Sei sulla pagina 1di 20

La fondazione della scienza positiva della società

Ognuno ha una propria condizione interiore, ognuno pur trovandosi nelle stesse condizioni e
situazioni, prova diversi sentimenti, amore, amicizia, odio. Auguste Comte, il coniatore del termine
“sociologia” descrive questo fenomeno evidenziando che l’osservazione interiore da luogo a tante
opinioni quanti quelli che vi si esercitano. Le sensazioni provate dal singolo in singole circostanze
sono necessariamente uniche e irripetibili. Anche prendendo in esame due situazioni diverse
nell’arco della propria vita nelle quali si sono provati sentimenti molto forti, come la rabbia,
l’esaltazione, si possono indicare molti elementi differenti, tuttavia possiamo trovare elementi più
tipici, nel modo in cui si provano e si vivono, tanto da cercare a volte di riviverle nello steso modo,
e se questo modo non si ripete ci si sente inappagati.
Ogni esperienza vissuta ha caratteristiche che la rendono simile ad altre e tratti che sono unici.
L’unicità delle esperienze è spesso piacevole, anzi gli esseri umani tendono a ricercare delle
esperienze uniche e irripetibili, purché piacevoli.
Ad es. si pensi al critico cinematografico, o al critico enogastronomico. Il loro lavoro è quello di
provare delle esperienze tutte diverse, e di mettere in evidenza le peculiarità per le quali sarebbe
conveniente vedere un certo film o provare delle particolari pietanze. La loro attività è utile ma non
sempre.
Alto es. quello dei medici che pretendono di curare persone diverse con sintomi simili o malattie
uguali somministrando ad ogni paziente farmaci diversi (anche se in medicina ogni paziente è
diverso, richiede anche un diverso rapporto umano).
L’obiettivo di Auguste Comete fu quello di trovare un sinonimo per nominare nello stesso modo il
concetto di “fisica sociale”, una scienza che avrebbe dovuto studiare le leggi fondamentali dei
fenomeni sociali. Quindi il suo obiettivo fu quello di conoscere le leggi della natura e della società
per poterle utilizzare a vantaggio dell’uomo: dalla scienza vengono le previsioni, dalle previsioni
l’azione. L’osservazione e la sperimentazione furono i principi guida della sua filosofia, quindi
anche per gli esseri umani e per le società, così come per i fenomeni naturali, vi sarebbero degli
aspetti dei comportamenti così regolari dando spazio alla possibilità di compiere degli esperimenti.
Il corpo sociale, come quello biologico, presenterebbe degli stati di normalità e di patologia.
Studiare le condizioni patologiche, significherebbe permettere di comprendere le condizioni di
normalità.

Durante la rivoluzione francese constatò una forte instabilità politica, la quale presentò anche dei
periodici elementi di stabilità sociale e l’ascesa di una borghesia e di un modo di pensare che fu
definito “razionale” contrapposto a quello “irrazionale” prevalente nei secoli precedenti alla
rivoluzione. Comte, influenzato dai concetti di Nicolas de Condorcet (1743-1794) che descrisse un
progresso umano destinato ad un continuo perfezionamento dell’uomo teso alla conquista della
felicità, grazie al trionfo della ragione, sostenne che lo sviluppo umano, che definì “progresso”,
sarebbe stato caratterizzato da tre “stati” della conoscenza: teologico o fittizio, metafisico (o
astratto), scientifico (o positivo). Questi tre stati sarebbero caratterizzati da un progressivo
perfezionamento della capacità di ricercare le spiegazioni delle leggi del mondo e le leggi stesse. I
tre stati rappresenterebbero tre sistemi generali della compressione dei fenomeni, e andrebbero da
quello più ingenuo ed elementare, lo stato tecnologico (dove lo spirito umano volgerebbe le sue
ricerche verso la conoscenza assoluta), fino allo stato positivo (nel quale lo spirito umano si
renderebbe conto dell’impossibilità di avere una conoscenza assoluta e cercherebbe le relazioni
invariabili tra le sequenze e le similitudini degli eventi).
Tra lo stato tecnologico e quello scientifico, si porrebbe quello metafisico, nel quale piuttosto che ad
enti soprannaturali, si ipotizzerebbero delle entità, o astrazioni personificate, alle quali si
ricondurrebbero le spiegazioni dei fenomeni.

Il percorso umano lungo i tre stati non cancellerebbero le naturali disposizioni dell’uomo, il quale
resterebbe un animale dotato di sentimenti ed istinti, il primo dei quali, fin dall’infanzia quello
sociale in generale gli affetti regolerebbero i comportamenti sociali.
Gli aspetti fisici e le passioni resterebbero il potente motore dell’azione umana.
La razionalità, il pensiero positivo aiuterebbero l’uomo nella modernità ad agire in modo più
razionale per soddisfare gli aspetti fisici e le passioni. Le azioni umane, diverrebbero con la
razionalità positiva sempre più guidata dall’intelletto.
La maggiore razionalità, indurrebbe anche un meccanismo sociale di differenziazione per il quale le
differenze individuali, anch’esse naturali, darebbero valorizzate.
Secondo Comte, che svela la sua concezione maschilista dell’umanità, a guidare lo sviluppo della
razionalità sarebbe l’uomo; la donna infatti sarebbe maggiormente dotata di qualità sentimentali,
mentre l’uomo maggiormente dotato di qualità intellettive.
Le forze intellettuali e morali tenderebbero necessariamente e progressivamente a dominare il
mondo sociale e ciò sarebbe alla base della tendenza elementare delle società umane a un governo
spontaneo. Ma la tendenza a dominare subirebbe delle periodiche crisi dovute ai mutamenti generali
del tipo di forze intellettive e morali dominanti. In questa trasformazione l’individuo sarebbe
dominato dagli istinti, mentre l’evoluzione sociale sarebbe caratterizzata dalla trasformazione delle
influenze intellettuali. Il processo di civilizzazione svilupperebbe maggiormente i sentimenti più
generosi più utili all’associazione umana.

La stabilità sociale (secondo il padre del positivismo) sarebbe assicurata da tre istinti egoistici
(nutritivo, sessuale, materno (riproduzione per un interesse istintuale personale)) e tre istinti
altruistici (l’attaccamento di una persona ad un’altra, la venerazione (figlio-padre (tale rapporto non
è basato su uno specifico interesse), la bontà).
La combinazione degli istinti gli essere umani regolerebbero le condizioni di ordine sociale, ovvero
la “statica sociale”, nella quale sarebbe rilevante il ruolo della religione (che svolgerebbe il compito
di formare il consenso sociale). Il singolo individuo riconoscerebbe nella religione un principio
unitario che orienterebbe tutti gli individui.

Per molti aspetti il pensiero sociologico di Auguste Comte è stato sviluppato da Emile Durkheim
(1856-1917), che accolse la filosofia positiva, sostenendo che i fatti sociali dovessero essere trattati
come “cose” e che il metodo di studio dei fatti sociali dovesse essere lo stesso adottato per lo studio
dei fenomeni naturali.
Secondo Durkheim, il sociologo dovrebbe essere privo di qualunque pregiudizio ed evitare
qualunque influenza da parte del suo oggetto di studio, quindi oltre a trattare i fatti sociali come
cose, come oggetti per la loro capacità di costruzione dell’azione degli uomini, i fatti avrebbero
dovuto essere esaminati senza tenere conto degli stati psicologici degli individui, i quali sarebbero
stati vincolati dalla forza costruttiva dei fatti sociali. In sostanza i fatti sociali per Durkheim
consisterebbero in modi di agire e di sentire collettivi che avrebbero il potere di costringere il
singolo individuo.

Come Comtel, Durkheim ritenne che si dovesse distinguere una statica sociale e una dinamica
sociale.

La statica studia le società considerandole come fissate in un momento specifico e la ricerca del loro
equilibrio. Gli individui e i gruppi che le formano sono uniti fra loro da legami di un certo tipo, che
assicurano la coesione sociale e i diversi stati di una medesima civiltà sono uniti da connessioni
definite: a un determinato stato della scienza, corrisponde uno stato della religione, della morale,
dell’arte, dell’industria. La statica tende a delineare in cosa consistono questi legami di solidarietà e
queste connessioni.

Comprendere e spiegare un fatto sociale, per Durkheim, vuol dire comprendere quali fatti sociali si
sono verificati prima del fatto sociale in esame e quale sia la sua funzione sociale.
Preferì usare il termine “funzione” piuttosto di “fine” o “scopo”, perché un fatto sociale anche se
desiderato e voluto per qualche scopo non raggiunge mai il suo obiettivo in modo chiaro e
definitivo, ma soddisfa in modo generale qualche esigenza sociale; è “funzionale”; soddisfa quindi
delle esigenze sociali in modo del tutto generico, ma non in modo specifico.
Il metodo sociologico avrebbe dovuto essere orientato all’uso della ricostruzione storica, per
comprendere la sequenza storica dei fatti sociali e all’uso della statistica per fare delle
comparazioni, per es. tra i popoli diversi e spiegare la funzione assolta dai fatti sociali.

Durkheim usò la statica per dimostrare che la causa del suicidio, un fatto apparentemente del tutto
soggettivo, ha cause e funzioni sociali. Distinse tre tipi di suicidio:
1) il suicidio egoistico è quello degli uomini soli o di coloro che la società ha lasciato soli
2) il suicidio altruistico quello di coloro che sarebbero troppo integrati nella società e verso i
quali la società stessa potrebbe richiedere un atto definitivo per assolvere ad una funzione
sociale. Per es. gli anziani esquimesi si suicidano per non essere più di peso per la società. E
si distingue in:
a) suicidio altruistico facoltativo, quando il suicidio è lasciato a un atto d’onore;
b) suicidio altruistico acuto come nel caso dei fanatici religiosi.
3) il suicidio anomico, tipico della società occidentale più avanzata, legato principalmente alle
condizioni del ciclo economico (nelle fasi di crisi e depressione, quando un individuo perde tutto),
ma non comprensibile nelle fasi di espansione, ma proprio in quest’ultima fase i suicidi
aumentarono.
Durante le fasi di espansione il maggiore guadagno spingerebbe gli individui a cercare, attraverso
sforzi più consistenti nuove e più interessanti opportunità. Finchè il ciclo si espande gli individui
possono essere soddisfatti, ma quando il ciclo inizia a rallentare, gli sforzi individuali sono frustrati,
la situazione peggiora, lo sforzo si fa più considerevole nel momento più improduttivo e si potrebbe
pensare alla volontà di non vivere più.
Per Durkheim non vi sono norme sociali che indicherebbero al singolo il comportamento più
idoneo. Le società moderne caratterizzate da cicli economici costituirebbero dei fatti sociali nuovi
incomprensibili per il singolo il quale sarebbe costretto a scelte estreme.

La dinamica sociale per Durkheim sarebbe ridotta a due momenti storici la cui differenza è data
dalla specializzazione degli individui. Le società più semplici e primitive che egli definisce società
a solidarietà meccanica sarebbero quelle nelle quali le idee e i comportamenti comuni a tutti i
membri della società sarebbero prevalenti. Gli individui sarebbero quindi piuttosto simili tra di loro.
Le società più evolute sarebbero quelle che egli definì le società a solidarietà organica, nelle quali
prevarrebbero le differenze professionali e ideali. Il passaggio dalle società a solidarietà meccanica
alle società a solidarietà organica sarebbe determinato dall’aumento demografico che
determinerebbe un aumento della specializzazione dei membri della società.

L’azione sociale
Molti dei gesti della vita quotidiana sono fatti spesso senza riflettere eppure condizionano e spesso
determinano la condizione sociale e quella lavorativa di chi li compie. Offrire un caffè a un ospite
crea una condizione di socialità che può dare luogo a una serie di rapporti futuri piacevoli o
spiacevoli.
L’azione sociale è stata oggetto di attenzioni ed interpretazioni differenti, più rilevanti quella di Max
Weber, Vilfredo Pareto e Leopold von Wiese.

L’agire sociale secondo Max Weber


Max Weber indirizzò lo studio della società verso delle prospettive maggiormente soggettive
rispetto all’impostazione iniziale di Comte largamente seguita da Durkheim.
Per Weber la conoscenza sarebbe basata sulla comprensione dell’esperienza vissuta dal soggetto.
L’approccio metodologico proposto da Weber per la sociologia è quello che definisce sociologia
comprendente. Il sociologo dovrebbe orientare la sua attenzione agli elementi della realtà
selezionando quelli privi di senso . gli individui infatti agirebbero in base ad una visione parziale
della realtà che li circonda, che è una realtà sociale e culturale definita.
Gli elementi dovrebbero essere organizzati in modo coerente in un ideal tipo o tipo ideale o
idealtypus.

Il tipo ideale nella definizione di Weber è un concetto che non si riferisce mai a qualcosa di reale, le
sue affermazioni non sono mai riscontrabili empiricamente, il tipo ideale offre della realtà una
ricostruzione euristica. Il tipo ideale è una rappresentazione generalizzata della molteplice
manifestazione dell’agire, che cerca di cogliere le tipicità dell’azione e che permette di comprendere
tutti i comportamenti sociali umani, anche quelli che sembrano immediatamente non intelleggibili.
I tipi ideali per Weber non solo rendono possibile l’analisi della società contemporanea, ma
renderebbero comprensibile anche l’accadere storico.
Con la costruzione dei tipi ideali Weber esclude dall’attenzione dello studioso gli aspetti emotivi del
comportamento umano. Al centro della riflessione scientifica si dovrebbe porre l’agire inteso come
agire sociale. L’agire che riveste un’importanza specifica per la sociologia è un comportamento:
1) riferito (secondo il soggetto che agisce) al comportamento degli altri;
2) condeterminato nello svolgimento da questo suo riferimento;
3) spiegabile razionalmente con l’intenzione di fare qualche cosa.
Es. un automobilista: il comportamento del guidatore è intenzionato, perché vuole raggiungere un
determinato luogo, è costretto a tenere conto del comportamento di altri automobilisti i quali
condeterminano la sua condotta di guida. Il suo comportamento è intellegibile in base alle
intenzioni dell’automobilista stesso, infatti se l’automobilista volesse andare a Roma entrando in
autostrada da un casello posto a Nord di Roma un osservatore potrebbe prevedere in quale direzione
orientare l’automobile una volta passato il casello d’ingresso dell’autostrada.
Secondo Weber tutto l’agire umano poterebbe essere classificato costruendo un numero ridotto di
tipi ideali in grado di cogliere alcune tipicità. Weber ritenne che le tipicità dell’agire si
distinguessero soprattutto nel corso della storia con il progressivo diffondersi della razionalità.

Quindi l’agire prevalente della modernità sarebbe l’agire determinato in modo razionale rispetto
allo scopo; è l’agire dell’imprenditore, basato sul calcolo dei mezzi per il conseguimento degli
scopi, i profitti; ma è anche l’agire del burocrate, la compilazione di carte e moduli per ottenere
documenti e permessi. Questo tipo d’agire caratterizzerebbe la società Occidentale avanzata
industrialmente, questo tipo di agire sarebbe anche quello più facilmente comprensibile, ed
intelligibile perché scopi e mezzi usati per raggiungerli sono molto chiari.

A un minore livello di razionalità si collocherebbe l’agire razionale determinato rispetto al valore;


è l’agire del religioso per soddisfare le richieste della divinità in vista del conseguimento del potere
con il quale modificare la società o ottenere privilegi. Questo tipo di agire sarebbe, secondo Weber,
rilevante nel passaggio dalle società “tradizionali” a quelle moderne. L’agire razionale determinato
rispetto al valore si sarebbe avuto in Occidente con la riforma protestante, la quale soprattutto nel
calvinismo avrebbe contribuito alla nascita del razionalismo del capitalismo.

L’agire tradizionale sarebbe l’agire delle antiche comunità e società agricole, condizionato dalle
abitudini, dai simboli, dai valori, dal passato insomma, un tipo di agire quindi non orientato al
futuro.

L’agire determinato affettivamente, si tratterebbe di un agire dominato e orientato da una qualche


emozione; è l’agire della madre che schiaffeggia il bambino.

Le trasformazioni storiche con le quali l’agire diverrebbe sempre più razionale, per Weber
dipenderebbero dal generale processo di razionalizzazione del mondo. La diffusione della
razionalità quale diffusione dell’agire razionale rispetto allo scopo, sarebbe il tratto caratteristico
dell’Occidente moderno.
La razionalità è intesa da Weber come razionalità formale. Con questo concetto, intende definire la
razionalità che viene dal calcolo dei mezzi in vista dei fini, dalle operazioni su quantità, dalla
quantificazione che consente di ridurre le forze della natura sotto il dominio dell’uomo.

L’agire sociale secondo Vilfredo Pareto


Vilfredo Pareto (Parigi 1848) ingegnere ed economista, pose al centro dei sui studi sociologici la
natura irrazionale dei comportamenti umani. Come economista Pareto esaminò i comportamenti
razionali dei consumatori e giunse alla formulazione di una teoria dell’Equilibrio Economico
Generale (Eeg), ma lo lasciò insoddisfatto, in quanto l’analisi economica dei consumatori non tiene
conto di tutti i comportamenti umani, che sembrano guidati da istinti irrazionali.
Quindi prese in esame i comportamenti umani in generale, basando il suo studio sull’osservazione
empirica, analizzando la quale si dovrebbero fare delle formulazioni che raggiungano una
precisione notevole. L’agire umano sembra sempre essere guidato da un fine, utilizzando in modo
appropriato i mezzi a disposizione, il fine dell’azione può avere aspetti generali, che possono essere
rilevati da chiunque e aspetti singolari stimati da chi agisce. Es. l’attività di costruire case, ha un
fine stimato dal muratore, che trae un guadagno dalla sua attività, e un fine stimato da chiunque può
essere interessato alla casa. Quindi abbiamo il fine soggettivo e il fine oggettivo.

L’attenzione di Pareto si concentra sulla natura di questi fini, il fine oggettivo sarebbe quello
riscontrabile da chiunque. Il fine oggettivo è un fine razionale, ma non tutte le azioni umane hanno
un fine oggettivo.
Il fine soggettivo chiama in causa le riflessioni generiche o gli interessi particolari dell’individuo
che agisce, il quale per agire ha dei suoi motivi propri non necessariamente condivisibili da altri o
razionali. Un automobilista può scegliere di parcheggiare sulle strisce pedonali o in doppia fila o
guidare dopo aver bevuto; può essere soddisfatto di queste sue scelte, ma le sue scelte possono
essere non condivise. L’automobilista che gli altri definiscono indisciplinato, comunque agisce
secondo un suo fine soggettivo.
Però il fine soggettivo non si limita al singolo individuo, ma può essere anche steso a gruppi i cui
membri condividono gli stessi fini e metodi. Ad es. i programmi dei partiti sono condivisi, spesso in
modo acritico, dai suoi membri; il gruppo può sostenere che il programma del partito è il migliore
anche per gli interessi pubblici, dello Stato, ma una volta emanata una legislazione congruente ci si
può rendere conto, come spesso avviene che non è il migliore né il più utile per risolvere i problemi
per i quali è stata emanata.

Per Pareto una classificazione delle azioni sulla base della distinzione tra fine oggettivo e soggettivo
descriverebbe tutto l’insieme delle azioni umani possibili.

Definite le azioni come dotate o di fine oggettivo o soggettivo il Pareto formula il concetto di azioni
logiche e di azioni non logiche. Sarebbero logiche quelle per le quali il fine oggettivo coincide con
il fine soggettivo. La progettazione di un ponte ha un fine soggettivo dell’ingegnere, un fine
oggettivo poiché soddisfa le esigenze comuni di trasporto. In questo caso il fine oggettivo e il fine
soggettivo coincidono; l’azione per il Pareto prende il nome di azione logica.

La maggior parte delle azioni però non sono logiche, l’assenza di logicità coincide con l’assenza
della coincidenza tra fine oggettivo e fine soggettivo. Un caso limite è quello dell’assenza di fine
oggettivo o soggettivo dà luogo alla seguente combinazioni di azioni non logiche:

Azioni logiche: il fine oggettivo e il fine soggettivo coincidono


Azioni non logiche Presenza del fine oggettivo Presenza del fine soggettivo
I genere No No
II genere No Si
III genere Si No
IV genere Si Si
3a e 4a : il fine oggettivo sarebbe accettato dal soggetto se lo conoscete
3b 4b: il fine oggettivo non sarebbe accettato dal soggetto se lo conoscete

1. (NO,NO): azioni rarissime, un pazzo.


2. (NO,SI): cerimonie rituali o i sacrifici
3. (SI, NO): Alcuni riflessi condizionati (battito delle palpebre che permette la protezione degli
occhi, ma che non è messo in atto dal singolo individuo).
4. (SI,SI,): azioni che hanno un fine soggettivo ed oggettivo, ma questi due fini non
coincidono, ad es. le azioni messe in atto da partiti politici, queste hanno un fine soggettivo,
quelle dichiarate dagli stessi partiti politici, ma raramente conseguono gli obiettivi che si
pongono a causa di una serie di ostacoli imprevisti.
Le azioni non logiche sono oggetto di un’ulteriore approfondimento, cerca di definire l’origine e il
modo con il quale si possono riscontrare empiricamente. Le azioni non logiche presenterebbero la
caratteristica di avere un aspetto psichico ed un aspetto espressivo. L’aspetto psichico rimanda agli
istinti e ai sentimenti che non possono essere ulteriormente indagati in sociologia. L’aspetto
espressivo è quello che viene manifestato ed è l’unico chiaramente percepito. Proprio perché
percepito normalmente.

Pareto a un certo punto del suo trattato fa corrispondere gli istinti a un nuovo concetto: i residui,
termine che utilizza per indicare la manifestazione dei sentimenti e degli istinti, potrebbero essere
classificati in sei classi principali, i quali prevedono una serie di sottoclassi:

Classe I: istinto delle combinazioni, gli uomini combinano diversi concetti e parole fino a formulare
delle idee o soluzioni per risolvere problemi.
Classe II: persistenza degli aggreganti, un aggregato di parole o concetti rimane invariato
(superstizione permane anche in presenza di prove contrarie).
Classe III: bisogno di manifestare con atti esterni i sentimenti (es. il cane che muove la coda
vedendo il padrone).
Classe IV: residui in relazione alla socialità, tipici delle relazioni sociali (es. possono essere posti in
relazione con la disciplina)
Classe V: integrità dell’individuo e delle sue dipendenze, che indicano le condizioni di disagio o di
sofferenza per delle variazioni rispetto a uno stato abituale.
Classe VI: i residui sessuali, per i quali i sessi sono spinti ad avvicinarsi;

le azioni non logiche sono un effetto di uno o di più degli istinti classificati.
Il Pareto fa una divisione in sottoclassi nelle quali collocare tutte le possibili spiegazioni con le
quali gli uomini tentano di giustificare quanto hanno fatto sotto la spinta di uno o più residui.
Pareto indica quattro classi di derivazione:
Classe I: affermazioni (narrazioni, affermazioni di un fatto)
Classe II: autorità, questo tipo di derivazioni sarebbero soggette al residuo della persistenza degli
aggreganti, si crede al valore di alcune affermazioni per tradizione (ad es. i libri sacri)
Classe III: accordo con sentimenti con principi, l’accordo spesso c’è solo con i sentimenti di chi
compone o di chi accoglie la derivazione e si unisce con il sentimento di tutti gli uomini , ad
es. i dibattiti televisivi tra politici di diversi partiti.
Classe IV: prove verbali, costituita da derivazioni verbali ottenute usando termini in senso
indefinito, dubbio, equivoco, non corrispondenti alla realtà.

Il complesso dei residui e delle derivazioni darebbe luogo, secondo Pareto all’equilibrio sociale.
In un sistema sociale, osserva Pareto, gli individui perseguono, sotto la spinta dei residui, la loro
massima utilità sociale, che Pareto chiama “ofelimità”. In assenza di uno Stato, anzi di una
“pubblica podestà”, le condizioni per le quali ognuno potrebbe perseguire qualunque
comportamento sarebbero illimitate. La “pubblica podestà” interviene per limitare o escludere
alcune possibili azioni, come quelle del ladro. Incarcerandolo gli procura una sofferenza, ma questa
sofferenza garantisce tutti coloro che potrebbero essere vittime del ladro. Quindi la condizione del
sistema sociale è una condizione che limita le ofelimità degli individui. In realtà l’intervento
pubblico di fatto vieta a tutti di perseguire una reale condizione di ofelimità, ma permetterebbe di
avere una certa utilità collettiva.

L’azione sociale secondo Leopold von Wiese


Il programma generale di Leopold von Wiese (1876-1969) era quello di indagare la sfera
dell’esistenza che si svolge tra gli uomini, una sfera della quale non si dà alcuna formazione
percepibile fisicamente. Afferma von Wiese:
il sociale consiste in una catena relativamente infinita di eventi che accadono nel tempo. Soltanto
eventi, avvenimenti, processi; non esistono in questa sfera sostanze, cose, formazioni.
La dottrina sociologica dovrebbe essere una dottrina relazionale, ma delle relazioni von Wiese vuole
offrire una descrizione dell’esistenza sperimentabile, non un’altra interpretazione. Lo Stato ad es.
sarebbe una formazione sociale, ma questo non esiste come ente percepibile, tuttavia la sua
presenza induce alcuni a volerlo rappresentare sotto forma di corpo, questa pretesa di
rappresentazione sarebbe però ideologica. Lo Stato sarebbe solo un processo, un processo sociale. Il
sociologo tedesco definisce i processi sociali:
avvenimenti attraverso i quali gli uomini sono più strettamente collegati gli uni con gli altri o più
disgiunti gli uni dagli altri.
In questo processo si svolgerebbero le relazioni sociali che sarebbero dei collegamenti o delle
separazioni tra gli uomini conseguenza di uno o più processi sociali, tali relazioni determinerebbero
la distanza tra gli uomini . la distanza rimanda al concetto di spazio sociale, che è distinto dallo
spazio fisico. Lo spazio sociale delimita la sfera nella quale si svolgerebbero i processi sociali, per
tale spazio mancherebbero però le espressioni linguistiche soddisfacenti per indicare le distanze
(lontananza o prossimità) e le misure idonee. Nello spazio nel quale vi siano dei processi vi
sarebbero presenti le formazioni sociali, le quali avrebbero carattere di stabilità, secondo von Wiese:
una formazione sociale è un pluralità di relazioni sociali, che sono collegate l’una con l’altra in
modo tale da essere interpretate nella vita pratica come unità.
In sintesi per von Wiese:
l’attenzione dello studioso delle società dovrebbe essere rivolta al comportamento degli uomini
verso gli uomini, ma non interessa l’homo sapiens, ma piuttosto l’uomo che ha relazioni con altri
uomini, si pone il problema dell’io umano indagato dalla sociologia. Ciò che von Wiese chiama io,
oggi è noto con il termine “identità”.
In sociologia questo io assume un significato centrale, in quanto è contrapposto ad altri io con i
quali entra in relazione. L’identificazione dell’io nella sociologia è indispensabile, ma l’io non è mai
perfettamente definibile. L’io muterebbe continuamente per effetto delle relazioni che intrattiene
con gli altri io. Quindi per von Wiese non esiste un io stabile e duraturo, ma giunge alla conclusione
che l’io sarebbe un’esperienza vissuta. In questa esperienza si dovrebbe però distinguere tra l’io
personale, l’io sociale e l’io extra-sociale. Secondo von Wiese:
L’io personale è compiuto e duraturo, l’io sociale è mutevole, instabile, dipendente. Poi vi è l’extra-
io di cui fa parte l’extra-io sociale. Io sociale ed extra-io sociale stanno in relazione reciproca.
Ambedue si risolvono in relazioni. L’io personale rimane invero inafferrabile per il sapere, ma è il
punto di partenza e il punto finale della nostra vita.
Wiese distingue tra l’io personale che sarebbe l’egoità e l’io sociale che sarebbe l’individualità.
L’individualità sarebbe un fenomeno storico-sociale. Tra le individualità si stabilirebbero processi
che sarebbero associati e disassociati. Il processo sociale si svolgerebbe sempre tenendo conto dei
comportamenti personali (C) e delle situazioni (S) per cui si dovrebbero poter indicare i processi
sociali:
P = C x S (processi sociali sono uguali al prodotto dei comportamenti personali e delle situazioni)
Il comportamento (C) sarebbe il frutto dell’egoità innata (I) e delle esperienze (E), mentre nelle
situazioni relazionali concrete sarebbero rilevanti i dati obiettivi del mondo extra-umano (M) e le
condizioni di altri individui che sarebbero pure nella forma I x E. Quindi la formula diventa più
complessa:
P=I x E x M x (I x E) oppure più precisamente
P = (I E) M (I E) (le frecce indicano una correlazione tra gli elementi)

In sostanza l’analisi del processo sociale dovrebbe tenere conto delle “egoità” delle persone, del
loro comportamento attuato. Le “egoità” dovrebbero essere esaminate nei termini, dei dati di fatto e
dei comportamenti degli altri uomini.

I processi possono essere quindi distinti nelle quattro classificazioni in cui


A (processi associativi)
B (processi dissociativi)
C (processi compositi dell’associatività)
D (processi compositi della dissociatività)
In modo più dettagliato
Aa avvicinamento
Ab adattamento
Ac assimilazione
Ecc….
Dovendo trattare dei processi sociali von Wiese inizia ad esaminare l’isolamento (assenza delle
relazioni), però l’isolamento è possibile se si è stati in una società, e l’isolamento avviene
allontanandosi dalla società, quindi questa è presente anche in chi si isola.

La socievolezza nascerebbe come desiderio sociale e potrebbe esistere solo nella convivenza.
Comporta la cooperazione ma anche la dipendenza che potrebbe essere considerata unilaterale o
anche reciproca. Le relazioni inoltre si reggerebbero sulla volontà umana, anche se alcune relazioni
potrebbero essere distinte in vere false e mascherate.
Lo studioso compie un raffinato esame di tutti i tipi di relazioni sociali che si potrebbero definire a
partire dalle combinazioni dei processi di associatività, di dissociatività e misti.

Prende in esame due processi tra i più importanti: le istituzioni e i gruppi sociali.
L’istituzione sarebbe un complesso di forme relazionali interumane, che sono destinate ad una lunga
durata e che hanno lo scopo di mantenere la coesione degli uomini e dei gruppi umani,
nell’interesse del consolidamento di questa formazione. Molte volte si sviluppano dagli usi e
costumi, da atti creativi consapevoli, volontari, che sono da ricondurre a singoli funzionari o ad una
pluralità di funzionari. Un uso si trasforma in istituzioni quando gli viene conferito un maggior
grado di durata sicura, di solidità e di coesione con la formazione. Si intende con istituzione un
complesso relazionale umano in cui sia messo in rilievo un compito che viene da esso adempiuto
per la coesione sociale della formazione.
Si dividono in regolative e operative, le prime si presenterebbero come norme e darebbero forme
sociali in cui le relazioni o i comportamenti degli uomini si dovrebbero concordare, ad es. le
relazioni tra uomo e donna nel matrimonio. Le seconde avrebbero lo scopo di svolgere dei servizi
nella formazione sociale, per esempio l’assistenza pubblica.

I gruppi sociali avrebbero secondo Wiese delle caratteristiche tipiche:


1) relativa durata e relativa continuità
2) organizzazione, che si basa su una distribuzione delle funzioni ai suoi membri;
3) rappresentazione del gruppo ad opera dei suoi membri;
4) nascita a lungo andare di tradizioni e abitudini;
5) correlazioni con altre formazioni;
6) criterio orientativo (prima di tutto nei gruppi più oggettivi e in quelli più grandi);

Wiese concorda con Comte sulla definizione e gli elementi che definiscono il gruppo, ma da
intendersi come sorta di divisione e specializzazione delle attività svolte dai membri del gruppo,
unificati però da una guida, che non è necessariamente una singola persona. All’interno del gruppo
la singola persona viene ad essere indebolita, ma non scompare, né per altro si oppone al gruppo, la
stessa coscienza individuale si può contrapporre, può aderire o può coesistere alla coscienza di
gruppo.
La coscienza di gruppo è un elemento fittizio, non esiste la coscienza di gruppo, ma singole
coscienze individuali che si riconoscono e agiscono reciprocamente.
Secondo Wiese l’uomo primitivo all’interno della tribù, è tutt’uno con il suo gruppo, non potrebbe
nascere un sentimento autonomo.
Nei gruppi moderni invece la combinazione tra coscienza di gruppo e coscienza individuale
produrrebbe delle differenziazioni, queste ultime dipenderebbero dal numero. Per Wiese i gruppi si
potrebbero distinguere in coppia, piccoli gruppi, grandi gruppi, l’idea che l’intensità dei rapporti nel
gruppo è inversamente proporzionale al numero dei membri, per Wiese è da considerarsi solo una
tendenza, in realtà sarebbe possibile sostenere che nei grandi gruppi vi sia un’intensità maggiore di
relazione rispetto ai piccoli gruppi.
La differenza tra grande gruppo e piccolo gruppo per Wiese è che i primi devono operare più
oggettivamente, i secondi più personalmente.
La conservazione dei gruppi può avvenire per coercizione, o per spontaneità, se contribuiscono
alla realizzazione dei desideri individuali.
Per l’analisi del gruppo bisogna porre l’attenzione sui legami interni (relazioni interne) e sull’utilità
del gruppo (funzione). Il gruppo è funzionale se soddisfa una formazione più ampia, quale
l’associazione.
Quindi si analizzano i gruppi a partire da quelli più piccoli , dalla coppia. Quelle possibili
sarebbero:
- quelle sessuali (uomo donna = coppia biosociale)
- quelle generazionali (padre figlio, madre figlia, fratelli, genitori)
- quelle di amicizia e i gruppi atipici (superiore-dipendente, titore-pupillo)
nella coppia l’individuale agirebbe sull’individuale, l’azione individuale sarebbe prevalente, rispetto
all’agire comune, la loro struttura è semplice rispetto ai grandi gruppi. Nella coppia sono presenti
molte relazioni ostili che possono ridurre la coppia a un’anticoppia, dove si può perdere l’interesse
di rapporti reciproci, oppure si possono cercare nuove relazioni all’esterno.
Le nuove relazioni, con altra persona, comunque vengono introdotte creando il gruppo triadico, il
terzo può anche consolidare il rapporto di coppia, in base alle relazioni reciproche dei singoli
membri, oppure può indebolire il rapporto di coppia. Quindi si pongono problemi di organizzazione
interna, uno o due possono dominare o possono stabilire rapporti mutevoli in base alle situazioni, e
uno dei membri tenderebbe ad isolarsi, perché la coppia tenderebbe ad escluderlo. Il membro isolato
può cercare nuove relazioni fuori dal gruppo triadico, aprendo la possibilità ad una doppia coppia,
creando nuovi equilibri.
Con l’aumentare a cinque del gruppo si avrebbe quello che Wiese definisce gruppo minore,
quest’ultimo non si può distinguere dal gruppo grande in quanto Wiese non è in grado di stabilire un
numero minimo per formare un gruppo grande, infatti la differenza tra gruppo minore e gruppo
grande è relativamente piccola. I gruppi minori secondo Wiese non avrebbero le stesse relazioni dei
piccoli gruppi. Nei gruppi minori o grandi si dovrebbe cogliere solo l’io sociale e non quello
personale. Nei gruppi sociali rispetto alla massa si darebbe maggiore rilevanza alla riflessione.

Nel gruppo gli individui troverebbero soddisfazione ai quattro desideri sociali indicati da William
Isaac Thomas, il gruppo fornirebbe sicurezza personale, riconoscimento (anche se in modo
ineguale), il sensazionale, cioè le sensazioni, il contraccambio anche se in modo minimo. Il gruppo
richiede obbedienza ai membri e tende ad affermarsi verso l’esterno, mostrerebbe una certa
arroganza e si darebbe uno spirito di corpo.
Entrare in un gruppo vorrebbe dire vivere un processo di modellazione al gruppo, con l’esito
dell’uniformazione. Così il singolo acquisisce principalmente il modello orientativo del gruppo.

L’autore ritiene falsi gruppi quelli in cui non è riconoscibile il modello di gruppo, (es. Spa, basata su
titoli).

I gruppi sociali
L’aggregazione umana in gruppi non è immediatamente spontanea. Con due o più persone vicine
non è sufficiente per definire un gruppo dal punto di vista sociologico. Un gruppo umano
sociologicamente definito possiede dei requisiti ulteriori alla prossimità fisica. I requisiti sono:
1) si devono avere due o più persone;
2) le persone devono riconoscersi reciprocamente, ciascuno conosce dei particolari degli altri;
3) le persone hanno un obiettivo comune per frequentarsi;
quindi sia la famiglia che un gruppo di colleghi di lavoro.

Per Colley la famiglia è un gruppo primario, un gruppo faccia a faccia:


per gruppi primari si intendono quelli che sono caratterizzati da una associazione e cooperazione
interna intima faccia a faccia. Darebbero all’individuo la prima esperienza totale di socializzazione
e continuerebbero ad essere la sorgente principale della società. Come tali i gruppi primari
sarebbero fondamentali per tutte le istituzioni sociali.
Colley dopo un attento esame dei gruppi primari definì anche i gruppi sociali secondari, in questi
gruppi rientrerebbero tutti quelli nei quali le relazioni tra i membri del gruppo sono più tenui e
meno frequenti rispetto ai gruppi sociali primari. I gruppi sociali secondari sono tipicamente dati
dalle organizzazioni.

Costituzione del gruppo


il processo di costituzione di un gruppo è spesso lento, non tanto per la difficoltà ad avere contatti
fisici tra le persone, a ciascuno accade normalmente di entrare in contatto con altri, quanto alle
difficoltà di creare, avviare e mantenere una relazione permanete. Solo con una piccola parte di
persone con le quali si entra in contatto si può costituire un gruppo. Una delle difficoltà è che le
persone devono riconoscersi reciprocamente, ciascuno conosce dei particolari degli altri e devono
avere un obiettivo in comune per frequentarsi.

Uno dei limiti alla conoscenza reciproca è dato da iniziali resistenze alla prossimità fisica, al
contatto, resistenze che sono necessarie al soddisfacimento del bisogno di sicurezza fisica, di
garantirsi le distanze interpersonali utili per avere la possibilità di realizzazione ai movimenti
dell’altro.
Le distanze fisiche costituirebbero secondi Edward Hall regole di prossimità, riconosciute in modo
istintivo da ciascuna persona. Hall definì le seguenti regole di prossimità:
1) area della intimità: va dal contatto fisico fino a circa 50cm, in quest’area rientrano i partner
sessuali e gli amici più intimi per il contatto fisico, l’accesso di una persona estranea al di
sotto di questa distanza provoca reazioni di sospetto e irritazione.
2) Area della distanza personale, va da circa mezzo metro fino ad un metro e mezzo.
Quest’area è accessibile alle persone fidate o con le quali si condividono interessi
particolari;
3) Area della distanza sociale: da oltre un metro e mezzo fino a circa tre metri e mezzo, in
quest’area si hanno le relazioni interpersonali e i rapporti di lavoro;
4) Area pubblica, inizia oltre i tre metri per incontri informali , per oltrepassare un estraneo e
per gli incontri con persone autorevoli.
La creazione di un gruppo deve superare una semplice distanza fisica di accettazione e ciò può
avvenire per motivazioni precise.
Poi vi sono secondo Wiese motivazioni essenziali partendo da quelle positive fino a quelle negative
che concorrono alla creazione di un gruppo sociale. L’attrazione fisica, gli interessi comuni, le ansie
condivise per superare un compito ecc.
Quindi le condizioni per le quali vengono superate le iniziali diffidenze interpersonali oscillano
intorno a condizioni emotive forti, ansia, paura, piacere. Superato il primo momento di difficoltà
interpersonale entrano in gioco nuove condizioni emotive, dettate dalle relazioni interpersonali o
dagli obiettivi.

Robert Freed Bales fece degli esperimenti sui gruppi, posti in stanze monitorate, con dei compiti da
svolgere, risoluzione di problemi, elaborazione di strategie di comunicazione interne.
Attraverso telecamere rilevavano comportamenti e li codificavano e classificavano per quelli che
erano omogenei. Dopo una lunga serie di osservazioni risultava che i comportamenti dei membri
dei gruppi erano classificati in dodici categorie, a loro volta aggregabili in coppie dicotomiche
opposte per aree di comportamento.

Le coppie dicotomiche erano definite in 6 categorie:


1) Reintegrazione;
2) Riduzione della tensione;
3) Decisione;
4) Controllo;
5) Valutazione;
6) Comunicazione;
le aree di comportamento sono relative ad aggregazioni fatte in base a tipologie di azioni emotive
funzionali all’attività dei gruppo omogenee. Si hanno azioni definite:
- socioemotive positive
I) manifesta solidarietà, alza il prestigio dell’altro, aiuta, ricompensa;
II) manifesta distensione, scherza, ride, mostra soddisfazione;
III) Assente, accetta passivamente, comprende, concorre, esegue;
- aree neutre:
IV) offre suggerimenti, guida, lasciando autonomia all’altro
V) offre opinioni, giudizi, analisi, esprime sentimenti, desideri;
VI) offre orientamenti, informazioni, ripetizioni, conferme
VII) chiede orientamenti, informazioni, ripetizioni, conferme;
VIII) chiede opinioni, giudizi, analisi;
IX) chiede suggerimenti, guida, possibili vie da seguire
- area socioemotive negative:
X) dissente, rifiuta passivamente, si formalizza, si astiene dall’aiutare;
XI) manifesta tensione, chiede aiuto, si mette in disparte
XII) manifesta antagonismo, smonta il prestigio dell’altro, difende o afferma se
stesso.

L’attrazione fisica e il compito sono quindi dei fattori che permettono la costituzione dei gruppi, una
volta costituiti inizia ad emergere una differenziazione di attività, di apprezzamento reciproco tra i
membri del gruppo. Ciò porta alla definizione di alcune attività tipiche la più nota è denominata
leadership.

La leadership
La leadership è la persona che maggiormente influenza le decisioni dei membri, determinando le
scelte delle attività comuni. La leadership è la complessiva capacità di influenzare gli altri in un
processo di interazione.
Tutti i membri del gruppo hanno la una capacità di influenza sugli altri, il leader è comunque quello
che ha influenza maggiore sulla maggioranza del gruppo. L’emergere di un leader è legato ad alcuni
bisogni collettivi che hanno origine in bisogni individuali che il leader riesce a soddisfare per la
maggioranza dei membri del gruppo.
I bisogni ai quali il leader tende a dare una risposta sono classificati in cinque categorie:
1) esigenze di coordinamento e di ordine, definendo compiti, attribuendo funzioni, delegare poteri;
2) esigenze di direttive, il leader ha la capacità di dare risposte più rapide e più soddisfacenti alla
soluzione dei compiti o dei problemi, con il risparmio per gli altri di tempo di riflessione;
3) esigenze di rappresentanza esterna, per esigenze di contatto con altri gruppi o organizzazioni, il
leader esprime in sé tutto il gruppo che lo fornisce di una delega alla rappresentanza per
semplificare i rapporti con gli altri gruppi;
4) esigenze di identità e simbolizzazione, il leader incarna anche l’intero gruppo assicurando anche
una stabilità temporale (leader partiti);
5) esigenze di controllo delle aggressività: il leader assume il controllo dei conflitti interni, della
tensione, in quanto se lasciata a se stessa può portare alla disgregazione del gruppo. Il leader
catalizza su di se le tensioni e fornisce il modo per scaricarle.
Il leader non necessariamente deve riassumere in se la capacità di rispondere insieme a tutte e 5 le
esigenze, anzi ciò è molto difficile.
Vi sono differenti profili di leader:
- leadership formale, per soddisfare esigenze di coordinamento, in genere definito
dall’organizzazione nella figura del presidente, amministratore generale.
- Leadership informale, non prevista dall’organigramma e non prevedibile, ma che si può
presentare all’interno di una organizzazione se un particolare individuo dimostra di avere i
caratteri per soddisfare le esigenze. Poi vi sono anche persone che pur non essendo leader
sono in grado di influenzare il leader principale, si delinea così la figura dell’eminenza
grigia. Questa figura soddisfa uno o più bisogni del leader, bisogni più o meno legati
all’esigenza del gruppo.
- Leadership di competenza, soddisfa l’esigenza di dare rapide risposte ai problemi,
esercitando sul resto del gruppo il potere dell’esperto, fornendo soluzioni idonee.
- Leader orientato al compito o alla relazione, definiti dalla necessità del confronto-scontro
con altri gruppi;
i leader per non trovarsi di fronte, (quello autoritario ad un rifiuto del gruppo, e quello orientato alla
relazione alla incapacità di conseguire obiettivi) devono seguire alcune regole:
1) le relazioni tra leader e i membri del gruppo sono basati sulla lealtà e sulla fiducia e sul
riconoscimento della distinzione tra leader e subordinato;
2) i compiti sono assegnati in modo chiaro, specifico e definito;
3) il leader distribuisce sanzioni e ricompense;
il leader soddisfa le esigenze del gruppo, ma il ruolo del leader, per chi esercita la leadership ha dei
vantaggi, soddisfa alcuni bisogni e desideri della persona. Quindi ha dei vantaggi, ma l’esercizio del
ruolo opera trasformazioni sul comportamento di chi occupa posizioni di potere, infatti chi occupa
posizioni di comando e può erogare sanzioni o premi per il conseguimento di un obiettivo, tende
con il tempo a fare ricorso più alle sanzioni che alle ricompense, chi trae vantaggi da una posizione
di potere tende progressivamente ad abusare dei vantaggi stessi. Il potere con il passere del tempo
favorisce i processi di corruzione e di abuso del potere stesso.

Pressioni sociali
Le azioni eseguite dai vari membri hanno probabilmente il solo effetto di soddisfare l’esigenza
generale del gruppo di continuare ad esistere. Però è dimostrato che le azioni dei membri del gruppo
hanno una notevole capacità di condizionare le attività degli altri, costituendo una pressione
psicologica rilevante. Es. esperimento proiezione due segmenti non uguali. L’esperimento è stato
condotto da Salomon Asch per studiare l’effetto della pressione del gruppo sui singoli.

Il processo per il quale la maggioranza dei singoli si appiattisce sulle decisioni della maggioranza di
gruppo ha tre livelli di conformità:
1) acquiescenza: il singolo decide di adeguarsi alle decisioni del gruppo per evitare sanzioni;
2) Interiorizzazione: si ha quando il singolo pensa che il gruppo abbia effettivamente ragione;
3) Identificazione: quando il singolo vuole aderire al gruppo perché condivide valori e
comportamenti.
La conformità di gruppo arriva anche a degli eccessi sconvolgenti nel caso che la pressione
psicologica sia esercitata da una autorità, es. della sedia elettrica.

Sociometria
La sociometria è stata sviluppata a partire dagli anni trenta del Novecento da Jacob Levy Moreno,
sulla base di una teorizzazione complessa che trovava i suoi precedenti nelle teorie sociali di Comte
e Marx e nella teoria psicoanalitica di Freud. La teoria di Moreno non ha trovato consensi ma il
metodo è stato utilizzato ed esteso per analizzare i gruppi umani e la stessa società generale
attraverso l’analisi delle reti.
Il termine sociometria (misura del compagno) significa studio ed analisi della organizzazione
sociale.
Il metodo sociometrico procede ad analizzare i gruppi in due modi: in modo “diagnostico”
fotografando la situazione sociale ed in modo “dinamico” teso alla analisi dei processi di
mutamento del gruppo. L’analisi diagnostica procede ipotizzando che ogni singolo individuo sia un
“atomo sociale” i cui contatti con un altro qualsiasi individuo sono rappresentabili come vettori,
cioè come segmenti orientati. I contatti possono essere sia attrattivi che repulsivi, questi sono
definite della emozione e dalle sensazioni che il contatto produce.
La rilevazione delle emozioni, delle reciproche interazioni o della disponibilità ad interagire
vengono rilevate attraverso un “test sociometrico”, ovvero con un questionario nel quale vengono
fatte ad ogni partecipante del gruppo domande del tipo “chi tra gli altri risulta più simpatico” oppure
“con chi si lavorerebbe più volentieri”. La valutazione dell’altro può essere fatta per semplice
indicazione o in modo più raffinato, assegnando anche un punteggio da 1 a 5.
La persona che che ha avuto il maggior numero di preferenze può essere considerato il leader del
gruppo, quello scelto di meno può essere considerato l’elemento marginale del gruppo.
Una rappresentazione grafica delle relazione potrebbe essere agevolata dalla costruzione della
cosiddetta socio matrice:
membro Scelte A B C D E
ricevute
Scelte
emesse
A 1 1
B 1 1 1
C 1 1
D 1 1 1
E 1 1
è semplice valutare quali sono gli indici di popolarità del gruppo. Un altro modo di rappresentare un
gruppo è dato dal sociodramma; un generico sociodramma permette di indicare alcune figure
tipiche presenti nei gruppi sociali, come il leader, ignorato, isolato.

Le figure del gruppo possono essere:


a) isolati, i membri non ricevono e non effettuano alcuna scelta
b) ignorati, i membri non ricevono scelte, ma ne effettuano;
c) marginali, i membri che ricevono scelte molto inferiori alla media;
d) status medio, i membri che ricevono un numero di scelte nella media;
e) popolari, i membri che ricevono un numero di scelte superiore alla media;
f) leaders, i membri che ricevono più scelte;
g) la coppia o diade è costituita da individui che si scelgono l’un l’altro per la stessa attività;
h) la cricca è quel sottogruppo in cui i membri sono scelti reciprocamente in tutti i criteri e che
si pone in modo chiuso nei confronti di un altro sottogruppo o del gruppo più vasto di
appartenenza;
i) l’eminenza grigia è quella persona che ha un rapporto preferenziale reciproco con il leader
ed è in grado di condizionare le scelte.
L’utilizzo del sociodramma è molto utile, per esempio nelle aziende per mettere in rilievo le
condizioni di rapporto interpersonale e migliorare le attività produttive.
Uno dei controlli possibili è quello di confrontare la struttura dell’organigramma aziendale con la
struttura del sociodramma, esaminando se vi è una sovrapposizione soddisfacente, se differenziano
si possono ipotizzare situazioni di difficoltà.

Istituzioni e organizzazioni
Secondo North le istituzioni umane sarebbero un insieme di vincoli che strutturano l’interazione
umana. I vincoli sarebbero di natura formale come le norme, le leggi, le costituzioni; oppure di
natura informale come nel caso delle norme di comportamento, delle convenzioni ecc.. insieme alla
definizione dei vincoli, le istituzioni fornirebbero le norme per l’attuazione dei vincoli stessi. I
vincoli e le modalità per attuarli definirebbero l’insieme delle strutture di incentivazione all’azione
sociale.
Le Organizzazioni sarebbero invece dei gruppi di individui legati insieme da alcuni scopi comuni.
Sono esempi di organizzazioni sociali quelle politiche, come i partiti politici, il senato, il consiglio
comunale, gli organismi di regolamentazione; le organizzazioni economiche, come le imprese, i
sindacati, i club, le associazioni sportive, le scuole, le università ecc..
Le organizzazioni si strutturerebbero secondo le possibilità offerte dalle possibilità previste dalle
istituzioni, quindi secondo North, un sistema istituzionale che premi attività criminali, favorirà lo
sviluppo di attività criminali, mentre un sistema istituzionale che premi le attività produttive,
favorirà la creazione di impresa.

Le organizzazioni
Un aspetto evidente delle organizzazioni è che esse sono presenti in tutti i momenti della nostra vita
quotidiana.
Max Weber ha studiato l’origine e lo sviluppo delle organizzazioni burocratiche occidentali,
l’origine della burocrazia moderna deriva dallo sviluppo della razionalità e del dominio razionale-
legale, determinati dallo sviluppo della razionalità legale attraverso lo sviluppo razionale del diritto.
Originariamente il diretto sarebbe stato definito soprattutto dalle sentenze dei profeti carismatici,
per questo a lungo esso, in occidente rimase legato alle religioni.

Progressivamente il diritto venne sistematizzato per meglio regolare le attività pratiche, quali le
conquiste dei regni e le spartizioni dei bottini.

La Corona inglese introdusse la giuria definendo i caratteri dello sviluppo e della specializzazione e
dell’organizzazione.

La formulazione della razionalità giuridica ha come conseguenza lo Stato moderno, inteso da


Weber, come una comunità politica che è caratterizzata da un ordinamento giuridico e
amministrativo. Solo un apparato amministrativo che si occupa degli affari pubblici da un’autorità
vincolante per gli individui, dall’essere detentore della forza pubblica.

In questa costruzione ideal-tipica dello Stato emerge la rilevanza dell’amministrazione. Le


caratteristiche dell’amministrazione pubblica e della burocrazia risultano dall’agire orientato
rispetto allo scopo da parte dei pubblici funzionari che operano in virtù di regole astratte, e di una
concentrazione dei mezzi dell’amministrazione.
Uno studioso di Weber, Reinhard Bendix, spiega la nascita della creazione della burocrazia:
quando la dimensione dell’organizzazione cresce, le risorse necessarie per gestirle sono tolte dalle
mani di individui e gruppi autonomi e poste sotto il controllo di una minoranza dominante, in parte
perché tali risorse eccedono la capacità finanziaria degli individui.
Con la formazione del capitalismo, le esigenze di razionalizzazione dell’amministrazione rese
necessario la trasformazione dello Stato feudale in Stato moderno:

così dall’artigiano si è passati alle imprese mercantili, dal vassallo feudale si è passati ai funzionari
pubblici, dallo studioso si è passati alle università, ecc.
una volta creata la burocrazia si è specializzata, e nell’organizzazione burocratica che agisce
rispetto ai valori esterni ad essa è per Weber inalienabile e permanete.

Ricorda Anthony Giddens che la burocrazia ha delle caratteristiche precise:


la strutturazione di una gerarchia di autorità in base ai quali i compiti nell’organizzazione sarebbero
distribuiti quali “doveri d’ufficio”.
1) Quindi vi è una struttura piramidale, nella quale gli ordini sono eseguiti lungo una catena di
comando dall’alto verso il basso e grazie alla quale si svolgerebbe un processo decisionale
coordinato. Ogni ufficio controllerebbe e sovrintenderebbe quello sottostante.
2) Esistenza di regole scritte che guiderebbero i funzionari nel loro lavoro di routine;
3) I funzionari sono a tempo pieno e stipendiati con prospettive di carriera
4) Separazione tra i compiti dagli altri aspetti della sua vita
5) Nessun membro della burocrazia non possiede le risorse materiali con le quali opera;
lo studio di Weber è stato alla base dell’analisi sulle organizzazioni pubbliche e private in occidente.
Il limite dell’analisi di Weber è stato che ha evidenziato solo gli aspetti formali delle organizzazioni.

Blau ha contribuito a chiarire alcuni aspetti informali delle organizzazioni, che il tipo ideale di
Weber non prendeva in considerazione. Blau esaminando il comportamento degli impiegati di un
ufficio pubblico, ha notato che i subordinati anziché rivolgersi al superiore per risolvere i problemi,
si rivolgevano a un collega, violando le regole formali. I funzionari preferiscono rivolgersi per
consigli ai propri pari grado, quindi favorendo un sistema informale.

Si realizza una condizione di gruppo primario tra i colleghi, così i funzionari riescono ad ottenere
delle prestazioni più efficienti, acquisendo una maggiore responsabilità e spirito di iniziativa,
rispetto a quanto richiesto dalle regole formali.

All’interno delle organizzazioni sia pubbliche che private le azioni svolte sono normalmente
codificate in mansioni dei comportamenti definiti sulla base di indicazioni scritte, come sostenne
Weber.
Talcott Parsons ha ipotizzato che tutta la società potesse essere esaminata con dei criteri formali,
riferendosi a tutti i comportamenti che in qualche modo sarebbero codificati.

Il sistema sociale di Talcott Parsons


Parsons voleva trovare aspetti comuni nelle teorie e nelle ipotesi dei sociologi, mediante una ricerca
critica dei punti comuni tra la sociologia di Durkheim e quella di Max Weber.
Parsons voleva partire da situazioni reali per costruire schemi e modelli astratti, ma con specifici
criteri.
La validità empirica e la precisione concettuale sarebbero due aspetti fondamentali ai quali
dovrebbe attenersi una scienza sociale, ma i due criteri non basterebbero, per Parsons sarebbe
fondamentale ricorrere al concetto di sistema, il quale avrebbe il compito di tenere insieme
logicamente i concetti, integrandoli tra di loro.
Il sistema dovrebbe essere un insieme di proposizioni connesse tra di loro e interdipendenti.
Il sistema della teoria ha come sua controparte il sistema empirico (un insieme di fenomeni
indipendenti tra di loro).
Per la sociologia lo schema di riferimento sarebbe l’azione, la quale considererebbe il
comportamento come qualcosa di orientato a uno scopo, adattato, motivato e guidato da processi
simbolici.
Parsons afferma “la teoria sociologica viene chiaramente formulata in termini di motivi, scopi,
simboli, significati, mezzi e fini.
L’azione dovrebbe essere considerata come l’interazione tra essere umani, gli individui
interagiscono costituendo i sistemi sociali.
Il sistema sociale sarebbe lo studio delle condizioni alla base dell’interazione tra singoli essere
umani che costituiscono collettività.
Al sistema sociale si aggiunge quello culturale, la loro integrazione sarebbe dato
dall’istituzionalizzazione.
Oltre al sistema sociale e quello culturale Parsons identifica altri due sistemi, quello economico e
quello politico, ma che non interessano la sociologia, che si occupa solo dell’integrazione dei
sistemi sociali e culturali.

Parsons approfondisce lo studio del sistema sociale, che sarebbe definito da due elementi, la
struttura e la funzionalità.
La struttura si fonda sugli elementi che danno forma al sistema, indipendente dalle piccole
variazioni tra sistema e ambiente che lo circonda. Quindi elementi che avrebbero una certa
costanza, ad es. la costituzione di uno Stato, che non varia di molto anche nell’arco di decenni,
nonostante anche altri mutamenti della società.
La funzione invece dovrebbe essere considerata come un elemento di mediazione tra la struttura e
l’ambiente nel quale la struttura è posta. Quindi lo studio funzionale sarebbe l’analisi dei
meccanismi che rendono possibile una risposta ordinata ai condizionamenti ambientali. Tutte queste
risposte garantiscono l’equilibrio del sistema. Se un sistema non si adatta all’ambiente finirebbe per
mutare in qualche cosa di diverso o per dissolversi.

All’interno del sistema sociale il più importante elemento della struttura sarebbe il ruolo sociale. Il
ruolo sarebbe la partecipazione strutturata (regolata da norme), di una persona, al processo di
interazione sociale, che coinvolge altri, portatore di un ruolo. Il ruolo è costituito da comportamenti
e da obblighi che danno luogo anche a dei diritti, anch’essi codificati.
Il ruolo costituisce un insieme di comportamenti specifici di un settore, e in quel settore regola il
comportamento dell’individuo.
Per Parsons quindi non può essere l’individuo l’oggetto della sociologia, ma il ruolo, il sistema
comportamentale, un concetto che connette la dimensione sociale a quella della personalità
dell’individuo.

In sistemi sociali complessi il numero dei ruoli sostenuti dall’individuo cresce e si moltiplica,
quindi si parla di una “classe di ruoli”. Quindi una società complessa è costituita da una molteplicità
di ruoli all’interno di una molteplicità di collettività, poste in una molteplicità di organizzazioni. Il
tutto è tenuto unito da valori e norme.
Valori e norme (aspetti universalistici del sistema) entrerebbero sempre in tutte le interazioni sociali
di un sistema. Le classi di ruolo costituirebbero gli aspetti “particolaristici”.
Per Parsons universalismo e particolarismo sono due concetti chiave per descrivere il sistema.
Un’azione in un sistema ha aspetti universali, dettati da valori e dalle norme, e gli aspetti particolari
sono fissati dallo scopo.

Il ruolo sociale
Vediamo gli aspetti tipici del concetto di ruolo.
Un ruolo sociale è in generale un insieme di comportamenti collegati tra di loro e caratterizzati in
modo tale che le istituzioni li sanzionino in modo positivo o negativo. I ruoli sono dei
comportamenti prevedibili e attesi. Basti pensare al compito dell’impiegato allo sportello,
l’impiegato svolge il suo ruolo. Quindi il ruolo è un comportamento prevedibile che serve a dare
risposte alle richieste di altri. Le aspettative altrui che regolano il comportamento dei singoli
costituiscono un fattore di uniformità, e di prevedibilità del comportamento umano. Nelle società
complesse il numero di ruoli che ognuno è costretto a ricoprire aumenta, e gli stessi comportamenti
richiesti dal ruolo tendono a moltiplicarsi, (set di ruoli).
Il set di ruoli è la gamma di ruoli che si assumono in una società. Si può essere insieme consulente
aziendale, padre, affiliato a un circolo ricreativo ecc.. a causa della pluralità di ruoli ricoperti
possono generare delle difficoltà nell’assolvere alle aspettative di ruolo.
Si vivono due tipi di conflitti, infra-ruolo e inter-ruolo:
1) infra-ruolo l’individuo che assume un ruolo deve dare risposte alle attese differenti di altri,
ad es. il certificatore della qualità aziendale, deve rispondere sia alle esigenze di garantire il
rispetto delle procedure di qualità, sia alle esigenze della produzione, per cui le aziende
possono fare pressioni per chiudere un occhio o di essere tolleranti;
2) inter-ruolo è la situazione nella quale due ruoli imporrebbero comportamenti incompatibili,
ad es. un individuo deve seguire un lavoro e andare a fare un colloquio con gli insegnanti del
figlio, egli non può svolgere i due comportamenti attesi da altri (datore di lavoro e gli
insegnanti)
altra caratteristica dei ruoli è che l’individuo nel corso della sua vita, vive i ruoli in una successione
temporale, (bambino, adolescente, giovane, uomo maturo, anziano, vecchio).
L’assunzione di un ruolo può essere del tutto temporanea, per es. il ruolo di malato, dispensa da altri
ruoli.
Un aspetto particolare del ruolo è il suo apprendimento, considerato come parte del generale
processo di socializzazione.
La socializzazione preparerebbe gli individui ad assumere i ruoli, assimilando credenze e valori
necessari a regolare le risposte emotive.

La socializzazione
Il processo di socializzazione è un processo di acquisizione di conoscenze e più in generale della
cultura di una società avente la finalità di permettere l’inserimento di un individuo nella società con
un suo set di ruoli definiti.
Nella socializzazione entrano in funzione principalmente i gruppi primari, (la famiglia e il gruppo
dei pari), i gruppi secondari (la scuola, associazioni sportive) che si impegnano a far interiorizzare
al singolo le conoscenze necessarie per sostenere delle relazioni.
L’interiorizzazione è il meccanismo con il quale l’individuo acquisisce le conoscenze.
Parsons rimanda alla spiegazione della socializzazione alle teorie esposte da Georg Herbert Mead.
Mead studiò in Europa e fu influenzato dagli studi di Sigmund Freud, ma formulò una sua teoria
originale sulla socializzazione. Come già sostenuto da Freud, per Mead a cinque anni il bambino
sarebbe già capace di muoversi al di fuori del contesto famigliare, a otto in grado di partecipare a
giochi organizzati (comprendendo valori etici, fedeltà al ruolo) ecc.. attraverso il gioco organizzato
il bambino acquisisce il concetto di altro generalizzato.
Mead sostenne che i bambini interiorizzerebbero i modelli sociali attraverso un processo di
assunzione di ruoli che avrebbero inizialmente per imitazione, uno dei giochi dei bambini è quello
di riprendere alcuni ruoli tipici dei grandi, (guardia e ladri, dottore e paziente), quando si diventa
più grandi i giochi diventano più complessi, con regole, ruoli e compiti diversi. I bambini
apprenderebbero che vi sono ruoli differenziati e comportamenti di ruolo sanzionati positivamente e
altri sanzionati negativamente.
L’io persona individuale, il me è l’insieme dei comportamenti richiesti dall’altro.

Controllo sociale e devianza

Robert King Merton, che si definiva un “arcifunzionalista” insieme a Talcott Parsons, ha tentato di
sintetizzare il funzionalismo in pochi assunti. Secondo Merton il metodo funzionalista nella
sociologia dovrebbe descrivere le condizioni del comportamento umano tenendo conto:
a) della collocazione della struttura sociale di coloro che prendono parte al modello di
comportamento;
b) nell’esistenza di possibili modi di comportamento alternativi i quali risultano esclusi per via
dell’accentuarsi del comportamento osservato;
c) dei significati emotivi e conoscitivi attribuiti al modello di comportamento da parte di coloro
che vi prendono parte;
d) della distinzione tra le motivazioni della partecipazione al modello e del comportamento
oggettivo implicato dal modello;
e) delle regolarità dei comportamenti non riconosciute dai partecipanti associate al modello
prevalente
eseguita la descrizione, il ricercatore dovrebbe evidenziare le funzioni manifeste e quelle latenti
assolte dai comportamenti; indicando con funzioni manifeste le “motivazioni” dell’attore sociale
nell’attuare il suo comportamento e con funzioni latenti le “conseguenze oggettive” del
comportamento, (aspetti in intenzionali dell’agire dell’uomo).
La cultura, in questa concezione mertoniana, avrebbe il compito di “portare gli individui a
indirizzare la loro emotività verso l’insieme dei fini sanciti culturalmente”.
Per raggiungere i fini, gli individui avrebbero a disposizione i mezzi che la società renderebbe
disponibili.

Merton riprende il concetto di “anomia” di Durkheim, che sarebbe un’assenza di norme che
renderebbe difficoltoso per l’individuo adattarsi alla vita sociale. Merton indica nell’anomia una
condizione per la quale l’individuo non accetta i fini o i mezzi o entrambi.
Merton identifica cinque alternative di comportamento adattivo, in base ai fini e ai mezzi:
Modi di Mete Mezzi
adattamento culturali istituzionalizzati
I. Conformità + +
II. Innovazione + -
III. Ritualismo - +
IV. Rinuncia - -
V. Ribellione +/- +/-
Il singolo potrebbe accettare sia i fini che i mezzi indicati dalla società (Conformità) es. l’impiegato
che lavora per una azienda e cerca di mantenere una famiglia coesa impegnandosi per l’istruzione
dei figli, aderisce ai fini sociali, utilizzando i mezzi che gli sono disponibili.

Il singolo potrebbe “innovare” se ricercasse mezzi nuovi o alternative. Es. un imprenditore potrebbe
ricercare soluzioni nuove per evadere le tasse, o un operaio cercare un altro lavoro da svolgere una
volta finiti i turni in fabbrica, in entrambi i casi l’obiettivo sarebbe migliorare le possibilità
economiche della famiglia.

Con il ritualismo, il singolo cerca di seguire in modo rituale i fini ma non conseguire nessun
obiettivo. Es. un artigiano che continui a soddisfare i propri clienti, ma non vota perché ritiene che
qualunque governo non lo tuteli.

Con la rinuncia, il singolo potrebbe ritirarsi sia dalla ricerca dei fini che dall’uso dei mezzi. Es.
persone che si sono dedicati all’alcool perdono il lavoro e il senso dell’esistenza.

Con la ribellione si tenta di imporre nuovi mezzi e nuovi fini. Es. coloro che magari inseriti in
un’azienda si ritirano dal lavoro e vanno a svolgere volontariato in una comunità alla ricerca di un
mondo “a misura d’uomo”.

Queste due dimensioni determinano l’adattamento alla società, quindi grazie alle mete culturali e
mezzi istituzionalizzati, la persona può aspirare a obiettivi culturali.
Il controllo sociale ha l’obiettivo di mantenere la conformità degli individui ai fini e ai mezzi
disponibili. Il controllo sociale è possibile attraverso i due meccanismi della interiorizzazione dei
valori e delle norme e attraverso il meccanismo dell’erogazione delle sanzioni positive e negative.
L’interiorizzazione dei valori e delle norme costituisce il meccanismo di controllo sociale informale.
Il controllo sociale informale viene messo in atto durante la socializzazione. In questa fase che
avviene nell’infanzia e nell’adolescenza la società si occupa di trasmettere alle generazioni
successive l’impegno ad attuare dei comportamenti e a non attuarne altri. Per tutto il processo
dell’infanzia e dell’adolescenza si osserva una continua riduzione dei comportamenti devianti fino a
giungere a una diffusa adozione di comportamenti conformi.
Le sanzioni positive e negative sono previste soprattutto nelle leggi che prevedono delle sanzioni,
soprattutto negative, se le norme sono violate. Le sanzioni sono graduate rispetto al tipo di
violazione; si pensi alle violazioni del codice della strada che prevedono dalle multe meno costose
fino all’arresto.

La devianza
Nonostante i meccanismi di controllo sociale gli individui manifestano dei comportamenti non
conformi, e che sono definiti "devianti". La rinuncia e la ribellione costituiscono un problema sociale
rilevante laddove siano diffusi. L'interpretazione della devianza in sociologia è basata su ipotesi
piuttosto complesse; il meccanismo più noto nella sociologia per illustrare la devianza è la "teoria
dell'etichettamento" sotto la quale sono inclusi approcci di autori anche eterogenei.

Frank Tannenbaum, trovandosi a trattare il tema della criminalità ritenne che le statistiche e i
tentativi di individuare degli aspetti comuni nei criminali fossero del tutto insoddisfacenti ipotizzò che
la devianza fosse soprattutto una conseguenza di quella che definì la "drammatizzazione del male".
L'attività criminale dell'adulto sarebbe la conseguenza di una socializzazione avvenuta all'interno di
gruppi sociali in conflitto con il resto della società. Il criminale non sarebbe da considerarsi una
persona disadattata, ma una persona adattata in un gruppo in conflitto con la società nel quale è
inserito. II criminale adulto quindi sarebbe solo il criminale bambino cresciuto. In questa condizione,
una volta che fosse arrestato, la condanna sarebbe solo percepita come un atto ostile nei suoi
confronti ed egli finirebbe per accettare il marchio di criminale che la società gli darebbe.
Edwin Lemert ha introdotto i concetti di devianza primaria e devianza secondaria. Rispetto alla
posizione di Tannenbaum, ha voluto sminuire l'aspetto dell'individualità e accentuare il valore
dell'imposizione sociale sull'individuo. La devianza primaria sarebbe una devianza generica,
ognuno può adottare un comportamento deviante in qualche circostanza, anche in modo
inconsapevole, pertanto fino a quando non è rilevata il deviante non è considerato tale. La devianza
secondaria è invece fissata dalle organizzazioni preposte al controllo sociale che definiscono la
devianza semplicemente perché la rilevano. Quindi finché il comportamento dell'automobilista che
supera i limiti di velocità non è rilevato dall'autovelox egli non è considerato deviante, anche se lo è
(devianza primaria); dopo la contravvenzione l'automobilista è considerato indisciplinato, cioè è
etichettato (devianza secondaria).
Howard Saul Becker riprende l'approccio di Tannenbaum, secondo Becker la devianza infatti
sarebbe un'etichetta che il sistema della giustizia attacca a dei determinati gruppi sociali. La
devianza e la criminalità sarebbero quindi decisi dalla società, che etichetterebbe alcuni comporta-
menti come devianti e coloro che li adottano come criminali. La persona e/o il gruppo etichettato
potrebbero solo accentuare o radicalizzare i comportamenti ritenuti criminali.

Ineguaglianza sociale
Principali tipi di ineguaglianza
La più nota e fuorviante analisi dell'ineguaglianza sociale è quella espressa da Karl Marx e Friedrich
Engels, nel Manifesto del partito comunista del 1848. In realtà l'analisi delle classi che dovrebbe
essere esaminata in Marx ed Engels è contenuta in scritti poco noti e nel terzo volume de Il Capitale,
c’è un abbozzo incompleto dell'analisi delle classi. Marx scrive: ..i proprietari della semplice forza-
lavoro, i proprietari del capitale e i proprietari fondiari, le cui rispettive fonti di reddito sono salario,
profitto e rendita fondiaria, in altre parole, gli operai salariati, i capitalisti e i proprietari fondiari,
costituiscono le tre grandi classi della società moderna, fondata sul modo di produzione
capitalistico. Ma Marx è ancora insoddisfatto di quest'analisi; infatti la distinzione in tre classi è valida
solo «a prima vista», indicando come caratteristica delle classi l'«identità dei redditi e delle loro fonti di
reddito». Lo scritto di Marx s'interrompe appena l'autore ha finito di fare un lungo elenco di "classi"
che potrebbero essere individuate in base al reddito e alla sua origine. L'unico elemento certo
dell'analisi delle classi di Marx è che egli individua dei criteri relativi alla distinzione in base al red-
dito e all'origine del reddito.

Preso il reddito come riferimento per distinguere le ineguaglianze sociali Vilfredo Pareto ha
individuato delle modalità di ripartizione del reddito, o della ricchezza in generale, che sono
descritte, in ogni Stato e in ogni tempo a una tipica curva, la cui forma è rappresentata in piano
cartesiano, dalla quale si evince che una parte minima della popolazione detiene un elevato livello di
reddito, mentre la massima parte della popolazione si divide una piccola parte del reddito
complessivo di uno Stato. La diseguaglianza del reddito quindi è un fatto evidente e comune che
attende ancora oggi una spiegazione soddisfacente.

Altri studiosi hanno posto l'attenzione su altri aspetti delle ineguaglianze; ma questi sono relativamente
poco interessanti. Max Weber, cercò di evidenziare alcune differenze sociali in polemica con Marx.
Utilizzò il termine "ceto" che, a suo dire, sarebbe stato più utile rispetto a quello di "classe" per
distinguere quei gruppi sociali che si fonderebbero sull'onore e che furono presenti soprattutto tra la
nobiltà.
Altre ineguaglianze sociali che sono evidenti nelle società multiculturali, sono quelle rese evidenti dalle
differenze di alcuni tratti somatici e dal colore della pelle (alcuni ritennero di poter indicare
una sorta di gerarchia delle razze, creando le idee razziste). Altre fonti di confusione sono state
introdotte ai nostri giorni per la presenza di immigrati nelle città. Ai gruppi di immigrati ci si riferisce,
nel linguaggio corrente, con molta leggerezza, utilizzando il termine di etnia. Il concetto di etnia ha
dato luogo a una serie di abusi, una corretta definizione di etnia potrebbe essere la seguente:... un
raggruppamento umano di piccole dimensioni che si distingue da tutti gli altri dello stesso ordine
(compresi quelli geograficamente più vicini nelle originarie aree di insediamento) per determinati
caratteri biologici e culturali… Ai caratteri biologici e culturali si aggiungono elementi di identità
etnica, che esprimono la coscienza dell'appartenenza all'etnia. È immediatamente evidente, in base
alla definizione precedente, che ci si dovrebbe riferire agli immigrati nelle città occidentali come a
dei gruppi d'immigrati in senso del tutto generi. L'etnia inoltre, non deve essere confusa con la
razza, quest'ultima, potrebbe essere definita, seguendo le indicazioni della genetica moderna
come una popola zione che, all'interno di una specie, si distingue dalle altre per la frequenza media di
determinati geni.

Una particolare combinazione di etnia e ricchezza è alla base delle diseguaglianze sociali in India,
Stato caratterizzato dalla nota divisione in caste, in parte oggi attenuata dalla diffusione del
capitalismo inglese. L'organizzazione in caste iniziò in India alla fine del II millennio a.C. con la
diffusione del domino della popolazione Arya. A questa popolazione si deve la creazione della civiltà
cosiddetta "vedica" nella quale ai vertici politici si ponevano gli invasori, i quali supportavano il loro
predominio politico con la formulazione della dottrina religiosa che suffragava la stratificazione
verticale delle popolazione con lo statuto della divisione in caste (varnadharma); i brahmani, gli
kshatriya, i vaisya e gli sudra; al di fuori di queste caste gli individui non avrebbero avuto alcuna
rilevanza sociale, quindi nemmeno politica. Al vertice delle caste si collocavano i brahmani, i quali
erano considerati come i detentori del potere sacro (brahman èappunto un tale potere). Il loro
ruolo quindi avrebbe dovuto essere principalmente religioso, e il loro sostentamento avrebbe dovuto
provenire principalmente dalle donazioni e dalle elemosine chieste e ottenute dai giovani discepoli, i
quali potevano provenire solo dalle quattro caste. Questa casta, la quale peraltro era esentata dal
pagamento delle tasse. Le terre in possesso dei bramani, coltivata per mezzo di schiavi o di interi
villaggi, permetteva loro di avere una forte influenza anche economica sulla società indiana. In questa
casta erano presenti anche una categoria di individui che utilizzava le conoscenze vediche per
esercitare e vendere pratiche magiche; altri invece si dedicavano alle attività commerciali e perfino
alla macelleria, attività che erano considerate particolarmente ufficialmente riprovevoli. La casta
degli kshatriya era quella con funzioni prettamente amministrative e militari; il re normalmente
apparteneva a questa casta, essa poteva essere in concorrenza con quella dei brahmani, e, in
particolare, nelle zone a maggioranza buddhista, essa era la casta preminente. I membri di questa casta
erano autorizzati a guadagnarsi la vita in modo vario, dedicandosi al commercio e all'artigianato. Alla
casta dei vaisya (degli uomini liberi) i cui membri erano considerati sempre inferiori ai membri delle
due classi precedenti, appartenevano soprattutto gli agricoltori, i quali potevano diventare anche dei
grandi proprietari terrieri, «una sorta di borghesia»; essi svolgevano attività particolarmente lucrose,
quali il «perito in gioielli, tessuti, metalli, spezie o profumi» tutte attività che richiedevano conoscenze
particolarmente apprezzate anche dagli ksatriya. La classe più bassa,quella dei sudra, la quale era
esclusa dalla conoscenza dei Veda era considerata una classe di impuri; ad essa appartenevano sia
le popolazioni indigene, di carnagione scura, sconfitte dagli Arya, sia membri degli Arya
decaduti. Per questa casta, alla quale erano assegnati tutti i lavori considerati più umili, principalmente
valeva la "dottrina della predestinazione". Essi potevano ascendere alle classi superiori soltanto
compiendo con uno scrupolo assoluto i doveri che gli erano assegnati. AI di fuori delle caste si
collocavano sia i paria, esclusi dal Dharma, che potevano svolgere solo lavori ritenuti estremamente
disdicevoli. I paria erano poi suddivisi in ulteriori classi, e la classe ritenuta più infima era quella dei
chandala, che erano i veri intoccabili, vestiti in genere degli abiti presi ai cadaveri; tra i fuori casta
inoltre erano collocati i misti, per esempio i figli di due membri di classi differenti e gli schiavi. Altri
fuori casta erano gli stranieri che erano denominati mleccha, letteralmente "storpia lingua".