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PREFAZIONE

L’acronimo BRIC è divenuto famoso grazie ad una pubblicazione del 2001 di un banchiere-economista, Jim O’Neill,
nella serie Global Economics di Goldman Sachs, dal titolo Building Better Global Economics BRICs. La tesi di fondo era
basata sull’analisi del PIL globale e sulla previsione che quattro Paesi – Brasile, Russia, India e Cina – che all’epoca
controllavano l’8 per cento del PIL mondiale, avrebbero visto di crescere di molto la loro quota di economia mondiale
nel successivo decennio: previsione che si è rivelata esatta. L’aumento complessivo del PIL dei Paesi BRIC è stato più
del doppio di quello degli USA (equivalente alla creazione di un nuovo Giappone e una Germania, oppure cinque UK).
La capacità di crescita dei BRIC è dovuta al fatto di aver saputo sfruttare al meglio, secondo un approccio
macroeconomico stabile con curvatura liberista la loro estensione geografica, la vastità della popolazione e la ricchezza
di risorse naturali.
La spinta maggiore è giunta dal processo di globalizzazione che ha favorito la circolazione dei beni e dei prodotti: Cina
e India attraverso il commercio dei manufatti e di servizi, Brasile e Russia per l’aumento della domanda e del prezzo
delle commodities (prodotti agricoli o base non lavorati, tipo sale, zucchero, caffè). Una circolazione economica
dell’Occidente con i BRIC, ma fortemente sviluppatasi anche tra i BRIC.
Sul terreno della riflessione giuridica, l’acronimo BRIC non è stato solo la risultante di uno studio economico su quattro
Paesi in forte crescita e sviluppo, ma ha indotto gli stessi a collegarsi per unirsi in un progetto comune, estesosi poi al
Sudafrica: l’acronimo diventa, allora, BRICS. Il valore aggiunto del Sudafrica è significativo dal punto di vista politico;
economicamente questo Paese non aggiunge molto ai BRIC (di fatti, non rientra nemmeno tra le principali 20
economie del mondo), ma grazie alla sua ammissione i BRICS sono un vero club mondiale, avente anche un referente
africano.
Il comparatista deve chiedersi: al significativo sviluppo economico dei BRICS ha corrisposto un altrettanto significativo
sviluppo democratico? Si può crescere in termini economici senza avere una compiuta e definita organizzazione di
democrazia liberale? Può uno Stato diventare forte economicamente ed essere democraticamente debole? Keynes
aveva sostenuto che uno Stato totalitario riesce a controllare il ciclo economico meglio di uno democratico, perché
riesce a intervenire in modo più rapido e risoluto. È anche vero che nell’ambito della crisi della democrazia capitalistica,
si è favorito l’emergere di altri modelli alternativi.
Molte sono le luci e le ombre di questo club mondiale che presenta peraltro notevoli differenze al suo interno.
Anzitutto, è riscontrabile in Cina e in Russia non solo un’assenza ma anche una sistematica violazione di due degli
elementi base del costituzionalismo: la separazione dei poteri e la tutela dei diritti umani. Brasile, India e Sudafrica, da
diversi anni cercano invece a funzionare come stati costituzionali, non senza difficoltà e problemi: non sempre, infatti,
a democrazia e giustizia sociale formali corrispondono risultati sostanziali. L’India, in sé, rappresenta nei BRICS
l’ordinamento democratico più antico, solido e stabile, fondato su una costituzione elaborata; ha, inoltre, un sistema
giudiziario credibile, basta porzione della popolazione che parla la lingua inglese e aziende tecnologiche autoctone che
si espandono a livello globale.
I BRICS rappresentano comunque un paradosso: sono proiettati verso la guida dell’economia mondiale, con un PIL in
grandissima espansione, ma vivono al loro interno il dramma della miseria, della divaricazione sociale tra grandi ricchi
e grandi poveri, che non sembra ridursi, anzi tende ad aumentare proprio in virtù di una crescita economica privata di
una pianificazione sociale, che si preoccupi – non solo formalmente – anche e soprattutto dei più deboli.

IL BRASILE TRA VECCHIE “FORMULE POLITICHE” E NUOVA COSTITUZIONE


Nel confronto con gli altri Paesi BRICS, il Brasile presenta:
• Un’interessante analogia di natura “geo-istituzionale”
Il Brasile è uno Stato-continente, uno spazio macroterritoriale con problemi di governo delle differenze, di
coesione territoriale e sociale, di controllo e garanzia della certezza del diritto, di regolarizzazione dei rapporti
tra periferie agricole e centri industrializzati, in questo simile a Russia, India e Cina.
Inoltre, opera all’interno di una dimensione sovranazionale di natura regionale (Mercosur, comprendente –
oltre al Brasile – l’Argentina, l’Uruguay e il Paraguay). La più forte influenza brasiliana a livello regionale è
prodotta dal “flusso giuridico”, che si estende anche verso l’Africa lusofona (in letterature si parla a tal 21

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proposito di lusosfera o di comunità costituzionale lusofona), dando luogo a fenomeni di Standardization of
Law, Transfer of Rules, Externalizaion of Models: basti pensare alla costituzionalizzazione del pluralismo
giuridico, comprensivo del riconoscimento della tradizione ctonia (indigena) e dell’autonomia organizzativa
degli afroamericani, inauguratosi in Brasile e diffusosi poi in tutta l’America Latina.
• Singolarità di carattere giuridico-culturale
Dal punto di vista giuridico-culturale, in Brasile convivono flussi giuridici di origine francese, italiana e tedesca.
Esso è quindi il “più europeo” dei BRICS e persino il “più italiano”, avendo maturato una cultura giuridica
influenzata da formanti legali (dottrinale, giurisprudenziale e legislativo) di provenienza italiana. Tra l’altro, in
Brasile, vive attualmente il più elevato numero di discendenti italiani (circa 25 milioni).
Storicamente, questi formanti di provenienza europea si sono radicati in una dinamica istituzionale molto
diversa da quella di origine, portando alla progressiva discrasia tra le innovative acquisizioni dottrinali e
giurisprudenziali e la persistente arretratezza di una legislazione subordinata alle formule politiche ereditate
dalla colonizzazione portoghese.

Sul piano istituzionale, il Brasile è una repubblica da poco più di cento anni (dal 1889), dopo un periodo monarchico
durato 67 anni e 322 anni di dominio coloniale portoghese. A fronte di un’unica Costituzione monarchica, il periodo
repubblicano ne ha contate cinque, compresa quella del 1988, attualmente in vigore.
Lo sviluppo giuridico-istituzionale del Brasile non ha saputo per lungo tempo comprendere la complessità sociale dello
spazio macroterritoriale (immensità dei territori, distribuzione irregolare ed eterogenea della popolazione, diffusione
della schiavitù, latifondo), concependo la gestione dei territori come riflesso delle esigenze di salvaguardia di interessi
terrieri locali (da qui il consolidamento di regole privatistiche incentrate sull’uso della terra e sul suo regime di
trasferimento, di matrice coloniale).

Oggi il Brasile è uno Stato federale a regime presidenziale di coalizione. L’indipendenza brasiliana è conseguita nel
1822 sotto il dominio del regime monarchico (unico caso dell’America meridionale), con la proclamazione dell’Impero
di Dom Pedro I, originarimanete accentratore e assolutista, poi progressivamente aperto ad una sorta di federalismo
controllato dall’alto. La prima rivendicazione repubblicana avviene nel 1870, con il Manifesto Repubblicano che
auspica l’instaurazione di una federazione secondo il modello nordamericano, come unica modalità possibile per la
gestione del grande territorio.
La repubblica è proclamata in seguito ad una cruenta rivoluzione che costringe il monarca (Pedro II) ad abdicare. Il
federalismo viene finalmente introdotto per decreto, l’atto n. 1 del 15 novembre 1889 → le antiche Province
dipendenti dall’Imperatore sono così trasformate in Stati.
Con la Costituzione del 1891, si afferma il cd. modello dualista classico, che esclude qualsiasi forma di cooperazione
tra Unione ed enti federati, ad eccezione del solo intervento centrale per “calamità pubbliche locali” (art. 5).
Questa nuova conformazione territoriale non genera alcuna effettiva discontinuità rispetto al passato, anzi, ha
provocato il progressivo acuirsi delle disuguaglianze regionali e dei protagonismi locali.
In questo contesto di federalismo “asimmetrico”, accentuato dalla repubblica rappresentativa, si rilegittimano le
vecchie oligarchie coloniali, interessate ad occupare per via elettiva i poteri locali; si tratta di grandi proprietari terrieri,
i cd. Coronéis. Viene così promossa la “politica dei Governatori”, ossia la sottomissione della rappresentanza politica
agli interessi di chi, grazie ai retaggi coloniali, gestisce le sorti dell’economia di ciascuno Stato. Questa formula politica
del Brasile repubblicano e rappresentativo prenderà il nome di Coronelismo e rappresenta il risultato della fusione tra
forme di regime rappresentativo e struttura economica e sociale inadeguata, mostrandoci che ad una modernizzazione
costituzionale non sempre si accompagna un’evoluzione della prassi.

È solo con la prima Costituzione popolare, promulgata il 5 ottobre 1988, che il Brasile volta pagina. L’art 1 dichiara: “La
Repubblica Federativa del Brasile, composta dall’unione indissolubile tra gli Stati, i Comuni ed il Distretto Federale, si
costituisce in quanto Stato Democratico di Diritto”. La nuova Costituzione si rivolge allora direttamente agli enti locali,
riconoscendo loro il potere di auto-organizzazione (art. 29 impone a tutti i Comuni di elaborare le proprie Leggi
organiche → Costituzioni municipali). La grande innovazione è data quindi dall’inclusione dei Comuni come

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componenti della Federazione, al fine di rompere il retaggio della politica dei Governatori; vi sono circa ottomila
municipi in tutto il Brasile: non più concessioni dall’alto, ma autonomia dal basso. Sono le istituzioni a dialogare, non
più singole personalità con interessi locali.
L’art. 23 costituzionalizza il federalismo cooperativo, elencando una serie di materie la cui competenza è comune ad
Unione, Stati, Distretto Federale e Comuni, “avendo come scopo l’equilibrio dello sviluppo e del benessere in ambito
nazionale”.
L’art 24, invece, elenca le materie di competenza concorrente tra Unione, Stati e Distretto Federale → il ruolo
dell’Unione è limitato alla elaborazione di norme generali, mentre a Stati e Distretto Federale spetta la disciplina di
dettaglio.

La Costituzione dell’88 rappresenta un insieme di clausole irrinunciabili che il Brasile non aveva mai conseguito prima:
Stato democratico di diritto; repubblica; federazione; cittadinanza; dignità della persona umana; pluralismo politico;
separazione dei poteri; voto libero, diretto, segreto, universale e periodico; istituzionalità dei rapporti politici; diritti
indigeni; diritti afroamericani.
L’aspetto “popolare” di questa Costituzione ha riguardato anche la sua stesura. Durante i lavori dell’Assemblea
costituente, alcuni, rappresentanti della cultura “comunitaria” interagirono sulla elaborazione del testo, tramite la
“Commissione di studi costituzionali”, incaricata di formulare proposte di metodo di lavoro e contenuti. Vennero
presentate 122 proposte popolati di modifica sul progetto costituzionale, per un totale di sottoscrizioni
rappresentativo di più di 10 milioni di cittadini → apparve come esercizio di educazione civile e pluralismo, in
sostituzione del Coronelismo.
L’art. 1, inciso V, della Costituzione, proclama il pluralismo come uno dei pilastri fondamentali della federazione,
insieme alla convivenza e alla interdipendenza di diversi gruppi sociali nonostante le loro differenze di valori e pratiche.
Questi principi sono ripresi del Titolo VIII sull’Ordine sociale, dove un capitolo (artt. 231-232) è interamente dedicato
ai popoli indigeni, riconoscendone organizzazione sociale, costumi, lingue, credenze, tradizioni, diritti originari sulle
terre che occupano tradizionalmente. Inoltre, l’art. 68 delle Disposizioni costituzionali transitorie costituzionalizza la
figura dei Quilombos, comunità nere degli ex-schiavi.

La nuova Costituzione del 1988 è un documento misto espressivo di una proiezione principiologica e al contempo di
una pianificazione dirigente. Non offre quindi una opzione unica di comprensione ed interpretazione. È un testo molto
lungo con cui si è voluto verbalizzare la realtà ed evitare lo iato tra questa e la forma.
La Costituzione dell’88 ha impatto anche sulla dottrina, rompendo il contesto dottrinario come “ordine del discorso”
attorno all’individuo proprietario, e promuovendo invece una grammatica costituzionale di promozione civile e sociale
dell’intera comunità. Si parla, a tal proposito, di “neo-costituzionalismo” societario e comunitario, poiché ispirato ai
principi di uguaglianza e dignità della persona come criteri di orientamento dell’interpretazione costituzionale.
I principali orientamenti dottrinali possono essere sintetizzati in sei gruppi:
1. La corrente del costituzionalismo simbolico, espressa da Marcelo Neves, per il quale persiste uno iato tra discorsi
costituzionali e comunicazione effettiva di prassi e applicazioni costituzionali.
2. L’impostazione prevalente del costituzionalismo dirigente, ereditato dalle elaborazioni portoghesi, fondato
sull’idea della forza trasformativa della Costituzione ad opera degli organi dello Stato.
3. La critica del costituzionalismo discorsivo, per il quale l’eccessiva fedeltà costituzionale degli organi dello Stato
perpetua lo svilimento della società civile e dell’opinione pubblica nel concorso alla concretizzazione
costituzionale.
4. La teoria de costituzionalismo adeguato, con cui si critica la teoria discorsiva perché non adeguata alla società
eterarchica della realtà brasiliana.
5. Le teorie del costituzionalismo della forza normativa che mira a costruire condivise categorie concettuali di
classificazione delle disposizioni del testo costituzionale ai fini della piena valorizzazione dei suoi precetti nella
interezza della sua scrittura.

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6. Il recente neo-costituzionalismo, volto a descrivere – attraverso riferimenti comparativi con le Costituzioni
italiana, spagnola e statunitense, le potenzialità del nuovo ordine come costituzionalizzazione di tutti i rami del
diritto. Questa tendenza ruota su cinque postulati:
a. Comprensione della Costituzione come norma che irradia effetti su tutto l’ordinamento giuridico,
vincolando soggetti pubblici e privati;
b. Distinzione tra principi/valori e regole dispositive quali componenti elementari del nuovo sistema giuridico
brasiliano;
c. Protagonismo dei giudici rispetto al legislatore al fine di diffondere una interpretazione condivisa della
Costituzione;
d. Ponderazione come metodo di interpretazione e applicazione concreta dei principi costituzionali;
e. Necessità di un nesso tra diritto e morale.

Con la Costituzione dell’88, il formante giurisprudenziale risulta fortemente potenziato, assumendo la veste di
sostituto del legislatore. In realtà, il Brasile ha sempre avuto una certa propensione al protagonismo dei giudici come
attori privilegiati della realtà istituzionale del paese, alimentando problemi di uniformità applicativa delle
interpretazioni, indebolendo in questo modo i testi normativi. Da un lato, il modello diffuso di giurisdizione ha favorito
la disomogeneità su casi concrei analoghi ma dislocati in luoghi diversi e lontani; dall’altro, il controllo concertato,
affidato ad un unico organo dell’Unione, il Supremo Tribunal Federal (STF), ha permesso una sorta di armonizzazione
forzosa della interpretazione giudiziale, sostitutiva della legge stessa.
La Costituzione del 1988 ha mantenuto questo doppio binario, potenziando il ruolo nomofilattico e di indirizzo del STF
(art 103), attraverso l’azione di incostituzionalità, l’azione di costituzionalità, l’accusa di non conformità ai precetti
fondamentali, il controllo costituzionale delle omissioni legislative (previsto dalla Sezione Seconda del Capitolo III della
Costituzione) e attraverso lo strumento della cosiddetta Súmula vinculante.
La Súmula è una particolare figura di origine coloniale, gli assentos, che – per garantire uniformità della giurisprudenza
ed evitare problemi interpretativi – coincidevano con la decisione finale che proclamava la propria forza di imporsi ex
novo e di vincolare per il futuro giudici e poteri pubblici.
Con l’art. 103-A, la Costituzione dell’88 dispone che il STF ha titolo, con decisione assunta a 2/3 dei suoi componenti,
di approvare la Súmula che, dal momento della sua pubblicazione, avrà effetto vincolante in relazione agli organi del
potere giudiziario e della P.A. a tutti i livelli (federale, statale e municipale). Con la medesima procedura si prevede
che il STF può revocare o rivedere sue Súmulas. Inoltre, lo stesso articolo stabilisce che l’atto amministrativo o la
decisione giudiziale in contrato con la Súmula sia suscettibile di reclamo di fronte al STD che potrà disporre di potere
di annullamento → in questo modo, il STF assume il ruolo di organo di chiusura del sistema. La Súmula si sottrae infatti
a qualsiasi forma di sindacato esterno, giacché qualsiasi dubbio in merito non potrà legittimare controllo diffuso da
parte dei giudici comuni vincolati da quella Súmula né i ricorsi di costituzionali, riferiti proprio al STF che ha edittato
quella Súmula.

Per quanto riguarda il formante legislativo, la Costituzione dell’88 si rivela debole. In Brasile, le leggi sono redatte male
e il controllo sul loro procedimento di adozione risulta di fatto sottratto a qualsiasi modalità incisiva di verifica (sia
interna all’assemblea deliberante che esterna in capo al potere giudiziario). Diversi fattori spiegano tale situazione:
• La forma di governo presidenziali, storicamente radicata, restia ad evoluzioni procedimentalizzabili
• La centralità del potere giudiziario che sposta l’asse della dinamica normativa dal legislatore al diritto vivente,
di origine giurisprudenziale
• Una prassi di costante e abusato potere di riforma costituzionale, che destruttura il testo della sua unitarietà
di senso e apprendimento pratico
• Svariati tentativi di dare stabilità al governo con riforme costituzionali
• Abuso incontrollato delle Medida Provisória, istituto simile al decreto-legge italiano
• Frequenti omissioni del STF nel giudicare le irregolarità procedimentali delle camere legislative
Un esempio ancor più eclatante è la Lei Federal n. 9868/1999, che ha attribuito al STF la competenza a determinare,
con forza vincolante ed efficacia erga omnes, il momento di entrata in vigore delle sue decisioni e quindi la perdita di

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efficacia di una legge o di un atto normativo. In questo modo si neutralizza la previsione di retroattività delle pronunce
del STF, poggiata sulla configurazione dell’atto nullo e si legittima una discrezionalità oscillante del giudice supremo
verso il legislatore, abilitando una valutazione della validità dei singoli atti del processo legislativo isolatamente e
separatamente dalla complessiva sequenza procedimentale cui appartengono.

Anche sul fronte economico, la Costituzione dell’88 rompe con il Coronelismo. Essa normativizza l’ordine economico
funzionalmente alle esigenze di governo dello spazio macroterritoriale nelle sue disuguaglianze, specificità naturali e
differenze sociali, valorizzando quindi il tema delle politiche di gestione e sviluppo dei territori. Due sono i capisaldi di
questa nuova prospettiva:
1. Il riconoscimento costituzionale delle disuguaglianze regionali → la Costituzione, negli artt. 3 comma III
(che tratta degli obiettivi fondamentali) e 170 comma VII (che enumera i principi costituzionali
dell’ordine economico), considera imprescindibile la riduzione delle disuguaglianze regionali e sociali.
Ciò, tra l’altro, spetta all’Unione attraverso incentivi e costituzione di organi regionali ad hoc (art. 43).
2. La proclamazione della “sovranità economica” → l’art. 3 definisce l’obiettivo costituzionale dello sviluppo
economico nazionale interno come condizione di eliminazione delle disuguaglianze e della lotta contro la
povertà. Gli artt. 170, 171, 172, 219 sono collegati all’art.3 e legittimano la tutela delle imprese a capitale
nazionale contro gli interessi oligarchici del passato, “blindando” il mercato interno per la crescita dei redditi
e della domanda nazionale. Questi articoli hanno costituito oggetto di critica da parte di USA e agenzie
internazionali interessate al libero mercato e al flusso di investimenti stranieri, tanto da essere revisionati nel
’95 con l’introduzione di una maggiore apertura verso i mercati interazionali.

L’EVOLUZIONE COSTITUZIONALE DELLA RUSSIA TRA DIRITTI, POTERE ED ECONOMIA


La Russia è uno Stato federale nato dalla dissoluzione dell’URSS di cui costituiva il nucleo principale, al punto da essere
considerata successore dell’impero zarista. Si compone, attualmente di 83 entità costitutive, denominate “soggetti
della Federazione”, ed è lo Stato più esteso al mondo dal punto di vista territoriale. È uno Stato plurinazionale,
composto da circa 160 popoli diversi (della Russia europea, del Caucaso, della Siberia, dell’Asia centrale).
Dal punto di vista economico, la Russia gode oggi di una crescita stabile – seppur ridottasi negli ultimi anni – anche se
quasi del tutto condizionata dalla vendita delle materie prime sui mercati internazionali. La modernizzazione
economica e lo sviluppo di settori industriali innovativi, come quello spaziale e telematico, costituiscono attualmente
gli obiettivi principali della politica russa, cui si aggiunge il potenziamento della vocazione naturale verso l’integrazione
economica con il continente asiatico, nell’ambiziosa prospettiva di realizzare una immensa Comunità economica euro-
asiatica (come dichiarato da Putin in dei discorsi del 2011 e 2012).
Il fattore geografico e quello economico influenzano profondamente l’assetto costituzionale della Russia. A differenza
di altri Paesi dei BRICS, non si tratta di un ex colonia ma di un ex potenza coloniale vera e propria, che nel tempo ha
percepito sempre con intensità la propria doppia identità: europea ed asiatica. Tale doppia vocazione continua a
condizionare la politica estera del Paese, che non rinuncia all’ambizione di giocare un ruolo di potenza egemone sullo
spazio ex sovietico ed anche oltre. Dopo la fase di destrutturazione dello Stato sovietico, il passaggio all’economia di
mercato è stato improvviso e disordinato. Ciò, unito all’assenza di tradizioni liberali, ha reso il processo difficoltoso e
pieno di contraccolpi.
A causa del fatto che non è stato possibile uno smantellamento radicale dello Stato sociale, paragonabile a quello
avvenuto in altri Paesi dell’Europa centro-orientale, la presenza dello Stato in economia è molto massiccia (o, meglio,
è tornata ad esserlo dopo la parentesi di Eltsin). Il ritorno alla gestione pubblica dei beni strategici ha anche un valore
politico molto importante: è il ritorno alla Russia forte e competitiva sui mercati mondiali.

Prima della rivoluzione socialista, la Russia era uno Stato enorme in cui il potere era esercitato in maniera assoluta; le
timide riforme liberali introdotte dalle Leggi Fondamentali del 1906 non avevano scalfito il volto monolitico del potere
zarista.
Lo Stato sovietico ha rappresentato il prototipo della forma socialista di organizzazione del potere e dell’economia,
divenendo modello non solo per le altre ex componenti dell’impero zarista, bensì imposto – dopo la Seconda guerra
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mondiale – anche all’Europa centro-orientale (in questo caso, la Costituzione staliniana del ’36 costituirà il modello
costituzionale di riferimento). Nelle diverse parti dell’universo socialista europeo le varianti erano poche.
Lo Stato socialista sovietico si è caratterizzato per una serie di principi politico-ideologici che hanno portato ad un
quadro di enorme complessità istituzionale: lo Stato, che doveva essere tappa transitoria e limitata nel cammino verso
la società comunista, ha finito col rivestire un ruolo di importanza fondamentale.
Le crisi economiche degli anni ’80 hanno condotto alla disgregazione dello Stato socialista, iniziata nelle sue “province”
europee (Polonia, Ungheria, DDR); tuttavia, l’impulso fondamentale fu dato proprio dal centro dello stesso Impero,
dalle riforme patrocinate da Gorbačëv. Lo scopo iniziale del nuovo segretario del PCUS era quello di rinvigorire le
caratteristiche originarie del socialismo, giungendo alla netta separazione tra Stato e partito, teorizzata da Lenin.
L’obiettivo era però irrealizzabile: separare il partito dallo Stato in un contesto di totale immedesimazione degli stessi
avrebbe significato indebolire sia il partito che lo Stato.
Alla questione politica si è unita quella territoriale, che ha prodotto lo sfaldamento dell’Unione, con le progressive
dichiarazioni di sovranità e di indipendenza delle sue Repubbliche componenti. L’unica a non proclamare
l’indipendenza fu la Russia: questo è l’escamotage che le ha consentito di proclamarsi Stato successore dell’URSS.
Tuttavia, prima ancora della dissoluzione dell’Impero, si era già avuto un cambiamento della forma di Stato che si può
far risalire alla revisione della Costituzione dell’URSS del 1990, in cui si pose fine al monopolio del partito comunista e
al divieto della proprietà privata dei mezzi di produzione. Dopo la revisione costituzionale, è iniziato un processo di
transizione al mercato e di privatizzazione dei beni pubblici caotico e poco regolamentato. Sempre nel periodo tardo-
sovietico erano state introdotte altre novità per avvicinare lo Stato sovietico alle democrazie europee:
- una dichiarazione dei diritti di stampo liberale (settembre 1991) sia a livello di Unione che di Repubbliche
- l’accelerazione della vincolatività del diritto internazionale in materia di diritti umani (legge di revisione
costituzionale dicembre 1989)
- l’introduzione di un primo timido esempio di controllo di costituzionalità degli atti degli organi supremi
(Comitato di sorveglianza costituzionale dell’URSS, 1988).

Mentre l’URSS si sfaldava, la Federazione di Russia proseguiva sul cammino della democratizzazione con:
- dichiarazione dei diritti
- separazione dei poteri (principio immesso nella Costituzione russa del 1978 con la revisione dell’aprile ’92)
- elezione diretta del Presidente
- progressiva erosione dell’assemblearismo di derivazione sovietica.
Si è trattato di un periodo conflittuale con un confronto acceso tra il Presidente Eltsin, lontano dal modello socialista,
e il Congresso dei deputati del popolo, di matrice sovietica.

La Costituzione del 1993, attualmente in vigore, è stata approvata a seguito di questa battaglia istituzionale e ne è
l’esito. Buona parte del tessuto costituzionale deriva comunque da modifiche introdotte nella vecchia Costituzione
russa del 1978. A differenza di altre Costituzioni post-socialiste, dunque, quella russa non è il manifesto del
cambiamento. Fu approvata con referendum popolare, combinando tradizioni costituzionali europee ed altre tipiche
del contesto autoctono russo.
1. Influsso delle tradizioni costituzionali europee → riscontrabile soprattutto nel catalogo dei diritti, che si allinea
ai contenuti della CEDU. Inoltre, è molto forte il vincolo dei trattati internazionali ai quali viene riconosciuta la
superiorità sulle leggi interne in caso id contrasto (artt. 15 e 17). L’art. 46, poi, consente ai cittadini russi, una
volta esperiti i rimedi interni, di rivolgersi ad istanze internazionali per la protezione dei diritti.
2. Peculiarità russe → rinvenibili nella sottolineatura del principio unitario, dell’integrità e dell’inviolabilità del
territorio (art. 4). Anche l’espressione “organi del potere statale”, più volte utilizzata nel testo, ricorda un
lessico del passato, così come le parti relative alla forma di governo e all’assetto territoriale o “struttura della
Federazione”.

Il testo costituzionale è molto complesso e si divide in parti con diverse rigidità.

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• Le disposizioni del capitolo 1 (Fondamenti o basi dell’ordinamento costituzionale) sono una sorta di “Super-
Costituzione”, in quanto l’art. 16 che chiude il capitolo stabilisce che nessun’altra disposizione costituzionale
può essere in contrasto con i primi sedici articoli.
• Le disposizioni dei capitoli 1, 2 (diritti e libertà dell’uomo e del cittadino) e 9 (Emendamenti costituzionali e
revisione della Costituzione) non possono essere emendati.

Il procedimento di modifica della Costituzione si divide in due tipologie:


a. gli emendamenti che possono modificare le disposizioni dei capitoli da 3 a 8
b. la revisione che riguarda i capitoli 1, 2 e 9. In questo caso si convoca un’apposita assemblea costituzionale che
o riaffermerà la immodificabilità delle disposizioni stesse o provvederà ad approvare un progetto di nuova
Costituzione.

Per quanto riguarda il catalogo dei diritti, esso è in linea con quelli delle Costituzioni europee, con una serie di
particolarità tra cui l’enfasi posta su caratteri distintivi del nuovo Stato, quasi a voler evidenziare la distanza dal
passato: si insiste così su proclamazioni formali come la divisione dei poteri, la laicità dello Stato, la de-
ideologizzazione. Alcune di queste proclamazioni appaiono autoreferenziali (es. art. 1 parla di Stato di diritto e
democratico) e sono presenti anche nel capitolo dei diritti:
- artt. 1 e 3 → nessuno può usurpare il potere
- art. 13 → nessuna ideologia può essere dichiarata ideologia di Stato o obbligatoria
- art. 14 → nessuna religione può essere dichiarata religione di Stato o obbligatoria
- art. 19 → divieto di discriminazione per una serie di caratteristiche tra cui le opinioni personali
- art. 21 → divieto di tortura
- art. 23 → segreto delle comunicazioni personali
- art. 24 → divieto di raccogliere informazioni sulla vita privata delle persone
- art. 26 → divieto di costrizione a dichiarare la propria appartenenza nazionale
- art. 27 → libertà di circolazione
- art. 28 → libertà religiosa o ateista
- art. 30 → nessuno può essere costretto a entrare in una organizzazione e a rimanervi
- art. 37 → divieto del lavoro coatto

Per quanto riguarda l’assetto economico, manca nell’attuale Costituzione un’apposita sezione in materia. Tuttavia, tra
i fondamenti dell’ordinamento costituzionale rientra la garanzia degli elementi minimi dell’economia di mercato:
- art. 8 → libera circolazione di merci, servizi e mezzi finanziari
- artt. 8 e 9 → tutela della proprietà privata, sostegno della concorrenza, libertà dell’attività economica.

Nel capitolo dei diritti, troviamo inoltre la disciplina di alcuni dei “diritti economici fondamentali”:
- art. 34 → libertà di impresa
- art. 35 → diritto di proprietà privata (espropriazione per pubblica utilità solo previo adeguato indennizzo)
- art. 36 → diritto di proprietà della terra (soggetto a limiti ambientali). L’art. 36 si riferisce, comunque, solo ai
cittadini della Federazione di Russia e loro associazioni.
Da un lato sono contemplate norme costituzionali che prevedono il diritto di proprietà privata sulla terra e dall’altro
si introducono serie limitazioni, rendendo le suddette disposizioni così elastiche da lasciare ampio margine
discrezionale allo Stato nella sfera della politica economica, la quale può essere sia basata su principi liberali che sul
dirigismo, in quanto la Costituzione del ’93 non fa scelte ideologiche precise a proposito del modello di economia
prescelto.
Ad oggi, lo scenario di politica economica appare poco chiaro. L’ideale sociale resta forte, come necessità di mitigare
gli estremi del mercato per far sì che le crisi cicliche non producano pericolose pressioni sociali. Tuttavia, in Russia si
osserva il più elevato livello al mondo di concentrazione della proprietà privata senza vera concorrenza e manca una
classe ampia di piccoli e medi proprietari. A ciò si aggiunge il peggioramento dello Stato sociale.
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Per quanto riguarda la gestione dell’economia, sono valorizzate le competenze del Governo in materia di economia
perlomeno interna, mentre risultano attribuiti al Presidente altri settori strategici che hanno un legame con il resto
della gestione economica. Inoltre, qualunque attività del Governo è sempre sottoposta agli editti presidenziali. Poi vi
è da considerare la separazione delle competenze tra centro e periferia.
L’art. 114 cost. attribuisce al Governo la competenza ad occuparsi del bilancio federale, dello svolgimento di una
politica finanziaria, creditizia e monetaria unitaria, dell’amministrazione della proprietà federale e dell’adozione di
misure per garantire la tutela della proprietà; esso ha inoltre poteri in materia tributaria e nelle attività di gestione e
tutela ambientale.

Anche dal punto di vista del rapporto centro-periferia, la Russia presenta elementi di continuità con il passato. Tra
questi, i principi di identità e di integrità statale, che sono sempre serviti a tenere unito lo sconfinato territorio abitato
da popolazioni non russe soprattutto nelle zone periferiche. Considerando l’assenza di confini naturali e l’esistenza di
risorse strategiche in territori distanti dal centro, ben si comprende la scelta del centralismo.
Il principio unitario e l’integrità statale sono tra i valori fondanti dell’ordinamento che il capo dello Stato deve tutelare.
La funzione di “unificazione” è riflessa nel frequente ricorso, nel lessico costituzionale, all’aggettivo “unitario”.

Dal punto di vista del decentramento territoriale, si è partiti dall’assoluto centralismo dell’Impero (con eccezioni nei
confronti di alcune zone come la Finlandia), al federalismo etnico del periodo socialista (con limitate concessioni di
tipo linguistico e culturale alle Repubbliche con popolazioni diverse da quella russa), al federalismo attuale, che si
applica ad uno Stato territorialmente più ridotto, in cui fanno parte dell’”assetto federale” non solo entità a base
entica, ma anche le tradizionali ripartizioni territoriali delle terre abitate dai russi, assurte al rango di “soggetti” della
Federazione (in passato erano semplici suddivisioni amministrative).
Le caratteristiche del federalismo russo sembrano, comunque, in contrasto con quanto disposto in proposito dalla
Costituzione del 1993. Ad esempio, il testo costituzionale prevede per la ripartizione delle competenze una
integrazione pattizia, che il legislatore ha invece gestito in maniera da limitare fortemente le attribuzioni dei soggetti
nelle materie di competenza congiunta; inoltre, il legislatore ha subordinato l’elemento pattizio alla legge federale,
rendendolo quindi recessivo.
In generale, nel sistema federale russo sembrano assenti i principi di sussidiarietà, di collaborazione tra centro e
soggetti, di solidarietà, di consenso e, addirittura, di partecipazione delle entità federate all’esercizio delle funzioni
statali.
Il legislatore ha poi introdotto l’ingerenza federale, pur non essendo tale istituto contemplato dal testo costituzionale,
ma trovando l’avallo della Corte Costituzionale (con una sentenza del 2002). Ad esempio, è possibile per gli organi
federali (in primis il Presidente) sciogliere le assemblee legislative regionali e revocare i capi degli esecutivi regionali.

L’evoluzione del federalismo russo post-sovietico può essere divisa in due periodi temporali principali:
1. La prima fase di sviluppo federale, tra il 1990 e il 1999, è stata caratterizzata da un progressivo decentramento,
a cominciare dallo sgretolamento delle relazioni tra centro e Repubbliche dell’URSS, che hanno poi portato
allo scioglimento della stessa nel dicembre del ’91. La stessa tendenza è perseguita all’interno della Russia,
dove il Presidente Eltsin, eletto dai cittadini nel giugno ’91, ha inizialmente strumentalizzato le tendenze
centrifughe per ottenere sostegno nella sua lotta per il potere contro il Congresso. Successivamente, Eltsin ha
ridimensionato l’autonomia concessa, come si nota dalla Costituzione, in cui le repubbliche, una volta soggetti
privilegiati, sono parificate a tutte le altre entità federali. Eltsin ha però – nei primi anni di applicazione della
Costituzione – avuto difficoltà a controllare le spinte autonomiste delle periferie, manifestatesi con la cd.
“parata delle sovranità” e un processo di pericolosa erosione dello spazio giuridico unitario: i soggetti della
Federazione adottavano atti e comportamenti in palese contrasto con il diritto federale (i due livelli si
ignoravano reciprocamente). Si è rischiati di passare dalla decentralizzazione alla disintegrazione.

2. La fase successiva è quella putiniana, caratterizzata da un aumento della centralizzazione, al punto da


snaturare il federalismo. Questo percorso iniziato nel 2000 ha come scopo il rafforzamento dello Stato, creare

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la “dittatura della legge” (secondo le parole di Putin), rispristinare la verticale del potere (in particolare degli
esecutivi). È stata quindi messa in cantiere una riforma federale, la cui elaborazione è spettata ad una
Commissione speciale presso il Presidente (Commissione Kozak, dal nome del suo presidente; Kozak è stato
uno dei vice Primo Ministro, Ministro dello sviluppo regionale, vicedirettore dell’amministrazione
presidenziale, ha fatto parte del primo Governo di Putin nel ’99. La Commissione Kozak si è avvalsa della
consulenza di alcuni esperti del Consiglio d’Europa.).
Il disegno riformatore aveva come scopo la revisione del riparto di competenze e attribuzioni tra i tre livelli di
potere (potere statale, dei soggetti della Federazione e degli organi dell’autogoverno locale). Esso ha invaso
anche l’abito dei diritti politici dei cittadini (diritto di voto, di associazione), perché il federalismo è intrecciato
con il sistema politico; vi è stato quindi un disegno comune di accentramento e semplificazione che ha previsto
più poteri del Presidente sul territorio, la creazione del partito del Presidente, il divieto di partiti regionali, ecc.

Provvedimenti significativi del disegno accentratore di Putin:


• 2000 – primo anno del suo mandato presidenziale – editto sui rappresentanti plenipotenziari del Presidente
nelle regioni (accorpando il territorio in 7, poi diventate 8, macroregioni o distretti), con scopi di raccordo tra
organi federali e quelli dei soggetti (in realtà a fini di controllo).
• 2000, nuova legge sulle modalità di formazione della camera alta, che ha privato governatori regionali e
speaker dei parlamenti regionali del seggio di senatore.
• 2000, introdotta l’ingerenza federale.
• 2001, legge sui partiti politici che ha vietato i partiti solo regionali, imponendo la nazionalizzazione degli attori
politici.
• 2001, modifica della legge costituzionale sulla Corte Costituzionale, precisando le caratteristiche
dell’ingerenza federale in caso di mancato rispetto delle pronunce della Corte.
• 2003, ridefinite le modalità di riparto delle competenze tra centro, regioni e governi locali, penalizzando i livelli
inferiori di governo.
• 2004, semplificazione dei meccanismi dell’ingerenza a favore del Presidente, che può sciogliere direttamente
gli organi legislativi regionali oltre che destituire i governatori.
• 2005, nuovo sistema per le elezioni della Duma; innalzato lo sbarramento dal 5% al 7%; nuova formula
elettorale, completamente proporzionale, eliminando 225 seggi uninominali che premiavano di solito i
candidati più noti a livello locale spesso anche indipendenti dai partiti.
• Dal 2005 al 2008, fusioni dei soggetti; progressivamente annullati quasi tutti i trattati tra centro e soggetti per
la ripartizioni delle attribuzioni sottoscritti da Eltsin.

Il problema della riforma federale non era tanto quello della ripartizione delle materie di competenza (già operata nel
testo costituzionale e dunque non modificabile dal legislatore federale), quanto quello della ripartizione delle
attribuzioni all’interno delle materie di competenza congiunta.
Prima della legge federale del 4 luglio 2003, i soggetti della Federazione, in mancanza della legge federale potevano
iniziare a legiferare, così stabilendo da sé i limiti della competenza congiunta, andando spesso oltre quando le autorità
federali avrebbero voluto attribuire loro. La legge del 4 luglio 2003 è intervenuta allora a riservare al livello federale la
maggior parte delle attribuzioni, salvo poterle delegare alle regioni, con scarsa flessibilità.
In particolare, sono stati introdotti due tipi di attribuzioni dei soggetti con diversi tipi di finanziamento:
1. Agli organi dei soggetti sono conferite attribuzioni che essi hanno l’obbligo di esercitare a carico del proprio
bilancio e per la cui esecuzione sono responsabili.
2. Le restanti attribuzioni nelle materie di competenza congiunta restano al centro federale ma possono essere
delegate ai soggetti previa individuazione dei fondi necessari.

Il principio di sussidiarietà sembra sostituito da quello di centralizzazione delle attribuzioni, secondo il quale sarebbero
attribuite al livello inferiore come competenze proprie soltanto quelle che sarebbe estremamente non adeguato far
svolgere a livelli superiori del potere.

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Le attribuzioni dei soggetti nelle materie di competenza congiunta sarebbero state ridotte rispetto all’elenco
costituzionale dell’articolo 72; in alcune materie i soggetti sono stati privati di ogni possibilità di intervento (es.
questioni del possesso, utilizzo e disposizione delle terre, del sottosuolo, delle acque e delle altre risorse naturali; nella
ripartizioni della proprietà statale; nelle questioni della sicurezza pubblica). Per quanto concerne la competenza dei
soggetti nell’ambito della gestione delle risorse naturali, essa è ridotta al minimo e si estende solo ai giacimenti dei
minerali più comuni; gli altri tipi di giacimento sono trasmessi alla competenza federale. Inoltre, le risorse forestali e
idriche sono state proclamate di proprietà federale esclusiva.
Altra novità importante è il rafforzamento della responsabilità degli organi dei soggetti per il mancato o inadeguato
esercizio delle attribuzioni conferite, che può arrivare all’istituzione di un’amministrazione finanziaria federale
provvisoria che si sostituisce agli organi elettivi regionali (un’altra forma di ingerenza federale), qualora il soggetto
presenti un indebitamento maggiore al 30% del bilancio. L’amministrazione finanziaria federale provvisoria è prevista
anche per l’autogoverno locale.
Contrariamente a quanto previsto dalla Costituzione (art. 78), il trasferimento di attribuzioni sarebbe avvenuto in
maniera dirigista, senza accordo con i livelli inferiori e senza contemplare il rifiuto di adempiere alle attribuzioni
delegate.

A seguito della riforma federale, il legislatore ha dato una nuova lettura del principio costituzionale di riconoscimento
e tutela in eguale modo della proprietà privata, statale, municipale e delle altre forme di proprietà (art. 8, c. 2 cost.).
La proprietà pubblica è concepita come unico complesso di beni dello Stato federale. A seguito di tale impostazione,
il diritto di proprietà sui mezzi dei bilanci regionali e locali non significa piena libertà dell’attività economica dei relativi
organi. Dunque, le leggi del 2003 hanno introdotto una ripartizione rigida non solo delle attribuzioni dei diversi livelli
di potere ma anche dei beni pubblici.
Beni pubblici non privatizzabili sono quelli destinati all’utilizzo generale e non adatti a trovarsi nella proprietà privata
a causa delle loro qualità fisiche (es. mare, risorse della piattaforma continentale, ecc.), ma anche quelli che
garantiscono la sicurezza, la capacità difensiva e gli interessi strategici dello Stato. Beni non appartenenti alla proprietà
esclusiva dello Stato (es. oggetti della sanità, istruzione, scienza, cultura, edifici amministrativi, ecc.) possono essere
privatizzati. Con la legge 122/2004 sulla monetarizzazione dei benefici sociali, disposizioni analoghe sono previste per
il livello federale di proprietà.
I beni di proprietà dei soggetti o dell’autogoverno locale costituiscono la base economica di funzionamento dei
rispettivi organi di governo. Quindi, la proprietà pubblica è la garanzia materiale, patrimoniale, delle funzioni dello
Stato, dei soggetti e dell’autogoverno locale ed anche delle attribuzioni dei loro organi.
Il legame dei beni pubblici (considerando la loro finalizzazione) con le materie di competenza della relativa formazione
pubblica è rinvenibile nell’attuale speciale meccanismo di trasferimento – a titolo gratuito – dei beni da una
formazione pubblica ad un’altra, simile alla redistribuzione tra di esse delle materie di competenza e delle attribuzioni.

In seguito al forte deprezzamento subito dal rublo nel 1998 e al crollo del prezzo delle materie prime sui mercati
internazionali, sono iniziate in Russia le riflessioni sulla necessità di aumentare il ruolo dello Stato in economia e di
rafforzare lo Stato con una leadership autorevole come quella di Putin.
Possiamo distinguere tre tappe a cui corrispondono altrettante visioni generali della politica interna ed estera del
Paese:
1. Ai tempi di Eltsin, il Presidente aveva lanciato la cd. “idea nazionale russa”, una sorta di concorso pubblico per
elaborare la visione futura del Paese in un momento di confusione e disadattamento dei russi. Tuttavia, il
tentativo non approdò a nulla.
2. Ai tempi di Putin, si è fatto carico lo stesso Cremlino – tramite il suo ideologo ufficiale Surkov – di elaborare
una concezione nazionale di sviluppo, con l’idea della “democrazia sovrana” (una risposta alle critiche
occidentali dell’assenza di democrazia in Russia). L’idea della democrazia sovrana vincola la democrazia ad
un’efficienza economica e produttiva e mostra (almeno a livello di ideologia politica) il superamento
dell’immobilismo burocratico e dell’inefficienza del periodo sovietico. Secondo Surkov, senza di essa sarebbe
impossibile integrare la Russia nei flussi tecnologici, finanziari ed industriali dell’economia mondiale. Riguardo

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alla globalizzazione, Surkov crede che questa provochi disuguaglianze nella distribuzione dei benefici e generi
ingerenza estera nel campo economico: la sovranità è necessaria se la Russia non vuole essere controllata da
multinazionali e ONG straniere.
Surkov è stato l’unico che nella Russia post-sovietica con una visione chiara e strategica dello sviluppo politico
del Paese: è stato lui a patrocinare la formazione di Russia unitaria (il partito del presidente) e successivamente
di Russia giusta (un nuovo partito di orientamento socialdemocratico costituito da molti transfughi dei
comunisti); successivamente egli aveva suggerito a Medvedev di candidarsi per un secondo mandato, mentre
Putin avrebbe dovuto continuare a fare il Primo Ministro ma anche porsi progressivamente come leader
nazionale. Chi è succeduto a Surkov come vicedirettore dell’Amministrazione presidenziale nel dicembre 2011,
Volodin, sembra agire in maniera istintiva, senza un chiaro disegno alla base, con iniziative di breve termine.

3. Messo in secondo piano Surkov, si è passati ad una nuova fase politica caratterizzata da spinte liberatrici. Non
ci sono disegni chiari di sviluppo politico e si parla di “democrazia tout court” o “democrazia senza aggettivi”.

Secondo alcuni commentatori, lo Stato in Russia oggi non sarebbe affatto forte, considerando la crescita della
corruzione e la presenza di gruppi di pressione che gestiscono il potere. Per altri, lo Stato adotterebbe una concezione
aggressiva della sovranità ponendosi in contrapposizione con la società e provocandone la reazione. Si cerca di
imbrigliare in forme legittime e pacifiche le proteste sociali che altrimenti sarebbero esplosive, ad esempio attraverso
il coinvolgimento dei cittadini chiamati a dare la propria opinione nell’ambito di importanti riforme sociali. Tale
discussione pubblica di progetti di legge costituisce un surrogato delle libertà civili di stampo occidentale.

La forma di governo disciplinata dalla Costituzione del ’93 rappresenta un ibrido. È dubbia la natura democratica della
forma di Stato e di conseguenza l’affermarsi del principio della divisione dei poteri (proclamato dall’art. 10 della
Costituzione). Si tratta di un sistema complesso, nel quale la figura del Presidente spicca sugli altri poteri dello Stato,
pur essendo presenti elementi delle forme parlamentare e semipresidenziale. Preferibile è la definizione di
“Presidente governante”; tuttavia, rispetto ad altri Paesi sorti sullo spazio dell’ex URSS, la concentrazione dei poteri
nelle mani del Presidente sembra decisamente inferiore.
Il modello “a Presidente governante” può essere descritto considerando:
• le disposizioni costituzionali → La disposizione costituzionale chiave per comprendere il ruolo del Presidente
è l’art. 80 che racchiude le caratteristiche essenziali del rapporto tra il Presidente e lo Stato che questi
rappresenta.
1. Il Presidente della Federazione Russa è il capo dello stato.
2. Il Presidente della Federazione Russa è il garante della Costituzione della Federazione Russa, dei diritti e
delle libertà della persona e del cittadino. Nei modi stabiliti dalla Costituzione della Federazione Russa egli
prende provvedimenti per la tutela della sovranità della Federazione Russa, della sua indipendenza e integrità
statale, garantisce il funzionamento coordinato e l'interazione degli organi del potere statale.
3. Il Presidente della Federazione Russa definisce gli orientamenti fondamentali della politica interna ed estera
dello stato in conformità della Costituzione della Federazione Russa e delle leggi federali.
Il Presidente della Federazione Russa in qualità di capo dello Stato rappresenta la Federazione Russa
all'interno del paese e nelle relazioni internazionali.
• l’interpretazione della Corte Costituzionale → In una serie di sentenze in cui si è occupata dei poteri
presidenziali, la Corte Costituzionale – oltre a confermare l’ampio catalogo di tali poteri – è andata oltre,
prevedendo la possibilità per il Presidente di interpretare certe formulazioni costituzionali (es. garanzia dei
diritti o l’integrità territoriale). Tale lettura dell’art. 80 è stata dalla Corte a partire da una sentenza del ’95,
che riguardava l’intervento in Cecenia deciso con editti del Presidente Eltsin.
• la prassi attuativa (intendendo in questo caso sia il comportamento delle personalità che hanno ricoperto la
carica, sia una serie di leggi federali che hanno inciso sul contenuto delle competenze presidenziali) → tra le
leggi ampliative del potere Presidenziali, va ricordata la legge costituzionale sul Governo del dicembre ’97,
che fa rientrare nella responsabilità diretta del Presidente i Ministeri più importanti (esteri, interni, difesa,
emergenze), i cui titolari sono nominati direttamente dal Presidente. Poi, seguono le leggi che hanno

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introdotto l’ingerenza federale e la nomina presidenziale dei governatori regionali (entrambe convalidate
dalla Corte).

Oltre ad essere il vero capo dell’esecutivo – come si evince dalla procedure di nomina e revoca del Premier e del
Governo (artt. 111, 112, 116 e 117 cost.), dalla dinamica delle questioni fiduciarie (art. 117), dal fatto che il Governo
cambi dopo le elezioni presidenziali e non quelle parlamentari – il capo dello Stato gode anche di poteri normativi
autonomi (editti normativi, editti non normativi, ordinanze), formalmente di rango sub-legislativo: una sorta di
secondo Governo.
Fino alla presidenza di Medvedev, il rapporto tra Presidente e Primo Ministro era sempre stato di evidente
subordinazione del secondo al primo, sebbene la Costituzione attribuisca al Governo poteri rilevanti.
Nel periodo della cd. “tandemocrazia” o duumvirato, quando Putin ha provvisoriamente ricoperto la poltrona di
Premier in attesa di potersi nuovamente candidare al Cremlino, pur non essendoci state modifiche delle disposizioni
costituzionali, vi è stato un evidente appannamento delle responsabilità: non era chiaro se le decisioni del Presidente
fossero concordate col Primo Ministro o prese da quest’ultimo.
La tandemocrazia è stata una parentesi. Il Governo dipende più dal Presidente che dalla camera elettiva, pur essendo
previsto un rapporto di tipo fiduciario; tuttavia, il Presidente può imporre alla Duma il proprio premier, consentendo
anche il mantenimento in vita di un Governo sfiduciate.
Alle proteste di piazza e alle critiche internazionali, il Cremlino ha risposto sempre in maniera piccata, contrapponendo
prima una propria versione di democrazia “controllata” (controllo indispensabile in un contesto non pronto ad una
democrazia di stile occidentale) e poi più di recente rispondendo che in Russia si starebbe costruendo una “democrazia
tout court”.
Lo scambio dei ruoli tra Putin e Medvedev alla testa non solo del Governo ma anche del partito potrebbe rafforzare il
legame tra Governo e Duma, che finora è stato o conflittuale (sia ai tempi di Eltsin, sia all’inizio del primo mandato di
Putin) o di semplice supporto alle politiche presidenziali. Tuttavia, il sistema non prevede uno spazio per due leader
politici nazionali; infatti, Duma, governo e partito di maggioranza sono semplici cinghie di trasmissione del potere
presidenziale, così come i governatori nell’ambito della verticale esecutiva.

Per quanto riguarda il sistema politico, il passaggio dal monopartitismo al pluripartitismo è stato per la Russia molto
più difficile rispetto ai paesi dell’Europa centro-orientale. Ancora oggi, il pluralismo partitico sembra ristretto.
Il legame tra sistema partitico e forma di governo è anche abbastanza ambiguo, se si considera che il Presidente ha
sempre cercato di presentarsi come organo super partes, pur avendo orchestrato dal Cremlino la costituzione di partiti
e pur essendosi fatto candidare alle elezioni da un partito politico (lo hanno fatto sia Eltsin che Putin).
Dal punto di vista del sistema partitico e di quello elettorale, si possono distinguere delle fasi sulla base delle
presidenze:
- era Eltsin → fase di pluralismo non regolamentato
- termine della seconda presidenza di Putin → fase di rigida disciplina dello status dei partiti
- Medvedev → allentamento della rigidità

Medvedev ha fatto inserire nella legislazione elettorale:


a. Diritto di tribuna per i partiti tra il 5% e il 7% sia a livello federale che regionale
b. Diminuzione dei requisiti numerici per la costituzione dei partiti
c. Riduzione del numero di firme per presentarsi alle elezioni
d. Eliminazione della cauzione elettorale
e. Più ampio accesso dei partiti minoritari ai media
f. Possibilità dei partiti maggioritari nei parlamenti regionali di proporre al capo dello Stato un candidato
governatore
g. Diritto di intervento periodico alla Duma per i partiti non presentati a livello nazionale e regionale

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Parallelamente alle trasformazioni partitiche si è evoluto anche il sistema elettorale, prima tramite legislazione di
contorno (es. regole sul finanziamento, invalidità delle competizioni, divieto del voto contro tutti, ecc.) e poi
affrontando anche la formula, col passaggio ad un sistema interamente proporzionale sia a livello centrale che
regionale e locale e con l’innalzamento della soglia di sbarramento dal 5% al 7% (poi tornata al 5% nel 2012).

Il potere giudiziario ha subito notevoli trasformazione rispetto al passato (si pensi al principio della divisione dei poteri
con cui si inizia a considerare il giudiziario come potere autonomo e non più come ordine burocratico al servizio
dell’ideologia). Ma i residui sono tanti e rinvenibili nelle procedure giurisdizionali, nel ruolo dei chiarimenti direttivi
delle corti supreme (non un prestito dai sistemi di common law quanto piuttosto un retaggio sovietico) e nell’esistenza
di tribunali arbitrali per la risoluzione di controversie di tipo economico.
Mutano, rispetto al passato sovietico, le modalità di nomina dei giudici (nominati dal capo dello Stato anche se devono
sostenere un esame di Stato e sottoporsi al parere di una serie di organismi di autogoverno della magistratura; i giudici
delle tre corti supreme – costituzionale, suprema ed arbitrale superiore – sono nominati dal Consiglio della
Federazione su proposta del capo dello Stato). Tuttavia, le garanzie di indipendenza non sembrano efficaci ed è molto
diffuso il cancro della corruzione.
Per quanto riguarda la giustizia costituzionale, il controllo di costituzionalità delle leggi non esisteva in passato; fu
introdotto nel periodo tardo-sovietico. Il modello attuale è simile a quelli europei. È prevista anche la possibilità per
cittadini, apolidi e associazioni, di rivolgersi direttamente alla Corte per contestare una legge che applicata dinanzi a
un giudice abbia contrastato con diritti e libertà costituzionali.
Degli interventi del legislatore federale sulla legge di disciplina della Corte ne hanno ristretto i margini di autonomia
(es. il Presidente della Corte prima era scelto dai giudici e oggi, a seguito di una riforma del 2009, è nominato dal
Consiglio della Federazione su proposta del Presidente). Ne deriva scarsa autorevolezza della Corte agli occhi delle
autorità pubbliche e dei cittadini.
Anche se la Corte è poco autorevole ed il potere giudiziario appare fortemente corrotto, vi sono altre possibilità di
tutela delle posizioni soggettive dei cittadini. Oltre al ricorso alla Corte di Strasburgo (esperibile una volta esaurite le
vie interne – ma non è necessario il previo ricorso alla Corte costituzionale), sono presenti:
• ombudsman a livello regionale → difensore civico, definito in Russia Plenipotenziario per i diritti dei cittadini.
È un organo introdotto con la Costituzione del ’93 e disciplinato da una legge costituzionale del ’97. Il
Plenipotenziario esamina i reclami contro le decisioni e le azioni (o omissioni) degli organi statali,
dell’autogoverno locale, dei funzionari, degli impiegati pubblici, se prima il ricorrente aveva impugnato tali
decisioni/azioni/omissioni in via giurisdizionale o amministrativa ma non concorda con le decisioni adottate in
base al suo ricorso. La petizione al plenipotenziario è da farsi entro un anno dalla violazione o da quando si è
avuta conoscenza della stessa. Tale organo può anche dare suggerimenti al ricorrente, attivarsi presso la P.A.
o fare direttamente ricorso in giudizio.
• organi della prokuratura → istituzione tipicamente russa. I suoi organi esercitano le funzioni classiche dei
procuratori (indagini penali, sostegno della pubblica accusa in tribunale), ma anche una peculiare funzione di
sorveglianza del rispetto della legalità da parte di tutti gli organi pubblici.

Per quanto concerne la pena di morte, questa è prevista dall’art. 20 cost. (La pena di morte, fino alla sua soppressione,
può essere stabilita) e non è mai stata eliminata dal codice penale anche se su pressione del Consiglio d’Europa si è
prima introdotta una moratoria delle esecuzioni e poi la pena capitale è stata considerata espunta dall’ordinamento.
Il problema della giustizia è comunque uno dei principali aspetti dell’immaturità del tessuto democratico in Russia.

L’INDIA AL TEMPO DEI BRICS: UNA POTENZA EMERGENTE DALLE SOLIDE RADICI DEMOCRATICHE
All’interno dei BRICS, l’India ha un ruolo di particolare rilievo sul piano istituzionale grazie alla consolidata stabilità
politica. Sotto questo profilo, è avvicinabile al Brasile per la connotazione fortemente democratica delle rispettive
forme di Stato e al Sudafrica per alcuni aspetti del sistema giuridico (orientato, in entrambi i Paesi, verso la tradizione
giuridica di common law rivisitata sulla base delle specifiche problematiche regionali e delle tradizioni preesistenti).

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L’India rappresenta di gran lunga l’ordinamento democratico più antico, con una Costituzione elaborata nel secondo
dopoguerra ed entrata in vigore nel 1950. Si tratta della democrazia più grande del mondo, in termini quantitativi.

Negli ultimi anni si è passati da un’economia autosufficiente e a forte intervento statale ad una proiettata anche
all’esterno. Questa trasformazione ha comportato crescita di PIL ma anche squilibri politici e sociali, dovuti alla
difficoltà nel mantenere uno stato sociale fortemente radicato → privatizzazione di banche e industrie, tagli alla spesa
pubblica e al welfare (in un Paese in cui larghi strati della popolazione vivono al limite o sotto la soglia di povertà).
Per comprendere l’India di oggi, è necessario tener presente i diversificati livelli di sviluppo dei 28 Stati che la
compongono e analizzare il sistema di redistribuzione delle risorse tra i cittadini in un sistema federale molto
complesso. Gli Stati indiani infatti presentano tra loro notevoli differenze (dimensioni, diversa presenza di fonti
energetiche e materie prime, religione, lingua, stratificazione sociale) che influenzano il mercato del lavoro e il sistema
economico.
Dal punto di vista giuridico, l’ordinamento indiano rappresenta una ibridazione di un modello originario di common
law (con commistioni tra British e American common law), con elementi delle Costituzioni di civil law e con istituti
provenienti dal diritto indù e quello musulmano (denominato “ordinamento giuridico postmoderno”).

Il territorio è densamente popolato: misura 11 volte quello italiano, sebbene la popolazione sia 20 volte quella italiana.
L’India è divisa oggi in 28 Stati membri e 7 Territori dell’Unione, quindi nel complesso 35 unità territoriali. Il numero
degli Stati è progressivamente aumentato dal 1950 ad oggi, in virtù di una politica di apertura della federazione al
riconoscimento della soggettività delle comunità politiche che chiedevano l’affermazione della loro rilevanza
istituzionale. Questo fenomeno non ha indebolito il federalismo, anzi, lo ha rafforzato, evitando dinamiche
scissionistiche → modello alternativo a quello del federalismo occidentale, incentrato sulla capacità di costruire, in
una dimensione multinazionale, una stabile e solida identità nazionale basata sulla diversità e sulla complementarietà.

Le lingue ufficialmente riconosciute sono oggi 23. L’hindi è parlato dal 40% della popolazione ed è la lingua ufficiale
dell’Unione, sebbene sia l’inglese quella di fatto più utilizzata nella vita pubblica ed economica. Sono praticate 6 grandi
religioni (induismo, buddismo, jainismo, islam, cristianesimo, sikh), ma l’81,4% della popolazione è induista.

Per quanto riguarda la forma di governo, l’India ha un sistema di tipo parlamentare, connubio tra il “modello
Westminster” cui si è ispirata la costituzione e una prassi di governi di coalizione formati da un numero molto ampio
di partiti → sistema politico bipolare, non bipartitico come in UK.
Pur essendo il sistema di tipo parlamentare, naturalmente l’assetto federale enfatizza il ruolo del Presidente
dell’Unione (più sul piano formale che sostanziale). In teoria, l’art. 52 cost. affida al Presidente dell’Unione il ruolo di
capo dell’esecutivo, ma in realtà l’indirizzo politico è determinato da Governo e Parlamento. Egli esercita le normali
funzioni di garanzia di un Presidente di forma di governo parlamentare, mentre può assumere rilevanti poteri in
situazioni eccezionali. È eletto in maniera indiretta da un collegio elettorale, in cui sono rispettate le forze politiche
presenti in Parlamento.

Il Governo è nominato dal Presidente: secondo la prassi consolidata, il Presidente – in caso di risultati elettorali chiari
– nomina Primo Ministro il leader del partito di maggioranza relativa (di solito già individuale come potenziale Primo
Ministro in campagna elettorale). Negli anni Ottanta, in un periodo di crisi dei partiti, i risultati elettorali non erano
così certi; anche in questi casi, in prevalenza la scelta ricadeva (dopo ampie consultazioni) sul leader del partito con
maggioranza relativa, mentre in pochi casi l’incarico è stato affidato ad esponenti di partiti minori.
Per quanto riguarda il rapporto tra governo e Presidente dell’Unione, nel 1976 l’allora Premier Indira Gandhi fece
approvare un emendamento costituzionale che vincolava il Presidente a seguire le indicazioni del Primo Ministro e del
Consiglio dei Ministri senza possibilità di agire in senso difforme. In seguito alla sconfitta elettorale della Gandhi nel
’77, il nuovo Governo approvò un ulteriore emendamento che consentiva al Presidente dell’Unione, in caso di
dissenso, si rinviare la questione al Governo per una seconda deliberazione, a seguito della quale deve prevalere
comunque l’indirizzo del Governo (Spesso la dottrina indiana ha indicato la forma di governo – soprattutto nel primo

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quarantennio – come “Prime Minister Government”). Anche per quanto riguarda la nomina del governo, come detto
sopra, il Presidente ha potere vincolato alle indicazioni delle maggioranze nella Camera del popolo.

Il Parlamento indiano è a struttura bicamerale asimmetrica ed è composto da:


• Camera del popolo → camera bassa, eletta con sistema elettorale uninominale “secco” (first past the post),
titolare esclusivo del rapporto fiduciario con il Governo. È a composizione variabile: l’art. 81 cost. prevede un
massimo di 530 seggi da eleggere negli Stati e di 20 da eleggere nei Territori dell’Unione (in tutto max. 552).
• Camera degli Stati → funzione di rappresentanza degli interessi degli Stati membri tramite la partecipazione
al procedimento legislativo. È formata da massimo 250 membri, eletti da Assemblee legislative degli Stati
membri e dei Territori. I seggi sono assegnati seguendo una ripartizione tendenzialmente proporzionale alla
popolazione. Al pari del Senato americano è un organo di durata permanente (quindi non soggetto a
scioglimento), che si rinnova per un terzo ogni due anni (il singolo mandato dura 6 anni).

Sotto il profilo della stabilità, l’India ha avuto solo 17 Primi Ministri in sessant’anni, in realtà anche a causa dei lunghi
periodi di governo di due dei membri della famiglia politica indiana più importante: la dinastia Nehru-Gandhi, che
permette di farci riflettere sull’importanza, nella politica indiana, dei leaders carismatici, punti di riferimento
soprattutto a livello simbolico.
Il sistema elettorale è di tipo maggioritario uninominale puro: gli attuale 543 seggi elettivi vengono assegnati in
altrettante circoscrizioni uninominali a maggioranza semplice. Questo sistema (che non consente una piena
rappresentatività delle forze politiche) fu scelto per le maggiori garanzie di stabilità e anche per la semplicità, che si
adattava meglio ad un corpo elettorale all’epoca principalmente analfabeta → i “duelli” tra singoli candidati nelle
circoscrizioni uninominali sono più immediati.
Il sistema elettorale uninominale non ha comunque impedito la proliferazione dei partiti politici (es. alle elezioni
politiche del 2004 erano presenti 231 partiti). Ve ne sono molti sia a livello federale che dei singoli stati e locali. Nei
primi 30 anni dell’India indipendente (’47-’77), ha dominato il Congress, affidando incarichi e responsabilità di gestione
a esponenti delle diverse correnti, realizzando democrazia anche all’interno del partito. Tale situazione fu perpetuata
per tutto il premierato Nehru (durato quasi vent’anni, fino alla sua morte nel ’64) e anche nella prima fase del
premierato di Indira Gandhi (figlia di Nehru, solo omonima di Gandhi), la quale poi ridusse progressivamente questa
componente democratica, accentuando la supremazia del leader del partito e del Primo Ministro. A causa di questa
svolta autoritaria, perse le elezioni del ’77 (la cd. “rivoluzione attraverso le urne” o “seconda indipendenza indiana”).
Nel corso degli anni ’80 si fa strada il BJP, espressione dei movimenti nazionalisti indù, raccogliendo in pochi anni molti
consensi. Il Congress mantiene i propri consensi e si comincia quindi a pensare ad un sistema dualistico → in realtà, i
due grandi partiti (Congress e BJP) non possono prescindere da forze politiche minori determinanti per costituire
alleanze di governo stabili e credibili.

La Costituzione indiana si professa “socialista” nel Preambolo e al contempo si mostra particolarmente attenta alla
protezione dei diritti e libertà individuali di impronta democratico-liberale. Ne è scaturito un sistema originale, volto
al contemperamento di un intervento pubblico significativo (finalizzato a realizzare una tendenziale uguaglianza di
opportunità) con una tutela dei diritti fondamentali (garantita da un potere giurisdizionale indipendente).
Questo sistema è basato su tre pilastri:
1. Preambolo della Costituzione → nell’elencazione dei requisiti della nuova repubblica, emerge la volontà di
contemperare l’orientamento socialista con quello democratico; nell’elencazione degli obiettivi, invece, viene
collocata al primo posto la giustizia sociale, economica e politica. Si rifiuta qualsiasi “scorciatoia” collettivistica
o autoritaria per il raggiungimento degli ideali di giustizia ed eguaglianza, e sono assenti concezioni
organicistiche della società.
2. Catalogo dei diritti fondamentali (parte III della Costituzione, con annessa speciale procedura di ricorso diretto
alla Corte Suprema in caso di loro violazione) → l’inserimento dei diritti fondamentali in Costituzione è una
scelta di tutela forte degli stessi, emersa fin dai lavori preparatori dell’Assemblea Costituente, che si
contrappone rispetto alla tradizionale reticenza britannica verso le dichiarazioni scritte dei diritti. Non a caso

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fu una delle rivendicazioni storiche del movimento indipendentista ed in particolare del Congress. Il modello
di riferimento + quello americano, sebbene vi siano elementi di differenziazione, soprattutto per quanto
riguarda il tema dell’uguaglianza.
Il catalogo è piuttosto ampio. Si tratta di 23 articoli (dal 12 al 35) che comprendono, oltre all’enunciazione
delle posizioni giuridiche soggettive, anche l’elencazione degli strumenti giurisdizionali per difenderli. Si tratta
di un insieme di garanzia abbastanza completo, con sei gruppi di diritti (prima erano 7 categorie ma poi il
diritto di proprietà è stato “declassato” a semplice diritto costituzionale):
i. diritto all’eguaglianza: L’incipit del bill of rights indiano è dedicato all’uguaglianza. Più che come principio,
l’uguaglianza è da considerarsi come un diritto che deve essere garantito attraverso il ruolo attivo dello
Stato, con gli strumenti tipi dei diritti sociali (un obiettivo da raggiungere). La rubrica dedicata a questo
diritto all’eguaglianza (fondamentale e immediatamente giustiziabile di fronte alla Corte Suprema)
comprende gli artt. da 14 a 18:
- Art. 14 → definizione di eguaglianza, a prima vista abbastanza tradizionale perché riproduce la
tradizionale giustapposizione tra eguaglianza formale e sostanziale; tuttavia fa riferimento ad un
ruolo attivo del potere pubblico nella realizzazione di questo obiettivo (the state shall not deny to any
person equality).
- Art 15 → divieto di discriminazione. Il primo comma enuncia un generale divieto di discriminazione
nei confronti dei cittadini indiani da parte dello Stato, per motivi di religione, casta, razza, sesso, luogo
di nascita (cause maggiormente temute e avversate dai padri fondatori della Costituzione indiana). Il
secondo comma fa riferimento in modo particolare ai problemi legati alle casta, identificando
discriminazioni tradizionalmente presenti nella società indiana (si indica che deve essere garantito a
tutti l’accesso a negozi, ristoranti, alberghi, luoghi di intrattenimento, uso di pozzi, depositi d’acqua,
bagni rituali, strade, luoghi pubblici). Il comma terzo prescrive allo Stato di intervenire con
“disposizioni speciali” in favore di genere femminile e minori. Il quarto comma autorizza lo Stato a
politiche di azione positiva in favore degli strati più deboli della società (le comunità tribali
riconosciute, le caste svantaggiate e le categorie di cittadini arretrate sotto il profilo sociale e
dell’istruzione). Il quinto comma estende l’applicazione delle azioni positive (sempre in favore delle
categorie indicate al quarto comma) anche agli istituti di istruzione privata non finanziati dallo Stato.
- Art. 16 → pari opportunità in materia di pubblico impiego. Il primo comma afferma un principio
generale di pari opportunità. Il secondo comma vieta ogni tipo di discriminazione. I commi successivi
prevedono la possibilità di azioni positive in favore di qualsiasi categoria di cittadini svantaggiata
(secondo lo Stato non adeguatamente rappresentata), con quote riservate di incarichi o posti di
lavoro.
- Art. 17 → abolizione della condizione di intoccabile. Gli intoccabili sono persone fuori casta,
tradizionalmente escluse per motivi legati alla nascita. L’abolizione di questa condizione ha garantito
una effettiva apertura sociale che si sancita nel ’97 con l’elezione di Narayan, primo intoccabile
Presidente dell’Unione. Nel complesso, oggi le classi svantaggiate sono una parte attiva della società.
- Art. 18 → abolizione dei titoli nobiliari.
ii. i diritti di libertà: contenuti negli artt. 19-22, vanno dalla libertà personale, a quella di parola ed
espressione, di unione e di associazione. In proposito, la giurisprudenza della Corte suprema sottopone
ogni restrizione delle libertà ad uno stretto scrutinio di ragionevolezza, applicando principi quali quello
della proporzionalità tra obiettivi sociali da raggiungere.
iii. i diritti contro lo sfruttamento della persona: artt. 23-24, hanno valore simbolico anche se non sono privi
di contenuto pratico, perché costituzionalizzo alcuni divieti, come quello del traffico di esseri umani o
dello sfruttamento di forza lavoro o dello sfruttamento di minori al di sotto di 14 anni. Costituiscono una
base valida per una effettiva tutela in sede giurisdizionale.
iv. i diritti alla libertà religiosa: rappresentano uno degli elementi portanti del carattere laico dello Stato,
che non si disinteressa alla religione, bensì garantisce la libertà di seguire qualsiasi credo religioso e
riconosce le barie religioni cercando di garantire le condizioni di base per l’esercizio dei vari culti.

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v. i diritti culturali e all’istruzione
vi. il diritto alla tutela in sede costituzionale: art. 32 dispone questo diritto nei confronti delle violazioni dei
diritti fondamentali. Questa tutela è rafforzata dalle previsioni di cui all’art 226 cost. (che prevedono
analoghi poteri per le High Courts statali). In presenza di una violazione dei suoi diritti fondamentali, il
cittadino indiano può scegliere se rivolgersi direttamente alla Corte Suprema oppure intentare un’azione
presso la High Court dello Stato di residenza (mentre per la tutela dei semplici diritti costituzionali, come
quello alla proprietà privata, non è previsto ricorso diretto preso la Corte Suprema). I rimedi di cui agli
artt. 32 e 226 sono riferibili a qualsiasi tipo di violazione da parte dei poteri pubblici ed esperibili sia in
relazione all’attività amministrativa che alla funzione legislativa.
Fra i rimedi azionabili a tutela dei diritti fondamentali, la Costituzione prevede per la Corte la possibilità
di rivolgere ordini e ingiunzioni ai poteri pubblici al fine di ottenere determinati comportamenti dagli
stessi.
L’art. 13 cost. (che tutela espressamente i diritti fondamentali nei confronti del legislatore) è stato
costantemente interpretato in modo estensivo, applicando cioè il sindacato di legittimità non solo agli
atti del legislativo ma anche dell’esecutivo.
Come già detto, il diritto alla proprietà privata è declassato da diritto fondamentale a semplice diritto
costituzionale; ciò è avvenuto per la protezione degli strati più deboli della popolazione rurale. Oggi è
contenuto nell’art. 300°. La conseguenza principale di questo declassamento è che sulle questioni ad
esso attinenti non è più consentito adire in via diretta la Corte Suprema (di fatto però l’intervento
indiretto alla Corte Suprema, come istanza d’appello delle High Courts statali, non è escluso).
3. Elenco dei principi direttivi della politica statale (part IV della Costituzione) → contengono gli elementi base
per garantire i diritti sociali, sia attraverso la legislazione federale e statale che attraverso la giurisprudenza
costituzionale.
La Parte IV della Costituzione indiana contiene un elenco di obiettivi, formulati sia tramite principi di politica
pubblica che devono essere seguiti dallo Stato, sia sotto forma di diritti che l’ordinamento dovrebbe garantire
(come il diritto la lavoro), sia sotto forma di obblighi dello Stato (es. art 47 prevede il dovere per lo Stato di
garantire un adeguato livello di alimentazione e di qualità della vita ed un miglioramento della salute pubblica).
In questa sezione della Costituzione (artt. 36-51) sono stati peraltro inseriti i cd. “nuovi diritti” come il diritto
all’ambiente. Sono qui presenti anche i “doveri fondamentali” (obblighi costituzionali posti in capo ai cittadini
indiani).
I principi direttivi sono suddivisibili, secondo un criterio contenutistico, in 5 gruppi:
a. Principi riguardanti il welfare (garanzia di un adeguato tenore di vita per tutti, eguaglianza del
trattamento salariale, equa redistribuzione della ricchezza)
b. Principi relativi all’istruzione e ai cd. diritti culturali (tra cui obbligo di garantire istruzione obbligatoria
fino ai 14 anni d’età)
c. Principi di ispirazione gandhiana (obbligo di organizzare un sistema di amministrazione autonoma a
livello di villaggi, di promuovere l’artigianato locale, di migliorare il livello della salute pubblica, vietare
uso di droghe e alcool)
d. Principi dall’azione dell’India per garantire la pace internazionale
e. Principi di vario tipo (es. obbligo di assicurare separazione tra esecutivo e giudiziario, di garantire
applicazione uniforme del codice civile su tutto il territorio – obiettivo ancora non realizzato)
Quanto all’efficacia, la Costituzione prevede che i principi non siano giustiziabili con un ricorso diretto davanti
alla Corte Suprema. Sono infatti regole a contenuto morale ed educativo con un alto valore simbolico. Tuttavia,
in caso di inerzia o comportamenti omissivi, non sono privi di sanzioni di tipo politico (i governi rispondono
davanti all’elettorato). Inoltre, la mancata o errata applicazione dei principi direttivi può essere sanzionata
quando comporta in via indiretta una lesione dei diritti fondamentali.

La Costituzione economica indiana è stata caratterizzata, a partire dagli anni ’90, da importanti evoluzioni a seguito
all’apertura del sistema economico indiano ai mercati internazionali. Si presenta ancora oggi come un testo di

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carattere fortemente programmatico, in cui – nonostante queste aperure – lo Stato mantiene una funzione di
orientamento.
All’alba dell’indipendenza, l’India era un Paese molto povero, con una struttura economica arretrata e agricola; vi
erano enormi disparità sociali, povertà, ignoranza, malattia (come affermava Nehru). Fin dai lavori dell’Assemblea
Costituente emerse l’indirizzo che si intendeva dare ai rapporti tra Stato ed economia: una strategia di “economia
mista”, che si articolava in un sistema di piani economici di sviluppo quinquennali elaborati a livello federale da una
Planning Commission, nominata dal governo federale. La pianificazione economica era a sua volta inquadrata dalle
norme costituzionali (principi direttivi e diritti fondamentali).
Questa impronta dello stato nehruviano è rimasta anche negli anni successivi. Tuttavia, durante il periodo di governo
di Indira Gandhi (dal ’67 all’ ’84), ci fu un brusco rallentamento nella crescita industriale → l’intervento pubblico
nell’economia rivelò un grado di inefficienza accompagnata a favoritismi e corruzione (clima di sfiducia nello Stato). Si
crearono le condizioni per la svolta liberista degli anni Novanta.
I principali cambiamenti sono avvenuti con l’ingresso nei mercati internazionali, con la riduzione o eliminazione di dazi
doganali fortemente protezionistici, l’entrata nel GATT e poi nel WTO, la privatizzazione di banche e industrie,
l’implementazione di politiche fiscali volte a favorire l’economia privata. Il sistema dei Piani quinquennali è stato
mantenuto, accentuandone però il profilo dell’individuazione di azioni strategiche (rispetto alla funzione distributiva
precedente). A livello fiscale, è previsto un ampio potere di redistribuzione delle risorse tra gli Stati stessi, attraverso
meccanismi di perequazione, da parte di una Finance Commission.

COSTITUZIONE E ECONOMIA IN CINA: INTERSEZIONI


La prima Costituzione scritta della Cina moderna risale al 1911 e si deve alla dinastia Qing. Già nel 1908 erano stati
proclamati i “Principi costituzionali”, formalizzati poi nel testo del 1911. Si trattava del tentativo estremo della dinastia
di rimanere alla guida del Paese, in un clima di forti pressioni repubblicani. Era un testo elementare diviso in due parti:
la prima sui doveri del sovrano; la seconda sui diritti e i doveri dei cittadini. Fu presa a modello quella giapponese, a
sua volta simile al modello tedesco. La promulgazione di questo testo fu comunque insufficiente a frenare
l’insurrezione guidata dal Kuomintang, movimento politico ispirato alle idee di Sun Yat-sen.
Il 1° gennaio 1912, il partito nazionalista poneva formalmente fine alla dinastia Qing e dava vita al governo provvisorio
della Repubblica cinese a Nanchino. Nel marzo dello stesso anno, Sun Yat-sen, il Presidente, promulgava la costituzione
che stabiliva i principi generali della struttura del governo provvisorio.
A questo punto, la Cina entra in una fase storica caratterizzata da colpi di stato e lotte intestine condotte da veri leader
o signori della guerra. La costituzione del 1912 venne svuota di significato, dato che ogni signore della guerra
proclamava la propria costituzione.
La Cina comunista ha conosciuto una costituzione provvisoria (il “Programma comune” del ‘49) e quattro costituzioni
formali, approvate nel 1954, 1975, 1978 e 1982 (tutt’ora vigente). Il quadro politico in cui essa maturò fu segnato dalla
ascesa al potere di Deng Xiaoping; la nuova costituzione voleva sancire e anticipare i profondi mutamenti che si erano
avviati. Deng Xiaoping è stato l’artefice delle profonde riforme economiche che hanno segato la storia della Cina a
partire dal 1979 → le quattro modernizzazioni che hanno inciso su aree rurali, aree urbane, politiche di riforma, e
hanno portato al riconoscimento ufficiale del “socialismo di libero mercato”.
La Costituzione del 1982 è composta da un preambolo e 138 articoli divisi in quattro capitoli. Nel Preambolo viene
tracciato il percorso compiuto dalla RPC e le finalità politiche da perseguire nella democrazia socialista; è un sistema
organico di precetti volti a delineare un modello di Stato socialista legalitario, efficiente, ispirato alle esigenze della
moderna economia, senza eccessi ideologici. Sul piano giuridico, si afferma nell’ultimo capoverso del Preambolo, che
la Costituzione è la legge fondamentale del Paese; l’art. 5 cost. ne proclama la collocazione al vertice della gerarchia
delle fonti del diritto. In realtà, questa affermazione andrebbe contemplata accanto al principio della supremazia della
politica del partito anche sulle regole giuridiche. Tra i numerosi emendamenti, ricordiamo i seguenti.
Nel 1993 fu introdotta in Costituzione l’idea di una economia di mercato compatibile con il sistema socialista.
Nel 1999 si proclamava il principio dello Stato di diritto e si legittimavano le prassi in uso nel Paese.
Nel 2004 furono introdotti:
- una disposizione che integra l’art. 33 con un nuovo comma: “Lo Stato tutela e garantisce i diritti umani”

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- il concetti di “civiltà politica”
- la teoria della “triplice rappresentanza”: il potere e la forza del PCC derivano dal fatto che esso è in grado di
rappresentare 1) le esigenze delle forze produttive più avanzate del Paese; 2) i più avanzati orientamenti
culturali; 3) gli interessi dei più ampi starti di popolazione.

Le basi ideologiche fondamentali dell’ordinamento cinese sono tracciate nel Preambolo della Costituzione (cd. quattro
principi cardinali):
1. principio dell’assoluta preminenza del partito comunista (è il principio più rilevante, avendo infatti mantenuto
nella storia della RPC una integrità che gli altri principi non hanno conosciuto)
2. riconoscimento, quali principi guida, delle linee del pensiero marxista-leninista e del pensiero di Mao Tse-tung,
integrati successivamente dalla teoria di Deng Xiaoping e dal principio della triplice rappresentanza
3. principio della dittatura democratica del popolo
4. principio dell’opzione politica fondamentale di adesione al socialismo.
Nello stesso Preambolo si citano i passaggi storici fondamentali che hanno segnato le vicende del Paese: la rivoluzione
del 1911; la rivoluzione del 1949; la transizione graduale ad una società socialista e gli obiettivi economici e sociali
raggiunti. Viene sottolineato come tali eventi, a partire dal ’49, si siano prodotti sotto la guida del PCC. Il primato di un
unico partito sancito in Costituzione incide su alcuni contenuti della Costituzione stessa: se il partito è uno e ad esso,
per Costituzione, spetta la guida del Paese, va da sé che il popolo “sovrano” resta privo di libertà di scelta e quindi di
sovranità. Infatti, sebbene vi sia una sorta di sistema politico pluralista, nel 1993 – per rafforzare quanto detto sopra
– il Preambolo fu integrato con un capoverso che parla di cooperazione multipartitica e di sistema politico di
consultazione sotto la guida del partito comunista.
Altri principi fondamentali presenti in Costituzione sono quelli della sovranità del popolo, dello stato di diritto, di
uguaglianza tra le diverse nazionalità e della tutela dei diritti dell’uomo.

L’art 1 cost. afferma che il sistema socialista è il sistema fondamentale della RPC, intendendo che la struttura
economica di base del Paese si ispira ai canoni del socialismo secondo le linee del marxismo-leninismo e del pensiero
di Mao. Dunque, un socialismo di struttura che informa lo Stato e il sistema giuridico.
L’art 6 precisa che le basi del sistema economico socialista della RPC sono rappresentate dalla proprietà pubblica
socialista dei mezzi di produzione. Tuttavia, a partire dalle riforme avviate da Deng Xiaoping nel 1978, questa struttura
di riferimento ha conosciuto delle evoluzioni.
La prospettiva di Deng Xiaoping e della leadership riformista del partito era che la logica e gli strumenti del capitalismo,
per certi aspetti, potevano essere impiegati per l’avanzamento dell’economia socialista nel Paese. L’obiettivo era lo
sviluppo di una economia socialista di mercato, fondata sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione: mercato e
stato dovevano avere ruoli diversi; al primo spettava l’allocazione delle risorse, al secondo la loro redistribuzione.
La politica delle riforme portò ad un processo di ricostruzione dell’apparato giuridico. La stessa Costituzione del 1982
è stata revisionata quattro volte, con l’integrazione della disciplina inerente al sistema economico, dando particolare
attenzione al ruolo della proprietà e dell’iniziativa economica private.
In origine, l’art. 11 cost. precisava che l’iniziativa economica privata ella classe lavoratrice (operai e agricoltori)
costituiva una componente complementare dell’economia pubblica socialista. L’art. 13, a completamento, statuiva la
tutela statale della proprietà privata acquisita legalmente dai cittadini. Le riforme dell’era Deng misero in evidenza la
necessità di sostenere maggiormente l’iniziativa economica privata, anche per le imprese. Quindi:
1. l’art 11 fu emendato nel 1988 con l’aggiunta di un nuovo paragrafo in base al quale lo Stato ammetteva e
consentiva l’esistenza di imprese private e il loro sviluppo; ne riconosceva il carattere complementare rispetto
all’economia pubblica socialista; ne tutelava diritti e interessi legittimi
2. nel 1999 una ulteriore revisione introdusse un’altra modifica all’art. 11: il settore dell’iniziativa privata
assurgeva al ruolo di “componente importante” dell’economia socialista di mercato
3. nel 2004 si introduce nell’art 11 la previsione di “altre economie non pubbliche”, ad indicare l’intenzione di
tutelare anche le nuove manifestazioni dell’iniziativa economica privata, compresi gli investimenti stranieri in
Cina.

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Se si è avuta equiparazione per quanto riguarda l’iniziativa economica pubblica e quella privata, lo stesso non può dirsi
della proprietà. La proprietà pubblica infatti gode ancora di un trattamento privilegiato rispetto a quella privata, la
quale però, ai sensi dell’art. 13 emendato nel 2004, è dichiarata inviolabile ed espropriabile o requisibile dallo Stato
solo previa corresponsione di un indennizzo.
Il sistema economico che ne risulta è ibrido, combinando componenti market-oriented ad altre social-oriented.

Per quanto riguarda la sovranità popolare, l’art. 82 cost. afferma che “Ogni potere nella RPC appartiene al popolo. Gli
organi attraverso cui il popolo esercita i poteri dello Stato sono l’Assemblea popolare nazionale e le Assemblee
popolari locali di ogni grado”. Le assemblee popolari, ad ogni livello, sono elette dal popolo e responsabili verso il
popolo; tutti gli organi dello Stato e i funzionari pubblici sono soggetti al controllo diretto del popolo.
Il concetto di sovranità popolare è unitario, indivisibile. Nel contesto cinese, quella unitarietà evoca anche la
preminenza del partito unico nel quale la sovranità del popolo si incarna; l’unità del potere statale in luogo della
separazione dei poteri; la centralità del sistema di governo secondo il principio del centralismo democratico.

Il concetto di rule of law ha messo piede nella Costituzione cinese con gli emendamenti del 1999. L’art. 5 afferma che
“La RPC pratica il governo della legge e costruisce uno stato socialista governato dalla legge”. Il fatto che il principio
non abbia alcuna tradizione nella cultura giuridica cinese crea gravi problemi di interpretazione. Vi è anche un
problema di tipo semantico: l’espressione “governo della legge” è la medesima che viene tradotta come “legalità
socialista”; il che potrebbe indurre a ritenere che quella che è stata tradotta come rule of law, sia in realtà rule by law,
vale a dire la legge come strumento dell’azione ordinaria del governo piuttosto che come limite. Questa lettura trova
fondamento nella inflazione legislativa che ha accompagnato il Paese nel suo sviluppo economico: il ruolo crescente
della legge è dovuto alla crescente necessità di regolare i rapporti economici, di combattere la corruzione, di
sanzionare reati economici. Per cui nel ’99 si può dire che si sia data vita ad uno “stato della legge” piuttosto che ad
uno “stato di diritto”.

Al rapido progredire delle condizioni economiche non è corrisposto un altrettanto rapido progredire delle forme di
esercizio e degli strumenti di tutela delle libertà fondamentali. La concezione dei diritti fondamentali nella cultura
giuridica cinese è tutt’altro che di diritti assoluti: questi sono bilanciati da doveri.
Per quanto riguarda l’integrazione dell’art.33 con un comma inserito nel 2004, prevendo che “lo Stato rispetta e
protegge i diritti dell’uomo”, si tratta di una affermazione dai profili ideologici, simbolici e programmatici di grande
rilievo, ma occorre valutarne la reale portata e l’importanza pratica.
Anzitutto, occorre dire che le popolazioni asiatiche riconoscono in genere una assoluta priorità dell’ordine sociale; per
cui, pur avvertendo come essenziali determinate libertà dell’individuo nonché i diritti politici, vi è disponibilità a
rinunciarvi quando il loro godimento compromette l’ordine sociale. Infatti, secondo la prospettiva confuciana, l’uomo
che intenda coltivare le virtù individuali ha un’unica strada da percorrere: quella dell’adempimento dei doveri e delle
responsabilità sociali. Per questo motivo, è difficile delineare, in un ordinamento permeato dal confucianesimo, una
posizione giuridica soggettiva individuale che sia nettamente separata dalla collettività.
Inoltre, la società cinese ha per lungo tempo conosciuto una struttura feudale e porterebbe ancora in sé le tracce di
una dimensione gerarchica delle relazioni, piuttosto che egualitaria.
Nella concezione cinese, il diritto allo sviluppo economico e sociale e il diritto alla sopravvivenza hanno priorità sugli
altri diritti fondamentali → cd. teoria dello sviluppo: si giustificano su questa base limitazioni e restrizioni alle libertà
civili e ai diritti politici.

L’avvio del processo di liberalizzazione economica, ha condotto la Cina a registrare tassi di crescita formidabili. Pur
essendo già oggi un attore economico di primo piano, ha ancora un potenziale di sviluppo immenso. Si è sviluppato
un settore privato molto dinamico che ha attirato molti investimenti straniere.
La strategia del governo cinese ha puntato su: liberalizzazione dell’economia, sviluppo dell’alta tecnologia, ambizione
a qualificarsi come leader regionale.

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Tra i punti di forza delle politiche di riforma cinesi, la decisione di aprire l’economia al commercio e agli investimenti
diretti di operatori stranieri sembra essere stata una delle chiavi vincenti (a tal fine sono state create delle zone
economiche speciali). La maggior attrattiva per gli operatori stranieri continua comunque ad essere rappresentata dal
fatto che la Cina raccoglie un quarto della popolazione mondiale ed ha un’enorme riserva di forza lavoro a basso costo;
ne consegue che la crescita potenziale della domanda sembri illimitata.
La maggiore ricchezza ha determinato una forte penetrazione di beni di consumo nel mercato cinese; resta il fatto che
le dimensioni della società di consumo cinese sono ancora inferiori a quelle della società cinese nel suo complesso.
Inoltre, la Cina ha avviato un processo di riforma e modernizzazione radicale del proprio sistema educativo e formativo.
Questo consente all’economia di mettere in campo non solo una sconfinata forza lavoro per nulla qualificata, ma
gradualmente anche una componente specializzata e qualificata.

Il flusso di risorse finanziarie dall’estero è stato determinato anche da altri fattori. Tra questi, l’atteggiamento dei cinesi
d’oltremare i quali, animati da uno spiccato senso imprenditoriale, sono stati tra i più attivi investitori nel Paese
d’origine e i principali promotori di attività commerciali in Cina.
L’adesione della Cina al WTO nel 2001 segna un’altra tappa in questa profonda integrazione nell’economia
internazionale. Per effetto della firma dell’accordo, la Cina si è impegnata a ridurre in modo rilevante i dazi su beni e
servizi importati (telecomunicazioni, servizi bancari e servizi assicurativi).
Drammatica è la condizione dell’agricoltura: molte terre sono state confiscate dal governo per dare spazio ai processi
di industrializzazione, generando malcontento e reazioni da parte della classe contadina.

Le politiche di innovazione economica hanno determinato importanti cambiamenti nel tessuto sociale cinese. A partire
dal 1980, nella oggettiva impossibilità di garantire a tutti un elevato tenore di vita, il governo cinese ha adottato una
drastica politica demografica volta a ridurre i tassi di crescita della popolazione → cd. politica del figlio unico; obiettivo
era garantire maggiori possibilità di successo alle riforme economiche avviate.
Paradossalmente, il benessere ha portato ad un allungamento della durata della vita media, con conseguente aumento
della popolazione di anziani, destinati a gravare sulla popolazione attiva la cui crescita è stata fortemente rallentata
dalle politiche di governo.
Un altro dato demograficamente rilevante è quello relativo alle dinamiche città-campagna → per evitare un
accentramento della popolazione in città, i governi cinesi hanno sempre perseguito politiche volte a incentivare la
permanenza nelle campagne. Tuttavia, dagli anni ’90, con l’attenuazione dei controlli sulle migrazioni interne, si è
assistito ad un aumento rilevante della popolazione residente in città e sono nati anche nuovi centri urbani. Migrazioni
interne sono avvenute anche clandestinamente: non sempre si è trovato ingresso nelle collettività cittadine (cresciuto
numero di persone senza casa nelle aree urbane.
Tutto ciò ha inciso sulla struttura sociale del Paese: sviluppo della classe media, l’economia privata è cresciuta, è
cambiato il rapporto tra Stato e società civile → basti pensare che la società comunista cinese fondata sul principio
egualitario è divenuta una delle società a più alto tasso di disuguaglianza = tensioni sociali.
Il benessere economico si è concentrato in larga parte nelle grandi aree urbane; quelle più distanti o poste in zone di
confine sembrano non essere state toccate dai benefici della crescita economica.
Sono pertanto state avviate politiche per tentare di riequilibrare l’andamento della crescita economica a favore delle
aree più arretrate (es. Manciuria). Lo stile dell’azione di governo si è fatto sempre più pragmatico e meno ideologico.

L’ORDINE COSTITUZIONALE SUDAFRICANO POST-APARTHEID: LUCI E OMBRE NELL’ORIZZONTE DEI BRICS


Il Sudafrica è qualificato oggi come Rainbow Nation, a causa della sua spiccata frammentazione entica (coloni olandesi,
ugonotti francesi, indiani, asiatici in genere, popoli africani indicati di ceppo bantu). Fino alla fine degli anni ’80 era il
luogo della sopraffazione, della discriminazione, della segregazione e dell’intolleranza per motivi razziali → apartheid.
Per questi motivi, il Sudafrica era messo al bando dalla comunità internazionale, colpito da sanzioni economiche che
hanno condotto ad una crisi dominata dalla recessione.
Il nuovo Sudafrica si propone come Stato multiculturale proiettato all’inclusione, al non-razzismo e al non-sexismo: è
un modello nel riconoscimento dei diritti fondamentali, soprattutto entro il perimetro subsahariano. Ha, infatti, un

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ruolo di primo piano nell’Africa australe, nell’Unione Africana e nelle varie organizzazioni subregionali. È un Paese
attivo nei circuiti commerciali e finanziari internazionali: si pensi alla sua stessa collocazione nei BRICS.
Tuttavia, la fase di Nation-building non appare terminata → permangono al suo interno mondi distinti e divergenti.

Il Sudafrica è un mosaico di etnie, essendo stato nel tempo luogo di contatto e commistione tra culture profondamente
diverse (principalmente tra europei e africani). Al riconoscimento delle radici culturali plurime di questo Paese, deve
ricollegarsi l’apertura del suo ordinamento attuale al pluralismo giuridico, inteso quale fenomeno di stratificazione e
compresenza (senza sostituzione) di ordini giuridici nello stesso ambito socio-territoriale → dualismo tra diritto di
matrice europea (di impronta statalista e legalista) e diritto autoctono tradizionale (a carattere etnico-
consuetudinario) di origine precoloniale.
Il Sudafrica è ricco di risorse minerarie e dotato di moderne infrastrutture e di industrie sviluppate; è il gigante
economico africano; pur disponendo solo del 6,7% della popolazione e del 4% del territorio africani, partecipa per il
30% al reddito totale prodotto dal continente.
Inoltre, questo Paese spicca in Africa per la sua condizione giuspolitica: rispetto agli altri Stati del continente, è un
modello per quanto concerne la transizione verso un regime liberal-democratico con diritti fondamentali.

In Sudafrica, diversamente da quanto si è verificato nel resto del continente, la minoranza bianca di origine europea
si è sempre considerata “at home” e – a suo modo – africana, per via della progressiva occupazione di terre ritenute
libere e disabitate.
È l’unica colonia africana acquisita per via militare dopo la Conferenza di Berlino (1885-88) e nella quale si è combattuta
una cruenta guerra tra europei (guerra anglo-boera 1899-1902). Quest’ultimo evento spiega in una certa misura il
carattere “misto” del sistema giuridico di riferimento: Roman Dutch Law (civil law, principalmente per ciò che attiene
al diritto privato) e Common law (praticata in relazione agli istituti e alle procedure del diritto pubblico).
Il tracciato storico del Sudafrica moderno ruota attorno ad alcuni fenomeni:
- occupazione stabile, dalla metà del XVII sec., dell’area sulla costa intorno all’attuale Città del Capo, specie da
parte di coloni di origine olandese; successiva espansione di questi (pressati dalle mire espansionistiche inglesi)
verso l’interno con la graduale presa di possesso di un territorio vastissimo e scarsamente popolato
- presenza di massicce migrazioni bantu che entrano in contatto con gli europei che muovendo dalle regioni del
Capo si inoltravano sull’altopiano interno
- progressiva occupazione di quegli stessi territori da parte degli inglesi, attratti dalle scoperte dei giacimenti di
oro e diamanti, con sanguinose vicende belliche
- afflusso di asiatici (principalmente indiani) favorito dagli inglesi ai fini dello sviluppo di un’economia basata
sullo sfruttamento intensivo di coltivazioni e piantagioni
- nascita del Sudafrica unitario (nel 1910 mediante l’Union of South Africa Act, approvato dal Parlamento di
Londra l’anno precedente, che rappresenta il primo testo costituzionale del Paese) mediante la riunione delle
quattro preesistenti province all’interno del Commonwealth britannico, con potenziamento della sopraffazione
della minoranza degli abitanti di origine europea su tutti gli altri (per via dell’assunzione diretta del ruolo di
direzione politica della nuova entità statale da parte dei nazionalisti Afrikaner), secondo la logica dell’apartheid.

In questa ultima fase storica vengono poste le fondamenta istituzionali delle segregazione razziale, come ad esempio
il Native Land Act del 1913 che vietava agli africani di possedere terra al di fuori delle “riserve”.
La vittoria dei nazionalisti Afrikaner – organizzati nel National Party (NP) – alle elezioni del 1948, consacra diverse altre
forme di discriminazione e segregazione razziale, creando un denso corpus normativo e toccando i più rilevanti aspetti
della vita sociale (divieto dei matrimoni e delle relazioni misti; divieto per persone di colore diverso di utilizzare le
medesime strutture pubbliche; limitazioni per l’accesso dei neri all’istruzione; divieto per i neri di accedere a mansioni
di tipo direttivo in ambito lavorativo; divieto per gli studenti di colore di frequentare le università dei bianchi, ecc.).
Questa politica di “sviluppo separato delle razze”, sfociata nel cd. Grand Apartheid, che include la introduzione degli
Homelands o Bantustans → territori formalmente e unilateralmente dichiarati “indipendenti” in quanto riservati ai
gruppi entici bantu, di modo che questi non potessero reclamare alcun diritto legato alla cittadinanza nel Sudafrica.

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A ciò si aggiunse l’uscita dal Commonwealth britannico, in reazione agli inviti alla moderazione nelle politiche
segregazioniste proveniente dal Londra. Ne consegue la proclamazione della Repubblica del Sudafrica e l’adozione di
un apposito testo costituzionale nel 1961.
Nasce in questi anni l’African National Congress (ANC) insieme ad altri movimenti di resistenza dei neri, per opporsi al
regime di Pretoria → si ricordano scioperi generali e campagne di disobbedienza civile.
Agli inizi degli anni ’80, è messa in primo piano la necessità di una riforma del sistema di predominio razziale, a causa
delle pressioni derivanti dalla recessione economica e dai mutamenti di scenario politico a livello regionale (si
intensifica la lotta anti-sudafricana in Namibia e nascono in Angola, Mozambico e Zimbabwe regimi di ispirazione
socialista antiapartheid). Vi furono timidi tentativi di correzione politica, attraverso ad es. il varo della Costituzione
tricamerale del 1983, che introduceva limitate aperture alla rappresentanza dei population groups dei coloured e degli
asiatici, riconfermando però l’esclusione dei neri dal sistema politico-istituzionale, perpetuando per essi la logica di
esclusione dalla cittadinanza politica sottesa alla creazione degli Homelands.

Al crescere della difficoltà, del movimento di protesta interno e della consapevolezza del mondo bianco della
improrogabilità della concessione di reali diritti politici ai neri, tra il 1989 e il 1990 si dimette il Presidente Botha e
viene eletto il più moderato De Klerk.
Si apre, negli anni ’90, un nuovo ciclo costituzionale per il Sudafrica. Alcuni timidi contatti tra il National Party e l’ANC
c’erano già stati alla fine deli anni ’80, giungendo ad un preliminare accordo per porre fine all’apartheid. Con la
presidenza di De Klerk, ci fu l’abolizione dello stato di emergenza, la liberazione senza condizioni di Nelson Mandela
(leader dell’ANC, all’epoca il prigioniero politico in assoluto più famoso al mondo), il rilascio dei prigionieri politici non
colpevoli di reati comuni, la riammissione alla legalità dell’ANC e di altri movimenti ostili al regime dell’apartheid
(banditi dal 1962), la possibilità di rientro in patria concessa agli esuli politici, il piano di progressivo smantellamento
dell’apartheid, la sospensione delle limitazioni gravanti sui media.

Uno dei punti più delicati riguardava il procedimento di adozione della nuova Costituzione. Alla posizione dell’ANC
(favorevole a riservare il compito ad un’assemblea costituente democraticamente eletta) si contrapponeva quella del
NP (propenso ad attività negoziali tra le parti e a sottoporre il risultato ad un referendum popolare legittimante). Il
compromesso alla fine fu raggiunto decidendo di suddividere il procedimento costituente in due fasi, ciascuna delle
quali culminante in un testo costituzionale:
1. la Interim Constitution del 1993-94 (IC), redatta in sede negoziale multilaterale su base paritaria, contenente
34 Constitutional Principles (CPs), i quali consacrano aspetti come: democrazia multipartitica impostata su
elezioni periodiche con suffragio universale; supremazia della Costituzione; decentramento politico
territoriale; non-razzismo; non-sexismo; eguaglianza di fronte alla legge; divisione dei poteri; protezione delle
diverse lingue e culture; ecc.
2. la Permanent (o Final) Constitution del 1996-7 (CRSA), riflette e sviluppa i CPs; la sua stesura è affidata ad una
Assemblea Costituente formata dalla seduta congiunta dei due rami del Parlamento (l’Assemblea Nazionale
(camera politica) e il Senato (camera territoriale)), istituito ai sensi della IC. A garantire il rispetto del 34 CPs
da parte dell’Assemblea Costituente doveva provvedere la Corte Costituzionale, mediante un giudizio di
“certificazione”.

Nel rispetto del limite temporale ad essa imposto (due anni), l’Assemblea Costituente di fatti provvede ad approvare
il testo della Costituzione “finale”. Tra i principali compromessi che hanno reso possibile ciò, sono da annoverare:
• la previsione di una fase transitoria (prima legislatura) improntata all’esperienza consociativa con governi di
unità nazionali;
• la previsione di un’amnistia per i reati del periodo dell’apartheid (perdono in cambio di verità → l’amnistia è
concessa al singolo individuo ed è accordata da un organo ad hoc – la Truth and Reconciliation Commission
(TRC) – solo se questa accerta che il richiedente abbia reso pubblica e piena confessione dei suoi crimini).

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La CRSA è composta da un Preambolo seguito da 244 articoli e 8 allegati.
- Art 1: il Sudafrica di autoqualifica come Stato unico, sovrano e democratico, basato sulla dignità umana, sul
perseguimento dell’uguaglianza, sui diritti umani e li libertà, sul rifiuto delle discriminazioni razziali e di genere,
sulla rule of law, sul suffragio universale.
- Art 3: si prescrive l’inevitabilità di una unica comune cittadinanza sudafricana da cui discendono stessi diritti e
doveri per tutti
- Art 9: tutela dalle discriminazioni ingiuste
- Art 6: riconoscimento di 11 lingue ufficiali
- Art 15: riconoscimento dei diritti culturali (preferendosi comunque tutelare i singoli e non i gruppi, nel senso
che rimane ferma l’unitarietà dell’ordinamento).

Si abbandona la sovranità parlamentare in favore di quella della Costituzione, cui è connessa l’adozione di un ampio
catalogo dei diritti (l’intero Capitolo 2) con formulazioni che spaziano dai diritti civili a quelli politici, da quelli
socioeconomici e culturali a quelli di ultima generazione (all’acqua, all’alimentazione, all’ambiente, ecc.); chiudono il
Bill of Rights delle previsioni sull’interpretazione e la limitazione dei diritti sia in condizione di normalità
(bilanciamento) che di emergenza (tabella di diritti non derogabili). Non solo il catalogo è ampio e protetto, bensì
anche aperto: è prevista una sorta di “osmosi” con altri ordinamenti → i giudici sono tenuti a considerare il diritto
internazionale e anche la legge straniera.

Sul versante della divisione verticale dei poteri, è prevista una articolazione territoriale a carattere regionale basata su
9 Province con potestà legislativa sia esclusiva che concorrente. La forma di governo delle Province prevede un Premier
eletto dall’organo legislativo provinciale, ed un Consiglio Esecutivo nominato dal Premier. I rapporti centro-periferia
sono disciplinati secondo la logica del “Governo cooperativo”.

Quanto alla dimensione orizzontale della divisione dei poteri a livello nazionale:
- Il legislativo è affidato ad un organo parlamentare con bicameralismo differenziato: alla Assemblea Nazionale
(camera politica, eletta a suffragio universale con sistema proporzionale, titolare del rapporto di fiducia con
l’esecutivo) si affianca il Consiglio Nazionale delle Province (camera territoriale con membri eletti dalle
legislature provinciali – dieci membri per ogni provincia).
- Titolare del potere esecutivo è il Presidente della Repubblica, eletto ogni 5 anni dall’Assemblea Nazionale, per
convenzione da individuarsi nel leader del partito vincitore delle elezioni. Egli è anche Capo dello Stato, può
svolgere solo due mandati e provvede alla nomina dei ministri (Cabinet). L’Assemblea Nazionale può votare la
sfiducia solo al Cabinet o anche al Presidente, il quale dispone del potere di scioglimento anticipato
dell’Assemblea Nazionale (ibrido tra modello presidenziale e parlamentare).
- Il potere giudiziario (ripartito tra corti di primo e secondo grado con al vertice la Corte Suprema d’Appello e –
in materia di controllo di costituzionale – la Corte Costituzionale) è circondato da ampie garanzie di imparzialità
e indipendenza. È previsto un organo che è insieme di autogoverno e di raccordo con gli altri poteri (la
Commissione del Servizio Giudiziario). L’ufficio del pubblico ministero quanto all’azione penale è organizzato
attorno ad un’unica National Prosecuting Authority.

Nel Preambolo della CRSA, il fine economico-materiale di migliorare la qualità della vita di tutti i cittadini è legato al
riconoscimento delle ingiustizie del passato, alla convinzione che il Sudafrica appartenga a chiunque vi viva e
all’imperativo di superare le divisioni del passato.
Nel Bill of Rights si garantisco gli essenziali istituti di autonomia necessari per far operare un libero mercato: garanzia
della proprietà privata estesa a tutti i mezzi di produzione; libertà di iniziativa economica; libertà nel lavoro; libertà
contrattuale. Su un tale impianto si innestano i correttivi di un welfare State proteso al superamento del lascito del
precedente regime. Le clausole costituzionali infatti non solo riconoscono l’eguaglianza in senso formale e sotto il
profilo antidiscriminatorio, ma ne garantiscono anche la dimensione sostanziale (achievement of equality) tramite

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un’azione positiva esplicitamente prevista per la protezione o la promozione di individui o categorie di individui in
precedenza svantaggiati a causa di ingiuste discriminazioni.
Sul versante dei diritti socioeconomici, la CRSA riconosce, tra gli altri, il diritto per tutti a ricevere prestazioni sanitarie
d’emergenza; il diritto per i fanciulli all’alimentazione essenziale, all’alloggio, a cure sanitarie e servizi sociali essenziali;
il diritto per ogni individuo all’istruzione di base (anche adulti); il diritto per tutti i detenuti – anche condannati – a
condizioni di detenzione rispettose della dignità umana (esercizio fisico, alloggio, alimentazione, materiali da leggere,
cure mediche); il diritto per i cittadini a che lo Stato permetta di acquisire l’accesso alla terra su basi di eguaglianza; il
diritto di disporre di un’abitazione adeguata; il diritto per tutti alla protezione dell’ambiente.
Dei diritti della sfera lavorativa, solo quello relativo alla libertà di scelta dell’occupazione è riservato ai cittadini; a
proiezione universale sono invece il diritto a condizioni eque di lavoro, di libertà sindacale e di sciopero.

Il diritto di proprietà è ampiamente garantito, poiché l’espropriazione è consentita solo al ricorrere di motivi di
pubblica utilità o nell’interesse pubblico (es. riforme finalizzate a garantire a tutti un eguale accesso alle risorse naturali
del Sudafrica) e condizionata alla corresponsione di un adeguato indennizzo.
Particolare rilievo viene riservato dalla CRSA alla riforma fondiaria (Land Reform), nel cui contesto lo Stato deve:
- Assumere ragionevoli misure normative al fine di consentire ai cittadini di accedere alla proprietà terriera su
basi di eguaglianza
- Approvare una legge che garantisca, a quanti sono stati oggetto di pratiche discriminatorie del passato, il
titolo di possesso della terra che detengono oppure garantire un adeguato risarcimento
Il testo del ’96 non esplicita il principio di progressività dell’aliquota fiscale che tuttavia appare essere un corollario
dell’eguaglianza in senso sostanziale ed è quindi ampiamente praticato.
Quanto agli strumenti di tutela degli istituti della Costituzione economica, la CRSA prevede delle autorità indipendenti.

Le elezioni politiche del 2009, che hanno visto la vittoria di Zuma, segnano l’epilogo dello scontro al vertice all’interno
dell’ANC tra il “moderato” (o tecnocrate e occidentalizzato) Mbeki e il “populista” (e tradizionalista zulu) Zuma. Queste
elezioni confermano la capacità dell’ANC di rappresentare il polo aggregativo per eccellenza del voto nero; l’ANC infatti
consegue un risultato prossimo alla maggioranza dei due terzi (l’attuale presidente, dal dic. 2017, è Cyril Ramaphosa,
dell’ANC).

La fine dell’apartheid per la maggioranza della popolazione non è coincisa con il superamento della povertà e delle
manifestazioni materiali della disuguaglianza precedentemente istituzionalizzata. Vi sono forti squilibri territoriali,
presenza di vaste aree rurali meno sviluppate, fortissime sperequazioni. Per porzioni molto ampie della popolazione
gli alloggi sono carenti o sovraffollati (fenomeno delle baraccopoli); le condizioni igienico-sanitarie sono degradanti;
molte abitazioni sono prive di elettricità e acqua corrente.
Tutto ciò si inserisce in un quadro di altri problemi strutturali: abbondanti flussi migratori di persone in cerca di lavoro;
tensioni e conflitti sociali forti (guerra tra poveri); carenze alimentari; criminalità diffusa; forte propensione alla
corruzione; alta mortalità infantile; infezione da HIV-AIDS su ampia scala con forte incidenza sull’aspettativa di vita
media nel Paese (livelli molto bassi → nel 2011 stimata a 54,9 anni per uomini e 59,1 per donne). Il flagello
dell’infezione è stato a lungo tenuto fuori dall’agenda politica; solo nel 2007, sull’onda delle pressioni internazionali,
le autorità governative sudafricane hanno intensificato gli sforzi; un cambio di passo lo si è avuto con Zuma nel 2009
che ha inserito nel programma l’impegno di aumentare gli stanziamenti per i trattamenti sanitari del caso.

La quintessenza della CRSA pare essere il transformative constitutionalism, cioè la volontà di superare
costituzionalmente le ingiustizie e le discriminazioni del passato. Tuttavia, i risultati di questi propositi tardano a
materializzarsi. Si è allora riacceso il dibattito tra quanti sono favorevoli a garantire ancora ampi spazi di manovra alle
forze di mercato e quanti invece sostengono la necessità di un più marcato intervento pubblico; infatti dal 1994 i
positivi indicatori macroeconomici hanno mascherato le reali condizioni della popolazione. La tradizione socialista
dell’ANC fu infatti abbandonata in quel periodo a causa di pressioni da parte del mondo imprenditoriale sudafricano,
dei governi occidentali e istituzioni finanziarie internazionali. Gli esecutivi ANC hanno quindi mostrato ti preferire una

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politica macroeconomica in grado di attirare l’attenzione dei mercati internazionali, eliminando le misure
protezionistiche e alleviando la pressione fiscale sulle imprese.
Il primo piano di politica economica post-apartheid fu il Reconstruction and Development Programme (RDP), elaborato
nel ’94 e non rifiutava l’idea della crescita mediante la redistribuzione. Questo piano fu presto sostituito nel ’96 da
un’altra strategia (Growth, Employment and Redistribution – GEAR) più monetarista e orientata al mercato, che applica
il canone liberale secondo cui la redistribuzione è preceduta dalla crescita stimolata dal libero mercato.
Parallelamente si procede ad un tentativo di de-razializzazione del mercato del lavoro, tramite l’Employment Equity
Act del ’98, che obbliga tutte le imprese pubbliche e private a tenere conto, nelle politiche di assunzione, delle
proporzioni tra i diversi gruppi componenti la società africana; il Broad Based Black Economic Empowerment Act del
2003 invece mira all’incremento dell’occupazione dei neri e alla formazione di una nuova borghesia nera.
Dopo il 2000, il governo ha investito molto sulla spesa sociale, spostandola dai segmenti più ricchi a quelli più poveri
della popolazione. Non pare siano corrisposti però miglioramenti nella qualità e nella quantità dei servizi erogati. Di
fronte al fallimento della GEAR (dovuto anche alla crisi asiatica del 1997-98 che ha comportato una contrazione
nell’afflusso dei capitali), si è posto il problema di ripensare le politiche economiche del Paese.
È stato quindi emanato nel 2006 l’Accelerated and Shared Growth Initiative for South Africa (ASGISA), con l’obiettivo
di ridurre i livelli di disoccupazione, stimolando la crescita economica e conseguire un tasso di crescita del PIL tra il 4,5
e il 6%. Anche questi obiettivi non sono stati raggiunti, a causa della crisi economica globale apertasi nel 2008.
Con l’avvento di Zuma alla presidenza, si introduce una nuova piattaforma programmatica di politica economica per il
Paese: il New Growth Path (NGP).

In Sudafrica permane una forte polarizzazione della ricchezza: vi sono una borghesia ed una classe media multirazziali
sovrapposte ad una maggioranza nera costretta a vivere ai limiti o sotto la soglia della povertà. La diseguaglianza tra
le razze dal 1993 è diminuita ma è aumentato il livello di ineguaglianza nei gruppi razziali (una piccola porzione di
individui all’interno dei gruppi è riuscita a emanciparsi). Peraltro, i livelli di diseguaglianza sono cresciuti soprattutto
nelle aree urbane. Vi è un elevato tasso di disoccupazione (tra 25 e 30%), ormai strutturale. Inoltre, scarseggia la
manodopera specializzata e vi sono redditi bassissimi per molti lavoratori. Rispetto al regime di apartheid poco è
cambiato: il peso della povertà continua a gravare sui Black Africans e in special modo sulle donne, su coloro che vivono
nelle aree rurali, su quelli con minori livelli di istruzione e sui minori di 10 anni.

Strumenti per contrastare povertà, disuguaglianza e la mancanza di trasformazioni:


1. Land Reform → redistribuzione della proprietà delle zone agricole; centrale nel processo di consolidamento
di una democrazia multirazziale nella quale il 40% della popolazione vive in aree rurali. Scarsamente efficaci
sono state le azioni di riforma agraria a partire dal ’94, anche a causa di corruzione e inefficienza burocratica;
tuttavia, il principale motivo del fallimento è stata la strategia governativa di eccessivo frazionamento delle
vecchie proprietà e di scarso sostegno ai nuovi beneficiari in termini di formazione e assistenza finanziaria.
Alla fine del 2011 solo l’8% della terra è passato dai bianchi ai neri. Inoltre, si calcola che il 90% delle imprese
agricole redistribuite sia andato incontro al fallimento, lasciando incolto il 6% della terra coltivabile in
Sudafrica. Il Presidente Zuma ha ribadito la necessità di potenziare il processo di riforma agraria. Nei settori
più a sinistra dell’ANC si lanciano moniti sulla possibilità di occupare le terre in caso di ulteriore inerzia o ritardi.
2. Diritti socioeconomici → vi è scarto tra garanzie costituzionali ed effettiva realizzazione di questi diritti. Sul
terreno della loro concretizzazione è molto importante l’approccio della Corte Costituzionale, improntato al
canone del self restraint: l’indirizzo dei giudici costituzionali sudafricani, nei casi in cui hanno avuto modo di
confrontarsi con le obbligazioni positive da parte dello Stato in materia di diritti sociali, poggia su due profili:
1) il rigetto di immediata e diretta esigibilità da parte degli individui di detti diritti socioeconomici e 2) il rifiuto
di avventurarsi nel contenuto di questi stessi diritti. L’obbligo di realizzare tali diritti da parte delle autorità
pubbliche si esaurisce nel cd. test di ragionevolezza, entro i confini delle risorse disponibili e della realizzazione
progressiva. Questo approccio finisce per deprimere il contenuto della Costituzione.
3. Reazione “informale” → azioni dal basso potrebbero smuovere le istituzioni. A tal proposito è utile soffermarsi
sulle dinamiche emergenti a livello di comunità; si pensi alle esplosioni di violenza xenofoba nel 2008, alla forte

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presenza di crimini violenti, al moltiplicarsi di gruppi di attivisti per i diritti fondamentali e alla crescita dei
movimenti di protesta. Serpeggia negli strati più deboli della popolazione sudafricana un senso di frustrazione
legato al fatto che la democrazia multirazziale non sembra aver mutato la sostanza dell’iniquità pregressa:
proteste sociali indirizzate specialmente verso il livello di governo più prossimo, con richiesta alle autorità
locali dei servizi più basilari.

Il New Growth Path è stato elaborato proprio in questo clima sociale surriscaldato. Il suo carattere innovativo risiede
nell’enfatizzazione del nuovo ruolo ritagliato allo Stato per il perseguimento di obiettivi di fondo; è il developmental
State, forma di organizzazione politico-statuale che si attribuisce un ruolo cruciale nel destinare o indirizzare risorse e
investimenti al fine di realizzare specifici programmi sociali ed economici.
Strumentale al successo del NGP (e al conseguimento dei suoi ambiziosi obiettivi di creazione di lavoro e
redistribuzione del reddito) è il miglioramento della bilancia commerciale grazie all’incremento delle esportazioni.

Al nucleo originario dei BRIC, dal summit di Sanya (Cina) nel 2011, si è aggiunto il Sudafrica. Per il Paese, il rilievo di
questa adesione è notevole, per le grandi opportunità economico-commerciali e geopolitiche. Anche se il suo peso
economico è modesto (non rientra tra le venti maggiori economie del mondo), il suo valore aggiunto nei BRICS è
notevole: è “porta” dell’Africa nera, riserva strategica di materie prime; inoltre, garantisce politicamente al club una
dimensione planetaria, inglobando il Continente africano.
Ne esce rafforzata sia la sua politica volta ad attribuire maggior peso specifico all’Africa sulle nomine e nei processi
decisionali delle principali organizzazioni internazionali, sia la sua posizione nel processo di integrazione politico-
economica del Continente africano.

Ai massimi vertici dell’ANC si parla della necessità di una seconda transizione: se la prima si è focalizzata sulla
emancipazione politica e la democratizzazione, la seconda deve porre enfasi sulla libertà dall’oppressione
socioeconomica. L’intento è di mettere in discussione il patto sociale nel suo complesso e tra le diverse componenti
che lo integrano. L’ANC si propone come mediatore tra le esigenze del capitale/dei mercati e quelle del sindacato e le
masse nere povere.
L’affermazione di un sistema bipolare fondato sull’alternanza non sembra praticabile in un contesto in cui l’ANC
registra consensi tra il 60 e l’80%. Questo è un serio impedimento al consolidamento della democrazia sudafricana.

PENSAREL’IM-POSSIBILE: BRICS, TRA MIRAGGIO E REALTÀ


Cosa rappresenti giuridicamente il fenomeno BRICS è tema che ha attratto principalmente solo alcune scuole di area
americana. Invece, la riflessione in ambito economico è sta molto più ampia. Eppure, il momento storico-giuridico
attuale va al di là di una lettura ancorata al solo piano economico-finanziario. Pensare ai BRICS come ad una
“convivenza di interesse” è quindi riduttivo; il loro stare insieme esprima la volontà di dar voce ad una importante
porzione di mondo (i BRICS rappresentano oltre il 40% della popolazione mondiale). Inoltre, quella che sembrava una
semplice aspirazione ha dato vita ad un “legal network”.
Questo nuovo fenomeno propone un complesso di “nodi” che vanno affrontati con un approccio giuridico adeguato,
vista la multiformità dei soggetti interessati e la loro capacità di generare mutazioni nella geopolitica mondiale. Bisogna
infatti immaginare questi “nodi” tenuti insieme da fili tenui, importanti incroci di plastiche dinamiche costituzionali
che vanno costruendosi lontani dall’Occidente, con il continuo rigenerarsi di modelli.

Le democrazie cd. avanzate hanno tenuto un atteggiamento scettico, almeno sul nascere, nei confronti dei BRICS,
credendo che, a causa della forte diversificazione, questi Paesi non avrebbero mai davvero cooperato. Invece, è andato
costruendosi un nuovo soggetto a partire dal 2006, anno in cui – a margine di una riunione dell’Assemblea Generale
delle Nazioni Unite – avvenne il primo incontro informale de Ministri degli Esteri dei Paesi Fondatori del BRIC (d’ora in
poi i Ministri degli Esteri dei quattro Paesi terranno annualmente riunioni a margine delle UNGA, preparatorie dei
summit ufficiali).

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Ufficialmente, la comparsa sulla scena mondiale del nuovo soggetto reca la data del 16 giugno 2009, occasione del
primo Summit dei BRICs in Russia, a Ekaterinburg. Da questo momento in poi, i quattro Paesi hanno iniziato a riunirsi
regolarmente una volta l’anno, alternandosi nell’ospitalità. Summits:
1. aprile 2010, Brasilia (a settembre dello stesso anno, i Ministri degli Esteri riunitisi a NY approvano
definitivamente la proposta di estendere l’invito a fare parte del club al Sudafrica)
2. aprile 2011, Sanya (Cina)
3. marzo 2012, New Delhi
4. marzo 2013, Durban (Sudafrica)
5. luglio 2014, Fortaleza (Brasile)
6. luglio 2015, Ufa (Russia)
7. ottobre 2016, Benaulim (India)
8. settembre 2017, Xiamen (Cina)
9. luglio 2018, Johannesburg
10. novembre 2019, Brasilia
11. luglio 2020, San Pietroburgo

I processi decisionali utilizzati dai BRICS si dispiegano seguendo due direttrici principali:
- coordinamento tra capi di Stato e di governo all’interno dei summit
- piano interministeriale
Il risultato dei vertici è reso noto attraverso dichiarazioni ufficiali che includono temi prospettici di interesse comune,
con l’obiettivo di alimentare un work in progress che proceda di pari passo con le impetuose sfide economiche e sociali
che interessano i cinque Paesi. La discussione su questi ultimi temi è sostenuta da analisi preparatorie svolte da gruppi
di lavoro comuni che (a volte) si basano sui risultati di precedenti incontri. Attualmente, i capi di Stato e di governo
BRICS condividono posizioni comuni in grado di determinare l’azione collettiva, garantendo una pianificazione che
incida sulla governance globale.

Nei primi due summit tenutisi in Russia e Brasile si sono avute poche proposte e prese poche decisioni effettive. Con
il vertice di Sanya invece le cose iniziano a cambiare: 1) viene adottata una Dichiarazione finale in cui emergono
posizioni al di là del piano economico-finanziario-commerciale, parlandosi di temi nuovi quali la sicurezza
internazionale, l’andamento della guerra in Libia e il terrorismo; 2) vi è la partecipazione a pieno titolo del Sudafrica.

Anche il documento pubblicato a conclusione del Summit di New Delhi si percepisce il cambiamento: la Dichiarazione
contiene 50 punti (quasi il doppio della precedente), cui segue un piano d’azione determinato in 17 obiettivi (tra cui
spiccano temi relativi alla sicurezza alimentare; sicurezza nazionale; istituzionalizzazione degli incontri tra Ministri
della Sanità BRICS; incontri tra Ministri delle Finanze, direttori delle banche centrali, presidenti degli organi finanziari
e fiscali; coordinamento tra autorità della concorrenza; cooperazione in ambiti di scienza, tecnologia, urbanizzazione,
gemellaggio di città, ecc.).
Inoltre, il punto 46 del documento contiene il rinvio ad un Rapporto approfondito, compendio di cosa è divenuto il
fenomeno BRICS (si parla dell’impatto della crisi finanziaria sui Paesi membri; le best practices adottate in diversi
campi; gli ambiti di cooperazione possibile; la promozione della pace, della sicurezza e dello sviluppo). Ci si rende conto
di come i cinque Paesi considerino importante il proprio ruolo. I temi spaziano dall’economia alla politica
internazionale, all’insoddisfazione per la politica degli istituti finanziari globali (di cui si sottolinea la lentezza nelle
riforme della governance).
Emerge dunque una forte istanza di riforma globale del sistema monetario internazionale. In quest’ottica, è stata
discussa (ma non approvata) una proposta che ha prefigurato l’ipotesi dell’istituzione di un nuovo fondo di base BRICS
alternativo al FMI di Washington. Questa proposta dà voce ad una situazione di malcontento presente nell’ambito di
molti Stati (oltre i BRICS) che lamentano la loro attuale posizioni in diversi contesti quali soggetti solamente passivi del
diritto: possono essere passibili di procedure di valutazione e di conseguenti condanne con sanzioni, provenienti da
soggetti privi di una legittimazione democratica.

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Sul piano della politica internazionale, nella Dichiarazione spicca forte la richiesta di un processo politico inclusivo in
Siria, per poter accompagnare questo processo verso una transizione democratica. similmente, anche per l’Iran si
richiama alla necessità di un dialogo politico e diplomatico che scongiuri il degenerare in conflitto → emerge il
desiderio di porsi quale polo alternativo agli USA.
Quasi a rafforzare il senso della chiamata a far parte dei BRICS del Sudafrica, la Dichiarazione si occupa poi dell’intero
continente africano, sostenendo l’importanza della sua crescita economica e della necessità di realizzarvi sviluppo e
stabilità.

Per quanto concerne il livello interministeriale, gli incontri in tal senso sono andati esponenzialmente aumentando,
rafforzando il legame tra i partners, in particolare per ciò che attiene alle relazioni commerciali e a quelle di carattere
economico-finanziario. A fianco di questi, si affacciano altri ambiti che coinvolgono settori più tecnico-scientifici:
innovazione tecnologica, sviluppo agricolo, sanità globale, piano glocal. Si tratta di politiche di sviluppo non più
multilevel, bensì multitasking, circolari.
Un esempio concreto riguarda la sanità pubblica: si intende sviluppare politiche comuni sulla base di esperienze
individuali. Le sfide comuni attengono all’accesso universale ai servizi pubblici sanitari e ai medicinali, alla riduzione
dei costi della sanità. Si tratta di una priority policy che a sua volta, attraverso ricerca e innovazione, garantisce sviluppo
economico, maggiori tutele sanitarie e quindi una migliore coesione sociale. Mentre in Europa la salute viene
considerata sempre più come solo costo da tenere sotto controllo, i BRICS investono in salute globale, fonte di ulteriore
sviluppo e ricerca.

Si sta assistendo con i BRICS ad un fenomeno costruttivo atipico, in cui “flussi” di policies ed anche di legal rules vanno
formando un nuovo e diverso modello di istituzionalizzazione regionale→ si riportano alcune esperienze di successo
attuate nei vari ambiti dei singoli Paesi in modo da creare una sorta di database di best practices che possa
agevolmente essere mutuato da un Paese BRICS all’altro anche grazie allo scambio di informazioni, documenti e
collaborazioni.
Altri elementi in comune che rendono ancor più stabile il loro percorso integrale sono: enormità dell’estensione
territoriale, arricchita da risorse naturali e materie prime; basso indebitamento rispetto a USA e Europa; ampie riserve
valutarie; dinamica demografica che garantisce sostenibilità di domanda e consumi; Stato presente nella definizione
e nella gestione dell’economia. Si pensi, anche sul piano della riflessione giuridico-costituzionale, al forte ruolo che
questi 5 Paesi lasciano in capo allo Stato (socialismo di libero mercato per Cina, capitalismo di Stato in Sudafrica e
Brasile), mentre alle nostre latitudini si assiste ad una sempre maggiore spoliazione degli Stati in favore dell’UE che
sospinge stabilmente l’economia comunitaria in direzione del libero mercato, inibendo politiche pubbliche statali che
vadano in senso contrario.

Ormai quindi il BRICS è portatore di flussi giuridici stabili, attuati sia attraverso policy transfer, sia in alcune occasioni
tramite constitutional borrowing; si va quindi consolidando tra i membri sia una sorta di condivisone di modelli
d’azione e di politiche pubbliche, sia una incrementale mimesi di soluzioni o strumenti giuridico-costituzionale.
Naturalmente quando si parla di legal network o di convergenza, non si intende una omologazione strutturale verso il
modello economico più sviluppato, quanto piuttosto un punto di incontro mobile nel quale nascono sinergie ed
opportunità determinate dal contatto e dal confronto tra vocazioni politiche e giuridiche separate ed autonome. Per
questo motivo, le convergenze vanno analizzate attraverso le unicità politiche dei singoli membri, in quanto le diversità
che caratterizzano i cinque Paesi sono altrettanto meritevoli di attenzione e analisi.

I BRICS differiscono grandemente quanto alle forme del regime politico. Cercando una prima classificazione
sistematica, potremmo individuare:
- Russia e Cina → impronta autoritaria
- Brasile, India e Sudafrica → nazioni in transizione verso forme consolidate di democrazia

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Questa bipartizione non rende però ragione di peculiarità e processi che sottendono il governo dei vari regimi. Si
potrebbe quindi optare per un’altra classificazione:
- Brasile e Russia → dominanza della politica (rule of political law)
- India e Sudafrica → dominanza del diritto (rule of professional law), ma sono presenti anche politica e tradizione
- Cina → posizione intermedia tra rule of political law e rule of traditional law

Queste classificazioni hanno bisogno di correttivi relativi all’organizzazione sociale e alla struttura politico-statuale.
Finora il fenomeno BRICS è stato oggetto della comparazione solo attraverso due lenti:
1. Quella market focused → lega sistema giuridico e regole del mercato, privilegiando gli obiettivi economici
2. Quella right focused → non dimentica, a fianco del mercato, gli interessi sociali.

Tuttavia, tentare di analizzare il BRICS con la sola metodologia delle analogie e delle differenze non è sufficiente. Si
pensi, ad esempio, alla diversa ampiezza riconosciuta in questi cinque Paesi alla tutela dei diritti fondamentali: anche
tra i diritti liberali di prima generazione, una delle conquiste moderne fondamentali come la libertà di manifestazione
del pensiero non appare pienamente e univocamente garantita. Mentre l’OECD (Organization for Economic
Cooperation and Development – principalmente Paesi UE), ha lanciato una sorta di Carta della libertà di Internet,
possiamo notare come la libertà online non sia ugualmente garantita nei Paesi BRICS: in Russia e in Cina vi è una vera
e propria censura, anche esplicita.

La singolare forza di quanto si sta svolgendo nel BRICS deriva probabilmente dal modus operandi che si è scelto di
percorrere → non si è dato vita ad un forum radicale volto a rivoluzionare/sovvertire la governance globale, ma
piuttosto alimentando un legal network che affronta quest’ultima in forma graduale e in senso multipolare, dando
voce anche a popoli dimenticati o marginalizzati per ragioni politiche (Paesi non democratici) o geografiche (Sud
globale).

Queste cinque potenze ridisegnano non solo il mondo dell’economia e del commercio, ma anche quello del diritto, in
Paesi così lontani sia geograficamente sia da un punto di vista ordinamentale: un diritto che è impegnato a
interconnettersi ed a cercare punti di incontro.
I BRICS condividono obiettivi, ma non per questo vogliono utilizzare obbligatoriamente gli stessi strumenti. Per questo
si parla di “convergenze condizionate” dagli stessi ordinamenti di origine o dalle stesse Costituzioni, ma che non ne
implicano la revisione. Le modalità sono quelle soft del policy transfer, in chiave quasi opposta rispetto ai mutamenti
imposti dall’UE, espressione di hard rule dall’alto.
Questo modo di dialogare tra i BRICS avviene attraverso flussi giuridici, non legal transplant, quanto piuttosto
constitutional borrowing → dalla fredda trasposizione di modelli, si passa a procedure destinate ad incidere
sull’ordinamento di arrivo con precisi obiettivi, si gettano le basi per soliti ponti giuridici tra diverse realtà (espressione
di una globalizzazione che porta con sé la necessità di un confronto e di relazione tra sistemi anche profondamente
differenti).

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