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G iordano Bruno Guerri

GIUSEPPE BOTTAI,
FASCISTA

MONDAD ORI
Dello stesso autore

Nella Collezione Le Scie


Povera santa, povero assassino
Gli italiani sotto la Chiesa
Fascisti

ISBN 88-04-41156-2

© 1996 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano


I edizione ottobre 1996
INDICE

VII Nota alla nuova edizione

IX Introduzione, vent'anni dopo

3 Un figlio del secolo

12 II Libri e moschetti

36 III Una battaglia perduta che vale la guerra


69 IV L'aborto della montagna
108 v La «covata di Bottai»

124 VI Un governatore per due città


134 VII Scuola, arte, razza
159 VIII Un Ulisse di nome « Primato»
174 IX Un'ordalia del ventesimo secolo
192 x Un giorno

218 XI <<Il mio compito ora è di patire»


239 Conclusioni

241 Note
281 Bibliografia
291 Indice dei nomi
NOTA ALLA NUOVA EDIZIONE

Benché mi fossi ripromesso di ritoccare la vecchia edizio­


ne il meno possibile, mi si è stretto il cuore al pensiero d i
infliggere a l l ettore certe pesantezze di scrittura dovute
all'inesperienza. Perciò ho sottoposto il testo a una ripuli­
tura di forma, temo insufficiente.
Dopo l'uscita di Giu seppe Bottai, un fascista critico pubbli­
cai i due volumi dei Diari di Bottai (Rizzoli 1 982 e 1 988),
che avevo potuto consultare solo in parte. Per questa edi­
zione ne ho tenuto conto sia sostituendo alcune citazioni
precedentemente tratte da Vent'an n i e un giorno, sia aggiun­
gendone di nuove. Allo stesso modo mi sono valso dei più
importanti fra i numerosi saggi apparsi, dal 1 976 a oggi, su
Bottai e sul fascismo.
Questa edizione contiene, in più, diversi documenti an-
.
cora inediti tratti dall'Archivio Bottai, ovvero da: 1 ) quat­
tro quaderni di formato scolastico e di circa 1 00 pagine
ciascuno scritti fra il 14 settembre e il 1 9 novembre 1 9 1 4;
intitolati Fan tasticando, sono interamente dedicati alla fi­
danzata Nelia. 2) Qu aderni giovanili, dal 1 9 1 9 a l 1 920, con­
tenenti annotazioni politiche e letterarie. 3) Qu aderni, dal
1 921 a l 1 924, riguardanti soprattutto annotazioni su lettu­
re fatte, più qualche appunto politico. 4) Le numerosissi­
me Lettere a Nelia, che vanno dal 1 9 1 4 fin quasi alla morte
di Bottai.
Devo a l l ' a micizia e alla generosità d i Viviana, Maria
Grazia e Bruno Bottai la conoscenza di questi documenti.
E molto di più.
INTRODUZIONE, V ENT'ANNI DOPO

Questo saggio - che ho chiamato Giu seppe Bottai, fascista­


uscì per la prima volta nel '76 con un titolo completamen­
te diverso: Giu seppe Bottai, u n fascista critico. Avere tolto
l'aggettivo cambia molto, e non perché Bottai non sia sta­
to «critico».
A metà degli anni Settanta il fascismo continuava a es­
sere, quasi, ciò che era stato dopo la fine della guerra: un
tabù, un fenomeno inavvicinabile tanto nelle università e
nella politica quanto nella società e nella cultura . Dopo
trent'anni dalla sua fine pochissimi lo studiavano davve­
ro, nessuno ne voleva sapere tranne i nostalgici, che per
reazione seguitavano a ispirarsi sterilmente a ll'esperienza
del ventennio.
Il disinteresse democristiano per la cultura, unito a l
soffocamento della destra, avevano portato a un'egemo­
nia culturale della sinistra; nel decennio 1 968- 78 il feno­
meno divenne talmente palpabile che persino chi non era
di sinistra finì per assumerne gli atteggiamenti e le abitu­
dini: una vera e propria iniziazione a cui soltanto pochis­
simi riuscirono a sfuggire pagando il prezzo della fama di
«fascista » .
L a sinistra n o n intendeva riconoscere alcuna dignità a l
nemico che negli anni Venti l'aveva sconfitta e che solo l a
forza di un altro nemico - il capitalismo statunitense - era
riuscito a vincere. Nella seconda metà degli anni Settanta,
insomma, il fascismo non era ancora stato accettato come
un momento negativo eppure fervidissimo e forse inevi-
x Giuseppe Bottai, fascista

tabile della storia italiana, ma solo come i l momento in cui


la barbarie, l'abbrutimento e la reazione avevano raggiun­
to i livelli più alti. Paradossalmente, a condividere e in
molti casi a favorire una simile interpretazione erano pro­
prio gli storici, i peggiori per opportunismo, i m igliori
perché giudicavano che analizzare senza pregiudizi i l fa­
scismo significasse «rendere meno drastica una condanna
che era ancora tanto viva negli spiriti e nelle carni»: sono
parole di Renzo De Felice, lo storico che - nel ' 74 con Mus­
solini il duce. Gli a n n i del consenso - propose per primo
un'analisi più corretta dei rapporti italiani-fascismo negli
anni Trenta.
Anche G iuseppe Bottai, un fascista critico, pubblicato nel
' 76 da Feltrinelli, è in realtà del ' 74. Nasceva infatti dalla
mia tesi d i laurea («La figura e l'opera d i Giuseppe Bot­
tai»), che discussi quell'anno all'università C attolica d i
Milano, con lode ma con poca soddisfazione del mio pro­
fessore: Gianfranco B ianchi a pprezzò infatti le testimo­
nianze e i molti documenti inediti scoperti ma non le con­
clusioni alle quali ero arrivato.
Ugoberto Alfassio Grimaldi, vecchio socialista, storico
non accademico (oggi scomparso e alla cui memoria dedi­
co questa edizione), lesse il dattiloscritto tratto dalla tesi e
lo consigliò a Gianni Brega, direttore editoriale della Fel­
trinelli. Debbo dunque il mio esordio a due uomini di si­
nistra: il che sembrerebbe smentire ciò che ho appena af­
ferma to sulla cultura d i sinistra e i l fascismo. Credo
tuttavia di dovere la pubblicazione anche a quell'aggetti­
vo - «critico»- che ora ho tolto dal titolo: avevo sostenuto
che Bottai era onesto, intelligente, colto, fattivo, l' « uomo
migliore del regime» ma, secondo il giudizio corrente, per
avere tante qualità non poteva essere semplicemente un
fascista, doveva essere anche critico del fascismo.
Il saggio, però, andava al di là del proprio titolo e affer­
mava l 'esistenza d i una cultura, d i una intelligenza, d i
una onestà fascista, d i c u i Bottai era i l migliore m a non
l 'unico rappresentante. Questa idea adesso è comune-
Introduzione, vent'anni dopo Xl

mente accettata, in parte grazie anche alle discussioni sol­


levate proprio da Giu seppe Bottai, un fa scista critico. Ma ora
è necessario sottolineare che Bottai era, prima di tutto e
soprattutto, un fascista: che fosse «critico» è un aspetto se­
condario.
Numerosi altri studi hanno ormai confermato la sostan­
ziale correttezza della storiografia detta « revisionista » :
senza d imenticare g l i aspetti peggiori e inaccettabili del
fascismo, siamo pronti a riconoscere le attenuanti, e a vol­
te i meriti, del regime e dei suoi protagonisti. E di nuovo,
in modo inevitabile, prende risalto la figura di G iuseppe
Bottai, con la sua intelligenza sottile, la sua cultura, la sua
integrità morale, la sua critica costante all'ottusità, la sua
coerenza, le sue umane debolezze.
Riscoprire Bottai - fino alle recentissime polemiche per
l'intenzione manifestata dal sindaco d i Roma Francesco
Rutelli di dedicargli una strada è un segno di crescita
-

del paese. A patto che il vecchio giudizio su Bottai - «criti­


co ma pur sempre fascista» - a forza di concedere a tte­
nuanti al regime non si trasformi nell'accettazione di un
Bottai «fascista ma pur sempre critico».
G.B.G.
Roma, agosto 1996
GIUSEPPE B O"ITA I, FASCISTA
I
UN F IGLIO DEL SECOLO

La gloria! ebbene, sì, io penso alla gloria, perché, quando s'è


giovani, come noi lo siamo, quando ci sentiamo battere nel­
le vene questo snngue irruen te, quando ci sentiamo ruggire
nel cuore quest'indomito desiderio di fnre, non si può e non
si deve non pensare n Ila gloria: è sogno, è esaltnzione, è fol­
lia, ma quante cose grandi da questo sogno, da questa esal­
tnzione, da questa follia. l

Mussolin i detestava i l tono pacato e sarcastico d i Bottai,


che contrastava con l 'oratoria del regime, impetuosa e ad
altissimo volume. Ma Bottai, che per i l resto cercò spesso
e ad arte d i d istinguersi dagli altri gerarchi, quel tono non
se l'era studiato. G l i veniva direttamente dai geni tori: il
sarcasmo dal padre Luigi, toscano d i Monsummano, e la
pacatezza dalla madre Elena, figlia d i un mastro d'ascia
spezzino.
Il nonno paterno, uomo autoritario ed energico, com­
merciava in vini toscani e aveva negozi a La Spezia, Mila­
no, Roma. Dei suoi quindici figli soltanto Luigi continuerà
il mestiere, a Roma, insieme alla moglie, che di fratelli ne
aveva quattordici. Luigi ed Elena non furono ugualmente
prolifici: nel 1 893 nacque Maria e i l 3 settembre 1 895 Giu­
seppe, che sarà la gioia ma a nche la stizza del padre. I l
vecchio Bottai, infatti, oltre che ateo era un accesissimo re­
pubblicano (come la madre, che con i propri capelli aveva
ricamato un ritratto di Mazzini) e si trovò ad a vere un fi­
glio ministro del re.
Ancora più perplesso della carriera di G iuseppe fu lo zio
4 Giuseppe Bottai, fascista

Alfredo, d i Parma, repubblicano e antifascista sebbene i n


gioventù fosse stato amico d i Filippo Corridoni e d i Mus­
solini. I vincoli familiari comunque rimasero saldi per tutta
la vita e Alfredo domandò spesso e con successo al nipote
di intercedere per i propri amici finiti nei guai con il regi­
me; da parte sua il duce ogni tanto chiedeva notizie a Bottai
di quello zio che definiva «un idealista innocuo».
Bottai cresce dunque nella bottega sotto casa dove il pa­
dre riunisce gli amici mazziniani a parlare di attentati sto­
rici, congiure antimonarchiche, scandali vaticani; talvolta
lo manda anche a fischiare i comizi di Luigi Federzoni e
Bottai lo confiderà trent'anni dopo all'ex nazionalista di­
ventato suo a mico e collega. 2 Ma ancora non si interessa
di politica, forse per reazione all'ambiente familiare: vuo­
le diventare scrittore e giornalista letterario in quella quie­
ta Roma umbertina dove più che altrove, scrive Bottai, il
diciannovesimo secolo « finì nel 1 914, non nel 1 900».3 I l
quartiere dove viveva, i l Macao, stretto tra l a stazione Ter­
mini e il Tiburtino, era a llora una zona periferica nella
quale si diceva «vado a Roma» quando si andava verso il
Tevere. Qui visse una giovinezza tranquilla, «paesano e il­
luso ... ignaro come sul limitare del mondo»4. Già al liceo
aveva conosciuto Cornelia (Nelia), che sposerà nel '21 e
che nella sua vita ebbe una parte discreta quanto fonda­
mentale. Donna intelligente e colta, non volle mai stare in
primo piano ma aiutò il marito a superare le delusioni e le
difficoltà dell'a ttività politica senza mai avere la pretesa
di sostituirsi a lui nelle valutazioni e nelle decisioni. Fu
anche grazie alla vita serena e ordinata assicuratagli d a
Nelia che Bottai poté svolgere un'enorme mole d i lavoro
politico e culturale.
Tra il 14 settembre e il 1 9 novembre 1 914 Bottai le de­
d icò quattro quaderni di a ppunti: sono scritti di un d i­
ciannovenne innamora to, non varrebbe la pena di accen­
.
narne se non fossero stati confermati da un'unione durata
quarantacinque anni: « I n Lei io non ho conosciuto solo
l'Amore ma ò anche conosciuto me stesso. In Lei ò comin-
Un figlio del secolo 5

ciato ad amarmi ne l e mie aspirazioni» ( 1 9 settembre


1914). Dodici ann i dopo, prossimo a d iventare sottosegre­
tario alle Corporazioni, le scrive: «Cara piccola, tanta pe­
na e tanta serenità, ora, dopo che mi sono confidato con
te, unico nmico e co111png no della mia vita, veramente con­
sorte, legata al mio destino. Penso che la vita, comunque
sarà, sarà bella, perché la vivremo insieme - anche le pic­
cole preoccupazioni materiali, che solo la mia a ffannosa
ansia per la nostra felicità ingrandisce, scompaiono, in
questo immenso sentimento di puro amore» (21 settembre
1 926). E così davvero per tutta la vita.
Chiuso e mal inconico, legge molto- classici e moder­
nissimi, saggi di critica, d'arte, di letteratura, di filosofia ­
ma si iscrive alla facoltà d i giurisprudenza, piuttosto che a
lettere, come ci s i sarebbe aspettato. La scelta i nd ica già
una cara tteristica che prevarrà nella sua vita : quella d i
preferire un'attività pratica, di a ttuazione immed ia ta, a l
lavoro culturale puro d a l quale fu comunque sempre a t­
tratto. Tutte le persone che lo conobbero bene ricordano
che rimpi angeva spesso di non avere approfond ito gli
studi umanistici e che, con civetteria, parlava volentieri
della propria ignoranza.
In uno dei quaderni dedicati a Nelia il diciannovenne
Bottai scrive, i l 30 settembre 1 914: «Occuparsi di politica,
specialmente di quella interna, minima, gretta, che si ri­
solve in una questione di parte, senza alcun reale giova­
mento de la società, è un rinunziare al proprio "io", è uno
schiacciarlo e scolorirlo, è un d iventare "gli altri" . E, di di­
ventare "gli altri" non ne vale la pena. Dunque non mi oc­
cuperò di politica » . Il proponimento dura poco, perché la
politica è per lui una passione istintiva e gli avvenimenti
sono tali da non !asciarlo indifferente: la Prima guerra
mondiale è già iniziata, e l'Italia deve ancora decidere se
parteciparvi e con chi.
Il 9 gennaio 1 9 1 5 (morirà lo stesso giorno, quaranta­
quattro anni dopo), pubblica il suo primo articolo, su «La
Terza Italia», rivista diretta a Piacenza da Giovanni Batti-
6 Giuseppe Bottai, fascista

sta Angioletti: «Tendere a l bene della Nazione non è far


questione d i repubblica o d i monarchia, di socialismo o d i
anarchia, è un migliorare noi, perché u n giorno possiamo
serenamente eleggerci la più consentanea forma di reggi­
mento politico» . Un netto agnosticismo, abbastanza fre­
quente in quel periodo tra i giovani della sua generazione:
occorre dunque rifarsi alla storia sociale e intellettuale
dell'inizio del Novecento per capire come nel ' 1 9 Bottai
abbia potuto «serenamente eleggersi» i l fascismo come
«la più consentanea forma di reggimento politico».
Molti giovani borghesi del primo quarto di secolo av­
vertivano un forte senso di frustrazione: nati e cresciuti
nella religione del Risorgimento, dell'astuzia cavouriana,
del re buono, si trovano ad assistere impotenti al trasfor­
mismo di Giolitti, sotto un re insignificante; educati al cul­
to dell'Alfieri, del Foscolo e di tutti gli altri - numerosissi­
mi - eroi italiani del passato, si aggrappano a Carducci, a
d'Annunzio, a chiunque offra qualcosa di d iverso dalle la­
mentevoli voci di Pascoli, Fogazzaro, Gozzano. Erano i
proclami aulici e retorici a far colpo su d i loro, piuttosto
che le lotte del Partito socialista o le questioni di «dovere
morale» proposte da C roce (il quale del resto si era già
mangiato gran parte del loro favore accusandoli di essere
malati di <<lue dannunziana» ) . Così otterrà molto succes­
so, tra i giovani come Bottai, il nazionalismo di Enrico
Corradini: dannunziano, imperialista, antisocialista e an­
tidemocratico, alla lotta di classe aveva sostituito la lotta
tra le nazioni e al culto del Risorgimento quello della pa­
tria. s
Come ben dice Luigi Salvatorelli in un'analisi che sem­
bra scritta i n trasparenza sull'a rticolo d i Bottai, a questi
ragazzi sembrava «di superare nel culto della patria così il
sentimentalismo romantico come l 'anarchlsmo libertario,
il materialismo socialista, il l ivellamento democratico » . 6
Alla giolittiana e b urocratizzata questione meridionale
opponevano i l più saporoso irredentismo, al lento parla­
mentarismo l'ideale garibaldino e risorgimentale di vita
Un figlio del secolo 7

militare, e, soprattutto, alla lotta d i classe la lotta fra le na­


zioni. Ce n'era abbastanza per buttarsi a corpo morto nel
«caldo bagno d i sangue» ed era anche pronta la futura
spina dorsale del fascismo.
Bottai respira, avverte, ascolta: vive, seppure non atti­
vamente, l'atmosfera del nazionalismo emergente e aspet­
ta solo una spinta per lanciarsi alla conquista epica d i
qualcosa, d i qualsiasi cosa. Lo rivela, forse senza render­
sene conto, in quel suo primo articolo: «Basta un grido per
commuoverci, una parola per eccitarci, un canto per in­
fiammare i l nostro entusiasmo. Tutto c i può persuadere:
la moderazione e la rivolta, la pace e la guerra» . È natura­
le quindi che, come molti a ltri, subito dopo questo scritto
e prima ancora che l'Italia entri in guerra, si arruoli volon­
tariamente. In un Pro memoria del '44 - i nedito e volto a
spiegare agli antifascisti le proprie scelte politiche - ana­
lizzerà così la decisione d i allora : «Tutto preso da ambi­
zioni e mire letterarie, egli non può concepire l'intervento
che a fianco della Francia, di cui conosce e sa la lingua, i l
pensiero e la storia dell'arte, i n ispecie quella cor: tempora­
nea e moderna dei movimenti d'avanguardia. E in nome
della cultura latina che egli si addestra a intervenire nella
guerra» .
N o n gli manca i l viatico r isorgimentale d e l l a madre,
che gli scrive: «Ti sostengano l'affetto di mamma e il pen­
siero per una patria più bella, più grande. Per una Patria
come la volevano e Mazzini e Garibaldi . . . Ed auguriamo­
ci che da questo confl itto europeo venga fuori la morte
dell' istinto di predominio». ? M a i augurio ebbe minore
fortuna.
Dopo un breve periodo di addestramento a Savona, fre­
quenta i l corso d i allievo ufficiale alla scuola militare d i
Parma, dove l o zio Alfredo l o presenta a l sindacalista ri­
voluzionario - ma interventista - Alceste De Ambris e gli
fa leggere i primi opuscoli politici e i primi numeri del
«Popolo d'Italia». Nominato sottotenente viene destinato
a Frosinone ma chiede d i essere mandato immediatamen-
8 Giuseppe Bottai, fascista

te al fronte: alla fine dell'agosto 1 91 5, non ancora venten­


ne, è sul Col di Lana. Passato fra i mitraglieri e inviato sul
Carso, combatte tutte le grandi battaglie fra l'autunno del
1 9 1 6 e la primavera del 1 91 7. È anche a Caporetto, con l a
IV armata, e partecipa alla difesa del Grappa, dove ripor­
ta un congelamento ai piedi .
Nel Pro memoria scriverà: «Solo dopo l a ritirata di Ca­
poretto, un certo interessamento politico prese a destarsi
in lui». Intanto chiede di essere trasferito nei battaglioni
d'assalto, negli «arditi», le truppe scelte alle quali veniva­
no affidate le azioni più rischiose. Assegnato al 27° repar­
to Fiamme Nere - pugnale, giubba aperta, fez -, arriva an­
che l'episodio da narrare a i nipoti: lo fanno prigioniero, s i
l ibera dopo tre ore con un cinematografico corpo a corpo,
riprende immediatamente a combattere e il giorno se­
guente viene ferito. Alla fine potrà tornare a Roma con i l
grado di tenente e una bella sfilza d i medaglie sul petto.
La guerra però ha dato ben altro che le medaglie al gio­
vane medi tabondo appena uscito dal liceo Tasso: sarà lui
stesso ad ammettere, in un'intervista, che quell'esperien­
za lo aveva reso « i rriconoscibile, tanto nel carattere,
nell'intelletto, nella coscienza profondamente mi mutò» .s
Ha preso coscienza di sé e del mondo, si è scoperto la ca­
pacità e il gusto di comandare: d'ora in poi cercherà sem­
p re d i stare fra coloro che d anno g l i ordini, spin to d a
un'ambizione prepotente, da un buon «fiuto» poli tico e
dalle ottime doti d i organizzatore d i cui darà prova in tut­
te le cariche ricoperte, con una precisa e ostinata volontà
di rifare, di inventare, di accettare poco di quanto trovava
già realizzato.
Nei mesi trascorsi nel 27° reparto, dunque, comincia a
interessarsi attivamente d i politica e d i giornalismo; fra
l'altro cerca anche, con il sottufficiale Eno Mecheri, di fon­
dare un periodico di guerra per ard iti, «Le Fiamme» . Me­
cheri aveva addiri ttura chiesto a Mussolini di poterlo
stampare nella tipografia del « Popolo d' Italia», e aveva
ottenuto il permesso d a l fu turo duce, ma la fine della
U11 figlio del secolo 9

guerra aveva bloccato l'iniziativa. Quarant'anni dopo Me­


cheri collaborerà a l l ' ultima rivista di Bottai, «abc». Nel
1 9 1 8 Bottai però non ha ancora capito qual è la sua strada
e si abbandona a un sogno giovanile: vuole essere poeta.
La Prima guerra mondiale fu piena di poeti su tutti i
fronti, ma in particolare sul nostro se ne sarebbe potuto
fare uno stato maggiore: Ungaretti, Rebora, Jahier. . . e an­
che i poeti semplici, al pari di Ungaretti, si sentono «Come
l d'autunno l sugli alberi l le foglie» . Bottai, che compo­
ne poesie dal ' 1 6 al '20, scrive versi di fattura raffinata do­
ve si avverte spesso il compiacimento e una certa civette­
ria linguistica e grammaticale: «Domani bisogna morire l
con chi l con chi debbo dire l queste mie strane parole l
d'una veggenza suprema l ch'àn quasi il candore l d'es­
sere ancora non n ate, l sicure l come dinanzi a lla mor­
te?» .9
Non sono le parole di un fanatico guerriero. Vi si coglie
piuttosto una notevole d ose di fatal ismo che spesso lo
porterà a non agire, a nche quando sarebbe il caso. Certo,
non si immagina il futuro studioso di economia, il concio­
natore di industriali, leggendo questo sdilinquito e tor­
tuoso poemetto in prosa, forzosamente teso al futurismo:
«Quando quaggiù si soffoca io salgo per una fune sottile
di zefiro che buca l'afa massiccia . Lassù mi perdo; . . . anse
cilestrine dove l'aria arriva con impeto rettilineo a curvili­
nearsi in giravolte stra mbe. Improvvisi ristagni, rigirìo
concentrico neghittoso, . . . spruzzi sgallettanti del libeccio
che ironizza sulle cose del cosmo, calmo bofonchiare dello
scirocco, nudità divina guizzante della tramontana scar­
migliata. Ritorno di lassù con fluida nostalgia» . IO In fondo
è un crepuscolare, come si capisce da una Alba del ' 1 7:
«S'aprono i monti l nella chiarità l in grandi respiri di ro­
sa; l freschi voli d'al e, in frullo l strisciano ghirigori d i
viola: l io porto tra l'agili dita l sbiancate d i rugiada l i n·

alto i l mio cuore, l dentro l'alba». 1 1


Riuscirà a pubblicare una raccolta d i poesie - Non c'è un
paese- solo nel '21 . Intanto aveva già abbracciato e abban-
10 Giuseppe Bottai, fascista

donato i l futurismo, d iventando un uomo politico e u n


giornalista di rilievo; s i dette d unque una vera e propria
zappata sui piedi per la smania di vedere pubblicata la
propria opera: se ne pentirà subito, cercando di «soffocar­
la», come poi ammetterà, ma senza riuscirei. Quando, nel
'26, il volume viene proposto in regalo agli abbonati della
rivista «L'eco della Riviera», sorte consueta per i libri che
giacciono invenduti nei magazzini, ecco tutti a dargli la
baia («ma sì, caro: l'hai trova to un paese, un paese che ti
ha eletto deputato. . . »).
Nel 1 9 1 8 un giovane poeta poteva facilmente essere al­
lettato dal futurismo, benché i l movimento fosse già in
crisi. Filippo Tommaso Marinetti definiva i futuristi «mi­
stici dell' azione», propugnava « l'eroismo quotidiano,
l'amore del pericolo, la violenza riabilitata come a rgo­
mento decisivo, la rel igione della velocità, l'avvento dei
giovani al potere contro lo spirito parlamentare, burocra­
tico, accademico e pessimista» . 1 2 In un discorso del ' 1 8 si
rivolse agli arditi come ai rappresentanti temerari e genia­
li della generazione che preparava il «grandissimo futuro
d'Italia» e agli «instancabili, i miracoli viventi di muscoli e
d i coraggio, i divini futuristi della nuova ltalia » . t 3 E ra
quasi inevitabile che Bottai, poeta, ardito, giovane, che già
nel ' 1 7 diceva a un amico in trincea «tornando rifacciamo
nuova tutta l'ltalia», 1 4 aderisse al movimento. Marinetti,
conosciuto al Caffè Aragno, lo presenta come «una nuova
forza geniale»: ben poco rispetto a l le caratteristiche che
doveva avere un futurista secondo u no dei leader della
corrente, Mario Carli: l) Vivace testa geniale con capelli
scomposti. 2) Occhi ardenti, fieri e ingenui che ignorano
l'ironia. 3) Bocca sensuale ed energica, pronta a baciare
con furore, a cantare con dolcezza e a comandare imperio­
samente. 4) Elasticità di muscoli asciutti, irradiati di fasci
di nervi ultrasensibili. 5) Cuore di dinamo, polmoni pneu­
matici, fegato di leopardo. 6) Gambe di scoiattolo per ar­
rampicarsi su tutte le cime e per scavalcare tutti gli abissi.
7) Eleganza sobria, virile, sportiva, che permette di corre-
U11 figlio del secolo 11

re, di lottare, d i svincolarsi, di danzare e di arringare una


folla. 1 s
C'era di che preoccuparsi a entrare i n un gruppo che ri­
chiedeva tali doti, ma Bottai ce la fece superando felice­
mente l'esame del fantasioso autore. Carli infatti ce lo de­
scrive così: « I l giovane a cui strinsi calorosamente la mano
era un tipico assaltatore come la nostra lirica stilizzazione
l ' h a sempre concepito: agile e snello come un lupa tto,
asciutto e vibrante come un bambù, pelle abbronzata dal
gran vento della battaglia, occhi dolci e fieri d'italiano ap­
passionato, non privo però di quella sottile piega ironica
agli angoli delle labbra che rivela l'intellettuale» .l6 Quella
«piega ironica», rifiutata dall'eptalogo, sarà il motivo del
distacco dal movimento: le stramberie futuriste contrasta­
no troppo con lo spirito razionale e pratico di Bottai. Ma­
rinetti stesso, avvoca to che definisce gli avvocati «mer­
canti d ' a rgomenti, cervelli prosti tuiti», convince poco
quel giovane che prosegue tenacemente i suoi studi giuri­
dici.
Anche dopo, ai tempi delle squadre, si distinguerà da­
gli altri per il contegno e l'aspetto. È pacato nel parlare e
veste con eleganza: orologio a l panciotto, colletto duro,
modi misurati. Slanciato, carnagione scura, occhi neri e
profondi, ha un'aria araba (che in seguito verrà definita
«ebrea» dai suoi nemici). I capelli neri pettinati all'indie­
tro, il naso prominente, il mento poco pronunciato confe­
riscono al suo volto un aspetto acuto che i caricaturisti ac­
centuano per i mprimergli una fisionomia d' «attacco», di
pignolo ricercatore di peli nell'uovo. D'altra parte, nella
Roma del primo dopoguerra, i l futurismo è l'unico movi­
mento che soddisfi la sua smania di fare. Così, sintetiz­
zando la duplice passione di ardito e di poeta, si inserisce
nella corrente. La sua partecipazione dura comunque solo
fino alla metà del 1 9 1 9 e si limita a qualche rumoroso ma
piccolo corteo e a qualche briosa scazzottata . Poi accadde
qualcosa.
II

LIBRI E MOSCHETTI

Il Fascismo è un patimento inef­


fabile che s i risolve in amore! l

« I l Fascismo nacque da un bisogno d'azione e fu azione:


non fu un partito ma nei primi d ue a nni antipartito . »
Queste parole d i Mussolini di certo piacquero al giovane
Bottai, che andava predicando ai coetanei di fuggire dalle
«carceri di un partito» . Per di più i due maggiori schiera­
menti politici del dopoguerra - i liberali-conservatori e i
socialisti - erano invisi ai giovani. I primi avevano la col­
pa di essere da troppo tempo al potere, di essere «noiosi»
e «squallidi», soprattutto per una generazione che si arro­
gava il diritto d i entrare nel Risorgimento con la propria
«quarta guerra d'ind ipendenza», terminata con una vitto­
ria che quei governanti non avevano saputo sfruttare nel­
le trattative di Parigi. Questo confuso miscuglio di senti­
menti e di i mpulsi è colto in una l ucida pagina di Italo
Balbo, classe 1 896: «Al ritorno ... lottare, combattere per ri­
tornare al paese di Giolitti che aveva fatto mercato di ogni
ideale . No. Meglio negare tutto, distruggere tutto, per tut­
to rinnovare dalle fondamenta. Molti a quell'epoca piega­
rono verso il nichilismo comunista. Era il programma ri­
voluzionario già pronto. È certo, secondo me, che, senza
Mussolini, i tre quarti della gioventù italiana reduce dalle
trincee sarebbero diventati bolscevichi: una rivoluzione a
qualunque costo!» .2
Ma che difetti aveva il « nichilismo comunista>>, ovvero
Libri e moschetti 13

i l Partito socialista, per essere rifiutato anche dai giovani


che sentivano fortemente i problemi sociali e del lavoro?
In primo luogo non perdonavano al rsu l'opposizione alla
guerra, poi l'ostilità verso i reduci. Per molti, compreso
Bottai, c'era qualcosa in più: «L'antipatia per il socia lismo
in genere, per il socialismo italiano in particolare, à delle
radici profonde, balzanti dall'istinto». Sono parole di Bot­
tai, che prosegue:
Siamo contro il socialismo perché idea generatrice di vigliacche­
ria. Della gente che riuscisse davvero ad attuare la d istribuzione
economica dello stato socialista, dovrebbe basarsi su un concetto d i
mutualità cooperativistica.
Cooperativa a mu tuo soccorso vuoi dire la sicurezza matematica
di non rimanere mai al verde, quindi abolita ogni situazione di lot­
ta, reso completamente inutile lo sviluppo e i l gusto del rischio.
Sparizione di coraggio.
Se ciò è immaginabile su piccola scala, perché gli effetti malefici
sarebbero ridotti così al minimo da essere cancellati dai vantaggi,
non si può pensare cosa sarebbe mai una nazione sottoposta a tale re­
gime, soppressa ogni d ifficoltà d i carriera, burocratizzata la conqui­
sta della vita, scomparso ogni pericolo, ogn i a nsia, ogni tensione.J

Gusto del rischio, coraggio, ansia, tensione . . . Bottai e


tanti altri vogliono continuare la guerra soprattutto sul
fronte interno. E i l fascismo - violento ed «eroico» - sembra
più adatto allo scopo di un socialismo parlamentarizzato o
assaltatore di fabbriche. Vi si aggiunga la più banale moti­
vazione classista: gran parte di quei giovani proviene dalla
piccola e media borghesia, che istintivamente prova repul­
sione per il socialismo. L'incontro con il fascismo era dun­
que inevitabile. Determinante fu inoltre il fascino di Mus­
solini: molti gerarchi, allora e in seguito, spiegarono d i
avere aderito al fascismo per il carisma del duce. E non si
trattava di piaggeria.
Anche Bottai si disse affascinato da Mussolini, fin dal
loro primo i ncontro avvenuto nell'aprile 1 9 1 9 grazie a l
giornalista Leonino da Zara: «Una vitalità non contenuta
che imprimeva a i suoi gesti più semplici e ordinari . . .
un'ampiezza smisurata».4 E poi: «M'incontrai con Musso-
14 Giuseppe Bottai, fascista

lini, la mia vita fu decisa con quella d i una intera genera­


zione».s Non era soltanto un cieco innamoramento verso
Mussolini: il movimento e il suo capo avevano progetti
così ambiziosi da poter contenere di tutto, compreso il na­
zionalismo idealista e sociale di Bottai. Il fascismo rispon­
deva appieno alla sua voglia d i fermare il «bolscevismo»,
di mettere da parte la «decrepita borghesia» dominante,
di salire ai gradi più alti di ogni scala, di rifare tutto da ca­
po e principalmente lo stato. Per di più, a differenza di
tanti altri movimenti dai nomi fascinosi e roboanti che
sorgevano in quei giorni, come il «Fascio di difesa patriot­
tica», l'« Unione nazionale antibolscevica», la «Lega della
gioventù latina», i Fasci di combattimento avevano un ca­
po deciso, duro, e disponevano di un grande giornale e di
risorse economiche.
Solo a questo punto Bottai entra a ttivamente nella vita
politica: «Non possiamo rinunciare alla politica. Essa è il
nostro dovere, il nostro pane cotidiano».6 Rivede Musso­
lini a Roma, per alcuni giorni va a prenderlo in a lbergo,
passeggiano assieme e cominciano a darsi del tu. I suoi
sentimenti verso Mussolini, mutevoli con il passare degli
anni, saranno sempre fondati su una base costante d i
amore continuamente deluso, una sensazione sintetizzata
nella definizione del d uce che Bottai scrisse nel dopo­
guerra: «Una centrale elettrica che accende una sola lam­
padina».? Fin dall'inizìo, dunque, ebbe un atteggiamento
critico e circospetto verso il partito e il suo capo ma il «fa­
scino» del duce fu per lui importantissimo.s
Alla riunione milanese d i piazza San Sepolcro dove
nacquero i fasci, il 23 marzo 1 9 1 9, l'unico futurista presen­
te fu Mario Carli: durante il ventennio si dirà che gli altri
non avevano denaro sufficiente per il viaggio,9 ma è più
credibile che abbiano snobbato l'incontro ritenendolo d i
scarsa importanza. Due settimane più tardi, però, « Roma
futurista» annuncia la fondazione del Fascio di combatti­
mento di Roma d ichiarando che i futuristi aderiscono a l
fascismo benché i postulati dettati da Mussolini non ab-
Libri e moschetti 15

biano tutti carattere futurista. Per esempio, l'età minima


per l'eleggibilità a deputato avrebbe dovuto essere di ven­
tun anni, non di venticinque.
L'interesse di Bottai per le tematiche d'arte futuriste era
già scarsissimo, ma un mese dopo la creazione del fascio
romano comincia la valanga dei suoi articoli politici sui
giornali futuristi, dopo essere stato pregato invano per sei
mesi di scrivere qualcosa.J O Il titolo (Sopprimi amo le an ime
neutre) e la conclusione del suo primo intervento su «Ro­
ma futurista» dimostrano che a smuovere il fino ad allora
restio collaboratore non furono le insistenze degli amici:
«Noi vogliamo che la passione politica, la quale ora si ro­
vescia schiumante di ira e di odio sul nostro Paese, si ab­
barbichi nelle carni e nei nervi di tutti, nessuno escluso:
non vogliamo evirati».
I futuristi d isponevano di riviste e giornali che, per
quanto a bassa tiratura, permettevano a chi vi scriveva di
farsi conoscere nell'ambito politico; si pubblicavano a Ro­
ma, a Milano, a Bologna, a Trieste e si chiamavano «l ne­
mici d'Italia», «L'Assalto», «Testa di ferro», «Roma futuri­
s t a » , « L' A rd i t o » . B o t t a i c o ll a bora a t u t ti , i n v i a n d o
numerosi articoli dallo stile più ampolloso che futurista:
auspica la nascita di una nuova sensibilità politica negli
ex combattenti; inveisce contro il partito socialista e il so­
cialismo; invoca la rivoluzione (« È ora di farla finita, per­
dio!»).ll Afferma che la borghesia è morta e il proletariato
moribondo; osteggia l'istituto monarchico; chiede l'arre­
sto di «molta gente grossa»,1 2 che si è arricchita con la
guerra e continua ad arricchirsi con il dopoguerra; racco­
glie il decrepito e sempre valido grido di «bisogna fare gli
italiani» propugnando vaghe idee di collaborazione na­
zionale; si scaglia contro giornalisti avversi, parlamentari,
ministri, cercando anche di creare un suo personale slo­
gan - «Nitti lo scemo»-1 3 che non ebbe lo stesso successo
ottenuto da «Cagoia» e «Tentenna». Si dichiara infine
espansionista e colonialista, perché il popolo italiano - 38
milioni di persone, sparse su un territorio più vasto
16 Giuseppe Bottai, fascista

dell'attuale - «vive ormai a contatto di gomito, pigiato


come le acciughe».l4
Erano polemiche che battevano sempre sui luoghi co­
muni dell'arditismo e del primo fascismo, e che rimane­
vano nel circolo chiuso della critica distruttiva, priva d i
qualsiasi proposta alternativa ben strutturata. Nessuno
del gruppo ovviamente gliene fa una colpa, anzi: Bottai
viene subito notato e apprezzato per la lucidità e l' origi­
nalità degli spunti polemici, delle frecciate sarcastiche che
tira in ogni direzione grazie a uno spigliato spirito goliar­
dico (che però andrà scemando di articolo in articolo). So­
prattutto piace per la sua cultura, che non perde occasione
di sfoggiare con citazioni ricercate.
Questa a ttività lo porta al vertice della gerarchia fascista
laziale, composta quasi per intero da firme del giornalismo
futurista. Bottai, Mario Carli, Enrico Rocca, Guido Calderi­
ni, Giovanni Giuriati, Alberto Businelli, Umberto Fabbri,
Gaetano Polverelli formarono, con pochi altri, una specie
di direttorio per la costituzione e la direzione del fascio ro­
mano. Quando si era tentato di fondarlo e di stabilirne il
programma in una democratica assemblea, il 1 0 aprile
1 9 1 9, la riunione era divenuta un assembramento vociante
e rissoso perché i convenuti avevano in comune solo il fatto
di essere tutti ex arditi. Per il resto erano di tendenze politi­
che disparatissime - sindacalisti e liberali, repubblicani e
nazionalisti - e, venendo meno il comune denominatore di
interventisti e combattenti, finivano per riprodurre i con­
trasti d'anteguerra. Benché gli avvisi apparsi sui quotidia­
ni avessero annunciato chiaramente che nel corso della riu­
nione doveva essere discusso e sviluppato il programma
di Milano, ciascuno approfittò dell'occasione per sfogare
vecchi rancori e per tirare acqua al mulino della repubblica
più o meno sociale oppure, a ll'opposto, dell'imperialismo
più o meno monarchico. In questa confusione fu naturale
che i giovani leoni futuristi prevalessero. Qualche giorno
più tardi, anticipando i metodi del ventennio, decisero per
tutti l'adesione incondizionata ai Fasci di combattimento.
Libri e moschetti 17

Intanto Mario Carli, capitano non ancora i n congedo,


era stato confinato a Cremona a causa di una sua pesantis­
sima polemica contro l'andamento dei negoziati di Ver­
sailles. Poeta, romanziere, creatore e presidente dell' «As­
socia zione fra gli Arditi d ' Italia» (forte di 20.000 iscritti,
3000 in più di quanti ne avessero all'epoca i Fasci di com­
battimento) Carli era anche fondatore e condirettore d i
«Roma futurista» e capo ind iscusso dei futuristi della ca­
pitale. Il provvedimento di confino e un successivo arre­
sto in settembre, per un articolo contro l'amnistia appena
concessa ai disertori, lo tagliarono fuori dalla vita politica.
Bottai assume dunque la presidenza dell'associazione de­
gli arditi e, con Rocca e Calderini, la direzione di «Roma
futurista », diventando la personalità più in vista del futu­
rismo romano.
Senza Carli però acquistano peso nel fascio di Roma
personaggi assai meno im pegnati culturalmente: Gino
Calza-Bini, Vico Pellizzari e Giovanni Vasell i, per non par­
lare dei gregari. Il 4 ottobre 1 9 1 9 Bottai fa una divertente
annotazione su un suo Quaderno: «Una seduta dei Fasci d i
combattimento. Si getta una formula programmatica per
la scuola. Si alza un tale e domanda che si aggiunga un
comma per l' istruzione morale. È un razzo. Si accende
una d isputa accanita i ntorno all'istruzione morale; due
campi, i fautori e i contrari. La sala è in subbuglio. La d i­
scussione si eccita a l parossismo. Domando la parola.
Chiedo che qualcuno mi spieghi cosa intende per morale
e per istruzione morale. Silenzio. Nessuno sa cosa sia la
morale. Dubito molto che questa gente arrivi alla foglia di
fico».
Il nuovo gruppo dirigente romano decide, per le elezio­
ni politiche del novembre 1 9 1 9, l'adesione del fascio alla
lista costituita dai liberali, dai nazionalisti, dagli arditi e
dai volontari d i guerra. I futuristi non sono d'accordo, e
Bottai dichiara di accettare solo per senso di d isciplina;
ma il giorno stesso delle elezioni accusa i nazionalisti d i
avere «rifiutato tutto ciò che nel Fascio v'era di nuovo per
18 Giuseppe Bottai, fascista

imporre al Fascio tutto quanto avevano loro d i vecchio»,


ne dileggia le «malinconie da vecchie zitelle» e annuncia
che voterà per i repubblicani. 1 5 (Quattro anni dopo defi­
nirà «una irrinunciabile necessità» l'entrata dei nazionali­
sti nel PN F, benché i nazionalisti non fossero cambiati ri­
spetto al ' l9. Neppure i fascisti erano cambiati, ma erano
tanti, e i ras locali si comportavano con arroganza e vio­
lenza contro lo stesso potere centrale fascista . Bottai nel
'23 troverà opportuno che i nazionalisti portino nel fasci­
smo quel freno e quella ponderatezza che nel ' 1 9 avrebbe­
ro invece «nuociuto» a un fascismo che rimediava alla po­
chezza numerica con la furia estremistica. ) Le polemiche
furono rese superflue dal risultato del voto: uno strepito­
so successo socia lista e una sorprendente affermazione
dei popolari, contro i l crollo dei partiti conservatori e il
tonfo dei 4795 voti ottenuti da Mussolini.
A questa delusione, per Bottai, si aggiungeva la fred­
dezza con cui la maggior parte dei fascisti trattava il grup­
po futurista, soprattutto da quando - nel primo congresso
dei fasci, a Firenze - Marinetti aveva proposto lo «svatica­
namento d ' I talia» e l'espulsione del papa da Roma. Bottai
si rende conto che è impossibile continuare a fare politica
da futurista e trova il modo di liberarsi senza rinunciare
alla direzione di «Roma futurista» : mantiene come condi­
rettore Enrico Rocca - suo amico e raffinato intellettuale,
assai più interessato alla critica letteraria che alle faccende
dello stato - e sostituisce Guido Calderini, un giornalista
politico, con due pittori, Giacomo Balla e Gino Galli. Nel
primo numero del 1 920, poi, annuncia che chiuderà « i l
monotono e d abbruten te rubinetto d i articoli politici» .
Non sono passati otto mesi d a quando, sulla stessa rivista,
scriveva di volere che «la passione politica si abbarbichi
nella carne e nei nervi di tutti » .
Due mesi più tardi, s i dimette con u n a lettera a Marinet­
ti: «Nuove necessità e nuovi orientamenti della mia vita mi
obbligano a lasciare la direzione ... » . Adesso può rinunciare
a «Roma futurista» perché finalmente è riuscito a fondare
Libri e moschetti 19

quel giornale cui già pensava in trincea, «Le Fiamme», che


coiTt incia a uscire in primavera come foglio di «politica e
cultura» . Si fecero mille illazioni sul finanziatore (Mussoli­
ni o, all'opposto, i giolittiani?) e si immaginarono oscure e
sottili trame. In realtà i soldi li aveva messi un semplice
commerciante di baccalà, Alvaro Marinelli, amico di Bot­
tai. 16 I l giornale ebbe vita breve, ma Bottai era riuscito a l i­
berarsi dal futurismo, anche se la rottura pubblica avvenne
soltanto nell'agosto 1 920, ufficialn1ente per un articolo di
Marinetti osannante « l' individualismo anarchico, meta e
sogno d'ogni spirito forte». 1 7
Pochi mesi dopo, davanti a una platea in cui siede lo
stesso Marinetti, Bottai dichiara che la «religione del Pro­
gresso» futurista è «la più mostruosa delle religioni», che
«nel mondo fragoroso di officine e fumante di ciminiere,
l 'uomo risolleva l a sua anima nel mistero infinito dell'uni­
verso»; il futurismo, dice, era stato indispensabile all'evo­
luzione della letteratura italiana, ma lo paragona al baroc­
co e ripete che non soddisfa più le necessità del suo spirito
né quelle dei tempi, essendo «in completo, assoluto, irri­
mediabile contrasto con l' Italia balzata fuori dalla trin­
cea » . 1 8 Bottai poteva permettersi simili giudizi perché ­
proprio dopo il distacco da «Roma futurista», fra il mag­
gio e il luglio 1 920 - era diventato il più in vista tra i fasci­
sti romani.
Il primo successo arrivò i l 24 maggio, pochi giorni dopo
l 'insediamento del terzo ministero Nitti: durante w1a ma­
nifestazione studentesca per la Dalmazia ci furono cinque
morti, molti feriti e numerosissimi partecipanti furono ar­
restati, tra i quali Bottai che ebbe così l'onore di un arresto
da parte di «Cagoia » : un «martirio» che nel ventennio
darà lo stesso prestigio d i una medaglia al valore. Appena
rilasciato pronunciò un discorso traboccante di italianità e
di propositi rivoluzionari che i nfiammò soprattutto gli
studenti. Subito dopo viene chiamato nel direttorio del fa­
scio romano con Vaselli, Calza-Bini e Pellizzari.
A metà del 1 920 trova e gioca la carta vincente: è lui a
20 Giuseppe Bottai, fascista

creare le prime squadre romane di picchiatori: un'ottanti­


na di uomini che, persino nel periodo del massimo «splen­
dore», prima della marcia su Roma, non diverranno più di
duecentocinquanta, più o meno quanti ne contava lo squa­
drismo nella provincia di La Spezia. Sono pochi ma basta­
no ad assicurargli un predominio, se non riconosciuto, al­
meno di fatto, sugli altri componenti del direttorio. Come
Farinacci a Cremona, Balbo a Ferrara, Grandi a Bologna,
anche a Roma il «padrone» delle squadre diventa il capo
del fascismo locale.
L'assenza d i industrie e la scarsità di lavoratori agricoli,
lo spirito stesso della città e dei suoi abitanti non consenti­
vano gran d i manifestazioni di forza : a Roma si ebbero
scontri importanti solo quando vi si svolsero avvenimenti
di interesse nazionale, come la tumulazione della salma di
E nrico Toti e il congresso di fondazione del Partito fasci­
sta. Per il resto, ord inaria amministrazione, compresa
l'immancabile d istruzione della sede dell' «Avanti ! » . An­
che nella prov incia, come ammettono con rammarico le
stesse fonti fasciste, non c'era un'opposizione organizzata
«ma piuttosto il fascismo aveva incontrato indifferenza ed
ostilità » . J9 Però gli squadristi romani fecero le loro spedi­
zioni specialmente a Viterbo, Civitavecchia, Tivoli, Terra­
cina . Bottai partecipò a ognuna, e senza scrupoli, benché
non fosse un amante dei metodi forti. I l 25 ottobre 1 920
aveva spiegato così, in una pagina di Quaderno, la neces­
sità di «abbandonarsi tutti alla logica della violenza» :
L' om icidio poli tico è sempre u n deli tto, sia fatto i n nome della
patria che i n quello d el l ' i n ternazionale, d i fronte a l codice pena le.
Q u i n d i d i re al governo: « a m ico, noi siamo a ssocia ti i n n o m e
dell'autoriti'l - i l nostro d isord i n e mira a l l ' ord ine - » è ridicolo.
II governo il una logica sua ferrea cui non può derogare: la bom­
ba dell'ard i to non può a vere per lui un valore ideale superiore a l
col tello d ' u n a narchico.
Ma n l lora ?
A l lora c'è u n a sola via: abbandonars i tu tti a l l a logica d el l a vio­
lenzn : spa m re con t ro gli agenti dell'ord ine: non deprecare le v io­
lenze dell' avversario.
Libri e IIIOSChetti 21

Si comportò di conseguenza, ma appena gli sarà possi­


bile rinuncerà volentieri alla forza che gli veniva dalla d i­
rezione delle squadre. Lo potrà presto: se il '21 fu l'anno
del grande successo del fascismo, fu anche l'anno dell'af­
fermazione personale di Bottai.
!1 4 gennaio 1 92 1 «Il Tempo» di Roma (quotidiano libe­
rale dalla breve vita, 1 9 1 7-22) denunciò un complotto fa­
scista per uccidere Giolitti: sarebbe stato organizzato
dall'ingegner Sinigaglia, presidente della Lega d i tutela
italiana all'estero, dal maggiore Parisi, imparentato a i
proprietari della Banca di Sconto, dall'onorevole Tafani,
l iberale, dai generali Luigi Capello e Gaetano Giardino, e
da Bottai, che avrebbe pure fatto parte del «comitato ese­
cutivo» . La rivelazione non dette brividi a nessuno: noti­
zie simili si leggevano spesso, erano fondate su niente e
infatti anche stavolta non c'era stato nessun complotto.
Gli stessi «congiurati», neppure messi sotto inchiesta dal­
la polizia, si l imitano a una smentita a mezzo agenzia di
stampa. Solo Bottai si scalda e approfitta dell'occasione
per occupare, con una lunga lettera a Mussolini, buona
parte della prima pagina del «Popolo d'ltalia».2o Ribatte
con ironia le accuse del «Tempo», racconta che il questore
in persona da un po' montava la notizia del complotto fa­
cendolo pedinare e avvertendo i genitori che il figlio «si
sta per rovinare». La faccenda si sgonfia rapidamente, ma
Bottai è riuscito a cavarne un prezioso elogio di Mussoli­
ni, nel trafiletto d'introduzione alla sua lettera. Dopo po­
chi giorni sul «Popolo d'Italia» cominciano a uscire con
regolarità articoli di Bottai, che diventa anche corrispon­
dente da Roma.
Mussolini, oltre alla finezza e all'incisività dei suoi in­
terventi, apprezzava la chiosa che Bottai esercitava sulle
finalità e sui metodi del fascismo, mentre altri suoi coll a­
boratori per lo più si limitavano a sterili polemiche o a un
«vincere ! » an t e lit t eram . Se lo cova dunque come una
chioccia; sul «Popolo d'Italia» del 15 febbraio scrive: «Ho
ricevuto molte attestazioni di solidarietà per i l mio discor-
22 Giuseppe Bottai, fnscistn

so pronunciato a Trieste in tema di politica estera. Ringra­


zio e non pubblico, facendo una sola eccezione per questa
cartolina di Bottai, perché ho molta stima del suo ingegno
e perché credo di vedere in lui uno dei giovani "ricostrut­
tori" più intimamente sulla linea del pensiero e dell'azio­
ne fascista» . Sulla cartolina c'erano poche frasi, banali, di
elogio alle parole «frementi d' ideale» del duce. Niente che
giustificasse un simile tra ttamento di favore: Mussolini
aveva voluto dare rilievo a Bottai perché «in timamente
sulla linea del pensiero e dell'azione fascista» .
Era vero: i l fascismo del ' 2 1 f u ideologicamente tanto
confuso che bastava non trovarsi in diretto contrasto con
Mussolini. Non sorprende quindi che Bottai sia stato il
primo dei fascisti nella lista elettorale del «blocco» com­
posto a Roma da candidati l iberali e conservatori. In se­
guito amerà dire di essere stato sorpreso dalla designazio­
ne, ma la verità è un'altra . Quando i fascisti roma n i si
riunirono (in una scuola per parrucchieri) per designare i
loro candidati, offrirono u n posto in lista a tutti i capi fa­
scisti: Calza-Bini e Polverelli - in omaggio al d isprezzo fa­
scista per il suffragio universale e il parlamentarismo - ri­
fiutarono con enfasi. Bottai invece accettò la candidatura
sostenendo che i l fascismo poteva benissimo andare i n
Parlamento: i s u o i nemici romani ricorderanno questo
episodio come la prima d imostrazione di tradimento e di
opportunismo d a ta da uno degli uomini del 25 luglio
1 943.
Si impegna molto nella campagna elettorale e v iene
eletto con 99.819 voti, facendo perdere il seggio al deputa­
to liberale Baccelli. Aveva fondato personalmente decine
di fasci in tutto il Lazio, quindi tenne la maggior parte dei
suoi discorsi in provincia, di preferenza nelle zone più
sfavorevoli (a Viterbo, roccaforte socialista, per due volte
un suo comizio si trasformò in rissa) e in campagna: a Ro­
ma infatti le influenze degli alleati-antagonisti del «bloc­
co» erano insuperabili. Deposti la toga e il lauro e sceso
tra i contadini non smette di ripetere il programma del ' 1 9
Libri e moschetti 23

( <�la terra ai contadini» ecc.) che, solo ufficialmente, era


ancora il programma del fascismo. Dirà poi: «Imperniai l a
m i a propaganda s u questo concetto centrale: essere i l pro­
blema della rigenerazione d'Italia, prima ancora che pro­
blema di rigenerazione politica, sociale ed economica,
problema di rigenerazione morale» . 21 Ma vinse soprattut­
to con i voti dei contadini, ai quali è facile che la «rigene­
razione» importasse assai meno delle terre promesse e del
ritorno a un ordine autoritario accettato per secoli di do­
minazione papalina.
Comunque ce l'ha fatta: è uno dei più giovani deputati
d'Italia. Ex ardito e intellettuale, viene portato dai fascisti
come una bandiera: l'Associazione nazionale mutilati e
invalidi di guerra, la stessa estate, lo sceglie per mandarlo
negli Stati Uniti a raccogliere fondi con una serie di confe­
renze. Ebbe molto successo, e in una manifattura di tabac­
chi newyorkese parlò al medesimo uditorio con Pietro Ba­
doglio.
In Italia, invece, prima d i partire aveva dovuto affronta­
re la polemica sulla monarchia. Mussolini aveva confer­
mato la tendenza repubblicana del fascismo sostenendo
che i suoi deputati non avrebbero ascoltato il discorso del­
la Corona d urante la seduta d'apertura della Camera: una
delle sempre meno frequenti occasioni in cui Mussolini ri­
cordava il suo passato socialista. La dichiarazione suscita
scalpore, perché tutti aspettavano di vedere quale sarebbe
stato l'atteggiamento del fascismo ora che era giunto in
Parlamento. Molti giornali sostengono che la maggioran­
za dei neodeputati fascisti non potrà mostrarsi ostile alla
monarchia, visto che di fronte agli elettori si è professata
monarchica: fanno in particolare il nome di Bottat che sa­
rebbe stato «sorpreso» dalle d ichiarazioni di Mussolini.
(Non era vero: fra l'altro un manifesto del fascio romano ­
firmato poco prima d a Bottai, Polverelli e Calza-Bini ­
prospettava l a repubblica come «il degno coronamento
della necessaria preparazione di popolo e di d irigenti».)
Mussolini strepita, dice che sul suo giornale «re non è mai
24 Giuseppe Bottai, fascista

stato scritto con la "r" maiuscola» e polemizza indiretta­


mente con Bottai, che il 27 maggio gli spedisce un tele­
gramma per riaffermare «l'immutabile fede» nelle sue di­
rettive. Il giorno dopo Bottai invia una lettera dove
dichiara che secondo lui Vittorio Emanuele III «non saprà
mai, per incapacità di indole, essere un re» e che il fasci­
smo «non può e non potrà mai piegarsi, nei suoi rappre­
sentanti più puri, a rendere omaggio a chi, complice un
ministro indegno, amnistiò i disertori e si prepara a chia­
mare al Governo i sabotatori della vittoria e del Paese»;
invita a dimettersi «le caste vestal i di questa povera mo­
narchia», ovvero i deputati fascisti filomonarchici, e pro­
mette che sarà ancora più chiaro nella prima riunione del
gruppo parlamenta re:22 dove infatti farà più chiasso d�
tutti. Però, sotto l a violenza verbale della sua lettera, c'è
un compromesso: il re viene attaccato duramente, ma non
si dice una parola contro l'istituto monarchico. Un atteg­
giamento da prudente uomo politico che, per il resto della
vita, dopo i l '22, non pronuncerà più una parola contro il
re: dopo la Seconda guerra mondiale Bottai andrà per due
volte a visitare Umberto I I, in esilio, e il Partito monarchi­
co lo inviterà a candidarsi nelle sue l iste.
Il suo atteggiamento verso la monarchia, fino a l '22, ser­
ve anche a capire quanto Bottai in seguito - nonostante le
frequenti critiche rivolte al regime, coraggiose e anti­
conformiste - finisse per adeguarsi alle direttive politiche
superiori. Nel l 9 1 8-19, fedele all'educazione paterna, è de­
cisamente repubblicano: Alfredo Misuri - fascista poi di­
venuto avversario del regime - riferisce che il futurista Bot­
tai chiamava il re «cittadino Savoia» e che sputava quando
vedeva passare la carrozza reale.23 Sono affermazioni da
prendersi con le molle, per la scarsa attendibilità della fon­
te24 e perché, se la prima rispecchia l 'amore per le citazioni
storiche di Bottai, la seconda è in evidente contrasto con lo
stile freddo e controllato di un uomo che perdeva di rado i l
senso della misura e del ridicolo. Comunque, prima del '22
è senz' altro an timonarchico: «La monarchia si fra p pone fra
Libri e moschetti 25

noi e la grandezza d'Italia, per forza d'inerzia, per vec­


chiaia decrepita . . . »;2s «Non è che la repubblica, ad esempio,
sia migliore della monarchia, ammettiamolo. Ma la repub­
blica può darmi una maggiore esplicazione di vitalità, d i
ri'cchezza, d i civiltà » . 26 Nel 1 958 definirà la monarchia co­
me «uno dei pilastri della tradizione nazionale» :27 il delu­
so, anziano Bottai si a ttacca a quella stessa tradizione con­
tro la quale si era scagliato in gioventù. Questo non esclude
che nell'intimo sia sempre stato un repubblicano e che ab­
bia amato per tutta la vita Mazzini, inducendo anche Mus­
solini a leggerlo. 2s
11 2 giugno 1 921 si tiene al teatro Lirico di Milano la pri­
ma riunione del gruppo parlamentare fascista, che dovrà
decidere se ascoltare o meno il discorso della Corona .
Fuori dal teatro fanno l a ronda squadristi armati d i tutto
punto, a l l' interno il pubblico vocia e getta monetine a i
neodeputati filomonarchici gridando «Venduti! Vendu­
ti! ». I trentaquattro partecipanti, oltre a Mussolini, si divi­
dono in repubblicani, monarchici e «agnostici», in genere
repubblicaneggianti per istinto modernistico ma consci di
essere stati eletti per lo più con voti filomonarchici. Bottai
dichiara che non si può mantenere per tutta la vita l'agno­
sticismo, che è assurdo «andare avanti con gli occhiali af­
fumicati». Poi si rivolge direttamente a Coda, eletto a Ge­
nova, che aveva parlato a favore dell'agnosticismo: non
esiste soltanto il Parlamento ma anche la nazione, dice. La
risposta di Coda è volgarissima e Bottai gli si scaraventa
addosso, lo bloccano in quattro, si divincola, cadono delle
sedie, il pubblico grida «Dagli! Dagli! » . Quando torna la
calma Bottai, che non aveva dato un grande esempio d i
educazione a l dibattito politico, conclude: «Se è vero che
noi parlamentari dobbiamo discutere solo questioni prati­
che è anche vero che dobbiamo pensare al Paese e dobbia­
mo educarlo. Vogliamo educarlo repubblicanamente o
monarchicamente? Io affermo che esso si deve orientare
verso forme più libere e più moderne di reggimento». An­
nuncia che non presenzierà al discorso della Corona e ter-
26 Giuseppe Bottai, fnscistn

mina il suo intervento con una frase che oggi pare profeti­
ca: « È necessario che noi ci conosciamo apertamente per­
ché coi sottintesi non si farà mai nulla » . Ma l'ordine del
giorno presentato dal d uce contro la partecipazione viene
boccia to con d iciotto voti contrari, quindici favorevoli e
un astenuto.29
Cinque mesi dopo Mussolini fa un altro passo verso il
potere dichiarando di rinunciare alla tendenza repubbli­
cana e di passare tra gli agnostici. Da quel momento Bot­
tai preferirà mantenere un prudente equilibrio: resta re­
pubbl icano, ma ai primi d i settembre dichiara che «la
monarchia ha ancora una funzione». Nel discorso di Udi­
ne del 20 settembre 1 922 Mussolini, poi, fa capire di avere
messo da parte l' idea repubblicana e neppure un mese
dopo Bottai sostiene che bisogna ovviare alla «disunità
morale del nostro popolo» e che «ogni moto unitario è,
per sua natura, monarchico»: «Noi riteniamo che l a mo­
narchia, ossia il governo d'un solo, in cui il diritto pure si
amalgami a quel tanto di forza superiore senza cui sareb­
be formula vana, sia il n aturale reggimento politico del po­
polo italiano, così come oggi questo ci si presenta. Di ciò il
fascismo à avuta, sempre, un'esatta intuizione perché an­
che la sua tendenzialità repubblicana era tendenza verso
una più potente, salda e concentrata unità dello Stato» .3o
Si tratta di u n allineamento alle necessità politiche e alla
volontà di Mussolini, ma la definizione «monarchia, ossia
governo d'un solo» fa pensare che « l'un solo» non debba
essere necessariamente un re ma anche, per esempio, un
d uce. Una volta arrivati al «governo d'un solo» Bottai non
avrà più niente contro la monarchia.

Dopo le polemiche siede in Parlamento e ci sta tranquil­


lo, senza grandi d iscorsi, monopolizzati da Mussolini, e
senza grandi scalmane, quasi a ltrettanto monopolizzate
da Farinacci, anche se il solito Carli tramanda che Bottai
appartenne «a quel manipolo di audaci che portò nell'as­
semblea imbelle lo stile e l'ardimento e . . . sputò genuina-
Libri e moschetti 27

mente il suo salivare disgusto sulla faccia di tutti i nemici


della Patria».31 Tutt'altro: spesso si siede vicino ai vecchi
l iberali, per esempio Giolitti, e con loro parla a lungo;
inoltre fa parte della commissione per la politica estera e
coloniale. Ma a più di un anno dalle elezioni - un anno d i
dibattiti sull'argomento - verrà defenestrato dalla Came­
ra per non raggiunti l imiti di età insieme a Farinacci,
Grandi e al repubblicano Bergamo. La lunga dia triba fece
sensazione e i giornali umoristici raffigurarono i tre fasci­
sti come poppanti lacrimosi in braccio alla balia-Monteci­
torio che ora li allattava, ora li respingeva . Un'eco della
polemica si trova anche in una dedica che Orlando scrisse
su un libro a Bottai, «minorenne che crescerà» e «discepo­
lo carissimo». Il provvedimento era perfettamente legale
ma i fascisti vollero atteggiarsi a perseguitati: Farinacci da
allora parlò d i Montecitorio come di un «troiaio», mentre
Grandi irrideva alla «congrega social-popolare» .32 Anche
Bottai (che avrà tempo di sfogarsi nella Camera fascista
sedendovi per vent'anni) protesta un po', ma non se la
prende troppo: sa che il futuro della nazione si sta deci­
dendo fuori dal Parlamento.
Mussolini nel frattempo ha capito che non arriverà mai
a l potere con la sola azione squadrista e che è impensabile
sterminare due milioni di socialisti « cronicizzando» l a
guerra civile: molto meglio rassicurare l a borghesia, or­
mai spaventata dalla violenza degli scontri. Inventa così il
«patto di pacificazione» con i socialisti, di cui Bottai è uno
dei più accaniti sostenitori. I l 1 3 luglio 1 921 scrive a Nelia,
da Milano: « Ieri i l convegno s'è protra tto fino a tard i :
Mussolini ed i o abbiamo sostenuta una battaglia di tre ore
contro il fascismo facinoroso e abbiamo ottenuto il trionfo
della nostra tesi: non un trattato di pace tra socialisti e fa­
scisti, trattato che per forza di cose e malvolere di uomini
sarebbe destinato a rimanere lettera morta, ma un'effetti­
va volontà dell'avversario, di disciplinare la nostra forza,
rendendola generosa, avveduta e serena. Natur almente
tradurre tutto in atto sarà lento e faticoso: ma ci arrivere-
28 Giuseppe Bottai, fascista

mo». Ma il 1 9 settembre, da New York, prega Nelia (che


sposerà in d icembre) di far sapere «che non accetterò mai
una qualsiasi forma socialista d i governo, che sarò ineso­
rabilmente antisocialista, anche se i miei capi e compagni
di ieri curvassero la testa» .
Il patto - che avrebbe dovuto dare al duce u n margine
più ampio di manovra politica e spezzare sul nascere la
possibile coalizione antifascista degli altri partiti - venne
firmato in agosto e indica to come l'atto di nascita di un
nuovo fascismo, più consono alla tranquilla borghesia ita­
liana. Però in novembre fu annulla to per la reazione della
destra fascista, che mise in forse lo stesso potere di Mus­
solini. Al congresso dei fasci iniziato a Roma il 7 novem­
bre, Mussolini riuscì tuttavia a ottenere la trasformazione
del movimento in Partito nazionale fascista: inquadrando
più rigidamente gli ex Fasci di combattimento, avrebbe
rafforzato il suo ruolo di capo, anzi di duce. Bottai fu fa­
vorevolissimo alla nascita di quel partito che in seguito,
burocratizzato e chiuso al dialogo interno, indicherà come
uno dei principali mali del regime: ma nel 1 921 pensava
che il PNF avrebbe imposto «l'unità delle varie correnti af­
fluite nel movimento» .33
Nell'estate del 1 922 il PNF ha quasi 400.000 iscritti, ripar­
titi in 2000 fasci, è guardato senza diffidenza dalla classe
dirigente e con aperta simpatia dall'esercito. In un'Italia
stanca, economicamente disastrata, con una maggioranza
parlamentare evanescente, governi sempre in crisi, sciope­
ri a catena, Mussolini si prepara a far scattare la trappola,
laboriosa e complicata, con la quale batterà tutte le forze
politiche, oltre alla dissidenza interna. Bottai è già rimasto
scottato nel gioco mussoliniano con la questione monar­
chica e non ama la violenza fisica, che fra l'estate del 1 921 e
quella del 1 922 toccò il culmine: così fino alla marcia su Ro­
ma preferirà non scoprirsi troppo, ma i l 1 3 agosto, dopo i l
fallimento dello sciopero generale voluto d a i socialisti,
scrive: «Il terreno è sgombro. La fase negativa del Fascismo
è conchiusa, o quasi. Alla sua funzione storica di negazio-
Libri c 11/0schetti 29

ne e di distruzione . . . subentra, naturalmente, una funzio­


ne di tramite fra il proletariato e la Nazione».34
Sempre il 1 3 agosto 1 922 la riunione del comitato centrale
del PNF rivela la presenza di due gruppi nel partito: i «!ega­
litari» (oggi si direbbe «colombe») e i «falchi», favorevoli al­
la tesi insurrezionale caldeggiata da Michele Bianchi nella
sua relazione: «Il fascismo s'impone ormai all'attenzione
degli avversari: o esso diventerà la linfa con cui Io Stato sarà
nutrito, oppure ci sostituiremo allo Stato».3s Bianchi, Balbo
e Farinacci sono per la prova di forza. Grandi, Massimo
Rocca, Giacomo Acerbo e Gino Baroncini rifiutano l'idea d i
un'insurrezione armata. Mussolini sta come una sfinge tra
le due fazioni. Bottai si limita a rilevare quanto i fascisti ro­
mani soffrano la mancanza di collegamento con quelli delle
altre regioni; un intervento superfluo che però gli procura
la lode di Mussolini: «I fascisti romani hanno assolto ma­
gnificamente il loro compito».36 Riguardo all'ordine del
giorno Bianchi - minaccioso e con una perentoria richiesta
di scioglimento della Camera - Bottai non si pronuncia, ma
al momento del voto si schiera con i «falchi» .
Abbiamo così l o strano caso di u n uomo che, nello stes­
so giorno in cui dichiara morta la «fase di negazione e di
distruzione», approva un ordine del giorno che minaccia
<<nuove azioni» . La contraddizione è spiegabile se si con­
sidera che Bottai distingueva fra le azioni violente contro
il proletariato e le dimostrazioni di forza intese a far cade­
re il regime liberale: come molti fascisti, non credeva fosse
possibile conquistare il potere con una insurrezione arma­
ta, ma era convinto che occorresse qualche prova di forza
per ottenere lo scioglimento della Camera.37
Dopo la riunione del comitato sparisce dalla scena pub­
blica fino al 7 ottobre, quando i giornali fascisti danno con
risalto la notizia di un «Attentato all'Onorevole Bottai» . In
effetti avevano esploso contro di lui alcuni colpi di pistola
presso Cassignana, in Calabria, men tre ritornava da
un'ispezione ai fasci locali, ma si era trattato di una delle
normali sparatorie di quei giorni: è probabile che l' «atten-
30 Giuseppe Bottai, fascista

tatore» non sapesse neppure a chi stesse sparando, se non


a dei fascisti, e ferì un accompagnatore.
Intanto Mussolini decide di agire. Il 16 ottobre affida i l
comando delle milizie fasciste a un quadmmvirato com­
posto da Bianchi, De Bono, De Vecchi e Balbo. 11 22 i «qua­
drumviri» comunicano di avere diviso l'Italia in dodici
zone e creato altrettanti «Ispettorati d i zona della milizia»;
a capo di ognuno dei quali è posto un ispettore con il co­
mando delle squadre. Le tre zone direttamente interessate
a quella che poi sarà la «marcia su Roma» sono la sesta,
con ispettore U lisse Igliori; la settima, con ispettore Dino
Perrone Compagni, e l'ottava con ispettore Giuseppe Bot­
tai: il suo territorio comprendeva le province di L'Aquila,
Chieti, Teramo, Pesaro e Urbino, Ancona, Macerata, Asco­
li Piceno.

Bottai probabilmente fu scelto perché Mussolini non


voleva affidare u n posto di comando d i tale importanza a
qualche testa calda. Infatti Bottai accetta l'incarico d i buon
grado, sicuro che «non si trattava più di conquistare il po­
tere, ma soltanto di assumerne la responsabilità»,38 e che
la marcia fosse il coronamento di un'impresa politica più
che un'azione militare necessaria. Il 24 va a Napoli per i l
congresso del partito e, appena ricevuto l'ordine di mobi­
litazione per i l 27, organizza al meglio i suoi uomini. Alle
1 2 del 26 ottobre, da Sulmona, raggiunge Tivoli (28 chilo­
metri da Roma), sua base operativa e testa di colonna.
Ha uomini male in arnese, come tutti gli altri, ma me­
glio a lloggiati e con più viveri. Su quanti fossero ci si per­
de nella ridda delle ipotesi, che da a l lora si accavallano,
sul numero dei fascisti pronti a sferrare l'attacco a Roma.
Bottai non contribuisce a chiarire le idee, anzi: la sera del
28 dice al camerata Igliori di disporre di 2500 uomini arri­
vati a Tivoli in treno (e questa cifra pare oggi la più proba­
bile); anni dopo parla di 8000 uomini39, e nel dopoguerra
sosterrà di avere avuto a disposizione 20.000 uomini. (Per
un banale errore di stampa che assume valore ironico, nel-
Libri e moschetti 31

la dichiarazione di Bottai si legge testualmente: «La mia


colonna contava su 20 uomini marcianti».)40
Pochi o tanti che fossero, ebbe il suo da fare per tenerli a
bada, a cominciare dai suoi principali subal terni. La pri­
ma preoccupazione fu chiarire loro chi comandava, a
scanso d i colpi d i testa non improbabili da parte dei ca­
poccia locali, e forse anche per l'entusiasmo del tenente
diventato improvvisamente generale: i suoi primi dispac­
ci rigurgitano di «La S.V. è tenuta a eseguire tutti gli ordi­
ni che le ho impartiti», «Come le è già stato notificato le
sue forze sono ai miei ordini esclusivi», ecc. A Tivoli, di­
spone il comando in un alberghetto vicino a Villa d'Este,
dove aveva alloggiato i suoi uomini «tra raccomandazioni
disperate che non sporcassero i muri dipinti di fresco».41 I
piani logistici sono: collegamento a mezzo d i motociclisti
con la colonna di Monterotondo, occupazione dei nodi
ferroviari di Tivoli e Segni Scalo, della centrale elettrica e
della conduttura dell'Acqua Marcia.
Quanto a lle disposizioni del quadrumvirato, prevede­
vano che « nel doloroso caso di un investimento bellico, la
colonna Bottai accerchierà il quartiere S. Lorenzo entran­
do da Piazza Tiburtina e da Piazza Maggiore».42 La colon­
na avrebbe dovuto entrare in Roma il 28 ma rimase bloc­
cata a Tivoli fino al 30, mentre Mussolini con q uceva la
manovra politica che avrebbe ridotto la marcia a un a tto
simbolico. Bottai dirà poi che il 30 «Gli uomini non si ten­
gono più. Per un paio di giorni sono stati a guardarsela
Roma, sotto un cielo grigio e tonante. Ora vogliono mar­
ciare, non sentono ragioni. Ho un bell'inventare, io, riviste
e riti per d istrarli; proprio, per divertirli».43 Una rappre­
sentazione epica e idilliaca che si a ttiene poco alla situa­
zione reale di quei giorni perché, nella generale e bonaria
indifferenza dei ciociari, non mancarono episodi di resi­
stenza violenta: si cominciò la mattina del 28 con l'uccisio­
ne, in un'imboscata, del segretario dei sindacati fascisti
del luogo, e i marciatori organizzarono una rappresaglia
che Bottai r iuscì a frenare solo in parte. Il giorno dopo,
32 Giuseppe Bolfni, fnscistn

mentre sta comme morando i l fascista morto, ne an1maz­


zano un altro proprio sotto i suoi occhi e il rito funebre si
trasforma in un appello all'ordine e alla pazienza. Si ren­
deva conto che non era il momento di inimicarsi il popolo
con azioni violente indiscrimina te, mentre non cercò d i
fermare l a «caccia a l rosso» che gli squadristi condussero
in tutta la zona dal 28 al 30, con qualche successo e qual­
che difficoltà. A Gerazzano il maresciallo dei carabinieri e
i l sindaco organizzarono una resistenza armata che si con­
cluse con un morto da entrambe le parti e la fuga dei fa­
scisti: stavolta lo stesso Bottai ordina una rappresaglia.
In tutte le sue parole e le sue azioni di quei giorni c'è un
faticoso ma lucido tentativo di dare una vernice !egalita­
ria all'enorme illegalità che il PNF stava compiendo anche
per mezzo suo. La mattina del 29 - in un proclama alla
popolazione di Tivoli «palpitante di pura passione italia­
na» - dichiara «fraternità di spirito e di intenti» con l'eser­
cito, insieme al quale vuole rendere «omaggio al Re solda­
to», e alla sera ordina di scacciare i fascisti incapaci d i
sentire «nel profondo dell'animo che questo non è u n gio­
co ma un'assunzione di tremende e gravi responsabilità
dinanzi a l l a Patria e d inanzi alla propria coscienza » .44
Non voleva che lo stato fosse del tutto umiliato dal fasci­
smo, ma nello stesso messaggio affermò: «In ogni caso io
non conosco che una sola parola: ubbidire». Un'obbedien­
za che manterrà a l ungo, persino quando sarà «Bottai i l
frondista» . L a sua linea di pensiero appare chiara quando
Igliori, il 29, gli prospetta la possibilità di marciare su Ro­
ma senza a ttendere gli ordini dei quadrumviri e di Mus­
solini. Bottai risponde: « Possiamo noi assumerci la re­
sponsabilità di agire all'infuori delle sfere d irigen ti del
Partito, che stanno per divenire anche le sfere dirigenti
della Nazione?».45
Questa è anche la chiave per capire come Bottai, il gior­
no dopo, sia stato protagonista della tragedia del quartie­
re San Lorenzo. Quando Mussolini fu incaricato di forma­
re il nuovo governo, le tre colonne si poterono finalmente
Libri e moschetti 33

muovere. Le squadre di Bottai arrivarono in treno fino


quasi a Roma la mattina del 30, poi a piedi fino al ponte
Mammolo, allo sbocco della via Tiburtina. Lì incontrarono
un battaglione del 59° reggimento di fanteria agli ordini
d i un maggiore deciso a fermarle; per caso giunse dalla
città il generale Piola Caselli, che ebbe con Bottai questo
dialogo: «Lei ha intenzione di entrare in Roma?». «Preci­
samente . » « Le consiglio di non passare per il rione San
Lorenzo. I l consiglio potrebbe diventare ordine se ella non
lo eseguisse . » « M i spiace molto ma la mia strada passa
per San Lorenzo e io non la lascerò.»46
Il popolare quartiere di San Lorenzo aveva sempre op­
posto un'accanita resistenza ai fascisti. Già durante il con­
gresso del ' 2 1 c'era stato un sanguinoso a t tentato agli
squadristi e i l 24 maggio 1922, nel corso della tumulazio­
ne di Enrico Toti nel cimitero del Verano, vi era scoppiata
una vera battaglia di oltre due ore con numerosi morti da
entrambe le parti. A tarda sera c'erano stati a ltri scontri e
nei due giorni successivi a Roma era stato proclamato lo
sciopero generale, che aveva provocato parecchi nuovi in­
cidenti. Era logico quind i che i rappresentanti dell'eserci­
to si preoccupassero delle possibili reazioni del quartiere
a una sfilata che aveva i l sapore di un triumphus da antico
esercito romano. Nella discussione tra Bottai e il generale
Piola Casell i interviene il colonnello Sagna, che propone e
ottiene una sosta della colonna finché non si fosse «prepa­
rato l'ambiente». Poi i l colonnello parlamenta con i rap­
presentanti del rione e si fa promettere che i fascisti po­
tranno a ttraversare i l quartiere - anche cantando i loro
inni - purché non compiano provocazioni.
Parte del 59° reggimento v iene d isposta i n modo da
bloccare le vie trasversali della Tiburtina, mentre il resto si
pone i n testa e in coda a l l a colonna Bottai (dimodoché
sembrava quasi che l'esercito sfilasse con i fascisti o che
facesse da scorta d' onore). L' intero gruppo marcia per
qualche minuto tra la folla ostile poi, d'improvviso, scop­
pia i l pandemonio. I l casus bell i resta tuttora un mistero.
34 Giuseppe Bottai, fascista

Bottai afferma che fu lanciata una bomba contro i suoi uo­


mini;47 successive pubblicazioni fasciste parlano di fucila­
te sparate da una finestra;48 i rapporti dell'esercito sosten­
gono che la sparatoria fu provocata da squadre toscane,
sopraggiunte in quel momento, estranee alla colonna Bot­
tai;49 il generale Fara scrisse che «non è stato possibile im­
pedire che qualche elemento più proclive alla violenza . . .
sia venuto alle mani con la popolazione anarcoide d i quel
popolare r ione, ostilissima alle legioni del Duce».so La
versione data dall'esercito sembra la più verosimile, ma
qualunque sia stata la scintilla, gli squadristi agirono con
estrema decisione: secondo lo stesso Bottai vengono «ope­
rate rapide ma violente azioni di rastrellamento in tutto i l
quartiere»:sl tredici morti.
Non si può imputare a Bottai la volontà di provocare la
strage, però era facile immaginare cosa poteva accadere
attraversando quel quartiere, e deviare la sua strada non
gli sarebbe stato né d ifficile né scomodo. Perché non lo fe­
ce? Sono da escludere la vanità di passare da trionfatore
per le vie dell' infanzia, la cocciutaggine del vincitore o
l'ottusità di rispettare ciecamente i piani: tutte motivazio­
ni difficili da applicare a un uomo della sua freddezza e
della sua intelligenza politica. Il motivo fu un altro, e spie­
ga quale fosse - allora e in seguito - il suo atteggiamento
di fronte al fascismo: pensava che «le sfere d irigenti del
partito» erano divenute «anche le sfere dirigenti della na­
zione» e di ques te sfere d i rigenti gli squadristi erano
l'esercito. Le guardie regie avrebbero subìto l'imposizione
di non passare in u na certa via per la minaccia di privati
cittadini? Certo che no. E allora non potevano subirla nep­
pure i suoi uomini, costasse quel che costasse.
Indirettamente lo stesso Bottai conferma tale tesi in u n
articolo di poco successivo: «Il Fascismo, che f u l'azione
rivoluzionaria del Nazionalismo nell'opera di scalzamen­
to dello Stato, deve oggi proporsi di svolgere opera d i
consolidamento dello Stato, che è il suo Stato, espressione
della sua dottrina» .s2 E poi, direttamente, nel Pro memoria
Libri e moschetti 35

del '44: « . . . da S. Marinella, Monterotondo e Tivoli a Roma


la marcia non è più eseguita contro i poteri legittimi, con­
tro il Governo, contro la costituzione monarchica; si svolge
al con trario con il loro con sen so, per loro invito. Le colonne
rivoluzionarie sono d ivenute colonne di forze governati­
ve, sostenitrici del nuovo ordine instaurato dal Re» . Il fa­
scismo insomma, secondo Bottai, doveva andare contro l a
legalità quando cercava di impossessarsi dello stato e do­
veva d ifenderla ora che - come amerà dire Mussolini ­
«era diventato Stato».
Subito dopo la conquista del potere Bottai proverà a
dare alla «legalità fascista» u n senso più liberale e - insie­
me - rivoluzionario.
III

UNA BATTAGLIA PERDUTA


CHE VALE LA GUERRA

Noi non abbiamo il potere perché abbiamo fa tta la Rivolu­


zione, ma abbiamo il potere perché dobbiamo fare la Rivo­
luzione. I
In un partito grosso come il nostro è gran fortuna che non
tutti pretendano di ragionare con la propria testa. 2

I n u na celebre fotografia scattata al congresso fascista di


Napoli (Mussolini truce attorniato dai quadrumviri) si ve­
de il giovane Bottai, seminascosto da De Vecchi, mettersi
una mano tra i capelli, la testa inclinata. Il gesto, che gli
era abituale, h a valore simbolico: l'avvento al potere del
fascismo, nei primi anni, gli porta più preoccupazioni e
incertezze che vantaggi personali. Adesso che la «rivolu­
zione» ha vinto, si tratta di attuarla in qualche modo. Pri­
ma però si pone il problema della «normalizzazione» del
fascismo, invocata da avversari, alleati e simpatizzanti, ol­
tre che da molti iscritti. Normalizzare significava fermare
le violenze squadriste e magari indire nuove elezioni per
rinnovare il Parlamento e ricominciare tutto da capo se­
condo la volontà degli elettori. In questo coro spiccavano
le voci degli i ntellettual i del partito, che chiedevano l a
formazione di una classe dirigente fascista, una maggiore
disciplina interna, nonché una riforma del partito, del si­
stema elettorale, dell'assetto costituzionale e infine qual­
che decisione sul sistema corporativo e sul sindacalismo.
Per Bottai normalizzare era anzitutto un problema d i
pacificazione perché «per dare u n a forma alla vita italiana
occorre prima darle pace», ovvero «ridare alla vita dei sin-
Una battaglia perdt�ta che vale la gt�erra 37

goli i l respiro necessario alla funzionale autorità dello Sta­


to».3 Vuole che il fascismo deponga il manganello per a f­
ferrare la penna del legislatore, sostiene rivendicando l a
ragione di c h i viveva i l fascismo «non solo muscolarmen­
te ma anche intellettualmente» .4 Invece le violenze dei ras
aumentano, e spesso sono vendette contro i vecchi avver­
sari. Né mancano le lotte intestine: alla spartizione della
torta nessuno voleva mancare e così si scindevano i grup­
pi che erano rimasti compatti finché si era trattato di con­
quistare il potere. Tutto questo avveniva per lo più in pro­
vincia, ma l a lotta ci fu a nche in a lcune grandi città, e
particolarmente violenta a Roma, protagonisti Calza-Bini
e Bottai.
Quando era stato eletto deputato, con una certa inge­
nuità e poca lungimiranza Bottai aveva lasciato la direzio­
ne del fascismo romano, che era passata a l suo a mico
U lisse Igliori, mutilato di guerra, medaglia d'oro e com­
pagno di d'Annunzio a Fiume. Igliori fu presto scavalcato
da Gino Calza-Bini, uomo brutale e violento che in vec­
chiaia si diletterà a scrivere poesie ma che nel primo do­
poguerra era noto soprattutto per come sapeva arrampi­
carsi sugli a lberi imitando le scimmie. Calza-Bini si era
creato una milizia personale (l'ALFA, Associazione laziale
fascisti arditi), con fini spesso assai poco politici, e imper­
versava per il Lazio con le sue squadre composte in mag­
gioranza da sbandati, se non addirittura da delinquenti
abituali.
Lo scontro divenne inevitabile: a metà d icembre del
1 922 Bottai e Igliori si dimettono da tutte le cariche che ri­
coprono nel PNF per protesta contro l'avversario, accusan­
dolo di immettere nel partito elementi indesiderabili a l
solo scopo d i aumentare l a propria potenza personale. Di
rimando Calza-Bini chiede la loro espulsione e, non con­
tento, passa a lle vie di fatto: per quasi dieci giorni Roma ­
nella quale il fascismo doveva portare ordine - assiste a
continui scontri fra i due gruppi di camicie nere, con spa­
ratorie e feriti. Nel bel mezzo di questa guerriglia Musso-
38 Giuseppe Bottai, fascista

lini decide d i istituire la Milizia volontaria per la sicurez­


za nazionale, in cui dovevano essere inseriti gli squadristi
per impedire che la loro forza, secondo l'espressione del
duce, «si vaporizzasse»; in real tà Mussolini voleva con­
trollare personalmente tutto lo squadrismo facendone un
vero esercito con comando unico e centralizzato. La deci­
sione, subito approvata dal G ran Consiglio del fascismo,
entusiasma Bottai.s
Sembrerebbe il trionfo dei normalizzatori e la sconfitta
di Calza-Bini, ma proprio in quei giorni gli squadristi di
Torino compirono un eccidio di avversari. Mussolini non
desiderava altre violenze, ma di fronte allo sdegno gene­
rale non volle dare segni di debolezza e gli autori del mas­
sacro furono amnistiati. In ossequio a questa linea dura fu
sospesa anche l'attività del fascio romano e nominata una
commissione d'inchiesta che «si mise a l lavoro e in quat­
tro e quattr'otto stabilì che Calza-Bini e i suoi masnadieri
avevano ragione e che Bottai e Igliori, proponenti la mora­
lizzazione interna, erano stati invece dei sobillatori e nien­
te più».6
La situazione per Bottai si fa veramente difficile, tanto
che arriva a minacciare di uscire dal partito, e il 1 2 gen­
naio 1 923 lo scrive a Mussolini in una dura lettera di criti­
ca alla direzione del PNF, di cui era segretario Bianchi:
Caro Mussolini,
siccome comincio ad essere veramente stanco di tutto un modo
d i procedere degli organi d i rettivi del Partito a m io riguardo, mi
permetto di esternarti sinceramente il mio stato d'animo. Lo avrei
fatto a voce, ma sono costretto a casa per malattia.
Non più tardi di ieri m i si toglieva il mio grado di Ispettore Ge­
nera le senza neppure d armene preavviso o d i rmene i motivi: ho
forse demeritato del fascismo e della m ilizia?
Io tacqui dopo il lodo infame e falso. Tacqui per te e la devozio­
ne che mi lega a te. Unicamente perché, esclusi tre o quattro nomi,
non posso più avere nessuna stima dell'attuale direzione [del parti­
to], fiacca, bugiarda e corrotta: questa mia opinione è condivisa da
molti e va d i lagando. Ma che ora si voglia seguitare nel gioco d i
sfottenni è u n po' troppo!
Una battaglia perdtlfa che vale la guerra 39

Io non chiedo e non voglio nulla. Domando solo che non mi si


mortifichi mentre s i porta no ai sette cieli dei farabutti patentati e
dei cretini documentati.
Questo metodo già sta del resto stancando parecchi, i quali sem­
pre più come me, si sentono allontanare da lle sfere ufficiali del Par­
tito.
Ti d ico tutto ciò per amore di te e della tua opera, la quale è da
altri fraintesa e sciupata . . . .
Ti sarò, comunque, fedele, anche s e dovrò ridurmi ad uscire dal
Parti to, com'è probabile?

Mussolini lo rinfranca con assicurazioni di stima e Bot­


tai allora gli chiede una carica che lo qualifichi e gli per­
metta di contrastare Calza-Bini: «Con la franchezza che
mi viene dalla sicurezza di essere un tuo fedelissimo, ti
chiedo di essere adoperato da te come Commissario Poli­
tico per il Lazio. Ciò . . . servirebbe a controllare la baronia
di Calza-Bini in questa regione intorno a Roma, dove av­
vengono cose oscure ed equivoche».s Tre giorni dopo in­
vece è proprio Calza-Bini a ottenere la carica, mentre Bot­
tai, fra mille rassicurazioni di amicizia da parte del duce,
viene nominato soltanto commissario per la questione ter­
riera del Lazio, e si trova così in una posizione subordina­
ta rispetto all'avversario. Mussolini aveva ancora bisogno
di non inimicarsi il peggio dello squadrismo e Bottai pas­
sa a ltri mesi in quella condizione frustrante finché, in lu­
glio, Calza-Bini viene espulso dal partito. Oltre che una li­
berazione personale, per Bottai è i l segno che la situazione
sta normalizzandosi e che è venuto il momento di attuare
i l «suo» fascismo, come egli stesso lo chiamò, ovvero il
«suo particolare modo d i essere fascista» .9
Il fascismo fu per Bottai non solo uno stile di vita e una
forma mentale ma soprattutto un mezzo per rifondare lo
stato attraverso un movimento intellettuale che - conqui­
stato il potere politico con qualsiasi mezzo e a qualsiasi
costo - si immettesse progressivamente nel tessuto socia­
le, economico, culturale, fino a penetrare in ogni aspetto
della vita del paese. In un discorso del '23, in un raptus
enfatico, spiega che tra italiani e fascismo occorre un «in-
40 Giuseppe Bottai, fnscistn

vestimento totale, orgiastico e lirico, passionale e folle, di


tutta la vita, oltre tutte le categorie, oltre tutti i limiti, oltre
tutte le regolamentazioni e le casistiche». l O
Vuole insomma instaurare un rapporto completamente
nuovo tra stato e popolo, ovvero, secondo la formula pro­
posta in seguito dallo storico George L. Mosse, «naziona­
lizzare le masse» facendo del popolo un u n icum compatto
grazie alla mistica nazionale. l l Bottai chiama dunque « ri­
voluzione» la volontà di trasformare di conseguenza la
società e le sue strutture.1 2 E di rivoluzione si trattava, an­
che se il concetto di rivoluzione è oggi talmente legato a
quella leninista da rendere difficile applicarlo a un movi­
mento anticomunista.
La rivoluzione fascista lasciava inalterate le basi por­
tanti della società capital ista e borghese. Però mutava, ri­
spetto all'ideologia liberale, l 'idea di s ta to e dell'uomo
nello stato. Questa rivoluzione sulle masse (non delle mas­
se), Bottai la visse appieno e con estrema lucidità, senza
mai perderla di vista e sempre cercando di creare gli stru­
menti che avrebbero permesso di attuarla. Ed è significati­
vo che Renzo De Felice - come nota Nicola Tranfaglia -
«usi» Bottai per dimostrare le proprie tesi sulla «sostanza
rivoluzionaria, e specificamente antiborghese e anticapi­
talistica, del fascismo» . Anche De Grand ritiene che Bottai
fosse un fascista atipico e personalissimo, «un individuo
estremamente complesso» che pure senza il fascismo
avrebbe fatto un'eccellente carriera politica: anzi il regime
«deformò» la sua crescita politica e «sminuì» il valore dei
suoi contributi più di quanto sarebbe accaduto in un regi­
me democratico.13
Bottai fu il solo, tra i principal i politici fascisti, ad avere
una visione organica dello stato da edificare e dei modi
per applicare la «rivoluzione fascista» . Unico vero ideolo­
go tra i grandi gerarchi, Bottai sottolineò sempre nel fasci­
smo l'aspetto di sistema ideologico, più che quello d i
prassi d i governo. Pur riconoscendo «l'origine del Fasci­
smo come non teorica e non logica . . . sviluppantesi con la
U1ra lmttnglin perduta cile vale la guerra 41

meccanica progressività d i una reazione istintiva», sosten­


ne fin dall' inizio che il fascismo è «una rivoluzione intel­
lettuale» che provvisoriamente e come «aspetto seconda­
rio e non principale» si è volta sinora (siamo nel '24)
soltanto alla reazione, alla violenza e alla lotta antibolsce­
vica. Ma fu un'esercitazione in vitro, che il regime lasciò
attuare in minima parte.
Ha ragione, dunque, Gabriele De Rosa nel ritenere che
Bottai avesse intravisto subito i due pericoli della rivolu­
zione: «che il fascismo si addormentasse nella logica della
"normalizzazione" e che scivolasse a poco a poco verso il
modello d i una restaurazione di tipo sonniniano» o che
«finisse per ubriacarsi dietro il rivoluzionarismo astratto e
retorico di Farinacci » . 1 4 Negli anni 1 923-25 il fascismo po­
ne le basi della sua progressiva evoluzione verso forme
sempre più reazionarie e Bottai cerca di dargli una salda
struttura ideologica - immettendolo nel filone storico del­
la Rivoluzione francese, in quello filosofico dell' idea li­
smo, in quello politico del nazionalismo - per protegger­
lo, più che dagli antifascisti, dai fascisti «muscolari».
Nel marzo del 1 924, in una conferenza, illustra la sintesi
del suo pensiero sulle origini, i compiti e gli aspetti caratte­
rizzanti del fascismo. Si rifà alla Rivoluzione francese, dal­
la quale scaturì una «fatale oscillazione tra anarchia e di­
spotismo, determinata dall'urto dei principi democratici
nella realtà della vita sociale». Secondo Bottai, il fascismo
accetta, del democraticismo, il diritto del popolo a parteci­
pare attivamente alla vita dello stato, rifiutandone però la
degenerazione: «Noi abbiamo conosciuta, in Italia, la spe­
cie peggiore di democrazia, quella in cui la sovranità tra­
smigra dalle leggi alla folla, in cui il popolo d iviene despo­
ta. Noi abbiamo conosciuto la tirannide democratica, la
dittatura molteplice e difforme del popolo sovrano».
Del liberalismo Bottai accoglieva la «concezione della
politica» come «conquista» e «processo unitario della sto­
ria a cui tutti i partiti e tutti gli individui contribuiscono»,
ma rigettava l'idea secondo la quale lo stato era più am-
42 Giuseppe Bottai, fascista

ministratore che formatore della nazione.JS I l fascismo de­


ve essere antidemocratico e antiliberale perché - sostiene
dunque - lo stato democratico-liberale ha rappresentato
solo uno stadio d i passaggio della concezione giuridico­
politica della Rivoluzione francese.16
Secondo Bottai la formazione unitaria e morale del po­
polo italiano si era interrotta dopo il Risorgimento, quan­
do lo stato era caduto in mano a un'oligarchia di politici
piemontesi-partenopei che governava a proprio esclusivo
vantaggio falsando la volontà delle masse tramite i mec­
canismi elettorali. In Italia non erano mai esistite né la de­
mocrazia né la libertà politica, perché «le elezioni sono
una forma di paternalismo giacobino, il parlamen to la
barricata dietro cui si asside il vecchio Stato piemontese»
e la politica democratica dei governi un tradimento per­
petuo del popolo, che ha solo l'illusione del potere: «Era
fatale che per compiere l'opera del Risorgimento, per fare
del popolo una nazione, occorresse sovvertire lo Stato, e
se il socialismo non intese questo, per compenso lo capì il
Fascismo, nato sulle piazze per chiamare alla riscossa i l
popolo contro i falsi pastori. S e fino ad ora i l Fascismo
non è stato contro il popolo, da ora dovrà essere col popo­
lo perché dai suoi quadri esca la democrazia destinata a
governare lo Stato italiano».
In definitiva Bottai fa suo il concetto idealistico dello
stato etico gentiliano «risolvente la democratica antitesi
Stato-individuo» nella dedizione del cittadino allo stato,
che a sua volta moltiplica e nobilita all' infinito la forza
dell'individuo: «Questa concezione moderna dello Stato
etico, filosoficamente apparsa in Italia con Machiavelli,
maturatasi con Vico, Spaventa, De Meis, politicamente
promossa dal Nazionalismo, l i mpidamente formulata
nella filosofia di Croce e di Gentile, è a lla base del fasci­
smo». 17
Se il suo non fu un pensiero filosofico originale, fu ori­
ginalissimo il tentativo di applicarlo alla quotidiana pras­
si poli tica senza annullare la volontà dell'individuo: d a
Una battaglia perduta che vale la guerra 43

qui gli vennero sin dall'inizio la fama di «frondismo», «li­


beralismo», e «sinistrismo», gli a ttacchi polemici d i a ltri
intellettuali fascisti18 e soprattutto l'odio della parte più
conservatrice e ottusa del fascismo, che non poteva accet­
tare concetti come questi che Bottai scrisse nel '25:
Non si può d ividere un paese come l'Italia, agH albori della sua
vita europea, in governanti e governa ti, in signori e plebe, i n domi­
nanti e dominati. Per essere qualcosa nel mondo, noi dobbiamo es­
sere u n blocco compatto d i volontà, non perciò irregimentate, ma
come richiede i l nostro spirito meridionale e latino, libere e anche
contrastanti, ma pur capaci di unirsi senza varietà di propositi e d i­
scordanza d i fini .
A questo patto e a questo soltanto i l Fascismo potrà farsi l'inizia­
tore e il banditore d i una nuova vita i talia na . 1 9

L'idea delle «volontà libere e anche contrastanti» faceva


inorridire gran parte dei fascisti, come le conclusioni che
logicamente Bottai traeva dai suoi postulati e che comple­
tavano il quadro del «suo» fascismo: necessità del dibatti­
to e del dialogo; maggiore apertura sociale; minore spere­
quazione economica; elettività delle cariche; sviluppo di
una cultura e d i una dottrina fascista che nascessero diret­
tamente dal confronto d i tutte le forze culturali e non solo
dalla propaganda di regime; esigenza di «costituzionaliz­
zare» Mussolini preparandosi a fare a meno del capo cari­
smatico grazie alla creazione di un rapporto partito-stato
in grado di reggersi anche senza una dittatura personali­
stica; formazione d i una nuova classe dirigente l iberata
sia dai «mali» del liberalismo e del socialismo sia da quel­
li - ancora più deleteri a suo parere - dell'illegalismo fa­
scista ante e post marcia.
Erano richieste essenziali per i l vivere di una nazione
moderna, ma neppure una venne accolta. Così lo stato fa­
scista fu edificato secondo uno schema sostanzialmente
conservatore, che annegò le poche spinte rivoluzionarie
n e l l ' a ntidemocra z i a , nel l ' a n ti borghesia d i m a n iera,
nell'antisocialismo: i l tutto sottoposto a una gerarchia do-
44 Giuseppe Bottai, fascista

ve ogni impulso veniva soffocato dalla mastodontica e ot­


tusa macchina del partito.
Proprio nel PNF, invece, Bottai individuava il motore del
regime, perché se lo stato deve essere un'unica entità con
il fascismo, il fascismo deve essere un'unica entità con il
partito: non con Mussolini e neppure con la massa, «gela­
tinosa zavorra di consensi senza scopo». Vuole che «attra­
verso il partito si arrivi allo Stato», cioè che il partito porti
il popolo allo stato: quindi non deve essere organo di po­
tere, paragoverno o sottogoverno ma propulsore e garan­
te della trasformazione della società e del cittadino, «ari­
stocrazia politica », «semenzaio di energie vitali».2o
Ancora nel '43 continuava a d a na lizzare il ruolo e i l
funzionamento ideali d e l partito unico, nel quale conti­
nuò a credere anche dopo la caduta del fascismo:
Noi vorremmo ind ivid uare, tra l'an tipartito e l' iperparti to, il
punto dove, secondo noi, si colloca in un regime moderno il partito
nella sua necessaria unicità . Noi non cred iamo né alla possibilità di
d issoluzione del partito, né alla sua risoluzione nei partiti. La mas­
sa, che l'orga nizzazione economica dei nostri tempi, con le sue im­
mense strutture collettive, ha im messo nell'agone politico, non po­
trebbe a ttuare la sua vol o n tà senza un partito, strumento
indispensabile della sua coesione e direzione; e meno a ncor lo po­
trebbe riattivandosi il gioco dei partiti connesso a una concezione
di vita politica di minoranze . . . È nelle m i noranze, emerse dal la
.

massa per distinzioni successive o d i cultura o di censo, che si veri­


fica la riproduzione dei partiti, sindacati d'opinione, spesso a mala
pena distinguibili l'uno dall'altro, tanto son ten u i i motivi che ne
giustificano le diverse denominazioni, o sindacati d'interessi per­
sonali rivestiti di pretesti dottrinarii. Un regime di partiti moltepli­
ci . . . scatenerebbe una lotta di tendenze d ispersive e d istruttive del­
la compa.ttezza sociale e nazionale d ' u n popolo. Quindi, con tro
l'antipartito il partito, e contro i partiti, a ncora il partito. 2 1

Il partito unico però, precisa Bottai, non può degenera­


re in un totalitarismo che «accentra e concentra poteri,
funzioni, compiti, in un progrediente impoverimento e
annichilimento d'inizia ti ve».
Per noi, oggi, partito unico e totalitarismo sono sinoni-
Una battaglia perduta che vale la guerra 45

mi: e lo erano anche per quasi tutti i fascisti, Mussolini


compreso. È qui dunque la diversità del .fascismo di Bot­
tai, nel suo intendere il partito come luogo prima di libera
adesione e poi di libera discussione. Ma come può il parti­
to unico salva rsi dal totalitarismo? Secondo Bottai deve
«salvaguardar la sua d uttile essenza d'interprete degli
stati d'animo della massa» attraverso la dialettica e la cri­
tica interna: «S'impadronisca il partito unico della funzio­
ne critica . . . La critica è la rivoluzione nel suo corso conti­
nuo. La critica è l' azione. E che cos'è il partito se non
azione?».22
Quella a favore della critica all'interno del partito fu l a
più lunga, coerente e impegnativa battaglia condotta da
Bottai. Nei suoi scritti si trovano sempre le stesse istanze: il
diritto di vivere nel partito «con intelligenza, con coscien­
za, con fede»;23 la richiesta di un partito dove i giovani po­
tessero avere un libero scambio «delle loro idee, delle loro
esperienze, delle loro aspirazioni, delle loro ansie» ;24 di un
partito come «associazione di uomini responsabili, che or­
ganizzino se stessi liberamente a un fine»,2s dove «il suo
sviluppo interiore avvenga attraverso il gioco serrato della
critica e dell'iniziativa»26 e infine dove non vengano consi­
derati reprobi «tutti coloro che sono fuori dei suoi ran­
ghi».27
Intendendo il partito come gruppo elitario di guida po­
litica, considera sbagliato che vi venga ammesso chiun­
que. Già nel '23, quando il PN F non era elefantiaco come
sarebbe diventato, scrive: «Abbiamo sognato un partito
piccolo, il partito dei migliori, l'aristocrazia, e ci troviamo
invece sotto mano un Partito enorme, colossale, il partito­
ne, dove chi è voluto entrare è entrato; . . . abbiamo preco­
nizzato i l dominio della competenza, e ci troviamo sul
punto di essere nel cerchio delle organizzazioni locali, alla
mercé di uomini moralmente e intellettualmente irrespon­
sabili».28
L'attacco alla direzione del partito è dunque d urissimo, e
si fa ancora più aspro nel '25, mentre si sta instaurando la
46 Giuseppe Bottai, fascista

d ittatura. La parola d'ordine di Bottai è «riorganizzare e de­


mocratizzare»: «Se il Partito deve educare le coscienze di
un popolo che fino ad oggi è vissuto nell'anarchia politica, è
necessario che gli uomini chiamati a dirigerlo escano da
una cernita di valori e che i caratteri si temprino nelle aspe­
rità di una lotta aperta da sostituire alle oscure manovre
delle designazioni, mortificatrici di coscienze e avvelena­
trici di propositi». Vuole riorganizzare il PNF su «una base
democratica che permetta il controllo e la diretta sorve­
glianza dei gregari sui capi . . . coll'operosità viva di uomini
che pensino e ragionino» e avverte, profeticamente: «Si ri­
cordi però che ove gli uomini non consentissero oggi a mu­
tare ve li costringerebbero domani gli eventi».29
I n questa lotta risultò sempre sconfitto, e definitiva­
mente nel decennio di Starace, quando ogni anelito critico
fu soffocato in nome di «una disciplina che volle vantarsi
di essere cieca e non fu che strabica» .30 Alla d isciplina
però deve adeguarsi, prigioniero com'è del suo stesso si­
stema, che impone subordinazione, per quanto critica: nel
settembre del 1 926 - sta per essere promulgato il nuovo
statuto nel PNF che abolisce l'elettività delle cariche - dà
una dimostrazione di ortodossia: «Oggi, che il Regime si
basa sulla quasi totalità degli italiani e che il Partito è
scosso dall'inquietudine dei profittatciri senza diritti, noi
siamo favorevoli alla gerarchia nominata dall'alto a l bas­
so, ritenendo che ciò valga a riordinare il Partito e a ridar­
gli tutta la coscienza del suo valore».31 Ma d i lì a un mese
riprenderà a scrivere che i l partito deve dare sviluppo
«all'iniziativa collettiva di azione, al d iritto di l ibera criti­
ca, alla facoltà d'organizzare se stesso; iniziativa, diritto e
facoltà che costringeranno i capi prescelti a considerare
l'organ izzazione come una real tà in continuo divenire e
non com'un'enorme pratica da emarginare».32
Vedendo il partito come punto nevralgico e dolente del
fascismo, Bottai aspirò sempre a divenirne il segretario: su
questo concordano tutte le testimonianze. Carlo Ravasio,
vicesegretario del partito dal '41 al ' 43, ricorda: «Prima
Una bnttnglin perduta che vale In guerra 47

della guerra si sapeva che Bottai voleva la segreteria del


partito, ma Mussolini non ne fece niente perché pensava
che fosse uomo di troppa cultura e spirito troppo critico
per occupare un posto per il quale si richiedeva soprattut­
to capacità d'azione» .33 Tra i due «difetti», troppa cultura e
troppo critico, a disturbare di più Mussolini era senza
dubbio il secondo: un segretario del partito che voleva in­
staurare «il controllo e la diretta sorveglianza dei gregari
sui capi» non poteva piacergli.
Il fascismo d i Bottai, così diverso da quello attuato, vis­
se sempre ai margini del regime ed ebbe pochissima in­
fluenza politica : Bottai ricoprì per quindici anni cariche
importanti, ma lontane dai veri centri del potere, e cercò
di mediare tra la speranza della rivoluzione e la realtà; so­
lo nel biennio 1 923-25 tentò lo scontro diretto - polemico e
ideologico - con le forze più retrive del fascismo.

L'inizio del dibattito revisionista si ebbe a proposito


della soppressione delle squadre e del «rassismo» . Favo­
revoli erano soprattutto Bottai e Massimo Rocca, contrario
specialmente Roberto Farinacci, capo riconosciu to degli
estremisti e vero vincitore perché, se al posto delle squa­
dre fu creata la milizia, non fu eliminato il fenomeno del
«rassismo», che anzi visse e prosperò per l'intero venten­
nio. Ci fu poi il tentativo coraggioso di Alfredo M isuri,
che i l 29 maggio 1 923 - dopo avere avvertito Mussolini ed
esserne stato diffidato pena l'arresto - tenne alla Camera
un discorso contro il partito e il governo. La sera stessa,
probabilmente per ordine del duce, fu bastonato da tre fa­
scisti. Misuri, uscito dal PNF, entra nel Partito nazionalista,
ma poco dopo i due gruppi si fondono: cercherà allora,
come altri, di fondare dei fasci autonomi, che il partito re­
presse con la forza.
A proposito di Misuri, Bottai concluse che «è un galan­
tuomo ed è in buona fede» ma che «un qualunque esperi­
mento di autonomia fascista non può che procurare nuo­
ve agitazioni e tormenti . . . perché il fascismo non è ancora
48 Giuseppe Bottai, fascista

maturo per l'eresia».34 Bottai in questo periodo eretico non


lo fu: solo quando il regime - attraverso espulsioni, sco­
muniche e bastonature - avrà stabilito il limite massimo
di d issenso interno raggiungibile, potrà venire considera­
to qu asi un eretico.
Il suo revisionismo fu un'opposizione «su l inee inter­
ne», come amava dire, ovvero all' interno del partito:
« contro l'illegalismo fascist a » chiedeva il rispetto delle
leggi in a tto, e contro il legalismo conservatore si batteva
per una legalità nuova.3s Fu quindi tutt'altro che «una ten­
denza a fini scismatici, in senso liberaloide», come tenne a
precisare nel ' 24: fu una «necessità insopprimibile d'una
revisione incessante, che migliori la nostra organizzazio­
ne e ne adegui le forme e l'azione della dottrina che si va
ordinando in sistema».36 A questo scopo crea, nel giugno
1 923, la rivista quindicinale «Critica fascista» : «Facciamo
una rivista» disse all'amico De Pirro «perché abbiamo bi­
sogno di affermare delle idee: di fatti ce ne sono già stati
troppi» .37
Per vent'anni la rivista si sforzò di dare un supporto
ideologico e culturale al fascismo, segnando passo per pas­
so l'evoluzione politica di Bottai e di buona parte dell'intel­
lettualità fascista, soprattutto di quella giovanile. Il Propo­
nimen to che apre il primo numero rivela un fine didascalico
e formativo: contribuire cioè a «creare quella classe nuova
di d irigenti di cui il Fascismo ha urgente bisogno per sosti­
tuire l'antica. Nella quale sostituzione noi ravvisiamo i l
problema centrale del Fascismo in questa sua fase di tra­
sformazione: ci piace credere che la seconda ondata abbia a
essere finalmente l'avvento, sopra gli uomini che hanno
esaurita la loro funzione, degli uomini atti a fare del Fasci­
smo il centro sensibile della vita nazionale».38
«Critica fascista» in questo fu sempre coerente e alla
«futura classe dirigente» concesse larghissimo spazio, fa­
cendo scrivere i giovani e occupandosi dei loro problemi.
Però, nell'articolo che celebra il ventennale della rivista,
Bottai tira le somme e allo scopo iniziale non accenna più:
U11a battaglia perduta che vale la guerra 49

le massime gerarchie fasciste sono ancora quelle del '22. Il


fascismo, chiuso a l dia logo interno e alla competitività de­
mocratica, aveva educato una generazione di succubi o d i
ribelli: l' «energia creatrice» della critica bottaiana arrivò a
pochi, senza scalfire - per sua stessa ammissione - <<l'au­
toritarismo anchilosante e anemizzante, che a lcuni fedeli
minchioni (dato che, alla resa dei conti, i minchioni posso­
no essere fedeli) ritengono essere l'ultima parola in fatto
d'ordine, dicono nuovo».39
Il regime proseguì a fare proprio ciò che, secondo Bottai,
non doveva fare: «Una rivoluzione può trascurare le criti­
che, può anzi in certi periodi salienti del suo procedere im­
placabile, non permetterle, può e deve sapere, quando oc­
corra, soffocare; ma non può, pena fatali arresti o non
meno fatali deviazioni, trascurare quella forza critica da
cui nacque e da cui procede».4o Sono frasi del giugno 1 943,
quando Bottai sa che i «fatali arresti» e le «non meno fatali
deviazioni» ci sono già sta ti: a quell'epoca si sarà ormai re­
so conto che la colpa era anche sua, della sua pretesa di li­
mitare a i fascisti la l ibertà d i critica. Dal 1 926 scriveva infat­
ti che una maggiore libertà poteva essere concessa soltanto
«alla stampa fascista, perché essa, ed essa solo, può suscita­
re motivi di discussione e di critica aderenti alle necessità
del regime».4 1
Tuttavia Bottai mantenne la promessa contenuta nel no­
me della rivista. Nel corso di vent'anni passò al vaglio, da
fascista, problema tiche che i l regime volle ignorare: l' ec­
cessiva violenza squadrista, la piega illegalitaria conser­
vata a nche dopo la conquista del potere, l'incapacità d i
costruire l o stato per i l quale s i era fatta la «rivoluzione»,
la mancata formazione di una nuova classe dirigente, lo
strapotere e l'immobilismo del partito, la nomina dall'alto
elevata a sistema, i l protezionismo industriale a scapito
dei lavoratori, i l tentativo di inquadrare la cultura, la sot­
tomissione ai nazisti e l'entrata in guerra; insomma, i mali
nel sistema che, sommati a l male del sistema, dettero luo­
go all'enorme bubbone scoppiato soltanto nel '43.
50 Giuseppe Bottai, fascista

Bottai capì quasi tutti i mali nel sistema e l i avversò, in


modo più o meno scoperto, m a non riuscì a sradicarne
neppure uno. « Per d ifetto di vigor critico», ammise nel
dopoguerra con onestà apprezzabile ma non esauriente.
Non fu soltanto una mancanza di vigore, non si trattò cioè
di una critica non abbastanza forte e troppo presto ritirata
di fronte a una violenta reazione dal vertice, fu anche una
critica rivolta esclusivamente agli uomini politici e agli in­
tellettuali, che avrebbero dovuto esaminare e risolvere i
guasti del sistema: la sua formazione e la sua menta li tà
gerarchica e classista non gli permisero mai di rivolgersi
alla gente che li subiva.
È naturale che i potenti avessero in sospetto «Critica fa­
scista» fin dalla nascita, a cominciare da Mussolini, che in
occasione del primo numero scrisse a Bottai per racco­
mandargli una «critica sana, larga» . Quanto a Farinacci,
per molti mesi ne impedì la vendita nel cremonese. Con i l
progressivo l imite posto alla libertà di stampa, la rivista
(passata dalle 4-5000 copie iniziali a 1 0-1 2.000) d iventa
però non solo l'organo quasi ufficiale dell' «opposizione
fedele», ma anche uno dei rari spiragli aperti dal fascismo
agli antifascisti, l'ispiratrice di molti giornali simili e poi,
negli anni Trenta, la chioccia di numerosissime rivistine
giovanili aspramente critiche. Quando, con i l crescente ir­
rigidirsi del regime, la critica sarà sempre meno utile e più
difficile, Bottai userà la rivista soprattutto per difendere la
cultura dall'ortodossia: scopo cui poi dedicherà « Prima­
to», uscita nel 1 940. Il valore di «Critica fascista» sta spe­
cialmente in questo, non nel presunto antifascismo che le
è stato più volte attribuito. Né, del resto, era così innocua
per il regi me come altri hanno sostenuto.42
I vent'anni della rivista possono essere divisi in quattro
cicli: il primo, dal '23 a l '26, è dedicato in particolare a l
partito e alla sua attività; il secondo, dal '27 a l '32, s i occu­
pa della costruzione dello stato fascista, soprattutto attra­
verso il corporativismo; fallito lo scopo, dal '33 al '36 «Cri­
tica fascista» analizza polemicamente l ' attività di quello
Una battaglia perduta elle vale la guerra 51

stato fascista; e infine, dal '36 in poi - con Bottai sempre


più sfiduciato e debole di fronte a un regime che tollera
sempre meno il d issenso -, la rivista perde gran parte del
suo mordente, pur rimanendo all'avanguardia della di­
scussione interna.43
«Critica fascista» fu lo specchio del fascista Bottai, con
pregi e d ifetti, slanci e compromessi, con la sua ansia di rin­
novamento e i limiti della sua azione. Secondo Gabriele De
Rosa svolse «un'opposizione utile, destinata a purificare
con moto lento ma implacabile il vecchio Stato per farne
uno nuovo, d iverso, rivoluzionario».44 Anche Ruggero
Zangrandi ritiene che «Critica fascista» «abbia ottenuto as­
sai maggiori risultati nel "fissare" i fermenti di giovani e
non giovani in una visione - o illusione - di fascismo non
ditta toriale, corporativo e liberaleggiante ( "bottaiano", in­
somma) di quanto non possa aver contribuito alla matura­
zione davvero antifascista dei suoi lettori».4s
Quella di Bottai era in effetti un'opposizione che si pro­
poneva il richiamo delle « menti pensanti» che - in quanto
tali - guardavano con diffidenza al regime, soprattutto i
giovani e gli intellettuali. Lo scopo però, nelle intenzioni di
Bottai, non consisteva nel tacitare ogni fronda bensì nel
darle un ruolo. Come scrive Francesco Malgieri, Bottai «fu
espressione di una sorta di moderatismo illuminato, sensi­
bile alle sollecitazioni e agli stimoli provenienti dalla base,
dai giovani, dalla cultura, ma altrettanto fermo nell'idea di
una guida politica ben salda, affidata ad élites capaci e
competenti».46

Nel primo numero d i «Critica fascista», il 1 5 giugno


1 923, Bottai parla di «crisi del fascismo» e rivendica una
«serena, decisa, appassionata volontà di chiarificazio­
ne».47 In seguito cerca di aprire «le valvole della seconda
ondata, che à da essere dei competenti, dei capaci, degli
intelligenti, dei produttivi ! » .48 Di seconda ondata - ma i n
tutt'altro senso - parlava anche Farinacci, che Mussolini i l
1 6 agosto elogia pubblicamente: «Dobbiamo liberarci del-
52 Giuseppe Bottai, fascista

la zavorra. Possiamo, dobbiamo regalare a chi vorrà pren­


derseli cento o duecentomila fascisti, che dimostrano fre­
quentemente di non essere all'altezza della situazione e,
invece di facilitare, complicano balordamente l'opera del
governo fascista» . Il colpo per Bottai è duro, perché Mus­
solini parla di fascisti non ortodossi e perché Farinacci
aveva meritato l'elogio come Commissario straordinario
della federazione del Lazio, incarico di cui Bottai, fonda­
tore di quasi tutti i fasci laziali, si sentiva defraudato. La
sua risposta non si fa aspettare: chi veniva sempre chia­
mato da Bottai «il nostro Duce», torna «Benito Mussolini»
e «un pezzo grosso del Partito Nazionale Fascista» per il
quale «ciò che un paio d i settimane prima apparve neces­
saria e salutare critica, diventa, a un tratto, m asochismo ste­
rile e triste» . Lo accusa di non dare al partito «una linea
fondamentalmente sicura» e di far seguire agli ordini di
«purificare, di disinfettare l'ambiente», quelli «di mettere
tutto a tacere perché non è bene lavare i panni sudici in
pubblico». Non manca la botta a Farinacci, facile da sco­
prire nel ritratto dei « tirannelli provinciali» e della loro
«disciplina dispotica, carceraria, bisbetica» .49
In realtà Mussolini incoraggiò la polemica revisionista
per dare l'impressione agli incerti «afascisti» di voler rien­
trare nella normalità, e di avere bisogno di più potere per
riuscirei. Usava le varie «correnti» che percorrevano il fa­
scismo: Luigi Miglioranzi nel '25 - preoccupato per l'ami­
co Bottai - chiese a l duce cosa pensasse del suo disaccor­
do con Farinacci e si sentì rispondere: «Sono due tasti
dello stesso pianoforte». so Risposta tipicamente mussoli­
niana - e piuttosto spregiativa nella convinzione di rap­
presentare l'intera tastiera - ma che spiega come mai il
duce lasciò durare a lungo il dibattito revisionista. De Fe­
l ice rileva che Mussolini « tendeva a servirsi di tutti, anche
degli avversari, in modo da non esporsi in prima persona;
trarre da ogni operazione e da ognuno ciò che era possibi­
le· trame e poi bruciarlo a vantaggio di una nuova opera­
zione, di un nuovo compromesso in cui sembrasse dare,
U1za battaglia perduta e/te vale la guerra 53

mentre in realtà sacrificava solo ciò che non gli era più uti­
le o di cui voleva l iberarsi».s 1
La discussione revisionista si svolse sottovoce, finché
non vi piombò Massimo Rocca, più noto con lo pseudoni­
mo di Libero Tancredi. Tempestoso autodidatta, ex anar­
chico divenuto monarchico e sostenitore d i un fascismo li­
bera !conservatore, Rocca scrisse per «Critica fascista» un
articolo che fu pubblica to i l 15 settembre 1 923, benché
Bottai non lo condividesse del tutto. Per Rocca il PNF do­
veva permettere l'esistenza - ed eventualmente dividere
il potere - di altri partiti, mentre per Bottai (che riafferma
di continuo la sua «amorosa preoccupazione per il Parti­
to»S2) poteva governare da solo purché fosse davvero eli­
tario e consentisse un libero dibattito interno. s3
L'articolo - riprodotto per intero dal «Giornale d'Italia» e
citato da tutta la stampa nazionale - provocò sensazione
nel paese e fece infuriare gli estremisti: il 27 la giunta esecu­
tiva del partito espulse Rocca dal PNF, benché facesse parte
del Gran Consiglio. Mussolini non poteva accettare che i
suoi uomini prendessero una decisione così grave senza
nemmeno consultarlo, di conseguenza revocò l'espulsione
e costrinse la giunta a rassegnare le dimissioni, ottenendo
anche il plauso degli avversari (tra cui Croce, che interpretò
il fatto come l'inizio di una normalizzazione definitiva).
Bottai ritiene che sia il momento opportuno per attacca­
re a fondo i « mali del sistema»,s4 definiti in otto punti:
1) Mancanza - dal giorno in cui Mussolini era diventato
capo del governo - di un uomo che si dedichi «esclusiva­
mente, continuamente e autorevolmente» al PNF (scoperto
attacco a Bianchi, segretario del partito e sottosegretario
dell'Interno).
2) Incapacità della giunta esecutiva del partito, che non
è un organismo d irettivo «omogeneo, animato da una vo­
lontà unica, l ineare, precisa». Meglio sopprimerla.
3) «Abuso, anche nei gradi inferiori della gerarchia, d i
i nvestiture dall'alto, c h e raramente corrispondono alle
54 Giuseppe Bottai, fascista

reali esigenze dell'organizzazione, e che spesso montano


la testa degli investiti . »
4) «Persistenza di un sistema disciplinare rigido, milita­
resco, ricco di formule primitive, ottimo in tempi di azio­
ne politica, esecrando per l' uso tirannico, impulsivo ed
abusivo che ne fanno la maggior parte dei capi locali.»
5) Quadri direttivi adatti alla lotta e alla violenza ma in­
capaci di adeguarsi alle nuove responsabilità che gravano
sul partito al potere.
6) «Confusione di poteri, di attribuzioni e di autorità tra
i vari rami dell'organizzazione fascista (parti to, milizia,
sindacati, cooperative, gruppi di competenza) e mancata
definizione dei loro rapporti.»
7) «Persistente confusione tra i poteri dello Stato e i po­
teri del Partito, per cui questi, in ispecie nelle provincie,
tendono a sovrapporsi a quelli.»
8) Indefinitezza programmatica delle funzioni del par­
tito.
Tutti questi mali rimasero cronici nel fascismo: scom­
parve soltanto la giunta esecutiva, e non fu un bene per­
ché poteva servire come gradino intermedio tra Mussolini
e la base. Nessuno, dopo il periodo revisionista, fece un
serio tentativo di sanarli.
Nel revisionismo sperarono in molti: fascisti, fiancheg­
giatori e oppositori. Solo Piero Gobetti lo denunciò come
un grave pericolo, perché avrebbe portato a un fascismo
«intelligente» e quindi meno espugnabile di un fascismo
brutale e rozzo che magari sarebbe presto franato da solo,
non avendo sostegno ideologico. Gobetti scrisse quindi
un Elogio di Farinacci, seguito da u n Secondo elogio di Fari­
nacciss in cui irrideva i « teorici di Roma» e i «ciarlatani del
revisionismo», mentre il ras di Cremona veniva descritto
come «il tipo più completo e rispettabile che abbia espres­
so sinora il movimento fascista». Sappiamo quale fu la ri­
sposta data a Gobetti, perseguitato e costretto all'esilio
proprio dal fascismo «farinacciano».
L'unico che poteva far pendere la bilancia da una parte
Una battaglia perduta che vale la guerra 55

o dall'altra era Mussolini, ma il Mussolini di questo perio­


do non è ancora l'uomo che avrà sempre ragione: è una
pietra in mezzo a un gioco di correnti, può bloccarne una
ma può anche essere spostato da un'a ltra. Con certezza
assoluta sa solo - e lo dice chiaramente nel novembre 1 923
- che «nella vita necessario è durare». Per durare, al mo­
mento gli serve che nessuno vada a briglia sciolta o stra­
vinca, con la possibilità che poi gli forzi la mano. Così nel­
la riunione del G ra n Consiglio del 1 2 ottobre 1 923 che
doveva decidere la sorte d i Rocca, annulla l'espulsione
ma gli infligge tre mesi di sospensione dal partito: e tutti
dichiarano di avere vinto. Bottai proclama addirittura che
«lo Stato à vinto»,s6 cioè ha vinto sul partito. La «vittoria
dello Stato» era rappresentata dalle dimissioni di Bianchi
dal sottosegretariato all'Interno e dall'approvazione di un
ordine del giorno vicino alle tesi revisioniste: vittorie sen­
za effetto, anzi di Pirro, perché la segreteria fu presa da
G iunta, a ltro estremista.
Segue un periodo di stasi e di generale rientro nei ran­
ghi, specialmente da parte dei filorevisionisti meno impe­
gnati: Grandi si eclissa dalla vita politica, Filippelli passa
alla parte opposta, B albo ammutolisce, Rossi e De Bono
rompono ogni contatto c;on il gruppo, Finzi arriva a dire
che «non si curava più di nulla perché non sapeva bene
chi comandasse in Italia». s7 Anche Bottai mantiene un at­
teggiamento circospetto, pur sbilanciandosi di tanto in
tanto come quando scrisse, sul «Corriere italiano», contro
il sistematico abuso della violenza verbale, che inevitabil­
mente conduce, sostiene, ai rancori faziosi e alle aggres­
sioni fisiche; dovette ritrattare per ordine di Mussolini,
che nella violenza verbale aveva un'arma preziosa e che
gli fece dire di « non imborghesirsi anche lui». ss

Intanto i l fascismo dichiara guerre o rinsalda a lleanze


con altri gruppi di potere e partiti. Dopo essersi attirato an­
cora di più il favore degli industriali con il Patto di Palazzo
Chigi - che lascia ampia autonomia alla Confederazione
56 Giuseppe Bottai, fascista

dell'industria nei confronti dei sindacati fascisti - Mussoli­


ni decide di fare a meno dell'appoggio della massoneria,
che non aveva mai visto di buon occhio: nel febbraio 1 923
induce il Gran Consiglio a dichiara re l'incompatibilità tra
fascismo e massoneria, con immaginabile imbarazzo dei
cinque componenti del Gran Consiglio che appartenevano
a una loggia massonica: Balbo, Dudan, Torre, Acerbo e Ce­
sare Rossi. Lo stesso Bottai, nell' immediato dopoguerra,
aveva aderito alla massoneria di piazza del Gesù, ma nel
'23 ne era già uscito.
Anche riguardo a un altro dibattuto problema di quei
giorni - l'unificazione del PNF con il Partito nazionalista ­
Bottai fu d'accordo con la linea del partito, generalmente
favorevole alla fusione, anzi ne fu uno dei primi e più ac­
caniti sostenitori, e non per un semplice trangugiamento
di forze, come pensava la maggioranza dei fascisti. Nel
1 9 1 9 definiva i nazionalisti «vecchie zitelle» ma già nel
'21 , quando si comincia a parlare di fusione, distingue tra
il nazionalismo conservatore dei «vecchi» e quello inno­
vativo dei giovani.59 Due anni più tardi, è del parere che il
nazionalismo sia stato fascismo prima del fascismo stesso,
pur mancandogli la mentalità rivoluzionaria : il fascismo
fu «la manifestazione irrompente della maturità» del na­
zionalismo, la fase dei «guerrieri e dei giustizieri» dopo
quella dei «precursori solitari ed eroici»; ora è il momento
della terza fase, «quella degli uomini di opere e di pensie­
ro, che si diano da fare a costrurre, a edificare la nazione»:
a questo scopo «sono, forse, più pronti, per abito mentale,
gli uomini del partito nazionalista» . Insomma, i fascisti
non sono ancora in grado di dirigere la nazione e occorre
affiancare «ai capitani del Fascismo uomini di grande dot­
trina e di sicura competenza» . 6o
Bottai teme, a ragione, che il fascismo si cristallizzi in
reazione anche dopo la conquista del potere e quindi, co­
me poi a mmetterà in una lettera del '46, che precipiti nella
«storia dell'altro ieri: la mia generazione s'è tagliata fuori
dalla storia».61 Sperava che i nazionalisti frenassero que-
Una battaglia perduta cile vale la guerra 57

sto passo indietro62 ma si sbagliava sui loro «sdegnosi e


tenaci»63 capi: la fusione, decisa alla fine di febbraio del
1 923 e proclamata a i primi di marzo, si risolse in una sem­
plice addizione numerica a favore del PNF. Non c'era più,
dopo il '22, una sostanziale differenza tra i due partiti, e i
nazionalisti portarono nel fascismo un conservatorismo
spesso snobistico che distrusse ogni residuo di spirito in­
dividualistico e di tendenze socialistiche. Soltanto succes­
sivamente, quando il regime si sarà assestato nella forma
dittatoriale, l'attività di uomini come Rocco, Volpe, Panta­
leoni e De Stefani si farà sentire nell'organizzazione dello
stato.
La delusione per il fal limento dei nazionalisti e del nazio­
nalismo fu una delle molle che spinsero Bottai, pochi mesi
dopo, a riprendere la campagna revisionista. L'occasione fu
offerta dalle elezioni per la Camera con il nuovo sistema
maggioritario voluto da Mussolini. Racconta Rocca: «Mi ri­
cordo di averne d iscusso a lungo, all'inizio del 1 924, con
Bottai e con Grandi: il secondo si era ormai ritirato sotto la
tenda, in attesa degli avvenimenti; il primo temeva ormai
che la situazione fosse già irreparabile, col rischio di qual­
che disgrazia che minacciasse una catastrofe».M Infatti Bot­
tai ricomincia per primo la polemica, in gennaio, tentando
di «torcere il collo alla m ala bestia», ovvero la retorica fasci­
sta «che fa più male alla nostra causa di mille articoli di op­
posizione, . . . la retorica cafona dei comizi domenicali, dei
giornali diretti e scritti dagli i lletterati, la retorica infeconda
degli uomini che nel passaggio dall'agitazione alla calma
sentono il proprio annullamento».6s Arnaldo Musso lini, di­
rettore del «Popolo d'Italia», domanda ai revisionisti se fos­
sero stanchi d'essere fascisti. Rocca risponde che erano in­
vece stanchi di non sapere cosa fosse il fascismo. (Anni
dopo ci fu uno scambio di battute simile tra Bottai e il duce,
che nel corso di una riunione alluse a certi fascisti «che vo­
gliono stare nel fascismo solo con un piede»; Bottai replicò
di volere stare nel fascismo con entrambi i piedi, ma anche
con la testa.)
58 Giuseppe Bottai, fascista

11 7 maggio 1 924 Bottai chiede se «non sarebbe opportu­


no, ammesso che si debba limitare la libertà di stampa, co­
minciare a !imitarla sulle colonne dei nostri giornali», do­
ve «qualche imbecille presuntuoso vomita fuoco e veleno
dal suo calamaio inquisitorio»: subito dopo, quasi per ca­
so, sposta il discorso su Farinacci. Domanda poi che ven­
gano creati «degli uomini capaci per i posti di comando e
non posti di comando per uomini incapaci» annullando
«l'insincerità cortigianesca che l'uso e l'abuso di regole di­
sciplinari carcerarie e mortificanti à diffuso come siste­
ma»; infine, per l'ennesima volta, chiede di «smobilitare il
partito di ogni funzione non sua».66
Rocca invece si muove direttamente contro l'uomo-sim­
bolo di quanto di negativo vede nel fascismo, e tre giorni
dopo l'intervento di Bottai pubblica una lettera aperta «A
Roberto Farinacci, despota e censore» che conclude così:
«Fammi espellere: può darsi che tu vi riesca. Ed io raccat­
terò la bolla di espulsione e me l'appenderò al petto come
medaglia commemorativa di una vittoria ... » .
Farinacci non s i fa pregare: il 1 3 maggio accusa Rocca d i
demagogia e richiama «ancora» l'attenzione della direzio­
ne del partito su di lui. Il medesimo giorno Arnaldo Mus­
solini accusa Rocca e Bottai di provocare un «furore incom­
posto di polemiche . . . condannabile alla stessa stregua di
un prepotente, di un qualsiasi ras d i provincia». I l 20 il du­
ce ratifica il provvedimento di espulsione per Bottai e Roc­
ca preso il 1 6 dal direttorio del PNF. Ma mentre Rocca «se
l'appende al petto come una medaglia», Bottai chiede l'in­
tercessione di Giovanni Marinelli, segretario amministrati­
vo del partito, suo a mico ed eminenza grigia del fascismo:
riesce così, certamente con la promessa di rientrare nei ran­
ghi o almeno di essere più prudente, a ottenere la riammis­
sione. Il 22 maggio scrisse su un suo Quaderno:
L'esperienza di vita fatta ne' giorni scorsi è arida e senza confor­
to. Esperienza di vita, non di vita politica. Tutta la mia vita di uomo
giovane passata sotto la pressione d'una conoscenza cruda, senza
scampo, della lotta belluina di persone ch'è al fondo della politica.
Una battaglia perduta che vale la guerra 59

M i sono rifugiato nella disciplina come nell'estrema d ifesa. La di­


sciplina mi consente d i non pensare a riposarmi per credere ancora.
Oggi, la mia precisa sensazione si è che il Fascismo come Partito
degeneri verso la p i ù mostruosa e, forse, la più sanguinosa delle
agonie; che il Fascismo-Governo sia ancora in forza per salvare i l
patrimonio ideale della rivoluzione; m a che abbia il tempo contato.
E Mussolini?
Quest'uomo è sempre p i ù u n denso mistero della mia vita.

Trent'anni dopo - Bottai ancora in vita - Rocca imbastì


per lui una giustificazione paterna e non molto onorevole:
«Bottai, a llora giovanissimo, temette di veder spezzata
per sempre la sua carriera» .67 Nel 1 959, subito dopo la
morte del vecchio compagno di lotta, in un articolo che ha
la tipica generosità del necrologio, scrive: «Sentivamo di
aver ragione, anche se eravamo i più deboli, e fu questa
convinzione che poi permise a Bottai, rimasto nel partito,
di a ttenuare, per quanto possibile, il dispotismo spesso
cieco del partito e del governo, nei loro rapporti con gl'in­
tellettuali italiani » . 68
Effettivamente Bottai, sfruttando l a sua posizione ge­
rarchica, poté fare di più - per il fascismo e per il paese ­
d i quanto avrebbe potuto mettendosi all'opposizione. En­
trambe le spiegazioni date da Rocca sono però insoddisfa­
centi: Bottai teneva senz'altro molto alla carriera, e lo di­
mostrerà in più occasioni, ma teneva anche moltissimo a l
fascismo, e lo dimostrerà per tutta l a vita. Nel Pro memoria
del '44 spiega perché non abbandonò i l partito in quella
occasione: «Solo gli uomini di partito, di qualunque parti­
to, possono rispondere ad una domanda di questo genere:
essi che, nelle più difficili svolte delle loro organizzazioni,
hanno di certo conosciuto la tenace speranza di riuscire,
attraverso i più penosi compromessi, a moderare l'oppo­
sta corrente con la loro azione di contrasto» .
Gherardo Casini, ricordando Bottai, appena scomparso,
scrive nel '59: «Più di una volta ti balenò il proposito di
uscire sbattendo rumorosamente la porta, e proclamando
a gran voce tutto quello che certo formalismo disciplinare
60 Giuseppe Bottai, fnscistn

t'impediva di dire ma a che sarebbe valso un tal gesto? A


dare un esempio? A seminare l' inquietudine in qualche
coscienza? . . . In tempi di totale e pavido conformismo, il
coraggio sta nel mantener fede alle proprie idee e nel pre­
pararsi ad attuarle un giorno. E poi fascista tu eri, consa­
pevolmente fascista» .69
Infatti Rocca diventerà antifascista e Bottai sempre più
fascista, tanto da giungere ad accusare l'ex amico di tradi­
mento. Dopo un richiamo da parte del «Popolo d'Italia»
per a lcuni articoli che avevano ancora sapore revisionista,
il 1 o ottobre 1 925 Bottai scrive una lettera « riservatissima» a
Mussolini: «lo non meritavo di essere accomunato né a
Massimo Rocca, che fu il primo traditore della concezione
del Fascismo a cui mi sono costantemente ispirato, né ad
Aldo Oviglio, con cui non ho mai avuto rapporti di sorta» . ?O
Stabilito che vuole restare nel fascismo, si pone il pro­
blema di «come» restarci. In quei giorni confidava a Casi­
ni: «Il fascismo è come una ruota che gira: se ti stacchi dal
centro c'è un movimento eccentrico che ti butta fuori».7I È
la sintesi della sua meditazione sui fatti appena accaduti e
un proponimento per il futuro: azione critica sì, ma fer­
mandosi sempre prima di essere «buttato fuori» . Ripren­
de dunque il normale lavoro giornalistico, costellato d i
elogi a Mussolini che suonano falsi.

Il revisionismo sembra finito quando scoppia il caso


Matteotti. Anche Bottai condivide lo sdegno suscitato nel
paese dal rapimento e dalla morte del capo socialista e i l
suo è un vero attacco a l regime che v a crescendo nei tre
numeri di «Critica fascista» successivi a l rapimento: 1 5
giugno, 1 o e 1 5 luglio 1 924. Dopo quello che l'anno se­
guente definirà «il più grande errore che il fascismo abbia
commesso»,n ripropone le idee che gli avevano procura­
to, come dice nell'a rticolo del 1 5 giugno, il «fierissimo
rimbrotto» e la «sciagurata settimana di passione» per es­
sersi messo nel giusto mezzo tra l' «empirismo confusio­
nario» e l' «apriorismo astratto» . Cita una frase di Musso-
U11n battaglia perduta che vale In guerra 61

lini diretta agli altri partiti («voi avete diritto di esistere!»)


per rilanciare la «questione posta non più da noi, ma dal
Capo del Fascismo» sulla necessità di una opposizione e
per invitare il PNF a «mutare il tono correggendo il suo sti­
le, rivedendo il suo metodo».73
L'a rticolo del 1 o luglio sarebbe costato assai più del­
l' espulsione, in tempi migliori per il fascismo: Bottai chie­
de che il PNF faccia un «esame di coscienza assoluto, senza
scampo, crudele; questo se non si vuole che gli esami d i
coscienza ognuno cominci a farli per conto proprio» . Par­
la di «marcio» e definisce il revisionismo «un movimento
formidabile e vasto», al quale aderiscono (notare il pre­
sente) «gli spiriti più equilibrati e sereni»: se a suo tempo
fosse stato ascoltato, il fascismo non si troverebbe nella si­
tuazione cui l'ha condotto la morte di Matteotti, che i n
modo velato addebita all'estremismo «rassista» . Non a ca­
so poi ribatte a Farinacci che propone una «seconda onda­
ta» purificatrice, mentre Bottai vede come unica possibi­
lità di salvezza per il fascismo « ristabilire q u el normale
contatto tra govemanti e governati che, in u n Partito come in
u n a Nazio n e, è co ndizio n e di vita » . 74 La frase, in corsivo
nell'originale, gli procura l'accusa infamante di «liberali­
smo», alla quale peraltro non si sottrae: il 15 luglio infatti
connette strettamente il fascismo alla dottrina filosofica
del liberalismo come «affermazione d'un processo unita­
rio della storia».7s
È il momento in cui si avvicina di più a una concezione
liberale dello stato: Croce, in quei giorni, profetizzava la
caduta del fascismo se non si fosse dato un assetto costitu­
zionale e giuridico più simile al modello liberale. Bottai
però non poteva contare su una base di sostenitori suffi­
ciente, né per numero né per potenza. Tra gli intellettuali
fascisti molti, magari partendo da presupposti analoghi ai
suoi, a rrivavano a conclusioni completamente diverse.
Curzio Malaparte, che si chiama ancora Suckert, nel pri­
mo numero della sua «La conquista dello Stato» fa appel­
lo al fascismo intransigente della provincia rappresentato
62 Giuseppe Bottai, fascista

da Farinacci; e alla provincia si rivolgono pure Maccari e i


suoi «selvaggi» di Strapaese.
Bottai pare non capire la fragile consistenza delle sue
forze e si permette anche d i inveire contro «i revisionisti
dell'ultima ora», ovvero tutti coloro che da sempre avreb­
bero voluto un ammorbidimento del regime. Sarà costret­
to ad accorgersi della sua solitudine e della sua debolezza
il 22 luglio, quando Mussolini - in un discorso - nega
l'esistenza di un estremismo fascista e si dichiara antinor­
malizzatore, perché il vero scopo dei normalizza tori è fare
il processo al regime. Il duce non risparmia il revisioni­
smo, colpevole di rischiare una «ricaduta nello Stato de­
mocratico-liberale, con tutti gli annessi e connessi». Mus­
solini, a ttaccato da ogni parte, d oveva schierarsi con i
duri, gli intransigenti, che gli garantivano maggiore tenu­
ta contro gli oppositori. Il suo d iscorso del 22 luglio 1 924
segna la morte del revisìonismo. Lo stesso Bottai il giorno
successivo ne scrive il necrologio in una lettera personale
a Mussolini nella quale lo rassicura sulla sua «perfetta or­
todossia» e conclude, anche a nome degli «amici di "Criti­
ca" » : «Noi lavoriamo nel Fascismo e per il Fascismo, e, so­
prattutto per Te, che riconosciamo capo spirituale della
nostra generazione».76
Le continue manifestazioni di fedeltà al duce lo salva­
no. Il 7 agosto, al termine del Consiglio nazionale del PNF,
Mussolini lo assolve pubblicamente: «Mi pareva impossi­
bile che l'amico Bottai, che è un fascista del ' 1 9, che è più
giovane di me, che è un ardito di guerra, volesse impalu­
dare il suo temperamento e i l suo cervello, ché lo ha, in
questo più o meno acquitrinoso pantano demoliberale».
Assolto dalle accuse di eresia, d i rammollimento, di neoli­
beralismo, già in dicembre, con testardaggine, riprende le
lodi del revisionismo: «Era un modo, l'unico per noi, e i
fatti lo riconfermano, di seguitare la Rivoluzione, la quale si
è, a l contrario, invescata nei formalismi isterici degli eroi
da burletta».77
I l maggiore risultato ottenuto da Bottai è d i avere creato
Unn bnttnglin perduta che vnle In guerrn 63

un clima di dibattito culturale-politico e di avere incorag­


giato la nascita di riviste ispirate a «Critica fascista», an­
che se spesso se ne staccano e la contrastano: «Rivoluzio­
ne fascista » di G herardo Casini e Nicola Sammartano a
Firenze, «La Montagna» d i Bruno Spampanato a Napoli,
«La Grande Italia» di E. Secreti e G .R. Ascoli ad Ancona.
Tutti diverranno collaboratori più o meno assidui di «Cri­
tica fascista» .
M ussolini, vista l a debolezza dell'opposizione e spinto
dall'estrema destra del partito, passa al contrattacco con i l
discorso del 3 gennaio 1 925 e i provvedimenti successivi,
che instaureranno progressivamente il regime dittatoriale.
Bottai si sforza di credere che «i provvedimenti di questi
giorni e le parole che li preannunziarono» non siano
« aspetti ed espressioni essenziali della politica fascista»,
ma una necessità particolare del momento e che Mussoli­
ni si sia accollato una responsabilità non sua, con la quale
«Si cancellano due anni e si ricomincia da capo»; si rico­
minci pure da capo, lasciando però «per strada gl'inutili
ingombri della gente avariata e della merce di contrab­
bando».78 Una settimana dopo mantiene i «distinguo» ma
rileva i lati «buoni» del nuovo corso: «Lo Stato riassume
in sé ogni iniziativa e ogni gesto, assume le sue responsa­
bilità, costringe i singoli nei ranghi, stronca i gesti margi­
nali e criminali. Tutto ciò rientra nel nostro ordine di idee
e di propaganda»; si lamenta soltanto che ci si sia arrivati
non dopo una pacata riflessione e con un programma de­
finito, ma per colpa di quei fascisti che avevano praticato
una violenza «marginale, inutile e antieroica» provocando
«bassi e delittuosi avvenimenti». Ora finalmente il «Ca­
po» ha prodotto «dal d isordine e dal caos, l' ord ine e l a
chiarezza», occorre però far sentire al popolo l'autorità co­
me libertà. Certo non si può riuscirei creando ogni cosa ex
nova. Bisognerà prima permeare dei principi fascisti «gli
organismi direttivi dello Stato e la scuola e tutta la classe
dirigente».79 Insomma annuncia ciò che cercherà di realiz­
zare nei successivi diciotto anni: con l'ordinamento corpo-
64 Gi11seppe Bottai, fascista

rativo, con la riforma della scuola e con la preparazione


politica dei giovani in vista dell'inevitabile ricambio degli
uomini al potere.
Ancora nel febbraio 1 925 si d ichiara favorevole a l l a
svolta imposta da Mussolini: è giusto che il fascismo s i av­
vii a realizzare «ciò per cui è sorto» senza gli impicci e i fa­
stidi dell'opposizione, però «non ci si fermi al necessario
aspetto contingente di repressione» e ci si evolva con una
«rinnovazione sostanziale dell'ordine legislativo». so Ma
trascorsi pochi mesi si accorge che il duce - benché ora ab­
bia i pieni poteri - non ha intenzione di rivoluzionare su­
bito lo stato. Già Suckert si era chiesto se il «nuovo corso»
non fosse in effetti un passo verso la normalizzazione e
dubitava che si volesse creare una struttura statale intera­
mente fascista.B1 Bottai in maggio nota: «si stanno raffor­
zando tutti gli istituti pubblici che dovevamo distruggere,
riconsegnandoli . . . agli stessi uomini d i quella vecchia
classe dirigente contro cui la nostra giovinezza insorse,
nauseata e sdegnata» .s2 Dunque attacca di nuovo con vio­
lenza il «trucco dell'estremismo fascista», ostile alle rifor­
me, accusandolo di portare alla rovina il partito e la nazio­
ne. s3 Come finora ha potuto parlare male di molti aspetti
del fascismo voluti da Mussolini parlando bene di Musso­
lini stesso, adesso spara a zero sull'estremismo di Farinac­
ci - nuovo segretario del partito, che minaccia in ogni oc­
casione di fare cadere teste a tutto spiano - cercando d i
a ppacificarsi con il ras cremonese. Dopo avere accettato
«con riserva» la sua nomina e dopo una breve polemica
tra «Cremona Nuova» e «Critica fascista» nel maggio
1 925, tenta di mettere insieme «il diavolo e l'acqua santa,
Farinacci e Bottai » (sono parole sue): entrambi in fondo
vogliono «perfezionare l a Rivoluzione», l'opera di Fari­
nacci come segretario del P N F è ottima, egli è, meritevol­
mente, l' «unifica tore» del partito.84 O accettare questo
compromesso o venire frantumato dal segretario.
Appena un mese dopo - giugno 1 925 - il quinto (e ulti­
mo) congresso del PNF dette un colpo mortale alle speranze
U1ra battaglia perduta che vale la guerra 65

di Bottai, il quale si aspettava che il partito fosse messo «di


fronte alle sue responsabilità»:ss i l congresso fu invece solo
di facciata . In più, Bottai ricevette parecchie bastonate mo­
rali da Farinacci - che inveì contro i «cosiddetti uomini in­
tellettualissimi» - e da Musso lini in persona, che disse:
Io a m metto l ' i n t e l l i genza fa scista e sono sta to fa vorevole c h e
sorgessero d e l l e rivisti n e e d e i giorna l i d i combattimento i n tellet­
tuale, ma desid ero che costoro aguzzino i l loro ingegno per fare l a
critica spieta ta, d a l p u n to d i vista fascista, del soci a l ismo, d e l l ibe­
ra lismo, della democrazia. Ma se i n vece costoro d ebbono u t i l i zzare
l ' ingurgi ta mento della c u l t u ra u n iversita ria, che i o consiglio d i ra­
p i d a mente assimilare e di espellere non meno rapidamente, se co­
storo non fa nno che vessare e ipercriticare t u tto quello che di criti­
cabile c'è i n un m o v i mento così c o m p l esso come il m o v i m e n to
fascista, a llora io vi d ichiaro schiettamente che preferisco al catte­
d ra t i co i m potente l o squadrista che agisce.

Bottai capisce subito e subito scrive che il ritrattino lo


«riguarda in modo personale e diretto» . Coerentemente
alla l inea di mai contraddire Mussolini, aggiunge che lo
accetta come «un ammonimento. È l'ammonimento del
Capo. Non si d iscute»; inoltre riconosce «all'onorevole
Farinacci tutti i titoli e tutti i brevetti per il comando del
Partito».86 Sei giorni dopo, a mente fredda, sulla sua «ri­
vistina» si preoccupa ancora, in primo luogo, di dichia­
rarsi d'accordo con Mussolini su ogni cosa, tranne che
sull'attacco alla cultura: il d uce si era vantato di non ave­
re mai letto una pagina di Croce, e Bottai rifiuta di «cre­
dere sul serio che Benito Mussolini non conosca Croce».
Nel frattempo si è reso conto di avere dato buone armi ai
suoi numerosi nemici e nega che i l «Capo» si riferisse a
lui ironizzando sul «cattedratico impotente». Ma l 'impor­
tante è che finalmente il fascismo si sia dimostrato «capa­
ce di un totale rinnovamento all' interno e pronto a porre
le basi di una nuova politica di espansione e di potenza
a ll ' esterno» . s7 Invece, a p pena un anno più tardi, due
provvedimenti segneranno la definitiva sconfitta di Bot­
tai : il 3 gennaio vengono riaperte le iscrizioni al partito
66 Giuseppe Bottai, fascista

annacquandone il fuoco rivoluzionario - i l poco rimasto


- con l'ammissione di masse desiderose soltanto di stare
con i vincitori; in ottobre il nuovo statuto del PN F mischia
indissolubilmente gli organi del partito con quelli del go­
verno e sancisce il principio della nomina contro quello
della elettività. La rivoluzione sognata da Bottai non ci
sarà mai.
Nell'aprile 1 926, però, a Farinacci succede Augusto Tu­
rati, e Bottai tira un sospiro d i sollievo: «l processi in Corte
d'Assise sono terminati. Ora incominciano quelli più diffi­
cili dinnanzi alla storia» .ss Farinacci, su «Cremona Nuo­
va», gli risponde violentemente.89 Il dato più interessante
della polemica è l'intervento di Mussolini: con un tele­
gramma al prefetto di Cremona comunica di ritenere l' «at­
tacco a Bottai rivolto a me Benito Mussolini».90 I l duce co­
mincia ad avere più bisogno dei Bottai che dei Farinacci.
Tuttavia il regime frustra le aspirazioni giornalistiche d i
Bottai. Ha la sua rivista, dalla tiratura modesta, collabora
a molti giornali, e per l'intero 1 925 guida il quotidiano ro­
mano «L'Epoca», d i scarsissimo peso e in grave crisi eco­
nomica. Ma la sua maggiore aspirazione - dirigere un
quotidiano di rilevanza nazionale - rimane insoddisfatta.
Nel 1 925 e per gran parte del 1 926 tempesta affinché gli
vengano affidati la «Tribuna» o il «Giornale d'Italia» o «Il
Mattino». Mussolini non ha niente in contrario e alla fine
del 1 925 telegrafa a Federzoni, m inistro dell' Interno: «Ve­
do cessazione Epoca bisogna collocare Bottai al Carlino per
evitare sue ulteriori irrequietudini».91 Gli amministratori
dei vari quotidiani si opponevano però alla candidatura
di Bottai, perché considerato troppo giovane e inesperto, e
perché nessuno se la sentiva d i a ffidare un giornale im­
portante a un uomo che con una rivistina era riuscito a
creare tanti fastidi e che era costantemente sotto pericolo
di censura. Anche Federzoni, nonostante il parere del du­
ce, la pensava in questo modo. Nel marzo 1 926 - dopo tre
mesi di «disoccupazione» - Bottai scrive, affranto, a Mus­
solini:
Una battaglia perduta che vale la guerra 67

Caro Presidente,
debbo rivolgermi ancora a te. Mi d uole distoglierti da faccende
più gravi. È però una situazione la mia, che mi preme chia rire con
te. Degli al tri non mi curo. Questa ma ne mi ha chiamato il Sena tore
Corradini, il quale mi ha dichiarato: 1 ) che la maggioranza del nuo­
vo Consiglio d'amministrazione del <<Giornale d'Italia» non gradisce
la mia direzione; 2) che suo parere personale è che io non sia capa­
ce di dirigere un organismo complesso come il G. d'I.
Corne conchiusione logica di queste due premesse il Sena tore
Corradini mi chiedeva una rinunzia alla mia candidatura. In corri­
spettivo di questa rinunzia mi veniva offerta una lucrosa collabora­
zione e promesso l'appoggio per un Sottosegretariato in più o me­
no prossimo rimaneggiamento min isteriale. Io non so cosa pensare
del passo fatto presso di me dal Senatore Corradini e ignoro chi do­
vrebbe avere il mio posto o, meglio, il posto che mi è stato solenne­
mente promesso non una ma sette volte.
So però questo: 1) che non accetto il giudizio di incapacità for­
mu lato dal Sena tore Corradini e che non intendo cadere su questo
terreno; 2) che non ho mai concepita la mia devozione a te e al Fa­
scismo come un complesso di interessi e posizioni personali suscet­
tibili di baratti e di co111pensazioni materiaJi.92

Nei sei mesi successivi cerca di ottenere la nomina a di­


tettore del «Ma ttino», ma ottiene solo la d irezione degli
uffici romani. Così, senza nascondere la stizza, 1 ' 1 1 set­
tembre 1 926 scrive ancora a Mussolini,93 ma non c'è niente
da fare: durante il regime se vorrà dirigere giornali se li
dovrà fondare. Le «irrequietudini» di Bottai, comunque,
non erano dovute alla voglia di cariche, come mostra di
credere Mussolini. Lo si vede bene in due lettere private ­
proprio di questo periodo - alla moglie Nelia: «A mano a
mano che procedo nella vita, cresce in me un'intima in­
quietudine, che non si placa se non quando sono solo.
Che cosa è ? Sono scontento d i me, non della mia vita
esterna, del mio l avoro, dei miei successi, ma scontento
come se perdessi il mio tempo, come se sciupassi il mio
spirito. Che cosa è? Farò mai io nella vita qualche cosa, cui
possa un giorno guardare con tranquilla coscienza o non
sarò io soverchiato dalla pubblicità chiassosa della mia
professione di politico?» (7 settembre 1 926) . E due setti-
68 Giuseppe Bottai, fascista

mane dopo: «Qualche cosa riuscirò bene a fare della mia


vita. Non penso a l già fatto, perché l'ò fatto tra tanta gente
che ne sciupa anche il ricordo. Ora, debbo fare qualche co­
sa per me, che resti, che appaghi questo mio desiderio di
non essere del tutto inutile al mio Paese» . Finalmente, il 6
novembre, viene nominato sottosegretario alle Corpora­
zioni : in pratica ministro, essendo il dicastero tenuto dal
duce. Non fu solo quella «compensazione» promessa da
Corradini: la sua fedeltà, l'intervento d i Mussolini nella
polemica con Farinacci, il bisogno che i l regime aveva di
uomini validi portavano necessariamente ad affidargli un
ruolo nella «rivoluzione».
La nomina a quel m inistero e non a l trove fu dovuta,
forse, anche all'interesse che «Critica fascista» aveva di­
mostrato per i problemi sindacali.94 Comunque, con Bottai
alle Corporazioni, inizia un'attività fra le più interessanti
nella storia del fascismo.
IV
L'ABORTO DELLA MONTAGNA l

lo non sono né professore né maestro, ma un giovane uscito


da un v i vo fermento ri voluzionilrio, che ha avuto la singola­
re fortuna d i presiedere a l lil formazione d i u n orga nismo e
a l l ' a ffermazione d i u n 'esperienza straord i na riamente i m ­
portante p e r i l nostro Paese e d esemplare p e r i l mondo. 2

Lo Sta to dev'esigere una v i ta corpora t i va d eg l ' i n d i v id u i ;


deve volere, cioè, che i l singolo, i l cittadino, i l privato, viva
nel suo sindacato, nella sua corporazione, illtemlllellle, corpo
ed a nima, i nteressi materiali e aspirazioni idea l i 3

La sua vita privata concede poco al racconto. Uomo meto­


dico, organizza la giornata con orari regolati al minuto:
sveglia all'alba, ginnastica, lavoro, studio e a letto prestis­
simo nella tranquilla villetta di via Mangili, vicino allo
zoo, che ha comperato con una cooperativa di giornalisti.
È infastidito da ogni mondanità, tanto da soffrirne quan­
do, governatore di Roma, sarà per lui dovere d' ufficio.
Nelia è una compagna solida e gentile che condivide la
sua passione per la famiglia, e dopo due bambine (Vivia­
na nel '23 e Maria Grazia nel '26) nel '31 nasce anche un
maschio, Bruno.4
Allegro e spiritoso in casa e con gli amici quanto conte­
gnoso e rigido nella vita pubblica, Bottai viene ricordato
dall'amico Giovanni Balella come «un uomo difficile, in­
soddisfatto. Imprevedibile, passava dall'umor nero alle ri­
sate pazze e viceversa, senza dare spiegazioni». s Il figlio
Bruno lo descrive così: «Aveva una personalità molto ben
formata. L'educazione familiare, la scuola di allora, la for-
70 Giuseppe Bottai, fascista

mazione che uno si dà nell'adolescenza e probabilmente


la prima guerra mondiale ne fecero una persona molto se­
ria . Era un essere umano molto consistente, con una gran­
de partecipazione alla vita e con la consapevolezza che la
vita è una cosa davvero seria, il che non significa che fosse
un uomo triste, anzi. Amava le cose semplici, la passeg­
giata in montagna, la lettura, il senso del dovere verso i fi­
gli . . . Era un uomo a tutto tondo. Un simulacro può fare
finta di non sbagliare e poi dire che non sbagliava, un uo­
mo a tutto tondo no e può sbagliare anche molto molto
mol to» .6
Nel 1 926 ha trentun anni e la nomina a sottosegretario
del ministero delle Corporazioni - che il Gran Consiglio
definirà «strumento di a ttuazione rivoluzionaria» - lo
porta a un posto d i primo piano nella vita i taliana. IJ mini­
stero, istituito il 2 luglio d i quell'anno, ancora nel '27 non
aveva più di settanta impiegati (diventerà poi il più gi­
gantesco apparato burocratico creato dal regime), ma per
Bottai deve d iventare il motore della rivolu z ione fascista.

Il corporativismo si proponeva di superare i confl itti tra


lavoro e capitale tramite l'azione conciliatrice e non d iscu­
tibile dello stato. Le corporazioni (una per ogni categoria
professionale, in rappresentanza di lavoratori e datori d i
lavoro) facevano parte dell'organizzazione amministrati­
va statale e avrebbero dovuto autoregolarsi, in collabora­
zione con il partito, mediante leggi e d isposizioni emana­
te da organi propri: prima il Consiglio nazionale delle
corporazioni, poi la Camera dei deputati, che venne tra­
sformata in Camera dei fasci e delle corporazioni. I n
realtà tutto fu sempre deciso dall'alto, d a l ministero o d a
Mussolini in persona, in u n sistema rispondente alla per­
fezione, scrive Salvatorelli, «a un'etica politica per cui lo
stato-partito è tutto e l'uomo, al di fuori di esso, nulla» .?

La teoria corporativa era presente già da d iversi decen­


ni nei programmi nazionalisti ed era stata inserita nella
L'aborto del/n 1110111ngnn 71

Carta del Carnaro di d'Annunzio. Fece la sua prima vera


apparizione nei progra mmi fascisti solo nel novembre
1 921 , durante i l congresso costitutivo del PNF, quando i l
corporativismo venne definito come «espressione della
solidarietà nazionale e con1e mezzo di sviluppo della pro­
duzione» . Si cercò però di retrodatare la nascita del corpo­
rativismo fascista citando sempre il discorso tenuto da
Mussolini, nel marzo 1 91 9, agli operai di Dalmine che
avevano sospeso uno sciopero per riprendere la produ­
zione: «Voi vi siete messi sul terreno della classe, ma non
avete dimenticato la Nazione; avete parlato di popolo ita­
liano, non soltanto della vostra categoria». Né si trascurò
di ricordare, ovviamente, il programma di San Sepolcro,
che proponeva di riorganizzare la produzione su base
cooperativa e di affidare la gestione delle industrie e dei
servizi pubblici a sindacati di tecnici e di lavoratori.
Durante il congresso del '21 venne fondata la Confede­
razione nazionale delle corporazioni sindacali, subordi­
nata al partito e diretta da Edmondo Rossoni, ex sindaca­
l i s ta rivol uzionario. L' o rg a n izzazione, composta d a
cinque federazioni (agricol tura, commercio, industria,
gente d i mare, classi medie e intellettuali), avrebbe dovu­
to accogliere tutti i «produttori», compresi i datori di la­
voro, dando luogo al cosiddetto sindacalismo integrale.
L'idea non dispiaceva completamente ai proprietari agri­
coli, visto che la diffusione del sindacalismo fascista ave­
va quasi annullato la lotta di classe nelle campagne, ma
gli industriali non ne vollero sapere. Anche con il fasci­
smo al potere i datori di lavoro riuscirono a mantenere le
loro organizzazioni staccate da quelle operaie, nonostante
le insistenze di Mussolini, che arrivò a incoraggiare degli
scioperi.
Gli industriali con il Patto di Palazzo Chigi (dicembre
1 923) ottennero che la Confederazione dell'industria e l a
Confederazione delle corporazioni fasciste rimanessero
separate. In compenso, nel giugno 1 925, con il Patto di Pa­
lazzo Vidoni, la Confederazione degli industriali ricono-
72 Giuseppe Bottai, fascista

scerà i sindacati fascisti come unici rappresentanti degli


operai, stroncando i l sindacalismo popolare e socialista; in
cambio, il governo abolirà le commissioni di fabbrica. Infi­
ne, il 6 ottobre 1 926, il Gran Consiglio vieterà il diritto di
sciopero e di serra ta. I l vantaggio maggiore per i datori di
lavoro fu mantenere - in effetti - molta autonomia e indi­
pendenza; mentre i lavoratori vennero rigidamente inqua­
drati e resi in tutto dipendenti dal potere politico.
Sono dunque gettate le basi per l'attuazione dello stato
corpora tivo, la riforma « rivoluzionaria per eccellenza,
destinata a rimanere nella storia del mondo» come disse
Mussolini, che si spinse ad a ffermare, nel 30 «lo Stato
' ,

fascista o è corporativo o non è fascista» : la frase del du­


ce che Bottai amò più di qualsiasi a ltra. In realtà Mussoli­
ni, pur continuando a declamare la rivoluzionarietà del
fascismo, vide nel corporativismo soprattutto un ottimo
sistema per controllare l'economia. In Italia, e ancora di
più all'estero, l'esperimento suscitò consenso e interesse.
Ma il duce non ebbe mai una concezione corporativa
propria e si rifece, in primo luogo, a quella del nazionali­
sta Rocco.s
Il concetto corporativo di Rocco - che si affermerà du­
rante il regime - era sostanzialmente diverso da quello di
Bottai: per Rocco le corporazioni dovevano essere assog­
gettate allo stato,9 per Bottai invece dovevano godere di
ampie autonomie. 1o Prima del '26 Bottai aveva a ttaccato
Rocco rilevando quanto fossero reazionarie, in particolare
a p roposito dei sindacati, le sue opinioni; Mussolini lo
aveva subito zittito scrivendogli di ritenere la posizione di
Rocco «sempre più fondamentale». 1 1
Neppure da ministro Bottai riuscirà a mutare l'imposta­
zione data da Rocco alle corporazioni. Anche se per en­
trambi lo stato era più importante del cittadino, al centro
dei pensieri di Bottai c'è sempre l'individuo:
Il cittadino dello Stato Corporativo è un uomo che ha presente
nel suo spirito, ad ogni istante, lo Stato come valore morale e come
valore economico, in qua n to egli subord ina sempre se stesso all'in-
L'aborto della 1110111ag na 73

teresse nazionale, spontaneamente e per il sempre vigile i ntervento


dell'autorità politica che fa valere quell'interesse, cioè fa valere se
stessa. Possiamo, d u nque, d ire che i cittad ini dello Stato Corporati­
vo, veri cittadini perché concreti prod uttori, rea l izzano costante­
mente il valore ideale dello Stato, sono davvero il fondamento del­
lo Stato, il terreno sul quale sboccia la sovranità. 1 2

Adesso gli è ancora più caro il riferimento alla Rivolu­


zione francese: i principi dell'89, sostiene, sono dichiara­
zioni di libertà dallo stato assoluto, ma il loro senso
profondo è che l'individuo «vuole diventare Stato, affer­
ma la propria capacità a costituirsi come Stato»:
L a conclusione e la soluzione esauriente d e i principi dell'89 è
dunque uno Stato in c u i si realizzi davvero e completamente t u tta la vi­
la del cittadino, i11 cui il cittadino trovi e componga davvero la sua perso­
nalitii morale, in c u i trovi una regola mentazione effettiva e totale della sua
vita . . .
. Ma questo è lo Stato che il Fascismo ha concepito e attuato;
lo Stato Corporativo che è, dunque, davvero, lo sbocco fatale della
storia moderna . 1 3

Più semplicemente, in pratica, era convinto che il meri­


to maggiore del nuovo sistema fosse quello di avere tra­
sformato le associazioni sindacali - che avevano «caratte­
re critico e polemico» - in una istituzione pubblica,
«elemento di nuove gerarchie sociali» e organo di collabo­
razione tra le categorie e le classi «ai fini unitari della Na­
zione».14 Prima invece i sindacati, abbandonati a se stessi,
«irrompevano contro lo Stato, al proprio arbitrio assog­
gettando la volontà degli individui, . . . ai propri interessi
particolari sottoponendo quelli delle categorie indifese e,
perfino, quelli generali». Così, mentre lo stato liberale fallì
per avere abbandonato agli interessi individuali gli inte­
ressi della società, il regime fascista-corporativo ristabili­
va «il predominio del principio politico e statale su qua­
lunque forma di aspirazione particolare, classista, d i
monopolio e di egemonia materialistica», l' individuo così
«Vi potenzia la sua libertà, ampliandone la sfera attiva fi­
no alla collaborazione con gli organi diretti dello Stato» . t s
L' idea corporativa - così concepita - poteva richiamare
74 Giuseppe Bottai, fascista

quella collettivista del marxìsmo. Bottai ne era cosciente e


non dispiaciuto, fino a teorizzare (dopo il 1 945, come ve­
dremo) «uno Stato di destra con una struttura economica
e sociale di sinistra».16 Sia chiaro, però, che quando si par­
lerà di un Bottai e di un corporativismo «di sinistra», si in­
tenderà una sin istra fascista non identificabile con nessun
tipo di marxismo.
Quando entra al ministero delle Corporazioni esiste so­
lo la legge del 3 aprile 1 926, preparata da Rocco, che sta­
bilisce l'elenco delle confederazioni parallele di da tori d i
lavoro e lavoratori: industria, agricoltura, commercio, tra­
sporti marittimi e aerei, trasporti terrestri e navigazione
interna, banche, professionisti e artisti (l'unica mista, data
la sua natura); sono proibite le associazioni sindacali di
magistrati, insegnanti e militari; i dipendenti statali sono
riuniti in organizzazioni a parte, controllate dal segretario
del partito. Alle confederazioni viene imposto di «coordi­
nare e meglio organizzare la produzione», conciliare le
controversie sui coptratti, fondare uffici di collocamento,
regolare i tirocinii. I contratti collettivi vengono estesi a
tutti i rapporti d i lavoro: ne verranno stipulati circa sei­
mila nei successivi quattro anni, in genere modellati su
quelli delle aziende che avevano i salari più bassi.
La legge del '26, in particolare, era ambigua sull'eletti­
vità delle cariche sindacali. L'articolo 4 rimanda ai singoli
statuti per il «modo di nomina degli organi direttivi»; l'ar­
ticolo 7 parla di presidenti o segretari « nominati o eletti»;
1'8 di «consigli direttivi eletti dagli iscritti all'associazio­
ne»; un successivo decreto intorbida ancora di più le ac­
que con il suo «elezione o nomina degli organi direttivi».
Rocco probabilmente aveva lasciato la questione nel vago
perché i politici potessero di volta in volta decidere per
l'uno o per l'altro sistema, ma si optò sempre per le nomi­
ne dall'alto: Bottai dirà che fu una causa del fallimento del
corporativismo.
Le sue prime esperienze governative non furono facili.
Bisognava trasferire al nuovo dicastero funzioni fino ad
L'aborto del/n montagna 75

a llora spettanti a i più d isparati ministeri (Lavoro, Indu­


stria, Commercio, Agricoltura, Istruzione, Giustizia e altri
ancora), ma nessuno voleva rinunciare alle proprie com­
petenze. In particolare Giuseppe Belluzzo, ministro del­
l'Economia, ritiene che i l nuovo ministero si debba occu­
pare solo di faccende sindacali, mentre per Bottai quello
delle Corporazioni è «il ministero della politica economi­
ca del regime», 1 7 quindi ogni problema economico deve
fare capo alla sua competenza politica.18 Mussolini teme­
va che la formazione di una potente «tecnocrazia» corpo­
rativa avrebbe finito per nuocere al potere centrale e fece
in modo che i vecchi m inisteri continuassero a condurre la
politica economica.
L'impegno più importante del sottosegretariato di Bot­
tai fu la preparazione della Carta del Lavoro, 1 9 elaborata
in pochi ma laboriosissimi mesi, dal 7 gennaio a l 22 aprile
1 927. Il Gran Consiglio - su proposta di Bottai - aveva
proclamato l a necessità d i un documento che dettasse «i
principi del nuovo ordine», ma a tre settimane dal 21 apri­
le - Natale di Roma e giorno in cui si voleva promulgare
la Carta - si era a ncora in a l to mare per la d iversità dei
punti di vista espressi dalle varie associazioni e ministeri
che Bottai aveva cercato di coinvolgere. 2o
I l contrasto più forte era quello tra la confederazione
degli industrial i e le confederazioni dei lavoratori. Bottai
deve distruggere un suo primo progetto di Carta del La­
voro (denominato «progetto A», del quale non è rimasta
traccia) che cercava di armonizzare le opposte richieste.
Stende a llora due «Carte» contrapposte, una gradita agli
industriali (progetto c) e una rispondente invece ai desi­
deri delle altre confederazioni (progetto B). 21 Il progetto c
era poco più d i una generica affermazione d i principi, e
Bottai sperava che Mussolini desse maggiore importanza
al progetto B, che ra ppresentava i d ieci undicesimi dei
«produttori» e conteneva precisi assunti normativi su sa­
lari, periodo di prova, lavoro notturno, cottimi, promozio­
ni, festività, ferie, malattie, previdenza e mutualità, licen-
76 Gi11scppe Bottai, fascista

ziamenti, indennità, garzonato, nonché a rticoli di natura


sociale come «Le fabbriche più importanti debbono im­
piegare una parte degli utili nella costruzione di case po­
polari destinate alle abitazioni degli operai».
Il 9 aprile Bottai manda entrambi i progetti a Mussolini
insieme a una relazione che lo impegnò non poco: nel suo
archivio ne esistono tre diverse versioni (del 4, 5 e 9 apri­
le) a testimoniare la sua propensione per il progetto B che,
an nota nella copia del 4 a prile, «enuncia l'opinione d i
questo Ministero sui vari punti del questionario», frase,
questa, poi eliminata dalla stesura finale.n
Mussolini prima tenta di innestare qualcosa del testo B
sul testo c, poi, non riuscendo a cavarne niente di soddi­
sfacente, passa i due documenti a Rocco che - con l'aiuto
di Bottai - realizza una terza stesura. Il progetto di Rocco,
pur accettando alcune formule proposte dalla Confedera­
zione nazionale dei sindacati fascisti, si a llinea ai desideri
degli industriali. Su questo testo intervennero ancora Bot­
tai, Belluzzo, Turati e soprattutto Mussolini, che lo purgò
di passaggi troppo conservatori. Il duce dette alla Carta
anche uno stile lapidario, ma non la pace: il documento
subì u l teriori modifiche dura nte la riunione del Gran
Consiglio incaricata d i approvarlo, e a d d irittura d opo
l'approvazione, prima che venisse pubblicato sulla «Gaz­
zetta Ufficiale». Nella dichiarazione VI, per esempio, vie­
ne inserito un capoverso che concede alle corporazioni la
facoltà di «dettar norme obbl igatorie sulla d isciplina dei
rapporti di lavoro e anche sul coordinamento della pro­
duzione». L'eccezionale importanza di questo principio ­
aggiunto all'ultimo momento, quasi per caso - dimostrò
scarsa chiarezza d'idee e discordanza di opinioni .
Figlia d i tanti padri, l a Carta del Lavoro venne presen­
tata come la massima espressione rivoluzionaria del fasci­
smo, benché non avesse valore legislativo. Si divide in
quattro parti e trenta articoli. La prima parte tratta del la­
voro, definito «un dovere sociale» (Il), e dell'organizza­
zione sindaca le, dichiarata l ibera benché poco dopo si af-
L'aborto della mon tagna 77

fermi che solo il sindacato riconosciuto dallo stato ha il di­


ritto di rappresentare la categoria dei «produttori» (III).
Viene poi definita la funzione del contratto collettivo,
ovvero la «conciliazione degli opposti interessi dei datori
di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli inte­
ressi superiori della produzione» (IV): è da notare l'espres­
sione «opposti interessi», vistoso lapsus (solo formale, se­
condo Bottai23) che tradisce la residua mentalità liberale ­
socialista nel caso di Musso lini - dei compilatori.
Le dichiarazioni V e X a ttribuiscono alla Magistratura
del Lavoro il compito di risolvere le vertenze sindaca l i
(che però furono solo quarantuno nei primi dieci anni d i
attività). L e corporazioni sono considerate «organi di Sta­
to» (VI) con l'obbligo di «promuovere in tutti i modi l'au­
mento e il perfezionamento della produzione e la riduzio­
ne dei costi» (VIII). L'iniziativa privata viene riconosciuta
come il mezzo più efficace per sviluppare la produzione
(VII), ma lo stato può sempre intervenire con il controllo,
l'incoraggiamento o la gestione diretta (IX).
Da l l ' X I a l la XXI dichiarazione si affronta i l tema del
«Contratto collettivo d i lavoro e delle garanzie minime
del lavoro»: i l contra tto collettivo è un «obbligo» (XI) e i
salari devono essere adeguati «alle esigenze normali d i vi­
ta» (XII), secondo i dati forniti dagli organi competenti,
ovvero pubbliche a mministrazioni, Istituto centra le d i
statistica, organ izzazioni professional i (XIII); s u questi
due articoli incombe i l XIV, per il quale la «retribuzione
deve essere corrisposta nella forma più consentanea alle
esigenze del lavoratore e della impresa»: sarà all' impresa
che si guarderà sempre per prima. In compenso la stessa
dichiarazione propone norme favorevoli ai lavoratori sul
cottimo e sul lavoro notturno, e nelle successive si parla di
orari e festività (XV), ferie (XVI), indennità per l icenzia­
mento o morte (XVII), divieto di licenziamenti per la ven­
dita dell'azienda, malattia, richiamo alle armi (XVIII), pu­
nizioni per infrazioni d isciplinari (XIX), periodo di prova
(XX), lavoro a domicilio (XXI).
78 Giuseppe Bottai, fascista

Mediante gli uffici d i collocamento lo stato «controlla i l


fenomeno d e l l a occupazione e d e l l a disoccupazione»
(XXII) ed esercita «una azione selettiva fra i lavoratori» in
modo da sviluppare, con la competizione, «la capacità
tecnica e il valore morale»; i datori d i lavoro - nella scelta
tra i d isoccupati - devono preferire «coloro che apparten­
gono al Partito e ai sindacati fascisti» (XXIII: è i l primo
passo verso quella che verrà chiamata la «tessera del pa­
ne», ovvero la difficoltà di trovare un lavoro se non si era
iscritti al PNF). L'articolo XXIV è dedicato alla prevenzione
degli infortuni e all'igiene del lavoro.
Infine la Carta tratta vagamente di previdenza (XXVI),
assistenza (XXVIII), educazione (XXIX), istruzione (XXX),
senza trascurare a lcuni buoni propositi su infortuni, ma­
lattie, maternità, forme assicurative (XXVII).
Niente d i rivoluzionario, insomma . Salvemini la definì
« una raccolta di principii astratti, di proposizioni equivo­
che, di buone intenzioni e di parole prive di senso» .24 I n
effetti l a Carta è l a logica espressione di u n regime d ittato­
riale di destra e, di conseguenza, dei suoi principi socioe­
conomici: nella dichiarazione I si afferma che «La nazione
italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione
superiori, per potenza e d urata, a quelli degli individui
isolati o raggruppati che la compongono. È una unità mo­
rale, politica ed economica, che si realizza integralmente
nello Stato Fascista» : secondo Bottai questa d ichiarazione
è «la sintesi e forse la più bella che sia stata fin' oggi creata
dell'Idea Fascista» .2s
È indubbio che la Carta si proponesse di migliorare le
condizioni d i vita e d i lavoro degli i taliani con norme in
d i fesa del lavoro e dei lavoratori che funzionavano da
tempo in molti stati. In I talia anche i governi l iberali - se il
fascismo non fosse arrivato a l potere - avrebbero dovuto
attuarle: numerosi principi della Carta internazionale del
lavoro (articolo 24; 7 del trattato di Versailles, parte X I I I )
erano, d e l resto, già stati applicati (orari d i lavoro, ispetto-
L'aborto della montagna 79

rati, lavoro dei fanciulli, trattamento dei lavoratori stra­


nieri) .
L a Carta servì soprattutto a Mussolini, che sbandieran­
dola riuscì ad apparire - specialmente all'estero - come il
creatore di una «terza via» tra capitalismo e comunismo.
Le nuove «tavole», tuttavia, rimasero per lo più inattuate:
tre anni dopo Ettore Ciccotti poteva dire in Senato che «la
Carta del Lavoro consiste in trenta aforismi, che io spero
saranno ben presto a ttuati, ma che per ora non son altro
che trenta aforismi». Nel 1 934 Bottai ammetterà che nella
Carta si danno «dei principi che non trovano riscontro al­
cuno nella legislazione e nella prassi corporativa».26
Però la difese sempre ai Congressi internazionali del la­
voro che annualmente si tenevano a Ginevra (dove, nel
1 930, sostenne la necessità della giornata di otto ore per
tutti). Nel 1 932, suo ultimo anno di permanenza al mini­
stero, partecipa al Congresso da trionfatore: il corporativi­
smo viene ormai considerato benevol mente nell'intero
mondo non comunista e il presidente della conferenza,
Albert Thomas - divenuto suo ottimo amico -, d ichiara
che, per l'Italia, « non si può parlare d i regressione nella
politica sociale».
Bottai suscita più diffidenze in patria, in particolare le
organizzazioni padronal i lo considerano più amico dei la­
voratori e troppo propenso a considerare le aziende come
«strumento di utilità pubblica», dunque assoggettate alle
necessità politico-economiche dello stato.27 Ma non è ama-
. to neanche dai sindacati dei lavoratori: nella riunione del
Gran Consiglio del 1 6 novembre 1 927, per esempio, Bottai
li accusa di continuare a preferire le contese classiste all' in­
teresse nazionale. In seguito attaccherà direttamente Ros­
soni, segretario della Confederazione dei sindacati fascisti,
colpevole di un « particolarismo centrifugo».2tl Rossoni re­
plica dichiarando d i fare un vero sindacalismo «fascista» e
accusa Bottai d i opporgli un sindacalismo «ufficiale, buro­
cratico ed universitario».29 Il Gran Consiglio, che vede nei
sindacati un pericoloso concorrente nella lotta per il potere
80 Giuseppe Bottai, fascista

del partito, si schiera con il sottosegretario delle Corpora­


zioni. Nasce di conseguenza l'alleanza tra Bottai e il segre­
tario del PN F Augusto Turati: Bottai lo considerò il miglior
segretario che il PNF avesse mai avuto3D e infatti durante il
suo segretaria to ( 1 926-30) diminuì le critiche al partito.
La polemica tra Bottai e Rossoni fu davvero pesante e
sconfinò dal campo politico-sindacale. Bottai aveva fatto
parte del consiglio di amministrazione del Banco Mobilia­
re e del Banco Mercantile, istituti legati al suo amico Alva­
ro Marinelli: nel '28 Marinell i (esperto commerciante di
baccalà ma non a ltrettanto esperto banchiere) fallì. Bottai
si era dimesso da due anni dalle cariche ma dovrà lo stes­
so spiegare i suoi rapporti con Marinelli in una lettera a
Turati: probabilmente dovette fornire chiarimenti anche a
Mussolini, visto che nel '24 gli aveva magnificato Mari­
nelli come «amministratore di qualità ecceziona li» e di
«ventennale maravigliosa esperienza», suggerendo addi­
rittura di affidargli il Banco d i Roma.3 1 Rossoni accusò
Bottai di servire interessi estranei al fascismo, Bottai ricor­
se alla Corte di d isciplina d'onore del partito e ne ebbe
piena soddisfazione.J2
Mussolini non voleva impegnarsi troppo nella linea ul­
tracorporativa di Bottai, ma tantomeno voleva un contro­
duce sindacale. Per di più aveva bisogno di riguadagnare
il favore degli industriali, ostil i ai suoi provvedimenti per
la rivalutazione della l ira e infastiditi dall'intemperanza
verbale di Rossoni. All'improvviso - il 21 novembre 1 928,
con una decisione nota come lo «sbloccamento» - l'orga­
nizzazione rossoniana viene divisa in sei confederazioni
(poi d iventate sette); Rossoni è politicamen te fini to33 e
Bottai, soddisfattissimo, proclama che con lo sbloccamen­
to si è riaffermato «il principio che nello Stato Fascista,
nessuna associazione può sussistere su altra forza che non
sia quella dello Stato medesimo».34
I suoi rapporti con i sindacati, però, rimangono difficili:
ne d ifenderà comunque in ogni modo l'esistenza (non
mancavano le proposte per sopprimerli) giudicandoli
L'aborto della 1110/llaglla 81

«pietra angolare» del sistema corporativo. Infatti intende­


va il sindacato come tramite fra l' individuo e lo sta to,
men tre per il regime era importante specia lmente come
strumento di con trollo sui lavoratori . Di conseguenza le
autorità fasciste imposero sempre le cariche sindacali,
contro il parere di Bottai . Lo scontro più diretto si ebbe
d urante la seduta del G ran Consiglio del l o aprile 1 930,
quando Bottai propose che le nomine sindacali avessero
«carattere sempre più rappresentativo». Il Gran Consiglio
respinse la sua idea perché le nomine dovevano conciliare
«le esigenze rappresentative delle categorie professional i
e l e esigenze politiche del regime».
Bottai cercherà d i riqualificare i sindacalisti, « ritenuti
una parte deteriore o subordinata della classe dirigente
del Regime»,3s secondo la vecchia concezione del sindaca­
lismo come «un mestiere di ventura, mestiere mercenario
che può essere esercitato da chiunque rimanga in stato di
comatosa disoccupazione».J6 Per questo creerà scuole per
organizzatori e dirigenti sindacali, invitando i giovani a
scegliere una professione con sbocchi professionali sicuri:
l' Italia avrà bisogno di almeno 1 0.000 nuovi sindacalisti ­
diceva - perché lo stato potrà scaricarsi di molte funzioni
trasferendole ai sindacati.37
È interessante notare anche l'atteggiamento di Bottai nei
confronti dell'Associazione nazionale studi e della rivista
«I problemi del lavoro» (mensile di «studi e volgarizzazio­
ne» ), fondate rispettivamente nel '27 e nel '28 da un gruppo
di ex dirigenti sindacali socialisti guidati da Rinaldo Rigo­
la, l'organizzatore biellese degli operai tessili. L' associazio­
ne e la rivista partirono dal presupposto che «il regime fa­
scista è una realtà e la realtà va tenuta in considerazione . . . »
e perciò i rigoliani - socialisti illusi dalla speranza di fare
del corporativismo un passaggio verso lo stato dei lavora­
tori - furono attaccati più dai fuorusciti che dal regime: « I
problemi d e l lavoro» f u tollerata dal fascismo fino al '40.38
All'uscita della rivista Bottai l'aveva attaccata di petto pro­
prio perché accettava i criteri dell'ordinamento corporati-
82 Giuseppe Bottai, fascista

vo, considerandolo però «un ponte di trapasso verso un fu­


turo stato proletario» .39 Rigola risponde, con abilità, così:
«Il fascismo si evolverà per una legge di vita. Conseguente­
mente noi siamo a posto quando parliamo di una tela da ri­
fare. Se verrà giorno - come noi non dubitiamo - in cui i
princìpi avranno ancora l ibero corso, i l principio socialista
sarà uno di quelli che cercherà il suo punto d'appoggio in
una organizzazione, perché il socialismo non ha ancora
esaurita la sua funzione».40 Bottai è il primo a sperare
nell'evoluzione del fascismo in senso più democratico e si
dichiara soddisfatto della risposta:41 da a llora tratterà con
simpatia il gruppo socialista, tanto che si diceva lo soste­
nesse segretamente.42 Definirà Rigo la «osservatore onesto e
attento»43 e scriverà volentieri frasi come « i socialisti de "I
problemi del lavoro"», «la socialista "I problemi del lavo­
ro" » . Li attaccherà solo nel '32, dopo il congresso di Ferrara,
quando caldeggeranno le tesi comunisteggianti di Ugo Spi­
rito.44 Per il resto lascerà ai collaboratori di «Critica fasci­
sta» il compito di sostenere la schermaglia con quei deboli
avversari. 45

Gli impegni amministrativi e politici non lo allontana­


no dal mondo della cultura: nel '27 fonda «Il Diritto del
Lavoro», rivista il cui stemma era un a lbero dalle grosse
radici sormontato dal motto «DURARE»; curiosamente è
l'unica pubblicazione d i Bottai che gli sia sopravvissuta a
lungo.
A Roma organizza una biblioteca specializzata nelle
questioni attinenti a l lavoro, in ogni capoluogo promuove
la fondazione dei Centri di cultura corporativa e prende
accordi con i ministeri della Pubblica istruzione e della
G uerra per la diffusione dei principi corporativi tra gli in­
segnanti e gli ufficiali. Chiede ai giuristi di cominciare a
formulare «quella Teoria fascista dello Stato che fino a que­
sto momento è rimasta tra le nebbie della retorica»46 e cer­
ca di scuotere dalla «pigrizia corporativa» i «vecchi diri­
genti economici» e la «vecchia classe politica» .47
L'aborto della montagna 83

La sua posizione e la sua a ttività gli procurano invidie e


inimicizie, che respinge con sarcasmo, sia che gli vengano
dalla «cultura intellettualistica» dove «certi zitelloni de­
plorano la contaminazione degli studi da parte di uomini
dominanti nella vita pubblica», sia che giungano d a l
«campo senza confini dell'ignoranza presuntuosa», quel­
lo degli «uomini cosiddetti d'azione, tutti muscoli, tutti
nervi, tutto fegato» .48
Il 26 gennaio 1 929 viene chiamato a far parte del Gran
Consiglio, il 12 settembre del medesimo anno Mussolini
gli cede la poltrona di ministro delle Corporazioni: lo stes­
so giorno il duce - che deteneva otto ministeri su tredici ­
rinunciò a tutti i suoi portafogli, tranne quello dell'Inter­
no, promuovendo i sottosegretari. Con questa mossa vo­
leva rendere più snella l'azione dei ministeri e soprattutto
dare al paese l'illusione di un ritorno all'ordine costituzio­
nale.
Sempre il 12 settembre il ministero dell'Economia na­
zionale fu ridimensionato in ministero dell'Agricoltura e
Foreste, con conseguente passaggio di moltissime compe­
tenze alle Corporazioni e alle Finanze. Bottai assume l a
carica con entusiasmo, portando la sua meticolosità e le
sue qualità organizzative e amministrative49 in un organi­
smo asmatico e costretto a reggersi su equilibri difficilissi­
mi. Ma Mussolini ha sempre in sospetto il suo impeto cor­
porativo, e ancora più d iffidenti sono gli industriali. A
questo proposito Bottai raccontava un episodio accaduto
poco dopo il suo insediamento come ministro: «Un giorno
mi annunciano che c'è in antica mera G iovanni Agnell i .
Entra, m i saluta, si siede. Comincia a parlarmi, si alza,
passeggia, mi d ice "giovanotto," parla per cinque minuti.
Non sapevo più se il ministro ero io o lui».so
A parte tutto, non era davvero un momento felice per
occupare uno dei ministeri responsabili dell'economia ita­
liana: un mese e mezzo dopo ha inizio a New York l a
grande crisi del '29. Negli anni precedenti i lavoratori ita­
liani avevano pagato a caro prezzo la rapidissima rivalu-
84 Giuseppe Bottai, fascista

tazione della lira voluta da Mussolini: il massiccio aumen­


to delle importazioni e il crollo delle esportazioni avevano
provocato una tendenza alla concentrazione delle azien­
de, una grande crescita della disoccupazione e la riduzio­
ne dei salari. La crisi mondiale - benché arrivata in ritardo
in Italia, paese ancora in prevalenza agricolo - fa precipi­
tare la si tuazione: nel triennio 1 929-32, che corrisponde
esattamente alla durata in carica di Bottai, le esportazioni
diminuiscono di circa il 55%, la disoccupazione aumenta
di tre volte e si prendono sempre nuovi provvedimenti
per la riduzione dei salari, solo in parte compensati dalla
diminuzione di qualche prezzo. Bottai sollecita Mussolini
a intraprendere una politica economica non equivoca e,
nell'autunno del 1 931, gli fa avere un «appunto» per indi­
care l' «imperiosa e pressante» necessità di una direttiva
generale:
Nella sua azione il m inistero si è ispira to a u na d i rettiva che
sembrava l'unica possibile: h a cercato, cioè, di dare sollievo agli
sforzi di resistenza d ell'attività ind ustriale, senza peraltro inasprire
i sacrifici dei lavoratori oltre i limiti consentiti dalla Carta del Lavo­
ro e da un senso di umana sopportazione, e cioè cercando di evita­
re, per quanto possibile, che i salari scendessero al d isotto dei mini­
mi previsti dai contratti collettivi . . . .
Pertanto, al punto i n c u i si è giunti è necessario avere innanzi a
sé una via sicura e chiara, da poter seguire senza esitazioni: devesi
permt!ftere che la trincea dei min imi salariali previsti dai contratti, la qua­
le, si noti, è stata già rotta in pirì pun ti, sia definitivamente travolta o la si
deve ancora difendere?SI

Mussolini evita di compiere una scelta radicale e sono


ancora i lavoratori ad avere la peggio. Si capisce dunque
la decisione - presa quando la Carta del Lavoro era già
stata approvata dal Gran Consiglio - di sopprimere un ca­
poverso della dichiarazione XIII: « Le conseguenze delle
crisi di prod uzione e dei fenomeni monetari devono
equamente ripartirsi fra tutti i fattori della produzione».
Il 20 maggio 1930, alla Camera, Bottai ammette che ci si
trova di fronte a una grossa crisi, anche se di minore gra-
L'aborto della IIJOilfaglla 85

vità rispetto a quella del '20 (errore di prospettiva perdo­


nabile se si considera che le conseguenze del crollo di
Wall Street non si erano ancora del tutto estese all' Italia).
Quanto ai modi per combatterla, si rifà alla dichiarazione
IX della Carta del Lavoro, secondo la quale lo stato può,
in casi eccezionali, intervenire nella produzione economi­
ca, persino con la gestione diretta. Attacca poi la già spic­
cata tendenza cartellistica degli industriali italiani, soste­
nendo che i consorzi non giovano al «perfezionamento e
al potenziamento degli organi produttivi» .s2 Nel comples­
so fu un discorso ottimistico, senza vere indicazioni stra­
tegiche, che d imostra come lo stesso Bottai non avesse
idee chiare sul da farsi, nonostante le numerosissime cita­
zioni di riviste, dati, relazioni, autori di tutto il mondo.
Sono più significa tivi a ltri due suoi interven ti parla­
mentari, esattamente un anno dopo: «Il massimo respon­
sabile della crisi» dice alla Camera «è il regime individua­
listico l ibera le», che ha provoca to una frenetica corsa
verso un incontrolla to aumento della produzione, con la
riduz ione al minimo del fa ttore lavoro e la scelta delle
produzioni più redditizie, non di quelle «più utili ai sin­
goli organismi nazionali». Il liberalismo dunque è morto
. . . In stato fallimentare gli appaiono anche gli esperimenti
socialistici del laburismo inglese e del cartellismo o capi­
talismo di stato in Germania, per non parlare del «bolsce­
vismo russo» : «In questo grandioso e drammatico cimen­
to di istituzioni, il regime corporativo . . . che non assorbe
alla maniera di Marx l'individuo nella classe, né, alla ma­
niera di Smith, la classe nell'individuo, ha in sé gli ele­
menti atti a fronteggiare e a superare la crisi». Ma per rag­
giungere lo scopo bisogna prima di tutto «dominare gli
istinti particolari» e gli industriali devono curare di più le
esigenze dei dipendenti: Bottai disapprova che nell'anno
precedente i salari siano stati ulteriormente diminuiti, ma
in compenso sostiene che gli operai non sono ancora pre­
parati alla cogestione dei mezzi produttivi. s3
Più tecnico e più calzante il discorso al Senato, dove se-
86 Gi11seppe Bottai, fascista

deva la maggior parte dei rappresentanti degli industriali.


Secondo Bottai mentre altrove la recessione è dovuta alla
sovra pprod uzione e all'esagera t a razional izzazione, in
Italia i problemi dell'economia nascono da motivi oppo­
sti : di conseguenza occorre aumentare la produzione e
conquistare nuovi mercati. G li industriali invece tendeva­
no a diminuirla, e questo sarà uno dei tanti motivi d'urto
con loro.s4
La crisi accelerò il completamento del sistema corpora­
tivo: solo con un apparato perfettamente funzionante si
sarebbe potuto costringere i produttori a sottomettersi al­
le «superiori necessità della nazione». Il 21 aprile 1 930 «il
Duce dall'alto del Campidoglio, da dove s'è irradiata nei
secoli la luce inoffuscabile della civiltà latina, inaugura il
Consiglio Nazionale delle Corporazioni». ss
Istituito il 2 luglid 1 926 come il ministero delle Corpora­
zioni, in realtà ancora non esisteva . Secondo la legge del '26
avrebbero dovuto farne parte il ministro, un rappresentan­
te per ogni corporazione (due per quelle dell'industria e
dell'agricoltura) e altri tre per l'Opera nazionale balilla, per
l'Opera per la protezione della maternità e dell'infanzia e
per l'Opera nazionale dopolavoro. Quando entrerà in fun­
zione i membri saranno 1 24, con l'aggiunta di ministri, sot­
tosegretari, alti funzionari di ministero, membri del diret­
torio del partito, presidenti delle corporazioni, esperti di
questioni sindacali ed economiche: i diretti rappresentanti
delle categorie produttive saranno una minoranza.
Nell'estate del 1 928 Bottai sottopone a Mussolini uno
schema di riforma per il costituendo Consiglio che, così
com'è stato pensato, gli sembra «più d'impaccio che d'aiu­
to». Bottai vuole invece che abbia funzioni «quasi legislati­
ve» nella preparazione di schemi di legge e regolamenti,
per disciplinare i rapporti economici tra le categorie, coor­
dinare l'azione assistenziale dei sindacati e l'attività nor­
mativa delle singole corporazioni. Com'è ovvio, infine, il
Consiglio nazionale deve fare «organicamente parte» del
ministero delle Corporazioni.56
L'aborto del/n 111011 lng nn 87

Lo schema piace a Mussolini e il 7 marzo 1 929 il Gran


Consiglio esprime «al camerata Bottai un vivissimo plau­
so per l'opera appassionata da lui svolta nel campo della
legislazione corpora tiva dello Stato fascista» . In aprile il
progetto viene approvato anche dal Consiglio dei ministri
e passato alla Camera per la discussione. E di discussione
si trattò davvero, tanto che Bottai poté dire, nel suo dop­
pio trionfo (solo apparente e momentaneo) di revisionista
e di corporativista: «L' abbiamo invocata tante volte una
sana critica fascista, e nel suo primo avvento, in una di­
scussione talora aspra, sincera, viva, vi è qualcuno che ne
è rimasto come turbato. Tutti, ma non io! » . Ormai bada
più a l corporativismo che al revisionismo, e nel medesimo
d iscorso afferma che non è possibile considerare due di­
stinti Mussolini, uno «creatore di un ordine politico che è
grato ed utile accettare, e un Mussolini creatore di un or­
dine economico che può essere fastidioso subire»:s7 in­
somma, il regime o lo si accetta o lo si respinge in blocco.
Il Bottai del '29, se ancora vede qualcosa di negativo nel
regime, arriva volentieri al compromesso: la rivoluzione
fascista è finalmente in a tto e l'importante è che le corpo­
razioni vadano avanti.
Alla Camera si discusse soprattutto l'articolo 1 2, che as­
segnava al Consiglio i l potere di regolamentare i «rappor­
ti economici collettivi fra le varie categorie della produ­
zione» . Nel corso del dibattito si notò come non mai
l'esis�enza di una destra e di una sinistra fascista; si distin­
sero in particolare gli «ultrarivoluzionari», che avrebbero
voluto dare più poteri a l Consiglio, mentre i rappresen­
tanti delle scuole economiche liberali - preoccupati che il
nuovo istituto portasse a un maggiore influsso dello stato
sull'economia - avrebbero voluto !imitarne le prerogative.
Bottai mantiene una posizione intermedia. In seguito
dirà: «Noi conduciamo i l nostro esperimento su un filo di
rasoio; sbandando troppo a destra, noi potremmo fare del
protezionismo padronale di cattiva lega; sbandando trop­
po a sinistra, potremmo ripetere gli esperimenti socialisti,
88 Giuseppe Bottai, fascista

che non sono nel nostro gusto e nelle nostre intenzioni». ss


Coerentemente, nella d iscussione alla Camera, attacca sia
i «corporativisti a oltranza » sia «i custodi dell'inizia tiva
privata» ricordando ai primi, più insofferenti, che «il no­
stro è un lavoro di generazioni; la nostra sorte, amara o
dolce che sia, è quella di gettare le basi di un edificio, in
cui non noi vivremo in tranquillità, ma le generazioni fu­
ture».s9
Alla fine, con la legge del 20 marzo e i l regio decreto del
1 2 maggio 1 930, il Consiglio viene costituito come lo vo­
gliono Mussol ini e Bottai; si compone di sette «sezioni » :
professioni libere e arti, industria e artigianato, agricoltu­
ra, commercio, trasporti terrestri e navigazione interna,
trasporti marittimi e aerei, banche; la designazione dei
rappresentanti «è fatta dai rispettivi organi collegiali . . . o
da chi ne esercita legittimamente i poteri», ma si adotterà
quasi sempre la seconda possibilità. Il Consiglio è chiama­
to a dare un parere sulle proposte di legge e sulla emana­
zione di norme, ma non può interferire con il Parlamento.
E veniamo all'articolo 1 2, che Mussolini dal Campidoglio
definì la «chiave di volta d i tutta la legge, che solo per
quelle tre righe merita l'appellativo di rivoluzionaria» : i l
Consiglio poteva regolare i rapporti economici collettivi.
Prima però doveva avere il permesso dal capo del gover­
no, il quale poi poteva anche respingere le decisioni prese.
Comunque, finché al ministero restò Bottai, ci furono solo
due accordi economici collettivi stipulati tramite il Consi­
glio: uno per la disciplina della vendita del latte a Roma e
uno, più importante, per gli agenti d 'assicurazione. Era
Mussolini a decidere se convocare o no i l Consiglio e a
permettere o meno che venisse d a ta notizia alla stampa
dei suoi lavori, a ratificare le nomine, a presiederlo, a po­
terne modificare la composizione, a stendere ed eventual­
mente cambiare l'ordine del giorno, ad autorizzare l'esa­
me d i ogni documen to, a stabilire d i volta in volta i l
metodo di votazione. Del resto, anche Bottai - nella logica
del regime dittatoriale - pensa che «Soltanto il Capo può
L'aborto della 1110111agna 89

avere la visione unitaria della vita della Nazione, soltanto


il Capo può procedere nel coordinamento delle forze pro­
duttive, spartire i compiti, contemperare le esigenze, assi­
curare la giustizia fra le classi, perché Egli soltanto può
calcolare tutti gli effetti, tutte le ripercussioni, i contraccol­
pi che ogni atto produce nel sistema generale della produ­
zione» . 6o Con il nuovo organismo, per lo meno, viene aiu­
tato il collegamento tra le federazioni che, prima di a llora,
sembravano destinate a «girare isolate l' una dall'altra,
perdutamente, nell'orbita dello Stato». 6I
Quanto alle corporazioni vere e proprie, durante il mi­
nistero Bottai ne nacque una sola (la prima), quella dello
spettacolo, formata il 6 dicembre 1930. Si trattava di un
organo consultivo composto da 26 membri (13 per parte
tra datori di lavoro e lavoratori) e 5 funzionari governati­
vi: la sua attività principale fu chiedere al governo sussidi
per le compagnie teatrali; inoltre promosse uffici di collo­
camento per gli attori e un consorzio di compagnie (che si
sciolse dopo poco).

Finì per essere più importante l'attività culturale-corpo­


rativa di Bottai, particolarmente nell'ambito universitario,
della quale rimarranno i segni anche dopo il crollo del fa­
scismo. 62
I l l o novembre 1 930 viene nominato per chiara fama
professore di Politica ed economia corporativa all'univer­
sità di Pisa (l'anno successivo passerà alla cattedra di Di­
ritto corporativo) . La «chiara fama» gli viene - oltre che
dall'essere ministro, padre ufficioso della Carta del Lavo­
ro e nume tutelare del corporativismo - dall'avere fonda­
to nel '30, proprio a Pisa, la Scuola di perfezionamento d i
scienze corporative e l a rivista «Archivio di studi corpora­
tivi». In seguito creerà la Scuola di perfezionamento in di­
ritto sindacale e, a Roma, un'altra Scuola di scienze corpo­
rative. La Scuola di Pisa, in specie, introdusse in Italia lo
studio dell'economia programmatica, della quale Bottai
sarà sempre più tenace assertore, e fu poco conformista ri-
90 Giuseppe Bottai, fascista

guardo al fascismo, in un'epoca in cui Starace era già se­


gretario del partito: mentre, come ministro, Bottai tuona­
va pubblicamente che «Lo Stato Corporativo è la sola so­
luzione dei problemi della vita contemporanea, e la forma
verso cui anela la sostanza sociale del mondo moderno»,63
con gli allievi ammetteva che «quello della corporazione è
un esperimento; una strada che non conosciamo e dove si
procede per te n ta ti vi . . È difficile sa pere fin d'ora dove e
.

come si sfocerà . . . ».64


Ma la funzione più importante - e non inconsapevole -
della Scuola fu promuovere un d ibattito l ibero tra i propri
studenti e quelli della Normale, nonché fra gli studiosi di
economia e nel mondo della cultura in genere. Scrive Gui­
do Quazza che « L' u n ico gruppo che tentò di elaborare
una dottrina originale e cercò di non perdere i contatti col
resto del mondo, fu quello dei giovani gentiliani che si
raccolsero intorno a Bottai nella scuola di scienze corpora­
tive dell'università di Pisa» .6s Alla Scuola insegnavano
docenti spesso in polemica, se non in contrasto, con i col­
leghi della facoltà di economia dell'università: mentre qui
il corso di Economia politica era tenuto da Guido Sensini
secondo gli schemi classici, nella Scuola era l'innovatore
Ugo Spirito ad avere la cattedra di Economia corporativa.
Per di più Bottai pretendeva che a nche all'interno della
Scuola ci fosse la possibilità di un dibattito fra teorie d i­
verse: tutto ciò, ricorda un a l lievo, portava alla Scuola
un' «aria di rivoluzione: scientifica prima che politica . . . . Si
potrebbe dire, in un certo senso, che quanto alla Facoltà
era visto, e insegnato, "da destra" , alla Scuola, veniva pro­
spettato "da sinistra " ».66
Lo stesso può dirsi per la rivista «Archivio di studi cor­
porativi» nata, afferma Bottai, per fare «opera di discus­
sione e d'indagine, libera perché responsabile, serena ap­
punto perché ricca di fermenti e di passioni ideali».67 I l
corso parallelo della nuova pubblicazione con «Critica fa­
scista» è evidente, anche se l' «Archivio», essendo diretto a
un pubblico specializzato ed essendo meno legato alla po-
L'aborto del/a montagna 91

litica contingente, poté permettersi posizioni maggior­


mente critiche e scoperte. All' «Archivio» - che si occupò
in modo specifico di diritto collettivo, intervento statale
nell'economia, pianificazione, economia mista, economia
sovietica - collaborarono (oltre ai professori della Scuola)
Giovanni Gentile, Arturo Carlo Jemolo, Santi Romano e il
giovane Giacomo Perticone. Contemporaneamente Bottai,
con Spirito e Arnaldo Volpicelli, dà vita alla collana «Clas­
sici del liberalismo e del socia lismo» (Sansoni), che però
non supera il secondo volume; mentre la «Nuova collana
degli economisti» (UTET), diretta insieme ad Arena, durò
fino al '35 e pubblicò anche testi anticonformisti. Numero­
si furono inoltre i convegni organizzati da Bottai, tra cui
quello - decisivo - svoltosi a Ferrara dal 5 all'8 maggio
1 932.
Se si potesse ridurre la vita di un uomo a un grafico, i l
momento dell'incontro d i Ferrara segnerebbe il punto più
alto per Bottai. Il trentasettenne ministro è al culmine del­
la potenza e del prestigio, a un livello che non raggiun­
gerà mai più. Il convegno fu una delle tante iniziative per
sviluppare e migliorare scientificamente il corporativismo
e per affermare
. la necessità della dialettica e della libertà
di parola e di ricerca scientifica. Vi intervennero studiosi
stranieri, giuristi, ministri, docenti universitari, dirigenti
sindacali e corporativi, e molti degli invitati non avevano
la tessera del partito.68 Bottai incoraggiò un libero dibatti­
to tra i seicento partecipanti, quale mai prima si era verifi­
cato e mai più si verificherà durante il fascismo, non solo
a proposito del sistema corporativo.
Si discuteva se le corporazioni dovessero essere di cate­
goria o suddivise per ciclo produttivo, a base sindacale o
aziendale. C'era poi chi propendeva per una maggiore o
minore autonomia degli imprenditori, chi dava più im­
portanza alla produzione della ricchezza e chi alla sua di­
stribuzione. Prima dell'intervento di. Ugo Spirito l a riu­
nione s i svolse tranquillamente, a parte un accenno d i
Giuseppe Attilio Fanelli sulla possibilità di applicare l'or-
92 Giuseppe Bottai, fascista

dinamento corporativo anche alle forze armate, che pro­


vocò una durissima reazione di I talo Balbo.
Spirito, giovane filosofo già allievo di Gentile, si era de­
dicato allo studio dei problemi economici, criticando il li­
beralismo e sostenendo la necessità della programmazio­
ne dell'economia e di opera re una vera rivoluzione d i
tecnici. Nel corporativismo - che intendeva come «libera­
lismo assoluto e comunismo assoluto» e come «comuni­
smo economico» - rappresentò la corrente più a sinistra .
Con la sua relazione su «Individuo e Stato nella conce­
zione corporativa»,69 Spirito critica il guadagno di uno so­
lo o di pochi nell'azienda; gli «amministratori» (oggi si di­
rebbe i manager) sono a margine tra capitale e lavoro, non
si identificano né con l'uno né con l'altro e anzi hanno la
tendenza a «servirsi di entrambi ai fini della loro econo­
mia particolare » . Ma il corpora tivismo aveva dato un
«colpo mortale alla concezione della proprietà » e ora
«l'ulteriore passo da compiersi . . . dovrà consistere nell'av­
vicinamento effettivo e nella graduale fusione di capitale
e lavoro», e quindi nella definitiva scomparsa del classi­
smo: risultati ottenibili con la corporazione proprietaria, ov­
vero rendendo tutti i corporati azionisti della corporazio­
ne e - di conseguenza - facendo scomparire i sindacati,
«ultimi fenomeni classisti». Rendendosi conto di quanto
la tesi fosse rivoluzionaria e non realizzabile immediata­
mente, Spirito propone che nel frattempo si adotti una le­
gislazione più moderata (ma non di molto) che sancisca:
l'introduzione di un rappresentante dello stato nell'am­
ministrazione delle maggiori aziende; il riconoscimento
del diritto del lavoratore alla cointeressenza, oltre che al
salario; la garanzia di una rappresentanza dei lavoratori
nel consiglio di amministrazione.
Queste teorie - sbalorditive ed eretiche per la maggior
parte dei presenti - vennero rese ancora più scandalose
dalla logica conseguenza che ne trasse Spirito: non biso­
gnava porre in maniera antitetica fascismo e comunismo.
Come sostiene Zangrandi, «contrariamente a quanto sa-
L'aborto della 11/0I!tagna 93

rebbe portato a pensare chi s'è fatto una idea della com­
plessa realtà fascista in base alle versioni di certi storici, lo
Spirito non fu tra tto in arresto seduta stante, ma le sue
enunciazioni divennero oggetto di una accalorata discus­
sione».7o Ci fu chi, preso da un raptus di mistica fascista,
propose che i convenuti andassero in pellegrinaggio alla
lapide dei «martiri fascisti» per lavare la vergognosa be­
stemmia;?! e, ovviamente, si espressero contro Spirito i l
presidente della Confederazione industriali Gino Olivetti
e il rappresentante della Confederazione agricoltori Elio
Lusignoli, nonché la maggioranza dei sindacalisti.72
Non mancò chi difese Spirito, con riserve dovute so­
prattutto all' iconoclastico accostamento di fascismo e co­
munismo: fra gli altri Sergio Panunzio, il docente dell'uni­
versità di Ferrara Massimo Fovel e Mario Racheli,
segretario della Confederazione l avoratori del commer­
cio. Tra gli ultimi intervenuti Agostino Nasti, collaborato­
re e amico di Bottai, definì «avveniristico» il corporativi­
smo di Spirito, « le cui idee nuove non spaventano i
giovani, ma portano a lle u l time conseguenze i principi
della Rivoluzione» . In effetti furono i giovani nati dopo il
1 905 a dimostrare i l maggiore entusiasmo per le tesi d i
Spirito sostenendole e caldeggiandole, invano, per l' inte­
ro decennio successivo.
Il filosofo - «abituato a vivere fra i libri» e poco avvez­
zo alla politica, come disse - non ritira le sue tesi ma deve
darne una giustificazione, in particolare riguardo all' ac­
costamento al bolscevismo: un accostamento assai meno
pericoloso delle « corporazioni proprietarie», che però
aveva colpito i più superficiali. Spirito precisa dunque
che il bolscevismo «involge rozzamente, materialistica­
mente» milioni di persone, ma che bisogna tenerne conto
come di una realtà; poi, dopo avere scacciato il comuni­
smo dalla porta, lo fa rientrare dalla finestra affermando
che il fascismo «non ha rinnegato nulla, ha accettato tutto
e tutto trasvalutato nel suo seno e portato a maggiore ve­
rità».
94 Giuseppe Bottai, fascista

A questo punto i presenti attendono, tesissimi, l'inter­


vento risolu tore d i Bottai. Gli ortodossi speravano nel
Bottai squadrista e ministro, mentre i fautori della corpo­
razione proprietaria contavano sul Bottai revisionista e
«critico» e si aspettavano, commenterà lo stesso Spirito,
«un'esplicita collaborazione in tale direzione, sia pure en­
tro i limiti di una situazione politica estremamente diffici­
le, dominata, oltre che dalle forze capitalistiche, soprattut­
to dalla cultura l iberale e conservatrice da Croce a
Einaudi» .73
In effetti la posizione di Bottai era abbastanza elastica
da genera re ogni genere di speranze. Verso la fine del
1 931 aveva scritto su «Critica fascista» d i non sapere se
definire «più criminali o imbecilli» coloro che - sostenen­
do che il capitalismo era finito - ritenevano ci si dovesse
evolvere verso «non so quale forma di socialismo di Stato
o addirittura col bolscevismo rosso».74 Ma nel primo nu­
mero del '32 si poteva leggere: «Dieci anni fa il Fascismo
significava per molti antisocial ismo, reazione; oggi che
non può più significare questo si capisce come debba es­
sere e farsi sempre più Rivoluzione e cioè spodestamento
di alcuni ceti, di alcune abitudini, di certa mentalità mora­
le, economica e politica e acquisto o meglio conquista d i
un nuovo spirito, inizio d i u n a nuova storia» .7s (Sei anni
dopo Mussolini sviluppò rozzamente gli stessi concetti
con la sua lotta allo «spirito borghese».)
All'assemblea Bottai dice di avere notato tra i presenti
due opposte tendenze: «La prima è quella che vorrebbe
fissare l'ordinamento corporativo, come una morta farfal­
la, sull'album della scienza . . . considerandolo definitivo,
perfetto», ma sotto questa «masc hera di cartone» c'è i l
«pallido volto degli Amleti liberali» che, «fra l'essere e il
non essere, preferiscono l'essere stati». La seconda («io mi
dichiaro nettamente per questa» ) vorrebbe accelerare il
«moto di trasformazione degli istituti corporativi verso
forme, norme e funzioni più vaste, più profonde, più or­
ganiche e più impegnative . . . . L'importante è di indivi-
L'aborto della montag na 95

d uare e dominare le due tendenze, per dare alla nostra


opera u n orientamento preciso». Sembrerebbe una presa
di posizione in favore di Spirito («un giovane studioso,
ben degno d i combattere e lottare per delle idee» ), m a
Bottai precisa che proprio Spirito ha determinato la scon­
fitta della seconda tendenza: il ministro giudica la sua re­
lazione «sbagliata, scientificamente, nelle conclusioni, che
non segnano un passo innanzi nel corporativismo, ma u n
passo fuori del corporativismo». Quindi, «apertamente,
lealmente, da uomo a uomo» la disapprova, perché, «per
fare una passeggiatina sentimentale, malinconica e nostal­
gica, sulle aiuole fiorite della collaborazione di classe, idil­
l iaca, pacifica e conciliativa», non occorreva fare u n con­
gresso, e perché se «il primo che ha scoperto il principio
attivo, operante, della collaborazione di classe è stato un
grande concepitore e costruttore di grandi sistemi politici,
i l secondo un volgare plagiatore», il terzo è stato « uno
scocciatore emerito».
Dato a Spirito dello «scocciatore emerito» e ribadito
che non vuole si esca dall'ordinamento corporativo «con
delle costruzioni arbitrarie, con delle ipotesi personali»,
Bottai respinge in particolare la proposta di abolire i sin­
dacati: sarebbe un u l teriore tentativo, a suo parere, di
cancellare la lotta di classe e i «contrasti, i dissidi, gli u rti,
le opposizioni che sono nella realtà».76 Il sistema corpora­
tivo, infatti, si basava su quattro coppie di interrelazioni:
individuo-sindacato, sindacato di lavoratori-sindacato d i
datori d i lavoro, sindacati-corporazione, corporazione­
stato. Il sistema spiritiano (individuo-corporazione, cor­
porazione-stato) avrebbe, secondo Bottai, portato invece
a una «confusione sistematica e pratica da non riuscire a
comprendere quale organizzazione possa trarsene»; e so­
prattutto non avrebbe permesso «quell'ordinamento ge­
rarchico delle classi e degli interessi che sta alla base del
nostro sistema».77
Sul contrasto fra Bottai e Spirito riguardo al ruolo del
sindacato scrisse anche G ramsci: «Appaiono evidenti le
96 Giuseppe Bottai, fascista

ragioni per cui il Bottai non accetta le tesi dello Spirito, ra­
gioni politiche ed economiche, come appare evidente che
la costruzione dello Spirito è una non molto brillante e fe­
conda utopia l ibresca ».7s
Riguardo ai rapporti con Bottai, Spirito - molti anni do­
po ancora divertito al ricordo dello scandalo destato dal
suo intervento - ricorda:
Quando conobbi Bottai a Pisa, mi apparve come un uomo di si­
nistra, mi sarei accorto dopo che fu sempre un uomo di destra che
aveva solo una colora tura di sin istra: era solo d isponibile verso
nuove tendenze, da vero liberale [il giud izio definitivo di Spirito su
Bottai è: << uno spirito liberale che rivendicava a p roprio merito
l'apertura verso il pensiero e la d iscussione>>79].
A Ferra ra però l'equivoco si accentuò. Lui a rrivò al secondo
giorno, dopo che avevo già tenuto la mia relazione . . . fra l'altro era
- accaduta una cosa proprio buffa, cioè che Alfieri [allora sottosegre­
tario alle Corporazioni], ricevuta la mia relazione, prima del con­
gresso, aveva sottolineato le frasi più compromettenti e poi l'aveva
mandata in lettura a Bottai, il quale dette il permesso per la stampa .
Ma i tipografi le parole sottolineate le fanno in corsivo . . . così sem­
brò che avessi voluto far risaltare proprio quelle parole che più di­
sturbavano tutti!
Bottai d unque nel suo discorso d isse che il corporativismo era
rappresentato da una destra e da una sinistra e che lui era per la si­
n istra, ma che c'è modo e modo di stare per la sinistra : io secondo
lui rappresentavo la concezione che tendeva a uscire dal corporati­
vismo. Insomma, si teneva un po' a favore e un po' contro l'avan­
guardia, soprattutto perché non voleva mettersi contro gli i nd u­
striali e Mussolini, per questo accettò il compromesso: così allora
interpretai io il suo atteggiamento. Tanto più che l' ultima sera, do­
po il d iscorso, mi invitò ad andare a teatro con lui; nel palco centra­
le. Ci fu un grande applauso quando apparimmo, ma la gente era
perplessa a vederci così e si chiedeva <<ma allora sta con Spirito o
contro Spirito? ». Quando poi, finito il teatro, ci avviamo tutti verso
la stazione e lui mi prende sottobraccio e insieme ci stacchiamo da­
gli altri parlando e ridendo, non capiscono più niente.
Dopo, a Roma, lo andai a trovare e gli chiesi: <<E ora che debbo
fare?>>, e lui: <<Ti sei compromesso molto, vediamo di rimed iare>>.
<<Come?>> <<Semplice: d a i le d i missioni da professore di economia
corporativa, io le porto a Mussolini e vediamo.>> Così facemmo, ma
Mussolini rispose: <<No. Rimanga al suo posto>>. Intanto però la ri­
vista mia e di Yolpicelli, <<N uovi studi di economia corporativa>>,
L'aborto della montag11a 97

veniva combattuta come comunista e nel '35 De Vecchi [ nuovo m i­


n istro dell' Educazione nazionale) la fa chiudere e mi caccia all'uni­
versità di Messina accusandomi di fare del comunismo. so

Al termine del convegno viene diffuso un ordine del


giorno ispirato e sottoscritto da Bottai che rivela come il
ministro tendesse a u n' evoluzione del corpora tivismo
verso le classi lavoratrici e lo pone - nei confronti degli in­
dustrial i e dei proprietari agricoli - all'estrema sinistra :
auspica « l'integrale applicazione della Carta del Lavoro
in una più rigorosa disciplina dell'iniziativa privata, in un
rafforzamento dell'autarchia sindacale e in una più note­
vole estensione dei poteri normativi della Corporazione».
Queste idee - sempre presenti in lui, ma mai espresse così
chiaramente e in un contesto così clamoroso - furono le
cause principali della sua destituzione dal ministero: infa­
stidivano Mussolini e, peggio ancora, gli industriali.
Ancora nel febbraio 1 932 Bottai se la prendeva con «ta­
luni produttori di corta vista che da anni auspicano e pra­
ticano una politica economica girante su due soli perni : la
diminuzione del salario e la protezione doga nale [prov­
vedimenti cui il fascismo ricorse spesso e volentieri ] o che
conservano la mentalità individualistica e monopolistica,
o amano il quieto vivere delle posizioni acquisite» .s1 I
grandi industriali, in effetti, non avevano intenzione alcu­
na di dismettere la «mentalità individualistica e monopo­
listica» : approfittarono anzi della crisi per formare con­
sorzi e per assorbire tante piccole aziende sull'orlo del
fallimento.
In questa situazione lo stato, come disse Mussolini, non
poteva «imitare il non lodevole gesto di Ponzio Pilato»s2 e
attraverso l'IRI e l' IMI, appena costituiti, interveniva sem­
pre più massicciamente nella gestione economica dell'in­
dustria, quasi sempre favorendo le grandi imprese. Bottai
deve seguire le direttive del regime (nel '31 obbliga le dit­
te produttrici di laminati di ferro ancora indipendenti ad
aderire a un consorzio), però pensa e afferma che le spinte
alla creazione di consorzi sono «antitetiche con il princi-
98 Giuseppe Bottai, fascista

pio corporativo» in quanto «tendenza monopolistica ma­


scherata dalla mentalità consorzialista» .
Quando, poco dopo i l convegno d i Ferrara, si discusse in
Parlamento la proposta di rendere i consorzi obbligatori,
Bottai si trovò controcorrente, anche se cercò di evitare lo
scontro frontale. La legge, sostiene, non deve incoraggiare
disordinatamente la formazione dei consorzi, «sibbene a
disciplinarla entro limiti precisi e legali, e a collegarli sem­
pre alle ragioni supreme dell'economia nazionale». Non è
quindi contrario alla costituzione di consorzi volontari, ma
denuncia la « tendenza a richiedere l'intervento del Gover­
no per guadagnare dei volontari alla causa dei singoli con­
sorzi» .s3 Non può e non vuole però opporsi in modo serio a
una legge imposta dalle maggiori forze statali e private, e
alla fine si dichiara favorevole alla cartellizzazione che, di­
ce, viene controllata dalle Corporazioni. Una chimera, e
Bottai lo sa benissimo: poco dopo - in un altro d iscorso alla
Camera - si augurò che i l provvedimento fosse davvero
provvisorio.84
Sempre nel '32 infastidisce ancora gli industriali prima
sostenendo il disegno di legge che dà al governo la facoltà
di a utorizzare o meno l ' i nsediamento di nuovi stabili­
menti industriali o l'ampliamento d i quelli esistenti, poi
con polemiche sull' AGIP e sull'intera politica petrolifera
italiana.ss Ma ormai non è più ministro delle Corporazio­
ni: i l 20 luglio 1 932 Mussolini, d'improvviso, lo destituisce
riprendendosi il ministero.
Lo stesso giorno cambiano titolare anche Esteri, Giusti­
zia, Finanze, Educazione nazionale, ma Mussolini assun­
se soltanto Corporazioni ed Esteri, per dimostrare la gran­
de attenziope rivolta dal regime alla politica estera e allo
sviluppo corporativo e sottolineare l 'impegno con cui si
cercava di risolvere la crisi economica. Il Mussolini d i
questo periodo, inoltre, tende ad allontanare dai centri d i
potere l e figure di primo piano che potrebbero dargli om­
bra . Questi però sono solo motivi secondari della destitu­
zione di Bottai: il principale, da solo più che sufficiente, è
L'aborto della montagna 99

l'avversione degli industriali nei suoi confronti. In propo­


sito ecco l a testimonianza di Giovanni B alella, che
dall'aprile 1 943 sarà presidente della Confederazione in­
dustriali: «Gli industriali subivano le corporazioni e vi si
opponevano. Soprattutto, quando nacque, si opposero al­
la Carta del Lavoro, anche se, dopo, pur considerandola
superata, la volevano m antenere perché era d iventata
conservativa rispetto a ciò che volevano i sostenitori della
"rivoluzione permanente" . Fu così che spinsero fortemente
per cacciare Bottai, colpevole, secondo loro, di eccessivo si­
nistrismo, che del resto adottava come reazione a ll' ecces­
sivo immobilismo del partito» .86
Mussolini sacrificava così un «giovane forse eminente»
e un «eccellente governante», come egli stesso aveva detto
appena quattro mesi prima a Ludwig.s7 Per di più, sostie­
ne De Felice, «se il corporativismo e, quindi, per riflesso il
fascismo, goderono nella prima metà degli anni Trenta di
un certo prestigio all'estero (tipico il caso degli Stati Uni­
ti), ciò fu dovuto in buona parte proprio alla suggestione
esercitata in certi ambienti dalla teorizzazione corporativa
bottaiana».88
Bottai annota, nel Pro memoria del '44: «Allorché, nel
congresso di Ferrara, nel 1 932, Bottai accettò di discutere
la formula della "corporazione proprietaria", che sollevò
le opposizioni della parte padronale, Mussolini ne prese
pretesto per licenziarlo da un ministero, dove portava un
troppo pericoloso dinamismo di principi e d i attuazioni» .
M a nel '32 scrisse a Mussolini: «Accolgo i l tuo invito con
animo sereno . . . . Mi assalirà solo, talvolta, la nostalgia del
Capo, della tua presenza, del tuo ordine».89
Se la «colpa» nei confronti del regime fu un « troppo pe­
ricoloso dinamismo di principi e di attuazioni», il suo ve­
ro errore nei confronti del corporativismo fu, paradossal­
mente, l ' a tteggiamento di corporativista «puro», i n
aprioristica posizione di equilibrio tra le forze sociali: alla
fine scontentò tutti, le «sinistre» come le «destre» che, più
potenti, riuscirono ad abbatterlo. Bottai non volle mai fa-
1 00 Gi11seppe Bottai, fascista

vorire l'una o l'altra tendenza, ostinandosi nella illusoria


convinzione che la bontà del sistema corporativo e l'auto­
rità dello stato avrebbero presto condotto ciascuno alla ra­
gione e alla pace nel nome del «supremo interesse della
nazione». In base ai risul ta ti bisogna concludere che sba­
gliò a non schierarsi quando il conflitto era così forte da
rendere inu tile qualsiasi tentativo di conciliazione: più
opportuno sarebbe stato non a ttirarsi il rancore delle forze
economiche, in a ttesa di migliori tempi futuri; oppure
pronunciarsi con decisione a favore delle sinistre, che
avrebbe aiutato molto con il suo prestigio ma non con la
sua carica, perché l'avrebbe persa immediatamente; del
resto neppure l'atteggiamento centrista servì a mantener­
gli il posto. E non servì a marttenergli la stima degli eredi
del corporativismo, che oggi riconoscono Bottai come mo­
tore di un corporativismo imperfetto, ma sono in genere
su posizioni spiritiane.90
Maggiori furono i risul tati che riuscì a ottenere sul pia­
no amministrativo, oltre che su quello culturale: capì e
predicò sempre la necessità, in uno stato moderno, di una
pianificazione economica basata su programmi flessibili:
a questa tendenza si opposero però le necessità della crisi,
quando si dovette ricorrere a provvedimenti eccezionali,
come i consorzi, i controlli auta rchici e degli scambi, gli
enti privilegiati, ecc. Ma ai provvedimenti ecce:z;ionali non
si rinuncerà mai, anche quando fina lmente Mussolini
poté annunciare che le corporazioni, ventidue, erano nate
(già morte, dirà Bottai).
La struttura corporativa verrà completata nel '39 con
l'inaugurazione della Camera dei fasci e delle corporazio­
ni, basata sulla rappresentanza delle forze economiche e
nata dalla fusione del Consiglio nazionale delle Corpora­
zioni e del Consiglio nazionale del PNF. Aveva quindi
competenze corporative e politiche, ma in realtà non rap­
presentò nessuno, non avendo alcuna a utorità nei con­
fronti di Mussolini.
Il corporativismo servì al governo fascista anche per ca-
L'aborto della III011 fag11a 101

pire gli interessi e i desideri dei gruppi economici orga­


nizzati. Fu poi uno strumento di regolazione programma­
tica (utile soprattutto nella fase autarchica) grazie al lavo­
ro di raccolta di dati statistici. Le discussioni accademiche
aiutarono inol tre a esplorare i l terreno economico, mentre
a l l'estero i l corporativismo fu un eccezionale mezzo d i
propaganda per i l regime. M a questi risulta ti non possono
giustificare l'immenso sforzo compiuto intorno alle cor­
porazioni, che fallirono i loro veri scopi: più equa distri­
buzione del reddito, aumento qualitativo e quantita tivo
della prod uzione, conciliazione e collaborazione tra le
classi.
La lotta di classe continuò, in forma sotterranea ma pro­
prio per questo più dura, perché se ufficialmente i lavora­
tori godevano di uguale rappresentanza e potere dei datori
di lavoro, solo i «padroni» riuscivano a imporsi al governo.
Mentre gli industriali e i proprietari agricoli - soprattutto i
più grandi - difendevano effettivamente e spesso perso­
nalmente i propri interessi, i lavoratori non sceglievano i
propri delegati, che erano quasi sempre funzionari fascisti
legati più al partito che al sindacato. I veri rappresentanti
dei salariati non potevano andare oltre le dispute aziendali
sulle condizioni di lavoro. La decisione finale spettava
sempre a Mussolini, ma i datori di lavoro, gli industriali in
particolare, erano abbastanza autonomi dalle direttive eco­
nomiche statal i, che del resto avevano in gran parte ispira­
to: barriere doganali, contenimento dei salari, sviluppo
della produzione bellica. Il regime, inoltre, era portato a fa­
vorire le grandi imprese e, infine, i proprietari erano a l si­
curo da ogni pericolo di nazionalizzazione.
In definitiva la caratteristica principale del corporativi­
smo fascista fu una tacita intesa tra capitale e stato.

Bottai non si occuperà più di corporativismo, se non co­


me preside delle facoltà di Studi corporativi a Pisa e a Ro­
ma (all' università ha fa tto carriera . . . ). Però continuerà a
seguire lo sviluppo corporativo con la massima attenzio-
1 02 Giuseppe Bottai, fascista

ne e con un'opera di chiosa a ttraverso vari volumi e innu­


merevoli articoli, sempre più amari con il progressivo
peggiorare del sistema.91
Dapprima avverte che c'è a ncora d a compiere u n
«buon lavoro», ci sono « d e i r ischi d a affrontare», delle
« responsabilità da assumere» e ribadisce la necessità d i
«dar prova di coraggio» per purifiçare l'idea corporativa
dalle contaminazioni subite per la «realtà bruta degli inte­
ressi». Qual è l'atto di coraggio richiesto? Corporativizzare,
dice Bottai, dando davvero agli organi esistenti «funzioni
che ne giustifichino la creazione» . Finora ci si è basati so­
prattutto su «una serie infinita di compromessi» che spes­
so non hanno privilegiato «gli interessi più equi e più ge­
nerali, ma, piuttosto, quelli più urgenti e più particolari»:
se si continuasse così, il sistema corporativo sarebbe sol­
tanto «Un doppione, una superfetazione giuridica, un tu­
more organizzativo» . Ciò che infatti fu: con queste poche
righe del '3392 Bottai tracciò un nitido ritratto del passato e
del futuro dell'ord inamento corporativo, senza sapere che
quanto mostrava come un pericolo sarebbe davvero stato
il risultato finale.93 Quando finalmente viene approvata la
legge istitutiva delle corporazioni, il 5 febbraio 1934, « in­
vita» lo stato a rivedere - «se occorre (e occorre)» - la leg­
ge, che contribuisce ad allontanare sempre d i più, come
due partiti diversi, i «corporativisti» dai «fascisti» e, male
maggiore, i cittadini dal corporativismo.94 Bottai pensò
sempre che quella legge fosse la principale causa di morte
del sistema corporativo ma è interessante confrontare un
suo giudizio del '34 con uno del '52. Nel l 934 punta il dito
soprattutto contro l'articolo 7, con i l quale i l sindacato vie­
ne priva to di ogni prerogativa, fermato «alla porta
dell'azienda» e sottoposto «a una serie di controlli e limi­
tazioni contro e oltre la stessa lettera delle leggi», per poi
chiedergli di «agire con la sua piena forza nell'organo cor­
porativo per avverarvi quell'autogoverno o autodiscipli­
na, in cui vorremmo vedere risolversi tutta la politica eco­
nomica» . In conclusione: «Siamo, dunque, a volta a volta,
L'aborto della montagna 1 03

liberali a benefizio dei singoli imprenditori e illiberal i coi


presta tori d'opera, illiberali cogli uni e cogli a ltri quando
si siano raggruppati in associazioni giuridicamente rico­
nosciute e, come risultato finale di quest'ondeggiante di­
sposizione, pretendiamo di giungere alla corporazione,
anzi alla corporazione integrale. Il che significa che lo Sta­
to è o troppo presente o troppo assente» .9s
Nel 1 934 quindi fa solo un accenno alla necessità di «li­
mitare o abolire» i l controllo diretto dello stato sulle cor­
porazioni. Nel 1 952, invece, dirà a chiare lettere quale sa­
rebbe potuto essere il « nuovo equilibrio di rapporti» che
non era stato trovato: quello che «presuppone l'autorità,
ma ripudia l'autorietà » . E c'è soltanto autorietà quando
«un organo, che è il supremo coronamento d'un sistema
associativo ed elettivo, è "presieduto da un ministro o da
un sottosegretario del Partito Nazionale Fascista, nomina­
ti con decreto del Capo del Governo" (art. 20) o da uno
dei rappresentanti del partito, nominati, per lo statuto del
partito stesso, dall'alto».96
Inutile chiedersi perché non fece subito e senza sottinte­
si questa denuncia . Come per la sconfitta del revisionismo
nel '25, mettersi in una posizione di critica così scoperta e
dura contro il partito avrebbe significato uscire dal fasci­
smo: Bottai non ne ha i n tenzione, perché nel fascismo
continua a credere, anche se stavolta il colpo è stato parti­
colarmente forte. Ugo Spirito ricorda che poco dopo la
promulgazione della legge disse a Bottai: «lo non sono
più fascista e non ho più intenzione di fare niente per il fa­
scismo»; Bottai rispose: «Neanche io ho più la convinzio­
ne di una volta, ma per me è diverso; se me ne andassi
non potrei fare più niente e dopo un mese nessuno si ri­
corderebbe di me».97 E poi crede ancora che il corporativi­
smo si possa realizzare, avendo alla base la Carta del La­
voro, «l'atto di nascita di una nuova civiltà».98
Nel 1 935 pubblica Il cammino delle Corporazioni, un sag­
gio scopertamente critico verso il corporativismo in atto,
contenente un particolare concetto di economia ptogram-
1 04 Giuseppe Bottai, fascista

matica: secondo Bottai u n piano economico nazionale in


regime corporativo consiste nella sintesi di programmi
specifici preparati dal basso e corretti, man mano che si
sale, dagli organi maggiori in funzione di interessi sempre
più generali;99 l'importante è non escludere «ogni fermen­
to individuale e associativo», 10o e si dice convinto che «al
piano economico corporativo le corporazioni ci condur­
ranno sicuramente» . 1 0 1 Si tratta d i una pianificazione di
s ta mpo a nticapitalistico; già dal '34 aveva cominciato a
parlare di «morte del capitalismo» e di «impostazione an­
ticapitalistica del corporativismo»: il posto del capitalista,
per Bottai, è ora preso dal produttore (in questo caso i l
conduttore d'azienda) che sente non solo l e necessità eco­
nomiche, ma anche quelle politiche e sociali, mentre gli
«onnipotenti magnati» pretendono dallo stato che chiuda
le fabbriche dei concorrenti o innalzi «comode dogane al­
le importazioni che maggiormente disturbano». 1 02 Altret­
tanto deciso è il suo discorso in difesa dei salari, per una
regolazione dei profitti e la perequazione dei redditi. I 03
Nello stesso tempo apprezza il New Deal di F.D. Roose­
velt, definito il «gigantesco esperimento della politica per­
sonale del presidente americano»,1 04 e rileva l'enorme dif­
ferenza tra quanto ci si aspettava dal corporativismo e
quanto effettivamente è stato realizzato.
Un anno dopo a ttribuirà le colpe delle mancate realizza­
zioni agli «egoismi di categoria» nella «concretezza della
vita quotidiana» : las per superarli suggerisce, con coerenza
al sistema, che i consorzi si formino all'interno delle corpo­
razioni, non fuori.106 Del tutto nuova e sorprendente è la
sua ipotesi che un giorno si possa arrivare a eliminare le as­
sociazioni dei datori. di lavoro, che hanno «carattere di coa­
lizione capitalistica» . Dunque non crede più che il sindaca­
to sia la «cellula indistruttibile della corporazione»? Sì,
tentenna, ma «il sindacato, posso dire, professionale». Le
confederazioni di datori di lavoro, sostiene, servono sol­
tanto a fare da controparte nella stipulazione dei contratti
collettivi e a tutelare i profitti contro le forze sindacate dei
L'aborto della lllùntagna 105

lavoratori, funzione «per lo meno pleonastica in un regime


che avoca ai propri organi la determinazione dei salari, e
quindi, indirettamente ma non meno realisticamente,
quella dei profitti . . . . Non saprei dunque trovare a lcuna
giustificazione logica al sussistere delle associazioni di da­
tori di lavoro» che potrebbero senz' altro essere eliminate i l
giorno in cui le corporazioni «si sentissero abbastanza do­
cumentate, e abbastanza preparate, per determinare esse
stesse la misura dei salari». I 07
I nsomma, dopo le « abbrutenti» necessità governative,
torna a concezioni rivoluzionarie sempre più lontane dal­
la realtà fascista. Basti osservare quali funzioni immagina
per le corporazioni: I, preparazione dei piani di produzio­
ne; I I, d irezione collettiva della produzione; III, raziona­
lizzazione; IV, disciplina delle nuove iniziative; V, disci­
plina delle applicazioni tecniche; VI, d isciplina degli
scambi con l'estero; VII, finanziamento delle aziende cor­
pora te; VIII, d istribuzione del reddito tra i fattori della
produzione; IX, organizzazione di servizi d'interesse co­
mune per le aziende corpora te; X, gestioni dirette. lUI:! Tutto
ciò implicava la formazione di una burocrazia che avreb­
be dovuto soppiantare, in gran parte, quella statale e che
avrebbe avuto la responsabilità dell'economia ma non di
tutta la vita dello stato. I09
Il suo ultimo scritto di epoca fascista sul corporativismo
precede di pochi giorni i l 25 luglio 1 943 e non fu pubblica­
to perché destinato a «Critica fascista» del l o agosto: vi
auspica «l'ascesa delle masse», la «perequazione delle op­
portunità» e la formulazione di un piano nazionale che
ponesse «il fattore sociale alla base d'una totale ricostru­
zione della vita del Paese» . 1 10
Nel dopoguerra, ormai, può solo esaminare le cause del
«fallimento del corporativismo», come intitola un capitolo
di Vent 'anni e un giorno. 1 n Fallimento dovuto, afferma, a l
partito e agli «effetti paralizzanti o mortali del suo d ifetto
di vigor critico e della sua inattività politica», nonché alla
caotica e intemperante fretta d i Mussolini, sebbene «pro-
106 Giuseppe Bottai, fascista

prio sulla carta corporativa più sentito fosse in l u i l'intimo


impegno, più vivace l'ambizione di riuscire. Solo che, fi­
dando più sul suo prestigio personale che su di un ordi­
nato e coerente svolgersi dei princìpi, gli mancò la pazien­
za dei riformatori». 1 1 2 Altri tarli corroditori del sistema: le
nomine dall'alto per le cariche sindacali e un' «indiscrimi­
nata attività amministrativa» che « annullava la volonta­
rietà del moto associativo» e a ttribuiva al sindacato l a
rappresen tanza legale d i iscritti e n o n iscritti. Secondo
Bottai lo stato, spinto da crisi economiche e da necessità
belliche, si sostituì troppo di frequente alla contrattazione
sindacale: così, mentre il partito aveva rinunciato alla sua
«qualità d'associazione politica», il sindaca to arrivava a
«una pratica rinuncia alla sua qualità d'associazione pro­
fessionale» e ogni cosa moriva nell'illusione di un idillio
apparente; «E fu, su tutta la linea, la ventata dell'obbliga­
torio».
Durante il fascismo, però, Bottai non si pronunciò mai
contro la dichiarazione III della Carta del Lavoro, per cui
solo il sindacato legalmente riconosciu to poteva rappresen­
tare tutti i lavoratori della categoria, anche i non iscritti;
né disse alcunché contro l a dichiarazione XXIII, per cui i
datori d i lavoro dovevano preferire, tra i disoccupati, gli
iscritti al partito. Solo nel '44 - con una semplice frase in
una lettera al figlio Bruno - indicò la verità fondamentale
dell'intera storia del corporativismo fascista: «La corpora­
zione non è mai riuscita a nascere, strozzata alla gola dal
cordone ombelicale che la legava a l ventre della classe do­
m inante» . 1 13 Bottai a rrivò d unque alla formula d i uno
«Stato d i destra con una struttura economica e sociale d i
sinistra», che Mussolini vagheggiò con l a «socializzazio­
ne» della RSI ma che aveva tutt'altra matrice: Mussolini si
rifaceva al socialismo, mentre per Bottai la validità storica
del fascismo consisteva « nell'opporre a un socialismo ger­
mogliato d a una filosofia materia listica, un socialismo
scaturito da una filosofia spiritualistica. Era, sul p iano spi·
rituale e religioso, l'antitesi di una tesi accolta sul piano
L'aborto del/n montngtrn 107

economico e sociale. In questo, e soltanto in questo, anti­


socialismo o, se si vuole, anticomunismo».l 1 4
In un altro articolo del dopoguerra ripete che il fasci­
smo ha tolto «l'aria libera» al corporativismo, e si chiede:
«Sarebbe in grado la democrazia d'insufflargliela? » . Ri­
sponde che sì, «un corporativismo democratico è possibi­
le. Anzi, non è possibile altro corporativismo che demo­
cratico,m come ha dimostrato il fallimento del tentativo
opposto». 1 1 6
D a questi scritti si devono trarre due considerazioni: l a
prima è come Bottai, n e l dopoguerra, si rivolse verso
ideali sempre più democratici; la seconda - da tenere pre­
sente nelle prossime pagine - è che, dopo il '34, fu soprat­
tutto un corporativista deluso.
v

LA «COVATA DI BOTTAI»

Invece del corporativismo, con l a sua esigenza d'orgimizza­


zione molteplice e snodata d i categorie, avemmo i l « totil litari­
smo» furiosamente accentrato: monol itico. Tu tto d'un pezzo. l

La gioventù è una condizione speciale dello spirito e della co­


scienzil, d i cui i l Fascismo, il Filscismo-movimen to, i l Fasci­
smo-rivoluzione, deve Silpersi valere nel suo svolgimento, per
ilbbilndonare a tempo posizioni che i nvccchiilnO e cedono, per
non trnmu tarsi in un museo di idee convenziona li, di frasi fat­
te, di mod i d i dire, di motti e di proverbi 2

La destituzione fu per Bottai un duro colpo politico, oltre


che personale. Gli restano le riviste, ma dal '28 il regime
ha ridotto al minimo le possibilità di d ibattito. Proprio
«Critica fascista» aveva sollevato le u ltime vere denunce
interne: nel '27 mettendo sotto accusa le gerarchie provin­
ciali, ottuse, arriviste, bizzose, litigiose;3 nel '28, invece,
Bottai a ttacca direttamente i metodi e l'opera del partito e
la volontà imbavagliatrice del regime verso la stampa . Ri­
fugiandosi dietro le ampie spalle di Mussolini, che nel
corso della sua vita disse tutto e i l contrario di tutto, az­
zarda:
Benito Mussolini scriveva attorno al 1 91 2: <<Una Italia in cui tren­
tasei milioni di imbecilli pensassero tutti nello stesso modo, sareb­
be un man icomio, o il regno della imbecillità o della noia>>.
Sembra che a render veridica la deprecata ipotesi di Mussolini si
siano messi tutti coloro che con tinuano a sognare il Fascismo come
La «covala di Bottai» 1 09

u n a sorta d i rullo compressore sulle idee, s u i sentimenti, s u l modo


di pensare e di agire d egli i talia n i d ' oggi; industriandosi così d i
spegnere anche l e risorse p i ù necessarie alla vita di un popolo.
Bisogna cominciar dunque a chiarire la di fferenza sosta nziale
che c'è fra la d isciplina cui gli italiani son di necessità chiamati a
ubbid ire, e il borbonismo degli zelatori del regime che lavorano a
far dell ' I talia un casermone prussiano, in cui tutti pensino e agisca­
no al cenno dei comandanti . . . .
Il problema della disciplina s i presenta anzitutto come necessità
di un'interiore adesione ai principi del Fascismo; problema psicolo­
gico e quindi squisitamente politico, che si risolve nella necessità di
formare negli italiani una nuova mentalità e nel dar loro un nuovo
senso dello Stato . . . .
L a disciplina può e deve essere un mezzo n o n i l fine di questa
nostra rivoluzione.
Occorre persuadersi di questo, e non far sì che l'atmosfera in cui
vivono milioni di italiani d iventi irrespirabile per amor di unifor­
mità, e ad esclusivo vantaggio di pochi.4

Il duce del ' 28 però non cade nel tranello tesogli d a l


Mussolini del ' l 2. G i à n e l '27 aveva preparato u n a nota,
poi non diramata, dal titolo «Foruncolosi democratica »,
per avvertire che «la d iscussione svoltasi su alcuni giorna­
li fascisti circa la "libertà critica" è una evidente ricaduta
di carattere demo-liberaloide». Inoltre, proprio nel perio­
do dell'ultima polemica bottaiana, il regime stava impa­
rando a utilizzare sempre meglio i giornali per propagan­
dare la visione di un'Italia dove tutti sono felici e tutto va
bene. Sintomatica in questo senso fu la risposta data da
Arnaldo Mussolini a Botta i con tre articoli sul « Popolo
d'Italia»:s alla stampa «pressioni e compressioni del Parti­
to, del Governo, non ne sono venute mai. È arrivata solo
qualche utile indicazione». E poi cosa significano certi di­
scorsi «in una Rivista di un uomo d'ingegno e di cultura
critica come l'o n. Bottai»? Non è il caso di «strapparsi i ca­
pelli»; «Siamo di parere diametralmente opposto», «La Ri­
vista Critica fascista sembra avere la nostalgia della "di­
sputa" . . . . Noi ci chiediamo se sia questo il momento delle
ricerche di farfalle», è piu ttosto il momento «della disci­
plina e del silenzio dei ranghi».
110 Giuseppe Bottai, fascista

D i fron te a u n simile a ttacco - che si svolge proprio


quando Bottai aveva sottoposto a M ussolini il progetto
per il Consiglio delle corporazioni ed era in lotta con Ros­
soni - il direttore di «Critica fascista» cede: « Non tutti i
colpi» dice «azzeccano diritto a l segno», ma è per un «ec­
cesso della fede» .6 E ancora : «Noi siamo convinti che i l
Regime lasci alla stampa u n margine d i l ibertà più che
sufficiente per assolvere il suo compito».? Appena in tem­
po: meno di un mese dopo Mussolini dichiara, a settanta
direttori di quotidiani, che «per quanto concerne l'attività
pratica del giornalismo fascista, ciò che è nocivo si evita, e
ciò che è utile a l regime si fa», dando naturalmente per
nocivi il «catonismo» e il «moralismo» di «certe riviste».
Bottai abbozza e rivolge la sua attenzione a l futuro: ten­
tando di costruire lo stato corporativo per le nuove gene­
razioni, cerca anche di formare le nuove generazioni per
lo stato corporativo.
Nell'articolo di apertura del '29 si chiede, «angosciato»
per l'immobilismo del partito e la stasi del corpora tivi­
smo: «La Rivoluzione è, dunque, finita? Non resta, dun­
que, che accettare il ciclo chiuso della sua storia, come si è
negli istituti, nelle leggi, nel Regime concretata?». No, ri­
sponde, non può essere tutto qui, occorrono «nuove im­
prese»: «L'Italia fascista vuole fascisti gl' italiani. Ecco, il
diritto fascista: sono ancora nati i giuristi fascisti? Ecco,
l'economia corporativa: ma sono ancora nati, nel mondo
della produzione, gli schietti spiriti corpora tivi? E a ltre,
altre domande: per la scienza, per l'arte, per ogni attività
dello spirito. Si può rispondere: in parte. Ma il più è anco­
ra da fare, sconfinato campo per la marcia della Rivolu­
zione».s Questo lavoro non può essere compiuto soltanto
dalla «generazione di Mussolini» (ovvero da Mussolini
stesso . . . ) benché «essa abbia ancora nel sangue e nell' intel­
letto la febbre dell'immane lavoro»: ci si dovrà rivolgere
ai giovani. Non era certo la prima volta che Bottai si ap­
pellava a loro; in un vistoso riquadro sotto l'articolo d i
fondo del primo numero di «Critica fascista» si leggeva:
La «covata di Bottai» 1 11

N o i contiamo molto sul contributo dei giovani, sciupati nell'in­


granaggio dell'organizzazione . ... Questa Rivista nasce sopra tutto,
per incoraggiare e animare le fresche energie, che sono una partico­
lare ricchezza d el Fascismo, e che sarebbe sommo delitto lasciare
intristire, anzi tempo, nei miasmi della demagogia variopinta. C'è
nell' inesperienza di questi giovani qualche cosa che bisogna coglie­
re, così come c'è qualcosa da recidere nell'esperienza di. coloro che
hanno portato nel Fascismo il peso di torbide nostalgie. Opera gio­
vanile vuoi essere questa: i giovani ci aiutino e ci confortino.

Iniziò da lì il lungo e stretto rapporto tra Bottai e la gio­


ventù del ventennio, soprattutto quella degli anni Trenta:
un rapporto appassionato da entrambe le parti. I giovani
- per «giovani» qui si intendono gli studenti, in specie
quelli universitari - trovarono in Bottai un sostenitore, ol­
tre che il rappresentante delle tendenze più aperte e de­
mocratiche del fascismo: a parte ogni considerazione poli­
tica, aveva per loro una predilezione testimoniata in ogni
periodo della sua vita dai fatti e confermata dalle persone
che lo conobbero.
Mussolini sapeva bene che è impossibile cambiare del
tutto la mentalità di individui già adulti o, come disse nel
'42, «pretendere che 46 milioni di italiani siano tu tti ideali­
sti » . Anche lui, dunque, puntò sui giovani per ricreare
«l'anima» dell'ita liano: il fascismo era un «regime di gio­
vani», ribadì più volte, e il mito della giovinezza divenne
uno dei pilastri della propaganda.
B isogna inol tre considerare che i principal i gerarchi
avevano intorno ai trent'anni nel '25, ma nel pieno del re­
gime erano uomini di mezza età. Dopo la loro scomparsa
e quella, più problematica, del duce, le strutture da sole
non sarebbero state sufficienti ad assicurare al fascismo la
sopravvivenza . Negli anni Trenta, quindi, si cominciò a
parlare di «uomini nuovi» che avrebbero proseguito la ri­
voluzione: gli italiani non dovevano soltanto imparare la
cultura fascista ma soprattutto il modo di essere individui
attraverso il fascismo.
Esemplari e anticipatori, in questo senso, erano stati i
1 12 Giuseppe Bottai, fascista

discorsi che Arnaldo Mussolini, fratello del duce, aveva


pronunciato nelle scuole e che l'istituto milanese di Misti­
ca fascista aveva rielabora to in un Decalogo dell'italiano
nuovo (1939):
l. Non v i sono privilegi, se non quello d i compiere per primi la
fatica e il dovere.
2. Accettare tutte le responsabil i tà, comprendere tutti gli eroi­
smi, sen tire come giova n i i t a l i a n i e fascisti la poesia maschia
dell'avventura e del pericolo.
3. Essere i ntransigen ti, domenica n i . Fermi al proprio posto d i
dovere e d i lavoro, qualunque esso sia. Ugual mente capaci d i co­
mandare e di ubbidire.
4 . Abbiamo un testimonio da cui nessun segreto potrà mai libe­
rarci: il testimonio della nostra coscienza. Deve essere il più severo,
il più inesorabile dei nostri giudici.
5 . Aver fede, credere fermamente nella virtù del dovere compiu­
to, negare lo scetticismo, volere il bene e operarlo in silenzio.
6. Non d imenticare che la ricchezza è soltanto un mezzo, neces­
sario sì ma non sufficiente a creare da solo u na vera civiltà, qualora
non si a ffermino quegli a l t i ideali che sono essenza e ragione
profonda della vita umana.
7. Non indulgere a l mal costume delle piccole transazioni e delle
avide lotte per arrivare. Considerarsi solda ti pronti all'appello, ma
in nessun caso arrivisti e vanitosi.
8. Accostarsi agli umili con intelletto d'amore, fare opera conti­
nua per elevarli ad una sempre più alta visione morale della vita.
Ma per ottenere questo occorre dare l'esempio della probità.
9. Agire su se stessi, sul proprio animo prima di predicare agli
altri. Le opere e i fatti sono più eloquenti dei d iscorsi.
10. Sdegnare le vicende med iocri, non cadere mai nella volga­
rità, credere fermamente nel bene. Avere sempre vicina la verità e
come confidente la bontà generosa.

I giovani erano d ivenuti la preoccupazione principale


del regime, anche perché avrebbero potuto mettere in crisi
il sistema discostandosi dalle direttive di partito e riflet­
tendo in maniera eterodossa sui problemi della libertà,
della guerra, della socializzazione. L'opera di catechesi
nei loro confronti era d unque prioritaria, Mussolini fu
sempre chiaro in proposito: nessuno doveva sfuggire
all'inquadramento sui principi e sui metodi del fascismo.
Ùl «countn di Bottai» 1 13

La disciplina prevedeva d iversi stadi ed era impartita


attraverso organizzazioni che modulavano l'ingresso del
giovane nell a vita dello stato, la sua partecipazione alla
vita collettiva . Proprio per contribuire alla formazione, se­
lezionare i migl iori e stimolare la competitività, nel ' 33
vennero istituiti - anche su ispirazione e iniziativa d i Bot­
tai - i «Li ttoriali della cultura e dell'arte», una gara intel­
lettual-celebrativa simile ai Littoriali dello sport e a quelli
del lavoro. I candidati, indicati dai presidi di facoltà e dai
rettori, dimostravano la loro preparazione nelle materie
prescelte e i vincitori ricevevano il titolo di «Littore», me­
daglione simbolico che però aveva notevoli effetti pratici:
rendeva più facile l'ascesa nelle gerarchie professionali e
soprattutto in quelle d i partito. I Littoriali della cultura
spesso furono da vvero manifestazioni di discreto livello
intellettuale e artistico, nonché un'occasione di fronda
giovanile (in particolare a Napoli nel '38 e a Palermo nel
'39). Bottai propose invano che al titolo d i Littore della
cultura fosse dato riconoscimento accademico e a quello
del lavoro un premio di carattere sindacale e salariale.
Sull'esigenza dell' «educazione dei giovani» erano tutti
d'accordo. Si discuteva invece se si dovesse fare in modo
che accettassero il fascismo come lo ricevevano - conside­
randolo già perfetto - o fosse necessario metterli in grado
di discu terlo, per migliorarlo. Era, ancora una volta, i l
contrasto fra la l inea ortodossa e quella revisionista.
Il più attivo e il meno ortodosso nel tentativo di creare,
attraverso i giovani, una classe d irigente «veramente fa­
scista» fu Bottai . Nel 1 930 sostiene che «il grande compito
di formare una classe dirigente non è ancora esaurito . . . né
meno necessaria è la formazione di una classe politica» .
A l fascismo occorre « i l minimo di formalismo . . . e il mas­
simo d' intensità spirituale, di volontarismo, di quello spi­
rito di sacrificio e di eroismo che sono le qualità fonda­
menta l i e d istin tive del carattere fascista » . Tutto ciò lo
possono dare solo i giovani, che «porteranno nel partito
una maggiore elasticità e una circolazione di vita che oggi
1 14 Giuseppe Bottai, fascista

vi manca».9 Di conseguenza «il problema dei giovani è il


problema centrale del Fascism o » : occorre «u til izza re l a
forza d i novità, ch'essi apportano; captare le segrete ener­
gie della loro intelligenza critica e avviarle con accortezza,
o lanciarle con decisione, a seconda dei casi, a vivificare
gli angoli morti».lD E poi «Un regime che non voglia irrigi­
dirsi in un metodo, imprigionarsi nei preconcetti, preclu­
dersi ogni possibilità di perfeziona mento e di rinnova­
mento della propria classe dirigente, deve spiritualmente
e praticamente mantenersi in contatto con le generazioni
giovani».u Era un percorso rischioso, e Bottai lo sapeva :
qualche giorno prima dell'uscita di questo articolo Mus­
solini aveva scritto sul «Foglio d'ordini» del partito, il 21
gennaio 1 930, una nota che lasciava pochi dubbi sulla sua
volontà ortodossa:
Il principio totéllitario dell'educazione giova nile - rivendicato si­
stema ticélmen te dal fascismo - risponde a questa supremél neces­
sità della Rivoluzione félscista, che i n tende «durélre>> cioè «essere
.
con tinuata nel futuro>> . . . I giovélni, e i più giovani, cioè quelli che
non hm111o potuto fare la guerra e la rivoluzione, devono essere ri­
solutamente avviati al tirocinio nelle gerarchie della vita politica,
élmministrativa, sindaca le, giornalisticél, coopera tiva, scolélsticél,
militare, sportivél, dopolavoristica, ecc., senza sciocche teorie o pre­
concetti timori. All'esame severo della vi tél, i meno idonei soccom­
beranno, i migliori andranno éli posti, sempre più alti, di comando
e di responsabilità. l giovani - più degli altri - devono saper ubbi­
dire, per acquistare il diritto, o piuttosto il dovere, di comélndélre:
più degli altri debbono sélper osare; più degli altri debbono spre­
giare un ideale di vita - individuale o collettiva - di indifferenza o,
peggio, di «comodità>>.

Mussolini, piuttosto che puntare sulla difficile e lunga


formazione di giovani capaci di ridiscutere e rielaborare il
fascismo, preferì - scrive De Felice - ottenere da loro un
consenso «di tipo irrazionale, religioso. I l consenso, per
dirla con uno degli autori più cari a Mussolini, Nietzsche,
del "credente" : la fede . . Solo creandosi attorno un'atmo­
. .

sfera religiosa, un'altissima tensione ideale, il fascismo


avrebbe potuto realizzarsi veramente». 1 2
La «covata di Bottai» 1 15

Anche per questo i l regime preferì spingere i giovani


verso una meta «alta», impegnativa e poco pericolosa per
se s tesso: la conversione degli infedeli, la diffusione
dell'idea fascista nel mondo. M.A. Ledeen sostiene, a ra­
gione, che per Bottai la formazione delle nuove generazio­
ni non era una «questione di indottrinamento o di adde­
stramento d i partito, ma piuttosto d i educazione e d i
stimolo intellettuale» . n Ledeen, però, sbaglia quando af­
ferma: «Ciò che era avvenuto tra il 1925 e il 1 930 era che
gente come Bottai aveva perdu to ogni reale speranza d i
realizzare le sue aspirazioni interne e di conseguenza con­
fidava che l'esportazione del fascismo potesse offrire una
qualche possibilità di perseguire i cambiamenti che essa
desiderava» . 1 4 In realtà Bottai perse la «speranza di realiz­
zare le sue aspirazioni interne» nel '34, non tra il '25 e i l
'30. Ledeen del resto a mmette c h e l'adesione d i Bottai
all'ideale del «fascismo universale» risale solo al '33 1 5 e
che egli lo intendeva in modo diverso dagli altri «univer­
salisti» : non riteneva opportuno considerare i vari fasci­
smi nascenti nel mondo come proliferazioni del modello
italiano, perché per lo più erano solo formalmente simili.
Già nel ' 25 guardava con «diffidenza e preoccupazione»
all'idea di «un'internazionale dei nazionalismi» e sostene­
va che il fascismo italiano «non deve e non può diventare
il comune denominatore dei più diversi stili di reazione
nel mondo».l 6 Anche nel '33 fu esplicito su questo punto:
l'ideale sarebbe stato «fondare in ogni nazione un sistema
fascista, secondo lo spirito di ogni nazione; quasi evocan­
dolo e suscitandolo dalle sue stesse tradizioni» .1 7 (Sono
parole particolarmente significative se si considera che in
quello stesso mese - marzo 1 933 - Hitler aveva ottenuto i
pieni poteri i n Germania: v i s i legge la volontà d i non
confondere nazismo e fascismo, come è a ltrettanto facile
scorgere, nel d iscorso tenuto da Mussolini pochi giorni
prima, il tentativo opposto di affiliarsi il nazismo: «Le no­
stre parole d'ordine valicano le frontiere, la nostra dottri­
na è ormai universale».)
1 16 Giuseppe Bottai, fascista

Bottai, in definitiva, credeva che occorresse per prima


cosa correggere il modello originario di fascismo: quanto
alla sua internazionalizzazione era convinto che il pensie­
ro fascista sgorgasse dalla universale crisi dello stato mo­
derno e che quindi si sarebbe affermato naturalmente nel
mondo. IB Di conseguenza spinge i giovani a impegnarsi
soprattutto per la realizzazione del sistema corporativo 1 9
che, secondo gli studi, le testimonianze e lo stesso Bottai,
«penetrò a fondo nella coscienza pubblica, in ispecie tra i
giovani, che non tardarono a riconoscervi i l "loro" fasci­
smo».2o E Bottai rappresentò sempre, per i giovani corpo­
rativisti, un punto di riferimento essenziale (in questo pe­
riodo, in particolare, lo dimostra il buon andamento d i
vendite d i «Critica fascista» ).21
Bottai propone di consentire ai «più giovani» di pren­
dere parte alla vita politica:
A due riprese, nel 1 922 e nel 1 924 ... , gli anziani e i vecchi si sono
rovesciati nel Partito. Ora, salvo onorevoli eccezioni, essi vi sono
vissuti non per pensare, ma o senza pensare o addirittura col fermo
proposito di non pensare. Invece i giovani vengono nel Partito, non
solo per pensare, ma con la volontà d i ripensare tutto daccapo. I l
problema d e l comando consiste, quind i, nell'arte d i rivolgere a l Fa­
scismo Regime, dottrina, istituzioni questa loro insopprimibile, ne­
cessaria, salutare volontà . . . . La d isciplina dei giovani c'è sempre; il
comando spesso eccede i n quantità e d i fetta i n qualità. 22

I giovani avevano due buone ragioni per lamentarsi: la


d isoccupazione dei neolaureati, per la crisi economica e
perché - dopo le «epurazioni» del '22 e del '25 - i posti d i
lavoro erano stati occupati d a i giovani degli anni Venti, il
che non lasciava speranze per un prossimo cambio della
guardia; e poi accadeva che i diciottenni, usciti dall'orga­
nizzazione degli avanguardisti, erano tagliati fuori dalla
vita politica fino a l compimento dei ventun anni. La cam­
pagna lanciata da Bottai, se non servì a mitigare la disoc­
cupazione, spinse Mussolini - qui evidentemente in gara
di popolarità con il suo ministro - a istituire i «Fasci gio­
vanili di combattimento», che inquadravano i ragazzi dai
Ln «covata di Bottai>> 117

diciotto a i ventun anni. Ma lo spirito con i l quale furono


creati era l'opposto di quello bottaiano: Carlo Scorza - se­
gretario della Gioventù universitaria fascista e a capo dei
nuovi fasci giovanili - indusse Mussolini a stralciare dai
programmi dell'organizzazione le previste conferenze-di­
battito sul fascismo. Ecco un brano della relazione presen­
tata da Scorza a Mussol ini 1' 1 1 luglio 1 931 :
Il Duce e i l Reg i m e non hanno bisogno d i cervelli polemici che s i
smarriscano d i etro astruserie; hanno bisogno d i c u o r i che sappiano
restare i m m u ta b i l i a d ogni crollo, e resistere i n flessibilmen te anche
a l l a p i ù rodente etisia d e l d u bbio.
Occorre che i l Duce abbia pronto ad ogni suo cenno u n esercito
composto i n ord ine c h i uso: i m ma ne, quadrato, maschio, i ncrollabi­
le nella fede, irresistibile nell'ava nzata; i nsomma, u n ord i ne rel igio­
so a rmato . . . .
D i fronte a q u esta concez i o ne, c h e cred i a m o non erra ta, a c h e
gioverebbero le d iscussioni, sia pure a m ichevoli; l e polemiche, sia
p u re ed ucati ve?
Si debbono lasciar fare per necessità di governo? E a l lora ! i m itia­
mole a l le cose contingenti e loca l i : ma lasciamo d a parte - a l di fuo­
ri di n o i - i p ilastri fond a mentali d e l la nostra fede 23

Non a caso Carlo Scorza d iventerà l'ultimo segretario


del Partito nazionale fascista, nel '43, quando Bottai aveva
perso ogni carica.

Tra la classe dirigente e i giovani c'era un abisso. I primi


si consideravano rivoluzionari che avevano diritto al pote­
re assoluto; gli altri invece sentivano lontano un fascismo
non loro, da accettarsi in blocco. All' inizio i giovani ci cre­
dettero davvero, educati com'erano al culto del duce che
aveva sempre ragione e del l ibro e moschetto che faceva­
no il fascista perfetto: d'altra parte non avevano nessun ri­
cordo, testimonianza o materiale di controinformazione.
Poi, accorgendosi che le cose non andavano affatto bene,
acuirono lo spirito critico e molti arrivarono a staccarsi
dal fascismo - almeno sul piano spirituale - anche prima
del 25 luglio 1 943.
G ià negli anni Trenta i più intellettualmente e politica-
1 18 Giuseppe Bottai, fascista

mente attivi non si accontentarono di un fascismo bell'e


pronto, lontano dall'essere il capolavoro di perfezione che
si diceva. Così pretesero di proseguire sul serio la «rivolu­
zione», e non per forza sulle orme di quella del '22: vole­
vano assumere delle responsabilità nella guida della na­
zione per portarla non oltre, perché oltre non vedevano,
ma avanti nel fascismo.24 Questo fu pure, per vent'anni, i l
sogno di Bottai: da q u i l'incontro basato però s u un equi­
voco che ne pregiudicò i risultati; Bottai chiedeva ai gio­
vani una revisione ideologica che si rifacesse agli impulsi
originali del fascismo e generasse una nuova dottrina di­
versamente fascista, ma erano privi degli strumenti di stu­
dio necessari e non potevano produrre una simile revisio­
ne. Chi riuscì a vedere ol tre l ' ideologia del ventennio,
passò spesso all'antifascismo, anche per l a mancanza di
alternative interne.
Ancora nel '42 Bottai - pateticamente, a questo punto ­
spingeva l'ul tima generazione, quella vissuta per intero
nel fascismo, verso una partenza ex nova: «Il Partito è
l'azione. Lo squadrismo fu la sua giovinezza. La giovinez­
za sarà il nuovo squadrismo» .2s Gli risponde un coro, or­
mai sterile, di universitari: «Avete detto bene, ministro
Bottai: la giovinezza sarà il nuovo squadrismo, disperata­
mente decisa a servire la Rivoluzione . . . » .26 Sempre nel '42,
nel corso di un raduno universitario a Firenze, Bottai vie­
ne osannato. Si potrebbe pensare a una delle tante manife­
stazioni di entusiasmo «spontaneo» organizzate dal parti­
to se non si rilevasse lo stesso consenso sui giornali
universitari, in genere molto polemici contro quei gerar­
chi che venivano chiamati «i classici del fascismo». Un
esempio: «Nulla è sfuggito a l ministro dell' Educazione
nazionale in un grande Paese qual è l'Italia, di quanto ri­
guardi e definisca i giovani . . . Nient'altro che uno "studio­
so dei giovani" si può pensarlo, quando così acutamente e
categoricamente dimostra d i i ntendere ed apprezzare i l
mondo spirituale giovanile».27
Non si trattava quasi mai di piaggeria o di adulazione,
La «covata di Bottai» 1 19

soprattutto dopo la nascita della rivista «Primato» ( 1 940),


che proponeva nuovi stimoli culturali e un particolare
rapporto politica-cultura. Ecco in proposito un brano trat­
to dalla rivista universitaria «Il Barco» di Genova: «La re­
cente dichiarazione d i un ministro fascista, secondo l a
quale è stato asserito non volere la Rivoluzione un'arte d i
Stato, ha offerto condanna palese a l l a cosiddetta arte fa­
scista . . . . Quanto ripugna alla nostra sensibilità è l'arbitrio
dell'interpolazione, o il solo tentativo, di una pratica poli­
tica in una libera creazione dello spirito».2s Un giovane d i
a llora rammenta di avere pensato che « l a politica va vista
in funzione della cultura, non viceversa, e io sto con Bot­
tai».29
Piaceva la sua figura d i a rdito, di intellettuale che sa
menare le mani ma che ha il senso del ridicolo e non si ab­
bandona alle staraciane manifestazioni «di stile» o a imi­
tazioni del tipo «Mussolini mietitore». Inoltre non va di­
menticato il suo mecenatismo intellettuale: moltissimi
studenti poco più che ventenni scrissero i primi a rticoli
sulle sue riviste, con ampia autonomia e potendo contare
sul ruolo di parafulmine svolto dal direttore. Giuseppe A.
Longo, per esempio, racconta: «Una volta, ero giovanissi­
mo, scrissi un articolo su "Critica fascista" contro il sena­
tore Fedele, presidente della Consulta araldica, e ne nac­
que una grossa polemica. Alla fine Bottai prese il mio
articolo e lo portò a Mussolini. Mussolini lo lesse e senza
dire niente ci mise sopra una "M" ».3o
È difficile valutare i sentimenti del duce verso il seguito
giovanile del suo gerarca, il quale più tardi ricordò come
Mussolini parlasse della «covata di Bottai» ora «con cor­
diale compiacenza, ora con indispettita ironia» .31 Proba­
bilmente la cordiale compiacenza era dovuta al sollievo
che Bottai dava al regime portando i giovani su una via
critica ma lontana da una vera opposizione; l'indispettita
ironia veniva dalla gelosia - forte in Mussolini come in
tutti i dittatori - verso chi gli sottraeva parte dell'influsso
sulle masse. Bottai però non aveva un fascino adatto a se-
1 20 Gi11scppe Bottai, fascista

durre le masse, e la mutevolezza e la polemicità dei giova­


ni non gli permisero di contare in modo costante sul loro
appoggio.
A partire dal '36, infatti, molti universitari, specialmen­
te quelli del «fascismo universale», si rivolsero a Ciano,
potente ministro degli Esteri. Ma nel complesso Bottai ri­
mase sempre il beniamino di gran parte degli studenti e
tenne legate a sé tre generazioni di universitari con il cor­
porativismo, la cultura e la speranza di dare un nuovo in­
dirizzo alla «rivoluzione».
Dunque si può dire, come si scrisse subito dopo la sua
morte, che «nell'ordine dei grandi adescatori del regime,
gli spetta il primo posto» ?J2 Giorgio Amendola rifiutò
l'idea che l'interesse di Bottai verso i giovani fosse di na­
tura «strutturale», volto cioè a fa rli entrare o rientrare nei
ranghi: a suo parere voleva ravvivare la capacità cri tica
dei nuovi italiani-fascisti.JJ La risposta giusta, probabil­
mente, è che Bottai «adescasse» i giovani non per il reg ime
ma per migliorarlo.
Bastano un paio di esempi a dimostrare come per i gio­
vani la scelta di Bottai significasse proprio una contesta­
zione. Ugoberto Alfassio Grimaldi - che diventerà storico
e giornalista socialista dopo una gioventù da littore - nel
'41 intervenne dalle pagine del «Popolo di Pavia» in una
polemica tra «Critica fascista» e «Roma fascista » . La pri­
ma accusava l'altra di eccedere nella retorica patriottarda,
di tenere un atteggiamento reazionario e conservatore ri­
guardo al problema sociale e una posizione estremista
nella politica della razza, insomma di rappresentare un
fascismo « nero » : «Per nostro conto la divisione è più
profonda e non investe soltanto la posizione di due rivi­
ste; interessa due culture diverse. L'una, quella nera, in­
tenta a porre negazioni e limiti, diretta a processare la
storia passata e la cultura occidentale; l'altra intenta piut­
tosto a salvare dalla negazione il salvabile, convinta che il
fascismo non si oppone, ma deriva dallo spirito occiden­
tale». Alfassio Grimaldi concludeva che i giovani si erano
La «covata di Bottai» 121

orientati verso Bottai «Come attorno ad un pensiero più


largo e più comprensivo, veramente capace di uscire da­
gli stretti confini e di proiettarsi consapevolmente verso
la nuova Europa» .34
Nel 1 947 Alfassio Grimaldi commentò così il suo arti­
colo di sei anni prima: «Bottai fu per alcuni di noi una
grande illusione, poi una grande delusione. Mi d issero
che il mio articoletto lo avrebbe lusingato e seccato nello
stesso tempo. Seccato, perché se articoli del genere si fos­
sero ripetuti su altri fogli provinciali e fossero capitati
sotto l'occhio sospettoso d i Mussolini, ciò sarebbe bastato
per farlo cadere in disgrazia: il duce non tollerava altri
duci, di altri fascismi eventuali».Js Non dice perché Bottai
fu «poi una grande delusione», ma essendo il primo arti­
colo del '41 non si può far risalire questa delusione che a l
1 942-43: Bottai non seppe sconfiggere «quel» fascismo
prima del disastro, ma era chiedere molto a un gerarca
che credeva nell'idea fascista, nel Mussolini-demiurgo e
nella disciplina.
La seconda testimonianza è di Diano Brocchi, che nel
dopoguerra non si sarebbe orientato a sinistra e che du­
rante il fascismo chiedeva la messa a riposo di tutti gli u l­
tra trentenni: «Noi dell' Un iversale, repubblicani e sociali
avanti lettera, lo consideravamo uno dei nostri, e Berto
Ricci andava in bestia quando sentiva accomunare Bottai
ai "Centurioni a guardia del Sepolcro", come si chiamava­
no le sentinelle gallonate piazzate all'uscio della sala del
Mappamondo perché Mussolini non fosse avvicinato».J6
Se per «adescatore del regime» si intende che Bottai -
con il suo atteggiamento anticonformista - tenne legati al
fascismo tanti giovani e meno giovani che altrimenti se
ne sarebbero forse staccati, allora egli fu un adescatore:
inculcò in molti l' «antico vizio», come lo chiama Zan­
grandi, «di tentare di combattere il fascismo "dal di den­
tro" » .37 Questo «vizio» l'eterno revisionista Bottai lo ebbe
a l massimo grado e lo sparse a piene mani. Impedì in tal
modo ad alcuni d i trovare la strada verso una opposizio-
1 22 Gi11seppe Bottai, fascista

ne decisa, più fruttuosa: ma quanti sarebbero stati i gio­


vani così coraggiosi, spiritualmente liberi, politicamente
colti da rischiare la sfida al regime? Pochi, assai meno di
quelli cui Bottai permise di non abbandonarsi al confor­
mismo fascista.
È comunque errato sia parlare di subdolo adescamento
pro regime, sia di cosciente insufflaggio di atteggiamenti
contro il regime: il primo impulso di Bottai - stemperato
dalla tendenza a l compromesso e alla mediazione - fu
sempre quello della critica, della discussione. Il suo rap­
porto con i giovani - come la sua intera a ttivi tà - ne fu
una logica conseguenza. Lo si potrebbe accusare di «ade­
scamento» se l i avesse a ttirati con la prospettiva di u n
cambiamento che credeva irrealizzabile. Invece lo credeva
possibile, proprio grazie ai giovani. Il suo errore fu di es­
sersi accorto insieme a loro, e non prima, che quel regime
e gli uomini che l'avevano costruito non avrebbero accet­
tato mutamenti in senso liberale.38
C'è inoltre il problema di determinare se Bottai - instra­
dando i giovani a quel «vizio» - abbia giovato più al fasci­
smo o all'antifascismo. Secondo alcuni, come Zangrandi,
l'antifascismo fu frenato dal revisionismo. Secondo altri le
discussioni e le « revisioni» «arrecarono al fascismo più
danno che vantaggio»,39 appunto perché smossero molti
dal più grigio conformismo. Riguardo a Bottai è solo pos­
sibile dire che, coerentemente, agì per il regime: per il suo
«fascismo intelligente». Se ebbe dei meriti verso l'antifa­
scismo, non li cercò e non se ne compiacque.
Quanto al regime, compì un errore gravissimo non se­
guendo le indicazioni di Bottai: l'uomo nuovo che avreb­
be dovuto cambiare la società in senso fascista fu privato
della possibilità di discutere il fascismo e la società. Fu la
contraddizione fatale della politica giovanile mussolinia­
na: per la maggioranza dei giovani, del fascismo rimase
solo la forma, la struttura esteriore, un battesimo al quale
non corrispondeva necessariamente una vera fede. Si era
diffuso un sentimento comune, un modo di essere che ve-
La «Covata di Bottai» 123

deva nei quadri del partito e nei precetti della mistica fa­
scista soltanto un pnsse per accedere in tempi rapidi a una
carriera, all'arricchimento, insomma alla negazione d i ciò
che doveva essere l'italiano fascista. Non si trattava d i un
rifi uto aperto del regime né tantomeno di u n passaggio
all'antifascismo ma di un abbandono psicologico del mo­
dello fascista. E con il fallimento della politica culturale
giovanile crollava il mito dell'uomo nuovo, trascinando
con sé quello di una futura civiltà fascista.
VI

UN GOVERNATORE P E R D U E CITTÀ

Appena sorge il sole


sopra l'Amba Aradàm,
spara il nemico, spar<J i l nemico,
spilra i l nemico sul Batt<Jglion.

I l Battaglion va avanti,
Bollili l'è il condottier,
avanti nona, av<Jnti decima,
avanti u ndecima <Jd attaccar!

I l comandante è in testa,
nessun lo colpirà,
avanti terzo, viva l ' I tali<J,
per Mussolini si vincerà ! l

Lieto stupore d i ritrovarmi così sempl ice, dopo t<Jnta mace­


razione intellettu<Jle e amara esperienza umana 2

Dal 20 luglio 1 932 al 1 2 novembre 1 936 visse un purgato­


rio politico in cariche secondarie. Nel 1 933-34 fu presiden­
te dell'Istituto nazionale per la previdenza sociale: l'Istitu­
to, destinato a diventare - nel dopoguerra - uno deg l i
apparati pubblici p i ù decisivi e gravosi della società italia­
na, fu avviato bene. Bottai non poteva immaginare che i l
suo lavoro all'INPS, preso quasi sottogamba, a l l a fine sa­
rebbe risultato più rilevante e vitale delle sue fatiche per
le corporazioni. Vale anche per Bottai il giudizio comples­
sivo d i Salvatorelli sui risultati del regime: «Assai più im­
portante della politica corporativista e dei provvedimenti
d i carattere sindacale fu la politica fascista in materia d i
assistenza sociale, e quella che il regime sviluppò nel cam­
po dei lavori pubblici».3
Un govcmatorc per due città 1 25

Le imprese più grandi sono quelle che si spiegano con


meno righe: Bottai svolse un'attività ottima ma oscura per
lo sviluppo delle assicuraziçmi sociali (pensioni, incidenti
sul lavoro, malattie professionali) e per la lotta contro la
tubercolosi, che all'epoca costituiva una delle maggiori
cause di mortalità. Negli anni seguenti la TBC venne quasi
del tutto eliminata, e furono salvate centinaia di migliaia
di vite.
Fu più vistosa ma più discutibile la sua opero come go­
vernatore di Roma, carica che ricoprì dal 24 gennaio 1 935.
Bottai succedeva a Francesco Boncompagni Ludovisi, che
si era opposto al piano di rinnovamento urbanistico della
capitale voluto da Mussolini. Il duce aveva un'idea preci­
sa della «Roma imperiale», che doveva ricalcare - accre­
sciuta - la gra ndezza della Roma cesarea : edifici impo­
nenti, ampie strade per le parate, niente che ricordasse il
periodo «oscuro» del Medioevo, con le sue stradine buie e
contorte, le case ammucchia te e disordinate.
Il mito del Risorgimento - caro allo stato liberale - non
soddisfaceva il fascismo: regione d ' I talia contro regione
d'Italia, lotta di aristocrazia piuttosto che guerra di popo­
lo, al Risorgimento fu preferito un modello di sta to più
antico e potente, più mitico, ovvero l'antico impero roma­
no. La romanità doveva tornare a splendere nelle coscien�
ze degli italiani e la Roma fascista fu sovrapposta alla Ro­
ma imperiale: con il consenso intellettuale e politico d i
Bottai s u l «rinnovarsi dell' idea di Roma nella coscienza
dell'italiano moderno; non una restaurazione ma una rin­
novazione, una rivoluzione dell'idea di Roma» .
L'architettura titanica e quella neoclassica resuscitarono
e ricollocarono le grandi idealità del passato in vista di un
futuro ancora più grande: i luoghi immensi erano indi­
spensabili per contenere le folle di cui il fascismo aveva
bisogno per celebrare e confermare la propria identifica­
zione con il popolo. Per le folle «Oceaniche» della nuova
romanità furono creati nuovi templi e nuove discipline:
teatri popolari, sport agonistici, mitiche adunate, canti or-
1 26 Giuseppe Bottai, fascista

gogliosi. Tutto doveva essere «di massa» . I l fascismo dette


alla «massa» un valore in precedenza sconosciuto.
Roma, come a ltre città, fu dunque ripensata e trasfor­
mata seguendo una strategia che fa ancora discutere urba­
nisti, architetti, esteti e cittadini in un groviglio di pareri
di cui si può non tenere conto, perché cambieranno con gli
anni e con i secoli, secondo il diverso atteggiamento che le
società assumeranno verso la conservazione del passa to,
le necessità del presente, il concetto di «bello» e di «brut­
to». Riguardo all'amministrazione Bottai si continua a di­
scu tere se siano stati nega tivi o positivi l 'isolamento
dell'Augusteo, l 'apertura del corso del Rinascimento e
l'inizio dei lavori per l a realizzazione di via della Conci­
l iazione (che provocarono l'abbattimento della Spina di
San Pietro), l'allargamento di via delle Botteghe Oscure, il
ripristino del tempio di Venere e Roma, l'isolamento della
Torre de' Conti e del Campidoglio. In ogni caso tutte que­
ste opere erano previste dal piano regola tore del '32 e Bot­
tai si limitò al ruolo di esecutore, stavolta neppure critico.
I progetti importanti che promosse personalmente furo­
no due: la realizzazione dell'acquedotto del Peschiera e la
proposta di costruire in forma stabile l ' E-42 (l' EUR), che
Mussolini aveva pensato di erigere in cartapesta per poi
demolirlo una volta termina ta l ' Esposizione universa le;
dopo . l 'inizial e deprecazione, oggi l ' EUR suscita sempre
maggiore interesse da parte di urbanisti e architetti, come
esempio di moderna città-sa tellite. Bottai commissionò
inoltre a Le Corbusier un piano per via dell'Impero, mai
attuato.
Nella vita d i tutti i giorni però si notò, durante il suo
governa tora to, una carenza dei servizi pubblici: ci fu la
guerra d' Etiopia e, comunque, Bottai si sentiva più porta­
to ai grandi compiti. La carica di governatore di Roma era
quella tipica da «cimitero degli elefanti», anche se presti­
giosissima : nelle cerimonie ufficiali il governatore aveva
la preced enza sui ministri. Quando ebbe la nomina ci
scherzò: «Bisogna che trovi subito un modo per fare una
Un governatore per due città 1 27

bella multa a mio padre» (che lavorava ancora come vi­


naio in piazza Indipendenza).4
Durante la Prima guerra mondiale poetava: «In questa
città l grande e lussuosa l proprio, l non voglio esserci
nato»,s in seguito, da futurista, strepitò che Roma «puzza
di carta protocollo e di inchiostro, va piano e non arriva
mai lontano. Qui la v i ta prende il corso di u n a pratica
d'ufficio . . . . In questa città di scavi le cose si accumulano
in strati di noia»;6 e nel periodo squadrista si rivoltò «con­
tro la capitale i nerte, insufficiente, meschina » .? L'amore
per la città, purificata «dal nostro amore di soldati», nac­
que nel '22, in occasione della marcia, come testimoniano
diversi scritti, anche privati.B Ciononostante fu ben felice
di andare volontario in Africa orientale.
Nel 1935 scrisse di essere partito «senza nessun motivo.
Per pura volontà. Volontà di vedere, d'osservare, di speri­
mentare me e il popolo. Non desiderio di gloria militare,
non di fama, non di avventura. Volontà di essere dentro
questa "cosa" , che è nella sua materialità una guerra » . 9
Nel 1 936 annoterà invece che la sua «funzione politica» i n
Etiopia è quasi finita perché l a guerra s i è trasformata i n
marcia d'occupazione e «non esige più i grandi esempi» . l O
Di funzione politica infatti si trattava: uno squadrista, un
gerarca, un rivoluzionario non poteva non partecipare al­
la conquista dell'impero, per coerenza e per necessità d i
immagine pubblica. Inoltre Bottai non difettava di corag­
gio guerriero, come aveva già dimostrato e dimostrerà an­
cora di più in seguito.
Considerò con favore la guerra d'Etiopia anche per i l
problema delle generazioni «che sembravano destinate a d
essere allevate fra i l ricordo lontano della guerra, quello
più prossimo della Rivoluzione non vissuta, e una inat­
tuabile aspìrazione ad agire . . . . Quei giovani che ieri sem­
bravano destinati ad essere i mal rassegnati epigoni di un
eroismo già consegnato alla storia, ne divengono oggi in­
vece i continuatori» . 1 1 Nel 1 920 sosteneva che l'Italia do­
veva espandersi oltremare per il suo benessere e la sua
1 28 Giuseppe Bottai, fascista

potenza . Nel 1 926, anticipando tutti di dieci anni, pub­


blicò un libretto intitolato Mussolini costruttore d'i111pero. E
nell'estate del 1 935 scrive: «La guerra coloniale che l'Italia
s'accinge a compiere, è la prima guerra del corporativi­
smo fascista, . . . i l primo atto di potenza di quella rivolu­
zione moderna ch'è il Fascismo-Corporativismo» : l 2 la
chiama, infatti, «Marcia da Roma » . 1 3 Due giorni prima che
inizino le operazioni è ancora più preciso: pareva che le
energie «pronte a scattare» del fascismo dovessero volger­
si verso l'ordinamento corpora tivo; invece si va verso
l'Abissinia: va bene, purché sia «un nuovo sbocco a uno
precedentemente intravisto, non lo sostitu isca » . E poi:
«Quel che è certo è che non c'è nessuna ragione perché il
corporativismo sia perduto di vista; l' impresa odierna po­
trà momentaneamente rallentare, ma non fermare il fatale
corso della Rivoluzione corporativa mussoliniana», vero
strumento per raggiungere «la potenza dell' Italia e il be­
nessere della popolazione italiana» . Se un giorno ci si ac­
corgesse che a l fine è possibile giungere meglio con un
mezzo diverso, non si esiterà a cambiare strada «(ma non
credo che dovremo cambiare strada. Anzi . . . ) » . l 4
Infatti, subito dopo la conquista, sosterrà che è il mo­
mento di procedere «dall'Africa fascista a l l'Impero corpo­
rativo » . l s Fu, al contrario, proprio l' impresa etiopica a da­
re i l colpo d i grazia al moribondo sistema corporativo
come lo pensava Bottai. La guerra, aumentando la produ­
zione, portò a un miglioramento della situazione econo­
mica generale ma il regime ebbe sempre più bisogno degli
industriali e sempre più li dovette favorire: dopo un anno
e mezzo il gerarca dovrà sconsolatamente registrare la sua
«delusa aspettativa, dopo l'unanime sforzo per l' Affrica,
d'una politica "nuova" ». 16 Questa attesa vana fu uno dei
motivi che lo portarono a una posizione sempre più criti­
ca verso il regime.

Partì per l'Etiopia il 7 ottobre - pochi giorni dopo l' ini­


zio della guerra - inserito con il grado di maggiore nella
Un guvenzature per due città 1 29

divisione di fanteria Sila, e trascorse i primi due mesi a tte­


stato intorno a Macallè. Poi, durante la marcia verso Addì
Hozà, ci furono leggeri scontri con gli abissini. Il 1 o feb­
bra io 1 936 chiede il comando di u n battaglione, per u n
«desiderio d i contatto con g l i uomini. Contatti psicologici.
Il comando n1ilitare, comando di masse, deve studiarsi di
renderli continui e aderenti. Quasi materiali. Onde: fisicità
del comando militare: importanza del contegno, della for­
ma, del gesto. Potente antidoto a questo eterno velenoso
scava re in se stessi»Y In questa breve nota Bottai indica,
forse involontariamente, uno dei motivi della suggestione
esercitata in molti dal fascismo: «Importanza del conte­
gno, della forma, del gesto», rigido inquadramento este­
riore come soluzione al vuoto intellettuale o - come nel
suo caso - all'angoscioso ed «eterno velenoso scavare in
se stessi».
Nonostante il suo abbandono alla «forma», Bottai non
trovò nella disciplina politica un mezzo di elevazione indi­
viduale, e la sua vita nel fascismo fu quindi un perpetuo
ondeggiare fra l'adesione e la ricerca di altre soluzioni.
Quel vivere nel, per e contro il fascismo - interpretato so­
prattutto come opportunismo - era anche la macerazione
intellettuale di un uomo che davvero intendeva il fascismo
come una forma di vera democrazia, come potere del popolo e
non di individui: ma tutto ciò si infrangeva - giorno dopo
giorno, sempre di più - contro la realtà del regime.
Non avendo ottenuto la guida di un battaglione dal suo
colonnello, nell'imminenza della battaglia dell' Aradàm si
rivolge a Badoglio, che gli fa avere il comando del 3° bat­
taglione del 1 6° fanteria . Badoglio, caduto il fascismo, di­
chiarò che Bottai fu l'unico gerarca che chiese un posto d i
combattimento. Subito dopo l a nomina, il 9 febbraio, Bot­
tai parla «contenuto e ispirato» ai suoi ottocento uomini:
«Venuto dal popolo, ò sempre marciato col popolo. Perciò
sono venuto con voi alla vigilia d'una grande battaglia». 1s
Vinta la battaglia dell' Aradàm e approssimandosi la vitto­
ria finale, Badoglio lo nomina governatore civile di Addis
1 30 Giuseppe Bottai, fascista

Abeba, che sta per essere conquista t a. Manterrà la carica -


puramente rappresenta tiva - pochi giorni, poi tornerà a
Roma.
Nel 1 939 pubblicò Quaderno affricnno, un diario che va
dal novembre 1 935 al maggio 1 936. Il tono lirico e retorico
del Quaderno ne fa più che altro una creazione letteraria (e
come tale lo amò moltissimo), sebbene non manchino an­
notazioni politiche e sociali anticonformiste: «Il cattivo co­
mando, la stortura degli ordini, l'abuso di autorità, è sem­
pre difetto di volontà, anche quando ne' modi, nelle
forme, nei toni, sembri eccesso. Il buon comando . . . à a
suo fondamento la misura » . 1 9 Sorprendente, per l'epoca, è
l'idea di un esercito di volontari: «lo penso a un ordina­
mento militare con un nucleo professionale, formativo e
direttivo, selezionatissimo, espertissimo, curato al cento
per cento nel "mestiere", e con u na larga base, estesa a
tutto il corpo sociale articolato in sindacati, in corporazio­
ni, in fasci, volontaristica» .2o
In articoli destinati a «Critica fascista» e in alcuni rap­
porti al duce avanzò critiche molto pesanti sugli effetti de­
leteri delle interferenze politiche nei comandi militari.
Mussolini bocciò sia gli articoli sia i rapporti sottolinean­
do certe frasi in rosso e in blu e consigliando a Bottai, at­
traverso il ministero della Guerra, di non scrivere più su
quei temi fino al termine della campagna . Qualche pas­
saggio è stato tramandato da Giorgio Vecchietti: «Non ba­
sta che un Paese sia grande se non è anche serio»; «si può
limitare la libertà, non la dignità degli uomini»; «non ci
sono rivoluzioni se non coerenti, logiche, morali», «l'Italia
deve, se vuole a ffermarsi e d u ra re nella potenza, saper
trasformare il miracolo di u n Capo nel fatto ordinario di
uomini capaci di dirigere con impegno, con intelligenza,
con modestia personale e con immenso orgoglio naziona­
le lo Stato; e infine questo è nella Nazione e non la Nazio­
ne nello Stato».2 1
Al ritorno in Italia lo aspettano onori, gloria e la croce
dell'ordine militare di Savoia, oltre alla medaglia d'argen-
Un governatore per due città 131

to già ricevuta. Ma non la simpatia di Mussolini, che lo ri­


cevette freddamente sillabandogli : «Sono contento d i te
come soldato e come fascista; e ora passiamo al lavoro».
Uscito da Palazzo Venezia, Bottai andò nella redazione di
«Critica fascista», dove d isse: «Non è più u n uomo ma
una statua».22 Non è u n caso che, poco dopo, anche «Criti­
ca fascista» subisca notevoli cambiamenti.
Con il primo numero di novembre lascia la condirezio­
ne - dopo oltre sette a nni - Gherardo Casini, nominato di­
rettore generale della stampa; lo stesso giorno il redattore­
capo Nicola De Pirro diventa direttore generale dello
spettacolo, carica che tenne a lungo anche nel dopoguer­
ra. Bottai rimane unico direttore, e redattore-capo diventa
Filippo Franceschi, con un comitato di redazione compo­
sto da Agostino Nas ti, Mario Morandi, Federico Maria
Pacces. La rivista acquisisce nuovi collaboratori, tra cui
Vasco Pratolini e Indro Montanelli, ma Bottai ci si dedica
sempre meno.23 Dalla fine del 1 936 inizia un grave decadi­
mento di «Critica fascista», e non per i mutamenti reda­
zionali: dal '36 assume infa tti sempre più importanza la
politica estera, sulla quale non è lecito muovere obiezioni.

Nel 1 935 Bottai aveva lanciato su «Critica fascista»


un' intensa campagna sul problema scolastico. Vedeva
una scuola «senza ordine, senza un principio preciso, una
fede centrale, un motivo animatore, sbandata, ondeggian­
te fra vecchio e nuovo, tra istituti e ordinamenti imposti
dalla riforma [Gentile] e lo spirito che è rimasto quello che
era . . . . Occorre porsi il problema nucleare: l ' u fficio e la
funzione della scuola nello stato fascista» .24
Mussolini, nominandolo ministro dell'Educazione na­
zionale, pensò di attenuarne le istanze critiche - con u n
incarico che lo soddisfacesse - e nel contempo di sfruttar­
le per il regime indirizzandole verso i giovani e la scuola
che aveva parecchio bisogno della sua vocazione innova­
trice.
Nel «cambio della guardia» ministeriale del '36 Musso-
1 32 Giuseppe Bottai, fascista

lini i nfatti abbandonò tre ministeri, chiamando Galeazzo


Ciano agli Esteri, Ferruccio Lantini alle Corporazioni e
Alessandro Lessona alle Colonie. Il rimpasto piacque po­
co a Bottai : l'incarico, pur prestigioso (fra l'altro era il pri­
mo gerarca a essere nominato ministro per la seconda vol­
ta, e dopo di lui capiterà solo a G randi), lo tiene fuori
dalla «grande» politica del partito, degli Esteri e dei mini­
steri economici; in più crede che scegliere una figura di se­
condo piano come Lantini sia un colpo mortale per il si­
stema corporativo e lo fa notare al duce, dicendogli che
quel ministero spettava al capo del governo: perché «egli
solo può dominare e sviluppare i l sistema» e perché in
«uno Stato moderno la politica interna è per tre quarti po­
litica sociale».2s Tuttavia fu personalmente soddisfatto d i
un incarico che g l i consentiva di intervenire in profondità
nella costruzione dell' «italiano nuovo».
Prima della riforma Gentile del maggio 1 923 il sistema
scolastico si fondava sulla legge Casati del 1 859, dalla net­
tissima impronta classista . Gentile sostituì l'idealismo alla
pedagogia positivista: la scuola doveva inculcare negli in­
dividui lo spirito sociale, che si esplicava progressivamen­
te nell'interesse verso la famiglia, la nazione e - in ultimo
- l'umanità intera. Partendo da questi presupposti inserì
al posto dell'educazione manualistica e informativa quel­
la formativa basata sulla cu l tu ra classica, sull'estetica e
sui valori religiosi. Creò il l iceo femminile (destinato a
scomparire dopo poco) e il «corso integrativo» post ele­
mentare che - come un'ana loga «scuola complementare»
- non dava sbocchi e dove morivano, con il diplomino, le
ambizioni del proletariato e della piccola borghesia. Infi­
ne, ad aumentare la selezione, le scuole medie inferiori di­
ventarono tre, a seconda che si volesse accedere all'istitu­
to magistrale, a l liceo classico o a quello scientifico.
La riforma, definita da Mussolini «la più fascista delle
riforme» (anche perché era la prima), fu davvero innovati­
va e portò al fascismo numerosi consensi, se non altro per
la sua celerità. Però i successori di Gentile dal '23 al '36 -
U11 govcmatore per due città 1 33

Pietro Fedele, Alessandro Casati, Giuseppe Belluzzo, Bai­


bino Giuliano, Francesco Ercole, Cesare Maria De Vecchi ­
non riuscirono ad attuarla completamente: nel '36 appari­
va già superata senza mai essere nata del tutto. Vi si ag­
giunga la mancanza di aule e di fondi, l'ancora enorme
analfabetismo. Inoltre su quel sistema scolastico ormai re­
gnava la confusione: dall'approvazione dell'ultimo «Testo
unico» sulla scuola 5 febbraio 1 928 - erano state emana­
-

te oltre cento leggi, decreti, ordina nze, nonché numerose


circolari ministeriali.
La scuola ideata da Gentile, essendo più espressione
dell'idealismo che del fascismo, era stata manomessa dal
regime senza riuscire a creare un sistema scolastico origi­
nale.
VII

SCUOLA, ARTE, RAZZA

La scuola, che qualche volta insegna, non educa mai, e se


educa è, per tendenza congeni ta di coloro i quali si dedica­
no all'insegnamento, mediocrista e quietista. La scuola og­
gi, è an ti eroica e l i velia trice. l

Noi miriamo a fare l'uomo i n tegrale, il fascista. 2

L a « fascistizzazione» della scuo l a cominciò seriamente


nel '29 quando - per controbilanciare i l peso concesso alla
chiesa nel campo dell'istruzione con il Concordato - si ob­
bligarono gli insegnanti delle elementari e delle med ie a
prestare giuramento a l regime. All'inizio del 1 930 il segre­
tario del partito, Turati, dichiarò che gli insegnanti dove­
vano «vibrare all'unisono» con la coscienza del fascismo.
Un mese più tardi il Gran Consiglio stabilì che i docenti, i
presidi e i rettori fossero scelti di preferenza tra gli iscritti
al PNF da almeno cinque anni; e un mese dopo ancora i l
ministro G iuliano annunciò che dall'anno scolastico 1930-
31 nelle elementari si sarebbe adoperato esclusivamente il
libro di stato.
L'a tto più vistoso della fascistizzazione fu un decreto
legge per cui i professori universitari di ruolo e gli incari­
cati dovevano giurare fedeltà al regime: il risulta to - rifiu­
tarono meno di 20 su 1 225 - costituì la definitiva conferma
dell'adesione o, peggio, dell'asservimento della cultura a l
fascismo. I l numero di coloro che non accettarono è incer­
to perché alcuni chiesero il pensionamento anticipato, al­
tri furono collocati a riposo d'ufficio o furono dispensati
Swola, arte, razza 135

dal servizio o dettero le d imissioni, e uno fu collocato a ri­


poso per motivi di salute: quelli che di sicuro rifiutarono
di giurare furono 11-12.
Dette maggiori problemi i l confronto con la chiesa ri­
guardo all'Azione cattolica, che con la sua attività para­
sindacale e giovanile invadeva i territori del PNF. L'Azione
si era salvata dallo scioglimento grazie alle trattative per i l
Concordato, ma subito dopo scoppiò l a polemica stato­
chiesa sulla compatibilità tra appartenenza al PNF e all' AC,
quando Mussolini decise di sciogliere ogni associazione
giovanile non fascista. Pio XI rispose con l'enciclica Non
abbiamo bisogno, del 29 giugno 1 93 1 , dove accusava il regi­
me di «statolatria pagana» e arrivava a dire che il giura­
mento di fedeltà al regime era in contrasto con la fedeltà
alla chiesa. Il duce non aveva mai nascosto questo propo­
sito e fin dal '29 aveva chiamato il ministero della Pubbli­
ca istruzione ministero dell' Educazione nazionale, per
sottolineare il «diritto-dovere» dello stato di educare i l
popolo. Sapeva però di non poter vincere una guerra con­
tro la chiesa, mentre il papa a sua volta sapeva che sareb­
be stato più vantaggioso accordarsi piuttosto che arrivare
a uno scontro d ifficile da controllare. L'intesa del 2 settem­
bre 1 93 1 riconobbe l 'Azione cattolica purché adottasse
una forma organizzativa non centralizzata ma «essenzial­
mente diocesana» e perseguisse fini educativi soltanto re­
ligiosi.
Dunque Bottai opera in un organismo del tutto fasci­
stizzato, secondo la logica di un regime dittatoriale. Si mi­
ra a creare il nuovo fascista, libero da scorie di altre conce­
zioni politiche: il fascista perfetto, dedito al culto dello
stato, della gerarchia, dell'ideale guerriero, della grandez­
za della patria. Sono fini cui Bottai crede e nella cui attua­
zione spera, ma cercherà di non confondere troppo «cul­
tura fascista» e cultura, sforzandosi di mantenere separate
le funzioni del partito e quelle del ministero, cioè di non
fare della scuola una succursale del PNF: non che l'ideolo­
gia fascista dovesse rimanere estranea all'insegnamento
136 Giuseppe Bottai, fascista

scolastico, ma la formazione ideologica non doveva essere


il compito principale della scuola;3 il partito, separata­
mente, «ne integra l'opera educatrice e l a prosegue sul
terreno politico». 4
Quando gli fu tolto il controllo dell'Opera nazionale ba­
lilla si dimostrò coerente con questi principi. L'ONB, nata
come ente morale nel marzo del 1 926, organizzava i gio­
vani dalla prima infanzia ai diciotto anni; fino al '29 fu
sottoposta direttamente a Mussolini, poi al ministero
dell' Educazione nazionale. Bottai però la controlla meno
di un anno perché dal 1 8 ottobre 1 937 l'Opera, insieme ai
fasci giovanili, viene integrata nella CIL (Gioventù italiana
del Li ttorio), a l le dirette d ipendenze del segretario del
partito. L'operazione priva Bottai d i una grossa fetta di
potere ma, pur non avendo questo scopo, viene in soccor­
so alla scuola, nella quale l'Opera si intrometteva sempre
più pesantemente. A separazione avvenuta Bottai decise
di applicare «l'orario unico» per dividere in maniera netta
la giornata dei ragazzi, che avrebbero dedicato la mattina
alla scuola e il pomeriggio alla formazione politica .s Così
avvenne, ma nel pomeriggio gli studenti furono affidati a
istruttori di educazione fisica o a funzionari del parti to,
sotto il patrocinio della CIL, e non a insegnanti come Bottai
avrebbe voluto. Se ne lamentò a lungo6 e per ciò fu taccia­
to (da numerosi rapporti anonimi di zelanti funzionari) d i
insensibilità e incompetenza, se non peggio.?

Fin dall'inizio Bottai sostenne che la riforma di Gentile


era stata ottima, ma erano passati tre lustri e bisognava te­
nere conto della nuova realtà corporativa. Nonostante il
diplomatico tentativo di non ferire il filosofo, al nuovo
ministro non andava bene quasi niente della scuola genti­
liana. Infatti la rovescerà, cercando di cambiare l'indirizzo
idealistico in quello attivista di John Dewey, sostenuto in
Italia da Luigi Volpicelli. Bottai trova veramente ineffi­
cienti il liceo classico («così come oggi è in Italia porta alla
disintegrazione e alla rovina gli ultimi resti di un saldo
Swoln, arte, mzza 1 37

pensiero classico della civiltà del nostro Paese»B), lo scien­


tifico e l'istituto magistra le, «che non educano né a l la
scienza né al magistero»; le medie inferiori, a suo parere,
«portano davvero a una cul tura media, ma "media" nel
senso di "mediocre" » .9 Non vanno bene neppure l'esame
di stato e i programmi, in particolare riguardo agli studi
tecnici, che vanno legati strettamente all'ordinamento cor­
pora tivo e alla necessità di coordinare istruzione ed eco­
nomia.
Quando, dopo appena cinque mesi, deve discutere alla
Camera i l bilancio del ministero, più che un bilancio trac­
cia un programma . Esordisce con una citazione di Musso­
lini : «Tutta la vita italiana deve essere porta ta su l piano
dell'I mpero». Era sua consuetudine adottare una massi­
ma mussoliniana come bandiera e scudo: ma se risultava
chiaro «lo Stato fascista o è corpora tivo o non è fascista »,
porta re la scuola «sul piano dell' I mpero» suona prete­
stuoso e formale. Comunque stende a grandi linee un pro­
getto per i l sistema scolastico, questione «d i una politicità
che investe la più segreta vita morale del Paese». Io Rileva
l'eccessivo numero di iscrizioni al liceo classico rispetto
agli stud i tecnici e scientifici, ritenuti meno qualificanti
anche perché i vari corsi medi inferiori sono tutti imposta­
ti sulla cultura classica : è un compromesso - d ice - tra la
formazione scientifica e quella classica, «e nel compro­
messo la cul tura non fiorisce, ma declina verso l'imbastar­
d imento » . " Il problema non è stato a ncora risolto nella
scuola italiana, che riserva al passato un'attenzione spro­
porzionata, soprattutto negli indirizzi tecnici.
Immancabile il richiamo al corporativismo, e più preci­
samente a lla dichiarazione XXX della Carta del Lavoro,
che definisce come uno dei principali doveri delle associa­
zioni dei lavorn tori «l'educazione e l'istruzione, specie
l'istruzione professionale» dei giovani. Vuole che le asso­
ciazioni aiutino ad accedere almeno a una scuola profes­
sionale quei giovani d isagiati «oggi lontani dalla così det­
ta "scuola di tutti" (che son, poi, quei "tutti" soltanto, che
138 Giuseppe Bottai, fascista

possono mantenersi agli studi)» . Dedica infine poche fra­


si, e piuttosto vaghe, all'università: era convinto che la
grande riforma dovesse partire dal basso, prima di arriva­
re all'università. 12
Secondo Bottai la scuola deve essere indirizzata verso u n
«umanesimo moderno» che restauri «l'uomo nell'uomo
della tecnica, asservito dalla macchina» . 1 3 Definita la tecni­
ca come «pensiero espresso dalle mani», la affianca alla
scienza nella lotta per la «liberazione dell'uomo» dai suoi
limiti fisici; ma «l'ansia di produ rre, di guadagnare, na­
sconde e sopprime gli orizzonti superiori . . . la tecnica divie­
ne corresponsabile di quella materializzazione della vita
che infetta la civiltà moderna» . A questo punto l'umanità
dell' individuo si ribella e cerca di elevarsi tramite la cultura
e la scienza fini a se stesse. Spetta agli educatori e allo stato
trovare la via «che conduca il pensiero dell'operaio al di là
del suo strumento di lavoro; e che pieghi l' uomo di studio a
stringere in mano gli strumenti del mestiere» . 1 4 Su tale base
ipotizzerà, nella Carta della Scuola, turni di lavoro per gli
studenti durante le vacanze. E non fu solo un'ipotesi: anche
per le necessità di guerra in molte province vennero fatti la­
vorare davvero, soprattutto nei campi. Non inventò nulla,
ma suo merito è di avere voluto l'innovazione in un'Italia
intrisa di retorica umanistica.
Inoltre attaccò i l nozionismo, con trent'anni di anticipo:
«Sembra che in questa nostra cara e casta scuola, spesso
così onoratamente povera, la prod igalità si sia esercitata,
con compiacenza vendicativa, sui programmi di studio
dei nostri alunni; ed abbia sparso a piene mani nozioni e
nozioni, senza un principio di unità, e, perciò, incapace di
formare quello strumento intellettuale, di cui la Scuola de­
ve essere fucina» . 1 s Se si pensa che la lotta al nozionismo
condotta alla fine degli anni Sessanta era rivolta contro la
scuola ancora basata sui principi di Bottai, si può immagi­
nare quale fosse il grado di nozionismo nel periodo ante­
guerra. 16 Dal 1 937, comunque, deliberò che i programmi
d'esame fossero ridotti rispetto a quelli di insegnamento.
Scuoln, nrte, mzzn 1 39

L' iniziativa più rilevante presa prin1a della Carta della


Scuola fu l'istituzione dell'ENIM (Ente nazionale insegna­
mento medio) per controllare le scuole private, cui Gentile
aveva d a to grande importanza per farle prevalere su
quelle pubbliche. Il numero degli iscritti a questi istituti
era infatti aumentato, ma la qualità dell'insegnamento no.
Altri provvedimenti furono l' inquadramento dei maestri
elementari nei ruoli dei dipendenti statali e la fondazione
di alcune università e collegi come quello annesso alla
Normale di Pisa.
Sempre nell'ambito universitario, volle che gli artisti
potessero accedere alla cattedra anche senza laurea e sen­
za concorso: molti i llustri personaggi arrivarono così
all'insegnamento universitario, e basti citare Quasimodo,
Gatto, Pratolini, Ungaretti, Oppo, Guttuso, Carrà, Casara­
ti, Rosai, Morandi, Manzù, Casella, Malipiero. Piero Bar­
gellini ricorda come Bottai gli annunciò la decisione: «Mi
sono fatto portare i ruoli delle università e delle accade­
mie, quasi tutti nomi di uomini privi della più piccola fa­
ma e senza nessun ascendente sui giovani. Quando leggo
un l ibro di poesia, vi colgo l'eco di Ungaretti o di Quasi­
modo. Quando studio un l ibro di critica, vi sento l'in­
fluenza d i Pancrazi o di De Robertis. Quando visito
un'esposizione, noto l'ispirazione di Carrà o di Morandi.
Sono essi i veri maestri» . I 7 Secondo Bargellini «Bottai non
proteggeva questi artisti e scrittori al fine di indurii ad ap­
poggiare il regime e si comportava lealmente perfino con
quelli che erano antifascisti» . 18 Guttuso e Gatto, per esem­
pio, erano noti come «criptocomunisti», e Bottai candidò
all'Accademia d 'Italia Alessandro Bonsanti, che non ave­
va neppure la tessera del partito.
Ci fu comunque un vero assalto al posto (un giovane
poeta chiese la nomina «se non per chiara fama, perlome­
no per chiara fame») . Solo Papini e Soffici - divenuti ami­
ci di Bottai, che era andato alla Prima guerra mondiale
con la valigia piena dei loro libri - rifiutarono, da ribell i
alla cultura istituzionale, rispettivamen te la cattedra d i
140 Giuseppe Bottai, fascista

Letteratura italiana a Firenze e la presidenza del Consiglio


superiore di belle arti. Bottai affidò la presidenza a Mino
Maccari, ma durò poco: il combattivo «selvaggio» di Colle
Val d' Elsa, venuto in contrasto con Ciano e Piacentini per
i l piano regolatore dì Livorno, dette le d imissioni com­
mentando «Siena mi fe', disfecemi Livorno». 1 ')
Altrettanto innovatrice, seppure non così clamorosa, fu
la decisione di valersi d i una vecchia legge che permette­
va al ministro di assegnare la carica di provveditore agli
studi anche a persone che non avessero seguito il normale
corso della carriera. Se ne avvalse ampiamente, creando
un folto gruppo di «provveditori d'assalto», si direbbe og­
gi, composto di giovani intellettuali e giornalisti.
Non esistendo ancora il ministero dei Beni culturali,
dovette fare pure, come scrisse, «il custode d'ufficio del
più g lorioso patrimonio a rtistico moderno» . 2o Nel 1 938
nomina alla Direzione generale antichità e belle arti Mari­
no Lazzari che, in un resoconto del '43 per il successore di
Botta i,2 1 indica quali furono le direttive del ministro: « 1 )
potenziamento dell'attività scientifica delle Soprintenden­
ze; 2) estensione all'arte contemporanea di un'azione che
non poteva evidentemente porre limiti cronologici a l l a
propria validità; 3 ) rinnovamento della politica di tutela
paesistica» .
Tra i l maggio e i l luglio 1 939 promuove quattro impor­
tanti leggi: la prima aumenta il numero delle soprinten­
denze da 28 a 58, migliorandone la distribuzione e distin­
guendone le d iverse competenze; la seconda fissa in modo
severo le norme per ritrovamenti, riproduzioni, esporta­
zione, espropriazioni delle cose di interesse artistico; la ter­
za stabilisce, per la difesa delle bellezze naturali, un ordi­
namento che per quei tempi era innovativo e rigoroso,
tanto che molte delle disposizioni di Bottai sono tuttora in
vigore; sopravvive felicemente anche l a quarta creazione
bottaiana, l'Istituto centrale di restauro, il primo nel mon­
do a basarsi sulla ricerca scientifica.22
Inoltre fondò «Le Arti», rivista d i archeologia e storia
Scuola, arte, razza 141

dell'arte d i importanza mondiale, alla quale collaborano i


maggiori cri tici dell'epoca e giovani di grande futuro co­
me Giulio Carlo Argan, che ne era segretario di redazione,
e Cesare Brandi.23
Prima della guerra Bottai d issuase il duce dall' idea d i
costrui re i n piazza del Duomo a Milano - d i fronte alla
Galleria, dove oggi sorge l'Arengario - un grandissimo e
assurdo campanile gotico. 24 Durante la guerra svolse una
decisa azione per la difesa delle opere d'arte dalle d istru­
zioni e - forse ancora di più - dalle bramosie di Goring2s e
dalle minacce d i Mussolini, che una volta gli disse: «In
guerra non conosco che un'arte: l'arte della medesima».26
Brontolando contro «questo popolo d'esteti» il duce so­
stiene che «l'arte ha invigliacchito gli italiani» e un giorno
manifesta anche l'intenzione di vendere all'estero «qual­
che centinaio di chilometri quadrati di pittura pur di ave­
re della nafta » . Bottai risponde che Napoleone invece d i
vendere l e opere d'arte s e l e prendeva dov'erano, toccan­
do così il tasto della responsabilità storica, e distrae Mus­
solini con altri progran1mi.27
Nel 1 942 venne i noltre approvata - dopo un lungo d i­
battito promosso nd hoc su «Primato» - la « legge del 2 per
cento», un progetto che risaliva al '33 ma che non aveva
mai trovato applicazione: la legge prevedeva l'obbligo d i
«destinare a d opere d'arte figurativa una quota del 2 per
cento dell' importo di spesa per la costruzione di edifici
pubblici» . Si trattava di cifre enormi (anche considerando
soltanto il denaro i nvestito per la costruzione dell'EUR),
che avrebbero determinato gli indirizzi dell'arte italiana a
seconda degli artisti scelti come destinatari dei finanzia­
menti. Bottai avrebbe voluto che a indicarli fosse l'Acca­
demia d'Italia perché temeva - non a torto - che il control­
lo dell'operazione finisse a l gruppo tradizionalista
capeggiato dall'archi tetto Marcello Pia centini. Riuscì sol­
tanto a ottenere che della commissione incaricata della se­
lezione facesse parte a nche un rappresentante del mini­
stero dell' Educazione nazionale. La legge - travolta dalla
142 Giuseppe Bottai, fascista

guerra - non ebbe effetti concreti: ma è ancora il più inte­


ressante e importante esempio di intervento statale in fa­
vore dell' arte.28
Bottai ebbe anche il merito di contrastare la tendenza del
regime a creare un'arte di stato, e per ciò fu duramente at­
taccato dalle forze più conservatrici del fascismo. In un Pro
memoria di Lazzari si legge che le principali critiche rivolte
al suo ministero erano: «l o scarso interesse per l'arte antica;
2° eccessivo, intempestivo e aberrante zelo per l'arte con­
temporanea».29 L' accusa di scarso interesse per l'arte antica
era difficilmente sostenibile, se si considera che il ministero
fra i l '38 e il '43 erogò per questo settore 58 milioni (escluse
le spese di protezione antiaerea) contro i 24 milioni del
quinquennio precedente. Ma è anche vero che dal febbraio
1 940 al febbraio 1 943 vennero spesi quasi 6 milioni per l' ac­
quisto di opere contemporanee e per borse di studio e pre­
mi di incoraggiamento a giovan i artisti. Nonostante tutte le
accuse e le diffamazioni che ricevette, Bottai continuò a di­
fendere l'arte moderna: prima creando un Ufficio per l'arte
contemporanea, poi trasformando la Direzione generale
antichità e belle arti in Direzione generale delle arti.
G l i ortodossi del regime erano infastiditi dallo stile
nient'affatto «imperiale e fascista» dei pittori «bottaiani».
Basti leggere questa lettera, che il sottosegretario alle Co­
municazioni Mario Jannelli inviò al segretario di Mussoli­
ni, Nicolò De Cesare, il l o gennaio 1 942:
Allora vuoi dire che veramente la civiltà è i n crisi se si consente
u na simile forma d'arte! C'è più ebraismo, negazione, pessimismo
in questa orribile cosa che in tutta la Thora e in tutto un ghetto.
Richiama te, ve ne prego, l'attenzione Duce [sic] su queste cose.
Lui solo può averne ripugnanza, come quei pochi che, in materia,
affrontano il rischio di passare per scemi dicendo che questo offen­
de il senso di armonia e di misura che è nel popolo italiano.
Quando tornai da Parigi nel 1 936, dissi che il Padiglione Italia­
no, negli a ffreschi murali, faceva pena ed orrore, mentre quello te­
desco e quello sovietico erano un canto alla vita. Mi si rispose [da
parte di Bottai] che le stesse cose si dicevano a i tempi di Giotto e
che io non capivo niente. ...
Scuola, nrte, rnzzn 1 43

Ciò non toglie c.he mentre i soldati muoiono e combattono non si


può concepire una madre o una sorella d i un combattente o d i u n
eroe come quella femmina siciliana d i Guttuso, n é i loro fratelli co­
me gli aborti d i Tamburi.30

Il dolente sottosegretario si riferiva al premio di pittura


Bergamo, creato da Bottai con lo scopo esplicito d i con­
trapporlo al premio Cremona che, patrocinato da Farinac­
ci e appoggiato da Ugo Ojetti,31 voleva diffondere un'este­
tica di basso real ismo, a n ti-intellettuale e ispirata quasi
soltanto dal (e al) regime fascista . Da anni «Cremona
Nuova», il quotidiano di Farinacci, inveiva contro chiun­
que non seguisse quei canoni: « Lasciamoli alla contem­
plazione delle bottiglie e dei pesci morti, !asciamoli nel lo­
ro mondo fatto di a lberelli stremenziti e di donne sfa tte».32
Bottai, che da u n decennio a ttaccava i l pompierismo
dell' «arte fascista» ,33 reagì appunto con i l premio Berga­
mo, di indirizzo tecnico-stilistico e culturale diametral­
mente opposto. L a contrapposizione estetica e intellettua­
le dei due concorsi smorzò l'offensiva farinacciana, e oggi
non uno dei pittori del premio Cremona viene ricordato,
mentre a Bergamo, in pochi anni, furono assegnati ricono­
scimenti, fra gli altri, a De Pisis, Mafai, Guttuso. Dal pre­
mio Bergamo inoltre nacque il movimento della rivista
«Corrente», che raccolse u n gruppo d i artisti, poeti, lette­
rati, critici, registi, tra cui Bruno Cassinari, Luigi Rognoni,
Oreste Macrì, Carlo Del Bo, Renato Guttuso, Vittorio Sere­
ni, Aligi Sassu, Ernesto Treccani. «Corrente» fu soppressa
all'entrata in guerra; anche per questo in seguito è stato
molto enfatizzato i l suo a ntifascismo culturale, che però
poté agire solo grazie a Bottai.34

Nel 1 938, mentre Bottai è impegnato tra scuola e arte,


arriva, inaspettata, l'impennata razzista. Il fascismo fino
ad allora era stato indifferente ai problemi della razza, a
parte le idiosincrasie naturali in un movimento nazionali­
sta. La conquista dell'impero prima e l'accostamento alla
Germania nazista poi avevano generato varie tendenze o
1 44 Giuseppe Bottai, fascista

piccoli gruppi di «difesa della razza», di scarsa importan­


za e senza seguito ufficiale, tanto che molti ebrei tedeschi
emigrarono in I talia.
La svolta antisemita data da Mussolini al fascismo fu
quindi improvvisa e sorprendente. Il 1 4 luglio 1 938 viene
diffuso un «manifesto degli scienziati italiani» dove si leg­
ge, al punto VII: « È tempo che gli I taliani si proclamino
francamente razzisti» e al punto X : « l caratteri fisici e psi­
cologici puramente europei degli I taliani non devono es­
sere alterati in nessun modo». I l 6 agosto inizia le pubbli­
cazioni «La difesa della Razza», rivista diretta da Telesio
Interlandi, e il l o settembre viene istituito presso il mini­
stero degli Interni i l Consiglio superiore per la demogra­
fia e per la razza. Lo stesso giorno si stabiliva con un de­
creto legge che gli ebrei residenti in I talia da dopo il l o
gennaio 1 9 1 9 dovevano andarsene; era revocata la cittadi­
nanza a tutti gli ebrei che l'avevano ottenuta posterior­
mente a quella d a ta e venivano vietati nuovi ingressi.
Vennero inoltre proibiti i matrimoni con ebrei (ai dipen­
denti statali con qualsiasi straniero). Simili provvedimen­
ti, adottati in ogni settore della vita pubblica, erano molto
più miti della legislazione tedesca, anche perché non veni­
vano considerati ebrei i sanguemisti, se non pra ticavano
la religione ebraica.
Bottai prima del '38 non aveva avuto niente a che dire
sugli ebrei, tra i quali aveva uno dei suoi migliori amici,
Enrico Rocca, e uno dei suoi principa li collaboratori a
«Critica fascista», Gino Arias. Era ebreo anche i l primo
mecenate della rivista, Gino Modigliani, il cu i ritra tto
spiccava negli uffici della redazione. Nel 1 926 Bottai era
intervenuto presso Mussolini per salvare dalla chiusura
la rivista sionista « lsrael» e nel '28 aveva preso parte al ri­
cevimento d'onore per la costituzione del comitato Italia­
Palestina. Stupiscono quindi la prontezza e la determina­
zione d e i provvedi menti a n tisem i t i (emanati d a l
ministero dell' Educazione nazionale tra l'inizio d i agosto
e la fine di ottobre) che colpirono 200 insegnanti, 4400 ra-
Scuola, arte, razza 1 45

gazzi delle elementari, 1 000 delle medie e 200 studenti


universitari.
Le disposizioni principali furono: 5 agosto, divieto di ac­
cogliere l' iscrizione di studenti ebrei nelle scuole di qual­
siasi ordine e grado; 9 agosto, divieto di conferire incarichi
di insegnamento e supplenze a docenti di razza ebraica; 1 2
agosto, divieto d i usare libri d i testo d i autori ebraici (dal
30 settembre vengono esclusi pure i volumi scritti da più
autori di cui anche solo uno ebreo); 18 agosto, divieto di
iscrizione alle scuole di ebrei stranieri; 1 8 ottobre, divieto
di accettare lasciti o donazioni, da parte di ebrei, per istitui­
re borse di studio; 22 ottobre, raccomandazione ai rettori
delle università di creare cattedre con lo scopo di fonTtare
nei giovani una «salda, profonda coscienza razziale».
Per attenuare la portata di questi provvedimenti si con­
tinua a versa re lo stipendio agli insegnanti di origine
ebraica «fino a nuove disposizioni»; si istituiscono sezioni
e si aprono scuole intere per l' istruzione degli ebrei e si
consente di terminare gli studi agli universitari e agli stu­
denti già iscritti ai conservatori e alle accademie che, però,
non avrebbero potuto sostenere gli esami nelle stesse aule
degli «ariani».3s
« È sempre pericoloso cercar di valutare le motivazioni
umane» scrive Ledeen chiedendosi il perché dell'adesione
di Bottai al razzismo.36 Adesione, per di più, sorprendente
nella vita di un individuo equilibrato, un politico modera­
to, un uomo di cultura come Bottai, anche tenendo conto
che all'epoca il razzismo non suscitava affatto tutta la ri­
pugnanza di oggi. E non serve pensare che né il popolo né
gli intellettuali fecero molto contro l'antisemitismo. Il po­
polo, pur disapprovandolo, si limitò a sterili atteggiamen­
ti di pietismo individuale. Non meglio andarono le cose
tra gli intellettuali fascisti: l'unico che seppe mantenersi
estraneo alla polemica razzista fu Gentile, mentre decisi
oppositori furono Bontempelli e Marinetti. Tra i gerarchi il
solo ad avversarlo in modo serio fu Balbo, e contrari furo­
no anche De Bono e Federzoni.
1 46 Giuseppe Bottai, fascista

Tuttavia pochi italiani furono veramente razzisti, e tra


questi non si può mettere Bottai, che già nell'aprile 1 942
scriverà sulla prima pagina di «Primato» una sconfessio­
ne del razzismo come d a to fondamentale per la vita d i
u n a nazione:
Uno dei risultati più accertati da noi, dopo qualche anno dalla
«carta della razza», è questo: che la razza non è l'unico elemento
determ inante e assorbente della vita statale e nazionale; ne è solo
un <<dato di fatto», ineliminabile come tanti altri fattori naturali . . . .
N o n d iversamente si erra identificando u n a concezione politica
con gli interessi di una <<casta» precostituita . . . .
P i ù sottile, ma analogo errore, è quello d i identificare, d i vincola­
re un popolo al suo passato, sia pur nobile e grande, di cui la razza
sarebbe la portatrice unica. Si eleva in tal modo la tradizione a for­
me e regole chiuse, innalzandole altari sacri e inviolabili . . . .
L a storia cammina, n o n si ferma alla tradizione: giacché l a tradi­
zione sta alla storia viva, come l'abitudine sta alla virtù, e non ne è
che un semplice frutto.
L'u manità non combatte per il passato ma per l'avvenire.37

Sin dal '38 i suoi discorsi pubblici sugli ebrei sono assai
meno duri di quanto i suoi provved imenti - e gli inter­
venti al Gran Consiglio o al Consiglio dei ministri - lasce­
rebbero credere: «La Scuola italiana agl'italiani, s'è detto.
Gli ebrei avranno, nell'ambito dello Stato, la loro scuola;
gl'italiani la loro. Questo è tutto . . . . La sua separazione da­
gli ebrei è, letteralmente e sostanzialmente, una separa­
zione. Non vuoi essere né una persecuzione, né una mor­
tificazione».38 Il discorso fila bene soltanto ignorando il
problema morale che Bottai sentirà, fortissimo, solo dopo
la guerra .39
Tu tti gli studiosi che si sono occupati dell'argomento
concordano nel dire che Bottai non credeva nel razzismo
«biologico» e che la sua adesione fu esclusivamente politi­
ca; quando però si tratta di spiegare come mai lo accettò
dal punto di vista politico le opinioni sono assai divergen­
ti e anche insoddisfacenti.
Ledeen, per esempio, avanza diverse ipotesi ma senza
prendere posizione per l'una o per l'altra.4o La prima passi-
Scuola, arte, razza 1 47

bilità è che Bottai abbia abbracciato la «nuova dottrina co­


me un metodo per formare finalmente i "nuovi" fascisti» .41
In effetti i giovani, schiacciati dalla propaganda del regi­
me, dal comportamento delle guide intellettuali e politi­
che, e soprattutto abbacinati dalla nuova cultura antibor­
ghese che avrebbe dovuto nascere dal concetto di razza, in
genere aderirono all'antisemitismo.42 Ma in questa pro­
spettiva non si capisce perché dopo la «sfuriata» dura ta
pochi mesi nel '38, Bottai abbia abbandonato la campagna
razziale; del resto, non appoggiò caldamente a ltre iniziati­
ve «antiborghesi» e «rivoluzionarie» prese dal regime in
quel periodo per modellare l' «italiano nuovo»: il «voi» al
posto del « lei», i l divieto d i stringersi l a mano, ecc. La se­
conda ipotesi proposta da Ledeen è che abbia abbracciato
l'antisemitismo «come un mezzo veramente efficace per
}J rodurre un cambiamento all'interno del nucleo fascista» .
E però assurdo pensare che intendesse sfruttare u n aspetto
brutale del regime per cambiare il fascismo in meglio.
Più semplice - troppo - la spiegazione offerta da De
Felice, il quale accomuna Bottai a quei gerarchi che «ser­
vilmente, si adeguarono alle "direttive" del "duce", get­
tandosi ciecamente alla loro realizzazione e spesso fon­
dando su di esse le loro personali fortune»:43 ma niente,
nell'attività politica di Bottai, fu mai «cieco» o teso a otte­
nere vantaggi personali. Né convince una certa indulgen­
za di De Felice per uomini come Farinacci, che nella que­
stione sarebbero stati intransigenti e coerenti, mentre i l
suo giudizio è assai duro con uomini come Bottai, ritenu­
ti accomodanti e doppiogiochisti. Alfassio Grimaldi op­
pone che Bottai e Farinacci accettarono il razzismo «il pri­
mo per non farsi buttare di sella e poter continuare ad
agire in altri campi (la scuola, per esempio), i l secondo
per avvicinare il fascismo al nazionalsocialismo: l'uno e
l'altro, comunque, sulla base di un ragionamento politico.
Dov'è l'opportunismo del primo e l'onesta coerenza del
secondo?».44
È indubbio che il «razzismo» di Bottai sia stato espres-
1 48 Giuseppe Bottai, fascista

sione d i un opportunismo politico, ma non per il «servili­


smo» supposto da De Felice e neppure per il «compro­
messo» ipotizzato da Alfassio Grimaldi, sebbene tutta la
precedente attività di Bottai faccia pensare alla seconda
ipotesi, e la sua prontezza nell'applicare le misure razzia­
li alla prima. L'efficienza senza ritrosie di Bottai è spiega­
bile con un'altra tesi: Ledeen suppone che «un atteggia­
mento di rigido a ntisemitismo gli sarebbe stato molto
utile per difendersi dalle accuse d i sovversione» che gli
venivano mosse da numerosi gerarchi .4S I n effetti in quel
periodo era l'uomo più malvisto nel partito, da dove gli
venivano lanciate continue accuse di frondismo «ampia­
mente meritate», secondo Zangrandi. I gerarchi di ogni
grado e tendenza diffidavano del suo «intellettualismo» e
ne invidiavano i l prestigio personale. Ma era soprattutto
l'atteggiamento politico a destare sospetti, in particolare
la sua scoperta avversione per i tedeschi: si diceva, anzi,
che fosse filoinglese.46 Per non parlare della sua attività
critica «disgregatrice» del regime. Ce n'è a sufficienza per
capire come Bottai sentisse la necessità di dimostrare la
propria ortodossia. Si legga questo «rapporto segreto» a
Mussolini redatto dalla contessa G iulia Brambilla Carmi­
nati nel marzo 1 938, dove fra l'altro si insinua che negli
atteggiamenti di Bottai ci sia « tanto di agiatismo ebraico».
Le sgrammaticature sono nel testo originale:
Il cosiddetto <<gruppo Bottai >>, ha finalità proprie m isurate più
sul metro delle ambizioni del suo capo, che su quello degli obiettivi
del Regime. . . .
I suoi scritti sono talora in contrasto con l e s u e funzioni d i Mini­
stro perché la parola di un Ministro impegna il Governo. Il conser­
vare in tale qualità la direzione di <<Critica fascista» non mi sembra
opportuno. In tale rivista sono poi numerosi gli articoli che volen­
do essere futuristici ed <<illuminati» concludono coll'allontanarsi
dal solco tracciato dal Duce. . . .
M a anche ciò non sarebbe deprecazione e potrebbe essere i mpu­
tato ad un eccessivo d inamismo, se il pensiero politico del Bottai e
d i tanti suoi amici non deviasse da quello del Duce. I l Fascismo d i Bot­
tai non è quello d i Mussolini: ha troppo sottofondo rosso, troppa in-
Swo/a, arte, razza 1 49

d u lgenza verso i semenzai d e l bolscevismo, troppa nasale ost i l i tà


a l la tradizione religiosa della quasi totalità del popolo i ta liano, che
n e l ca ttol icesimo sente ta n to d i roma nesimo e n e l l ' a n t icattol icesi­
mo tanto di agia tismo ebra ico.47

Che su Bottai gravassero sospetti di filoebraismo viene


confermato dal Pro memoria di Marino Lazzari : «Si è tenta­
to di coinvolgere il Ministro nella polemicél dell'21rte tradi­
zionalistica e dell'arte moderna, indiscriminat21 mente ac­
cusò tél d'in tern21zionalismo e di giudaismo»; nell' estél te
del 1 938, inoltre, il quotidiano «Tevere», diretto da Telesio
Interlandi con redattore-capo Giorgio Almirante (di lì a
poco i due occuperanno i medesimi posti in «La difesa
della Razza»), lélncia una vera campagna contro Bottai, ac­
cusato in particolare di disgregare il fascismo proteggen­
do la cultura e l'arte «degenerata».
Ben presto fu sparsa la voce che fosse per metà ebreo,
da parte di madre, e l'insinuazione venne accolta con en­
tusiasmo - per motivi diversi - da fascisti e non fascisti,
da razzisti e non razzisti. La sua propensione a usare il
dialetto, i capelli ricciuti e il naso vistoso48 sembravano
avvalorare l'ipotesi, tanto che molti romani lo chiamava­
no da tempo «Peppino er giudiolo». I nazisti lo fissavano
con diffidenza e contribuivano a loro volta a diffondere l a
voce, detestando Bottai perché lo sentivano ostile e perché
aveva bloccato il progetto di Rosenberg - il teorico del
razzismo tedesco - per l' istituzione in I talia di scuole te­
desche autonome.
In un teatro di Parigi si rappresentava una scenetta in
cui due ebrei litigavano: uno era Bottai, l'altro era Zay, mi­
nistro dell'Istruzione francese. L'ambasciata italiana a Pa­
rigi si premurò di mandare a Ciano il testo della scena.
Poco dopo Bottai viene informato, ricorda Vecchietti, che
un giornalista filonazista «stava facendo delle indagini
sui funerali poco religiosi della propria madre [che era
semplicemente atea] avvenu ti molti anni prima; corse a
protestare da Mussolini che alzò le spalle dicendo che non
valeva la pena di rispondere. Gli attacchi si ripeterono. Al
150 Giuseppe Bottai, fascista

ministero della Cultura popolare non si escludeva che fos­


sero ispirati dall'alto, magari per altri motivi» .49
C'è poi da considerare - lo vedremo tra poco - che pro­
prio in questo periodo Bottai era estremamente interessa­
to ad avere buoni rapporti con il Vaticano. E la chiesa cat­
tolica non ha mai amato gli ebrei, «popolo deicida».so Per
tutta la seconda metà dell'Ottocento l'Italia non conobbe
altro antisemitismo che quello cattolico, e i gesuiti si spe­
cializzarono nell'attacco agli ebrei: nella collezione otto­
centesca della «Civiltà cattolica» si possono leggere n u­
merosissimi articoli che sarebbero piaciuti a Hitler, e nel
1 890 venne diffuso in ogni parrocchia un opuscolo sulla
Questione giudaica in Europa dove si spiegava perché gli
ebrei meritassero il castigo divino, perché fossero «nemici
giurati del benessere delle nazioni in cui si trovano», e
perché «non hanno diritto» a essere trattati come gli altri
cittadini. La rivista dava il la a quasi tutte le pubblicazioni
cattoliche e i gesuiti riuscirono a diffondere nei credenti la
convinzione che gli ebrei non portassero niente di buono.
La polemica gesuita si riaccese dopo la rivoluzione rus­
sa con argomenti tali da piacere molto ai fascisti: nel '22
«La Civiltà cattolica» sostenne che il marxismo è «il per­
vertimento di una fantasia semita» e l'URSS una «repubbli­
ca ebrea comunista» . Il razzismo fascista ebbe dunque un
buon terreno d i coltura nel razzismo cattolico, e non solo
verso gli ebrei: dopo la conquista dell'Etiopia il Vaticano
approvò i provvedimenti presi per conservare la «purezza
della razza», ovvero per impedire i matrimoni fra bianchi
e negri. Quando, nel '38, il ministro degli Esteri Galeazzo
Ciano comunicò al nunzio Francesco Borgoncini Duca
l'imminente legislazione razziale, lo trovò «assai convin­
to. Ed aggiungerò che si è rivelato personalmente molto
antisemita» . Pio XI invece si oppose, ma la sua opposizio­
ne fu netta solo finché temette che la legislazione razziale
avrebbe porta to allo scioglimento del ma trimonio tra
«ariani» ed ebrei convertiti al cattolicesimo: la battaglia
del papa si ridusse a difendere l'inscindibilità del matri-
Scuola, arte, razza 151

monio. Anche l'ambasciatore i n Vaticano riferì al governo


che i provvedimenti «non hanno trovato in complesso i n
Vaticano sfavorevoli accoglienze . . . D a Monsignor Monti­
ni, Sostituto per gli Affari Ordinari alla segreteria di Stato,
ho avuto conferma di tali impressioni e più particolar­
mente che le maggiori per non dire uniche preoccupazio­
ni della Santa Sede si riferiscono al caso di matrimoni con
ebrei convertiti». In definitiva il Vaticano voleva discrimi­
nare gli ebrei per la loro religione, il fascismo per la loro
razza.
I fanatici razzisti, specialmente Roberto Farinacci e Gio­
vanni Preziosi, ebbero dunque buon gioco nel giustificare
l'odio razziale - presso i fascisti-cattolici, ovvero quasi tut­
ti - sfruttando proprio l'antisemitismo della chiesa. A par­
tire dal '38 molte testate razziste riproposero in versione
integrale vecchi e recenti articoli della «Civiltà cattolica» e
Farinacci poté dire i n u n d iscorso: «Se, come cattolici, sia­
mo divenuti antisemiti, lo dobbiamo agli insegnamenti che
ci furono dati dalla Chiesa d urante venti secoli. . . . Noi non
possiamo nel giro di poche settimane rinunciare a quella
coscienza antisemita che la Chiesa ci ha formato lungo i
millenni». Del resto «La Civiltà cattolica» continuava a
scrivere, proprio in quel 1 938, che gli ebrei «richiamano
tuttora su di sé le giuste avversioni dei popoli coi lor so­
prusi troppo frequenti e con l'odio verso Cristo medesimo,
la sua religione e la sua Chiesa cattolica» . Farinacci ne ap­
profittò per sostenere che «vi è molto da imparare dai Pa­
dri della Compagnia di Gesù» e che «il Fascismo è molto
inferiore, sia nei suoi propositi, sia nell'esecuzione, al rigo­
re de "La Civiltà Cattolica" » . Né si trattava solo dei gesuiti:
il francescano Agostino Gemelli, potente e ascoltato fonda­
tore dell'Università del Sacro Cuore, sosteneva - e siamo
nel '39 - l'equità di «quella terribile sentenza che il popolo
deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per i l
mondo, incapace di trovare la pace di u n a patria, mentre l e
conseguenze dell'orribile delitto lo perseguitano ovunque
e in ogni tempo».
1 52 Giuseppe Bottai, fascista

Bottai voleva stringere buoni rapporti con la chiesa pro­


prio a partire dalla scuola, e conosceva l'interesse del Vati­
cano a eliminare ogni influsso ebraico dal sistema scola­
stico. Vi si aggiungano le «dicerie» politiche e razziali sul
suo conto e si capisce come il ministro - considerando che
dei provvedimenti si dovevano comunque prendere - ab­
b ia agito con particolare determinazione. Per d i più le
scuole stavano per riaprire e con la solita efficienza, que­
sta volta davvero infelice, volle che tutto «fosse pronto»
per ottobre.

Se l'attività a ntisemi ta di Bottai si concentrò in pochi


mesi, la riforma della scuola lo impegnò per i sei anni del­
la sua permanenza al ministero, anche se la sua seconda
Carta nacque materialmente nei due mesi precedenti l'ap­
provazione del Gran Consiglio, il l S febbraio 1 939.
Bottai pensò a una «Carta della Scuola» piuttosto che a
una legge perché, data la complessità dell'ordina mento
scolastico, una legge sarebbe stata «già condannata sul
nascere alla deturpazione degli inevitabili ritocchi».s1 Vol­
le stendere, insomma, un documento che fosse «madre e
matrice di molti altri».s2 Come a i tempi delle Corporazio­
ni cercò la collaborazione dei diretti interessati, sia pure
secondo lo spirito statalista e verticista dell'epoca: non gli
studenti o i genitori, ma gli insegnanti. Al motto di «La
scuola o è laboratorio e seminario o non è nulla»,sJ comin­
ciò a creare commissioni e a organizzare convegni per lo
studio della riforma.
In particolare intraprese una fitta serie d i consultazioni
con il Vaticano, attraverso il segretario di stato cardinale
Tardini e con il cardinale Giuseppe Pizzardo, prefetto del­
la Congregazione dei seminari e delle università. Furono
rapporti segreti e senza in termediari, noti però a due
amici di vecchia data d i Bottai, divenuti suoi collaborato­
ri al ministero, Riccardo Del Giudice, sottosegretario, e
Anita Ferrari, segretaria generale dell'Associazione edu­
catrice internazionale e membro di molte commissioni
Scuola, arte, razza 1 53

ministeriali. Impossibile affermare se Mussolini ne fosse


al corrente: di certo Bottai voleva assicurarsi l'approva­
zione e l'appoggio della chiesa . Nacque così una Carta
che lasciava a mpia libertà alle scuole private religiose e
che, anche negli istituti pubblici, favoriva l a penetrazione
cattol ica . Tard ini poté dire, dopo la guerra, ad Anita Fer­
rari: «Un giorno la storia farà sapere quanto l a chiesa de­
ve a Bottai».
Fin dal '27 (e in modo particolare nel '29) «Critica fasci­
sta» aveva promosso un dibattito per comparare la filoso­
fia di Gentile alla dottrina cattolica riguardo ai rispettivi
influssi sulla vita dello stato. È probabile che Bottai si fos­
se reso conto, già alla promulgazione della Carta del La­
voro, che lo stato fascista si sarebbe sviluppato seguendo
gli schemi nazionalisti e conservatori di Rocco piuttosto
che i suoi, basati sull'idealismo gentiliano. Dovette quindi
cercare appoggi più solidi di una teoria filosofica per
mantenere una speranza di cambiamento. La forza che si­
no ad allora aveva più influ ito dall'esterno sul fascismo,
spesso determinandone l'evoluzione, era quella economi­
ca degli industriali; la forza uguale e contraria che si può
contrapporre a quella del capitale è costituita dalla classe
operaia, ma una simile contrapposizione era inconcepibi­
le per l'ultracorporativista Bottai, che dunque si rivolse al­
la chiesa.
Era uno sbocco tanto più logico se si considera che i l
grande evento d i quegli anni fu il Concordato e che la chie­
sa era ufficialmente favorevole al corporativismo.s4 Bottai
pensava che, con la sua organizzazione e la sua dottrina, la
chiesa avrebbe influito sugli sviluppi del fascismo in un
modo più pratico e i mmediato di quanto avrebbero potuto
fare le teorie sullo stato etico. In particolare sperava che
avrebbe favorito un maggiore equilibrio sociale, la diffu­
sione del fascismo nel mondo e la difesa della tradizione
italiana. A determinare il suo cambiamento di tendenza
contribuì inoltre l ' atteggiamento dei giovani, sempre me­
no entusiasti della filosofia e della riforma scolastica di
154 Giuseppe Bottai, fascista

Gentile, che consideravano sorpassate né più né meno del­


la cultura prebellica.
N el 1 938 Bottai è allinea to con il Vaticano anche nella
d iffidenza verso il nazismo. Infine, dalla metà degli anni
Trenta aveva iniziato un tormentato percorso spirituale
che - da un totale disinteresse religioso - lo porterà verso
una fede sempre più intensamente vissuta. Nel 1 938-39,
però, non poteva rigettare in blocco l'idealismo gentiliano
né pensare di sostituirlo del tutto - politicamente - con il
cattolicesimo. Quindi, come scrive Luisa Mangani, «non
ci fu tanto un'accettazione totale del cattolicesimo, quanto
un oggettivo ridimensionamento del pensiero gentiliano,
nei suoi risvolti politico-culturali, e una sempre più mar­
cata scissione fra la personal ità del filosofo e le implica­
zioni nel suo pensiero, non più considerato come l'indi­
spensabile supporto culturale della politica fascista» .ss
Ecco d unque un «Profilo della Scuola nazionale» che,
secondo un agiografo dell'epoca, nacque dal connubio fa­
scismo bottaiano-Vaticano:
Collegamen ti pratici: Scuola-Famiglia-Chiesa; Scuola-GIL; Scuola-
Sindacato (lavoro).
Fondamento: la Religione.
Carattere: formativo.
Fi11e: formazione dell'uomo fisicamente e spiritualmente i taliano.
Metodo educativo: consapevolezza organica di tutti i motivi della
vita i taliana esperimentati attraverso la Religione, la Famiglia, la
partecipazione d iretta alla vita della Nazione, lo studio, il lavoro,
l'esercizio fisico e l'addestramento m i litare.
Metodo didattico: apprendimento attivo.
A ttività specifica: attuazione di una cultura del popolo inspirata
ai <<valori della razza italiana e della sua civiltà».
Fu11zione: selettiva.56

In realtà nella Carta della Scuola c'è, oltre a tutto que­


sto, anche di più e di meglio. È composta da 29 «dichiara­
zioni»: secondo la I la scuola «attua il principio di una cul­
tura del popolo, ispirata agli eterni valori della razza
italiana e della sua civiltà; e la innesta, per virtù del lavo­
ro, nelle concrete attività dei mestieri, delle arti, delle pro-
Scuola, arte, razza 155

fessioni, delle scienze, delle armi». Uno dei principi basi­


lari della riforma è l'introduzione del lavoro nella scuola
che la dichiarazione V estende a tutti i suoi ordini e gradi.
Viene poi enunciato il principio dell'obbligo scolastico,
concepito come «servizio», che prosegue fino a ventun an­
ni (anche per chi smette di studiare) attraverso la «scuola
politica» della GIL e i fasci giovanili.
L'istruzione mira alla «formazione morale e culturale»
e alla «preparazione politica e guerriera»; l'accesso agli
studi è regolato «esclusivamente dal criterio delle capa­
cità e attitudini d imostrate» (III). Quest'ultima a fferma­
zione rimase teorica perché si fece ben poco per aiutare gli
studenti poveri. La V I dichiarazione ribadisce che «il
principio della selezione opera di continuo nella scuola» .
Le dichiarazioni I V e V definiscono i l legame tra studio,
lavoro ed esercizio fisico, la VII richiama la famiglia alla
collaborazione con la scuola e le successive, fino alla XXII,
descrivono l' «Ordinamento della Scuola fascista» :
Scuola materna, biennale, d a i quattro a i sei anni, presen­
tata per la prima volta come obbligatoria e a spese dello
stato.
Scuola elementare, triennale, dai sei ai nove anni. Venne
distinta in «urbana» e « rurale», aggravando così la frattu­
ra tra popolazioni contadine e cittadine. Il triennio serviva
a far terminare almeno un corso di studi a quei bambini
che spesso, in campagna, dovevano abbandonare la scuo­
la per badare al pascolo delle poche bestie di famiglia.
Scuola del lavoro, biennale, dai nove agli undici anni,
corrispondente agli ultimi d ue anni delle elementari. Lo
smembramento delle elementari è solo apparente, perché
la «scuola del lavoro» consiste in «esercitazioni pratiche
organicamente inserite nei programmi di studio» delle
vecchie elementari.
Scuola artigiana, dagli undici ai quattordici anni, era ri­
servata a chi non intendeva proseguire gli studi ed era
suddivisa in commerciale, nautica, agricola, industriale,
artistica. Una simile scuola però non offriva reali prepara-
1 56 Giuseppe Bottai, fascista

zioni specifiche (le lezioni erano tenute da insegnanti ele­


mentari, in modo da sistemare 1 00.000 maestri disoccupa­
ti, per ammissione dello stesso Botta i57) . Per il min istro
aveva anche i l fine di spronare «al miglioramento il picco­
lo mondo a rtigiano» senza «alimentare, con le briciole
della cultura, illusorie ambizioni per un inserimento nel
rango studentesco, che offra la fuga dal lavoro delle mani
come mezzo di elevazione sociale». ss Le stesse cose si pos­
sono dire della
Scuola professionnle, triennale, più due anni facoltativi di
perfezionamento. Mentre la scuola artigi a na è destinata
soprattutto a lle campagne, questa è rivolta più ai grossi
centri. Le due nuove scuole sostituiscono quella «comple­
mentare» e quella di «avviamento» gentiliane, ma sono al­
trettanto discriminatorie in senso sociale. In compenso si
ottiene un ottimo risultato nella direzione opposta con la
Swola mcdin, nata sulle ceneri dei preced enti istituti
propedeutici classico, magistrale e tecnico: vi si assicura
un «rigoroso principio di selezione», lo studio del latino
come «fa ttore di formazione morale e mentale», e l'atti­
vità manuale con «forme e metodi di lavoro produttivo».
Le scuole superiori sono articolate in cinque indirizzi: li­
ceo classico, scientifico, istituto magistrale, istituto com­
merciale (quinquennali) e istituto professionale (quadrien­
nale) a sua volta distinto in agrario, industriale, nautico e
per geometri. L' insegnamento viene molto differenziato ri­
spetto alla riforma Gentile, con indiscutibile vantaggio per
le specializzazioni professionali. Apprezzabile è anche
l'aggiunta di un anno all'istituto magistrale, provvedimen­
to demagogicamente e rovinosamente revocato nel dopo­
guerra.
La dichiarazione XX è dedicata alle scuole d'arte, per le
quali si variano i programmi. La XIX enuncia alcune affer­
mazioni generiche riguardo all'università, e la XXV intro­
duce esami di idoneità per accedervi.
Punto dolente è la dichiarazione XXI che, tracciando
l' «Ordinamento delle scuole femminili», vuole abolire
Sello/a, arte, razza 1 57

progressivamente le scuole miste. Con questa separazione


- e con la creazione dell'istituto femminile triennale - si
relega la donna a lle faccende domestiche e all'insegna­
mento nelle scuole inferiori : sebbene Bottai sostenga che
«nessuno vuole sbarrare alla donna la via degli studi, an­
che altissimi»,s9 viene affermata la superiorità intellettuale
del maschio, nello stile del regime.
La dichiarazione XXII obbliga le associazioni dei lavo­
ratori a istituire corsi di formazione professionale per i so­
ci, in base al legame che Bottai vuole stringere fra corpo­
razioni e scuola. La dichiarazione sugli insegnanti (XXIII)
è vaga e retorica (la loro preparazione «è oggetto di cure e
provvidenze particolari»). La XXIV stabilisce che alla fine
di ogni ciclo di studi gli esami si svolgano su tutte le ma­
terie. Non viene posto limite al numero di materie in cui si
può essere «rimandati» (prima era di due) . Le commissio­
ni dell'esame di stato, formate in precedenza da professo­
ri esterni alla scuola e provenienti da una città diversa,
vengono ora composte da i nsegnanti dell'istituto e presie­
dute da due delegati ministeriali, in genere presidi o do­
centi u niversitari della stessa città: si vuole così evitare
«perplessi tà degli alunni, pletoricità delle commissioni,
disordine scolastico ed eccessivo dispendio». 6o
La dichiarazione XXVI ribadisce che il «coordinamento
e controllo di tutta la scuola non regia» spetta all'ENIM, e la
XXVII riafferma l'uso dei libri di stato per le elementari.
La XXVIII istituisce turni di lavoro per gli studenti duran­
te le vacanze e la XXIX conclude che «le opere di assisten­
za scolastica coronano su di un piano di solidarietà politi­
ca e sociale l ' i n tima collaborazione tra il Partito e l a
Scuola» .
L e novità p i ù importanti della Carta sono dunque l'in­
troduzione del lavoro e l a parziale u nificazione della
scuola media. L'opportunità pedagogica dell' inserimento
del lavoro manuale nel sistema scolastico era stata d ibat­
tuta in Italia sin dalla fine dell'Ottocento, ma senza esito.
Gentile, poi, credeva in una «distinzione tra lavoro e cul-
158 Giuseppe Bottai, fascista

tura, che si rifletteva nell'ordinamento scolastico come se­


parazione delle scuole per lavoratori dalle scuole per pro­
fessionisti»61 e di conseguenza tenne lontano il lavoro dal
corpo vivo della scuola italiana. Negli u ltimi anni di vita,
però, Gentile cambierà idea, concludendo che «all'umane­
simo della cultura . . . succede oggi, succederà domani
l'umanesimo del lavoro»62 e che quindi il lavoro deve en­
trare nella scuola. L'innovazione di Bottai piacque ai mag­
giori pedagogisti,63 ma il suo tentativo - già improvvisato
- anche a causa della guerra venne a ttuato male e parzial­
mente. Lo si riprenderà negli anni Sessanta, in modo cir­
coscritto, con l'introduzione delle ore di «applicazioni tec­
niche» nella scuola media.
L'unificazione della media inferiore - pur con la limita­
zione della scuola artigianale e di quella professionale -
dava ai meno abbienti una possibilità in più di elevazione
sociale.64 L'unico importante pedagogista che avversò la
novità fu Codignola, mentre Gentile dette la sua «piena
adesione», criticando soltanto il termine «media», giudi­
cato «poco felice». In conclusione il filosofo si congratulò
con Bottai per quanto aveva fatto in difesa della scuola
italiana «contro gli assalti dell'incultura e dell' interesse
privato».6s
Della Carta si può dare solo un giudizio parziale perché
ha la vaghezza di una dichiarazione di principi senza con­
ferme nell'a ttuazione pratica . La riforma, come la prece­
dente legislazione fascista, partiva dal presupposto inac­
cettabile che la scuola dovesse essere un organo politico
di regime; però si sforzò di modernizzare l'ord inamento
scolastico in senso pedagogico e culturale quanto in senso
sociale, come testimonia l'importanza data alla d ida tti ca e
il tentativo d i ridurre la preponderanza classico-umanisti­
ca in favore di quella tecnico-scientifica.66 Anche per que­
sto, durante la guerra, Bottai venne astiosamente chiama­
to dagli ortodossi del regime «il sinistro dell'Educazione»
oppure «uno che cambia le Carte in tavola».
VIII

UN ULISSE DI NOME «PRIMATO»

La venalità delle penne è uno d e i più


tristi fenomeni d e ll'epoca nostra, e
nasce appunto dal tradimento di que­
g l i i n tel lettua l i , i q u a l i d isertano i l
campo dell'onore, i l campo dei solda­
ti, e si mettono a l servizio dei traffi­
canti, dei venditori d'opinione l

La servitù di un letterato è sempre


volon taria, anche quando è passiva.
Perciò nessuna scusa può essere vera­
m e n te riconosciuta a chi macchiò
quella d ig n i t à , che è essenziale a l la
natura sacra della parola 2

Bottai non riteneva dovessero essere posti limiti e vincoli


al lavoro culturale, ma come uomo di governo ne aveva
una concezione verticista e statuale: trasmessa da pochi
intellettuali allo stato, la cultura doveva essere «ridistri­
buita», dopo una elaborazione politica, al popolo. M a
questi due punti di vista - che Bottai riusciva a conciliare
in sé grazie al principio del male minore - erano d ifficil­
mente armonizzabili nel regime. Per esempio gli strapae­
sani, Maccari in testa, propugnavano una cultura che par­
tisse dagli strati più popolari dello squadrismo per
formare quella dello stato. Bottai, che riconosceva a Stra­
paese valore culturale e fascista, cercò di condurre i «sel­
vaggi» a una maggiore coesione con la sua idea di «stato
da edificare», ma invano, e nel '28 «Critica fascista» pub­
blicò un articolo di Bruno Spampanato che li condannava
1 60 Giuseppe Bottai, fascista

con durezza: «Essi si ispirano a vecchie zincotipie italiche,


come se i popoli marciassero a ritroso. . . . In effetti essi so­
no d isgregatori, corrosivi, anti fascisti».3 Bottai rimase
estraneo a lla polemica sostenendo, d ietro richiesta d i
Maccari, che solo gli editoriali esprimevano l a posizione
u fficiale della rivista,4 e mantenne buoni rapporti con i
rappresentanti di Strapaese (ai quali non lesinò cariche e
onori), ma non fece n iente per salvare i l movimento
dall'asfissia per indifferenza cui il regime lo condannò.
Le polemiche tra intellettuali fascisti furono le più viva­
ci del ventennio, perché dalla cultura non fascista il regi­
me ebbe pochi fastidi.S Come scrive Luisa Mangani, dopo
l'instaurazione della dittatura «quanti non si erano porta­
ti all'opposizione, erano necessariamente den tro il fasci­
smo» .6 Tuttavia, in vent'anni, il regime non riuscì a far na­
scere una « cultura fascista », anche se in maggioranza i
letterati, nota Zangrandi, «scrissero (e in diverse altre ma­
nifestazioni o occasioni, si comportarono) "da fascisti" ».?
Esisteva una cultura fascista mediamente di scarsa impor­
tanza e una cultura non fascista ossequente ma che non
produceva qualcosa per il regime.
In questo quadro si inserisce l'attività di Bottai, il solo
gerarca conscio che, senza validi contributi intellettuali, i l
fascismo si sarebbe incancrenito nello staracismo. Però
non voleva un' «arte di stato», controsenso cui inclinava
uno spirito molto più rozzo come Farinacci. Per Bottai la
cultura, essendo legata alla situazione storica, «non solo
non è apolitica (astorica, prodotto di libera fantasia crea­
trice) ma concepibile solo come prodotto politico (stori­
co), e quindi non può essere agnostica, ma neppure deve
essere assorbita dalla politica . Di conseguenza lo Stato
nel nostro sistema non si diletta di critica d'arte, . . . ma
chiede alle energie artistiche della nazione una militante
partecipazione alla vita politica» . s Dunque il fondamento
«del rapporto tra arte e Stato è la presenza viva e parteci­
pe dell'artista nello Stato».9
Bottai non aveva esitato a politicizzare la scuola per for-
Un Ulisse di 110111e «Primato» 161

mare la futura classe dirigente; però sapeva che non era


possibile forzare gli intellettuali a pensare per il fascismo
inquadrandoli quasi mili tarmente, come stava cercando d i
fare Starace, con «fogli di disposizioni» che, nel dopoguer­
ra, sarebbero finiti nelle collane di libri umoristici: «Biso­
gna decidersi a fare piazza pulita dei circoli, circoletti cul­
turali e simili, nei quali si annidano spesso residuati
dell'afascismo, se non dell'antifascismo. Se i detti circoli
sono veramente in grado di svolgere una seria attività cul­
turale, non hanno che da fondersi o da federarsi con gli
Istitu ti Fascisti di Cultura» . JO Bottai, per quadrare il cerchio
della cultura libera ma utile al regime, elabora una distin­
zione tra «cultura da laboratorio» e «cultura per l'azione»,
ovvero tra ricerca intellettuale pura e cultura meno profon­
da e meno indipendente, che doveva servire all'azione:
«La cultura per la cultura è un tempo per la cultura; la cul­
tura per l'azione è un altro tempo, il più lungo forse, e, sot­
to certi aspetti, il più decisivo nella storia dei popoli» . ' J
Il problen1a diviene più urgente dal '36, con la guerra
d'Etiopia e quella di Spagna, quando il fascismo ha più bi­
sogno di armi per la lotta ideologica che è costretto ad af­
frontare per gli i mpegni militari assunti. Per Bottai « La
Francia deve la sua secolare, ora declinante, egemonia nel
mondo moderno, al fatto che a lla elaborazione enciclope­
dica, la rivoluzione e le guerre di Napoleone d iedero im­
pulso d'azione. L'idea aveva trovato le sue baionette». Gli
intellettua li, insomma, devono dare ai solda ti « . . . idee
chiare, anche se limita te, e, se necessario, limitate per es­
sere chiare; idee che eccitino e alimentino la volontà d'im­
porsi, di dominare».
Nel marzo 1 940, da questi presupposti, nacque «Prima­
to» (sottotitolo «Lettere e Arti d' Italia»), quindicinale fon­
dato e diretto da Botta i, che costituisce un episodio i m­
portantissimo per la lettera tura i ta l iana del nostro
secolo. 12 Esistono tuttavia altre interpretazioni sul perché
creò una tale rivista proprio mentre in Europa d ivampava
la guerra.
1 62 Giuseppe Bottai, fascista

Secondo Ruggero Zangrandi i l ministro intendeva, nel


quadro dello «scatenamento della rivalità dei gerarchi e
del più o meno prossimo - e preventivabile - colpo di sta­
to», crearsi una base per la successione che poggiasse sul
mondo della cultura e in particolare sugli intellettuali noti
come antifascisti. 1 3 Scarterei senza dubbio tale ipotesi per­
ché non si vede come, nel caso d i un colpo di stato fatto
da gerarchi fascisti, Bottai avrebbe potuto trarre vantag­
gio dall'appoggio di intellettuali antifascisti, come, del re­
sto, in caso di colpo di stato antifascista .
Per Giorgio Luti, Bottai «appare impegnato in un'azio­
ne autonoma per contrapporsi alla base più reazionaria
del partito e porsi di fronte a l dittatore come anima tore di
una corrente d'avanguardia, interessata coraggiosamente
ad una efficace l iberal izzazione della cultura»; ma Luti
scrive anche che «con tutta probabilità all'autonomismo
di Bottai venne corrispondendo dal 1 938 al 1 940 una pre­
cisa volontà mussoliniana concretizzatasi nell'ordine di
sondare il fondo culturale della nazione med iante stru­
menti idonei ad assorbire quella parte non ancora inqua­
dra ta della cultura borghese»; e ancora nota: «Che Bottai
mirasse a crearsi un elettorato qualificato per la successio­
ne alle redini del partito è ipotesi non del tutto inaccetta­
bile se la si integri con la concomitante necessità del parti­
to di aprire finalmente la base del colloquio» . l 4 Questa
contraddittorietà di spiegazioni si condanna da sola.
Altre tesi sembrano più credibili, anche perché non le­
gate a oscure macchinazioni : per esempio quelle proposte
da Enzo Santarelli e Va lentino Gerra tana . Per il primo
Bottai cercò di tenere legati al fascismo i giovani intellet­
tuali che se ne stavano allontanando. 1 s Per il secondo ot­
tenne però il risultato opposto: molti di loro furono rin­
cuorati dai messaggi di fronda lanciati a ttraverso l a
rivista e non poterono che rafforzare il proprio antifasci­
smo. 16
Tutte queste interpretazioni si basano sul presupposto
di un'intenzione «subdola» da parte di Bottai. l 7 Come già
Un Ulisse di nome «Primato» 163

detto a proposito dei giovani, sarebbe stato «subdolo» se


avesse attirato gli intellettuali con la prospettiva di un li­
bero dibattito pur essendo convinto che non fosse possibi­
le, o disinteressandosi che avvenisse. Bottai invece permi­
se ai letterati e agli artisti che collaborarono a « Primato»
di esprimersi con una libertà non concessa nel regime, fa­
cendo loro da scudo con il proprio nome. In cambio chie­
deva - quanto mai chiaramente nel primo articolo del pri­
mo numero - di « rendere concreto ed efficace il rapporto
tra arte e politica, tra arte e vita, . . . lavorando nel nome e
nell'interesse della Patria». Che questo rapporto si doves­
se risolvere - nelle intenzioni di Bottai - in vantaggi non
solo per la cultura, ma anche per la cultura fascista e il fa­
scismo, non poteva sfuggire a nessuno. Certo Gadda, Sal­
vatorelli, Spini, Pintor, Paci, A licata, Pratolini, G uttuso,
Gatto e gli al tri non ignoravano d i scrivere sulla rivista
del fonda tore del fascio romano, del capocolonna della
marcia su Roma, del luogotenente generale della milizia,
del teorico del corporativismo, dell'aggregato alla Regia
Accademia d'Italia, del ministro dell'Educazione naziona­
le e membro del G ran Consiglio: sostenere che in un umi­
le accordo - tacito quanto implicito - ci fosse qualcosa di
subdolo offende l'intelligenza di chi vorrebbe giustificare.
Il giudizio s torico più corretto pare essere quello
espresso da Luisa Mangani : «La nascita di "Primato" sta­
va a significare la necessità di a ttrarre, col duplice a lletta­
mento del riconoscimento del loro essere una casta e del
"coraggio della concordia", g l i intellettuali appartati ri-
. spetto al regime, e probabilmente non disposti a parteci­
pare a una rivista squisitamente politica come "Critica fa­
scista " . Bottai veniva esplicitamente ad offrir loro u n
l uogo d'incontro e di discussione, che il suo stesso nome
sarebbe servito a proteggere dagli attacchi del regime» .1s
Sono dunque credibili le ipotesi di chi fu vicino a Bottai,
per esempio quella avanzata da Vittorio Vettori, che gli at­
tribuisce l'intenzione di restaurare il dialogo e incoraggia­
re la ricerca all' interno del fascismo. 1 9 Secondo Riccardo
1 64 Giuseppe Bottai, fascista

Del Giudice, intendeva sviluppare «nuovi motivi del revi­


sionismo critico che voleva le fondamenta del regime
nell'intelligenza degli uomini e nell'ordine delle istituzio­
ni», promuovendo «nella consapevolezza del pericolo co­
mune, una più profonda solidarietà umana » . 2o G iorgio
Vecchietti, che fu anche condirettore della rivista, ha scrit­
to: «Si è parlato di "fronda" più o meno dissimulata, si è
parlato di doppio gioco avanti lettera, di astuzie e di ipo­
crisie intollerabili. Perché non si è mai avuto il sospetto o
il barlume che si trattasse, anzitutto, di buona fede?» . Una
buona fede che consisteva nel «favorire la nascita e il con­
solidarsi di una società letteraria ed artistica che avesse la
coscienza e l'orgoglio del proprio ufficio nazionale, al di
sopra e al d i fuori di ogni divergenza di parte».21
Fine non secondario di «Primato», inoltre, fu sprovin­
cializzare la cultura italiana, che negli anni Venti Bottai
aveva invece voluto difendere dalle «contaminazioni stra­
niere» .22 Dovette poi rendersi conto che la «difesa» era
stata attuata ad eccesso dal fascismo e dagli intellettuali:
così, su «Primato», condanna l'autarchia culturale (in un
regime nel quale ogni tipo di autarchia era sacra) rivendi­
cando la necessi tà di «un' ampia e l ibera circolazione
d' idee fra le varie culture».23
A tutte queste motivazioni bisogna aggiungerne una
mai considerata, ovvero la volontà di vivificare la cultura
nazionale perché potesse contrapporsi a quella tedesca. Il
12 agosto 1 940 Bottai consegna a Mussolini una lunga let­
tera sulla posizione della cultura italiana rispetto al con­
flitto mondiale, accompagnandola con queste parole: «Il
contributo della cultura non può essere chiesto che nelle
forme che le son proprie: d'un esame libero e spregiudica­
to. Per cominciare: che il tema della nuova Europa non sia
monopolio della Germania. Vi sono tesi italiane, nostre,
fasciste da far valere».24 (Il tema della «nuova Europa», in­
fatti, fu tra i più dibattuti da «Prima to» . ) Il giorno dopo
torna a Palazzo Venezia e dice a Mussolini, che scantona:
«Il silenzio della cultura in una guerra di dottrina è, per lo
Un Ulisse di 110111e «Primato» 165

meno, strano; e, in ogni caso, l a cultura tedesca non tace.


Se parla essa sola, non avrà l'aria di parlare anche per noi?
Inammissibile dimissione da parte nostra».2s
Nella lettera sosteneva che, mentre il fascismo era riu­
scito a penetrare in profondità nella vita del paese, lo stes­
so non era accaduto nel mondo della cultura, con cui anzi
si trovava in contrasto. Un movimento culturale fascista,
scrive, era esistito solo nei primi anni con la filiazione
all'idealismo e poi con il corporativismo. Dopo l' Etiopia,
la critica sempre più dura verso l'ideal ismo e la cessazio­
ne dell' esperimento corporativo avevano estra niato dal
regime una cultura che si mascherava dietro «un ossequio
estrinseco e adulatorio». Tutto ciò aveva portato il fasci­
smo «a far leva sulle ideologie del nazionalsocialismo, che
procedeva rapidamente sul proprio cammino. Era, da no­
stra parte, un' implicita rinuncia alla primogenitura, che
di fatto accentuava, a sua volta, l'ostilità della cultura, e
alimentava un movimento di reazione, che s'estendeva a l­
le classi popolari . . . . Ora, si può senza ambagi affermare
che vincerà la guerra (e la pace) chi saprà meglio fare la ri­
voluzione; chi saprà offrire al mondo, in termini precisi e
concreti, ideologicamente e tecnicamente, i l programma
rivoluzionario più comprensivo, che, saldando il processo
tra il vecchio e i l nuovo, riesca a guadagnare la fiducia dei
vincitori e dei vinti. E, per fare questo, bisogna uscire su­
b ito dal disorientamento, mettersi al lavoro e presentarsi
accanto alla Germania, a nzi prima di tutto alla Germania,
con idee chiare e di largo respiro».26
Un anno dopo, nel '41, in seguito a un viaggio a Berli­
no, torna all'attacco con una relazione che cerca di fare le­
va anche sulla germanofilia e sulla vanità del duce: parla
dell' importanza preponderante che i nazisti danno a lla
Kultur, spiega che «la presentazione di nostre tesi, d'una
nostra, per usare i l linguaggio tedesco, Weltnnschau u ng è
molto apprezzata; direi, sollecitata, ricercata»; Hitler, ar­
gomenta Bottai, conta molto sull' «apporto originale del
Fascismo al pensiero politico nuovo», mentre «ha il massi-
1 66 Giuseppe Bottai, fascista

mo disprezzo per ogni bassa acquiescenza . Ne profitta,


ma senza stima » . E conclude: «Sullo spirito tedesco si fa
presa soltanto in forza di proposizioni ideologiche precise
e indipendenti.»27

I l 1 5 agosto 1 939 «Critica fascista » annuncia la prossima


nascita di «Primato», in preparazione da molti mesi ma la
cui uscita era stata tardata, forse, dallo stesso Mussolini. A
proposito del titolo della rivista Giorgio Vecchietti ricorda
un episodio del '39:
I l titolo da me suggerito fu un altro: <<Ulisse>>. In una udienza dal
d uce, insieme con Bottai, io feci quel nome. Mussolini storse la boc­
ca, accennò all' <<eroe greco>> ( forse pensava già alla guerra contro la
G recia?), ed io, ostina to, mi sforzai di chia rire che si tra t tava
dell'Ulisse quale è stato interpretato da Dante, l'uomo che viaggia
<<per seguir virtute e conoscenza>>, un valore u niversale e perenne,
insomma. N iente da fare. Bottai aveva di riserva un a l tro ti tolo,
<<Primato», che a me non piaceva, per quell'aria giobertiana che si
tirava dietro, e che mi sembrava meno attraente e meno vera, meno
moderna dell'<<Ulisse>>. <<Primato>> vinse su <<Ulisse>>: un titolo <<più
polveroso>> (d isse Bottai ripetendo il giudizio di Mussolini), ma più
pacifico e approvato . .. . Certo è che <<Prima to>> doveva uscire nel '39
e avemmo una lunga «battuta d'arresto>>, alla quale accennavamo
sempre nelle nostre lettere redazionali ai collaboratori, per giustifi­
care la lunga sosta. Ho sempre pensato che la <<battuta d'arresto>>
non sia stata casuale. M ussolini forse si era pentito di avere dato il
suo consenso a una pubblicazione diretta da un uomo come Bottai :
due focolai poco graditi. 28

A capo della redazione viene chiamato Giorgio Cabella,


combattivo direttore del «Popolo di Pavia» e della rivista
«Cabotaggio», uno di quei giovani che - «sfuggiti di mano
a Starace», come scrive Montanelli29 - trovano appoggio e
rifugio in Bottai, il quale aveva conosciuto Cabella due an­
ni prima e aveva annotato sul diario una pagina molto si­
gnificativa sul proprio rapporto con i giovani: « È il tipo
della generazione di mezzo, degli uomini dopo la trentina,
che vien subito dopo i quarantenni della guerra e della
marcia. Una generazione, che ha ereditato dalla nostra il
Un Ulisse di nome «Primato» 1 67

tormento e il dramma del dissidio tra pensiero e azione;


mentre la successiva, che oggi vien portata artificialmente
alla ribalta, s'illude di esprimersi tutta nell'azione, nel fare,
nell'organizzare» .30
Il lavoro preparatorio all'uscita consistette in una serie
di riunioni che, a giudizio di Vecchietti, appaiono «indica­
tive di uno stile, quanto, se non più, l'intero lavoro che fu
compiuto coi fascicoli della rivista» . Bottai convocò lette­
rati, filosofi, critici, pittori, scienziati, giornalisti, professo­
ri u niversitari più o meno famosi e più o meno allineati:
chi credeva poco, o non credeva, nel fascismo era attratto
dalla possibilità di collaborare a una rivista nella quale si
prometteva libertà d'opinione, anche se qualcuno temeva
che il ruolo politico di Bottai potesse portare a un indiriz­
zo obbligatoriamente fiancheggiatore. Ci si domandava,
poi, come avrebbero reagito Mussolini e il partito, e se era
il caso di impegnarsi - o compromettersi - proprio nel
momento dello «scontro decisivo» . Merito di Bottai fu, se­
condo Vecchietti, infondere fiducia anche agli incerti dan­
do l'impressione (poi mantenuta) che a lui si poteva «dir
tutto», anzi «si doveva dir tutto» per riuscire a interessar­
lo. Chi partecipò alle riunioni fu dunque pregato di usare
la critica più severa, soprattutto sulla scuola, e di seguire
con particolare attenzione e libertà gli scritti dei fuorusci­
ti. A nessuno fu mai chiesta la tessera del partito.3t
Ne nacque una lista di collaboratori che si legge con
stupore: Nicola Abbagnano, Sibilla Aleramo, Mario Alica­
ta, Corrado Alvaro, Cesare Angelini, Giovanni Battista
A ngioletti, G iulio Carlo A rgan, Riccardo Bacchelli, Ga­
briele Baldini, Antonio Banfi, Piero Bargellini, Antonio
Barolini, Arrigo Benedetti, Carlo Bernari, Enzo Biagi, Ro­
mano Bilenchi, Walter Binni, Arnaldo Bocelli, Alessandro
Bonsanti, Massimo Bontempelli, Vitaliano Brancati, Dino
Buzzati, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Comisso, Gian­
franco Contini, Beniamino Dal Fabbro, Dino Del Bo, Gal­
vano Della Volpe, Filippo de Pisis, Giuseppe Dessì, Enrico
Emanuelli, Enrico Falqui, Francesco Flora, Carlo Emilio
1 68 Giuseppe Bottai, fascista

Gadda, Alfonso Gatto, Giovanni Gentile, Renato Guttuso,


Francesco Jovine, Nicola Lisi, Leo Longanesi, Manlio Lu­
pinacci, Cesare Luporini, Mario Luzi, Mino Maccari, Ma­
rino Mazzacurati, Paolo Monelli, Eugenio Montale, Indro
Montanelli, Mario Morandi, Carlo Muscetta, Francesco
Olgiati, Enzo Paci, Pietro Pancrazi, P.M. Pasinetti, Ercole
Patti, Cesare Pavese, Camillo Pellizzi, Sandra Penna, Giai­
me Pintor, Guido Piovene, Vasco Pra tolini, Mario Praz,
Salvatore Quasimodo, Luigi Russo, Luigi Salva torelli,32
Vittorio Sereni, Leonardo Sinisgalli, Sergio Solmi, Giorgio
Spini, Ugo Spirito, Mimmio Sterpa, Giani Stuparich, Or­
feo Tamburi, Giovanni Titta Rosa, Mario Tobino, Giusep­
pe Ungaretti, Nino Valeri, Manara Valgimigli, Franco Val­
secchi, Orio Vergani, Luigi Volpicelli, Cesare Zavattini.33
«Primato» inoltre pubblicò inediti di Dino Campana (n.
1 8, 1 94 1 ), Giuseppe Gioachino Belli (n. 20, 1 941 ), Carlo
Dossi (n. 2, 1 942), Gian Pietro Lucini (n. 4, 1 942) e d'An­
nunzio (nn. 1 , 1 940 e 8, 1 943). Degni di particolare attenzio­
ne sono gli studi condotti su contemporanei, per esempio
quelli di Alicata su Bacchelli (n. 1 6, 1 940) e Cecchi (n. 2,
1 94 1 ), di Contini su Ungaretti (n. 24, 1 942), di Vigorelli su
Comisso (n. 1 8, 1 942), di Sinni su Gadda (n. 4, 1 943) e tanti
altri: su Nicola Lisi (Adriano Seroni), Umberto Fracchia
(Bruno Romani), Ardengo Soffici (Francesco Squarcia),
Niccolò Tommaseo e Pompeo Bettini (Carlo Muscetta),
Nello Quilici (Giulio Colamarino) . Note oggi interessanti
scrisse Enrico Falqui sulle poesie in friulano del giovanissi­
mo Pier Paolo Pasolini. Di critica d'arte trattarono Guttuso
e Maccari, mentre rubriche fisse furono tenute da Della
Volpe, Zava ttini, Monelli, Angioletti, Carlo Morandi, Vec­
chietti, Ca bella .J4
Inutile svolgere, qui, una minuziosa analisi letteraria
della rivista, ma bisogna considerare almeno le sue quattro
grandi «inchieste», che ebbero chiaro valore politico, ma
che soprattutto dimostrano come «Primato» rappresenti
un punto nevralgico e centrifugo della cultura italiana : gli
intellettuali, favoriti dallo spirito di libertà e di solidarietà
U11 Ulisse di 110111e «Primato>> 1 69

che vi aleggia, fanno i l bilancio di un ventennio e aprono le


discussioni che verranno riprese nel dopoguerra.
La prima inchiesta, sull'ermetismo, coincise con l'entra­
ta in guerra dell'Italia e raccolse gli interventi, fra gli altri,
di Montale, Flora, Linati, Contini, De Robertis, A lvaro,
Bontempelli, Pellizzi, Cecchi, Titta Rosa, Corrado Pavoli­
ni. Il fascismo non era tenero verso gli ermetici, così asto­
rici e poco «fattivi», ma «Primato» fu rispettoso «verso la
buona fede che negli "ermetici" migliori deve indubbia­
mente esistere e verso la serietà del loro lavoro», auguran­
dosi però una «maggior chiarezza e comunicabilità
dell'opera d'arte».3s Mussolini, ricorda Cabella, «dette or­
dine di cessare l'inchiesta quando c'erano ancora pronti
otto o dieci articoli sull'argomento».36
Non fu il solo segno di insofferenza da parte del regi­
me: fin dalle prime uscite il ministro della Cultura popo­
lare Alessandro Pavolini, benché egli stesso discreto scrit­
tore, diceva di avere «una certa paurella» per la redazione
di «Primato»,37 e quando venne pubblica to in copertina
un disegno con alcuni soldati seduti, una nota ministeria­
le informò la rivista che «in Italia i soldati devono sempre
stare in piedi».38
Durante la guerra vennero sequestrate oltre trecento
pubblicazioni l'anno perché «contrarie allo Stato e alla mo­
rale», ma a «Prima to», sebbene osasse molto più di a ltre ri­
viste, non capitò mai: Bottai era uno scudo robusto per an­
ticonformismi che oggi possono sembrare modesti, ma che
allora erano audaci. Per esempio, solo dal '34 «Critica fasci­
sta» datò le uscite secondo l'anno del regime, con il primo
numero di ogni anno al 1 novembre; «Primato» invece nu­
o

merò sempre le uscite dal 1 gennaio. Bottai scrisse sul dia­


o

rio, il 31 dicembre 1 940: «Si chiude l'anno. Alla chetichella,


perché il "nostro" anno, dicono, è l'altro».39
La seconda inchiesta si svolse nel primo semestre del
'41 ed ebbe come argomento il «problema universitario
inteso come problema di cultura» . Vi parteciparono, fra
gli altri, Carlo Morandi, Russo, Piovene, Praz, Biondi, Al-
1 70 Giuseppe Bottai, fascista

varo, Pellizzi, Lupinacci, Volpicelli, Pintor, Pasinetti, Des­


sì, Sterpa, Gentile e i giornali universitari «Il Bo», «Il Cam­
pano», «Rivoluzione», «Architrave»: tutta la stampa ita­
l iana commentò inoltre il d ibattito. Sulle pagine d i
«Primato» g l i uomini più impegnati nel regime, come Ca­
millo Pellizzi e Pompeo Biondi, e la maggior parte degli
studenti sostengono la necessità di politicizzare sempre
più la scuola e l'università, mentre chi è meno legato al fa­
scismo esalta il valore della libertà culturale universitaria.
«Primato» conclude l'inchiesta - in perfetta sintonia con i
suoi intenti - sostenendo che le università devono mante­
nere il massimo d i l ibertà possibile ma anche realizzare
un più stretto rapporto con la cultura del regime.4o
Sempre nel '41 nasce spontaneamente un'inchiesta sul
«nuovo romanticismo», fenomeno che gli antifascisti Ali­
cata e Pintor ritengono legato a fattori sociali e politici. Il
fascista Lupinacci, che aveva aperto la polemica da posi­
zioni ortodosse, alla fine si avvicina alle tesi degli avver­
sari.4 1
L'ultima inchiesta, del primo semestre del '43, fu dedi­
cata a l l ' esistenzialismo, e vi presero parte Paci, Banfi,
Gentile, Spirito, Abbagnano, Olgiati. Si arrivò a una con­
clusione non di netta condanna, come ci si potrebbe aspet­
tare, ma di comprensione dell' «angoscia esistenziale» co­
me componente della vita, auspicando «lavoro» - difficile
da immaginare - «di reciproco avvicinamento e di interno
approfondimento» tra esistenzialismo e idealismo.42

Alla parte politica di «Primato» soprintendeva esclusi­


vamente Bottai: Cabella ricorda che gli editoriali «politici
erano tutti del direttore», mentre «quelli culturali vi era
una certa resistenza a scriverli per le implicazioni politi­
che di cui occorreva tener con to; in pratica ne scrissero
tutti i redattori, a volte anche a quattro o sei mani» .43
Il cornggio della concordia, l'articolo che apre la rivista, il
1 o marzo 1 940, è esplicito su quanto si vuole ottenere dagli
intellettuali, cioè da coloro che secondo il precetto di Fo-
Un Ulisse di nome «Primato» 171

scolo assommano i n sé «esperienza delle passioni, inestin­


guibile desiderio del vero, studio dei sommi esemplari,
amore della gloria, indipendenza della fortuna, sana ca­
rità della Patria» : se manca anche uno solo di questi ele­
menti «l'artista cade, e l'uomo CQn lui». Mentre «L'Europa
è battuta dal vento della guerra» è necessario che gli intel­
lettuali ritrovino «il concetto della loro funzione, e anzi, ...
della loro missione nella società nazionale», un concetto
che è stato perduto sia perché il regime ha considerato i l
mondo delle lettere e delle arti come «terra di facile con­
quista politica» sia perché molti i n tellettuali sono stati
«chiusi e insensibili a quanto non toccasse i loro interessi
di casta» . Ora, in un'Europa squilibrata, l'Italia deve tor­
nare a essere «la sola, la più valida tutrice e custode della
civiltà e della cultura». Come si vede, Bottai non trascura
nessun motivo di richiamo verso gli uomini cui si rivolge:
Italia come baluardo di civiltà, critica alla politica cultura­
le del regime, mito dell'interventismo intellettuale nel Ri­
sorgimento e nella Prima guerra mondiale, quando « a
portare i n trincea, con quell'animo e quella volontà, i
combattenti del ' 1 5 concorsero proprio le riviste e i gior­
nali, i libri e i quaderni letterari». È per un evidente moti­
vo di richiamo e di rassicurazione che Bottai - nel primo
n umero - fa intervistare G aleazzo Ciano sul tema della
cultura: Ciano è considerato il più prossimo rappresen­
tante di Mussolini. E Ciano (dopo un sibillino «nel campo
della cultura le sole cose che contano sono le cose serie»)
afferma che «Non esiste una propaganda che possa sosti­
tuire il valore intrinseco del lavoro intellettuale».
Con l'entrata in guerra Bottai dovrà rendere più peren­
torio l'appello per la «conciliazione» e la «partecipazione»
della cultura.44 I frutti del conflitto, promette, saranno ric­
chi: nascerà una nuova libertà contro quella che si era tra­
sformata «in sopraffazione di classi su classi e di nazioni
su nazioni»; nascerà una nuova giustizia, perché la prece­
dente era « iniquità fissata in leggi a favore dei potenti»;
morirà «un ordine che è d iventato i l più immorale dei di-
1 72 Giuseppe Bottai, fascista

sordini»; particolari ricompense avrà l a nostra cultura,


che in una grande Italia assumerà funzione di guida an­
che oltre l'Europa.45 Viene riaffermata continuamente l'in­
scindibilità del rapporto tra potenza politica e potenza
culturale: «Le armi senza le arti, senza cioè un'idea supe­
riore di civiltà, non danno il primato civile, . . . le arti senza
le armi, senza la forza che le vivifichi e le propaghi, danno
un primato fittizio. Ma armi e arti insieme danno il prima­
to reale e ideale, il dominio delle cose e delle idee».46
A molti collaboratori di « Primato» non sembrò vero di
poter assumere un atteggiamento polemico verso la Ger­
mania, e Bottai dovette esercitare la propria funzione d i
«copertura» : apre il '41 con un articolo s u Latinità e germa­
nesimo tutt'altro che ostile all'alleato, ma due numeri do­
po pubblica l'articolo di Pintor che è passato alla storia co­
me uno dei più coraggiosi attacchi al nazismo dominante,
il Commento a un soldato tedesco: «Finché il successo accom­
pagnerà le grige armate del Reich, e sulle città conquistate
sventolerà la bandiera bianca e rossa, non vi sarà posto in
Europa per altri uomini e per un' idea contrastante».47 Ma,
a mano a mano che le sorti della guerra diventano più in­
certe, il regime tira le redini e Bottai non ritiene opportu­
no insistere su certi temi : nel '42, in occasione del conve­
gno degli scrittori europei, Pintor scrisse un articolo con le
stesse tesi del Commento, sebbene meno duro, e Bottai lo
rifiutò.48
La difficile situazione si tradusse in u na serie di mosse e
contromosse - si parla sempre degli editoriali - che Gior­
gio Luti ha considerato come manifestazioni di «instabi­
l ità e inquietudine della direzione».49 In Bottai l' inquietu­
dine c'era di sicuro (basta leggere il suo diario), ma non si
può chiamare «instabilità» l'ondeggiare politico - non cul­
turale - della rivista. Il direttore deve conciliare critica e
ortodossia, revisione e censura, insomma deve guadagna­
re la possibilità di dire certe cose dicendone anche altre: a
una posizione non filotedesca si fa corrispondere, nel pie­
no della campagna di Russia, un d uro tono antibolscevico
Un Ulisse di 110111e «Pri111ato>> 1 73

che non ha riscontro neppure in «Critica fascista» . Dal


conformismo più ovvioso si passa a lla polemica più ina­
spetta ta,s' quando addirittura le due posizioni non si mi­
schiano nel medesimo articolo: Giorgio Cabella scrive che
a «Prima to» preme soltanto «l' intelligenza italiana» nello
stesso brano in cui condanna l'autarchia culturale e d ifen­
de la casa editrice Einaudi,s2 accusata dal «Popolo d 'Ita­
lia» d i fare dell'antifascismo perché pubblica autori russi
e americani.SJ

«Primato» va intesa come u n appello all'intelligenza,


non solo culturale m a soprattutto politica. Quell' intelli­
genza politica che in «Critica fascista» rimase nell'ambito
delle polemiche d i partito, in «Primato» si apre in modo
particolare a chi dal partito è fuori, spiritualmente e mate­
rialmente: Bottai cerca aiuto all'esterno, perché ha - final­
mente - constata to che dall'interno del regime non può
venire altro che la difesa di se medesimo.
Scrive nell' articolo celebra tivo dei vent'anni di fasci­
smo, nell'ottobre 1 942: «Chiusa la corazza e cala ta la visie­
ra della nazione in guerra, non sono opportune né le auto­
celebrazioni né le insistite critiche interne: una d isciplina
di guerra e di regime vuole - per tutti i Paesi - che si su­
bordinino le critiche alle vicende del conflitto e alle neces­
sità della prassi» .S4 Ma nel diario, neanche un mese prima,
aveva annotato: « È errato credere che il comando d'un so­
lo distrugga i valori individuali a favore dei collettivi. Di­
strugge gli uni e gli a ltri a suo pro' » .ss Siamo già in clima
di 25 luglio 1 943.
IX

U N'ORDALIA DEL VENTESIMO SECOLO

La guerra - come un a n tico giudizio di Dio applicato alla


storia dei popol i - giudicherà essa per prima, coi suoi esiti,
questi venti anni di Fascismo l

Criticamente, chi conosca il funzionamento effettivo del re­


gime sa che vi sono responsabi l i tà separabili di Mussolini e
nostre; storicamente, non ve ne sono che d i comuni, insepa­
rabili 2

Sebbene non ritenesse le guerre necessarie, né per l'indivi­


.
duo né per le nazioni, quando alla guerra si fosse arrivati
Bottai la intendeva «come supremo tribunale degli indivi­
duì, oltre che dei popoli, e riteneva doveroso accettarne l a
tremenda realtà».3 Tuttavia alla guerra di Spagna non pre­
se parte, neppure con l'appoggio teorico: «Critica fascista»
non dette rilievo agli avvenimenti spagnoli, pur esaltando,
negli articoli di alcuni collaboratori, le vittorie falangiste.
Bottai pensava, ma lo scriverà nel '49, che l'intervento in
Spagna legasse il regime «alle imitazioni reazionarie del
Fascismo, alle destre conservatrici, alle dittature personali­
stiche, all'antimarxismo, ciecamente disconoscente le ve­
rità essenziali del socialismo quale nuova interpretazione
della storia, al cattolicesimo degenerato in ipocrita bigotte­
ria di classe» .4 Giudizio non esatto, perché nel fascismo
c'erano già queste componenti, che prevalsero definitiva­
mente con l'alleanza alla Germania di Hitler. Bottai ebbe
sempre una netta avversione (e poca lungimiranza) verso
Un'orda/in del ventesimo secolo 1 75

il nazisn'\0, come dimostra un articolo pubblicato da «Criti­


ca fascista» nel '25:
Sembrano uomini assai più da parata, che da fatti. La lotta stessa
d ifferisce dal Fascismo, in quanto si muove ancora sulla base della
classe e contrappone la borghesia a l proletariato. O il proletariato
alla borghesia, come fanno talvolta, con demagogia di pessimo gu­
sto, gli « hakenkreuzler>> h i tleriani . . . . Non hanno grandi capi, il loro
nazionalismo non è al tro se non il vecchio pangermanismo . . . . L'at­
tività dei << volkische>> e degli << haken kreuzler>> - basti ricord a re i
molti assassini pol itici o gli stupidi colpi di mano bavaresi o il fana­
tico a ntisemitismo degli studenti o l'ostentata e puerile facinorosità
dei vari Ludendorff - è tale, che, a mio modo di vedere, converreb­
be al fascismo far capire efficacemente che non è lecito (come spes­
sissimo si usa) confonderlo con quei movimenti . . . . Manca alle mas­
se, che costitu iscono le associazioni tedesche, l ' i m peto giova nile,
l'audacia, lo spirito d i sacrificio, la genia lità fa ttiva delle nostre vec­
chie squad re, mancano ad esse uomini veramente poli tici, nonché
idee semplici e giuste.s

La diffidenza di Bottai aumentò nel settembre 1 933,


quando venne invita to al congresso annuale delle camicie
brune a Norimberga per tenere una conferenza sul corpo­
rativismo. Cinque anni dopo ricordò a Mussolini la rela­
zione che gli aveva presentato «e come egli condividesse
a ll ora, la mia d iffidenza per un regime, i l cui spirito io
sentivo profondamente d issimile dal nostro». Quando
aveva chiesto al duce il permesso di accettare l ' i nvito,
M ussolini aveva risposto con un biglietto: «Caro Bottai,
accogli l'invito e parla in italiano. È tempo di far conosce­
re ai tedeschi il nostro ordinamento e convincerli che non
hanno più nulla da inventare».6 Nel 1 938 Bottai fa osser­
vare al duce che il partito nazista dà - in Germania - l'im­
pressione di un esercito d'occupazione in suolo straniero;
poi ironizza sul misticismo della terra e del sangue impar­
tito nelle scuole e rileva persino disordine e mancanza di
puntual i tà sotto l'apparente ordine teutonico. Mussolini
. reagisce con stizza. Due giorni dopo Bottai nota che nel
fascismo si sta formando - al posto della «maschia, netta
amicizia» - «un' invertebrata "filia" » verso i tedeschi e che
1 76 Giuseppe Bottai, fascista

un viaggio in Germania è considerato da gerarchi e gerar­


chetti un titolo di merito.?
Nonostante qualche rituale approvazione di «Critica fa­
scista» per la politica filotedesca,s Bottai vide con sospetto
e allarme il Patto d'Acciaio e quando Mussolini decise di
non entrare in guerra al fia nco di Hitler, il l o settembre
1 939, dimostrò notevole sodd isfazione per il «gran pas­
so» .9 Poi Mussolini scelse la guerra e il 13 aprile 1 943 Bot­
tai disse a Cini, Volpi e Galeazzo Ciano: « . . . prima che del­
la catastrofe materiale e politica, io soffro in me, dentro di
me, di questo fal limento morale della nostra vita». I O Biso­
gna capire come arrivò a questo stato d'animo e, quindi,
al 25 luglio.
Oltre alla sconfitta del revisionismo, all'infelice applica­
zione del corporativismo, alle guerre d'Etiopia e di Spa­
gna, all'alleanza con Hitler e alla conseguente «cessione
ideologica nelle mani del nazismo», Bottai ha tre gravi
motivi di scontento politico e personale: a) la politica del
partito; b) l'assoluta mancanza di considerazione di Mus­
solini verso il Gran Consiglio, il Consiglio dei ministri e
ogni singolo gerarca; c) ultima, traumatica e decisiva de­
lusione, Mussolini stesso.
Quanto al PNF, abbiamo già visto la ventennale insoddi­
sfazione di Bottai per come veniva condotto. Dopo la lunga
segreteria di Starace (1931-39) il partito finì per peggiorare
sotto la guida di segretari di nessuna consistenza politica:
Ettore Muti (1 939-40), Adelchi Serena (1 940-41 ) e il giova­
nissimo Aldo Vidussoni (dicembre 1 941 -aprile 1 943). Il 6
marzo 1 943 Bottai osò chiedere quello che da ve n t'anni so­
gnava: la direzione del PNF. Un mese prima Mussolini gli
aveva tolto il ministero dell'Educazione nazionale: incon­
trandolo per la prima volta da allora, Bottai gli parla anche,
in breve, «intorno alla mia situazione» : «Gli denuncio le
manovre contro di me nell'ambiente del Partito, eterna­
mente allarmato d'una mia possibile candidatura al segre­
tariato. "Sono in molti - gli dico - che in Italia troverebbero
ottima una mia designazione. E io stesso la riterrei tale. Ma,
Un'ordalia del ventesimo secolo 1 77

detto questo, e per inciso, io non pongo candidatu ra" » .


Mussolini l o ascolta «senza batter ciglio».n L a famiglia
Bottai ricorda però che: «Una sera del marzo o dell'aprile
1 943, durante la cena, ci disse di aver parlato a Mussolini in
questi termini: "Credo di poterti dire che mi sento pronto
per il partito" » . 1 2 Evidentemente Bottai non osò esprimere
- neanche sul diario - un sogno per lui irrealizzabile, e nel
dopoguerra ha preferito non rammentare un episodio che
dimostra come - fino all'ultimo - fosse così illuso da pensa­
re di ridare vitalità a quel «grosso corpo inerte e ingom­
brante» proprio mentre la guerra stava per portare al crollo
generale e mentre Mussol ini si compiaceva ancora di dire
«Il Partito sono io» . l J
Visto che i l duce «non batte ciglio», Bottai gli comunica
il suo desiderio, «dopo matura riflessione, di scartare il ri­
torno al giornalismo, per affrontare, invece, problemi d'al­
tro ordine, sul terreno dell'organizzazione economica : IRI,
per esempio. Afferra la proposta a volo: e sembra farla
sua » . 1 4 Al termine del conflitto l'IRI avrebbe avuto un ruo­
lo fondamentale, per questo Bottai lo vorrebbe e per que­
sto Mussolini glielo nega : i l 1 3 aprile si incontrano di nuo­
vo, il duce gli chiede se vuole «una "sistemazione" o u n
posto politico» . Bottai riafferma la propria fede disinteres­
sata, i l proprio spirito di servizio, e Mussolini risponde di
averci «ripensato» : l'mi sarebbe «un incarico troppo tecni­
co e grigio», sarebbe «più confacente l' INA», ma rimanda
ogni decisione a fine maggio.1 s Quattro giorni dopo, il 1 7
aprile, nomina nuovo segretario del PNF Carlo Scorza: un
ex squadrista famoso per la sua violenza.
L'altra frustrazione di Bottai, cresciuta a dismisura du­
rante la guerra, fu l'impossibilità di partecipare davvero
al governo della nazione: Mussolini, oltre a non chiedere
il parere dei ministri e dei membri del G ran Consigl io,
spesso non li informava neppure delle proprie intenzioni .
Il diario contiene molte righe sconsolate in proposito: « È
solo all' istinto che un uomo di governo può chieder lumi
in u n regime come i l nostro». 16 «Strano regime, nel quale
178 Giuseppe Bottai, fascista

gli uomini, di cui si invoca di continuo i l senso di respon­


sabilità, sono ridotti a racimolare notizie e voci, qua e là,
per farsi un' idea approssimativa della situazione. » 1 7 Il
Consiglio dei ministri è «un istituto in piena decadenza.
Ormai, la burocrazia manda a macinar la sua carta a que­
sto mulino, senza pagar scotto. Governo di funzionari?
No, governo d i funzionari per interposti ministri, dove
tutte le responsabilità politiche e tecniche s'elidono. Si po­
trebbe pensare, che vi si sostituisce la responsabilità per­
sonale di un capo. Ma neppure questo è vero. Come ri­
monta re questa corrente?» . 1 s Ancora a metà luglio 1 943,
con gli americani in Sicilia, va «in giro ad accattar noti­
zie». 1 9
Quali capacità ha l'uomo che regge da solo una nazio­
ne in guerra? Nel 1 949 Bottai scrisse che Mussolini, già nel
periodo 1 926-32, aveva mancato «alla sua missione di co­
struttore del nuovo Stato» per non aver saputo dare al fa­
scismo una nuova legalità e una coerente applicazione dei
principi corporativi. 2o È una valutazione a posterio � i,
quindi da considerare con prudenza: probabilmente Bot­
tai perse la fede nel duce come «costruttore del nuovo Sta­
to» solo nel '34, dopo le nuove leggi corporative, ma fino
al '37 continuò a credere che potesse essere un buon reggi­
tore del vecchio stato.
Quanto a Mussolini, nell'anticamera di Palazzo Venezia
si diceva che con Bottai usasse «Un altro disco » : era uno
dei pochi cui permetteva d i dargli del tu in privato; gli
chiedeva notizie sulle novità librarie e gli parlava d i ciò
che stava leggendo, a volte ironizzava sull' «ufficio Ca­
ramba», ossia il partito e i suoi uomini, come quando gli
avrebbe detto che un tale era troppo intelligente per esse­
re fascista. Insomma Mussolini con Bottai faceva un po' il
frondista: sapeva che si teneva aggiornato sulla politica
culturale e sindacale straniera, che frequentava gli intel­
lettuali e piaceva ai giovani, e sapeva che il giudizio d i
Bottai - anche s u di lui - rappresentava tutto u n ambien­
te. Alla sorella Edvige, che lo ammoniva a non fidarsene,
Un'ordnlia del ventesimo secolo 1 79

rispose: « È vero, ma è l'unico che sappia lavorare» .21 Da


qui la scelta di affidargli incarichi importanti ma lontani
dai veri centri di potere. Dopo l'Etiopia la diffidenza d i
Mussolini verso quell' «uomo intellettualissimo» aumen­
ta, parallelamente al disamore del gerarca verso di lui: nel
'41 avrebbe detto, di Bottai e Grandi: «Se non lo farò io, ci
penserà l'Albania a liquidarli».22 Certo è che non batté ci­
glio quando gli riferirono la notizia, diffusa il 1 3 marzo
1 94 1 da radio Atene, che Bottai era morto in combatti­
mento. Nel luglio 1 943 deciderà ancora di relegarlo in un
posto di vano prestigio, a lla presidenza della Camera, ma
non farà in tempo ad a ttuare il nuovo «cambio della guar­
dia». Nei Pensieri pontini e sardi, mentre era imprigionato
subito dopo la destituzione, M ussolini scrisse su Bottai
frasi meno dure di quelle che riservò ad a ltri gerarchi, un
misto di rispetto e diffidenza: «Un soldato valoroso ed un
acuto scrittore. Ma tutto quello che inizia resta incomple­
to. Come uomo politico egli è un inquieto, ma anche un
coraggioso. Deve essere un sangue misto».23 Davvero u n
amore non ricambiato.
Comunque Bottai fu a lungo uno dei «pezzi» della col­
lezione di gerarchi che Mussolini mostrava più volentieri
ai giornalisti stranieri: a Ludwig, Ward Price, Gentizon,
per esempio; nel '59 un giornalista definirà Bottai «il ge­
rarca che Mussolini si metteva all'occhiello per fare bella
figura ».24 Bottai lo ricambiò diffondendo un' immagine
più umana di un duce da scoprire, a costo di polemizzare
con gli amici e di deludere molti giovani intellettuali che
d opo la guerra lo accusarono d i avere creato un a ltro
equivoco. L'ammirazione e l'affetto verso il duce, però, si
annacquarono giorno dopo giorno in Bottai per la rasse­
gnata constatazione che la personalità, l'egocentrismo, i l
«mussolinismo d i Mussolini» erano un enorme ostacolo
alla « rivoluzione»: «Il fascismo non si può fare perché c'è
Mussolini», d isse a un amico poco prima dello scoppio
del conflitto.2s In realtà - spinto dal duce ma indipenden­
temente da lui - il fascismo seguì la direttrice imposta dal-
180 Giuseppe Bottai, fascista

le sue principali componenti, per le qua li non sa rebbe sta­


to possibile a ltro fascismo che quello.
Durante la non belligeranza del 1 939-40 Bottai vede il
duce ancora «sempre lucido e diritto nel giud izio»,26 ma
l'en trata in guerra ruppe il «patto ideale con un capo»27
che aveva s tabilito unila teralmente. Da a llora sentì più
forte il bisogno di cambiare «un sistema, in cui non è più
concesso di colpire mancanze e colpe, perché, se si colpi­
sce in un punto, si colpisce al centro».28
La mattina del 1 7 gennaio 1 941 è nel suo ufficio a l mini­
stero: alle 8.05 Mussolini gli comunica seccato, per telefo­
no, che ha deciso di mandarlo sul fronte greco, con altri
gera rchi . Bottai ne è d isgustato: « La qua rta guerra mi
giunge così, d isuma nata d a l mio capo. Una sol itudine
paurosa . Qua lche cosa, che da più d i vent'anni mi batteva
nel cuore s'arresta di colpo: un Amore, una fedeltà, una
dedizione. Ora, sono solo, senza il mio Capo » . 2Y Partirà
senza andare a salutarlo, come invece faceva di solito. A
Ciano dice che «Il Duce è decadu to intellettualmente e fi­
sicamen te. Non ne subisco più alcun fascino. Non è un
volitivo: è un velleitario, che vuol essere adulato, lusinga­
to e ingannato».Jo Nel settembre dell'anno successivo, il
' 42, Ciano troverà Bottai «più antimussol iniano che
mai»,31 e ne trascriverà una feroce ba ttuta in cui Mussolini
era definito «un a utodidatta che ha avuto un cattivo mae­
stro e un pessimo scolaro».J2 Ma appena tre settimane do­
po Bottai a nnota sul proprio diario che osservare Mussoli­
ni «avvilito, intristito . . . dà una fitta al cuore di chi l'ha
amato e, nonostan te tu tto, l ' a m a » . JJ «Non vediamo che
una faccia grigia, devastata, scavata. Si vorrebbe vederla
d istendersi nell'abbandono di una confidenza: ma questo
non sarà . »34
Non c'è n iente da fare: nel suo «visionario presbiti­
smo», nel suo «disumano prestigio su uomini e fol le», il
duce si fa travolgere dal mussolinismo e «vive in un'a t­
mosfera d a incubo, da seduta spiritica».JS «Tutto intorno a
lui, e proprio dove occorrerebbe maggiore concretezza, è
U11'ordnlin del vc11tesimo secolo 1 81

vuoto nom inalismo d i cose inesistenti, d ' inafferrabil i


realtà, d i febbrili sogni. Sembra un gioco, d a cui nasce una
politica militare e bell ica sconnessa, dissennata, senza
un' idea direttiva, coinvolgente, sì, responsabilità d i
tutt'un ambiente, ma impotente a colpirle: tutto è inestri­
cabilmente accentrato. Il perché delle cose? La spiegazio­
ne del dramma? Il coraggio gli manca dell'esame spieta­
to.»36 E ancora: «Di rado, nella nostra storia, ci si imbatte
in uotTtini così singolarmente dota ti da Dio dei doni del
comando; e non si può non compiangerne l'uso che il be­
neficato ne ha fatto»,37 ovvero il «trascorrere senza neces­
sità dalla dittatura alla tirannia» .3B Queste frasi nascono
da una medi tazione successiva alla guerra ma trova no
perfetta corrispondenza nel diario: «Sono, ormai, in molti,
nella nostra classe dirigente gli uomini che non si curano
d'accontentare tutti, o almeno il più gran numero d'italia­
ni, ma uno solo» ( 1 7 gennaio 1 940); «Non c'è più indivi­
dualità che possa esprimersi in questa comunità inartico­
lata, compatta fino alla stasi. Né personalità né società » (6
settembre 1 942); «Il lungo periodo Starace, coi suoi pro­
blemi di "stile", non fu il paradigma idea le del metodo
educativo di Mussolini?» (23 gennaio 1 943).
Un discorso veramente chiaro e critico non lo fece mai a
Mussolini, fino al luglio 1 943. Eppure lo stesso Bottai af­
ferma che «Chi presso di lui aveva credito d'indipenden­
za di giudizio, poté sempre liberamente parlare; e gli si
poteva dire qualunque cosa, anche le verità spiacevoli,
che aveva sempre invocato gli si dicessero. Né ci voleva
un gran coraggio, come molti avevan l'aria di credere» .39
Il fatto è che tutti i gerarchi - abituati a vent'anni di ditta­
tura, nella degenerazione di una classe dirigente che non
può comanda re - si erano adattati a llo jus m u nn u randi
proprio del popolo. Ogni incontro fra loro, come sappia­
mo dalle «memorie» e dai d iari, si risolveva sterilmente in
mormorii di scontento.40 Ciascuno preferiva pensare, con
intenzioni diverse, al dopo-Mussolini. Bottai negli anni di
guerra progetta e agisce in funzione di questa prospettiva:
182 Giuseppe Bottai, fascista

un fascismo capace di trovare l a forza d i rigenerarsi libe­


ralizzandosi fino a trarre «dalle insite e sopravvenute con­
traddizioni la logica rivoluzionaria».41 In vista di tale
eventualità, cerca anche di avere a d isposizione quanti
più giornal i possibile. Nel 1 943 assume i l controllo del
quotidiano romano del pomeriggio « L' Italia» e ne affida
la direzione al redattore-capo di «Primato», Cabella, che
conferma: «Lo scopo del giornale era preparare gli italiani
al dopo. Si sapeva che Mussolini non era eterno» .42
Ma perché nessuno tentò, prima del 25 luglio 1 943, di
anticipare quel «dopo»? Bottai scrive, nell'aprile 1 940, una
frase che ha il sapore di una giustificazione: «Mi doman­
do tra di me dove, in che punto preciso della nostra azio­
ne di governo, si potrebbe esercitare un'autocritica, a cui
non si offre a lcun destro di pronunciarsi. Al Consiglio i
provvedimenti di maggiore rilievo arrivano all'improvvi­
so: si compra il consenso con la sorpresa» .43 Si può oppor­
re che i membri del G ra n Consiglio avrebbero dovuto
chiedere a Mussolini, con la stessa energia con cui l'avreb­
bero preteso nel luglio 1 943, di essere riuniti.44 Invece a t­
tendono, passivi, eventi che prevedono cupissimi. Bottai ­
prudente e sempre alla ricerca di un compromesso - non
aveva lo spirito del complottatore, tutto ciò che può anda­
re fuori dall' ordine stabilito gli è estraneo: ne aveva dato
prova, a modo suo, il 28 ottobre 1 922, quando aveva volu­
to intendere la marcia su Roma come «un moto innovato­
re» che «si trasfondeva nella struttura dello Stato», con i l
permesso dello stato.4s
Fra il '39 e il '43, dunque, batte le strade che gli sono
congeniali: una - troppo pacata e remissiva - discussione
con Mussolini e poi, visto che il «Capo» è irremovibile, la
preparazione del «dopo». L'unica seria opposizione alla
guerra la fece in un'occasione ufficiale, nei modi consenti­
ti: durante la riunione del Consiglio dei ministri del 1 set­

tembre 1 939 appoggia la tesi di Grandi per cui l'Italia non


è obbligata ad affiancarsi alla Germania, ricorda che i l
patto russo-tedesco era stato una «deviazione» ideologica
Un'ordnlin del ventesimo secolo 183

troppo importante e che l'Italia ha il diritto di rifiutare im­


pegni non previsti.46 Poco dopo manifesta a Ciano solida­
rietà incondizionata per come si batte contro l'entrata in
guerra.47
Inizia qui, tra Ciano e Bottai, un'amicizia genuina e sor­
prendente per due uomini così diversi: un vero tradimento
che ognuno dei due fece al proprio ambiente. Ma è anche
un'amicizia politica, perché entrambi cercano appoggio,
specialmente Bottai, che nel più potente Ciano ha una fon­
te di notizie e un mezzo per partecipare alla «grande politi­
ca» . G iudica Ciano «vivo ed energico, d' una furbizia sem­
pre in agguato, dotato d'una memoria prodigiosa, minuta,
quasi puntigliosa, che, allea ta a una fredda volontà d'arri­
vare, dà a un'intelligenza normale tenacie e acutezze non
comuni».48 Però nota che «vive d'impressioni, di sensazio­
ni, di cose udite»49 e nel suo giro lo critica perché usa Palaz­
zo Chigi come un salotto personale,so ma lo difende dalla
voce che il suo unico merito sia la parentela con Mussolini,
irritandosi quando se ne mettono in d ubbio la capacità e
l'intelligenza.sJ Ciano, da parte sua, definisce «molto ambi­
gui» gli «intellettuali di second'ordine e scontenti che fan­
no capo a Bottai»,s2 e rileva con sufficienza che il collega,
«secondo la sua natura, scende in cavilli assolutamente
inutili».s3
L' amicizia più stretta Bottai l'ebbe - forse per il princi­
pio dell'attrazione dei contrari - con Italo Balbo, del qua­
le, dopo la morte, scrisse una commossa biografia.s4
Quando s'incontravano c'erano sempre grandi discussio­
ni con paurose alzate d i voce, ma Bottai lo stimava, l o
considerava un grande organizzatore, generoso anche se
poco accorto, ne subiva il fascino e talvolta a nche l'in­
fluenza.ss Balbo, da parte sua, d iceva: «Peppino è i l più in­
telligente di tutti noi: peccato che abbia pochi coglioni».s6
Oltre a questa « insufficienza» gli rimproverava l'assiduità
con Ciano e Grandi e si indignò con lui per la questione
razziale. Entrambi arrivarono a criticare duramente Mus­
solini, ma Balbo per primo e in modo assai più forte. «Ab-
1 84 Gi11seppe Bottai, fascista

biamo un Duce ma non sempre un capo», affermò Bottai


una vol ta, e l ' a l tro di rimando: « Macché Capo, è uno
straccio» ; prima della sua u l tima partenza per la Libia,
Balbo concluse con rabbia : «Noi abbiamo dieci anni meno
di lui, abbiamo il tempo con noi» . Bottai si sdegnò per le
poche e gelide parole con cui Mussolini commemorò la
morte del maresciallo dell'aria e perché non ricevette la
vedova.s7
L'amicizia con Grandi fu a ltrettanto calorosa e ancora
più salda politicamente, anche se Bottai non ne apprezza­
va la civetteria mondana (sua è la battuta sul «contadino
d iventato conte Dino»). Nel 1 921 erano stati licenziati tut­
ti e due dalla Camera per non raggiunti limiti d'età, en­
trambi erano stati «ginevrini», cioè colpevol i di flirtare
con le democrazie, e insieme furono esautorati dai mini­
steri degli Esteri e delle Corporazioni. Mussolini diffidava
di loro per i rapporti che l' uno intratteneva con l'estero,
l'altro con gli ambienti frondisti italiani, e la voce pubblica
li accomunava nella critica al regime.
Amici di Bottai furono pure Luigi Federzoni, Giuseppe
Volpi di Misurata, Vittorio Cini e - meno - Dino Alfieri e
Emilio De Bono. Si trattava d i legami i nconcludenti fra
uomini che, secondo lo stesso Bottai, erano isolati e non
riuscivano a formare una vera classe dirigente.
Più importante fu il rapporto con monsignor Giuseppe
De Luca, febbrile nella sua attività di organizzatore cultu­
rale.ss Il prelato si appoggiò al gerarca, nota De Felice, per
diffondere attraverso le sue riviste «idee e spunti che altri­
menti non avrebbero potuto circolare, avrebbero avuto
minore udienza e - prospettati in altre sedi e in prima per­
sona - sarebbero stati addirittura controproducenti ai fini
di un rinnovamento culturale e politico-culturale».s9 An­
che Bottai, del resto, intendeva promuovere l'incontro fra
la cultura cattolica e quell a fascista per la ricostruzione
spirituale e politica del dopoguerra. Bottai aiutò il sacer­
dote offrendogli spazio sulle sue riviste, alle quali De Lu­
ca collaborò in anonimo. Oppure, per esempio, cercando
U11'ordalia del ve11tesimo secolo 185

di istituire la cattedra di teologia di cui De Luca - alla fine


del 1 941 - gli aveva suggerito la necessità.60 Assiduo fon­
datore di scuole (in questo periodo quella per registi di­
retta da Silvio D'Amico), il ministro non si fece pregare e
suggerì come sede l'università di Firenze. L'idea però fu
molto contrastata, tanto che Bottai convocò un piccolo
congresso di storici e filosofi, che gli dissero di temere in­
gerenze clericali, dogmatismi i ntransigenti, se non la
«piovra vaticana» e il «setta rismo cattolico», arrivando
persino a insinuare dell'antistatalismo da parte del fasci­
stissimo ministro. Alla fine Bottai, in uno dei suoi rari
scatti d'ira, gridò: «Nelle vostre parole si avverte chiara­
mente il rancore della serva verso la padrona» e se ne
andò senza salutare nessuno .61
L' amicizia fra i due non fu solo politica (De Luca in
quest'ambito non ebbe comunque una forte influenza su
Bottai): si trattò di un rapporto profondo che durò oltre il
crollo del fascismo, anche per l'accostamento di Bottai alla
fede, avvenuto indipendentemente da De Luca (il quale, è
ovvio, non mancò di d a re una mano su quella strada).
L'avvicinamento di Bottai alla fede fu molto lento. I geni­
tori, atei, non lo fecero battezzare, e vi dovette provvedere
la balia di Frascati cui era stato affidato. Fece la prima co­
munione sul Carso, con il suo cappellano militare. Succes­
sivi passi avanti nella pratica religiosa li compì verso la fi­
ne degli anni Trenta e poi, sotto la guida di De Luca, nel
'42 ricevette la cresima dal cardinale Pizzardo. Che il suo
percorso spirituale fosse iniziato prima che il rapporto
con il sacerdote divenisse profondo è dimostrato anche da
una lettera alla figlia Viviana, scritta dal fronte greco il 2
febbraio 1 94 1 : «Nulla d i me, nei giorni del distacco, t'è
sfuggito: il mio dolore profondo e la mia immensa gioia,
la mia desolata mortificazione e la mia assoluta fermezza.
Se tu non l'avessi compreso, non m'avresti dato quel libro
[un Vangelo], sollevando in una festa il mio animo alla fe­
de. Ogni giorno ho letto e riletto qualcuna di quelle pagi­
ne, e il loro miracolo è questo: che parlano al cuore
186 Giuseppe Bottai, fascista

dell'uomo. E u n uomo non è mai tanto uomo come i n


guerra, solo con se stesso, d i là dalla vita, tutto teso al suo
ignoto e forse più segreto destino. Il libro è con me, nella
tasca sinistra del cappottane. E non mi abbandonerà
mai».62
Quanto alle inimicizie politiche, per esempio con Guido
Buffarini-Guidi, cercava di contenerle nei l imiti imposti
da un cameratismo formale. Negli ultimi anni fu perenne­
mente in urto con i ministri della Cultura popolare Ales­
sandro Pavolini e Gaetano Polverelli, che gli davano noie,
gli inviavano richiami continui per le riviste e furono en­
trambi sfavorevoli quando chiese d i dirigere il quotidiano
«Tribuna» . Fra le sue «bestie nere», è naturale, c'era Stara­
ce: i due arrivarono quasi a picchiarsì durante l'inaugura­
zione della Camera dei fasci e delle corporazioni, nel '39.
Il segretario del PNF - per volontà di Mussolini, in attrito
con Vittorio Emanuele III - ordinò che i membri del parti­
to per l'occasione non si fregiassero delle insegne cavalle­
resche e portassero soltanto quelle mili tari e fasciste. Sta­
race e i suoi vicesegreta r i vigilavano agli i ngressi d i
Montecitorio m a Balbo, carico di tutte l e sue onorificenze,
passò strepitando davanti a un vicesegretario. Bottai, che
aveva al petto i nastri mauriziani, si trovò faccia a faccia
con Starace: ci furono spintoni e parole grosse, ma alla fi­
ne Bottai passò così com' era.63
I l suo maggiore nemico fu Farinacci, con il quale con­
dusse una lotta sotterranea (e talvolta anche scoperta) che
iniziò con il revisionismo, proseguì con il corporativismo
e raggiunse l'acme a proposi to dell'alleanza con i tede­
schi, per non parlare delle polemiche artistiche fra premio
Cremona e premio Bergamo e di quelle sulla posizione da
tenere nei confronti del Vaticano. Bottai un giorno fu ospi­
te di Farinacci; quando entra rono in casa la radio stava
trasmettendo un d iscorso d i Pio XII: Farinacci si inginoc­
chiò davanti all'apparecchio e si mise a i mprecare imitan­
do la voce del papa. «Anche questo è un premio Cremo­
na», commentò Bottai.64
Urz'ordalia del ventesimo secolo 1 87

Dal 1 939 - come Balbo, Ciano, Grand i - Bottai cominciò


a vagheggiare una politica di neutralità filo-occidentale.
In settembre Ugo Spirito, che proseguiva la sua battaglia
contro il capitalismo, gli dice: « È il momento di fare la ri­
voluzione controcapitalistica, e per sconfiggere il capitali­
smo bisogna entrare i n guerra a fianco della Germania» . E
Bottai risponde: «No, semmai bisogna entrare in guerra a
fianco della Francia ».6s Un rapporto segreto della polizia a
Mussolini, datato 25 settembre 1 939, conferma :
Mercoledì scorso, 1 9 corrente, a l le ore 1 3.30, i l M i n istro della
Educazione Nazionale, Botta i, convocò tutti i funzionari del M ini­
stero, per illustrare l'orario unico.
Con l'occasione, accennando agli avvenimenti nazionali, d isse:
«Noi dobbiamo stare perfettamente tranquilli e sereni, perché a l mo­
mento opportuno sapremo scegliere il compagno che ci conviene».
Questa frase, pronunciata a lla presenza di oltre m ille funzionari,
prod usse forte i mpressione, perché il Ministro fece chiara mente
comprendere che è già stabilito che l'Italia farà l'alleanza con Fran­
cia e Inghilterra.66

Più ancora sperava non si entrasse in guerra con nessu­


no. Nel marzo 1 940 Ciano annota che - mentre fra coloro
che «ànno cariche e si preoccupano di conservarle» molti
si dichiarano per la guerra - «contrari all' avventura r i­
mangono Grandi e Bottai» .67 Più tardi, commentando con
Ciano la rapida cedevolezza di tanti colleghi, Bottai iro­
nizzerà sul partito degli interventisti in malafede.68
I primi sei mesi del '40 passano per Bottai nel tentativo
di capire le intenzioni di Mussolini, ma senza interventi
decisi per convincerlo a m a n tenersi fuori dal conflitto:
neanche quando, i l 1 marzo 1 940, i l duce gli comunica
o

che ci sono solo d ue ipotesi: «O guerra a fianco della Ger­


mania, o guerra per conto nostro, paral lela».69 Spera nei
rinvii causa ti dall' impreparazione milita re (De Bono i n
gennaio g l i aveva rivelato che n o n si sarebbe stati pronti
prima dell'anno successivo)70 e nel contrasto tra Ciano e il
duce, «che può anche essere utile all'equilibrio della no­
stra politica».71 Bottai testimonia così l'immagine di un'in-
188 Giuseppe Bottai, fascista

tera classe politica (e di una nazione) in attesa rassegnata


che un uomo nel quale non si ha più fiducia decida da so­
lo su una questione di tale i mportanza: con la convinzione
che propenda per la decisione sbagliata. Un ricordo d i
Nelia Bottai d ice tutto i n proposi to : C iano, poco dopo
l'entrata in guerra, riceve Bottai a Palazzo Chigi, si affac­
cia a una finestra, ind ica via del Corso e afferma : «Lì ve­
dremo passare i tanks americani».n
I l 1 0 giugno 1 940, però, appena Mussolini dichiara la
guerra durante il celebre discorso dal balcone, Bottai - che
era a Palazzo Venezia - lo avvicina e gli chiede di potersi
arruolare.73 Sei mesi dopo spiegherà la sua decisione con
«La suprema necessità di salvare l'onore e l'integrità della
Patria, ma non a patto di salvare il Sistema, che l'ha porta­
ta a questa congiuntura avvilente» .74 Per «sistema» non
intende il fascismo ma il «mussolinismo» : se la disciplina
si esplica nel partecipare alla guerra, il fatalismo e l'assur­
do stanno nel sapere che questo è l'ultin10 di una serie di
errori, «gli errori e i mancamenti che ci avevano impedi to
d i servire in coerenza di pensiero e d'azione la verità della
nostra causa».75
Bottai non cercherà mai d i accampare scuse per non
avere saputo - come gli altri - evitare che il fascismo vol­
gesse verso il mussolinismo; anzi, d opo 1'8 settembre
1 943, sentirà particolarmente questa colpa, e vorrà espiar­
la in qualche modo. Ma credette sempre che l'entrata i n
guerra e quindi i l disastro fossero dovuti a Mussolini e a i
poteri tirannici che g l i erano stati lasciati: a suo parere i l
fascismo come «movimento, rivoluzione, dottrina» non
ebbe parte nella decisione76 e si andò in guerra «con un fa­
scismo di seconda mano» .n Tutta la sua riflessione succes­
siva tende a difendere il fascismo come dottrina separan­
done le responsab i l i tà da quelle degli uomini che non
seppero o che, in buona o ca ttiva fede, non vollero attuar­
la. Fu in nome di una originaria, lontana e mai applicata
dottrin(l che si risolse a rimanere al suo posto dopo l' en­
trata in guerra:
Un'01·dnlin del ventesimo secolo 189

I o ho cred u to i n quel regime. Ho cred uto nel l ' i n tima forza d i


certi suoi istituti e idee. Sapevo che quel regime nella sua sostanza
viva, al di là e al di sopra d elle sue provvisorie fasi d'attuazione,
era in l inea con certi svolgimenti d ella lotta politica del secolo. Io
non avevo solta nto una tessera; io avevo una fede. . . .
E r a p i ù facile, era p i ù comodo a ndarsene. Epperò sono rimasto,
non già passivamente, ma cercando di trarre un senso da quella po­
litica, dai suoi stessi errori desu mendo, nell'ora suprema, norma
all'agire. L' illusione, e più che l'il lusione il proposi to, d'essere là
per qualche cosa, per una resa dei conti che, o con la vittoria tede­
sca o con la nostra sconfitta, sarebbe pur venuta, inesorabilmente,
era in me, era in noi.78

Inizia la nuova esperienza d i guerra come osservatore


sul fronte francese, dove scopre «incredibili deficienze . . .
che solo l'incuria e l'improvidenza provocano. U n canno­
ne può mancare; e se la gittata è troppo corta si può anda­
re, anche se è assurdo, più innanzi. Ma un laccio da scar­
pe, se manca, rivela una meschinità umiliante, che non
sospinge a eroismi, anche se costringe a pene minime».79
Dopo neppure un mese, firmato l'armistizio itala-fran­
cese, torna a Roma. Dalla fine di gennaio alla fine di aprile
1 94 1 lo aspetta il ben più impegnativo fronte greco. Su
quei mesi non volle scrivere niente - ed è sintomatico del
suo stato d'animo - ma ebbe incarichi gravosi e pericolosi,
come colonnello del battaglione «Vicenza» della divisione
«Julia»: prima difese l'importante strada tra lo Scindèli e il
Golico, poi comandò un brigantesco reggimento di mili­
zie i rregolari. G iorgio Bocca commenta: «Bottai, che i n
ogni occasione s i conferma l'uomo migliore del regime, fu
l' unico a prendere un comando effettivo di uomini e a
esercitarlo con dignità » .so Al circolo ufficiali di Tirana si
incontrò più volte con Grandi e da quegli incontri nacque
la concordanza di vedute che non ebbe effetti immediati,
ma che li porterà a essere uniti il 25 luglio 1 943.
Secondo Ciano, alla fine di aprile Bottai voleva andare
in G recia come commissario civile.s1 Poi, i l 1 9 maggio
1 94 1 (Bottai è tornato da poco), Ciano annota: «Aspira a
liberarsi dal Ministero dell'Educazione Nazionale che da
190 Giuseppe Bottai, fascista

troppo ormai lo opprime senza dargli alcuna soddisfazio­


ne. Penso che in fondo a ll'animo coltivi l'ambizione di an­
dare a mbasciatore a Berlino » . E aggiunge un commento
che rivela molto dei suoi metodi di conduzione ministe­
riale: «Sarebbe certamente bene. Ma, a lmeno per ora, non
è il caso di parlarne: non vorrei dare un colpo ad Alfieri,
per quanto anche ieri non sapesse - dopo sei mesi di guer­
ra con la Grecia - che cosa fosse Florina» .s2 Il bene, a cui
Ciano rinuncia per non dare dispiaceri a Dino Alfieri, sa­
rebbe stato un atteggiamento più rigido verso i tedeschi.
L'anno successivo, alla morte dell'ambasciatore Bernar­
do Attolico, Bottai manifesta a Ciano il desiderio di succe­
dergli all'ambasciata presso il Vaticano: svanita la speran­
za di influire sulla politica di guerra, che volge ormai
verso il disastro, cerca di mettersi in buona posizione per
preparare il «dopo» . Mussolini però sentenzia: «Mi rifiuto
di credere che l'ardito Bottai debba a 46 anni finire sacre­
stano. Poi deve portare a fondo la riforma della scuola che
lui ha inventato e che sarebbe comodo piantare in asso». s3
I n realtà il duce non aveva nessuna intenzione di affidar­
gli incarichi da dove il suo frondismo avrebbe potuto tro­
vare sbocchi immediati e concreti .
Nel 1 942, in pochi giorni, Mussolini a ttacca - diretta­
mente con Botta i - i due temi che al gerarca stavano più a
cuore; prima gli dice che «un problema dei giovani in sen­
so statico non esiste» e che è molto deluso per il loro con­
tributo.84 Bottai la pensava p roprio nel modo opposto,
cioè che era il regime a non avere capito i giovani, e lo
scrive sul diario: «Giovani, qua e là, vengono fermati, ar­
restati, mandati al confino. E sono giovani "nostri", usciti
dalle avanguard ie, dai gruppi universitari, dai centri d i
preparazione politica del partito; non più i residui della
vecchia borghesia poli tica a noi ostile. Nessuno fa più
un'analisi a ttenta dei moti del loro cuore, delle loro in­
quietudini critiche». ss L'amara a nnotazione non era ca­
suale: quello stesso giorno era stato arrestato per «attività
sovversive» Mario Alicata, giovane collaboratore di «Pri-
Un 'ordalia del ven tesimo secolo 191

mato» al quale Bottai aveva da poco chiesto di compilare


un panorama della narrativa italiana in occasione del ven­
tennale della marcia su Roma. Certo era al corrente, se
non delle «attività sovversive,» delle idee di Alicata e l ' in­
domani, ottenuta udienza dal duce, intercesse invano per
lui. Dopo pochi giorni Mussolini investe rabbiosamente il
sistema corporativo, presente Bottai : «Si pone il problema
di sapere se questa posizione mediana da noi assunta può
essere conservata» . s6 Bottai risponde, in modo indiretto,
su «Il Diritto del Lavoro»: per far funzionare il corporati­
vismo bisogna abbandonare la «corsa al totalitarismo»
nelle iscrizioni ai sindacati; i rappresentanti delle federa­
zioni debbono essere scelti fra coloro che hanno specifica
competenza professionale e venire eletti dai rappresen­
tanti della propria categoria; è necessario dare più potere
alla base sindacale rispetto ai vertici delle federazioni, e
soprattutto far sì che la corporazione non rimanga «sulla
porta dell'azienda» ma vi entri, perché l' «iniziativa priva­
ta deve svolgersi in funzione sociale».87 Ecco dunque la ri­
sposta al dubbio di Ciano che, ignorando questi episodi,
si chiese perché Bottai trovasse Mussolini «molto giù spi­
ritualmente e intellettualmente». ss

Nell'agosto 1 942 Bottai ha u n colloquio con Guido De


Ruggiero, che aveva lasciato l'università quando il regime
gli aveva imposto di scegliere fra le dimissioni e uno scrit­
to «riparatore» di alcuni passaggi sgraditi nella nuova
edizione della Storia del liberalismo europeo. Bottai gli disse:
«Beato te che hai una fede per la quale vale ancora la pena
di dare magari la vita». s9
Riconsiderando il braho di «Primato» posto a epigrafe
di questo capitolo («La guerra . . . giudicherà essa per pri­
ma, coi suoi esiti, questi venti anni di Fascismo»), si deve
concludere che Bottai sapeva già, scrivendo quella frase
nel novembre 1 942, che la guerra avrebbe condannato - e
non solo militarmente - i l regime. Con questa convinzio­
ne arriva all'atto conclusivo della sua vita politica.
x
UN GIORNO

Le eresie nascono q u a n d o le rel i g i o n i d eca dono, q u a n d o


n o n persuadono p i ù, quilndo i loro s i m b o l i n o n hil n n o p i ù
n u l l a d i suggestivo, quil ndo i misteri n o n sono più m isterio­
si, quil n d o i loro sacerdoti decildono d a l lil loro d ig n i tà e d ili­
Iii loro potenzi! di filsci no. 1

Il 1 5 gennaio 1 943 Mussolini i nterroga sospettosamente


Ciano su una cena in casa di Farinacci cui aveva parteci­
pato con Bottai, Scorza e altri.2 Il duce in questo periodo è
più diffidente del solito verso i suoi gerarchi. Furono pro­
prio loro, invece, gli ultimi a organizzarsi contro Mussoli­
ni, mentre negli a mbienti monarchici, militari e finanziari
già da tempo si tramava in quella direzione.J
È stato sostenuto che già nel settembre 1 942 - quando
disse a Ciano che la guerra era illegale perché non era sta­
to consultato il G ran Consiglio4 - Bottai, d'accordo con
Grandi, sondasse Ciano per tirarlo dalla loro parte. s Non è
escluso che volesse attirare nella fronda il ministro degli
Esteri, ma di certo non nell'ambito di un complotto. An­
cora due mesi dopo, evidentemente ignaro degli abbocca­
menti di Grandi con il re in funzione antimussoliniana, si
chiede se Vittorio Emanuele III «di già intuendo il precipi­
tare della situazione non rimetta in gioco quel senso d i
"obbiettività" costituzionale, che gli consentì nel passato
di superare varie crisi del suo regno, compresa quella del
nostro avvento al potere». 6
Bottai, all'oscuro di qualsiasi trama, incontrò il re - per
motivi d'ufficio - 1' 1 1 gennaio e il S febbraio 1 943, quando
U11 giomo 193

lo trovò «roco e tremulo», in un silenzio ostinato; poche


ore dopo incontrò un Mussolini dallo «sguardo opaco e
turbato».7 Avrà presto modo di capire da cosa derivasse lo
strano contegno dei due: entrambi, naturalmente, sapeva­
no che era stato « dimissionato» dalla carica di ministro.
La sera stessa, alle 1 9, la radio annuncia (e Bottai ne viene
a conoscenza così) che c'è stato un radicale mutamento
governativo. Se ne vanno, fra gli altri, Ciano (che otterrà
l'ambasciata al Vaticano) e Grandi, che perde il ministero
della Giustizia ma resta presidente della Camera dei fasci
e delle corporazioni. Sia Ciano sia Buffarini-Guidi - che
perde il sottosegretariato all'Interno - vengono nominati
membri del Gran Consiglio, Grandi poco dopo avrà i l
Collare dell'Annunziata, l a massima onorificenza dell'Ita­
lia monarchica. Fra gli illustri del regime, dunque, Bottai è
il più bistrattato.
Secondo Grandi, Mussolini voleva l iquidare soltanto
Ciano (odiato dai tedeschi) e Buffarini-Guidi, per il suo
ruolo ambiguo nel complicato politico-triangolo amoroso
fra il duce, la moglie Rachele e Claretta Petacci: gli altri
ministri erano stati « adoperati come contorno alla liqui­
dazione di due elementi d i cui doveva disfarsi». s Secondo
Bottai, i nvece, Mussolini volle « distrarre la gente d a i
grandi interrogativi dell'ora» e «mostrare la sua forza su­
gli uomini»:9 in quei giorni le truppe inglesi stavano arri­
vando alla frontiera libico-tunisina e la perdita della Tri­
politania era imminente. Probabilmente sono valide
entrambe le spiegazioni,l O e la scelta dei due ex ministri
per l'una o l'altra indica come Grandi fosse più portato al­
la politica di corridoio e non riconoscesse a Mussolini la
consequenzialità di decisioni politiche che Bottai gli attri­
buisce ancora.
Come effetto immed i a to il provvedi mento rafforzò
l'Asse: il ministero degli Esteri tedesco lo interpretò infatti
come una caduta di Cia no, G randi e Bottai perché ostili
all'alleanza.n I nazisti non avevano simpatia per nessuno
dei tre, e di Bottai arrivarono a notare: «Si dice che abbia
194 Giuseppe Bottai, fascista

tendenze filobolsceviche».1 2 Il «cambio della guardia», co­


munque, inasprì molti animi ed ebbe i l suo peso i l 25 lu­
glio.
Bottai ne fu particolarmente offeso: diversi rapporti d i
polizia e alcune lettere anonime inviate a Mussolini rileva­
rono che il suo discorso di congedo dal ministero era sem­
brato quello di chi «uscendo sbatte violentemente la por­
ta», che né all'inizio né alla fine aveva fatto il saluto al duce
e che promettendo fedeltà «sino in fondo» aveva aggiunto
«anche se in fondo c'è l'amaro».13 Ma per lui fu anche una
liberazione: su «Critica fascista» del 1 o marzo, venti giorni
dopo la destituzione, pubblica il suo articolo più coraggio­
so e polemico dai tempi del revisionismo, un vero j 'accuse
che i richiami alla fede fascista, alla «rivoluzione» e al duce
non riescono a mascherare. Intitolato Di tal u ne esigenze del
popolo italiano, inizia con l'implicito invito a non contare
troppo sull'arma segreta tedesca, della quale per opera di
Mussolini si vociferava con sempre maggiore insistenza:
«Non crediamo ai miracoli», si legge, né in «fortunate o
taumaturgiche congiunture». Bottai poi parla delle «signi­
ficative esigenze reperibili nell'animo degli italiani d'oggi;
quelle stesse che alimentano molto più di quanto non si
creda l'inquietudine che c'è in giro, l'insofferenza, l'acuto
desiderio di novità.14 C'è chi si stupisce che questi atteggia­
menti o moti dell'animo popolare si ritrovino in tutti i ceti e
in ogni luogo d'Italia e, quando non li attribuisce alla guer­
ra, li denuncia come altrettanti d ifetti di carattere, assai dif­
fusi». Invece si tratta d i «espressioni d'una sofferenza di
natura politica per i meno felici modi d'essere della cosa
pubblica, per l'alterna vicenda delle armi, per evidenti di­
sfunzioni, per quanto insomma non va secondo il deside­
rio comune».
Nell'elenco delle «esigenze» del popolo italiano, ognuna
delle quali è un pugno negli occhi della propaganda fasci­
sta, c'è innanzitutto « l'esigenza d'una forza militare pro­
porzionata alla nostra entità numerica e alla posizione geo­
politica che occupiamo, seriamente preparata e dotata».
Un giorno 195

Seguono righe polemiche sui «cambi della guardia»,


che sempre più spesso portavano al potere degli incompe­
tenti: «Altra esigenza è quella di un reggimento politico
competente e, per quanto possibile, pervaso d'un sincero
sentimento del servire. Espresso cioè da una classe politi­
ca costituita da quanto di meglio ha il Paese in materia d i
menti direttive: quelle che solo una classe dirigente sfrut­
tata nelle sue accertate capacità e nelle sue disinteressate
vocazioni può fornire. Il tempo degli esperimenti e delle
improvvisate rivelazioni è ormai scontato dalla coscienza
politica popolare, come appare superata l'idea di poteri
da chiunque assunti senza il corrispettivo d'una precisa
responsabilità».
Non manca la critica alla politica sociale ed economica:
«Un ancor più vigoroso impulso verso la giustizia sociale
sulla strada già tracciata e in parte percorsa è la sostanza
d'un'altra esigenza, forse più acuta delle altre. Non si pos­
sono più ammettere né le grandi miserie né le grandi ric­
chezze . . . . Questa della giustizia sociale, del livellamento,
non delle individual ità ma delle risorse medie . . . è un mo­
vimento cui sarebbe vano opporsi».
Ed ecco, inevitabile, il solito appello: «A queste esigen­
ze di nome più propriamente politico se ne aggiungono
a ltre di carattere etico. Innanzi tutto quello della critica» .
Bottai riafferma la necessità e la validità dello stato auto­
ritario ma aggiunge: «Tutto sta a vedere come l'autorità
dovrà attuarsi. . . . Torna e tornerà, comunque, in onore la
critica quando decisione e azione troppo si d iscostino
dall'interesse comune o troppo, alla luce dei fatti, se ne
siano a llontanate». L'abile uso d i passato, presente e futu­
ro non maschera la convinzione di Bottai che «decisione e
azione» si siano a llontanate già troppo dall'interesse co­
mune.
«C'è poi l'esigenza o le esigenze di probità, di compe­
tenza, di serietà, cortesia in tutti coloro che comunque at­
tendono alla cosa pubblica. Infine c'è l'esigenza, e questa
è forse la più recente, d'una accurata e completa educa-
196 Giuseppe Bottai, fascista

zione del popolo ita liano.» Qui chiarmnente per Bottai le


possibilità sono solo due: o il fascismo ha diseducato gli
italiani oppure non ha fatto niente per «educarli». A cia­
scuno la scelta. Da parte sua conclude: «Occorre quindi
una seria opera d i educazione da svolgere sia con i mezzi
di cui si dispone sia con l'esempio di quanti svolgono una
funzione di interesse pubblico. Una complementare esi­
genza di severità nel colpire chi sbaglia e nell'esigere un
retto e serio agire, definisce meglio il valore d'una siffatta
esigenza morale».
Nonostante la gravità delle asserzioni, e l'attenzione
che destano nel ministero della Cultura popolare, per
qualche giorno non ci sono reazioni; improvvisamente, il
6 marzo, Bottai viene convocato da Mussolini che lo atten­
de davanti a una copia dell'articolo tormentata di freghi
rossi e blu. Proprio il giorno prima, a conferma dell'esat­
tezza dell'analisi bottaiana - sebbene limitata rispetto alla
reale esasperazione popolare nei confronti del fascismo -,
c'erano stati alcuni scioperi operai a Torino, uno scacco
gravissimo per il regime: di certo al duce non aveva fatto
piacere che un'analisi tanto cruda fosse stata subito con­
fermata dagli eventi.
Il colloquio, tramandato da Bottai, dà l'idea delle fissa­
zioni di Mussolini in questo periodo, del suo porsi al cen­
tro dell ' universo e lì isolarsi: più dei gravi a rgomenti
dell'articolo lo infastidisce l'accenno a «chi si stupisce»
dell'atteggiamento degli italiani verso la guerra e «li de­
nuncia come altrettanti difetti di carattere». Probabilmen­
te Mussolini sospettava davvero l'esistenza di un profon­
do rapporto di confidenza tra Ciano e Bottai: a Ciano
infatti i l duce aveva esposto quel florilegio di giudizi sul
popolo italiano, «razza di pecore» ls con la quale «ci vuole
bastone, bastone, bastone » . l6 Sappiamo invece che Bottai
conobbe queste frasi solo nel dopoguerra, leggendo il d ia­
rio di Ciano,l7 ma è indicativo il timore di Mussolini, co­
me è indicativo che si accontenti delle spiegazioni del ge­
rarca e non cerchi di approfondire i l dialogo. Bottai dovrà
Un giorno 1 97

però, su «Critica fascista», correggere i l tiro e affermare


per l'ennesima volta che la sua è una critica «della e non
s ulla Rivoluzione» e che il fascismo lascia tutta la libertà
cri ti ca necessaria. 1s
Intanto la situazione militare e quella interna si aggra­
vano. All'inizio di maggio cadono Biserta e Tunisi e s i
chiude l a tragedia africana dell'esercito italiano, mentre a
Roma s i parla d i un'epurazione radicale nel regime, la
«terza ondata». Bottai nota che «L'ambiente politico si fa
sempre più rarefatto, come se la gente avesse paura di ve­
dersi» e che nell'opinione comune Mussolini «è i l capro
espiatorio d i tutto». Per lui invece i l duce è colpevole, so­
prattutto, d i «avere calpestata l'intelligenza politica italia­
na fino al punto di renderla incapace d i guardare oltre la
di lui persona» . 1 9 Il 9 luglio incontra Mussolini, che gli a n­
nuncia la decisione d i nominarlo presidente della Came­
ra.20 Il giorno successivo le prime tmppe americane sbar­
cano in Sicilia, e la situazione precipita.
Alle 13 in punto del 13 luglio il neosegretario del PNF
Scorza gli telefona perché ha urgente bisogno d i vederlo.
Bottai va subito alla sede del partito e trova gli uffici gre­
miti di prefetti e federali del Sud che hanno l'aria di avere
passato la notte lì. Scorza ha un problema: ha designato
una dozzina d'oratori fra i massimi gerarchi per tenere co­
mizi sulla situazione nelle maggiori città, ma Grandi si è
rifiutato perché non vuole essere corresponsabile del par­
t i to, in quel momento, senza prima avere parlato con
Mussolini. Riccardo Del Giudice, testimone del colloquio
fra Scorza e Bottai, ricorda che il segretario, dopo avergli
chiesto di andare in una città a tenere un comizio, «lo pre­
ga di telefonare a Grandi che ritiri la lettera e non crei dif­
ficoltà in momenti così delicati, assicurando che avrebbe
appoggiato presso il Duce la proposta di ricevere gli ora­
tori prima delle adunate». 21 Botta i gli avrebbe risposto:
«Andrò, ma questo non basta. Io stesso sono assai titu­
bante. Occorre che tu mi metta in grado di dire a Grandi
quali siano gli orientamenti da dare ai d iscorsi. Pochi
198 Giuseppe Bottai, fascista

giorni fa Mussolini ha detto che mai i l nemico avrebbe po­


sto piede sul suolo italiano. La gente ha buona memoria .
Quali sono l e vostre istruzioni per giustificare il tragico
capovolgimento della situazione? E, in definitiva, qual è
questa situazione? Che almeno noi, che la dobbiamo illu­
strare, la si conosca nei suoi veri termini».22
Subito dopo inizia una vivace d iscussione tra Scorza,
Bottai, Umberto Albini, sottosegretario all' Interno, Giu­
seppe Bastianini, sottosegretario agli Esteri, e Renzo Chie­
rici, capo della polizia; tutti sono d'accordo sulla necessità
di un incontro fra i gerarchi per esaminare la situazione
prima di partire. Sperano, riferisce Bottai, che Mussolini
in tal modo abbia «sotto mano un congruo organo di con­
sultazione. E forse più che di consultazione, ché questo è
ormai tempo di decisioni estreme» . 23 Scorza va a Palazzo
Venezia per avanzare la proposta . Mussolini accetta sia il
rinvio dei comizi sia l'incontro con gli oratori e con qual­
che altro personaggio che lascia scegliere a Scorza.
Intanto Farinacci si era spinto più avanti: pochi giorni
prima, senza mezzi termini, aveva parlato a Bottai della
necessità di «mettere da una parte Mussolini». Quando
era stato invitato a spiegare cosa intendesse con «da una
parte» aveva annaspato: «Sopra o accanto a un governo di
uomini responsabili». 24 Rimeditando tutto questo, Scorza
e Bottai concordano che «una crisi di comando non si ri­
solve, se non affondando il bisturi nell'organismo di co­
mando», ma Bottai ha una riserva: «La disinvoltura di Fa­
rinacci nel considerare la posizione di Mussolini mi pare
eccessiva»; ammette con se stesso che non gli riesce «di
essere obbiettivo fino al punto di parlare, anche tra me e
me, con tale distacco di Mussolini». 2s
L'originario amore di Bottai per il duce si fa ancora sen­
tire, e agisce come un freno. Certo non poteva ricordare
un tema che aveva scritto al liceo, quasi trent'anni prima,
sugli uomini politici maniaci di grandezza: «Bisogna sop­
primere questi geni nefasti, bisogna creare un argine po­
deroso e insormontabile contro la loro immensa cupidi-
Un giorno 1 99

gia, a ffinché i popoli, invece di salutarli col nome d i eroi,


riconoscano in essi l'occulta energia del démone».26 Ogni
cosa adesso gli appare incerta e confusa; mentre nessuno
sa nel complesso quale sia la situazione si debbono pren­
dere decisioni con una autonomia che vent'anni di ditta­
tura hanno distrutto. Annota Bastianini: «Con Bottai e Ni­
no Guglielmi passiamo in rivista, una sera, le possibilità
che presenta la situazione: ma è un esercizio vano, siamo
immersi nel buio» .27
«Tutto il contributo che posso portare, scarico come so­
no ora di concrete funzioni, si è di chiarezza», pensa Bot­
tai, e all'alba del 1 4 luglio stende una memoria sulle ipote­
si prospettate nella riunione del giorno prima, dove c i
sono i presupposti per la risoluzione del Gran Consiglio
del 25 luglio e dove è evidente che propende per una «si­
tuazione di governo senza Mussolini»:
Una situazione d i governo con Mussolini presuppone una situa­
zione politica tutta in mano al Fascismo (Partito e idea). Se la situa­
zione è (non si ri tiene che sia) questa, occorre, comunque, u n Mus­
solini che, nei limiti, ma a nche con la celerità che l'ora consente, ed
esige, si adegu i alle fu nzioni di Capo del governo secondo le nor­
me della costituzione fascista; e ad otti i seguenti provved imenti:
- nomina dei m inistri militari;
- funzionamento effe t t i vo del Capo di Sta to Maggiore (non
esprimo giudizi d i persone, che è campo in cui non posso respon­
sabilmente darne);
- sterza mento della propaganda, da rendere più alta ed insieme
più elastica, slegata dal formulario di parte;
- responsabilità attiva ( non meramente passiva) dei ministri, e
funzionamento del loro Consigl io con la frequenza voluta dalle cir­
costanze;
- convocazione del Gran Consiglio;
- proclama del Re al Paese, seguito da un manifesto del Duce (e
del Gran Consiglio).
U na situazione di governo senza Mussolini significa una situa­
zione, che già si considera non tenibile in parte o del tutto nella ma­
no del Fascismo (Partito e idea). Non è in questo momento che, d i­
stinguendo mussolinismo da fascismo si può accantonare (sia pure
più i n alto) quello per mettere alla ribalta questo: sarebbe troppo tar­
d i . Se fossimo a questo punto (e solo chi ha ora in mano poteri e stra-
200 Giuseppe Bottai, fascista

menti di governo può dare responsabile risposta), non si tratterebbe


più d i distaccare Mussolini dal Fascismo e, quindi, dal Paese, ma
noi, quanti siamo fascisti, e incarniamo il Fascismo con lui, dal Pae­
se. La situazione, in questo caso, d iverrebbe tipica competenza della
Corona. A questa spetterebbe di decidere sul tipo di governo: mil ita­
re? civile? militare-civile? militare-civile sol ta nto con civili fascisti o
soltanto con civili non fascisti, o con gli uni e gli al tri insieme?
Queste le due alternative. L'altra di Mussolini sopra o accanto a
un governo d i cui non faccia parte, sarebbe soltanto intermed ia: e
questo è periodo di decisioni estreme, non intermedie. 28

Nel pomeriggio fa leggere la memoria a Scorza e a Ba­


stianini, trovandoli concordi nel limitare le ipotesi a due
soltanto; scrive: «Tertium 11011 dntur: o tutti con Mussolini,
sia pure costretto ad agire con noi, nell'estremo tentativo
di dare un governo della difesa all'Italia; o tutti con Mus­
solini nel lasciare al Re di tentare lui quella difesa» . Spera­
no in una neutralità assoluta, ottenuta da Mussolini con i
tedeschi e da Vittorio Emanuele III con i nemici: «Metterei
fuori del tutto. Ricominciare la vita e la storia da una soli­
tudine chiusa e d ispera ta» . Bottai conclude così la nota
diaristica : «l veleni della decomposizione ci a ttossicano.
Una parola, un gesto, un atto sono necessari, da chiunque
e di dovunque. Bisogna fenTtare la cancrena».29
Per conto loro stavano preparando il «gesto» il ministro
della Rea! Casa Pietro Acquarone e il maresciallo Badoglio
che, d'accordo con il re e con alcuni vecchi uomini politici
liberali, aspettano il momento opportuno per esautorare
Mussolini.

Il 15 luglio «Critica fascista» esce con un editoriale inti­


tolato Noi, i responsabili: oltre a rivendicare le innovazioni
proposte al mondo dal fascismo, l'articolo annuncia vela­
tamente quello che i gerarchi avrebbero chiesto a Mussoli­
ni nel colloquio fissato per il 1 6. Il 24 giugno il duce si era
addossato la responsabilità della guerra, «naturalmente in
pieno»; Bottai invece ci tiene a chiarire che della guerra e
della vita pubblica «noi siamo responsabili, insieme col
Duce, noi tutti, popolo e regime» . È un'ammissione di re-
Un giomo 201

sponsabilità «per difetto», ovvero per non avere saputo


impedire errori altrui . L'edi toriale di «Primato», i l l lu­
o

glio, diceva infatti: «Noi ci chiediamo perché il Fascismo


si sia ad un certo punto fermato, e non abbia sviluppato
tutti i suoi fermenti ideali, con spregiudicatezza e libertà:
perché quell'autentica primavera spirituale e culturale
che fu i l suo sorgere, - e che d iede frutti duraturi anche
sul piano delle idee, come la revisione di Versaglia e il cor­
porativismo - si sia improvvisamente rinsecchita».3o
Il 1 6 mattina si svolge una riunione da Scorza, con nu­
merosi gerarchi che sostanzialmente concordano con la
memoria scritta da Bottai il 1 4. Nel pomeriggio Bottai va
da Ciano, malato e scettico sull'utilità del colloquio che i
gerarchi hanno chiesto - e ottenuto per le 1 7.30 - a Musso­
lini; pensa piuttosto a trattative di pace con il nemico. Pri­
ma delle 1 7.30 c'è un i ncontro preliminare degli ora tori
designati per i famosi comizi, meno Grandi e Federzoni:
tutti si esprimono per la prima tesi di Bottai («Una situa­
zione di governo con Mussolini» che riduca i suoi poteri)
poi si recano a Palazzo Venezia. Il duce appare «riposato,
e con un sano colorito, d'uomo fisicamente ripreso», Bot­
tai si sente «piuttosto freddo e deciso»31 ed è in borghese,
ben sapendo quanto ciò desse fastidio al dittatore.
Dopo un generico discorso i ntroduttivo di Scorza, parla
Farinacci: impetuoso e confusionario, investe coraggiosa­
mente Mussolini, ma con critiche marginali a uomini e co­
se (proprio il contrario di quanto aveva consigliato poco
prima Bottai), e il duce lo neutralizza con facilità. M igliore
il discorso di Giuria ti, che segnala il malfunzionamento d i
molti istituti e leggi d e l regime. Interviene D e Bono, che
d i fende l' esercito, poi viene il turno di Bottai . Dopo le
consuete assicurazioni di fedeltà i nsiste su un concetto
espresso da G iuriati e già contestato da Mussolini, ossia la
non osservanza da parte del regime del «diritto scritto»:
«La crisi i taliana e fascista è tutta qui; e precede la guerra,
precede questa congiuntura . . . denuncia una crisi d'auto­
rità e di comando» . In definitiva «Noi chiediamo che la ri-
202 Giuseppe Bottai, fascista

voluzione ricostituisca i suoi organi, per agire come l'ora


comporta. Non siamo qui a chiedere di d iminuire i tuoi
poteri, anzi il tuo potere; né per dividere, cioè sezionare,
frammentare, la tua responsabilità. Siamo qui, nel rinno­
vato e ribadito riconoscimento del tuo potere di capo, a
chiedere di condividere la tua responsabilità. A farne, cioè,
una corresponsabi li tà, che leghi noi a te, ma anche te a
noi, i n una pronta, assoluta e dichiarata solidarietà» : oc­
corre che il Consiglio dei m inistri, il G ran Consiglio e le
due Camere (con «l'efficace arma della rappresentatività»)
tornino ad avere realmente le loro funzioni e i loro poteri.
In particolare è il Consiglio dei m inistri che deve affronta­
re «tutti i problemi di questa guerra, e se proseguirla, e
dove, e come, e a chi affidare l a d irezione tecnica, e a chi
l'azione diplomatica in una fase risolutiva».32 Insomma, a
parte i l riferimento alla Corona (che sarà esplicito e cen­
trale nell'ordine del giorno Grandi), Bottai anticipa al du­
ce le richieste che avanzerà il Gran Consiglio.
Mussolini non lo interruppe mai e, dopo gli i nterventi di
Bastianini, Acerbo, De Cieco, che esprimono gli stessi con­
cetti, dice: «Ebbene, radunerò il Gran Consiglio. Si dirà i n
campo nemico che s'è radunato per d iscutere la capitola­
zione. Ma l'adunerò». Alla sera Bottai va da Ciano per met­
terlo al corrente dell'accaduto e convincerlo dell'importan­
za della prossima convocazione, ma non riesce a superare
il suo scetticismo.
La mattina seguente, insieme a Giorgio Cabella, attra­
versa a piedi il Pincio per andare alla redazione di «Critica
fascista» e viene raggiunto dall' auto di Scorza. Cabella fa
per allontanarsi, d iscreto, ma Bottai lo trattiene: forse ha bi­
sogno di un testimone. Scorza loda Bottai per il discorso
pronunciato di fronte a Mussolini, afferma che è ora di fi­
nirla, ormai è venuto il momento d i metterlo con le spalle
al muro, fa un gesto minaccioso e se ne va raccomandando
di tener duro.33 Ma di quel giorno Riccardo Del Giudice ri­
corda: «Il 17 luglio dissi a Bottai: "Bisogna rompere tutto,
rifare tutto da capo", e lui mi rispose: "E se avesse ragione
Un giamo 203

lui?" » .34 La sudditanza psicologica nei confronti d i Musso­


lini gli impedisce ancora di organizzare personalmente
qualcosa, mentre tutti intorno a lui - fascisti, antifascisti,
militari, tedeschi, monarchia - stavano preparando piani.
Gli mancano la risolutezza e la capacità d'azione di Balbo,
la risolutezza e la capacità d ' intrigo di Grandi . Per Grandi,
ormai, Mussolini è solo u n peso, oltre che un pericolo, e
quindi deve essere allontanato. Bottai la pensa nel medesi­
mo modo ma - forse perché non ha avuto con lui gli scontri
che invece aveva avuto Grandi prima della marcia su Ro­
ma, né gli era stato lontano dal '32 al '39 - non riesce a sba­
razzarsi del timore reverenziale per il «Capo». Però, pro­
prio grazie a questa sua particolare situazione, Bottai fu
l'indispensabile trait d'union - prima e durante la riunione
del Gran Consiglio - tra Grandi e molti gerarchi.
Ruggero Zangrandi definisce la sua figura « tragica»
«per aver mortificato la propria intelligenza in una sorta
di fedeltà mitica e m istica che, sebbene rispettabile sul
piano dei sentimenti, superava, in termini politici, nel '43,
i limiti dell'assurdo».3s Giudizio che si spinge appena un
passo oltre quello dato dallo stesso Bottai su di sé, quando
si attribuì la «grande imperdonabile colpa di aver creduto
fino ai limiti del credibile».
Il 21 Scorza comunica che Mussolini h a fissato la seduta
del Gran Consiglio per i l 24, alle 1 7. Il giorno dopo, final­
mente, Bottai incontra Grandi36 e annota sul diario: «Mi di­
ce d'aver preparato un ordine del giorno, che mi leggerà
questa sera, la cui formula centrale mi par di capire sia que­
sta: restituire al Re i poteri mili tari, lasciando al Duce quel­
li politici di primo Ministro in un ricostituito e funzionante
Cons�glio dei Ministri» . Grandi lo avverte anche «d' una te­
si più estrema», che giudica «Ottima» ma difficile da realiz­
zare: «tutti i poteri al Re» . Rivede Grandi - che nel frattem­
po ha parlato con Mussolini «alleonato, ma non tanto» -
alle 1 9 : Grandi ha esposto al duce il contenuto del suo ordi­
ne del giorno, proponendo un « "governo nazionale" intor­
no al re», ma Mussolini «resiste».37
204 Giuseppe Bottai, fascista

Nella pagina di diario del 22 Bottai non commenta il


progetto di Grandi, però la ma ttina dopo - incontnmdolo
- si dimostra ancora più determinato di lui: «Secondo me
la formula dei poteri da riconoscersi al Re va amplificata,
fino a ricomprendere tutta la sfera politica. "Noi abbiamo
in una mano la spada, nell'al tra lo scettro del comando
politico. Non possiamo riconsegnargli soltanto la prima,
ora che è spuntata e senza taglio. Una di lui azione può
essere completa e risolutiva solo a patto d'essere intiera,
militare e politica" » .38 Sembrerebbe quindi che Bottai sia
stato il primo ad avere l' idea di affidare al re anche il pote­
re politico: in realtà Grandi ci aveva già pensato da tempo
ma per prudenza aveva evitato di scoprire subito le sue
intenzioni, di conseguenza Bottai è in buona fede quando
sostiene, con particolare decisione, nel Pro mcllwrin del ' 44:
Fu G r(lndi (l stendere un primo schem(l dell'ordine del giorno,
d ' (lccord o con Bott(l i . Fu questi (l rim(lneggi(l r]o profond(l men te,
scorci(l ndolo in (llcune sue pMti, integr(l ndolo in (l ] tre, e sopr(l ttutto
in trod ucendovi ](l fr(lse, che ne è ](l chi(lve di volt(l . N E L PI� I M ITIVO
TESTO « G R A N D I >• A L L ' U LT I M O C A POVE RSO SI FACEVA M EN Z IONE SOL­
TANTO DEl POT E R I M I L I T A R I DA RESTIT U I R E AL RE. BOITAI I NTEGRÒ LA
FOR M U L A CON L'ESPLICITO R I C H I AMO A LLA RESI'ONSA BI LITÀ POLITICA

DEL SOVRANO; E NE I N VOCAVA L ' I NTEG R A LE, E NON PARZIALE, I NTER­


VENTO N ELLA SOLUZIONE DELLA CRISI.

Dunque arrivò da solo alla stessa posizione di Grandi,


ed è anche probabilissimo - non c'è motivo di metterlo in
dubbio - che abbia proposto la nuova formula, forse insie­
me a De Marsico, il quale però era interessato più alle va­
lutazioni giuridiche e statutarie che a quelle politiche. Ri­
guardo alla stesura dell'ord ine del giorno lo stile d i Bottai
è evidente, soprattutto nella prima parte.
A proposito della mattina del 23, Cabella ricorda che
accompagnò Bottai a piedi verso il centro, come spesso
accadeva: Bottai aveva preso un appuntamento con Scor­
za - che si presenta con il suo segretario - a Villa Borghe­
se, vicino al laghetto dei cigni. (Sembra stupefacente, og­
gi, l'incontro «segreto» di due personaggi simili, a piedi,
Un giamo 205

nel parco: i gerarchi non avevano però motivi di temere


a ttenta ti.) Bottai lesse il testo dell'ordine del giorno, che
secondo Cabella si concludeva invitando i l capo del go­
verno ad affidare al re «quella suprema iniziativa di deci­
sione e di scelta che le nostre istituzioni a lui attribuisco­
no . . . ». Cabella fece notare che la parola «scelta» sembrava
un invito a scegliere tra fascismo o no. Bottai e Scorza con­
cordarono con lui, anche se in realtà era proprio quella la
scelta che Bottai intendeva sottoporre al re, ma non in mo­
do così scoperto, e infa tti nella stesura definitiva l' espres­
sione non comparve.39
Subito dopo, a casa di Federzoni,40 l'attendono Grandi e
De Marsico, insieme, i quattro vanno da Scorza, dove tro­
vano anche Ciano, pienamente d'accordo con gli altri. Era
stato Bottai a volere che Ciano fosse chiamato a far parte
del gruppo, nonostante l'opposizione di Grandi : riteneva
che non potessero rinunciare all'apporto di un personag­
gio tanto importante. Ciano infatti fu utile durante la se­
duta. Quanto ai suoi pensieri e intenzioni, il genero del
duce avrebbe detto all'amico Zenone Benini, che alle 1 3
del 24 luglio pranzò con lui: «Va a finire che ci fa mettere
dentro»; poi, passando immediatamente a una convinzio­
ne opposta e ottimistica: «Vedrai che alla fine se ne andrà
e noi i n qualche modo ci aggiusteremo. Con Bottai e con
Grandi non si litigherà: uno andrà agli Interni, l'altro agli
Esteri ... ».4 1 Pensava a una specie d i triumvirato.
A proposito della «successione», non è credibile che, in
vista della riunione del Gran Consiglio, i gerarchi davvero
consci della portata dell'ordine del giorno potessero avere
ambizioni a breve scadenza, nonostante la frase di Ciano.
La prospettiva più auspica ta da quegli uomini era sgan­
ciare l'Italia dalla Germania e trattare con i nemici, il che
non poteva avvenire con un governo composto dai più
importanti gerarchi di Mussolini. Bottai scrive, poche ore
prima della seduta: « . è u n gioco senza alternativa, che
. .

sboccherà comunque in u na rinuncia, in un sacrificio, in


una dedizione di noi, al Paese, alla Patria».42
206 Giuseppe Bottai, fascista

Nel pomeriggio del 23 è negli uffici d i «Critica fascista»,


dove ha convocato, a ore diverse, gli amici Nicola De Pirro
e Giovanni Balella. De Pirro lo ricorda emozionatissimo
ma teso e deciso; Bottai gli lesse l'ordine del giorno com­
mentando alla fine, con voce turbata e commossa: «Non ci
restava a ltro da fare».43 Balella ad aprile era stato nominato
presidente della Confederazione degli industriali, quindi
partecipava per la prima volta al Gran Consiglio; Bottai
non gli rivelò i l contenuto dell'ordine del giorno però, rac­
conta Balella, gli consigliò: «Domani si possono correre dei
pericoli: tu sei sempre stato fuori dalla politica, hai sempre
fatto il sindacalista, datti ammalato . . . »; «Ma non mi disse»
- continua Balella - «di cosa si trattava, né io lo chiesi. Pen­
sai che si dovessero discutere misure economiche e che i
pericoli fossero politici, e gli dissi: "Quello che mi dici mi
spinge ad andare. Io rappresento gli industriali e se si tratta
di cose importanti non posso mancare" . Allora lui mi ab­
bracciò; era molto commosso».44

La mattina del 24 Bottai si sveglia con questo pensiero:


«Giornata attesa con drammatica commozione. A un bi­
vio. I l nostro dovere ci ha messi a un bivio, tra Paese e
partito, tra Italia e regime, tra Re e Duce. Tanto duro lavo­
ro per unire, cementare, fondere, fare di due uno nella co­
scienza una; e, oggi, quest'essere a un bivio, è un decidere
che separa dentro, che torce, che dilania. Ma è il dove­
re».4s Vede ancora Grandi e Farinacci - fermi nelle rispetti­
ve idee - poi Alfieri, che è arrivato il giorno prima da Ber­
lino e si è subito dichiarato d 'accordo con l'ordine del
giorno. Nel pomeriggio infine si fa un vero esame di co­
scienza - trascritto prima di uscire di casa - in cui si assol­
ve parzialmente, a patto di saper mantenere fino all'ulti­
mo il «coraggio delle decisioni estreme»:
Il mio fascismo, abbracciato dopo quattro anni di guerra, come
sublimazione della causa italiana in una esperienza capace di arric­
chirla di nuovi valori, sociali soprattutto, il mio fascismo corporati­
vo e libero, autocritico e aperto al dibattito delle idee, doveva con-
Un giorno 207

d urmi a questo d ilemma. Se oggi lo girassi e volessi evitarlo sarei


un vile. Tut to il m io operato in questi venti anni doveva portarmi a
questo.
Doveva, forse, portarmici prima? Può darsi. Ho anch'io, e non la
rifiuto, la mia somma d i occasioni perdute. Ne rispondo, prima che
ad altri, alla mia coscienza. So bene, che non mi vale la mia tenace
costante opposizione i n terna. C'è una colonna passiva nel bilancio
delle mie responsabili tà; e io farò sempre onore alla mia firma. Ma
la storia d i un uomo è anche la storia dei fatti che lo conducono per
cammini spesso obbligati, i quali, alla resa dei conti, risultano più
redd itizi degli sdegnosi isolamenti. Più redd itizi alla storia del suo
Paese, che delle esperienze accettate, anche sotto veste d i transizio­
ni o compromessi, si vale per chiedere all' uomo il coraggio delle
decisioni estreme.
Come questa, cui m'accingo a dare espressione. Tutto il mio fa­
scismo contro quello che il Fascismo, partito, organizzazione, me­
todo di governo, è d i ventato intorno a me, insensibilmente prima,
sempre più sensibilmente dopo, fino a precipitare nella ruota verti­
ginosa della guerra.
E Mussolini? Come nell'incontro di venerdì 16 luglio, seguito a
guardarlo d ri t to negl i occhi. La mia diuturna opera critica, i l mio
da lui a più riprese deprecato «pessimismo>>, i miei d issensi sempre
consapevolmente dichiarati, e il crudo d iscorso di quel giorno, m i
consentono d i guardarlo così, elemento d ' u na situazione estrema,
in cui si tratta, noi e lui, d'agire al di là dei nostri interessi.46

Nel diario, e nel Pro memoria, il testo prosegue con un


brano che in Vent 'anni e un giorno venne omesso: «Non è
più questione di "tradire" o d i "non tradire", ma d'avere
i l coraggio di confessare i l tradimento da lui compiuto,
consumato giorno per giorno, d a l l a prima delusione a
questo crollo morale. Non un'idea, non un patto, un isti­
tuto, una legge, cui egli abbia tenuto fede. Tutto fu da lui
guastato, distorto, corrotto, sulla scia d'un empirismo pre­
suntuoso, eppure accorto, fondato sul disprezzo degli uo­
mini e dei loro ideali.
«Tra poche ore bisognerà riscattarsi da tutto ciò; e ri­
scattare tutto ciò con un taglio netto. Sta a Mussolini pren­
dere posizione di qua o di là dal taglio, o per un'estrema
rigenerazione del Fascismo in una comunione aperta e
sincera con la Nazione, o per una rimessa a questa delle
208 Gi11seppe Bottai, fascista

sue sorti. Se egli vorrà mettersi di traverso i l taglio della


decisione passerà su di lui con l'inesorabilità di una con­
clusione fatale. »47
L'ultima frase, cupa e minacciosa, sembra confermare
che Bottai quella notte portasse in tasca una bomba a ma­
no e che, se necessario, fosse deciso a usarla . Molte sono le
testimonianze al proposito: la figlia, Viviana, all'epoca
ventenne e unica componente della famiglia che fosse al­
lora a Roma, ricorda distintamente come l'ordigno fosse
comparso in un cassetto della scrivania del padre un paio
di giorni prima della seduta e che se lo mise in tasca pri­
ma di uscire.48 Lo stesso Bottai, il 25 pomeriggio, lo con­
fermò ad Agostino N asti e Mario M. Morandi, suoi princi­
pali collaboratori a «Critica fascista».49
La frase di Bottai «se egli vorrà mettersi d i traverso il
taglio della decisione passerà su d i lui con l'inesorabilità
di una conclusione fatale» combacia con la testimonianza
resa a posteriori da Grandi: «Prima di uscire mi misi in ta­
sca due bombe a mano Breda che mi ero procurato, deciso
a non !asciarmi prendere vivo se, come ritenevo probabi­
le, Mussolini avesse dato ordine di arrestarmi e di arresta­
re con me i miei compagni. Arrestarci significava morire.
Meglio, in questo caso, per la salvezza del Paese, scatena­
re l'irreparabile nella stessa sala del Gran Consiglio».s o
Evidentemente con Grandi c'era stato un accordo anche
su questo; il fatto che poi Grandi abbia propagandato il
particolare della bomba e che Bottai l'abbia taciuto, riba­
d isce la d iversità dei loro caratteri e conferma che Bottai
volle, nel dopoguerra, d ifendere la decisione del Gran
Consiglio come una autoeliminazione del tutto legale del
fascismo. Lo stesso motivo per cui, venuto a conoscenza
del colpo di stato preparato dalla Corona, disse a Del Giu­
dice: «Almeno avremo avuto il merito di smessicanizzare
la caduta del regime».s1

Non si proporrà qui l'ennesimo resoconto della sedu­


ta :sz l'arrendevolezza di Mussolini, la paura di un inter-
Un giorno 209

vento delle camicie nere, gli ordini del giorno Scorza e Fa­
rinacci, l'irreale estraneità a l dibattito di molti partecipan­
ti. Ma è interessante la sintesi fatta da Bottai nel Pro memo­
ria del '44, estrapola ta - con qualche variazione - d a l
d iario; è l a versione, sostanzialmente corretta, che il gerar­
ca vuole consegnare ai vincitori, i quali, come ben sa, scri­
veranno la storia:
Mussolini tentò subito di <<i n terrare» la d iscussione, portandola
sul terreno militare con riferimento specifico agli avvenimenti sici­
liani . . . . Il d iscorso di Mussolini parve, e fu, fiacco, giù di tono, pri­
vo dell'abituale incisività e organ icità. ln sintesi, egli mirò a dipin­
gersi come u n capo m i l i ta re tra d i to da abituale menzogna, non
ascoltato nelle sue profetiche i ntuizioni tecniche e strategiche, spes­
so disobbedito; ebbe punte velenose contro Rommel; e contro Gra­
z i a n i . Si scolpò della d isfatta di El Alamèin, asserendo che egli
l'aveva prevista; e aveva invano consigliato u n arretramento pre­
ventivo su più solide basi . Esaltò la sua <<invenzione» di Pantelle­
ria. Espose, molto confusamente, la situazione in Sicilia, contraddi­
cendosi di continuo sulla d islocazione delle forze e nei giudizi sui
comandanti. Mostrò d i credere ad una possibile resistenza sulla li­
nea San Fratello-Bronte-Ran dazzo-Acireale-Etna; e di accedere al
parere dello S. M . che gli alleati non avrebbero operato lo sbarco
sulla penisola. Anche della d islocazione in questa delle forze nostre
e tedesche d iede vaghe e contraddittorie notizie; e accennò a mezza
voce di rinforzi, promessi dal Fuehrer a Feltre. Impostò, quindi, la
tesi della necessità d el la resistenza; e conchiuse con il lati netto:
<<Pnctn su n t servnnda>>.
I nterloquirono, subito dopo, De Bono e De Vecchi su argomenti
tecnici. Ma l'opposizione vera e propria aprì il fuoco col d iscorso d i
Bottai che, d opo aver deplorato l a lunga vacanza del G. C. dimo­
strò avere Mussolini stesso, con la sua relazione, provata l'impossi­
bilità della resistenza; e non esitò a stigmatizzare l'imperizia evi­
dente del suo comando.

In effetti Bottai ebbe un ruolo essenziale. I ((congiurati»


avevano preparato u n ordine di intervento e anche una
divisione dei compiti, nel caso d i opposizione. ((Cervello
lucido fra tanti esagitati», secondo la definizione di Gior­
gio Bocca,s3 Bottai scavalca immediatamente le questioni
tecnico-militari poste da Mussolini e apre la strada a
Grandi, determinando i l vero volto della seduta. Come
210 Giuseppe Bottai, fascista

scrive lo stesso Bottai, avanza «da un punto di vista politi­


co, esclusivamente, tre proposizioni o rilievi» :
Primo: l a tesi dello Stato Maggiore, secondo c u i il nemico non s i
dirigerebbe, occupata l a Sicilia, sulla penisola, non mi appare plau­
sibile. Il nemico si troverà d innanzi ad una scelta tra una direttiva a
grande raggio strategico, che lo porterebbe o nella Francia meridio­
nale o nel cuore dei Balcani, e una direttiva, che chiamerò strategico­
politica, che lo porterebbe a ll'occupazione dell'Italia peninsulare.
La prima sarebbe, senza dubbio, strategicamente più redditizia; ma
a più lunga scadenza; la seconda sarebbe, a più breve scadenza, più
redditizia politicamente. Saprà il nemico resistere ai vantaggi imme­
diati di quest'ultima per il suo prestigio, quando neppure Hitler,
giunto con le sue armate sulla Manica, seppe resistere all'attrazione
di Parigi? L'I talia significa Roma. E questa, in una guerra che tu hai
definita «di religione,,S4 gli offrirebbe il destro d'occupare la prima
sede dell'avversa religione politica in campo.
Secondo. Questa mia convinzione, dell'interesse morale del ne­
mico a occupare la penisola, mi porta a considerare quel dispositi­
vo di difesa, che tu ci hai sommariamente descritto. È l'Italia prepa­
rata a ricevere l'urto? Solo questa domanda dà un senso concreto
all'altra da te postaci: guerra o pace. Ebbene, venuti qui, tutti io cre­
do, con l' idea ben ferma della necessità della resistenza, dobbiamo
confessare, o almeno io lo debbo, che è la tua relazione a darci la
sensazione, che una difesa tecnicamente efficace della penisola non
è possibile. Al quesito, che tu ci hai posto, hai dato tu stesso una ri­
sposta negativa. La tua relazione è stata una ben dura mazzata sul­
le nostre ulti me illusioni o speranze.
Terzo. Tu ci hai, da un Jato enunciata una serie di inconvenienti,
d'errori, di disfunzionamenti, che caratterizzano la compagine del­
lo Stato Maggiore e, nel suo insieme, tutto il nostro apparato milita­
re; dall'altro, una serie di tuoi apprezzamenti, suggerimenti e ordi­
ni, circa i p i a n i di costruzioni e armamenti bellici, o progetti
d'operazione, che i tecnici responsabili non hanno tenuto i n consi­
derazione o eseguiti. Il che significa che tra i due lobi del cervello
della nazione in guerra, non v'è organica connessione, non v'è ac­
cordo, non v'è armonia e che la parte poli tica del comando non ha
sulla parte tecnica l'ascendente necessario a imporre le sue decisio­
ni. Dunque, un tarlo corrode nelle sue fibre stesse il nostro sistema
di comando.
Queste tre osservazioni mi portano a concludere che a una d i­
chiarata impotenza tecnica a sostenere l'attacco nemico sulla peni­
sola noi opponiamo un apparecchio di comando inefficiente. 55
U11 giorno 211

L'ultimo aggettivo, in realtà, nel diario è «tarato». Bottai


sostiene di avere parlato «ininterrotto e con accento assai
calmo, sotto lo sguardo attento di Mussolini». Il duce inve­
ce, in Storia di un anno, definì il discorso di Bottai di «accesa
adesione» e, a proposito del suo intervento successivo,
scrisse: «Ripresero la parola Bottai, ancora più eccitato, e
Cianetti».s6 L' insistenza di Musso lini sull'eccitazione di
Bottai57 vuole certo sottolinearne l' importanza nel «tradi­
mento»: l'ex ministro, infatti, era noto per la sua compassa­
tezza.
Dopo che Bottai aveva accusato l' «apparecchio di co­
mando», G randi ne propone la sostituzione. Nel Pro me­
moria Bottai riassume così l'intervento e quelli successivi:
Fu, quindi, la volta di Grandi, che portò risolutamente l'attacco
sul terreno politico, facendo uno spietato esame della dittatura, a
cui risalgono le responsabilità d i decisioni sottratte a ogni disamina
degli organi costituzionali; e rivendicò la prerogativa sovrana. Do­
po brevi querule auto-difese di Polverelli, la cui insipienza G randi
aveva bollato a fuoco, prese la parola Ciano, che documentò la se­
rie di violazioni dei patti, di trad imenti, e di mancamenti alla paro­
la data da parte dei tedeschi. A d i fesa dei quali insorse Farinacci,
presentando un suo ordine del giorno, esaltante l'alleanza e invo­
cante la restituzione al Re dei (soli) poteri mili tari. Poi, De Marsico,
che sostenne il ritorno i n tegrale al Sovrano dei suoi poteri, anche, e
soprattutto politici. Lo seguì Federzoni, che illustrò le ragioni della
<<i mpopola rità» della guerra. Dopo breve sospensione parlarono
Bignardi, per aderire all'ordine del giorno Grandi-Bottai; Bastiani­
ni, assai esplicito nel sostenere la necessità di deporre le a rmi e cer­
care una soluzione politica della crisi; Tringali-Casanova, Biggini,
Galbiati, contro l'ord ine del giorno dell'ormai delineatasi maggio­
ranza. A questo punto, il colpo di scena Scorza, che inopinatamen­
te prese posizione pure contraria, con un violento d iscorso ultra­
mussol i n iano. De Stefani, A l fieri, Acerbo dichiara rono la loro
adesione alla maggiora nza. Suardo piangendo ritirò la sua, Cianet­
ti vacilla. E altri. Muto, ma pieno di acre sprezzo pel Capo nelle sue
sommesse mormorazioni Buffa rini, che infine votò contro l'ordine
del giorno maggioritario.

Il discorso di Scorza e alcune velate minacce e a ltrettan­


to velate promesse di Mussolini avevano scosso molti
212 Gi11seppe Bottai, fascista

partecipanti. Come nota Gianfranco Bianchi, questo «Po­


trebbe essere il momento in cui a Mussolini . . . riesca anco­
ra, rapinosamente, di capovolgere la situazione volgendo­
la a suo favore » . ss Bottai avverte più di tutti che i l
momento è cruciale e che s i tratta di tirare definitivamen­
te gli indecisi da una parte o dall'a ltra; nel Pro memorin si
descrive così: «Il Bottai, prendendo d i petto gli incerti, e,
in ispecie Scorza, concluse con la perentoria affermazione
di rimettere al Re la suprema decisione» . Il suo intervento,
più che «di petto», fu abile e si rivelò determinante: dopo
avere sostenuto - senza crederlo - che i tre ordini del gior­
no non differivano di mol to, si pronuncia per quello di
G randi, perché è giusto che la suprema decisione spetti al­
l a Corona; un concetto arrischiato e subito coperto con
l'affermazione della necessità di direttive unitarie tra re e
duce.
Con d i versità d'accenti, d i motivi, d i frasi, tutti concordemen te,
da noi a Farinacci e a Scorza, con i loro ord ini del giorno, vogl iamo
la resistenza: dei modi e dei limiti d i questa decideranno gli orga ni
responsabili . . . . Discordia mo, questo sì, nella valu tazione dei mez­
zi; e, più a ncora, delle reciproche responsabilità, nostra e del nostro
alleato. A l trettanto concordi siamo, tutti, nel chiedere il «ripristi­
no>>, d iciamo noi e Farinacci, le necessarie <<riforme>> d ice Scorza,
degl i istitu ti atti a garantire un'unitaria e responsabile azione di go­
verno. Oggi non si tratta di riformare, ma d'applicare le leggi che ci
sono. E vengo a ll'ulti ma parte dell'ord ine del giorno: l'appello al
Re. Ampio e totale nel nostro, con un'inaccettabile limitazione al
campo militare i n quello d i Farinacci . Sensibi le di fferenza, che però
sembra annullarsi ove si consideri che, quando sia rivolto al Sovra­
no, a nche un mezzo appello diviene in tiero, abbraccia ndo la som­
ma delle sue preroga tive. Scorza, i nvece, mostra d i ri tenere risolu­
bile in sede di partito e di regime una crisi che, investendo tutta la
nazione nei suoi in teressi storici, non può che essere prospettata
nella sua i nterezza alla suprema decisione della Corona. Noi vo­
gliamo che visibilmente e sensibilmente s'attui in quest'ora grave
quell'unità di d irettive tra Re e Duce, che è garr mzia della congiun­
ta salvezza della nazione e del regime. S'l

Dopo di lui si alza ancora Grandi. Polemizza con Scor­


za - negandogli il diritto di parlare o nome del partito - e
Un giomo 213

soprattutto con Mussolini, che accusa fra l'altro d i ricorre­


re ai ricatti sentimental i; respinge la proposta Suardo di
riunire in un unico ordine del giorno i tre presentati; e
chiede più volte che il suo venga messo ai voti per appello
nominale.
Alle 2 del 25 luglio l'ordine del giorno Grandi viene vo­
tato: 19 favorevoli, 8 contrari e un astPnuto.
Mussolini se ne va e quasi tutti gli a ltri, sconvolti, si ra­
dunano in capannelli per il salone a commentare. Balella
domandò a Bottai cosa avesse Buffarini-Guidi da ridere e
bofonchiare al suo orecchio durante la seduta e la risposta
fu: «Ma niente . . . è un fesso»;6o giudizio non errato se si
pensa che Buffarini-Guidi, supermussoliniano che avrà
grosse responsabilità nella RSI, durante la seduta ironizza­
va sottovoce su tutto quanto diceva Mussolini.
Poi Bottai sale in auto con Ciano, che lo accompagna a
casa.
Qualcuno riferisce che a l l ' uscita di Palazzo Venezia
Buffarini-Guidi abbia detto a l portiere che gli chiedeva co­
me fosse andata: «<l Duce non è più lui» . Secondo lo stes­
so portiere Bottai avrebbe aggiunto: «Stavolta l'abbiamo
fatta a l vecchio», ma la fonte è poco credibile. 61

Nel Pro memoria del luglio 1 944 Bottai scrisse che i più
attivi fautori dell'ordine del giorno Grandi
m irarono d iret tilmente ill centro del problema politico i taliano:
che era lil dittil turil. La dittil tura aveva voluto la guerra: bisognava,
quindi, colpire la di tta turil, per poter rivedere tu tta la nostra politi­
ca di guerra e per imprimerle il corso più consentaneo agli i nteressi
dellil nazione.
Non c'era che un modo: ilppellélrsi al Re. Il Re aveva legittimato
il filscismo: al Re spettava di deciderne le sorti. I 1 9 tornavano alle
fonti dellil costituzione, non per un astuto calcolo d i connivenza tra
il Re e un félscismo non più mussoliniélno, ma per omaggio alla co­
stituzione stessa. Rimettendo al Re i poteri militari e la suil alta po­
test� di decisione politica - così suonava l'ultimo commil del loro
ordine del giorno -, essi intendevano liberarlo déli ceppi della di tta­
tura, ilnche col proprio inevitilbile Silcrificio.
214 Giuseppe Bottai, fascista

Di tutti gli atti, quindi, che si sono successivamente svolti intor­


no all' istituto monarchico per gettare le basi d'una ripresa della vi­
ta costituzionale del Paese, quello dei 1 9 fu il primo. Non fu l'ulti­
mo tenta tivo di salvataggio del Fascismo; fu il primo passo della
nuova situazione. 62

Quest'ultima tesi d i Bottai è - ancora oggi, dopo più d i


mezzo secolo - del tutto ignorata, perché la retorica
dell'antifascismo resistenziale non può accettare la verità
ovvia e palese che il primo atto con tro il regime venne
compiuto da gerarchi fascisti.63 Ma al Bottai del dopo-re­
gime - più che difendersi dall'accusa d i «fascista» degli
antifascisti - preme difendersi da quella d i «traditore» che
gli viene indirizzata sia dai «vecchi » fedelissimi della Re­
pubblica d i Salò sia d a i membri del MSJ . L'accusa era
un'eredità !asciatagli da Mussolini, che fra i votanti del 25
luglio aveva distinto tre gruppi: gli ignari, i complici e i
traditori, ossia Grandi, Ciano e Bottai. Con Ciano fucilato
e Grandi rifugiato in Brasile, il peso della polemica toccò
quasi tutto a Bottai, che però la rifiutò sempre:
Noi abbiamo agito secondo la nostra fede di fascisti e di i taliani.
I talia e Fascismo non erano mai stati per noi i due corni d'un tor­
mentoso dilemma. Lo erano, invece, d ivenuti I talia e parti to, I talia
e fazione, Italia e dittatura; la scelta per noi non poteva essere dub­
bia, se proprio il Fascismo ci aveva insegnato a subord inare la par­
te alla Patria.
E d'avere così scelto, io ho oggi una pacata fierezza. Direi, se fos­
se possibile unire due parole così opposte di senso, una rassegnata
fierezza: che mi d ispone cioè, a considerar con molta indu lgenza
incomprensioni, accuse, perverse invenzioni, di chi in buona fede
ha seguito altra via. Non è più a nord o più sud, che ciascuno ha
meglio d i feso la Patria. L'ha difesa, e se l ' ha difesa, nella propria
coscienza: il solo tribunale che possa riscattarci dai nostri umani er­
rori . . . .
L'ora suonata i n c u i tutte l e responsabilità dovevano essere as­
sunte, agimmo alla luce del sole, nella sede e nei mod i che a noi la
costituzione fascista attribuiva . . . . Ten tativo estremo, non d i salvare
il Fascismo com'era, ma di riportarlo, con rimedi drastici, alla sua
genuina essenza e costituzione, svoltosi attraverso prese di posizio­
ne chiare, individuate, sostenuto a viso aperto, senza infingimenti e
raggiri.64
Un giorno 215

A proposi to del « tradi mento» Zangrandi scrive che


«Proprio per essere stato sempre un fascista critico, Bottai
si sentì autorizzato più di ogni al tro a muovere appunti
severi a Mussolini . Ma oltre a rifiutare qualsiasi sugge­
stione cospirativa, gli ripugnava l'espediente di sceverare
le responsabilità» .6s
Negli anni Sessanta Gianfranco Bianchi approfondì,
con i principali protagonisti ancora viventi, i l tema del
tradimento e della rottura del giuramento di fedeltà al du­
ce prestato da ogni fascista. De Marsico, Grandi e Feder­
zoni respinsero l'accusa nel modo più deciso e con argo­
mentazioni varie e valide.66 Del resto anche il generale
Renzo Montagna, il giud ice del processo d i Verona, in una
pubblicazione postbellica scarta l'ipotesi del tradimento.67
E giusta, insomma, la conclusione di Bianchi: «Tra il fasci­
smo - forma di regime storicamente peritura - e la Pa tria,
sentimento perenne, fu scelta quest'ultima».68

La mattina del 25 Bottai va nell'appartamento d i Gran­


d i alla Camera e ci rimane mezz'ora. Secondo il suo Pro
memoria «unica loro preoccupazione si era, che Milizia e
Partito si fra pponessero alla risoluzione costituzionale
_della crisi. Grandi si era limitato a far pervenire al Re l'or­
d ine del giorno, nella tema che potesse essergliene sottrat­
to il testo autentico. E basta: nessuna udienza, nessun con­
ta tto, nessuna intesa . Durante il loro colloquio s'avvertì
Grandi che era cerca to da Mussolini, ma egli si rifiutò
d'andare». I due si vedono ancora la mattina del 2 agosto,
e Bottai scrive nel Pro memoria: «Fu in questa occasione,
che questi ebbe ad assicurarlo di non avere mai avuto
contatti preventivi col Re contrariamente a quanto si co­
minciava a vociferare» . Ma Grandi mentiva . La domanda
gli era già stata posta da De Bono e nel Pro memoria Bottai
annota che Grandi « . . . negò, sul suo onore di soldato, a ri­
chiesta di De Bono, di aver avuto, prima del G. C. incontri
col Sovrano», il che è sostanzialmente vero: incontri diretti
non ce ne furono e l' «onore di soldato» era salvo.
216 Giuseppe Bottai, fa�cista

«La ma ttina del 25 luglio», ricorda la figlia Viviana, Bot­


tai «era quasi sicuro che da un momento all'altro sarebbe­
ro venuti a prenderlo per arrestarlo. Uscimmo insieme e si
guardava i ntorno con la quasi certezza d i essere segui­
to». 69 A sera viene a sapere telefonica mente da Nasti che il
re ha «accettato le dimissioni» di Mussolini; solo allora ca­
pisce perché non è stato arrestato e se ne esce con un - ba­
nale e sorpresissimo - «Accidenti . . . ».7o In segui to, secondo
il Pro memorin,
r i p rese la sua vita normale di raccogl i mento e di stud i uscendo
solo di rad o per reca rsi a l l a redazione della sua r i vista, onde a ppre­
starne la l i q u idazione?l . . . Si a ppa rtò volonta ri a m en te; e non vol le
avere conta t t i con nessuno dei <<personaggi» coi q u a l i a vevil operil­
to, proprio per non aver l'a ria di seguitare neppure con mormora­
zioni, un complotto, che non c'era mai stato . . . . A i poch i a m ici che
venivano a trova rio, in ispecie ai più gi ov<J n i , a l q u a n to d isorientati,
non fece che ri petere il suo con v i nci mento: essere necess<Jrio consi­
dera re la n uova s i tu a zione con molta ca l ma, e segu i rla nei suoi svi­
l u ppi, che non avrebbero potu to verificarsi che a s i n i stra, verso for­
me sem pre p i ù d i chi arata mente e schiett<Jmente d em ocril tiche.

Nel diario scrive però che l'Italia non è ancora pronta


per la democrazia, ed è il suo vero pensiero; la libertà è
possibile solo quando non ci si trovi in stato di necessità, e
l ' I talia si trova pienamente in questo stato: «Necessi tà è
organizzazione razionale meticolosissima d'ogni sforzo e
risorsa; è, quindi, disciplina, ordine, comando centralizza­
to, autorità e, pu rtroppo, dittatura. Di destra o di sinistra,
non importa».n Così non si mostra ostile al nuovo gover­
no, che era appunto d i ttatoria le, e ind irizza a Badoglio
quella che Zangrandi definisce una «lettera deferente» .73
Non ne conosciamo il testo perché è andato distrutto in­
sieme all'archivio del maresciallo, ma Bottai stesso ne la­
scia intuire il contenu to in una pagina di Ven t 'n n n i e 1 1 11
giorno, quando spiega che il 26 luglio
M usso l i n i d a va l ' esem pio a i fascisti di come la sovrana decisione
dovesse essere accolta. « Desidero» - eg l i scriveva - «assicura re a l
M a resciallo Badoglio, anche i n ricordo del lavoro i n comune svol to
Un giomo 217

i n altri tempi, che da parte m ia non solo non gli verranno create d i f­
ficoltà, ma sarà data ogni possibile collaborazione.>> Un esempio che
Milizia e partito prontamente seguirono, mettendosi agli ordini del
nuovo capo del Governo. Che questi, poi, d i tale disciplinato a tteg­
gia mento facesse l'uso che fece, nel d issennato proposito grossola­
namente militaresco, di liquidare i n quarantacinque giorni più che
venti anni d i storia, e d i u na storia a cui egli aveva responsabilmen­
te, e si direbbe, lautamente collaborato, è altro d iscorso?4

Bottai dunque si a ppel la assurdamente al comporta­


mento di un uomo, Mussolini, che aveva ri tenuto non più
capace di guidare la nazione. Più logica appare l'altra sua
argomentazione sullo stesso tema : «Del 25 non possiamo
che riconoscere nella sua legittimità l'iniziativa del Re, da
noi invocata . . . a nche se nelle forme, e nella materialità
della soluzione prescelta, diversa da quella da noi indica­
ta e repugnante al nostro animo».75
Badoglio, comunque, non voleva aiuti dai gerarchi. Per
cominciare - lui, il primo arricchito del regime - istituisce,
in agosto, una commissione d'inchiesta sugli arricchimen­
ti illeciti: a nche Bottai viene i ndaga to senza che si trovi
niente a suo carico. Le successive commissioni, del '44 e
'45, indicheranno così la sua situazione patrimoniale: due
appartamenti a Roma, d i cui uno ereditato dalla moglie; i l
Casale Pilozzo a Frascati, con d ieci ettari di terreno colti­
vato; varie opere di artisti contemporanei; tre libretti di ri­
sparmio di lire 1 5.000 l'uno intestati ai figli; un quarto li­
bretto di lire 400.000, aperto dalla moglie fin dal ' 1 7, fu
usato dal '43 a l '48 dal sequestrariato governativo per le
spese e gli ali menti familiari: in tutto 445.000 lire di liqui­
do corrispondenti a circa 360 milioni del 1 996.
Alla fine di agosto viene accusato - senza fondamento ­
di complottare contro lo stato: Badoglio cerca così di sba­
razzarsi dei maggiori gerarchi. La mattina del 27 agosto
un giovane ufficiale dei carabinieri girò tutta Roma per
arrestarli: «Faccia pure con comodo>>, d isse quando arrivò
il turno di Bottai, «aspettiamo la macchina di ritorno da
Regina Coeli. Una macchina sola e con tanto lavoro>> .76
XI

«IL MIO COMPITO ORA È DI PATIRE»1

C'è una colonna passiva nel bilancio delle mie responsabi­


l i tà, e io farò sempre onore alla mia firma. 2

La mia vita pubblica è, se Dio vuole, finita. Non me ne ram­


marico, bada. Né d'averla vissuta, né che sia chiusa mi dol­
go. Furono venticinque anni d ' i m prese m i l i tari e poli tiche,
in cui diedi il meglio di me. Idee giuste e generosi errori v i
s'al ternarono e mescolarono; e se la m i a coscienza critica
non mancò d'avvertirmi d'alcuni di questi, o non l i vidi tut­
ti, o non l i valutai nella loro esatta portata o m'illusi che la
bontà d'alcune di quelle me ne avrebbero riscattato. Non è
stato così: la punizione è venuta e l'accetto virilmente.3

A Regina Coeli un prigioniero comune, ogni volta che lo


incontra, si ferma, incrocia le braccia e scuotendo la testa
declama: «Carta del Lavoro, Carta della Scuola! . . . ». Un al­
tro, celebre scassinatore, apprezzando le capacità organiz­
zative dell'ex ministro gli propone di mettersi in società.
Vive in carcere 1'8 settembre, ed è ancora lì quando i te­
deschi liberano Mussolini e occupano Roma. Un amico,
per salvargli la vita, si rivolge al capo della polizia Senise,
che firma l'ordine di scarcerazione per lui e per altri politi­
ci. All'uscita il funzionario del carcere ha un momento
d'incertezza, perplesso sulla validità dell'ordine, visto che
i poteri sono passati ai militari tedeschi, ma poi lascia cor­
rere. Bottai passa qualche ora a casa con i familiari, Cabella
e Vecchietti. Cabella, presentendo le persecuzioni naziste,
lo convince a nascondersi immediatamente. Il pomeriggio
stesso infatti le ss vanno ad arrestarlo, guidate dal profes-
«Il mio compito ora è di patire» 219

sor Sieberg, che prima insegnava tedesco a vari gerarchi


ma soprattutto era un ufficiale delle ss in servizio presso
l'ambasciata del Reich. Bottai si è già rifugiato da Vecchiet­
ti, sull'Aventino: un nascondiglio poco sicuro che deve la­
sciare dopo quindici giorni. Mentre la sua famiglia, ricerca­
ta per essere tenuta come ostaggio, si divide fra collegi e
istituti religiosi, lui trova ospitalità per tutto ottobre e no­
vembre in casa di un suo ex autista. Intanto tra i fascisti si
diffonde la voce che sta combattendo in Jugoslavia, con i
partigiani, poi che è sbarcato nelle Marche o in Romagna.
N el 1 944 la radio della Repubblica di Salò darà anche la no­
tizia della sua cattura e della sua fucilazione.
L'Italia è ormai frantumata in due governi, due eserciti,
due invasori che condividono, insieme alle brigate parti­
giane, un solo scopo: arrestare i d iciannove membri del
Gran Consiglio che hanno votato l' ordine del giorno
Grandi, traditori per gli uni, criminali fascisti per gli altri;
un contrappasso che sarebbe piaciuto a Dante, venire
odiati da tutti per non essere stati abbastanza decisi e tem­
pisti nell'azione. 11 1 3 ottobre 1 943 il Consiglio dei ministri
della Repubblica sociale italiana istituisce per loro un tri­
bunale speciale.
Anita Ferrari - che come segretaria dell'Associazione
educatrice internazionale è molto vicina al Vaticano - ri­
chiama l'attenzione di Pizzardo, Tardini e Montini sul suo
caso: con il nulla osta di Pio X II, Bottai viene preso sotto la
protezione della chiesa, in quegli anni pronta ad aiutare
tutti, gli ebrei come più tardi i loro persecutori nazisti. Do­
po un trasferimento a bordo d i un camion carico di verdu­
re, viene ospitato prima in un convento di suore presso
Castelgandolfo, poi dai padri scolopi di Santa Maria del
Pian to, nel ghetto d i Roma. Durante i l secondo sposta­
mento il furgone sul quale si trovava con a lcune suore ­
vestito da prete e senza documenti - viene fermato dalle
ss, che però non lo scoprono. Infine, dal febbraio a l 4 giu­
gno 1 944, viene nascosto in un convento di gesuiti presso
piazza Sant'Ignazio.
220 Giuseppe Bottai, fascista

Non sentì i l disagio della vita claustrale. Al termine di


u n lungo percorso di avvicinamento a l cattolicesimo, era
ormai giunto a una fede profonda.4 Nell'allontanamento
da Dio adesso vede una causa delle colpe della classe diri­
gente fascista. Scrive nell' aprile 1 944: «Forse questo
mancò a me e a molti della mia generazione: i l riferimento
continuo, profondo, spontaneo, d irei quasi disinvolto,
non puramente rituale e devozionale, a Dio».s E un mese
dopo: «lo sento che la nostra salvezza [degli italiani] non
ci verrà dagli uomini, e non so farmi avvocato davanti a
Dio dell'un campo o dell'altro. Sia fatta la Sua volontà,
che è sempre per i l meglio. Che Egli condu ca il nostro
Paese a una via di liberazione, non soltanto territoriale ma
morale».6 Poi, dalla Legione straniera: « Non c'è disperazio­
ne in me: se non nel senso, che ho consumate e distrutte
tutte le speranze effimere, provvisorie, l imitate nel tempo;
e, in loro luogo, m 'è nata den tro la speranza, sorella alla Fe­
de e alla Carità. Con codesta virtù operan te nell'anima,
che importano e importeranno le difficoltà numerabili a
giorni e a mesi? La speranza, ch'è da Dio, ci consente di
guardare imperturbabili il vacillare o cedere delle speran­
ze, che sono dagli uomini».?
È il tempo della meditazione. Ciano, De Bono, Gottardi,
Marinelli, Pareschi sono stati fatti fucilare alla schiena dal
«Capo», Cianetti è stato condannato a trent' anni, morti
anche Gentile, Muti e Cavallero. Vittorio Emanuele III in
fuga, Mussolini definitivamente vassal lato da Hitler, par­
tigiani contro fascisti e viceversa, fascisti a caccia di altri
fascisti; il comunismo, che vent'anni di fascismo avrebbe­
ro dovuto cancellare, dilaga. Bottai assiste allo sfacelo cui
il regime ha condotto l'Italia e si sente colpevole di non
avere fatto abbastanza per evitarlo, ma rifiuta di essere
condannato a priori per essere stato fascista. Scrive in con­
vento: «C'è un'espressione popolare assai efficace, che
suona pressapoco così: sopportare in santa pace. Ecco la
pazienza che si chiede a un vero uomo: una santa pazien­
za . . . . La sua è una pazienza risanatrice e riparatrice. An-
«Il mio compito ora è di patire» 221

che nella più tranquilla e sicura coscienza del l a propria


innocenza formale e giuridica nei confronti degli uomini
che lo condannano, avverte guanto vi sia d'espiatorio nel­
la sua propria pena. Espia anche l'errore dei suoi giudici,
tanto più quanto più partecipò del sistema che a cotesto
errore li indusse». s
La sua è una riflessione incerta, a volte contraddittoria,
alla ricerca di un male che - dopo così poco tempo ed es­
sendo tanto coinvolto - non può individuare con chiarez­
za. All'inizio non vede ancora i l male del fascismo e ne cer­
ca i mali interni, vagando fra una causa e l'altra. Ora accusa
il mussolinismo: «Due le personae drnmatis: il mussolinismo
e il fascismo, in apparenza concordi, fino a dare l'illusione
d'una identità, a volta a volta esal tata o deprecata: in realtà
sempre in lotta l'uno contro l'altro, per opporre a un cre­
scente potere personale le leggi d'uno sviluppo logico d i
principii e istituti».9 Poi accusa direttamente Mussolini: « I l
fascismo era sulla buona strada, ma il suo Capo non ha
avuto la convenienza personale [corsivo mio] di percorrerlo
fino in fondo. Del potere centralizzato politicamente e de­
centrato al massimo sul piano sociale-economico, egli, i l
Capo, non ha sviluppato che i l primo aspetto, puntualiz­
zando in se stesso il principio autoritario, che doveva esse­
re del sistema, snodato e fluente nelle sue articolazioni, dal
partito unico agli organismi della vita sociale e economica.
Non è vero che il partito avesse troppa autorità: non ne
aveva a lcuna, se non formalistica» . J O
Tra il 1 0 e il 1 5 aprile 1 944, d a l nascondiglio conventua­
le, scrive al figlio Bruno non ancora gua ttordicenne una
lunghissima lettera che ha il tono di un testamento spiri­
tuale e che egli stesso definisce una «confessione». Qui
punta il dito sull'intera classe dirigente fascista:
Noi fu mmo tratti a fidare soprattutto in noi; il che vuoi dire sul­
la nostra volontà, che ci fece ritenere illim i tata la nostra potenza
creatrice, più che sulla nostra coscienza, che ce ne avrebbe mostrati
i limiti. Di qui, il nostro «volontarismo», il nostro «ardi tismo>>, i l
nostro <<combattentismo>>, i l nostro «ducismo», che, ottimi moti i n
222 Giuseppe Bottai, fascista

sé a contrastare l'inerzia della vecchia I talia postrisorgimentale, ci


dettero una fiducia smodata nei mezzi p i ù estrinseci e immediati
d el l'azione poli tica . . . . I l nostro fare d iven tò, così, uno strafare; e
sdegnosi d i quella formula dei padri, secondo la quale la politica è
l ' a r te del possibile, operammo come se la politica fosse l'ar te
dell' impossibile, del meraviglioso, del m iracoloso. Da ciò la tragica
sproporzione tra i d isegni, accarezzati o mandati ad effetto, e le
reali possibilità, che ci ha portato a questo collasso spaventoso. Se i l
senso d e l d ivino fosse stato p i ù attivo in noi, sì da farci commisura­
re le capacità effettive di sacrificio e di sforzo degli uomini affidati­
ci, soggetti e non oggetti della politica, ai d isegni concepiti o messi
in a tto, noi a vremmo evitati quegli eccessi, che ci sembravano mi­
racoli; e non erano se non attentati proprio a quella d ignità umana
che volevamo d ifendere ed elevare nella nostra gente.

Nella stessa lettera traccia un chiaro profilo dei rapporti


regime-popolo, in cui «una volontà estranea alla massa
diviene regola e legge»:
<<Comba tten tismo>>, «volon tarismo>>, «ard i tismo», gruppi d'uo­
mini che, costretti, in momenti eccezionali, a surrogare con la loro
volon tà la comune volontà avvil ita o morta . . . , fin iscono col fare
d 'una tal surrogazione un metodo, u na dottrina, un sistema, in cui
l'imposizione di una volontà estranea a lla massa d iviene regola e
legge. Sostitu isci ai gruppi u n uomo, e a vrai il «ducismo>>, la vo­
lontà d i uno sistematicamente sovrapposta alla volontà generale,
che, ignorata, compressa, violentata, non solo non risorge o si riac­
cende, ma si d isanima e si a nnulla. Quando questo accade non ci
sono più cose grandi per un popolo, se per un ista n te si avverano,
non resistono, perché una cosa grande (un rinnovato impero, una
costituzione audacemente innovatrice, una guerra ideologicamente
rivoluzionaria, ecc., ecc.) e un popolo meschino, non più padrone
delle sue sorti neppu r nell'a mbito della famiglia, del suo comune,
d el suo mestiere, della sua cul tura, del suo sentimento religioso,
non fanno lega insieme, o fanno lega non durevole, soltanto d'ap­
parenza, in superficie.

Infine Bottai giudica se stesso all'interno del regime e


centra in pieno i due punti del problema: la colpa fonda­
mentale del fascismo e la propria, ovvero la «fondamenta­
le inconsiderazione della d ignità umana» del regin1.e e la
propria incapacità di opporre un «rifiuto netto, duro, pre-
«l/ mio compito ora è di patire» 223

ciso». È molto più di una confessione o di u n mea culpa: è


un'epigrafe posta sulla propria vita.
Io ho operato bene: solda to, ho osservato con severo scrupolo i
m iei doveri, e sono spesso andato al d i là del m io stretto dovere;
cittadino, ho servito onestamente il mio Paese; politico e uomo d i
governo, ho avuto vivo i l senso d ella responsabilità e serietà del
mio lavoro. Ma ho operato bene i n u n sistema sbagliato. Non sce­
vro, esso stesso, di bene, tutt'al tro, anzi in gra n parte, otti mo, in
qua nto rispond eva alle cond izioni storiche in cui sorse e si svolse;
minato tuttavia, da quella fond amentale i nconsiderazione della di­
gnità umana, d i cui ieri ti d icevo. Digni tà, che si chiama, a volta a
volta, libertà, giustizia, cultu ra, personale responsabilità, reciproco
rispetto, tra capi e gregari, consapevolezza nel comando e nell'ob­
bedienza, giusto equ i librio tra interessi individuali e collettivi, ecc.
S' io riconsidero la m ia opera di vent'anni, concludo che per co­
d esta dignità, in ogni sua forma, ho sempre comba ttuto . Ved evo
l'errore, e lo contrastavo, con gli scritti e con l'esempio. Credevo
che servisse. Fino all'ultimo mi sono illuso, che il mio atteggiamen­
to formasse corrente tale da opporsi a quella dominan te. Ho errato,
cioè ho combattuto l'errore con un errore, generoso quanto si vuo­
le, e già m ille volte commesso nella storia da quanti si lusingano
d'attenuare o rimediare, con la propria partecipazione i n buona fe­
de, ai malanni d ' u n cattivo ord i ne di cose, ma errore, irreparabile
errore. La verità avrebbe volu to al tro da me: il rifiuto netto, duro,
preciso. Non l'ho fatto. Perché? R ispetti umani falsamente i n tesi; e
più ancora, proprio quell'osti nata fedeltà, del cui difetto mi si vor­
rebbe accusare. Sono stato fed ele alla parola data, a nche quando
bene vedevo che i patti, per cui era stata da ta, s'eran mutati sotto
mano, a d u l tera t i , guasta t i . Errore, i rrepa ra bile errore. E ogg i lo
sconto.

Per quanto riguarda la vnlidità e la necessità storica del fa­


scismo, non basteranno altri decenni di studio e di dimenti­
canza per arrivare a una conclusione univoca e attendibile.
Invece si può già, senza dubbio, condividere il giudizio sul­
la «fondamentale inconsiderazione della d ignità umana»
del fascismo: proprio per questo è importante che Bottai
l'abbia espresso, sia pure parlando - riguardo a se stesso ­
d i «errore» e non d i «colpa », l'accanimento e la durezza con
cui, in seguito, volle espinre indicano più la coscienza di una
colpa che di un errore.
224 Gi11seppe Bottai, fascista

Il vero Bottai è quello segreto della lettera al figlio: l'al­


t ro, quel lo che dopo il '48 invocherà a sua discolpa «il
quotidiano sacrificare al compromesso, in vista di fini che
sfuggono al computo del giorno per giorno», un compro­
messo conosciuto da «tutti gli uomini di partito»,1 1 è un
uomo che deve difendere la propria esistenza dagli attac­
chi dei contemporanei. Ma la sua figura morale trae mag­
gior giovamento dalla lettera al figlio e da quanto fece po­
co dopo averla scritta.12

Il 27 luglio 1 944 un decreto luogotenenziale garantiva


riduzioni o annullamenti di pena agli ex gerarchi che si
fossero distinti combattendo contro i nazisti. Prima della
pubblicazione del decreto Bottai, in convento, legge su un
quotidiano che a Bagnoli è stato aperto un ufficio per l'ar­
ruolamento nella Legione straniera e dice a uno dei suoi
rari visitatori: «Ecco quello che mi piacerebbe fare» . Era
un desiderio quanto meno sorprenden te da parte di un
uomo quasi cinquantenne che poteva restare comod a­
mente al sicuro: gli altri gerarchi una volta riusciti a met­
tersi in salvo, ci restarono.
Anita Ferrari trova modo di aiutarlo tramite un ufficiale
del Deuxième Bureau francese che gli fa ottenere docu­
menti falsi e la possibilità di arruolarsi direttamente in Al­
geria senza passare per l'ufficio di Bagnoli. Ufficiale nella
Prima guerra mondiale, «generale» della marcia su Roma a
ventisette anni, luogotenente generale della milizia, colon­
nello degli alpini nel '43, viene arruolato come «legionario
di seconda classe» nel ' 44. In una lettera alla famiglia del 29
agosto, appena sbarcato ad Algeri, scrive: «A Dio non
chieggo di risparm.iarmi, ma di impegnarmi a fondo. Io vo­
glio, io debbo saggiare e far saggiare la mia lealtà verso
questo grande Paese che attraverso il combattimento, mi
schiude le vie a una riconquista della mia Patria».
La parola chiave della sua vita in quegli anni è esp iazio­
ne. Mentre sta combattendo contro i nazisti scrive ai suoi,
la vigilia del Natale del 1 944: «Questa quarta guerra mi
«Il mio compilo ora è di patire» 225

trova in uno stato d'animo ben d iverso dalle altre. Alle


giustificazioni politiche o eroiche è subentrata una vo­
lontà di sacrificio silenzioso: di me come uomo». E nella
primavera successiva : «Il mio compito ora è di patire e di
offrire a Dio, per la salvezza della mia famiglia (e se non è
troppo orgoglio, della mia Patria) la mia sofferenza . Io
espio oggi quel difetto di vigore criti.:o e di rigore morale
che mi ha impedito di oppormi con efficacia alla degene­
razione del fascismo».13
Condannato a morte in contumacia dal tribumale fasci­
sta di Verona, condannato all'ergastolo dall'Alta corte di
giustizia dell'Italia liberata, Bottai va in cerca di un'altra
sentenza : ancora la guerra come giud izio di Dio e, ora,
espiazione. Non sentendosi né traditore né criminale e vo­
lendo combattere contro i tedeschi ma non contro gli ita­
liani della RSI, non gli resta che la Legione straniera. Il suo
romanticismo epico e l'innato attivismo fecero il resto:
Questa ennesima cam pagna di guerra della mia vita m'era ve­
n u ta incon tro con i caratteri d'un' imperiosa necessità morale, cui
non avrei saputo sottrarm i . Una lu nga esperienza poli tica, nella
quale avevo avuto parte non secondaria e responsabi lità precise,
aveva aperto pel mio Paese una si tuazione, in cui i nodi di m ille
sofferte con tradd izioni venivano al pettine. Prima che nelle cose
codeste contradd izioni erano, lo sentivo, in me, nella sincerità stes­
sa della mia fede. La soluzione, che la storia me ne proponeva, era
ben d iversa da quella che per ven t'anni avevo idealmente perse­
guita : ma tra l'eluderla passivamen te e l'affrontarla attiva mente
non potevo esitare. 1 4

All'epoca l a Legione non era già più come l a tradizione


oleografica la descrive, rigorosa in maniera disumana e
banditesca più che militare. Era ormai un corpo moderno
e la disciplina, benché durissima, non contemplava più
punizioni selvagge. Ad ogni modo la maggior parte dei
20.000 legionari erano criminali o disadattati socialmente
o psicologicamente.
Bottai subisce molto il loro fascino. Nel 1 950 pubbli­
cherà Leg ione è il mio nome, un volume d i scarso interesse
226 Giuseppe Bottai, fascista

biografico e nessun interesse politico, perché parla quasi


soltanto delle regole del corpo, della sua babelica lingua e
dei suoi disperati personaggi, narrati con aperta simpatia:
è sedotto dall'idea che tutti si siano arruolati per fare giu­
stizia di se stessi15 e non ha mai una parola di condanna
verso quei mercenari privi del concetto di nazione o stato
o patria. Si lascia invece prendere dalla retorica di un cor­
po votato alla guerra e alla morte, insomma da quel dan­
nunzianesimo e futurismo deteriore che avevano caratte­
rizzato la mistica fascista.

A Sidi-bel-Abbès, dove è stato dislocato, comincia una


nuova vita per Bottai, anzi per Battaglia, come l'ha ribat­
tezzato l'amico che l'ha portato all'aeroporto. Davanti agli
scritturali della Legione completa i suoi dati anagrafici:
A ndrea Battaglia, nato a Montalto Uffùgo (paesino cala­
bro del suo cappellano militare nel 1 91 5- 1 8), età 44 anni (e
i l furiere, dopo avere dato un'occhiata di traverso al pre­
sunto quarantaquattrenne, nota astioso: «Comme d'habi­
tude, on se rajeunit! »), celibe che aveva avuto «qualche
piccolo guaio», professore di scuola media («vittima dun­
que, e non autore della mia riforma», scherza fra sé Bot­
tai). 16 La sera stessa un sottufficiale lo rimprovera perché
non ha spazzato bene il pavimento della camerata, rifilan­
dogli una concione sui doveri del legionario e concluden­
do, forse irritato dall'espressione - possiamo immaginare
- poco intimorita del legionario di seconda classe: «Tu sai
chi sono io?», «No, mon chef», «lo sono uno che qui ha
sempre ragione», «Per carità! Tu non sai che io vengo da
u n Paese dove tutto è andato i n malora perché c'era un
chef che la pensava così ! » .
In cambio del rifugio e dell'anonimato, la Legione chie­
de principalmente questo: «Soldat de métier, venu comme
volontaire pour servir dans un Corps d'élite, tu domine­
ras les partis et leurs luttes politiques par le culte de notre
drapeau. Evite avec le plus grand soin de le meler à une
manifestation politique quelconque». Bottai rispetterà i l
«li mio compito om è di patire» 227

patto persino nel suo libro sulla Legione dove, con orgo­
glioso pudore, evita soprattutto di raccontare le proprie
azioni di guerra.
Come già a vent'anni, dopo pochi giorni di addestra­
mento chiede di essere assegnato a un reparto in partenza
per il fronte («Non zelo militaresco, del quale alla mia età
avrei avuto pudore, ma desiderio d'andare fino in fondo
all'intrapreso cammino mi metteva il fuoco addosso» '?) .
Lo assegnano al l o reggimento straniero di cavalleria (che
si chiamava ancora così, pur disponendo anche di carri
armati), addetto alle due mitragliatrici di una vettura per
le ricognizioni avanzate. 1 1 20 settembre 1 944 il reggimen­
to sbarca sulla costa francese meridionale, a Fréjus, per
l'operazione che i comandi della Legione chiamano Libé­
ration et Allemagne: prima campagna d'Alsazia e dei Vol­
sgi, novembre-dicembre 1 944; seconda campagna d' Alsa­
zia, febbra io-marzo 1 945, che culmina con la presa d i
Colmar; campagna Reno e Danubio, aprile-maggio, che
conduce i legionari fino all'Austria attraverso le battaglie
di Philippsburg, Karlsruhe, Obergrombar, lago di Costan­
za e Vorarlberg.
Bottai - insieme a due francesi, un cecoslovacco e un
polacco - insegue i tedeschi in fuga nella pianura renana.
Il reggimento subisce gravi perdite, soprattutto nel supe­
ramento della linea Sigfrido e nel passaggio del Reno, tan­
to che il generale Delattre de Tassigny encomia solenne­
mente i superstiti: «Avete ritrovato la tradizione della
grandezza francese, quella dei soldati di Turenne, dei vo­
lontari della Rivoluzione e dei grognards di Napoleone».
Così Bottai è a nche riuscito a trovare un collegamento
personale alla Rivoluzione francese, a cui per vent'anni
aveva cercato di collegare i l fascismo.
Nel corso della campagna viene promosso legionario
scelto e poi, in rapida successione, caporale, caporalmag­
giore e sergente. A Marsiglia gli capita persino di essere
passato in rassegna, con gli altri, da De Gaulle. Alla fine le
sue note personali recitano: «En toutes circonstances, il a
228 Giuseppe Bottai, fascista

fait p reuve d'un a llant, d'une endura nce, et d'un sang


froid dignes d'éloges. Il était aimé de ses chefs et de ses
cama rades. C'est en bref un Légionnaire de cceur qui a
toujours servi avec honneur et fidélité».
Dopo la guerra, operato d'ulcera, viene relegato dietro
un tavolo a fare da scribacchino, da copista, da telefonista.
Una sera portò una trentina di lettere da firmare al co­
mandante del forte, che - un po' compiaciuto - disse al le­
gionario già ministro per quasi dieci anni: «Ah, tutte que­
ste firme! Voi non sapete che fa tica ! » . In quel periodo ­
gennaio 1 947 - Bottai confidò in una lettera all'amico Lui­
gi Migl iora nzi: «Sperimento il lavoro dall'altra parte: e
dall'obbedienza traggo gioie non minori delle a ltre. Per
non essere umiliati basta essere umili d i cuore; e questa
grazia il Signore me l'ha concessa». 1s
Passa le giornate, oltre che seguendo la routine militare,
scrivendo. Legge quel poco che è disponibile, soprattutto
Camus, Gide, Pasca!. Cerca anche di organizzare una bi­
blioteca (ma il primo frequentatore dichiara che le sue let­
ture preferite sono «Les livres cochons») e di approfond ire
il dialogo con i commilitoni, che ora lo chiamano spesso
«le professeur». Nonostante si sia fatto crescere la barba,
quasi bianca, ogni tanto qualche italiano si ferma a guar­
darlo domandandosi dove può avere già visto quel bnrbu
o bn rbichon.
Un giorno la stampa fra ncese dà la notizia della sua
presenza nella Legione, con tanto di fotografia e commen­
ti durissi mi. Sappiamo il resto - oleograficamente - da
G iorgio Vecchietti: «Nel cortile siedono a chiacchierare
dopo il rancio i legionari; ci sono coi giovani gli anziani
col giornale in mano, /es durs, Ics snlopnrds, i più tatuati e
animosi, i comunisti, gli anarchici, i ribelli per natura; la
conversazione si spegne all'improvviso, tutti fissano il
"professore" a lungo, poi gli sorridono come sempre, uno
o due si alzano e vengono a dargli una pacca affettuosa
sulle spalle. Il "professore" ha superato anche questo esa­
me, tira un sospiro di sollievo» . 1 '� La notizia del gerarca-
«Il mio compito ora è di patire» 229

sergente comunque è ghiotta e i giornali si sbizzarriscono:


quando non lo danno per morto in Africa, Europa o Asia
raccontano che sta raccogliendo uomini nella Legione per
vendicare Mussolini e Hitler. Bottai invece scrive: «Il mio
ritorno alla vita civile, privata, non sarà mai un ritorno in­
dietro».2o
L'ingaggio scade nel luglio 1 948 e Bottai pensa di recar­
si in Francia o in Svizzera e trovare lavoro in una casa edi­
trice, ma nel novetnbre 1 947 viene amnistiato dalla giusti­
zia italiana e al termine della ferma può rientrare a Roma.

In Italia la sua permanenza nella Legione, durata quat­


tro anni, gli ha creato intorno un a lone di leggenda . Scrive
I talo Pellicano, forse il collaboratore che gli fu più vicino
nel dopoguerra: �<Ognuno, al suo rientro a Roma, gli ave­
va, nella propria fantasia, assegnato un ruolo. Chi voleva
che si mettesse alla testa degli ex fascisti nazionali; chi lo
vedeva sulla tolda della navicella monarchica, chi ram­
mentandosi della sua calda azione sociale e corporativa
durante il fascismo, auspicava che desse vita a un sociali­
smo nazionale o a qualcosa del genere. E chi perfino va­
gheggiava che offrisse un appoggio, dal di fuori, alle na­
scenti correnti di destra della Democrazia cristiana».2 1
In effetti pensava a un «socialismo nazionale o a qual­
cosa del genere». Nel 1 944-45 aveva meditato a lungo sul
futuro politico dell'I talia e riteneva che potesse realizzarsi
quel suo sogno vagheggiato fin dai tempi delle corpora­
zioni: «Uno stato di destra con una struttura economica e
sociale di sinistra» .22 Aveva scritto, nel Pro memorin del lu­
glio 1 944:
N essun dubbio, che la storia legittimi, oggi, un moto antifasci­
sta. Ma la stessa storia ha a suo tempo, legittimato il moto fascista.
Due processi storici, che si susseguono e s'in tersecano nei loro mo­
tivi. Pensare d i costringere il confronto di codesti d ue processi sto­
rici, così necessario a un'ordinata ripresa della vita nazionale, entro
i termini d i un' istruttoria, d i procedura e di d ibattito d'un processo
230 Giuseppe Bottai, fascista

giudiziario, in cui l'uno rappresen t i l'accusato e l'altro l'accusatore,


significherebbe preparare il terreno a nuovi equivoci.

Nel giugno 1 945, in una lettera alla famiglia, sogna di


avere un ruolo nella vita politica del paese, ma conclude:
Farneticamenti, sì, lo so, perché quel sognato a ttimo di libero di­
battito non mi sarebbe concesso; o se concesso, il Paese non ne
avrebbe conoscenza, attraverso le falsificazioni d'una stampa as­
servita, ove militano e scrivono parecchi di coloro, che oggi si fin­
gono o d emocra tici o socialisti o comunisti per far dimen ticare
d'essersi finti fascisti. Farneticamenti. Eppure codesto attimo di li­
bero dibattito quanto gioverebbe a l lo stesso antifascismo, alla ne­
cessaria consapevolezza del suo compito storico, concorrerebbe a
depurarlo d el carattere negativo e distruttivo d i tutte le reazioni,
fatte di rancori o di vendetta, per arricchirlo d'una verità positiva e
costruttiva d i superamento, per imprimergli una spinta in avanti . . .

Aveva ragione, e solo oggi - dopo cinquant'anni e dopo


venti di «revisionismo» storiografico - è possibile render­
sene conto. A l termine della Seconda guerra mondiale
quel fascismo di cui per oltre due decenni si erano cantate
le lodi e denunciati gli abomini, d ivenne un tabù. Nessu­
no ne parlava, nessuno lo analizzava: soltanto la sua fine,
tragica per sé e per tutti, veniva celebrata come l' unico
aspetto positivo dell'intera vicenda.
Fino agli anni Sessanta sembrò che anche gli uomini dl
cultura, come quelli della strada, avessero un'improvvisa
repulsione, o meglio un' inspiegabile paura di occuparsi
del problema fascismo. De Felice ha spiegato questo «so­
stanziale immobilismo» degli studiosi con molteplici mo­
tivazioni: interessi di ricerca e pratici più immediati, ege­
monie culturali delle forze politiche che avevano vinto il
conflitto (decise a valorizzare una storia, la propria, che
per anni era stata costretta alla clandestinità), difficoltà
enormi per accedere alle fonti. Ma la ragione principale è
un'altra: a causa del lungo soffocamento della destra e del
d isinteresse democristiano per il «culturame», la cultura
di gran lunga più vitale e importante nell'Italia postfasci­
sta è stata quella di sinistra, che ha invaso ogni campo e
«<l mio compito ora è di patire» 231

ha fornito gli strumenti di interpretazione ai docenti uni­


versitari come ai giornalisti, nell'arte e nella storia, nella
politica e nella filosofia: anche chi non era d i sinistra ha
introiettato una cultura d i sinistra, pochi sfuggirono a
questa forca caudina.
Però era soprattutto quanto accadeva nella società a la­
sciare attoniti: la gente, che soltanto pochi mesi prima si
era divisa tra i gruppi partigiani e i volontari di Salò, che
ancora pochi anni addietro aveva partecipato alle adunate
oceaniche, quella stessa gente che era cresciuta celebran­
do una nuova religione, che aveva plaudito i fasti delle
imprese di Etiopia, che forse non aveva gradito le leggi
razziali ma non le aveva neppure combattute, ebbene
quella gente negava assolutamente di essere mai stata fa­
scista, benché proprio il fascismo avesse fatto sentire agli
italiani di essere un popolo e l'avesse organizzato con la
loro attiva, spesso entusiastica partecipazione.
Senza dubbio esistevano difficoltà oggettive alla base di
un simile atteggiamento: una guerra logorante che aveva
portato a galla tutte le contraddizioni e gli errori del regi­
me; il drammatico cambiamento di a lleanze militari; una
consapevolezza nuova basata sugli orrori del conflitto più
distruttivo che uomo avesse mai conosciuto. Ma anche ri­
guardo al comportamento popolare le vere difficoltà era­
no soprattutto politiche: i partiti dell'opposizione storica
al fascismo avevano fatto dell a Resistenza e della sua vit­
toria una seconda mitologia, una religione nuova e vin­
cente che doveva smantellare e sostituire quella fascista.
La nuova classe dirigente, come già Mussolini dopo l a
conquista d e l potere, n o n aveva uomini e quadri suffi­
cienti per provvedere a una radicale sostituzione degli ex
avversari: l'epurazione fu quindi limitatissima, si dette un
colpo di spugna sul passato, ma chiunque non avesse rin­
negato il fascismo sarebbe stato messo al bando della so­
cietà civile.
Le motivazioni ideali degli antifascisti erano più che
giuste, ma la loro pratica venne esagerata e mistificata,
232 Giuseppe Bottai, fascista

per ragioni spesso meschine, puramente strumentali o es­


senzialmente politiche: dopo avere vinto una «guerra san­
ta» gli antifascisti demolirono in modo sistematico tutta la
portata ideologica dell'avversario. Così il fascismo e il suo
regime, da entità discutibili, a volte mostruose ma senz'al­
tro enormi e complesse, vennero ridotti a macchiette poli­
tiche, caricature sociali e culturali che avevano avuto per
unico scopo la libidine di potere di qualcuno e un unico
effetto, condurre il paese a una guerra cruenta e fratricida
che aveva determinato la disfatta militare, sociale e politi­
ca dell'Italia.
Proprio come aveva fatto il regime con i suoi avversari,
gli antifascisti demonizzarono il fascismo impedendo
ogni analisi critica. Il risultato fu che la maggior parte de­
gli italiani accettò l'antifascismo come venti anni prima
aveva accettato il fascismo, senza una vera coscienza ma
perché era meglio fare così, perché - tanto - la nuova reli­
gione, come quella passata, voleva un'adesione più for­
male che reale: la popolazione che venti anni prima era
stata costretta a improvvisarsi e poi si era sentita davvero
fascista, adesso veniva spinta a rieducarsi all'antifasci­
smo. E non si doveva farlo mettendo in discussione le
idee fondamentali del fascismo, le loro applicazioni e i lo­
ro esiti: bisognava rifiutarlo in blocco, senza analizzarlo.
Da qui la strana condizione non soltanto del dibattito
sul fascismo ma anche del Movimento sociale italiano, il
partito che si diceva erede e continuatore dell'esperienza
fascista. La repubblica, infatti, costretta dai suoi presup­
posti iperdemocratici, si trovava nella scomoda condizio­
ne di dovere accettare chi aveva condannato, ed escogitò
un espediente a dire poco ingegnoso: da un lato con­
dannò i l fascismo e decretò sanzioni per chi ne faceva
apologia, dall'altro permise che la sua ideologia venisse
rappresentata in Parlamento. Per quanto contraddittoria
questa condizione era effettiva, legale, sancita dalla Costi­
tuzione: ma andando a vedere nella realtà risultava va­
cua, priva di significato. Infatti i missini non avevano di-
«Il mio compito ora è di patire» . 233

ritto di cittadinanza politica: come non venivano conside­


rati nella cultura sociale e nella cultura tout court, così se­
devano all'estrema destra di un Parlamento a mo' di ap­
pendice morta, un ramo secco e sterile, «fuori dall'arco
costituzionale». Alcuni di loro erano certamente pericolo­
si e tutti inguaribili nostalgici, ma non avevano altra pos­
sibilità di esprimersi se non attraverso la nostalgia : anche
a causa del ghetto in cui è stato chiuso il MSI, la sua tra­
sformazione in un partito capace di tagliare le radici con il
passato fascista ha richiesto tanto tempo.

Ben prima che nuovi studi su di lui e sul fascismo riabi­


l itassero la sua figura politica e morale, Bottai morì e non
fece neppure in tempo a vedere a ttuato un sogno espresso
in una lettera alla famiglia del 1 5 maggio 1 945: «Perché
escludere che proprio qui, su questo vecchio nostro suolo,
non debba operarsi, appunto perché abbiamo tanto soffer­
to, la saldatura tra la comunione cristiana e il comu11ismo so­
ciale?». Il cattocomunismo, fenomeno insito nella società
italiana, non è certo quel che Bottai intendeva, ma è quello
che si è realizzato dalla fine degli anni Settanta sulla base
di una «solidarietà» di stato che è solo una pallida citazio­
ne delle due ideologie, però è anche il loro punto di par­
tenza egualitario e il loro necessario punto di incontro.
Bottai sperava addirittura che dal dialogo tra «buon fa­
scismo», forze cattoliche e forze comuniste nascesse un'Ita­
lia nazionalista, cattolica e di sinistra, basata sul corporati­
vismo, sulla democrazia e sul partito unico:
La democrazia dei tempi nuovi o sarà una democrazia perva­
dente tutto il mond o sociale e economico, o non sarà una vera de­
m ocrazia di gruppi famigliari, d i fabbrica, di azienda, d' officina
che realizzi un'uguaglianza di base (direi: di partenza) condizione
prima d ' u na differenziazione successiva tra individuo e individuo
secondo le funzioni, le capacità e i meriti. Una democrazia simile è,
di sua natura, estremamente decentrata, sottile, penetrata in ogni
giuntura più delicata del meccan ismo economico. Per ciò stesso
esige un potere direttivo politico estremamente accentrato: esige
un partito che contenga in sé e d isciplini in un ordine unitario quel-
234 Giuseppe Bottai, fascista

la dialettica, che ne l la civiltà borghese, a suo tempo mirabile d i for­


za creativa, ma ormai esaurita, s'esprimeva nella molteplicità dei
partiti. Il ritorno a ttuale ai péH titi è una reazione momentanea, giu­
stificabilissima. Si tratta di una rinascenza provvisoria che dal suo
stesso impulso interiore sarà condotta a processo unitario. Codesto
processo sarà qualificato antifascismo. È evidente: rovesciato il fa­
scismo non si può parlare che di antifascismo. Ma poiché, nella sua
degenerazione personalistica, Mussolini aveva fini to con il realiz­
zare un fascismo al rovescio tutto poggiato sulla sua testa e non sul
corpo sociale, è chiaro che rovesciandolo lo si rimette in s�sto. Sem­
bra un gioco di parole? Sembra, ma non è. I tempi mi daranno ra­
gione.

Parla di un fascismo lontano da quello del ventennio e


ancora d i più dal neofascismo, ma fino dal primo dopo­
guerra Bottai intuisce alcuni fenomeni dei decenni succes­
sivi. Scrive alla figlia Viviana, nel '46: «l giovani non pos­
sono che marciare coi tempi. È a sinistra il loro campo di
battaglia, non a destra» . E ancora, nel '47, a un amico: «Se
dovessi, su di una ipotetica carta politica, segnare il punto
d'incontro di una nuova unità degli italiani lo segnerei a
sinistr�. Un punto al quale non si arriverà mai con la bus­
sola neofascista, il cui polo magnetico è tra le bombe e i
rimpianti» .

G iorgio Bocca h a scritto che «gli ann i che trascorse nella


Legione straniera lo distinguono almeno dagli altri gerar­
chi, che superarono la crisi con una disinvoltura che ha po­
chi riscontri nella storia dei grandi rivolgimenti politici».23
Ma c'è un ulteriore elemento che lo differenzia nettamente:
dei diciotto membri del Gran Consiglio ancora in vita alla
fine degli anni Quaranta, sette non si dedicano ad alcuna
a ttività e d ieci si sono dati agli affari, al commercio o alle li­
bere professioni; Bottai è il solo a occuparsi ancora di poli­
tica, a sentire il dovere morale di contribuire al d ibattito
della ricostruzione. Dopo l'uscita di Vent'anni e un giorno
( 1 949) scrive a Cabella: «Mi fossi proposto un fine imme­
diatamente politico, il silenzio sarebbe stato, forse, miglior
partito. Ma io ero, e sono tuttavia, lontano spiritualmente
«l/ mio compito ora è di patire» 235

da qualsiasi proposito, come dicono, di "ripresa" : e quel


che ho scritto vuol essere, bene o male che sia, un atto di
sincerità. Neppure un'autodifesa» .24 Ma già prima di tor­
nare manifestava alla figlia Viviana il proposito «di non ce­
dere a lusinghe che non mancheranno» e di «essere, non
perché sono stato, ombra di me stesso; ma essere, perché
sono».2s «Meglio un ex come me che un ics come te» d ice a
un conoscente che gli chiede come ci si senta a essere un
«ex».26 L'uomo che del partito aveva fatto uno dei problemi
principali della sua vita si definisce apartitico.27
I monarchici gli propongono di presentarsi alle elezio­
ni, ma si limita a difendere l' istituto monarchico e per due
volte va a visitare Umberto II nell'esilio portoghese. Guar­
derà invece con simpatia al tenta tivo di alcuni moderati
ex fascisti di creare un movimento che - ponendosi imme­
diatamente alla destra della Democrazia cristiana - racco­
gliesse i voti liberali, missini, monarchici e della destra DC
senza confondersi con il neofascismo del MSI e permettes­
se così alla DC di ricevere appoggi da destra. De Gasperi,
nel '53, approvò l'idea e Fanfani suggerì di mettere a l la
guida del nuovo movimento u n uomo stimato e «non
contaminato» come il generale Messe. Nacque così l'Unio­
ne nazionale combattenti d' Italia, della quale Bottai fu -
dall'esterno - uno dei soloni: l'uNCI, sempre più simile a
un'associazione assistenziale per reduci, ebbe vita stenta­
ta e scomparve nel '58.
Per sostenere la nascita del movimento Bottai - dall'ini­
zio del 1 95 1 , per sette-otto mesi - diresse senza apparire
un quotidiano di «opposizione nazionale» finanziato da
Cini, «Il Popolo d i Roma» . Ma né il nascente partito né il
gioco coperto gli piacciono: «Avrei preferito fare qualcosa
di mio, con gente mia » scrive a Viviana.28 Infatti nel '53
fonda «abc» che esce, come «Critica fascista» e «Primato»,
all' inizio e alla metà di ogni mese. Lo stesso nome della ri­
vista indica che «bisogna ricominciare dalle fondamenta»
e senza «ritorni sbagliati» . Bottai si rivolge soprattutto ai
vecchi fascisti e alla Democrazia cristiana: vuole aiuta re
236 Giuseppe Bottai, fascista

gli «ex» nella comprensione del «prima» e nell'accettazio­


ne del «dopo», mentre alla DC rimprovera continuamente
la paura di compromettersi a destra: «Se1nbra quasi che la
oc non si sia ancora resa conto che il suo destino attuale è
d i governare lo Stato; e che allo Stato un partito può arri­
vare, sì, da sinistra o da destra, ma, una volta arrivatoci,
non può che governarlo dal centro, rendendosi interprete
delle esigenze e aspirazioni di tutto il Paese. La "base", la
famosa base d'un partito di governo, è il Paese, non il par­
tito».29
L' «esigenza » d i governare dal centro è sta ta ribadita,
ancora quarant'anni dopo, da Ciriaco De Mita, ma il con­
cetto di Bottai potrebbe benissimo essere sta to tratto da
un articolo di «Critica fascista» del '24. Con la vecchia te­
stata «abc» condivide molti temi, molte tesi: il partito, la
pianificazione, il sindacato, la cultura . . . Nuovi argomenti
sono l'irredentismo - accanto a un'apertura europeista - e
la «necessaria» continuità della legislazione postfascista
con quella fascista.
Si ha la sensazione, leggendo i numeri di «abc», che i re­
dattori siano assai più a destra di Bottai, e che, approfit­
tando della libertà loro concessa, tentino un accostamento
al MSI che non è nelle intenzioni del direttore. Curiosa re­
dazione, che unisce Massimo Rocca - quello che ai tempi
del revisionismo si era attaccato al petto la bolla di espul­
sione dal PNF «come una medaglia» - e Agostino Nasti,
l'unico redattore di «Critica fascista » che avesse aderito
alla Repubblica di Salò. Strana rivista, dalla tiratura limi­
tatissima che finisce quasi tutta nelle mani di uomini poli­
tici di ogni tendenza, probabilmente in memoria degli sti­
moli ricevuti da «Critica fascista e «Primato» .

Bottai è in condizioni economiche poco buone. Le in­


chieste sui «proventi del regime» si succedono l'una dopo
l'altra, riuscendo soltanto a stabilire ogni volta che Bottai
non ha avuto guadagni illeci ti (e a tenergli bloccati i ri­
sparmi). Avrebbe il diritto di riprendere l' insegnamento
«TI m io compito ora è di patire» 237

universitario ma vuole evitare lo scalpore che la cosa pro­


vocherebbe. Orio Vergani, incontrandolo nel '50, lo vede
«ancora snello e nero di capelli, un po' ingrigito sulle tem­
pie. È vestito con un abito non troppo nuovo: anzi, piutto­
sto modesto e vecchio».3o
Chi in quegli anni parlò con lui delle passate vicende
poli tiche lo ricorda «irrimediabilmen te malinconico»,31
però la sua vita privata scorre serena nella gioia dei nipo­
tini che via via aumentano. Scrive per loro poesiole e fila­
strocche e va spesso a trovare quelli di Verona, dove abita
Viviana : dalla finestra della casa in collina vede il poligo­
no di tiro dove avrebbe dovuto essere fucilato 1 ' 1 1 gen­
naio 1 944.
Il MSI, appena può, lo a ttacca come un traditore, anzi
un «supertraditore», e ogni tanto gli capita qualche inci­
dente legato al suo passato, come quando un neofascista
si apposta in strada per dargli uno schiaffo non simboli­
co; o come quando, andato ad ascoltare una conferenza
del PLI, viene «pregato» di allontanarsi. Ma nel complesso
il ricordo della sua a tipicità di fascista e la prova della sua
onestà gli valgono un generale rispetto. Fra i suoi nuovi
amici ci sono parlamentari socialisti e democristiani, fra
cui Pietro Malvestiti, che nel '31 - dirigente dell'Azione
cattolica - si era battuto contro il fascismo ed era stato ab­
bandonato al suo destino dal Vaticano: in carcere leggeva
«Cri tica fascista» e dopo la guerra chiese di conoscerlo.
Soprattutto è legato a Giuseppe De Luca, il quale a sua
volta è in stretto contatto con Togliatti. È probabile che
tramite De Luca i due, senza parere, si comunicassero le
rispettive opinioni sulla situazione politica . Certo è che -
trovandosi in palchi vicini a una «prima» di Guglielmo
Giannini - si salutarono rispettosamente sebbene non si
conoscessero di persona.
Dal 1 955 la vita di Bottai fu turbata dai primi sintomi
del morbo di Parkinson, affezione del sistema nervoso
centrale causata spesso da traumi psichici. I medici assi­
curano a l la famiglia che la mala ttia non è mortale, se i l
238 Giuseppe Bottai, fascista

soggetto ha condotto una vita tranquilla. Alla fine del


1 958 i l male si aggrava repentinamente e il 9 gennaio 1 959
Bottai muore. Ai funerali, fra i moltissimi sconosciuti, si
notarono i ministri Aldo Moro e Mario Ferrari-Aggradi
(suo allievo a Pisa), il cardinale Pizzardo e un picchetto
dell'esercito, mentre il mondo della letteratura e dell'arte
si fece notare - a llora e in seguito - per un silenzio pru­
dente.
CONCLUSIONI

Ripropongo le Conclusioni che scrissi nel ' 76.

«Bottai, la Cassandra del regime» si potrebbe dire con


una formula ben più efficace a delineare il personaggio di
quella generalmente usata di «Bottai il frondista»; il suo
atteggiamento critico derivò infatti non da un sistematico
ribellismo ma dall'individuazione precisa e cosciente dei
mali che dopo la conquista del potere portarono il fasci­
smo a un progressivo deterioramento. E l'averli indicati
gli procurò, i n definitiva, soprattutto l ' odio di vecchi e
n uovi fascisti, che videro e vedono in lui un traditore an­
che prima del 25 luglio, e i l sospetto d i tanti antifascisti
che nelle sue iniziative temettero - e sospettano ancora ­
subdole manovre di agganciamento.
Giudizi entrambi errati. Bottai fu davvero il più fascista
dei fascisti, nel senso che dei gerarchi fu quello che meglio
conosceva le teorie dalle quali il fascismo, in modo caotico
e a posteriori, cercò di trarre le proprie origini; probabil­
mente fu il solo che vi credette sul serio e di certo l'unico
che si sforzò di dare al fascismo una dottrina organica e
uno stato che ne fosse l'applicazione. E fu lui che mise il
più costante e valido impegno nel consolidamento e nella
perpetuazione del fascismo a ttraverso la formazione in­
tellettuale e politica della futura classe dirigente e la ricer­
ca della collaborazione degli intellettuali, opera che sareb­
be potuta risultare ben più efficace delle proclamazioni
secolari d i Mussolini e dell'esteriore inquadramento sta-
240 Giuseppe Bottai, fascista

raciano. Bottai per i l fascismo, d u nque, ma il fascismo


ideale di Bottai non era quello che si attuò. Il movimento
nazionalista-rivoluzionario nel quale aveva cred uto si era
trasformato in una tronfia e ottusa ditta tura poliziesca e
reazionaria . Ed ecco i tentativi di libera lizzarlo, di sosti­
tuirgli il «suo» fascismo, con il revisionismo, con il corpo­
rativismo, con una critica continua, con il cercare adesioni
e aiuto fra gli intellettuali, i giovani, i cattolici: per un fa­
scismo mai esistito, contro la dittatura .
In questo quadro - e considerando anche la sua pru­
denza - si spiegano tutti i suoi atteggiamenti : estraniarsi
dalla vita poli tica avrebbe significa to rinunciare a ogni
possibilità di azione in quel senso, e così si comprendono i
cedimenti, i compromessi, gli sforzi per rimanere in sella,
l'accettazione passiva delle defenestrazioni, le riti rate di
«Critica fascista», la partecipazione ai provvedimenti raz­
ziali, fino alla tardiva decisione del 25 luglio.
Comportamento errato, se giudicato sulla base di quan­
to avvenuto, ma che per Bottai era l'unico possibile e coe­
rente, e per di più sempre sottoposto a un esame di co­
scienza in cui confrontava - cara tteristica che da sola lo
differenzia nettamente dagli altri gerarchi - i propri atteg­
giamenti poli tici con la propria etica, agendo di conse­
guenza.
Con ciò non si vuole dare un'assoluzione a Bottai, che
commise numerosi errori ed ebbe gravi responsabilità e
colpe, ma riconoscergli una innegabile (seppure spesso ne­
gata) buona fede. Ed è per questa buona fede - più che per
l'intelligenza, l'onestà, la «penitenza » nella Legione stra­
niera - che può effettivamente essere considerato «l'uomo
migliore del regime».
NOTE

I Un figlio del secolo

1 Bottai, liceale d iciottenne, in un tema d i ital iaùo del 1 9 maggio 1 9 1 4.


2 L. Federzoni, Rivincita della verità, in <<abc>>, 1° marzo 1 959.
3 Bottai, Scritti, p. 1 3.
4 Bottai, Non c'è 1111 paese, p. 1 4 .
5 C fr. Tra n faglia, Dallo stato liberale al regime fascista, p p . 1 01 - 1 02.
6 Salvatorelli-M ira, Storia d 'Italia nel periodo fascista, vol. I , p. 56. Cfr. an-
che Asor Rosa, La cultura, pp. 1 358-1387.
7 Lettera datata 2 aprile 1 9 1 5 .
8 I n tervista in « L'Assal to>>, marzo 1 928.
9 Bottai, No11 c'è u11 paese, p. 1 0.
I O Idem, p. 4 1 .
1 1 Idem, p. 1 6.
1 2 Mari netti, Futu rismo c fascismo, p. 1 6.
13 Idem, p. 1 8 .
1 4 A . Marpicati, Co11 Bottai i n guerra: 1 9 1 7, in «abe>>, 1 ° marzo 1 959.
1 5 M . Carli, in «Vittorio Veneto>>, numero unico, novembre 1 9 1 8 .
1 6 Cari i, Giuseppe Bottai, p . 1 3.

I I Libri c moschetti

1 Bottai, « I l Fascismo, principio di si ntesi nazionale», d i scorso del 1 9


m arzo 1 923, i n Bottai, Fascismo e Italia 11110va, p. 1 5.
2 Balbo, Diario 1 922, pp. 5-6.
3 Bottai, Futurismo contro socialismo, i n «Roma futurista>>, 9 febbraio 1 9 1 9 .
4 Bottai, Vellf 'mllli e 1111 gionw, p. 26.
5 Bottai, intervista in «L'Assalto>>, marzo 1 928.
6 Bottai, Parole alla buo11a, in « L' Ardito>>, 1 5 giugno 1 91 9.
7 Bottai, Vc11 t 'm111i e 1111 giomo, p. 31 .
8 A proposito dei giudizi di Bottai su Mussoli n i cfr. in particolare Bottili,
Vcn f 'am1i e 1111 s ia mo, pp. 25-35 e 85-100.
9 Cilrli, Giuse11pe Bottai, p. 53.
10 Jde111, p. 28.
I l Bottai, T'arma e 11011 parla, in «l nemici d ' I ta liil>>, 9 ottobre 1 9 1 9 .
242 Giuseppe Bottai, fascista

1 2 Bottai, Alla prima osteria, in «Roma futurista», 1 3 1uglio 1 9 1 9 .


1 3 Bottai, Nitti l o scemo, i n «L'Ard i to», 22 febbra io 1 920.
1 4 Bottai, Espa nsione italiana, in «L'Ardi to>>, 1 6 ottobre 1 920.
1 5 Bottai, Ultimo appello, in «Roma futurista>>, 16 novembre 1919.
1 6 Testimonianza all'autore d i N elia Bottai.
17 F.T. M a r i netti, Al di In del com u n ismo, in «Testa d i Ferro>>, 20 agosto
1 920.
18 Bottai, A t teggiamenti di vita e di arte; il testo della conferenza fu pubbli-
cato in <<L' A rd i to>>, 1° gennaio 1 92 1 .
1 9 Chiurco, Storia della Rivoluzione fascista, vol. V, p . 424.
20 Bottai, <<Il Popolo d' Italia>>, 11 gennaio 1 92 1 .
21 Enrico Rocca, In tervista col più giovane deputato fascista, i n <<Il Popolo
d ' I ta l i a >>, 24 maggio 192 1 .
22 Lettera di Bottai, in « I l Popolo d' Ital ia>>, 28 maggio 1 92 1 .
23 Misuri, A d bestias!, pp. 42-43.
24 M i suri, le cui vicende nel fascismo saranno p i ù d iffusamente trattate
nel prossimo capi tolo, non è una fonte storica della quale ci s i possa fidare:
ex fascista, come tutti gli i n namorati delusi si d i mostrerà particolarmente
astioso e polemico, non sempre a ragione, contro i vecchi compagni di par­
tito. I n special modo si accanirà contro Bottai nel volume R ivolta morale do­
ve usa ogni mezzo polemico, anche pesante, contro di lui, e proprio a pro­
pos i to d e l l ' a tteggia mento di Bottai nei confronti d e l l a monarc h i a : se i l
monarchico M i suri avesse saputo fin d ' a l lora dello sputo l o avrebbe citato.
Lo farà, appunto, i n Ad bestias!, del '44, meno a proposito e senza citare le
fon ti.
Una nota m a l posta i n Col l i er, Duce! Duce!, pp. 66 e 73 fa credere che l a
stessa notizia venga riportata e sostenuta a nche d a G i useppe Prezz o l i n i
nella s u a opera Fascism. Prezzo l i n i , da me i n terpellato, rispondeva c h e l a
cosa gli <<riesce nuova e incredibile» e d i «non a v e r mai scritto quella scioc­
chezza>>.
25 Bottai, T'arma e non parla, in <<I nemici d' Italia>>, 9 ottobre 1 919.
26 Bottai, Repubblica e Monarchia, i n «Roma futurista>>, 3 novembre 1 91 9.
In un appunto di Quademo, i l 27 novembre 1 9 19, Bottai scrisse:
<<La repubblica non è che la forma politica sotto la quale si trasforma la
società borghese: non è l a forma sotto la q u a l e essa v i ve e s i conserva>>
(Marx, La lotta delle classi).
« D'accordo.
<<La forma repubblicana non può essere definitiva - In essa s'à da vede­
re un u l teriore processo d i chiarificazione che c i darà finalmente una nuda
e violenta lotta d i classi -
<<Ma per quale ragione sarebbe definitivo i l socialismo, per esempio sin­
dacalista o comunista? . . .
<<Non è a nche questa u n a presunzione grottesca come quella d e i monar­
chici che dicono definitiva la monarchia, dei repubblicani che predicano es­
sere l ' ultimo dei governi la repubblica? . . .
<<La forma n o n può mai essere defin itiva. E d è p e r questo ch'à un'im­
portanza massima nonostante l a sua superficialità.
<<La sostanza à delle tramutazioni lentissime, m i llenarie, come le meta-
Note 243

morfosi geologiche. Tanto d i ffuse negli a n n i che sfuggono a l controllo della


nostra collettività attuale. Ma la forma no - è cosa che si logora. I l mondo
politico è un'i mmensa cosa a paraventi - ogni tanto è bene d isporre i para­
venti in posizioni d i verse.>>
27 Bottai, La destm che può e deve vivere, in «abc>>, 1 o luglio 1 958.
28 A proposito di Mussolini lettore di Mazzini, Bottai il 6 febbraio 1 949
scrisse a l vecchio zio A l fredo: «Vedrai dal mio diario, che Mussol ini negli
u l timi anni leggeva Mazzin i, pure interpretandolo a suo modo. Questo suo
pur interessato riavvicinamento l'ind usse a darmi d isposizione - ero a l lora
governatore di Roma - di riesumare la pratim, d irò così, del monumento [a
Mazzini, eretto poi solo nel '49 ] . Si pa rlava, ricordi, di Monte Mario. Mil
M u ssol ini mi d isse: "E perché non l'Aventino, d i nnonzi il l Pala tino?">>.
29 Resoconti della seduta si trovilno su tutti i quotidiani del 3 giugno
1 9 2 1 , i n particolare su <<I l Popolo d ' l tillia>>, che vi ded ica l ' i n tero prima po­
gina.
30 Bottai, Italia disunita, i n <<Il Giorn a le d i Roma >>, 1 5 ottobre 1 922.
31 Cari i, Giuseppe Bottai, p . 78.
32 In una lettera pubblicata su <<fl Popolo d ' Italio>> dell'8 giugno 1 922.
33 A l fossio Grimaldi - Bozzetti, Farinacci, p. 38.
34 Botto i, Dopo la vittoria. Doveri e responsabilità, in <<Il Popolo d'lta liil>>, 1 3
ogosto 1 922.
35 Chi urco, op. ci t., vol. V, p . 258.
36 Idem, p. 261 .
37 Fu certo con i l senno di poi che d ichiorò, trent'anni più tordi: <<L'idea
di una conquista anche violenta del potere s i tradusse in proposito preciso
dopo il cosiddetto sciopero !ega l i tario del 1 922». I n tervista rilasciato a Re­
paci, La marcia su Roma, mito e realtà, vol. I, p. 286.
38 Idem ., vol. I l , p. 287.
39 Bottai, La colonna Bottai, p. 8 1 .
4 0 Repaci, op. c it . , vol. I I, p. 338.
4 1 Bottai, Vent'anni di critim fascista, in <<Criticil fascista» e <<Primato>> del
10 giugno 1943.
42 Chiurco, op. cit., vol. V, p. 20.
43 Bottai, Ven t'anni e u n giomo, p. 1 2.
44 Bottai, La col01111a Bottai, p. 84.
45 Idem, p. 1 05.
46 Idem, pp. 84-85.
47 Idem, p. 84.
48 Chiu rco, op. ci t., vol . V, p. 200.
49 Pugliese, lo difendo l 'esercito, p . 54.
50 Bottai, In colonna Bottai, p . 6 1 .
5 1 Idem, p . 84.
52 Bottai, La vicenda del nazionalismo, in <<La Gazzetta d i Puglia», 9 gen­
naio 1 923.
I I I U11a battaglia perduta che vale la guerra

l Bottai, Dichiamzio11i s u l revisio11ismo, in «Cri tica fascista>>, 1 5 l uglio


1 924.
2 Bottai, Fari11acci e 11oi, in <<Critica fascista», 1° ottobre 1 925.
3 Bottai, Le discussio11i sull 'odiema situazione politica, in <<Il Resto del Carli­
no», 1 9 aprile 1 924.
4 Bottai, Frmzio11e storica, in « I l Giomale di Roma», 1 5 dicembre 1922.
5 Bottai, Situazio11e squadrista, i n << I l G io. n a l e di Roma», 17 d icembre
1 922.
6 Casanova, Il '22, p. 208.
7 ACS, Segr. pari. del Duce, Carteggio riservato, busta 4, fase. 64/R, sottof. 2,
nn. 039929-36.
8 Idem, n. 039928.
9 Bottai, Ve11t'a11ni e u1r giomo, p. 7.
l O Bottai, Fascismo e Italia mwva, p. 46.
11 Mosse, La 11azionalizzazio11e delle masse.
1 2 Cfr. De Felice, hrtervista sul fascismo, pp. 40-4 1 .
1 3 Tra nfaglia, S u l regime fascista 11egli a n n i Tre11ta, in A A . VV., Fascismo e
capitalismo, p. 1 79. Nello stesso volume, a proposito delle teorie di De Felice
s u l fascismo-movimento e sulla <<rivoluzione» fascista, cfr. il saggio di Ala­
tri, Libemlismo e fascismo, particolarmente a l le pp. 33-35. Cfr. anche De
Grand, Bottai e la cultura fascista, p. VJ.
1 4 Bottai, << I l Fascismo nel suo fondamento dottrinario», conferenza te­
n u ta a l l ' Augusteurn di Roma i l 27 marzo 1 924, in Bottai, Pagi11e di critica fa­
scista, pp. 331 -332. Per le tesi di De Rosa si veda l ' i ntroduzione in Malgieri,
Giuseppe Bottai e Critica Fascista.
1 5 Bottai, Pagi11e di Critica fascista, pp. 338-342.
1 6 Bottai, << Dalla Rivoluzione Francese a l la Rivoluzione Fascista», di­
scorso inaugurale dell'a nno accadem ico 1 930-31 a l l ' u niversità d i Pisa, i l 1 0
novembre 1 930, in Bottai, Esperienza corporat iva (1 929-1 934), pp. 567-578. Si
azzardò a ripetere lo stesso concetto anche in una conferenza a l l a Sorbona,
dove era stato invitato, ma fu fischiato dagli studenti e dai docenti parigini.
Bottai si l i m i ta ancora a parlare d i <<innesti» del fascismo nel solco della Ri­
voluzione francese, contro i <<farneticamenti» di quei fascisti pronti a soste­
nere che l a <<Rivoluzione fascista è la negazione, l'antitesi di quella france­
se» e a i r rid ere <<agl i immortali principi e a l l ' i n fa t u azione dei d i r i t t i
dell'uomo»; sei a n n i dopo però, trascinato d a l l'entusiasmo per l a <<rivolu­
zione corpora tiva», dirà senza mezzi termini che lo stato corpora tivo fasci­
sta <<deve fatalmente essere l 'erede e l'assun tore di t utta la storia moderna
che nel suo tono politico e negli ordinamenti giuridici è una conseguenza
della Rivoluzione francese».
1 7 Bottai,
Pagine di Crit ica fascista, pp. 342-344.
18 Principalmente i l gruppo strapaesano di Maccari (come si vedrà più
avanti), Suckert e Pellizzi; quest'ultimo lo accusa d i rimpiangere e voler re­
stau rare il vecchio stato l iberale forte (/11 tegralismo fascista, in <<La Monta­
gna», 15 gennaio 1 925); Bottai controba tte: <<Nessuno d i noi ha nel cuore,
come Pel l izzi a fferma, "lo Stato l iberale forte" del la vecchia destra e del
Note 245

vecchio idealismo germanico. Noi pensiamo, sempl icemente, che il Fasci­


smo possa, n e l l ' orga n i zzazione del suo Sta to, ispi rilrsi ai p r i n c i p i che
I ' ideil lismo d i schietta tmdizione itilliilna hil elilboril ti e d i ffusi nel nostro
Pilese il ttrilverso l ' opera d i Ciov<1 n n i Gen t i l e . . . . Vede Pel lizzi per i l Fasci­
smo ili di fuori del lil filosofia ide<1 l istica ital i<1na <1 l tra possibile fonte idea­
le?» ( Ripresa polemica, in <<Critica fascista», 15 febbra io 1 925).
l 9 Bottai , Epiloso di'i primo tempo, in «Critica fascista>>, 1 o febbraio 1 925.
20 Bottai, l 1>ochi e i molti, in <<Critica fascista>>, 1° d i cembre 1 925.
21 Botta i, Ven t 'a n n i di crit ica fizscista, in <<Critica bscista>> e <<Primato>> del
1° luglio 1943.
22 1 /Jid!'IJI.
23 Bottai, La polemica revi�inni�ta, in <<Critica fascista>>, 1 5 m<1ggio 1 924.
24 Bottai, Per il Partito, non contro il Partito, in <<Critica fascista>>, 1 ° gen­
naio 1 924.
25 Buttai, Funz ione di Govenw e fwzzione di Partito, in <<Critica fascisti'!>>, 1 °
gennilio 1 926.
26 Bottai, Per la vitalità del Partito, i n <<Critica filscista>>, 1° febbra io 1 926.
27 Botta i, Il Partito è tattica mussoliniana, in «Critica fascista>>, 15 <1gosto
1 931 .
28 Bottai, Gerarchia di disciplina, i n <<Giornale d i Roma>>, 12 aprile 1 923.
29 Bottai, l pochi e i multi, in «Critica fascista>>, 1° dicembre 1 925.
30 Battili, Ven t 'a n n i e 1111 siamo, p. 43.
3 1 Bottai, Mussolini ditta ture del Partito, in <<Critica filscista>>, 15 settembre
1 926.
32 Botta i, La parola ai giovani, in «Critica fascista>>, 15 ottobre 1 926.
33 Testimonianzil a l l'au tore d i C<1rlo Ravasio.
34 Botta i, A utono111i�mo, in «Corriere ital iano>>, 19 d icembre 1923.
35 Bottai, Ve11t'a11ni e 1111 siamo, pp. 20-2 1 .
36 Bottai, in tervista a « L' Epoca>> del 7 maggio 1 924.
37 Testimonianza a l l' a u tore d i Nicola De Pirro. I l denaro occorrente fu
offerto da un commerciante mila nese ebreo, tale C i no Modigliani, che an­
dava in cerca d i benemerenze fasciste: si può imm<1gin<1re i l suo sgomento
quando di lì a poco <<Critica fascista» venne ilccusata, a l u ngo e con violen­
za, di essere <<a n t i fascista»; Modigliani com u nque continuò a versare una
ci fra mensile fino al '26, poi d i mezzata fino al '31 , quando la rivista non eb­
be più bisogno d i sovvenzioni; Bottai gli fece ot tenere lil croce d i Grand ' U f­
ficiale. Secondo M a lgieri (op. cit., p. xuv) <<La nascita di "Critica Fascista"
si colloca nella prospettiva d i offrire al fascismo uno strumento che ne in­
terpretasse l 'a n i ma colta e prepa ra ta, più sensibile ai problemi c u l t u ra l i ,
l ' a n i ma m e n o rozza, che rifiu tava manganello e "retorica ca fo n a " . U n o
s trumento c h e d o veva con tribu i re a su perare l ' i l l ega lismo p e r favorire
l ' opera d i fascistizzazione del paese, che doveva mirare da u n lato ad ele­
vare "il tono d i vita del partito" , e, d a l l ' a l t ro, "a d a re un contenuto dottri­
nario e una sistemazione filosofica al fascismo" » .
38 Bottai, Propu11illle11to, in «Critica fascista », 1 5 giugno 1 923. l principal i
col laboratori della rivista m i hanno confermato che g l i editoriali l i scrisse
sempre Bottai e quindi - a meno che non ci fosse la certezza di un au tore
d i verso - gli ho a ttribu i to t u t t i i fondi firmilti «Critica fascista » .
246 Giuseppe Bottai, fascista

39 Bottai, Vent'anni di critica fascista, ci t.


40 Ibidem.
41 Bottai, Il regime: sistema chiuso, in <<Critica fascista», l o dicembre 1 926.
42 Cfr. Zangrandi, l/ lungo viaggio attraverso il fascismo, vol. C p. 390.
43 Alberto Aquarone data dal '32 i l periodo in cui <<Critica fascista>> di­
venne <<p i ù conformista e meno battagliera» (Aquarone, L'organizzazione
dello stato totalitario, p. 1 77), ma pare più corrispondente all' involversi della
rivista una suddivisione i n quattro fasi, assai d i verse tra loro.
44 Cfr. De Rosa, in Malgieri, op. cii., p. XV I.
45 Zangrandi, Il hmgo viaggio attraverso il fascismo, vol. l, p. 390.
46 Malgieri, op. cii., p. xv11.
47 Bottai, Proponimento, ci t.
48 Bottai, Disciplilm, i n <<Critica fascista», 1 5 luglio 1 923.
49 Bottai, La zavorra, i n «Critica fascista», 30 agosto 1 923.
50 Testimonianza all'autore di Luigi Miglioranzi.
5 1 De Felice, Mussolini il fascista. u1 conquista del potere, p.455 sgg.
52 Bottai, Per il Partito, non contro il Partito, in <<Critica fascista», ] 0 gen­
naio 1 924.
53 Cfr. A. De Grand, Giuseppe Bollai e il fallimento del revisionismo fascista,
in <<Storia contemporanea», n. 4, 1 975, pp. 7 1 1 -7 1 2.
54 Bottai, Esame di coscienza, in <<Critica fascista», 1 ° ottobre 1 923.
55 P. Gobetti, i n <<Rivoluzione liberale», 9 ottobre 1 923 e 11 febbraio 1 924.
Cfr. anche A l fassio Grimald i-Bozzetti, Farinacci, pp. 57-58.
56 Bottai, Lo Stato à vinto, in <<La Gazzetta del Lazio», 21 dicembre 1 923.
Cfr. Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo da/ 1 91 9 a/ 1 929, p. 290.
57 Rocca, Come il fascismo divenne una dittatura, pp. 1 56-157.
58 M . Rocca, Una battaglia perduta: il revisionismo de/ 1 923, in <<abc», 1 °
marzo 1 959.
59 C fr. Bottai, Noi e il nazionalismo, in << I l Popolo di Trieste», 2 febbraio
1 92 1 e L'impostazione dottrinale dei rapporti fra il fascismo e il nazionalismo, in
<<Idea Nazionale», 6 dicembre 1921 .
60 Bottai, La vicenda del nazionalismo, in <<La Gazzetta d i Puglia», 9 gen­
naio 1 923.
6 1 Lettera a lla figlia Viviana del 6 luglio 1 946. Si legga, inoltre, Bottai, Un
preparalore dell'Italia nuova, i n <<Corriere italiano», 13 gennaio 1 924. La vee­
mente campagna pronazionalisti di Bottai e le sue stesse posizioni nel fasci­
smo ind ussero molti a credere che in realtà fosse un nazionalista. Togliatti,
per esempio, nelle Lezioni sul fascismo tenute a Mosca nel 1 935, sostiene che
<<una delle più grandi personalità [del fascismo] è stato Bottai, u n naziona­
lista » . Togliatti, Lezioni sul fascismo, pp. 48-49.
62 Bottai, Per un nuovo blocco politico nazionale, in << I l Giornale di Roma»,
24 dicembre 1 922.
63 Bottai, La vicenda del nazionalismo, cit.
64 M . Rocca, Una battaglia perduta: il revisionistno del 1 923, in <<abc», 1 °
ma rzo 1 959.
65 Bottai, L'illegalismo fascista, in «Corriere italiano», 8 gennaio 1 924.
66 Intervista i n <<L' Epoca», 7 maggio 1 924.
67 Rocca, op. cii., p. 1 7 1 .
Note 247

68 M . Rocca, Una battaglia perduta, ci t.


69 G. Casini, Lettera a Bottai su «Critica fascista», in «a be», 1 o marzo 1 959.
70 ACS, Segr. pari. del Duce, Carteggio riservato, busta 4, fase. 64/R, sottof.
4, n. 039978.
71 Testimonianza all'autore di Gherardo Casini.
72 Bottai, Prima preparazione al congresso nazionale, i n <<Critica fascista», 1 o
giugno 1 924.
73 Bottai, Dopo il discorso di Mussolini, in <<Critica fascista», 1 5 giugno
1924. l i discorso è quello del 7 giugno 1 924 alla Camera.
74 Bottai, Per salvare il fascismo, i n «Critica fascista>>, 1° luglio 1924.
75 Bottai, Dichiarazio11i sul revisionismo, in «Cri tica fascista», 15 luglio
1924.
76 ACS, Segr. pari. del Duce, Carteggio riservato, busta 4, fase. 64/ R, sottof. 2.
77 Bottai, Perfezionare il Partito, in «Critica fascista», 15 dicembre 1 924.
78 Bottai, Tra il passato e l'avven ire, i n « L'Epoca», 7 gennaio 1 925.
79 Bottai, Il n uovo compito, i n «Critica fascista>>, 15 gennaio 1925.
80 Bottai, Ripresa polemica, in «Critica fascista>>, 15 febbraio 1 925.
8 1 K. Suckert, Rivoluzioni ed elezio11i, i n « La conquista dello Stato>>, 28
gennaio 1 925.
82 Bottai, Per argi11are una colllrorivoluziolle, in «Critica fascista», 15 mag­
gio 1 925. Anche secondo Renzo De Felice «i bottaiani di Critica fascista, i n
questo acuti profeti, già i n tuivano che, all'atto pratico, i l 3 gennaio rischia­
va di d i ventare la pietra tombale sulla "rivoluzione fascista">>.
83 Bottai, Estremismo in pantofole, in «Critica fascista», 1 ° maggio 1 925.
Subito dopo l ' uscita dell'articolo Bottai ricevette questa lettera dal capo
dell'ufficio Stampa e propaganda del PNF Franco Ciarlantini:

«Caro Bottai,
mi pare che l'articolo "Estremismo i n pantofole" almeno nella seconda
parte risenta di una inesatta valu tazione del momento politico che sta a t­
traversando il nostro Partito. Insomma tu cadi nel medesimo errore di Pel­
lizzi, con l'aggravante che tu, vivendo a contatto con la viva rea ltà italiana,
ti abbandoni ad u n pessimismo che ritengo pernicioso per l a compagine
del Partito. l o non sono né un censore nemico della critica e tanto meno un
truce custode dell'ortodossia fascista.
«Credo però d i essere u n buon tempista e perciò t i dico che segui una
via seminata d i errori.
«Perdonami la franchezza, non tanto per il duro compito che mi viene
dall'ufficio che ricopro, quanto per l'amicizia che m i ti lega.>>

Ciarlantini mandò copia della lettera a l segretario di MussoHni, pregan­


dolo d i mostrarla al duce, casomai si fosse lamentato per l'a rticolo di Bottai.
En trambi i documenti si trovano in ACS, Segr. pari. del Duce, Carteggio ri­
servato, busta 4, fase. 64/R, sottof. 2.
84 Bottai, Fari11acci e noi, i n «Critica fascista>>, 1° ottobre 1925.
85 Bottai, Prima preparazione al Congresso Nazio1mle, in «Cri tica fascista>>,
1° giugno 1 925.
86 Bottai, Devozio11e {t1scista, in «L'Epoca», 24 giugno 1 925.
248 Giuseppe Bottai, fascista

87 Bottili, Il Congresso del Partito, in <<Criticil filscistil», 1° luglio 1 925.


88 Bottili, Il Min istero del Partito, in «Criticil fascistil>>, 1 5 ilprile 1 926.
89 Gli mticoli che riguardano la polemica si trovano sui numeri d i ilpri­
le-maggio-giugno 1 926 di « La conquista dello Stato», «Critica fascista» e
«Cremonil N uovil » .
90 ACS, Segr. pari. del Duce, Carteggio riservato, busta 38, sottof. 1 0 .
9 1 ACS, Scgr. pari. del Duce, Carteggio riservato, busta 4 , fase. 64/R, sottof.
4, n. 039975.
92 ACS, Segr. pari. del Duce, Cartcgsio riservato, lettera del 4 m<�rzo 1 926,
busta 4, filsc. 64/ R, sotto f. 2, n. 039988.
93 ACS, Scgr. pari. del Duce, Cartc::;gio riservato, lettera del l ' 1 1 settembre
1 926, busta 4, filSC. 64 / R, sottof. 2, n. 039997.
94 De Gmnd, Giuseppe Bottai e il fnllilllcnlo del revisionis111o fnscistn, cit., p.
730.

IV L'aborto della 111011fngnn

l Il titolo si ispira a Salvemini, che a proposito del corpomtivismo scris­


se: «La montagna ebbe le doglie e partorì un topol ino». (Salvemini, Scritti
sul fascismo, vol. l, p. 1 1 1 .)
2 Bot tél i, Profusione n/ corso di politica corpomtivn presso 1'/stituto di scienze
econo111iche di Napoli, il 27 élprile 1 929. In Scritti, p. 1 3 1 .
3 Botta i, L o Sinio nello Sinio corporntivo, i n «Cri tica fascista», 1 5 milrzo
1 934.
4 Mmio Cil rli chiuse così la suél biogrilfiél di Bottai nell'edizione del '28:
« Noi però n m iamo vcderlo con specinle compiacimento anche in un altro
ruolo, che non sembra politico e lo è in vece al mnssimo grado: quello di pa­
d re a ffettuoso di d u e bi mbe bellissime Vivinna e M a r iil G ra z ia ricciute,
pensose, autentici capolnvori d i parlante itéllianità. M él In suél vitn privata,
come In sua vita pubblica, hnnno orizzonti illim i tati. Chi può prevedere do­
ve arriverà la sua attività d i fascista e !il sua il ttivitil di pndre?» ( Giuseppe
Bottni, p. 1 24). Sempre nel '28 d ' Annunzio regalò a lle figlie del gernrcn una
sua fotografia con la dedicn: «A Vivinnél e Mnriil Grazia - snngue del Prode
- che nei loro nomi portnno la Gmziél él llél Vitél, il Collegiille di Prilto».
È proprio illl'epocil del sottosegretélrio alle Corporilzioni che s'iniziél il
mpporto Bottili-d' Annu pzio. I l primo fu sempre, i n fondo al cuore, un po'
· dilnnu nziano, e il secondo, élutore della Cé lrtél del Cilrnilfo, si interessélvél
molto dell'esperimento corpora tivo, talvolta intromettendovisi Mbitrariil­
mente, per esem pio a proposito d ellil sistema z ione d e i Cil n tilnti li rici, ili
quali volevil fosse riservilto u n trattélmento speciélle. Si r i feriscono a tille
questione i due telegmmmi inviilti a Bottéli nellél primavem del '27, il pochi
giorni d i d istanzil, testimoni del suo stile e dei suoi Cilpricci:
«Temevo una soluzione non nettil ed ero crucciato. Stop. Stilnotte Gio­
vacchino Forzano m i assicurava che tu bili tagliilto i l nodo vano con nobile
comggio. Stop. Aspetto notizie e aspetto la tuél visita per condurti nel mio
bilttello portentoso che fa 1 27 chilometri il ll'om. Gilbriele d ' Annunzio.»
« N on sono d isposto a conversare sen zél conclusione come l'illtra volta.
Stop. Preferisco ritrovilrti sopril un cmnpo di battilgliil tra Sebenico e Spillil-
Note 249

to. Addio. Gabriele d ' A n n unzio.» (Arch ivio del Yittoriale, fascicolo G i u­
seppe Bottai.)
Dieci a nni dopo i l <<va te>>, nominato presidente dell'Accademia d' Italia,
darà al tre preoccupazioni e fastid i al mi nistro dell' Educazione Bottai, come
si vedrà.
5 Testimonianza all'autore d i Giovanni Ba Iella.
6 Testimon ianza all'autore d i Bruno Botta i.
7 Salvatorel li-Mira, Storia d 'Italia nel periodo fascista, vol. II, p. 402.
8 Cfr. Aquarone, L'organizzazione dello stato totalitario, pp. 1 1 2- 1 1 3.
9 Castronovo, La storia economica, pp. 236-237. A questo proposito Tra n­
faglia osserva che gli ideologi del corpora ti vismo <<giunsero a teorizzare
uno stato, quello dei produttori e delle corpora zioni, che rispondeva con
strumenti arretrati ad esigenze nuove di organizzazione del consenso e d i
irreggimentazione delle masse>>. (Tra n faglia, Dallo stato liberale n/ regime {t1-
scista, p. 1 22 . )
10 Tra n faglia, op. ci t., pp. 1 09-1 1 0. Per l' ideologia d i Rocco si veda Unga­
ri,
Alfredo Rocco e l'ideologia giuridica del fascismo, ca pp. 2, 4 e 7.
I l Cfr. Bottai, L'esse11za del fascismo, i n <<Critica fascista», 1 ° giugno 1 925;
D'Andrea, Note sul discorso di Rocco, in <<Critica fascista>>, 15 settembre 1 925;
De Felice, Mussoli11i il {t1scista. La co11quista del potere, p. 1 66; A. De Grand,
Giuseppe Bottai e il jilllime11to del revisio11ismo {t1scista, in «Storia contempora­
nea», n . 4, 1 975, pp. 7 1 4-715.
1 2 Bottai, Cittadini e produttori, in « Lo Stato>>, aprile 1930.
1 3 Bottai, << Dalla Rivol uzione Francese a l l a Rivoluzione Fascista » , d i ­
scorso del l O novembre 1 930, in Bottai, Esperie11za corporativa (1 929-1 934),
pp. 567-578. ! n questo brano appare evidentissima la formazione gentiliana
d i Botta i ; basta confrontare il suo d iscorso con l ' articolo - di poco prece­
dente - scritto da Gentile per il primo nu mero dell' «Archivio di studi cor­
pora tivi>>, una rivista fondata da Bo tta i : <<La politica non è un diri tto, ma
morale: non è né astratto volere né astratto voluto. È volere in atto. È i l vo­
lere di un popolo in quanto il popolo ha un volere. !l che vuoi d ire: in quan­
to ha una coscienza u n i ficata, ma una coscienza che sia a utocoscienza, per­
sonalità e perciò volontà. La volontà d i un popolo che si sente nazione è lo
Stato>>. Sull'attività e il pensiero corporativo di Bottai cfr. il saggio di Sabino
Cassese, U11 programmatore degli a1111i trenta: Giuseppe Bottai, ora in Cassese,
La formazione dello stato alllmi11istmtivo.
14 Bottai, d iscorso a lla Camera del 1 5 marzo 1928, in Bottai, Scritti, pp.

1 09- 1 1 2.
15 Bottai, d i scorso a l Senato del 31 maggio 1 928, in Bottai, Scritti, pp.
1 1 3- 1 1 7.
16 Bottai, Ve11t 'a11ni e un giomo, p. 52.
1 7 Bottai, d iscorso a l Senato del 3 1 maggio 1928, cit.
1 1l Vera mente i l l u m inante su questi contrasti è la lettera che Belluzzo
scrisse a Bottai i l 3 settembre 1927:
<<Caro Bottai
dal Capo del Governo e M i nistro delle Corporazioni mi hai fatto inviare
una lettera che d i mostra come nei tuoi uffici non si conosca la elementare
250 Giuseppe Bottai, fascista

d i fferenza che esiste fra i problemi della produzione considerati dal punto
di vista puramente tecnico e quel l i sindacal i .
<<Nella riunione che h o tenuto con gli ind ustriali fonditori e g l i a ltoforni­
sti (in formandone prima il Capo del Governo che aveva data la sua appro­
vazione) si è parlato e d iscusso di ghisa da fusione e d i a ffinazione, di in­
fluenza del fosforo nelle qualità d i ghisa, della ghisa malleabi le, delle ghise
d i qualità itilliana ed estera; tutte questioni puramente tecniche queste, nel­
le quali, con tutto il rispetto per te ed il tuo valoroso collaboratore Costa­
m<�gna, voi non potete capire niente, per la semplice ragione che siete degli
avvoc<Jti Villorosi, ma in fatto d i tecnica non potete avere la competenza ne­
cessaria.
« Domani io vorrei convocare i fabbricanti di fertilizzanti per discutere i
problemi tecnici della prod uzione del fosfato a m monico al forno elettrico,
ma secondo te io non potrei, così fanno scri vere i tuoi uffici, perché si tratta
di problemi della produzione.
<<Ma di questo passo i l Ministero dell' Economia dovrebbe diventare una
d ivisione d i quello delle Corporazioni : ora, se così deve essere, pregherò il
Capo dello Stato d i cercare u n Capo Divisione ada tto, giacché io intendo
che i problemi tecnici della prod uzione siano da me d iscussi, mentre m i
guardo bene d a l l ' i ngerirmi i n quelli sindacali, s u i quali sarebbe bene inve­
ce concent rare, i n questo momento particolarmente delicato, la massima
attenzione da parte vostra, e sui quali credo anche di a vere la competenza
portata dallo studio di 25 anni dei problemi del lavoro, e non sulla carta.
<<No, caro Bottai, questa non è collaborazione; permetti che te lo scriva
uno che ha i capelli bianchi e che serve i l fascismo con quella purezza e fe­
deltà che potranno essere eguaglia te, ma, lo scrivo con orgoglio, non supe­
rate, uno che al fascismo per sé non ha mai domandato niente, neanche una
onorificenza. Quello che avviene con questa confusione delle competenze
non giova a nessuno e danneggia il M in istero del quale sei il giovane e va­
loroso sottosegreta rio.>>
ACS, Presidenza del Consiglio, Gabinetto A, 1 927, busta 1 / 1 -2, n. 3832. La
lettera è anche riportata in Aquarone, op. cit., pp. 1 37-138.
1 9 La Carta è i n d issolubilmente legata a l suo nome, anche se qualche
studio tende a sminuirne i l ruolo. Cfr. De Felice, Mussolini il fascista. L'orga­
nizzazione dello Stato fascista, pp. 286-296. Secondo De Felice la Carta fu do­
vuta soprattutto a Rocco, che sfruttò il materiale preparato da Bottai, ma i l
progetto del guardasigilli f u a sua volta trasformato parzialmente d a Mus­
soli n i . Ecco i n vece, i n uno scritto dell' epoca, la versione che della nascita
della Carta dà Bottai: <<Quando il materiale raccolto e ordinato co11 diligenza e
c011 pazienza dal Ministero delle Corporazioni [corsivo m i o ] , riesa mi nato d i
concerto col M i nistro della Gi ustizia, A l fredo Rocco, con Giuseppe Belluz­
zo, Ministro per l'Economia Nazionale, e col Segretario Generale del Parti­
to, Augusto Turati, venne sottoposto alla d isamina del Duce, dal pugno d i
questo furono tracciate, senza incertezze, l e l i nee d e l documento . . . > > (Bottai,
La Carta del Lavoro, pp. 1 05-1 06). È evidente la maggiore importanza data al
lavoro « d i ligente e paziente>> del « M i nistero delle Corporazioni>> che qui,
ancora più chiaramente, sta per <<Giuseppe Bottai>>. Del resto, durante e do­
po i l fascismo, l a Carta gli fu sempre ascritta come suo merito o demerito
Note 251

personale, e Bottai nulla fece per smen tire, a parte generiche e obbligatorie
attribuzioni a Mussolini. E Botta i fu, in effetti, l'anima e l'organizzazione
della Carta.
20 Cfr. Bottai, La Carta del Lavoro, pp. 2 1 -29.
2 ! I testi dei progetti B e c e del successivo progetto Rocco sono riportati
in De Felice, Mussolini il fascista. L'organizzazione dello Stato fascista, pp. 525-
542.
22 Ecco il testo finale della relazione: <<Dopo aver redatto un primo do­
cumento, in cui si tentava u na ord i n a z ione a pp rossi m a t i va dei vari ele­
menti d i giudizio, ho a l u ngo sentite le parti, i n conversazioni dettagliate
s u punti s ingol i . Le due posizioni più i n transigenti sono: d a u n a parte,
quella della Confederazione Nazionale Sindacati Fascisti, che i n tende rea­
lizzare nella "Carta" concrete garanzie dei lavoratori, legate, per a l tro, ad u n
sistema u n po' troppo rigido c h e renderebbe d i fficili i naturali sviluppi d e l
contratto collettivo, concepito come istituto caratteristico dell'ordinamento
sindacale; d a l l ' a ltra, quella della Confederazione naz. dell'Ind. che tende
ad assumere fin d'ora una posizione a n tagonistica nei confronti della Cor­
porazione, che è i nvece di u n ' i m portanza fondamentale nell a concezione
fascista. Le a l tre Confederazioni, invece, dell' Agricoltura, del Commercio e
dei Trasporti terrestri, si tengono in posizioni di maggiore equilibrio, men­
tre l a Bancaria e quella dei Trasporti marittimi si d isinteressano o quasi.
«A questo proposito devesi tener presente che il congegno dell'ordinamento cor­
porativo non può riposare che parzialmente sul COIISCIISO dt>lle parti. Al suo ftmzio­
namenfo è indispensabile l'intervento risolutivo della volontà politica, l'azione del­
lo Stato forte, che riserba a sé la resp01rsabilità della decisione della direttiva.
« A llego due d i verse form ulazioni della "Carta del Lavoro", l'una delle
quali B, i n una linea d i accordo tra tutti i da tori d i lavoro, esclusi gl' indu­
striali, rispecchia in modo particolare il punto di vista dei sindacati fascisti;
l ' a l tra C aderisce i nvece d i più al punto d i vista della Confederazione Indu­
stria. Tra i due testi i ntercede qualche d iversità, anche in l i nea formale, per­
ché il primo ha adottato una formulazione particolareggiata e u n ' i n tona­
zione p i ù prossima a quella di u n testo legislativo, mentre i l secondo ha
a ndamento d i progra mma politico e di manifestazione d i principi i .
« A l la autorità d i V.E. spetta decidere circa la forma definitiva d e l docu­
mento, il quale in teoria potrebbe assumere anche la veste di un R. decreto
legislativo in base a ll'art. 23 della legge 3 aprile 1 926, n. 563, per la sua par­
te centrale di sviluppo degli Istituti corpora tivi, o tradursi in una richiesta
al parlamento di speciali poteri legislativi per u n testo unico complementa­
re, ovvero esplicarsi più semplicemmte in uno schema di manifestazione program­
matica che, emanando da V.E. e dal Gran Consiglio del Fascismo, risulterebbe 1111
impegno formale per l'ulteriore opera degli organi legislativi dello Stato. Poiché,
secondo 111e, più che di dettare specifiche 11orme tassative, si tratta di porre a/ermi
principi generali, epilogo del cmnmino percorso e insieme base ad ulteriori svilup­
pi, ritengo che quest'ultima forma di promulgazione sia ad un tempo la più effica­
ce, la più opportuna e la più solemre: i n ispecie e, con la dichiarazione finale, la
volontà del Gran Consiglio diventi impegno categorico del Governo.»
23 Bottai, Il Partito, base del Regime, i n «Critica fascista>>, 1 5 ottobre 1 933.
2 4 Salvemini, op. cit ., vol . I I I, p . 89.
252 Giuseppe Bottai, fascista

25 Bottai, La Carla del Lavoro, p. 1 37.


26 Bottai, 111 che senso la «Carla del Lavoro» è superata e supembi/e, in «Criti­
ca fascista», 1° luglio 1934.
27 Bottai, relazione a l Gran Consiglio del 1 6 novembre 1 927, in Bottai, Il
Co11,;iglio Nazio11ale delle Corporazioni, pp. 1 2- 1 3.
21l Bottai, interv istél a l «Giornale d ' I talia», 9 ma rzo 1 929, i n Bottai, Il Coll­
siglio Nazio11alt' dd/c Corporazioni, p. 3 1 .
2 9 ACS, Min. Jntenw, Dir. Ge11. P.S., Div. polizia politica, fase. <<E. Rosson i>>,
notél i nformativa, 27 marzo 1 927.
30 Testimon iélnza all'au tore di Riccardo Del Giud ice. L'accordo tm i due
si tradurrà anche nella stesura del volume La Carta del Lavoro COIIIIIIentata e
illustrata in cui Bottéli tril ttò lél parte economica e Tura t i quella politica.
3 1 Letteril «riservil tissimil» il Mussolini dell'8 novembre 1 924, i n ACS, Se­
gr. pari. del Duce, Carteggio riservato, bustil 4, fase. 64/ R . sottof. 2, n n .
039969-71 .
32 Bottai, Chiarificazione 11ecessaria, in «Critica filscista», 1 ° milggio 1 928.
33 Rossoni però non cesserà mili d i attilccare l'ilvversilrio, per esempio
con un aspro a rticolo (Riflessiolli sulla rivoluzio11e Fascista. La Corpomzio11e co­
me idea) sul « Popolo d' Italia» del 28 marzo 1 93 1 , seguito da una relilzione
riservata il M u ssol ini nella quale critici! il m i nistero per le sue intrusioni nei
sindacati e nellil Magistratura del Lavoro, le troppe infrazioni agli ilccordi
collettivi e per come vengono regolate le riduzioni salariali dal min istero
stesso; i n conclusione «coloro, cui spetta l ' a pplicazione delle norme impar­
tite d a l Capo del Governo, non conoscono neppure sommariamente quale
sia, in rea ltà, la situazione economica, le condizioni di lavoro, i n una paro­
la, la v i ta delle singole categorie». ACS, Segreteria particolare del Duce, Carteg­
gio riseruato, 1 922-43, fase. W / R . « Rossoni Ed mondo», sottof. 2.
34 Bottai, discorso alla Camera del 4 maggio 1 929, i n Bottai, Esperie11za
corporativa (1 929-1 934), p. 367.
35 Bottai, d iscorso ai d irigenti dei sindacati dell' i ndustria di Roma del 29
agosto 1 93 1 , i n Bottai, Esperir11Z11 corporativa (1 929- 1 934), p. 357.
36 Bottai, Prolusione al corso di politica corporativa, ci t.
37 Bottai, d iscorso al Senato del 27 maggio 1 930, in Bottai, Esperienza cor­
porativa (1 929-1934), p. 488.
31l Ancora oggi i giudizi sulla rivista sono assai contrastan t i : per esem­
pio Zangrandi sostiene che, dopo «un'involontaria e inconsapevole funzio­
ne antifascista», a partire dal '30-32 <<perse ogni residua indipendenza e di­
gnità, e, parallela mente, gran parte della propria influenza nel pur ristretto
ambito degli originali seguaci». (Zangrandi, 11 lu11go viaggio attraverso il fa­
scismo, vol. l , p. 52.) Salvatorelli invece, probabilmente proprio in polemica
con Zangrandi, sostiene che <<l problemi del lavoro» svolse <<un'attività mo­
desta, e tuttavia non i n utile, né spregevole, nonostante lo scandalo d i talu­
ne vestali dell'a n t i fascismo». (Salvatorelli-M i ra, op. cii., vol. I l , p. 3 1 4 . ) Su
Rigola e << l problemi del lavoro» cfr. Cartiglia, R inaldo Rigo/a, pp. 1 78-204.
39 Bottai, l limiti di 1111 conse11so, in <<Critica fascista», 1 5 marzo 1 928.
4 0 Rigola, Chiarimenti, i n <<l problemi del lavoro», 1° maggio 1 928.
4 1 Bottai, Al di sopra, in <<Critica fascista», 1 5 maggio 1 928.
42 Zangrandi, 11 lungo viaggio a/traverso il fascismo, vol. l, p. 5 1 .
Note 253

43 Bottai, Partito e Si11dacati, in «Critica fascista», 1 ° febbraio 1 929.


44 Bottai, l/ punto su Ferrara, in «Critica fascista>>, 15 giugno 1 932.
45 C fr. su <<Critica fascista>>: Si11dacati e politica, 11ota redazio11ale, 1 5 gen­
naio 1 929; T. Napolitano, L'eco1wmia corporativa esiste (Risposta a Ri11aldo Ri­
go/a), 15 settembre 1 929; <<Doga na>> (G. Casini), Un tempo che verrà, 15 mag­
gio 1 929; A. Nasti, Libertà di diswssione e pub/Jiica siwrezza, 15 marzo 1 930 (è
l'a rticolo più duro: Nasti richiama l'a ttenzione del prefetto di Milano s u i
<<Problemi d e l lavoro»); A . Nasti, Avue11ime11ti e idee, 1 ° maggio 1 930; <<Do­
gana>>, Umor 11ero, 1 5 maggio 1 931 . Dal '32 in poi - quasi ad avva lorare le te­
si di Zangrandi sul decadimento dei <<Problemi del la voro>> - <<Critica fasci­
sta >> non si occupa quasi più degli a v versa ri, se non per qualche rigo
ironico, di tanto i n tanto.
46 Bottai, Dal Gran Co11siglio al Co11sislio Nazionale delle Corporazimri, i n <<Il
Diritto del Lavoro>>, gennaio 1 930 e i n Bottai, l/ Consiglio Nazio11ale delle Cor­
porazimri, p. 90.
47 Bottai, discorso a l l ' i naugurazione dell'Ente fascista di cultura d i Fi­
renze, 9 novembre 1 930, in Bottai, Espcrie11za corporativa (1929-1934), p. 592.
48 Bottai, d iscorso all'inaugurazione del corso di Legislazione corporél ti­
va presso l ' u n i versità di Pisa del 13 novembre 1 928, i n Bottai, Esperienza
corporativa (1929-1 934), pp. 507-508.
49 Fra l'al tro sarà il primo min istro a istituire nei suoi u ffici l'obbligo del­
la firma di presenza, imponendo a sé per primo i l rispetto degli orari: d a l le
8 a l le 14. Secondo Amleto Di Marcantonio, che fu alle dipendenze di Bottai
a l l ' Educilzione nilzionille, ancora nel dopoguerra il personale delle ammi­
nistrilzioni d irette di! Bottai ricordavi! <<le "gestioni" del giovane min istro
come esempio d i ottima amministrazione>>, (l/ ministro, in <<il be>>, 1 o marzo
1 959.) Di Marcantonio ha nilrrato i l seguente aneddoto: <<Anni dopo la fine
dellil guerra, il m i n i stro d emocristiano i!ppena nomi nato a l la Pubblica
istruzione ch iese a l d i rettore del personale del ministero, Piazza, cognato
d i Scelba, che di! tanto occupi! va quel posto, quale fosse stélto i l miglior mi­
nistro che avesse retto Iii carica: s i immagini la filccia del ministro democri­
stiano q u a nd o s i sentì rispondere: "Gi useppe Botta i ! " >> . (Testimon i<l l1za
all'a utore.)
Bottai aveva particolare stima di un funzionario del ministero noto per
essere sempre i l primo ad arrivare e l'ultimo ad andarsene; quando l'ormai
ex m i n i stro lasciò per l ' u l tima volta il m i n istero, vedendo la finestra del
funzionario a ncora i l l u m inilta tornò nel palazzo per salu tarlo persona l ­
mente: i l funzionario era i l padre d i Aldo Moro, ignaro c h e s u o figlio sareb­
be d i venuto m i n istro della Pubblica Istruzione. (Testimonianza a l l'autore
d i Bruno Botta i.)
50 Testimonia nza all'au tore d i Amleto D i Marcantonio.
5 1 ACS, Presidenza del Consiglio dei ministri, Gabinetto, Atti ( 1 93 1 -33), b.
651 , fase. 3.2. 1 5 /377.
52 Bottai, d iscorso alla Camera del 20 maggio 1 930, in Bottai, EsperiCIIza
corporativa ( 1 929-1934),pp. 1 43 sgg.
53 Bottai, d iscorso alla Camera del 1 ° Imggio 1 931 , in Bottai, Esperic11za
corporativa ( 1 929-1934), pp. 1 65-1 76.
54 Bottai, d iscorso a l Senato del 21 maggio 1 93 1 , in Bottai, Esperic11za cor-
254 Giuseppe Bottai, fascista

porativa (1 929-1 934), pp. 233-245. I due discorsi sono ottimamente analizza­
ti in Carocci, Storia del fascismo, pp. 92-93.
55 Malusardi, Elementi di storia del sindacalismo fascista, pp. 1 71 - 1 72.
56 Bottai, intervista a l «Giornale d'Italia», in Bottai, Il Consiglio Nazionale
delle Corporazioni, p. 3 1 .
5 7 Bottai, d iscorso a l l a Camera del 2 1 dicembre 1 929, i n Bottai, Il Consi­
glio Nazionale delle Corpomzioni, pp. 49 sgg.
58 Bottai, d iscorso al Cen tro d i cultura corporativa d i Lucca del 3 marzo
1 933, in Bottai, li Consiglio Nazionale delle Corporazioni, p. 28.
59 Bottai, discorso a lla Camera del 2 1 dicembre 1 929, cit.
60 Botta i , Dal Comitato In tersindacale al Consiglio delle Corporazioni, i n
«Critica fascista>>, 1 o agosto 1 929.
61 Cfr. Catalano, L'Italia dalla dittatura alla democrazia (1 919-1948), vol. I ,
p . 1 62 e Santarelli, Storia del fascismo, vol. I I, pp. 236-237.
62 Cfr. Mangani, L'in terven tismo della cult ura, p. 66.
63 Botta i , Dalla Rivoluzione Fra11Cese alla R ivoluzione Fascista, d iscorso
dell' l l novembre 1 930, cit.
64 Amalia Fassio-Bonanni, R icordo del mio maestro, i n <<abc», 1 o marzo
1 959.
65 Quazza, La cultura e il fascismo, in AA.W., Fascismo e società italiana, p.
229.
66 G i useppe A. Longo, La scuola di Pisa e il «botlaismo» dei giova n i, i n
<<abc», 1 o marzo 1 959.
67 Bottai, sul primo numero della rivista, giugno 1 930.
68 Nicola Jaeger, che nel '55 sarà giudice costituzionale, tenne la relazio­
ne introduttiva; una relazione fu tenuta anche da Amintore Fanfani, men­
tre Werner Sombart aprì il convegno con un saluto nel quale paragonava i l
nuovo d iritto corpora tivo a l d iritto romano: <<Adesso l'Italia docet a tutto i l
mondo e , forestieri e invita ti , s i a mo venuti q u i a Ferrara per imparare».
AA.VV., Atti de/ l/ COI!Vegno di studi corporativi di Ferrara, p. 10.
69 Idem, pp. 1 84 sgg. Per la posizione di Spirito s i veda S. Lennaro, Ap­
punti sul fascismo «di sinistra . » L1 dottrina corporativa di Ugo Spirito, in «Belfa­
gor>>, anno XXVI, fase. V, 30 settembre 1 971 , pp. 577-99, e Asor Rosa, La wl­
tura, pp. 1 488-1500.
70 Zangrandi, l/ lungo viaggio attraverso il fascismo, vol. n, p . 443.
7 1 La proposta fu di Ugo D'Andrea. Tra le menti più aperte e cultural­
mente preparate Spirito venne però considerato con simpatia, a volte ironi­
ca come i n u n a rticolo di Nello Quilici, che era su posizioni tipicamente
bottaiane: <<Meglio la mula di Ba laam che apre la bocca per profetare, che
quella d i Don Abbondio che punta gli zoccoli e rifiuta eroica mente ogni sti­
molo a pensare»; e a proposito dell' accostamento con i!" comunismo: «Con
una d isinvoltura semplicemente adorabile, accortosi che il Bolscevismo ha
veramente identificato individuo e Stato e che alla identificazione vuole ar­
rivare i l Fascismo, [Spirito] tira a servirsi dell'esperienza bolscevica come
di una d i mostrazione pratica della sua tesi e ad eguagliare Bolscevismo e
Fascismo, senza accorgersi che non si può trasferire una concezione filoso­
fica i n un sistema puramente meccanico e materiale quale è i l bolscevismo,
e che non bastano analogie form a l i, per stabi l i re che il Bolscevismo è sullo
Note 255

stesso piano del Fascismo, mentre son partiti da poli opposti e vogliono
g i ungere a opposte mète, con mezzi i n contrasto non meno radicale. Tra­
nelli dell'a ttualismo, contro i l quale ha avuto purtroppo un gi uoco facile la
razza dei ruminanti di cui sopra parlavamo».
72 Zangrandi, l/ lungo viaggio attraverso il fascismo, vol. II, p. 443.
73 Spirito, Il corporativismo.
74 Bottai, Impegni per l'Anno Decimo, in <<Critica fascista», 1 ° novembre
1 93 1 .
75 Bottai, li gusto della Rivoluzione, i n «Critica fascista>>, 1 o gennaio 1 932.
76 Quest'ultimo brano è tratto dal d iscorso tenuto d a Bottai a l l' Assem­
blea generale del Consiglio nazionale delle corporazioni ( 1 3 novembre
1 93 1 ), in Bottai, TI Consiglio Nazionale delle Corporazioni, p. 1 67.
77 I l d iscorso, oltre che negli Atti, è riportato i n Bottai, Esperienza corpora­
tiva ( 1 929-1 934), pp. 533-547.
78 Gramsci, Sindacato e corporazio11e, in Quaderno II; tratto da Gramsci,
Passato e presente, pp. 1 08-1 1 1 . Gli scritti d i Spirito cui i l leader comunista si
riferisce sono 17 Fascismo nella fase corporativa, i n « I l Leonardo>>, marzo 1 933
e Origine e avvenire della Corporazione fascista, in « L' Italia letteraria>>, 26 mar­
zo 1 933.
Gramsci scrisse una nota interessante su Bottai anche nel Quaderno IX,
sotto il titolo Sicilia: « Negli "Studi verghiani", diretti da Lina Perron i, è sta­
to pubblicato (nei primi numeri) [in "L'Italia letteraria", 1 2 ottobre 1 929] un
saggio di G iuseppe Bottai su Giovanni Verga politico, le cui conclusioni ge­
nera l i mi sembrano esatte: cioè, nonostante, qualche apparenza superficiil­
le, i l Verga non fu mai né socialisti!, né democriltico, ma "crispino">>. Grilm­
sci, op. ci t., p . 281 .
79 Spirito, li corporativismo.
80 Testimonianzil a ll'a utore di Ugo Spirito.
8 1 Bottai, d iscorso alla Camera del 24 febbraio 1 932, in Bottai, Esperienza
corporativa (1929-1 934), p. 1 80.
82 1 1 1 o ottobre 1 930 i n u n discorso al Consiglio nazionale delle Corpora­
zioni.
83 Bottai, d iscorso del 24 febbra io 1 932, i n Bottai, Esperienza corporativa
( 1 929- 1 934), p. 1 78.
84 Bottai, discorso alla Camera del 20 a prile 1 932, in Bottai, Esperienza
corporativa ( 1 929- 1 934), pp. 1 90-198.
85 Bottai, Ùl disciplina delle illltustrie nel sistema corporativo, i n Bottai, Espe­
rienza corporativa (1929-1 934), pp. 208-21 1 . Cfr. anche i suoi discorsi al Sena­
to del 21 maggio 1 93 1 e dell' l l maggio 1 932, ivi, pp. 297-306.
86 Testimonianza all'autore di Giova nni Balellil. Lo stesso Balella espres­
se il Mussolini il disilgio degli industriali con unii bilttutil «che lo fece ride­
re: "A furia di accontentill'e quelli della rivoluzione permanente si tornerà
al punto per cui Voi avete fatto la rivol uzione 1 " >> .
87 Ludwig, Colloqui con Mussolini, p. 75.
88 De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso, p. 1 63.
89 ACS, Segr. part. del Duce, Carteggio riservato, fase. 438/R, sottof. 8. Sulla
destituzione d i Bottai cfr. Cassese, La formazione dello stato amministrativo, p.
200 e De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del coHseuso, pp. 283-290.
256 Giuseppe Bottai, fascista

90 G. Moricca, Il convegno di Ferrara, i n « R ivista di studi corpora tivi», no­


vembre-dicembre 1 972.
9 1 Ancora nel '36, durante la guerra d ' Etiopia, Farinacci, che vedeva di
malocchio gli «intellettualismi>> corpora tivi, gli d isse: <<Sai, dopo dovremo
andare d 'accordo noi che siamo stati q u i . Tu fammi il piacere, piantala col
tuo corpora tivismo, tanto neppure Mussol i n i ci crede>>. (Giorgio Vecchietti,
l/ n umero 11110 della scuderia del regime, in <<Oggi>>, 11 febbraio 1 948. Vecchietti
nel gennaio- febbraio 1 948, scrisse per <<Og g i >> cinque a rticoli su Bot t a i .
L'autore m i confermò c h e le notizie e i dati ccntenuti negli articoli g l i erano
stati forniti dallo stesso Bottai, d i cui era collaboratore e i ntimo amico.)
92 Bottai, Corporativizzare ma co11 misura, i n <<Critica fascista>>, 1 ° ottobre
1 933.
93 Cfr. Bottai, Il binomio fascio-sindacato, in <<Critica fascista >>, 15 marzo
1 933; Bottai, Confederazioni ed aJi tnnomia si11dacale delle categorie, in <<Critica
fascista>>, 1° agosto 1934; Bottai, Unità sostaiiZia/e della legislazione corporati­
va, in << l i Diritto del Lavoro>>, agosto-settembre 1 933.
94 Bottai, Lo stato nel/n Stato corpora tivo, i n <<Critica fascista>>, 15 marzo
1 934.
95 Bottai, Lo stato nello Stato corporativo, cit.
96 Bottai, Verso il corporativismo democratico o verso una democrazia corpora­
tiva, i n << I l Diritto del Lavoro>>, apri le-maggio 1 952, pp. 1 21 - 1 42; riportato
parzialmente in Bottai, Scritti, pp. 201 -21 7.
97 Testimonianza all'au tore di Ugo Spirito.
98 Bottai, In che senso la <<Carta del Lavoro>> è superata e superabi/e, i n <<Criti-
ca fascista>>, 1° luglio 1 934.
99 Bottai, Il cammino delle Corporazioni, p. 80.
1 00 Bottai, La pace di Mussoli11i, in <<Critica fascista>>, 1 5 giugno 1 933.
1 0 1 Bottai, Il cammino delle Corporazio11i, p . 1 9 .
1 02 Idem, p. 74.
1 03 Idem, pp. 37-46.
1 04 Idem, p. 25. Sul New Dea! cfr. anche Bottai, Corpora te State and NRA,
in <<Foreign Affairs>>, 1 935, July, pp. 61 2 sgg. Alcun i scritti di Bottai d'argo­
mento corpora tivo furono tradotti in parecch ie l ingue. Due saggi furono
pubblicati solo in lingua inglese: Tradc U11ion Orga11 ization in Tlaly, in <<l n ter­
national Labour Review», giugno 1 927 e The Corporative State.
1 05 Bottai, L'ordinamento corporativo, p. 46. Questo voi umetto, che tratta a
grandi linee la storia e le funzioni dell'ordinamento corporat ivo, è poco in­
teressante. Forse Bottai non fece i n tempo a rifinirlo, essendo partito per la
guerra d ' Etiopia, ma dallo stile pare più probabile che sia opera di un allie­
vo o di un collaboratore.
1 06 Bottai, Il cammino delle Corporazioni, pp. 58-59.
1 07 Idem, pp. 59-61.
108 Idem, p. 81 .
1 09 Idem, pp. 94-95.
1 10 Bottai, Il problema della ricostruzione, in Archivio Bottai.
1 1 1 Bottai, Vent'anni e 1111 giomo, pp. 45-54.
1 1 2 1dem, p. 46.
1 1 3 Bottai, lettera al figlio Bruno del 1 0 - 1 5 aprile 1 944.
Note 257

1 1 4 Battili, Ve�tl 'a1111i c un giomo, pp. 53-54.


1 1 5 Curiosilmente questil frilse sembril - lllil non è possibile perché Bat­
tili non ne era il conoscenza - una rispostil polemici1 n quanto disse Togliat­
t i nelle sue Lezio11i �u/ fi7scismo: << I l corporn tivi�mo non è concepibile senza il
partito fascistil, non è concepibile senza lil smobil i til zione d i tutto il sistemi1
delle libertà democrn tiche», p. 1 54.
1 1 6 Bottili, Verso il corporativismo democratico ... , ci t.

V La «covata di Bollai»
l Battili, Vc11t'amti e 1111 giomo, p. 55. Lil frilse è del '49.
2 Battil i, Fu11zio11e della giovcllllÌ, i n «Criticil fascistil>>, l 0 m<trzo 1 933.
3 13ottil i,Ora di resi 'OII>'II/Ji/ità, in «Crit ic<t fascistil >>, 15 settembre 1 927.
4 Bott<ti, Il reg11o della 11oia, in «Criticil fascista>>, 1 5 agosto 1 928.
5 La stampa e lo stile, 25 agosto; I problrmi ttaziona/i e la stampa, 26 agosto;
Oiscil'lilta, 28 agosto.
6 Botta i , Oiswssio11i circa il Partito, in « C r i tica filscista», l o settembre
1 928.
7 Bott<ti, Po;;tumi d'utlll polemica, in «Critica fnscisti1>>, 1 5 settembre 1 928.
8 Bottai, Panorama 1 929, in «Critica fascista >>, 1° gennaio 1 929.
9 Bottai, I giova11i nel partito, in «Critica fascista>>, 1 5 ottobre 1 930.
IO Bottai, Funziotte della gioventù, ci t.
Il Bottai, Avviamettlo alle re:>ponsabilità, in «Critica fascista>>, 1° febbraio
1 930. Bottai, pur di sostenere questa tesi che si regge da sola, dà una valuta­
zione politica sbnglia til nffermi1ndo che M iguel Primo d e Rivera «con un
regime basato sui cinquilntenni>> era c<1 d u to per essersi trovnto contro i gio­
vani delle u n iversità «che ha consideriltO lontani ed estranei a l l a propria
esperienza>>.
l 2 De Felice, Mussoli11i il {t1scista. L'organizzazione dello Stato fascista, p.
354.
Durante li1 guerra, nel d icembre del 1 94 1 , Mussolini tenterà di dare uni1
scossa <t l paese e a l partito affidi1ndo l a segreteria del i'NF a Aldo Vidussoni:
ventott' nnni, federale, eroe del li1 guerra d i Spagna (dove ilVeva perso un
braccio), ilssol u tnmente i mpreparilto a quel ruolo. Dn l punto d i vista delle
cilpncità fu come la prova ilutocertificilta del fallimento della «politicil dei
giovani>>, mil la « fede>> d i Vidussoni era ind iscutibile: un anno dopo lil no­
mina mandò a M ussolini un consuntivo i n cui ribildiva: « È un momento
nel quille i l pilrtito non conosce vie di mezzo, non ilmil d iscussioni di nes­
sun genere, non tollera dubbi od incertezze. È l'oril di credere, soltanto d i
credere>>.
1 3 Ledeen, L'inlemaziotlllle fi7scisla, p. 52.
1 4 Idem, pp. 1 01 - 1 02 .
1 5 Idem, p. 1 02.
1 6 Bottai, L'itttemazio11ale fascista, in « L'Epoca>>, 27 febbraio 1 925.
17 Battili, 23/3/XI, domani una realtà europea, in «Critica fascista>>, 1° ilprile
1 933.
1 8 C fr. Bottai, Vent'amti e un giomo, pp. 55-62 e Verso il popolo e verso i po­
poli, i n «Cri tica fascistil>>, 1 5 gennilio 1 933. Le tesi d i Ledeen - che parla ild-
258 Giuseppe Bottai, fascista

d i r i ttura d i <<en tusiastica adesione» di Bottai a l l ' << i nternazionalismo» (p.


1 0 1 ) - sembrano piuttosto forzate: sintomatico è come egli i n terpreta que­
sto brano di Bottai:
<<Un movimento della vastità e della portata del nostro non può natural­
mente pennettersi il lusso di facili sogni negli allori conquistati . . . poiché
vigile e costante dovrà essere lo sforzo di perfezionamento e di adeguazio­
ne alla rea ltà i n continuo movimento; ma tuttavia neppure questo delicatis­
simo compito che impegna tutte le nostre facoltà d i tenacia potrà esimerci
da quello che per tu tte le gra ndi Rivoluzioni è s t a to un destino storico:
l'espansione o l tre i limiti del proprio territorio di nascita e d i esperimento.»
(Fascismo art icolo di esportazione, i n <<Critica fascista>>, 15 giugno 1 930.)
Secondo Ledeen <<Bottai spostava l' accento della propria richiesta d i tra­
sformare il fascismo portandola sul piano internazionale» (p. 99): sembra
i nvece, anche dalla semplice lettura del brano, che attribuisca a questo <<de­
stino>> u n ' i m portanza secon daria rispetto al <<perfezionamen to>> i n terno,
sopra ttu tto corpora ti v o.
Ledeen inoltre coinvolge impropriamente Bottai i n una tesi d i De Felice
su Mussolini secondo la quale il duce, visto il falli mentare andamento del
corpora tivismo, avrebbe imboccato la strada dell'espansione coloniale. (De
Felice, Mussolini il fascista. L'organ izzazione dello Stato fascista, p . 359 . ) I n
rea l tà - e l o s i d imostrerà nel prossimo capitolo - Bottai vedeva l ' impresa
etiopica come un rallentamento dell'esperimento corpora tivo che non do­
veva essere sostituito dall'espansione coloniale (Bottai, L'i111presa abissina e
In politica italiana, in <<Critica fascista>>, 1 5 giugno 1 936).
1 9 Bottai, il binomio fascio-sindacato, i n <<Critica fascista>>, 15 maggio 1 933.
20 Bottai, Ven t'anni e 1111 giomo, p . 51 .
2 1 I l momento favorevole per l a rivista è testimoniato anche, pochi mesi
dopo, d r d l ' inizio di una collana mensile di volumi ed i ti appunto da <<Criti­
ca fascista>> con il titolo <<Polemiche>>. 11 programma della collana era ambi­
ziosissimo (il primo numero avrebbe dovuto essere un inedito d i Mussolini
sull'espansione demografica), con scritti di Gentile, Leo Longanesi, Arnal­
do Mussolini, Alessandro Pavolini, Nello Quil ici, Ardengo Soffi ci, Bruno
Spil m pana to, Arnaldo Volpicelli, Mino Maccari, E m i l i o Settimelli, Paolo
Monelli, ma verrà rid imensionato. Mussoli n i non scrisse i l saggio promes­
so e il primo volume, peraltro poco i nteressante, fu di Bottai su L'econo111in
fascista. La collana ebbe lo slogan <<Ogni volume una battaglia per il Regi­
me>>, e «Critica fascista>> le dedicò un fondo nel quale si leggeva, fra l'il ltro:
«Noi non discuteremo il Fascismo, ma discuteremo nel Fascismo . . . . È stra­
no come fra certi fascisti abbia largo cred ito una curiosa leggenda antifasci­
sta, secondo cui nel Fascismo sarebbe vietato d iscutere.>> (G. Bott<Ji-G. Casi­
ni, Polemiche, i n «Critica fascista>>, 1 o marzo 1 930.)
22 Bottai, Giovani c pizì giovani, in «Critica fascista>>, 1° gennaio 1 930.
2 3 Il documento è pMzialmente riportato i n Aquarone, L'organizzazione
dello stato totalitario, pp. 51 4-5 1 7.
24 Per questa in terpretazione cfr. anche Aquarone, op. ci t . , p. 265.
25 Bottai, U1m n uova in tran,;igenza, in «Critica fascista>>, 1° marzo 1 942.
26 Ringrazin111ento a Bollai, in << In tervento>>, Sassari, aprile XX ( 1 942). Trat­
to da Addis Saba, Gioven t ù ilalitma del Li/ lario, pp. 1 84-185.
Note 259

27 Mel i s Bassu, Voce di prua, in « I n tervento», agosto-settembre XX ( 1 942);


riportato da Addis Silba, op. cii., pp. 1 85-1 86.
28 Da « I l Barco», il n no XV, gennaio 1 94 1 ; riportato da Addis Silbil, op. cii.,
p. 2 1 1 .
29 Prefazione d i U . A l fassio Grimilldi a Addis Sa ba, op. cii., p . 1 9 .
30 Testimonianza a l l ' autore d i Gi useppe A. Longa.
3 1 Bottai, Vent'anni e 1111 giomo, p. 6.
32 «li Giorno>>, 1 1 gennaio 1 959.
33 Amendolil, Introduzione a Curie!, Scritti (1 935-1945), vol. l, pp. 34-35.
Solo come seconda ipotesi, senza con v i n zione, Amendola prospetta la pos­
sibi l i tà che Bottai volesse - con la leadership sui giovilni - rilfforzare il pro­
prio potere personille.
Nel '37, appena terminato u n periodo d i confino, Amendolil venne invi­
tato da Bottai il un colloquio: rifiutò rispondendo che tril loro non potevano
esserci contatti mil, ancora quilrant'anni dopo, si chiedeva se lil netta chiu­
sura degli a n t i filscisti alle menti più i!perte e inquiete del regime non fosse
stil til un errore (Amendola, Intervista sull'antifascismo, La terzi!, Bari 1 976, p.
66).
34 L'articolo è riportato per in tero su AA.VV., Autobiografie di giovani del
tempo fa5ci51a, pp. 65-66.
35 Idem, p. 67.
36 Brocchi, Noi giovani, allora, in <<a be>>, 1 ° marzo 1 959.
37 Zilngrandi, Il lungo viaggio allrauerso il fascismo, vol . I, p. 1 03.
38 Cfr. G . Germilni, La socializzazione politica dei giovani 11ei regimi filscisti:
Italia e Spagna, in «Quaderni di sociologia>>, gennaio-giugno 1 969, p . 31 .
39 A. La Penna, I giovanissimi e la w/tura 11egli ultimi a11ni del filsciSIIID, i n
«Società>>, n n . 7-8, 1 946, p p . 678 sgg.

VI Un governatore per due città


l Anonimo, Canzo11e del terzo reggimento mitraglieri della divisione Sila, in
Bottai, Quaderno affricmw, pp. 97-98.
2 Bottai, Quademo affricano, marzo 1 936, p. 97.
3 SiliVil torel li-Mira, Storia d'Italia nel periodo fascista, vol. l, pp. 556-557.
4 Testimonianzil i!ll'ilutore di Giova n n i 13alel lil.
5 Battili, Non c'è 1111 paese, p. 63.
6 Battili, La nostra ora, in « L'Ard ito>>, 3 febbraio 1 920.
7 Bottai, Quaderno affricano, mMzo 1 936, p. 1 57.
8 Idem, p . 1 59. Cfr. li! lettera a Ci!rlo Ga lassi Pa l uzzi del gennilio 1 936
(Carlo Galassi Paluzzi, Bottai romano, i n «ilbc», 1° marzo 1 959); AA.VV., Ro­
ma nei suoi rioni e AA.VV., Osterie romane; Bottai (11 rione del Rinascimento a
Roma; Jl rinnovamento di Roma; u1 funzione di l�oma nella vita scientifica e cul­
turale della Nazione) e A more di Roma, in «Bollettino del lil C<�pitille>>, dicem­
bre 1 935, riportato in Battili, Quademo affricano, pp. 1 5 1 - 1 59. Bottai aderì an­
che alla Associazione d e i R o m a n i d e l l a C i sternil, cenacolo di a rt i s t i e
i n tellettua l i fondato e d i retto di! Trilussa e Petrolini.
9 Battil i, Quademo affricano, 5 novembre 1 935, p . 7.
1 0 Idem, 2 1 marzo 1 936, p. 1 09.
260 Giuseppe Bottai, fascista

1 1 Bottai, Colltwdo delle gcnemzio11i giovani, in <<Critica fascista>>, 1 ° gen­


naio 1 936.
12 Bottai, Abissi11in: impresa rivoluzionaria, in <<Critica fascista>>, 15 luglio
1 935.
1 3 Bottai, Ln marcia da Roma, in <<Critica fascista>>, 1° novembre 1 935.
1 4 Bottai, L'impresa abissina c In politica italimm, in <<Critica fascista>>, 1° ot­
tobre 1 935.
15 Bottai, Sostanza dc/l'Impero, in <<Critica fascista>>, 1 5 giugno 1 936. C fr.
a nche Ritomo alla norma/itri ?, in <<Critica fascista>>, 1 5 luglio 1 936. L'articolo,
uscito come editoriale, fu scritto da Mnrio Mora n d i e testi monia dei metodi
con i qua li Bottai conduceva l a rivista: Morandi, giovane giornalista pres­
soché sconosciuto, inviò il pezzo a <<Critica fnscista>>; subito dopo Bottni gli
telefonò chiedendogli il permesso d i pubblicare l'articolo come editorinle e
offrendogli u nn collabornzione. Di lì a poco Morandi, con Nasti e Pacces,
farà parte del comitato di redazione.
16 Bottai, Vc11t'nnni c 1111 giomo, 12 aprile 1 937, p. 1 09.
1 7 Bottai, Diario 1 935-1944, p. 86.
1 8 idem, 9 febbra io 1 936, p . 58.
1 9 idem, 1 6 apri le 1 936, p. 1 1 6.
20 Idem, 29 gennaio 1 936, p. 43.
2 1 C . Vecchietti, Il llllmero uno della scuderia del regime, i n <<Oggi>>, 11 feb­
braio 1 948
22 idem.
23 Dal '37 al '43 la firma di Bottai compare su «Critica fascista» non più
d i u n a dozzina di vol te. Gli ed i toria l i tuttavia cont i n u a no a essere n e l la
quasi totali til suoi.
24 Bottai, ll problcmn della swoln, in <<Critica fascista>>, 15 aprile 1 935; cfr.
anche L'autonomia universitaria ( 1 ° maggio), La li/Jerttti degli studi e l 'esame di
Stato ( 1 5 giugno e 1 ° luglio) e Ln swola m:IJ'unitti rivoluzio11aria ( 1 5 agosto).
Sulla scuola scrissero anche, il 1 o luglio, Gentile e Luigi Volpicel l i .
25 Bottai, Vent'anni e 1111 giomo, 1 5 novem bre 1 936, p. 1 06. Cfr. anche il
Diario, vol . l , p. 1 1 4.

VJJ Swoln, arte, razza


l Bottni, Politica coloniale ardita, in <<L'Ardito>>, 23 ottobre 1 920.
2 Bottni, Esami, <<radioconversazione>> del 1 5 giugno 1 938, in Bottai, Ln
Carla della Swola, p. 202.
3 Bottai, Rapporti tm Scuola e G.J.L., circolare m i n isteriale n. 1 6902 del 1 2
febbrnio 1 939, i n Bottai, La Carta della Scuola, p . 3 1 3 .
4 Bottai, Inizio del 11uovo a11no scolastico, circolare m i nisteriale n . 1 3404 del
30 settembre 1 938, in Bottai, Ln Carta della Scuola, p. 294.
5 C fr. Bottai, d iscorso al Senato sul bilancio dell'Ed ucazione nazionale, i l
2 6 marzo 1 938, in Bottai, L 1 Cartadella Scuola, p . 1 37.
6 Bottai,
Compiti della CiL, i n <<Critica fascista>>, 15 d icem bre 1 937.
7 ACS, Segr. pari. dr/ Duce, Carteggio riservato, busta 4, fase. 64/ R, sottof. 1 .
8 Bottai, 1 1 problema della Swola fascista, d iscorso agli insegnnn t i d i Cre-
mona, 22 d icembre 1 938, i n Bottai, Ln Carla del/n Scuola, p. 1 58.
Note 261

9 Bottai, d i scorso a l l a Camera del 1 7 marzo 1 937, in Bottai, l.JI Carta della
Scuola, p. 1 04.
1 0 Bottai, La Carta della Scuola, p. 94.
1 1 lde111, p. l 00.
1 2 ld<!nl,
p. 1 04. Nel successivo d iscorso al Senato ( i l 22 marzo 1 937, ivi, p.
1 25), come quando era a l le Corporazioni, Bottai si fa più circospetto e tecni­
co. La d i versità delle due assemblee lo esigeva. Basti confrontare le d i verse
manifestazioni di plauso che a l l a fine dei d iscorsi di Bottai vengono d a te
nelle due sedi (dal resoconto stenografato). Alla Camera: «Vivissimi, gene­
ra l i , reitera ti, prol u nga ti applausi, che si rinnovano quando l' onorevole m i­
nistro raggiu nge il banco del Governo». E al Senato: << Vivissimi, genera l i
applausi, molte congra t u lazioni».
! 3 Botta i, Discorso al / Convegno dell'istmziune Classica, i n <<La Scuola ita­
l iana>>, 15 novembre 1939.
1� Jhide/11. Pare che M ussolini abbia commentato: «Così i signorini impa­
reranno a sporcarsi le mani>> . Giorgio Vecchietti, Con la pittura contro la naf­
ta, i n «Oggi», 1 8 febbra io 1948.
15 Bottai, Relazio11e al Gra11 Co11siglio del 19 gennaio 1 939, in Bottai, La
Carta della Scuola, p. 25.
1 6 U n'a ltra frase di Bottai potrebbe t ranqu i l la mente essere attribu ita a
un m i nistro della Pubblica istruzione del 1 969: « Per essere sf!rio l'esame non
ha nessun bisogno di essere dmlll/1/alico. Sdra m m a tizziamoli d unque, que­
sti esami, facciamone delle conversa z ioni, che ci servano a capire il giova11e:
" t u t to il giova ne" >>. Botta i , Esa111i, << rad ioconversazione>> del 1 5 giugno
1 938, i n Bottai, Ùl Carta della Scuola, p. 200.
17 P. Barge l l i ni , in Buttai a Fire11ze, in <<abc>>, 1 ° marzo 1 959.
H l P. Barge l l i n i , in u n ' i n tervista ri lasciata a Ta nnenba u m e riportata in
Ta nnenbaum, L'esperie11za fascista, p. 93.
I'J Nel l'archivio di Marino Lazzari c'è la lettera con la quale Milccari, il 2
febbraio 1 939, a nnuncia a Bottai la decisione d i dare le d i m ission i . È i n te­
ressante a nche perché definisce bene la figura d i Maccari:
<< M io caro M inistro,
il colloquio che ho avuto [con Ciano] ci rca la questione di Livorno non
ha avuto l'esito da me sperato; che era poi quello di subord inare la decisio­
ne deg l i abba t t i menti ad un orientamento concreto ci rca l e ried ificazioni.
Pensavo cioè che s i sa rebbe potuto trasformare u n episodio d i carattere più
o meno burocratico i n u n argomento di d iscussione generale; i n un fatto,
insomma, d ' ord i ne nazionale; di trame lo spunto per riprendere in esame
tutta la politica ed i l izia e i nca m m i narla su un binario d i verso da quello che
ha condotto finora a risultati da non sod d i sfare nessuno.
<<Pensavo (come penso tuttora) che sia tempo che l ' intera cul tura si pro­
nunzi e si faccia responsabile in una materia di tanta importanza.
<< Invece sembra che tutto consista nello strappare una firmina, e precisa­
mente la m i a . Ora, come ho più volte spiegato a Lazzari, è a ltrettanto preci­
samente questa firmina che io non posso mettere. Le ragioni non si esauri­
scono i n uno sciocco puntiglio da parte mia, ma sono d i ben a l tro ordine.
Non s i tratta infatti soltanto di condannare a l l a sparizione alcune casette;
ma di avallare, sia pure i nvolontariamente, un nuovo capitolo di storia ed i-
262 G iuseppe Bottai, fascista

lizia; e dico edilizia, e non architettonica, appunto perché credo che l'archi­
tettura c'entri come i cavoli a merend a .
« S e c ' è u n o c h e un tale a v a l l o n o n p u ò prestare senza smentire tutto se
stesso per quel poco che sia . . . quell' uno son io.
« Può essere che "Strapaese" sia d iventato u n lontano e vago ricordo; ma
non posso essere io a rinnegar lo in maniera poi tanto ufficiale. Ciascuno ha
la sua retorica; io ho l a mia . . . . Voglio solo farti rilevare la precarietà nella
mia situazione, l' ineluttabilità della mia sostituzione alla carica d i cui so­
pra; in quanto è con questo mezzo e non col tentativo di convincermi che
gli ostacoli a l progetto su Livorno saranno rimossi.
« Perciò, tu devi, caro Bottai, preparare la mia successione, restando sicu­
ro che avrai i n me lo stesso amico e altrettanto e più riconoscente e a ffezio­
nato.
«La certezza che almeno tu t' immedesimerai delle mie condizioni mi
rende molto tranquillo; potrai, tutt'al più, arrabbia rti u n pachino, darmi
del "fregnone" per la nuova secca tura che t i procuro, m a non credo davve­
ro che me ne serberai rancore.
«Del resto, a voce mi spiegherò peggio [sic].
«Intanto era urgente che ti scrivessi.
« Provvedi! "Provideant consules" e a maggior ragione se sono luogote­
nenti genera li.
«Ti abbraccio e considerami sempre il tuo vecchio amico.>>

Ma le vere seccature, tra gli artisti, gli arrivarono proprio dall'artista per
antonomasia del regime: d'Annunzio. Bottai, come ministro dell'Educazio­
ne, doveva occuparsi anche dell' Accademia d ' I talia (della quale era aggre­
gato) e dopo la morte di M a rconi - che ne era presidente - dovette scrivere
questa lettera al «Vate» (Archivio del Vittoriale, fase. <<Bottai>>):
<<Caro Comandante,
i l Duce mi affida una missione presso d i te, ch'io adempio con devoto e
trepido cuore. Si tra tta: della preside11za dell'Accademia d'Italia. G l ' I ta l i a n i
sentono, c h e solo a l t u o nome impareggiabile p u ò essere affidata l a succes­
sione di Guglielmo M a rconi, e degl' Italiani mi fa, presso di te, interprete il
Duce. Accogli la loro designazione?
<<Mio Comandante, non rispondere d i no; non stroncare l a nostra alata
speranza. Io sono pronto a accorrere da te, per parlarti, patrono d'una cau­
sa, d i cui tanto è impegnato della nostra civiltà, della nostra cultura nel
mondo.
<<Attendo u n tuo cenno. Ti abbraccio con l'animo di sempre.>>
Non solo lo stile d a nnu nziano suona falso, ma anche l ' e ntusiasmo d i
Botta i: d'Annunzio gli chiedeva favori fin dalle Corporazioni (il fascicolo
<<Botta i>> nel l' Archivio del Vittoriale è pieno di lettere di raccomandazione).
Quanto alla frase <<io sono pronto a accorrere da te>>: prima d i morire, in po­
chi mesi, d ' A nnunzio fece correre parecchie volte al Vittoriale il ministro,
per piccole questioni, salvo poi farlo a t tendere ore o anche un giorno, pri­
ma d i riceverlo, perché <<non si sentiva in forma».
20 Bottai, intervista in << I l Popolo d ' I talia>> del 23 agosto 1939.
2 1 Attività svolta dalla Direzione Generale delle Arti nel qu inquennio gennaio
Note 263

1 938-gennnio 1 943, i n Archivio Lazzmi. Nell'Archivio Lazzari c'è anche un


Pro memoria, assai meno ufficiale e di non determinabile destinazione, che
verrà citato oltre.
22 Progetti e testi delle quattro leggi sono in Bottai, La Carta del/n Scuola,
pp. 301 -381 .
23 Su «Le Arti>> cfr. Tempesti, Arte dell'Italia fascista, pp. 224-227.
24 Pini-Susmel, Mussolini - L'Uomo e l'Opera, vol . I V, p. 1 4 . Cfr. anche
Ojetti, I
taccuini, pp. 499-501 .
25 Cfr. Bottai, Vent'mmi e u n giorno, 1 6 febbraio 1 942, pp. 2 1 8-220. Cfr. an­
che Diario, vol. l, p. 298.
26 Bottai, Vent'anni e un giomo, 22 luglio 1 94 1 , p . 207. Cfr. Diario, vol . l, p.
278.
2 7 G. Vecchietti, Con In pittura contro In nafta, cit.
28 Masi (a cura di), Giuseppe Bottai. La politica delle arti, scritti 1 91 8-1943,
pp. 53-545.
29 Nel Pro memoria di Lazzari si legge anche questo i nteressa nte brano
che rispecchia il pensiero di Bottai sull'ed i lizii1 e l'architettura fnscista:
«Il problema che spesso si presenti1 a ll'amministrazione è il seguente:
una troppo rigorosa tutela degli ambienti monumentali può compromette­
re esigenze concrete ed urgenti della vita sociale ed economica delle città.
M a d i rado l'amministrazione s'è trovata a dover decidere tra l ' esigenza
della conservazione e le necessità sociali: perché, purtroppo, di rado le pro­
poste urbanistiche m irano a risolvere problemi a t tu a l i, quali l'abitazione
delle classi operaie, il coord i namento dell e i n d ustrie ai quartieri popolari,
ecc . : problemi che, del resto, incidono raramente sulla sistemazione dei
quartieri antichi, quasi sempre central i . Molto p i ù spesso i problemi che c i
vengono proposti vertono sulla demolizione d i zone monumentali per so­
stituirle con altre zone monumental i : cioè sontuosi palazzi per uffici, ban­
che ecc. I n tal caso l'ammi nistrazione ha preferito d i fendere la monumenta­
l i tà a u tentica dell'an tico, contro la falsa monumentalità del falso moderno:
sperando che tale opposizione, salvando la bellezza dei nuclei urbani anti­
chi, anche concorresse a far convergere finalmente l'a ttenzione delle auto­
rità più direttamente i nteressate sul problema gravissimo delle case per i l
popolo; e se si fosse speso per costruire case popolari quanto s'è speso per
a l imentare la retorica di plutocratici edifici pubblici e privati, oggi non esi­
sterebbe in termi n i così gravi il problema dell'abitazione per le masse. Ora
quale meraviglia che i grandi architetti del monumentale si uniscano al co­
ro degli scontenti di questa politica nemica dello sperpero e preoccupata d i
vedere unicamente r iflesso nel volto delle città italiane, n o n le celebrazioni
enfatiche e a freddo, ma l'umile e concreto mondo del lavoro?»
30 La lettera fu girata da De Cesare a l m i nistero della Cultura popolare,
e Pavolini la passò a Botta i . Ora è i n Archivio Lazzari.
31 Così scriveva Bottai a Ojetti i l 1 5 marzo 1 942: «Tu per certo t i senti sul
polo dell'arte italiana e assegni a me l'altro. Invidio la sicurezza con cui giu­
dichi e mandi i n fatto d ' i ta l ia n i tà, anche a costo d ' a ndarti a ispirare all'este­
ro: perché la Germania, anche amica, è pur sempre estero» . (Archivio Laz­
zari. N e l Pro memoria di Lazzari inoltre si trova questa velenosa frecciata
264 Giusc•ppe Bottai, fascista

contro Ojetti: « [ Bottai] mise lo squadrista Maccari al posto dell"'eterno ri­


morchiato" Ojetti>>.)
32 M . Monteverdi, i n «Cremona Nuova>>, 1 939, p . 1 64 .
3 3 A partire da l l ' ottobre del 1 926 Bottai promosse s u «Critica fascista>>
un'inch iestil sull'a rte fascista cui parteci pilrono i n tono d'accusa i milggiori
ilrtisti del regime. Bottai conclude i l lilvoro con queste pilrole: « Decorazioni
p i ttoriche incred ibili sulle mum, busti orrib i l i di gesso colorato ild ogni
cantone, emblemi e stendardi il colori per il razzi; fasci l i ttori di stucco doril­
to che sembrano fastelli di legna da ardere, cromoli togril fie del Duce in at­
teggiamenti impossibili, sciilboloni e lilnce di legno dipinti con nerofumo,
ecco le sedi dei fasci, dei sindilcati e di molti comuni. Ci Sill'ebbe dil racco­
gliere materiale scenico per innu merevoli compilgnie di operette. E poi, ad
ogni cerimonia, i soliti parrucconi Cilsca ti i n piedi a l Filscismo sciorinilno
dinanzi agli occhi attoniti delle popolazioni lilpidi da cimiteri d i mon tilgnil,
scenografie romilne dil cinematogmfi suburbani, brutti calendari, orrende
copertine, tuttil una rid icola ciilnfrusaglieria e chincaglieria, con gravissimo
d isdoro della nostra civiltà ilrtistica>>. ( !�esultanze dell'illclziesla sull'arte fasci­
sta, in «Critica filscistil>>, 1 5 febbriliO 1 927.) Sull'inchiesta dr. Tempesti, op.
cii., pp. 76-78.
34 Per una a n a l i s i d e i premi Cremonil e Berga m o e il movimento d i
«Corrente>> cfr. Tempesti, op. cii ., pp. 227-249, e Papa, Bottai e l'a rte: 1111 fi 7 sc i­
SIIIVd i vaso.
35 L'intera legislazione il ntiebrilica scolastica si trovil in Battili, La Carta
della Swo/a, pp. 303-309.
36 Ledeen, L' i11 temaziollale fascista, p. 1 91 .
37 Primil tO, Razza e cultura, i n « Primato>>, l 0 a prile 1 942.
38 Bottai, S i riaprono le scuole, « rad ioconversazione>> del 1 6 ottobre 1 938,
in Battili, La Carta del/n SCIIola, pp. 209-2 1 0 .
3 9 N e l ricordo dellil moglie Neliil «per tutto il resto della vita si tormentò
e non si dilva pace per questo motivo>>; a chia rire il problema sono d'aiuto
anche i l giud izio e il ricordo del figlio Bruno ( testimonianze rese all'a uto­
re): « Ricordo lo spirito di quillche suo commento mentre si applicavano le
leggi razziste nella scuola: in polemica con chi avrebbe voluto uno svuota­
mento surrettizio delle decisioni prese, egli certamente sosteneva che ilp­
poggiare una politica vuoi d ire essere d isponibile, anche, ad ilppoggiarne
singole espressioni verso le quali si può persona lmente dissentire, che em
una costilnte l i nea del suo carattere !Gi useppe Bottai espresse questo con­
cetto nell'Mticolo Difesa della razza 11el quadro dello Stato, i n «Critica fasci­
stil>>, del 15 ottobre 1 938, sostenendo una «per noi imprescindibile ed es­
senziale logica della R ivoluzio11e per cui, una volta posto un pri ncipio, si
procede poi a l l ' u l teriore azione pol i t ica con ferma decisione se pur con
equilibrio e senso sommo di responsabilità>> ] . Per questo quasi puntigliosa­
mente volle applicare le leggi nella scuola con rapidità e cerca ndo di strut­
turarle nel modo migliore (ad esempio con l ' a pertura di efficienti scuole d i
tutti i gradi per i ragazzi ebrei). N a turalmente il suo f u errore e d errore gra­
ve, perché non vide subito che con le leggi razziali il fascismo valicava un
ul teriore l i m i te i n senso contrario a quegli obiettivi di dignità umana e so­
ciale con i quali egli, nonostante tutto, si sforzava d i conci l i a re il fascismo.
Note 265

Né vale d ire, per attenuare l'errore polit ico, che le leggi fasciste, e poi la lo­
ro applicazione, si arrestarono ben al d i qua, fortunatamente, di quanto si
faceva in Germania. Vi è piu ttosto da d i re - ma anche questo, mi rendo
conto, è un d iscorso margi nale - che, passato il varo delle leggi nella scuo­
la, nei resta nti a n n i prima della caduta del fascismo l'atteggiamento di mio
padre (e ve ne sono i n fi n i te testimonianze su u n piano pratico e umano)
verso il problema ebraico fu quello che tutti s i aspettavano, cioè aperto, tol­
lerante, solidale verso i perseguitati. Ma l'atto politico era stato compiuto
ed è giusto che in base a questo sia giud icato. I l comportamento successivo
g l i valse di man tenere i n tatta, a llora e dopo la guerra, l'amicizia dei nume­
rosi ebrei che conosceva ».
40 Ledeen, op. cii., pp. 1 90-1 94.
4 1 Idem, p. 1 90.
42 De Felice, Storia degli ebrei itnlin11i sotto il fascismo, pp. 449-450.
43 Idem, p. 284.
44 U. Alfassio Grimaldi, Tm Bottai e Fnriltncci, in «Critica sociale••, nn. 2 1 -
2 2 d e l 1 973. Cfr. a nche R. Colapietra, recensione a D e Felice, Storia degli
ebrei italiani sotto il fascismo, in <<Critica sociale», nn. 1 6- 1 7 del 1 973.
45 Ledeen, op. cii., pp. 1 9 1 - 1 92 .
4 6 Zangrandi, Tl lu11go viaggio nltmverso i l fascismo, vol. I I , p. 1 82.
47 L' << informazione>> pervenne a M u ssoli n i i l 5 murzo 1 938. 1\CS, Segrct.
pari. del Duce, Carteggio riservato, busta 4, fase. 64 / R, sottof. 1 , nn. 39881 -2.
La relazione continua con l'elencazione degli « a m ici osannanti>> d i Bottai:
«Gherardo Capui [sic per Gherardo Casi n i ] , Nicola De Pirro, Giovanni Ma­
rinelli, Renato Ricci, Gino Arias, Alberto Asquini, Bruno Biagi, Nicolò Ca­
stellino, Mariano Pierro, Erm< mno Am icucci, Tu l l io Cianetti, Franco Ciar­
lantini, Enrico Fermi, Alessandro Pavolini, Giova nni Gentile ecc.
<<Vi è poi un gruppo di giornalisti e scrittori già collaboratori di "Critica
fascista" che ha trovato occupazione a l M i n istero della Cultura Popolare,
nel quale il Bottai attraverso queste sue creature ha un notevole in flusso co­
me lo conserva su quello delle Corporazioni.
«Tra i suoi collaboratori d i "Critica fascista" passa ti a l M i nistero della
Cultura popolare v i sono Gerardo Casmi [sic per Gherardo Casi n i ] , Tom­
maso N a polita no, Agostino Nasti, Ugo D'Andrea, Giovanni Engely, Mario
Sertol i . »
4 ll A proposito d e l naso d i Bottai è curioso notare, a disdoro d e i servizi
segnaletici mil itari, che d u ra n te la visita medica per l'arruolamento nella
Prima guerra mondiale, venne catalogato <<grassetto>>, Ma i l medico che vi­
sitò i l governa tore di Roma volontario per l ' A frica non poteva definire il
suo naso «grassetto>> e, forse pensando a l l 'aquila imperia le, lo definì «aqui­
l i no>>. Simile associazione d i idee deve avere confortato l'ufficiale medico
che, dovendo concedere i l nulla osta per i l fronte greco-alba nese, trovò il
naso di Bottai «greco». Perfettamente in regola con l'anonimato d'obbligo
della Legione straniera, lì a Bottai sarà attribuito u n naso «retti lineo>>.
49 G. Vecchietti, Il numero 11110 del/n scuderia del regime, in <<Oggi», 11 feb-
·
braio 1 948
SO Cfr. Guerri, Gli itnlin11i sotto la Chiesa, pp. 31 2-31 7.
266 Giuseppe Bottai, fascista

51 Botta i, Relazio11e al Gran Consiglio d e l 1 9 gennaio 1 939, i n Botta i , La


Carta della Scuola, p. 59.
52 Testimonianza all'autore d i A n i ta Ferra ri.
5 3 Bottai, Relnzio11e al Gran Co11siglio, ci t., p . 1 6 .
5 4 Nell'encicl ica d i P i o Xl, Qundmgesimo a n no, e ma n a ta i l 1 5 maggio
1 93 1 , si legge: « Basta poca riflessione per vedere i van taggi dell'ord ina­
mento [corpora tivo]: la pacifica collaborazione delle classi, la repressione
delle orga n i zzazioni e dei conati socia listici, l'azione moderatrice d i una
speciale magistratura».
55 Mangani, L'i11 lerventismo nella cultura, p . 1 65.
56 Agosti, Ln Carta della Scuola, p. 266.
57 Bottai, Relazione al Gran Consiglio, cit., pp. 3 1 -32.
58 Idem, pp. 26-27. .
59 Bottai, Ln domza 11ella scuola fascista, <<radioconversazione>> del ma rzo
1 939, in Agosti, op. cii . , p. 306.
60 Bottai, Relnzio11e al Gra11 Cmzsiglio, cit., p. 54.
6 1 Del Giud ice, in Bottai, Scritti, pp. 226-227.
62 Gentile, Genesi e s l m l l ura della società, p . 1 1 .
63 Agazzi, Linee d i uzw pedagogia mililallfC de/ lavoro, i n <<Scuola i taliana
moderna>>, riportato da Agosti, op. cii., pp. 368-369. Cfr. anche Agazzi, li la ­
voro 11ella vita del/n scuola.
64 Tina Tomasi (Idealismo e fascismo nella scuola italiana, pp. 1 67-1 68) cita
i n proposito questa frase di Bottai:
<< U n a scuola che s i rivolgesse a chiunque sarebbe demagogica, non sele­
zionatrice, sarebbe fomentatrice di ambizioni, creatrice di masse disoccu­
pate e scontente, elemento continuo d i d isordine e di perturb<Jzione nella
vita produ ttiva, non meno che morale del paese.>> Ma fra <<selezionatrice>> e
« sa rebbe>> l ' a u trice sa l ta a piè pari, senza neppure mettere i p u n t i n i d i
omissione, la frase <<rimarrebbe u 11a scuola d i censo e , qui11di, vietata a l popolo>>,
che ovviamente cambia tutto il senso (si veda la Relazione al Gmn Co11siglio
del 1 9 gennaio 1 939, cit., p. 34); l'autrice cita la stessa frase mozza e falsata
in una pubblicazione di sette anni posteriore (Ln scuola italialla dalla dittalzt­
ra alla repubblica, p . 222 n). La Tomasi finge poi di non vedere nello stesso
d iscorso di Bottai frasi come quella per cui bisogna <<mettere le i n tell igenze,
dovunque esse si trovino, nella condizione di poter frutti fica re>> (p. 33). In­
somma riesce a presentare Bottai - che con la sua scuola aprì nuovi oriz­
zonti a l popolo - come u n custode degli interessi della borghesia e u n d i­
s t r u t tore d i <<q u a n t o ancora restava di i l l u m i n a to nel conservatorismo
gentiliano>> (p. 1 76). Quando è costretta ad a m mettere che la scuola media
d i Bottai fu <<un pilsso avanti verso una scuola sociillmente più ilperta>> si
a ffrettil a chiilrire che Battili a questo risul tilto pervenne <<non intenzional­
mente>> (p. 1 73), senza d ilre nessuna giustificazione a quel <<non i n tenzio­
nal mente>>. A d i mostrare i n vece che al risul tato si arrivò volendolo rag­
g i u ngere si possono ci tare molti d iscorsi di Botta i . Eccone d ue, u n o
an teriore e uno successivo alla prepil ril zione d e l l a Cilrta:
<<Bisognil . . . dare a tuttil la scuola media i taliilna una u n icil base fonda­
mentale per un corso triennille eguale per t u tti, in modo da portare il ra­
gazzo i ta l ia no dall'età d i sei a n n i all'età di 1 4 o 1 5 con lo s tesso ordine di
Note 267

studi. Questo è molto importante nell'ordine culturale; ma è anche molto


importante nell'ordine sociale . . . . Non è giusto che lo studio rimanga in un
regime sindacale e corporativo, in un regime di popolo, il privilegio d i in­
capaci solo perché ricchi. Come non sa rebbe giusto che gli studi fossero ne­
gati ai capaci solo perché sono pover i . >> (Discorso agli insegnanti d i Cremo­
na del 22 novembre 1 938, cit., pp. 1 58-1 59.)
« lo penso che sia inesorabile i n u n giorno più o meno lontano che u n al­
tro riforma tore si deciderà per una scuola med i a u nica che sarà la vera­
mente unica.>> (Bottai, il 23 aprile 1 942, i n AA. VV., Atti del convegno per lo
studio e l'uso del lnti11o.)
65 Gentile, d iscorso al Senato del giugno 1 940, i n Bottai, La 11uovn Scuola
mcdin, pp. 87-88.
66 È in teressante, in conclusione, leggere il giudizio su lla riforma Bottai
che una commissione alleata dette nel '46 (AA. VV., La politica c In legislnzio­
nc scolnsticn i11 fin/in dnl 1 922 n/ 1 935). Dopo avere stigmatizzato la fascistiz­
zazione e l' «i mperializzazione>> della scuola (ma anche il classicismo), gli
a u tori statu n i tensi mostrano d i apprezzare alcuni aspetti della Carta della
Scuola, e in modo particolare, sorprendentemente, le prime sette dichiara­
zioni, che enunciano i <<Princìpi, fini e metodi del la scuola fascista»: <<Non
si può negare che le enunciazioni con cui si inizia la Carta della Scuola, se
prese sepa ratamente d a l loro contenuto politico fascista, hanno elementi
veramente i nteressanti>> (p. 3 1 3 ) . Vengono considen1 t i con favore anche la
scuola media unica e i l <<gi udizio globale>> alla fine dei trimestri previa sop­
pressione dei voti, mentre criticata con du rezza è l'intenzione di introdurre
il lavoro nella scuola <<con formule poco chiare>>.

VIII Un U/isse di nome <<Primato>>


l Bottai, Tutti soldati, marzo 1 943, p. 1 4 .
2 F. Flora, La dig11ità del/n cultura, i n «Corriere della Sera>>, 2 6 agosto 1 943.
3 B. Spampanato, Il volto e In mnschern, i n <<Critica fascista>>, 1 · d icembre
1 928.
4 Bottai, La pace con Mino, i n <<Critica fascista», l " gennaio 1 929.
5 Cfr. al riguardo Zangrandi, particolarmente polemico in questa occa­
sione, i n Zangrandi, Il /ungo viaggio attraverso il fascismo, vol. I l , pp. 368-421 .
6 Mangoni, L'interventismo del/n w/tu m, p. 1 21 . Nel saggio viene trattata
estesamente la polemica Bottai-Maccari (pp. 1 1 9-1 2 1 ) e pagine i nteressa nti
si trovano inoltre sulla concezione politico-culturale d i Bottai e su <<Prima­
to>>. Su questo argomento e sulle riviste letterarie del ventennio si veda an­
che Tranfaglia, Dallo stato libernle n/ regime fascista, pp. 1 1 3- 1 27; Bobbio, La
cultura e il fascismo, rn A A . VV., Fascismo e società itnlin11n; Zangrandi, 11 /imgo
viaggio attraverso il fascismo, vol. Il, pp. 368-394; Cannistraro, La fnbbricn del
consenso. Fascismo e mass media; Tannenbaum, L'esperie11zn fascista; Asor Ro­
sa, La cultura, pp. 1 500-1520.
7 Zangrandi, T/ lungo viaggio attraverso il fascismo, vol. II, p. 384.
8 Bottai, L'arte nel patrimonio del/n Nazione, in <<Critica fascista>>, 1 5 luglio
1 938.
268 Giuseppe Bottai, fascista

9 Bottai, d iscorso del l ' giugno 1 938 all' inaugurazione della XXI Bienna­
le d'arte di Venezia, in Bottai, Politica fascista delle arti, p. 1 1 3.
1 0 Foglio di d isposizioni n . 386 del 1 6 aprile 1 935, ora in l pe11sieri del fede­
rale, Bompiani, M ilrtno 1 969, p. 35 (sotto il titolo «Quadra tura del circolo»).
1 1 Bottai, Cultura i11 azio11e, in <<Critica fascista», 1 5 settembre 1 936.
1 2 Giorgio Vecchietti, che ne fu condi rettore (e forse esagera nel ricordo
il proprio ruolo nella genesi della rivista), ricorda:
« Pi ù di una volta avevo suggerito a Bottai di inserire i n "Critica fasci­
sta" un supplemento letterario e artistico. l\1on se ne fece niente, ma l'idea
cominciò a germogliare. Farla e d i rigerla io solo la nuova rivista, mi parve
un d i m i nuire d ' importanza l'avvenimento: d 'altra parte, Bottai era gradito
ai letterati e agli artisti, non veniva considerato un intruso o un invaden te,
come tanti a ltri gerarchi, bensì uno di loro, uno che aveva cominciato come
giornal ista e come poeta prima che come politico. Alla fine accettò, ma vol­
le che io cond ividessi con lui la d i rezione, ritenendo di non dovere abban­
donare e trascurare "Critica fascista".
<<Aveva pudore di comparire come u n letterato i n mezzo ai letterati i ta­
liani. La vecchia redazione di "Critica fascista" (tranne i più giovani, come
Mario Morandi, Corrado Sofin e qualche a l tro) fu sempre u n po' gelosa d i
"Primato": era un sottrnrre Bottai al compito principale, della rivistil politi­
ca e di una tendenza (il fnmoso "revisionismo") già affermata e forse d i­
sperderne l ' i n fluenza. Del resto noi (io, Cabella, Airoldi) non vedevnmo co­
me i m p iega re in "Prima to" i collaboratori d i "Critica fascista", da noi
giud ica ti non idonei, più poli tici che letterati, e anche piuttosto noiosi.»
(Testimonianza all'autore.)
1 3 Zangrandi, l / lungo viaggio attraverso il fascismo, vol. II, p. 390.
1 4 Luti, Cro11aclle letterarie tra le due guerre (1 920-1 940), pp. 221-222.
1 5 Nella prefazione a Pin tor, Il sa11gue d'Eu ropa, p. XXIX, ma cfr. Asor Ro­
Sil, op. cit., pp. 1 582-1 583.
16 Santarelli, Storia del fascismo, vol. I I I , p. 95. U n a indiretta spiegazione
della nascita di «Prima to>> è forse d n ta da Bobbio (La cultura e il fascismo, in
A A . VV., Fascismo e società italia11a, p. 235), benché l'autore non ne faccia i l
nome: « C h i legga oggi u n a rivista fnscista, d a l primo all'ultimo numero ­
invito a fare questo esperimento con una delle riviste meno sprovvedute,
come "Critica fascista", quindicinale, che durò ininterrottamente dal 1 923
al 1 943, d iretta da Bottai, abile cattura tore d ' i n tellettua l i - resta colpito dal­
la monotonia mortifera degli argomenti, dall'angustia dell'orizzonte cultu­
rale, dalla totale mancnnza di annlisi concrete di situazioni rea li: un orrido
specchio per g l ' intellettuali che vedono ri flessa i n questo esercizio d i paro­
le che parlano a se stesse la propria funzione di fabbricatori di cortine fu­
mogene. Con l'aggravante semmai che di anno in anno il tono si fece sem­
pre più esa l ta to, la retorica sempre più stucchevole, le idee sempre più
aberranti>> . Seppure troppo pessi mistico, nel ritratto d i <<Critica fascista>> c'è
del vero, e proprio per questo Bottai volle creare << Primato>>, che non corri­
sponde affatto a l ln descrizione di <<Critica fascista>> data da Bobbio. Ed è si­
gnificativo che Bobbio non abbia invitato a <<fare l'esperimento>> con <<Pri­
ma to>>.
Note 269

17 A. Colombo, in una recensione a M a ngoni, op. cii . , i n «Corriere della


Sera», 25 agosto 1 974.
1 8 Mangoni, op. cii., p. 333.
1 9 Vettori, R iviste italitme del Novecento, p. 1 05.
20 Del Giud ice, in Bottai, Scritti, pp. 393-395.
21 Giorgio Vecchietti, Le riunioni di «Pri111alo», i n <<abc>>, l · marzo 1 959.
22 Bottai, /�esultanze dell'inch iesta sull'arte jilscista, i n «Critica fascista>>, 1 5
febbra io 1 927.
23 Primato, Fronte dell'arte, i n <<Primato>>, 12 febbraio 1 9 4 1 ; un preced ente
di ta l e i m postazione s i era a vu to fin dal q u i n to numero, quando Cabella
aveva sostenuto che sarebbe stato bene, per u n travaso reciproco d ' idee,
che a i Littorir li i parteci passero a nche giova n i di a l tre nazion<J i i til (Li/loria/i,
1 · maggio 1 940).
24 Bottai, Ven t'anni e 1111 giorno, 12 agosto 1 940, p. 1 90. Per i l testo com­
pleto della lettera, importantissima per ca pire l ' a t teggiamento di Bottai nei
confronti dell'attivitil culturale del regime, del le relazioni con la Germani<J
e degli scopi d i << PrimatO>>, si veda il Diario, vol. l, pp. 506-5 1 0 .
2 5 Bottai, Ven t 'anni e u 1 1 giumo, 13 agosto 1 940, p . 1 9 1 .
26 Idem, pp. 62-65.
27 Idem, pp. 69-71 . Sull'argomento cfr. a nche Bottai, Romanità e gennmle­
simo.
28 Testimon i i lllZa a l l'autore di G iorgio Vecch ietti.
29 l nd ro Monta nel l i, Come si portò Buttai nella bufera, i n «Corriere della
Sera>>, lO gennaio 1 959.
31J Botta i, Ven t 'anni e u n giorno, 17 agosto 1 938, pp. 1 1 8- 1 1 9. Cfr. anche
Diario, vol. l, p. 1 30.
31 Giorgio Vecchietti, Le ri1mioni di « Primato>>, ci t.
32 Luigi Salvatore l l i, nella sua ampia Storia d'Jtalia 1wl periodo fascista, si
c i ta oltre cinquanta volte (più d i Bottai, Fa rinacci, Starace) per riportare co­
sa scriveva d u rilnte il filscismo, ma non scrive una solil rigil su «Pri ma to>> e
lil suil collaborazione a questa rivista.
33 Tril i col lilboril tori a vrebbe dovuto figumre a nche Nello Quilici, poi
morto insieme a !taio B<l ibo. Sei mesi primil, d u rante la filse prepilril toria
del lil rivistil, Bottai gli scrisse: «Caro Quil ici, ti ringr<� zio di ilVer accettilto,
così prontilmente e cortesemente, i l mio inv ito a " Primato" che <Jttende da
te molti scritti . . . . " Primato" dedicherà, regolarmente, u n certo nu mero d i
pagine il i riesa m e della figura e dell'operil d i scrittori nostri, poco o mal no­
ti: una serie di saggi e i n terpretilzioni che, insieme riuniti, dovrebbero d<� re
un quadro v i vo e signi ficil t ivo della nostra cult ura, in ogni tempo. Penso
a nche che questi silggi possa no i n teressa rti. Conto, ripeto, sullil tua collilbo­
rilzione, l ieto se potrili filrmi avere un primo ma noscritto a l lil fine del mese
corrente>>.
Battili non era nuovo ili progetti di gra nd i riviste letterilrie dotilte di col­
laboriltori i l lustri. Nel 1 924 avevil ideiltO e d i retto, insieme ad Arnilldo Fm­
teili, lo «Spettiltore ital i<JnO», che avrebbe dovuto essere per Roma quello
che l a «Nouvelle Revue Françilise» era per P<Jrigi. Tra i collaboratori c'era­
no: Luigi Pirandello, Grazia Deledd<J, Al fredo Pa nzini, Umberto Silba, Al­
berto Sil vi nio, Sibilla Aleramo, Ada Negri, Milssimo Bontempel li, Umberto
270 Giuseppe Bottai, fascista

Fracchia, Lorenzo Montano, Carlo Linati e l'esordiente Curzio Malaparte,


che firmava ancora Curzio Erick Suckert. La critica dei libri era a cura d i
Antonio Ba ldini, Pietro Pancrazi e Francesco Flora, le letterature straniere
venivano trattate da G iuseppe Ungaretti (fra ncese), Emi lio Cecchi (ingle­
se), Alberto Spai n i ( tedesca), Ettore Lo Gatto (russa). La critica teatrale fu
tenuta da Silvio D'Amico e quella artistica da Cipriano Efisio Oppo.
Lo «Spettatore i ta liano>>, però, durò molto poco: toccava a Bottai trovare
i finanziamenti ma, lamenta Arnaldo Fra teili, «in tutt'altre faccende a ffac­
cendato, non procurò i sold i e la rivista arrivò solo al dodicesimo nu mero>>.
Si veda Fra tei li, Oal/'Amgno a/ Rosati, p. 49.
34 Cabel la e Vecchietti tennero la rubricaCale11dario, firmandola rispetti­
vamente «Testadoro>> e «Rolandino>>. Al riguardo si veda anche la nota 52.
35 Prima to, Parliamo dell'ermetismo, in «Prima to>>, 1 " giugno 1 940.
36 Test i monia nza a l l ' a u tore d i G iorgio Cabella, i l q u a l e ricorda che,
però, i l duce fu felice quando Bottai gli d isse che «Primato>> avrebbe pub­
blicato degli ined i t i di d ' Annunzio e fece commenti salaci sugli amori del
«va te>>.
37 Bocca, Storia d'Italia ne/la guerra fascista (1940-1 943), vol. I, p. 9 1 .
38 Testimonia nza a l l ' a u tore d i Giorgio Cabella.
39 Bottai, Vent 'anni e un g io rno, p. 1 98. C fr. anche Diario, vol. l, p. 242.
40 Primato, Le università e la w/tura, in <<Prima to>>, 1 " giugno 1 941 .
4 1 M. Lupinacci, l/ nuovo romanticismo, in <<Prima tO>>, 1 5 marzo 1 94 1 ; M .
Lupinacci, U n sagg io romanticismo, in <<Primato>>, l · settembre 1 941 .
42 Prima to, L'esistenzialismo in l/alia, in <<Prima to>>, l " giugno 1 943.
43 Testimonianza all'autore di Giorgio Cabella.
44 Prima to, ilztervmtismo della w/tura, in <<Pri mato>>, 1 " giugno 1 940.
45 Prima to, Gerarchia di popoli, in <<Primato>>, 1 " agosto 1 940.
46 Primato, Armi e arti, in <<Primato>>, 1 5 ottobre 1 940. Botta i tornerà con­
tinuamente sull'argomento: Posizioni da conq11istare, 1 " maggio 1 94 1 ; Univer­
sità a11110 XX, 1 " novembre 1 94 1 ; PreseiiZa della cultura, 1 5 novembre 1 94 1 .
Cfr. anche Politica e cultura, l " settembre 1 940.
47 Giaime Pin tor, i n <<Primato>>, 10 febbra io 1 941 .
48 Pin tor, Scrittori a Weimar, poi pubblicato in Pintor, Il sangue d'Europa,
pp. 1 33-1 38.
49 Luti, op. ci t., p . 233.
50 Prima to, La nostra parte, in <<Primato>>, 1 " marzo 1 94 1 .
5 1 Prima to, Fonte dell'arte, in <<Primato>>, 1 5 febbraio 1 94 1 .
5 2 Testadoro, S u l protezionismo della cultura, i n << Prima to>>, l o febbraio
1 942. L'articolo è stato a ttribuito a Pintor da Va lentino Gerratana e inserito
nella raccolta Sangue d'Europa (pp. 1 1 8- 1 20); su questa scia, analoga a ttribu­
zione errata fanno anche Mangani (op. cii., pp. 356, 374, 386) e Luti (op. ci/.,
p . 254). In rea l tà <<Testadoro>> fu sem pre e solo Cabella: quando a nd ò in
guerra, nell'estate del 1 942, e passò poi a d i rigere i l quotidiano <<L' I ta lia>>, la
rubrica Calendario fu tenuta da Vecchietti con la firma <<Rolandino>>. È co­
munque significativo che si possa a t tribuire a Pintor, eroe della Resistenza,
un art icolo scritto da uno degli amici più intimi di Bottai e reda t tore-capo
di <<Primato>>. Si veda anche l'articolo del l o marzo 1 942.
53 G . Coppola, Guerra di religioni, i n << Il Popolo d ' I ta l i a >> , 15 gennaio 1 942.
Note 271

54 Primato, Ve11t'a111zi di fascismo, in «Primato», 1 0 marzo 1 942. Ugual­


mente, su «Critica fascista», Bottai scriverà: «Con tutta naturalezzn e pori
convinzione noi abbinmo calato il tono dei nostri scritti d ' un'ottélva; non è
colpa nostra se molti lettori in I ta l ia e fuori d ' l tnlin non hnnno fa tto a l t ret­
tnnto e imparnto così a leggere». Invenzione della polvere (critica), in «Critica
fascista>>, 1 " aprile 1 943.
55 Bottai, Diario, vol. I, 6 settembre 1 942, p. 320.

IX Un'orrialia del ventesimo secolo


l Primato, Vent'anni rii fascismo, in «Prima to>>, 1 " novembre 1 942.
2 Bottéli, Vent'a111zi e 1111 giorno, 1 3 1uglio 1 943, p. 272. Vent'anni e zm giorno
è d i viso in una parte annlitica, di considerazioni sul fascismo, scritta nel
1 949, e di una parte d i a ristica (dal 31 ottobre 1 936 al 25 luglio 1 943). I n
rea ltà i veri d i a ri integrali ( 1 935-1 944 e 1 944- 1 948) sono stnti pubblicati po­
stumi nel 1 982 e nel 1 988 (si veda la Bibliografiél ) . In Vent'anni e un giomo
Bottai pubblicò una scelta dei d iari: ne monca grande parte, molte frasi so­
no ri toccate (di solito per motivi di sti le, più che di opportunità) e d iverse
frosi sono state aggiunte: come questa, che non esiste nel dia rio.
Di Vezzt'mmi e 1111 giorno Bottai scrisse a llo zio Al fredo, pochi giorni pri­
ma dell'uscita del volume: «Vorrai, il suo tempo, d iscernere la portatn delle
prime cento [ pagine) che costitu iscono il mio giud izio d ' ogg i; e le pélgine d i
d i n rio, che riportnno senza postume correzioni, i miei stnti d'animo e giudizio
nel corso dell'esperienzn. Se il libro ha un merito, questo si è, mi sembrél, d i
rappresentare n l vivo il d ram mil d i tutt'uno generazione. Sinmo d i questo
d ra m ma all'epilogo? Vorrei crederlo. Ma talora mi viene il sospetto che i l
lungo a t to del fascismo non sin stato i l più denso d i tragedie. M n t i rispar­
mio le mie elucubrazioni . . . » (Lettem del 6 febbrélio 1 949). Dopo l' uscito scri­
ve a Cnbella, a proposito dei giud izi della stampo: «Alcuni ilrticoli molto
seri nella stampa avversa; e un certo imba razzato silenzio nel cnmpo dei
M IS t i ficatori [sic). Unnnime giudizio favorevole sulle prime 1 00 pagine.
Vn rie le riserve sullo parte din risticn, che per In suo "stesurn" fa sospettare
una postumn rielabomzione, mentre i miei quaderni sono qua a documen­
tare la quotidinna notazione. E tu mi snresti buon testimone, che molte d i
queste pagine già conoscevi>> (Lettera del 1 5 marzo 1 949).
3 Testimonia nza n l l ' a u tore d i Riccardo Del G iud ice, con l u i sui fronti
frn ncese e albanese.
4 Bottai, Vent 'a111zi e un giorno, p. 8 1 .
5 A . Tamaro, Il fascismo i n Germania e nell'Europa centrale, i n «Critica fél­
scista>>, 1 5 marzo 1 925. Questo articolo permette indirettamente di valuta re
anche l 'efficienza dell' ufficio di Pubblicél Sicurezza che si occupava della
censura sulle riviste italiane d irette all 'estero, e il desiderio del regime d i
n o n d ispincere - f i n o a l l ' u l t i m o e a nche retroattiva mente - a g l i a l l e a t i
dell'Asse; infatti il 3 0 gennaio 1 943 u n a comunicazione riservata d e l mini­
stero degli I n terni il quello della Cultura popolare d iceva:
<<La censura ha fenmto un piego d i retto dalla Ditta Hoepli allo Ditta &
C; Buchhandlung - Rotenturmstrasse 7 - Vienna -, contenente i fascicoli
272 Giuseppe Bottai, fascista

dell'annata 1 925 del quindicinale "Critica fascista " . Nel fascicolo n. 6 d i ta­
l e rivista, che si al lega, a p . 1 03 è pubblicato un articolo intitolato: "Il Fasci­
smo in Germania e nell'Europn Centrale" contenente nlcune considernzioni
critiche ed a pprezzél menti non félvorevoli nei con front i del Nélzionnlsoci<Jli­
smo e dei suoi d i rigen ti.
« Pregnsi voler esprimere il proprio pnrere c irca l ' opportunità che tnle
pubblicnzione si<� inol trél tél él destinélzione. »
Su questn letteril Pilvolini scrisse di suo pugno: << È ovvio che si vorrà
censurnre». (ACS, Ministero della Cultura pupo/are, bustn 3, filsc. 22.)
6 ACS, Segr. pari. del Duce, Carteggio riservato, busti! 4, filsc. 64/R, sottof. 4.
Letteri'l del 25 luglio 1 933, n . 0400 1 4 .
7 Botti'I Ì, Vm t'anni e 1111 giomo, 1 0 e 1 2 l uglio 1 938, pp. 1 1 6-1 1 7. Cfr. Dia­
rio, vol . l, pp. 1 23-1 24.
8 Cfr. su <<Critica filscistn>>, L'Italia e la nuova generazione eu ropea ( 1 5 nprile
1 938); L'Asse Ro111a-Berlino e l'Europa (15 mélggio 1 938); Necessità dell'Asse (1 o
11prile 1 939), tutti Mticoli di 13ottil i .
9 Bottili, Ven t'anni e un giomo, 1 o settembre 1 939, p. 1 36. Cfr. Diario, vol . I ,
p p . 1 56-1 57.
10 ldc111, 13 ilprile 1 943, p . 257. Cfr. Diario, vol. I, p . 373.

1 1 Bottni, Diario, 6 milrzo 1 943, vol. I, p. 364.


1 2 Testimon i<JnZil i! l l'élu tore di Neliél e Bruno Bottél i .
1 3 Bottél i , Diario, 6 milrzo 1 943, v o l . l, p. 364.
1 4 JIJidl'lll.
1 5 Jdclll, 1 3 aprile 1 943, vol. I, p. 373.
16 Bottni, Ven f 'lllllli e 1111 giomo, 1 7 ngosto 1 939, p . 1 29. Cfr. Diario, vol. I,
p . 1 52.
1 7 Jdelll, 14 settembre 1 939, pp. 1 4 1 -1 42. C fr. Diario, vol. I, p . 1 52.
1 8 Jdclll, 6 luglio 1 940, p. 1 84 . C fr. Diario, vol. I, p. 2 1 1 .
1 9 ldt'lll, 5 luglio 1 943, p . 275.
20 Jdc111, p. 22.
2 1 C . Vecchietti, J/ i l ll lllf'I'O UIIO della scuderia de/ rcgi111e, i n <<Oggi>>, 11 feb­
br<�io 1 948.
22 C . Vecchietti, Nasce A ndrea Battaglia, legionario di seconda classe, in <<Og­
gi>>, 25 gennélio 1 948.
2 3 M ussol ini, O em Otntlia, vol . X X X I V, p. 293.
p
2 4 L . Cavicchioli, Il gerarca senza or/;ace cile sognava /a libertà, in <<Oggi>>, 22
gennnio 1 959.
25 TestimoninnZil a l l ' il u tore d i C . A . Longo.
26 1J ottai, Ven t 'anni e u11 giomo, 8 milrzo 1 940, p. 1 61 . Cfr. Diario, vol. I, p.
1 78 .
2 7 Jde111, p. 8.
28 Jdclll, 15 novembre 1 940, p . 1 94. Cfr. Diario, vol. I, p . 231 .
29 Battili, Diario, 1 7 gennélio 1 941 , vol. l, p. 246.
30 Ciilno, Diario (1 938-1 943), 21 ottobre 1 94 1 , p. 76.
3 1 Jde111 , 1 o settembre 1 942, p. 1 86.
32 /de111, 22 settembre 1 942, p . 1 97.
33 Bottai, Ven f 'mmi e 1111 giorno, 17 ottobre 1 942, p. 231 . Cfr. Diario, vol. I,
p . 328
Note 273

34 Bottai, Diario, 23 gennaio 1 943, v o l . l, p. 355.


35 Bottai, Ven t 'anni e u n giomo, p. 89.
36 lde111, p . 90.
37 ldt:lll, p. 35.
38 /de111, pp. 99-100.
39 Jde111, p. 94.
40 Bottai, che amava le battute e le pasquinate, si distingueva nel lancia­
re motti feroci; per esempio a proposito della perd ita della Libia d isse: « I n
fondo è un'altra meta raggiunta: M u ssol i n i nel 1 9 1 1 pronunziò i l "Via d a l la
Libia". Dopo trentadue a n n i lo ha m a n tenu to>> (Ciano, op. cii., 8 gennaio
1 943, vol. Il, p. 239).
41 Bottai, Ven t 'anni e u n giomo, p. 5.
4 2 Testimonianza a l l ' a u tore d i Giorgio Cabella.
43 Bottai, Ven t 'a n n i e 1111 giomv, 2 aprile 1 940, p. 1 65.
44 Cfr. Bianchi, Perché e COllie cadde il fi7sciSIIIV, p. 1 85.
45 Bottai, Ven t 'a n n i e 1111 giomo, p. 1 3.
46 Jde111, 1 ' settembre 1 939, p. 1 3 1 .
4 7 Ciano, op. cit., 7 settembre 1 939, vol. I l , p . 1 60 .
4 8 Bottai, Ven t 'a n n i e 1 1 1 1 giorno, 3 settembre 1 939, p. 1 37.
4� lde111, 5 febbraio 1 943, p. 2 1 1 .

50 G . Vecchietti, / l n u 1nerv 11110 . . . , c it .


5 ! Testimonianza all'a u tore d i Viviana Botta i .
52 Cia no, op. cit ., 8 settembre 1 942, vol. I I , p. 1 23.
53 Jde111, 22 settembre 1 942, vol. li, p. 197.
54 Bottai, /Ialo Ba/uv. Sul dia rio scrisse: <<Caro I talo, sempre sull'ali. Un
argomento e spiccava i l volo. D'accordo su certi temi, subito ci d ivideva il
modo d ' a ffrontarli; per via d i terra io, fante per destinazione, u n piede do­
po l'al tro, bisognoso di sentire sotto i l solido; per via di cielo lui, volatore a
qua l u nque costo, ala su ala, desideroso di spaziare, di guardare d a l l ' a l to,
pronto a cacciarsi in vite nei paradossi pii:1 spericola t i . Ma alla conclusione
ci ritrovavamo di nuovo concordi>>. Diario, 29 giugno 1940, vol. l, p. 206.
55 Testimonianza a l l ' a u tore d i Viviana Bottai.
56 Balbo lo disse, verso la fine del 1 939, a Cabella e Vecchietti - che sepa­
ratamente mi hanno riferito la frase - dopo una cena in casa di Bottai.
57 G. Vecchietti, /l n wnero u no . . . , c i t.
51) G u arnieri, Don Giuseppe De Luca tra cronaca e storia ( 1 898-1 968); M a n­
goni, Aspetti della cultura cat tolica sotto il fascislllo: In rivista <<li Frontespizio>>,
in «Storia contemporanea>>, ottobre-dicembre 1 971 e L'in terven tis111o del/n
cultura, pp. 352-356; De Felice, Alcune lettere di Mons. Giuseppe de Luca n Giu­
seppe Bottai, i n AA.VV., Mvdem is111o, fnscislllo, COIIl lllliSIIIV: aspet ti e figure del/n
cultura e della politica dei cattolici nel '900, pp. 4 1 9-451 .
59 De Felice, Alcune lettere . . . , ci t., p. 42 1 .
60 /de111, lettera del 1 5 dicembre 1 94 1 , pp. 425-430.
6 1 P. Ba rgellini, Bottai n Firenze, in «abc>>, 1 ' marzo 1 959. Venne molto cri­
ticata, i n particolare da Gentile, un' i n tenzione manifestata da Bottai : con­
sentire ai laureati in teologia di sostenere gli esami di abili tazione a l l' i nse­
gnamento medio (Turi, Giova n n i Gen t ile, pp. 484-485).
62 De Luca scrisse a Marino Lazzari, il 19 settembre 1 939: «Cerco, a fine
274 Giuseppe Bottai, fascista

di bene, d issimulare il prete nel letterato, perché, bene o male, anche tra i
letterati, e sebbene in incognito, stia u n prete; ma chi, per forza di fede e
d ' a ffetto, scopre il prete in me e gli vuole bene, non so come sia ma mi sem­
bra di volergli bene due volte>>. Bottai, appunto, scoprì i l prete nel letterato.
Sulla conversione d i Bottai, progred ita lentamente per venticinque a n n i, si
veda anche i l cap. Xl, pp. 220-223 di questo libro.
63 Federzoni, L'Italia di ieri per la storia di doma11i, pp. 236-237.
64 G. Vecchietti, ll 1111111ero u11o. . . , cit.
65 Testimonianza all'autore d i Ugo Spirito.
66 ACS, Segr. pari. del Duce, Carteggio riservato, busta 4, fase. 64/R, sottof. 1 .
67 Ciano, op. cit., 23 marzo 1940, vol. I l, p . 24.
o
68 Idem, 1 giugno 1 940, vol. l, p. 274.
o
69 Bottai, Diario, 1 marzo 1940, vol. l, p. 1 77.
70 Ibidem.
71 Idem, 2 marzo 1 940, vol. l, p. 1 78.
72 Testimonianza all'autore d i Nelia Bottai.
73 Bottai, Diario, 1 0 giugno 1 940, vol. l, p . 1 93.
74 Idem, 1 3 d icembre 1 940, vol. I, p. 240.
75 Bottai, Ve11t'a1111i e 1111 giomo, p. 1 00.
76 Idem, p. 79.
77 Idem, p. 83.
78 Idem, pp. 98-100.
79 Bottai, Diario, 17 giugno 1940, vol. I, p. 196.
80 Bocca, Storia d'Italia nella guerra fascista (1 940-1 943), p. 300.
8 1 Ciano, op. cii., 26 aprile 1 94 1 , vol. Il, p. 22.
82 Idem, 19 maggio 1 94 1 , vol . Il, p. 33.
83 Idem, 9 novembre 1 942, vol. I I, p. 1 24.
84 Bottai, Vellt'a1111i e 1111 giorno, 28 marzo 1 942, p . 222.
85 Idem, 1 0 aprile 1 942, p. 222.
86 Idem, 27 maggio 1 942, p. 226.
87 Bottai, L'ordi11amelllo corporativo: principii, attuazioni, riforme, in « I l Di­
ritto del Lavoro>>, n n . 1 0- 1 1 , 1942.
88 Ciano, op. cii., 3 giugno 1942, vol. Il, p . 1 68.
89 Cfr. Bianchi, op. cii., p. 243.

X Un giomo
l Bot tai, « I l Fascismo, principio di sintesi nazionale>>, d iscorso del 19
marzo 1 923, in Bottai, Fascismo e Italia nuova, p. 25. La frase è proprio del
'23, e non del '43, come si potrebbe pensare: solo che Bottai si riferisce a i
partiti avversari, nei quali i l «tradimento>>, l a «scissione» e la <<d isgregazio­
ne>> scagliano «orrendamente gli u n i contro gli a ltri i compagni affezionati
di ieri>>. I n u tile sottoli neare i l sapore profetico di questa frase.
2 Ciano, Diario (1 938-1943), 15 gennaio 1943, vol. Il, p. 24 1 .
3 Per u n a trattazione particolareggiata d i quegli avvenimenti s i rimanda
al volume di Bianchi, Perché e co111e cadde il fascismo, e De Felice, Mussolini
l'alleato.
4 Ciano, op. cii., 22 settembre 1942, vol. Il, p. 241 .
Note 275

5 Carocci, Storia del fascismo, p. 1 48.


6 Bottai, Vent'anni e un giomo, 30 novembre 1 942, p. 236. Cfr. Diario, vol.
I , p. 339.
7 Idem, i l S febbra io 1 943, pp. 252-253. Cfr. Diario, vol . l, p. 360.
8 Gorla, L'ltnlin nel/n seconda guerra mondiale, p. 397.
9 Bottai, Vent'anni e un giomo, 7 febbra io 1943, p. 253. Cfr. Diario, vol . l, p.
361 .
IO Deakin, Storia del/n repubblica di Salò, vol. l , p. 200.
1 1 Idem, vol . l, p. 205.
12 Telegramma del 1 9 d icembre 1 942, i n Idem, vol . !, p. 1 66.
1 3 ACS, Segr. pari. del Duce, Carteggio riservato, busta 4, fase. 64/R, sottof.
l, n. 039887.
1 4 La frase <<l'acuto desiderio di nov i tà » è pesantemente sottolineata e
attorniata d i punti esclamativi nella copia di «Critica fascista» del ministe­
ro della Cultura popolare, ora i n ACS, Ministero del/n Cultura popolare, busta
6, fase. 64.
15 Ciano, op. cii., 29 gennaio 1 940, vol . I , p. 2 1 9 .
1 6 Idem, 7 febbraio 1 940, vol . l p. 22 1 .
,
1 7 Bottai, Ven t 'anni e u n giomo, p . 86.
18 Bottai, Invenzione del/n polvere (critica), i n «Critica fascista>>, 1 o aprile
1 943.
19 Bottai, Ven t 'anni e u n giomo, 19 maggio 1 943, p. 261 .
20 Idem, 5 luglio 1 943, p. 266.
21 Testimonianza all'autore d i Riccardo Del Giud ice.
22 Bottai, Polit ica [t1scista delle arti, 1 3 luglio 1 943, p. 269.
23 Idem, p. 270.
24 Idem, p. 272
25 Jbidem.
26 Bottai, tema scolastico del 1 9 maggio 1 91 4 .
2 7 Bastianini, Uomini, cose e fatti, pp. 1 1 1 -1 1 5 .
28 Bottai, Ven t'anni e 1111 giomo, 14 luglio 1 943, pp. 272-274. Cfr. Diario,
vol. I, pp. 389-39 1 .
29 idem, p . 274. Cfr. Diario, vol. l , p . 390.
30 Bottai, Studi sull 'ordine n uovo, in «Primato», 1 o luglio 1 943.
31 Bottai, Ven t'mmi e u n giorno, p. 280. Cfr. Diario, vol. l, p. 396.
32 idem, pp. 283-286. Cfr. Diario, vol. l, p. 397.
33 G. Vecchietti, 11 mio rilomo non sarà un ritorno indietro, in «Oggi», 22
febbraio 1 948.
34 Testimonianza all'autore d i Riccardo Del Giud ice.
35 Zangrandi, 1 943: 25 luglio-8 sellembre, p. 1 26.
36 Secondo Bottai Grandi era a Roma d a l la sera prima, in rea ltà G ra n d i
e r a arrivato i l 20.
37 Bottai, Diario, 22 luglio 1 943, vol. l, p. 402.
38 Idem, 23 luglio 1 943, vol . l, p. 404.
39 Testimonianza all'autore d i Giorgio Cabella.
40 Luigi Federzoni fu uno dei più consapevoli e attivi uomini del 25 lu­
glio anche se, come gli altri, si risolse con troppo ritardo a cercare di rime­
d iare una situazione che già da molto appariva d isastrosa. Questo episodio
276 Giuseppe Bottai, fascista

riferitomi da Gi orgio Cilbell a documen til bene sia la consapevolezza sia la


mancanza, sino il l l ' u l timo, d i una i n iziativa conseguente: << l ncontrandolo,
verso la fine del giugno del 1 943, a unil cenil in casa di a m ici, m i feci pre­
m u ra di informarmi d ella sua salute ch iedendogli genericilmente: come va,
eccel lenza. Egli, senza rispondermi, m i prese per u n braccio, m i d irottò in
u n a ngolo della Silla dove minore era la presenza deg l i invitilti e m i d isse:
"Caro Cabel lil, tu mi domilndi come Vil: ti risponderò con un episodio quil­
si vero: il dottor Balanzone stava l ' a l t ra sera affacciato al balcone di casil
sua godendosi il fresco. Ad un tratto vede pilssare rapidissimo davanti il sé
l ' a mico Fagiolino che stil preci pitando dall'a l to verso la strada: 'Com'ande­
gnil Fasu lein?' E Fagiolino di rimando: 'Par adess, ben!' Posso rispondere
anch'io come Fagiolino, senza timore d i sbagliare di m o l to . . . " >> .
4 1 Ben i n i , Vigilia a Verv11a. Cfr. a n c h e Susmel, Vita sbagliata di Galcnzzo
Cia11o, pp. 283-284.
42 Bottai, Vmt 'm111i e 1111 giorno, 24 luglio 1 943, p. 295. Cfr. Diario, vol. l, p.
405.
43 Testimonianza all'a utore di Nicola De Pirro.
44 Testimonia nza a l l ' a utore d i Giovanni Balel la. In una i n tervista rila­
sciata nel '70 a Col l ier ( Duce! Duce!, p. 253) Balella affermò che la conversa­
zione avvenne per telefono. I nterrogato per questo l avoro ha precisato me­
glio il suo ricordo.
45 Bottai, Ve11t'mmi e u n giorno, 24 luglio 1 943, p. 293. Cfr. Diario, vol. I, p.
406.
46 Idem, pp. 294-295. Cfr. Diario, vol. I, p. 405.
47 Battili, Diario, vol. l, p. 406. Nel Pro memoria il testo è sottolineato.
48 Testimonianza a l l'ilutore d i Viviana Bottai .
4 9 Testimonianza a l l ' a utore d i Agostino Nasti e Mario M . Morandi.
50 In Bianchi, Perché e coz11e cadde il fascismo, p 449. Forse anche Ciano
aveva con sé u na bomba: si veda Guerri, Galeazzo Cia11o, pp .. 586-587.
51 Testimonianzél élll'a u tore di Riccardo Del Giud ice.
52 Pél recchi studi e memorie sul 25 luglio nélrrano che prima della seduta
l 'ambiente era, o si sforzava di sembrare, abbélstanza sereno; ci si scél mbiava­
no battute e tra i presen t i circolava una barzelletta che poi Bottai raccontò a
Giorgio Cabella: < < I l Gran Consiglio è riunito e i membri sono sed uti ai propri
posti in a t tesa dell'arrivo del duce. A un tratto si apre una delle quattro por­
te della sala e appare u n amino, piccolo, d istinto, vestito di scuro, imbaraz­
zatissimo. Fa qualche passo verso il centro della sala, finalmente si ferma
quasi i n terdetto e chiede: "Ma è questo il Gran Consiglio?". Tu tti, sorpresi da
quella apparizione, rispondono sì. Allora l'amino guardandosi i n giro e con
un tono di voce che nessuno avrebbe sospettato dichiara: "Ve l o do io il Gran
Consiglio! Andate a prendervelo nel culo tutti quan t i ! " ».
53 Bocca, Storia d'Ifa/in lll!lln guerra fascista (1 940-1 943), p. 565. Bocca defi­
nisce Bottai anche << i l solo d isposto a pagare di persona>>.
54 Mussolini l ' a veva detto il 3 gennaio, in un d iscorso al d irettorio del
partito.
55 Bottai , Vezzt'mmi e un giorno, pp. 304-306. Cfr. Diario, vol. l, pp. 4 1 3-
4 1 4.
Note 277
56 Mussolini, Storia di 1111 atlllO (l/ tempo del basto11e e della carota), pp. 8 1 -
82.
5 7 Cfr. anche Federzoni, L'Italia di ieri per la storia di domani, p. 1 97.
58 Bianchi, Perché e come cadde il fascismo, p. 522.
59 Botta i , Vent'anni e 1111 giorno, pp. 3 1 6-317. Cfr. Diario, vol . I , pp. 4 1 9-
420.
60 Testimonianza all'autore di Giovan n i Ba Iella .
6 1 L'unico a u tore che riporti questa notizia è Pino Romualdi (L'ora di Ca­
tilina, TER ed i tore, Roma 1 962, p. 1 98). Romualdi, combattente nella Repub­
blica di Snlò e poi i mportante uomo politico m issino, non nveva nessuna
simpatin per Botta i. Gian franco Bianch i (Perché e come cadde il fi1sciSIIID, p.
352) riferisce In testimonianza senza accred itarlo.
62 Bottai, Vent'anni e 1111 giorno, pp. 3 1 9-323.
63 Cfr. Guerri, Fascisti, p. 242.
64 Bottai, Vcnt'a1111i e 1111 giomo, pp. 324-326.
65 Zangrandi, 1 943: 25 luglio-8 settembre, p. 1 28.
66 Bianchi, Perché e come cadde il fascismo, pp. 547-553.
67 Montagna, Mussolini e il processo di Verona, p. 76.
68 Bianchi, Perché e come cadde il fascismo, p. 532.
69 Testimonianza all'autore di Viviana Bottai.
70 A . Nasti, ll 24 luglio di Bottai, i n <<abc», 1 " marzo 1 959.
7 1 A proposito di <<Critica fascista>> Bottai scrisse il 28 luglio a Guido
Rocco, nuovo mi nistro della Cultura popolare: <<Caro Ministro, credo che
grildirili una mio pilrola di congrn tulazione e d ' augurio per l' opero delicnta
che t'è stata assegniltil i n questo momento. I l mio è il sil l u to d ' u n nm ico e,
insieme, d ' u n giornnlista, che ha l a coscienzn d ' avere sempre onorato la
sua professione. Ed è come giornalista che, per debito d'ufficio, m i rivolgo
a te. Desidero informarti persona lmente che, creiltasi la nuova situazione,
ho sospesa la pubblicazione della rivista "Critica fascista", di cui sono pro­
prietilrio e d i ret tore. Le ragioni che m ' h ilnno indotto a ciò sono di per sé
tanto evidenti che non ritengo ci sia bisogno d i spiegarle: esse si compen­
d iano nell'intento di non creare motivi d ' i mbarazzo all'azione pacificatrice
del nuovo Governo. Mi sembra superfluo aggi ungere che, ove e quando
sembrasse opportuno riprendere sotto il l tro titolo e magilri con a l tra d ire­
zione, un'azione critica, che fu inizinta vent'anni fa e condotta con accorta
determinazione fra d i fficoltà d'ogni sorta, io sono a d isposizione. La mia,
bada, non vuoi essere in alcun modo una solleci tilzione o una proposto, ma
una doverosa comunicazione>>. I n ACS, Ministero della Cultura popolare, busta
3, fnsc. 22.
72 Bottai, Diario, 1 3 agosto 1 943, vol . I, p . 428.
73 Zangrnndi, 1 943: 25 luslio-8 settcmln·e, p. 1 6 1 .
74 Bottai, Vent'a1111i e 1111 gionru, pp. 325-326.
75 Tdc111, p. 325.
76 G . Vecchietti, Il mio ritorno non sortì 1111 ritomo indietro, ci t.
X I «Il mio compito ora è di patire»
1 Bottai, Lettera alla famiglia dalla Legione straniera, 21 d icembre 1 944.
2 Bottai, Ve11t'anni e un giomo, 21 luglio 1 943, p . 291 .
3 Bottai, Lettera a l figlio Bruno del 1 0- 1 5 aprile 1 944. La lettera prosegue
così: <<Se un lamento ne traggo, si è perché essa mi viene proprio dalla par­
te nel cui amore pecca i . Ma, forse, è in questo l ' i n segnamento maggiore
'
della mia dolorosa vicenda. Io non p osso, tirando le somme del mio bilan­
cio, che constatarlo, prenderne atto. È per te che cotesto insegnamento deve
avere un valore a ttivo: e cioè, che, uomo, devi amare e servire altri uomini,
tuoi eguali o capi che siano, i n quel qualunque sodalizio che a te li leghi,
col rispetto più scrupoloso della tua d ig n i tà d i nanzi a Dio, il quale vuole
che tu umilii le tue ambizioni e la tua superbia, ma non le virtù e i doni, os­
sia la sacra personalità di cui t'ha dotato>>.
4 Scrisse al riguardo Henri Daniel-Rops: «Il dramma dell'anno 1 943, i
pericoli ai quali era miracolosamente sfuggito, la prova che era stata poi la
sua guerra, l'avevano riportato totalmente alla fede del suo Battesimo. Un
giorno che parlava d i tutto ciò mormorò la parola "espiazione" >>. Lettera
ad Agostino Nasti del 2 febbra io 1 959, pubblicata in «abc>> del 1 · marzo
1 959. Si veda anche il cap. IX, pp. 1 85-186.
5 Lettera a Bruno del 1 0- 1 5 aprile 1 944.
6 Lettera alla famiglia del 1 5 maggio 1 944.
7 Lettera alla famiglia del 1 9 agosto 1 944.
8 Lettera a Bruno del 1 0-1 5 aprile 1 944.
9 Bottai, Pro memoria.
1 0 Lettera a Bruno del 1 0- 1 5 aprile 1 944.
1 1 Bottai, Ve11t'an11i e 1111 giomo, pp. 97-98.
1 2 La lunghissima lettera d ice, fra l'a ltro: «Non credere ch'io voglia ino­
cularti il morbo della politica. Prima di tu tto, ritengo che tu ne sia stato vac­
cinato fin da lla tua prima età, nell'aria stessa che h a i respirato. In secondo
luogo non opino che la politica sia in sé un morbo (per quanto io sia stato
per morirne ! ) . C'è piu ttosto un modo morboso di far della pol itica, ed è
d ' i mmergervisi tutti, come di necessità toccò agli uomini della mia genera­
zione, e come senza necessità, anzi contro necessità e ragione, seguitarono
a fare quelli che vennero dopo d i noi . . . . Sia che tu m i liti o non mi liti, sarai
se ma turo, libero, non asservito ad adorazioni umane; e rispetterai negli al­
tri quella libertà, che avrai prima conquistata in te. E poiché per un uomo
civile e sociale, che partecipi, cioè, a l la v i ta del suo Paese, la libertà è un
concetto positivo e non nega tivo ( libertà d i fare; non libertà d i non fare), tu
farai della politica anche senza professarla o professionalizzarla. Ogni tuo
atto, ogni tuo detto, ogni tua opera, saranno ispirati all'in teresse del popolo
cui tu appartieni.
«(Ho tanto usato della parola libertà, che non vorrei essere frainteso.
Perciò, tra parentesi, per non essere tentato a un troppo lungo d iscorso, ti
dirò che non è ch'io creda essere tu destinato a vivere i n un secolo liberale.
Tu tt'altro! I n genere, io penso che gli "ismi" segnino la fine del periodo atti­
vo e crea tivo dei concetti, da cui derivano. Così è del liberalismo per la li­
bertà, i n tesil come ordine politico; dell'autoritarismo per l'nutorità i n tesa
Note 279

come regime, ecc. È u n paradosso, bada, ma c'è del vero. La libertà, d i cui t i
parlavo, ha riguardo a l la t u a coscienza, a l la t u a men te, a l tuo giud izio e
tanto più ne avrai bisogno, quanto meno il secolo sarà liberale.)>>
1 3 Nello stesso anno scrive a Viviana, che gli aveva segnalato u n rassere­
namento, in Italia, nei confronti degli ex gerarchi ( invece di lì a poco Nenni
c h iederi\ la sua est ra d izione): «Mi parli, me ne parla anche la mamma,
d ' u na "distensione". N e sono felice per coloro che si d istendono, ché quan­
to a me sono d is teso da u n pezzo. I ntendo d i re sereno, pacato. I l che non si­
g n ifica però che non soffra. M a soffro senza incattivirmi contro gli altri. La
mia sereni ti\ di passione e di giud izio è del tutto i n terna, e non sarà la resi­
piscente bonti\ o generosità degli altri a rendermi meno severo con me stes­
so, e più indulgente, appunto con gli altri».
1 4 Bottai, Legione è il mio nome, pp. 1 6- 1 7.
1 5 Idem, pp. 56-57.
1 6 Idcm, p. 1 1 .
1 7 Idem, p . 1 6.
18 L. Miglioranzi, L'umiltà di Bottai, in «abc», 1 " marzo 1 959.
1 9 G. Vecch ietti, Il mio ritomo non sarà 1111 ritorno indietro, in «Oggi», 22
febbra io 1 948.
2 0 Ibidem.
21 I. Pellicano, Grm1dezza morale, in <<abc», 1 · marzo 1 959.
22 Bottai, Ve11t'anni e un giomo, p. 52.
23 G . Bocca, Il piccolo disgelo del professar Bottai, in <<L'Europeo», 13 gen-
naio 1 959.
24 Lettera del 1 5 aprile 1949.
25 Lettera del 20 maggio 1 948.
26 Testimonianza all'autore di Giovan n i Balella.
27 G. Bottai, Il partito oggi, i n <<abc», 1 · dicembre 1 958.
28 Lettera del 1 7 aprile 1 95 1 .
29 Bottai, Della D C o del non saper dove andare, i n «abc», 1 6 ottobre 1 955.
30 O. Vergani, Il soldato Battaglia, in «Corriere della Sera», 22 ottobre 1 960
(da un'annotazione diaristica del 29 ottobre 1 950).
3 1 G . Ansaldo, Ricordo di Bottai, in «Il Mattino», 10 gennaio 1 959. Cfr. an­
che L . Cavicchioli, Il gerarca senza orbnce che sognava la libertà, in «Oggi», 22
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INDICE DEI NOMI

Abbagnano, Nicola, 167, 1 70 Baroncini, Gino, 29


Acerbo, Giacomo, 29, 56, 202, 2 1 1 Basti a n i n i, Giuseppe, 1 98-200, 202,
Acquarone, Pietro, 200 211
Agnelli, Giovanni, 83 Belli, Giuseppe Gioachino, 1 68
Albini, Umberto, 198 Belluzzo, Giuseppe, 75-76, 1 33
Aleramo, Sibilla, 1 67 Benedetti, Arrigo, 167
A l fassio G r i m a ld i, Ugoberto, x, 1 20- Benini, Zenone, 205
1 2 1 , 1 47-1 48 Bergamo, Guido, 27
A l fieri, Dino, 96, 1 84, 1 90, 206, 2 1 1 Bernari, Carlo, 1 67
Alfieri, Vittorio, 6 Bettini, Pompeo, 168
A l icata, Mario, 1 63, 1 67-1 68, 170, 190- Biagi, Enzo, 1 67
191 Bianchi, Gianfranco, x, 2 1 2, 2 1 5
Almirante, Giorgio, 1 49 Bianchi, Michele, 29-32, 36, 38, 53, 55
Alva ro, Corrado, 1 67, 1 69-170
Biggini, Carlo Alberto, 21 1
Amendola, Giorgio, 1 20
Bignardi, An n io, 21 1
Angelini, Cesare, 167
B i lenchi, Romano, 167
Angioletti, Giovanni Battista, 5-6, 1 67-
Binni, Wal ter, 1 67-1 68
1 68
Biondi, Pompeo, 1 69-1 70
Arena, Celestino, 91
Bocca, Giorgio, 1 89, 209, 234
Argan, Giulio Carlo, 1 4 1 , 1 67
Bocelli, Arnaldo, 1 67
Arias, Gino, 1 4 4
Boncompagni Ludovisi, Fra n cesco,
Ascoli, G .R . , 63
1 25
Attolico, Bernardo, 190
Bonsanti, Alessandro, 1 39, 1 67
Bontempelli, Massimo, 1 45, 1 67, 1 69
Baccelli, deputato, 22
Borgoncini Duca, Francesco, 1 50
Bacchelli, Riccardo, 167-168
Badoglio, Pietro, 23, 1 29, 200, 2 1 6-21 7 Bottai, famiglia, 1 77, 21 8-2 1 9

Balbo, ftalo, 1 2, 20, 29-32, 36, 55-56, 92, Bottai, A l fredo, 3-4, 7
Bottai, Bruno, VII, 69, 1 06, 2 1 7, 221, 224
145, 1 83-184, 186, 203
Baldini, Gabriele, 1 67 Bottai, Elena, 3, 7, 2 1 , 149

Ba Iella, Giovanni, 69, 99, 206, 2 1 3 Bottai, Luigi, 3-4, 21, 24, 1 27
Balla, Giacomo, 18 Bottai, Maria, 3
Banfi, A n tonio, 167, 1 70 Bottai, Milria Grazia, VII, 69, 2 1 7
Bargellini, Piero, 1 39, 1 67 Bottai, Nelia (Cornelia), VII, 4-5, 27-28,
Barolini, A ntonio, 1 67 67, 69, 188, 2 1 7
292 Giuseppe Bottai, fascista

Bottai, V i v iana, V I I, 69, 1 85, 208, 2 1 6- Dal Fabbro, Beniamino, 167


2 1 7, 234-235, 237 D'Amico, Silvio, 1 85
Brambilla Cnrminati, Giulia, 1 48 D'Annunzio, Gabriele, 6, 37, 71, 1 68
Brancilti, Vitaliilno, 1 67 Dilnte A l ighieri, 1 66, 2 1 9
Brandi, Cesare, 1 4 1 D e Ambris, Alceste, 7
Brega, Gianni, x De Bono, E m i lio, 30-32, 36, 55, 1 45,
Brocchi, Diano, 1 2 1 1 84, 187, 201 , 209, 2 1 5, 220
Buffarini-Guidi, Guido, 1 86, 1 93, 2 1 1 , De Cieco, Atti lio, 202
213 De Felice, Renzo, x, 40, 52, 99, 1 1 4,
Businelli, Alberto, 1 6 1 47-1 48, 1 84, 230
Buzzati, Dino, 1 67 De Gilsperi, Alcide, 235
De Gaulle, Charles, 227
Cabel la, Giorgio, 1 66, 1 68-1 70, 1 72, De Grand, Alexandre J.. 40
1 82, 202, 204-205, 218, 234 Del Bo, Carlo, 1 43
Calderini, Guido, 1 6- 1 8 Del Bo, Dino, 1 67
Calza-Bini, Gino, 1 7, 19, 22-23, 37-39 Del G i u d ice, R i ccardo, 1 52, 1 63-164 ,
Campana, Dino, 1 68 197, 202, 208
Camus, Albert, 228 Della Volpe, Caivano, 1 67-1 68
Capello, Luigi, 2 1 De Luca, Giuseppe, 184-1 85, 237
Cardnrelli, Vincenzo, 1 67 De Milrsico, Al fredo, 204-205, 2 1 1 , 2 1 5
Carducci, Giosue, 6 De Meis, Angelo, 4 2
Carli, Mario, 1 0-1 1 , 1 4 , 16-1 7, 26 D e M ita, Ciriaco, 236
Carrà, Carlo, 1 39 De Pirro, Nicola, 48, 1 3 1 , 206
Casati, Alessand ro, 1 33 De Pisis, Filippo, 1 43, 167
Casati, Gabrio, 132 De Robertis, G iuseppe, 1 39, 1 69
Casella, Alfredo, 1 39 De Rosa, Gabriele, 4 1 , 51
Casini, Gherilrdo, 59-60, 63, 1 3 1 De Ruggiero, Guido, 191
Casoril ti, Felice, 1 39 Dessì, Giuseppe, 1 67, 1 70
Cassinmi, Bruno, 1 43 De Stefani, Alberto, 57, 21 1
Cavallero, Ugo, 220 De Vecchi, Cesare Maria, 30-32, 36, 97,
Cavour, Camillo Benso, conte di, 6 1 33, 209
Cecchi, Emilio, 1 68-169 Dewey, )oh n, 1 36
Chierici, Renzo, 1 98 Dossi, Carlo, 1 68
Cianetti, Tullio, 21 1 , 220 Dudan, Alessandro, 56
Ciano, Galeazzo, 1 20, 1 32, 1 40, 1 49-
1 50, 1 7 1 , 1 76, 1 80, 183, 1 86-193, 196,
Einaudi, Giulio, 1 73
201 -202, 205, 21 1 , 2 1 3-214, 220
Einaudi, Luigi, 94
Ciccotti, Ettore, 79
Emilnuelli, Enrico, 1 67
Ci n i, Vittorio, 1 76, 184, 235
Ercole, Fmncesco, 1 33
Coda, Valenti no, 25
Codignola, Ernesto, 1 58
Colamilrino, Giulio, 1 68 Fabbri, Umberto, 1 6
Comisso, Giovanni, 1 67-1 68 Falqui, Enrico, 167-168
Contini, Gianfranco, 1 67-1 69 Fanelli, Giuseppe Attilio, 91
Corrad ini, Enrico, 6, 67-68 Fanfani, A m intore, 235
Corridoni, Filippo, 4 Fara, Gustavo, 34
Croce, Benedetto, 6, 42, 53, 6 1 , 65, 94 Farinacci, Roberto, 20, 26-27, 29, 4 1 ,
47, 50-52, 54, 58, 6 1 -62, 64-66, 68,
Indice dei nomi 293

1 43, 1 47, 1 5 1 , 1 60, 1 86, 1 92, 1 98, 201 , lgliori, Ul isse, 30, 32, 37-38
206, 209, 21 1 -2 1 2 lnterlilndi, telesio, 1 44, 1 49
Fedele, PietTo, 1 1 9, 1 33
Federzoni, Luigi, 4, 66, 1 45, 1 84, 201 , )ilhier, Piero, 9
205, 2 1 1 , 2 1 5 Jnnnelli, Milrio, 1 42
Ferril ri, A n i til, 1 52-1 53, 2 1 9, 224 Jemolo, Arturo Carlo, 91
Ferrari-Aggmdi, Mario, 238 Jovine, Francesco, 1 68
Filippelli, Fil i ppo, 55
Finzi, Aldo, 55 Lil n t in i, Ferruccio, 1 32
Floril, francesco, 1 67, 1 69 Lazzari, Marino, 1 40, 1 42, 1 49
Fog<Jzzilro, A n tonio, 6 Le Corbusier (pseu d . d i Chilrles-
Foscolo, Ugo, 6, 171 Edouilrd )eiltmeret), 1 26
Fovel, Massimo, 93 Ledeen, Michilel Arthur, 1 1 5, 1 45-148
Frilcchia, Umberto, 1 68 Lessonn, A lessil ndro, 1 32
Franceschi, Fil ippo, 1 3 1 Linilti, Cilrlo, 1 69
Lisi, Nicolil, 1 68
Gildda, Cilrlo Emilio, 1 63, 1 67-168 Longil nesi, Leo, 1 68
Gillbiilti, Emilio Enzo, 21 1 Longa, Giuseppe A., 1 1 9
Galli, Gino, 1 8 Luci n i , Gian Pietro, 1 68
Garibaldi, Giuseppe, 7 Ludendorff, Erich, 1 75
Gntto, Alfonso, 1 39, 1 63, 1 68 Ludwig, Emi!, 99, 1 79
Gemelli, Agostino, 1 51 Lupinilcci, Milnlio, 1 68, 1 70
Gentile, Giovil nni, 42, 91 -92, 1 3 1 - 1 33, Luporini, Cesilre, 1 68
1 36, 1 39, 1 45, 1 53-154, 1 56-158, 1 68, Lusignoli, Elio, 93
1 70, 220 Luti, Giorgio, 162, 1 72
Gentizon, Pi1ul, 1 79 Luzi, Milrio, 1 68
Gerril lilna, V<Jlentino, 1 62
Giannini, Guglielmo, 237 Maccari, Mino, 62, 1 40, 1 59-1 60, 168
Giilrdino, Giletilno, 2 1 Milchiilvelli, Niccolò, 42
Gide, André, 228 Milcrì, Oreste, 1 43
Giol i tti, Giovilnni, 6, 1 2, 2 1 , 27 Milfil i, Mario, 1 43
Giul iilno, Billbino, 1 33-134 M il l n pil rte, Curzio (pseud . d i K u r t
Giuntil, Francesco, 55 Suckert), 6 1 , 64
Giuriati, Giovilnni, 1 6, 201 Malgieri, Fmncesco, 5 1
Gobetti, Piero, 54 M a l i piero, G i a n Frilncesco, 1 39
Gèiring, Hermann, 1 4 1 Millvestiti, Piero, 237
Gottardi, Luciilno, 220 Mangoni, Luisil, 1 54, 1 60, 1 63
Gozzano, Guido, 6 Manzù, Giacomo, 1 39
Gramsci, Antonio, 95 Milrinelli, Alvilro, 1 9, 80
Gril n d i , Di no, 20, 27, 29, 55, 57, 1 32, Marinelli, Giovil n n i , 58, 220
1 79, 1 82-184, 1 86-1 87, 1 89, 1 92-1 93, M a ri ne t t i , F i l i ppo Tommilso, 1 0- 1 1 ,
1 97, 201 -206, 208-209, 21 1 -2 1 5, 219 1 8- 1 9, 1 45
Grilzia ni, Rodolfo, 209 Marx, Knrl, 85
Guglielmi, N i no, 1 99 Miltteotti, G iacomo, 60-61
Guttuso, Rennto, 1 39, 1 43, 163, 1 68 Mazzacurnti, Milrino, 1 68
Mazzini, Giuseppe, 3, 7, 25
H i tler, Adulf, 1 1 5, 1 50, 1 65-1 66, 1 74, Mecheri, E no, 8-9
1 76, 209-21 0, 220, 229 Messe, Giovanni, 235
294 Giuseppe Bottai, fascista

Miglioranzl, Luigi A., 52, 228 Pasca!, Blaise, 228


Misuri, Alfredo, 24, 47 P<tscoli, Giovanni, 6
Modigliani, Gino, 144 Pasinetti, Pier M<tri<t, 1 68, 1 70
Monelli, Paolo, 1 68 Pasolini, Pier P<tolo, 1 68
Montagna, Renzo, 2 1 5 Patti, Ercole, 1 68
Montale, Eugenio, 1 68-169 Pavese, Cesare, 1 68
Montanelli, lndro, 1 3 1 , 1 66, 1 68 Pavolini, Alessandro, 169, 186
Montini, Giovanni Bilttista, 1 5 1 , 2 1 9 Pavolini, Corrado, 1 69
Morandi, Carlo, 168-169 Pell kilnO, !taio, 229
Morandi, Giorgio, 139 Pellizzari, Vico, 1 7, 1 9
Morandi, Mario M., 1 3 1 , 1 68, 208 Pellizzi, C<tmillo, 1 68-170
Moro, Aldo, 238 Penna, S<tnd ro, 1 68
Mosse, George L., 40 Perrone Compagni, Dino, 30
Muscetta, Carlo, 1 68 Perticone, Giacomo, 91
Mussolini, Arnaldo, 57-58, 1 09, 1 1 2 Pet<tcci, Claretta, 1 93
Mussol ini, Benito, 3-4, 8, 1 2- 1 4, 18-19, Pi<tcentini, M<trcello, 140-141
21 -32, 34-39, 43-45, 47, 50-68, 70-72, Pintor, Giaime, 1 63, 1 68, 1 70, 1 72
75-77, 79-80, 83-84, 86-88, 94, 96- Pio Xl, 1 35, 1 50
1 0 1 , 1 05-1 06, 1 08-1 1 2, 1 1 4-1 1 7, 1 1 9, Pio Xli, 186, 2 1 9
1 21 , 1 24, 1 26, 1 30-132, 135-1 37, 1 4 1 - Piola Caselli, generale, 33
142, 144, 1 48-1 49, 1 62, 1 64-1 67, 169, Piovene, Guido, 1 68-169
1 7 1 , 1 74-1 84, 1 86-188, 1 90-1 94, 1 96- Pizz<trdo, Giuseppe, 152, 185, 2 1 9, 238
203, 205-218, 220-221, 229, 231 , 234, Polverel li, Gaetano, 16, 22-23, 1 86, 21 1
239 Pratolini, Vasco, 1 3 1 , 139, 1 63, 1 68
Mussolini, Edvige, 1 78 Praz, M<trio, 1 68-169
Mussol ini, Rachele, 1 93 Preziosi, Giovanni, 1 5 1
Muti, Ettore, 1 76, 220
Quasimodo, Salvatore, 139, 1 68
Napoleone, 1 4 1 , 1 6 1 , 227 Qu<tzz<t, Guido, 90
Nasti, Agostino, 93, 1 3 1 , 208, 2 1 6, 236 Quilici, Nello, 1 68
Nietzsche, Friedrich Wilhelm, 1 1 4
Nitti, Francesco Saverio, 15, 1 9 Racheli, Mario, 93
Rav<tsio, Carlo, 46
Ojetti, Ugo, 1 43 Rebor<t, Clemen te, 9
Olgiati, Francesco, 1 68, 1 70 Ricci, Berto, 1 21
Olivetti, Gino, 93 Rigola, Rinaldo, 81 -82
Oppo, Cipriano Efisio, 139 Rocca, Enrico, 1 6-18, 144
Orlando, Vittorio Emanuele, 27 Rocca M<tssimo (noto con lo pseudo­
Oviglio, Aldo, 60 nimo di Libero Tancredi), 29, 47, 53,
55, 57-60, 236
Pacces, Federico Maria, 1 3 1 Rocco, Alfredo, 57, 72, 74, 76, 1 53
Paci, Enzo, 1 63, 1 68, 1 70 Rognoni, Luigi, 1 43
Pancrazi, Pietro, 1 39, 1 68 Romani, Bruno, 1 68
Pantaleoni, Maffeo, 57 Rom<tno, Santi, 91
Panunzio, Sergio, 93 Rom mel, Erwin Johannes, 209
Papini, Giovanni, 139 Roosevelt, Franklin Delano, 1 04
Pareschi, Carlo, 220 Rosa i, Ottone, 1 39
Parisi, maggiore, 2 1 Rosenberg, Alfred, 149
Indice dei nomi 295

Rossi, Cesare, 55-56 Thomas, Alberi, 79


Rossoni, Edmondo, 71, 79-80, 1 1 0 Titta Rosa, Giovanni, 1 68-169
Russo, Luigi, 1 68-169 Tobino, Mario, 1 68
Rutelli, Francesco, Xl Tafa ni, Giovanni, 21
Togl iatti, Palmiro, 237
Sagna, colonnello, 33 Tommaseo, Niccolò, 1 68
Salva torelli, Luigi, 6, 70, 1 24, 163, 1 68 Torre, Edoardo, 56
Salvemin i , Gaetano, 78 Toti, Enrico, 20, 33
Sammartano, N icola, 63 Tr;m f<�gli<J, Nicola, 40
Santare!li, Enzo, 162 Trecc<J ni, Ernesto, 143
Sassu, Aligi, 1 43 Tringali-Casanova, Antonino, 2 1 1
Scorza, Carlo, 1 1 7, 1 77, 1 92, 1 97-1 98, Turati, Augusto, 66, 76, 80, 134
200-205, 209, 2 1 1 -2 1 2 Tu renne, Henri d e la Tour d ' A uver­
Secreti, E . , 63 gne, visconte di, 227
Senise, Carmine, 2 1 8
Sensi n i, Guido, 90 Umberto 11, 24, 235
Serena, Adelchi, 1 76 Unga retti, Gi useppe, 9, 139, 1 68
Sereni, Vittorio, 1 43, 1 68
Seroni, Adria no, 168 Valeri, N i no, 1 68
Sieberg, ufficiale ss, 2 1 9 Valgimigli, Manara, 1 68
Sinigaglia, ingegnere, 2 1 Valsecc h i, Franco, 168
Sinisgalli, Leonardo, 1 68 Vaselli, Giovanni, 1 7, 1 9
Smith, Adam, 85 Vecchietti, Giorgio, 1 30, 149, 1 64, 1 66-
Soffici, Ardengo, 139, 1 68 1 68, 2 1 8-219, 228
Salmi, Se ;gio, 1 68 Verga ni, Orio, 168, 237
Sonnino, Giorgio Sidney, 4 1 Vettori, Vittorio, 1 63
Spampanato, Bruno, 63, 1 59 Vico, Giambattista, 42
Spaventa, Bertrando, 42 V idussoni, Aldo, 176
Spini, Giorgio, 1 63, 1 68 Vigorelli, Gianfranco, 1 68
Spirito, Ugo, 82, 90-96, 1 00, 1 03, 1 68, Vittorio Emanuele 11, 6
1 70, 1 87 Vittorio Emanuele 111,
6, 23-25, 32, 35,
Squarcia, Francesco, 168 186, 1 92- 1 93, 1 99-200, 202-206, 208,
Starace, Achille, 46, 90, 1 60 - 1 6 1 , 1 66, 2 1 1 -2 1 3, 215-21 7, 220
1 76, 1 8 1 , 1 86, 239-240 Volpe, Gioacchino, 57
Sterpa, M i mmio, 1 68, 1 70 Volpi di Misurata, G iuseppe, 1 76, 184
Stuparich, Ciani, 1 68 Volpicelli, Arnaldo, 9 1 , 96, 170
Suardo, G iacomo, 21 1 , 2 1 3 Volpicelli, Luigi, 136, 168
Suckert, Kurt, v. Malaparte, Curzio
Zangra n d i , Ruggero, 51, 92, 1 2 1 - 1 22,
Tamburi, Orfeo, 1 43, 1 68 148, 1 60, 1 62, 203, 215-2 1 6
Tardi n i, Domenico, 1 52-153, 2 1 9 Zara, Leoni n o d a , 1 3
Tassigny, Delattre d e , 227 Zavattini, Cesare, 1 68
VOLUMI PUBBLICATI
NELLA COLLEZIONE «LE SCIE»

G.B. Guerri, Fascisti


Gli i ta l i a n i di Mussol i n i . I l regime degli i ta l ia n i

P. P into, Vittorio Eman uele II


I l r e avventuriero

U. Lazzaro, L 'oro di Dongo


Il m i s tero del tesoro del duce

A. Lepre, Mussolini l'italiano


I l Duce n e l m i to e nella realtà

A. Petacco, La nostra g uerra 1 940-1 945


L' avventura bell ica tra bugie e verità

C. Williams, De Gaulle
L' u l timo Grande d i Francia

R. Bracalini, Cattaneo
Un federalista per gli i talia n i

G. Eschenazi - G. Nissim, Ebrei invisibili


I sopravvissuti dell'Europa orientale dal comunismo a oggi

P. Preston, Francisco Franco


La lunga v i ta del Ca udillo

A. Read - D. Fischer, La caduta di Berlino


L' ultimo a tto del Terzo Reich

H R. Lottman, I Rothschild
Storia d i una d i nastia
G. Chastenet, Lucrezia Borgia
La perfida innocente

L. Pierotti Cei, Madonna Costanza


Regina di Sicilia e d'Aragona

A. Stille, Nella terra degli infedeli


Mafia e politica nella Prima Repubblica

G. Artieri, Le guerre dimenticate di Mussolini


Etiopia e Spagna

M. Boneschi, Poveri ma belli


· I nostri anni Cinquanta

R. Tumiati, La pace del mondo gelatina


Una giovinezza nel fascismo

A. Palmer, Francesco Giuseppe


Il lungo crepuscolo degli Asburgo

A. Speer, Memorie del Terzo Reich

O. Vergani - G. Vergani, Caro Coppi


La vita, le imprese, la malasorte, gli anni di Fausto e di quell'Italia

G. Gerosa, Napoleone
Un rivoluzionario alla conquista di un impero

R. Calimani, Storia del ghetto di Venezia

C. Gentry, Il primo poliziotto d'America


Da Roosevelt a Nixon, la vita e i segreti di J. Edgar Hoover, capo
deii'FBI

R. Lazzero, Gli schiavi di Hitler


I deportati italiani in Germania nella seconda guerra mondiale

A. Petacco, Il com unista in camicia nera


Nicola Bombacci, tra Lenin e Mussolini

J. Ridley, Tito
Genio e fallimento di un dittatore
M . Craveri, L'eresia
Dagli gnostici a Lefebvre, il lato oscuro del cristianesimo

V. M. Manfredi, I Greci d'Occidente

G. Rocca, Il piccolo caporale


Napoleone alla conquista dell'Italia 1 796-97 e 1 800

M . Mafai, Botteghe oscure, addio


Com'eravamo comunisti

R. Zorzi, Cesare Beccaria


Il dramma della giustizia

V. Zucconi, Gli spiriti non dimenticano


Il mistero d i Cavallo Pazzo e l a tragedia dei Sioux

C. Powell, Nato nel Bronx


Una storia americana

A. D. Ortiz, Evita
Un mito del nostro secolo

E. Ferri, Giovanna la Pazza


Una regina ribelle nella Spagna dell' Inquisizione

R. W. Howe, Mata Hari


La vera storia della più affascinante spia del nostro secolo

M . Boneschi, La grande illusione


I nostri anni Sessanta

A. Fraser, Maria Stuart


La tragedia d i una regina

F. Herre, Guglielmo II
L' ultimo Kaiser
«Giuseppe Bottai, fascista»
di Ciurdtino Bru no C11erri
Collezione Le Scie
Arnoldo Mondadori Editore
Questo volu111e è stato impresso
nel 111est' di ottobre dell'anno 1 996
presso lo stabili111ento Nuova Sta111pa di Mondadori - Cles (TN)
Sta111pato in Italia - Printed in Italy
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