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Publications de l'École française

de Rome

Le Internazionali ed i rapporti Est-Ovest dopo la Seconda Guerra


mondiale
Sergio Romano

Résumé
Après quelques observations d'ordre méthodologique sur la nature des Internationales, l'A. propose une tripartition :
Internationales idéologiques groupant des mouvements et des partis inspirés par la même philosophie politique, Internationales
professionnelles groupant des associations et des hommes exerçant le même métier, Internationales intellectuelles groupant
des individus inspirés par une même foi politique ou morale. Son exposé ne pouvant pas être exhaustif il se limite à tracer
l'histoire de certaines d'entre elles dans le contexte des rapports Est-Ouest. Il parcourt ainsi l'histoire des Internationales
syndicales, du Comintern, des tentatives faites après sa dissolution pour relancer la coopéra tion entre les différents partis
communistes, de la Tricontinentale, des Internationales socialiste, libérale et démocrate-chrétienne. À la fin de son exposé il
évoque le cas de quelques Internationales « intellectuelles » telles que les mouvements pour la paix, le Tribunal Russell, le Club
de Rome et la Commission trilatérale.

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Romano Sergio. Le Internazionali ed i rapporti Est-Ovest dopo la Seconda Guerra mondiale. In: Les Internationales et le
problème de la guerre au XXe siècle. Actes du colloque de Rome (22-24 novembre 1984) Rome : École Française de Rome,
1987. pp. 221-239. (Publications de l'École française de Rome, 95);

https://www.persee.fr/doc/efr_0000-0000_1987_act_95_1_2898

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SERGIO ROMANO

LE INTERNAZIONALI ED I RAPPORTI EST-OVEST


DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Premetto alcuni avvertimenti e alcune considerazioni di metodo. Di


fronte alla vastità del tema e alla brevità del tempo di cui disponevo, ho
rinunciato alle ambizioni iniziali. Con questa comunicazione non mi
propongo una trattazione esauriente della questione, ma più
semplicemente di indicare le strade da percorrere e gli aspetti da approfondire.
Le domande saranno più numerose delle risposte e le conclusioni a cui
mi parrà possibile giungere dovranno essere intese come suggerimenti
e ipotesi di lavoro.
Il primo problema di metodo che ho dovuto affrontare è la
definizione di «internazionale». M'era parso a tutta prima che la definizione
potesse trarre vantaggio dalla distinzione tra Stato e società civile. Se
estendiamo tale distinzione al mondo delle relazioni internazionali, ci
troviamo di fronte a due diverse tipologie d'« Internazionali »: da un
lato le associazioni intergovernative con cui gli Stati perseguono
specifici obiettivi comuni ο più semplicemente controllano la loro
conflittualità; dall'altro le associazioni metanazionali fra individui, gruppi ο
partiti che hanno fini, interessi ο ideali comuni. Ambedue si propongono,
quanto meno in teoria, la creazione di un diverso ordine internazionale.
Ma le prime danno luogo a risultati che sono in ultima analisi il
prodotto della somma algebrica degli interessi delle nazioni che he fanno
parte; mentre le seconde prescindono da tali interessi e perseguono, ο
dichiarano perseguire, obiettivi «universali». Le prime rispondono
della loro azione alle singole diplomazie nazionali, le seconde misurano i
loro successi e i loro insuccessi sul metro degli ideali con cui
s'identificano. Decisi, naturalmente, che avrei trascurato le prime e mi sarei
occupato delle seconde.
Ma la distinzione diventa, a un esame più attento, meno evidente e
netta. Vi sono in primo luogo associazioni intergovernative, come
L'Organizzazione Internazionale del Lavoro, che appartengono a una cate-
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goria intermedia e tengono al tempo stesso dello Stato e della società


civile. E vi sono Internationali della società civile che sono in effetti
dirette ο controllate da uno Stato ο da un gruppo di Stati. Il Comin-
form fu certamente un organo della politica estera sovietica. I
movimenti per la pace che si costituirono tra la fine degli anni quaranta e
l'inizio degli anni cinquanta per promuovere in tutta Europa la firma
del manifesto di Stoccolma, furono ispirati dai partiti comunisti e si
mossero nell'ambito di direttive che provenivano da Mosca. Le
Internazionali socialiste perseguirono politiche diverse a seconda che i loro
membri fossero all'opposizione ο avessero responsabilità di governo. Le
Internazionali sindacali subirono, come vedremo fra poco, l'influenza
delle grandi potenze.
Mi sembra tuttavia che la distinzione, nonostante questi dubbi,
mantenga la sua ragione d'essere. Per quanto condizionata dal potere
degli Stati e dalle loro pressioni, l'Internazionale della società civile
conserva pur sempre nei suoi statuti e nel suo lavoro quotidiano una
traccia del mandato e delle idealità che rappresentano la sua legittimità
storica. Ad essa, quindi, limiterò la mia attenzione.
Mi restava il compito d'individuare concretamente queste
Internazionali e farne il censimento. Mi è parso di riconoscere tre distinte
categorie : quelle che raggruppano partiti e movimenti politici d'una stessa
famiglia; quelle che raggruppano associazioni di mestiere, gruppi
professionali e organizzazioni corporative; quelle che raggruppano
individui animati dal desiderio di perseguire insieme una causa comune. Alla
prima categoria appartengono, per quanto attiene allo sviluppo dei
rapporti est-ovest dopo la seconda guerra mondiale, il Cominform, il Comi-
sco e l'Internazionale Socialista, l'Internazionale Liberale,
l'Internazionale democristiana nelle sue diverse incarnazioni regionali,
l'Organizzazione di Solidarietà dei Popoli d'Asia, d'Africa e di America Latina, e
infine le Internazionali sindacali, ove al sindacalismo si attribuisca
carattere di ideologia politica. La seconda categoria è molto più folta. A
titolo d'esempio essa mi sembra raggruppare le due grandi
Internazionali sindacali dell'immediato dopoguerra, ove al sindacalismo si
attribuisca carattere di movimento professionale e rivendicativo, la
Federazione mondiale dei Veterani, l'International Press Institute, la
Federazione dei Rotary Clubs. La terza categoria è di gran lunga la più
sfuggente. Ai fini della mia ricerca essa mi sembra comprendere, a titolo
d'esempio, la Federazione Internazionale dei Pen Clubs, il movimento
antinucleare, il cosiddetto Tribunale Russell, il Club di Roma, la
Commissione Trilaterale.
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La tripartizione mi sembra giustificata dalla natura e dalle finalità


delle singole Internazionali. Quelle del primo gruppo propongono se
stesse come prefigurazione e modello di un ordine mondiale in cui l'ac-
cettazione di un'ideologia comune abolirà le frontiere nazionali ο
creerà le premesse per una convivenza non conflittuale. Le Internazionali
del secondo gruppo non hanno apparentemente ambizioni ideologiche
e si limitano a suggerire, per la soluzione dei grandi problemi della
convivenza internazionale, una sorta di ricetta empirica fondata sulla
convinzione corporativa che uomini di eguale mestiere si riconoscano e
si comprendano al di sopra delle frontiere nazionali. Temo che questa
apparente neutralità ideologica possa prestarsi a manipolazioni d'ogni
natura e abbia avuto una parte importante negli anni della guerra
fredda. Ma il problema merita uno studio particolare che non potremo fare
in questa sede.
La terza categoria, infine, si compone d'individui che si ritengono
animati dagli stessi ideali e condividono al tempo stesso una certa
sfiducia ο insofferenza per le organizzazioni di massa. Anche queste
Internazionali ritengono di possedere una risposta - morale e
intellettuale, piuttosto che politica, economica e sociale - ai problemi della
convivenza internazionale. Ma debbono, per la loro natura, limitarsi ad
azioni e riflessioni puntuali, caratterizzate da una forte componente
pedagogica : l'uso pacifico della energia nucleare, la salvaguardia dei
diritti umani, la protezione dell'ambiente, la divisione del lavoro su
scala mondiale, lo sfruttamento delle risorse mondiali.
Non tutte le Internazionali cadono chiaramente in una delle tre
categorie che ho appena descritto. Credo che il Consiglio mondiale
delle Chiese debba collocarsi nella prima, ma non so se alcune grandi
Internazionali d'ispirazione religiosa, come l'Opus Dei, debbano
collocarsi fra le Internazionali corporative della seconda o, fra quelle
intellettuali della terza. Altre infine mi sembrano avere un'esistenza
leggendaria ο comunque una reputazione di gran lunga superiore alla realtà.
Mi riferisco in particolare all'Internazionale massonica,
all'Internazionale ebraica e all'Internazionale nera.
Un ultimo problema di metodo concerne le competenze dello
storico che deve accingersi a questo lavoro. Se le relazioni est-ovest
costituiscono un versante della ricerca, l'altro versante è costituito da un
insieme di fattori eterogenei che si condizionano vicendevolmente. Le
Internazionali si collocano all'incrocio fra politica estera e politica interna,
fra le sollecitazioni dell'utopia e gli imperativi della realtà, fra il
perseguimento di finalità ideali e la soddisfazione di bisogni concreti, fra sto-
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ria delle idee e storia della politica. Occorre che lo storico tenga
d'occhio contemporaneamente tutti i versanti della sua ricerca. Qui, come
ho detto, cercherò semplicemente di disegnare lo schema di una
ricerca possibile, limitandomi ad alcune Internazionali e indicando i punti
che mi sembrano meritevoli di approfondimento.

Sino al 1947 le Internazionali riflettono ancora, spesso con un


leggero ritardo rispetto alla realtà dei rapporti fra l'URSS e i paesi
occidentali, il clima di solidarietà degli anni di guerra. La storia più
esemplare mi sembra essere a questo proposito quella della Federazione
Mondiale dei Sindacati. Nel febbraio 1945, mentre gli alleati si
riunivano a Yalta, si tenne a Londra una conferenza sindacalista mondiale con
la partecipazione di 240 delegati in rappresentanza di 38 organizzazioni
sindacali appartenenti a paesi alleati ο neutrali. Gli americani erano
rappresentati dal Congress of Industrial Organization, ma non
dair American Federation of Labor. I lavori furono presieduti a turno
da un sindacalista inglese G. Isaacs, da un sindacalista sovietico,
V. Kuznecov, e da un sindacalista americano, R. J. Thomas. Attlee,
allora Vice Primo Ministro, pronunciò un indirizzo di benvenuto. La
Conferenza dovette affrontare anzitutto alcune questioni
apparentemente procedurali, ma sostanzialmente politiche, sulla sua
composizione e sul suo metodo di lavoro. La commissione procedurale (Standing
Orders Committee) propose che alla conferenza venissero invitati i
sindacalisti italiani, finlandesi, bulgari, romeni e quelli delle
organiz azioni polacche che facevano capo al Comitato di Lublino ; e suggerì inoltre
che le deliberazioni venissero prese a maggioranza, anziché sulla base
del consenso. Un sindacalista inglese, Sir Walter Citrine, si oppose alle
nuove procedure di voto sostenendo che esse avrebbero garantito alla
delegazione sovietica la metà dei suffragi; e si oppose all'inserimento di
delegazioni provenienti dai paesi occupati affinchè la composizione
della conferenza fosse limitata per il momento ai paesi in cui v'era
accordo sostanziale sui principi per cui la guerra era combattuta. Il
problema reale, dietro queste schermaglie procedurali, era la
costituzione di una nuova Internazionale sindacale destinata a sostituire la
vecchia Federazione Internazionale dei Sindacati, costituita nel 1901, in
cui gli americani, rappresentati dall'American Federation of Labor,
avevano promosso una politica di diffidenza e preclusione verso l'Unio-
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ne Sovietica : una nuova organizzazione, in altre parole, che avrebbe


trasferito in campo sindacale il clima della grande alleanza antinazista
e i principi delle Nazioni Unite. Sidney Hillman, del Congress of
Industrial Organization, deplorò pubblicamente i «pregiudizi» antisovietici
dell'American Federation of Labor sostenendo che ad essa e alla sua
azione doveva attribuirsi la mancata presenza della Federazione
Internazionale alle grandi conferenze di Dumbarton Oaks e di Bretton
Woods che si erano tenute nei mesi precedenti. Tale posizione fu
caldamente appoggiata dal delegato sovietico, da quello jugoslavo, da quello
francese e da Lombardo Toledano che rappresentava la
Confederazione sindacale Latino-Americana. Citrine cercò d'introdurre nel dibattito
una nota di cautela. Non condivideva le critiche di Hillman all'Ameri-
can Federation of Labor, diffidava del clima politico che avrebbe
caratterizzato la nuova organizzazione mondiale e cercò di rallentarne la
costituzione con qualche accorgimento procedurale. Ma fu travolto
dalla maggioranza e dovette accettare la costituzione di un comitato,
comprendente le organizzazioni sindacali dei paesi occupati, che avrebbe
rappresentato il sindacalismo mondiale nei mesi successivi e redatto gli
Statuti di una nuova organizzazione. Sul piano sostanziale la
Conferenza invocò la costituzione di governi popolari nei territori liberati,
impegnò le organizzazioni sindacali a sostenere lo sforzo militare delle
Nazioni Unite e invitò i governi alleati a riesaminare attentamente le
loro relazioni con la Spagna e l'Argentina. Il movimento sindacale - è
detto in un manifesto approvato dalla conferenza il 22 febbraio -
intendeva «collaborare (. . .) per realizzare una vittoria completa e senza
compromessi sulle potenze fasciste, istituire una pace stabile e
durevole, promuovere in campo economico una collaborazione internazionale
tale da consentire lo sfruttamento delle ricche risorse della terra a
beneficio di tutti (. . .)».
Il comitato preparatorio s'installò a Parigi e preparò la seconda
conferenza che si tenne al Palais de Chaillot nel settembre del 1945,
con la partecipazione di 200 delegati in rappresentanza di 56 paesi.
L 'American Federation of Labor rifiutò ancora una volta di partecipare
sostenendo che le organizzazioni russe non avevano carattere sindacale
ed erano semplici agenti del governo sovietico. Ma la seduta inaugurale
fu presieduta da un grande sindacalista francese, Léon Jouhaux, e le
altre sedute, a turno, da un presidente francese, inglese, sovietico,
americano, latino-americano, cinese e, in simbolica rappresentanza delle
piccole nazioni, svedese. Fu costituito un comitato istituzionale
presieduto da Sidney Hillman per portare a termine la redazione degli Statu-
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ti, e il 3 ottobre la conferenza applaudì entusiasticamente la nascita


della Federazione Sindacale mondiale. Fu costituito un comitato
esecutivo di cui faceva parte, per l'Italia, Giuseppe Di Vittorio; la presidenza
fu affidata a Sir Walter Citrine, la vice presidenza a Léon Jouhaux e la
segreteria generale a Louis Saillant. Le risoluzioni, adottate alla fine
dei lavori, invitavano i governi a rompere le relazioni con la Spagna di
Franco, deploravano la politica antisindacale del governo greco e del
governo iraniano, auspicavano riforme legislative in America Latina e
altrove contro qualsiasi discriminazione razziale, auspicavano misure
contro i cartelli e i monopoli internazionali, lodavano gli «sforzi
instancabili» del defunto presidente Roosevelt e lo proponevano ai capi delle
Nazioni Unite come modello ed esempio. Due mesi dopo, la
Federazione Internazionale dei Sindacati, che aveva inutilmente cercato di
contrastare ο rallentare la nascita della nuova organizzazione mondiale,
decise di sciogliersi. Il sindacalismo mondiale, nonostante alcune
resistenze iniziali, sopratutto di parte inglese e americana, s'era dato ormai
uno Statuto conforme all'organizzazione, ai principi e alla filosofia
politica delle Nazioni Unite nei mesi immediatamente successivi alla
fine del conflitto.
I primi dissensi emersero durante la riunione che il Comitato
esecutivo e il Consiglio generale tennero a Praga dal 2 al 14 giugno 1947
allorché alcune delegazioni sostennero che i sovietici si valevano della
Confederazione mondiale per attaccare la politica anglo-americana in
Grecia e in particolare la «dottrina» che Truman aveva annunciato il 12
marzo di quell'anno. Ma i delegati riuscirono a trovare un comodo
terreno d'intesa sulla questione spagnola e si accordarono, a proposito
della Grecia, su un testo generico e ambiguo.
A Praga non si parlò formalmente del piano Marshall che gli Stati
Uniti annunciarono il 5 giugno mentre ancora duravano i lavori del
Comitato esecutivo e del Consiglio generale della Confederazione. Se ne
parlò a Parigi, in novembre, allorché James B. Carey, rappresentante
del Congress of Industrial Organization, propose che il piano venisse
formalmente approvato dalla Confederazione mondiale. Si decise che
la questione sarebbe stata discussa a una successiva riunione del
Bureau esecutivo in febbraio, ma le organizzazioni sindacali d'ispirazione
comunista cercarono di posticipare l'incontro e Louis Saillant, nella
sua veste di segretario generale, sostenne che la maggioranza del
Bureau desiderava una pausa di riflessione per discutere più tardi, in
aprile, la parte delle organizzazioni sindacali nella ricostruzione del
dopoguerra. Di fronte a queste piccole manovre procedurali i sindacati
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britannici tagliarono corto convocando a Londra per il 9 marzo una


conferenza sindacale a cui parteciparono 48 delegati di 26
organizzazioni. V'erano questa volta, accanto ai rappresentanti del Congress of
Industrial Organization, quelli dell'American Federation of Labor e,
con essi, sindacalisti tedeschi provenienti dalle tre zone occidentali,
sindacalisti socialisti come Léon Jouhaux e sindacalisti cristiani come Tes-
sier e Pastore. La conferenza approvò lo «European Recovery
Programme» affermando che il Piano Marshall richiedeva l'efficace
collaborazione di tutte le organizzazioni operaie. Mentre i sindacati sovietici
e quelli d'ispirazione comunista avevano sostenuto, nelle settimane
precedenti, che il Piano - secondo un'affermazione di Kuznecov a Mosca,
il 27 febbraio - minacciava la sovranità dei paesi d'Europa occidentale
e avrebbe assoggettato le loro economie «agli interessi dei magnati
dell'industria americana», i sindacalisti di Londra dichiararono che le
proposte americane non comportavano alcuna interferenza e
sostennero l'opportunità di stretti contatti fra le organizzazioni sindacali e i
rispettivi governi per una migliore amministrazione dei singoli
programmi nazionali. Fu decisa infine la creazione di un comitato
consultivo a cui i sindacati inglesi fornirono la sede e il segretario nella
persona di Vincent Tewson. La presidenza fu assunta da un sindacalista
olandese, Evert Kupers.
La scissione, di cui l'incontro di Londra rappresentò il primo
segnale, fu evitata per qualche mese grazie a tenui compromessi che
rinviavano di riunione in riunione l'esame dei problemi più gravi, ma
intervenne definitivamente il 17 gennaio 1949 allorché i sindacati
inglesi, appoggiati dal Congress of Industrial Organization, proposero
all'Ufficio esecutivo la sospensione delle attività della Confederazione. Messi
in minoranza essi abbandonarono la riunione insieme ai sindacalisti
olandesi e proclamarono le loro ragioni il 27 marzo con un manifesto
che invitava implicitamente le altre organizzazioni sindacali a seguire il
loro esempio. Ne derivò una reazione a catena, dall'Australia al Belgio,
che permise ai sindacati britannici di convocare a Ginevra per il 25
giugno la conferenza costitutiva d'una nuova Internazionale. Vi
parteciparono 127 delegati provenienti da 38 organizzazioni nazionali e vi fu
costituito un comitato preparatorio - a cui parteciparono Bothereau
per la Francia e Pastore per l'Italia - che avrebbe redatto di lì a poco
gli statuti della nuova «Confederazione Internazionale dei Sindacati
Liberi». L'incontro di Ginevra era appena terminato allorché la
Federazione Mondiale tenne il suo congresso a Milano dove approvò un
manifesto, redatto prevalentemente da Kuznecov, che contiene i temi fonda-
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mentali delle campagne sovietiche degli anni successivi : i popoli


debbono «combattere per la pace», opporsi ai blocchi militari, contrastare
la corsa agli armamenti, difendere il loro livello di vita contro
l'insaziabile rapacità dei gruppi monopolistici e, nei paesi coloniali, lavorare
per la liberazione nazionale e l'indipendenza contro l'oppressione e la
discriminazione razziale. Il sindacalismo mondiale era ormai spaccato
in due : da un lato la Confederazione, sorta a Ginevra per iniziativa
anglo-americana e che Kuznecov si affrettò a definire il «blocco
bastardo», con la partecipazione dichiarata di 45 milioni di lavoratori;
dall'altro la Federazione diretta da Kuznetsov, le Léap e Di Vittorio, con una
partecipazione dichiarata di 71 milioni di lavoratori.
Se dovessimo dare di questi avvenimenti una valutazione
strettamente giuridica non potremmo esimerci dal constatare la
spregiudicatezza e la brutalità con cui i sindacati inglesi e americani, scavalcando
le norme procedurali, ricercarono lo scontro e imposero la scissione.
Ma per collocare l'avvenimento in una prospettiva storica converrà
tener conto del contesto in cui la scissione ebbe luogo. Gli avvenimenti
che accompagnano e punteggiano il dibattito sindacale nei due anni
precedenti - dal giugno 1947 al giugno 1949 - sono la creazione del
territorio libero di Trieste (15 settembre 1947), l'impiccagione di Petkov
in Bulgaria (23 settembre), l'istituzione del Comintern (5 ottobre), la
costituzione di un governo provvisorio ad opera dei guerriglieri in
Grecia (24 dicembre), l'abdicazione del re di Romania (1 gennaio 1948), il
colpo di Praga (25 febbraio), l'adozione da parte del Senato americano
della risoluzione Vanderbergh che permetterà la conclusione del Patto
Atlantico (11 giugno), l'inizio del blocco di Berlino (20 giugno), la
fondazione del Comecon (25 gennaio 1949), la firma del Patto Atlantico (4
aprile), la proclamazione della Repubblica Democratica Tedesca (7
ottobre). Converrà poi ricordare che il Piano Marshall poneva in
termini di grande urgenza il problema dell'atteggiamento dei sindacati di
fronte alle scelte di politica economica che gli amici degli Stati Uniti si
accingevano a fare in collaborazione con Washington. E converrà
ricordare, sopratutto, che tali scelte avrebbero marcato, assai più di
certi avvenimenti politici ο militari, la natura delle società civili in
Europa durante le generazioni successive creando fra l'America e i
paesi del Piano una sorta di sistema solare le cui leggi di gravitazione
sarebbero state più forti di molti trattati internazionali. Non v'era
spazio, in tale prospettiva, per quelle formule verbali che consentono di
rinviare l'esame d'un problema a scadenze più lontane. Adottando
questa impostazione poniamo tuttavia implicitamente il problema dell'indi-
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pendenza delle organizzazioni sindacali nei rapporti con i rispettivi


governi e quello, non meno importante, delle relazioni fra sindacati e
patronato all'interno d'ogni paese. Poniamo, sopratutto per quanto
concerne l'Inghilterra - che ebbe una parte fondamentale nel definire le
grandi linee dei rapporti est-ovest durante i primi anni del dopoguerra
- il problema delle cinghie di trasmissione fra il nazional-laborismo di
Attlee e il nazional-sindacalismo del TUC. Oltre a questi temi di
riflessione converrà tener presente che alcuni casi e episodi, colti alla
periferia del problema, possono talora illuminare alcuni suoi aspetti. Mi
riferisco al caso dei Sindacati israeliani (Histadruth) che mandarono
delegati al congresso di Milano e osservatori alla conferenza di Ginevra; al
caso dei sindacati jugoslavi che abbandonarono la Federazione
mondiale contemporaneamente alla decisione dell'Ufficio esecutivo che ne
decretava l'espulsione; al caso infine dei sindacati finlandesi che
abbandonarono la Federazione nel maggio del 1950. E una particolare
attenzione, infine, converrebbe prestare ai rapporti diplomatici fra le due
grandi Internazionali sindacali le quali cercarono d'imbarazzarsi
vicendevolmente con iniziative propagandistiche e strumentali; come
accadde nel luglio del 1951 allorché Di Vittorio, quale presidente della
Federazione, mandò un telegramma al secondo congresso della
Confederazione che si teneva allora a Milano per proporre un «fronte unito del
lavoro» contro la disoccupazione e la povertà, e si ebbe una risposta in
cui la Federazione era definita «fedele agente del Cominform».
Mi sono diffuso lungamente sul caso dell'Internazionale sindacale
perché negli anni dal 1945 al 1949 essa visse in modo particolarmente
vistoso, se non addirittura caricaturale, l'evoluzione dei rapporti est-
ovest passando dal candido spirito unitario del 1945 alla scissione
brutale e allo scontro frontale del 1949. Ai fini del tema che ci concerne - i
rapporti est-ovest - il sindacalismo internazionale del secondo
dopoguerra è un campo d'azione in cui le posizioni e le riserve mentali - si
pensi alle reticenze di Citrine nel febbraio 1945, mentre ancora durava
la conferenza di Yalta - si delineano all'interno d'una stessa
organizzazione. Il quadro offerto dalle Internazionali politiche è più semplice
perché registra subito contrapposizioni frontali. Il Cominform, fu
costituito il 5 ottobre 1947, dopo una riunione segreta a Varsavia nel mese
precedente, con la partecipazione dei partiti comunisti di nove paesi :
Unione Sovietica, Bulgaria, Cecoslovacchia, Francia, Ungheria, Italia,
Polonia, Romania, e Jugoslavia. I documenti più interessanti a questo
proposito sono il discorso di Zdanov a Varsavia sulla divisione del
mondo in due blocchi contrapposti, il manifesto contro l'imperialismo ame-
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ricano diffuso dal Cominform il 5 ottobre al momento della sua


costituzione, le dichiarazioni che Stalin fece al deputato laburista Zilliacus in
quei giorni. Zdanov dichiarò che la guerra aveva indebolito le potenze
capitaliste, ad eccezione degli Stati Uniti, e creato le premesse per il
trionfo del socialismo del mondo; il manifesto del 5 ottobre denunziò il
piano Marshall come strumento delle ambizioni imperiali degli Stati
Uniti e come tassello di un mosaico che comprendeva altri piani
d'espansione in Cina, Indonesia, America Latina; Stalin infine disse che
il manifesto del Cominform non modificava la diplomazia pacifica e
conciliante dell'Unione Sovietica. Si delineavano così, grazie alla
nascita di una nuova Internazionale comunista, i tre livelli della politica
estera sovietica negli anni successivi : il livello « ottimista », il livello «
pessimista» e il livello diplomatico. Il primo prospettava il trionfo dell'URSS
come una necessità storica, con tutti i vantaggi d'ordine morale e
psicologico che tale visione avrebbe comportato presso la «maggioranza
silenziosa» delle opinioni pubbliche occidentali e del terzo mondo. Il
secondo «demonizzava» il nemico e giustificava i «colpi bassi» che
l'URSS avrebbe inferto all'occidente negli anni successivi. Il terzo
infine consentiva all'URSS di consolidare le posizioni acquisite durante la
seconda guerra mondiale e di prender tempo nei settori in cui essa era
più debole. Fino alla sua dissoluzione nel 1956 il Cominform tenne
quindi, nel contesto d'una politica a più voci, la parte dell'ideologia
alternando nella recitazione i toni del candore e della brutalità. Morì
dopo il viaggio di Chruscev a Belgrado, la denuncia dei delitti di Stalin
al XX° Congresso e i fatti d'Ungheria, allorché le contraddizioni del
copione rendevano pressoché impossibile una recitazione
ideologicamente coerente.
Di fronte al ruolo preciso dell'Internazionale comunista fra il 1947
e il 1956, quello delle Internazionali democratiche appare più sfuocato.
La più attiva fra esse è l'Internazionale socialista. Il Comisco (Comité
International Consultatif) che aveva assunto la successione della
seconda Internazionale, si preoccupò principalmente d'interrompere i
rapporti di collaborazione fra socialisti e comunisti, là dove ancora
esistevano. A Baarn, in Olanda, nel maggio 1949, la Conferenza
dell'Internazionale socialista espulse i socialisti di Nenni, appoggiò quelli di Sara-
gat e promosse la costituzione di una Unione Socialista dell'Europa
centro-orientale a cui parteciparono i rappresentanti in esilio del
socialismo democratico bulgaro, cecoslovacco, ungherese, polacco e jugosla-
vo. Al tempo stesso, tuttavia, Comisco - in cui era assai forte in quegli
anni l'influenza inglese - si adoperò per favorire l'unificazione del
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socialismo italiano su una posizione intermedia fra quelle di Saragat e


Nenni. Al congresso costitutivo del Partito Socialista Unitario che si
tenne a Firenze nel dicembre 1949 e che fu per l'appunto l'espressione
maggiore di quel tentativo, Denis Healey pronunciò, nella sua veste di
Segretario del Comisco, un virulento attacco contro Saragat. In
appoggio ai socialisti unitari che si erano dichiarati contrari al Patto
Atlantico, Healey sostenne che l'adesione al Patto non poteva considerarsi la
pietra di paragone dell'ortodossia socialista e rese omaggio in questo
contesto al partito svedese. Il suo discorso rivelò indirettamente le
tensioni che ancora esistevano in seno al socialismo occidentale sulle
grandi scelte politiche del secondo dopoguerra, ma fu anche espressione
delle posizioni personali di Healey nel laburismo inglese e del clima
polemico che si era creato nei mesi precedenti fra Saragat e il partito
laburista. Non si comprenderebbe altrimenti la dichiarazione che il
Comisco rilasciò pochi giorni dopo, il 21 dicembre 1949, al termine dei
lavori di un sotto-comitato presieduto da Morgan Phillips, allora
segretario del partito laburista. Vi si legge che il Cominform è «la quinta
colonna di una tirannia imperialistica» e che la nomina del maresciallo
Rokossovsky a ministro polacco della Difesa e a membro del comitato
centrale del partito comunista polacco apriva «una nuova fase
d'imperialismo russo». Lo stesso spirito del resto improntò i lavori del
congresso di Francoforte, nel luglio del 1951, durante il quale Comisco
assunse il nome di «Internazionale Socialista».
Comisco era stato costituito a Londra nel 1947. Nello stesso anno, a
Oxford, riprendendo una proposta avanzata da Leone Cattani a
Bruxelles in occasione del centenario del partito liberale belga, un gruppo di
persone si riunì al Wadham College in rappresentanza di 19 paesi. Esse
approvarono il manifesto e gli statuti di un'associazione che fu
chiamata «Unione Liberale Mondiale» o, più semplicemente, «Internazionale
Liberale » : la presidenza fu assunta da Salvador de Madariaga. Il
manifesto enunciava con sobrietà e dignità i principi dell'ideologia liberale,
ma non conteneva alcun esplicito riferimento alla situazione
internazionale. Il primo cenno ai rapporti est-ovest è contenuto nell'appello di
Upsala che Salvador de Madariaga scrisse per il IV Congresso
dell'Unione nell'agosto 1951. «Il movimento detto dei 'Partigiani della
pace', d'ispirazione comunista, - dice tra l'altro l'appello - si propone
d'indebolire la resistenza del mondo libero alla minaccia comunista
contro la libertà e la pace. Esso rappresenta un deliberato tentativo di
sfruttare l'odio degli uomini per la guerra. »
La voce collettiva dei partiti cristiani nei primi anni del dopoguer-
232 SERGIO ROMANO

ra non fu più incisiva di quella liberale. Benché i primi tentativi per la


creazione di una Internazionale demo-cristiana risalissero a un viaggio
di Sturzo e De Gasperi in Germania nel 1921 e la prima organizzazione
fosse stata istituita a Parigi nel dicembre 1925 sotto il nome di
«Segretariato Internazionale dei Partiti Democratici», la collaborazione fra
partiti cristiani nel secondo dopoguerra ebbe principalmente carattere
informale e regionale. I partiti d'Europa occidentale, ad eccezione del
MRP, confluirono nelle Nouvelles Equipes Internationales da cui
nacque a Taormina nel 1965 l'Unione Europea dei Democratici Cristiani. I
partiti d'America Latina costituirono a Montevideo nel 1947
un'associazione che divenne due anni dopo l'Organizzazione
Democratico-Cristiana d'America. I democristiani in esilio dei paesi dell'Est europeo
costituirono a New York nel 1950 l'Unione Cristiano-Democratica d'Europa
Centrale. Il primo nucleo d'una associazione mondiale può considerarsi
quindi il comitato mondiale costituito a Santiago del Cile nel 1961 da
cui nacque nel 1964 l'Unione Mondiale Democratico-Cristiana. La
scarsa incisività e la modesta risonanza delle posizioni che queste diverse
Internazionali assunsero in tema di rapporti est-ovest durante gli anni
decisivi della guerra fredda dipende in buona parte, come nel caso
dell'Internazionale Liberale, dalla gracilità delle loro strutture.
Ma anche la gracilità delle strutture richiede una spiegazione. I
liberali costituirono una sorta di club perché esso rispondeva alla
natura elitaria dei loro partiti, al modo in cui essi concepivano il
proselitismo intellettuale e al carattere dei loro leaders che erano in quegli anni
Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Theodor Heuss, Friedrich Meinecke,
Gilbert Murray, Wilhelm Röpke, il Visconte Samuel e Salvador de
Madariaga. I democristiani si limitarono a un raggruppamento
informale - le Nouvelles Equipes Internationales - perché alcuni partiti, fra
cui il MRP, non volevano identificarsi a un'organizzazione che aveva
fama d'essere confessionale e conservatrice. Alla mancanza d'una
Internazionale, del resto, essi supplivano con la frequenza dei contatti
personali e con la grande dimestichezza che s'era instaurata nei primi
anni del dopoguerra fra i maggiori leaders dei partiti cristiani
d'Europa occidentale. La comune presenza al potere, una stessa familiarità
per alcuni di essi - Adenauer, Schuman, De Gasperi - con i grandi
partiti cristiani di lingua tedesca delle generazioni precedenti, e la
comunanza di un obiettivo politico - l'unità europea - crearono
un'Internazionale di fatto che ebbe, anche in materia di rapporti est-ovest e in
particolare sul problema fondamentale dell'adesione all'Alleanza
Atlantica, una considerevole efficacia politica.
LE INTERNAZIONALI ED I RAPPORTI EST-OVEST 233

Non è questa la sede per raccontare particolareggiatamente lo


sviluppo di queste Internazionali negli anni successivi e il modo in cui
esse accompagnarono l'evoluzione dei rapporti est-ovest. Mi limiterò a
citare alcuni episodi che meritano d'essere studiati attentamente.
Cacciata da Parigi nel gennaio 1951 insieme alla Federazione Democratica
delle Donne e alla Federazione Mondiale della gioventù democratica, la
Federazione mondiale dei Sindacati s'installò a Vienna, all'ombra delle
forze d'occupazione sovietiche. Ne fu espulsa nel febbraio 1956, poco
dopo la firma del trattato di Stato, tentò inutilmente di trasferirsi a
Roma e s'installò finalmente a Praga. Il 2 marzo di quell'anno, Louis
Saillant, segretario generale dell'organizzazione, annunciò che i
sindacati jugoslavi erano stati riammessi nella Federazione mondiale. La
visita di Chruscev a Belgrado aveva avuto luogo, come sappiamo, nel
maggio dell'anno precedente : la Federazione continuava a registrare
fedelmente l'evoluzione della politica di Mosca. I primi vistosi segni di
dissenso si manifestarono all'inizio degli anni settanta allorché la
Confederazione Generale Italiana del Lavoro decise di aderire alla
Confederazione Sindacale Europea che si era costituita a Bruxelles nel febbraio
1973 fra organizzazioni sindacali socialiste in rappresentanza di 14
paesi dell'Europa occidentale sotto la presidenza di Victor Feather, allora
segretario generale del Congresso dei sindacati britannici. Quattro anni
dopo, nel marzo 1978, la CGIL completò la sua marcia di
av icinamento verso i sindacati democratici abbandonando la Federazione
mondiale.
Il Cominform fu sciolto, dicevamo, nel 1956. Da allora la storia
dell'Internazionale comunista - se tale può ancora chiamarsi
l'associazione di fatto che univa i partiti comunisti - riflette non soltanto lo
sviluppo dei rapporti est-ovest ma altresì le alterne vicende del dissenso
cino-sovietico. Esso si manifestò, nonostante la segretezza dell'incontro,
alla grande conferenza comunista mondiale che si tenne a Mosca dal
10 novembre al 1° dicembre 1960. Alla presenza dei maggiori leaders
comunisti, ma in assenza di Mao e Togliatti, la conferenza discusse
lungamente se la teoria di Lenin sull'inevitabilità della guerra in regime
capitalista fosse tuttora valida. Ma dietro questa preziosa discussione
ideologica si nascondeva un problema ben più sostanziale : quale
dovesse essere la strategia del campo comunista dopo il successo della
rivoluzione cinese, e chi dovesse assumerne la guida. La dichiarazione
finale, rilasciata il 5 dicembre, descriveva in termini trionfali il progressivo
declino dei regimi capitalisti e l'irresistibile ascesa del socialismo nel
mondo. La natura del capitalismo era pur sempre aggressiva ma le for-
234 SERGIO ROMANO

ze socialiste erano ormai in condizione di sventarne i piani e d'imporgli


la pace. Ben presto l'Unione Sovietica sarebbe divenuta la maggiore
potenza industriale del mondo e la Cina un «potente Stato Industriale».
Si sarebbero create in tal modo le condizioni per un diverso rapporto di
forza e il socialismo avrebbe trionfato, probabilmente, senza ricorrere
alla guerra. Ma accanto a questa visione «pacifica» dei rapporti est-
ovest, che i sovietici avevano imposto alla conferenza contro l'opposta
tesi cinese, la dichiarazione finale della conferenza di Mosca conteneva
considerazioni e concetti che trasferivano il confronto ad altre zone del
pianeta. «La vittoria della rivoluzione cubana - diceva la dichiarazione
- ha potentemente stimolato la lotta dei popoli Latino-Americani per la
completa indipendenza nazionale. Un nuovo periodo si è aperto nella
storia dell'umanità : i popoli dell'Asia, dell'Africa, e dell'America Latina
che hanno conquistato la loro libertà, hanno cominciato a prendere
parte attiva nella politica mondiale. Il completo collasso del
colonialismo è imminente. La sconfitta del sistema di schiavitù coloniale sotto
l'impatto del movimento di liberazione nazionale è uno sviluppo che è
secondo, per importanza storica, soltanto rispetto alla formazione del
sistema socialista mondiale (. . .)».
Il dissidio cino-sovietico e la rivoluzione cubana, a cui si aggiunge
nella seconda metà degli anni sessanta la rivoluzione culturale cinese :
ecco gli avvenimenti che ebbero maggiore influenza negli anni
suc es ivi sulle relazioni fra i partiti comunisti e sulla loro solidarietà. Essi
concorsero con altri fattori a distruggere l'Internazionale di fatto
suc eduta al Comintern dando luogo ad una serie di tentativi per la creazione
di gruppi regionali caratterizzati da una maggiore omogeneità politica.
I termini della questione possono riassumersi schematicamente in
questi termini.
Ai partiti convenuti a Mosca nel 1960 l'Unione Sovietica aveva
prospettato tre grandi linee politiche : in Europa e nei suoi rapporti con gli
Stati Uniti Mosca avrebbe perseguito una politica di coesistenza
pacifica; in Asia si sarebbe adoperata, con l'aiuto degli altri paesi comunisti,
per riportare la Cina nell'ambito del suo impero ideologico e della sua
strategia mondiale; nei paesi sottosviluppati avrebbe diretto la lotta
contro il capitalismo sostenendo i movimenti nazionali e rivoluzionari.
Mai come allora, forse, l'Unione Sovietica aveva cercato di mobilitare
l'insieme della società comunista mondiale in funzione dei propri
obiettivi nazionali. Il contemporaneo perseguimento di fini così diversi
avrebbe trasformato i singoli partiti comunisti occidentali, più di
quanto non fosse già accaduto durante gli anni trenta, in docili strumenti
LE INTERNAZIONALI ED I RAPPORTI EST-OVEST 235

della politica estera sovietica e avrebbe privato di qualsiasi credibilità il


profilo nazionale che alcuni di essi erano andati gradualmente
acquisendo negli anni precedenti. Il partito che maggiormente si oppose a
tale prospettiva fu il partito comunista italiano. Il memorandum che
Togliatti scrisse a Yalta nell'agosto 1964 è in gran parte una risposta
all'invito che Mosca aveva diramato nei giorni precedenti per una
riunione da tenersi alla fine dell'anno in preparazione di una nuova
conferenza mondiale. Quella conferenza, ritardata da schermaglie
procedurali e dall'invasione sovietica della Cecoslovacchia, ebbe luogo al
Cremlino, dal 5 al 17 giugno 1969. Mentre Breznev attaccò duramente il
partito comunista cinese chiedendo agli altri partiti una manifestazione di
unità, Berlinguer non esitò ad assumere su tutti i problemi in
discussione una posizione distinta. Con riferimento alla Cina sostenne la causa
della conciliazione; con riferimento alla Cecoslovacchia deplorò
qualsiasi intromissione in vicende che concernevano soltanto il popolo di
quel paese; con riferimento alla solidarietà dei partiti comunisti
dichiarò che i principi di autonomia e non interferenza, benché solennemente
proclamati, davano luogo, nella loro applicazione, a controversie che
non potevano essere ignorate. Il partito comunista italiano avrebbe
quindi firmato la parte del documento finale che delineava un concreto
programma d'azione per gli anni successivi, ma si sarebbe astenuto
dall'approvare le altre tre parti : analisi della situazione internazionale,
descrizione delle forze anti-imperialistiche nel mondo, rapporti fra
partiti comunisti .
Una nuova conferenza mondiale fu proposta da Kadar e dal
presidente bulgaro Zivkov nel dicembre 1973, ma i dissensi emersi durante
la riunione di Mosca andarono accentuandosi durante il decennio.
Mentre l'Unione Sovietica tentava inutilmente di ricostituire l'unità del
movimento comunista in funzione delle proprie scelte e dei propri
interessi internazionali, il movimento si frantumava in raggruppamenti
regionali. Non vi fu scissione formale poiché non v'era una
Internazionale comunista formalmente istituita, ma vi furono scissioni di fatto,
non meno significative. Tali furono ad esempio le due riunioni che si
tennero rispettivamente a Mosca nel dicembre 1973 e a Bruxelles nel
gennaio 1974. Con la prima, che si tenne con la partecipazione di nove
partiti comunisti al potere, i sovietici si proponevano di evitare che la
distensione allentasse i rapporti di gerarchla e disciplina in seno al
blocco. Con la seconda, che si tenne con la partecipazione di venti
partiti comunisti dell'Europa occidentale, gli italiani si proponevano di
dimostrare che la Comunità economica europea era ormai il naturale
236 SERGIO ROMANO

contesto istituzionale in cui il comunismo occidentale avrebbe dovuto


organizzare e programmare la propria azione. Certo, si tenne a Berlino
nel giugno 1976 una conferenza che ricompose formalmente l'unità del
comunismo europeo, ma Berlinguer si affrettò a dichiarare che essa
doveva considerarsi un libero incontro di partiti indipendenti e eguali,
e non l'espressione di una inesistente organizzazione comunista,
internazionale ο europea. V'erano ormai, nel comunismo europeo, profonde
divergenze, e una di esse concerneva per l'appunto i rapporti est-ovest.
Mentre l'Unione Sovietica aveva della distensione un concetto
esclusivamente intergovernativo ed intendeva evitare che essa sconfinasse in
altri settori allentando la presa ideologica di Mosca sul comunismo
europeo, alcuni partiti occidentali - e in primo luogo il partito
comunista italiano - intendevano estendere gli effetti della distensione e valersi
di essa come di mezzo per superare le contrapposizioni frontali e le
lealtà automatiche dell'immediato dopoguerra. Di qui il delinearsi,
durante la seconda metà degli anni settanta, di una nuova solidarietà
«eurocomunista». Di qui soprattutto le due grandi tendenze che il partito
comunista italiano, talora con la collaborazione di altri partiti, avrebbe
adottato negli anni successivi in contraddizione con la politica
dell'Unione Sovietica. A occidente esso avrebbe lavorato all'interno
delle istituzioni esistenti spingendosi sino ad accettare la razionalità
storica dell'Alleanza atlantica; a oriente esso avrebbe contestato il diritto
dell'URSS ad imporre la propria volontà e il proprio modello in nome
d'una legittimità storica ormai consunta.
Ma la scissione maggiore in senso al comunismo mondiale è quella
che si consumò all'Avana nel gennaio 1966 con la prima conferenza di
Solidarietà dei popoli d'Africa, d'Asia e d'America Latina. A Bandoeng,
nel 1961, durante una riunione del Comitato esecutivo
dell'Organizzazione di Solidarietà dei popoli Afro-Asiatici, un delegato cubano,
presente come osservatore, aveva proposto la convocazione di una
conferenza tricontinentale. Le riunioni preparatorie degli anni successivi
dettero luogo alla costituzione di un comitato internazionale che si riunì
nel settembre nel 1965 sotto la presidenza di Ben Barka. Il suo
rapimento e la sua uccisione, qualche settimana dopo, non impedirono che
la conferenza iniziasse i suoi lavori all'Avana il 3 gennaio dell'anno
successivo e si concludesse dieci giorni dopo con la costituzione di una
nuova Internazionale : l'Organizzazione della Solidarietà dei Popoli
d'Africa, d'Asia e d'America Latina, nota più brevemente come
Tricontinentale.
La Tricontinentale non fu esplicitamente antisovietica, e v'è certa-
LE INTERNAZIONALI ED I RAPPORTI EST-OVEST 237

mente chi sosterrebbe che essa divenne, grazie a un segreto gioco delle
parti, il braccio secolare dell' URSS nel terzo mondo, la facciata
militante e aggressiva d'una politica ambivalente. Ma i vantaggi d'ordine
pratico che Mosca ne trasse durante gli anni successivi non valsero a
compensarla degli svantaggi d'ordine ideologico. Con un eloquente silenzio
sui meriti del «socialismo reale» i testi ideologici della Tricontinentale
constatavano che il proletariato dei paesi industriali non aveva
realizzato la grande profezia di Marx e che il vero proletariato - a cui era
affidata ormai la fiaccola della rivoluzione - era quello del terzo
mondo. L'occidente capitalista diveniva così, nella storia rivoluzionaria del
mondo, un personaggio secondario e la contrapposizione sovietico-occi-
dentale un conflitto ideologicamente periferico. I teorici della
Tricontinentale non affermavano esplicitamente che l'Unione Sovietica era una
potenza rivoluzionaria sfiatata, ma declassavano il suo nemico
geo-politico a un ruolo ideologico di second'ordine e toglievano in tal modo a
Mosca la sua originale centralità storica. Non è tutto. Ai popoli del
terzo mondo - protagonisti della storia rivoluzionaria di domani - essi
non proponevano più, come modello polivalente, la rivoluzione
d'ottobre, ma un nuovo modello - la rivoluzione cubana - che già vantava i
suoi primi trionfi storici in Algeria, nel Vietnam, nelle colonie
portoghesi, nella guerriglia urbana dell'America Latina. La Tricontinentale
detronizzò la rivoluzione d'ottobre e ne fece, per così dire, l'archeologia
della storia rivoluzionaria, la nobile magna charta d'una vicenda che
doveva ispirarsi, ormai, ad esempi ben più attuali. Per questo appunto
mi sembra potersi affermare che la conferenza di Cuba del 1965 e
quella di Mosca del 1969 furono momenti complementari di uno stesso
processo storico. La prima segnò la nascita di un comunismo terzo-mondi-
sta, la seconda mise in evidenza i dissensi esistenti in seno al
comunismo europeo; l'una e l'altra tolsero alla rivoluzione d'ottobre e al paese
che ne deteneva la «proprietà intellettuale», la loro egemonia storica e
politica.

Ho accennato più sopra all'esistenza di Internazionali


«intellettuali», composte da individui che si riconoscono animati dagli stessi ideali
e ritengono di poter svolgere un'azione efficace e di lungo respiro sulle
coscienze dei loro contemporanei. Il tema merita d'essere approfondito
e in questa occasione mi limiterò a segnalare due grandi tendenze del
238 SERGIO ROMANO

secondo dopoguerra che debbono la loro esistenza all'evoluzione dei


rapporti est-ovest.
La prima di esse si propone un nuovo ordine mondiale fondato
sulla rinuncia all'uso della forza e trova espressione principalmente nelle
diverse campagne contro le armi atomiche e gli esperimenti nucleari,
dai congressi dei Partigiani della Pace del 1949 alle manifestazioni
contro lo spiegamento di missili americani di media gittata in alcuni paesi
europei all'inizio degli anni ottanta. I congressi del 1949 e quelli che si
tennero a Stoccolma nel marzo del 1950 e a Varsavia nel novembre
dello stesso anno, traggono origine da una riunione del Cominform a
Varsavia nell'agosto 1948. Le firme apposte sul manifesto di Stoccolma -
273.470.566, alla data del 9 agosto 1950, secondo una dichiarazione di
Frédéric Joliot-Curie - furono raccolte grazie all'organizzazione
capillare dei partiti comunisti. Il Consiglio mondiale della pace, di cui
Joliot-Curie assunse la presidenza a Varsavia nel novembre 1950,
divenne strumento della politica estera sovietica e come tale fu considerato
dal governo francese che ne decretò la chiusura Γ8 aprile 1951. Ma
commetteremmo un errore di prospettiva se non riconoscessimo che il
rifiuto delle armi nucleari e l'aspirazione ad un diverso ordine
mondiale erano profondamente radicati nella coscienza intellettuale
dell'occidente. Accanto a coloro che con quei convegni e quelle petizioni si
proponevano un semplice obiettivo politico - permettere all'Unione
Sovietica di guadagnare, nella corsa nucleare, il tempo perduto - v'erano
scrittori, filosofi, artisti, sacerdoti e scienziati che si battevano
sinceramente e candidamente per una società internazionale in cui nuovi
valori avrebbero sostituito i rapporti di forza. Ma lo storico dovrà pur
sempre riconoscere che essi si prestarono involontariamente, più di altri
gruppi, alla manipolazione politica e divennero a loro volta una pedina
nelle battaglie della guerra fredda.
Se un'Internazionale dell'intellighencija avesse riunito negli anni
cinquanta e sessanta i molti gruppi che si costituirono in quel periodo
contro la guerra e le armi nucleari, Betrand Russell ne sarebbe stato
probabilmente il segretario. Nel 1963 egli creò due fondazioni - la
Bertrand Russell Peace Foundation e la Atlantic Peace Foundation - per
promuovere la resistenza internazionale alla guerra nucleare e gli studi
universitari sulla materia. Mi è parso utile ricordarne l'esistenza perché
la prima di esse tentò di trasformarsi in Internazionale della giustizia e
convocò a Stoccolma un Tribunale di fronte al quale gli Stati Uniti
furono condannati per crimini di guerra nel Vietnam. Seguirono altri
processi, alcuni palesemente strumentali, altri candidamente donchi-
LE INTERNAZIONALI ED I RAPPORTI EST-OVEST 239

sciotteschi. L'ultimo in ordine di tempo è, per la cronaca, quello'


intentato all'amministrazione Reagan dall'International Progress
Organization durante un dibattimento tenutosi a Bruxelles nello scorso
settembre a cui hanno partecipato, fra gli altri, Sean MacBride, Hortensia
Bussi de Allende e il generale Nino Pasti.
L'altra tendenza del secondo dopoguerra a cui mi preme
accennare brevemente prima di concludere è quella rappresentata da due
grandi Internazionali dell'Intellighencija create durante gli anni della
distensione : il Club di Roma e la Commissione Trilaterale. Il primo,
costituito nel 1968 per iniziativa di Aurelio Peccei, si propone una
migliore comprensione dell'interdipendenza tra i fattori economici,
politici, naturali e sociali di quello che Fernand Braudel chiamava il
«sistema mondo». La seconda, costituita nel 1973 per iniziativa di David
Rockfeller, si propone lo studio delle questioni che concernono le tre
maggiori regioni industriali del pianeta - Nord America, Europa
occidentale, Giappone - e la loro collaborazione. Il Club di Roma è per
molti aspetti una risposta intellettuale dell'intellighencija occidentale ai
fermenti libertari della seconda metà degli anni sessanta. La Commissione
Trilaterale è un tentativo, politico ed economico, di estendere al
Giappone i vincoli di solidarietà e collaborazione delle democrazie
industriali. L'uno e l'altra muovono dalla tacita premessa che i rapporti est-
ovest hanno travalicato il contesto atlantico e assunto, con
l'apparizione di un fattore cinese e di un fattore cubano, dimensione planetaria.
Benché il Club di Roma sia più liberale e intellettuale, la Commissione
Trilaterale più conservatrice e tecnocratica, le due organizzazioni si
propongono fondamentalmente uno stesso scopo : modernizzare le
società occidentali di fronte alla sfida del vecchio comunismo europeo e
del nuovo socialismo terzomondista. Considerate in questa prospettiva
esse sono la risposta dell'occidente all'evoluzione dell'Internazionale
comunista durante gli anni sessanta e trovano la loro naturale
collocazione in quella storia delle Internazionali nel contesto est-ovest di cui
ho abbozzato una possibile traccia.

Sergio Romano