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CAPITOLO I: Le basi dell’economia (pag.

3 – 23)
Introduzione
L'economia è lo studio del modo in cui le società utilizzano risorse scarse per produrre beni utili, e
di come tali beni vengono distribuiti tra i diversi soggetti. Il nostro è un mondo dominato dalla
scarsità e pieno di beni economici. Si ha una situazione di scarsità quando i beni sono limitati ri-
spetto ai desideri. Se si sommano tutti bisogni, è facile rendersi conto che non esistono beni e servi-
zi sufficienti per soddisfare anche solo una piccola parte del desiderio di consumo di ciascuno. Data
la limitatezza dei bisogni, è importante che un sistema economico utilizzi al meglio le proprie risor-
se limitate. Questa affermazione introduce l'importante concetto dell'efficienza: efficienza significa
miglior utilizzo possibile delle risorse economiche al fine di soddisfare i bisogni e desideri degli in-
dividui. Adam Smith è di solito considerato il fondatore della microeconomia, la branca dell'econo-
mia che oggi si occupa del comportamento di singole entità, quali i mercati, le imprese, e le fami-
glie. Smith affrontò il modo in cui vengono fissati i singoli prezzi, studiò i meccanismi di determi-
nazione dei prezzi di terra, lavoro e capitale e analizzò i punti di forza e di debolezza del meccani-
smo dei mercati, ma identificò soprattutto le importanti proprietà di efficienza dei mercati, la "mano
invisibile" che produce un bene comune, al di là delle azioni di singoli individui mirati al persegui-
mento dei propri interessi. La macroeconomia era la branca dell'economia che si occupava dell'an-
damento complessivo di un sistema economico. La macroeconomia odierna, invece, si occupa di
un'ampia gamma di settori, dalla determinazione dell'investimento e del consumo totali, alla gestio-
ne della moneta e dei tassi d'interesse da parte delle banche centrali per arrivare alle cause delle crisi
finanziarie internazionali e infine ai motivi per i quali la crescita è rapida in alcuni paesi e stagnante
in altri. Gli economisti per comprendere la vita economica utilizzano il metodo scientifico, che com-
porta l'osservazione dei fenomeni economici e il ricorso a statistiche e dati storici per interpretarli.
Spesso l'economia si fonda su analisi e teorie che consentono anche generalizzazioni, per esempio
riguardo ai vantaggi offerti dal commercio internazionale e dalla specializzazione o agli svantaggi
causati dai dazi doganali e dai contingentamenti. Poiché le relazioni economiche sono spesso com-
plesse e comprendono molte variabili diverse, è facile che si ingeneri confusione sul motivo preciso
o sull'impatto delle politiche sull'economia. Tra gli errori comuni commessi nel ragionamento eco-
nomico rientrano i seguenti:
• Errore del post hoc. Questo errore riguarda l'inferenza di causalità: si verifica quando suppo-
niamo che, dal momento che un fenomeno si è verificato prima di un altro, il primo ha pro-
vocato il secondo.
• L'ipotesi della parità di altre condizioni. Per non commettere errori occorre ricordare che
tutti fattori tranne quello considerato vanno mantenuti uguali o costanti.
• L'errore di composizione. In economia scopriamo spesso che il tutto è diverso dalla somma
delle parti. Quando si suppone che ciò che vale per una parte sia valido anche per il tutto si
commette l'errore di composizione.
Il fine ultimo della scienza economica consiste nel migliorare le condizioni economiche degli indi-
vidui nella loro vita quotidiana. Per mantenere sana l'economia, lo Stato deve prevedere per i citta-
dini incentivi al lavoro e al risparmio. La società deve quindi trovare il giusto equilibrio tra la dura
disciplina del mercato e l'atteggiamento compassionevole espresso attraverso i programmi di assi-
stenza pubblica.
I tre problemi dell’organizzazione economica
Qualsiasi società umana deve affrontare e risolvere tre problemi economici fondamentali. Deve in-
fatti sapere come stabilire cosa, come e per chi produrre. Per quanto riguarda il cosa produrre, una
società deve stabilire quale quantità di ciascun bene o servizio produrre e quando produrla. Il come
produrre viene stabilito rispondendo a domande quali: a chi spetta il compito di produrre, con quali
risorse effettuare la produzione e quali tecniche produttive utilizzare. Infine bisogna rispondere an-
che al quesito di chi gode i frutti dell'attività economica. L'economia positiva descrive i fatti di un
sistema economico, mentre l'economia normativa i giudizi di valore e principi di carattere etico e
norme di equità. Le società sono organizzate in sistemi economici alternativi e l'economia studia i

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diversi meccanismi a disposizione di una società per l'allocazione delle proprie risorse scarse. In ge-
nerale si possono distinguere due modi fondamentalmente diversi in cui organizzare un sistema eco-
nomico: nel primo caso, lo Stato prende la maggior parte delle decisioni economiche, e coloro che
si trovano al vertice della gerarchia impartiscono le direttive economiche ai soggetti situati più in
basso. Nel secondo caso le decisioni vengono prese dai mercati sui quali gli individui o le imprese
accettano di scambiare input e output, di solito tramite pagamenti in denaro. In un'economia di mer-
cato gli individui e le imprese private prendono le principali decisioni sulla produzione e sul consu-
mo. Al contrario, in un'economia pianificata lo Stato prende tutte le decisioni relative alla produzio-
ne e alla distribuzione; risponde alle principali domande economiche tramite il possesso delle risor-
se e il suo potere di imporre le proprie decisioni. Nella società contemporanea esistono piuttosto
economie miste.
Possibilità tecnologiche della società
Ogni sistema economico dispone di una dotazione di risorse limitate: deve decidere come affrontare
il problema della limitatezza delle risorse; deve scegliere tra i vari panieri di beni possibili (il cosa),
selezionare una tecnica di produzione tra le diverse disponibili (il come) e infine decidere chi saran-
no i consumatori dei beni prodotti (il per chi). Per rispondere a queste tre domande, ogni società
deve effettuare delle scelte relative agli input e output del sistema economico. Gli input sono beni o
servizi utilizzati dalle imprese nei loro processi produttivi. Gli output sono i diversi beni o servizi
utili risultanti dai processi produttivi, che possono essere consumati oppure impiegati nella produ-
zione successiva. Un altro termine utilizzato per definire il concetto di input è fattori di produzione.
Questi ultimi possono essere classificati in tre grandi categorie: terra, lavoro e capitale. La terra, o
più in generale le risorse naturali, rappresenta i doni della natura impiegati nei processi produttivi. Il
lavoro è costituito dal tempo impiegato dall'uomo nella produzione. Le risorse di capitale costitui-
scono i beni durevoli di un sistema economico, che vengono prodotti al fine di produrre altri beni.
Le società umane non possono avere tutto ciò che desiderano, ma sono limitate dalle risorse e dalla
tecnologia a loro disposizione. La frontiera delle possibilità produttive (o FPP) indica le quantità
massime di produzione ottenibili da un sistema economico, date la conoscenza tecnologica e la
quantità di input di cui dispone. La vita comporta numerose scelte: poiché le risorse sono scarse
dobbiamo sempre stabilire come spendere il tempo o i redditi indicati di cui disponiamo. Quando
decidete, il costo dell'alternativa alla quale avete rinunciato è il costo opportunità insito nella deci-
sione. L'efficienza produttiva si ha quando la società non può aumentare l’output di un bene senza
ridurre quello di un altro bene. Un sistema economico efficiente si trova sulla frontiera delle possi-
bilità produttive. Se sono presenti risorse inutilizzate, il sistema economico non si trova sulla fron-
tiera delle possibilità produttive, ma piuttosto in un punto al suo interno.
Appendice: come leggere i grafici
I grafici sono uno strumento indispensabile per l'economia in quanto consentono di rappresentare in
modo chiaro i dati o le relazioni tra le variabili. I concetti importanti relativi a un grafico sono i se-
guenti: che cosa rappresentano i due assi (orizzontale e verticale)? Quali sono le unità misurate su
un asse? Che tipo di relazione è illustrata dalla curva, o dalle curve, del grafico? La relazione esi-
stente tra le due variabili di una curva è data dalla pendenza di quest'ultima, ovvero l'incremento di
y per unità di incremento di x. Se la pendenza è ascendente (o positiva), le due variabili sono in re-
lazione diretta, si muovono cioè insieme verso l'alto o verso il basso. Se la pendenza del grafico è
discendente (o negativa), la relazione tra le due variabili è inversa. Talvolta vengono utilizzati grafi-
ci particolari: le serie storiche, che mostrano la variazione nel tempo di una determinata variabile, i
diagrammi a dispersione, che illustrano il comportamento di una coppia di variabili e i diagrammi
multicurve, che mostrano due o più relazioni su una sola figura.

CAPITOLO II: Mercati e Stato in un’economia moderna (pag. 25 – 44)


Nel Medioevo l'aristocrazia e le corporazioni cittadine controllavano gran parte dell'attività econo-
mica in Europa e Asia. Tuttavia, circa due secoli fa, lo Stato iniziò ad esercitare un potere sempre
minore sui prezzi e sui metodi di produzione. Per la maggior parte dell'Europa e del Nord America

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il XIX secolo fu l'epoca del laissez - faire. Secondo questo principio lo Stato dovrebbe interferire il
meno possibile sull'attività economica e lasciare le decisioni al mercato. Ciononostante, alla fine del
secolo gli eccessi del capitalismo, a cui non veniva posto freno, indussero gli Stati Uniti ed i paesi
industrializzati dell'Europa occidentale ad un parziale abbandono del laissez - faire. Lo stato assun-
se un ruolo sempre maggiore, regolamentando il monopolio, applicando imposte sul reddito e ini-
ziando a fornire una rete di protezione sociale quale l'assistenza agli anziani. In questo nuovo siste-
ma, denominato welfare state (Stato di benessere), i mercati controllano le attività della vita econo-
mica quotidiana mentre lo Stato stabilisce le condizioni sociali e fornisce pensioni, assistenza medi-
ca e altri beni e servizi indispensabili alle famiglie povere. Intorno al 1980 il clima cambiò di nuo-
vo: in molti paesi i governi conservatori iniziarono a ridurre le imposte e il controllo dello Stato sul-
l'economia.
Che cos’è un mercato?
Un'economia di mercato è un complesso meccanismo che coordina individui, attività e imprese tra-
mite un sistema di prezzi e di mercati. Un mercato è un meccanismo che consente ad acquirenti e
venditori di interagire al fine di determinare il prezzo e la quantità di un bene o di un servizio. In un
sistema di mercato ogni cosa ha un prezzo, costituito dal valore del bene in termini di moneta. I
prezzi rappresentano i termini in base ai quali gli individui e le imprese scambiano volontariamente
beni diversi. I prezzi fungono inoltre da segnali per i produttori ed i consumatori: se i consumatori
richiedono quantità maggiori di ciascun bene, il prezzo subisce un incremento che segnala ai pro-
duttori la necessità di aumentare l'offerta. In ogni momento vi sono individui che comprano e altri
che vendono; le imprese inventano nuovi prodotti mentre i governi emanano le leggi per regolamen-
tare quelli già esistenti. In mezzo a tale fermento i mercati devono comunque risolvere costante-
mente i problemi relativi a cosa, come e per chi. Bilanciando le forze che operano nel sistema eco-
nomico, i mercati individuano un equilibrio tra domanda e offerta. L'equilibrio di un mercato è il
punto in cui la quantità offerta dai venditori è uguale alla quantità richiesta dai compratori. I consu-
matori, con i loro gusti innati o acquisiti, espressi dai loro voti con il portafoglio, determinano l'uti-
lizzo finale delle risorse della società. Ma i consumatori, da soli, non possono imporre cosa produrre
in quanto le risorse disponibili e le tecnologie esistenti limitano notevolmente le loro decisioni: il si-
stema economico non può andare al di là della propria frontiera delle possibilità produttive. I consu-
matori acquistano beni e vendono fattori di produzione, mentre le imprese vendono beni e acquista-
no fattori di produzione. I consumatori utilizzano il reddito proveniente dalla vendita di lavoro e di
altri input per acquistare beni dalle imprese; le imprese basano i prezzi dei loro beni sui costi di la-
voro e altri fattori. I prezzi nei mercati dei prodotti sono fissati in modo da bilanciare la domanda
dei consumatori e l'offerta delle imprese; nei mercati dei fattori i prezzi sono invece fissati in modo
da bilanciare l'offerta delle famiglie e la domanda delle imprese. Adam Smith scoprì un’importante
proprietà di un'economia di mercato concorrenziale. In una situazione di concorrenza perfetta e in
assenza di fallimenti del mercato, i mercati produrranno, con le risorse a loro disposizione, la massi-
ma quantità di beni e servizi utili. Ma quando prevalgono monopolio, esternalità o altre forme di
fallimento del mercato, le notevoli caratteristiche di efficienza della mano invisibile possono venir
meno.
Flusso reale Flusso monetario

MERCATO DEI PRODOTTI


Flusso reale
Flusso monetario

FAMIGLIE IMPRESE

Flusso reale
Flusso monetario

MERCATO DEI FATTORI


Flusso monetario
Flusso reale

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Scambi, moneta e capitale
Un’economia moderna è caratterizzata da una complessa rete di scambi tra individui e Stati basata
su un elevato livello di specializzazione e su una complessa divisione del lavoro. Le economie mo-
derne fanno un ampio uso di moneta, che costituisce la linfa vitale del sistema economico e fornisce
il metro per misurare il valore economico dei beni e per finanziare gli scambi. Le moderne tecnolo-
gie industriali si basano sull'utilizzo di ingenti quantità di capitale: la produzione richiede macchina-
ri di precisione, impianti di grandi dimensioni e l'accumulo di notevoli quantità di scorte. I beni ca-
pitali aumentano l'efficienza del lavoro umano quale fattore di produzione, consentendo in tal modo
una produttività decisamente superiore rispetto al passato. La specializzazione si ha quando gli indi-
vidui concentrano i propri sforzi su un particolare insieme di attività affinché ogni individuo o paese
possa utilizzare al meglio le proprie capacità o risorse. Una delle certezze della vita economica è
che, invece di far sì che tutti sappiano fare tutto in modo mediocre, è preferibile adottare la divisio-
ne del lavoro, ovvero suddividere la produzione di numerose fasi o compiti specializzati. Gli indivi-
dui e le nazioni scambiano volontariamente beni in cui sono specializzati per ottenere prodotti di al-
tri; in questo modo essi ampliano la gamma e la quantità dei consumi e migliorano le condizioni di
vita di ognuno. Globalizzazione è un termine ormai comune, utilizzato per indicare l'aumento del-
l'integrazione economica tra paesi che oggi si nota nell'enorme crescita dei flussi di beni, servizi e
capitali oltre i confini nazionali. Una seconda componente della globalizzazione è la crescente inte-
grazione dei mercati finanziari che si nota per il ritmo sempre più sostenuto dei prestiti e dell'inde-
bitamento tra le nazioni oltre che per la convergenza dei tassi d'interesse di paesi diversi. È dovuta
principalmente all'abolizione delle restrizioni dai flussi di capitali da un paese all'altro, alla riduzio-
ne dei costi e alle innovazioni dei mercati finanziari, in particolare per quanto riguarda l'uso di nuo-
vi tipi di strumenti finanziari. L'integrazione dei mercati finanziari e delle merci ha prodotto enormi
vantaggi negli scambi in termini di prezzi inferiori, maggiore innovazione e crescita economica più
rapida. Questi vantaggi sono stati accompagnati però da dolorosi effetti collaterali: conseguenza
dell'integrazione economica sono la disoccupazione e la perdita di profitti che si verificano quando
produttori stranieri a basso costo spiazzano quelli nazionali. Se la specializzazione consente agli in-
dividui di concentrarsi su compiti particolari, la moneta permette loro di scambiare gli output spe-
cializzati che producono per ottenere la vasta gamma di beni e servizi prodotti da altri. Oggi in tutti
sistemi economici gli scambi avvengono per mezzo della moneta. La moneta è il mezzo di paga-
mento, ma può essere considerata soprattutto come lubrificante che agevola gli scambi. Se tutti si fi-
dano della moneta e l'accettano come pagamento di beni e debiti, gli scambi risultano facilitati.
Un'adeguata gestione dell'offerta di moneta è uno dei principali problemi di politica macroeconomi-
ca del governo di tutti paesi. Un'economia industriale avanzata utilizza un enorme quantità di edifi-
ci, macchinari, computer. Questi sono i fattori di produzione denominati capitale; si tratta di stru-
menti di produzione a loro volta prodotti, input durevoli che sono allo stesso tempo un output del si-
stema economico. Se gli individui sono pronti a risparmiare, a sacrificare cioè il consumo presente a
favore del consumo futuro, la società può destinare le proprie risorse a un nuovo capitale. Una riser-
va di capitale maggiore determina una più rapida crescita dell'economia spingendo la frontiera delle
possibilità produttive verso l'esterno. In un'economia di mercato il capitale è di proprietà dei privati
e il reddito prodotto dal capitale viene percepito dagli individui. La proprietà di ogni apprezzamento
di terreno è attestata da un atto legale o titolo di proprietà; quasi ogni macchina o edificio appartiene
a un individuo o a una società. Il capitalismo prende il nome dalla capacità degli individui di posse-
dere e sfruttare il capitale. Benché la società occidentale sia basata sulla proprietà privata, i diritti di
proprietà sono limitati: la società stabilisce in quali proporzioni la proprietà di un individuo può es-
sere lasciata in eredità e quanto deve essere pagato allo Stato sotto forma d'imposta di successione;
sempre la società decide i limiti entro i quali una fabbrica può emettere sostanze inquinanti e quali
sono le aree urbane in cui è consentito parcheggiare l'automobile.
Il ruolo economico dello Stato
In un'economia di mercato ideale tutti beni e servizi vengono scambiati volontariamente ai prezzi di
mercato. Un sistema di questo tipo ricava il massimo beneficio dalle risorse a disposizione della so-

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cietà senza alcun intervento da parte dello Stato: nella realtà, tuttavia, nessun sistema economico
corrisponde esattamente al mondo ideale perfettamente guidato dalla mano invisibile; al contrario,
tutte le economie di mercato presentano delle imperfezioni che sono alla base di problemi quali l'ec-
cessivo inquinamento, la disoccupazione e casi di estrema ricchezza o povertà. Nelle moderne eco-
nomie lo Stato assume un enorme varietà di ruoli per porre rimedio alle imperfezioni del meccani-
smo di mercato. Lo Stato aumenta l'efficienza favorendo la concorrenza, limitando le esternalità
come l’inquinamento e fornendo beni pubblici; promuove l’equità utilizzando le imposte ed i pro-
grammi di spesa per distribuire il reddito tra determinate categorie di popolazione; favorisce la sta-
bilità alla crescita macroeconomica riducendo la disoccupazione e l'inflazione incoraggiando con-
temporaneamente la crescita economica mediante la politica fiscale e la regolamentazione moneta-
ria. La concorrenza perfetta si ha quando tutti beni e i servizi hanno un prezzo e vengono scambiati
sul mercato, e inoltre non esistono imprese o consumatori abbastanza grandi da influenzare il prez-
zo di mercato. La dottrina della mano invisibile è valida per quei sistemi economici in cui tutti mer-
cati sono perfettamente concorrenziali. Vi sono tuttavia diverse situazioni in cui tali condizioni non
si verificano; i tre casi più significativi riguardano le situazioni di concorrenza imperfetta, le ester-
nalità e infine i beni pubblici. L'efficienza di un mercato può essere seriamente compromessa da
elementi di concorrenza imperfetta o di monopolio. La concorrenza imperfetta si verifica quando un
acquirente o un venditore può influire sul prezzo di un bene. La concorrenza imperfetta fa sì che i
prezzi superino i costi e che gli acquisti dei consumatori scendano al disotto dei livelli di efficienza:
prezzi troppo alti e output troppo limitati sono le caratteristiche che contraddistinguono le ineffi-
cienze della concorrenza imperfetta. Un secondo tipo di inefficienza si verifica quando vi sono
esternalità, che comportano scambi involontari di costi o benefici. Le esternalità si hanno quando
imprese o individui impongono costi o benefici ad altri soggetti al di fuori dalle relazioni di merca-
to. Gli stati hanno imposto regolamentazioni per controllare esternalità quali l'inquinamento atmo-
sferico o idrico, le miniere a cielo aperto, i rifiuti dannosi, i medicinali ed i cibi pericolosi e materia-
li radioattivi. Benché le esternalità negative come l’inquinamento o il surriscaldamento del globo
terrestre siano argomenti molto dibattuti, dal punto di vista economico le esternalità positive rive-
stono spesso l'importanza maggiore. Esempi significativi sono la costruzione di una rete di autostra-
de, il servizio meteorologico nazionale, il sostegno delle scienze di base e le disposizioni atte a mi-
gliorare la sanità pubblica, beni cioè che non possono essere acquistati o venduti sul mercato. Il
caso estremo di esternalità positive è costituito dai beni pubblici. I beni pubblici sono prodotti per i
quali il costo sostenuto per estendere il servizio a un individuo supplementare è zero ed è impossibi-
le impedire agli individui di farne un uso. Un chiaro esempio di bene pubblico è la difesa: una na-
zione che protegge la propria libertà dalle invasioni straniere offre tale servizio a tutti cittadini, che
essi lo richiedano o meno. Lo Stato deve procurarsi le entrate per acquistare beni pubblici e per i
programmi di redistribuzione del reddito. Tali entrate provengono dalle imposte sui redditi personali
e delle imprese, sulle vendite di beni di consumo e da altri tipi di imposte. Supponiamo che il siste-
ma economico sia pienamente efficiente: anche se il sistema di mercato fosse perfetto, i risultati po-
trebbero comunque rivelarsi insoddisfacenti. I mercati non producono necessariamente una distribu-
zione del reddito che si possa considerare socialmente equa. È possibile che un'economia di mercato
determini disuguaglianze di reddito e consumo inaccettabili per gli elettori. Per ridurre la sperequa-
zione del reddito gli strumenti a disposizione dello Stato sono in primo luogo adottare l'imposizione
fiscale progressiva, che consiste nel tassare di più i redditi elevati e di meno quelli più modesti. In
Italia il principale esempio di imposizione fiscale progressiva è rappresentato dall'IRPEF. In secon-
do luogo le pubbliche amministrazioni possono effettuare l'assistenza agli anziani, ai ciechi, ai disa-
bili, ai genitori con figli a carico, oltre ai sussidi di disoccupazione. Sin dalle sue origini, il capitali-
smo è stato turbato da periodi di inflazione (aumento dei prezzi) e recessione (tasso di disoccupa-
zione elevato). Queste fluttuazioni sono note come ciclo economico. L’attento impiego di politiche
fiscali monetarie consente allo stato di influenzare la produzione, l'occupazione e l'inflazione: le po-
litiche fiscali rappresentano il potere di far pagare le imposte e di spendere, mentre le politiche mo-
netarie consistono nella determinazione dell'offerta di moneta e dei tassi d'interesse, che influenza-

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no gli investimenti in beni capitali e altre spese sensibili ai tassi d'interesse. Con questi due strumen-
ti fondamentali della politica macroeconomica lo Stato può influenzare la spesa totale, il tasso di
crescita e il livello di produzione, i tassi di occupazione e disoccupazione, il livello dei prezzi e il
tasso di inflazione di un sistema economico. Grazie allo sviluppo della macroeconomia, a partire
dagli anni trenta gli stati sono riusciti ad attenuare gli eccessi di inflazione e disoccupazione. Tutte
le economie industriali avanzate sono caratterizzate da un'economia mista in cui il mercato stabili-
sce i livelli di produzione e i prezzi in quasi tutti settori, mentre lo Stato guida l'andamento econo-
mico generale mediante programmi di imposizione fiscale, spesa e regolamentazione monetaria.

Fallimento della mano invisibile Intervento dello Stato Esempi attuali di politica statale
Inefficienza
Monopolio Intervento nei mercati Leggi antitrust
Esternalità Intervento nei mercati Leggi antinquinamento, antifumo
Beni pubblici Sovvenzioni alle attività di pubblica Difesa nazionale, fari
utilità
Sperequazione
Sperequazioni inaccettabili di reddito Redistribuzione del reddito Imposizione fiscale progressiva sul
e ricchezza reddito e sulla ricchezza; trasferimenti
assistenziali
Problemi macroeconomici
Cicli economici (elevati tassi di infla- Stabilizzazione tramite politiche ma- Politiche monetarie (modifiche del-
zione e disoccupazione) croeconomiche l’offerta di moneta e dei tassi di inte-
resse). Politiche fiscali (relative a im-
poste e spese)
Crescita economica lenta Stimolazione della crescita economica Investimenti nell’istruzione pubblica;
riduzione del deficit di bilancio e au-
mento del tasso di risparmio nazionale

Capitolo III: Elementi fondamentali di domanda e offerta (pag. 45 – 63)


La scienza economica dispone di un ottimo strumento per spiegare mutamenti che avvengono nel
sistema economico: la teoria della domanda dell'offerta, secondo la quale le preferenze dei consu-
matori determinano la domanda di consumo dei beni mentre costi sostenuti dalle imprese sono alla
base dell'offerta dei beni. Se per esempio il prezzo del petrolio scende, significa che la domanda di
petrolio è diminuita oppure che l'offerta di quel bene è aumentata.
La scheda di domanda
Mantenendo costante ogni altro elemento, maggiore è il prezzo di un bene, meno saranno le unità di
quel bene che i consumatori desiderano acquistare; minore è il prezzo di mercato, più saranno le
unità acquistate. Esiste una precisa relazione tra il prezzo di mercato di un bene e la quantità richie-
sta, a condizione di tutti gli altri elementi rimangono costanti: tale relazione tra prezzo e quantità ac-
quistata è detta scheda di domanda o curva di domanda. La curva di domanda è la rappresentazione
grafica della scheda di domanda. La legge della domanda con pendenza negativa si basa sia sul sen-
so comune sia sulla teoria economica, ed è stata provata e verificata empiricamente pressoché per
tutti tipi di beni. Se il prezzo subisce un incremento, la quantità domandata tende a diminuire per
due motivi. Il primo di questi è l'effetto di sostituzione: l'aumento del prezzo di un bene a fa sì che
esso venga sostituito con altri beni simili. Il secondo motivo che determina la diminuzione degli ac-
quisti in seguito ad un aumento di prezzo è l'effetto reddito: se il prezzo di un bene aumenta, il con-
sumatore diventa più povero.
Scheda di domanda di fiocchi di mais

Prezzo (euro a scatola) Quantità domandata (milioni di scatole/anno)


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4 10
3 12
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Curva di domanda di fiocchi di mais
Prezzo dei fiocchi di mais (euro a scatola)

Quantità di fiocchi di mais (milioni di scatole/anno)

Le componenti fondamentali della domanda sono i gusti ed i bisogni individuali. La curva di do-
manda del mercato si ottiene sommando le quantità domandate da tutti gli individui ad ogni livello
di prezzo. Gli elementi che influenzano la curva di domanda sono:
• il reddito medio dei consumatori è un fattore determinante della domanda. Se il reddito degli
individui aumenta, essi tendono ad acquistare maggiore quantità di tutti beni, anche se il
prezzo non subisce variazioni;
• le dimensioni del mercato, supponendo che esse dipendono dal numero di abitanti, hanno un
chiaro effetto sulla curva di domanda;
• i prezzi e la disponibilità di beni correlati influenzano la domanda di un bene; la domanda
del bene A tende ad essere limitata se il prezzo del prodotto sostituivo B è basso, e vicever-
sa;
• a questi elementi oggettivi va aggiunto un insieme di elementi soggettivi, definiti gusti o pre-
ferenze;
• infine, la domanda di alcuni beni e spesso dipende da influenze particolari come le aspettati-
ve sulle condizioni economiche future.
Le variazioni di fattori diversi dal prezzo di un bene che influiscono sulla quantità acquistata sono
definite variazioni della domanda, che aumenta (o diminuisce) quando aumenta (o diminuisce) la
quantità richiesta a ciascun livello di prezzo. Non bisogna confondere gli spostamenti sulle curve
con lo spostamento delle curve. È molto importante non confondere una variazione della domanda
(che denota uno spostamento della curva di domanda) con una variazione della quantità domandata
(cioè lo spostamento in un punto diverso sulla medesima curva di domanda in seguito ad una varia-
zione di prezzo).

Spostamento della curva

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La scheda di offerta
L'offerta di un mercato implica le condizioni alle quali le imprese producono e vendono i loro pro-
Prezzo dei fiocchi di mais (euro a scatola)
dotti. La scheda di offerta di un bene (e la sua rappresentazione grafica, la curva di offerta) mostra
la relazione esistente tra il prezzo di mercato e la quantità di tale bene che le imprese desiderano
produrre e vendere, a parità di altri fattori.

Scheda di offerta di fiocchi di mais

Prezzo (euro a scatola) Quantità domandata (milioni di scatole/anno)


5 18
4 16
3 12

Curva di offerta di fiocchi di mais

Quantità di fiocchi di mais (milioni di scatole all’anno)

Dall'analisi delle forze che determinano la curva di offerta emerge un dato fondamentale sul com-
portamento delle imprese: i produttori offrono beni per trarne un profitto. Uno dei principali ele-
menti che influenzano la curva di offerta è il costo di produzione. Se i costi di produzione di un
bene sono bassi rispetto al suo prezzo di mercato, è vantaggioso produrne in grandi quantità; se in-
vece i costi di produzione sono elevati rispetto al prezzo, le imprese riducono la produzione. I costi
di produzione sono determinati soprattutto dai prezzi dei fattori produttivi e dal progresso tecnologi-
co. I costi dei fattori produttivi, quali il lavoro, energia o macchinari, hanno ovviamente una notevo-
le influenza sul costo sostenuto per produrre un dato livello di output. Un altro importante elemento
che influenza i costi di produzione è rappresentato dal progresso tecnologico, ovvero i cambiamenti
nelle tecniche produttive che riducono la quantità dei fattori necessari a produrre una determinata
quantità di output. Le imprese sono sempre attente alle opportunità alternative di utilizzo delle loro
attività patrimoniali, per cui l'offerta è influenzata anche dei prezzi dei beni correlati, in particolare
quei beni che nel processo produttivo rappresentano output facilmente sostituibili l’uno con l'altro.
Anche le politiche governative hanno una notevole influenza sulla curva di offerta. Considerazioni
di carattere ambientale e sanitario determinano i tipi di tecnologie da utilizzare, mentre le imposte e
le leggi sul salario minimo possono provocare un sensibile aumento dei prezzi degli input. Infine
sulla curva di offerta si ripercuotono influenze particolari. Le condizioni atmosferiche, per esempio,
esercitano una forte influenza sull'agricoltura e sull'industria degli sport invernali. Le variazioni di

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fattori diversi dal prezzo di un bene che influiscono sulla quantità offerta sono definite anche varia-
zioni dell'offerta, che aumenta (o diminuisce) quando aumenta (o diminuisce) la quantità offerta a
ciascun livello di prezzo di mercato.
Equilibrio di domanda e offerta
Domanda e offerta interagiscono per produrre un prezzo e una quantità di equilibrio, ossia un equi-
librio di mercato. L'equilibrio di mercato è dato dal prezzo e dalla quantità in corrispondenza dei
quali le forze dell'offerta e della domanda si bilanciano; al prezzo di equilibrio la quantità che i con-
sumatori desiderano acquistare è pari alla quantità che i produttori desiderano vendere. Il prezzo di
equilibrio è dato dunque dall'intestazione delle curve di domanda e offerta. Al prezzo di equilibrio
non si verificano eccessi di domanda o di offerta.
D
O

Punto di equilibrio

Variazione dell’offerta D
O1
O

E1

D1
Variazione della domanda D
O

E E1

La variazione degli elementi che influenzano la domanda e l’offerta comporta spostamenti delle
curve di domanda o di offerta, e dunque cambiamenti dell'equilibrio di mercato relativamente a
prezzo e quantità. Un aumento del prezzo del pane accompagnato da una diminuzione della quantità
venduta, per esempio, può significare che la curva di offerta si è spostata sinistra, mentre un aumen-
to del prezzo accompagnato da un aumento della quantità può significare che la curva di domanda
dei fiocchi di mais si è spostata verso destra. Il meccanismo di mercato, determinando i prezzi e le
quantità di equilibrio di tutti gli input e gli output, distribuisce (o raziona) i beni scarsi a disposizio-
ne della società tra i possibili utilizzi. Attraverso l'interazione di domanda offerta si ha un "raziona-
mento con il portafoglio". Cosa produrre? La risposta questa domanda va ricercata nei segnali con-
tenuti nei prezzi di mercato. Prezzi elevati del petrolio ne stimolano la produzione, mentre prezzi
contenuti dei generi alimentari sottraggono risorse all'agricoltura. Per chi produrre? Il potere del
portafoglio detta la distribuzione del reddito e del consumo. Anche il problema del come produrre

9
viene risolto dalla domanda dell'offerta. Quando i prezzi del petrolio sono elevati, le società petroli-
fere non esitano a effettuare profonde trivellazioni in mare aperto ed a utilizzare nuove tecniche si-
smografiche per trovare il petrolio.

CAPITOLO IV: Domanda e offerta dei prodotti (pag. 67 – 84)


Elasticità di domanda e offerta
Per trasformare le curve di domande di offerta in strumenti utili, è necessario sapere in che misura
la domanda e l'offerta rispondono alle variazioni di prezzo. L'elasticità della domanda rispetto al
prezzo (talvolta definita semplicemente elasticità rispetto al prezzo) misura la variazione della
quantità domandata di un bene al variare del prezzo. L'elasticità rispetto al prezzo può essere defini-
ta in modo più preciso come la variazione percentuale della quantità domandata diviso per la varia-
zione percentuale del prezzo. Quando l'elasticità rispetto al prezzo di un bene è elevata, si dice che
la domanda di quel bene è "elastica", cioè che la quantità domandata del bene risponde sensibil-
mente alle variazioni di prezzo. Quando l'elasticità rispetto al prezzo di un bene è scarsa, la doman-
da è "anelastica", per cui la quantità domandata non subisce modifiche di rilievo in seguito alle va-
riazioni di prezzo. Per i beni di prima necessità la domanda tende ad essere anelastica; al contrario, i
beni di lusso, possono facilmente essere sostituiti se i loro prezzi aumentano. L'elasticità rispetto al
prezzo dei singoli beni dipende da fattori economici, e tende ad essere più elevata per il beni di lus-
so, quando sono disponibili beni sostitutivi e quando i consumatori hanno più tempo per adattare il
loro comportamento alla nuova situazione. L'elasticità rispetto al prezzo, ED, può essere definita in
modo più preciso come la variazione percentuale della quantità domandata divisa per la variazione
percentuale del prezzo.

Elasticità della domanda rispetto al prezzo

Variazione percentuale della quantità domandata


ED =
Variazione percentuale del prezzo

Quando una variazione di prezzo del 1% genera una variazione della quantità domandata superiore
all'1%, si ha una domanda elastica rispetto al prezzo. Quando una variazione di prezzo del 1% pro-
duce una variazione della quantità domandata inferiore all'1%, si ha una domanda anelastica rispet-
to al prezzo. Un'importante caso speciale riguarda la domanda ad elasticità unitaria, che si ha quan-
do la variazione percentuale della quantità è esattamente uguale alla variazione percentuale del
prezzo.
Il ricavo totale è uguale al prezzo per la quantità (P x Q). Se i consumatori acquistano 5 unità a 3
euro ciascuna, il ricavo totale sarà di € 15. Se l'elasticità della domanda rispetto al prezzo è nota, si
può calcolare quali saranno gli effetti di una variazione del prezzo sulla ricavo totale:
• se la domanda è anelastica rispetto al prezzo, una diminuzione del prezzo riduce il ricavo to-
tale;
• se la domanda è elastica rispetto al prezzo, in una diminuzione del prezzo aumenta il ricavo
totale;
• nel caso limite della domanda ad elasticità unitaria, una diminuzione del prezzo non modi-
fica il ricavo totale.
L'aumento o la diminuzione dei prezzi non comportano unicamente variazione dei consumi. Anche
le decisioni di offerta delle imprese sono più meno sensibili alle variazioni di prezzo. L'elasticità
dell'offerta rispetto al prezzo misura la variazione percentuale della quantità offerta divisa per la va-
riazione percentuale del prezzo. L'offerta viene definita elastica o anelastica a seconda che la varia-
zione percentuale della quantità sia maggiore o minore della variazione percentuale del prezzo. Nel
caso limite dell'offerta ad elasticità unitaria, dove l'elasticità dell'offerta rispetto al prezzo è pari a 1,

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l'aumento percentuale della quantità offerta è esattamente uguale all'aumento percentuale del prez-
zo.

Elasticità dell’offerta rispetto al prezzo

Variazione percentuale della quantità offerta


EO =
Variazione percentuale del prezzo

La figura mostra tre importanti casi di elasticità dell'offerta: la curva di offerta verticale indica l'of-
ferta perfettamente anelastica, la curva orizzontale rappresenta l'offerta perfettamente elastica, men-
tre la linea retta che attraversa l'origine rappresenta il caso limite dell'elasticità unitaria. Tra i fattori
che determinano l'elasticità dell'offerta il principale è la facilità con cui è possibile aumentare la
produzione in un determinato settore. Un altro importante fattore che influenza l'elasticità dell'offer-
ta è il periodo di tempo preso in considerazione. Una determinata variazione di prezzo tende ad ave-
re un effetto maggiore sulla quantità offerta man mano che aumenta il tempo a disposizione dei pro-
duttori per far fronte a tale cambiamento.

Elasticità dell’offerta Eo= 0


Eo= 1

Eo= ∞

Applicazioni di domanda e offerta


Uno degli scenari più interessanti per l'applicazione di domanda e offerta è il settore agricolo. I mi-
glioramenti delle tecnologie agricole determinano un sensibile aumento dell'offerta, mentre la do-
manda di generi alimentari aumenta meno che proporzionalmente rispetto al reddito, e quindi prezzi
del libero mercato dei generi alimentari tendono a diminuire. Un'imposta su un bene sposta l'equili-
brio di domanda e offerta. L'onere fiscale ricade più pesantemente sui consumatori che sui produtto-
ri nella misura in cui la domanda è anelastica rispetto all'offerta. Talvolta lo Stato interferisce nel-
l'andamento dei mercati concorrenziali imponendo livelli di prezzi massimi o minimi. In tali situa-
zioni la quantità offerta non corrisponde più alla quantità domandata: l'imposizione di prezzi massi-
mi produce un eccesso di offerta, mentre prezzi minimi provocano un eccesso di domanda.

CAPITOLO V: Domanda e comportamento del consumatore (pag. 85 – 107)


Utilità indica soddisfacimento: più precisamente, questo termine si riferisce alla misura in cui deter-
minati beni o servizi vengono preferiti dai consumatori. Non bisogna credere che l'utilità sia una
funzione psicologica o una sensazione che si può osservare o misurare. Al contrario, si tratta di un
concetto scientifico utilizzato dagli economisti per capire il modo in cui i consumatori razionali ri-
partiscono le loro risorse limitate tra i beni che consentono di soddisfare i loro bisogni. In che modo
l'utilità può essere applicata alla teoria della domanda? Supponiamo che il consumo della prima uni-
tà di un bene, per esempio il gelato, dia all'individuo un certo livello di soddisfacimento o utilità.
Supponiamo ora che lo stesso individuo consumi una seconda unità di gelato: l'utilità totale aumen-
terà, in quanto la seconda unità del bene fornisce un’utilità aggiuntiva. E se egli consumasse una
terza e una quarta quantità dello stesso bene? Alla fine, invece di trarne utilità aggiuntiva, l'indivi-
duo si troverà con il mal di pancia. Se si consuma un'unità aggiuntiva di gelato, si ottiene un soddi-

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sfacimento maggiore, o utilità aggiuntiva. L'incremento dell'utilità per il consumatore si definisce
utilità marginale. La legge dell'utilità marginale decrescente afferma che all'aumentare del consu-
mo di un bene l'utilità marginale di quel bene tende a diminuire. L'utilità totale derivante dal consu-
mo di una determinata quantità è uguale alla somma delle utilità marginali fino a quel punto.
U U

Q
Q
Utilità totale Utilità marginale

Nel 1738 Daniel Bernoulli osservò che gli individui si comportano come se il denaro che possono
vincere in una scommessa avesse meno valore di quello che rischiano di perdere; questo significa
che non amano il rischio e che quantità sempre maggiori di moneta garantiscono loro incrementi
sempre minori di utilità reale. Supponiamo che un consumatore cerchi di massimizzare la propria
utilità, ovvero scelga i beni che preferisce tra quelli disponibili. Il principio di utilità marginali
uguali per euro speso per ciascun bene afferma che la condizione essenziale per ottenere la massi-
ma soddisfazione o utilità e far fronte ai prezzi di mercato dei beni e che un consumatore con reddi-
to dato ottiene il massimo soddisfacimento quando l'utilità marginale dell'ultimo euro speso per un
bene è esattamente uguale all'utilità marginale dell'ultimo euro speso per qualsiasi altro bene. L'uti-
lità marginale per euro di tutti beni nell'equilibrio del consumatore è definita utilità marginale del
reddito; essa misura l'utilità aggiuntiva che il consumatore otterrebbe se potesse spendere un euro in
più per il consumo. La condizione essenziale per l'equilibrio del consumatore può essere scritta in
termini di utilità marginali (UM) e prezzi (P) di beni diversi nel seguente modo:

UM bene1 UM bene2 UM bene3


= = = .......
P1 P2 P3

La regola fondamentale del comportamento del consumatore consente di spiegare il motivo per cui
le curve di domanda hanno tendenza negativa. Per semplicità supponiamo che l'utilità marginale per
euro di reddito venga mantenuta costante, mentre il prezzo del bene 1 aumenta. Se la quantità con-
sumata non varia, il primo rapporto (UM bene1 / P1) sarà minore dell'utilità marginale per euro di tutti
gli altri beni. Quindi, poiché l’aumento di prezzo di un bene riduce il consumo desiderato di quel
bene, le curve di domanda hanno tendenza negativa. L'effetto di sostituzione è il fattore più evidente
per spiegare la tendenza negativa delle curve di domanda. Se il prezzo del caffè sale e gli altri prez-
zi rimangono costanti, significa che il caffè è diventato relativamente più caro; come conseguenza,
la domanda di caffè diminuirà e aumenterà il consumo di prodotti che possono in qualche modo so-
stituirlo, come per esempio il tè. Se il reddito monetario di un individuo è fisso, un aumento dei
prezzi si traduce in una riduzione del suo reddito reale, ossia dell'ammontare effettivo di beni e ser-
vizi acquistabili con il reddito monetario. L'effetto reddito indica infatti l'impatto di una variazione
di prezzo sulla quantità domandata di un bene risultante dall'effetto della variazione di prezzo sui
redditi reali dei consumatori. Poiché un reddito reale inferiore in genere determina una riduzione del
consumo, di norma l'effetto reddito rafforza l'effetto di sostituzione, contribuendo a far sì che la cur-
va di domanda abbia tendenza negativa. Gli effetti reddito e di sostituzione si combinano per deter-

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minare le caratteristiche principali dei diversi beni. In alcune circostanze la curva di domanda risul-
tante è molto elastica rispetto al prezzo, per esempio quando il consumatore spende una quota rile-
vante del proprio reddito per l'acquisto di un determinato bene, o quando sono presenti beni sostitu-
tivi. La curva di domanda di mercato di un bene si ottiene sommando le quantità richieste da tutti i
consumatori. Ciascun individuo è diverso dagli altri: i redditi di alcuni sono elevati e quelli di altri
modesti; alcuni amano il caffè, altri preferiscono il tè. Per ottenere la curva di domanda di mercato
occorre sommare tutte le quantità che diversi consumatori acquistano ad un determinato prezzo; la
quantità totale sarà quindi rappresentata da un punto sulla curva di domanda di mercato. Un incre-
mento del reddito tende a far aumentare la quantità di ciascun bene che gli individui sono disposti
ad acquistare. I beni di consumo di prima necessità tendono essere meno sensibili alle variazioni di
reddito rispetto alla maggior parte degli altri beni, mentre i beni di lusso mostrano una maggiore
sensibilità tra le variazioni. Vi sono poi altri beni anomali, detti beni inferiori, il cui consumo può
diminuire all'aumentare del reddito, in quanto possono essere sostituiti con altri beni più apprezzati.
La curva di domanda mostra in quale misura la quantità domandata di un bene varia al variare del
prezzo del bene; dato tuttavia che la domanda è influenzata anche dai prezzi degli altri beni, dai red-
diti dei consumatori e da influenze particolari, la curva di domanda viene tracciata presupponendo
che tali elementi rimangano costanti. Se invece essi variano, la curva di domanda si sposta verso de-
stra o verso sinistra. A e B sono beni sostitutivi se un aumento di prezzo del bene A determina un in-
cremento della domanda del bene sostitutivo B. Al contrario, le automobili e la benzina, sono beni
complementari, in quanto ad un aumento di prezzo del bene A vi è una diminuzione della domanda
del bene complementare B. Nel mezzo si situano i beni indipendenti, come i libri di testo. Esistono
situazioni in cui un governo, con molta circospezione, decide di disciplinare le scelte private di indi-
vidui adulti: è il caso dei cosiddetti beni meritevoli considerati positivi in sé e, all'opposto, dei beni
non meritevoli, ritenuti dannosi. Il consumo dei beni non meritevoli di solito è talmente deleterio da
rendere accettabile la limitazione della libertà di scelta personale. Oggi molte società civili prevedo-
no l'istruzione pubblica e l'assistenza sanitaria gratuite, ma che penalizzano o proibiscono l'uso di
sostanze nocive come le sigarette, le bevande alcoliche o l'eroina. Il costo globale delle sostanze
stupefacenti sarebbe inferiore se le proibizioni fossero meno severe e le risorse attualmente impie-
gate per limitare l'offerta fossero invece spese in cure e sostegno morale e psicologico.
Più di due secoli fa Adam Smith introdusse il paradosso del valore. Egli scrisse: "niente è più utile
dell'acqua, ma con essa non si può acquistare praticamente nulla. Al contrario, un diamante ha uno
scarso valore d'uso, ma può essere spesso scambiato con moltissimi altri beni". Questo paradosso
turbava Smith circa 200 anni fa, ma oggi si sa che può essere risolto come segue: "le curve di do-
manda e offerta di acqua si intersecano a un livello di prezzo molto basso, mentre la domanda e l'of-
ferta dei diamanti determinano un prezzo di equilibrio molto elevato". Il paradosso del valore può
essere risolto nel seguente modo: maggiore è la quantità disponibile di un bene, meno desiderabile
sarà l'ultima unità consumata. Risulta quindi chiaro il motivo per cui il prezzo dell'acqua è basso e
perché un bene indispensabile come l'aria può diventare addirittura un bene libero. Il paradosso del
valore mette in evidenza il fatto che il valore monetario di un bene può essere fuorviante quale indi-
catore del valore economico totale di quel bene. Il divario esistente tra l'utilità totale di un bene e il
suo valore totale di mercato è detto rendita (o surplus) del consumatore. Tale rendita deriva dal fatto
che l'individuo riceve più di quanto paga, come conseguenza della legge dell'utilità marginale de-
crescente. Supponiamo che il prezzo dell'acqua sia un euro al litro; il consumatore dovrà quindi va-
lutare quante caraffe da un litro acquistare a quel prezzo. Per il primo litro, che ha un valore molto
elevato in quanto impedisce di morire di sete, egli è disposto a pagare 9 euro; dato però che il prez-
zo di mercato del primo litro è soltanto di un euro, il consumatore otterrà una rendita di 8 euro. Il
secondo litro vale invece 8 euro, ma poiché il prezzo è sempre di un euro, la rendita del consumato-
re sarà di 7 euro; e così di seguito fino al nono litro, che per il consumatore vale soltanto € 0,50 e
quindi non viene acquistato. L'equilibrio del consumatore e rappresentato dal punto dove 8 litri d'ac-
qua vengono comprati al prezzo di 1 euro. Quest'esempio consente di fare un importante osserva-
zione: anche se il consumatore paga soltanto 8 euro, il valore totale dell'acqua è di 44 euro, risultato

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che si ottiene sommando le colonne dell'utilità marginale. Il consumatore ha quindi ottenuto una
rendita di € 36 sulla somma pagata.
Analisi geometrica dell’equilibrio del consumatore
Supponiamo che un consumatore acquisti combinazioni diverse di due beni, per esempio generi ali-
mentari e vestiario, a prezzi dati. Supponiamo che, posto di fronte a due combinazioni diverse, il
consumatore sia sempre in grado di dire se ne preferisce una all'altra, oppure se la scelta di una o
dell'altra combinazione gli è indifferente. Supponiamo ora che sia A sia B costituiscono per il con-
sumatore scelte ugualmente accettabili, gli sia cioè indifferente ottenere la prima o la seconda, e
consideriamo ulteriori combinazioni riguardo alle quali il consumatore è ugualmente indifferente.
Nella figura tali combinazioni diverse sono rappresentate in un grafico. Le unità di vestiario sono
misurate su un asse e le unità di generi alimentari sull'altro; i punti A, B, C e D rappresentano le
quattro combinazioni di beni. La curva della figura che collega i quattro punti, è una curva di indif-
ferenza. Quanto più un bene scarso, tanto maggiore è il suo valore relativo di sostituzione; la sua
utilità marginale cresce rispetto all'utilità marginale del bene che è diventato abbondante. Passando
da A a B si sostituirebbero quindi tre delle sei unità di vestiario disponibili con una unità aggiuntiva
di generi alimentari. Spostandosi da B a C, verrebbe invece sacrificata una sola unità di vestiario tra
quelle rimanenti per ottenere una terza unità di generi alimentari, uno scambio 1 a 1. Collegando i
punti A e B della figura, si scopre che il valore della pendenza della linea risultante è pari a 3. Con-
giungendo B e C si ottiene una pendenza di 1, mentre collegando C e D la pendenza ottenuta è pari
a 0,5. Queste cifre rappresentano il rapporto di sostituzione dei due beni. Quanto più piccolo è lo
spostamento sulla curva, tanto più il rapporto di sostituzione si avvicina alla pendenza effettiva del-
la curva di indifferenza. La pendenza della curva di indifferenza è la misura dell'utilità marginale re-
lativa dei beni, o delle condizioni di sostituzione alle quali, per variazioni molto limitate, il consu-
matore sarebbe disposto a scambiare un po’ di un bene per ottenere un poco di più dell'altro bene.
Tralasciamo per un momento la mappa di indifferenza del consumatore e assegniamo a quest'ultimo
un reddito fisso. Supponiamo che egli possa spendere sei euro al giorno e che il prezzo di ciascuna
unità di generi alimentari e di vestiario sia fisso: € 1,50 per i generi alimentari e un euro per il ve-
stiario. È chiaro che il consumatore potrebbe spendere il proprio denaro per acquistare una qualsiasi
delle numerose combinazioni alternative di generi alimentari e vestiario. La retta di bilancio NM
riassume tutte le possibili combinazioni dei due beni che favoriscono il reddito del consumatore. La
pendenza di NM è 3/2, cioè il rapporto tra il prezzo dei generi alimentari e quello del vestiario. Tale
pendenza significa che, dati i prezzi, ogni volta che il consumatore rinuncia a 3 unità di vestiario
può ottenere due unità aggiuntive di generi alimentari. NM è pertanto definita retta di bilancio o
vincolo di bilancio. La retta di bilancio può essere sovrapposta alla mappa di indifferenza del consu-
matore. Il consumatore, ovviamente, si sposta verso il punto che genera il più alto grado di soddi-
sfacimento e che in questo caso e rappresentato dal punto B.

A
U
Vestiario B

C
D Generi alimentari
L'equilibrio del consumatore si raggiunge nel punto in cui la retta di bilancio è tangente alla curva
di indifferenza più elevata, vale a dire dove il rapporto di sostituzione è esattamente uguale alla pen-
denza della retta di bilancio. M

PGa UMGa

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= rapporto di sostituzione =
PV UMV

Supponiamo che il reddito giornaliero del consumatore sia dimezzato e che i due prezzi rimangono
invariati. La retta ha subito uno spostamento parallelo verso l'interno. Supponiamo ora che il reddito
giornaliero ammonti a sei euro, ma che il prezzo dei generi alimentari aumenti da 1,50 a 3 euro,
mentre quello del vestiario rimane invariato. Anche in questo caso la retta di bilancio subisce una
variazione: questo provoca una rotazione della retta di bilancio.

CAPITOLO VI: Produzione e organizzazione delle imprese (pag. 109 – 123)


Teoria della produzione e prodotti marginali
Un'economia moderna prevede una vasta gamma di attività produttive. La trattazione presuppone
che l'azienda si sforzi di produrre in modo efficiente, ossia al minor costo possibile; essa cerca cioè
di produrre sempre il livello massimo di output per una data quantità di input, evitando, dove possi-
bile, qualsiasi spreco. In un secondo tempo presupporremo che, nel decidere quali beni o servizi
produrre e vendere, le imprese tentino anche di massimizzare i profitti. La relazione tra la quantità
di input necessaria e la quantità di output producibile è definita "funzione di produzione". La funzio-
ne di produzione è la relazione tra la quantità massima di output ottenibile e la quantità di input ne-
cessaria per ottenerla, ed è definita per un determinato livello di conoscenze tecniche. A partire dalla
funzione di produzione di un'impresa è possibile calcolare tre importanti concetti relativi alla produ-
zione: il prodotto totale, il prodotto medio e quello marginale. Il prodotto totale fisico, o prodotto
totale, indica la quantità totale di output prodotto in unità fisiche. Il prodotto marginale di un input
è prodotto il aggiuntivo, o output aggiunto da un’unità addizionale di quel tipo di input, mentre tutti
gli altri input sono mantenuti costanti. Infine, il prodotto medio è quello che misura l’output totale
diviso per le unità totali di input.

Unità di lavoro Prodotto totale Prodotto marginale Prodotto medio


0 0
1 2000 2000 2000
2 3000 1000 1500
3 3500 500 1167
4 3800 300 950
5 3900 100 780

La legge dei rendimenti decrescenti afferma che, aggiungendo quantità addizionali di un input e
mantenendo costanti tutti gli altri, s'otterranno quantità aggiuntive di output sempre minori. Se si
aggiungono quantità di un fattore come il lavoro ad una quantità fissa di terra, macchinari e altri in-
put, il lavoro potrà contare su quantità sempre minori degli altri fattori. Di conseguenza, la terra di-
venterà più affollata, i macchinari sovrautilizzati ed il prodotto marginale del lavoro diminuirà. I
rendimenti decrescenti sono un fattore chiave per spiegare la povertà di molti paesi asiatici, il tenore
di vita nei paesi ad alta densità di popolazione è basso perché vi sono troppi lavoratori per ettaro di
terra e non perché gli agricoltori sono incapaci o non rispondono agli incentivi economici. In alcuni
casi vi può essere tuttavia interesse ad aumentare tutti gli input. Questo fa riferimento ai rendimenti
di scala, ossia agli effetti degli incrementi in scala degli input sulla quantità prodotta; in altre parole,
i rendimenti di scala riflettono la reazione del prodotto totale quando tutti i fattori aumentano pro-
porzionalmente. Occorre distinguere tre casi importanti:
• I rendimenti di scala costanti si hanno quando una variazione di tutti gli input determina una
variazione proporzionale degli output.
• I rendimenti di scala crescenti (detti anche economie di scala) si hanno quando un aumento
di tutti gli input produce un incremento più che proporzionale del livello di output.

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• I rendimenti di scala decrescenti si verificano quando un aumento proporzionale di tutti gli
input produce un incremento meno che proporzionale dell’output totale.
Per tener conto del ruolo del tempo nella produzione nei costi, si distinguono due diversi periodi di
tempo. Si definisce breve periodo quello in cui le imprese possono variare la produzione modifican-
do i fattori variabili, come materiali ed il lavoro, ma non i fattori fissi, come il capitale; il lungo pe-
riodo è invece quello in cui le imprese hanno la possibilità di variare tutti i fattori, incluso il capita-
le. Il progresso tecnologico si riferisce a miglioramenti dei processi produttivi di beni e servizi, a
variazioni di prodotti già esistenti o all'introduzione di nuovi prodotti. Bisogna distinguere tra inno-
vazione di processo, che si ha quando migliorano o vengono introdotte tecniche produttive, e inno-
vazione di prodotto, che si verifica quando sul mercato vengono introdotti prodotti nuovi o migliori.
La produttività è una delle più importanti misure della prestazione economica e si esprime come
rapporto tra l’output totale e una media ponderata degli input. Si può avere la produttività del fattore
lavoro che misura la quantità di output per unità di lavoro, oppure la produttività totale dei fattori
che misura l’output per unità di input totali (capitale e lavoro). La produttività aumenta grazie all'e-
conomie di scala e al progresso tecnologico. Benché i rendimenti di scala crescenti siano potenzial-
mente elevati in numerosi settori, è possibile che ad un certo punto prevalgano i rendimenti di scala
decrescenti. L'aumento delle dimensioni delle imprese, per esempio, complica i problemi di gestio-
ne e di coordinamento. Nella continua ricerca di profitti elevati, un'impresa può espandersi geogra-
ficamente oppure ampliare la produzione oltre le proprie capacità di gestione. È probabile poi che
un'impresa abbia un solo direttore generale, un unico direttore finanziario e un solo consiglio di am-
ministrazione. Il minor tempo a disposizione per studiare i mercati, e per prendere le diverse deci-
sioni, può far si che in alcuni casi i dirigenti si estranino dalla produzione quotidiana e commettano
quindi degli errori.
Organizzazione delle imprese
Le imprese esistono per varie ragioni, la più importante delle quali è che esse sono organizzazioni
specializzate che si dedicano alla gestione del processo produttivo. Tra le loro funzioni principali si
annoverano lo sfruttamento dell'economia della produzione in serie, il reperimento di fondi e l'orga-
nizzazione del processo produttivo. Per produrre in modo efficiente sono necessari macchinari e sta-
bilimenti specializzati, catene di montaggio e la divisione del lavoro in numerose operazioni. La se-
conda funzione delle imprese è il reperimento delle risorse per la produzione su vasta scala. Ma da
dove provengono tali fondi? Ai giorni nostri, in un'economia basata sull'impresa privata, la maggior
parte dei fondi proviene dei profitti delle imprese o dai prestiti contratti sui mercati finanziari. Un
terzo motivo alla base dell'esistenza delle imprese è costituito dalla necessità di gestire il processo
produttivo. Un manager è una persona che organizza la produzione, introduce nuove idee, prodotti
o processi, prende le decisioni aziendali ed è ritenuto responsabile dei successi o dei fallimenti del-
l'impresa. Le imprese individuali sono le classiche piccole imprese a conduzione familiare. Tra le
imprese sono molto diffuse ma presentano volumi di vendite totali limitati. In quasi tutti i casi si
tratta di attività che richiedono un enorme impegno da parte dei proprietari, che arrivano a lavorare
cinquanta o sessanta ore la settimana e spesso rinunciano alle ferie. Spesso un'impresa necessità del-
la collaborazione di diversi specialisti. Due o più persone possono riunirsi per formare una società
di persone; tutti i soci accettano di fornire parte del lavoro e del capitale, di suddividere profitti deri-
vanti dall'attività, e naturalmente di ripartirsi di eventuali debiti o perdite. Oggi le società di persone
rappresentano soltanto una piccola parte dell'attività economica complessiva. Il principale svantag-
gio è costituito dalla responsabilità illimitata: i soci sono infatti responsabili senza limitazioni di
tutti i debiti contratti dalla società. In un'economia di mercato avanzata, gran parte dell'attività eco-
nomica si svolge in società per azioni private. Una moderna società per azioni è una forma di orga-
nizzazione aziendale istituita mediante statuto e appartenente a numerosi azionisti; dispone di iden-
tità giuridica ben definita e può essere in effetti considerata come una persona giuridica che ha la fa-
coltà di acquistare, vendere, contrarre prestiti, produrre beni e servizi e stipulare contratti; tale so-
cietà gode inoltre di responsabilità limitata, per cui gli investimenti nella società di ciascun proprie-
tario sono strettamente limitati a una determinata somma. La proprietà di una società per azioni è

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determinata dal possesso dei titoli ordinari della società; in linea di principio gli azionisti controlla-
no la società di cui sono proprietari. Gli azionisti sono i proprietari della società per azioni, ma la
gestione è affidata ai dirigenti. La società per azioni presenta tuttavia un grosso svantaggio: l'impo-
sta sui profitti della società. Per le imprese diverse dalle società per azioni il reddito al netto delle
spese viene tassato come normale reddito personale, mentre il reddito delle società per azioni subi-
sce una doppia tassazione, in primo luogo come profitto della società e successivamente come red-
dito personale sui dividendi.

CAPITOLO VII: Analisi dei costi (pag. 125 – 146)


Analisi economica dei costi
I costi fissi di un'impresa, anche chiamati "costi generali" o "costi non recuperabili", sono costituiti
da elementi quali canoni di affitto di una fabbrica o di un ufficio, i pagamenti contrattuali per le at-
trezzature, i pagamenti degli interessi sui debiti. Tali costi devono essere sostenuti anche se l'impre-
sa non produce alcun output e non variano al variare della quantità di output prodotta. I costi varia-
bili variano al variare dell'output: essi includono i materiali necessari per la produzione, gli operai
che lavorano nelle catene di montaggio, l'energia richiesta per il funzionamento delle fabbriche. Il
costo totale rappresenta la spesa minima totale necessaria per produrre ciascun livello di output q e
aumenta all'aumentare di q.

CT = CF + CV

Il costo marginale indica il costo aggiuntivo sostenuto per produrre una unità dice male di output. In
alcuni casi il costo marginale sostenuto per produrre un'unità aggiuntiva di output è piuttosto limita-
to. In altre situazioni, invece, il costo di unità aggiuntiva di output può essere elevato. La tabella il-
lustra il calcolo dei costi marginali. Il costo medio unitario è dato dal costo totale diviso per il nu-
mero di unità prodotte.
Costo totale CT
Costo medio unitario = = = CU
Output Q
Si noti che, in un primo tempo, il costo medio unitario diminuisce costantemente; CU raggiunge il
livello minimo di € 40 quando q = 4 e poi cresce lentamente.

Quantità Costo fisso Costo va- Costo tota- Costo Mar-


riabile le ginale uni-
tario
0 55 0 55
1 55 30 85 30
2 55 55 110 25
3 55 75 130 20
4 55 105 160 30
5 55 155 210 40
6 55 225 280 50
7 55 -- 370 --
8 55 -- 410 90

Il costo medio unitario può essere ripartito in componenti fisse e variabili. Il costo fisso unitario
(CFU) viene definito come costi fissi / quantità. Poiché il costo fisso totale è una costante, dividen-
do tale costo per una quantità di output crescente si ottiene una curva del costo fisso unitario in co-
stante discesa. Il costo variabile unitario (CVU) è dato dal costo variabile / output. Il costo variabile
unitario inizialmente presenta un andamento decrescente e successivamente crescente. Spesso si
commette l'errore di confondere il costo medio unitario con il costo marginale anche se il primo può

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essere notevolmente maggiore o minore del secondo. Quando il costo marginale è inferiore al costo
medio unitario, il primo spinge il secondo verso il basso; quando il costo marginale è uguale al co-
sto medio unitario, quest'ultimo non sale non scende e si trova al livello minimo; quando invece il
costo marginale è superiore al costo medio unitario, il primo spinge il secondo verso l'altro.
CM
CU
Costo medio unitario e costo CVU
marginale

CFU

Quantità di output

La curva dei costi di impresa dipende direttamente anche dalla sua funzione di produzione; se, per
esempio, il progresso tecnologico consente all'impresa di produrre la stessa quantità di output ridu-
cendo l'impiego di input, i costi sostenuti dall'azienda diminuiscono e la curva dei costi si sposta
verso il basso. Se i prezzi dei fattori e la funzione di produzione sono noti, è possibile calcolare la
curva dei costi. A titolo di esempio, considerate il costo totale sostenuto per produrre tre tonnellate
di grano. In base alla funzione di produzione, Rossi è in grado di produrre tale quantità con 10 ettari
di terra e 15 ore di lavoro. Il costo totale sostenuto per produrre tre tonnellate di grano sarà quindi
(10 ettari x € 5,50 l’ettaro) più (15 ore x €5 l’ora) = € 130. La relazione esistente tra costo e produ-
zione serve a spiegare il motivo per cui le curve dei costi tendono ad essere a forma di U. Nel breve
periodo i fattori fissi, come gli impianti e le attrezzature, non possono essere modificati; nel breve
periodo, quindi, i costi del lavoro e dei materiali sono tipicamente variabili, mentre i costi di capita-
le sono fissi. Nel lungo periodo è possibile modificare tutti gli input, compresi lavoro, materiali e
capitale; nel lungo periodo, quindi, tutti i costi sono variabili. La relazione esistente tra le leggi della
produttività e le curve dei costi può essere riassunta come segue: nel breve periodo, quando i fattori
come il capitale sono fissi, i fattori variabili tendono a presentare una fase iniziale di rendimenti cre-
scenti seguita da rendimenti decrescenti. Le relative curve dei costi mostrano una fase iniziale di co-
sti marginali decrescenti seguita da costi marginali crescenti dopo che sono subentrati rendimenti
decrescenti. Spesso le combinazioni di input possibili sono più di due, ma non è necessario calcola-
re il costo di ciascuna al fine di determinare quella meno costosa. Per stabilire quale sarà la combi-
nazione più conveniente, basta calcolare il prodotto marginale di ciascun input. Occorre quindi divi-
dere il prodotto marginale di ogni input per il prezzo dei fattori, per ottenere il prodotto marginale
per euro di input. La combinazione che consente di minimizzare i costi si ha quando il prodotto
marginale per euro di input è uguale per tutti gli input. In altre parole, l’apporto marginale di cia-
scun euro sotto forma di lavoro, terra, petrolio dev'essere uguale. In base a tale ragionamento un'im-
presa minimizza il proprio costo totale di produzione quando il prodotto marginale per euro di input
è uguale per tutti i fattori di produzione. Regola del costo minimo: per produrre un dato livello di in-
put al costo minimo, un'impresa deve acquistare diversi input fino a quando il prodotto marginale
per euro speso per ciascun input è uguale.

Prodotto marginale di L Prodotto marginale di T


= .,,,,,,,,,,,,
Prezzo di L Prezzo di T
Una conseguenza della regola del costo minimo è la regola della sostituzione: se il prezzo di un fat-
tore diminuisce e quelli di tutti gli altri fattori rimangono costanti, alle imprese converrà sostituire il
fattore divenuto meno caro agli altri fattori.
Contabilità aziendale e costi economici
Per stabilire se l'impresa sta realizzando un utile, è necessario consultare il conto economico o conto
profitti e perdite.
18
Utile netto (o profitto) = ricavo totale – spese totali
Esso rappresenta l'identità fondamentale del conto profitti e perdite e indica i profitti che l'impresa
intende massimizzare.

1) Vendite nette (al netto di sconti) €250.000


Meno:
2) Materiali €50.000
3) Costo del lavoro 90.000
4) Costi d’esercizio diversi 10.000
5) Meno coti globali:
6) Costi di vendita e amministrativi 15.000
7) Affitto dell’immobile 5.000
8) Ammortamento 15.000
9) Spese d’esercizio €185.000
10) Utile netto d’esercizio €65.000
Meno:
11) Interessi sul debito per le attrezzature 6.000
12) Imposte locali e statali 4.000
13) Utile netto al lordo delle imposte sul reddito €55.000
14) Meno: imposte sul reddito delle società 18.000
15) Utile netto al netto delle imposte €37.000
16) Meno: dividendi pagati per le azioni ordinarie 15.000
17) Utili non distribuiti €22.000

Nella prima riga sono riportati i ricavi; le righe da 2 a 9 indicano il costo di diversi fattori del pro-
cesso produttivo. I costi di vendita e amministrativi includono il costo per la pubblicità del locale e
la gestione dell'ufficio, mentre i costi di esercizio diversi includono per esempio costo dell'energia
elettrica. Le prime tre categorie di costo in linea di massima corrispondono al costo variabile del-
l'impresa, o costo delle merci vendute. Le tre categorie successive, dalla riga 6 alla 8, rappresentano
invece i costi fissi dell'impresa in quanto non possono essere modificati nel breve periodo. La riga
otto contiene un termine nuovo: ammortamento. Esso si riferisce al costo dei beni capitali. L'am-
mortamento si calcola in quote annue per la durata contabile dell'attività, che di solito è connessa
alla sua effettiva durata economica. Sommando tutti costi di cui si è parlato finora, si ottengono le
spese di esercizio. L'utile netto dell'esercizio è dato dai ricavi netti meno le spese d'esercizio. Non si
è ancora tenuto conto, però, di tutti i costi di produzione. La riga 11 contiene il costo annuo dell'in-
teresse pagato sul prestito. Un’ulteriore spesa è costituita dalle imposte statali e locali. Sottraendo le
righe 11 e 12 si ottiene un profitto totale di € 55.000 al lordo dell'imposta sul reddito. Come si sud-
dividono gli utili? Circa €18.000 spettano allo Stato sotto forma di imposta sul reddito delle società
per azioni. Rimane quindi un profitto di € 37.000 al netto delle imposte. Una volta pagati i dividen-
di di € 15.000 per le azioni ordinarie, restano € 22.000 di utili non distribuiti da reinvestire nell'im-
presa.
La contabilità aziendale comprende anche lo stato patrimoniale o bilancio, ovvero un resoconto
della situazione finanziaria dell'impresa in una certa data. Tale documento registra il valore di
un'impresa, di un individuo o di uno stato in un determinato momento. Da una parte del bilancio
sono riportate le attività (proprietà dotate di valore economico o diritti posseduti dall'impresa), dal-
l'altra compaiono invece due elementi: le passività (debiti o obbligazioni dell'impresa) e patrimonio
netto (o valore netto, dato dalle attività totali meno le passività totali). Un’importante distinzione fra
stato patrimoniale e conto economico è quella che c’è tra fondi e flussi. Il fondo esprime il livello di
una variabile in un dato momento. La variabile di flusso ha una dimensione temporale, ossia afflui-
sce nel tempo.
Patrimonio netto = Attività – passività

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Uno stato patrimoniale dev'essere sempre in pareggio in quanto il patrimonio netto è un residuo de-
finito come attività meno passività. Il conto profitti e perdite mostra il flusso di vendite, costi e rica-
vi relativi all'anno o periodo contabile, e misura il flusso monetario dell'impresa in entrata e in usci-
ta, ovvero l'andamento della stessa durante l'anno. Lo stato patrimoniale può essere considerato
come una fotografia istantanea che illustra la situazione finanziaria dell'impresa. Le voci principali
sono le attività, le passività e il patrimonio netto.
Costi opportunità
Le decisioni hanno loro costo opportunità in quanto la scelta di un bene in una situazione di scarsità
implica la rinuncia ad un altro bene. Il costo opportunità è il valore del bene o servizio a cui si ri-
nuncia. Nei mercati che operano correttamente il prezzo è uguale al costo opportunità. Il costo eco-
nomico non comprende soltanto le spese vive, ma anche il meno evidente costo opportunità, come
per esempio il compenso del lavoro fornito dal proprietario di un'impresa. I costi opportunità posso-
no differire dai prezzi nel caso di merci non commerciali, come l'aria pulita, la salute o lo svago,
cioè servizi che possono avere enorme valore anche se non vengono acquistati e venduti sul merca-
to.
Produzione, teoria dei costi e decisioni dell’impresa
La teoria della produzione e l'analisi dei costi traggono origine dal concetto di funzione di produzio-
ne, che indica la quantità massima di output che può essere prodotta con combinazioni diverse di in-
put. È importante ricordare che la funzione di produzione mostra l’output massimo ottenibile con le
capacità e le conoscenze tecniche disponibili in un dato momento. Va ricordato che il prodotto mar-
ginale del lavoro è dato dalla produzione aggiuntiva derivante da una unità addizionale di lavoro
quando la terra e gli altri input sono mantenuti costanti. Dopo aver definito il concetto di prodotto
marginale di un input, è semplice fornire la definizione della legge dei rendimenti decrescenti: se un
input aumenta mentre gli altri sono mantenuti costanti, il prodotto marginale dell'input che è stato
modificato diminuisce, perlomeno superato un certo limite. Il prodotto dovrebbe aumentare propor-
zionalmente quando entrambi i fattori vengono aumentati contemporaneamente. L'analisi numerica
del modo in cui un'impresa combina gli input per minimizzare i costi può essere rappresentata più
efficacemente sotto forma di grafico. Tale curva mostra tutte le diverse combinazioni di terra e lavo-
ro che producono un output di 346 unità. Essa viene definita isoquanto ed è analoga alla curva di in-
differenza del consumatore. Dati i prezzi di lavoro e terra l'impresa può calcolare il costo totale per i
punti A, B, C e D o per qualsiasi altro punto sull’isoquanto. L'impresa minimizzerà i costi sceglien-
do il punto che presenta il costo totale più basso. Una semplice tecnica che consente di individuare
il metodo di produzione al costo minimo consiste nel tracciare degli isocosti. Combinando isoquanti
e isocosti è possibile determinare la posizione ottimale per l'impresa. Per individuare tale punto è
sufficiente sovrapporre l’isoquanto alla famiglia di isocosti.

A
Terra Terra
B
C
D

Lavoro Lavoro

CAPITOLO VIII: Offerta e allocazione nei mercati concorrenziali (pag. 147 – 166)
ISOQUANTO ISOCOSTI
L’offerta dell’impresa concorrenziale
Per massimizzare i profitti è necessario che l'impresa gestisca le proprie attività interne in modo ef-
ficiente e prenda decisioni giuste sul mercato. Per quale motivo un'azienda desidera massimizzare i
profitti? I profitti corrispondono all'utile netto o reddito netto di una società per azioni, e rappresen-
tano la somma che un'impresa può pagare sotto forma di dividendi ai proprietari, reinvestire in nuo-

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vi impianti o attrezzature o impiegare in investimenti finanziari. Tutte queste attività incrementano
il valore dell'impresa per i suoi proprietari. Un'impresa perfettamente concorrenziale vende un pro-
dotto omogeneo (cioè un prodotto identico a quello venduto dai suoi concorrenti) e non è sufficien-
temente grande per poter influenzare il prezzo, per cui lo considera come un elemento dato. Il rica-
vo aggiuntivo derivante dalla vendita di ciascuna unità supplementare è pari al prezzo di mercato.
L'output che consente il massimo profitto si ha quando il costo marginale è uguale al prezzo. La ra-
gione alla base di tale affermazione è che l'impresa può incrementare i profitti fino a quando il prez-
zo supera il costo marginale dell'ultima unità. Il profitto totale raggiunge il punto massimo quando,
vendendo quantità aggiuntive di output, non si ottengono profitti aggiuntivi. Nel punto di massimo
profitto, l'ultimo unità prodotta garantisce un ricavo esattamente uguale al costo di quella unità. In
generale, la curva del costo marginale di un'impresa può essere utilizzata per determinare il piano di
produzione ottimale: l'output che consente di massimizzare profitti è indicato dal punto in cui il
prezzo interseca la curva del costo marginale. Nel breve periodo un'impresa decide di chiudere
quando non riesce più a coprire i costi variabili. È necessario tenere presente che, anche se la produ-
zione di un’impresa è zero, essa deve comunque rispettare i propri obblighi contrattuali. Nel breve
periodo l'impresa deve sostenere costi fissi, quali gli interessi da pagare alla banca, gli affitti degli
immobili, le imposte sulle licenze ed i compensi degli amministratori. Ai costi fissi si aggiungono i
costi variabili, come quelli per i materiali, i lavoratori addetti alla produzione e il combustibile che
sarebbe zero, con la produzione a zero. All'impresa conviene continuare a produrre con P almeno
uguale a CM fino a quando il ricavo meno i costi variabili copre parzialmente i costi fissi. Il livello
critico del prezzo di mercato al quale i ricavi corrispondono esattamente al costo variabile viene de-
finito punto di chiusura. Se i prezzi sono superiori al punto di chiusura, il livello di produzione ver-
rà mantenuto sulla curva del costo marginale in quanto, anche se l'impresa è in perdita, quest'ultimo
aumenterebbe se venisse interrotta l'attività. Se i prezzi sono inferiori al punto di chiusura, l'impresa
cesserà di produrre poiché in tal modo perderebbe soltanto i costi fissi.
L’offerta delle industrie concorrenziali
Per ottenere la curva di offerta del mercato di un bene, è necessario sommare orizzontalmente le
curve di offerta di tutti i singoli produttori di quel bene. Dato che le imprese possono modificare la
produzione nel tempo, si distinguono due diversi periodi: l'equilibrio nel breve periodo, dove il pro-
dotto varia entro i limiti consentiti dagli impianti e dalle imprese esistenti e l'equilibrio nel lungo
periodo, dove il numero di imprese e impianti, nonché tutti gli altri fattori, possono essere comple-
tamente adeguati alle nuove condizioni di domanda. Nel lungo periodo, se le imprese possono en-
trare e uscire liberamente dall'industria e nessuno gode di particolari vantaggi di specializzazione o
di ubicazione, la concorrenza elimina gli eccessi di profitto realizzati dalle imprese nell'industria. Se
quindi da un lato la possibilità di uscire liberamente dall'industria significa che il prezzo non può
scendere al disotto del punto di pareggio, dall'altro la possibilità di entrarvi liberamente fa si che
nell'equilibrio di lungo periodo il prezzo non possa superare il costo medio unitario. Quando un'in-
dustria è in grado di ampliarsi senza provocare un aumento dei prezzi dei fattori di produzione, la ri-
sultante curva di offerta nel lungo periodo sarà orizzontale. Se un'industria utilizza fattori specifici
all'industria stessa, la sua curva di offerta nel lungo periodo sarà crescente.
Casi particolari di mercati concorrenziali
Le regole della domanda e dell'offerta di un mercato concorrenziale affermano che , nel primo caso,
se la domanda di un bene aumenta e la curva di offerta rimane invariata, il prezzo e la quantità do-
mandata del bene subiscono un incremento, mentre la diminuzione della domanda avrà l'effetto op-
posto; nel secondo caso, se l'offerta di un bene aumenta e la curva di domanda rimane costante, in
genere il prezzo diminuisce e la quantità acquistata e venduta aumenta. Una diminuzione dell'offerta
avrà l'effetto contrario. Nei mercati concorrenziali si verificano casi particolari: costo costante e co-
sto crescente, offerta completamente anelastica (che produce rendite economiche) e curva di offerta
rivolta all’indietro.

O 21

Costo crescente Rendita pura


Costo costante

Le imprese nei paesi poveri si sono rese conto che, in seguito ad un aumento dei salari, spesso i la-
voratori locali riducono le ore lavorative; se il salario raddoppiasse, invece di lavorare sei giorni alla
settimana per incrementare i loro modesti redditi, i lavoratori preferirebbero andare a pesca tre gior-
ni alla settimana. La figura mostra una possibile curva di offerte di lavoro. Inizialmente l'offerta di
lavoro aumenta all'aumentare dei salari, ma una volta superato il punto T, i salari più elevati induco-
no gli individui a ridurre le ore lavorative e a concedersi più svago.

Efficienza ed equità nei mercati concorrenziali


Un sistema economico è efficiente quando, date le risorse e la tecnologia disponibili, è organizzato
in modo tale da fornire ai consumatori i beni ed i servizi maggiormente desiderati. L'efficienza allo-
cativa (o efficienza) si ha quando non è possibile riorganizzare la produzione in modo tale da mi-
gliorare le condizioni di vita di qualcuno senza peggiorare quella di altri. In una situazione di effi-
cienza allocativa, il soddisfacimento (o utilità) di un individuo può aumentare soltanto riducendo
l'utilità di altri individui. Il concetto di efficienza può essere intuitivamente collegato alla frontiera
delle possibilità produttive. L'efficienza è soddisfatta quando i consumatori massimizzano il proprio
soddisfacimento, l'utilità marginale è uguale al prezzo; quando i produttori in concorrenza scelgono
il livello di output al quale il costo marginale è uguale prezzo; dato che UM = P e CM = P, ne conse-
gue che UM = CM. Il costo marginale sostenuto dalla società per produrre un bene in concorrenza
perfetta è quindi uguale all'utilità marginale valutata in termini di perdita di beni o svago. Se il gua-
dagno che la società ottiene dall'ultima unità di bene consumata è uguale al costo marginale soste-
nuto per produrre l'ultima unità di prodotto, la condizione che garantisce l'efficienza dell'equilibrio
concorrenziale è soddisfatta. Il mercato perfettamente concorrenziale sintetizza la volontà di acqui-
stare beni, rappresentata dalla domanda, degli individui che possiedono i voti con il portafoglio, ed i
costi marginali di quei beni, rappresentati dall'offerta delle imprese. Se certe condizioni vengono
soddisfatte, la concorrenza garantisce l'efficienza, cioè una situazione in cui non è possibile incre-
mentare l'utilità di un consumatore senza diminuire quella di un altro. Tale affermazione è valida
anche per i sistemi economici caratterizzati da numerosi fattori e prodotti. Il ruolo essenziale del co-
sto marginale in un'economia di mercato è il seguente: solo se i prezzi sono uguali ai costi marginali
il sistema economico produce il massimo livello di output e ottiene il massimo soddisfacimento del-
le proprie scarse risorse di terra, lavoro e capitale.
Fallimenti del mercato
L'immagine idilliaca della concorrenza perfetta che abbiamo dato per scontato nella discussione sui
mercati efficienti è guastata dai fallimenti del mercato: concorrenza imperfetta, esternalità e imper-
fezioni nella diffusione delle informazioni. Quando un'impresa gode di un certo potere in un parti-
colare mercato può alzare il prezzo del prodotto al disopra del costo marginale. I consumatori acqui-
steranno il bene in quantità minori rispetto a una situazione di concorrenza perfetta, per cui si avrà
una diminuzione del soddisfacimento del consumatore: Questa diminuzione è tipica delle inefficien-
ze create dalla concorrenza imperfetta. Un secondo tipo di fallimento del mercato è costituito dalle
esternalità, che si hanno quando alcuni degli effetti collaterali della produzione o del consumo non
sono inclusi nei prezzi di mercato: può accadere che una fabbrica emetta esalazioni solforose nell'a-

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ria provocando danni alle abitazioni vicine e alla salute delle persone; se l'impresa non risarcisce tali
impatti ambientali, l'inquinamento sarà inefficientemente elevato e danneggerà il benessere del con-
sumatore. Un terzo importante fallimento del mercato è costituito dalle imperfezioni nella diffusio-
ne di informazioni. La teoria della mano invisibile dà per scontato che acquirenti e venditori dispon-
gono di tutte le informazioni necessarie su beni e servizi che acquistano e vendono. Ma la realtà si
discosta notevolmente da questo mondo ideale. Il punto importante riguarda l'entità del danno pro-
vocato dalle imperfezioni nella diffusione delle informazioni. In alcuni casi la perdita di efficienza
limitata, mentre in altri casi la perdita può essere più rilevante.

CAPITOLO IX: Concorrenza imperfetta e monopolio (pag. 167 – 183)


Modelli di concorrenza imperfetta
Se un'impresa è in grado di influire in modo significativo sul prezzo di mercato del proprio output,
si dice che opera in condizioni di concorrenza imperfetta. La concorrenza imperfetta prevale in
un'industria quando i singoli venditori hanno un certo controllo sul prezzo del loro prodotto; ciò non
implica che il controllo esercitato da un'impresa sul prezzo sia assoluto, ma soltanto che l'impresa lo
può fissare entro certi limiti. La differenza fra concorrenza perfetta e imperfetta può essere analizza-
ta anche in termini di elasticità rispetto al prezzo. Per un'impresa in concorrenza perfetta la doman-
da è perfettamente elastica, mentre per un'impresa in concorrenza imperfetta essa presenta un'elasti-
cità limitata. Gli economisti suddividono la concorrenza imperfetta in tre diverse strutture di merca-
to. Il caso estremo è costituito dal monopolio, dove un unico venditore ha il totale controllo di un'in-
dustria. Non esiste altra industria capace di produrre un bene sostitutivo. Oggi i veri monopolisti
sono rari e la loro esistenza è quasi sempre legata a qualche forma di protezione statale. Il termine
oligopolio significa "pochi venditori". In questo contesto pochi indica un numero che può variare da
due a dieci o quindici imprese. Ma il concetto importante è che il comportamento delle singole im-
prese può influire sul prezzo di mercato. Le industrie oligopolistiche sono abbastanza numerose.
Nella terza categoria di concorrenza imperfetta, di solito definita concorrenza monopolistica, molti
venditori offrono prodotti differenziati. Questa struttura di mercato assomiglia alla concorrenza per-
fetta, in quanto i venditori sono numerosi e nessuno possiede una grande quota di mercato, e si dif-
ferenzia dalla concorrenza perfetta per il fatto che i prodotti venduti dalle varie imprese non sono
identici. I prodotti differenziati presentano solo piccole differenze. Dato che i prodotti sono legger-
mente differenziati, essi possono essere venduti a prezzi leggermente diversi. Il costo opportunità
totale dei beni (compreso il costo del tempo) dipende dalla distanza tra abitazione e punto di vendi-
ta. Poiché il costo opportunità dei punti di vendita più vicini è inferiore, questi saranno generalmen-
te preferiti. Quasi tutti casi di concorrenza imperfetta possono essere fatti risalire a due ragioni prin-
cipali. In primo luogo, le industrie tendono a essere caratterizzate da pochi venditori in presenza di
importanti economie di produzione su vasta scala e di costi decrescenti: in queste condizioni le
grandi imprese possono produrre a costi inferiori e quindi applicare prezzi più bassi di quelli delle
piccole imprese, impedendone la sopravvivenza. Il secondo luogo, i mercati tendono alla concorren-
za imperfetta quando l'ingresso di nuovi concorrenti nell'industria è ostacolato. Le cosiddette "bar-
riere all'ingresso" non possono derivare da leggi o regolamentazioni che limitano il numero dei con-
correnti, mentre in altri casi l'ingresso in un mercato è semplicemente troppo costoso per un nuovo
concorrente. La tecnologia e la struttura dei costi di industria contribuiscono a determinare quante
imprese possono sopravvivere in una particolare industria e quali devono essere le loro dimensioni.
Per quanto riguarda i costi, le imprese più grandi sono avvantaggiate rispetto a quelle di dimensioni
più modeste. Le economie di scala, ossia i costi medi unitari decrescenti, costituiscono la causa
principale di concorrenza imperfetta. Quando le imprese possono ridurre i costi incrementando
l’output, la concorrenza perfetta tende a scomparire, in quanto poche imprese sono in grado di pro-
durre l'output dell'industria nel modo più efficiente. Quando la dimensione minima efficiente di un
impianto è ampia rispetto al mercato nazionale o regionale, le condizioni di costo producono la con-
correnza imperfetta. Le barriere all'ingresso sono fattori che ostacolano l'ingresso di nuove imprese
nell'industria: quando sono elevate, è probabile che un'industria sia caratterizzata da poche imprese

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e da un livello di concorrenza limitato. Le economie di scala sono un tipo comune di barriere all'in-
gresso, ma ne esistono altre, come le restrizioni legali, gli elevati costi d'ingresso, la pubblicità e la
differenziazione dei prodotti. Le restrizioni legali comprendono i brevetti, le restrizioni all'ingresso,
i dazi doganali ed i contingenti di importazione. Oltre alle barriere all'ingresso imposte dalla legge,
vi sono anche barriere economiche. In alcune industrie il prezzo d'ingresso può essere semplice-
mente molto elevato: nell'industria degli aerei commerciali, per esempio, gli elevati costi sostenuti
per progettare e collaudare i nuovi aeroplani scoraggiano le imprese che vorrebbero entrare nel mer-
cato. Talvolta le imprese creano barriere all'ingresso per ostacolare i potenziali rivali tramite la pub-
blicità e la differenziazione dei beni. La pubblicità fornisce ai consumatori maggiori informazioni
sui prodotti e fa si che essi rimangano federali alle marchi più note. Anche la differenziazione dei
prodotti, singolarmente o in combinazione con ampie campagne pubblicitarie, può costituire una
barriera all'ingresso e incrementare il potere di mercato dei produttori. In numerose industrie, come
per esempio, quelle dei cereali per la prima colazione, delle automobili, di elettrodomestici e dei de-
tersivi, è normale che un ristretto numero di produttori forniscano una vasta gamma di marche, mo-
delli, e prodotti diversi.
Ricavo marginale e monopolio
Per ottenere il ricavo totale corrispondente a ciascun livello di rendita, è sufficiente moltiplicare il
prezzo per la quantità. Il ricavo marginale è l'incremento del ricavo totale derivante dalla vendita di
unità aggiuntiva. Il ricavo marginale può essere sia positivo sia negativo. Se il ricavo marginale è
negativo significa che, per vendere unità aggiuntive, l'impresa deve diminuire e il previo delle unità
precedenti di un ammontare tale che i ricavi totali diminuiscono. Il ricavo marginale è positivo
quando la domanda è elastica, zero quando la domanda è a elasticità unitaria e negativo quando la
domanda è anelastica.

Se la domanda è Relazione tra Q e P Effetti di Q su RT Valore di ricavo


marginale (RM)
Elastica Variazione % di Q > di P Aumento di Q incremento di RM > 0
RT
A elasticità unitaria Variazione % di Q = di P Aumento di Q, RT invariato RM = 0
Anelastica Variazione % di Q < di P Aumento di Q riduzione di RM < 0
RT

Verrà ora individuato il punto di equilibrio che garantisce al monopolista il massimo profitto. Per
definizione, profitto totale = ricavo totale - costi totali. Il massimo profitto si ha quando l’output si
trova al livello in cui il ricavo marginale dell'impresa è uguale al suo costo marginale. La figura mo-
stra l'equilibrio del monopolio.
CM
G

CU

Sono riportate le curve dei ricavi e dei costi


E dell'impresa. Il punto di massimo profitto si ha al livello
di output in cui CM è uguale a RM, che corrisponde al punto di intersezione E. L'equilibrio del mo-
nopolio è dato dall'output q = 4. Per individuareRMil prezzo che dd
massimizza i profitti, occorre salire in
senso verticale da E verso la curva dd fino al punto G, dove P = €120. Poiché il ricavo unitario nel
punto G è superiore al costo unitario nel punto F, il profitto è positivo. Il principio marginale è
quello in base al quale gli individui massimizzano i loro redditi, profitti o soddisfazioni calcolando
soltanto i costi e benefici marginali derivanti da una determinata decisione.

CAPITOLO X: Oligopolio e concorrenza monopolistica (pag. 185 – 203)

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Comportamento delle imprese in concorrenza imperfetta
Il potere di mercato indica il grado di controllo esercitato da una singola impresa o da un numero li-
mitato di imprese sul prezzo e sulle decisioni relative alla produzione di un'industria. La misura più
comune del potere di mercato è il rapporto di concentrazione di un'industria. Il rapporto di concen-
trazione su quattro imprese viene definito come la percentuale del prodotto totale dell'industria do-
vuta alle quattro maggiori imprese e, analogamente, il rapporto di concentrazione su otto imprese è
la percentuale di prodotto fornita dalle otto imprese principali. Molti economisti ritengono che i rap-
porti di concentrazione tradizionali non misurino adeguatamente il potere di mercato e propongono
come alternativa l'indice di concentrazione Herfindahl - Hirschman che rileverebbe meglio il ruolo
delle imprese dominanti. L'indice è dato dalla somma del quadrato delle quote di mercato di tutte le
imprese operanti sul mercato e in situazione di concorrenza perfetta sarebbe vicino a 0, mentre in
monopolio assoluto sarebbe 10.000. Per quale motivo gli economisti hanno un interesse tanto mar-
cato per le industrie in concorrenza imperfetta? La concorrenza imperfetta spesso conduce a prezzi
che superano i costi marginali e, talvolta, l'assenza dello stimolo della concorrenza produce una
qualità dei servizi scadente, esiti entrambi poco accettabili. Attente ricerche nel campo dimostrano
che le industrie ad alta concentrazione tendono ad avere saggi di profitto solo leggermente superiori
rispetto alle industrie non concentrate, fatto che può lasciare sorpresi e ha creato molte perplessità
soprattutto nei critici delle grandi imprese, i quali si attendevano invece che esse realizzassero enor-
mi profitti. Il livello di concorrenza imperfetta in un mercato non è influenzato soltanto dal numero
e dalle dimensioni delle imprese, ma anche dal modo in cui agiscono. Interazione strategica è il ter-
mine che definisce come ogni strategia adottata da un'impresa dipenda dal comportamento dei suoi
rivali. Se in un mercato sono presenti poche imprese, queste possono decidere di cooperare oppure
di non cooperare. Le imprese non cooperano quando agiscono per conto proprio, senza alcun accor-
do esplicito o implicito con le altre imprese, comportamento che spesso si traduce in guerra dei
prezzi. Le imprese cooperano quando cercano di ridurre al minimo la concorrenza; quando le im-
prese in un oligopolio cooperano attivamente, si dice che sono in collusione. Questo termine indica
una situazione in cui due o più imprese fissano di comune accordo i livelli di prezzo e di produzio-
ne, si suddividono il mercato e prendono congiuntamente altre decisioni. Un cartello è un'organiz-
zazione di imprese indipendenti che producono beni simili e operano insieme per aumentare i prezzi
e ridurre l’output. A parte alcune rare eccezioni la legge vieta alle imprese di colludere per fissare i
prezzi o suddividere i mercati: le imprese sono però spesso tentate di dare vita a collusioni tacite,
ossia evitano di adottare comportamenti concorrenziali anche in assenza di accordi espliciti. Quan-
do riesce, la collusione può presentare grossi vantaggi per le imprese. Quando gli oligopolisti pos-
sono colludere per massimizzare profitti comuni, tenendo presente la loro interdipendenza, genera-
no prezzi, quantità e profitti di monopolio. All'estremo opposto degli oligopoli collusivi si situa la
concorrenza monopolistica, che assomiglia alla concorrenza perfetta per tre aspetti: il mercato è for-
mato da numerosi acquirenti e venditori, l'ingresso e l’uscita sono agevoli e le imprese accettano
come dati i prezzi delle altre imprese. Esempi di concorrenza monopolistica sono le drogherie di
uno stesso quartiere, che offrono i medesimi prodotti ma in luoghi diversi. Il punto importante è che
la differenziazione dei prodotti significa che ciascun venditore gode di una certa libertà di alzare o
abbassare i prezzi, più di quanto non accada in un mercato perfettamente concorrenziale. La diffe-
renziazione dei prodotti fa si che la curva di domanda di ciascun venditore abbia pendenza negativa.
Poiché l'industria produce un profitto, nuove imprese sono attratte nel mercato, ma il loro ingresso
determina uno spostamento verso sinistra della curva di domanda delle imprese già presenti, in
quanto nuovi prodotti differenziati rosicchiano la loro quota di mercato. In questo tipo di concorren-
za imperfetta il tasso di profitto nel lungo periodo tende a zero man mano che nuove imprese fanno
ingresso nell'industria con nuovi prodotti differenziati. La concorrenza tra pochi introduce un aspet-
to del tutto nuovo nella vita economica: costringe le imprese a tener conto delle reazioni dei concor-
renti in seguito a variazioni dei prezzi e dell'output e introduce nei mercati la considerazione dell'in-
terazione strategica. Il mondo degli affari è ricco di interazioni strategiche tra i concorrenti, e per
analizzare i risultati gli economisti si basano su un’affascinante aria della teoria economica, nota

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come teoria dei giochi, che consiste nell'analisi di situazioni riguardanti due o più "giocatori" che
devono prendere decisioni e hanno obiettivi contrastanti. All'aumentare del numero di oligopolisti
non cooperativi, il prezzo e la quantità dell'industria tendono ad avvicinarsi alla situazione del mer-
cato perfettamente concorrenziale. Se le imprese decidono di colludere piuttosto che competere, il
prezzo e la quantità del mercato saranno simili a quelli del monopolio. Spesso l'oligopolio non gode
di un solido equilibrio. L'interazione strategica può condurre a risultati stabili quando le imprese mi-
nacciano, scatenano guerra dei prezzi, si arrendono di fronte alle imprese più forti, puniscono i riva-
li più deboli, palesano le loro intenzioni o semplicemente escono dal mercato. Le imprese che de-
tengono il potere di mercato possono aumentare i loro profitti attuando la discriminazione del prez-
zo, cioè vendendo a clienti diversi lo stesso prodotto applicando prezzi differenti. Queste discrimi-
nazioni sorprendentemente migliorano il benessere economico: applicando prezzi differenti a coloro
disposti a pagare prezzi elevati e a coloro che accettano solo prezzi più bassi, l'impresa monopolista
può aumentare sia i profitti sia la soddisfazione del consumatore.
Comportamento delle grandi società per azioni
Il primo passo per capire il comportamento delle grandi società per azioni consiste nel rendersi con-
to che nella maggior parte dei casi sono ad azionariato diffuso: chiunque infatti può acquistare le
azioni delle società, e la loro proprietà è perciò suddivisa tra numerosi investitori. Data l'ampia di-
spersione del capitale delle grandi società, la proprietà dell'impresa è solitamente separata dal con-
trollo: i singoli proprietari non possono influire facilmente sull'operato delle grandi società per azio-
ni e, benché gli azionisti eleggano il consiglio di amministrazione, sempre più spesso sono gli am-
ministratori stipendiati che prendono le decisioni più importanti sulla strategia e le attività quotidia-
ne della società. Le innovazioni producono enormi profitti innovativi, ma temporanei perché l'imita-
zione li erode. Schumpeter vedeva l'imprenditore come l'eroe del capitalismo, la persona dalle qua-
lità intellettuali e dalla volontà superiori, mossa dall'intento di conquistare e dalla gioia di creare. Le
interpretazioni moderne delle teorie di Schumpeter pongono particolare attenzione sugli aspetti pe-
culiari dell'economia dell'informazione. L'informazione è fondamentale: è molto costoso produrla,
ma molto economico riprodurla, perciò i mercati dell'informazione sono soggetti a gravi fallimenti
di mercato. L’inappropriabilità delle invenzioni determina una carenza di investimenti nella ricerca
e nello sviluppo, soprattutto nel settore della ricerca di base. L’inappropriabilità e gli elevati rendi-
menti sociali della ricerca spingono quindi molti stati a sovvenzionare la ricerca di base in campo
medico e scientifico. Da tempo le nazioni hanno riconosciuto la necessità di proteggere pubblica-
mente le invenzioni perché il compenso per produrre informazioni di valore come le invenzioni è
minimo rispetto alla facilità di riprodurle. Esistono perciò apposite leggi che regolano brevetti, se-
greti industriali e commerciali e prodotti elettronici, e che creano diritti di proprietà intellettuale.
Grazie ai sistemi informatici elettronici a basso costo come Internet, è tecnologicamente possibile
rendere l'informazione disponibile per tutti. La nuova economia dell'informazione mette in evidenza
il conflitto tra efficienza e incentivi: da un lato tutte le informazioni possono essere fornite gratuita-
mente apparentemente in modo economicamente efficiente perché il prezzo è uguale al costo margi-
nale, cioè zero; d'altra parte però il prezzo zero per la proprietà intellettuale riduce o distrugge l'in-
centivo a produrre nuovi dati, nuovi libri perché i creatori non traggono alcun profitto dalla loro at-
tività. Tra innovazione e potere di mercato esiste una complessa relazione. Poiché le grandi imprese
hanno dato un contributo essenziale alla ricerca e all'innovazione, è necessario usare prudenza nel-
l'affermare che il loro potere è assolutamente negativo; bisogna inoltre riconoscere che alle piccole
imprese e ai singoli individui si devono alcuni dei progressi tecnologici maggiormente rivoluziona-
ri. Per promuovere una rapida innovazione, una nazione deve disporre di una grande varietà di orga-
nizzazioni e di metodi.
Costi economici della concorrenza imperfetta
Il potere del monopolio conduce all'inefficienza economica, in quanto il prezzo supera il costo mar-
ginale, ed è anche possibile che si verifichi un deterioramento della qualità. Per frenare gli abusi
della concorrenza imperfetta, in passato i poteri pubblici hanno talvolta fatto ricorso all'imposizione
fiscale, ai controlli dei prezzi e alla nazionalizzazione, ma nelle moderne economie di mercato que-

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sti strumenti sono utilizzati con minore frequenza. Ulteriori strumenti di politica industriale, adottati
con maggiore frequenza, sono la regolamentazione, le leggi antitrust e l'incoraggiamento della con-
correnza; tra questi, il più efficace è quello di favorire la concorrenza, riducendo le barriere in tutti
casi in cui ciò è possibile.

CAPITOLO XII: Redditi e prezzi dei fattori di produzione (pag. 227 – 244)
Reddito e ricchezza
Nel considerare la situazione economica di un individuo o di una nazione le due unità di misura uti-
lizzate più di frequente sono il reddito e il patrimonio o ricchezza. Il reddito si riferisce ai salari,
agli interessi, ai dividendi ed a ogni altro valore che matura in un certo periodo di tempo, il totale
complessivo di tutti i redditi costituisce il reddito nazionale. Il reddito nazionale è rappresentato dai
redditi da lavoro, sotto forma di salari, stipendi o altre indennità, mentre la parte rimanente riguarda
i diversi tipi di redditi da capitale. I proventi di un'economia di mercato sono distribuiti tra i proprie-
tari dei fattori di produzione del sistema economico sotto forma di salari, profitti, rendite e interessi.
Il reddito di mercato di un individuo è dato dall'insieme delle quantità dei fattori di produzione che
possiede moltiplicate per il prezzo di ciascun fattore. Le varie amministrazioni pubbliche costitui-
scono la principale fonte di reddito per milioni di persone. Lo Stato incassa una quota consistente
del reddito nazionale attraverso le imposte e altri tributi. Ma ciò che lo stato prende con una mano
lo restituisce con l'altra: la pubblica amministrazione distribuisce prestazioni sociali, ovvero paga-
menti diretti a singoli individui che non hanno nulla a che vedere con la fornitura di beni o servizi.
La proprietà di attività finanziarie in grado di produrre reddito, come le azioni e le obbligazioni, è
decisamente più concentrata, ciò conduce ad un secondo importante concetto economico: il patri-
monio o ricchezza è costituito dal valore monetario netto delle attività possedute in un determinato
momento. Si noti che la ricchezza si accumula, mentre il reddito è un flusso per unità temporale. La
ricchezza di una famiglia include beni tangibili e le attività finanziarie; i beni dotati di valore sono
definiti attività, mentre i debiti costituiscono le passività. La differenza tra attività e passività totali
è definita patrimonio netto o ricchezza netta.
Produttività marginale e prezzo dei fattori
La teoria della distribuzione del reddito studia il modo in cui in un'economia si determinano i reddi-
ti. I salari rappresentano il prezzo del lavoro, l'interesse è il prezzo del capitale, le rendite rappre-
sentano il prezzo per l'utilizzo della terra e, come per i beni, anche per i fattori di produzione i prez-
zi sono stabiliti dall'interazione tra domanda e offerta. La domanda di diversi fattori di produzione
può essere espressa in termini di ricavi ottenuti dalla produttività marginale, e che questi, combinati
con l'offerta, determinano i prezzi e le quantità dei fattori e quindi i redditi di mercato. La domanda
di fattori è diversa da quella di beni di consumo per due importanti ragioni: le domande di fattori
sono domande derivate e interdipendenti. La domanda dei consumatori determina la domanda di
tutti fattori di produzione. Gli economisti definiscono domanda derivata la domanda dei fattori di
produzione. Questo significa che le imprese richiedono un input perché questo consente loro di pro-
durre un bene che i consumatori desiderano in quel momento o richiederanno nel futuro. La produt-
tività di un fattore, come per esempio il lavoro, dipende dalla quantità degli altri fattori produttivi
che interagiscono con il primo, per cui è spesso impossibile stabilire la quantità di output prodotta
da uno dei diversi input considerato singolarmente, in quanto gli input interagiscono l'uno con l'al-
tro. Le domande dei diversi fattori di produzione sono derivate dai ricavi prodotti da ciascun fattore
in base al prodotto marginale. Il prodotto marginale in termini di valore dell'input a è il ricavo ag-
giuntivo generato da un'unità aggiuntiva di tale input. Quando i mercati dei prodotti sono perfetta-
mente concorrenziali, è facile calcolare il prodotto marginale in termini di valore. In questo caso,
ciascuna unità del prodotto marginale di un lavoratore (PML) può essere venduto al prezzo concor-
renziale dell’output (P); in condizioni di concorrenza perfetta, inoltre, il prezzo dell'output non è in-
fluenzato dall'output dell'impresa per cui il prezzo è uguale al ricavo marginale (RM). In concorren-
za perfetta il valore di ciascun lavoratore per l'impresa è quindi pari al valore monetario del prodot-
to marginale dell'ultimo lavoratore. Il concorrente imperfetta, dove la curva di domanda della singo-

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la impresa ha tendenza negativa, il ricavo marginale ottenuto da ciascuna unità addizionale di out-
put venduto è inferiore al prezzo, in quanto l'azienda deve abbassare il prezzo delle unità precedenti
per vendere un'unità aggiuntiva. Il prodotto marginale in termini di valore rappresenta il ricavo ag-
giuntivo che un'impresa ottiene dall'impiego di un'unità addizionale di un tipo di input mantenendo
costanti gli altri input, e viene definito come il prodotto marginale dell'input moltiplicato per il rica-
vo marginale ottenuto dalla vendita di un'unità aggiuntiva di output. Tale regola è valida per il lavo-
ro, la terra e gli altri input:

Prodotto marginale in termini di valore del lavoro PMVL = RM x PML

Prodotto marginale in termini di valore della terra PMVT = RM x PMT

In condizioni di concorrenza perfetta, dato che P = RM

Prodotto marginale in termini di valore (ciascun input) PMVi = P x PMi


Per massimizzare i profitti occorre aumentare l’impiego degli input fino a quando il prodotto margi-
nale in termini di valore di ciascun input supera il costo marginale o il prezzo dello stesso. La com-
binazione di input che massimizza i profitti di un’impresa in concorrenza perfetta si ha quando il
prodotto marginale moltiplicato per il prezzo dell’output è pari al prezzo dell’input:

Prodotto marginale del lavoro x prezzo dell’output = prezzo del lavoro = salario

Prodotto marginale della terra x prezzo dell’output = prezzo della terra = rendita

È possibile riformulare la condizione di cui sopra in termini molto più generali, valida sia per i mer-
cati dei prodotti in concorrenza perfetta sia per quelli in concorrenza imperfetta. La regola del costo
minimo stabilisce che i costi sono minimizzati quando il prodotto marginale per euro di input è
uguale per tutti gli input. La scheda del prodotto marginale in termini di valore di ciascun input for-
nisce la domanda dell’impresa per quel dato input. Una conseguenza della regola del costo minimo
è la regola della sostituzione: se il prezzo di uno dei fattori sale mentre quello degli altri fattori ri-
mane invariato, di solito all'impresa conviene sostituire il fattore più costoso con quantità maggiori
di altri fattori. Gli elementi che determinano l'offerta di lavoro sono il prezzo del lavoro e fattori de-
mografici quali età, sesso, livello di istruzione e composizione familiare; la quantità di terra e di al-
tre risorse naturali è determinata dalla conformazione geologica e non può essere modificata radi-
calmente. L'offerta di capitale dipende dagli investimenti effettuati in passato dalle imprese, dalle
famiglie e dallo Stato. Un'analisi completa della distribuzione del reddito deve combinare la doman-
da e l'offerta dei fattori di produzione. La domanda di mercato dei fattori si ottiene sommando le do-
mande individuali di ciascuna impresa. Il prezzo di equilibrio dell'input in un mercato concorrenzia-
le viene raggiunto al livello in cui la quantità domandata e quella offerta sono uguali. La teoria del-
la distribuzione del reddito basata sulla produttività marginale analizza il modo in cui il reddito na-
zionale totale è distribuito tra i diversi fattori. La concorrenza di numerosi proprietari terrieri e lavo-
ratori fa si che i prezzi dei fattori uguaglino i rispettivi prodotti marginali, e tale processo consente
di distribuire esattamente il 100% del prodotto. Qualsiasi fattore può essere variabile, non soltanto il
lavoro. Dato che per ciascuna unità del fattore viene corrisposto soltanto il prodotto marginale del-
l'ultima unità impiegata, i prodotti marginali delle unità precedenti forniscono un'eccedenza residua
di output; questo residuo è esattamente uguale ai redditi degli altri fattori, i cui prezzi vengono de-
terminati in base alla produttività marginale e, di conseguenza, la teoria della distribuzione basata
sulla produttività marginale, benché semplificata, fornisce un quadro logico completo della distribu-
zione del reddito in concorrenza perfetta. Anche se l'economia concorrenziale può trarre la quantità
massima di un bene dalle risorse disponibili, a suo riguardo permane una fortissima riserva. In pre-
senza di un'economia capitalista del laissez – faire, nulla può indurre a credere che i redditi saranno

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mai equamente distribuiti: i redditi di mercato possono produrre accettabili differenze, ma anche
enormi disparità che permarranno per generazioni.

CAPITOLO XIII: Mercato del lavoro (pag. 245 – 266)


Determinazione dei salari
Gli economisti tendono a utilizzare il salario medio reale, che rappresenta il potere d'acquisto di
un'ora di lavoro ossia il salario monetario diviso per il costo della vita. In un certo momento ed a un
determinato livello di tecnologia esiste una relazione tra la quantità di input di lavoro e la quantità
di output; per la legge dei rendimenti decrescenti ogni unità aggiuntiva di input di lavoro apporta
una quantità di output via via minore. I livelli salariali sono diversi da una nazione all'altra. Queste
enormi differenze non significano che i governi impediscano ai salari di aumentare, pur essendo
vero che le politiche governative influenzano il salario minimo e altri aspetti del mercato del lavoro,
quanto piuttosto che i salari reali sono diversi da paese a paese principalmente a causa dell'intera-
zione della domanda e dell'offerta di lavoro. L'offerta di lavoro si riferisce al numero di ore che la
popolazione desidera dedicare ad attività remunerative in fabbriche, fattorie, imprese, enti pubblici
o organizzazioni senza fini di lucro. I tre elementi chiave dell'offerta di lavoro sono le ore lavorati-
ve, la partecipazione della forza lavoro e l'immigrazione. Alcuni individui svolgono attività con ora-
ri flessibili, ma in genere l'orario di lavoro va da 35 a 40 ore settimanali, senza grandi possibilità di
incrementare o ridurre le ore di lavoro. Supponiamo ora che i salari aumentino. La curva di offerta
di lavoro in un primo tempo sale in direzione nord-est e successivamente presenta una pendenza al-
l’indietro in direzione nord ovest. Un salario più elevato si traduce in un aumento di reddito, per cui
l'individuo richiede maggiori quantità di beni e servizi nonché ore di svago aggiuntive. Uno degli
sviluppi più notevoli negli ultimi decenni è stato il massiccio ingresso delle donne nella forza lavo-
ro. Questo fenomeno può essere in parte spiegato dall'aumento dei salari reali ma un mutamento di
tali proporzioni non può essere attribuito unicamente a fattori economici. Il ruolo degli immigranti
nell'offerta di lavoro non può continuare a essere ignorato. Gli immigrati tendono a concentrarsi in
occupazioni faticose e poco pagate. Consideriamo un mercato di lavoro perfettamente concorrenzia-
le, in cui sono presenti numerosi lavoratori e datori di lavoro che non hanno la possibilità di influen-
zare i tassi salariali in modo apprezzabile. I tassi salariali orari sono esattamente uguali; le differen-
ze salariali tra le industrie e gli individui sono determinate da differenze tra le occupazioni e tra le
persone, oppure dall'assenza di concorrenza perfetta nei mercati del lavoro. Le differenze salariali
atte a compensare la mancanza di attrattive relative, o differenze non monetarie, tra le diverse occu-
pazioni sono dette differenziali salariali compensativi. Numerose differenze della qualità del lavoro
dipendono da fattori non economici, mentre la decisione di accumulare capitale umano può essere
valutata economicamente. Il termine capitale umano si riferisce alle scorte di conoscenze utili ac-
quisite dagli individui nel corso della loro preparazione scolastica e professionale. Nella situazione
di equilibrio di concorrenza perfetta, se gli individui e le occupazioni fossero esattamente uguali, i
differenziali salariali non esisterebbero e tutti i tassi salariali di equilibrio determinati da domanda e
offerta sarebbero gli stessi; ma se si abbandona l'utopia dell'uniformità degli individui e delle occu-
pazioni, si riscontrano notevoli differenziali salariali anche nei mercati del lavoro perfettamente
concorrenziali. I differenziali salariali compensativi, che compensano le differenze non monetarie
della qualità delle occupazioni, spiegano alcuni di questi differenziali, mentre le differenze della
qualità del lavoro ne chiariscono molti altri.
Il movimento sindacale
I sindacati raggiungono accordi collettivi che specificano chi può svolgere determinate attività, qua-
le deve essere il salario e quali le regole lavorative, e possono inoltre decidere di organizzare uno
sciopero al fine di ottenere condizioni più favorevoli dal datore di lavoro. I salari e le indennità ac-
cessorie dei lavoratori riuniti in un sindacato sono determinati dalla contrattazione collettiva, vale a
dire dalle negoziazioni tra i rappresentanti delle imprese e dei lavoratori aventi lo scopo di fissare
condizioni di lavoro accettabili da entrambe le parti. La parte centrale di questi accordi è costituita
dal pacchetto economico, che comprende i tassi salariali di base delle diverse categorie occupazio-

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nali e le regole relative alle ferie e alle pause per i pasti; l'accordo contiene inoltre disposizioni rela-
tive alle indennità accessorie, come il sistema pensionistico, la copertura sanitaria e questioni analo-
ghe. Una seconda importante questione è costituita dalle regole lavorative, che riguardano le asse-
gnazioni e i compiti delle varie attività, la sicurezza del lavoro e le quantità di lavoro assegnato.
L'accordo sindacale contiene infine caratteristiche procedurali, che includono regole di anzianità
nonché una procedura per discutere le vertenze sindacali. In genere un contratto rimane valido tre
anni. Spesso nella contrattazione collettiva i lavoratori fanno pressione per ottenere i salari più ele-
vati, mentre gli imprenditori spingono nella direzione opposta: questa situazione viene definita mo-
nopolio bilaterale, caratterizzato da un unico acquirente e da un unico venditore. Quando in uno
stato i salari reali sono troppo elevati, possono verificarsi alti tassi di disoccupazione, un tipo di di-
soccupazione che non risponde alle tradizionali politiche macroeconomiche, che consistono nell'au-
mentare la spesa totale, e richiedono piuttosto misure atte a ridurre i salari reali.
Discriminazione razziale e sessuale
Le differenze salariali sono una caratteristica universale delle economie di mercato, ma quando una
differenza di questo tipo si verifica a causa di caratteristiche personali irrilevanti, come la razza, il
sesso o la religione, viene definita discriminazione. La discriminazione si esprime in due aspetti: di-
verso trattamento delle persone in base a caratteristiche fisiche o prassi che hanno ripercussioni di-
verse su gruppi diversi. La forma di discriminazione più diffusa è l'esclusione da determinate occu-
pazioni e determinate zone residenziali. Le minoranze vivono in zone in cui le scuole sono scadenti
e non possono permettersi di optare per l'istruzione privata; di conseguenza, questi individui non
vengono preparati a sufficienza per poter ottenere posti di lavoro ben retribuiti. Un aspetto molto in-
teressante della discriminazione si realizza nell'interazione tra informazioni parziali e motivazioni
errate, cioè nella discriminazione statistica in cui gli individui sono considerati in base al comporta-
mento medio degli appartenenti al gruppo di riferimento più che in base alle loro caratteristiche fisi-
che.

CAPITOLO XIV: Terra e capitale (pag. 267 – 293)


Terra e rendita
La terra costituisce un fattore di produzione essenziale. La caratteristica propria della terra è che la
sua quantità è fissa e completamente insensibile al prezzo. Il prezzo da pagare per l'utilizzo di un
terreno per un certo periodo di tempo è la rendita o, più formalmente, la rendita economica pura, e
viene calcolata in termini di euro per unità di tempo. La rendita, o rendita economica pura, è il pa-
gamento per l'utilizzo di fattori di produzione a offerta fissa. La curva di offerta della terra è com-
pletamente anelastica, cioè verticale, perché l'offerta di terra è fissa. La domanda del fattore è deri-
vata dalla domanda del prodotto che il fattore genera. Il fatto che l'offerta di terra sia fissa ha un im-
portante conseguenza: in seguito all'introduzione di un'eventuale imposta, se l'offerta è anelastica,
l'intera imposta grava sui proprietari del fattore. Un'imposta sulla rendita non provoca distorsioni o
inefficienze economiche in quanto non modifica il comportamento economico di nessuno; gli acqui-
renti non vengono influenzati perché il prezzo rimane invariato e il comportamento dei proprietari
non cambia perché l'offerta di terra è fissa, per cui, prima e dopo l'introduzione dell'imposta sulla
terra, il sistema economico opera esattamente nello stesso modo, e tale imposta non provoca distor-
sioni o inefficienze.
Capitale e interesse
L'analisi economica tradizionalmente suddivide i fattori di produzione in tre categorie: terra, lavoro
e capitale. Alle prime due, definite fattori primari o originali, la cui offerta è in larga parte determi-
nata al di fuori del mercato, va aggiunto un fattore prodotto: il capitale. Il capitale è costituito da
quei beni durevoli che risultano da un processo produttivo e che a loro volta vengono utilizzati
come input per la produzione successiva. Esistono tre categorie principali di beni capitali: le struttu-
re, le attrezzature e le scorte di input e output. I beni capitali vengono acquistati e venduti in apposi-
ti mercati. Gran parte dei beni capitali sono di proprietà delle imprese che li utilizzano, ma in alcuni
casi sono dati in affitto dai proprietari. I pagamenti per l'uso temporaneo dei beni capitali sono detti

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affitti. Per scegliere l'investimento più conveniente è necessario disporre di una misura del rendi-
mento del capitale; una di queste è il tasso di rendimento del capitale, che indica il rendimento mo-
netario netto annuo di ogni euro di capitale investito. Le attività materiali comprendono la terra e i
beni capitali come il computer, le abitazioni e le automobili utilizzate per produrre altri beni e servi-
zi. Ma dobbiamo distinguere queste attività dalle attività finanziarie, essenzialmente costituite da
pezzi di carta; più precisamente, sono obbligazioni di natura monetaria da parte di un soggetto nei
confronti di un altro. Un vasto sistema finanziario di banche, fondi d'investimento, compagnie assi-
curative e fondi pensione, spesso aiutati da prestiti e garanzie pubbliche, si occupano di incanalare i
fondi dei risparmiatori verso gli investitori. Senza questo sistema finanziario, le imprese non avreb-
bero la possibilità di fare gli enormi investimenti necessari per sviluppare nuovi prodotti. Gli indivi-
dui risparmiano perché si aspettano di ricevere un rendimento: questo è il tasso di interesse, ossia il
rendimento finanziario dei fondi, o rendimento annuo dei fondi prestati. L'interesse è il rendimento
d'investimento misurato in euro all'anno per euro d'investimento. Il tasso di interesse reale è il ren-
dimento dei fondi in termini di beni e servizi. Per piccoli valori dei tassi di interesse e di inflazione,
il tasso di interesse reale è dato dal tasso di interesse nominale meno il tasso di inflazione. Il valore
attuale è il valore monetario odierno di un flusso di reddito nel tempo e si misura calcolando quanto
denaro occorre investire oggi al tasso di interesse corrente, per generare il flusso di entrate future
garantito dall'attività patrimoniale. Per illustrare il primo metodo per calcolare il valore attuale, ver-
rà ora presentato il caso della rendita perpetua, ovvero le attività patrimoniali come la terra che du-
rano per sempre e rendono N euro all'anno per un numero infinito di anni.

N euro
V=
i

V = valore attuale della terra


N euro = entrate annue perpetue (euro all’anno)
i = tasso di interesse in termini decimali (per esempio, 0,05 o 5/100 all’anno)

Dopo aver esaminato il semplice esempio della rendita perpetua, prenderemo in considerazione il
caso generale del valore annuale di un'attività patrimoniale che genera un flusso di reddito variabile
nel tempo. La formula esatta per il calcolo del valore attuale è la seguente:

N1 N2 Ni
V= + + …. +
1+i (1 + i)2 (1 + i)3

Esiste una regola in grado di fornire le risposte corrette a tutte le decisioni d'investimento: basta cal-
colare il valore attuale risultante da ciascuna decisione possibile e successivamente agire in modo
tale da massimizzare il valore attuale. In questo modo si otterranno ricchezze maggiori che potranno
essere spese come si desidera. I contabili definiscono i profitti come la differenza tra i ricavi totali
ed i costi totali. Molti dei profitti aziendali costituiscono il compenso ottenuto dai proprietari del-
l'impresa per il capitale ed il lavoro svolto, cioè i fattori di produzione che essi mettono a disposi-
zione. Questi rendimenti sono detti impliciti, poiché questa è la denominazione attribuita ai costi
opportunità dei fattori di proprietà delle imprese. I profitti contengono anche un premio per la ri-
schiosità dell'investimento. Esiste un rischio di inadempienza quando un prestito o un investimento
non può essere ripagato, magari perché il debitore è fallito. Inoltre esistono molti rischi assicurabili,
per esempio contro gli incendi o gli uragani. Un terzo tipo di rischio è il rischio non assicurabile de-
gli investimenti. Una quarta categoria è poi quella del rischio del governo, che si ha quando una na-
zione viene meno ai suoi impegni e non è previsto ricorso al sistema giudiziario. Contenendo ele-
menti di queste quattro tipologie di rischi, i profitti aziendali sono la componente più instabile del

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reddito nazionale. Le obbligazioni e le azioni delle società devono quindi offrire un premio signifi-
cativo per il rischio. Questo rendimento supplementare dell'azione rispetto agli investimenti per fini
di rischi è detto equity premium. Un terzo tipo di profitti consiste nei compensi per l'innovazione e
l'invenzione. Che cosa intendiamo per "innovatori"? Sono persone che possiedono la visione, l'ori-
ginalità e il coraggio per introdurre nuove idee nell'impresa. Possiamo definire i profitti per l'inno-
vazione (chiamati talvolta anche profitti di Schumpeter) come il premio supplementare temporaneo
agli innovatori e agli imprenditori. L'investimento in beni capitali richiede il sacrificio del consumo
presente per incrementare il consumo futuro. Con l'accumularsi del capitale subentrano i rendimenti
decrescenti e il tasso di rendimento degli investimenti tende a diminuire. La teoria classica del capi-
tale può essere utile per capire come si determina il tasso di interesse. Le famiglie offrono fondi da
investire astenendosi dal consumo e accumulando risparmi nel tempo; allo stesso tempo, le imprese
domandano beni capitali da utilizzare in combinazione con il lavoro, la terra e altri input; la doman-
da di capitale dell'impresa, infine, è determinata dal desiderio di realizzare profitti tramite la produ-
zione di beni. In un sistema economico concorrenziale senza rischi o inflazione il tasso di rendimen-
to concorrenziale del capitale è uguale al tasso di interesse del mercato. Il tasso di interesse di mer-
cato ha due funzioni: limita l'offerta scarsa di beni capitali della società agli utilizzi che presentano i
tassi di rendimento più elevati e induce gli individui a sacrificare il consumo presente al fine di in-
crementare lo stock di capitale. Il punto di equilibrio nel lungo periodo dello stock di capitale si ha
nel punto in cui il valore delle attività finanziarie che gli individui desiderano offrire nel lungo pe-
riodo corrisponde esattamente alla quantità di capitale che le imprese richiedono per la produzione.

Mercati ed efficienza economica


L'efficienza è un processo attraverso il quale i consumatori ottengono il massimo soddisfacimento
dalle risorse della società; più precisamente, l'efficienza allocativa si ha quando non è possibile rior-
ganizzare la produzione o il consumo in modo tale da incrementare il soddisfacimento di un indivi-
duo senza ridurre quello di un altro. I principali concetti relativi al comportamento dei singoli mer-
cati di cui abbiamo parlato nei capitoli precedenti sono:
1. la domanda e l'offerta concorrenziali determinano i prezzi delle quantità nei singoli mercati;
2. le curve di domanda di mercato derivano dalle utilità marginali dei diversi beni;
3. i costi marginali dei diversi beni determinano le curve di offerta concorrenziali;
4. le imprese calcolano i costi marginali dei prodotti ed i prodotti marginali in termini di valore
dei fattori, e successivamente i livelli di input e output che consentono loro di massimizzare
profitti;
5. la somma dei prodotti marginali in termini di valore di tutte le imprese fornisce la domanda
derivata dei fattori di produzione;
6. la domanda derivata di terra, lavoro o beni capitali interagiscono con le offerte di mercato
per determinare i prezzi dei fattori, quali la rendita, i salari e tassi di interesse;
7. i prezzi e quantità dei fattori determinano i redditi, i quali chiudono il cerchio tornando ai
punti 1 e 2, contribuendo in tal modo a determinare la domanda dei diversi beni.
Ciascuna di queste affermazioni è il risultato dell'analisi degli equilibri parziali. Come una ragnate-
la invisibile, i mercati degli input e degli output sono collegati all'interno di un sistema interdipen-
dente, che viene definito equilibrio generale. Nell'equilibrio economico generale esiste una struttura
logica che sta alla base di milioni di mercati che determinano i prezzi e gli output: le famiglie che
intendono massimizzare la propria soddisfazione, l'offerta di fattori e l'acquisto di prodotti, mentre
le imprese, spinte dal desiderio di realizzare profitti, trasformano i fattori acquistati dalle famiglie in
prodotti da vendere alle famiglie. La struttura logica di un sistema di equilibrio generale è così com-
pleta. Quali sono i presupposti dell'analisi di un sistema economico di libero mercato? La perfetta
concorrenzialità di tutti mercati, in altre parole essi sono soggetti alla spietata concorrenza di nume-
rosi acquirenti e venditori. Si passa successivamente alla descrizione delle interazioni nei diversi
segmenti di un sistema economico: i componenti fondamentali sono il comportamento dei consu-
matori e dei produttori e la loro interazione produce l'equilibrio generale. I consumatori distribui-

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scono i loro redditi fra diversi beni, al fine di ottenere la massima soddisfazione e scelgono i beni in
modo tale che le utilità marginali per euro di spesa siamo uguali per tutte le ultime unità di ciascun
bene. Per quanto riguarda le condizioni necessarie affinché i produttori possano massimizzare i pro-
fitti, nei mercati dei prodotti ogni impresa fissa il proprio livello di output in modo tale che il costo
marginale di produzione sia uguale al prezzo del bene. Un sistema di mercato caratterizzato dall'e-
quilibrio generale alloca le risorse in modo efficiente e se i mercati sono in condizioni di concorren-
za perfetta, i consumatori ed i produttori sono ben informati e non sono presenti esternalità. In un si-
stema di questo tipo il prezzo di ciascun bene è uguale al suo costo marginale e il prezzo di ogni fat-
tore è uguale al valore del suo prodotto marginale. Di conseguenza, quando tutti i produttori massi-
mizzano i profitti e tutti i consumatori massimizzano l’utilità, il sistema economico nel suo insieme
è efficiente e non è possibile migliorare le condizioni di qualcuno senza peggiorare quelle di qual-
cun altro. Il punto fondamentale da chiarire e che, siccome i prezzi fungono da indicatori della scar-
sità economica per i produttori e dell'utilità sociale per i consumatori, un meccanismo di prezzi con-
correnziali consente di produrre la combinazione migliore di beni e servizi avvalendosi delle risorse
e della tecnologia a disposizione della società.

CAPITOLO XV: Il vantaggio comparato ed il protezionismo (pag. 297 – 322)


Il fondamento economico del commercio internazionale
Esistono tre differenze importanti tra il commercio interno e internazionale, che comportano conse-
guenze significative a livello pratico ed economico:
il principale vantaggio del commercio internazionale sta nell'ampliamento degli orizzonti di scam-
bio;
1. a volte vengono erette barriere politiche al commercio internazionale, quando i gruppi inte-
ressati si oppongono alla concorrenza delle merci straniere e le nazioni impongono dazi do-
ganali o contingenti d'importazione. Questa prassi viene definita protezionismo;
2. quasi tutte le nazioni hanno una moneta propria; il sistema finanziario internazionale deve
assicurare un flusso regolare di valute se non vuole correre nel rischio di un blocco del com-
mercio.
Le nazioni trovano utile partecipare al commercio internazionale per vari motivi: a causa delle di-
verse condizioni di produzione, a causa dei costi decrescenti di produzione e a causa di differenze di
gusti dei paesi stessi. Le economie di scala danno al paese un notevole vantaggio sotto il profilo dei
costi e della tecnologia rispetto ad altri stati, che trovano meno caro acquistare dal maggiore produt-
tore che realizzare da se il bene in questione.
Il vantaggio comparato
Il principio del vantaggio comparato afferma che un paese può beneficiare del commercio anche se
in termini assoluti e più efficiente (o meno efficiente) di altri paesi nella produzione di ciascun bene.
Il principio del vantaggio comparato afferma che ogni paese avrà un vantaggio se si specializzerà
nella produzione e nell'esportazione dei beni che può produrre a costo relativamente basso (nei qua-
li è relativamente più efficiente di altri paesi); al contrario, ogni paese avrà un vantaggio se importe-
rà i beni che produce a un costo relativamente elevato (nei quali è relativamente meno efficiente di
altri paesi). Nel 1817 l'economista inglese David Ricardo, dimostra come la specializzazione a livel-
lo internazionale vada a beneficio delle singole nazioni, e giunse ad enunciare la cosiddetta legge
del vantaggio comparato. Quando ogni paese si concentra sul proprio settore di vantaggio compara-
to, tutti ne beneficiano. I lavoratori di una regione possono ottenere un quantitativo maggiore di
beni di consumo con la stessa quantità di lavoro, quando gli individui si specializzano nei settori di
vantaggio comparato e scambiano la produzione con beni per i quali hanno uno svantaggio compa-
rato. Il libero scambio nei mercati concorrenziali consente al mondo di spostarsi sulla frontiera delle
possibilità produttive.
Il protezionismo
Per secoli gli stati hanno utilizzato i dazi doganali e contingenti per aumentare i ricavi e influire sul-
lo sviluppo delle singole industrie. Possiamo usare l'analisi della domanda e dell'offerta per com-

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prendere gli effetti economici dei dazi e dei contingenti: tenere conto, innanzitutto, che un dazio do-
ganale è un tributo prelevato sulle importazioni, mentre un contingente di importazione è un limite
alla quantità di beni importati; gli Stati Uniti hanno contingenti di importazione su molti prodotti,
mentre l'Italia ha completamente eliminato dazi e contingenti di importazione nei confronti dei pae-
si dell'Unione Europea. Il caso più semplice da analizzare è quello di un dazio doganale proibitivo,
un dazio così elevato da scoraggiare qualsiasi importazione. Dazi doganali più moderati colpirebbe-
ro, ma non stroncherebbero il commercio. Un dazio doganale tenderà a fare aumentare il prezzo, a
ridurre le quantità consumate e importate ed a incrementare la produzione nazionale. Un contingen-
te proibitivo produrrà lo stesso risultato di un dazio proibitivo. Un dazio fornisce entrate allo Stato,
magari consentendo che altre imposte vengano ridotte. Un contingente, invece, trasferisce i prodotti
derivanti dalla differenza di prezzo nelle tasche degli importatori o degli esportatori che sono così
fortunati da ottenere il permesso o la licenza di importazione e che in tal modo possono ricompensa-
re, o perfino corrompere, i funzionari che concedono le licenze di importazione. Il costo per il tra-
sferimento di merci ingombranti o deperibili ha lo stesso effetto dei dazi doganali, in quanto riduce
l'entità della positiva specializzazione regionale. Gli argomenti a favore della protezione mediante
dazi o contingenti di importazione contro la concorrenza delle importazioni straniere assumono
molte forme diverse. Quelle che seguono sono le principali categorie:
• argomentazioni non economiche indicanti che è auspicabile sacrificare il benessere econo-
mico per sostenere altri obiettivi nazionali;
• argomentazioni basate sul fronte rendimento della logica economica, per esempio del princi-
pio del vantaggio comparato;
• analisi che si basano sul potere di mercato o su imperfezioni macroeconomiche.
La manipolazione delle ragioni di scambio mediante dazi ottimali può aumentare il reddito reale di
un grande paese a spese dei partner commerciali. In presenza di disoccupazione i dazi possono spin-
gere l'economia verso la piena occupazione, ma le politiche monetarie fiscali potrebbero raggiunge-
re lo stesso obiettivo con minori inefficienze rispetto a questa strategia che va a scapito dei partner
commerciali. A volte le industrie nascenti possono aver bisogno di protezione temporanea per rea-
lizzare i loro veri vantaggi comparati di lungo periodo. Il principio del vantaggio comparato va ade-
guato se i mercati funzionano male a causa della disoccupazione o di disordini sul mercato dei cam-
bi. Inoltre, il commercio può danneggiare i singoli settori o fattori se le importazioni diminuiscono i
loro profitti.

CAPITOLO XVI: Sistema fiscale e spesa pubblica (pag. 323 – 346)


Controllo del sistema economico da parte dello Stato
Lo Stato per influenzare l'attività economica privata si serve di questi tre principali strumenti:
• le imposte, che, riducendo il reddito privato, limitano le spese dei privati e forniscono le ri-
sorse per la spesa pubblica. Il sistema fiscale ha inoltre la funzione di scoraggiare alcune at-
tività tassandole maggiormente ed incoraggiare altri settori tassandoli meno;
• le spese, che inducono le imprese o i lavoratori a produrre determinati beni e servizi ed i tra-
sferimenti che sostengono i redditi dei meno abbienti;
• le regolamentazioni o controlli che spingono gli individui a eseguire o a evitare certe attività
economiche.
In Italia, così come in altri paesi europei, il rapporto tra spesa pubblica e PIL è assai più alto che ne-
gli Stati Uniti, e si colloca oggi intorno al 50%. I paesi con redditi elevati tendono a introdurre im-
poste elevate e a spendere una parte più consistente del PIL rispetto ai paesi poveri. L'intervento sta-
tale nell'economia, sia mediante regolamentazione sia mediante la creazione di imprese pubbliche,
si accrebbe notevolmente durante il fascismo, e la tendenza è continuata anche dopo la fine della
dittatura e l'instaurazione della Repubblica. La storia economica italiana degli ultimi cinquant'anni
ha visto, tra l'altro, la creazione e l'ampliamento del sistema delle partecipazioni statali e l'estensio-

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ne dell'assistenza sanitaria pubblica a tutta la popolazione. Quali sono gli obiettivi economici della
pubblica amministrazione in una moderna economia mista?
• incremento dell'efficienza economica;
• miglioramento della distribuzione delle reddito;
• stabilizzazione del sistema economico mediante politiche macroeconomiche;
• rappresentanza del paese a livello internazionale.
In altre parole la pubblica amministrazione opera per correggere i principali fallimenti del mercato,
tra i quali vanno ricordati il fallimento della concorrenza perfetta, le esternalità ed i beni pubblici e
le informazioni incomplete. La redistribuzione delle reddito è la seconda funzione economica pub-
blica in ordine importanza. I governi si assumono la responsabilità di evitare il ripetersi di disastrose
depressioni economiche mediante un'assennata politica fiscale monetaria e una rigorosa regolamen-
tazione del sistema finanziario. Oggi i governi svolgono l'importante funzione di rappresentare gli
interessi nazionali sulla scena internazionale e di negoziare accordi vantaggiosi con altri paesi. Una
parte importante della politica economica riguarda l'armonizzazione delle leggi e la riduzione delle
barriere commerciali al fine di incoraggiare la socializzazione e la divisione del lavoro a livello in-
ternazionale. Le nazioni ricche dispongono di numerosi programmi per il miglioramento delle con-
dizioni dei poveri di altri stati. Il sistema monetario internazionale non è in grado di gestirsi autono-
mamente; la creazione di un sistema di cambio armonico costituisce un prerequisito per l'efficienza
del commercio internazionale. La novità più recente della politica economica internazionale consi-
ste nella collaborazione tra nazioni al fine di proteggere l'ambiente nei casi in cui numerosi paesi
partecipano alla gestione di una certa risorsa ambientale. Possono verificarsi anche "fallimenti pub-
blici", vale a dire situazioni in cui gli interventi pubblici provocano sprechi o distribuiscono il reddi-
to in modo indesiderato. Questi problemi riguardano la teoria delle scelte pubbliche, cioè la branca
dell'economia e della politologia che studia il modo in cui i governi prendono le loro decisioni.
La spesa pubblica
In Italia, accanto alla pubblica amministrazione centrale operano gli enti locali: regioni, province e
comuni. In teoria, la suddivisione di poteri e responsabilità tra i diversi livelli della pubblica ammi-
nistrazione dovrebbe riflettere l'esistenza di una suddivisione delle responsabilità fiscali tra i diversi
livelli amministrativi, ovvero di un sistema denominato federalismo fiscale. In generale, le ammini-
strazioni locali sono responsabili dei "beni pubblici locali", vale a dire attività i cui benefici sono
essenzialmente limitati ai residenti locali. I problemi relativi agli "beni pubblici globali" sono inve-
ce soggetti ad accordi internazionali in quanto superano i confini dei singoli paesi. In anni recenti le
categorie di spesa che hanno presentato la crescita più rapida a livello statale e locale sono state l'as-
sistenza sanitaria e il sistema carcerario. Per l'Italia va innanzitutto segnalato che gran parte della
spesa è decisa a livello centrale.
Aspetti economici dell’imposizione fiscale
I governi finanziano i propri programmi di spesa soprattutto con i fondi provenienti dalle imposte e,
nel caso siano insufficienti, facendo ricorso al debito pubblico. Quando il governo introduce l'impo-
sta, in realtà decide in che modo trarre le risorse necessarie dalle famiglie e dalle imprese della na-
zione per destinarle a finalità pubbliche. I fondi raccolti tramite le imposte rappresentano il veicolo
con cui le risorse reali vengono trasferite dai beni privati ai beni pubblici. Economisti e filosofi poli-
tici hanno proposto due principi fondamentali per l'organizzazione di un sistema fiscale:
• il principio del beneficio afferma che individui diversi dovrebbero essere tassati in propor-
zione al beneficio che ricevono dai programmi di spesa pubblica;
• il principio della capacità contributiva afferma che le imposte pagate dagli individui do-
vrebbero essere correlate al loro reddito o patrimonio.
Quasi tutti i moderni sistemi fiscali tentano di incorporare anche concetti di giustizia o equità. Un
principio importante è quello dell'equità orizzontale, secondo il quale gli individui sostanzialmente
uguali devono essere tassati allo stesso modo. Un principio più controverso è quello dell'equità ver-
ticale, che riguarda il trattamento fiscale di persone con redditi diversi. Ai giorni nostri i paesi avan-

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zati si basano in larga misura sulle imposte progressive sul reddito. Di fatto la famiglia con il reddi-
to più elevato non paga solo un'imposta sul reddito maggiore, ma anche una maggiore percentuale
del reddito stesso. L'imposta progressiva si contrappone a un'imposta strettamente proporzionale,
che preleva dai contribuenti esattamente la stessa percentuale di reddito; per contro, un'imposta re-
gressiva preleva dai poveri una percentuale di reddito maggiore di quella versata dai ricchi. Le im-
poste indirette gravano su beni servizi e quindi soltanto "indirettamente" sugli individui; esempi di
tali imposte sono quelle sui consumi e sulle rendite. Per contro, le imposte dirette gravano diretta-
mente sugli individui o sulle imprese; ne sono esempi le imposte sul reddito delle persone fisiche.
In primo luogo consideriamo l'imposta sul reddito delle persone fisiche. Si tratta di un'imposta di-
retta e, tra tutte le imposte, è quella che maggiormente riflette il principio della capacità contributi-
va. Come si calcola l'imposta sul reddito delle persone fisiche? Innanzitutto si determina il reddito
dell'individuo in questione, e da questo si sottraggono spese, detrazioni ed esenzioni per ottenere
l'imponibile su cui calcolare l'imposta. L'imposta, in tutti i sistemi economici più avanzati, è pro-
gressiva, ossia grava in misura maggiore sui redditi più elevati. L'imposta federale che presenta la
crescita più rapida è l'imposta sul monte salari che serve a finanziare la previdenza sociale. Si tratta
di imposta "per scopi sociali" che raccoglie fondi da destinare ai programmi pubblici a favore di
pensionati, invalidi e malati. Dato che nella fase finale del flusso di pagamenti vi sono benefici visi-
bili, l'imposta sul monte salari presenta elementi di un’imposta sul beneficio. In Italia un ruolo ana-
logo è svolto dai contributi sociali, destinati a finanziare il sistema di sicurezza sociale. Le imposte
influenzano sia l'efficienza sia la distribuzione del reddito. La moderna teoria dell'imposizione fi-
scale efficiente ha prodotto la regola delle imposte di Ramsey, che afferma che lo Stato dovrebbe
imporre le imposte più elevate sugli input e gli output con domande e offerta maggiormente anela-
stiche rispetto al prezzo. La regola delle imposte di Ramsey si basa sul fatto che se l'offerta alla do-
manda di un bene è molto anelastica rispetto al prezzo, un'imposta sul bene avrà un'influenza limita-
ta sui consumi e sulla produzione. Un esempio concreto si ebbe in Gran Bretagna nel 1990 con la
proposta di introdurre una poll tax, cioè un'imposta in somma fissa per persona; il vantaggio di una
tale imposta e che è, come per l'imposta sulla terra, essa non avrebbe prodotto inefficienze, in quan-
to è improbabile che gli individui migrino in Russia o facciano di tutto per evitare l'imposta, quindi
le distorsioni economiche sarebbero state minime. Purtroppo il governo inglese non si rese conto
della misura in cui la popolazione riteneva quest'imposta ingiusta. Le critiche rivolte alla poll tax
furono uno dei principali motivi che causarono la caduta del governo Thatcher dopo undici anni di
potere. La questione del trasferimento delle imposte riguarda l'incidenza fiscale, cioè il modo in cui
si ripartisce l'onere fiscale e gli effetti globali sui prezzi, sulle quantità e sulla composizione di pro-
duzione e consumo. L'incidenza fiscale esamina l'impatto dei programmi di imposizione fiscale e di
spesa sui redditi della popolazione e riguarda il loro livello generale di progressività o regressività;
per calcolarla occorre distribuire tutte le imposte e i trasferimenti tra i diversi gruppi.
La curva di Laffer
La curva di Laffer, che ha preso il nome dall'economista e aspirante senatore californiano Arthur
Laffer, è mostrata nella figura sotto. La curva di Laffer mostra che l'incremento delle aliquote d'im-
posta determina un aumento delle entrate, che salgono fino a un punto massimo L e poi scendono
fino a 0 con un'aliquota fiscale del 100% in quanto l'attività viene completamente scoraggiata.

L
Entrate fiscali totali

Aliquote d’imposta

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CAPITOLO XVII: Politiche di regolazione e antitrust (pag. 347 – 366)
Regolamentazione delle imprese: teoria e pratica
Nel tentativo di controllare l'attività economica lo Stato può incentivare il mercato oppure imporre
determinati obblighi. Le disposizioni del governo riguardano oggi una vasta gamma di aree, che non
includono soltanto l'inquinamento o l'urbanizzazione ma anche la raccolta delle informazioni, la re-
golamentazione dei salari e degli orari di lavoro e molte normative specifiche di particolari indu-
strie, per esempio delle imprese che utilizzano pesticidi o producono nuovi farmaci. In genere si di-
stinguono due forme di regolamentazione. La regolamentazione economica si riferisce al controllo
dei prezzi, alle condizioni di ingresso e di uscita nel mercato e ai livelli del servizio di una particola-
re industria ed è estremamente importante nei settori in cui vi sono monopoli naturali. Esiste inoltre
una seconda forma di regolamentazione, nota come regolamentazione sociale, che viene utilizzata
per proteggere l'ambiente, la salute e la sicurezza dei lavoratori e dei consumatori. La regolamenta-
zione limita il potere di mercato delle imprese. Esistono tre principali giustificazioni di interesse
pubblico nella regolamentazione: innanzitutto per disciplinare il comportamento delle imprese al
fine di prevenire abusi del potere di mercato attraverso monopoli e oligopoli; in secondo luogo per
rimediare alla carenza di informazioni, come quella che si verifica quando i consumatori non cono-
scono in modo adeguato le caratteristiche di prodotti importanti come farmaci o le apparecchiature
elettriche; una terza giustificazione, infine, è la correzione di esternalità come l'inquinamento, og-
getto della regolamentazione sociale. Il governo dovrebbe regolamentare le industrie in cui vi sono
troppe poche imprese per garantire una concorrenza efficace, soprattutto nel caso estremo del mo-
nopolio naturale. Una tipica motivazione economica della regolamentazione è quella di impedire la
determinazione di prezzi monopolistici da parte dei monopoli naturali. La regolamentazione impone
alle imprese regolamentate una determinazione dei prezzi in base al costo medio. A ciascuna cate-
goria di consumatori verrebbe quindi applicato il costo medio interamente distribuito di quel tipo di
servizio.
D
Prezzo di monopolio
PM

Prezzo regolamentato
PR
Prezzo ideale
PI
La figura illustra la regolamentazione dei servizi
RM pubblici: il punto M rappresenta
D l'output non rego-
lamentato che consente al monopolista di massimizzare i profitti; tale punto corrisponde a un pezzo
estremamente elevato, a una quantità modestaQM e a profitti di tutto rispetto.
QR Nella
QI regolamentazione
tradizionale il monopolista è autorizzato a fissare un pezzo sufficientemente elevato da coprire il co-
sto medio unitario. In questo caso l'impresa fisserà un pezzo corrispondente al punto in cui la curva
di domanda DD interseca la curva CU, e, di conseguenza, l'equilibrio sarà indicato dal punto R. In
realtà, P = CM, ossia la determinazione dei prezzi in base al costo marginale, è l'obiettivo ideale per
raggiungere l'efficienza economica, ma presenta un serio ostacolo pratico: se un’impresa con costo
medio decrescente fissa il prezzo a un livello pari al costo marginale incorrerà in una perdita croni-
ca. Un approccio alternativo fissa i prezzi in base a tariffe a due parti: l’impresa impone una tariffa
fissa per coprire i costi generali e aggiunge quindi un costo variabile per coprire il costo marginale.
Tra gli effetti della regolamentazione vi sono sia aumenti sia cali di efficienza e provoca una redi-
stribuzione del reddito.
La politica antitrust
La politica antitrust è una delle più importanti forme di controllo pubblico sulle imprese. Con il de-
clino della regolamentazione economica come principale strumento per la prevenzione degli abusi

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monopolistici, il governo si è concentrato in modo crescente sugli incentivi alla concorrenza e sul-
l'applicazione di politiche antitrust come armi principali per incoraggiare l'efficienza economica dei
mercati. Le politiche antitrust vietano alcuni tipi di comportamenti delle imprese che inibiscono le
forze concorrenziali e pongono restrizioni ad alcune strutture di mercato, come i monopoli. Per lun-
go tempo le uniche norme antitrust in vigore in Italia sono state quelle contenute nel trattato di
Roma, con il quale fu costituita la Comunità Economica Europea. In particolare, l'articolo 85 del
trattato proibisce le pratiche collusive che possono restringere o falsare la concorrenza nel mercato
comune; l'articolo 86 vieta inoltre l'abuso di posizione dominante nel mercato interno. L’Italia ha
tardato a lungo prima di approvare una legge antitrust. Finalmente, la materia è stata regolamentata
con la legge 287, approvata nell'ottobre 1990, che ha istituito l'Autorità Garante della Concorrenza
e del Mercato, definendone gli ambiti e le modalità d'intervento. Negli Stati Uniti i monopoli erano
illegali già da lungo tempo secondo il diritto comune, ma tali leggi si rivelarono inefficaci per com-
battere le fusioni, i cartelli e il trust. Nel 1890 i sentimenti populisti condussero all'approvazione
dello Sherman Act, che rappresenta la pietra miliare della normativa antitrust americana. Questa
legge proibisce qualsiasi contratto, associazione o accordo che limiti gli scambi, e proibisce la mo-
nopolizzazione e tentativi di monopolizzazione. Il Clayton Antitrust Act, approvato per chiarire e
rafforzare la legge Sherman, vietava i contratti vincolanti, dichiarava illegali le discriminazioni dei
prezzi e le trattative esclusive, proibiva i consigli di amministrazione incrociati e le fusioni realizza-
te con l'acquisto di azioni ordinarie dei concorrenti. Nel 1914 fu istituita la Federal Trade Commis-
sion per proibire metodi sleali di concorrenza e per vigilare contro le fusioni anticoncorrenziali. I
tribunali hanno stabilito che alcuni tipi di comportamento collusivo sono illegali di per sé e non esi-
stono giustificazioni per tali azioni. La principale categoria di comportamento illegale di per sé è
costituita dagli accordi tra imprese in concorrenza volte a fissare i prezzi, limitare l'output o ripartire
i mercati. Le leggi antitrust limitano anche altre forme di comportamento:
• la fissazione predatoria dei prezzi, dove un’impresa vende i propri beni a prezzi inferiori ai
costi di produzione;
• i contratti vincolanti;
• la discriminazione dei prezzi, dove un'impresa vende a clienti diversi lo stesso prodotto
applicando prezzi differenti per motivi estranei al costo o alla concorrenza.
I casi più evidenti di applicazione delle leggi antitrust riguardano la struttura delle industrie piutto-
sto che il comportamento delle società. Si tratta di tentativi di disgregazione delle grandi imprese e
di procedimenti preventivi antifusione contro le proposte di fusione di imprese di grandi dimensio-
ni. Le fusioni orizzontali, in cui si uniscono società appartenente alla medesima industria, negli Stati
Uniti sono vietate dalla legge Clayton quando la fusione potrebbe ridurre considerevolmente la con-
correnza dell'industria. Le fusioni verticali si verificano quando si uniscono due imprese a diversi
stadi del processo produttivo. I tribunali hanno prestato scarsa attenzione alla potenziale efficienza
di operazioni congiunte nelle fusioni verticali. Un terzo tipo di fusioni, definite fusioni in conglome-
rato, si ha quando si uniscono imprese non correlate come quando, per esempio, una società chimi-
ca o siderurgica acquista una società petrolifera. I critici di questo tipo di fusioni mettono in eviden-
za due aspetti: in primo luogo rivelavano che la dimensione delle maggiori società è spaventosa; di
conseguenza esse dispongono di un grande potere economico e politico. Il secondo punto è che
molte di queste combinazioni non presentano alcune finalità economica. Eppure anche questi tipi di
fusioni hanno i loro sostenitori: alcuni economisti affermano, per esempio, che hanno il merito di
introdurre sistemi di gestione moderni in imprese arretrate e che le acquisizioni, come i fallimenti,
rappresentano lo strumento a disposizione del sistema economico per eliminare i rami secchi nella
lotta economica per la sopravvivenza.

CAPITOLO XVIII: Risorse naturali e ambiente (pag. 367 – 388)


La “teoria della cornucopia” afferma che il momento in cui l’umanità esaurirà le risorse naturali o
le capacità tecnologiche è molto lontano. Secondo questo punto di vista possiamo guardare al futuro
con ottimismo: vi saranno crescita economica, tenore di vita in aumento e l’ingegnosità umana sarà

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perfettamente in grado di affrontare qualsiasi problema ambientale. Generalmente, i principali eco-
nomisti tendono a collocarsi fra gli estremi dell’ambientalismo e della teoria della cornucopia.
Popolazione e limitazione delle risorse
L'analisi economica della popolazione ebbe origine grazie ai contributi del reverendo Malthus, il
quale sviluppò le proprie idee criticando l'opinione ottimista di suo padre, secondo la quale la razza
umana progrediva costantemente. Malthus partì dall'osservazione secondo cui nelle colonie ameri-
cane, dove le risorse abbondavano, la popolazione tendeva raddoppiare ogni 25 anni circa e da qui
postulò una tendenza universale della popolazione a crescere in modo esponenziale o in progressio-
ne geometrica. Dopo aver fatto ricorso all'interesse composto, Malthus utilizzò anche i rendimenti
decrescenti. Egli affermò che siccome la terra è fissa mentre gli input di lavoro aumentano costante-
mente, i generi alimentari tenderebbero a crescere in progressione aritmetica e non geometrica. Egli
descrisse anche gli impedimenti che, in tutti tempi e in tutti i luoghi, tengono basso il livello di po-
polazione. Nella prima edizione del suo lavoro, evidenziò anche gli impedimenti "positivi" che fan-
no salire il tasso di mortalità: pestilenze, fame e guerre; successivamente, espresse la speranza che
la crescita della popolazione potesse essere rallentata da "precetti morali" come l'astinenza e il rin-
vio dei matrimoni. Nonostante gli accurati studi statistici condotti da Malthus, oggi i demografi ri-
tengono che le sue idee fossero eccessivamente semplificate. Nel secolo successivo a Malthus, i
progressi tecnologici hanno spostato verso l'esterno la frontiera delle possibilità produttive di alcuni
paesi europei e Nord americani e i mutamenti della tecnologia sono stati talmente veloci che l'incre-
mento dell'output ha superato notevolmente la crescita della popolazione, determinando un rapido
aumento dei salari reali. È interessante la scoperta dell'andamento a U rovesciata del livello di in-
quinamento lungo le diverse fasi dello sviluppo economico. Il tratto ascendente della curva è deter-
minato dall'urbanizzazione che, accompagnata dallo sviluppo di industrie molto inquinanti, spesso
sostituisce l'agricoltura nelle prime fasi dello sviluppo; quando le acciaierie prendono il posto dell'a-
gricoltura di sussistenza, è quasi inevitabile che l'inquinamento atmosferico peggiori, soprattutto
perché i paesi poveri sono in grado di comperarlo solo in minima parte. Tuttavia, con l'aumento dei
redditi, i paesi tendono a investire nella riduzione dell'inquinamento e le loro strutture economiche
si evolvono verso servizi e lontano dall'industria pesante, riducendo l'inquinamento.

Inquinamento pro capite per


unità prodotta

Reddito pro capite


L’economia delle risorse naturali
Le risorse naturali più importanti sono la terra, l'acqua e l'atmosfera: i terreni fertili forniscono ge-
neri alimentari e vino, mentre dal mantello terrestre si estraggono petrolio e altri minerali; le acque
forniscono pesce e possibilità di svago, e costituiscono un mezzo di trasporto estremamente effi-
ciente; la preziosa atmosfera produce l'aria da respirare, bellissimi tramonti e spazi in cui possono
volare gli aeroplani. Nell'analisi delle risorse naturali gli economisti effettuano due distinzioni pri-
marie: un bene si definisce appropriabile quando le imprese o i consumatori possono trarne l'intero
valore economico, come la terra, le risorse minerarie, il gas e gli alberi; una seconda categoria di ri-
sorse, note come inappropriabili, possono sicuramente provocare problemi economici; esse sono
quelle che implicano esternalità. Una risorsa non rinnovabile è caratterizzata da un'offerta essenzial-
mente fissa o che non si rigenera velocemente, come i combustibili fossili. Una seconda categoria è
costituita dalle risorse rinnovabili, i cui servizi si rinnovano regolarmente e che, se gestite corretta-
mente, possono fornire una quantità infinita di servizi utili, come l'energia solare e l'acqua. In primo
luogo verranno considerate le risorse naturali appropriabili. Anche se la percentuale di reddito totale
direttamente derivante dalle risorse naturali è modesta, non sarebbe saggio pensare che tali risorse
non siano importanti per la crescita economica. Tutte le risorse energetiche dispongono di sostituti;
è così sempre possibile per esempio sostituire il petrolio e il gas o con il carbone. Numerosi ambien-

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talisti sostengono che l'energia e altre risorse naturali, come le zone verdi e le foreste secolari, sono
tipi speciali di capitale che devono essere conservati al fine di mantenere una crescita economica
"sostenibile". L'influenza del progresso tecnologico ha controbilanciato l'effetto della tendenza all'e-
saurimento, che spinge verso l'alto i prezzi: i fili telefonici in rame, per esempio, vengono sostituiti
dai cavi in fibra ottica, che utilizzano materie prime molto più economiche e abbondanti. Un feno-
meno analogo si sta verificando in quasi tutti i settori legati alle risorse naturali.
Contenimento delle esternalità: economia ambientale
Esistono vari tipi di esternalità. Alcune sono positive, altre sono negative: se, per esempio, qualcu-
no getta rifiuti tossici in un fiume, potrebbe uccidere pesci e piante e diminuire il valore del corso
d'acqua a scopo ricreativo e, poiché non paga per il danno provocato, si verifica un’esternalità ne-
gativa o nociva; se invece qualcuno sviluppa una tecnica migliore per ripulire l'inquinamento da pe-
trolio, il beneficio si estenderà a numerosi individui che non pagano l'inventore; in questo caso si
avrà un’esternalità positiva o benefica. Un esempio estremo di esternalità è quello di un bene pub-
blico, ovvero un bene che può essere fornito a tutti con la stessa facilità con cui può essere fornito a
un solo individuo. Il caso per eccellenza di un bene pubblico è la difesa nazionale. I beni pubblici
garantiscono benefici indivisibili all'intera comunità, indipendentemente dal fatto che gli individui
desiderino o meno acquistare il bene pubblico. Al contrario, i beni privati possono essere suddivisi
o forniti separatamente a diversi individui senza comportare benefici o costi esterni per altri. Perché
le esternalità come l'inquinamento producono inefficienza economica? In un ambiente non control-
lato le imprese determinano i livelli di inquinamento a loro più convenienti, uguagliando il benefi-
cio marginale privato derivante dalla riduzione dell'inquinamento al costo marginale di tale riduzio-
ne. Gli economisti tentano di determinare il livello di inquinamento socialmente efficiente equili-
brando i costi e benefici sociali; più precisamente, l'efficienza richiede che il beneficio marginale
sociale della riduzione ed i costi marginali sociali della riduzione siano uguali. Gli economisti han-
no sviluppato diversi approcci per misurare i danni che non si evidenziano direttamente dai prezzi
mercato; la valutazione è più semplice nei casi in cui i problemi ambientali danneggiano diretta-
mente gli utenti. Alcuni economisti dell’ambiente utilizzano una tecnica detta valutazione contin-
gente, che consiste nel domandare alle persone quanto sarebbero disposti a pagare in una situazione
ipotetica, per esempio, al fine di preservare alcune risorse naturali. Quali sono gli strumenti a dispo-
sizione dello Stato per combattere le inefficienze provocate dalle esternalità? Per quasi tutti tipi di
inquinamento, così come per l'esternalità che influiscono sulla salute e sulla sicurezza, l'intervento
pubblico si basa su controlli diretti, i quali vengono spesso definiti regolamentazioni sociali. Per
evitare alcune delle conseguenze indesiderate dei controlli diretti, numerosi economisti hanno sug-
gerito un approccio basato più sugli incentivi economici che non sulle ordinanze governative; in
particolare, si è proposta l'introduzione di un’imposta sulle emissioni. Un nuovo approccio che evita
l'introduzione di imposte è l'utilizzo di permessi di emissione negoziabili: invece di imporre alle im-
prese un pagamento di x euro per ciascuna unità di inquinamento e di lasciare che siano le imprese
stesse a fissare il proprio livello di inquinamento, lo Stato stabilisce il livello di inquinamento e di-
stribuisce un numero appropriato di permessi il cui prezzo, che corrisponde al livello dell'imposta
sulle emissioni, è determinato dalla domanda e dall'offerta sul mercato dei permessi. Le regole di
responsabilità e le negoziazioni private sono due soluzioni di natura privatistica. Le regole di re-
sponsabilità sono uno strumento allettante di internazionalizzazione dei costi non di mercato; all'at-
to pratico, tuttavia, la loro applicabilità e piuttosto limitata; solitamente tali regole richiedono costi
processuali elevati, che vanno ad aggiungersi all’esternalità iniziale. Esiste una soluzione anche
quando le imprese non sono responsabili di danni ambientali causati? Un'analisi sorprendente con-
dotta da Ronald Coase di Chicago dimostrò come, con diritti di proprietà chiaramente definiti e co-
sti di transazione contenuti, negoziazioni volontarie tra le parti interessate possono produrre il risul-
tato di efficiente. Tra tutti i problemi ambientali quello che maggiormente preoccupa gli scienziati è
la minaccia del surriscaldamento del pianeta provocato dall’effetto serra. L'effetto serra può essere
considerato il "nonno" dei problemi relativi ai beni pubblici: interventi effettuati oggi influenzeran-
no il clima di tutti gli stati del mondo nei secoli a venire.

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CAPITOLO XIX: Efficienza e uguaglianza: il grande compromesso (pag. 389 – 407)
Le fonti della disuguaglianza
Il reddito personale indica le entrate totali di un individuo o di una famiglia in un determinato pe-
riodo di tempo. Le componenti principali del reddito personale sono i redditi da lavoro, i redditi da
capitale ed i trasferimenti pubblici. Il reddito personale disponibile è costituito dal reddito personale
al netto delle imposte. Il patrimonio o patrimonio netto, o ricchezza netta, è il valore monetario del-
le attività finanziarie e tangibili meno le somme dovute alle banche o ad altri creditori. Come si può
misurare il grado di disuguaglianza nella distribuzione dei redditi? È possibile osservare il grado di
disuguaglianza mediante un diagramma noto come curva di Lorenz, uno strumento ampiamente uti-
lizzato per analizzare la sperequazione del reddito e della ricchezza. L'uguaglianza assoluta è indi-
cata dalla diagonale tratteggiata nel diagramma di Lorenz. All'altro estremo vi è il caso ipotetico
della disuguaglianza assoluta, in cui un solo individuo riceve la totalità del reddito.
Curva dell’uguaglian-
za assoluta
Percentuale del reddito
Deviazione dell’uguaglianza
assoluta

Percentuale della popolazione

Una delle fonti più importanti di sperequazione del reddito è rappresentato dalle disparità nella ric-
chezza, ovvero dalla proprietà di attività finanziarie e beni tangibili. Le forti disparità nella distribu-
zione della ricchezza hanno spinto gli oppositori del capitalismo a proporre la tassazione progressi-
va dei redditi da capitale, patrimonio o sulle successioni, mentre i rivoluzionari si sono battuti per
l’espropriazione da parte dello Stato delle grandi concentrazioni di proprietà. Le nazioni distribui-
scono il reddito in modi diversi a seconda della loro struttura sociale ed economica. L'esperienza dei
paesi in via di sviluppo mostra una relazione interessante: la disuguaglianza comincia a svilupparsi
quando i paesi si avviano verso l'industrializzazione per poi diminuire una volta terminata questa
fase. I fattori che producono disparità sono differenze di capacità e specializzazione professionale,
ritmi di lavoro, del tipo di occupazione e di altri fattori. I mercati tendono a premiare la volontà di
assumere rischi, l'ambizione, la fortuna, le genialità tecnologiche, la capacità di valutazione e l'im-
pegno nel lavoro, ma nessuna di queste qualità può essere facilmente misurata mediante test stan-
dardizzati. Quali sono le ragioni di tali enormi differenze tra le diverse occupazioni? Le professioni
tecniche, per esempio, sono accessibili soltanto a coloro che possiedono determinate capacità quan-
titative. Le maggiori disparità di reddito derivano da differenza dei redditi da capitale, che sono co-
stituiti dai redditi derivati da beni quali azioni, titoli, e immobili. Le società tendono a definire e a
concentrarsi su gruppi sociali o problematiche specifiche. Negli anni 60, gli Stati Uniti dichiararono
"guerra alla povertà" e lanciarono programmi sanitari e alimentari ambiziosi per estirpare disagi
economici. La povertà è quella condizione in cui gli individui dispongono di redditi insufficienti,
ma è difficile tracciare una linea precisa che separi i poveri dai non poveri; per questo motivo gli
economisti hanno elaborato alcune tecniche che consentono di fornire una definizione ufficiale di
povertà. La povertà fu definita ufficialmente negli anni sessanta negli Stati Uniti come un reddito
insufficiente per acquistare beni primari, abbigliamento, una casa e altri beni di necessità; tale valu-
tazione era basata sui bilanci familiari e fu edificata attraverso l'esame della frazione del reddito de-
stinato alla spesa alimentare.

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Politiche contro la povertà
Le società democratiche affermano il principio dell'uguaglianza dei diritti politici, che include in
genere il diritto di voto, il diritto alla difesa e la libertà di parola e di associazione. Negli anni ses-
santa i filosofi progressisti accolsero l'idea che gli individui dovessero godere anche di pari oppor-
tunità economiche. In altre parole, tutti dovevano giocare secondo le stesse regole su un campo da
gioco rivelato; tutti dovevano avere le stesse possibilità di frequentare le scuole più rinomate, di
specializzarsi e di ottenere posti di lavoro migliori. Oltre i benefici, l'equità presenta anche dei costi
che corrispondono alle perdite del "secchio forato" di Okun. In altre parole, i tentativi di ridurre la
sperequazione del reddito mediante l’imposizione fiscale progressiva o le indennità assistenziali
possono danneggiare gli incentivi economici al lavoro o al risparmio e, di conseguenza, possono ri-
durre il prodotto nazionale. Le perdite potenziali sono i costi amministrativi e la riduzione delle ore
lavorative o del tasso di risparmio. I programmi ridistribuitivi del tipo adottato oggi nei maggiori
paesi industrializzati provocano perdite modeste di efficienza economica: i costi della redistribuzio-
ne in termini di efficienza sembrano limitati rispetto ai costi economici della povertà in termini di
malnutrizione, salute, perdita di capacità professionali e miseria umana.
Politiche di assistenza sanitaria
La buona salute è una componente fondamentale del benessere economico, alla quale le persone at-
tribuiscono un'importanza sempre maggiore man mano che i loro redditi aumentano. L'assistenza
sanitaria presenta tre caratteristiche che negli ultimi anni hanno contribuito alla rapida crescita del
settore: elevata elasticità rispetto al reddito, rapidi progressi tecnologici e crescente isolamento dei
consumatori dei prezzi. L'elevata elasticità rispetto al reddito dell'assistenza sanitaria significa che
garantire una vita lunga sana diventa sempre più importante via via che le persone possono permet-
tersi di soddisfare altre necessità essenziali. Molti aspetti del sistema sanitario, dalle malattie tra-
smissibili allo sviluppo della disciplina fondamentale, costituiscono beni pubblici che il mercato
non fornisce in modo efficiente. I costi crescenti dell'assistenza sanitaria e i risultati spesso insoddi-
sfacenti hanno provocato un vivace dibattito politico sull'argomento nei maggiori paesi industrializ-
zati. Pochi desiderano ritornare ad un sistema di mercato puro, a causa degli effetti negativi che ciò
avrebbe sulla sanità pubblica e sulla scoperta nel campo della biomedicina. Un sistema nazionaliz-
zato garantirebbe una copertura universale, ma allo stesso tempo razionerebbe l'assistenza sanitaria
tramite lunghe attese per i servizi; negli Stati Uniti è stato proposto un nuovo approccio, definito
concorrenza controllata, che produrrebbe una copertura universale soprattutto tramite datori di la-
voro che offrono o acquistano servizi sanitari. Rimane comunque da verificare se quest'ultimo siste-
ma sarebbe in grado di fornire sufficienti incentivi per un costante progresso tecnologico e allo stes-
so tempo di contenere i costi.

CAPITOLO XI: Rischio, incertezza e teoria dei giochi (pag. 205 – 223)
Economia del rischio e dell’incertezza
La speculazione, consiste nell'acquisto di un bene con l'intenzione di venderlo in un secondo tempo
realizzando un profitto grazie alla fluttuazione dei prezzi. Chi specula, di solito sta pensando al fu-
turo aumento del prezzo e vende quando ritiene che il prezzo sia notevolmente aumentato. Il caso
più semplice è quello in cui l'attività speculativa riduce o elimina le differenze di prezzo da zona a
zona, cioè quando i commercianti acquistano in un mercato e vendono simultaneamente in un altro
a un prezzo superiore. Questa attività è detta arbitraggio. L’arbitraggio fa sì che il costo dello spo-
stamento di beni da un mercato all'altro sia inferiore alla differenza di prezzo tra i mercati. La spe-
culazione rappresenta un esempio concreto del principio della mano invisibile: equilibrando l'offerta
ed i prezzi determina un aumento dell'efficienza economica; trasferendo i beni nel tempo da periodi
di abbondanza a periodi di scarsità, lo speculatore acquista quando il prezzo e l'utilità marginale del
bene sono bassi e vende quando sono elevati. Perseguendo i propri interessi (profitti), gli speculato-
ri incrementano il benessere del sistema economico in generale (utilità totale). La copertura consi-
ste nell'evitare un rischio tramite una vendita o un investimento controbilanciante. I mercati specu-
lativi servono a migliorare i modelli di prezzo e di allocazione nello spazio e nel tempo, nonché a

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trasferire i rischi. Queste attività sono svolte dagli speculatori i quali, spinti dal desiderio di acqui-
stare a prezzi bassi e rivendere a prezzi elevati mostrano il funzionamento della mano invisibile, che
trasferisce beni dei periodi di abbondanza (quando i prezzi sono bassi) ai periodi di scarsità (quando
i pezzi sono elevati). La speculazione riveste l’importante funzione di ridurre la variazione del con-
sumo e, in un mondo popolato da individui con utilità marginale decrescente, di incrementare l'utili-
tà totale e l'efficienza allocativa. Un individuo è avverso al rischio quando il dispiacere provocato
dalla perdita di un ammontare di reddito è maggiore del piacere ricavato ottenendo lo stesso am-
montare. In genere gli individui sono avversi al rischio e preferiscono certezze a livelli incerti di
consumo, scelgono cioè situazioni meno incerte che presentano gli stessi valori medi. Per questo
motivo, le attività che riducono l'incertezza o il rischio relativo al consumo degli individui produco-
no miglioramenti del benessere economico. I mercati affrontano il problema del rischio mediante la
ripartizione dei rischi. Questo processo consiste nell'assumere rischi che sarebbero molto elevati
per un solo individuo e nel ripartirli in modo tale che diventino rischi minori per un grande numero
di persone. La principale forma di ripartizione dei rischi è l'assicurazione, ovvero una sorta di gioco
d’azzardo all'inverso. L'assicurazione trasferisce i rischi da coloro che sono più avversi al rischio o
che sono esposti a rischi sproporzionati a coloro meno avversi o meno esposti. Risulta quindi evi-
dente che l'assicurazione, a prima vista una sorta di gioco d'azzardo, in realtà produce l'effetto oppo-
sto. Se da un lato la natura dispensa i ricchi, dall'altro l'assicurazione contribuisce a ridurli e a ripar-
tirli. Un'altra forma di ripartizione dei rischi si verifica nei mercati finanziari di un'economia di mer-
cato, in quanto la proprietà finanziaria del capitale fisico può essere ripartita tra numerosi proprieta-
ri per mezzo della proprietà azionaria. Uno dei campi economici più interessanti è l'economia finan-
ziaria. Essa esamina i modi in cui gli investitori possono bloccare i loro fondi per massimizzare il
rendimento con un dato livello di rischio e segue l'andamento dei prezzi dei titoli azionari e di altri
prodotti finanziari. Nell'analisi finora effettuata si è supposto che gli investitori e i consumatori co-
noscano bene i rischi che affrontano e che i mercati del rischio siano efficienti. Questo è vero incerti
settori, mentre in altri si verificano fallimenti del mercato. Il comportamento sleale si ha quando
l'assicurazione riduce l'incentivo di individuo a evitare o prevenire l'evento rischioso. Può inoltre
accadere che l'assicurazione privata non sia disponibile o che prezzi siano sfavorevoli a causa della
selezione avversa. La selezione avversa si ha quando gli individui maggiormente a rischio sono
quelli che più di frequente acquistano l'assicurazione. L'assicurazione sociale, ovvero la forma di
assicurazione obbligatoria fornita dallo Stato, subentra quando i fallimenti del mercato sono talmen-
te gravi che il mercato privato non è in grado di garantire una copertura adeguata.
Teoria dei giochi
La teoria dei giochi analizza il modo in cui due o più giocatori, o coalizioni, scelgono determinate
azioni, o strategie, che si ripercuotono su tutti i partecipanti. Questa teoria, la cui terminologia può
apparire frivola, è in realtà densa di significato; la teoria fu ampiamente sviluppata da John von
Neumann, un genio della matematica di origine ungherese. Gli economisti utilizzano la teoria dei
giochi per studiare l'interazione tra oligopolisti, le controversie tra sindacati e industriali, le politi-
che commerciali ambientali a livello internazionale, la notorietà e moltissime altre situazioni, ma
essa è utile anche per comprendere la politica, le guerre, e la vita quotidiana. Nel momento in cui
un'impresa comincia a chiedersi in che modo i rivali reagiranno alle sue azioni, entra nel regno della
teoria dei giochi. Uno strumento utile per rappresentare l'interazione tra due imprese o due individui
è la tabella delle decisioni a doppia entrata. Una tabella delle decisioni serve a mostrare le strategie
e le vincite di un gioco condotto da due giocatori. Le linee guida della filosofia della teoria dei gio-
chi è la seguente: scegliete la vostra strategia chiedendovi quale possa essere il comportamento più
sensato, tenendo presente che anche il rivale agisce strategicamente nel proprio interesse. Il caso più
semplice di strategia è la strategia dominante. Questa situazione si verifica quando un giocatore di-
spone di una strategia migliore indipendentemente dalla strategia scelta dall'altro. Nel gioco della
guerra dei prezzi la miglior strategia per entrambe le imprese consiste nel mantenere il prezzo nor-
male. Quando entrambi o tutti giocatori dispongono di una strategia dominante, si ottiene l'equili-
brio dominante. L'equilibrio di Nash si ha quando nessuno dei due giocatori, data la strategia del-

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l'altro, è in grado di migliorare la propria vincita. Questo significa che, data la strategia del giocato-
re A, il giocatore B non può agire in modo migliore e data la strategia di B, A non può fare meglio.
Ciascuna strategia rappresenta quindi la risposta più adatta alla strategia dell'altro giocatore. L'equi-
librio di Nash viene talvolta definito equilibrio non cooperativo, in quanto non si ha collusione né
cooperazione e ogni parte sceglie la strategia più adatta alle proprie esigenze senza tener conto degli
altri giocatori o del benessere della società. I duopolisti possono certamente decidere di colludere e
quindi di comportarsi in modo cooperativo. L'equilibrio cooperativo si verifica quando le parti agi-
scono di comune accordo per individuare strategie atte a incrementare le vincite comuni. Ma non è
sempre facile realizzare la soluzione del monopolio cooperativo, poiché i cartelli che riducono gli
scambi sono illegali in quasi tutte le economie di mercato.
Il dilemma del prigioniero

Confesso Non confesso

A 5 anni B 10 anni
Confesso
5 anni 3 mesi
C 3 mesi D 1 anno
Non confesso
10 anni 1 anno

Il gioco dell’inquinamento

Inquinamento limitato Inquinamento elevato

A $ 100 B $ 120
Inquinamento limitato
$ 100 $ - 30
C $ - 30 D $ 100
Inquinamento elevato $ 120 $ 100
CAPITOLO XX: Quadro generale di macroeconomia. (pag. 411 – 430)
La macroeconomia è lo studio del comportamento del sistema economico nel suo insieme e si occu-
pa delle forze che influenzano contemporaneamente varie imprese, consumatori e lavoratori, con-
trapponendosi alla microeconomia, che analizza invece singoli pezzi, quantità e mercati.
Concetti fondamentali della macroeconomia
Negli anni ’30 la scienza della macroeconomia, fondata da John Maynard Keynes nel tentativo di
comprendere il meccanismo economico che aveva determinato la grande depressione, compì i primi
passi. Questi tre obiettivi informano ancora le principali questioni macroeconomiche:
• Perché a volte la produzione e l'occupazione diminuiscono e come si può ridurre la disoccu-
pazione? Tutte le economie di mercato presentano fasi di espansione e contrazione dette ci-
cli economici. Durante le fasi di contrazione del ciclo, la produzione dei beni e dei servizi
diminuisce e milioni di persone perdono il lavoro. La macroeconomia esamina le fonti di
tale persistente e dolorosa disoccupazione. Una volta analizzate tutte le possibili diagnosi,
l'economia può anche suggerire eventuali rimedi, quali l'aumento della domanda aggregata o
la riforma delle istituzioni del mercato del lavoro.
• Qual è l'origine dell'inflazione e come si può tenerla sotto controllo? In un'economia di mer-
cato si utilizzano i prezzi come misuratori dei valori economici e come criterio per condurre
gli affari. Quando i prezzi aumentano rapidamente, ossia in presenza di inflazione da prezzi,
tale criterio perde il proprio valore. La macroeconomia può suggerire quale ruolo debbano
svolgere la politica fiscale monetaria, il sistema dei tassi di cambio e una banca centrale in-
dipendente per il contenimento dell'inflazione.

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• Come può una nazione aumentare il proprio tasso di crescita economica? La macroecono-
mia si interessa in particolare della crescita economica, che riguarda l'aumento del potenzia-
le produttivo di un sistema economico, l'elemento fondamentale per determinare l'incremen-
to dei salari reali e del tenore di vita. È importante sapere quali fattori determinano una ef-
fettiva crescita: tra quelli fondamentali si possono includere la prevalenza di liberi mercati,
tassi elevati di risparmio e investimento, una politica commerciale orientata all'esterno e un
governo onesto unito a diritti di proprietà ben definiti.
Per prevenire l'inflazione galoppante i responsabili politici sono inoltre obbligati a imbrigliare l'eco-
nomia quando cresce troppo in fretta o quando la disoccupazione diventa eccessivamente bassa. I
principali obiettivi macroeconomici sono un livello elevato e una crescita rapida della produzione,
una disoccupazione bassa e prezzi stabili. La misura più completa della produzione totale di un'eco-
nomia è il prodotto interno lordo (Pil), che stima il valore di mercato di tutti i prodotti finiti e dei
servizi (la pasta, il vino, le automobili, i concerti, i biglietti del treno, la sanità), realizzati in un pae-
se nel corso di un anno. Esistono due modi per misurare il Pil: il Pil nominale, valutato secondo gli
effettivi prezzi di mercato, e il Pil reale, calcolato in base a prezzi costanti o invariati. Il Pil poten-
ziale è la tendenza di lungo periodo del Pil e rappresenta la capacità produttiva a lungo termine del-
l'economia o la quantità massima che l'economia può produrre mantenendo stabili i prezzi. La pro-
duzione potenziale a volte è definita livello di produzione in condizioni di elevato impiego: quando
un'economia opera in base al proprio potenziale la disoccupazione è bassa e la produzione elevata.
La produzione potenziale è determinata dalla capacità produttiva del sistema economico, che a sua
volta dipende dagli input disponibili e dalla sua efficienza tecnologica. Le fasi discendenti del ciclo
sono denominate recessioni se la produzione reale diminuisce per un anno o due, mentre se la situa-
zione si protrae si parla di depressione. Il tasso di disoccupazione si ottiene calcolando la percentua-
le dei disoccupati sulla forza lavoro, che comprende tutte le persone occupate e quelle disoccupate
in cerca di impiego, mentre esclude disoccupati che non cercano lavoro. Il tasso di disoccupazione
tende a riflettere l'andamento del ciclo economico: quando la produzione scende, la domanda di ma-
nodopera diminuisce e il tasso di disoccupazione aumenta. Il terzo obiettivo macroeconomico è
mantenere prezzi stabili. La misura più comune del livello globale dei prezzi è l'indice dei prezzi al
consumo, noto anche come IPC. Questo indice serve a controllare il costo di un paniere fisso di beni
acquistato dal consumatore urbano medio. Il livello globale dei prezzi viene spesso indicato con la
lettera P. Il tasso di inflazione indica invece il ritmo di crescita o diminuzione del livello dei prezzi
da un anno all'altro. Si parla di deflazione quando i prezzi diminuiscono. All'altro estremo c'è l’ipe-
rinflazione, un aumento del livello dei prezzi estremamente rapido. Con l'inflazione elevata le impo-
ste diventano altamente variabili, il valore reale delle pensioni dei cittadini viene eroso e gli indivi-
dui utilizzano risorse reali per evitare il deprezzamento della loro moneta. I governi dispongono di
diversi strumenti che si possono utilizzare per influire sull'attività macroeconomica. Uno strumento
di politica economica è una variabile sotto il controllo del governo che può influire su uno o più
obiettivi macroeconomici. La politica fiscale o di bilancio indica le modalità di impiego delle impo-
ste della spesa pubblica. Quest'ultima assume due forme diverse: innanzitutto vi sono gli acquisti ef-
fettuati dalla pubblica amministrazione, che comprende la spesa per i beni e servizi; vi sono inoltre i
trasferimenti pubblici, che aumentano i redditi di gruppi mirati come gli anziani o i disoccupati.
L'altra parte della politica fiscale, la tassazione, influisce sull'economia nel suo complesso in due
modi: innanzitutto le imposte riducono i redditi della popolazione; le imposte tendono a ridurre l'en-
tità della spesa per beni e servizi, oltre a quella del risparmio privato. Il secondo grande strumento
della politica macroeconomica è la politica monetaria, che il governo attua gestendo la moneta, il
credito e il sistema bancario della nazione. I rapporti commerciali d'importazione e d'esportazione
di beni e servizi sono evidenti. I rapporti finanziari si hanno, per esempio, quando l'Italia contrae
prestiti con gli Stati Uniti per finanziare il proprio deficit di bilancio o quando in Gran Bretagna i
portafogli dei fondi pensione vengono diversificati investendo nella borsa statunitense in notevole
rialzo. Un indice particolarmente importante sono le esportazioni nette, la differenza numerica tra il
valore delle esportazioni e quello delle importazioni. Le politiche commerciali consistono in dazi

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doganali, contingentamenti e in altre normative che limitano o favoriscono le importazioni e le
esportazioni. Un'altra categoria di politiche è la gestione della finanza internazionale. Il commercio
internazionale di una nazione è infatti influenzato dal tasso di cambio che costituisce il prezzo della
sua valuta rispetto a quelle di altri paesi.
Domanda e offerta aggregata

Politica monetaria
Produzione (Pil reale)
Politica fiscale
Domanda aggregata
Occupazione e disoc-
Altre forze
Interazione della cupazione
domanda e del-
l’offerta aggrega-
Livello dei prezzi te Prezzi e inflazione
dei costi Offerta aggregata

Produzione poten- Commercio estero


ziale

Capitale, lavoro
tecnologia

La figura mostra le relazioni esistenti tra le diverse variabili nell'ambito della macroeconomia; divi-
de gli strumenti di politica economica e le variabili endogene in due categorie, quelle che agiscono
sull'offerta aggregata e quelle che incidono sulla domanda aggregata. Nella parte bassa sono indica-
te le forze che influiscono sull'offerta aggregata, che si riferisce alla quantità totale di beni e servizi
che le aziende della nazione sono disposte a produrre e a vendere in un dato periodo. L'offerta ag-
gregata (OA) dipende dal livello dei prezzi, dalla capacità produttiva dell'economia e dal livello dei
costi. Il prodotto nazionale e il livello generale dei prezzi sono determinati dalle due lame della for-
bice dell'offerta e della domanda aggregata. La seconda lama è costituita dalla domanda aggregata,
che si riferisce all'importo totale che i diversi settori dell'economia sono disposti "a spendere in un
dato periodo". La domanda aggregata (DA) è la somma della spesa dei consumatori, delle aziende e
dello Stato, e dipende dal livello dei prezzi oltre che dalla politica monetaria e fiscale e da altri fat-
tori. Usando entrambe le lame della forbice della domanda e dell'offerta aggregata si ottiene l'equili-
brio, come mostra il cerchio a destra. Il prodotto nazionale e il livello dei prezzi stabiliscono a che
punto gli acquirenti sono disposti a comprare e le imprese a vendere: l'equilibrio e il livello dei
prezzi che ne derivano determinano l'occupazione, la disoccupazione e il commercio internazionale.

La figura mostra l'andamento della domanda dell'offerta aggregata per la produzione di un'intera
economia: sull'asse orizzontale, o delle quantità, è indicata la produzione totale dell'economia, su
quello verticale il livello globale dei prezzi. La curva con pendenza decrescente è la rappresentazio-
ne grafica della domanda aggregata, e indica la somma di ciò che i vari agenti operanti nell'econo-
mia sono disposti ad acquistare a diversi livelli dei prezzi. La curva con pendenza crescente è la rap-

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presentazione grafica dell'offerta aggregata che indica la quantità di beni e servizi che le aziende
sono disposte a produrre e vendere a ciascun livello dei prezzi. L'equilibrio macroeconomico è una
combinazione del livello generale dei prezzi e della quantità globale prodotta in cui né gli acquirenti
né i venditori desiderano cambiare i propri acquisti, le proprie vendite o i prezzi. La storia recente
presenta un'alternanza di crisi della domanda e dell'offerta aggregata ed interventi politici correttivi:
la crisi petrolifera del 1973 e quella seguente del 1979 determinarono uno spostamento verso l'alto
dell'offerta aggregata, e ciò portò alla stagnazione con un contemporaneo aumento della disoccupa-
zione e dell'inflazione. Alla fine degli anni settanta i responsabili della politica economica reagiran-
no alla crescente inflazione mediante una politica monetaria restrittiva e l'aumento dei tassi d'inte-
resse, che ebbero come conseguenza una spesa inferiore in aree della domanda sensibili ai tassi d'in-
teresse come le case, gli investimenti e le esportazioni nette. L'austerità dei primi anni '80 segnò l'i-
nizio di un lungo periodo di stabilità macroeconomica. Nell'arco di tutto il XX secolo si è verificata
una notevole crescita dell'offerta aggregata, che ha portato a un costante aumento della produzione e
del tenore di vita.

CAPITOLO XXI: Misurazione dell’attività economica. (pag. 433 – 449)


Il prodotto interno lordo, criterio di misura dei risultati di un’economia
Pil è il nome che si da al valore monetario totale dei prodotti e dei servizi realizzati da una nazione
in un dato anno. Il Pil è pari alla somma del valore monetario di tutti i consumi, gli investimenti, la
spesa pubblica e le esportazioni nette in altri paesi. La più importante fonte di dati è costituita dai
conti economici delle aziende. Il conto economico di un'azienda è la registrazione in cifre di tutti i
flussi in un dato periodo. Il Pil è stato definito come la produzione totale di beni e servizi finali. Un
prodotto finale è un bene realizzato e venduto direttamente per il consumo o l'investimento. Il Pil
esclude i prodotti intermedi, beni utilizzati per produrre altri beni che circolano semplicemente al-
l'interno del blocco denominato "produttori", non vengono mai acquistati dai consumatori né figura-
no mai come beni finali nel Pil. Nell'effettuare misure in base ai redditi, gli statistici pongono gran-
de attenzione ad includere nel Pil solo il valore aggiunto di impresa, che è la differenza tra le vendi-
te effettuate e gli acquisti di materiali e servizi da altre imprese. Il metodo del valore aggiunto con-
siste nel fatto che, per evitare doppi conteggi, è opportuno includere nel Pil solo i beni finali ed
escludere quelli intermedi usati per produrre altri beni. Misurando il valore aggiunto in ciascuna
fase e facendo attenzione a sottrarre le spese per i beni intermedi acquistati da altre imprese, il me-
todo del reddito illustrato dall’anello inferiore dello schema serve ad evitare doppi conteggi e regi-
stra salari, interessi, rendite e profitti solo una volta.
Aspetti particolari della contabilità nazionale
Si definisce Pil il valore monetario dei beni e dei servizi prodotti in un sistema economico, calcola-
to usando come criteri di misura i prezzi di mercato dei beni e dei servizi stessi. Ma i prezzi variano
nel tempo, dato che l'inflazione di solito li fa salire anno dopo anno. È chiaro che, se si vuole una
misura efficace del prodotto del reddito nazionale, è necessario utilizzare un criterio di misurazione
che non sia influenzato dalla variazione dei prezzi. Gli economisti cercano di ovviare al problema
eliminando la componente di aumento dei prezzi, in modo da creare un indice quantitativo del pro-
dotto nazionale. Per misurare il Pil reale si moltiplicano le quantità di beni per un insieme di prezzi
fisso o invariato. Pertanto, il Pil nominale si calcola in base a prezzi variabili mentre per quello rea-
le si utilizzano prezzi costanti. Dividendo il Pil nominale per il Pil reale si ottiene il deflatore del
Pil, che serve a misurare il livello globale dei prezzi. Il Pil nominale (PQ) rappresenta il valore mo-
netario totale dei beni e dei servizi finali prodotti in un dato anno, dove i valori sono espressi in ter-
mini dei prezzi di mercato per ciascun anno. Il Pil reale (Q) elimina le variazioni di prezzi dal Pil
nominale e serve a calcolare il Pil a prezzi costanti. Il tradizionale deflatore del Pil (P) è il “prezzo
del Pil” ed è definito come segue.
PIL nominale PQ
Q = PIL reale = =
Deflatore del PIL P

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Il consumo, ossia le "spese per consumo personale", è la prima componente importante del Pil, di
gran lunga la maggiore e pari a quasi 2/3 del totale negli ultimi anni. Le spese per consumo si suddi-
vidono in tre categorie: beni durevoli come le automobili, beni non durevoli come generi alimentari
e servizi come l'assistenza sanitaria. Finora è stato escluso dall'analisi tutto il capitale, ma nella vita
reale le nazioni riservano parte del loro prodotto alla realizzazione di capitale, cioè di beni durevoli
che incrementino la produzione futura. L'aumento del capitale esige il sacrificio del consumo attua-
le a favore di quello futuro. Nei conti economici l'investimento consiste nelle aggiunte al capitale
sociale nazionale di costruzioni, attrezzature, software e scorte del corso di un anno. Il prodotto in-
terno lordo è la somma di tutti prodotti finali; insieme ai beni di consumo e servizi bisogna include-
re anche gli investimenti lordi. Che cosa significa lordo in questo contesto? Indica che gli investi-
menti comprendono tutti i beni capitali prodotti. Gli investimenti lordi non vengono corretti per te-
nere conto dell'ammortamento, che misura l'ammontare di capitale "consumato" in un anno; perciò
includono tutti i macchinari, gli stabilimenti e le case costruite nel corso di un anno. Per valutare la
formazione del capitale si misurano gli investimenti netti, dati alle nascite di capitale (investimenti
lordi) meno i decessi di capitale (ammortamento). La misura del contributo della pubblica ammini-
strazione al prodotto nazionale è complessa perché la maggior parte dei servizi forniti non sono
venduti sul mercato. La pubblica amministrazione tende ad acquistare beni tipo quelli di consumo e
beni come quelli di investimento. Le spese della pubblica amministrazione per la retribuzione dei
dipendenti per i costi dei beni che acquista dall'industria privata sono in questa terza categoria di
flusso di prodotti denominata spese della pubblica amministrazione per consumi e investimenti lor-
di. Il Pil comprende sola spesa pubblica per beni e servizi, mentre esclude il costo dei trasferimenti.
I trasferimenti pubblici costituiscono i pagamenti della pubblica amministrazione a singoli individui
che non forniscono in cambio alcun bene o servizio. Una particolare forma di trasferimento sono gli
interessi sul debito pubblico: anch’essi sono considerati trasferimenti e vengono quindi omessi dal
Pil. L'approccio al Pil secondo i costi comprende sia le imposte indirette sia quelle dirette come ele-
menti del costo per la realizzazione del prodotto finale. L'ultima componente del Pil sono le espor-
tazioni nette, la differenza tra esportazioni e importazioni di beni e servizi. Bisogna ricordare che il
Pil comprende gli investimenti lordi, cioè gli investimenti netti più l'ammortamento; comprendere
l'ammortamento equivale a includere nel calcolo del prodotto di un determinato anno anche il capi-
tale consumato nel corso dell'anno, mentre un criterio di misura migliore introdurrebbe nel prodotto
totale solo gli investimenti netti. Sottraendo l'ammortamento al Pil si ottiene il prodotto interno net-
to (PIN). Una misura alternativa, ampiamente usata fino a poco tempo fa, è il prodotto nazionale
lordo (PNL). Qual è la differenza tra il PNL e il Pil? Il PNL è il prodotto totale ottenuto con il lavo-
ro o il capitale di proprietà dei residenti in un dato paese, mentre il Pil è il prodotto ottenuto con il
lavoro e il capitale situati all'interno del paese stesso. Il prodotto interno netto (PIN) è pari al pro-
dotto totale realizzato all'interno di un paese nel corso di un anno, dove il prodotto comprende gli
investimenti netti o gli investimenti lordi meno l'ammortamento. Il prodotto nazionale lordo (PNL)
è il prodotto totale ottenuto con fattori di produzione di proprietà dei residenti di un paese nel corso
di un anno. Per comprendere meglio l'attività macroeconomica a volte si vuole misurare il reddito
totale di una nazione. Per questo si elaborano dati sul reddito nazionale, che rappresenta i redditi to-
tali dei fattori, e si ottiene perlopiù sottraendo l'ammortamento e le imposte indirette dal Pil. Un al-
tro aspetto importante consiste nello stabilire quanto denaro le famiglie abbiano veramente a dispo-
sizione da spendere ogni anno. Il concetto di reddito personale disponibile risolve questo problema:
per ottenere il reddito disponibile si calcolano i redditi ricevuti dalle famiglie e si sottraggono le im-
poste dirette. Il risparmio nazionale è uguale agli investimenti nazionali per definizione. Le compo-
nenti degli investimenti nazionali sono gli investimenti interni privati e gli investimenti esteri. Le
fonti del risparmio sono il risparmio privato e il risparmio pubblico. Gli investimenti privati più le
esportazioni nette sono uguali al risparmio privato più l'avanzo di bilancio. Quest'identità devono
valere comunque, a prescindere dall'andamento del ciclo economico.

48
Oltre i conti economici nazionali
I conti economici convenzionali di solito includono le attività di mercato, ma molte attività econo-
miche utili si svolgono al di fuori del mercato. Per esempio, gli studenti universitari investono in ca-
pitale umano, mentre i conti economici nazionali registrano i costi delle lezioni, ma omettono i costi
opportunità dei guadagni cui gli studenti hanno rinunciato. Le ricerche indicano che l'inclusione de-
gli investimenti non market nell'istruzione e in altri settori determinerebbe un aumento più del dop-
pio del tasso di risparmio nazionale. L'inflazione si verifica quando aumenta il livello generale dei
prezzi, la detrazione quando scende. Il livello generale dei prezzi e il tasso d'inflazione si misurano
utilizzando gli indici dei prezzi, medie ponderato dei prezzi di migliaia di singoli prodotti. L'indice
dei prezzi più importante è l'indice dei prezzi al consumo (IPC), che di solito misurava il costo di un
paniere fisso di beni di consumo e di servizi rispetto al costo di quel paniere in un particolare anno
base. Studi recenti indicano che l’IPC tende ad essere notevolmente sovrastimato per il problema
dei numeri indice e l’omissione di beni nuovi e migliorati. Lo stato ha preso misure per correggere
almeno in parte questa distorsione.

CAPITOLO XXII: Il consumo e l’investimento. (pag. 451 – 469)


Il consumo elevato rispetto al reddito determina bassi investimenti e crescita lenta, mentre un eleva-
to risparmio porta a elevati investimenti e rapida crescita. Quando le condizioni economiche deter-
minano la rapida crescita del consumo e degli investimenti, aumenta la spesa totale o domanda ag-
gregata, incrementando nel breve periodo il prodotto e l'occupazione. Quando invece i consumi di-
minuiscono a causa dell'aumento delle imposte o della perdita di fiducia da parte dei consumatori,
la spesa totale tende a ridursi e può subentrare la recessione.
Il consumo e il risparmio
Il consumo (o, più precisamente, le spese per i consumi) è la spesa delle famiglie per beni finali e
servizi, mentre il risparmio è la parte del reddito disponibile non destinata ai consumi. Quali sono i
principali elementi del consumo? Tra le categorie più importanti vi sono la casa, i veicoli a motore, i
generi alimentari, l'abbigliamento. Le famiglie povere devono spendere i propri redditi in gran parte
per i bisogni primari, quali il cibo e la casa. All'aumentare del reddito anche la spesa per molti pro-
dotti alimentari aumenta: si può mangiare meglio e di più. Le spese per vestiti, attività ricreative e
automobili aumenta nel modo più che proporzionale al reddito al netto delle imposte, fino a quando
si raggiungono redditi elevati; la spesa per articoli di lusso aumenta in proporzione maggiore rispet-
to al reddito. Il risparmio è il maggior lusso che una famiglia si possa concedere. Il risparmio per-
sonale è la parte del reddito disponibile che non viene consumata; è pari al reddito meno il consu-
mo. Studi empirici hanno dimostrato che il reddito è il principale fattore che determina il consumo e
il risparmio: i ricchi risparmiano più dei poveri, sia in termini assoluti sia come percentuale di red-
dito; chi è poverissimo è del tutto incapace di risparmiare, anzi, finché può ottenere prestiti o intac-
care la propria ricchezza, tende ad attuare un risparmio negativo, cioè a spendere più di quanto gua-
dagni, riducendo il risparmio accumulato in precedenza o indebitandosi sempre di più. Per com-
prendere come il consumo influisca sul prodotto nazionale è necessario introdurre alcuni nuovi stru-
menti. È infatti necessario capire quale sia l'incremento del consumo del risparmio per ogni aumen-
to unitario del reddito. Questo rapporto è indicato da due funzioni:
• la funzione di consumo, che mette in relazione consumo e reddito;
• la funzione di risparmio, che mette in relazione risparmio e reddito.
Risparmio
Spesa per consumi

Reddito disponibile

49
La funzione di consumo mostra il rapporto tra il livello delle spese per i beni di consumo e quello
del reddito disponibile delle famiglie. Questo concetto, introdotto da Keynes, si fonda sull'ipotesi
che esista una relazione empirica costante tra consumo e reddito. Per comprendere la figura è utile
considerare la bisettrice degli assi che, data l'identità della scala degli asse orizzontale e verticale, ha
una funzione molto importante: in qualsiasi punto della retta il consumo è uguale al reddito disponi-
bile. La bisettrice indica immediatamente se la spesa è uguale, maggiore o minore del livello di red-
dito disponibile. Il punto sulla curva di spesa che la interpreta rappresenta il livello di reddito dispo-
nibile al quale le famiglie giungono esattamente al pareggio, ossia spendono tutto il proprio reddito
disponibile per beni di consumo. La bisettrice indica che a sinistra del punto di equilibrio la fami-
glia spende più del proprio reddito. In qualsiasi punto della bisettrice degli assi il consumo è esatta-
mente uguale al reddito e la famiglia ha un risparmio pari a zero. Quando la funzione di consumo si
trova al disopra della bisettrice la famiglia ha un risparmio negativo; quando si trova sotto la biset-
trice la famiglia ha un risparmio positivo.

Risparmio netto Risparmio

Reddito disponibile

La funzione di risparmio mostra il rapporto tra il livello di risparmio e il reddito. La propensione


marginale al consumo (PMC) è l'importo aggiuntivo che i cittadini consumano quando ricevono un
euro in più di reddito. La pendenza della funzione di consumo, che misura la variazione del consu-
mo per ogni euro di variazione del reddito, è la propensione marginale al consumo. Oltre alla pro-
pensione marginale al consumo esiste anche la sua immagine speculare, la propensione marginale
al risparmio, definita come la frazione di un euro addizionale di reddito che si traduce in un rispar-
mio aggiuntivo. Perché ci si interessa delle tendenze del consumo nazionale? Il consumo è essenzia-
le per comprendere i cicli economici di breve periodo e la crescita economica di lungo termine. Nel
breve periodo il consumo è la principale componente della spesa aggregata. Inoltre il consumo è
fondamentale perché ciò che non si consuma ( il reddito che si risparmia) è a disposizione della na-
zione per l’investimento, e quest'ultimo funge da forza propulsiva della crescita economica di lungo
periodo. Sia l'osservazione diretta sia le analisi statistiche mostrano che il livello corrente del reddi-
to disponibile è il fattore essenziale nella determinazione del consumo di una nazione. Il reddito
permanente è il livello tendenziale del reddito, cioè il reddito che si ottiene una volta eliminati gli
influssi temporanei o transitori dovuti al tempo o una vincita inaspettata alla lotteria. Se il cambia-
mento appare chiaramente transitorio una frazione significativa dell'incremento può essere rispar-
miata. L'ipotesi del ciclo di vita presuppone che l'individuo risparmi per ripartire equamente il con-
sumo nel corso della propria vita. Un altro fattore che determina l'ammontare del consumo è la ric-
chezza. Il fatto che una maggiore ricchezza porti a maggiori consumi si definisce effetto ricchezza.
Di solito la ricchezza muta lentamente da un anno all'altro; quando però aumenta o diminuisce rapi-
damente può determinare impennate del consumo.
Gli investimenti
La seconda componente principale della spesa privata è costituita dagli investimenti, che hanno un
duplice ruolo nella macroeconomia: primo, essendo una componente ragguardevole e imprevedibile
della spesa, spesso determinano variazioni della domanda aggregata e influiscono sul ciclo econo-
mico; secondo, portano l'accumulazione di capitale. Le componenti principali di investimenti interni
privati lordi sono la costruzione di strutture residenziali, gli investimenti in attrezzature fisse, soft-
ware e attrezzature aziendali e in aggiunta alle scorte. Perché le imprese investono? Il motivo fonda-
mentale per cui le aziende acquistano beni capitali è che si aspettano che ciò porti loro profitti, cioè
che determini per loro entrate superiori ai costi degli investimenti. Questa semplice affermazione
contiene tre elementi essenziali per la comprensione degli investimenti: ricavi, costi e aspettative.

50
L'investimento porterà a un'azienda entrate aggiuntive se la aiuta a vendere di più. Ciò indica che un
fattore molto importante nella determinazione degli investimenti è il livello globale di produzione.
Il secondo fattore importante nella determinazione del livello di investimento sono i costi dell'inve-
stimento stesso. Poiché i beni di investimento durano molti anni, calcolare i relativi costi è un po'
più complicato che nel caso di altri prodotti, come il carbone o il frumento. Per i beni durevoli il co-
sto del capitale non comprende solo il prezzo del bene capitale, ma anche il tasso d'interesse che chi
contrae il prestito paga per finanziare il capitale oltre alle spese sul reddito sostenute dalle aziende.
Qual è il costo del prestito? È il tasso d'interesse sui fondi presi in prestito. Si ricordi che il tasso
d'interesse è il prezzo pagato per prendere in prestito denaro per un certo periodo di tempo. Le deci-
sioni di investimento sono legate in parte alle aspettative e alle previsioni su eventi futuri ma, come
ha detto qualcuno, fare previsioni è rischioso, soprattutto se si tratta del futuro. Le aziende dedicano
molta energia ad analizzare i propri progetti di investimento e a cercare di limitarne le incertezze.
Per mostrare il rapporto tra tassi d'interesse ed investimenti gli economisti utilizzano la cosiddetta
curva di domanda di investimenti. Nel decidere tra i progetti di investimento le aziende confrontano
i ricavi annui provenienti dagli investimenti con il costo annuo del capitale, che dipende dal tasso
d'interesse. La differenza tra entrate annuali e il costo annuo da il profitto netto annuo che, quando è
positivo, indica che l'investimento è proficuo, mentre quando è negativo denota che l'investimento è
in perdita.

CAPITOLO XXIII: Le fluttuazioni economiche e la teoria della domanda aggregata. (pag. 471 –

484)

Che cosa provoca le fluttuazioni economiche? Come possono le politiche del governo attenuarne la
portata? La lezione che abbiamo appreso dall'economia di Keynes è che nel breve periodo le varia-
zioni della domanda aggregata possono esercitare un notevole influsso sul livello globale del pro-
dotto, dell'occupazione e dei prezzi.
Fluttuazioni economiche
La storia economica mostra che l'economia non cresce mai seguendo un percorso regolare e unifor-
me: alcuni anni di vivace espansione e di prosperità sono seguiti da una recessione o persino da una
grave crisi. Quando, alla fine, si tocca il fondo, inizia la ripresa, che può essere lenta o veloce, in-
completa o tanto forte da portare a una nuova espansione. La prosperità può implicare un lungo pe-
riodo sostenuto di vivace domanda, posti di lavoro in abbondanza e tenore di vite in aumento, oppu-
re può essere segnata da una fiammata inflazionistica, che sarà seguita da un'altra crisi. Un ciclo
economico è l’incontro del prodotto nazionale, del reddito e dell'occupazione, che di solito dura per
un periodo variabile dai due ai dieci anni, segnato da una diffusa espansione o contrazione nella
maggior parte dei settori dell'economia. Di solito gli economisti suddividono i cicli economici in
due fasi principali, la recessione e l'espansione, i massimi ed i minimi segnano i punti di svolta dei
cicli. La fase decrescente di un ciclo economico viene detta recessione, che è un periodo ricorrente
di diminuzione del prodotto totale, del reddito e dell'occupazione ed è segnata da una diffusa contra-
zione di molti settori dell'economia. La depressione è una recessione su scala più ampia sia per enti-
tà che per durata. Quelle che seguono sono alcune caratteristiche tipiche di una recessione:
• Spesso gli acquisti da parte dei consumatori diminuiscono rapidamente, mentre le scorte di
automobili e altri beni durevoli delle imprese aumentano inaspettatamente. Le aziende reagi-
scono limitando la produzione e il Pil reale cala; poco dopo anche gli investimenti delle im-
prese in impianti e attrezzature diminuiscono rapidamente.
• La domanda di manodopera cala: ciò si nota innanzitutto nella riduzione della settimana la-
vorativa media, seguita da licenziamenti e da una disoccupazione più elevata.

51
• Mentre il prodotto diminuisce, l'inflazione rallenta, e mentre la domanda di materie prime
scende, i prezzi crollano. È improbabile che i salari e i prezzi dei servizi calino, ma nelle fasi
decrescenti tendono ad aumentare meno rapidamente.
• I profitti delle imprese scendono rapidamente durante le recessioni e, in previsione, i prezzi
delle azioni ordinarie di solito calano, poiché gli investitori hanno sentore di una fase decre-
scente degli affari, ma siccome la domanda di crediti scende, durante le recessioni anche i
tassi d'interesse in genere diminuiscono.
Le teorie esogene individuano l'origine del ciclo economico nelle fluttuazioni di fattori al di fuori
del sistema economico: nelle guerre, nelle rivoluzioni e nelle elezioni politiche; nei prezzi del petro-
lio, nella scoperta di giacimenti d'oro e nelle migrazioni. Le teorie endogene, invece, cercano di in-
dividuare all'interno del sistema economico stesso i meccanismi che creano i cicli economici. Se-
condo questo approccio qualsiasi espansione determina la recessione, e ogni contrazione genera la
ripresa e l'espansione. Un esempio rilevante è quello della teoria del moltiplicatore – acceleratore.
Secondo il principio dell'acceleratore, la rapida crescita del prodotto stimola gli investimenti, che a
loro volta favoriscono una maggiore crescita del prodotto; il processo continua fino a quando si rag-
giunge la capacità produttiva dell'economia e a quel punto il tasso di crescita economica rallenta. A
sua volta la crescita più lenta riduce la spesa per investimenti e le scorte si accumulano tendendo a
indurre una recessione dell'economia. Una fonte importante di oscillazioni economiche è dato dalla
crisi della domanda aggregata, che si verifica quando i consumatori, le imprese o i governi modifi-
cano la spesa totale rispetto alla capacità produttiva dell'economia. Quando queste variazioni della
domanda aggregata determinano brusche contrazioni l'economia attraversa periodi di recessione o
persino di depressione. Una brusca espansione dell'attività economica può portare invece l'inflazio-
ne. Gli economisti hanno elaborato strumenti di previsione in grado di anticipare le variazioni del-
l'economia. Per uno sguardo più accurato nel futuro gli economisti si rivolgono a modelli compute-
rizzati di previsione economica. Un modello econometrico è un insieme di equazioni che rappresen-
tano il comportamento dell'economia stimato utilizzando dati storici. Come si possono costruire
modelli computerizzati dell'economia? In genere gli elaboratori di modelli partono da una struttura
analitica contenente equazioni che rappresentano sia la domanda sia l'offerta aggregata; sfruttando
le tecniche della moderna econometria, ciascuna equazione viene adeguata ai dati storici per ottene-
re stime dei parametri. Infine l'intero modello viene elaborato e fatto girare sotto forma di sistema di
equazioni. I modelli più piccoli contengono 10 – 20 equazioni, mentre oggi i grandi sistemi effet-
tuano previsioni in base a un numero di variabili che va da qualche centinaio a 10.000.
Fondamenti di analisi della domanda aggregata
La domanda aggregata è la quantità totale o aggregata di prodotto che viene acquistata volontaria-
mente a un dato livello di prezzi e a parità di altri fattori. È la spesa complessiva prevista in tutti i
settori economici, ed è costituita da quattro componenti principali:
• Il consumo è determinato principalmente dal reddito disponibile, cioè dal reddito personale
al netto delle imposte; altri fattori che incidono sul consumo sono le tendenze di lungo pe-
riodo del reddito, la ricchezza delle famiglie e il livello dei prezzi. L'analisi della domanda
aggregata si incentra sui fattori che determinano il consumo reale.
• La spesa per investimenti comprende gli acquisti di strutture e attrezzature e l'accumulo di
scorte da parte di privati. I principali fattori che determinano gli investimenti sono il livello
di produzione, il costo del capitale e le aspettative sul futuro.
• Una terza componente della domanda aggregata è la spesa pubblica per beni e servizi.
• L'ultima componente della domanda aggregata sono le esportazioni nette, pari al valore del-
le esportazioni meno quelle delle importazioni. Queste ultime sono determinate dal reddito e
dal prodotto interno, dal rapporto tra prezzi interni ed esteri e dal tasso di cambio della mo-
neta.
La curva della domanda aggregata ha andamento decrescente principalmente a causa dell'effetto
dell'offerta di moneta. La curva DA ha un andamento decrescente, indice del fatto che la spesa reale

52
diminuisce proporzionalmente all'aumento del livello dei prezzi, a parità di altre condizioni. La pen-
denza decrescente della curva DA è determinata principalmente dall’effetto dell'offerta di moneta,
per cui prezzi più elevati, che agiscono sull'offerta fissa di moneta nominale, creano scarsità di de-
naro e una spesa aggregata inferiore. Si è visto che, a parità di altre condizioni, la spesa totale dell'e-
conomia tende a diminuire all'aumentare del livello dei prezzi. Anche altri fattori, però, tendono a
variare e questi flussi determinano spostamenti della domanda aggregata. Quali sono le variabili
fondamentali che portano spostamenti della domanda aggregata? La prima comprende le principali
variabili di politica economica soggetta al controllo pubblico, e sono rappresentate dalla politica
monetaria e dalla politica di bilancio. La seconda categoria è costituita dalle variabili esogene, o va-
riabili che vengono determinate al di fuori dell'apparato DA – OA .

CAPITOLO XXIV: Il modello del moltiplicatore. (pag. 485 – 503)

Il modello di base del moltiplicatore


Il modello del moltiplicatore è una teoria macroeconomica usata per spiegare come si determini il
prodotto nel breve periodo. Il termine moltiplicatore deriva dalla constatazione che ogni variazione
di un euro di determinate spese porta una variazione del Pil di più di un euro (o variazione moltipli-
cata). Il modello del moltiplicatore presuppone innanzitutto che prezzi e i salari siano considerati
fissi e che esistano risorse inutilizzate. Consideriamo innanzitutto come si bilancino risparmi e inve-
stimenti nel modello del moltiplicatore per un sistema economico altamente semplificato.
R
E
Risparmio e investimenti
I
PIL
A
Prodotto interno lordo

Nella figura i diagrammi del risparmio e degli investimenti si intersecano nel punto E, che corri-
sponde al livello del Pil dato nel punto M e rappresenta il livello di equilibrio nel modello del molti-
plicatore. Questa intersezione dei diagrammi degli investimenti e del risparmio è il livello di equili-
brio del Pil verso il quale tenderà il prodotto nazionale. Per comprendere come il prodotto si adegua
affinché risparmio e gli investimenti desiderati coincidono, consideriamo tre casi: nel primo il siste-
ma si trova in E, dove il diagramma degli investimenti desiderati dalle imprese interseca il grafico
del risparmio desiderato dalle famiglie; quando sono soddisfatti i programmi di tutti, ognuno si ac-
contenta di proseguire nel comportamento tenuto fino ad allora. Nel punto di equilibrio le imprese
non troveranno scorte che si accumulano nei loro magazzini, né le vendite andranno così bene da
costringerli a produrre altri beni. Nel secondo caso (una situazione di disequilibrio) si parte da un
Pil superiore a E. Non è una situazione di equilibrio perché a questo livello di reddito le famiglie ri-
sparmiano più di quanto le imprese siano disposte a investire, e le aziende avranno un numero trop-
po esiguo di clienti e scorte di beni invenduti superiore a quelle che desiderano. A questo punto do-
vremo essere in grado di analizzare il terzo caso. Mostrate che, se il Pil fosse al disotto del livello di
equilibrio, entrerebbero in azione forze che lo sposterebbero verso destra per riportarlo al punto E.
Oltre all'equilibrio risparmio-investimenti c'è un altro modo per mostrare come si determina il pro-
dotto. Questo approccio è definito approccio del consumo più l’investimento (C + I). La curva della
spesa totale (C + I) mostra il livello di spesa desiderata da consumatori e imprese corrispondenti a
ciascun livello di prodotto. E C+I
I
C
Spesa totale

Prodotto interno lordo


53
M

L'economia è in equilibrio nel punto in cui la curva C – I interseca la bisettrice degli assi (nel punto
E); nel punto E l'economia è in equilibrio perché a quel livello la spesa desiderata per consumi e in-
vestimenti uguaglia esattamente il livello di prodotto totale. Il disequilibrio della spesa determine-
rebbe una variazione di prodotto. È logico che un aumento degli investimenti faccia salire il livello
del prodotto e dell'occupazione. Ma di quanto? Il modello di Keynes del moltiplicatore mostra che
un incremento degli investimenti farà crescere il Pil di un importo ampliato o moltiplicato, superio-
re all’incremento iniziale. Il moltiplicatore è il fattore per il quale si deve moltiplicare la variazione
iniziale degli investimenti per determinare la corrispondente variazione del prodotto totale. L'entità
del moltiplicatore dipende dalle dimensioni della propensione marginale il consumo, che essere
espressa in termini del suo concetto complementare, la propensione marginale al risparmio.

Variazione di pro- 1
dotto = x Variazione di investimenti
PMR

1
= x Variazione di investimenti
1 - PMC

In altre parole, maggiore è la spesa aggiuntiva per consumi, maggiore sarà il moltiplicatore. Quando
aumentano gli investimenti o altre spese in un sistema economico caratterizzato da capacità in ec-
cesso e lavoratori disoccupati, buona parte della spesa aggiuntiva si tradurrà in prodotto reale ag-
giuntivo, con incrementi solo limitati del livello dei prezzi. Man mano che l'economia raggiunge il
livello di piena occupazione, però, non sarà possibile indurre una maggiore produzione ai prezzi
correnti: pertanto, in condizioni di piena occupazione una spesa maggiore si tradurrà in livelli più
alti dei prezzi anziché in prodotto reale o occupazione più elevati. Il modello del moltiplicatore
spiega il funzionamento della domanda aggregata mostrando come interagiscano il consumo, gli in-
vestimenti e altre variabili per determinarla; rappresenta quindi un caso particolare del modello del-
la domanda e offerta aggregata.
La politica fiscale nel modello del moltiplicatore
Gli economisti sono consapevoli da secoli del ruolo allocativo della politica di bilancio (ossia dei
programmi di spesa e tassazione del governo). La consapevolezza che la politica di bilancio abbia
notevoli effetti sull'attività economica portò all'approccio di Keynes alla politica macroeconomica,
che consiste nell'uso attivo dell'azione pubblica per attenuare le eccessive oscillazioni dei cicli eco-
nomici. Per comprendere il ruolo dello Stato nell'attività economica è necessario guardare alla spesa
pubblica e al prelievo fiscale, insieme agli effetti di tali attività sulla spesa del settore privato. In
condizioni semplificate sappiamo che il Pil è pari al reddito disponibile più le imposte ma, a parità
di gettito fiscale, il Pil e il reddito disponibile differiranno sempre dello stesso importo; perciò, una
volta tenuto conto di tali imposte, è ancora possibile tracciare il grafico del consumo CC rispetto al
Pil anziché rispetto al reddito disponibile. Passando ora alle diverse componenti della domanda ag-
gregata, ricordate che il Pil è composto da quattro elementi:
• Spesa per consumi (C);
• Investimenti interni privati lordi (I);
• Spesa pubblica per beni e servizi (G);
• Esportazioni nette (X).
Per ora si supporrà che non vi sia commercio estero, perciò il Pil consiste nelle prime tre componen-
ti. E

54
G
Spesa totale
I

C Prodotto interno lordo

Alla fine si ottiene una torta a tre strati formata da C + I + G, calcolando l'importo della spesa totale
futura a ciascun livello del Pil. Ora si deve aggiungere al punto di intersezione quella bisettrice de-
gli assi per trovare il livello di equilibrio del Pil indicato dal punto E, al quale la spesa totale pro-
grammata è esattamente uguale al prodotto totale previsto. Il punto E è quindi livello di equilibrio
del prodotto se si aggiunge la spesa pubblica al modello del moltiplicatore. Le imposte aggiuntive
fanno diminuire i redditi disponibili, che a loro volta tendono a ridurre la spesa per consumi. È chia-
ro che, se gli investimenti alla spesa pubblica rimangono immutati, una riduzione della spesa per
consumi farà scendere il Pil e l'occupazione; nel modello del moltiplicatore, quindi, imposte più ele-
vate senza incrementi della spesa pubblica tenderanno a far diminuire il Pil reale. L'analisi del mol-
tiplicatore dimostra che la politica di bilancio dello Stato si traduce in una spesa che genera effetti
"a cascata" simili a quelli originati dalla spesa per investimenti. Questo parallelo suggerisce che an-
che la politica di bilancio dovrebbe avere effetti di moltiplicatore sul prodotto, il che è assolutamen-
te esatto. Il moltiplicatore della spesa pubblica è l'incremento del Pil derivante dall'aumento di un
euro della spesa pubblica per beni e servizi. L’acquisto iniziale di un bene o di un servizio da parte
dello Stato metterà in moto una catena di nuove spese. Il moltiplicatore della spesa pubblica è esat-
tamente uguale a quello di investimenti; a causa della loro uguaglianza sono detti entrambi moltipli-
catori della spesa. Le variazioni del prelievo fiscale rappresentano un'arma contro disoccupazione e
inflazione potente quasi quanto le variazioni della spesa pubblica. Il moltiplicatore delle imposte è
inferiore a quello della spesa di un fattore pari alla propensione marginale al consumo.
MOLTIPLICATORE DELLE IMPOSTE = PMC x moltiplicatore della spesa

CAPITOLO XXV: La moneta, l’attività bancaria e i mercati finanziari. (pag. 505 – 533)

Moneta e tassi di interesse


Cos'è la moneta? È tutto quello che serve come mezzo di scambio comunemente accettato. Il barat-
to consiste nello scambio di beni per ottenere altri beni e si contrappone allo scambio mediante la
moneta perché i maiali, i tacchini e i limoni non sono denaro generalmente accettato che noi possia-
mo dare per acquistare beni. Con il progressivo sviluppo dell'economia, i cittadini non scambiano
direttamente un bene con un altro, ma vendono merci per ottenere denaro e poi utilizzano il denaro
per acquistare altri beni. La moneta come mezzo di scambio entrò per la prima volta nella storia
umana sotto forma di particolari merci. Una grande varietà di beni sono serviti come moneta nell'u-
no o nell'altro periodo storico: bovini, olio, rame, ferro, oro, argento, diamanti e sigarette. Nel XIX
secolo la moneta merce era ormai limitata quasi esclusivamente a metalli come l'argento e l’oro.
Questa forme di denaro aveva un valore intrinseco, il che significava che aveva un valore d'uso in
se. L'avvento del controllo monetario da parte delle banche centrali ha portato a un sistema di valuta
molto più stabile. Il valore intrinseco oggi è l'aspetto meno importante della moneta. All'era della
moneta merce seguì quella della moneta cartacea. A questo punto emerge l'essenza stessa della mo-
neta: non si desidera la moneta di per sé, ma per ciò che può comprare. La moneta cartacea si è dif-
fusa perché è un mezzo comodo di scambio, si trasporta e conserva facilmente; con un'attenta inci-
sione il suo valore può essere protetto dalla contraffazione: poiché i privati cittadini non possono
produrla legalmente, la sua scarsità è assicurata. Quella attuale è l'era della moneta bancaria, degli
assegni coperti da fondi depositati in una Banca o in un altro istituto di credito. Una misura impor-
tante e attentamente osservata è la moneta per transazioni, che consiste di voci usate realmente per
le transazioni. Quelle che seguono sono sue componenti:

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• Monete metalliche. Comprende le monete che non sono in possesso delle banche;
• Moneta cartacea. Più importante è la valuta cartacea; oggi, tutte le monete metalliche carta-
cee sono monete a corso forzoso. Questo termine significa che qualcosa costituisce valuta,
anche se non ha valore, perché lo stabilisce lo Stato.
• Conti correnti. Vi è una terza componente della moneta per transazioni, i depositi in conto
corrente o moneta bancaria: questi sono costituiti da fondi, depositati nelle banche e in altri
istituti di credito, sui quali si possono emettere assegni, e sono noti a livello tecnico come
"depositi a vista e altri depositi traibili".
La moneta cartacea e le monete metalliche sono monete a corso legale che devono essere accettate
in pagamento di qualsiasi debito, pubblico o privato.
Un altro aggregato attentamente osservato è la moneta in senso ampio che comprende la moneta per
transazioni nonché i conti di risparmio presso le banche e attività patrimoniali analoghe che rappre-
senta un succedaneo molto simile alla moneta per transazioni. Esempi di attività che fanno parte
della moneta in senso ampio sono i depositi in conti di risparmio in banca e fondi comuni di investi-
mento del mercato monetario gestiti dagli intermediari di borsa, i depositi dei conti di deposto gesti-
ti da banche commerciali e così via. L'interesse è il pagamento effettuato per l'uso del denaro. Il tas-
so d'interesse è l'entità degli interessi versati per unità di tempo: in altri termini, i cittadini devono
pagare per avere l'opportunità di prendere in prestito il denaro, il cui costo, misurato in euro all'anno
per ogni euro preso in prestito, è il tasso di interesse. I prestiti differiscono per scadenza, il tempo
nel quale devono essere restituiti: i più brevi durano solo un giorno; i mutui di solito durano fino a
trent'anni. I titoli a più lungo termine in genere esigono un tasso di interesse più elevato di quelli a
breve scadenza, infatti i cittadini sono disposti al sacrificio per avere rapidamente accesso ai fondi
solo se possono aumentarne il rendimento. I prestiti variano anche in termini di rischio. Alcuni pre-
stiti sono praticamente privi di rischi, altri sono altamente speculativi. Le attività variano per liqui-
dità. Un'attività patrimoniale si dice liquida se si può convertire in contanti velocemente e con una
scarsa perdita di valore. A causa del rischio più elevato e della difficoltà di recuperare gli investi-
menti da parte di chi concede il prestito, le attività patrimoniali non liquide di solito prevedono tassi
d'interesse notevolmente più elevati di quelli liquidi, esenti da rischi. Il tasso d'interesse nominale
misura il rendimento in euro annui per euro investito, ma moneta può diventare un criterio di misura
distorto: i prezzi possono infatti salire in seguito all'inflazione. Appare chiaro che è necessario un
concetto diverso di interesse, che misuri il rendimento degli investimenti in termini di beni e servizi
reali invece del reddito in termini monetari. Questo concetto alternativo è il tasso d'interesse reale,
che misura la quantità di beni che si otterranno in futuro rispetto quelli cui si è rinunciato oggi. Il
tasso d'interesse reale si ottiene correggendo il tasso d'interesse nominale monetario mediante il tas-
so di inflazione. Le funzioni della moneta sono:
• la funzione di gran lunga più importante è quella di mezzo di scambio;
• la moneta si usa anche come unità di conto, con la quale si misura il valore delle cose;
• la moneta si usa a volte come riserva di valore, perché consente di conservare il valore nel
tempo.
Qual è il costo insito nel possedere moneta? È il sacrificio in termini di interessi che si deve accetta-
re per possedere contanti invece di un'attività patrimoniale o un investimento più rischioso, meno li-
quido. La necessità di avere denaro per pagare gli acquisti, o le transazioni di beni, servizi e altri ar-
ticoli costituisce la domanda transazionale di moneta. La disponibilità monetaria (o domanda di
moneta) può essere sensibile ai tassi d'interesse: a parità di altre condizioni, all'aumento dei tassi di
interesse diminuisce la quantità di moneta richiesta.
L’attività bancaria e l’offerta di moneta
Nella maggior parte dei paesi la valuta viene emessa dalla Banca centrale, mentre le banche com-
merciali producono il resto della moneta sotto forma di depositi in conto corrente. Potrà però sor-
prendere che la Banca centrale in realtà controlli l'offerta totale di moneta. La moneta bancaria e
molti altri servizi finanziari vengono forniti oggi da intermediari finanziari, istituzioni come le ban-

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che commerciali, che raccolgono depositi e fondi da un gruppo di individui e li prestano a un altro.
Altre categorie importanti sono le casse di risparmio, le compagnie di assicurazione, i fondi pensio-
ne e i fondi comuni. Le banche e gli altri intermediari finanziari sono molto simili ad altre imprese:
sono concepiti per realizzare profitti per i loro proprietari. Il bilancio aziendale è un prospetto della
situazione finanziaria di un'impresa a una certa data, nel quale sono elencate le attività e le passivi-
tà; la differenza fra attività e passività viene definita valore netto. Tranne qualche piccola variazio-
ne, il bilancio di una banca appare molto simile a quello di una qualsiasi impresa; l'unica sua carat-
teristica distintiva è una voce detta "riserve", che compare dal lato dell'attivo. Le riserve sono attivi-
tà che le banche accantonano sotto forma di contante o di depositi presso la Banca centrale; vengo-
no tenute in parte per le necessità operative di tutti giorni, ma servono perlopiù a far fronte alle esi-
genze di riserva obbligatoria. L'attività bancaria commerciale iniziò con gli orafi, che crearono la
prassi di conservare loro i preziosi dei cittadini per tenersi al sicuro. Ben presto gli orafi trovarono
più conveniente non preoccuparsi di restituire esattamente lo stesso pezzo d'oro che avevano lascia-
to i clienti. I depositanti erano disposti ad accettare qualsiasi oro purché fosse di valore equivalente
a quello che avevano lasciato in custodia: questo "anonimato" era importante, perché dava agli orafi
la possibilità di prestare ad altri l’oro. Gli orafi – banchieri constatarono che, sebbene i depositi fos-
sero esigibili a vista, non venivano ritirati tutti contemporaneamente. Sarebbero state necessarie ri-
serve pari ai depositi totali se all'improvviso tutti i depositanti avessero dovuto essere rimborsati
completamente e contemporaneamente, ma questo non si verificava quasi mai: in un dato giorno al-
cuni effettuano prelievi e altri invece depositi; questi tipi di transazione generalmente si compensa-
vano. Impiegando la maggior parte del denaro depositato presso di loro in attività patrimoniali, e
mantenendo solo riserve razionali di contante a fronte dei depositi, le banche massimizzano i profit-
ti. La principale funzione della riserva obbligatoria è di consentire all'autorità monetaria di control-
lare l'entità dei depositi in conto corrente che le banche possono creare. Imponendo una quota fissa
elevata di riserva obbligatoria, l'autorità monetaria può controllare meglio l'offerta di moneta. Ogni
singola Banca presenta limiti nella capacità di espansione dei prestiti e degli investimenti: non può
prestare più di quanto abbia ricevuto dai depositanti; può prestare solo nove decimi dell'importo.
Benché nessuna banca da sola possa espandere le riserve di 10 a uno, il sistema bancario nel suo in-
sieme può farlo: ogni banca che riceve € 1000 di nuovi depositi presta nove decimi del contante
appena acquisito sotto forma di prestiti e investimenti; seguendo i successivi gruppi di banche nella
catena decrescente infinita, si evince che il moltiplicatore dell'offerta di moneta è uguale a 1/frazio-
ne di riserva obbligatoria. Si possono verificare "perdite" delle nuove riserve di contante del sistema
bancario, che entrano in circolazione al di fuori del circuito bancario e finisco in attività patrimonia-
li diverse dei conti correnti. Quando una parte di queste nuove riserve si disperde, la relazione, il
rapporto tra la creazione di moneta e le nuove riserve può discostarsi dalla formula di 10 a uno for-
nita dal moltiplicatore dell'offerta di moneta.
L’economia finanziaria
Le attività finanziarie sono diritti monetari di una parte su un'altra e consistono principalmente in
attività patrimoniali denominate in valuta (i cui pagamenti sono fissi in termini monetari) e titoli (il
cui valore fissato dal mercato). I principali tipi di attività patrimoniali sono i seguenti:
• la moneta che è stata definita in precedenza;
• i conti di risparmio che sono depositi presso le banche, di solito garantiti dallo Stato, che
hanno un valore monetario fisso del capitale e tassi d'interesse determinati dai tassi d'interes-
se di mercato a breve;
• i titoli di Stato sono certificati e obbligazioni di Stato che garantiscono il rimborso del capi-
tale alla scadenza e il pagamento di interessi nel tempo;
• i titoli sono diritti di proprietà sulle imprese che rendono dividendi, cioè pagamenti derivanti
dall'utile netto delle aziende;
• i derivati finanziari sono nuove forme di strumenti finanziari il cui valore si basa su quelli di
altre attività o sono derivati da esse;

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• i fondi pensione rappresentano titoli di proprietà di attività detenute dalle imprese o da pro-
grammi di pensionamento.
Il tasso di rendimento è il guadagno monetario totale derivante da un titolo. Il fatto che alcune atti-
vità abbiano tassi di rendimento prevedibili mentre altre sono piuttosto rischiose ci porta alla suc-
cessiva caratteristica importante degli investimenti: il rischio si riferisce alla variabilità dei rendi-
menti su un investimento. La borsa è un luogo in cui sono venduti e acquistati le azioni di società
quotate, i titoli delle imprese. Il mio New York Stock Exchange è la principale borsa americana,
presso la quale sono quotati oltre 1000 titoli, anche se negli ultimi tempi il Nasdaq, come molte
azioni di società non quotate o scambiate fuori del mercato, ha registrato un rialzo eccezionale.
Ogni grande centro finanziario ha una borsa. Quando l’eccitazione assale il mercato può determina-
re bolle speculative e crolli. Le prime si verificano quando i prezzi aumentano perché i cittadini
pensano che in futuro i titoli saliranno: una bolla speculativa mantiene le promesse, poiché se i cit-
tadini comprano perché ritengono che le azioni saliranno, l'atto di acquisto farà salire i prezzi indu-
cendo gli investitori a comprare ancora di più e innescando così una spirale vertiginosa. Le bolle
speculative provocano sempre crolli e a volte scatenano il panico. Un evento traumatico getta da de-
cenni un'ombra sui mercati azionari: il panico del 1929 e il crollo di Wall Street. Quest'evento segna
l'inizio della lunga e dolorosa grande depressione degli anni 30. Le moderne teorie economiche dei
prezzi delle azioni in genere si incentrano sul ruolo dei mercati efficienti, luoghi in cui tutte le infor-
mazioni vengono assorbite velocemente dagli speculatori e immediatamente incorporato nelle quo-
tazioni. Nei mercati efficienti non ci sono prodotti facili; considerando le notizie del giorno prima,
le tendenze dei prezzi in passato, le elezioni e i cicli economici non si sarà aiutati nella previsione
delle future oscillazioni dei prezzi. Per questo, nei mercati efficienti i prezzi sono sensibili alle sor-
prese che, essendo sostanzialmente casuali, fanno sì che i prezzi delle azioni e altri prezzi speculati-
vi varino nel modo imprevedibile, come in un percorso casuale.

CAPITOLO XXVI: L’attività delle banche centrali e la politica monetaria. (pag. 535 – 552)

L’attività delle banche centrali


La responsabilità della politica monetaria è oggi della Banca centrale europea, che assieme alle
banche centrali nazionali costituisce il "sistema europeo di banche centrali". Nei primi decenni del
regno d'Italia vi erano sei banche autorizzate dallo Stato ad emettere banconote aventi corso legale.
Nel 1893, dalla fusione della Banca nazionale del regno d'Italia, la Banca nazionale Toscana e la
Banca toscana di credito per le industrie e il commercio venne creata la Banca d'Italia. Il banco di
Napoli il Banco di Sicilia mantennero l'autorizzazione ad emettere banconote aventi corso legale.
Solo nel 1926 la Banca d'Italia divenne l'unico istituto di emissione. La Banca centrale italiana ha
una struttura fortemente centralizzata, dove le decisioni cruciali in tema di tassi e di politica mone-
taria vengono presi in modo indipendente dalle quattro persone che compongono il direttorio, e in
ultima istanza dal governatore che ne è a capo. Una volta nominato dal potere politico, il governato-
re può contare su una carica a vita. Ad attribuire il ruolo di governatore deve essere un decreto del
presidente del consiglio, su parere del ministro del Tesoro, controfirmato dal presidente della Re-
pubblica. La stessa procedura deve essere rispettata anche per tutti gli altri membri del direttorio.
Spesso l'indipendenza della Banca centrale porta conflitti con il potere politico. Come gestisce vera-
mente l'offerta di moneta la Banca centrale? I tre principali strumenti di politica monetaria sono:
• le operazioni di mercato aperto, l'acquisto e la vendita di buoni del Tesoro in modo perma-
nente o temporaneo;
• la politica del tasso di sconto, la fissazione del tasso d'interesse, detto tasso di sconto, al
quale le banche possono prendere a prestito riserve dalla Banca d'Italia;
• la politica della riserva obbligatoria, la variazione del rapporto tra depositi e riserva obbli-
gatoria di banche e altre istituzioni finanziarie presso la Banca d'Italia.

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Nella gestione della moneta la Banca centrale deve sempre sorvegliare l'andamento di un insieme di
variabili note come obiettivi intermedi. Quando la Banca centrale vuol incidere sugli obiettivi finali
inizia col variare uno dei suoi strumenti. Dal 1999 il sistema europeo di banche centrali svolge le
funzioni di Banca centrale dell'unione monetaria, che comprende, al 2001,12 paesi dei 15 dell'unio-
ne europea. Precisamente, il sistema europeo di banche centrali è composto dalla Banca centrale eu-
ropea e dalle banche centrali nazionali dei 15 stati membri. La Banca centrale europea è dotata di
personalità giuridica ai sensi del diritto pubblico internazionale. Mentre il processo decisionale al-
l'interno dell'euro sistema e del sistema europeo di banche centrali è centralizzato, per prendere de-
cisioni riguardo lo svolgimento dei compiti, la Banca centrale europea è tenuta a seguire il principio
del decentramento secondo quanto stabilito nello statuto del sistema europeo di banche centrali. La
Banca centrale europea tiene in conto tutti gli aspetti dell'evoluzione dell'economia per decidere la
strategia di politica monetaria, che ha come obiettivo fondamentale la stabilità dei prezzi e si basa
su due schemi di analisi (cosiddetti "pilastri") che contribuiscono a fornire una valutazione prospet-
tica dei rischi per tale stabilità. Il primo pilastro assegna un ruolo preminente alla moneta; il secon-
do pilastro si basa sull'analisi di un'ampia gamma di indicatori economici e finanziari. La politica
monetaria è responsabilità della Banca centrale. Lo strumento più importante di stabilizzazione a
disposizione della Banca centrale sono le "operazioni di mercato aperto". Vendendo o acquistando
titoli di Stato nel mercato aperto, la Banca centrale può aumentare o ridurre le riserve bancarie.
Quando le banche commerciali sono a corto di riserve possono contrarre prestiti con la Banca cen-
trale. All'inizio il tasso di sconto era lo strumento principale per fornire riserve al sistema bancario.
Con lo sviluppo dei mercati finanziari le banche centrali fecero delle operazioni di mercato aperto il
principale strumento per regolare il livello generale delle riserve. A volte la Banca centrale può far
abbassare il tasso di sconto, che rappresenta il tasso d'interesse praticato sui prestiti alle banche del-
la Banca centrale. Nella maggior parte dei casi il tasso di sconto si limita a seguire i tassi d'interesse
di mercato per impedire alle banche di ottenere enormi profitti prendendo a prestito il denaro a un
tasso di sconto basso per poi prestarlo ad un tasso di sconto elevato sul mercato aperto. Se non esi-
stessero prescrizione di legge, probabilmente le banche terrebbero solo una piccola parte dei loro
depositi sotto forma di riserve; per le banche commerciali la riserva obbligatoria rappresenta un
onere, dal momento che i fondi impiegati come riserve hanno una remunerazione inferiore a quelli
impiegati in modo alternativo. Poiché la Banca centrale controlla sia le riserve bancarie sia il coeffi-
ciente di riserva obbligatoria, detiene il controllo dell'offerta di moneta. La Banca centrale può inol-
tre variare la riserva obbligatoria se vuole modificare velocemente l'offerta di moneta: se, per esem-
pio, vuole restringere la massa monetaria da un giorno all'altro, può aumentare il coefficiente di ri-
serva obbligatoria; d'altro canto, se vuole creare condizioni di credito più facile può fare il contrario
e ridurre i rapporti di riserva legale. Le banche centrali svolgono un ruolo particolarmente importan-
te nell'economia aperte, dove gestiscono i flussi delle riserve e il tasso di cambio e tengono sotto
controllo gli sviluppi della finanza internazionale. Il controllo della Banca centrale sulle riserve ban-
carie è soggetto a interferenze dall'estero, che possono però essere compensata se la Banca centrale
sterilizza i flussi internazionali. Un aspetto importante del mercato finanziario di un paese è il siste-
ma di cambio. Un sistema di cambi importante è quello dei tassi fluttuanti in cui il cambio è deter-
minato dalle forze di mercato della domanda e dell'offerta. In alcune economie si mantengono tassi
di cambio fissi e si agganciano le monete a una o più divise estere.
Gli effetti della moneta sul prodotto e sui prezzi
Il meccanismo di trasmissione della moneta è il modo in cui variazioni dell'offerta di moneta si tra-
ducono in variazioni di prodotto, occupazione, prezzi e inflazione. Per concretezza supponiamo che
la Banca centrale si preoccupi di un aumento dell'inflazione e abbia deciso di rallentare l'economia.
Il processo ha cinque fasi:
1. per iniziare il processo la Banca centrale provvede a ridurre le riserve bancarie;
2. ogni euro di riduzione delle riserve bancarie produce una contrazione multipla dei depositi
traibili, diminuendo quindi l'offerta di moneta;

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3. la riduzione dell'offerta di moneta tenderà ad aumentare i tassi d'interesse e restringere le
condizioni di credito;
4. con tassi d'interesse più elevati e minore ricchezza, le spese sensibili ai tassi d'interesse, so-
prattutto gli investimenti, tenderanno a diminuire;
5. infine, le pressioni delle restrizioni creditizie, riducendo la domanda aggregata, faranno di-
minuire il reddito, il prodotto, i posti di lavoro e l'inflazione.
L'offerta la domanda di moneta insieme determinano i tassi d'interesse di mercato.
D O

Tasso di interesse

Moneta

La figura presenta un grafico con la quantità totale di moneta sull'asse orizzontale e il tasso d'inte-
resse nominale su quello verticale; la curva dell'offerta diventa una retta verticale nel caso in cui la
Banca centrale manipoli gli strumenti per tenere l'offerta di moneta a un dato livello. Il diagramma
della domanda di moneta viene inoltre rappresentato da una curva con pendenza decrescente, perché
le giacenze monetarie diminuiscono all'aumento dei tassi d'interesse. L'intersezione dei diagrammi
della domanda dell'offerta determina il tasso d'interesse di mercato.
La politica monetaria ha la stessa incidenza sul commercio internazionale e interno: le restrizioni
creditizie riducono gli investimenti stranieri e interni facendo quindi diminuire il prodotto e i prezzi.
L'impatto della politica monetaria sul commercio internazionale rafforza l'incidenza sull'economia
interna. L'espansione della moneta fa scendere i tassi d'interesse di mercato, stimolando la spesa per
beni sensibili ai tassi d'interesse: gli investimenti delle imprese, l'edilizia, le esportazioni nette e si-
mili. Mediante il meccanismo del moltiplicatore la domanda aggregata aumenta facendo salire pro-
dotto e prezzi oltre i livelli che raggiungerebbero altrimenti. Molti economisti ritengono che varia-
zioni nell'offerta di moneta a lungo termine facciano salire principalmente il livello dei prezzi con
influsso scarso o nullo sul prodotto reale. Ciò significa che nel lungo periodo, mentre i prezzi e i sa-
lari diventano più flessibili, l'effetto di una variazione di offerta di moneta si esplica sempre più sui
prezzi e sempre meno sul prodotto. Sono stati esaminati i fondamenti della domanda aggregata e si
è visto che è determinata da fattori indipendenti come gli investimenti e le esportazioni nette, e dalle
politiche economiche, in particolare quelle monetarie e fiscali. I governi oggi agiscono per contene-
re le oscillazioni del ciclo economico, ma persino i governanti più saggi non possono sperare di eli-
minare la disoccupazione e l'inflazione di fronte a tutte le crisi cui è esposta l'economia.
CAPITOLO XXVII: La crescita economica. (pag. 555 – 573)

Nel XX secolo la rapida e continua crescita economica ha consentito ai Paesi industrializzati avan-
zati di fornire ai propri cittadini quantità maggiori di tutti i beni. Le nazioni continuano a considera-
re la crescita economica un obiettivo centrale della politica. Nel lungo periodo la crescita economi-
ca è il fattore più importante per il successo delle nazioni.
Teorie della crescita economica
La crescita economica rappresenta l'espansione del Pil o del prodotto potenziale di un paese. In altri
termini, la crescita economica si verifica quando la frontiera delle possibilità produttive si sposta
verso l'esterno. Un concetto strettamente connesso è il tasso di crescita del prodotto pro capite, che
stabilisce il ritmo al quale sale il tenore di vita nel paese. Gli economisti che hanno studiato la cre-
scita economica hanno scoperto che questa si fonda sempre sugli stessi quattro fattori:
• le risorse umane (offerta di manodopera, istruzione, disciplina, motivazione);
• le risorse naturali (terra, minerali, carburanti, qualità dell'ambiente);
• la formazione di capitale (macchine, fabbriche, strade);

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• la tecnologia (scienza, tecnica, capacità gestionale e imprenditorialità).
Spesso gli economisti scrivono la relazione in termini di funzione della produzione aggregata che
mette in relazione il prodotto nazionale totale con gli input e la tecnologia. Dal punto di vista alge-
brico la produzione aggregata è pari a:
Q = A x F (K, L, R)
Dove Q = prodotto, K = servizi produttivi del capitale, L = input di lavoro, R = input di risorse natu-
rali, A rappresenta il livello di tecnologia dell’economia e F è la funzione di produzione.
Possiamo ritenere che il ruolo della tecnologia sia di incrementare la produttività degli input. La
produttività indica il rapporto tra il prodotto e una media ponderata di input. Gli input di lavoro con-
sistono nella quantità e abilità della forza lavoro. Molti economisti ritengono che la qualità degli in-
put di lavoro sia il fattore più importante della crescita economica. Il secondo fattore classico della
produzione sono le risorse naturali. Sotto questo profilo le risorse importanti sono la terra arabile, il
petrolio e il gas, le foreste, l'acqua e le risorse minerali. Ricordate che il capitale tangibile compren-
de strutture come strade, centrali elettriche, attrezzature come camion e computer e riserve di scorte.
Molti investimenti vengono intrapresi solo dai governi e servono a creare la struttura per lo sviluppo
di un fiorente mercato; questi investimenti vengono definiti capitale fisso sociale e consistono in
progetti su larga scala che agevolano l'attività economica: si tratta di gran investimenti che tendono
ad essere indivisibili e a volte presentano rendimenti di scala crescenti. La crescita economica di-
pende da un quarto fattore essenziale, la tecnologia. Lo sviluppo tecnologico denota cambiamenti
nei processi produttivi, o l'introduzione di nuovi prodotti, per rendere possibile una produzione mi-
gliore e più abbondante partendo dallo stesso insieme di fattori.
I primi economisti, come Smith e Malthus, misero in rilievo il ruolo fondamentale della terra nella
crescita economica. Smith forniva un manuale per lo sviluppo economico partendo da un'ipotetica
era idilliaca, "quello stato originale delle cose che precede sia l'appropriazione della terra sia l'accu-
mulazione di capitale", in cui la terra era liberamente disponibile a tutti e non si era cominciato an-
cora a parlare di capitale. Poiché la terra è liberamente disponibile, la gente si distribuisce su un nu-
mero maggiore di ettari all'aumentare della popolazione. Non essendoci capitale, il prodotto nazio-
nale raddoppia esattamente al raddoppio della popolazione. Che cosa accade ai salari reali? Assor-
bono l'intero reddito nazionale perché non vi è alcuna detrazione per la rendita della terra o per gli
interessi sul capitale. Il prodotto si espande insieme alla popolazione, per cui il salario reale per la-
voratore è costante nel corso del tempo. Alla fine, mentre la popolazione continua a crescere, tutta
la terra sarà occupata e, una volta scomparsa la terra libera, la crescita equilibrata della terra, del la-
voro e del prodotto non è più possibile. La popolazione continua a crescere ed entra in funzione la
legge dei rendimenti decrescenti. Il rapporto crescente terra – lavoro porta un minore prodotto mar-
ginale del lavoro e quindi a minori salari reali. Malthus riteneva che la pressione demografica spin-
gesse l'economia fino al punto in cui i lavoratori si trovano al livello minimo di sussistenza, e argo-
mentava che ogni volta che i salari fossero stati al disopra del livello di sussistenza, la popolazione
sarebbe aumentata; salari sotto questo livello avrebbero determinato un'elevata mortalità e la dimi-
nuzione della popolazione. La previsione di Malthus era molto lontana dal vero perché egli non ave-
va tenuto conto di come l'innovazione tecnologica e gli investimenti di capitale potessero ovviare
alla legge dei rendimenti decrescenti. L'accumulazione di capitale e le nuove tecnologie divennero
la forza dominante dello sviluppo economico. Per comprendere come l'accumulazione di capitale e
il progresso tecnologico incidono sull'economia è necessario comprendere il modello neoclassico
della crescita economica. Il pioniere di questo approccio fu Robert Solow. Il modello neoclassico di
crescita descrive un'economia in cui si ottiene un singolo prodotto omogeneo con due tipi di input,
il capitale e il lavoro. La crescita del lavoro è determinata da forze esterne all'economia e non è in-
fluenzata dalle variabili economiche; si suppone inoltre che l'economia sia concorrenziale e operi
sempre in condizioni di piena occupazione, in modo da poter analizzare la crescita del prodotto po-
tenziale. I nuovi ingredienti del modello di crescita neoclassico sono il capitale e il progresso tecno-
logico. Il capitale consiste in beni strumentali durevoli che si utilizzano per produrre altri beni. Per
convenienza si supporrà che ci sia un solo tipo di bene capitale (K). Nei calcoli reali il bene capitale

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universale viene approssimato al valore monetario totale dei beni capitali. Se è L è il numero di la-
voratori, (K/L) è pari alla quantità di capitale per lavoratore o rapporto capitale/lavoro. Possiamo ri-
scrivere la funzione di produzione aggregata per il modello di crescita neoclassico senza innovazio-
ne tecnologica come Q = F (K, L). Passando ora al processo di crescita economica, gli economisti
sottolineano la necessità di aumentare l'intensità di capitale, processo mediante il quale la vendita di
capitale per lavoratore aumenta nel corso del tempo. I tassi salariali salgono per i lavoratori agricoli,
dei trasporti o per gli impiegati di banca, a mano a mano che gli incrementi del capitale per lavora-
tore fanno aumentare il prodotto marginale del lavoro in questi settori. Possiamo analizzare gli ef-
fetti dell'accumulazione di capitale utilizzando la figura che rappresenta graficamente la funzione di
produzione aggregata ponendo il prodotto per lavoratore sull'asse verticale e il capitale per lavora-
tore su quello orizzontale; sullo sfondo, e mantenute costanti per il momento, ci sono tutte le altre
variabili discusse all’inizio di questa sessione. Che cosa accade quando la società accumula capita-
le? Mentre ogni lavoratore ha sempre più capitale con cui lavorare, l'economia si sposta in alto ver-
so destra lungo la funzione di produzione aggregata.
FPA
Prodotto per lavoratore

Capitale per lavoratore

Qual è l'equilibrio di lungo periodo nel modello neoclassico della crescita senza progresso tecnico?
Alla fine il rapporto capitale/lavoro cesserà di aumentare: a lungo termine l'economia entrerà in una
condizione di stato stazionario in cui l'aumento dell'intensità di capitale si blocca, la crescita dei sa-
lari reali si arresta e i rendimenti del capitale e i tassi d'interesse sono costanti.
Modelli di crescita negli Stati Uniti
Gli economisti che studiano la storia dei paesi avanzati hanno scoperto che le seguenti tendenze
sono valide per la maggior parte di queste nazioni:
• lo stock di capitale è cresciuto più rapidamente della popolazione e dell'occupazione deter-
minando intensità di capitale;
• per la maggior parte del XX secolo vi è stata una forte tendenza all'aumento dei tassi salaria-
li reali;
• la quota di compensazione del lavoro nel reddito nazionale è stato notevolmente stabile nel
secolo scorso;
• vi sono state grandi oscillazioni dei tassi d'interesse reali e del tasso del profitto soprattutto
durante i cicli economici, ma in questo secolo non c'è stata una forte tendenza all'aumento o
alla diminuzione;
• invece di salire costantemente, come si sarebbe potuto prevedere in base alla legge dei ren-
dimenti decrescenti con tecnologia immutata, il rapporto capitale/prodotto in realtà è dimi-
nuito dal 1900 in poi, ma è variato di poco dal 1950.,
• per la maggior parte del XX secolo, il risparmio nazionale e gli investimenti in proporzione
del Pil sono stati stabili;
• una volta eliminati gli effetti dei cicli economici, il prodotto è cresciuto a un tasso medio
prossimo al 3% annuo. L'aumento del prodotto è stato molto superiore alla media ponderata
dell'incremento di capitale, lavoro e input di risorse, e questo indica che l'innovazione tecno-
logica deve avere svolto un ruolo chiave nella crescita economica.
Gli studi dettagliati della crescita economica si fondano sulla cosiddetta contabilità della crescita.
Questa tecnica non rappresenta un bilancio di contabilità nazionale del tipo incontrato nei capitoli
precedenti, ma è piuttosto un modo di suddividere i contributi di diversi ingredienti alla base delle
tendenze di crescita osservate. Nella contabilità della crescita si parte di solito dalla funzione della
produzione aggregata. Utilizzando questi sistemi di calcolo elementari e ricorrendo ad alcune ipote-

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si semplificate possiamo esprimere la crescita del prodotto in termini di crescita degli input più il
contributo dell'innovazione tecnologica: la crescita del prodotto può essere scomposto in tre fattori
distinti: crescita del lavoro per il suo peso, crescita del capitale per il suo peso e l'innovazione tec-
nologica. Ignorando momentaneamente quest'ultimo elemento, il presupposto di rendimenti costanti
di scala significa che una crescita dell'1% di lavoro, insieme a una crescita dell'1% di capitale, por-
terà una crescita dell'1% di prodotto. Dopo il 1970 la crescita della produttività ha rallentato sotto il
peso degli aumenti dei prezzi dell'energia, di una sempre maggiore regolamentazione ambientale e
altre modifiche strutturali. Alla fine degli anni '90 però l'esplosione della produttività degli investi-
menti nell'informatica insieme a miglioramenti nella misurazione hanno determinato un'impennata
nella crescita della produttività misurata.

CAPITOLO XXVIII: La sfida dello sviluppo economico. (pag. 577 – 596)

Lo sviluppo economico
Un paese in via di sviluppo è un paese con un reddito reale pro-capite basso. Sotto il profilo umano
i paesi in via di sviluppo di solito sono caratterizzati da popolazioni con cattiva salute, bassi livelli
di alfabetizzazione, abitazioni inadatte e diete misere. Vi è una grande diversità tra i paesi in via di
sviluppo: alcuni rimangono ai limiti della sopravvivenza; altri, che si trovavano in quella categoria
trent'anni fa, sono assunti al rango di nazioni a medio reddito. Quelli che hanno avuto un po' più
successo sono definiti paesi recentemente industrializzati; alcuni di loro hanno un reddito pro capite
che ha raggiunto i livelli più elevati dei paesi ad alto reddito. Un nuovo metodo interessante che
unisce gli indicatori economici a quelli sociali è l'indice dello sviluppo umano (Human Develop-
ment Index). L'HDI comprende quattro indici diversi: il Pil reale pro-capite, l'aspettativa di vita alla
nascita, l'iscrizione a scuola e l'alfabetizzazione da adulti. Per le nazioni povere è difficile superare
la propria condizione con tassi di natalità così elevati, ma esistono metodi per sfuggire alla sovrap-
popolazione, di cui uno consiste nell'assumere un ruolo attivo nella limitazione della crescita demo-
grafica. Per i paesi che riescono a espandere il reddito pro capite, c'è la prospettiva della transizione
demografica verso una popolazione stabile con tassi di natalità e di mortalità bassi. Oltre ad affron-
tare l'eccessiva crescita della popolazione, i paesi in via di sviluppo devono preoccuparsi anche del-
la qualità delle loro risorse umane. I pianificatori economici di queste la nazioni sottolineano l'im-
portanza dei seguenti programmi specifici:
• controllo delle malattie e miglioramento della salute e dell'alimentazione;
• miglioramento dell'istruzione, riduzione dell'analfabetismo e formazione professionale;
• non deve essere sottovalutata l'importanza delle risorse umane.
Alcuni paesi poveri dell'Africa e dell'Asia hanno scarse dotazioni di risorse naturali, e la terra e i
minerali che possiedono devono essere ripartiti tra popolazioni numerose. La risorsa naturale più
preziosa dei paesi in via di sviluppo è forse il terreno coltivabile. Una moderna economia richiede
una vasta gamma di beni capitali. I cittadini devono astenersi dal consumo corrente per impegnarsi
in una fruttuosa produzione indiretta: ma li sta il problema perché quando si è poveri, ridurre il con-
sumo corrente in vista di quello futuro sembra impossibile. Soprattutto nelle regioni più povere, l'ur-
genza del consumo corrente compete con gli investimenti per le scarse risorse. Ne derivano investi-
menti troppo ridotti nel capitale produttivo, tanto indispensabile per il rapido progresso economico.
L'ultimo fattore di crescita è il progresso tecnico. In questo settore i paesi in via di sviluppo hanno
un vantaggio potenziale: possono sperare di trarre vantaggio facendo ricorso al progresso tecnico
delle nazioni più avanzate. Questi paesi scoprono anche che le loro difficoltà si assommano dando
vita un circolo vizioso di povertà: i bassi redditi portano a un basso risparmio; e il basso risparmio
ritarda la crescita del capitale; il capitale inadeguato impedisce l'introduzione di nuovi macchinari e
la rapida crescita della produttività; la bassa produttività determina redditi bassi. Inoltre la povertà è
accompagnata da livelli bassi d'istruzione; questi a loro volta impediscono all'adozione di nuove e
migliori tecnologie e determinano la rapida crescita della popolazione, che annulla i miglioramenti

63
nella realizzazione di prodotti, e in particolare dei generi alimentari. La relativa arretratezza può
contribuire allo sviluppo: i paesi arretrati possono acquistare macchinari potendosi appoggiare alle
tecnologie delle nazioni progredite. Nella maggior parte dei paesi i redditi delle arie urbane sono
quasi il doppio di quelli delle aree rurali, e nelle nazioni ricche buona parte dell'economia si fonda
sull'industria e sui servizi. Molte nazioni saltano quindi alla conclusione che l'industrializzazione è
la causa anziché all'effetto della ricchezza.
Modelli alternativi di sviluppo
Tra gli estremi del completo laissez – faire e del comunismo si trovano il capitalismo misto, i mer-
cati amministrati, il socialismo e le molte combinazioni di questi modelli. In questa sezione verran-
no descritte brevemente alcune delle più importanti strategie di sviluppo.
• Approccio asiatico del mercato gestito. La Corea del sud, Taiwan e altri paesi dell'est asiati-
co hanno elaborato un proprio tipo di economia che unisce un forte controllo dello Stato a
potenti forze di mercato.
• Socialismo. Il pensiero socialista include anche gamma di approcci diversi. Nell'Europa oc-
cidentale dopo la seconda guerra mondiale i governi socialisti operanti in un contesto demo-
cratico ampliarono lo Stato assistenziale, nazionalizzarono industrie e pianificarono l'econo-
mia. Negli ultimi anni, però, sono ritornati a una struttura di libero mercato con ampie dere-
golamentazioni e privatizzazioni.
• Comunismo di tipo sovietico. Per molti anni la più chiara alternativa all'economia di mercato
si trovava in unione sovietica: in base al modello sovietico, lo Stato possiede tutta la terra e
la maggior parte del capitale, fissa i salari e quasi tutti prezzi e dirige il funzionamento del-
l'economia a livello microeconomico.
A un'estremità dello spettro c'è l'economia di mercato. In un sistema di mercato i cittadini agiscono
volontariamente e principalmente per il vantaggio economico o la soddisfazione personale. Le im-
prese acquistano fattori e realizzano prodotti, scegliendo gli uni o gli altri in modo da massimizzare
i profitti; i consumatori forniscono fattori di produzione e acquistano beni di consumo per massi-
mizzare la propria soddisfazione. Benché i singoli cittadini differiscano notevolmente tra loro in ter-
mini di potere economico, i rapporti tra i singoli individui e le imprese sono orizzontali per natura,
essenzialmente volontari e non gerarchici. All'altra estremità dello spettro si trova l'economia piani-
ficata, in cui le decisioni vengono prese dall'apparato statale. Secondo questo approccio i cittadini
sono legati da un rapporto verticale e il controllo viene esercitato da una gerarchia a più livelli. Nel
mezzo si trovano l'economia socialista e i mercati controllati.

CAPITOLO XXIX: Tassi di cambio e sistema finanziario internazionale. (pag. 597 – 617)

La bilancia dei pagamenti internazionale


La bilancia dei pagamenti internazionali misura tutte le transazioni economiche tra una nazione e il
resto del mondo; comprende le esportazioni e le importazioni di beni, servizi e capitali finanziari.
Le esportazioni sono voci di credito, mentre le importazioni sono debiti. In termini più generali, le
voci di credito di una nazione sono transazioni che rendono disponibili valute estere, mentre i debiti
sono voci che riguardano la riduzione delle scorte di valuta estere. Le principali componenti della
bilancia dei pagamenti sono:
• le partite correnti (commercio di beni e servizi, reddito da investire e trasferimenti);
• i conti patrimoniali (pubblici, privati e variazioni delle riserve ufficiali).
La norma della contabilità della bilancia dei pagamenti vuole che la somma di tutte le voci sia ugua-
le a zero. Storicamente i paesi tendono ad attraversare le seguenti fasi della bilancia dei pagamenti:
da giovane paese che assume prestiti per lo sviluppo economico, a maturo debitore, da giovane cre-
ditore, a nazione creditrice matura che vive degli utili degli investimenti passati.

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La determinazione dei tassi di cambio
Il commercio estero prevede l'uso delle diverse valute nazionali: il tasso di cambio è il prezzo di
una valuta in termini di un'altra ed è stabilito dal mercato dei cambi, dove vengono scambiate le va-
rie valute. I principali paesi hanno una loro valuta. Grazie al cambio estero un negoziante italiano
può acquistare racchette da tennis inglesi. Supponiamo che il prezzo sia di cinquanta sterline l’una;
il negoziante può consultare un quotidiano per vedere il tasso di cambio della sterlina: se il tasso è
di € 0,60 a sterlina, va semplicemente in banca con € 83,33 e le converte in cinquanta sterline, e con
queste può poi pagare l’esportatore nella valuta necessaria per l'acquisto della racchetta da tennis. Il
mercato dei cambi è il mercato in cui si effettuano gli scambi delle monete dei diversi paesi e se ne
determinano i tassi di cambio; la valuta estera viene poi trattata al dettaglio in molte banche e uffici
specializzati nel settore. L'equilibrio della domanda dell'offerta di cambio determina il tasso di cam-
bio di una valuta. Qual è il legame tra i tassi di cambio e gli adeguamenti della bilancia dei paga-
menti? Nel caso più semplice supponiamo che i tassi di cambio siano determinati dalla domanda e
dall'offerta. Le variazioni dei cambi fungono da stabilizzatore per eliminare squilibri della bilancia
dei pagamenti. Un'importante implicazione è la teoria della parità del potere d'acquisto dei tassi di
cambio, in base alla quale il tasso di cambio di un paese tenderà a bilanciare il costo di acquisto di
prodotti commerciati internamente con quello di acquisto di quegli stessi beni all'estero. La dottrina
della parità di potere d'acquisto afferma inoltre che i paesi con tassi d'inflazione elevati tenderanno
ad avere monete che si deprezzano: va rilevato inoltre che la teoria della parità di potere d'acquisto è
solo tendenziale e non prevede una stabilizzazione completa dei relativi prezzi.
Il sistema monetario internazionale
Il sistema monetario internazionale designa le istituzioni sotto la cui egida vengono effettuati paga-
menti per le transazioni che travalicano i confini nazionali. In particolare, il sistema monetario inter-
nazionale determina come vengono fissati i tassi di cambio e come influenzano gli stati. Negli ulti-
mi anni le nazioni hanno utilizzato uno dei seguenti sistemi principali:
• il sistema di tassi di cambio fissi;
• il sistema di tassi di cambio flessibili o fluttuanti in cui i tassi sono determinati dalle forze di
mercato;
• tassi di cambio amministrati sui quali le nazioni intervengono per attenuare le oscillazioni
dei cambi o spostare la loro valuta verso una zona prefissata.
A un'estremità c'è un sistema di tassi di cambio fissi, in cui i governi specificano esattamente il tas-
so al quale gli euro saranno convertiti nelle altre monete. Storicamente il sistema di tassi di cambio
fissi più importante fu il sistema monetario aureo (Gold Standard), secondo il quale ogni paese de-
finiva il valore della propria moneta nei termini di una quantità fissa d'oro. In condizioni di tassi
flessibili, il cambio di un paese potrebbe deprezzarsi per bilanciare l'inflazione interna, ma con tassi
fissi l'equilibrio deve essere ripristinato mediante la deflazione interna o l'inflazione all'estero. Esi-
ste un meccanismo di adeguamento automatico, come dimostrato nel 1752 del filosofo scozzese Da-
vid Hume, il quale indicò che il deflusso di oro era parte di un meccanismo che tendeva a mantene-
re in equilibrio i pagamenti internazionali. La spiegazione di Hume si fondava in parte sulla teoria
quantitativa dei prezzi. Questa dottrina afferma che il livello globale dei prezzi di un'economia è
proporzionale all'offerta di moneta; nel sistema aureo l’oro costituiva una parte importante dell'of-
ferta di moneta: sia direttamente, sotto forma di monete d'oro, sia indirettamente, quando i governi
usavano l’oro come copertura della carta moneta. Tra i due estremi dei tassi di cambio rigidamente
fissati e tassi completamente flessibili si trovano i tassi di cambio amministrati, che in sostanza
sono determinati dalle forze di mercato, ma i governi comprano e vendono valute o variano offerta
di moneta per influenzarli, contrastando a volte l'andamento dei mercati privati oppure ricorrendo a
"zone target" che guidano i loro interventi. L'attuale sistema di cambi presenta contorni che non
sono nettamente delineati. Senza che nessuno lo avesse progettato il mondo è passato a un sistema
di cambi ibrido, le cui principali caratteristiche sono le seguenti:
• alcuni paesi consentono alla propria moneta di fluttuare liberamente. Negli ultimi vent'anni
gli Stati Uniti hanno seguito quasi sempre questo sistema;

65
• alcuni grandi paesi hanno tassi di cambio amministrati ma flessibili. Oggi questo gruppo
comprende il Canada, il Giappone e molti paesi in via di sviluppo;
• molti paesi, soprattutto piccoli, agganciano la loro valuta a una moneta importante o un pa-
niere di monete;
• inoltre quasi tutti i paesi tendono a intervenire quando i mercati diventano turbolenti o quan-
do i tassi di cambio sembrano molto lontani dai fondamentali, cioè dai tassi di cambi appro-
priati per i livelli di prezzi e flussi commerciali esistenti.

CAPITOLO XXX: La macroeconomia dell’economia aperta. (pag. 621 – 641)


Il commercio estero e l’attività economica
La macroeconomia dell'economia aperta è lo studio del comportamento dell'economia quando si
prendono in considerazione i legami commerciali finanziari tra le nazioni. Il commercio estero pre-
vede esportazioni ed importazioni. Si definiscono esportazioni nette le esportazioni di beni e servizi
meno le importazioni di beni e servizi. Quando un paese registra esportazioni nette positive accu-
mula attività estere, perciò la controparte delle esportazioni nette sono gli investimenti esteri netti,
che indicano i risparmi degli investimenti netti all'estero e sono pressappoco uguali al valore delle
esportazioni nette. In una economia aperta le spese della nazione possono divergere dalla sua produ-
zione. Le spese interne totali (a volte denominate domanda interna) sono pari al consumo più gli in-
vestimenti interni più gli acquisti pubblici. Questa misura differisce dal prodotto interno per due
motivi: innanzitutto, una qualche parte delle spese riguarderà le merci prodotte all'estero, articoli
che costituiscono le importazioni. Inoltre, una parte della produzione interna americana sarà vendu-
ta all'estero sotto forma di esportazioni. La differenza tra prodotto nazionale e spese interna è sem-
plicemente:
Ex – Im = esportazioni nette (X)
Il volume e il valore delle importazioni saranno influenzati dai prezzi relativi dei beni nazionali ed
esteri. Le esportazioni sono l'immagine speculare delle importazioni: quando aumenta il prodotto
estero o scende il tasso di cambio dell'euro, il volume e il valore delle esportazioni tendono a cre-
scere. Come influiscono variazioni dei flussi commerciali sul Pil e sull'occupazione? In presenza
del commercio internazionale i fattori macroeconomici principali sono due: innanzitutto una quarta
componente della spesa, le esportazioni nette, che fanno aumentare la domanda aggregata; in secon-
do luogo una economia aperta con moltiplicatori diversi per gli investimenti privati e per la spesa
pubblica interna, in quanto parte della spesa si disperde nel resto del mondo.
Disavanzo delle C+I+G
esportazioni nette
C+I+G+X
Spesa totale

Prodotto interno lordo

La propensione marginale alle importazioni, che sarà indicata con PMm, rappresenta l'incremento
del valore monetario delle importazioni per ogni dollaro aggiuntivo del Pil. La propensione margi-
nale alle importazioni è strettamente connessa alla propensione marginale al risparmio. La disper-
sione della spesa al di fuori dell'economia nazionale verso le importazioni ha l'effetto giunto sor-
prendente di modificare il moltiplicatore di una economia aperta. Il rapporto è il seguente:
1
Moltiplicatore dell’economia aperta =
PMR + PMm

Quando gli investimenti che possono defluire facilmente da un paese all'altro e le barriere normati-
ve agli investimenti finanziari sono basse si dice che i paesi godono di elevata mobilità del capitale
finanziario. I paesi con tassi di cambio fissi ed elevata mobilità del capitale si contraddistinguono

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per tassi d'interesse pressoché allineati fra loro. Qualsiasi divario nei tassi d'interesse di due paesi
attira gli speculatori, che venderanno una valuta e acquisteranno l'altra fino a quando i tassi si livel-
leranno. Nell'ambito dei tassi di cambio flessibili è importante comprendere che la politica macroe-
conomica opera in modo ben diverso dal caso degli tassi fissi perché diventa molto efficace. Il com-
mercio estero crea effettivamente un altro legame nel meccanismo di trasmissione monetaria quan-
do un paese è caratterizzato da tassi di cambio flessibili. La politica monetaria opera mediante i
cambi per influire sulle esportazioni nette oltre che sugli investimenti interni. L'effetto del tasso
d'interesse sulle esportazioni nette rafforza l'incidenza sugli investimenti interni: le restrizioni credi-
tizie riducono il prodotto e i prezzi.
Interdipendenza dell’economia globale
I paesi devono tener d'occhio le implicazioni delle loro politiche per la crescita economica di lungo
periodo. A volte è utile considerare una singola area all'interno di un paese con una piccola econo-
mia aperta con un tasso di cambio fisso. La crescita economica non riguarda solo il capitale; esige
lo spostamento oltre la frontiera tecnologica con l'adozione delle migliori prassi tecnologiche, ri-
chiede lo sviluppo di istituzioni che alimentano gli investimenti e lo spirito d'impresa. Altre questio-
ni, quali le politiche commerciali, i diritti di proprietà intellettuale, le politiche per gli investimenti
diretti e il clima macroeconomico globale, sono ingredienti fondamentali della crescita dell'econo-
mia aperta. In un'economia chiusa gli investimenti totali sono pari al risparmio interno. Per le eco-
nomie aperte, invece, i mercati finanziari mondiali sono un'altra fonte di fondi d'investimento e un
altro sbocco per il risparmio interno.
È utile esaminare come siano allocati risparmi e investimenti di lungo periodo in un'economia "clas-
sica" con piena occupazione e prezzi flessibili. Consideriamo il caso più semplice in cui non c'è in-
flazione o incertezza partendo da un'economia chiusa per estendere poi l'analisi a un'economia aper-
ta. Sappiamo che in un'economia chiusa gli investimenti devono essere uguali al risparmio privato
più l'avanzo pubblico. Per semplificare supponiamo che le imposte, la spesa pubblica e il risparmio
privato non dipendono dai tassi di interesse. Pertanto, il risparmio interno totale (pubblico e privato)
è pari a un dato importo in condizioni di piena occupazione. Al contrario, gli investimenti sono mol-
to sensibili ai tassi di interesse. Possiamo perciò scrivere la scheda degli investimenti come I(r) per
indicare che gli investimenti dipendono dal tasso di interesse reale, r. In un'economia chiusa con
piena occupazione un maggior disavanzo pubblico riduce gli investimenti. Un'economia aperta ha
fonti alternative d'investimento e sbocchi alternativi per il risparmio. Una piccola economia aperta
deve porre il proprio tasso di interesse interno uguale a quello reale mondiale, perché è troppo pic-
cola per influire su di esso, e dato che la mobilità del capitale è elevata, il capitale finanziario si spo-
sterà per equilibrare i tassi di interesse all'interno e all'estero. Le esportazioni nette sono dunque de-
terminate dalla differenza tra risparmi e investimenti nazionali determinati da fattori interni più il
tasso di interesse mondiale. Le variazioni dei cambi sono il meccanismo mediante il quale si ade-
guano i risparmi e gli investimenti. Altri esempi importanti della teoria del risparmio e degli investi-
menti in un'economia aperta riguardanti una piccola economia aperta sono i seguenti:
• Un aumento del risparmio privato o una spesa pubblica inferiore del paese aumenterà il ri-
sparmio nazionale rappresentato da uno spostamento verso destra nella scheda del risparmio
nazionale. Questa situazione determinerà un deprezzamento del cambio fino a quando le
esportazioni nette non aumenteranno quanto basta per bilanciare l'aumento del risparmio pri-
vato.
• Un aumento degli investimenti interni, per esempio a causa di un miglioramento del clima
commerciale o dell'esplosione di innovazioni, determinerà uno spostamento della scheda de-
gli investimenti che porterà a un apprezzamento del cambio fino a quando le esportazioni
nette diminuiscono quanto basta per equilibrare il risparmio e gli investimenti. In questo
caso gli investimenti interni spiazzano quelli esteri.
• Un aumento dei tassi di interesse mondiali ridurrà il livello degli investimenti portando a un
ampliamento del divario tra risparmi e investimenti, a un deprezzamento del cambio e all'in-
cremento delle esportazioni nette e degli investimenti stranieri.

67
Nel lungo periodo il metodo principale per aumentare il prodotto pro capite e il tenore di vita consi-
ste nell'assicurare che nei processi produttivi il paese adotti tecniche improntate alla migliore prassi.
Un altro insieme importante di politiche è dato dalle politiche commerciali. Le evidenze empiriche
indicano che un sistema di commercio aperto favorisce la competitività e l'adozione di tecnologie
improntate alla migliore prassi. Quando i paesi considerano i risparmi e gli investimenti non devono
concentrarsi unicamente sul capitale fisico: il capitale intangibile è altrettanto importante. Gli studi
dimostrano che i paesi che investono nel capitale umano attraverso l'istruzione tendono a ottenere
buoni risultati e a dar prova di capacità di ripresa di fronte alla crisi. Uno dei fattori più complessi
della crescita di un paese riguarda l'immigrazione e l'emigrazione. Tra i fattori che determinano gli
influssi più importanti e pervasivi rientrano le istituzioni del mercato. L'economie aperte di maggior
successo hanno fornito un ambiente sicuro per gli investimenti e l'imprenditorialità mediante un in-
sieme di diritti di proprietà certi per assicurare che inventori e artisti creativi traggono profitto dalle
proprie attività. Un clima macroeconomico stabile significa che le imposte sono ragionevoli e pre-
vedibili e che l'inflazione è così bassa che i prestatori non si preoccupano che possa assorbire intera-
mente i loro investimenti. È essenziale che i tassi di cambio siano relativamente stabili, con una
convertibilità che consenta il passaggio dalla e nella valuta nazionale in modo semplice ed economi-
co.
Questioni di politica internazionale alla fine del secolo
Va attuata una distinzione tra competitività e produttività: la prima si riferisce al grado in cui i pro-
dotti di un paese possono competere sul mercato, che dipende principalmente dai prezzi relativi di
prodotti interni ed esteri, e va distinta dalla seconda, che si misura in base al prodotto per unità di
input ed è fondamentale per la crescita del tenore di vita di un paese. Come dimostra la teoria del
vantaggio comparato, i paesi non sono intrinsecamente poco competitivi, ma lo diventano quando i
loro prezzi non sono più allineati con quelli dei partner commerciali a causa di un cambio sopravva-
lutato. Un sistema di cambio è ideale quando rende altamente prevedibili i prezzi relativi, assicuran-
do al contempo un adeguamento senza traumi alle crisi economiche. I primi passi in direzione di
una moneta europea comune furono mossi nel 1978 in Europa con la creazione di un blocco mone-
tario noto come sistema monetario europeo (SME). Quali membri del sistema monetario europeo i
paesi si impegnavano a tenere il proprio cambio entro una fascia di oscillazione prestabilita e piutto-
sto ristretta. Un'implicazione del sistema di cambi fissi è che i paesi devono rinunciare al controllo
dei tassi d'interesse interni. In condizioni normali la perdita del controllo sulla politica monetaria
non sarebbe fatale, ma nei periodi di crisi la politica monetaria reale e quella desiderata possono es-
sere troppo divergenti. Un sistema di cambio fisso è vulnerabile ad attacchi speculativi devastanti se
i flussi di capitale finanziario circolano liberamente da un paese all'altro, perché un cambio fisso ma
aggiustabile è soggetto all'attacco ogni volta che gli speculatori ritengono che siano imminenti va-
riazioni del cambio stesso. Se è probabile che una moneta sia svalutata, gli speculatori inizieranno
velocemente a venderla; in tal modo, l'offerta di moneta aumenta mentre la domanda scende. A que-
sto punto interviene la Banca centrale per difendere la moneta. Date le risorse private esposte ad at-
tacchi speculativi, che possono arrivare a decine di miliardi di euro in poche ore, chi difende una
moneta debole esaurisce velocemente le riserve. A meno che paesi con una "valuta forte" siano di-
sposti a fornire credito illimitato, prima o poi la Banca centrale che attua la difesa rinuncerà e svalu-
terà la moneta o la lascerà fluttuare. Dalla seconda guerra mondiale i paesi democratici dell'Europa
occidentale hanno perseguito un'integrazione economica sempre maggiore, principalmente per pro-
muovere la stabilità politica dopo due conflitti disastrosi. Dopo un processo di integrazione durato
trent'anni, i paesi dell’Unione europea risolsero questa contraddizione adottando una moneta comu-
ne. La nascita di una unità monetaria europea fu sancita con il trattato di Maastricht, che dettava le
condizioni per l'adesione alla nuova moneta comune, l'euro.

CAPITOLO XXXI: La disoccupazione e i fondamenti dell’offerta aggregata. (pag. 645 – 663)

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I fondamenti dell’offerta aggregata
Nel breve periodo la natura del processo inflazionistico e l'efficacia della politica anticiclica del go-
verno dipendono dalla domanda aggregata. Nel lungo periodo di un decennio o più la crescita eco-
nomica e un tenore di vita in ascesa sono strettamente legati ad aumenti dell'offerta aggregata. Que-
sta distinzione tra offerta aggregata di breve e lungo periodo è fondamentale per la moderna ma-
croeconomia: a breve termine l'offerta aggregata opera insieme alla domanda aggregata per determi-
nare gli alti e bassi del ciclo economico, ma a lungo termine è la crescita dell'offerta aggregata, an-
ziché della domanda aggregata, a spiegare perché gli italiani, come gli abitanti di tanti altri paesi,
godano oggi di un tenore di vita molto più elevato rispetto a cent'anni fa. L'offerta aggregata descri-
ve il comportamento dell'economia dal lato della produzione. Si può costruire la curva dell'offerta
aggregata come diagramma che mostra il livello del prodotto nazionale totale che sarà realizzato a
ogni livello possibile di prezzi a parità di altre condizioni. Per il breve periodo si considera la sche-
da dell'offerta aggregata di breve periodo. Per il lungo periodo si considera la scheda dell'offerta
aggregata di lungo periodo. L'offerta aggregata dipende fondamentalmente da due insiemi distinti
di forze: il prodotto potenziale e la dinamica prezzi – salari. Il concetto fondamentale per compren-
dere l'offerta aggregata è il prodotto potenziale e il pil potenziale. Ai fini quantitativi i macroecono-
misti di solito utilizzano la seguente definizione di prodotto potenziale: il pil potenziale è il livello
più alto sostenibile del prodotto nazionale. In generale si misura come prodotto che sarebbe realiz-
zato a un basso livello di riferimento del tasso di disoccupazione, noto come tasso naturale di di-
soccupazione. La curva dell'offerta aggregata è influenzata anche da variazioni dei costi di produ-
zione. Quando questi aumentano, le imprese sono disposte a fornire un dato livello di prodotto solo
a un prezzo più elevato. Molti economisti della scuola di Keynes ritengono che variazioni della do-
manda aggregata hanno un effetto significativo e duraturo sul prodotto, quindi se la domanda aggre-
gata scende a causa di restrizioni monetarie o una diminuzione della spesa dei consumatori, i soste-
nitori di Keynes sostengono che nel breve periodo questo determinerà una riduzione del prodotto e
dell'occupazione. Un punto di vista contrario è rappresentato dall’approccio classico alla macroeco-
nomia. Questa scuola sottolinea la grande capacità di bilanciamento delle forze che operano attra-
verso il meccanismo di prezzi tenendo l'economia vicina alla piena occupazione senza intervento
del governo; di conseguenza la disoccupazione volontaria è scarsa. La differenza fondamentale sta
nel periodo temporale dell'analisi: la curva OA di breve periodo sulla destra ha pendenza crescente,
cioè è di Keynes; indica che le imprese sono disposte ad aumentare i livelli di prodotto in risposta
alle variazioni della domanda aggregata, ma l'espansione del prodotto non può essere illimitata. Al-
l'aumento del prodotto si verificano carenze di manodopera e le fabbriche operano quasi a regime.
La seconda figura mostra che cosa accade nel lungo periodo, dopo che i salari e i prezzi hanno avu-
to tempo di reagire. Quando hanno avuto luogo tutti gli adeguamenti, la curva OA di lungo periodo
diventa verticale o classica. Nel caso classico e di lungo periodo il livello del prodotto offerto è in-
dipendente dalla domanda aggregata.
OA
OA
Livello dei prezzi
Prodotto potenziale

Prodotto reale
Perché l'andamento della curva dell'offerta aggregata di breve e lungo periodo è diverso? Perché nel
breve periodo le imprese aumentano sia i prezzi che il prodotto mentre la domanda aggregata sale?
Alcuni elementi dei costi delle imprese sono rigidi o vischiosi nel breve periodo; in conseguenza di
questa rigidità le imprese possono trarre profitto da livelli più elevati della domanda aggregata pro-
ducendo di più. Abbiamo parlato ripetutamente di costi "vischiosi" o "rigidi", dei quali un esempio
molto significativo è il salario. Per vari motivi, i salari si adeguano lentamente quando cambiano le
condizioni economiche. Altri prezzi e costi sono analogamente vischiosi nel breve periodo: quando
un'impresa prende in affitto l'edificio, il contratto spesso durerà per un anno o più e in genere l'affit-

69
to è fissato in termini monetari, e inoltre l'azienda spesso stipula contratti con i fornitori specifican-
do i prezzi da pagare per il materiale o i componenti.
La disoccupazione
La popolazione in età da lavoro viene suddivisa nei seguenti quattro gruppi:
• occupati, ovvero coloro che svolgono un lavoro retribuito;
• disoccupati, che comprende le persone che non sono occupate ma cercano attivamente un
impiego o sono in attesa di tornare a lavorare;
• persone non appartenenti alla forza lavoro, ovvero popolazione adulta che frequenta la
scuola, fa lavori domestici, è in pensione o è troppo malata per andare a lavorare o semplice-
mente non cerca lavoro;
• forza lavoro, che comprende tutti coloro che sono occupati o disoccupati.
Il tasso di disoccupazione è dato dal numero di disoccupati diviso la forza lavoro totale. Quando il
tasso di disoccupazione sale, l'economia spreca effettivamente tutti i beni e servizi che i lavoratori
disoccupati avrebbero prodotto. Il costo economico della disoccupazione è certamente elevato, ma
quello sociale è enorme. Nessuna cifra può indicare adeguatamente il prezzo umano e psicologico
di lunghi periodi di disoccupazione involontaria persistente. La conseguenza più dolorosa di qual-
siasi recessione è l'aumento del tasso di disoccupazione. Quando il prodotto cala, le imprese neces-
sitano di minori input di lavoro, perciò non assumono nuovi lavoratori e licenziano parte della forza
lavoro. La disoccupazione di solito procede parallelamente al prodotto: la natura esatta del rapporto,
inizialmente individuato da Arthur Okun, è nota come legge di Okun. La legge di Okun afferma che
per ogni due punti percentuali di diminuzione del Pil rispetto al Pil potenziale il tasso di disoccupa-
zione sale di un punto percentuale. Un importante conseguenza della legge di Okun è che il Pil ef-
fettivo deve crescere con la stessa rapidità di quello potenziale unicamente per impedire che la di-
soccupazione aumenti. Se si vuole far scendere il tasso di disoccupazione, inoltre, il Pil effettivo
deve crescere più velocemente di quello potenziale. Nel classificare la struttura dei mercati del lavo-
ro gli economisti individuano per tipi diversi di disoccupazione:
• La disoccupazione frizionale si verifica a causa dell'incessante movimento di persone tra re-
gioni e occupazioni o in diverse fasi del ciclo di vita. Anche se in un'economia vigesse la
piena occupazione, ci sarebbe sempre una certa rotazione dovuta a studenti che cercano la-
voro quando si diplomano o le donne che rientrano a far parte della forza lavoro dopo aver
avuto dei figli. Poiché i lavoratori colpiti dalla disoccupazione frizionale spesso stanno pas-
sando da un lavoro all'altro o sono alla ricerca di occupazioni migliori, spesso si ritiene sia-
no volontariamente disoccupati.
• La disoccupazione ciclica si verifica quando la domanda globale di lavoro è bassa. Quando
la spesa e il prodotto totale diminuiscono, la disoccupazione sale praticamente ovunque. La
disoccupazione ciclica si verifica durante le recessioni, quando l'occupazione diminuisce in
seguito allo squilibrio tra offerta e domanda aggregata.
• La disoccupazione strutturale indica la mancata coincidenza dell'offerta e della domanda di
lavoratori, che si può verificare perché la domanda di un tipo di occupazione sale mentre
quella di un altro scende e le offerte non si adeguano rapidamente.
I disoccupati volontari possono preferire le attività ricreative o di altro genere agli impieghi al tasso
salariale corrente, oppure possono essere soggetti a disoccupazione frizionale o preferire il tempo li-
bero e il sussidio al lavoro malpagato. Al tasso salariale troppo elevato ci sono più lavoratori quali-
ficati alla ricerca di un impiego che posti di lavoro vacanti. Poiché il salario supera il livello tenden-
te all'equilibrio di mercato vi è un'eccedenza di lavoratori. I disoccupati si definiscono disoccupati
involontari, il che significa che sono lavoratori qualificati che vogliono lavorare al salario prevalen-
te, ma non riescono a trovar impiego. Il caso opposto si verifica quando il salario è al disotto del
tasso tendente all'equilibrio di mercato; in questa situazione in un'economia con carenza di manodo-
pera i datori di lavoro non riescono a trovare un numero sufficiente di lavoratori per riempire posti
vacanti. La teoria della disoccupazione involontaria suppone che i salari siano rigidi. Ma ciò pone

70
un altro problema: perché i salari non salgono o scendono per bilanciare i mercati? Perché i mercati
del lavoro non sono come le vendite all'asta dei cereali e i mercati azionari? Per mercati regolati dei
sindacati, gli schemi retribuitivi sono ancora più rigidi. Le scale salariali sono fissate di solito per
un periodo contrattuale di tre anni; in quel periodo i salari non vanno adeguati per tenere conto del-
l'offerta e della domanda eccedente in zone particolari; i lavoratori iscritti sindacati, inoltre, rara-
mente accettano riduzioni salariali, anche quando molti degli iscritti sono disoccupati.

CAPITOLO XXXII: Assicurare la stabilità dei prezzi. (pag. 665 – 688)

Definizione ed effetto dell’inflazione


L'inflazione si verifica quando aumenta il livello generale dei prezzi. Attualmente viene calcolata
utilizzando gli indici dei prezzi, media ponderata dei prezzi di migliaia di singoli prodotti. Per
esempio, l'indice dei prezzi al consumo misura il costo di un paniere di beni di consumo e servizi ri-
spetto al costo di quel paniere in un particolare anno base, mentre il deflatore del Pil è il prezzo del
Pil. Il tasso di inflazione è la velocità di variazione del livello generale dei prezzi e si misura come
segue:
Livello dei prezzi _ Livello dei prezzi
(anno t) (anno t – 1)
X 100
Livello dei prezzi (anno t – 1)

L’inflazione esiste da quando esistono le economie di mercato. L'inflazione, come le malattie, pre-
senta diversi livelli di gravità, quindi è utile suddividerla in tre categorie:
• l’inflazione moderata è contraddistinta da prezzi che aumentano lentamente in modo preve-
dibile: il termine potrebbe essere utilizzato per descrivere situazioni in cui il tasso di infla-
zione annuale è a una sola cifra;
• l'inflazione galoppante è a due o tre cifre. Quando l'inflazione galoppante si consolida, si ve-
rificano gravi distorsioni economiche. In genere i contratti vengono agganciati a un indice
dei prezzi o a una valuta estera come il dollaro: in queste condizioni la moneta perde valore
molto rapidamente, e i cittadini conservano il minimo indispensabile per le transazioni quo-
tidiane; i mercati finanziari languono mentre il capitale viene trasferito all'estero; i cittadini
accumulano beni, acquistano case e in nessuna circostanza prestano denaro a bassi tassi d'in-
teresse nominale.
• un terzo tipo di inflazione, questa volta letale, subentra quando colpisce il cancro dell’ipe-
rinflazione. Gli studi hanno individuato molte caratteristiche comuni dell'iperinflazione,
come la domanda reale di moneta che diminuisce drasticamente.
Una distinzione importante nell'analisi dell'inflazione riguarda la prevedibilità o l'imprevedibilità
degli aumenti dei prezzi. Gli economisti in genere ritengono che l'inflazione prevista a tassi modesti
avrebbe scarso effetto sull'efficienza economica o sulla distribuzione del reddito e della ricchezza: i
prezzi sarebbero semplicemente un criterio di misura mutevole al quale i cittadini dovrebbero ade-
guare il proprio comportamento. In realtà l'inflazione di solito è imprevista. Le banche centrali sono
unite nello sforzo comune di contenere l'inflazione; abbiamo appena osservato che durante i periodi
di inflazione non tutti i prezzi dei salari variano allo stesso ritmo, si verificano cioè variazioni dei
prezzi relativi che, essendo divergenti, hanno sicuramente i seguenti effetti:
• una redistribuzione del reddito e della ricchezza tra diversi gruppi;
• distorsioni dei prezzi relativi e dei rendimenti di attività diverse o a volte del prodotto e del-
l'occupazione di un'economia nel suo insieme.
Il principale effetto ridistributivo dell'inflazione si verifica mediante l'impatto sul valore reale della
ricchezza dei cittadini. In generale l'inflazione imprevista ridistribuisce la ricchezza dai creditori ai
debitori, favorendo chi assume e colpendo chi concede prestiti; una diminuzione imprevista dell'in-

71
flazione sortisce l'effetto opposto, ma l'inflazione rode perlopiù reddito di beni capitali, ridistribuen-
do in modo casuale la ricchezza tra la popolazione, con scarso impatto su qualsiasi singolo gruppo.
Oltre a ridistribuire redditi, l'inflazione influisce sull'economia reale sotto due aspetti particolari: in-
fluenza il prodotto totale e incide sull'efficienza economica. L'inflazione riduce l'efficienza econo-
mica perché distorce i segnali dei prezzi; in un'economia con bassa inflazione, se il prezzo di merca-
to di un bene sale, sia gli acquirenti sia i venditori sanno che si è verificato un reale cambiamento
nelle condizioni di domanda e/o offerta per quel bene e possono reagire adeguatamente. In un'eco-
nomia con inflazione elevata è molto più difficile distinguere tra variazioni dei prezzi relativi e va-
riazioni del livello globale dei prezzi. L'inflazione distorce anche l'uso della moneta. In seguito al
tasso d'interesse reale negativo sulla moneta, i cittadini destinano risorse reali alla riduzione delle
proprie disponibilità monetarie. Molti economisti mettono in rilievo l'effetto distorsivo dell'inflazio-
ne sulle imposte. Quando i prezzi aumentano il valore reale delle disposizioni monetarie in termini
di imposte tende a diminuire. Alcuni economisti parlano dei cosiddetti costi di listino dell'inflazio-
ne, fondati sul presupposto che, quando variano i prezzi, le imprese utilizzeranno risorse reali per
adeguare i propri prezzi: i ristoranti ristampano i menu, le aziende di vendita per corrispondenza
cambiano i cataloghi, le società di taxi modificano il tassametro delle proprie auto.
La moderna teoria dell’inflazione
Nelle moderne economie industriali l'inflazione è altamente inerziale, cioè rimane allo stesso livello
fino a quando gli interventi economici la fanno cambiare. L'economia ha un tasso di inflazione al
quale si sono adeguate le aspettative dei cittadini. Questo tasso di inflazione incorporato tende a esi-
stere fino a quando uno shock lo fa salire o scendere. Uno dei principali shock inferti all'inflazione
deriva da una variazione della domanda aggregata. L'inflazione da domanda si verifica quando la
domanda aggregata cresce più rapidamente del potenziale produttivo del paese, facendo salire i
prezzi per equilibrare la domanda e l'offerta aggregata. L'inflazione derivante dai costi crescenti du-
rante periodi di elevata disoccupazione e modesta utilizzazione delle risorse si definisce inflazione
da costi. Quasi tutti i prezzi e i salari vengono fissati con un occhio alle condizioni economiche fu-
ture: quando i prezzi e i salari crescono bruscamente e ci si attende che continuino a farlo, le impre-
se tendono a tenere conto del tasso di inflazione delle loro decisioni sui prezzi e sui salari. Il proces-
so di determinazione dei salari e degli stipendi con un occhio alle condizioni economiche future
previste può essere esteso praticamente a tutti i datori di lavoro. L'inflazione inerziale si verifica
quando le curve DA e OA si spostano costantemente verso l'alto allo stesso ritmo. Un modo utile
per rappresentare il processo di inflazione fu elaborato dall'economista Philips, che quantificò i fat-
tori che determinano l'inflazione da salari. Philips individuò un rapporto intenso tra la disoccupazio-
ne e le variazioni dei salari monetari, riscontrando che i salari tendevano ad aumentare quando la di-
soccupazione era bassa e viceversa e li rappresentò nella celebre curva di Philips. Perché l'elevata
disoccupazione potrebbe ridurre la crescita dei salari monetari? La ragione risiede nel fatto che i la-
voratori eserciterebbero minori pressioni per ottenere aumenti salariali quand'è disponibile un nu-
mero minore di impieghi alternativi.

Tasso di inflazione

Tasso di disoccupazione

Come si inserisce la curva di Philips nel modello della domanda e dell'offerta aggregata? Il modo
migliore di concepire la curva di Philips consiste nel considerarla come rapporto di breve periodo
tra l'inflazione e la disoccupazione quando la domanda aggregata si sposta, ma l'offerta aggregata
continua a variare al tasso inerziale. Il tasso naturale di disoccupazione è il tasso di disoccupazione
compatibile con un tasso di inflazione costante. Al tasso naturale le forze che esercitano pressione
verso l'alto o verso il basso sull’inflazione di prezzi e salari si bilanciano, quindi non esiste tendenza
alla variazione dell'inflazione. Il tasso naturale è il tasso di disoccupazione più basso che si possa

72
sostenere senza pressioni verso l'alto sull’inflazione. In altri termini, si avrà un tasso di inflazione
stabile quando sono soddisfatte due condizioni:
• Non esiste eccedenza di domanda. L'inflazione non sale ne scende perché le pressioni verso
l'alto sui salari derivanti da posti di lavoro vacanti bilanciano esattamente le pressioni verso
il basso esercitate dalla disoccupazione.
• Non ci sono shock da offerta. Se non si verificano shock da offerta dovuti ai prezzi del pe-
trolio o di altre materie prime, ai tassi di cambio, alla produttività o ad altri fattori che influi-
scono sui costi di produzione, cioè se non vi sono shock da OA l’inflazione continua il suo
trend.
Lo "scambio" tra inflazione e disoccupazione è stabile solo finché l'inflazione prevista o inerziale ri-
mane invariata, ma quando il tasso di inflazione inerziale varia, la curva di Philips di breve periodo
si sposta. Questo importante concetto, che cioè gli shock fanno spostare la curva di Philips, può es-
sere vista come una sequenza di fasi, illustrata dal "ciclo di espansione".
• Periodo 1. Nel primo periodo la disoccupazione è al tasso naturale, non vi sono sorprese in
relazione alla domanda o all'offerta e l'economia si trova nel punto A sulla curva di Philips
di breve periodo inferiore.
• Periodo 2. Un rapido aumento del prodotto nel corso di un’espansione economica fa abbas-
sare il tasso di disoccupazione. Quando il prodotto supera il livello potenziale, l'utilizzazione
della capacità sale e i margini di profitto crescono: i salari e i prezzi cominciano ad accelera-
re. In termini grafici l'economia si sposta verso l'alto e a sinistra del punto B sulla curva di
Philips di breve periodo.
• Periodo 3. Con un tasso salariale e un'inflazione più alti, le imprese e i lavoratori comincia-
no ad aspettarsi un’inflazione più elevata. L'inflazione prevista più elevata compare nel gra-
fico quando la curva di Philips di breve periodo si sposta verso l'alto e il nuovo equilibrio si
trova nel punto C.
• Periodo 4. Nel periodo finale, mentre l'economia rallenta, la contrazione dell'attività econo-
mica riporta il prodotto al potenziale e la disoccupazione ritorna al tasso naturale nel punto
D. L’inflazione diminuisce a causa della maggiore disoccupazione.
C

D
Curva di breve periodo
Tasso di inflazione
A
Curva di lungo periodo
B
Tasso di disoccupazione

A volte si assiste a un "ciclo di austerità", che si verifica quando la disoccupazione sale e il tasso di
inflazione effettivo scende al di sotto di quello inerziale. In questo caso il tasso di inflazione dimi-
nuisce durante le recessioni, e l'economia gode di una minore inflazione quando ritorna al tasso na-
turale. Secondo la teoria del tasso naturale, l'unico di livello di disoccupazione in linea con un tasso
di inflazione stabile è proprio il tasso naturale. In base a questa teoria la curva di Philips di lungo
periodo deve essere tracciata con una retta verticale.
Dilemmi della politica antinflazionistica
Una fondamentale preoccupazione dei responsabili politici è il costo insito nella riduzione dell'in-
flazione inerziale. Le stime attuali indicano che una sostanziale recessione è necessaria per rallenta-
re l'inflazione inerziale. Gli economisti hanno avanzato molto proposte per abbassare il tasso natu-
rale di disoccupazione; tra le più notevoli vanno annoverate il miglioramento delle informazioni sul
mercato, il miglioramento dei programmi di addestramento e istruzione e la ristrutturazione dell'a-
zione pubblica in modo che i lavoratori abbiano incentivi a lavorare. Un'analisi obiettiva delle pro-
poste politicamente realizzabili induce la maggior parte degli economisti ad attendersi solo leggeri
miglioramenti da tali riforme del mercato del lavoro. A causa dei costi elevati connessi alla riduzio-

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ne dell'inflazione mediante le recessioni, i governi hanno spesso cercato altri metodi, quali le politi-
che dei redditi, i controlli prezzi – salari e le direttive volontarie, gli approcci fondati sulle imposte e
le strategie di rafforzamento del mercato.

CAPITOLO XXXIII: Scuole di macroeconomia in conflitto. (pag. 689 – 710)

La scuola classica e la rivoluzione keynesiana


In termini moderni si definiscono economia classica quegli approcci che sottolineano la forte capa-
cità dell'economia di autocorreggersi. Secondo la teoria classica i prezzi e i salari sono flessibili, e
per questo l'economia raggiunge molto velocemente l'equilibrio di lungo periodo. L'analisi classica
è imperniata sulla legge di Say o degli sbocchi. Questa teoria afferma che la sovrapproduzione è im-
possibile per sua stessa natura. Oggi il concetto viene formulato nei seguenti termini: "l'offerta crea
la propria domanda". Secondo la teoria classica è necessario che i prezzi e i salari siano abbastanza
flessibili perché i mercati ritornino in equilibrio molto rapidamente, perciò l'economia opera sempre
in condizioni di piena occupazione. La teoria classica presenta due conclusioni che sono di impor-
tanza vitale per la politica economica: innanzitutto l'economia ha soli intervalli brevi temporali in
cui non sussistono la piena occupazione e la piena utilizzazione della capacità produttiva; non vi
sono lunghe e protratte recessioni e depressioni e lavoratori qualificati possono trovare impiego ve-
locemente al salario corrente di mercato. Il secondo elemento della teoria classica risulta ancora più
notevole: le politiche macroeconomiche relative alla domanda aggregata non possono influenzare il
livello di disoccupazione di prodotto reale, mentre le politiche monetarie fiscali possono incidere
sul livello dei prezzi dell'economia, nonché sulla composizione del Pil reale. Keynes determinò una
vera rivoluzione nella macroeconomia; la sua essenziale argomentazione è illustrata nella figura che
unisce una curva della domanda aggregata con una curva di Keynes dell'offerta aggregata con pen-
denza crescente. Secondo la prima osservazione di Keynes una moderna economia di mercato può
essere intrappolata in un equilibrio di sottoccupazione, un equilibrio, cioè, di domanda e offerta ag-
gregata nel quale il prodotto è ben al disotto del livello potenziale e una porzione cospicua della for-
za lavoro è involontariamente disoccupato. Keynes e i suoi seguaci sottolineano che a causa della ri-
gidità dei prezzi e dei salari non esiste meccanismo economico per ripristinare velocemente la piena
occupazione e assicurare che l'economia produca la piena capacità. Una nazione potrebbe rimanere
a lungo in condizioni di bassa produzione e grande miseria, in quanto non esistono né un meccani-
smo di autocorrezione né una mano invisibile che riportino l'economia alla piena occupazione. La
seconda osservazione di Keynes discende dalla prima: mediante le politiche monetarie fiscali lo
Stato può stimolare l'economia e contribuire a mantenere i livelli elevati di prodotto e occupazione.
DA Prodotto potenziale

Livello dei prezzi


OA
DA1
Prodotto reale

Il dibattito tra economisti di Keynes e classici ruota sostanzialmente intorno alla capacità dell'eco-
nomia di autocorreggersi grazie a forze che agiscono su salari e prezzi flessibili contribuendo a
mantenere la piena occupazione. In generale i metodi classici mettono in rilievo la crescita econo-
mica di lungo periodo e rinunciano a politiche di stabilizzazione dei cicli economici. Gli economisti
di Keynes desiderano invece integrare le politiche di crescita con interventi monetari e fiscali appro-
priati per contenere le oscillazioni più estreme dei cicli economici.
La scuola monetarista
Il monetarismo afferma che l'offerta di moneta è il principale fattore che determina le fluttuazioni di
breve periodo del Pil nominale e quelle di lungo periodo dei prezzi. La principale differenza tra i
monetaristi e gli altri economisti sta nell'approccio alla determinazione della domanda aggregata:
mentre le teorie di Keynes sostengono che molte forze diverse incidono sulla domanda aggregata, i

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monetaristi affermano che le fluttuazioni dell'offerta di moneta sono il principale fattore che deter-
mina le variazioni dei prezzi e del prodotto. La rapidità di movimento della moneta viene descritta
in modo più preciso dal concetto di velocità di circolazione della moneta, che fu introdotto a cavallo
del XIX secolo da Alfred Marshall dell'Università di Cambridge e da Irving Fischer dell'Università
di Yale, e misura quante volte in media il denaro che rientra nell'offerta di moneta viene speso per
beni e servizi ogni anno. Il concetto di velocità viene introdotto formalmente nell'equazione di
scambio, la quale stabilisce che:
MV = PQ = (p1q1 + p2q2 + …)
Dove M è l’offerta di moneta, V la velocità di circolazione della moneta, P il livello dei prezzi e Q il
prodotto reale. Questa equazione, divisa per M, può essere riformulata come definizione della velo-
cità di circolazione della moneta:
PQ
V=
M

La velocità di circolazione della moneta è relativamente stabile e prevedibile. Secondo i monetaristi


la stabilità è motivata dal fatto che la velocità di circolazione riflette principalmente gli schemi basi-
lari di determinazione dei tempi inerenti a reddito e spesa. In base a questa nozione della relativa
stabilità della velocità alcuni economisti del passato, soprattutto quelli classici, utilizzavano il con-
cetto per spiegare le variazioni del livello dei prezzi. Secondo questo approccio, detto teoria quanti-
tativa della moneta e dei prezzi, la definizione di velocità di circolazione viene descritta come se-
gue: MV V

P= = x M = kM
Q Q

Benché sia solo una grossolana approssimazione, contribuisce a spiegare perché paesi con una cre-
scita lenta della moneta abbiano un'inflazione moderata, mentre quelli con una crescita rapida ri-
scontrino aumenti vertiginosi dei prezzi. La moderna economia monetaria fu elaborata dopo la se-
conda guerra mondiale da Milton Friedman della scuola di Chicago e dai numerosi suoi colleghi e
seguaci. Sotto la guida di Friedman i monetaristi contestarono l'approccio di Keynes alla macroeco-
nomia e di rilevarono l'importanza della politica monetaria per la stabilizzazione macroeconomica.
Circa vent'anni fa, i monetaristi si divisero: un ramo continuò a seguire la vecchia tradizione, che
verrà descritta ora, mentre il ramo più giovane fondò l'influente scuola della nuova economia classi-
ca, che verrà analizzato successivamente. Il modello monetarista postula che la crescita della mone-
ta determini il Pil nominale nel breve e i prezzi nel lungo periodo. Questi sono i punti fondamentali
del pensiero monetarista:
• la crescita dell'offerta di moneta è il principale fattore che determina l'incremento del Pil no-
minale;
• i prezzi e i salari sono relativamente flessibili;
• il settore privato è stabile.
Che differenze vi sono tra l'approccio monetarista e quello di Keynes moderno? In effetti c'è stata
una notevole convergenza d'opinioni tra le due scuole negli ultimi trent'anni, e le controversie oggi
vertono piuttosto sul diverso rilievo attribuito ai singoli fattori che sulle convinzioni di fondo. Le
principali divergenze sono che innanzitutto le due scuole non concordano sulla forze che agiscono
sulla domanda aggregata: i monetaristi ritengono che la domanda sia influenzata unicamente dall'of-
ferta di moneta e che l'effetto di quest'ultima su di essa sia stabile e prevedibile, e che la politica fi-
scale o variazioni indipendenti della spesa, se non sono accompagnate da oscillazioni della moneta,
abbiano effetti trascurabili sul prodotto e sui prezzi. Gli economisti keynesiani, invece, sostengono
che il mondo è più complesso. Pur concordando che la moneta ha un effetto rilevante su domanda
aggregata, prodotti e prezzi, sostengono che tanti altri fattori sono importanti. I keynesiani indicano
inoltre come prova conclusiva il fatto che la velocità aumenta sistematicamente al salire dei tassi
d'interesse, per cui mantenere costante la moneta non basta per mantenere costante il Pil nominale o
75
reale. La seconda principale differenza tra le due scuole riguarda il comportamento dell'offerta ag-
gregata: i keynesiani sottolineano l'inerzia dei prezzi e dei salari; i monetaristi ritengono che i key-
nesiani esagerino la vischiosità dei prezzi e dei salari e che la curva OA di breve periodo sia piutto-
sto ripida, non verticale forse, ma molto più ripida di quanto ammetterebbe un keynesiano. Il mone-
taristi spesso sposano le strategie microeconomico dei liberi mercati, ma il loro principale contribu-
to alla politica macroeconomica è stato la propugnazione di norme monetarie fisse rispetto a politi-
che fiscali e monetarie discrezionali. Un cardine della filosofia economica monetarista è una norma
monetaria: la politica monetaria ottimale pone la crescita dell'offerta di moneta a un tasso fisso e la
mantiene a quel livello in tutte le condizioni economiche.
La nuova macroeconomia classica
Esiste una visione radicalmente nuova che si discosta da quella tradizionale: questa teoria, detta
nuova macroeconomia classica, fu elaborata da Robert Lucas, Thomas Sargent e Robert Barro. Tale
approccio prosegue nello spirito della scuola classica discusso in precedenza, in quanto sottolinea il
ruolo dei salari e dei prezzi flessibili, ma aggiunge un nuovo elemento, definito aspettative raziona-
li, per spiegare osservazioni come quelle presunte dalla curva di Philips. La nuova macroeconomia
classica afferma che i prezzi e i salari sono flessibili e cittadini usano tutte le informazioni disponi-
bili. La prima parte della teoria si fonda sul presupposto classico secondo cui i prezzi e i salari si
adeguano rapidamente per bilanciare la domanda e l'offerta. Il secondo presupposto è del tutto nuo-
vo, in quanto si fonda su moderni sviluppi in settori come la statistica e lo studio del comportamen-
to in condizioni di incertezza. Le aspettative sono importanti nella vita economica: influiscono sulla
quota riservata dagli investitori ai beni di investimento, e sulla spesa o sul risparmio futuro dei con-
sumatori. Il presupposto fondamentale della nuova macroeconomia classica è che, a causa delle
aspettative razionali, lo Stato non può sorprendere i cittadini sistematicamente con le proprie politi-
che economiche. Gli economisti della nuova scuola classica ritengono che la maggior parte della di-
soccupazione sia volontaria. La disoccupazione, secondo loro, aumenta perché un maggior numero
di persone è alla ricerca di impieghi migliori, non perché non riescano a trovare lavoro. Uno dei
compiti più importanti di qualsiasi teoria macroeconomica consiste nello spiegare il ciclo economi-
co in modo che sia interamente coerente e conforme alle situazioni regolarmente ricorrenti del com-
portamento economico. Se la disoccupazione è elevata nelle recessioni, non basta dire che la gente
ha deciso che è l'anno giusto per fare vacanze più lunghe. I movimenti ciclici della disoccupazione
sono la maggiore sfida per la nuova macroeconomia classica. Un primo approccio mette in rilievo le
impressioni errate quale chiave dei cicli economici. In base a questa teoria l’elevata disoccupazione
insorge perché i lavoratori sono confusi sulla situazione economica e lasciano volontariamente il
proprio impiego nella speranza di trovarne di migliori. Un approccio strettamente connesso, che si
fonda anch'esso sui temi classici e le aspettative razionali, ma che mette in rilievo meccanismi di-
versi, è la teoria del ciclo economico reale, che spiega i cicli economici come pure variazioni del-
l'offerta aggregata, senza alcun riferimento a forze monetarie o legate alla domanda.
Una delle critiche più influenti alla macroeconomia di Keynes consisteva nella nuova visione del
ruolo della politica fiscale, nota come teoria dell'equivalenza ricardiana, elaborata da Robert Barro,
secondo la quale le variazioni delle aliquote fiscali non hanno alcun effetto sulla spesa per consumi.
Secondo la visione di Barro gli individui sono lungimiranti e fanno parte di un insieme di apparte-
nenti a una famiglia, come una dinastia. Questa struttura definita di "preferenze dinastiche" implica
che l'orizzonte della generazione attuale si estende in un futuro indefinito per il sovrapporsi delle
preoccupazioni di una generazione per la propria prole. A questo punto siamo a un risultato sorpren-
dente: se lo Stato riduce le imposte che un cittadino deve pagare ma lascia invariate le spese, questa
misura esige necessariamente un maggior numero di prestiti e dunque si crea un deficit pubblico,
che in qualche momento futuro dovrà essere ripianato. Come? È ovvio che lo Stato dovrà aumentare
in futuro le imposte per pagare gli interessi sui nuovi prestiti. Secondo la visione ricardiana i consu-
matori hanno aspettative razionali sulla politica futura; perciò, quando si verifica un taglio delle im-
poste, sanno che devono prevedere un futuro aumento delle imposte. Aumentando quindi il rispar-
mio di un importo pari alla riduzione di imposte e il consumo rimane invariato. Il risultato netto è

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che secondo la teoria dell’equivalenza ricardiana le variazioni delle imposte non hanno alcun effetto
sul consumo. Un altro recente sviluppo importante, che riunisce in se elementi sia dell'economia
classica sia di Keynes, è detto teoria del salario di efficienza. Questo approccio spiega la rigidità dei
salari reali e l'esistenza della disoccupazione involontaria con i tentativi delle imprese di tenere il
salario al di sopra del livello di equilibrio del mercato per aumentare la produttività. Secondo questa
teoria, salari più elevati portano a una maggiore produttività perché le forze di lavoro sono più sane.
Nei primi anni '80 entrò nel dibattito un'altra scuola nota come economia orientata all'offerta, che
metteva in rilievo gli incentivi e le agevolazioni fiscali come mezzo per aumentare la crescita eco-
nomica. L'economia orientata all'offerta fu abbracciata con convinzione dal presidente Reagan. La
nuova macroeconomia classica ha notevoli implicazioni politiche: la più importante è l’inefficacia
delle politiche monetarie e fiscali sistematiche nel combattere la disoccupazione. Questo è il teore-
ma dell'inefficacia della politica economica: con aspettative razionali e prezzi e salari flessibili, la
politica economica, se prevista, non può influire sul prodotto reale o sulla disoccupazione. Le politi-
che governative possono peggiorare la situazione con misure discrezionali imprevedibili, che forni-
scono segnali economici fuorvianti, distorcono il comportamento economico e provocano sprechi.
Piuttosto di rischiare tale confusione, sostengono i nuovi macroeconomisti classici, il governo do-
vrebbe evitare qualsiasi politica macroeconomica discrezionale. La critica di Lucas afferma che gli
individui possono modificare il proprio comportamento quando cambia la politica. Proprio come la
curva di Philips apparente di breve periodo potrebbe spostarsi quando i governi keynesiani tentano
di manovrarla, così la velocità apparentemente costante potrebbe variare se la Banca centrale adot-
tasse una norma di crescita monetaria fissa. I critici della nuova macroeconomia classica sostengono
che i prezzi e i salari sono rigidi nel breve periodo e le previsioni sembrano forzate come spiegazio-
ne di gravi crisi economiche.
Le tre conclusioni principali che emergono dalla rassegna delle scuole di macroeconomia in conflit-
to sono le seguenti:
Crescita economica di lungo periodo. I macroeconomisti generalmente convengono che nel lungo
periodo sono il prodotto potenziale o la crescita della capacità a determinare la tendenza del tenore
di vita, dei salari reali e dei redditi reali: il prodotto potenziale dipende inoltre dalla qualità e dalla
quantità di fattori come lavoro e capitale, nonché dalla tecnologia, dall'imprenditorialità e delle ca-
pacità manageriali presenti in un'economia. L'importante conclusione che possiamo trarre da questi
dati è che per influire sulla crescita economica di lungo periodo è necessario incidere sulla crescita
dei fattori o determinare miglioramenti di efficienza e tecnologia.
Prodotto e occupazione di breve periodo. Nel breve periodo il quadro è meno chiaro: il prodotto e
l'occupazione sono determinati dall'interazione della domanda e dell'offerta. Infatti tendono a indi-
care che, almeno per alcuni anni, le variazioni della domanda aggregata (non importa se influenzato
dalle politiche fiscali e monetarie o da fattori esogeni) possono decisamente incidere sui movimenti
ciclici del prodotto e dell'occupazione. Ciò porta a concludere che le politiche monetarie e fiscali
hanno la possibilità di stabilizzare i cicli economici. Attualmente la maggior parte degli economisti
farebbe appello alla Federal Reserve perché assumesse la guida della politica di stabilizzazione.
Disoccupazione e inflazione. La maggior parte delle prove indica che l'inflazione può essere in-
fluenzata dalla pressione della domanda nei mercati del lavoro e del prodotto. Se la disoccupazione
viene spinta oltre il tasso naturale, l'inflazione tende ridursi, mentre produzione e occupazione ele-
vate tendono a determinare l'accelerazione dell'inflazione, ma il credo trade – off tra inflazione e di-
soccupazione appare stabile nel tempo e nello spazio, per cui la gestione dell'inflazione è un proces-
so complicato. Siccome, inoltre, non sembra esserci trade – off duraturo, i paesi non possono tenere
costantemente una minore disoccupazione consentendo all'elevata inflazione di persistere.

CAPITOLO XXXIV: Politiche di stabilizzazione e crescita. (pag. 711 – 731)

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Le conseguenze economiche del debito pubblico
I bilanci pubblici sono sistemi usati dai governi per programmare e controllare le spese e le entrate;
presentano un avanzo (o disavanzo) quando lo Stato ha entrate superiori (o inferiori) alle spese. La
politica macroeconomica dipende dalla politica fiscale che comprende la posizione globale in termi-
ni di spese e imposte. Gli economisti distinguono il bilancio effettivo nelle due componenti struttu-
rale e ciclica. Il bilancio strutturale calcola le entrate e le spese dello Stato come se l'economia ope-
rasse al prodotto potenziale. Il bilancio ciclico tiene conto dell'effetto del ciclo economico sulle en-
trate fiscali, sulle spese e sul disavanzo. Per valutare l'effetto della politica fiscale sull'economia si
dovrebbe fare molta attenzione al disavanzo strutturale; le variazioni del disavanzo ciclico sono un
risultato, non la causa, dei cambiamenti dell'economia. Il debito pubblico rappresenta i prestiti con-
tratti con i cittadini dallo Stato, ed è pari alla somma dei disavanzi passati. Una misura utile dell'en-
tità del debito è il rapporto debito/Pil, che in Italia è notevolmente cresciuto negli ultimi vent'anni.
Gli economisti si preoccupano che i disavanzi pubblici strutturali nel breve periodo possano spiaz-
zare gli investimenti. Attualmente la migliore prospettiva consiste nel fatto che, tranne nelle profon-
de recessioni, gli investimenti nazionali (sia interni che esteri) siano decisamente spiazzati dalla
spesa pubblica. Nella misura in cui assumiamo prestiti con l'estero per il consumo e condanniamo le
generazioni future a restituire interessi e capitale, i nostri discendenti si troveranno realmente a sa-
crificare il consumo per il servizio di questo debito. Nella misura in cui lasciamo alle generazioni
future un debito interno, ma nessuna variazione della riserva di capitale, vi saranno comunque degli
effetti interni. La crescita economica può inoltre rallentare se il debito pubblico spiazza il capitale
privato. Questo effetto si verifica perché il capitale delle imprese, finanziato da obbligazioni e azio-
ni ordinarie, è un buon sostituto dei titoli di Stato per i risparmiatori; quindi un aumento del debito
pubblico può ridurre le riserve di capitale privato dell'economia. Nel lungo periodo un maggior de-
bito pubblico può rallentare la crescita del prodotto potenziale e del consumo a causa dei costi di
servizio del debito estero, delle inefficienze che derivano dalla tassazione per pagare gli interessi sul
debito e dalla minore accumulazione di capitale provocato dallo spiazzamento.
La stabilizzazione dell’economia
Nel fissare le politiche fiscali e monetarie le nazioni si trovano di fronte a due considerazioni: il li-
vello appropriato di domanda aggregata e la migliore miscela fiscale – monetaria. La miscela di po-
litiche fiscali e monetarie contribuisce a determinare la composizione del Pil. Una strategia di eleva-
ti investimenti richiederebbe un avanzo di bilancio insieme a tassi d'interesse reali bassi. I governi
dovrebbero seguire regole fisse o discrezionali? I conservatori spesso sposano le regole fisse, men-
tre i progressisti sostengono l'attiva calibratura della politica monetaria per raggiungere gli obiettivi
economici. Più determinante è la questione della stabilizzazione o destabilizzazione dell'economia
provocata da politiche attive e discrezionali. Gli economisti sottolineano sempre più spesso la ne-
cessità di politiche credibili, indipendentemente dal fatto che la credibilità sia determinata da norme
rigide o da una saggia opera di guida.
Le prospettive dell’economia del nuovo secolo
Ricordate il detto secondo il quale la produttività non è tutto, ma nel lungo periodo è quasi tutto. La
capacità di un paese di migliorare il proprio tenore di vita nel tempo dipende quasi interamente dalla
capacità di migliorare le tecnologie e il capitale utilizzato dalla forza – lavoro. La promozione della
crescita economica implica anche il miglioramento del ritmo di produttività totale dei fattori, che
misura il prodotto totale per unità dei fattori totali. Il principale ruolo dello Stato è quello di assicu-
rare liberi mercati, promuovere una forte concorrenza e sostenere la scienza e la tecnologia di base.

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