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Fondazione Istituto Gramsci

Movimento operaio e lotte sociali in Piemonte


Author(s): Franca Pieroni Bortolotti
Source: Studi Storici, Anno 21, No. 3 (Jul. - Sep., 1980), pp. 637-640
Published by: Fondazione Istituto Gramsci
Stable URL: http://www.jstor.org/stable/20564732
Accessed: 27-06-2016 05:39 UTC

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Note critiche

MOVIMENTO OPERAIO
E LOTTE SOCIALI IN PIEMONTE
Franca Pieroni Bortolotti

Fino a che punto decenni -di storia del movimento operaio abbiano pro
dotto un capitale di ricerche utilizzabile in nuovi lavori, da non disper
dersi con la leggerezza che alcuni autori talvolta rivelano, scambiando
questa angolazione con altre assai meno precise, e testimoniato da questo
volume collettivo di saggi *, tutti assai ben impostati e densi di un ma
teriale che puo controbattere le facili deformazioni in uso in gran parte
della storia sociale: diretti da Aldo Agosti e da Gian Mario Bravo,
i singoli autori hanno tenuto presente il rapporto tra mutamenti strut
turali, storia politica e vicende culturali, riuscendo a far coincidere in
qualche modo il quadro cronologico con la progressiva acquisizione di
coscienza delle classi, dei partiti, degli individui.
Ne questo e avvenuto attraverso quella chiusura del movimento operaio
nelle proprie vicende che, spesso, di la dalle intenzioni, si manifestava
a volte in questo tipo di studi, quasi che esprimere i massimi problemi
dell'epoca e tentarne una via di soluzione non fosse stato - e non resti
ancor oggi - il compito della classe operaia, piuttosto che l'evidenziarsi
come insieme di categorie scisse dal mondo circostante.
Tanto per indicare il punto a mio giudizio sintomatico dell'interesse di
questi saggi, vorrei notare che vi si trova espressa in concreto, e non
solo enunciata, la rilevanza che questioni in apparenza << specifiche >>
come il femminismo e la problematica femminile rivestono per il mo
vimento operaio, nella sua storia in atto e nella vicenda storiografica,
rilevanza confermata dalle osservazioni sparse nei singoli lavori di questa
raccolta, per quanto a volte esigenti ulteriori indagini: e il caso del
troppo rapido cenno dato da Mariella Nejrotti ed Emilia Mariani, che
postulano la necessita di conoscerne i tentativi di organizzazione degli in
segnanti, e insieme la stampa femminile di fine secolo, in una parola
il momento di confluenza dell'? emancipazionismo >> nel socialismo. Si
potrebbe a questo proposito notare che un unico filo conduttore puo
reperirsi nei diversi studi sul periodo preindustriale, sulle ? universita >>

* Storia del movimento operaio, del socialismo e delle lotte sociali in Piemonte
diretta da Aldo Agosti e Gian Mario Bravo, vol. I, Dali'e ta preindustriale alla fine
dell'Ottocento, Bari, 1979.

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artigianali che pur escludendo le donne, ne conoscevano i reiterati ten


tativi di infrangere il chiuso corporativismo e vi si opponevano (era ap
pena trascorso il tempo in cui una commissione <? imponeva di sorve
gliare sulle buone qualita cristiane dei lavoranti >>, cfr. De Fort, pp. 36 e
88) e le << rilevanti modificazioni nelle ripartizioni dei compiti all'interno
della famiglia >>, gia evidenti nella fase manifatturiera della nascente in
dustria tessile (G. Berta, p. 306).
Forse, sarebbe valsa la pena di rilevare il legame tra quei mutamenti
fondati sul lavoro extradomestico delle donne e 1'esistenza, qui eviden
ziata, della azienda agricola familiare che permetteva ai lavoranti-piccoli
proprietari di affrontare lunghi scioperi con evidente disappunto degli im
prenditori (fatto notato dall'autore del saggio), e la soggezione delle
donne: voglio dire che il lavoro delle donne nell'industria e fondato
all'origine sulla convinzione che l'industria sia, quanto meno in Italia,
fenomeno passeggero, che abbia meno importanza del lavoro nei campi:
per questo l'uomo resta proprietario, continua a fare il lavoro << virile >>
nella sua azienda familiare, mandando moglie e figli all'opificio; solo piui
tardi si accorgera di averne in tal modo favorito l'indipendenza, di
essere stato in tal modo << espropriato >>, dalla concorrenza femminile
e infantile, della forma di lavoro ormai prevalente. Ma nelle famiglie
di contadini-tessitori (non solo in Piemonte) il lavoro << importante >>, e
in quanto tale proprio dell'uomo, era stato per secoli la coltivazione
della terra, mentre quello stimato inferiore, accessorio, e, come tale,
peggio retribuito -pero in denaro - e quello al telaio, prevalentemente
femminile (se mi si consente un riferimento letterario, noterei che c'era
voluta la persecuzione di un Don Rodrigo perche Renzo Tramaglino
lasciasse il campicello per farsi tessitore a tempo pieno). L'origine dei
bassi salari delle donne (che poi tennero bassi i salari degli uomini i quali,
ovviamente, solo in rarissimi casi divennero imprenditori come il Renzo
manzoniano), sta qui, nella condizione di assoggettata della donna nella
famiglia e nella societa preindustriale. Che poi questo assoggettamento
si rivelasse prezioso per l'imprenditore che ebbe tutto l'interesse a man
tenerlo e ad accentuarlo, bloccando a meta il processo di emancipazione,
e altra questione; e sara questo l'aspetto che il movimento operaio delle
origini sottolineera soprattutto nella pubblicistica. La coscienza infatti
che la classe operaia organizzata ebbe del problema fin dal suo inizio
- e che si reperisce frammista alle insorgenze, o alle risorgenze del
patriarcalismo offeso - viene illustrata con puntuale attenzione (fatto
meno comune di quanto sia dato ritrovare nella maggior parte degli stu
diosi della classe operaia italiana), nel saggio di Mariella Neirotti, che
nota l'accordo sostanziale di internazionalisti e mazziniani al 10 Con
gresso regionale delle Societa operaie piemontesi (Torino 1872) sulla
necessita di <? rivendicare >> il diritto di elettorato (che precedette, pre
cisera, nelle richieste dei primordi, quello di eleggibilitai, ed aveva un

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carattere piu universale, cancellando il concetto di << eccezionalita >>) per


gli operai dei due sessi, a parita di condizioni: questo filo rosso, che
arriva al 1917 - non solo cioe alla rivoluzione russa dell'8 marzo,
ma anche alla piattaforma dell'ala sinistra di tutto il movimento operaio
europeo - e tutt'altro che una costruzione intellettuale. L'aver ignorato
invece la necessita di assumere in proprio la rivendicazione del suffragio
universale tout court, sara il segno della scarsa capacita di larga parte
del socialismo, soprattutto di quello italiano, di creare quel << blocco
storico ? che, partendo dal femminismo, avrebbe potuto saldare tutti gli
strati della popolazione femminile in uno schieramento idoneo a scon
figgere, secondo l'auspicio bebeliano, il patriarcato permanente del ca
pitalismo. E a promuovere, fatto non secondario, quel minimo di co
scienza civica nelle donne che era necessario a ridurre i paventati rischi
del suffragio universale, quali si presentavano alla mente dei socialisti,
e quali risultarono confermati dai fatti, non solo dopo l'ingresso dei
contadini nel 1913, ma anche dopo quello delle donne, nell'elettorato,
dopo il 1946.
Un altro interessante saggio, sempre della Nejrotti (La stampa operaia
e socialista, 1848-1914), introduce la seconda parte, Vita sociale, uomini,
giornali, cultura, che viene distesamente descritta sempre in stretto rap
porto con la vita politica dell'epoca: particolarmente attento e l'accenno
alla distinzione tra l'operaismo delle origini e il momento successivo, di
stinzione che chiarisce la diversa capacita della nuova formazione po
litica, quella socialista, di esprimere compiutamente la moderna coscienza
di classe (pur attraverso l'animus deamicisiano, rilevato dalla autrice) e
quella, ancora nei fatti confusa e certo piu carente, anche nella divul
gazione pubblicistica, di dare risposta alle istanze che apparivano piu
<< specifiche >>, come, accanto alla questione femminile, quelle dei con
tadini o di una cultura compiutamente socialista, lasciando per tanti aspetti
insoluto il problema degli << intellettuali >> come si sarebbe detto in un
periodo successivo. In certo senso a se, e collegabile ai precedenti lavori
del Bravo, sta il saggio di quest'ultimo sulla conoscenza di Marx e di
Engels nella cultura operaia piemontese, che consente di ritrovare il mo
mento di passaggio da una fase ancora e mitologica >> e tutto sommato
estemporanea delle idee socialiste, a quella piu puntuale di una consa
pevole correlazione fra le vicende politiche in svolgimento e la diffu
sione del marxismo.
Ne viene in qualche modo introdotto il lavoro conclusivo (di Claudio
Pogliano) che analizza le varie vicende della cultura del capoluogo, lungo
un ampio arco di interessi, dalle dispute scientifiche (centrate sulla figura
e l'opera del Moleschott fondatore di una nuova scuola), alla diffusione
del positivismo, spesso commisto al marxismo dai suoi cultori socialisti;
dalle tendenze riformatrici nella cultura giuridica al prosperoso rigoglio
della produzione letteraria, che trova, in De Amicis appunto e nel Graf,
due voci di risonanza nazionale.

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Forse l'accenno alla parabola politica del Michels, che chiude il saggio
e l'intero volume, risulta inadeguato a definire i successivi sviluppi del
l'<< intellettualita >> di una citta che tanto peso avrebbe esercitato (Gobetti
e Gramsci sono i primi, elementari punti di riferimento) sulla cultura,
e sulla cultura politica soprattutto, dell'Italia e dell'Europa del nostro
tempo.
In definitiva, questa raccolta ci da piu di quanto si proponga esplici
tamente, cioe piu di << una storia sociale dell'intero movimento operaio,
delle sue lotte, delle sue organizzazioni, della sua cultura, dei suoi di
battiti, delle sue maggiori riflessioni sui suoi maggiori problemi, lungo
un arco storico di piu secoli e attraverso cambiamenti sociali ed eco
nomici profondissimi >>. Direi che ci da una storia del Piemonte tutto
intero, indagata nei suoi diversi aspetti, dalla fabbrica all'universita, da
un punto di vista moderno, partendo cioe dalle esperienze del prota
gonista storico dell'eta contemporanea. Non ci si trova cioe di fronte
ad una delle tante storie sociali in cui, nonostante le dichiarazioni pro
grammatiche, la vicenda politica viene elusa nella sua propria interna
dialettica, nei partiti e nei loro reciproci rapporti, ne di fronte ad uno
di quei tentativi di operare uno iato fra organizzazione operaia e cultura
regionale, che neppure in Italia sono mancati. Qui i diversi aspetti della
realta regionale sono studiati nei loro legami e nelle loro interrelazioni,
tanto che, passando dalla prima alla seconda parte, piu propriamente
<< sovrastrutturale >>, per usare un termine assai tradizionale, ma idoneo a
render brevemente l'idea, non si avverte il peso dell'antico schema (che
a mio parere esige di essere ancora piu risolutamente dissolto) sia per la
presenza, nella prima parte, di saggi dedicati ai mutamenti istituzionali,
alla storia dei partiti, sia per l'evidenza che risulta chiarissima, della fun
zione di coagulo svolta dal socialismo del tempo tra vita di fabbrica e
orientamenti culturali, qualunque siano state le interne contraddizioni e i
limiti tante volte notati del Psi, e qui nuovamente attestati, per 1'eta
giolittiana.
Forse non avrebbe nociuto qualche apertura a nuove tematiche, come i
mutamenti avvenuti nella vita familiare, il modificarsi dei modelli di
comportamento, che pure in questo periodo risultano particolarmente
dinamici, e di cui ormai, per altri periodi, o per altre aree geografiche
esistono, in lavori di ambito locale europeo, o in trattazioni complessive,
esempi indicativi, che esigono tuttavia riscontro e verifica anche per le
regioni italiane.
Ma nel complesso, sia come contributo alla conoscenza della storia europea
in una delle sue zone piu vive, sia come ho gia detto, come ripresa
non pedante di un'impostazione concettuale da rinnovare piuttosto che
da respingere, la fatica di Agosti, di Bravo, e dei loro collaboratori in
questo primo volume (lasciamo da parte l'analisi del successivo, che richiede
esso pure un discorso a se, e che sara seguito da altri) ha messo capo ad
uno dei lavori piu riusciti e phi utili di questi ultimi anni.

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