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I dialoghi 

Dell'arte della guerra

Machiavelli dedicò al problema delle milizie e della guerra molte pagine delle sue opere
principali e nel 1519-20 scrisse un trattato centrato proprio su questo argomento intitolato De re
militari e noto anche come dialogo (o discorso) Dell'arte della guerra, strutturato in 7 libri e in
forma di dialogo come i principali trattati del Rinascimento: l'autore immagina che vari
interlocutori reali (tra cui il nobile condottiero Fabrizio Colonna, protagonista e portavoce delle
sue tesi, Cosimo Rucellai e Zanobi Buondelmonti) discutano di vari aspetti delle tecniche con cui
combattere le guerre e contrappongano vari pareri, sul modello del dialogo ciceroniano assai
imitato nel Cinquecento (l'autore immagina che la discussione avvenga nel 1516 presso gli Orti
Oricellari, l'ambiente in cui erano nati anche i Discorsi).
Machiavelli si ispira in modo evidente alle descrizioni della storiografia di Livio già
commentata nei Discorsi e l'idea di fondo è la condanna delle soldatesche mercenarie, inadatte
per lui a difendere efficacemente uno Stato, mentre l'esercito deve essere formato da cittadini-
soldati arruolati direttamente tra la popolazione come lui stesso aveva cercato di fare a Firenze
qualche anno prima.
Tali tesi sono sostenute con passione da Fabrizio, l'interlocutore principale del dialogo, e si
rifanno in modo trasparente alla descrizione dell'antica Repubblica di Roma contenuta nell'opera
di Tito Livio in cui l'esercito era appunto formato da cittadini comandati da consoli, dunque con
una compattezza che secondo l'autore consentì ai Romani di compiere impressionanti conquiste
(idee analoghe sono espresse anche in vari altri scritti, inclusi i capp. XII-XIV del Principe).
L'opera è interessante in quanto mostra il grande interesse dell'autore per le questioni
relative all'organizzazione degli eserciti che per lui dipendono non solo da aspetti tecnico-militari
ma soprattutto politici, poiché delle milizie efficienti consentono allo Stato di sopravvivere e di
mantenersi saldo, mentre proprio la debolezza militare dei primi anni del XVI sec. aveva causato
il declino degli Stati italiani e la discesa nel nostro Paese di eserciti stranieri, come quello francese,
spagnolo e svizzero.
Da questo punto di vista, anzi, il protagonista Fabrizio Colonna rivolge un appassionato
appello ai giovani italiani affinché si impegnino per il riscatto morale e militare del Paese, con un
atteggiamento "visionario" che ricorda molto il cap. finale del Principe in cui l'autore invoca
utopisticamente l'intervento dei Medici per restituire all'Italia la libertà dallo straniero.
Il trattato mostra ovviamente anche alcuni limiti e il principale fra essi è la sottovalutazione
della portata delle artiglierie e delle armi da fuoco nelle guerre del Cinquecento, che Machiavelli
considera fondamentali solo nell'assedio delle città, mentre per il resto pare ancora legato a una
visione dei conflitti molto "antica" e più simile a quella mostrata da Livio nelle sue narrazioni,
ovviamente in un contesto storico-politico del tutto diverso da quello del Rinascimento (l'autore è
peraltro consapevole del declino della cavalleria negli eserciti del XVI sec., in modo analogo a
quanto mostrato da Ariosto in varie parti della sua opera;