernamente ristrutturati, i piani sono stati così destinati e
aperti al pubblico nel 1992 creando nella stessa dimora storica la straordinaria realtà di due
musei in dialogo tra loro.

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Galleria Nazionale della Liguria
La Galleria Nazionale della Liguria è un museo dalla storia recente, nato con la sua
specificità in seguito alla donazione allo Stato Italiano da parte di Paolo e Franco Spinola,
avvenuta il 31 maggio 1958, della loro dimora cinquecentesca di Pellicceria, inserita dal
13 luglio del 2006 nella lista dei quarantadue palazzi iscritti ai Rolli di Genova - Patrimonio
dell’Umanità UNESCO. Le indicazioni annotate nel lascito prevedevano, infatti, non solo
l’apertura di Palazzo Spinola ma anche la necessità di creare una nuova realtà museale
cittadina che, collocata negli ultimi due piani del palazzo degli Spinola, fosse strettamente
legata al territorio al fine di ricostruire, attraverso mirate acquisizioni, la storia artistica ligure
e i suoi collegamenti italiani ed europei. Anche grazie a numerose donazioni e depositi da
parte di privati, è stato possibile riportare in città e destinare al pubblico godimento
numerose testimonianze figurative legate sia alle vicende artistiche liguri dal XIV al XIX
secolo, sia alla formazione delle straordinarie collezioni che resero celebre Genova nel
Seicento e nel Settecento. Negli ambienti destinati dal 1993 ad accogliere la Galleria
Nazionale della Liguria sono esposte le opere acquisite dallo Stato italiano sin dagli anni
sessanta del Novecento, tra cui capolavori come la Giustizia di Giovanni Pisano, il Ritratto
di dama con bambino di Antoon van Dyck, il Ritratto di Giovan Carlo Doria di Pieter Paul
Rubens e il Sacrificio di Isacco di Orazio Gentileschi. Missione primaria del museo è dunque
l’acquisizione di opere e manufatti di rilevante importanza per la storia dell’arte ligure,
collegate a specifiche vicende o espressione elevata dei suoi protagonisti. Un obbiettivo
reso possibile grazie a diverse forme di acquisizioni, dalla trattativa privata, come nel caso
dell’Ascensione di Ludovico Brea e del Ritratto di Stefano Raggio di Joos van Cleve,
all’acquisto coattivo all’esportazione - tra i più recenti casi la placca raffigurante una Veduta
di Genova con barcheggio di anonimo argentiere fiammingo del XVII secolo -, alla
prelazione, strumento che ha reso possibile l’ingresso nelle raccolte della Galleria Nazionale
della Liguria del Ratto delle Sabine di Luca Giordano, della tela di Cornelis de Wael
rappresentante Dare da mangiare agli affamati, di sette tele di Gregorio e Lorenzo De
Ferrari dedicate alle Fatiche di Ercole e alle Metamorfosi di Ovidio, nonché la coppia di
dipinti di Bartolomeo Guidobono raffigurante Giaele e Sisara e Sansone e Dalila.

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Casa di Colombo, Porta Soprana e
Chiostro di Sant'Andrea
A ridosso di una delle zone baricentro del centro cittadino moderno, nei pressi di piazza
Dante, si trova un'isola medievale di particolare fascino. Percorrere la breve salita
mattonata dello storico vico dritto di Ponticello significa attraversare uno spazio denso di
monumenti, una sorta di breve passeggiata nella storia di Genova.
Certamente i lavori di ristrutturazione urbanistica susseguitisi nella zona nel corso dei primi
decenni del secolo scorso ne hanno stravolto l’aspetto, ma a noi rimane una specie di
"condensato" del tutto evocativo. Fra Medioevo e scoperta delle Americhe si può quasi
toccare con mano uno dei periodi più fecondi e affascinanti della storia e dell’arte cittadine.
Salendo, a destra, si trova la Casa nella quale Cristoforo Colombo fanciullo abitò, quando
aveva fra i quattro e i nove anni: è un piccolo, ma denso, memoriale dedicato al più
importante esploratore della storia. L'interno è visitabile.
Subito dopo ecco il chiostro medievale della chiesa monastica di Sant’Andrea, che si
trovava dove adesso è l’edificio della Banca d’Italia ed è stato ricostruito qui dopo la
demolizione della chiesa e del convento medievale di cui costituisce l'unica testimonianza.
In cima alla salita si erge la severa Porta Soprana, accesso alla città medievale da Levante,
costruita dai genovesi fra il 1155 e il 1158, a difesa di un attacco (che non avvenne) da
parte delle truppe di Federico Barbarossa. Per questo le mura di cui costituiva il principale
varco sono dette "del Barbarossa". Ha lapidi celebrative delle glorie di Genova.

Casa di Colombo
A poca distanza da Porta Soprana, appena al di fuori delle antiche mura medievali, si trova
la cosiddetta Casa di Colombo. Si tratta probabilmente di una ricostruzione, risalente
al XVIII secolo, dell’edificio originale, medievale, in cui visse in gioventù lo scopritore delle
Americhe. Probabilmente la casa andò distrutta durante il bombardamento della flotta
francese di re Luigi XIV che colpì Genova nel 1684. L’edificio si sviluppa su due piani: il
piano terra era adibito a bottega del padre, Domenico Colombo, che si occupava di tessitura
della lana e di commercio. Al piano superiore si trovava l’abitazione della famiglia. Secondo
le fonti scritte, il navigatore ha abitato qui in un arco di tempo compreso - indicativamente -
fra il 1455 e il 1470.

Oltre ai danni causati dal bombardamento francese del 1684, l’edificio fu coinvolto
nell’intenso sviluppo edilizio che interessò la zona di Ponticello, in cui era ubicato. Il
quartiere prendeva nome dalla piccola strada denominata Vico Dritto Ponticello, non più
esistente, situata poco al di fuori dell'antica Porta Soprana, sul Piano di Sant'Andrea, dove
sorge la casa. Secondo lo storico genovese Marcello Staglieno, al quale è attribuita
l'individuazione di quella che è stata la casa di Colombo a Genova, la costruzione al tempo
del navigatore aveva due o forse tre piani e venne restaurata sulla base dei resti originali.
Secondo i documenti d’archivio rinvenuti dagli storici genovesi, Domenico Colombo, padre
del grande navigatore, si trasferì insieme alla famiglia in vico Dritto Ponticello nel 1455.
Cristoforo compiva quattro anni.
Il piano terreno della casa era adibito a bottega e, sulla sinistra, rispetto al prospetto
principale, si trova tuttora la porta d'ingresso. Un solaio a travatura in legno lo divide dal
piano superiore, rispecchiando probabilmente l’assetto originario.
Nel 1887 la casa fu acquistata dal Comune di Genova, come prova tangibile che
dimostrasse l’origine genovese del navigatore. Quindi l’edificio fu inserito nel programma dei
restauri di Porta Soprana, il che ne permise la sopravvivenza alle trasformazioni del centro
avvenute tra la fine dell'Ottocento e gli Anni Trenta del secolo scorso. Sulla facciata
principale dell'abitazione è esposta una lapide in cui si legge: “Nessuna casa è più degna di
considerazione di questa in cui Cristoforo Colombo trascorse, tra le mura paterne, la prima
gioventù”.

Porta Soprana
Porta Soprana era l’ingresso alla città per chiunque giungesse a Genova da levante. Dominava il colle di S.
Andrea, che prende nome dal monastero demolito nel XIX secolo per creare Via Dante e il palazzo che
attualmente è sede della Banca d’Italia. Le alte torri che inquadrano l’accesso della Porta Soprana recano

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ancora le due lapidi in latino che commemorano, con l’impresa architettonica, le glorie di Genova.

Nel XII secolo, per difendere l’autonomia della Repubblica di Genova dalle mire espansionistiche
dell’imperatore Federico Barbarossa, furono costruite le nuove mura cittadine.
Esse cingevano le tre aree della città: il castrum, che si sviluppava sulla collina di Castello; la civitas, sorta
intorno alla cattedrale di S. Lorenzo, e il burgus, la zona dei commerci intorno al monastero di S. Siro. Alla
realizzazione delle mura, dette di Barbarossa, che furono terminate fra il 1155 e il 1159, in tempi molto
rapidi, partecipò sia finanziariamente che materialmente la stragrande maggioranza degli abitanti. Nel 1161,
invece, fu ultimata la costruzione delle tre porte a due torri: Porta Soprana, anche detta Porta di S. Andrea
per il monastero adiacente, Porta Aurea e Porta di Santa Fede.
La Porta Soprana è una delle principali architetture medievali in pietra del capoluogo ligure. È situata sulla
sommità del Piano di Sant'Andrea, a poca distanza dal colle omonimo, spianato agli inizi del Novecento. Il
nome Soprana deriva dal fatto che la porta era rialzata rispetto al piano cittadino. Venuto meno il ruolo
eminentemente difensivo e ampliata la cinta di mura, a partire dal XIV secolo la porta fu inghiottita dallo
sviluppo edilizio, con la costruzione del quartiere di Ponticello.
Le due torri, nell’Ottocento, furono adibite a carcere - la cosiddetta prigione "della Torre" - così come
avvenne per il vicino convento di Sant'Andrea.
La costruzione attuale, tuttavia, è il risultato dei consistenti restauri realizzati sotto la direzione dell’architetto
Alfredo D'Andrade fra il 1882 e il 1914. Negli anni Trenta del Novecento, con la demolizione del quartiere
di Ponticello, fu restaurata la torre sud, sotto la direzione di Orlando Grosso, che dall'inizio degli anni Venti
aveva promosso l'impegno del Comune di Genova nel settore della tutela e del restauro dei monumenti
cittadini.
La porta restaurata riproduce l'aspetto che doveva avere verosimilmente al momento della sua ricostruzione
durante la realizzazione, delle cosiddette Mura del Barbarossa. Una lunga epigrafe, sul muro dell’arco
d’ingresso, rivolgendosi al cittadino che sta per entrare, dice fra l’altro: "Sono sorvegliata da soldati,
circondata da splendide mura e scaccio lontano con il mio valore i dardi nemici. Se porti pace, accostati pure
a queste porte, se cerchi guerra, triste e battuto ti ritirerai".

Chiostro di Sant'Andrea
Il chiostro di S. Andrea fu smontato nel 1905, a conclusione della demolizione del
monastero di S. Andrea della Porta nel cui ambito era stato costruito nel XII secolo. È stata
l’unica struttura architettonica ad essere salvata al momento della demolizione. Il monastero
era situato a poca distanza dalla collocazione attuale del chiostro, accanto a Porta Soprana.
Ad esso si accedeva attraverso un viottolo che si snodava dalla Porta. La decisione della
demolizione venne presa per attuare il piano di ristrutturazione urbanistica dell’intera zona.
Fu quindi distrutto l’intero quartiere di S. Andrea, che aveva avuto origine nel Medioevo
intorno al complesso monastico ed era ancora densamente popolato e urbanizzato ai primi
del Novecento.
La collocazione attuale del chiostro di S. Andrea, nei pressi di Porta Soprana e della casa di
Colombo, risale al 1922.
Il monastero di S. Andrea, di cui faceva parte il chiostro sopravvissuto, probabilmente era
stato fondato agli inizi dell’XI secolo. Era un monastero benedettino femminile, abitato da
monache che appartenevano alle famiglie più illustri della città. Vivevano in clausura, ma al
tempo stesso amministravano un ingente patrimonio costituito da terre e da immobili. La
chiesa svolgeva le funzioni parrocchiali per la popolazione che viveva sul colle, all’interno
delle mura cittadine. L’esistenza del chiostro è ricordata per la prima volta in un documento
risalente al 1158. Intorno ad esso erano disposti tutti i locali destinati alla vita comunitaria,
come il refettorio, la sala del capitolo, il parlatorio, la sala del camino. Sopra il portico si
alzava un secondo piano in cui erano distribuiti i dormitori. Il loggiato del chiostro
racchiudeva un piccolo giardino. I capitelli del chiostro, sui lati sud e ovest, sono sia figurati
che a foglie. Risalgono verosimilmente ad una data di poco precedente al documento. I
capitelli figurati sono scolpiti con scene di ispirazione diversa, con temi derivati dal Vecchio
e dal Nuovo Testamento, come Adamo ed Eva, la Fuga in Egitto, Daniele nella fossa dei
leoni, il Viaggio dei magi. Ma non mancano temi di argomento agricolo e pastorale, con
scene di pascolo, di aratura, di trasporto con i buoi.
Le scene di impronta cavalleresca, invece, alludono alla misteriosa storia di un cavaliere e
di una dama. Altri capitelli mostrano raffigurazioni più generiche di animali e creature
mostruose. Gli autori di questa serie di capitelli sono probabilmente di formazione lombardo-
emiliana.
I capitelli dei lati nord ed est sono molto più tardi. Lo stile gotico, a foglie lisce o nervate

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dalle proporzioni slanciate, è tipico della fine del Duecento. Il primo nucleo architettonico
medievale del monastero subì numerose ristrutturazioni e ampliamenti nel corso dei secoli.
Nel 1647 fu eretto un campanile accanto alla chiesa. L’ultimo ampliamento significativo ebbe
luogo dopo i danni causati dal bombardamento francese che colpì Genova nel 1684. La
storia del monastero si concluse nell’età napoleonica, quando nel 1799 la Repubblica ligure
soppresse la comunità religiosa.
Il monastero divenne un collegio, poi un carcere, fino alla decisione di demolire l’intero
complesso monastico a fine Ottocento.

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Museo d'Arte Contemporanea di Villa
Croce
Nella cornice di una bellissima villa ottocentesca, affacciata sul mare e circondata da un
ampio parco nel quartiere residenziale di Carignano, è ospitato il Museo di Arte
Contemporanea di Genova Villa Croce.
Quando venne inaugurato, nel 1985, era la seconda realtà contemporanea in tutto il
panorama italiano, diventando subito il punto di riferimento per la contemporaneità a
Genova.
Le collezioni del museo sono costituite da più di 4.000 opere - dipinti, disegni, sculture -
che documentano l’arte moderna e contemporanea a partire dagli anni ’30 del secolo
scorso.
Lucio Fontana, Piero Manzoni, Bruno Munari, Osvaldo Licini, Ben Vautier sono solo alcuni
dei grandi nomi.
La collezione è quasi interamente conservata nei depositi ed esposta occasionalmente con
selezioni antologiche.
Le raccolte sono in continuo divenire, grazie alle numerose donazioni e acquisizioni.
Il museo si caratterizza oggi per l'importante programmazione annuale di mostre ed eventi
che mantengono il museo vivo e aggiornato sulla situazione artistica contemporanea,
nazionale e internazionale, proponendo inoltre spunti di riflessione e confronti con alcuni dei
protagonisti dell’arte ligure.
Mostre ed eventi
16 GIUGNO 2023
03 SETTEMBRE 2023

EVENTO

Wisława Szymborska. The Joy of Writing


Le 10 meraviglie
La ricca collezione del museo è composta da più di 4.000 opere.
Il nucleo originario è derivato dalla raccolta di Maria Cernuschi, con 200 opere che testimoniano l’indagine
astratta italiana con protagonisti tra cui Osvaldo Licini, passando per le sperimentazioni di Lucio Fontana e
di Bruno Munari, le ricerche ottico-percettive e preconcettuali, documentate con un importante Achrome di
Piero Manzoni, fino alla sperimentazione di artisti quali Paolo Icaro. Queste stesse tendenze ritornano nella
collezione del LAB Laboratorio della Bassa Lunigiana donata nel 2001, con opere straordinarie quali la
grande scultura Natura ferita di Gunther Uecker.
Dalla fine degli anni ‘80, inoltre, il patrimonio si è arricchito grazie a galleristi e artisti protagonisti delle
ricerche artistiche liguri più rilevanti dal secondo dopoguerra ad oggi. Le ultime acquisizioni hanno
interessato soprattutto lavori contemporanei derivati da progetti speciali appositamente creati per gli spazi
del museo come il wall drawing di Ben Vautier o gli interventi di Flavio Favelli e Plamen Dejanoff nella sala
camino del piano terra, che testimoniano quello stretto rapporto tra museo e artisti, che è centrale per
l’attività svolta a Villa Croce.

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Musei di Nervi
Palazzi e ville, sedi di prestigio di importanti musei, impreziosiscono un contesto paesaggistico e naturale di
indiscussa bellezza: lo stretto rapporto tra arte e natura ha portato alla realizzazione del polo dei Musei di
Nervi. La Galleria d’Arte Moderna di Villa Saluzzo Serra, le Raccolte Frugone di Villa Grimaldi Fassio,
il Museo Giannettino Luxoro e Wolfsoniana, allestita negli spazi lineari di un edificio degli anni Sessanta,
sono le soste culturali di una piacevole passeggiata all’interno dei grandi parchi storici pubblici, con piante
mediterranee ed esotiche, collegati al prestigioso roseto di Villa Grimaldi Fassio, da cui si coglie la magica
presenza del mare.
Un unico percorso espositivo, oscillante tra collezionismo pubblico e privato, unisce le raccolte d'arte, dal
Seicento ai giorni nostri, con le arti decorative della dimora-museo di Villa Luxoro, le raffinate collezioni di
dipinti e sculture Belle Epoque delle Raccolte Frugone in Villa Grimaldi Fassio, le numerose opere allestite
nella rinnovata Galleria d’Arte Moderna di Genova, in Villa Saluzzo Serra. Un accattivante e ricco sguardo
sull’Ottocento e sul Novecento, impreziosito dalla presenza di arredi, vetri, argenti, dipinti e sculture, databili
tra il 1880 e il 1945 appartenenti al museo Wolfsoniana.
Una visita che si arricchisce, nel percorso tra le ville, di scorci paesaggistici assolutamente unici.
Le 10 meraviglie
Le collezioni della Galleria d’Arte Moderna di Genova e delle Raccolte Frugone raccontano, con imperdibili
testimonianze artistiche, un ampio periodo storico che si snoda dal 1850 fino alla contemporaneità.
Nell’antico edificio cinquecentesco di Villa Saluzzo Serra, ampliato e decorato tra la metà del ‘700 e l’inizio
del ‘900, aperto nel 1929 ma totalmente ripensato nel 2004, si raccoglie parte della collezione della Gam
con oltre 3.000 opere tra dipinti, sculture, disegni e incisioni, che prendono l’avvio dalla donazione del
principe Odone di Savoia del 1866 incrementata da successivi lasciti e acquisti a preziosa testimonianza
dello sviluppo culturale e artistico della nostra città e del territorio. La Galleria può vantare la selezione
pubblica più ricca in relazione alla pittura en-plein-air della Scuola dei Grigi, con opere di Tammar Luxoro,
Alfredo D’Andrade e Ernesto Rayper, una delle selezioni più ampie dell’opera divisionista di Rubaldo
Merello e le imponenti tele di Plinio Nomellini, mentre nel campo della scultura ha la fortuna di conservare
la gipsoteca del grande scultore attivo a Roma, Giulio Monteverde, con oltre 50 sculture, e, nella sala
dedicata all’opera di Arturo Martini la struggente terracotta, a grandezza naturale, La Convalescente.
Villa Grimaldi Fassio, con le collezioni dei due fratelli imprenditori Lazzaro e Lugi Frugone donate alla città
nel 1935 e nel 1953, testimonia invece la frizzante atmosfera nazionale ed internazionale Belle Epoque tra
fine ‘800 e inizio ‘900 presentando ben tre straordinarie opere di Giuseppe Boldini, tra cui il noto ritratto
di Miss Bell, che giustifica, sola, una visita al museo. Non mancano nelle raccolte di questi raffinati
collezionisti gli aggiornamenti sul Simbolismo e sulla pittura dal vero e la rappresentazione del paesaggio
immerso nella luce, con alcune importanti opere dei Macchiaioli Silvestro Lega, Telemaco Signorini e
Giovanni Fattori.
Tra gli artisti stranieri documentati nelle collezioni, ci sono alcuni dei protagonisti significativi del post-
impressionismo internazionale tra cui l’americano Richard Miller, l’artista parigino Lucien Simon e il
grande pittore spagnolo Joaquín Sorolla y Bastida.
Le collezioni della Wolfsoniana, focalizzate sulle arti decorative e di propaganda del periodo 1880-1945,
partono dal gusto per l’esotico diffusosi in Italia a fine ’800 e si snodano attraverso le principali correnti
linguistiche ed espressive della prima metà del ’900, dall’Art Nouveau al Décò, dal Novecento al
Razionalismo.

Wolfsoniana
La Wolfsoniana fa parte del polo dei Musei di Nervi insieme alla GAM Galleria d'Arte
Moderna , al Museo Giannettino Luxoro e alle Raccolte Frugone .
La collezione, creata dal filantropo statunitense Mitchell “Micky” Wolfson Jr. e da lui donata
alla città di Genova attraverso Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, si focalizza in
particolare sulle arti decorative e di propaganda del periodo 1880-1945.
La Wolfsoniana si propone come un unicum nel ricco panorama dei musei italiani.
Innanzitutto per la figura del collezionista che con passione e curiosità ha formato nel corso
degli anni questa importante raccolta artistica, promuovendo, contestualmente,
un’istituzione a cui affidarne la conservazione, lo studio e la promozione. In secondo luogo
per l’originalità della collezione che, costituita da un’ampia tipologia di materiali - dipinti,
sculture, mobili, arredi completi, vetri, ceramiche, ferri battuti, argenti, tessuti, disegni di
architettura, grafica, manifesti e materiali pubblicitari, bozzetti e disegni, libri e riviste - si
focalizza principalmente sulle arti decorative e di propaganda dal 1880 al 1945.

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Partendo dal gusto per l'esotico, diffusosi in Italia nel corso del XIX secolo, il percorso
espositivo si snoda attraverso le principali correnti linguistiche ed espressive dei primi
cinquant’anni del Novecento, dal Liberty al Déco, dal Novecento al Razionalismo, nel
tentativo di offrire al visitatore un panorama del periodo compreso tra gli ultimi decenni
dell’Ottocento e la prima metà del Novecento in cui le espressioni artistiche dialogano
strettamente con il contesto politico e sociale, economico, tecnologico ed estetico in cui
hanno visto la luce.
Il museo si caratterizza per un allestimento cronologico-tematico, che prevede la
ricostruzione di interi ambienti, e dispone di un’area dedicata alle mostre temporanee.
Le 10 meraviglie
La variegata tipologia di opere è riferibile principalmente al contesto italiano, ma con
significative testimonianze delle esperienze straniere. Secondo l'approccio del suo
creatore, Mitchell “Micky” Wolfson Jr., non interessano solo le valenze estetiche degli
oggetti custoditi, ma anche i più profondi significati storici e sociali dell’epoca che essi
trasmettono.
Ogni tassello di questa raccolta contribuisce così a ricomporre, in una fitta rete di rimandi e
di contrappunti storici e artistici, la complessità di una fase storica che ha segnato in
maniera determinante la nascita e l’evoluzione dell’età contemporanea. E tutte le opere
contribuiscono ad analizzare quei fattori di cambiamento che caratterizzarono questo denso
periodo storico: i profondi legami intercorrenti tra arte e politica; la dialettica tra le spinte
avanguardistiche e i richiami alla tradizione; i mutamenti del gusto nel campo dell’arredo;
l’apporto di materiali inediti e di nuove tecnologie nell’evoluzione del design; l’impatto
espresso sulla società del tempo dai nuovi mezzi di trasporto; il sofisticato uso di messaggi
persuasivi nella comunicazione pubblicitaria; l’interazione tra le grandi trasformazioni
urbanistiche e il formarsi di una nuova civiltà industriale.

GAM Galleria di Arte Moderna


La GAM, Galleria d'Arte Moderna di Genova, è parte del polo dei Musei di Nervi insieme alle Raccolte
Frugone, al Museo Giannettino Luxoro e alla Wolfsoniana.
Ha sede nell’edificio cinquecentesco di Villa Saluzzo Serra, una dimora nobiliare inserita nel meraviglioso
contesto dei parchi con un affaccio a mare, ampliata e decorata tra la metà del ‘700 e l’inizio del ‘900.
Aperto nel 1928 ma totalmente ripensato nel 2004, il museo espone una selezione degli oltre tremila
pezzi che costituiscono le raccolte della civica Galleria d'Arte Moderna, con dipinti, sculture, disegni e
incisioni e che raccontano, attraverso importanti testimonianze artistiche, l'ampio e fertile periodo che si
snoda dall'Ottocento fino alla contemporaneità.
Il primo nucleo ha origine dalla donazione del principe Odone di Savoia del 1866, incrementato da
successivi lasciti e acquisti, a preziosa testimonianza dello sviluppo culturale e artistico della città e del
territorio.

Le 10 meraviglie
La GAM può vantare la selezione pubblica più ricca per la pittura en-plein-air della Scuola dei Grigi, con
opere di Tammar Luxoro, Alfredo D’Andrade ed Ernesto Rayper; una delle selezioni più ampie dell’opera
divisionista di Rubaldo Merello e due celebri e imponenti tele di Plinio Nomellini. Nel campo della
scultura si segnala la ricca gipsoteca del grande scultore attivo a Roma Giulio Monteverde, con più di
cinquanta sculture, e, nella sala dedicata all’opera di Arturo Martini, la struggente terracotta, a grandezza
naturale, La Convalescente. Tra gli artisti stranieri documentati nelle collezioni vi sono alcuni dei
protagonisti significativi del post-impressionismo internazionale tra cui l’americano Richard Miller e
l’artista parigino Lucien Simon.

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Palazzo Ducale
Il Palazzo nei Secoli
La storia di Palazzo Ducale ha inizio in un momento fortunato della storia di Genova, quando la
potenza economica della Repubblica Marinara si affermò in tutto il Mediterraneo, all’indomani della
vittoria su Pisa nella battaglia navale della Meloria del 1284.

Le prime forme di governo comunale non disponevano di una sede stabile, ma dovevano riunirsi di
volta in volta nelle dimore private dei singoli membri: vennero così acquisiti due edifici delle
famiglie Doria e Fieschi, in una zona strategica nel centro della città medievale. Fu questo il primo
nucleo del Palazzo, divenuto poi sede del doge – Ducale – nel 1339 con il primo doge Simon
Boccanegra. Due secoli e mezzo dopo, consolidatasi la Repubblica con le riforme di Andrea Doria
nel 1528, si decise di dare al Palazzo una veste sontuosa ed elegante, simbolo della Repubblica
oligarchica e a tal fine nel 1591 fu incaricato l’architetto Andrea Ceresola detto il Vannone.

Il Ducale divenne così un palazzo in stile manierista, maestoso e imponente, difeso come una
fortezza con l’attuale piazza Matteotti chiusa da una “cortina”: una vera e propria sede di Stato,
con ambienti di rappresentanza e piazza d’armi.

Nel 1777 un furioso incendio devastò il nucleo centrale, in particolare i saloni del Maggiore e Minor
Consiglio e la facciata principale del Palazzo. La ricostruzione fu affidata all’architetto ticinese
Simone Cantoni, al quale si deve anche l’omonima scala elicoidale, che reinterpretò gli spazi in
chiave neoclassica, accentuandone il carattere solenne e maestoso. Pochi anni dopo, la discesa di
Napoleone in Italia segnò la fine della Repubblica, successivamente annessa al Regno di
Sardegna nel 1815.

Venute meno le esigenze difensive e abbattuta la “cortina”, il Palazzo si trasformò radicalmente,


divenendo sede di uffici amministrativi ed in seguito del Tribunale. Nei primi decenni del Novecento
ci fu un’importante azione di restauro diretta da Orlando Grosso, che riportò alla luce le tracce
medievali cancellando alcuni interventi seicenteschi, e ripristinò la facciata dipinta su piazza De
Ferrari. Il Ducale di oggi è il frutto di un imponente recupero, condotto da Giovanni Spalla a partire
dal 1980: un intervento che ha riscoperto l’unitarietà del progetto del Vannone, rivelandone il
valore storico e restituendo un tassello di storia alla città, con tutta la ricchezza architettonica e
urbanistica che ha accumulato nei secoli.

Dal 1992 Palazzo Ducale è un centro culturale dinamico e prestigioso, sede della Fondazione per
la Cultura che organizza mostre d’arte, grandi rassegne, incontri ed eventi di carattere
commerciale e culturale.

La Facciata di piazza Matteotti


Fino alla metà del XVIII secolo l’attuale piazza Matteotti era chiusa da una “cortina”: il Palazzo era
una vera e propria sede di Stato, con ambienti di rappresentanza e piazza d’armi. Alla metà del
Settecento però, venute meno le esigenze difensive, si decise di abbattere la cortina: l’effetto a
sorpresa della visione della piazza e, soprattutto, della facciata fu straordinario, reso ancora più
solenne dalla pendenza del percorso culminante nella scalinata centrale con le due rampe laterali
per la salita dei cavalli e delle portantine.

L’attuale facciata è stata realizzata dall’architetto ticinese Simone Cantoni fra il 1778 e il 1783 dopo
che, il 3 novembre 1777, un furioso incendio distrusse il corpo centrale del Palazzo dai tetti fino al
piano nobile. Simone Cantoni, architetto formatosi nelle Accademie di Roma e di Parma, era
considerato uno dei migliori esponenti del primo neoclassicismo nell’Italia Settentrionale. A lui si
deve, oltre all’elegante facciata risolta con marmi veri e marmi finti in stucco lucido dalla delicata
cromia chiara, anche la ricostruzione delle sale del Maggiore e del Minor Consiglio al piano nobile.
Alle decorazioni plastiche della facciata lavorarono Nicolò Traverso e Francesco Ravaschio, due
scultori genovesi formatisi nell’ambiente artistico di Roma da cui furono chiamati appositamente
nel 1780, autori dei gruppi di trofei con figure di schiavi barbareschi e prigioni.

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La Facciata di piazza De Ferrari
Il prospetto che si affaccia su piazza De Ferrari subì importanti modifiche durante i lavori di
restauro eseguiti da Orlando Grosso nei primi decenni del XX secolo. Prima dei lavori di Grosso
essa doveva presentarsi come una facciata liscia intonacata, sulla quale erano visibili tracce di
affreschi seicenteschi. Grosso rielaborò la facciata in stile classicista, regolarizzando le aperture e
inserendole all’interno di uno schema di colonne e altri elementi architettonici dipinti. Furono inoltre
aperte tre porte per collegare la piazza con il porticato interno del palazzo.

La facciata, dipinta nel 1938, risultava in gran parte dilavata al momento del restauro del 1992.
Durante questo restauro è stata ripristinata la decorazione di Grosso, spostando però verso l’alto
le tre porte in modo da renderle alla stessa quota del cortile interno sul quale si affacciano. La
facciata è organizzata su due livelli, scanditi da una decorazione pittorica. Al piano terra si trovano,
oltre alle tre aperture una serie di finestroni, sormontati ognuno da una finestrella. Il livello
superiore riprende lo schema del piano terra, con una nuova serie di finestroni e di finestrelle.

La Torre Grimaldina
La Torre rappresenta un punto fermo nella ricostruzione operata da Orlando Grosso (Genova
1882-1968) durante i lavori di restauro del 1935-1940. Lo studioso pone infatti la costruzione della
Torre in una fase cronologica intermedia della strutturazione del Palazzo del Comune: la Torre
sarebbe stata costruita non prima del 1298 e non molto oltre il 1307 dopo il completamento del
portico e del primo piano del Palazzo di Alberto Fieschi; ad essa sarebbe stato poi addossato
l’edificio di ponente, ed infine un altro piano si sarebbe aggiunto al Palazzo Fieschi. Se la
successione può risultare verosimile per i due palazzi che vennero a costituire l’organismo del
Palazzo del Comune, il problema della Torre è argomento controverso. Alcuni fatti e dati fanno
pensare che la Torre non solo fosse anteriore all’edificio del 1291, ma addirittura che preesistesse
allo stesso Palazzo Fieschi. Principale assertore di quest’ultima tesi è il Poggi che si allinea alle
teorie del Banchero e in certo qual modo a quelle del Giustiniani. “La torre – egli dice – può essere
una delle antiche torri di difesa della città dalla parte di Serravalle. È stato obbiettato che la torre
ha carattere di costruzione civile e non militare. Senonchè l’osservazione è messa in dubbio dal
fatto che la cinta del secolo XI e X fu una difesa apprestata in fretta dagli abitanti di San Lorenzo e
dai milanesi di S. Ambrogio per chiudersi, per coprirsi le spalle dal colle di S. Andrea di Banchi. Le
torri furono probabilmente apprestate in fretta dove erano le case, e la popolazione concorse
nell’elevare le mura fra torre e torre. Ed ogni torre ebbe il suo proprietario.” Entrambi le teorie, in
mancanza di documenti certi, hanno un loro fondamento, tuttavia l’origine viscontile prospettata dal
Poggi appare più mitica che storica. Quel che comunque appare certo è il fatto che la Torre faceva
sicuramente parte del Palazzo di Alberto Fieschi. Una parola decisiva avrebbe potuto essere detta
dai restauri, e ancor più dalle relazioni condotte su di essi dal Grosso. Senonchè l’angolo visivo in
cui sono esaminati i dati che vengono man mano alla luce à quello di un’origine trecentesca della
Torre – considerata come un fatto scontato – per cui ci sono di ben poco aiuto in questa direzione.

Esterno
Il restauro del Grosso ricondusse nella sua sostanza la Torre all’assetto trecentesco, liberandola
per quanto possibile dalle interpolazioni dei secoli successivi, e riportando l’antica suddivisione in
piani; ed infine riducendo l’assetto esterno in forme il più vicine possibile a quelle trecentesche,
eliminando il pesante intonaco seicentesco. L’aspetto attuale della Torre à quello di una struttura di
sette piani di cui i primi quattro fanno parte integrante del volume del Palazzo, mentre gli ultimi tre
si alzano in gran parte liberi sui quattro lati. Il primo piano à ricoperto da un bugnato fortemente
aggettante che riprende quello del Palazzo Fieschi. Il secondo ed il terzo sono ricoperti dalla
decorazione a fasce bianche e nere: sono divisi dal primo piano da una serie di archetti pensili, e
fra loro da una cordonatura. Quinto, sesto e settimo piano sono in mattoni di diverso tipo. Il limite
fra quinto e sesto è rappresentato dalla stessa cordonatura, mentre sesto e settimo sono divisi da
una triplice serie di archetti. Questa serie rappresenta il limite fra la costruzione medievale e la
sopraelevazione cinquecentesca. La Torre ha al primo piano una finestra rettangolare, frutto di una
modifica relativamente recente; al secondo e al terzo si aprono due quadrifore; al quarto una
trifora. Il quinto piano che si fa parzialmente libero sui lati, ha una monofora. Completamente libero
è il sesto, che è l’ultimo della costruzione medievale. ed ha a Sud una grande monofora; sugli altri
lati bifore, i cui fornici sono divisi da grosse colonne a rocchi bianchi e neri. L’ultimo livello in
mattoni risulta dei primi anni del XVII secolo, coevo alla grande costruzione vannoniana del
Palazzo.

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Interno
Dal secolo XVI fino a gran parte del XVII la Torre subì modifiche interne considerevoli, in seguito
alla sua trasformazione in carcere: ebbe i piani dimezzati e notevoli variazioni nelle aperture.
In particolare la cella – sottostante alla triplice fila di archetti – ebbe le primitive monofore
trasformate in bifore per esigenze statiche dopo l’innalzamento cinquecentesco.
La muratura perimetrale à rimasta in sostanza quella originaria.

La Storia
Il corpo centrale del Palazzo è occupato dalle sale del Minore e del Maggiore Consiglio, spazi che
nel progetto cinquecentesco del Vannone rappresentavano il cuore e il centro compositivo del
Palazzo. Le sale che vediamo oggi sono quelle ricostruite dopo l’incendio del 1777 dall’architetto
Simone Cantoni, autore anche delle celebri coperture delle stesse a forma di carena rovesciata e
della facciata su piazza Matteotti.

Sala del Maggior Consiglio

L’immagine che offre oggi al visitatore il Salone del Maggior Consiglio è quella neoclassica
settecentesca riferibile al restauro di Simone Cantoni avvenuto dopo il furioso incendio del 1777.
Tutto sommato però le dimensioni restano quelle della “Sala Grande” trecentesca e del Salone
vannoniano di fine Cinquecento.

In questa sala si riunivano i 400 nobili che amministravano la Repubblica, in base alla riforma
aristocratica di Andrea Doria del 1528, ma si ha notizia anche di banchetti, danze, concerti e
spettacoli di carnevale in netto contrasto con l’austerità e la severità del governo di un’importante
Repubblica racchiuso all’interno di un palazzo-fortezza. Questo è spiegabile, secondo alcuni
storici, poiché Genova a partire dal Seicento aveva ormai perso le sue peculiarità di repubblica
mercantile e militare per assumere il ruolo di potenza economica e bancaria in grado di gestire gli
ingenti flussi di metalli preziosi provenienti dalle Americhe.

Al Cantoni si deve, oltre che alla ricostruzione di questo salone e di quello del Minor Consiglio e
della facciata con ardite innovazioni ingegneristiche, anche la realizzazione di un complesso
programma decorativo neoclassico in sostituzione di quanto realizzato dal Vannone nel 1591.

Se gli stucchi della volta furono affidati al milanese Carlo Fozzi, del genovese Andrea Casaregi
sono le staue in gesso con le allegorie della Concordiae della Pace ai lati del grande portale
d’ingresso. Nicolò Traverso e Francesco Ravaschio eseguirono rispettivamente le altre due statue
della Giustizia e della Fortezza che affiancavano il trono del Doge in fondo al Salone.

Il trono fu distrutto, insieme alle statue di Uomini Illustri che erano posizionate nelle otto nicchie
laterali e alle statue dei Doria della scalinata d’ingresso della piazza. Artefice di tale scempio fu la
rivolta giacobina del 1797 che, sopprimendo i simboli del potere nobiliare, segnarono la fine della
Repubblica aristocratica.

Sopra l’ingresso principale si trova La battaglia della Meloria ad opera di Giovanni David (Cabella
1743 – Genova 1790) a memoria della battaglia navale del 1284 durante la quale Genova
sconfisse definitivamente la nemica Pisa, un’altra delle quattro repubbliche marinare assieme a
Venezia e Amalfi.

Sul fronte opposto, al di sopra dello stemma reale dei Savoia, ancora su bozzetto del David,
Emanuele Tagliafichi rappresentò Il Doge Leonardo Montaldo restituisce la libertà al Re di Cipro,
Jacopo da Lusignano.

Il progetto di Simone Cantoni fu anche di interventi eccezionali, come nel caso del lavoro di
Giandomenico Tiepolo, allievo e collaboratore del padre Giambattista, che sulla volta realizzò il
grande affresco La Liguria e le glorie della famiglia Giustiniani realizzato tra il 1783 e 1785 e
andato perduto poco dopo.

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L’affresco venne sostituito dal dipinto tutt’ora visibile di Giuseppe Isola (Genova 1808 – 1893)
raffigurante L’allegoria del commercio dei Liguri realizzato nel 1875.

L’assetto decorativo fu completato in fretta e furia in occasione della visita di Napoleone a Genova
in città nel 1805 con una serie di di grandi tele chiaro scure di soggetto mitologico e con sagome di
putti inseriti nelle nicchie quadrangolari.

I grandi lampadari attualmente visibili, sono stati realizzati appositamente per la riapertura del
Palazzo al pubblico nel 1992.

 Sala
del Maggior Consiglio


Sala del Maggior Consiglio

Sala del Minor Consiglio

Disposto verso Nord, era denominato per la sua collocazione sede del “Consiglietto d’Estate” da
utilizzarsi nei mesi caldi dell’anno.
Il Minor Consiglio era composto da 100 membri e aveva giurisdizione, fra le altre cose, sui
possedimenti genovesi d’oltremare. L’esempio forse più significativo di queste competenze di
governo è rappresentato da una decisione del 1768 quando Genova cedette definitivamente la
Corsica alla Francia. Curiosamente Napoleone Bonaparte nacque ad Ajaccio un anno dopo.

L’apparato decorativo di questo ambiente fu affidato dal Cantoni allo pittore e scrittore d’arti Carlo
Giuseppe Ratti allora direttore della scuola di pittura dell’Accademia Linguistica. A Carlo Barabino
fu invece affidata la realizzazione della balaustra circolare in marmo (Esedra) che delimitiva lo
spazio del Doge.

Il Ratti, fra i massimi esponenti del primo neoclassicismo in Liguria, con un occhio alla tradizione
barocca, riprese ancora una volta i temi dell’autocelebrazione con lo sbarco di Colombo nelle
Indie sopra l’ingresso principale e L’arrivo a Genova delle Ceneri del Battista di fronte.

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Sul soffitto, fra i monocromi La Liguria sparge tesori alleProvincie e Giano sacrifica alla Pace,
campeggia L’apoteosi della Repubblica con l’allegoria della Divina Sapienza ripresa da un
bozzetto di Domenico Piola.

 Sala del Minor Consiglio

La Cappella del Doge


All’interno dell’Appartamento del Doge si trova la splendida Cappella, affrescata da Giovanni
Battista Carlone nel 1653. Sebbene sembri dedicata alla Vergine, rappresentata
nella radiosa scultura di Francesco Schiaffino sull’altare, la Cappella celebra in realtà i fasti di
Genova: in un crescendo di decorazioni – dal pavimento con i marmi policromi alla volta a trompe
l’oeil – sulle pareti affrescate sono rappresentati gli eroi della storia di Genova, Guglielmo
Embriaco e Cristoforo Colombo. Sulla volta la Vergine in trono, invocata dai Santi protettori della
città Giovanni Battista, Giorgio, Bernardo e Lorenzo mostra il bambino Gesù con un cartiglio che
recita «et rege eos» – govèrnali – in riferimento al decreto del 1637 con cui la Madonna venne
eletta Regina di Genova e la Repubblica trasformata in Regno.

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letizia-battaglia-sono-io
dal 29 aprile al 1° novembre 2023, Sottoporticato
Fotografa, editrice, ambientalista, militante politica e attivista per i diritti civili, Letizia
Battaglia ha iniziato la sua carriera nel mondo della fotografia e del giornalismo all’inizio
degli anni Settanta tra la Sicilia e Milano.
Dal 1974 diviene responsabile fotografico del quotidiano «l’Ora di Palermo» testimoniando
con le sue fotografie la mafia siciliana e la sua sanguinosa guerra, i processi, le
manifestazioni, lo spaccato della società dell’Isola. La sua arte è cresciuta con il suo
impegno civile e politico, ritraendo la profonda essenza della Sicilia, i volti e la società di
Palermo, le scene di crimine e le vittime della Mafia e non solo.

Letizia Battaglia cattura le immagini della società civile: donne e bambini nei loro quartieri
e nelle loro strade, descrivendo la ricchezza e la miseria di una città abbandonata al suo
destino. Immortala il ceto medio e l’aristocrazia di Palermo, le processioni religiose, le
feste e la tradizione dei funerali, l’ospedale psichiatrico ed il mondo culturale della città. In
ognuna delle immagini prodotte si può percepire il forte attaccamento a Palermo, alla
Sicilia e alla sua gente; un amore capace di racchiudere anche la rabbia e che rimane pur
sempre una forma di amore.

Alla fine degli anni Ottanta diviene Assessore al Verde del Comune di Palermo nella
giunta guidata da Leoluca Orlando, nella felice stagione chiamata la “Primavera di
Palermo”.
Il suo percorso professionale l’ha vista collaborare con riviste nazionali e internazionali e
fondare giornali e riviste, tra le quali Grande Vu; dal 1991 è co-fondatrice di Mezzocielo,
bimestrale di cultura politica e ambientale realizzata da sole donne. Nel 1992 dopo le
stragi di Mafia fonda Le edizioni della Battaglia, per dare voce agli intellettuali del territorio
e non solo e trattando successivamente anche argomenti politici, sociali e culturali
raccogliendo le voci più autorevoli da vari paesi del mondo, dal Medio Oriente a Cuba.
La sua produzione fotografica ha conseguito numerosi riconoscimenti internazionali; fu la
prima donna (con Donna Ferrato) e la prima fotografa europea a vincere il W. Eugene
Smith Grant a New York nel 1985. Nel 1999 riceve a San Francisco il The Mother Johnson
Achievement for Life. Nel 2007 riceve in Germania il The Erich Salomon Prize e nel 2009
a New York il Cornel Capa Infinity Award.
Letizia Battaglia figura tra le 1.000 donne candidate al Premio Nobel per la Pace,
nominata dal Peace Women Across the Globe, e nel 2017 il New York Times la nomina tra
le 11 donne più rappresentative dell’anno (unica italiana).

Le sue fotografie sono state esposte in importanti mostre personali e collettive in sedi
internazionali, tra cui il Centre Pompidou e il Palais de Tokyo di Parigi; la Tate Modern di
Londra; l’ICP-International Center of Photography di New York; il Museum of
Contemporary Art di Chicago; Palazzo Grassi-Collezione Pinault di Venezia; Maxxi,
Museo Nazionale del XXI Secolo di Roma; Casa dei Tre Oci di Venezia; Instituto Moreira
Salles di Rio de Janeiro e di San Paolo in Brasile.
Nel 2017 fonda a Palermo il Centro Internazionale di Fotografia ai Cantieri Culturali alla
Zisa di Palermo che dirige fino al giorno della sua scomparsa, nel 2022.

A cura di Paolo Falcone

La mostra è realizzata da Civita Mostre e Musei, in collaborazione con l’Archivio


Letizia Battaglia, Fondazione Falcone per le Arti e Palazzo Ducale Fondazione per la
Cultura

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Mostra Banksy Genova: info utili
Durata: dal 3 marzo 2023 al 14 gennaio 2024
Location: stazione di Genova Piazza Principe – Piazza Acquaverde, 16134 Genova
(GE)
Giorni di apertura: dal lunedì alla domenica
Orari di apertura: dalle 10 alle 20 (ultimo ingresso ore 19)
Prezzi: 19.50€ – ridotto 13.50€/8€ – minori di 6 anni ingresso gratuito.
Biglietteria online: Acquista qui
The World of Banksy – The Immersive Experience
Dopo aver attratto oltre 450.000 spettatori nelle stazioni di Milano Centrale, Torino Porta
Nuova, Verona Porta Nuova e Roma Tiburtina, The World of Banksy – The Immersive
Experience sceglie Genova Piazza Principe come prossima fermata, proseguendo nel suo
intento di portare la cultura all’interno di luoghi insoliti, per offrire alle persone di tutte le età
uno spunto di riflessione. Le opere dell’artista britannico, infatti, fanno rivivere la sala
dell’ex biglietteria che era chiusa da tempo all’interno della stazione di Genova Piazza
Principe, rendendola la nuova casa di questa meravigliosa mostra immersiva dal 3 marzo al
14 gennaio 2023.

The World of Banksy – The Immersive Experience si differenzia dalle altre mostre dedicate
all’artista ed è unica nel suo genere. Il percorso, infatti, è incentrato sul racconto più
spontaneo e originale dell’artista, con l’obiettivo di stupire e colpire lo spettatore come se
stesse facendo il giro del mondo e trovasse, girando l’angolo, un murales a grandezza
naturale. Il tutto è reso ancora più immersivo grazie allo studio di giovani street artist
internazionali e locali, che hanno ricreato il contesto originale, partendo dalla tipologia di
muro su cui Banksy ha dato vita ai graffiti fino alle installazioni che rendono le opere
tridimensionali. Ne sono un esempio La cicatrice di Betlemme e La bambina con l’hula
hoop.
Il percorso propone oltre 100 opere, murales e oggetti dell’artista di Bristol, che
ripercorrono tutta la sua produzione, dai dipinti della primissima fase della sua carriera fino
agli ultimi anni, dalle opere realizzate con la tecnica dei graffiti a mano fino a quelle
realizzate con lo stencil, che consente una maggiore rapidità di esecuzione. Affianco al
racconto espositivo tradizionale, la mostra presenta i-Banksy, una sezione virtuale dove per
la prima volta le opere d’arte più iconiche del misterioso street artist diventano animate
grazie a brevi video che narrano la storia e la critica sociale che si celano dietro ai murales
presenti in tutto il mondo, come Police Riot Van della serie Dismaland – un messaggio
provocatorio con una svolta oscura sulle scene originali del parco a tema di Disneyland.
Adatta a persone di ogni età, l’esposizione propone il racconto su più livelli di una storia di
oltre vent’anni e porta lo spettatore ad immergersi in un mondo ricco di spunti di
riflessione. Quello di Banksy, infatti, è un immaginario semplice ma non elementare, con
messaggi che esaminano i temi del capitalismo, della guerra, del controllo sociale e della
libertà in relazione ai paradossi del nostro tempo.
La stazione è uno dei luoghi che più rappresenta la street art e il linguaggio universale di
Banksy, in grado di arrivare al cuore, ai pensieri e all’anima di tutte le persone nel mondo. I
soggetti ricorrenti, quali scimmie, topi, poliziotti che ironicamente simboleggiano tipologie
umane ben distinguibili e sono spesso portatori di slogan, trovano questa volta casa
all’interno della stazione di Genova Piazza Principe che, grazie alla sua posizione strategica
vicino al centro cittadino, con i suoi circa 350 treni al giorno e 66.000 transiti giornalieri,
invita i viaggiatori a fermarsi e scoprire i segreti della street art attraverso uno dei suoi
maggiori esponenti.
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Centro stor ico

Con i suoi 113 ettari di superficie è uno dei centri storici medievali più estesi d’Europa e con la

maggiore densità abitativa. Il centro storico genovese è un dedalo di vicoli (caruggi) che si aprono

inaspettatamente in piccole piazzette, spesso legate, come le chiese che vi si affacciano, a importanti

famiglie nobili.

Lo spirito di Genova risiede proprio nei vicoli, dove si mischiano, da sempre, odori, sapori, lingue e culture

diverse. E il centro storico, più di qualsiasi altra parte di città, è da sempre un melting pot.

In questi spazi angusti, stretti tra la colline e il mare, l’orgoglio dei ricchi mercanti e dei nobili genovesi fece

edificare splendide dimore, dove furono raccolte e custodite per secoli opere d’arte, ancora visibili

all’interno di alcuni dei palazzi, oggi musei aperti al pubblico.

In questo insieme compatto di edifici, dove le finestre delle case sono così vicine che quasi si toccano,

gli stili architettonici si sovrappongono: il muro medievale fa da base ad un edificio del quattordicesimo

secolo, loggiati gotici sono oggi trasformati in locali alla moda. Nel centro storico di Genova il passato fa da

fondamenta al presente.

In questo luogo dove il tempo pare essersi fermato, palazzi nobiliari e splendide chiese si intervallano

a botteghe in attività da oltre 100 anni, dove le specialità sono ancora preparate secondo antiche ricette e gli

oggetti di artigianato vengono lavorati secondo tradizioni secolari. Genova è una città ricca di botteghe

storiche e anche i nomi delle vie richiamano spesso un passato legato alle attività artigiane e alle

corporazioni, come Via degli Orefici o Vico del Ferro. Chi solleva lo sguardo agli incroci apprezzerà le

magnifiche edicole votive che venivano donate dalle antiche corporazioni per illuminare le strade di notte.

La parte più antica della città si visita soprattutto a piedi: è bello perdersi tra un vicolo e l’altro e

passeggiare nelle zone più ricche di vita oppure scegliere un itinerario organizzato per visitare in modo

dettagliato chiese, palazzi e monumenti, magari seguendo un tema: dalla Genova di De André alla città

medievale.

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Botteghe Storiche

Una delle sorprese più affascinanti del centro storico e dei quartieri di Genova è trovare le botteghe

storiche: si tratta di negozi e attività artigianali tradizionali attive da almeno 70 anni (ma in molti casi sono

anche 200 e oltre!): le botteghe sono un tesoro di cui Genova è particolarmente ricca, scoprirle mentre si

passeggia per le sue strade è un’esperienza unica e autentica.

Sono raffinate confetterie e cioccolaterie, negozi di tessuti, abbigliamento e sartorie, capaci di creare

cravatte fatte a mano arrivate fino alla casa reale d’Inghilterra, drogherie, friggitorie e tripperie, ognuna

con i suoi caratteristici profumi, laboratori che tengono vive tecniche tradizionali per lavorare il vetro,

produrre timbri o magari tappi; botteghe che hanno sede in edifici antichi, inseriti nel tessuto del centro

storico, con arredi e attrezzature d'epoca, che custodiscono una sapienza d’altri tempi.

Per preservare questo enorme patrimonio è stato istituito un “Albo delle botteghe storiche”, nel quale

vengono inseriti quegli esercizi che sono in attività da almeno 70 anni e che soddisfano almeno tre dei cinque

requisiti richiesti: la conservazione di elementi architettonici, arredi, attrezzature o strumentazioni

storiche originali e ancora funzionanti, l’aver conservato la documentazione che testimonia la storia

dell'esercizio, il contesto ambientale in cui operano.

Sono 59 le botteghe già inserite nell’Albo da Soprintendenza per i Beni Architettonici, Comune di Genova

e Camera di Commercio di Genova; molti altri esercizi attendono di essere valutati per rientrare nel

prestigioso club delle eccellenze del commercio e dello shopping genovese.

Inoltre, è stato istituito un Albo dei Locali di Tradizione (che, al momento, sono 23) e dei Locali di

Interesse Culturale.

Per l'elenco aggiornato delle botteghe, le novità e tutte le informazioni potete consultare anche il

sito Botteghe Storiche Genova.

E' stata inoltre creata dai Sistemi Informativi del Comune di Genova una mappa che geolocalizza le

botteghe storiche, consultabile al seguente link: Geoportale delle Botteghe Storiche di Genova.

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Spianata Castelletto

Suggestiva “terrazza” sospesa sul Centro Storico con vista spettacolare sulla città e sul porto. Emozionante

salirci con l’ascensore liberty.

"Quando mi sarò deciso

d’andarci in paradiso

ci andrò con l’ascensore

di Castelletto…"

(Giorgio Caproni, da “L’ascensore”)

Da qui si possono ammirare i tetti delle vecchie case in ardesia, materiale tipico in questa zona, torri

medievali e cupole barocche; in lontananza il mare animato da navi moderne e da memorie antiche.

Come quinte, le alture della città punteggiate da parchi, ville, santuari e coronate da fortezze.

Fino al 1849, al posto di questo magnifico belvedere, affacciato sulla città, c’era la fortezza di Castelletto,

che venne appunto spianata, a furor di popolo, dato che poteva costituire una temibile minaccia, in caso di

occupazione nemica, per la città sottostante.

Dal 1910, quando le fotografie di Alinari ne diffusero la bellezza, la spianata/belvedere di Castelletto è

entrata nell’elenco delle meraviglie genovesi da non perdere. Oltre che dalla panoramicissima

Circonvallazione a Monte (tracciata nella seconda metà del XIX secolo, a mezza costa), la spianata è

raggiungibile in ascensore. L’ascensore, che sale da Piazza Portello a due passi da Strada Nuova, conserva

tutt’ora il fascino liberty dell’epoca in cui venne realizzato.

Per raggiungere la splendida terrazza panoramica di Castelletto potete anche salire su per le creuze, le

caratteristiche strade pedonali mattonate, che un tempo erano le "tangenziali" che portavano i viaggiatori

fuori Genova, proprio quelle cantate da Fabrizio De Andrè.

Da via Garibaldi, subito dopo Palazzo Bianco, parte Salita San Francesco, che poi diventa Salita a Spianata

Castelletto: in pochi passi si verrà trasportati dal brusio della città al silenzio di case colorate, piccoli giardini

fioriti e di alcuni punti perfetti per scattare fotografie indimenticabili. O semplicemente, come fanno da

sempre i genovesi, per prendersi un attimo di relax e assaporare con calma un gustoso gelato o una granita

fatta a regola d'arte.

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I ROLLI - PATRIMONIO
UNESCO
Negli anni straordinari fra Rinascimento e Barocco, i nobili genovesi fanno
progettare e costruire una serie di palazzi ricchissimi in Strada Nuova, oggi
via Garibaldi, creata dal nulla come teatro della loro magnificenza; e rinnovano
le decine di residenze familiari che già esistevano nel centro storico della città.

Genova si arricchisce di magnifiche facciate con decorazioni in stucco, marmo


o dipinte, atri grandiosi, splendidi giardini con fontane e ninfei; e all’interno,
grandi saloni affrescati, sontuosi arredi, pregiate collezioni, ricche quadrerie.
Queste dimore lussuosissime non sfuggono all’occhio di un artista raffinato
come il grande pittore fiammingo Pieter Paul Rubens che, all’inizio del ‘600
pubblica in un libro la raccolta dei disegni dei palazzi, che propone come
modello abitativo per la nobiltà di tutta Europa.

Il numero e lo splendore dei palazzi dà vita a un particolare sistema di


ospitalità pubblica, fissato nel 1576 da un Decreto del Senato: viene istituito un
elenco ufficiale dei palazzi di pregio, e si obbligano i loro proprietari a ospitare,
a turno, visite di stato. A seconda del rango dell’ospite in visita, veniva scelto
un palazzo per ospitarlo: più elevato era il grado di nobiltà dell’ospite, più
fastoso doveva essere il palazzo e più ricca la famiglia che aveva l’onore e
l’onere di accoglierlo.

L'“Elenco degli Alloggiamenti pubblici o Rolli” e i suoi aggiornamenti sono


conservati in preziosi volumi all'Archivio di Stato di Genova.

La qualità dell'architettura e delle decorazioni del palazzi di Genova, il curioso


sistema di ospitalità pubblica e l'attenzione di Rubens sono gli elementi per i
quali nel 2006 “Le Strade Nuove e il sistema dei Palazzi del Rolli” vengono
inseriti nel Patrimonio dell'Umanita dell'UNESCO.

Il sito UNESCO comprende 42 palazzi dei Rolli, fra gli oltre 100 esistenti, che
da Strada Nuova arrivano a gran parte del centro storico attraverso Via
Lomellini, Piazza Fossatello e Via San Luca, fino a Piazza Banchi e al mare.

I palazzi dei Rolli, in alcuni casi, appartengono ancora oggi a privati, mentre
molti sono diventati sedi di banche o uffici; alcuni sono diventati Musei e sono
quindi sempre visitabili: i palazzi dei Musei di Strada Nuova, la Galleria
Nazionale di Palazzo Spinola di Pellicceria, il Museo di Palazzo Reale.

Ogni anno Genova celebra i suoi Palazzi dei Rolli, con l’evento Rolli Days:
weekend durante i quali i palazzi aprono le porte e mostrano al pubblico i
loro tesori.

Lasciati stupire dal fascino dei Palazzi dei Rolli e scopri alcune delle sontuose
residenze grazie alla visita guidata "Le splendide dimore genovesi del ‘500"!

I 42 palazzi del Patrimonio UNESCO “Genova: le strade nuove e il sistema dei Palazzi dei Rolli” si
trovano lungo le Strade Nuove: Via Garibaldi, detta un tempo “Strada Nuova”, via Balbi, via Cairoli,
originariamente denominata “Strada Nuovissima, via Lomellini e via San Luca.

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I palazzi ad uso pubblico sono sede di musei, enti pubblici e aperti al pubblico tutto l’anno; invece,
quelli ad uso privato sono parzialmente visitabili.

I Palazzi dei Rolli sono numerati secondo l’ordine di iscrizione dell’edificio all’UNESCO.

La lista delle dimore signorili era suddivisa in livelli, detti “bussoli”, che si basavano su tre fattori
principali: la grandezza e la sontuosità dell’edificio, lo status dell’ospite e l’importanza sociale ed
economica del proprietario del palazzo.

1. Palazzo di Antonio Doria


2. Palazzo di Clemente della Rovere
3. Palazzo di Giorgio Spinola
4. Palazzo di Tomaso Spinola
5. Palazzo di Giacomo Spinola
6. Palazzo di Agostino Ayrolo
7. Palazzo Paolo e Niccolò Interiano
8. Palazzo Agostino Pallavicino
9. Palazzo di Pantaleo Spinola
10. Palazzo di Franco Lercari
11. Palazzo di Tobia Pallavicino
12. Palazzo Angelo Giovanni Spinola
13. Palazzo di Gio Battista Spinola
14. Palazzo di Nicolosio Lomellino
15. Palazzo di Lazzaro e Giacomo Spinola
16. Palazzo di Niccolò Grimaldi
17. Palazzo di Baldassarre Lomellini
18. Palazzo di Luca Grimaldi
19. Palazzo di Francesco e Ridolfo Brignole Sale
20. Palazzo di Gerolamo Grimaldi
21. Palazzo di Gio. Carlo Brignole
22. Palazzo di Bartolomeo Lomellino
23. Palazzo di Stefano Lomellini
24. Palazzo di Giacomo Patrone Lomellini
25. Palazzo di Antoniotto Cattaneo
26. Palazzo di Gio. Agostino Balbi
27. Palazzo di Gio. Francesco Balbi
28. Palazzo di Giacomo e Pantaleo Balbi
29. Palazzo di Francesco Maria Balbi Piovera
30. Palazzo di Stefano Balbi
31. Palazzo di Cosmo Centurione
32. Palazzo di Giorgio Centurione
33. Palazzo di Gio Battista Centurione
34. Palazzo di Cipriano Pallavicini
35. Palazzo di Nicolò Spinola
36. Palazzo di Francesco Grimaldi
37. Palazzo di Gio Battista Grimaldi
38. Palazzo di Gio. Battista Grimaldi
39. Palazzo di Stefano De Mari
40. Palazzo di Ambrogio De Nigro
41. Palazzo di Emanuele Filiberto Di Negro
42. Palazzo di Croce De Marini

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La via dell'Acqua. Acquedotto
Storico di Genova
Dalle sorgenti delle alte valli al mare. Una vera e propria Via dell'Acqua, che servendosi di un'antica
struttura architettonica nella Val Bisagno ha garantito per secoli l'approvvigionamento idrico di Genova e del
suo porto. Che attraversa boschi e sentieri, scavalca il Cimitero monumentale di Staglieno e, attraverso un
percorso nascosto e sotterraneo nella parte urbana, arriva fino al Porto Antico.

L’acquedotto storico è una struttura imponente, edificata già in epoca romana a partire dal fondovalle del
torrente Bisagno per rifornire d’acqua la città. Durante tutto il medioevo, fino al 1600, venne ulteriormente
ampliato ed elevato ad una quota più alta (circa 50 metri), per rispondere alle esigenze di una città in rapida
espansione e raggiungere anche i quartieri più a ovest. Ufficialmente funzionò fino a metà Ottocento ma la
sua acqua arrivava sino al quartiere del Molo ancora nel 1951.

Parte dei suoi 40 chilometri sono scomparsi col crescere del tessuto urbano ma restano lunghi tratti
pianeggianti che disegnano un itinerario escursionistico pedonale (ma non ciclabile) interessantissimo sia
dal punto di vista storico che naturalistico: le architetture civili e monumentali di cui abbiamo esempio nel
ponte canale sul rio Torbido o nel portale del Barabino della Galleria della Rovinata, i capolavori di
ingegneria dei ponte sifone sul Geirato e sul Veilino, gli antichi lavatoi, i ceppi in marmo che delimitavano i
confini delle proprietà, i boschi di querce e castagno ed i versanti assolati a macchia mediterranea. Così, nel
corso dei secoli, l'acquedotto si è trasformato e mimetizzato fra le case e gli orti dei vecchi borghi, giungendo
fin nel centro cittadino.

Il percorso inizia in località Cavassolo, in alta Val Bisagno, attraversa le alture dei quartieri di Prato e di
Struppa, dove è possibile visitare l’antichissima Abbazia romanica di San Siro, edificata nel XII secolo, e
prosegue verso il quartiere di Molassana; qui, sul rio Geirato, si attraversa il primo ponte canale, un’opera
ingegneristica che permetteva il passaggio dell’acqua attraverso un sifone posto nella struttura del ponte
stesso, per permettere all’impianto idrico di attraversare la valle senza doverne seguire il profilo, molto più
lungo e spesso oggetto a frane e smottamenti. Il ponte, costruito nel 1777, è lungo più di 600 metri ed è
sorretto da 22 arcate.

Lasciato il ponte, l’acquedotto continua il suo percorso lungo la Val Bisagno attraversando le valli del rio
Trensasco e la valle Cicala: ci si addentra così in un ambiente selvaggio di macchia mediterranea e ripidi
versanti boscosi, con il Forte Diamante che domina dall’alto, sulla vetta dell’omonimo colle.

Si prosegue ancora qualche chilometro fino alla chiesa di S. Bartolomeo di Staglieno; poco distante da qui vi
è la casetta dei filtri, una delle stazioni di filtraggio dell’impianto, da cui inizia lo spettacolare ponte – canale
sul rio Veilino, una meraviglia architettonica risalente al 1837 su progetto dell’architetto Barabino: lungo
450 metri e alto 20, è sorretto da 19 arcate e percorso da una coppia di tubi in ferro dentro le quali scorreva
l’acqua destinata a raggiungere il centro città; la tubatura a monte è ancora quella originale della costruzione.
Il ponte si sviluppa quasi “a volo d’angelo” sulle guglie e sulle cupole del Cimitero Monumentale di
Staglieno, offrendone una visione estremamente panoramica.

Superati i 200 gradini del ponte, si giunge alla galleria che attraversa la collina di Via delle Ginestre, oltre la
quale si arriva in via Burlando. Qui il tracciato dell’acquedotto si perde, inglobato dalle case, ed è possibile
raggiungere il centro città a piedi o con un bus.

I ponti - sifone sono gestiti da associazioni che ne curano la manutenzione e l’apertura al pubblico; per
verificarne gli orari contattare:
Per il Ponte Rio Geirato circolo Sertoli e-mail: circolosertoli@[Link] - cellulare: +39 3333208182
Per il Ponte Rio Veilino associazione Aegua Fresca e-mail: aeguafresca@[Link] -
cellulare: +393407167426

Una mappa interattiva per scoprire Genova

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Stai progettando di visitare Genova? Il Comune pubblica uno strumento utile proprio per pianificare
l’esplorazione della città, una piattaforma in continua crescita, che ospiterà sempre più informazioni sulle
strutture ricettive e sui punti di interesse su tutto il territorio. Apri la mappa e scopri le
opportunità: [Link]

Cimitero di Staglieno
“Una delle meraviglie del mondo”. Con queste parole il grande Ernest Hemingway ha descritto il Cimitero
Monumentale di Staglieno, vero e proprio museo a cielo aperto, oggi considerato uno dei più importanti e
affascinanti d’Europa.
È stato, fin dalla sua nascita, meta di personalità celebri e nobili giunte da tutto il mondo: allo stesso
Hemingway si aggiungono il filosofo Friedrich Nietzsche, scrittori del calibro di Guy De Maupassant e Mark
Twain, l’imperatrice Elisabetta d’Austria “Sissi” e musicisti come Peter Hook, il bassista della band Joy
Division, che nel 2015 ha visitato la tomba Appiani, utilizzata per la copertina dell’album “Closer”, l'ultimo
della band nella sua formazione originaria, pubblicato nel 1980.
A Staglieno, soprattutto, sono seppelliti gli esponenti delle famiglie altolocate e i cittadini di Genova, oltre a
stranieri illustri che hanno soggiornato nel capoluogo ligure: Constance Mary Lloyd Wilde (moglie di Oscar
Wilde), Nino Bixio, Enrico Alberto d’Albertis, Govi, Giuseppe Mazzini, Fabrizio De André, Edoardo
Sanguineti, Raffaele Rubattino, Gian Carlo Di Negro, e moltissimi altri.
“L’ultima visita fu quella al Cimitero, e di cui continuerò a ricordarmi quando mi sarò dimenticato dei
palazzi”. (Mark Twain)

Scopri di più
Progettato nel 1835 dall'architetto Carlo Barabino e, alla sua morte, da Giovanni Battista Resasco, il
Cimitero di Staglieno è una rappresentazione della Genova ottocentesca.
Presenta un Pantheon (o Cappella dei Suffragi), gallerie e porticati con centinaia di monumenti che
testimoniano la straordinaria arte dell’Otto e Novecento ligure, e il Boschetto Irregolare, ispirato agli
schemi dei giardini romantici, in cui si trovano le tombe dei Mille e di altri eroi del Risorgimento.
Un percorso tutto da esplorare per ammirare il fascino di imponenti sculture e viali alberati.
Il Cimitero Monumentale di Staglieno può essere scoperto attraverso visite guidate.

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Cattedrale di San Lorenzo
Impossibile non rimanere incantati di fronte alla maestosità della sua facciata a bande bianche e nere, alla
torre campanaria che domina il centro storico, ai minuziosi dettagli che contribuiscono a rendere l'edificio un
autentico gioiello architettonico. E' la cattedrale di San Lorenzo, la chiesa più importante di Genova.
Eretta intorno all’anno 1098 su una precedente basilica del V - VI secolo e ampliata nei secoli in forme
solenni e preziose, la cattedrale intitolata a San Lorenzo Martire custodisce le ceneri del patrono della
città San Giovanni Battista, giunte a Genova alla fine della Prima Crociata.
Attorno al duomo dei genovesi e alle raffigurazioni in facciata circolano storie curiose e leggende
affascinanti. Te ne sveliamo subito una: a imperitura memoria contro gli orrori della guerra, all’interno della
cattedrale, nella navata destra, è presente la copia esatta di un ordigno inesploso. La granata fu sparata nel
1941 dalla flotta britannica nel corso di uno dei peggiori attacchi sferrati contro Genova durante la seconda
guerra mondiale.
Per completare la visita alla cattedrale, consigliamo di non trascurare il Museo del Tesoro, cui si accede
dall’interno della cattedrale, e il vicino Museo Diocesano.
La storia
La Basilica di San Lorenzo diventa cattedrale a partire dal IX secolo, sostituendo la basilica dei Dodici
Apostoli, dedicata nel VI secolo a San Siro, vescovo di Genova, che a quei tempi si trovava al di fuori
dell’antico nucleo della città.
Grazie al trasferimento della cattedrale e alla costruzione delle mura, la zona di San Lorenzo diventa il cuore
della città che cresce e cambia: in una città senza piazze, il sagrato di San Lorenzo offre per tutto il
medioevo un palcoscenico fondamentale per la vita politica e civile.
Papa Gelasio I la consacra a cattedrale nel 1118 e prende avvio la sua ricostruzione in forma
di chiesa romanica, con fondi provenienti da tasse comunali e da imprese militari come le Crociate. Dal
1133 la chiesa ottiene il rango arcivescovile.
Dopo l’incendio del 1296, l’edificio viene in parte restaurato e in parte ricostruito nelle forme
dell’architettura gotica: tra il 1307 e il 1312 viene completata la maestosa facciata a bande bianche e nere,
si affresca la confrofacciata e vengono rifatti i colonnati interni, con nuovi capitelli e l'aggiunta dei falsi
matronei; come succede spesso a Genova, si preservano le strutture romaniche ancora in buono stato.
Tra il XIV e il XV secolo la cattedrale si arricchisce di nuovi altari e cappelle, fra cui la splendida cappella
che conserva le ceneri di San Giovanni Battista, vero capolavoro di arte del Quattrocento, nella navata
sinistra.
Nell’anno 1455 viene costruita la piccola loggia sulla torre nord-est, in facciata, cui si aggiunge nel 1522
quella opposta, nelle forme tipiche dell’architettura manierista.
A metà Cinquecento, su ordine delle magistrature cittadine, l’architetto perugino Galeazzo Alessi riprogetta
l’intero edificio, riuscendo però a far ricostruire solo copertura delle navate, pavimento, cupola e zona
absidale. Ma per vedere finalmente conclusa l’opera del duomo occorrerà attendere il Seicento, con il
tripudio di stucchi dorati dell’abside e degli affreschi tardo manieristi delle “Storie di San Lorenzo”
di Lazzaro Tavarone.
Un restauro di fine Ottocento ha valorizzato le parti medievali che caratterizzano l’aspetto attuale della
cattedrale.

Villa Durazzo Pallavicini


L’esistenza come un viaggio. Un percorso di conoscenza dai forti tratti esoterici, scritto nel paesaggio nella
forma di uno spettacolo teatrale e che fu tappa del Gran Tour europeo nell’Ottocento. Situato nel Ponente

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cittadino, a pochi passi dalla bella passeggiata sul mare del quartiere di Pegli, questo parco offre un itinerario
esperienziale all’interno di un giardino di ispirazione romantica che non ha eguali in città.

SCOPRI DI PIU’
Realizzato fra il 1837 e il 1846 secondo il progetto dell’architetto Michele Canzio, all’epoca scenografo
del Teatro Carlo Felice, che creò una vera e propria rappresentazione teatrale su commissione del Marchese
Ignazio Pallavicini.

L’itinerario si sviluppa dall’ingresso principale della villa, situato accanto alla stazione ferroviaria di
Genova Pegli. Il viale d’accesso conduce all’edificio che in passato fu residenza estiva dei Marchesi; oggi è
sede del Museo Archeologico e custodisce reperti liguri che vanno dalla preistoria all’epoca romana. Poco
distante è possibile visitare anche il bellissimo Orto Botanico, voluto a metà ‘800 dalla Marchesa Clelia
Durazzo Pallavicini, esperta botanica. Qui è possibile ammirare diverse serre dedicate ai vari gruppi
botanici (piante succulente, piante carnivore, felci ecc.), e splendide aiuole esterne che custodiscono
centinaia di specie pregiate. Lasciando l’Orto Botanico si accede al parco vero e proprio, con le sue
scenografie quasi teatrali. Oltrepassiamo quindi la Tribuna gotica, passeggiamo fino alla Coffee house dove i
nobili sorseggiavano la rara e preziosa bevanda e procediamo lungo il Viale Classico, fino all’ Arco di
Trionfo. E poi templi, obelischi, grotte, laghi, pagode, alberi rari e maestosi, come in una favola romantica
che accompagna i visitatori in un viaggio attraverso i secoli e le culture.
Sono stati inoltre inaugurati due straordinari interventi che riportano alla sua auge ottocentesca il percorso
ideato dall’architetto, scultore, decoratore e scenografo genovese Michele Canzio: il consolidamento
strutturale delle Grotte degli Inferi e il restauro della Sorgente con la ricostruzione della Capanna
Rustica. I visitatori possono quindi accedere nuovamente alle Grotte degli Inferi. Si tratta di un’importante
tappa del percorso scenografico che si snoda tra i viali del parco conducendo alla purificazione del cuore per
l’accesso al Paradiso Empireo simbolicamente rappresentato dalla celebre cornice del Lago
Grande. Stalattiti e stalagmiti tratte da molte grotte naturali del genovesato, erano state montate per ricreare
una vera ambientazione di grotte calcaree, con tanto di lago sotterraneo. Il buio iniziale avvolge i visitatori,
la cui pupilla piano piano si abitua alla tenue luce penetrante dall’alto facendo scorgere pareti, volte e
margini di un piccolo lago tra gli stretti canali. Un’area nella quale, per circa venticinque anni, nessuno ha
più potuto entrare. Le Grotte degli Inferi – i cui lavori di recupero sono stati finanziati dal Comune di
Genova con i fondi del “Patto per Genova” - vengono aperte al pubblico tutti i fine settimana e nei giorni
festivi, comprese nel prezzo del biglietto.
E’ invece visitabile anche nei giorni feriali la Capanna della Sorgente, dopo oltre ottant'anni tornata al suo
posto nella scenografia del parco. Michele Canzio l’aveva pensata come un quadro rustico con sfumature
romantiche, una sosta all’interno del percorso in questo punto magico dove nasce l’acqua che alimenta tutto
il giardino. Così, accanto alla costruzione della Capanna (realizzata dal mastro falegname Mauro
Accossano) è stata ripristinata la Sorgente alimentata da un acquedotto che scende dalle colline alle spalle di
Pegli, realizzato appositamente su desiderio del marchese Ignazio Pallavicini, e si è provveduto al restauro
del paesaggio adiacente che si affaccia sul laghetto che ospita la Capanna.

Il parco storico di Villa Durazzo Pallavicini, nel 2017 nominato “Parco più bello d’Italia”, vanta
caratteristiche architettoniche, artistiche, paesaggistiche e botaniche uniche. È stato costruito dal 1840 e
inaugurato il 23 settembre del 1846 in occasione del Congresso degli Scienziati Italiani. Realizzato su
progetto dell’architetto Michele Canzio per volere del marchese Ignazio Alessandro Pallavicini, è
un'eccellenza nell’ambito del giardino storico romantico italiano ed europeo. Si sviluppa sull’impervio
fianco di una collina completamente trasformata per generare spazi pianeggianti, ampi bacini idrici e un
intrico di percorsi che si arroccano dall’ingresso fino a 134 metri di altitudine. Fra le sue particolarità spicca
quella di essere strutturato su un racconto teatrale a sfumature esoteriche e massoniche che ne rendono la
visita un’esperienza storica e culturale, paesaggistica e botanica. Ma anche meditativa e filosofica. Il
percorso è articolato in tre atti, ognuno composto da quattro scene caratterizzate da “artifici scenografici”
capaci di appropriarsi del panorama e si materializza grazie all’uso di vegetazione esotica ed indigena che
crea atmosfere emozionali. Di notevole impatto è il ricco impianto di acque superficiali comprendente due
laghi, cascatelle, ruscelli, fontane e molteplici architetture da giardino in stile neoclassico, neogotico, rustico,
cineseggiante ed esotico. Il parco, divenuto nell’Ottocento meta dei tour turistici e culturali europei,
richiamava pubblico anche dall’America, Cile, Russia e nel 1928 fu ceduto al Comune di Genova dalla
principessa Matilde Giustiniani. Dopo l’ultima guerra il Comune di Genova aveva chiuso al pubblico la parte
alta, relativa al secondo atto del racconto, abbandonando così le scenografie medievaleggianti e gli edifici
più imponenti del complesso.

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Lanterna
Una luce nella notte, la guida a un porto sicuro nella tempesta, un segnale di vita intermittente, ma che non si
spegne mai. Autentica icona della città di Genova, la Lanterna, con i suoi 77 metri, è il faro più alto del
Mediterraneo e il secondo d'Europa. Ed è un po’ per Genova quello che la Torre pendente è per Pisa, la
Tour Eiffel per Parigi, la Statua della Libertà per New York: un simbolo inconfondibile.

Risalente al 1128 e successivamente ricostruita nel 1543, sorge su una roccia alta 40 metri. I 172 scalini che
portano in cima al faro fanno parte del percorso di visita alla Lanterna: salendoli si scopre un panorama
vertiginoso sul porto e sulla città vecchia.
All’interno delle fortificazioni è stato allestito un museo multimediale che raccoglie racconti e
testimonianze su Genova e la sua provincia. E' possibile la salita a piedi fino alla prima terrazza
panoramica.

La Lanterna è collegata al Terminal Traghetti da un percorso pedonale che si estende per circa 800 metri
lungo le mura seicentesche e ottocentesche di Genova . Diciassette cartelli con le indicazioni turistiche sono
stati installati in piazza Acquaverde all’incrocio con via Andrea Doria, in via Andrea Doria all’altezza
dell’attraversamento per raggiungere la metropolitana, in via Fanti d’Italia nei pressi dei giardini, del
capolinea Amt e dell’attraversamento pedonale di fronte alla Stazione Marittima, all’angolo tra via Marina
d’Italia e via Adua e in via Milano di fronte al Terminal Traghetti.

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Dove mangiare a Genova di sera
Hai voglia di qualcosa di tipico? Qui trovi tre scelte per una cena economica, a prezzo medio e più sofisticata.

Ristorante economico a Genova: Molo 2.0


Situato nel Porto Antico, Molo 2.0 è famoso per i suoi piatti tradizionali e particolarmente economici.
Ideale per te se non hai voglia di spendere una fortuna ma vuoi comunque assaggiare le famose trofie al pesto,
pansoti al sugo di noce o altre specialità Genovesi.

Dove mangiare bene e spendere il giusto: Trattoria Rosmarino


Senza ombra di dubbio uno dei miei ristoranti preferiti, il connubio perfetto fra qualità e prezzo.
Se ti ho convinto ad andarci ti consiglio di prenotare, perché è quasi sempre pieno (soprattutto nel weekend).

Ristorante di pesce a Genova: Acciughetta


Una locanda di pesce gestita da persone squisite, situata proprio nel centro della città.
Cambiano il menù quasi tutti i giorni, e i prezzi sono leggermente più alti rispetto alle due scelte precedenti, ma
fidati, ne vale la pena.

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