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Publications de l'École française

de Rome

L'Internazionale verde tra pace e guerra


Bianca Valota Cavallotti

Riassunto
Negli anni Venti fu assai rilevante il ruolo svolto dall'Internazionale verde, un organismo - il cui centro di coordinamento si
trovava a Praga - che si proponeva di rappresentare un centro di collegamento fra i diversi gruppi e partiti contadini sorti in
Europa - soprattutto all'Est - negli anni precedenti, i quali, a partire dall'immediato dopoguerra, con il varo delle riforme agrarie e
dei suffragi universali, andavano acquistando crescente peso e influenza all'interno dei loro paesi e sulla scena internazionale.
Questo movimento, che sarebbe poi crollato sotto i colpi dei regimi autoritari e fascisti, e quindi dei sistemi comunisti del II
dopoguerra, si proponeva di sostenere con forza la « nuova » ideologia contadina, di rappresentarne gli specifici problemi, di
affermare le particolari esigenze delle aree arretrate e delle fasce meno evolute della società europea ; cercando, insomma, una
« terza via al progresso » - né marxista né capitalista. Queste posizioni vennero presentate anche in campo internazionale,
attraverso l'elaborazione di una propria concezione e di propri criteri di politica estera, ispirati ad una linea pacifista e tendenti a
regolare armonicamente la collaborazione all'interno della comunità internazionale e degli organismi preposti al suo sviluppo.

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Valota Cavallotti Bianca. L'Internazionale verde tra pace e guerra. In: Les Internationales et le problème de la guerre au XXe
siècle. Actes du colloque de Rome (22-24 novembre 1984) Rome : École Française de Rome, 1987. pp. 285-299.
(Publications de l'École française de Rome, 95) ;

https://www.persee.fr/doc/efr_0000-0000_1987_act_95_1_2901

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BIANCA VALOTA CAVALLOTTI

L'INTERNAZIONALE VERDE TRA PACE E GUERRA

Nel 1922 si costituiva a Praga il Bureau International Agraire, un


organismo che si proponeva di rappresentare un centro di
col egamento, di scambio di dati e di informazioni fra i diversi gruppi e partiti
contadini sorti negli anni precedenti ad Est e ad Ovest d'Europa e che
erano ora arrivati al governo, ο comunque a svolgere un ruolo di
rilievo nella politica dei loro paesi.
Questo fenomeno colpì assai vivamente le classi dirigenti e
l'opinione pubblica europea del tempo. Il potere sembrava essersi trasferito
nelle campagne! E davvero, per tutti gli anni '20, e fino agli anni '30, si
parlò ai più diversi livelli di un'Ondata Verde : l'ondata delle masse
rurali destate dalla guerra. Né bastava : i contadini, che si erano
mostrati ormai capaci di organizzarsi addirittura su scala internazionale,
sembravano essere riusciti ad elaborare un'ideologia nuova, adatta a
rappresentare i loro specifici problemi, a sostenere le particolari
esigenze delle aree arretrate e delle fasce meno evolute della società
europea.
Insomma, le campagne sembravano balzare propotentemente in
primo piano, ed imporsi all'attenzione dei contemporanei : ma, così,
non rischiavano di essere messi in forse gli equilibri, le egemonie
tradizionali? Di fronte a simile novità, anche il campo della sinistra si
faceva sempre più inquieto e diviso : per molti versi, l'inconsueta
affermazione contadina sembrava addirittura capace di minacciare pure nuove
forze politiche di segno diverso da quelle più tradizionali - come ad
-,*
esempio gli emergenti nuclei socialisti e comunisti e di distruggere
nel contempo buona parte degli stessi importanti risultati che si era
appena riusciti a conquistare attraverso la guerra . . .
Più in generale, simili dubbi rivelavano l'esistenza di un diffuso e
profondo sentimento di incertezza di fronte al nuovo; era difficile
comprendere i mutamenti indotti dal conflitto nella società europea,
misurarne la portata, trovare, soprattutto, una linea adatta e incisiva rispet-
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to a quello che era nonostante tutto un fenomeno largamente


imprevisto.
E tuttavia nemmeno il costituirsi di questa Internazionale - che
non fu certo una delle meno importanti fra le diverse sorte sul
Continente fra '800 e '900 - avrebbe dovuto giungere così inatteso, per
l'opinione pubblica contemporanea. In effetti, era questo lo sbocco di una
serie di tentativi, di iniziative più ο meno coordinate che da anni -
almeno dall'inizio del nostro secolo - movimenti a carattere agrario e
popolare erano venuti stringendo e coagulando intorno, appunto, alla
parola d'ordine di una Internazionale Verde. Per questa via - si
sperava - si sarebbe potuto infine dar voce ai contadini, che stavano
rivelando una nuova sensibilità politica, un inconsueto vigore; che si
presentavano prepotentemente alla ribalta, sull'onda della grande speranza
neu'« occasione democratica» così viva nel primo dopoguerra.
In realtà, ciò che era «nuovo» era la forza - talora la violenza - di
un risveglio delle masse rurali che si stava manifestando con
particolare evidenza nelle zone orientali d'Europa, e per di più in anni cruciali
come quelli del primo dopoguerra, mentre nella vicina Russia si veniva
dispiegando in tutta la sua ampiezza la rivoluzione sovietica.
Dopo la scossa brusca e profonda inferta dal conflitto alle società
ed agli assetti politici tradizionali, era venuto meno il secolare e
delicato equilibrio precedentemente mantenuto dagli antichi Imperi - Russo,
Austriaco, Turco - ora crollati, e tutta la zona centro-orientale del
nostro continente si trovava ora in una fase di generale riassestamento ;
così, l'ampio movimento popolare che stava crescendo attraverso le
riforme agrarie ed i suffragi universali - trasformazioni politiche, e
insieme trasformazioni sociali - provocò in tutta Europa un'acuta
attenzione, e non di rado vive apprensioni. Il futuro sarebbe passato
per la «terza via al progresso» proposta dai movimenti contadini? Molti
lo speravano - ο lo temevano - in quegli anni cruciali.
Ben presto però simili aspettative sarebbero fallite, sotto i colpi di
movimenti diversi, ma sostanzialmente convergenti. Da un lato la
consistente affermazione di partiti comunisti tradizionalmente diffidenti ed
ostili alle campagne ed al movimento contadino, di orientamento
nettamente operaista e quindi inclini a riprendere la parola d'ordine della
dittatura del proletariato che dalla Russia veniva rilanciata su scala
mondiale : un comunismo per cui la via al progresso era la rivoluzione,
non la democrazia, e il progresso era un progresso industriale.
Dall'altro il confluire con questo di un'altro movimento di orientamento
«anticontadino» che si riproponeva con vigore nel dopoguerra, dopo la eri-
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si in cui il conflitto aveva gettato le vecchie classi dirigenti prebelliche :


stava riprendendo lena l'iniziativa liberale, che indicava una via al
progresso per certi versi analoga a quella perseguita dai marxisti, anche se
naturalmente in un'ottica completamente ribaltata : lo sviluppo urbano,
la costituzione a tappe forzate di un'industria locale, secondo il
«classico» modello liberal-capitalistico realizzatosi in Occidente, venivano
perseguiti dalle élites di estrazione risorgimentale in una prospettiva di
centralizzazione e di nazionalismo intransigente in cui un ruolo
determinante veniva assegnato al riconquistato controllo dello stato da parte
dei vecchi dominatori. Infine, inserendosi sulle crisi determinate
all'interno dei regimi orientali dal prolungato scontro fra la «giovane» via
democratico-contadina e i sostenitori vecchi e nuovi - liberali ο
marxisti - dell'industrializzazione a tappe forzate, i fascismi dell'Est
sarebbero riusciti a distruggere definitivamente le speranze degli abitanti dei
villaggi, approfittando anche della sempre più delicata e rischiosa
congiuntura internazionale.
Ma non è questa la sede per diffondersi su cause ed implicazioni
del fallimento della «speranza contadina», dell'« alternativa contadina».
Nella prospettiva che qui ci interessa, basta rilevare come, ai principi
del periodo interbellico, il movimento agrario fosse importante. Aveva
dalla sua, soprattutto all'interno dei paesi orientali, l'impeto dei moti di
massa, la forza dei movimenti nuovi, mentre in campo internazionale
la sua linea e la sua logica si inserivano in tendenze più ampie, allora
molto vive e diffuse nell'opinione pubblica europea.
In effetti, il movimento agrario risulta importante anche per
spiegare la politica internazionale del tempo, e i problemi della pace e della
guerra nell'Europa interbellica; e questo perché svolse allora un ruolo
di rilievo nell'influenzare la linea politica di molte piccole potenze, nel
determinare linee di politica estera specifiche delle piccole potenze
- infine, naturalmente, anche nel determinare le loro alleanze con le
Potenze-guida.
Aveva forza perché poteva contare su coloro che costituivano la
stragrande maggioranza della popolazione in questi pasesi arretrati : i
contadini, che ora attraverso i nuovi suffragi universali potevano
davvero far sentire la loro voce, erano anzi divenuti addirittura fonte
importante di potere. Si inseriva del tutto naturalmente nella vasta
ondata populista che, dopo la lunga preparazione della fase
movimentista, articolatasi nel corso del XIX secolo, era ormai profondamente
penetrata nella Weltanschauung generale; così, nel primo dopoguerra,
all'Est i temi contadini erano addirittura «di moda». Da un lato, ormai,
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i nuovi partiti rurali potevano contare su una base consistente,


costituita dall'adesione di massa degli abitanti delle campagne ; dall'altro erano
arrivati a disporre di quadri propri, forniti soprattutto dagli esponenti
di una sorta di microintelligencija di villaggio (maestri, preti, contadini
detentori di aziende di una certa dimensione : insomma, le «autorità»
economiche e morali dei centri rurali) allora in crescita, anche
numerica, in conseguenza delle trasformazioni sociali legate ai processi di
modernizzazione : crescita economica - in seguito alle riforme agrarie
varate dopo la guerra - e culturale - in conseguenza delle più recenti
politiche volte a diffondere l'istruzione, e più in generale a
incrementare la circolazione della cultura nei villaggi.
Alle soglie degli anni '20, i partiti contadini avevano ormai
elaborato anche propri specifici programmi, funzionali alla crescita di una
democrazia rurale. Programmi che miravano dunque essenzialmente
alla valorizzazione delle campagne, dei villaggi, della cultura contadina
- senza però, naturalmente, rinunciare al progresso. In questa
prospettiva, cioè, l'indispensabile sviluppo industriale doveva essere comunque
attentamente controllato, e soprattutto risultare equilibrato rispetto alle
campagne, che non avrebbero dovuto esserne danneggiate. Per ottenere
simili risultati erano quindi necessarie alcune condizioni : bisognava
disporre di mercati per i prodotti della terra, della libertà di scambi
che potesse consentire questa espansione delle economie rurali dell'Est,
di opportuni investimenti nel settore agricolo, dei capitali
indispensabil per una politica di riforme, e soprattutto della pace, senza la quale
sarebbe stato impossibile arrivare a tutti questi risultati.
Anche per quanto riguarda la questione nazionale - allora così viva
e sentita - il programma contadino seguiva linee analoghe, ispirandosi
a criteri di apertura e di collaborazione internazionale : secondo la
tradizione democratica, per i partiti rurali il concetto di nazione era
inscindibilmente legato a quello di popolo, e cioè essenzialmente ai
contadini, depositari dei suoi caratteri originari, che quindi andavano
protetti e difesi dagli elementi negativi del progresso, mentre dovevano
essere adeguatamente messi in luce i valori di cui essi erano portatori.
Ma quello propugnato da questi partiti non era, per lo più, un
nazionalismo eccessivamente intransigente, ο preclusivo, come troppo spesso
risultava quello agitato dalle vecchie classi dirigenti di origine
risorgimentale - di estrazione terriera ο liberale -, o, ancor più, dai nuovi ceti
medi che anche all'Est, come abbiamo visto, avevano fatto la loro
comparsa : i partiti contadini erano in generale assai più tolleranti nei
confronti delle minoranze etniche incluse all'interno dei confini di ogni
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singolo stato dopo i trattati di pace; del pari, nonostante la loro vivace
vena anticapitalista e antiborghese, non condividevano, ad esempio, il
diffuso antisemitismo che aveva pervaso queste società orientali
facendosi sentire a vari livelli nell'opinione pubblica e attraverso l'attività di
varie formazione politiche locali.
Com'è noto, quest'ampia ondata verso la società di massa - che per
la maggior parte dei paesi dell'Europa del tempo era ancora una
società contadina - non costituiva un fenomeno caratteristico solamente
dalle nazioni dell'Est; esso, tuttavia, assumeva in quest'area maggiore
rilevanza, perché ci si trovava qui di fronte a paesi più arretrati e più
profondamente rurali. In ogni modo, per il movimento agrario, che stava
cercando la propria strada, e si stringava in una Internazionale anche
proprio per essere in grado di tracciarla e di percorrerla
adeguatamente, vi erano ad Ovest due punti principali di riferimento.
Il primo rivestiva una natura più «tecnica». Si trattava di paesi
come la Danimarca, di carattere e di tradizioni rurali, ma rivelatisi
capaci di avviare anche un equilibrato sviluppo industriale - basato
soprattutto sulla costituzione di una buona industria locale di
trasformazione dei prodotti agricoli -, e di dar vita ad un rapido processo di
modernizzazione fondato su un sistema di tipo cooperativo : qui, il
tentativo di realizzare una crescita graduale e bilanciata fra i due settori
agricolo e industriale aveva avuto «successo».
Il secondo aveva senza dubbio un carattere più politico. Si trattava,
naturalmente, della tradizione democratica dell'Occidente, e più in
particolare della Francia - la Francia ispiratrice della Piccola Intesa, per
una via al progresso che veniva intesa come «né comunista né
liberale». Simile riferimento, comunque, per quanto indubbiamente di
grande importanza, tanto da costituire uno degli elementi più significativi
del panorama internazionale nel periodo interbellico, aveva un
carattere più problematico, per certi versi solamente parziale. In ogni modo,
per alcuni dei paesi dell'area centro-orientale un legame con la grande
nazione latina veniva tenuto presente solo fra molti dubbi e
indirettamente, attraverso la Cecoslovacchia - a lei strettamente collegata -, che
svolse in quegli anni un ruolo di rilievo rispetto agli altri stati e
movimenti contadini.
Questo paese, in effetti, rappresentò per i partiti rurali dell'Est,
dopo il fallimento del tentativo messo in atto da Stamboliski in
Bulgaria, il principale riferimento all'interno della loro area. Praga, «capitale
del contadinismo », era la capitale di un piccolo paese, che quindi
difficilmente sarebbe stato in grado di esercitare temute egemonie sul movi-
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mento agrario internazionale. Lo stesso partito contadino cecoslovacco,


per quanto forte ed organizzato, dotato di leaders di rilievo politico ed
intellettuale, non disponeva di una forza sufficiente a permettergli la
presa del potere e la trasformazione in senso rurale dell'intera società.
Tuttavia, entro questi limiti, l'influenza ed il potere d'attrazione del
«modello cecoslovacco» restarono certamente non indifferenti,
soprattutto in un secondo momento, con l'attenuarsi dei timori nutriti da
alcuni nei confronti delle ricorrenti aperture all'U.R.S.S. che
caratterizzavano la politica estera di Masaryk e di Benes, nonché dell'eventualità
di un proporsi della nazione boema come leader di un movimento
panslavista di stampo democratico. Dopo il 1925, gli accenti panslavi si
erano molto diluiti, in corrispondenza con le crescenti perplessità che la
politica sovietica andava destando all'interno del paese; così, ormai
incamminatosi con decisione sulla strada della sperimentazione
cooperativa per la ricerca della famosa terza via fra capitalismo e socialismo,
il partito contadino cecoslovacco avrebbe potuto restare al potere per
tutto il periodo interbellico, costituendo in certo modo un esempio per
tutte le altre formazioni politiche di analoga caratterizzazione, e
proponendosi esplicitamente di svolgere il ruolo di ponte naturale fra l'Ovest
sviluppato e l'Est arretrato.
Comunque, al di là di simili complessi e sempre problematici
riferimenti internazionali, il problema principale di queste giovani nazioni
restava quello di riuscire a crescere evitando gli errori già
precedentemente compiuti da altri : da un lato, cioè, di passare attraverso i
«vecchi» orrori del modello di sviluppo capitalistico, che, così com'erano
stati descritti - a fosche tinte - dalla letteratura occidentale di
ispirazione socialista, avevano destato vivi timori all'interno delle sinistre
europee, e in particolare nei gruppi di estrazione populista; dall'altro,
di subire quei più recenti orrori che si erano manifestati con lo
svilupparsi della rivoluzione in Russia, e la cui conoscenza cominciava a
diffondersi. In effetti, dappertutto all'Est gli abitanti dei villaggi avevano
seguito con attenzione l'andamento della crisi sovietica, e le diverse fasi
attraversate dall'elaborazione del programma comunista per le
campagne; dopo il varo della NEP, e dopo la sistematica «distruzione»
dell'economia contadina avviata parallelamente al varo della politica di
industrializzazione a tappe forzate, ai più diversi livelli, nelle campagne
orientali, stava penetrando una certa - ancor confusa - coscienza dei
rischi impliciti nel modello sovietico per quanto riguardava il mondo
rurale.
L'INTERNAZIONALE VERDE TRA PACE E GUERRA 291

Ma allora, come fare a individuare e a definire chiaramente questa


«terza via» contadina al progresso, e a difenderla da simili pericoli?
Certo, non era facile: non era facile soprattutto per «giovani» partiti
popolari, privi di tradizione, quasi privi di storia; soprattutto, privi di
una tradizione di classi dirigenti capaci di misurarsi su un terreno
difficile e delicato come quello della politica estera. In realtà, a parte alcuni
schemi elementari e del tutto insufficienti, i partiti contadini non
disponevano né di criteri politici e di una chiara metodologia propria, né di
saldi punti di riferimento, di una teoria, di un patrimonio ideale
consolidato a cui attingere.
Alcuni spunti, certo, sorgevano immediati dalle esigenze stesse che
avevano favorito il costituirsi di questi movimenti : il loro programma
era orientato ad una evoluzione graduale e integrata, tale da istituire
una relazione equilibrata fra crescita agricola e industriale. Il ritmo di
sviluppo, così, sarebbe certo stato più lento, avrebbe richesto maggior
tempo ed agio ... e tutto ciò non era privo di rischi nel contesto
dell'Europa interbellica. Alla maggior vulnerabilità che simile scelta
avrebbe necessariamente implicato, contribuiva più in generale la
tipica speranza di affermarsi per una via democratica (quindi, non
rivoluzionaria e non violenta), caratterizzata da una larga apertura al
dialogo, ai contatti e agli scambi con altri paesi. Via che richiedeva in realtà,
per potersi attuare, condizioni di prosperità economica e di pace :
richiedeva cioè una situazione internazionale favorevole, in cui fosse
possibile sviluppare una certa direttrice dei rapporti fra gli stati, e
quindi l'elaborazione di una politica estera in grando di garantire tutto
ciò.
I partiti contadini intendevano insomma sottrarsi alla logica della
contrapposizione dei blocchi, mirando invece ad una linea di tipo
sostanzialmente liberista che potesse assicurare l'apertura dei mercati
necessari per i prodotti agricoli dei loro paesi (senza dimenticare
comunque lo spinoso e assai dibattuto problema di proteggere le loro
industrie autoctone, che tanto contribuì nel periodo interbellico ad
alimentare le tensioni interne); volevano evitare il riproporsi, anche nelle
condizioni mutate del primo dopoguerra, di quelle relazioni di
«colonialismo economico» che tradizionalmente le Potenze occidentali erano
riuscite ad imporre loro; speravano nella possibilità di realizzare una
«via nazionale al progesso». In questa prospettiva, molto si contava
sugli effetti di un'ampia e incisiva politica di riforme, che tuttavia, per
gli stanziamenti che avrebbe richiesto (e dal momento che per accumu-
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lare i capitali necessari allo sviluppo si voleva evitare di sfruttare a


fondo le campagne), non avrebbe lasciato molto spazio a quella politica di
armamento che da più parti veniva in quegli anni richiesta.
Rispetto a quest'ultima, le riforme indispensabili per costruire e
stabilire l'auspicato stato democratico-contadino erano assolutamente
alternative : si trattava d'altra parte di un tema che era da tempo
diffuso nella sinistra europea, che era già emerso con rilievo nello stesso
movimento populista, facendosi poi sentire all'interno dei diversi partiti
contadini ed entrando come componente importante nella formazione
del radicato antimilitarismo così caratteristico, ad esempio, degli
scontri che avevano opposto Stamboliski allo zar Ferdinando di Bulgaria, ο
in generale della linea sostenuta dai fratelli Radie fra gli Slavi
meridionali. Ora, però, per i partiti contadini, la guerra aveva anche
rappresentato la sconfitta dei vecchi governanti e della loro logica, e questo tema
doveva risultare ancor più evidente nella tesissima situazione
determinatasi all'Est dopo i trattati di pace, caratterizzata dagli scontri fra chi
si dedicava alla strenua difesa di quanto aveva conquistato e chi
sosteneva minacciosamente i diversi revanscismi più ο meno esplicitamente
fomentati dalle Potenze.
La via alla modernizzazione lungo la quale i partiti contadini
speravano di incamminare i loro paesi aveva anche per queste ragioni
bisogno di un quadro di stabilità politica internazionale capace di
garantire che non fosse necessario effettuare spese in quel settore.
Tanto più che in generale questi gruppi, sempre allo scopo di evitare di
costruire il progresso solo a spese delle campagne locali, erano
favorevoli ad un incremento dei rapporti con la finanza ed il capitale
occidentale; in ciò scontrandosi con i liberali ed i nazionalisti autoctoni, i quali,
su una linea sostanzialmente protezionista, desideravano lasciar spazio
al capitale nazionale. Ma, così, l'insistito industrialismo dei liberali
dell'Est rischiava di chiudere alla produzione contadina i mercati
esteri, mentre il nazionalismo intransigente di buona parte de vecchie
classi dirigenti, al quale già da più parti veniva attribuita la
«responsabilità» della guerra e di aver trascinato all'avventura i pacifici abitanti dei
villaggi, ormai «risvegliati» e messi in agitazione dalle vicende del
conflitto, dalla discussione sui trattati di pace, e dai tentativi di
riaffermazione degli antichi dominatori, rischiava davvero di mettere a
repentaglio ciò che le masse rurali orientali avevano faticosamente conquistato
a partire dalla fine dell'800.
D'altronde, comunque - si faceva notare con crescente insistenza e
maggior coscienza dopo l'esperienza terrificante della guerra di massa
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del XX secolo -, non era forse pacifista la tradizione contadina? Questo


tema, come abbiamo visto assai diffuso in ambito populista, rinvia in
realtà ad atteggiamenti e orientamenti ancor più antichi. Il contadino è
incline a modi di vita pacifici per temperamento e per le necessità del
suo lavoro, per un legame con la terra e con i suoi ritmi che non può
essere impunemente turbato; queste sono sempre state componenti
essenziali della mentalità del coltivatore, suoi valori profondamente
radicati. È un vecchio motivo, che ricorre nella letteratura; basta
pensare a Rousseau, ai fisiocratici - è significativa, ad esempio, una lettera
scritta da Benjamin Franklin nel 1768, in seguito ai suoi contatti con
nuclei di quaccheri e di progressisti francesi : « È evidente che vi sono
tre soli modi mediante i quali una nazione può raggiungere il
benessere. Il primo è la guerra, e così fecero i romani, saccheggiando i paesi
vicini da loro soggiogati. Questa è rapina. Il secondo è dato dal
commercio, che generalmente significa frode. Il terzo è quello
dell'agricoltura, il solo modo onesto con cui si ottiene un sovrappiù rispetto alla
semente deposta sulla terra, in una specia di miracolo continuo»
(C. Van Doren, Benjamin Franklin, Garden City, New York 1941,
p. 372).
Ma in quegli anni dell'immediato dopoguerra questo motivo
tornava a farsi risentire con particolare insistenza. Anche storici di rilievo si
esprimevano allora chiaramente in questo senso, esplicitando
sentimenti largamente diffusi : si veda ad esempio quanto affermava Charles
Seignebos, in un articolo (The Downfall of Aristocracy in Eastern
Europe) del settembre del 1919 su «The New Europe», la rivista fondata da
R.W. Seton- Watson proprio seguendo queste nuove prospettive: «Noi
cerchiamo garanzie contro il ritorno dello spirito bellicoso e non v'è
regime più pacifico d'una democrazia di proprierari contadini. Da
quando esiste il mondo, nessuna comunità di questo genere ha mai
desiderato, ο preparato, ο iniziato una guerra».
Per molti, insomma, e ai più diversi livelli, dopo il trauma del
primo conflitto mondiale, gli abitanti dei villaggi potevano costituire una
garanzia di pace. Così, in questa speranza ritornava l'eco di temi di
lungo, lunghissimo periodo, che stavano ora assumendo una nuova forma,
trovando una nuova espressione. In fondo, per secoli buona parte della
storia dell'umanità poteva essere letta attraverso la chiave del lungo
contrasto fra pacifici coltivatori sedentari e predatori e allevatori
nomadi guerrieri. In particolare nell'area cruciale dell'Est, vera e propria
«plaque tournante de l'Europe et de l'Asie», il contadino era sempre
stato a confronto da un lato con le scorrerie che arrivavano dalle step-
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pe asiatiche (Unni, Avari, Peceneghi, Cumani, Tartari, Turchi, e tanti


altri ancora, in un susseguirsi di ondate d'invasori), e dall'altro con i
regimi dispotici che sempre ad Oriente trovavano le loro origini.
Ma allora, contro le ricorrenti tentazioni belliche, contro l'oscura
minaccia sovietica, contro tanti fremiti ed inquietudini da più parti
percepiti ο agitati nel primo dopoguerra, non poteva ancora una volta il
contadino - soprattutto il contadino orientale - svolgere questo suo
ruolo tradizionale, svolgerlo anzi ormai con forza tanto accresciuta in
quanto era riuscito a costituire una struttura federativa, si era stretto in
un'internazionale pacifica?
Si potrebbe insomma quasi dire che in queste speranze si ritrovava
e si evidenziava a livello di politica estera un atteggiamento definibile
in termini «antropologici»; atteggiamento che era già forte e insistito
tra fine '800 e inizi del '900, e durante il primo conflitto mondiale, in
tutti i regimi orientali, attraverso la netta polemica condotta dai leaders
rurali contro le dinastie locali e contro la logica e la mentalità delle
vecchie classi dirigenti di estrazione nazionalista e liberale. Ma che
risultava assai più forte ora, dopo una guerra che, anche se aveva
svolto per certi versi un ruolo progressivo, permettendo un notevole
ricambio di leadership, l'affermazione di nuovi equilibri, il varo delle
riforme, la realizzazione di buona parte dei programmi nazionali, veniva
comunque sentita come un male, come una tragica fatalità che ancora
una volta, come tante nel corso dei secoli passati, era costata
soprat ut o agli abitanti dei villaggi, che avevano pagato un pesantissimo tributo
di sangue. Era naturale, così, che i partiti contadini, e l'Internazionale a
cui avevano dato vita, fossero portati ad una linea di tipo pacifista,
ancor più organicamente di quanto non fosse avvenuto per la
tradizione socialista.
Ma simili orientamenti, e l'intensa attività svolta in questa
prospettiva dai leaders agrari, portavano a costruzioni che potevano reggere
finché la situazione internazionale si fosse mantenuta tranquilla;
finché, rimediati i danni, le perdite e gli sconvolgimenti economici
determinati dal conflitto, si potesse contare su una relativa prosperità
economica e su una più moderna dialettica politica, che sperava di trovare e
di sperimentare proprie forme di realizzazione, ora che gli antichi
Imperi, ο i più recenti regimi di tipo autoritario, sembravano essere
stati spazzati via dalla guerra. Nel decennio cruciale degli anni '20, e fino
alle soglie degli anni '30 - il periodo di un'ascesa dei partiti contadini
che a molti parve assolutamente irresistibile, e tale da travolgere i vec-
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chi equilibri e le vecchie classi dirigenti -, tutte le utopie, appunto,


sembravano davvero possibili. È l'epoca in cui vengono affermati i principi
wilsoniani, e sembrano destinati a realizzarsi durevolmente; è il
periodo d'oro della Società delle Nazioni - che sin dagli inizi strinse intensi
rapporti con i partiti contadini -; è un'epoca che sogna, e tenta di
realizzare, diversi progetti per il futuro, dall'Internazionale Comunista
all'avvio degli stessi fascismi. Per molti, allora, nell'entusiasmo della
ricostruzione del primo dopoguerra, tutto sembrava possibile, e tutto si
tentava di sperimentare.
Come abbiamo visto, per «l'Ondata Verde» - così essa fu ben
presto definita dai contemporanei -, dopo la tragica fine del leader bulgaro
Stamboliski, e il crollo dello «stato contadino» ch'egli aveva tentato di
porre al centro di un «movimento agrario universale», il punto di
riferimento principale era ormai Praga : la capitale moderna, occidentale,
ma anche contadina, dove agivano uomini come Antonin Svehla e
Milan Hodza, ma soprattutto personalità che segnarono un'epoca come
Masaryk e Benes, capaci di avviare una vasta mobilitazione degli altri
paesi vicini, a cominciare dalla Yugoslavia e dalla Romania : era già il
disegno della Piccola Intesa che iniziava a delinearsi. Si stava
stringendo per questa via tutta una fitta trama che tentava di attrarre e di unire
un po' tutti questi paesi creando uno schieramento di piccoli stati che
(visto di buon occhio dalle democrazie occidentali, e in particolare
dalla Francia, e attestato su posizioni non drasticamente ostili all'Unione
Sovietica) poteva allora sperare di riuscire a costituire sul continente
una terza forza pacifica.
Nel 1927 il Bureau International Agraire di Praga raccoglieva in una
struttura di tipo federativo diverse formazioni politiche a carattere
nazionale ο regionale : ai 4 partiti promotori nel 1921 (il Partito
cecoslovacco repubblicano dei piccoli agricoltori e dei contadini, l'Unione
contadina serba, l'Unione nazionale agraria bulgara, e il Piasi polacco) si
erano aggiunti quelli di Estonia, Lettonia, Finlandia, Olanda, Romania,
Austria; la Svizzera era presente con due partiti contadini - del cantone
di Argovia e di quello bernese -; né mancavano Croati e Sloveni, ο un
partito agrario dei Tedeschi dei Sudeti.
Allo stringersi di questa ampia collaborazione, di questa densa rete
di rapporti (di relazioni spesso anche a carattere personale, all'insegna
di amicizie appassionate nate nel corso della lotta per l'affermazione di
un ideale comune di pacifica cooperazione internazionale), oltre al
naturale confluire delle esperienze e delle spinte maturate nei singoli
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paesi, contribuì il convergere di due analoghi e simmetrici movimenti.


Da un lato, vi era l'azione condotta da studiosi e influenti formatori di
opinione pubblica - come ad esempio il già ricordato R. W. Seton-Wat-
son - : occidentali che avevano sin dagli inizi della loro attività rivolto i
loro interessi alle nazioni dell'Est, che vi si erano recati a diverse
riprese, percorrendone ampiamente i territori ed acquisendo una
conoscenza diretta della storia, della geografia, delle tradizioni e dei costumi
locali, istituendo rapporti diretti con alcuni dei loro esponenti
intellettuali e politici di maggiore rilievo, e che avevano finito con il far
propria la «causa» di questi giovani stati. A questo, corrispondeva d'altra
parte un moto di segno opposto : si trattava di studiosi e pubblicisti
come ad esempio David Mitrany (tanto per fare un nome, ma quanti
altri, e altrettanto significativi, potrebbero essere qui ricordati!),
Mitrany, la cui «teoria funzionale della politica» nasce appunto su questo
terreno, da queste esperienze. Erano personalità di origine orientale
che erano state accolte dalle scuole e dalle società dell'Occidente, che si
erano formate attraverso un'intensa attività condotta all'interno di
istituzioni a carattere internazionale come la Fondazione Carnegie, ο la
Lega delle Nazioni, che avevano finito con l'essere profondamente
compenetrate da questa cultura e da questa più progredita civiltà, con
la quale erano quindi capaci di dialogare a fondo; che, infine, avevano
vissuto «dall'interno», spesso in stretti rapporti con i leaders del
movimento agrario, tutta la vicenda dell'ascesa dei partiti contadini, della
sperimentazione di nuove concezioni delle relazioni internazionali.
Furono questi i «mediatori» di un grande, intenso dialogo istituitosi allora
a livello internazionale fra Est e Ovest d'Europa; un dialogo che mai
più è stato così vivo come in quegli anni di entusiasmi del periodo
interbellico : scambi, contatti, iniziative e patrocini comuni . . .
Ma con il volgere degli anni '20, l'esplodere della crisi economica
del '29, l'instaurarsi della nuova, inquieta atmosfera degli anni '30, il
costituirsi in breve tempo di una serie di regimi autoritari e quindi
fascisti, che corrispondevano al verificarsi di vive tensioni su scala
internazionale, questo sereno e ottimistico scenario era destinato a
mutare rapidamente.
Gli spazi che sembravano essersi aperti si chiusero. La crisi
economica non permetteva più di sognare. I tentativi di proporre una politica
estera diversa e nuova, adatta alle piccole potenze, le Intese - l'Intesa
Balcanica, la Piccola Intesa -, lo stesso «blocco dei neutri» che
Mussolini si propose per un certo periodo di costituire e di patrocinare, si rive-
L'INTERNAZIONALE VERDE TRA PACE E GUERRA 297

larono alla prova dei fatti incapaci di funzionare. A questo contribuiva


anche un importante e significativo cambiamento verificatosi
nell'opinione pubblica europea, la quale ora si mostrava sempre più incline ad
esaltare la «forza», la «violenza»; atmosfera alla quale aveva
contribuito l'istituirsi dei regimi fascisti, ma che si faceva sentire un po'
dappertutto, e che si diffuse nei rapporti internazionali. Così la politica,
soprattutto per quanto riguardava la politica estera, tendeva sempre
più ad essere «di potenza».
In simile contesto, non poteva non emergere con evidenea
l'ingenuo - anche se generoso - velleitarismo, la debolezza generale del
disegno politico complessivo perseguito dai partiti contadini dell'Est, che
sconteranno duramente la mancanza di una tradizione di politica
estera, e di personale politico che - a parte i grandi leaders - fosse
realmente e schiettamente devoto alla causa e adatto a sostenerla. Su
questo terreno, soprattutto, si rivelerà drammaticamente l'inadeguatezza
complessiva della «classe politica» di estrazione contadina, troppo
spesso culturalmente rozza, e impreparata ad affrontare problematiche
ampie e complesse; d'altronde, quando in un secondo momento
all'interno della leadership agraria si formerà una classe dirigente, essa sarà
troppo spesso costituita da transfughi provenienti da altre formazioni
politiche, e quindi anche da una diversa estrazione sociale, ma
approdati a questi lidi perché attratti dal crescente potere dei partiti
contadini, e dunque dalla possibilità di esercitare da questo punto di vista la
loro influenza sulle società dell'Est.
Nella difficile congiuntura interbellica, così, il loro pacifismo non
poteva reggere : la rinuncia programmatica ad usare la forza -
nemmeno in termini di politica interna, come rivoluzione - li rese incapaci di
far fronte ai nuovi modi di far politica, li rese sostanzialmente
«oggetto» della politica estera altrui, che era invece «di potenza».
D'altra parte, queste formazioni politiche si trovarono a concorrere
con altre forze dotate di una fortissima carica ideologica, e che si
ponevano programmaticamente come movimenti intesi ad esportare il loro
modello, un modello che anzi doveva essere imposto su scala
internazionale : i cominternisti e i fascisti (in effetti, i socialisti della Seconda
Internazionale - i gruppi politici con cui forse il movimento contadino
avrebbe potuto avere da molti punti di vista maggiori affinità -
godevano, anche e soprattutto numericamente, di scarso seguito nei paesi
arrestrati dell'Est; per la loro presenza era in effetti necessaria una
maturità industriale ed operaia che in quell'area era ancora lungi dal
298 BIANCA VALOTA CAVALLOTTI

verificarsi. Così, sarebbe stato comunque assai difficile allearsi con


questi ultimi - che peraltro, e in fondo per ragioni neppure tanto
diverse, furono in quegli anni sconfitti anche ad Ovest).
Né in questa prospettiva si poteva davvero contare sui liberali
dell'Est - che, certamente, nutrivano nei confronti dei comunisti e dei
fascisti un'avversione almeno altrettanto forte quanto quella dei partiti
contadini -, ma con i quali si rivelava assolutamente impossibile
instaurare un dialogo ο istituire forme di collaborazione. In effetti,
soprat ut o dopo la prima guerra mondiale, questi partiti erano stati i principali
avversari del movimento agrario : anzi, proprio la loro concezione del
progresso, intransigentemente industrialista ed urbana, e sostenuta
senza troppi scrupoli con accenti e metodi non di rado assai autoritari e
sostanzialmente « illiberali », era stata il contraltare di quella
democratico-contadina. In realtà, proprio lo scontro fra queste due linee e questi
due schieramenti era stato all'origine di quella distruzione reciproca
che aveva favorito l'avvento di regimi autoritari e fascisti, e, dopo la
seconda guerra mondiale, l'affermazione di sistemi comunisti.
Così, i partiti contadini, e l'Internazionale Verde da loro ispirata,
non riuscirono in definitiva a reggere alla prova; anzi, il loro crollo si
rivelò anche molto rapido : tra gli anni '30 e gli anni '40 ceddero sotto i
colpi dei fascismi interni e del nazismo, e infine dovettero cedere
definitivamente il passo all'affermazione dei regimi comunisti orientali.
Dopo la seconda guerra mondiale, l'Internazionale Verde formalmente
resterà in vita, sotto il nome mutato di International Peasant Union ; ma,
guidata da un gruppo ristretto e sparuto di leaders riparati all'estero,
«un pugno di uomini impotenti e sconfitti», privi di contatti con la loro
base ed impossibilitati a mantenere contatti con i paesi d'origine, sarà
ormai il fantasma di se stessa, la «fine di un sogno generoso».
Una guerra aveva favorito l'affermazione dell'Internazionale
Verde; una guerra, cambiando ancora una volta drasticamente lo scenario
internazionale, i rapporti fra gli Stati e gli orientamenti delle mentalità,
delle psicologie collettive, doveva segnare la loro morte di fatto - al di
là, appunto, della sopravvivenza più ο meno formale. E tuttavia - se
pure la vicenda è drammatica - il bilancio non può essere certamente
solo negativo : le prospettive, le tematiche e i criteri elaborati in quegli
anni d'entusiasmo dai movimenti agrari dell'Est hanno lasciato un
segno, talvolta un segno profondo; e comunque hanno continuato ad
esercitare il loro influsso - anche se spesso in maniera ambigua, ο con-
traddittoria, ο difficile da riconoscere. E resta, in ogni modo, come un
L'INTERNAZIONALE VERDE TRA PACE E GUERRA 299

aspetto importante della storia contemporanea d'Europa, il fatto che


già allora, quando ebbero il potere, ο comunque parteciparono alla sua
gestione con ruoli di significativa responsabilità, i partiti contadini
diedero un contributo fondamentale al tentativo di costruire in quell'area
delle istituzioni democratiche, all'elaborazione di principi tendenti a
regolare pacificamente la comunità internazionale, alla vita degli
organismi preposti al suo sviluppo, ai temi della coesistenza pacifica.
Questo patrimonio, questa tradizione che si è ormai constituita, e
che si è incarnata in una serie di istituzioni che hanno alle loro spalle
una storia significativa, deve molto alla spinta utopistica e alla stessa
presenza diretta degli esponenti dei movimenti agrari, che agirono
anche all'interno di non pochi paesi dell'Occidente - come la Francia ο
l'Inghilterra - con cui i contatti furono per anni intensi, e si
mantennero a vari livelli; oppure, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale,
come quell'America che ospitò i sopravvissuti dell'Internazionale
contadina. Una spinta utopistica di cui a diverse riprese, di fronte alle
miserie della realtà, l'Europa ha sentito il bisogno.

Bianca Valota Cavallotti