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SICSI

SCUOLA INTERUNIVERSITARIA PER L’INSEGNAMENTO SECONDARIO


A.A.2004/2005

CLASSE: INDIRIZZO:
A032 MUSICA E SPETTACOLO

LA CANZONE NAPOLETANA

TE VOGLIO BENE ASSAJE

PROFESSORE STUDENTI:
PASQUALE SCIALO’ BARBATO EUFEMIA
LOMBARDI LUCA
NAPOLITANO STEFANIA
ROSATO ANTONIETTA

TE VOGLIO BENE ASSAJE

Anche se risale al 1200 il primo verso dialettale cantilenato (quel Jesce sole citato
anche dal Boccaccio nella terza novella dell'ottava giornata del Decamerone), la
nascita della canzone napoletana come forma d'arte indipendente, può indicarsi nel
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1835. Risale a questa data Te voglio bene assaje, una barcarola che l'autore dei versi,
l'ottico Raffaele Sacco (1787-1872 ) , poeta estemporaneo, dice musicata da Gaetano
Donizetti, in quel tempo a Napoli per presentare Lucia di Lammermoor. In casa di
amici riunitisi per la Festa di Piedigrotta, il poeta presentò in anteprima la canzone.
Dalle finestre aperte, l'orecchiabilissimo motivo fu ascoltato dai passanti in festa e
ricantato per le strade.
Intorno a questa canzone sorsero numerose controversie, sia per la data della sua
nascita che per la paternità delle musiche. La tradizione, suffragata persino da
Salvatore di Giacomo, attribuisce la musica al celebre operista bergamasco Gaetano
Donizetti, intenso estimatore e autore egli stesso di canzoni napoletane come: La
Conocchia; Lu tradimento; Canzone marinara.
Tale attribuzione fu forse dovuta al fatto che in quel periodo la canzone napoletana
raggiunse, per quantità, ma soprattutto per qualità, livelli artistici inimmaginabili,
coinvolgendo nella ricerca musicale autori colti come il Bellini, lo stesso Donizetti e
altri.
Ricostruzioni storiche, invece sembrano smentire questa tesi. E’ accertato che a
musicarla fu Filippo Campanella, amico e compagno di sempre del paroliere, l’ottico,
l’occhialaro Raffaele Sacco.
Te voglio bene assaje venne presentata il 7 settembre del 1839 in occasione della
festa della Natività di Maria Vergine, la festa di Piedigrotta, già citata dal Boccaccio
(Tempio della Madonna di Piedigrotta, protettrice dei marinai di Mergellina).
La forza di questa canzone è data dal fatto che essa contiene alla fine di ognuna delle
strofe un ritornello molto orecchiabile con funzione di slogan.
In questa canzone si parla dello stato in cui è ridotto un innamorato per un amore non
corrisposto o forse per una relazione irrimediabilmente e tristemente conclusa.
Il grande successo, che la rese così popolare può far pensare, però, a un testo dal
contenuto tutt’altro che così triste e melanconico. Ma a Napoli si ironizza anche sulle
proprie disgrazie!
Sulla nascita del brano e sulla sua diffusione sono state scritte tanti aneddoti anche
molto contraddittori .Secondo alcuni Sacco, affermato rimatore estemporaneo, che
primeggiava nei salotti napoletani, avrebbe scritto la canzone improvvisando una
scherzosa risposta nei riguardi di un’avvenente signorina con la quale aveva avuto in
precedenza una relazione. Comunque siano andati i fatti, non bisogna sottovalutare
che gran parte delle controverse testimonianze sulla nascita di questa canzone
sottolineano quel carattere di estemporaneità e di spontaneità legato a questo brano.
Esso soggiogherà letteralmente Napoli, diventando addirittura per alcuni un
ossessione. Il pezzo che ebbe un successo travolgente (se ne venderanno subito
180.000 copielle, fogli con il testo della canzone stampato), che veniva cantata e
fischiata davvero da tutti, al punto da indurre qualche napoletano (è successo
veramente, lo riportano le cronache dell'epoca) a lasciare la città per non rischiare di
impazzire. Ad ogni buon conto, il brano, lasciatoci dal suo autore con testo scritto e
firmato con nome e cognome, rappresenta l'atto di nascita della canzone italiana
d'autore

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Te voglio bene assaie ebbe molto successo in tutti gli ambienti, da quello popolare a
quello borghese e la diffusione del canto dovette essere tanto clamorosa da spingere,
tra gli altri il barone Zezza, un nobile napoletano ossessionato dalla canzone , a
pubblicare nella Nferta per lo Capodanno nel 1841 una caustica risposta in versi sulla
stessa metrica dell’ormai famosissimo brano recitano "Da cinche mise canchero /
matina juorno e sera / fanno sta tiritera / tutti li maramè - Che ssiente addò te vote -
che ssiente addò tu vaie - te voglio bbene assaje - e tu nun pienze a mme!!!" che
crediamo riescano ad interpretare anche i non-napoletani.
Persino il Clero si interesso' alla cosa e Sacco (per non inimicarsi il Cardinale Riario
Sforza) compose una variante "ecclesiale". La canzone porto' grande fama a Sacco
ma pochi soldi. Cosi' continuò il mestiere di ottico nella sua bottega, la stessa che
oggi i suoi eredi gesticono nello stesso posto.
Leggenda o verità?... . L'una e l'altra insieme ad intersecarsi in questo suggestivo
mondo canoro, dove 'A tazza 'e café la si chiede cantando e si blandisce un ministro
sussurrandogli Torna a Surriento.
Leggende e verità che accompagneranno questo magico momento, che avrà il suo
periodo di splendore nell'ultimo ventennio del secolo, quando nasceranno le più belle
canzoni di tutti i tempi, scritte da ispirati poeti, musicate con le note della poesia,
interpretate da straordinari artisti che fecero la fortuna del café-chantant

TESTO ORIGINALE IN TRADUZIONE IN ITALIANO


NAPOLETANO  

Pecché quanno me vide Perché quando mi vedi,


te 'ngrife comm''a gatto? ti impenni come il gatto?
Nenne' che t'aggio fatto? Oh, ragazza che ti ho fatto,
ca no mme puo' vedé? che mi disprezzi tanto?!
Io t''aggio amato tanto Io ti ho amato tanto…
si t'amo tu lo saie Se ti amo tu lo sai!
   
Te voglio bene assaie Io ti voglio bene assai…
e tu nun pienze a me! e tu non pensi a me!
   
Nzomma, songo io lo fauzo? Insomma il falso sono io?
Appila, sie' maesta: cerca di rimediare così:
Ca l'arta toia è chesta perché questa è la tua arte
lo dico mmeretà. lo dico in verità.
Lo jastemma' vuria Io vorrei bestemmiare
lo juorno ca t'amaie! il giorno che ti amai!
 
Te voglio bene assaie Io ti voglio bene assai…
e tu nun pienze a me! e tu non pensi a me!
  
La notte tutte dormeno, La notte tutti dormono,
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e io che buo' durmì! ma io, che vuoi dormire?!
Penzanno a Nenna mia Pensando alla mia donna,
me sent'ascevulì! mi sento venir meno!
Li quarte d'ora sonano I quarti d'ora suonano
a uno, a ddoje, a tre... ad uno, a due, a tre…
   
Te voglio bene assaie Io ti voglio bene assai…
e tu nun pienze a me! e tu non pensi a me!

Ricordate lo juorno Ricordati il giorno


che stive a me becino, che mi stavi vicino,
e te scorreano nzino e ti scorrevano, in grembo,
le lacreme accossì. le lacrime così!…
Diciste a me: Non chiagnere Mi dicesti: "Non piangere,
ca tu lu mio sarraje... che tu sarai mio…"
   
 Te voglio bene assaie Io ti voglio bene assai…
e tu nun pienze a me! e tu non pensi a me!

Guardame nfaccia e bide Guardami in faccia e vedi


comme song'arredutto: come mi sono ridotto:
sicco, peliento e brutto Magro, tutta pelle e brutto,
Nennella mia, pe' tte! ragazza mia, per te!
Cusuto a filo duppio Cucito con un doppio filo,
cu te me vedarraje... con te mi vedrai…

 Te voglio bene assaie  Io ti voglio bene assai…


e tu nun pienze a me! e tu non pensi a me!

Saccio ca nun vuo' scennere So che non vuoi abbassare


la gara quanno è scuro, la grata quando è buio…
vatténne muro, muro, Vai radente il muro,
appojete ncuollo a me... appoggiati a me…
Tu n'ommo comme a chisto Tu, un uomo come questo,
addó lo truvarraje? dove lo troverai?
   
Te voglio bene assaie Io ti voglio bene assai…
e tu nun pienze a me! e tu non pensi a me!

Quanno so fatto cennere Quando sarò diventato cenere,


tanno me chiagnarraje, allora mi piangerai…
sempe addimannarraje: Allora domanderai:
Nennillo mio addó è? il mio ragazzo dov'è?!
La fossa mia tu arape Apri la mia fossa
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e là mi troverai…
E là me truvarraje...
 
 

LE ORIGINI DELLA CANZONE NAPOLETANA


L’origine della canzone napoletana si può far risalire al mito di Partenope (una delle
sirene che tentò inutilmente di ammaliare Ulisse).Più propriamente si deve alla voglia
dell’uomo di esprimere un sentimento che può essere di gioia o anche di dolore. Ma
come dice Luca Torre “la canzone di cui parleremo non è quella degli stilnovisti, di
Dante, di Petrarca ,di Carducci o di Leopardi; bensì la canzone così come la
intendiamo noi oggi e che più pertinente dovrebbe essere detta canzonetta…o
canzoncina…”.
Ma questa canzonetta o canzoncina, che in lingua corrente viene ormai comunemente
detta canzone, e basta, col tempo si è diversificata in tre tipi di espressione musicale,
come giustamente avverte Sebastiano Massa: canzone popolare, canzone
popolaresca e canzone napoletana nobile d’autore.

Con canzone popolare si vuole indicare un canto spontaneo sorto dal popolo, lo
stesso che lo tramanda oralmente di epoca in epoca.

La canzone popolaresca e, invece , un canto d’autore destinato al popolo e ispirato


dal comune sentimento popolare. Per ciò stesso musica e canto nascono in momenti
diversi: occorre un poeta e un musicista.

La canzone nobile d’autore è canzone nobile per eccellenza e per intensità di


ispirazione e trasferisce in versi le intense emozioni e le immagini della città-mondo
in cui vive ed opera il suo autore .Essa è composta di poesia lirica soggettiva, non
scritta per il popolo, ma rispecchiante liricamente lo stato d’animo del poeta. In tal
modo la canzone d’autore viene elevata a forma d’arte .L’esponente più autorevole di
questo tipo di canzone è senza dubbio Salvatore Di Giacomo.
Musicisti come il Tosti, il Denza , il Costa , diedero una specifica fisionomia a questo
tipo di canzone, unitamente alla vena di veri poeti come Di Giacomo, Bovio, Murolo,
Tagliaferri, E.A. Mario, ecc.
Ancora in tal senso la canzone napoletana continua a produrre con i versi di Salvatore
Palomba e le musiche di Sergio Bruni (Carmela) o con versi e musica, ma legata a
ritmi D’oltreoceano, di Pino Daniele.
Ma a quale data si può far risalire l’origine della canzone napoletana?
Per la canzone popolare si può far risalire 1200 circa. Sulle colline del Vomero, le
belle ragazze invocavano il sole ( quell’Ebone dio di napolitani come dice Giulio
Cesare Capaccio)

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Jesce sole, jesce sole
Non te fa’ cchiù suspirà.
Siente maje che le ffigliole
Hanno tanto da prià
La canzone popolaresca va da Michelemma (1650 circa) attribuita a Salvator Rosa
fino a Fenesta ca lucive (del 1842) di A.Luongo con musiche, pare, ma non è certo,
di Vincenzo Bellini.
La Canzone d’autore per antonomasia, abbiamo detto si diparte dalla vena poetica di
Salvatore di Giacomo, per correre lungo i binari della festa di Piedigrotta in tutto il
mondo. Morta la festa di Piedigrotta, soprattutto per il suo apporto canoro, sono sorti
vari festivals, tra cui quello della Canzone Napoletana. Anche questo col tempo è
venuto a mancare .Non però, la vena canora della città più bella dl mondo, la più
dolente, ma proprio per questo la più lirica tra le città del mondo.
Con l'espressione "canzone napoletana" si indica comunemente tanto quella
produzione che si afferma dalla seconda metà dell'Ottocento - la canzone d'autore del
periodo d'oro, la "classica" - che buona parte della musica vocale con testo in dialetto.
Nasce nell'Ottocento come punto di arrivo di un lungo processo storico in cui giocano
un ruolo fondamentale le condizioni culturali e politiche insieme alle forme poetiche
e musicali.
Dal 1880 ha inizio quella che viene considerata l'epoca d'oro della canzone
napoletana. È l'anno in cui viene composta e diffusa Funiculì funiculà, destinata a
diventare una delle canzoni più eseguite e popolari in tutto il mondo. Tutto
contribuisce, negli ultimi vent'anni del secolo, all'esplosione del fenomeno "canzone
napoletana", che avrà inizialmente carattere locale e guadagnerà poi una diffusione
nazionale e internazionale.
È in questo periodo, durato più o meno quarant'anni, che la canzone napoletana non
segue più due percorsi diversi: non più canto popolare nelle taverne e villanelle colte
nelle case aristocratiche, non più canzoni occasionali per i cantanti di strada e
romanze nei salotti. Nelle cantine di via Tribunali e nei ristoranti eleganti di Posillipo,
nei vicoli poveri e nelle case dei "signori" si cantano le stesse canzoni. Queste
diventano patrimonio di tutte le classi sociali, svolgendo così una funzione
aggregante delle diverse anime della città, che in essa si riconosceranno.
Si vengono a creare contemporaneamente condizioni favorevoli ed irripetibili:
- nasce un'editoria musicale ricca di competenze e iniziative, e nei primi del
Novecento muove i suoi primi passi l'industria del disco;
- la canzone si lega in modo indissolubile alla tradizione della festa di Piedigrotta, il
cui mito ne diventa un formidabile veicolo promozionale;
- si forma un gruppo di autori di assoluto valore: compositori e poeti, alla cui testa è
Salvatore Di Giacomo, che scrivono canzoni di grande bellezza e popolarità;
- nascono i primi caffè-concerto e i primi teatri di varietà, che diventeranno punti di
riferimento stabili, dove poter ascoltare, più o meno quotidianamente, canzoni
napoletane;
- il varietà produce i suoi primi divi che legano il loro nome alle canzoni di successo
e le diffondono anche fuori di Napoli;
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- i posteggiatori, oltre che nei ristoranti, trattorie e caffè napoletani, cominciano a
essere ricercati e si esibiscono in tutto il mondo;
- le canzoni napoletane entrano nel repertorio della maggior parte dei cantanti lirici
che le diffondono, specialmente all'estero, nel corso dei loro concerti;
- l'ultimo elemento, non meno importante, è l'assenza di una vera concorrenza: non
esiste ancora la canzone italiana, né giungono gli echi di musiche straniere.
La canzone non poteva nascere che nella Napoli ottocentesca, dove la realtà era
fantasia, la povertà filosofia, il dialetto poesia, il frastuono musica. Non poteva avere
che cantori istintivi, sensibili, appassionati, innamorati. La poesia, a Napoli, era
espressione corrente, dialogante; la musica coinvolgente, perché nasceva da una
tradizione colta, quindi matura, come dall'immediatezza istintiva popolare.
Trovare un unico filo che lega l'ampia raccolta di componimenti tra 800 e 900 non e'
facile. Variegata e' infatti la produzione della canzone napoletana che ora tocca toni
lirici, ora drammatici, ora comici ora storici, pur riconoscendo come tratto comune la
poesia e la melodia. In queste canzoni si individuano tre o quattro strofe prefigurate
per essere musicate, e pertanto devono contenere una certa metrica, una scansione in
strofe.
Se dunque vogliamo trovare una data di inizio della canzone napoletana, dobbiamo
rifarci ad almeno due filoni di pensiero. Innanzitutto e' opportuno ripetere che per
canzone napoletana si indica la produzione che si afferma dalla seconda meta'
dell'800 che contiene una parte di musica vocale con testo in dialetto. L'assunzione
del vernacolo come modo di scrivere attraverso Di Giacomo, Ferdinando Russo,
Ernesto Murolo, Trilussa, crea un'autonomia di scrittura tale , da rinvenire nello stile
elevato tanto una tradizione aristocratica tanto l'elemento popolare ( un paesaggio, il
mare).
Premesso cio' alcuni sostengono che il battesimo della canzone napoletana e'
rappresentato da    Te voglio bene assaie nel 1839 scritta da Sacco e Campanella .
Questo pezzo presentato nella festa di Piedigrotta presenta una notevole forza nel
ritornello molto orecchiabile e tale da fare di questo testo uno dei piu' noti nel mondo.

Secondo questo filone, la piedigrotta canora rappresenta lo scenario di questa


produzione non solo legata alla tradizione ma anche all'esperienza della canzone di
strada che pure ha avuto un largo successo a Napoli, offrendo anche la possibilita' di
mostrare l'articolazione territoriale economica della citta; Un aspetto quest'ultimo che
si evidenzia a partire dal 1880, anno di Funiculi' Funicula' ,  la notissima canzone di
Turco e Denza per pubblicizzare la nuova funicolare che portava al Vesuvio,
inaugurata il 6 maggio 1880 e che, presentata alla Piedigrotta di quell'anno, indica la
seconda data con la quale alcuni ritengono che sia il battesimo della canzone
napoletana.
La festa di Piedigrotta diventa una grande manifestazione per gli autori napoletani;

L'INDUSTRIA DISCOGRAFICA DEL TEMPO

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Ancora lontani i tempi della fonoincisione, è interessante studiare come venivano
diffuse le nuove melodie che si componevano.
Le copielle erano fogli volanti sui quali veniva stampato alla buona il testo della
canzone: l'editore (di solito anche tipografo) donava mille copie stampate all'autore
ed una quantità variabile in denaro a seconda del prestigio dell'artista a titolo di diritto
d'autore, le altre le affidava ad abili venditori ambulanti che le piazzavano in giro per
la città.
La popolarità del brano veniva affidata anche a posteggiatori, musicanti girovaghi
che operavano in ristoranti di Napoli o nei locali alla moda che eseguivano i loro
pezzi per pochi spicci come una sorta di juke box umani, ma che non di rado
facevano carriera fino ad arrivare ad esibirsi nei più noti teatri; diffusi anche gli
organetti o i pianini meccanici, di solito "installati" in botteghe di barbieri o sartorie.
Le "periodiche" erano i palcoscenici dei salotti napoletani, riunioni nelle quali un
poeta o un tenore declamavano i loro versi, comici motteggiavano scherzosamente
sui presenti e, quando il salotto ospitante era tra quelli della Napoli "bene", si
sorseggiava rosolio e si gustava un buffet freddo, nelle case più modeste si servivano
(da qui la nota espressione) tarallucci e vino.

TIPOGRAFI-EDITORI
Fu l’editrice Girard a diffondere largamente le partiture stampate di canzoni
napoletane. Il Girard si trasferì a Napoli nel 1816 e, con la consulenza dei maestri
Mercadante e Rossini e l'assistenza di esperti - che usarono, per la stampa delle note,
prima la litografia (invenzione tedesca di due decenni prima) e poi le lastre di zinco
(in uso tutt'oggi, quando non si ricorre alla moderna offset) - riuscì a lanciare sul
mercato pregevoli edizioni a prezzi accessibili.
Nel 1826 della casa editrice faceva parte Guglielmo Cottrau, che vi aveva pubblicato
i suoi «Passatempi musicali» , e che, divenutone comproprietario, s'era votato a dare
un vigoroso sviluppo alla calcografia e alle pubblicazioni. In questa scia gli editori di
canzoni non tardarono a diventare un considerevole numero. Cerano, per fare dei
nomi, Fabbricatore, Calì. Tramater e, all'incirca dal 1860, i Clausetti, Del Monaco,
Orlando, Maddaloni, Orlandini
Ma già qualche decennio prima del sessanta, molte tipografie napoletane si erano
improvvisate editrici: stampavano «copielle» di versi e, spesso, fogli volanti con versi
e musica, Francesco Azzolino, Salvatore De Marco, Giuseppe Messina, Pasca, Festa,
Francesco Migliaccio, Giuseppe Colavita ed altri ancora che, attraverso girovaghi e
cantanti ambulanti, ne spacciavano diecine di migliaia di copie.
Della canzone: Io te voglio bene assaie, se ne stamparono copie 180.000; La
Luisella, 45.000; D. Ciccillo alla Fanfarra, 100.000; Alla finestra affacciati, 40.000;
Il bivacco, 12.000; La palommella, 30.000».
Se si tiene presente che le tipografie esistenti in città, nel 1867, secondo un elenco
della Questura di Napoli, assommavano a 124, si puo facilmente immaginare quante
di esse si dedicassero alla stampa di canzoni e quale dovette essere l'invasione delle
«copielle» che ne seguì.
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Le raccolte di canzoni, versi e musiche, ebbero inizio con le Villanelle del '500 e '600
per sfociare in raccolte più organiche al tempo di Girard e Cottrau. La pubblicazione
dei fascicoli piedigrotteschi, che erano un po' il nerbo di queste attività editoriali,
prese l'avvio verso il 1880 per proseguire fino al 1960. Un'attività, è d'annotare
doverosamente, che si svolgeva in un clima di emulazione dove, non sempre, è vero,
ma piuttosto frequentemente, le ragioni dell'arte prendevano il sopravvento sugli
interessi squisitamente commerciali, donde molti danni ne vennero a più d'una Casa
editrice.

LA PIEDIGROTTA
Te voglio bene assaie oltre al successo ha il merito di lanciare l'usanza di diffondere i
nuovi pezzi in occasione della festa della Vergine. Il 7 settembre di ogni anno, quindi,
festa della Natività di Maria, in mezzo a carri festanti e luminarie, si presentano al
pubblico i nuovi brani che gli artisti hanno preparato per la stagione, in una vera e
propria Sanremo ante litteram che conoscerà le più alte fortune. E' nato il Festival di
Piedigrotta, che darà successo a pezzi celeberrimi quali Funiculì Funiculà, 'E
spingole frangesi, 'O sole mio.
La Piedigrotta offre l'opportunità di mostrare l'articolazione territoriale, economica,
organizzativa di una festa che a partire dagli anni intorno al 1880 cominciò a
cambiare fisionomia, trasformandosi dapprima in momento di diffusione delle
canzoni che annualmente gli editori musicali rendevano pubbliche tramite giornali e
riviste, quindi in un momento pubblicitario per merci e per nuovi modi di consumare,
ed infine definì un nuovo uso del territorio, divenendo un momento in cui la città
metteva in scena se stessa e quelle che voleva definire come le sue caratteristiche e
potenzialità.
Il modello della Piedigrotta delle canzoni funzionò per l'ideazione delle Feste Estive
che nel 1894, furono promosse e finanziate per la prima volta dall'Associazione
Commercianti, sostenuta dalla stampa cittadina, in collaborazione con le autorità
comunali e con il Banco di Napoli.
Le Feste Estive consistevano in un fitto programma di gare sportive, spettacoli,
esposizioni, concerti, tornei che duravano da luglio a settembre per culminare nella
annuale celebrazione della Piedigrotta.
La canzone era, dunque, il momento centrale delle festività piedigrottesche; tutto il
complesso sistema editoriale, spettacolare, organizzativo, distributivo e di consumo
che ad essa faceva capo - nel suo sforzo di utilizzare i linguaggi e le risorse cittadini
in modo nuovo e per nuovi fini aveva provocato profondi cambiamenti nella festa
tradizionale: erano nati nuovi riti, nuovi "pellegrinaggi", nuove mete per le feste
settembrine.
Carri, fuochi pirotecnici, sfilate, fiaccolate, palchi, pedane, chioschi, recinti
nascevano dal lavoro di ideatori, organizzatori, finanziatori, architetti, scenografi,
impresari, ma anche da quello di sarti, fuochisti, carpentieri, artigiani, decoratori; le
canzoni erano il frutto della creatività di autori, musicisti, illustratori, dello spirito
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imprenditoriale degli editori, ma richiedevano l'impiego di compositori, tipografi,
piegatori, spedizionieri: Piedigrotta era una grande occasione di lavoro - e richiedeva
un'alta qualità di lavoro - per molte persone.

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