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il bimestrale di storia della roma grandiosa

CON L
CIVILTA

I
N TIN
TE O
A
ST
civiltà romana

I
ROM A NA POPPEA
La moglie di Nerone
fra intrighi e scandali
TARIFFA R.O.C. POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE AUT. MBPA/LO-NO/008/A.P./2019 - PERIODICO ROC - S/NA

21 aprile 753 a.C.


LA NASCITA
DI ROMA
Enea, la Lupa, Fauno, Romolo e Remo:
tutti i miti (e la verità) sulla fondazione dell’Urbe

LA POTENZA COME USAVANO


MARITTIMA LA CAVALLERIA
In che modo la flotta romana Affidati a guerrieri alleati,
vinse quella cartaginese, spesso i reparti equestri
trasformando il Mediterraneo furono i protagonisti
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EDITORIALE

L
a grandezza di Roma è tale che molti dei ed eroi ne
rivendicano la paternità. Così tanti che districarsi fra
le leggende della fondazione dell’Urbe diventa un
compito arduo, anche quando a farci da guida è Livio,
il più profondo conoscitore delle radici remote di Roma.
La cover story di questo numero è dedicata alla fondazione
della Città Eterna, per mettere ordine fra i tanti miti che la
popolano, indizi di un passato concitato e complesso, in
cui interagirono storie e popoli diversi.
Non si tratta di mere curiosità mitologiche: l’attaccamento
mostrato dai Romani alle loro narrazioni, per leggendarie che
fossero, fu sempre saldo e devoto, almeno fino all’avvento del
cristianesimo. Molte importanti vicende del periodo repubblicano
o imperiale possono essere comprese a fondo solo rifacendosi
agli esempi di virtù dei grandi eroi latini, che i consoli, i senatori
e i condottieri cercarono sempre di emulare e che costituivano
una sorta di prontuario etico a cui rifarsi in caso di dubbio o
difficoltà. La sacralità di Romolo, la pietas di Enea, il generoso
ausilio offerto dalla Lupa non erano solo echi di leggende lontane,
ma facevano parte del bagaglio morale di ogni cittadino, che in
loro trovava ispirazione per agire con tutto il coraggio e la dignità
che la madre Roma richiedeva ai suoi figli.

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insanguinato il West contro le malattie tra pericoli e scoperte dei nativi americani i suoi insegnamenti? passo dopo passo

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SOMMARIO
6 Protagonisti
Mario contro Silla

12 Navi e navigazione
Dal Tevere al Mare Nostrum

18 Ab Urbe condita
Cover Story

28 Il culto di Cibele: danze, estasi e mutilazioni


Religione

32 Delitto e castigo nell’antica Roma


Pene e punizioni

38 A.D. 410, il sacco di Roma


Eventi

44 Poppea, bellezza inquieta


Donne

48 Militaria
La cavalleria dei Romani

54 Mitologia
I versipelle, lupi mannari in toga

58 La triaca, contro tutti i veleni


Medicina

60 Tonsor, barbiere e artista


Vita quotidiana

64 Letteratura
Lucrezio, poeta e filosofo

68 Luoghi
Nuove scoperte a Pompei

74 Gli splendori di Ercolano


Mostre

76 Il dado è tratto
Giochi

78 News
PROSSIMO
80 Libri, mostre, film NUMERO QUESTA CARTA
IN EDICOLA RISPETTA
82 Simboli
Il saluto romano
IL
MAGGIO L’AMBIENTE

CIVILTÀ ROMANA 5
MARIO
SILLA
CONTRO

6 CIVILTÀ ROMANA
PROTAGONISTI

Nel I secolo, proprio mentre si avviava a diventare la più grande


potenza del mondo, Roma fu sconvolta da una guerra civile così violenta
che fu sul punto di metterla in ginocchio o addirittura di annientarla
di Armando Lorenzini

P
er conoscere appieno il carattere di Lucio DA AMICI A NEMICI le sue memorie. L’uomo che aveva pianificato
Cornelio Silla basterebbe leggere il suo I ritratti marmorei ogni azione, eliminando senza pietà chi non si
epitaffio, dettato da lui stesso in punto di Gaio Mario (a sinistra) piegava ai suoi disegni, stava morendo di cancro
di morte: «Nessun amico mi ha reso servigio, e Lucio Cornelio Silla. dopo essere sopravvissuto a battaglie e intrighi.
nessun nemico mi ha recato offesa, che io non Inizialmente amici, La sua era stata una carriera atipica. A 30
abbia ripagato in pieno». Riconoscente verso divennero in seguito anni era ancora uno sconosciuto. Erede del
amici e alleati, crudele e vendicativo con chi acerrimi rivali, tanto ramo povero di una famiglia patrizia, la gens
non accettava il suo potere e le sue ambizioni. da dividere Roma Cornelia, aveva preferito gli ozi e i piaceri alla
Da due anni si era ritirato a Cuma per goder- in due fazioni. politica e alla carriera militare. Poi, la svolta:
si la maturità (aveva quasi 60 anni) e scrivere diventato benestante in maniera poco chiara
(forse grazie all’eredità di una ricca prostituta
che si era invaghita di lui), fu ammesso al ran-
go senatorio e sposò la cognata di Gaio Mario.
Eletto questore da Mario, che all’epoca era ›

CIVILTÀ ROMANA 7
MARIO CONTRO SILLA

IN LISTA PER LA MORTE

O riginariamente, le liste di proscrizione (tabulae proscriptio-


nis), erano nate come avviso pubblico per annunciare la
vendita all’incanto dei beni di un debitore. Silla le utilizzò invece
come strumento politico, per vendicarsi dei nemici e allo stesso
tempo arricchire chi gli era vicino (sotto, il terrore di un romano
nel vedersi citato su una di esse).
Il dittatore trasformò le tavole in elenchi di persone da elimi-
nare, dichiarandole fuorilegge e impedendo a chiunque di dar
loro asilo. Di fatto le condannava all’esilio e ne autorizzava l’uc-
cisione, che veniva addirittura ricompensata con denaro. Mol-
tissime furono le vittime (spesso del tutto estranee alle colpe loro
attribuite) in quella che fu una vera purga, paragonabile a quelle
staliniane. Quando, trascorso un anno dalla sua proclamazione,
la procedura venne formalmente revocata, la società romana era
ormai profondamente cambiata e saldamente nelle mani di Silla.

console, si ritrovò impegnato nella spedizio-


ne contro Giugurta, il re della Numidia che si
era ribellato a Roma. In breve tempo, pur non
avendo dimestichezza con le armi, dimostrò di
essere un abile stratega e, soprattutto, un co-
mandante capace di legare a sé i propri uomini,
diventandone il leader e il protettore.

MARIO, L’UOMO NUOVO


Più che sul campo, la guerra contro i Numi-
di fu vinta con l’astuzia e la diplomazia. Silla
convinse Bocco, re di Mauretania e suocero di
Giugurta, a tradire il genero in cambio dell’al-
leanza con Roma e di un ampliamento del suo
regno a spese di quello di Numidia. Giugur-
ta venne catturato, portato nell’Urbe e, dopo
essere stato fatto sfilare in catene davanti alla
folla, strangolato mentre si trovava in cella.
Mario, di 19 anni più anziano di Silla, non
condivise il trionfo con il cognato. La sua sca-
lata al potere era stata lunga e faticosa: era stato
eletto console per la prima volta quando era
già un cinquantenne. Probabilmente non era
figlio di un manovale, come ipotizza lo storico
Plutarco, ma apparteneva alla piccola nobiltà
di provincia, che per i patrizi romani era di
poco superiore alla plebe. Ma proprio questa
qualità di “uomo nuovo” lo aveva portato in
alto: Mario era apparso lontano dalla corruzio-

8 CIVILTÀ ROMANA
PROTAGONISTI

mento più efficiente; estese l’arruolamento alle DA SUD A NORD


masse proletarie, cui promise la distribuzione Sotto, la cattura del
di terre. Creò quindi le premesse per un eserci- re africano Giugurta,
to professionale, ma al contempo legato stret- condotto in catene
tamente al proprio comandante, e pertanto al campo romano:
potenzialmente pericoloso per la stessa Roma. sebbene l’operazio-
ne fosse stata opera
LA MINACCIA TEUTONICA soprattutto di Silla, fu
Quando i Teutoni si mossero, trovarono un Mario a celebrare il
esercito ben addestrato e guidato da comandanti trionfo per l’impresa
preparati. Mario si attestò con le sue truppe nel e ciò diede inizio
territorio di Aquae Sextiae (Aix-en-Provence, al dissidio fra i due.
nella Francia meridionale), tra i fiumi Rodano Al centro, Mario
e Isère. Da lì provocò l’avanguardia dei Teuto- sconfigge l’esercito
ni, che attaccarono violentemente le posizioni dei Cimbri ai Campi
romane. Intanto, un contingente di circa 3.000 Raudii, nel 101
legionari si mosse alle spalle dei nemici, che fu- a.C., impresa che
rono sbaragliati, subendo perdite ingentissime gli diede prestigio
(Velleio Patercolo parla di 150 mila morti, Plu- militare e legò a lui
tarco ridimensiona la cifra a 100 mila tra morti migliaia di veterani.
e prigionieri). I Cimbri, scesi anch’essi in Italia,
furono raggiunti da Mario ai Campi Raudii, nei
pressi di Vercellae (forse una località del Ferrare-
ne e dall’arroganza della classe aristocratica. Fu se e non l’attuale Vercelli, in Piemonte).
così che decise di concorrere per l’elezione al Alla fine della battaglia, che costò ai Cimbri
consolato, ma incontrò l’opposizione del con- oltre 65 mila morti, Roma non solo ribadì il
sole Quinto Cecilio Metello, che pure lo aveva controllo sulla penisola italica, ma lo rinforzò ›
protetto fino a quel momento e lo aveva no-
minato luogotenente nella guerra contro Giu-
gurta. Mario reagì insinuando il dubbio che la
condotta militare di Metello fosse stata incerta
e inconcludente, e proponendosi alle truppe
come il comandante più adatto a sconfiggere
Giugurta. La mossa riuscì: ottenne il coman-
do e riportò la vittoria con l’appoggio di Silla.
Commise però l’errore di non riconoscergliene
il merito, e questo creò tra i due una frattura
insanabile: Silla cominciò a covare risentimen-
to e Mario a considerarlo un concorrente. La
situazione peggiorò quando re Bocco inviò a
Roma un bassorilievo in oro nel quale Giugur-
ta si arrendeva a Silla e non a Mario.
In quel periodo, tuttavia, i problemi di
Roma erano altri. Al di là delle Alpi, le tribù
altogermaniche dei Cimbri e dei Teutoni si era-
no riversate nelle pianure dell’Europa centrale,
scontrandosi con i Romani e sconfiggendoli
brutalmente. Temendo la loro discesa in Italia,
il compito di bloccarli fu affidato a Mario, che
contro ogni prassi fu riconfermato al consolato
per sei anni consecutivi. Mario riformò l’eser-
cito, dandogli una nuova struttura e un arma- ›

CIVILTÀ ROMANA 9
MARIO CONTRO SILLA

IL ROGO DEI LIBRI SACRI

N ell’antica Roma si credeva che la prosperità della comunità


dipendesse dal mantenimento di un giusto rapporto con le
potenze divine. A tale scopo erano fondamentali i Libri Sibillini
(sotto, la Sibilla Cumana affrescata da Michelangelo su una
parete della Cappella Sistina), una raccolta di responsi oracolari
scritti in lingua greca e custoditi nel tempio di Giove Capitolino.
I libri venivano consultati quando Roma si trovava in pericolo.
Talvolta il responso imponeva un sacrificio umano (pratica invisa
alla tradizione romana), a cui il Senato non si opponeva.
Nell’83 a.C., proprio mentre Silla rompeva un antico tabù
penetrando nell’Urbe con l’esercito, un incendio scoppiò nel
tempio di Giove, distruggendo i preziosi libri. Il console rimase
talmente turbato dall’evento da cercare subito un rimpiazzo:
emissari furono spediti in tutto il mondo conosciuto per acquisire
nuovi testi sacri, senza i quali la sicurezza di Roma sembrava
compromessa. Benché epurati dei contenuti non corrispondenti
alla tradizione romana, questi libri contribuirono a diffondere con un più attento sistema di vigilanza sui vali-
l’influsso delle culture e delle religioni orientali, in special modo chi e una rapida integrazione dei popoli padani.
egizie. Caduti ormai in disuso, i testi sarebbero stati distrutti Esauritasi l’emergenza, riprese vigore la que-
poco dopo il 400 d.C. dal generale cristiano Stilicone. stione della riforma agraria. In un clima teso e
instabile s’insinuarono due capipopolo: Servi-
lio Glaucia e Servilio Apuleio Saturnino, che
con promesse demagogiche cercarono di in-
graziarsi il proletariato e la classe dei cavalieri,
allettando i primi con leggi volte a ribassare il
prezzo del grano e i secondi restituendo loro le
giurie dei tribunali, così da ostacolare le mano-
vre della rivale classe senatoria. Il Senato reagì
votando il senatumconsultum ultimum, lo stato
di emergenza che sospendeva le garanzie co-
stituzionali. Mario fu incaricato di ristabilire
l’ordine. Scoppiarono tumulti, nel corso dei
quali i due demagoghi rimasero uccisi. Mario,
che si era inimicato il popolo ed era guarda-
to con sospetto dall’aristocrazia per via delle
sue origini provinciali, partì per l’Anatolia,
dicendo di voler sciogliere un voto. Le tensio-
ni sociali tornarono a salire con le pretese dei
popoli italici, stanchi di combattere per Roma
senza averne la cittadinanza e i relativi diritti.
Alla rivolta si unirono anche gli schiavi.
Mario, l’unico ritenuto in grado di risolvere
la situazione, fu richiamato e, assieme a Silla,
scatenò una violenta repressione. Alla fine il
Senato estese la cittadinanza romana agli Etru-
schi e agli Umbri (che non erano scesi in guer-

10 CIVILTÀ ROMANA
PROTAGONISTI

farseli alleati, il condottiero puntò su Roma. ESILIO E RITORNO


Combatté molte battaglie, l’ultima delle quali Sotto, Mitridate, re
a Porta Collina. Uscito vincitore, si fece nomi- del Ponto: impe-
nare dittatore. Dopodiché, diede libero sfogo gnato nella guerra
alla sua feroce vendetta: prima di tutto fece vio- contro di lui, Silla
lare la tomba di Mario e disperdere le sue ossa perse momentane-
nelle acque del fiume Aniene, quindi pubblicò amente il controllo
liste di proscrizione che contenevano i nomi di Roma, per poi
dei nemici della Repubblica: in quanto tali, co- riprenderlo al suo
storo potevano essere uccisi da chiunque. Sulle ritorno in patria.
loro teste erano state messe delle taglie. Al centro, Mario,
ricevuta la notizia
UN REGNO DEL TERRORE che Silla è entrato
Dal punto di vista politico, si assistette a una con le armi a Roma,
restaurazione oligarchica: l’obiettivo del Senato decide d’imbarcarsi
e degli aristocratici era il ripristino delle con- per l’Africa.
dizioni di cinquant’anni prima. Silla arrivò a
coniare monete con la sua effigie al posto di
quella di Roma, e inserì in calendario le “Feste
delle vittorie di Silla”. Inoltre, mentre era anco-
ra in vita, gli fu eretta una statua equestre, cosa
mai accaduta prima nella storia romana.
ra) e a quanti avessero giurato fedeltà a Roma. Benché crudele e vendicativo, a Silla va rico-
Nel frattempo, il re del Ponto, Mitridate, era nosciuto lo spirito pratico: per occupare
entrato in conflitto con l’Urbe. Il tribuno della le aree cittadine e rurali rimaste libe-
plebe Publio Sulpicio Rufo propose di affidare re dopo le carneficine delle guerre
la condotta della guerra a Mario invece che a sociali e civili, allargò la citta-
Silla, cui sarebbe spettato il comando, essendo dinanza agli stranieri e ri-
console in carica. A questa provocazione, Silla prese la distribuzione delle
rispose commettendo un sacrilegio che colpì terre ai veterani.
profondamente l’opinione pubblica: entrò in Ben consapevole dei dan-
armi a Roma, violando una legge antichissi- ni che egli stesso aveva pro-
ma. Mentre Mario riuscì a fuggire in Africa, curato a Roma, Silla sciolse
Rufo fu giustiziato e la sua testa esposta nel l’esercito e vietò, da allora
Foro. Silla era il nuovo uomo del destino. Ri- in avanti, la permanenza in
pristinò l’autorità del Senato e, nominato pro- Italia di truppe armate. Al
console, partì per combattere Mitridate. culmine della sua parabola,
Nel giro di poco si riaccese la lotta fra otti- decise di ritirarsi a vita priva-
mati (“sillani”) e popolari (“mariani”). Scoppiò ta a Capua. Si racconta che,
una nuova guerra civile, che si concluse con la prima di abbandonare Roma,
vittoria di Mario, il quale si abbandonò a vio- avesse attraversato la città per
lenze inaudite e indiscriminate contro i soste- l’ultima volta in segno di saluto
nitori e gli alleati del suo nemico. Rieletto con- e che un cittadino ne avesse ap-
sole per la settima volta, Mario morì nell’86 profittato per sbeffeggiarlo. Senza
a.C. I mesi successivi passarono nell’attesa del scomporsi, Silla gli chiese se avreb-
ritorno di Silla, che aveva continuato la sua be osato mostrare lo stesso coraggio
campagna vittoriosa contro Mitridate. Alla qualora lui fosse stato ancora in ca-
fine, carico di gloria e bottino, con un esercito rica. Poi commentò l’accaduto con
che stravedeva per lui, il proconsole sbarcò a gli amici: «Che imbecille! Dopo
Brindisi nell’83 a.C. Aveva al seguito 40 mila questo gesto, non ci sarà più un
uomini, molti dei quali erano ansiosi di ven- solo dittatore al mondo disposto
dicarsi. Promessa la cittadinanza agli italici per ad abbandonare il potere».

CIVILTÀ ROMANA 11
VELE E TIMONE
Una nave da pesca
in un mosaico
ritrovato in Israele:
ben si nota uno dei
due timoni di pop-
pa. Nella pagina
a fronte, marinai
di un mercantile
governano le vele.
Le navi commerciali
non avevano remi.

12 CIVILTÀ ROMANA
NAVI E NAVIGAZIONE

DAL TEVERE
AL MARE
NOSTRUMPopolo di agricoltori e pastori, i Romani sconfissero
abili uomini di mare come i Cartaginesi
per dominare il Mediterraneo e le sue ricche rotte
di Mario Galloni

«N
avigare necesse est, vivere non est menti alimentari, espandere i commerci e, in
necesse» (Navigare è indispensa- un secondo tempo, imporre il proprio dominio
bile, vivere no) ruggì Pompeo anche sul mare. Era convincimento dei Romani
(106-48 a.C.) rivolgendosi alla sua che soltanto le vie d’acqua avrebbero
ciurma, per nulla convinta di sal- permesso all’Urbe di rompere l’ac-
pare con il mare in burrasca. Il cerchiamento impostole dagli
popolarissimo generale era Etruschi e dai popoli latini
ormai sulla cinquantina, che la circondavano.
carico di gloria e fresco
responsabile dell’annona, L’ACQUA NEL DESTINO
l’approvvigionamento ali- Nello stesso anno in
mentare dell’Urbe. Con cui nasceva la via Ap-
quella rampogna ai suoi pia (312 a.C.) il Senato
marinai, divenuta presto istituì la nuova carica dei
proverbiale, Pompeo foto- duumviri navales, i due ma-
grafò perfettamente il rappor- gistrati responsabili della ma-
to di Roma con il mare. nutenzione e della gestione della
Sorta a soli 30 km dal litorale, mal- flotta. I pronipoti dei rozzi pastori e
grado le profonde radici pastorali e agresti, la agricoltori che in un lontano giorno del 753
città di Romolo fu da subito consapevole della a.C. avevano visto Romolo tracciare il sacro
necessità di navigare per procacciarsi i riforni- pomerio, presero subito dimestichezza con ›

CIVILTÀ ROMANA 13
DAL TEVERE AL MARE NOSTRUM

ELEFANTI A BORDO il Tevere, le cui acque lambivano dolcemente l’intero basso corso del Tevere, dalla città fino
Un cucciolo di pachi- Campidoglio, Palatino e Aventino, i colli dove al mare, fu posto sotto il controllo romano dal-
derma viene imbar- avevano trovato posto i primi insediamenti. le conquiste di Anco Marzio, il quarto re, che
cato su una nave da Vicina al mare, ma allo stesso tempo lontana giunse alla foce e vi fondò la colonia di Ostia.
trasporto: in questo dalla costa quanto bastava per scamparne i pe- Le paludi del Velabro furono poi bonificate dai
modo Annibale portò ricoli, Roma fece del fiume una miniera d’oro. Tarquini, ma per diversi secoli il fiume conser-
in Europa gli animali Le barche che giungevano da Ostia trovava- vò in quell’area una profonda insenatura che
che avrebbe usato no in zona un ancoraggio naturale. All’altez- costituì il più antico Portus Tiberinus, sulla
nella campagna za dell’isola Tiberina le chiatte traghettavano cui banchina meridionale fu eretto l’austero
contro Roma. incessantemente persone e merci da una riva Tempio di Portuno (il dio dei porti), tuttora
all’altra. I Romani poterono utilizzare tali navi esistente: fu il primo porto fluviale di Roma,
in sicurezza a partire dall’epoca regia, dopo che mentre Ostia divenne il primo porto marittimo.

COM’ERA FATTA UNA TRIREME, LA FRECCIA DEI MARI

I nventata dai Greci nel VI secolo a.C., la trireme era un’imbarcazione relativamente piccola,
di poco pescaggio e che, essendo pensata per effettuare spedizioni belliche, generalmente di
breve durata, poteva essere realizzata anche usando legni non particolarmente pregiati e poco
stagionati. Per la sua maneggevolezza e velocità (pare potesse raggiungere, viaggiando a tutto
regime, i 10 nodi, con una media di 5) si impose come la nave da guerra preferita di tutte le
marinerie mediterranee (greca, fenicia, romana) e anche di quella persiana.
Nello schema a lato, i punti salienti dell’imbarcazione: 1) rostro in legno rivestito di bronzo,
usato per sfondare lo scafo della navi nemiche; poteva essere armato anche di lame per risultare 2
più efficace; 2) albero e vela di prua (l’esistenza di questa alberatura, pur citata da alcune fonti,
è tuttavia controversa); 3) occhio di prua, dipinto a scopo scaramantico e apotropaico, doveva
aiutare a “vedere” la rotta e ad affrontare più agevolmente la navigazione; 4) ponte superiore,
dove prendevano posto i militi assegnati al combattimento, talvolta avvantaggiati da una torre
che governava il corvo di arrembaggio; 5) vela centrale e albero maestro (in battaglia la vela
veniva ammainata e l’albero adagiato sul ponte); 6) tre ordini di rematori (trainiti in alto, zygiti 3
in mezzo e talamiti in basso); 7) poppa; 8) sedile dove trovava posto il pilota; 9) un timone su 1
entrambi i lati della poppa, in modo da manovrare meglio l’imbarcazione.

14 CIVILTÀ ROMANA
NAVI E NAVIGAZIONE

Al contrario di quanto comunemente si


pensa, la penetrazione commerciale romana
precedette e non seguì l’espansione militare e
politica. Fu lo straordinario spirito d’impre-
sa di tenaci mercanti e spericolati armatori,
nonché la sempre maggiore disinvoltura con
la quale i marinai dell’Urbe seppero allargare
l’orizzonte delle loro rotte, a imprimere vita-
lità alla politica estera di Roma e a preparare
il campo al successivo sbarco delle legioni.
Prima di avere una flotta militare, l’Urbe ne
allestì una mercantile. Olio, vino, frutta, gra-
no e bestiame viaggiavano su navi onerarie
(aggettivo derivato da onus, “carico”): pan-
ciuti natanti mossi soltanto dal vento, perché
l’inserimento dei vogatori avrebbe sottratto
spazio alle necessità di carico. Nella cantieri-
stica navale, i Romani curavano soprattutto
la robustezza della chiglia, rinforzata con una
lastra di piombo per impedire all’acqua di fil-
trare nella stiva e danneggiare le merci.

DAVIDE CONTRO GOLIA


L’esplosione dei commerci portò ricchezza e
mise in contatto l’Urbe con gli Stati più evoluti dove si trovavano gli approdi commerciali. Un A FORZA DI REMI
dell’epoca. Al contempo, impose la formazio- primo passo fu compiuto grazie alla cattura Una trireme si avvi-
ne di una flotta militare in grado di pattugliare delle navi da guerra di Anzio, nel 338 a.C. cina al porto di una
non solo il Tevere, ma anche le coste tirreniche, Assoggettato il territorio italico, a fare da città greca in un
ostacolo agli ulteriori sogni di dominio di dipinto ottocentesco
Roma fu la forza di Cartagine, assoluta padro- dell’artista James
na dei mari, giunta allo zenit della sua potenza Wilson Carmichael.
militare. La presenza punica in Sicilia minac-
ciava e rendeva precarie le recenti conquiste
romane sulla Penisola. Con saggezza e lungi-
5
miranza, il Senato seppe leggere per tempo la
7
situazione strategica che si era venuta a creare e
si risolse a lanciare la sfida decisiva per il futu-
8 ro della città; una scommessa apparentemente
azzardata, se non insostenibile. Non si trattava
più soltanto di pattugliare i litorali italiani per
proteggere i commerci: l’inesperta marineria
9 romana avrebbe dovuto scontrarsi con veri gi-
4 ganti del mare, provetti navigatori eredi della
secolare tradizione di Greci e Fenici, dotati di
una flotta moderna e numerosa.
Ma i Romani non si fecero prendere dal
panico e, tenuto conto dell’evidente disparità
di forze in campo, scelsero di procedere con
6
il consueto pragmatismo. Privi com’erano di
pratica marinaresca, reclutarono le ciurme del-
le loro prime armate tra gli alleati delle coste
italiane. Oltre ai contingenti alleati si usaro- ›

CIVILTÀ ROMANA 15
DAL TEVERE AL MARE NOSTRUM

no i marinai forniti dalle colonie marittime. I


comandanti supremi delle armate erano magi-
strati romani o loro sostituti ma, come nell’e-
sercito, i contingenti alleati erano sottoposti a
ufficiali propri e ricevevano dal loro Stato soldo
e vitto. Pertanto gli eredi di Romolo si dispose-
ro con umiltà a spendere quella che era sempre
stata la loro più grande virtù, ossia l’assimila-
zione delle migliori qualità altrui: prendere il
meglio da coloro che, in guerra come in pace,
venivano a contatto con l’Urbe.
Non fecero eccezione nemmeno i Cartaginesi
che, perse alcune quinqueremi (una classe na-
vale sconosciuta in Italia) durante i primi scon-
tri in Sicilia, fornirono involontariamente ai
Romani, coadiuvati dagli alleati siracusani, un
formidabile prototipo da studiare e riprodurre
per colmare il divario tecnologico con la flotta
nemica. Mentre tutti gli equipaggi necessari alle
nuove unità venivano formati ex novo e sotto-
posti a un duro addestramento, nel 260 a.C. in-
gegneri, artigiani e manovali dell’Urbe diedero
fondo alla loro proverbiale alacrità e, in capo a
pochi mesi, consegnarono ai comandanti una
flotta in grado di non sfigurare al cospetto dei
Punici. Comprendeva 100 quinqueremi e 20
triremi; sei anni dopo, in tempi rapidissimi,
venne implementata con ulteriori 220 quin-

LA CORAZZATA DELL’URBE

P rotagonista della conquista del mare da parte di Roma fu


la trireme, un’imbarcazione lunga dai 35 ai 40 m e larga
circa 6 m. L’equipaggio era composto da 250 uomini, 150
dei quali addetti ai remi (schiavi o prigionieri di guerra), che
stavano sotto il ponte e non partecipavano ai combattimenti.
Venivano organizzati su tre ordini di remi: i vogatori posti in
alto, dotati di remi più lunghi e scalmi che sporgevano fuo-
ribordo, erano sistemati dietro quelli che si trovavano più in
basso, affinché gli ordini non si ostacolassero a vicenda.
Le triremi avevano anche un albero dotato di una grande
vela, che agevolava il lavoro dei rematori durante la naviga-
zione e garantiva maggior velocità alla nave. In fase di ab-
bordaggio la vela veniva ammainata, in modo che il vascello
non rimanesse preda del vento e le manovre, effettuate solo
con l’ausilio di remi e timone, risultassero più precise. In assen-
za di armi da lancio, la principale strategia di abbordaggio
prevedeva lo speronamento dello scafo avversario mediante
il rostro fissato a prora, che affondava nella chiglia nemica.

16 CIVILTÀ ROMANA
NAVI E NAVIGAZIONE

queremi; durante la Prima guerra punica i can-


tieri furono in grado di varare altri 900 vascelli.
Ma nemmeno la quiquereme, questo gioiel-
lo dei mari ispirato alla superiore cantieristica
punica, avrebbe permesso ai Romani, inesper-
ti marinai, di scontrarsi ad armi pari e sbara-
gliare definitivamente i maestri di Cartagine.

UN IMPERO FRA LE ONDE


Per compensare la minore esperienza dei
propri comandanti e porre rimedio alle scarse
capacità evolutive dei natanti, i Romani pensa-
rono di trasformare le battaglie navali in scon-
tri di terraferma, dove sapevano di non temere
confronti. A prua delle nuove quinqueremi fu
installata una passerella mobile dotata di unci-
ni, il corvus: introdotta da Caio Duilio, fu chia-
mata così perché somigliava a un becco. Il nuo-
vo strumento veniva calato sulla nave nemica
avvicinata e la bloccava in un abbraccio morta-
le, permettendo ai milites un abbordaggio più
comodo e sicuro. Di questo geniale artificio fa
menzione soltanto Polibio e occorre prendere la litorali. La lezione delle Guerre puniche era EROI E SOLDATI
sua annotazione con le molle, evitando di trar- stata ben compresa e l’Urbe, ai fini della sua Sopra, la nave di
re affrettate conclusioni: se è vero che le legioni egemonia, non smise mai di pensare che il Ulisse (con un unico
non avevano rivali sulla terraferma, abbordare primato sulla terraferma andasse affiancato, se ordine di remi) in un
una nave nemica e poi sostenere un corpo a non addirittura preceduto, da quello sul mare. mosaico romano
corpo negli angusti spazi tra ponte e coperta A questo fine si dotò di una flotta militare conservato al
resta tra le azioni di guerra più squisitamente tecnicamente all’avanguardia e numericamente Museo del Bardo di
marinaresche che si possano effettuare. imponente. Flotta che tornò a far parlare di Tunisi. Nel tondo,
La realtà è che i Romani, oltre a sé durante il I secolo a.C. quando, un’imbarcazione
copiare i modelli di navi cartagi- al comando di Pompeo Magno, fluviale, con remi
nesi, in poco tempo avevano in meno di tre mesi (tra la e una piccola
assimilato anche la pratica primavera e l’estate del 67 alberatura reclinata.
e le astuzie della nautica a.C.) sbaragliò la pirateria Nella pagina a
punica e, a compimen- che infestava il Mediter- fronte, confronto tra
to di uno straordinario raneo da sempre. due navi da guerra:
sforzo militare, finanzia- A rendere sicure le co- le battaglie navali
rio e cantieristico, erano ste sull’Atlantico pensò consistevano soprat-
riusciti a superare i mae- invece Giulio Cesare, che tutto in arrembaggi
stri africani proprio su quel fece impostare una grande e scontri tra uomini
mare che era da sempre il flotta sulla Loira e con quel- di fanteria, simili a
loro terreno di scontro preferi- la sconfisse la forza navale co- quelli di terra.
to. L’obiettivo strategico fissato dal stituita nelle acque della Britannia
Senato era stato pienamente conseguito, dalla Lega Armoricana. Dopo la battaglia
con la chiara acquisizione della supremazia na- di Azio, che nel 31 a.C. chiuse la stagione delle
vale nel bacino occidentale del Mediterraneo. guerre civili e portò alla costituzione dell’Im-
Dopo aver superato la durissima prova, pero da parte di Ottaviano, in assenza di ne-
Roma inaugurò un lungo periodo durante il mici marittimi, il ruolo della marina dell’Urbe
quale approfittò delle situazioni di crisi che fu ridotto al semplice pattugliamento. Proprio
perturbavano l’area mediterranea per allun- come si addiceva a un territorio pacificato e a
gare progressivamente il proprio controllo sui un mare ormai divenuto Nostrum.

CIVILTÀ ROMANA 17
AB URBE

18 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

CONDITA
La vicenda della fondazione di Roma
narrata da Tito Livio riunisce in sé
mito e realtà, per dare un passato
glorioso a un impero ormai mondiale
di Elena Percivaldi e Mario Galloni

S
econdo la tradizione, Roma fu fondata STIRPE DIVINA
da Romolo il 21 aprile 753 a.C., sul col- In questo quadro
le Palatino. Subito dopo, questi uccise il di Rubens (1577-
proprio gemello (Remo, reo di avere oltrepas- 1640), Marte,
sato con le armi in pugno il perimetro sacro accompagnato da
appena tracciato) e divenne il primo re della Cupido, si avvicina
città. Una storia, quella delle origini dell’Urbe, a Rea Silvia, figlia
tanto cruenta quanto affascinante, e che per di Numitore (re de-
questo ha ispirato sin dall’antichità letterati e posto di Alba Longa
artisti, che arricchirono le vicende con parti- e discendente di
colari degni di un romanzo. I primi artefici di Enea): concepirà
questa straordinaria invenzione letteraria (che con lei i gemelli Ro-
l’archeologia ha parzialmente confermato con molo e Remo. Enea,
il recupero di reperti greci dell’VIII secolo a.C. avo della ragazza,
nella zona del Foro Boario) furono gli scrittori era a sua volta figlio
romani che, durante l’età augustea, cercarono di Venere, pertanto
di ordinare le tradizioni leggendarie fornen- la stirpe dei re
dole di una struttura coerente. di Roma poteva
Il loro scopo era duplice: da un lato, quello di vantare ben due
creare un collante mitologico e simbolico tra le progenitori divini.
varie componenti che, nel corso del tempo, ave-
vano partecipato alla formazione dell’identità di
Roma; dall’altro (obiettivo ancora più urgente),
quello di nobilitare, attraverso il richiamo a ge-
sta eroiche e ascendenze divine, una città che
era nata in riva al Tevere da una comunità di
semplici pastori, e che ora, sul finire del I se-
colo a.C., era avviata con sempre maggior de-
cisione a imporsi come padrona del mondo. ›

CIVILTÀ ROMANA 19
AB URBE CONDITA

DALL’ASIA AL LAZIO Due furono gli ideatori, uno poeta e l’altro


A destra, l’arrivo di storico, di questo straordinario “romanzo delle
Enea nel Lazio, in un origini”, che vide la luce alla corte di Ottaviano
quadro di Gerard Augusto, primo princeps di Roma.
Hoet (1648-1733):
il troiano (con l’elmo) C’ERA UNA VOLTA NEL LAZIO
stringe la mano al re Il poeta era Publio Virgilio Marone, manto-
Latino. Sotto, Enea vano, che tra il 29 e il 19 a.C. compose l’Enei-
e Didone, la regina de, individuando in Enea, esule troiano figlio
di Cartagine amata di Venere e protagonista di mille avventure,
dall’eroe prima che il l’antenato nobile, pio e valoroso dei Romani.
destino lo spingesse Tito Livio, padovano, raccontò invece in pro-
sulle coste italiche. sa, nel primo dei 142 volumi della sua monu-
mentale Ab Urbe condita (Storia di Roma dalla
sua fondazione), la nascita della città a partire
dallo scontro epocale tra i gemelli Romolo e
Remo, anch’essi collegati a Enea in quanto
discendenti di suo figlio Ascanio. Così, in un
sol colpo, si creava il miracolo di dare a Roma
l’aura mitica necessaria a investirla del ruolo
di padrona del mondo. Da una parte
la si arricchiva di un avo valoroso,
figlio di una dea e celebre per
la sua pietas: una virtù consi-
derata fondante del mos ma-
iorum, che consisteva nella liade di Omero, che narrava la lunga e funesta
completa devozione alle Guerra di Troia. Il Fato, secondo il poeta, ave-
divinità e nel rispetto su- va deciso che la stirpe dei Troiani non doveva
premo dei vincoli familia- scomparire sotto le mura di Ilio in fiamme, ma
ri e comunitari. Dall’altra che per mezzo di un eroe valoroso, Enea figlio
parte, si dava fondamento di Anchise, doveva germogliare altrove. Sareb-
a un’epica nazionale che be tornata protagonista della Storia, dando
legava Roma ai miti pre- vita a una città destinata a dominare il mondo.
stigiosi della Grecia antica, Enea era l’unico uomo che potesse guidare gli
glorificando nel contempo esuli Troiani verso l’ambiziosa meta.
i valori tradizionali. Per finire Fuggito da Troia con il padre sulle spalle e il
(con abile mossa politica) si legit- figlioletto Ascanio per mano, Enea s’imbarcò
timava il ruolo egemone della gens per l’Italia, dirigendosi verso l’antica città di
Iulia, a cui Ottaviano Augusto, adottato Corito (Tarquinia), patria di quel Dardano i
da Giulio Cesare, apparteneva a pieno titolo e cui discendenti avevano dato origine a Troia.
che discendeva da Ascanio (detto Iulo dai La- Dunque, era un ritorno a casa, non un viaggio
tini) e dagli altri protagonisti, eroici e divini, alla volta di un mondo sconosciuto. La naviga-
delle vicende di Troia e di Roma. zione, osteggiata da Giunone, acerrima nemica
Virgilio iniziò il racconto ricollegandosi all’I- di Enea, fu lunga e turbolenta, e i fuggiaschi

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20 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

IL MITO DELLA FONDAZIONE

I l rito della fondazione della città da parte di Romo-


lo, descritto da Marco Terenzio Varrone, è simile
all’analogo rituale etrusco. Dopo aver scelto il luo-
go adatto, il sacerdote delimitava con un bastone
ricurvo (il lituo) il templum, ossia la porzione di cielo
considerata sacra. Gli assi nord-sud e est-ovest sud-
dividevano la volta celeste in quattro quadranti, cia-
scuno sede di una divinità: i fenomeni che vi si mani-
festavano erano significativi per il destino della città.
Il templum celeste si rifletteva sulla Terra: per questa
ragione, all’incrocio degli assi si scavava una fossa
(mundus) per collegare il mondo dei vivi a quello dei
morti; poi, con un aratro dal vomere di bronzo attac-
cato a un bue e a una vacca bianchi, si tracciava (da
destra verso sinistra) il perimetro delle mura, interrotto
in corrispondenza delle porte. Esso era inviolabile
e chi osava attraversarlo era punito con la morte.
Chiudeva la cerimonia un rito sacrificale.

dovettero affrontare tempeste e naufragi. Lun- dal nome della moglie) e una nuova patria. L’EPOPEA DIPINTA
go il cammino incontrarono morte e amore La penna che Virgilio aveva intinto nel mito Sotto, Storie della
(celebre quello di Enea per la regina di Carta- fu raccolta da uno storico, Tito Livio, che conti- fondazione di Roma,
gine, Didone, che si uccise, disperata, alla sua nuò la narrazione attingendo dal copioso reper- dipinte dai Carracci
partenza). Quando finalmente approdarono torio di leggende a cui era rimasto il compito di (1590 ca., Palazzo
sulle coste laziali, erano già trascorsi più di set- narrare il passato remoto dell’Urbe, dopo che gli Magnani a Bologna):
te anni dalla fine della Guerra di Troia. archivi cittadini erano andati distrutti durante il 1) La Lupa; 2) Remo
famoso sacco di Brenno del 390 a.C. Secondo il e i ladri; 3) Remo in
DALLA POESIA ALLA STORIA racconto di Livio, Enea regnò per quattro anni e catene; 4) Uccisione
Sulla terra che gli dei avevano destinato loro alla fine di questo tempo felice venne assunto in di Amulio; 5) Profughi
regnava Latino, la cui figlia, Lavinia, era stata cielo tra lampi e tuoni (stessa sorte che sarebbe sul Campidoglio; 6)
promessa in sposa a Turno, capo dei Rutuli. toccata, molti anni dopo, a Romolo). Rimasta Romolo fonda Roma;
Ma ancora una volta il Fato rimescolò le carte vedova, Lavinia detenne il potere in attesa della 7) Ratto delle Sabine;
e la giovane, innamoratasi di Enea, venne con- maggiore età di Ascanio. Intanto la popolazio- 8) Spoglie di Acrone;
cessa dal padre all’eroe troiano. La guerra fra ne crebbe a dismisura e il figlio di Enea lasciò 9) Guerra con i Sabi-
Turno ed Enea fu inevitabile e si concluse con alla madre il timone della fiorente Lavinio per ni; 10) Morte di Tito
l’epico duello tra i due e la vittoria dell’esule andare a fondare una nuova città alle pendici Tazio; 11) Peste; 12) Il
che, ucciso il rivale, ottenne la mano di Lavi- del monte Albano. Su Alba Longa (questo il Veiente schernito; 13)
nia e con essa, finalmente, una città (Lavinio, nome della nuova colonia) Ascanio governò › Superbia di Romolo.

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CIVILTÀ ROMANA 21
AB URBE CONDITA

MADRI E PADRI fino alla morte e gli succedettero sul trono trenta to dove l’acqua era più alta, sbarazzandosene
Nell’ovale, Rea Sil- discendenti, fino a Numitore. Costui fu scelto per sempre. Ma sul destino dei due infanti, e
via, nuda e afflitta, dal padre, Proca, in quanto maggiore del fratello sulla futura nascita di Roma, vegliavano gli dei.
assiste inerme Amulio. Quest’ultimo, però, non accettò di far- In quei giorni, infatti, il fiume era straripato,
al ratto dei figli si da parte e, accecato dalla sete di potere, allagando parte dei terreni, e gli incari-
da parte di uno destituì brutalmente il fratello, ne uc- cati del doppio infanticidio decisero
sgherro di Amulio, cise i figli maschi e, per scongiurare di non avventurarsi fino al punto
usurpatore del trono qualsiasi altra discendenza legitti- stabilito, abbandonando il cane-
di Alba Longa. ma, ordinò alla nipote Rea Sil- stro con i fanciulli in un tratto
via di farsi vestale, obbligando- in cui le acque erano meno tu-
la in questo modo ad almeno multuose, convinti che la cor-
trent’anni di castità. rente li avrebbe comunque
Ma neanche al feroce Amu- ghermiti. Il Tevere fu però
lio, a quanto pare, era conces- di tutt’altro avviso e indiriz-
so di intralciare i disegni del zò il cesto verso una pozza di
Fato. Nonostante il divieto, la acqua bassa, dove il fagotto
nipote, a seguito di una violen- di vimini con i due lattanti si
za (forse di un pretendente, forse arenò sotto un albero di fico.
dello stesso Amulio), partorì due
gemelli, Romolo e Remo, e si affret- I FIGLI DELLA LUPA
tò ad attribuirne la paternità al dio Marte, Spinta dalla sete, alla pozza si avvicinò la
sperando così di giustificare la propria colpa. Gli Lupa, temuta dai pastori per la sua ferocia. Atti-
sgherri dello zio, però, non si lasciarono intene- rata dal vagito dei gemelli, però, la belva non li
rire dal racconto: la donna finì in catene, pena aggredì, ma offrì loro le sue mammelle (sul po-
spettante a ogni vestale che violasse l’obbligo di sto sarebbe poi sorto il santuario del Lupercale,
castità. Per Romolo e Remo, Amulio aveva inve- le cui tracce sono state riscoperte solo nel 2007).
ce un altro progetto: gettarli nel Tevere, nel pun- Sbalordito dall’improvvisa mansuetudine della
bestia, un pastore di nome Faustolo decise di
portare a casa i due neonati e di affidarli alla
PAROLE DI ROMA sua compagna, Acca Larenzia, perché li allevas-

Roma
se. Non mancarono i maligni che rimarcarono
come la donna, dedita al meretricio, fosse chia-
mata “lupa” (prostituta) dai pastori della zona.
Accuditi dalla coppia (all’insaputa di Amu-
L’origine del nome “Roma” era un mistero per gli stessi Romani, lio, che li credeva morti), i bambini crebbero
che fecero in proposito diverse ipotesi. Qualcuno riteneva che de- forti e sani insieme agli altri figli del pastore.
rivasse dal nome del primo re, Romolo, anche se è più probabile Partecipavano al duro lavoro negli ovili e pa-
il contrario, cioè che il fondatore abbia preso nome dalla città. scolavano le greggi, ma il loro passatempo pre-
Plutarco fornisce due interpretazioni: nella prima, Roma derivereb- ferito era quello di battere i boschi al comando
be dal greco rhomè, che significa “forza”; nella seconda, il nome di un piccolo esercito di coetanei, insieme ai
risalirebbe alla fanciulla Roma, figlia di Italo e Leucaria (oppure di quali tendevano imboscate alle bande di ladri
Telefo, figlio di Ercole), andata in sposa a Enea. che funestavano le campagne depredando i
Servio, vissuto tra IV e V secolo d.C., sosteneva che Roma de- contadini. Il bottino di quelle incursioni fini-
rivasse dal nome arcaico del Tevere, Rumon o Rumen, dalla ra- va equamente diviso tra tutti i pastori e, con il
dice linguistica indoeuropea ruo, che significa “scorrere”. Roma, tempo, la fama dei gemelli crebbe a tal punto
quindi, sarebbe stata la “città sul fiume” e l’appellativo romanus, che sempre più giovani vollero unirsi a loro. Di
in origine, avrebbe avuto il significato di “fluviale”. Un’altra spie- pari passo cresceva anche il rancore dei banditi
gazione fa discendere Roma dalla parola arcaica ruma, “mam- a cui era stato sottratto più volte il malloppo.
mella”, richiamando i seni della Lupa che allattò Romolo e Remo Un giorno, racconta Livio, durante la festa dei
oppure l’antico nome del colle Palatino, simile a una mammella. Lupercali, che si celebrava sul colle Palatino, al-
cuni briganti approfittarono della confusione e
Continua a pag. 26

22 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

LO STORICO
LA NASCITA DI ROMA Al centro, Tito Livio
(59 a.C.-17 d.C.),
NELL’AB URBE CONDITA, LIBRO I, DI TITO LIVIO autore dei 142 libri
dell’Ab Urbe condita
Inter Lavinium et Albam Longam coloniam Tra la fondazione di Lavinio e la deduzione della (Storia di Roma dal-
deductam triginta ferme interfuere anni […] colonia di Alba Longa intercorsero pressappoco la sua fondazione),
Pax ita conuenerat ut Etruscis Latinisque fluuius trent’anni […] Il trattato di pace aveva stabilito che scritti nel corso di
Albula, quem nunc Tiberim vocant, finis esset per Etruschi e Latini il confine fosse rappresentato una dozzina di anni.
[…] Proca deinde regnat. Is Numitorem dal fiume Albula, il Tevere dei giorni nostri […] Ce ne sono arrivati
atque Amulium procreat, Numitori, qui stirpis Quindi regnò Proca. Egli generò Numitore e solo 35, di cui alcu-
maximus erat, regnum vetustum Silviae gentis Amulio. A Numitore, che era il maggiore, lasciò ni incompleti. Proba-
legat. Plus tamen vis potuit quam voluntas in eredità l’antico regno della dinastia Silvia. Ma bilmente, secondo le
patris aut verecundia aetatis: pulso fratre la violenza poté più che la volontà del padre o intenzioni dell’auto-
Amulius regnat. Addit sceleri scelus: stirpem la deferenza nei confronti della primogenitura: re, l’opera doveva
fratris virilem interimit, fratris filiae Reae Silviae dopo aver estromesso il fratello, sale al trono essere composta da
per speciem honoris cum Vestalem eam legisset Amulio. Questi commise un crimine dietro l’altro: 150 libri e narrare le
perpetua virginitate spem partus adimit. i figli maschi del fratello li fece uccidere, mentre storie di Roma dalla
a Rea Silvia, la femmina, avendola fondazione fino alla
Vi compressa Vestalis cum nominata vestale (cosa che egli fece morte di Augusto (14
geminum partum edidisset, passare come un’onorificenza), d.C.). La scomparsa
seu ita rata seu quia deus tolse la speranza di diventare di Livio interruppe la
auctor culpae honestior erat, madre, condannandola a una stesura al libro 142,
Martem incertae stirpis verginità perpetua. che forse si conclu-
patrem nuncupat. Sed nec deva con la morte
di nec homines aut ipsam La vestale, vittima di di Druso o con la
aut stirpem a crudelitate uno stupro, diede alla disfatta di Varo
regia vindicant: sacerdos luce due gemelli. Sia che in Germania, en-
vincta in custodiam datur, fosse in buona fede, sia trambe avvenute
pueros in profluentem che intendesse rendere nel corso del 9 a.C.
aquam mitti iubet. meno turpe la propria colpa
Tenet fama cum fluitantem attribuendone la responsabilità
alveum, quo expositi erant a un dio, dichiarò Marte padre
pueri, tenuis in sicco aqua della prole sospetta. Ma né gli dei
destituisset, lupam sitientem ex né gli uomini riescono a sottrarre lei
montibus qui circa sunt ad puerilem e i figli alla crudeltà del re: costui diede
vagitum cursum flexisse; eam submissas ordine di arrestare e incatenare la sacerdotessa e
infantibus adeo mitem praebuisse mammas ut di buttare i due neonati nella corrente del fiume.
lingua lambentem pueros magister regii pecoris Tuttora è viva la tradizione orale secondo la
invenerit: Faustolo fuisse nomen ferunt ab eo quale, quando l’acqua bassa lasciò in una secca
ad stabula Larentiae uxori educandos datos. la cesta nella quale erano stati abbandonati i
bambini, una lupa assetata proveniente dai monti
Romulum Remumque cupido cepit in iis dei dintorni deviò la sua corsa in direzione del loro
locis ubi expositi ubique educati erant urbis vagito; accucciatasi, offrì loro il suo latte con una
condendae. Et supererat multitudo Albanorum tale dolcezza che il capo pastore del gregge reale
Latinorumque; ad id pastores quoque la trovò intenta a leccare i due neonati: dicono si
accesserant, qui omnes facile spem facerent chiamasse Faustolo, il quale poi, tornato alle stalle,
parvam Albam, parvum Lavinium prae ea urbe li diede alla moglie Larenzia affinché li allevasse.
quae conderetur fore. Intervenit deinde his Romolo e Remo furono presi dal desiderio di
cogitationibus avitum malum, regni cupido, fondare una città in quei luoghi in cui erano stati
atque inde foedum certamen coortum a satis esposti e allevati. Inoltre la popolazione di Albani
miti principio. Quoniam gemini essent nec e Latini era in eccesso. A questi si erano anche

CIVILTÀ ROMANA 23
AB URBE CONDITA

I FUGGIASCHI aetatis verecundia discrimen facere posset, ut di aggiunti i pastori. Tutti insieme certamente nutrivano
Una terracotta del quorum tutelae ea loca essent auguriis legerent la speranza che Alba Longa e Lavinio sarebbero
I secolo, ritrovata a qui nomen novae urbi daret, qui conditam state piccole nei confronti della città che stava per
Pompei, con la raffi- imperio regeret, Palatium Romulus, Remus essere fondata. Su questi progetti si innestò poi
gurazione della fuga Aventinum ad inaugurandum templa capiunt. un tarlo ereditato dagli avi, cioè la sete di potere,
di Enea da Troia. La e di lì nacque una contesa fatale dopo un inizio
mano destra stringe Priori Remo augurium venisse fertur, sex abbastanza tranquillo. Siccome erano gemelli e il
quella del figliolo voltures; iamque nuntiato augurio cum duplex rispetto per la primogenitura non poteva funzionare
Ascanio, mentre numerus Romulo se ostendisset, utrumque come criterio elettivo, affinché fossero gli dei che
sulle spalle l’eroe regem sua multitudo consalutauerat: tempore proteggevano quei luoghi a indicare attraverso
trasporta l’anziano illi praecepto, at hi numero auium regnum segni augurali chi dovesse dare il nome alla nuova
padre, Anchise. trahebant. Inde cum altercatione congressi città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione,
certamine irarum ad caedem vertuntur; ibi in Romolo, per prendere gli auspici, prese come
turba ictus Remus cecidit. Volgatior fama est luogo di osservazione il Palatino, Remo l’Aventino.
ludibrio fratris Remum novos transiluisse muros;
inde ab irato Romulo, cum verbis quoque Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò
increpitans adiecisset, «Sic deinde, quicumque a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano
alius transiliet moenia mea», interfectum. Ita apparsi il doppio quando ormai il presagio
solus potitus imperio Romulus; era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano
condita urbs conditoris proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente.
nomine appellata. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base
alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero
Rebus divinis rite degli uccelli osservati. Ne nacque una discussione
perpetratis vocataque e dal rabbioso scontro a parole si passò al
ad concilium multitudine sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a
quae coalescere in terra. È più nota la versione secondo la quale
populi unius corpus Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe
nulla re praeterquam scavalcato le mura appena erette e quindi
legibus poterat, iura Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato
dedit; quae ita sancta aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora
generi hominum in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le
agresti fore ratus, si mie mura». In questo modo Romolo s’impossessò
se ipse venerabilem da solo del potere e la città appena fondata prese
insignibus imperii il nome del suo fondatore.
fecisset, cum cetero
habitu se augustiorem, Sistemata la sfera del divino in maniera
tum maxime lictoribus conforme alle usanze religiose e convocata in
duodecim sumptis fecit. assemblea la massa (che nulla, salvo il vincolo
Alii ab numero auium quae giuridico, poteva unire nel complesso di un solo
augurio regnum portenderant popolo) diede loro un sistema di leggi. Pensando
eum secutum numerum che esso sarebbe stato inviolabile per quei rozzi
putant. me haud paenitet villici solo a patto di rendere se stesso degno
eorum sententiae esse di venerazione per i segni distintivi dell’autorità,
quibus et apparitores hoc diventò più maestoso sia nella persona sia,
genus ab Etruscis finitimis, soprattutto, grazie ai dodici littori di cui si circondò.
unde sella curulis, unde toga Alcuni ritengono che egli adottò il numero in base
praetexta sumpta est, et a quello degli uccelli che, con il loro augurio, gli
numerum quoque ipsum avevano pronosticato il regno. A me non dispiace
ductum placet, et ita la tesi di quelli che sostengono che tanto questo
habuisse Etruscos quod tipo di aiutanti quanto il loro numero siano stati
ex duodecim populis importati dalla confinante Etruria (da dove furono
communiter creato rege introdotte la sedia curule e la toga pretesta) tanto

24 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

singulos singuli populi lictores dederint. […] questo tipo di aiutanti quanto il loro numero. Essi UOMINI E DEI
Centum creat senatores, sive quia is numerus ritengono che la cosa fosse tale anche presso gli Rilievo di un altare
satis erat, sive quia soli centum erant qui Etruschi, dal momento che, una volta eletto il re dedicato a Marte e
creari patres possent. Patres certe ab honore dall’insieme dei dodici popoli, ciascuno di costoro Venere, che illustra
patriciique progenies eorum appellati. forniva un littore a testa. […] Romolo elesse cento la scena dell’allat-
senatori, sia perché questo numero era sufficiente, tamento di Romolo
Iam res Romana adeo erat ualida ut cuilibet sia perché erano soltanto cento quelli che potevano e Remo. I gemelli
finitimarum civitatum bello par esset; sed ambire a una carica del genere. In ogni caso, tale vengono osservati
penuria mulierum hominis aetatem duratura onore valse loro il titolo di “padri”, mentre i loro da alcuni pastori e
magnitudo erat, quippe quibus nec domi spes discendenti furono chiamati “patrizi”. da Fauno, una delle
prolis nec cum finitimis conubia essent. Tum ex divinità più antiche
consilio patrum Romulus legatos circa vicinas Roma era ormai così potente che poteva del culto romano.
gentes misit qui societatem conubiumque novo permettersi di competere militarmente con Tra le rocce si nota
populo peterent. […] Vbi spectaculi tempus venit qualunque popolo dei dintorni. Ma per la penuria un’aquila, sacra a
deditaeque eo mentes cum oculis erant, tum di donne tale grandezza era destinata a durare Giove e destinata
ex composito orta vis signoque dato iuventus una sola generazione, perché essi non potevano a diventare uno dei
Romana ad rapiendas virgines discurrit. Magna sperare di avere figli in patria né di sposarsi con simboli dell’Urbe.
pars forte in quem quaeque inciderat raptae: donne della zona. Allora, su consiglio dei senatori,
quasdam forma excellentes, primoribus patrum Romolo inviò ambasciatori alle genti limitrofe
destinatas, ex plebe homines quibus datum per stipulare un trattato di alleanza con il nuovo
negotium erat domos deferebant. popolo e favorire la celebrazione di matrimoni.
[…] Quando arrivò il momento previsto per lo
[…] Nec raptis aut spes de se melior spettacolo e tutti erano concentratissimi sui giochi,
aut indignatio est minor. Sed ipse Romulus allora, come convenuto, scoppiò un tumulto e la
circumibat docebatque patrum id superbia gioventù romana, a un preciso segnale, si mise
factum qui conubium finitimis negassent; illas a correre all’impazzata per rapire le ragazze.
tamen in matrimonio, in societate fortunarum Molte finivano nelle mani del primo in cui si
omnium civitatisque et quo nihil carius humano imbattevano: quelle che spiccavano sulle altre per
generi sit liberum fore; mollirent modo iras et, bellezza, destinate ai senatori più insigni, venivano
quibus fors corpora dedisset, darent animos. trascinate nelle case di questi ultimi da plebei cui
era stato affidato quel compito.

[…] Le donne rapite,


d’altra parte, non avevano
maggiori speranze circa
se stesse né minore
indignazione. Ma Romolo
in persona si aggirava tra
di loro e le informava che
la cosa era successa per
l’arroganza dei loro padri, i
quali avevano negato ai vicini la
possibilità di contrarre matrimoni.
Le donne, comunque, sarebbero
diventate loro spose, avrebbero
condiviso tutti i loro beni, la loro
patria e, cosa di cui niente è più
caro agli esseri umani, i figli.
Che ora, dunque, frenassero
la collera e affidassero il
cuore a chi la sorte aveva
già dato il loro corpo.

CIVILTÀ ROMANA 25
AB URBE CONDITA

saltarono addosso ai gemelli per regolare i con- Remo, il ragazzo che avrebbe dovuto punire,
ti: Romolo riuscì a respingere l’assalto, mentre e apprese che aveva un gemello e che entrambi
Remo cadde prigioniero e venne condotto pri- avevano la stessa età dei suoi nipoti se fossero
ma al cospetto di Amulio, poi di fronte a Nu- scampati alle acque del Tevere. Convinto di
mitore, suo nonno, perché fosse punito. Nel trovarsi al cospetto di uno di loro, liberò Remo
frattempo, Faustolo decise che era venuto il affinché raggiungesse il fratello, in modo da
momento di svelare a Romolo la sua vera iden- averli poi con lui entrambi. Remo, però, corse
tità e i torti subiti dalla sua famiglia, suscitando a dar man forte a Romolo che, appresa la ve-
in lui un’implacabile sete di vendetta. rità sulla propria origine, si era già impegnato
Numitore, in preda ai dubbi, interrogò nell’assedio di Alba Longa. I gemelli ebbero la
meglio: giustiziarono Amulio e giunsero nella
piazza della città proprio mentre Numitore sta-
va spiegando alla folla gli orribili delitti perpe-
trati dal fratello usurpatore. Il popolo acclamò
il vecchio come legittimo sovrano, e i nipoti
ritrovati vennero salutati come liberatori.
IL VENERABILE FICO Ma Alba Longa stava stretta ai due ambiziosi
fratelli, che non chiesero ricompense, ma solo

V eniva chiamato fico ruminale (dal latino ruma, mammella,


o forse dal nome del fondatore, Romolo) ed era l’albero di
fico selvatico, posto sulla riva al Tevere, all’ombra del quale si
il permesso di tornare sul Tevere, là dov’erano
stati abbandonati, per fondare una nuova città
da far crescere grande e potente.
fermò il cesto in cui furono adagiati Romolo e Remo, destinati
all’annegamento dal malvagio Amulio. Presso quel fico, la Lupa LA LOTTA FRATRICIDA DELLE ORIGINI
li salvò e il luogo divenne, nell’antica Roma, meta sacra dei Cupidigia e brama di potere erano però un
pastori, che vi si recavano con offerte di latte. marchio di famiglia, e i due ben presto entra-
Legato alla fondazione dell’Urbe, il fico era considerato un rono in contrasto. Essendo gemelli, non pote-
albero fausto e fino all’età imperiale fu oggetto di costante vene- va essere l’età a decidere il primato dell’uno o
razione. Ne fu piantato uno anche nel Foro, ritenendo la piantu- dell’altro: chi dei due, dunque, avrebbe avuto il
mazione di buon auspicio per le sorti dell’Urbe: ogni volta che diritto di dare il proprio nome alla nuova città?
la pianta moriva, veniva sostituita da una nuova. Convennero che gli dei avrebbero deciso per
loro. Allora si usava interpretare i segni del cie-
lo, e il presagio divino era costituito dal volo
degli uccelli. Per osservarli, Romolo salì sul
colle Palatino e Remo sull’Aventino: Remo av-
vistò sei avvoltoi, mentre Romolo sostenne di
averne visti dodici. Il primo disse di aver scorto
per primo i rapaci, rivendicando la vittoria, ma
il secondo gli rispose in maniera sprezzante.
Tra i due e le reciproche fazioni scoppiò una
rissa, e alla fine Remo cadde mortalmente ferito.
Secondo alcune fonti (è la versione della storia
destinata a maggior successo) fu proprio Romo-
lo a infliggere al fratello la ferita mortale. Ciò
sarebbe avvenuto dopo che Remo, in segno di
scherno, aveva osato oltrepassare, armato, il sol-
co perimetrale appena tracciato dal gemello.
Rimasto solo al comando, Romolo battezzò la
città con il suo nome e celebrò riti sacri per pro-
piziarsi il favore dei numi; poi chiamò a raccolta
gli abitanti e dettò le norme che avrebbero go-
vernato la nuova comunità. La vicenda riprende
un mito archetipico indoeuropeo: quello dei

26 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

LA “DUBBIA” MATERNITÀ DI ASCANIO

N ella sua opera, Livio non chiarisce la maternità di Ascanio.


Se infatti, all’inizio, la attribuisce a Lavinia, sposa di Enea (a
destra, il matrimonio fra i due), successivamente non esclude che
lo stesso personaggio sia da identificare con Iulo, che la gens
Iulia indicava come capostipite. In tal caso Ascanio non sareb-
be stato figlio di Lavinia, bensì di Creusa, già moglie di Enea.
Ascanio, infatti, compare nell’Eneide di Virgilio durante il rac-
conto della caduta di Troia, quando rimane illeso nonostante
sia stato avvolto da una lingua di fuoco. L’episodio suggerisce al
lettore una protezione del giovane da parte delle divinità, che lo
salvano, consapevoli del significativo ruolo che avrà nella nascita
della potenza romana. L’attribuzione del secondo nome, Iulo, al
figlio dell’eroe troiano permise al poema virgiliano di contribuire a
legittimare Ottaviano, glorificando le origini della gens Iulia.

due fratelli capostipiti che incarnano opposti si espanse aprendo le porte a popoli provenienti IL DIO LUPO
modelli di civiltà, l’uno destinato a trionfare, dai dintorni, ai quali Romolo concesse asilo e la Nel tondo, Fauno
l’altro a soccombere. Romolo, eletto dagli dei e promessa di un nuovo inizio. Fra loro c’erano Luperco, o sempli-
da loro sacralizzato, sceglie come sede il Palatino schiavi e uomini liberi. Non pochi erano banditi cemente Luperco,
e traccia il “pomerio”, il perimetro al cui inter- dal passato fosco: per governarli fu istituito un divinità della Roma
no sarà compresa la comunità degli iniziati al consiglio e vennero scelti cento senatori, che sa- arcaica in onore del-
culto che renderà grande la città. Remo, rebbero diventati i padri del nuovo Stato. la quale, a metà feb-
invece, ne resta fuori, escluso dai Fatta Roma e costituito un nu- braio, si celebravano
misteri, e incarna il caos in- cleo originario di cittadini mag- riti di purificazione
differenziato che minaccia giorenti, restava il problema e fertilità: i Lupercali
l’ordine e la sopravvivenza di garantire un futuro a prendevano avvio
della comunità. Sovverte una città in cui scarseg- nella grotta presso
quest’ordine oltrepassan- giavano le donne. Anco- cui Romolo e Remo
do il confine tra sacro ra una volta fu Romolo erano stati ritrovati
e profano, compiendo a escogitare l’espediente da Faustolo.
così un sacrilegio: per che avrebbe garanti-
questo Romolo deve pu- to all’Urbe una florida
nirlo con la morte. discendenza. Organizzò
Fondatore, unificatore, sa- una festa (i Consualia, de-
cerdote e legislatore, Romolo dicati a Conso, protettore dei
rafforzò la propria autorità rive- raccolti) e invitò le comunità vi-
stendosi di abiti sontuosi e circondan- cine, tra cui i Sabini, raccomandan-
dosi di dodici littori, numero scelto non a caso: dosi di portare figlie e sorelle perché allietassero
alludeva a quello dei rapaci che gli erano appar- le danze con la loro grazia. A un cenno del re,
si nel cielo, o forse alle dodici città dei vicini i giovani romani si gettarono sulle innocenti
Etruschi, dai quali Roma aveva mutuato altri ospiti e ne fecero le proprie mogli e le madri dei
emblemi di potere, come la sedia curule (lo futuri Quiriti. Un episodio sicuramente enfatiz-
scranno pieghevole), la toga pretesta (indossata zato, ma che rivela come dietro la genesi della
dagli alti magistrati) e i fasci littori. città ci sia il legame fra genti diverse, unite per
Livio narra come Roma, dopo i primi tempi, gettare le basi della futura grandezza di Roma.

CIVILTÀ ROMANA 27
DANZE, ESTASI
E MUTILAZIONI
Il culto di Cibele, divinità di origine asiatica, si affermò a Roma
anche per la sua natura orgiastica e liberatoria, così distante
dalla rigidezza dei costumi antichi e, talvolta, decisamente sfrenata
di Elisa Filomena Croce

A
nno 204 a.C.: la Seconda guerra pu- ARRIVO NELL’URBE responso: per vincere la guerra, occorre porta-
nica incombe sull’Urbe. Si cerca con- L’ingresso del culto re a Roma il Lapis Niger, la pietra nera sacra
forto non solo nei generali, ma anche di Cibele a Roma a Cibele, colei che diventerà la Magna Mater
negli dei. Si consultano gli oracoli e i Libri secondo Mantegna dei Romani. L’Urbe era solita accogliere di-
Sibillini. Sono questi ultimi a dare il celebre (1505 ca.). vinità di ogni genere all’interno del suo pan-

28 CIVILTÀ ROMANA
RELIGIONE

theon, da Iside a Mitra, da Atargatis a Giove dio sorprese Agdistis mentre dormiva disteso CORTEO DIVINO
Dolicheno. Ma chi era Cibele e quale fu il suo sul ramo di un melograno. Gli legò i genitali A sinistra, la Patera
impatto sulla vita religiosa dell’Impero? in modo tale che lo sfortunato ermafrodito, di Parabiago, piatto
nello svegliarsi di soprassalto e cercando di d’argento del IV
UN MITO CRUENTO scendere dal suo giaciglio, perdesse in modo secolo d.C., ritrovata
Cibele era una divinità anatolica ori- violento e doloroso la sua parte maschile. nel 1907. Ha un
ginaria della Frigia, il cui culto, In tal modo, però, Agdistis inon- diametro di 40 cm e
fatto di danze estatiche, pro- dò di sangue il melograno e un peso di 3,5 kg.
cessioni e automutilazioni, fecondò la ninfa Nana, che Vi si vede il carro
era strettamente legato al diede alla luce Attis. Ama- di Cibele e Attis
susseguirsi delle stagioni, to sia da Cibele che da trainato da leoni.
anche se con il passare Agdistis (ormai soltan- Attorno a esso, tre
dei secoli assunse una to femmina), il bellis- sacerdoti battono gli
connotazione misterica. simo giovinetto venne scudi con le spade
Secondo una delle mol- promesso alla figlia del in segno di felicità.
te versioni del mito, Zeus re Pessinunte. Colmo di In cielo sono rap-
stesso s’invaghì di Cibele e rabbia, tuttavia, l’ex erma- presentati i carri del
tentò di prenderla con la for- frodito fece impazzire tutti i Sole e della Luna,
za. La dea riuscì però a resister- presenti al banchetto nuziale, mentre i quattro putti
gli, cosicché il seme del padre de- fino a indurli all’autocastrazione. nella parte bassa
gli dei cadde a terra, generando Agdistis. Lo stesso Attis si evirò sotto un pino e indicano le stagioni.
Costui si rivelò un ermafrodito estremamente morì dissanguato; dal suo sangue fiorirono le
lussurioso e lascivo, tanto da far infuriare tut- viole. La dea Cibele pianse così amaramente
te le divinità, tra cui Dioniso, che meditò la il suo amato che Zeus le concesse di resusci-
sua vendetta. Dopo averlo fatto ubriacare, il tarlo. Secondo altre fonti, invece, Attis era ›

CIVILTÀ ROMANA 29
DANZE, ESTASI E MUTILAZIONI

DEA MADRE figlio e amante di Cibele, ma si in- lani) si recavano al tempio della dea,
Sotto, statua di Ci- namorò della figlia del re di Frigia, sul Palatino, per ricordare la nascita
bele in trono, con- Pessinunte, e fu la dea stessa, inge- di Attis. Seguiva una settimana di
siderata come dea losita, a farlo impazzire, portandolo digiuni, penitenze e rituali purifica-
madre. Attorno a all’evirazione e poi alla morte. tori, che dovevano preparare il fedele
lei, i leoni del suo alla morte del dio: era il periodo detto
corteo. A destra, NASCITA E MORTE Castus matris, “digiuno della madre”.
un morsetto usato Mai come in questo caso, il rituale Finalmente, il 22 marzo, un pino, che
dai sacerdoti della era strettamente connesso al mito. simboleggiava Attis defunto, veniva
divinità per evirarsi. Le celebrazioni in onore di Cibele portato in processione dai dendrofori
In basso, un’incisio- e Attis, infatti, ripercorrevano i pas- (“portatori di piante”, membri di un
ne settecentesca di si salienti della narrazione: la nascita, collegio sacerdotale scelto fra gli appar-
Giovanni Battista l’autocastrazione, la morte e poi la re- tenenti ai ceti elevati) nella solenne cele-
Piranesi raffigu- surrezione del giovane. Non è strano brazione dell’Arbor intrat (“entrata dell’al-
rante il tempio di che queste feste venissero celebra- bero”). Il pino restava esposto nel tempio
Cibele a Roma. te ogni anno in concomitanza con come una salma in attesa di sepoltura.
l’equinozio di primavera, quando la Ma il vero culmine delle celebrazioni
natura sbocciava di nuovo, proprio era il cosiddetto Dies sanguinis, il “giorno del
come le viole sorte dal sangue di At- sangue”, il 24 marzo. I sacerdoti della dea,
tis, a sottolineare il legame del culto chiamati “galli”, si lanciavano in danze esta-
con l’alternarsi delle stagioni, il mori- tiche e orgiastiche, durante le quali si autofla-
re e rinascere della natura. gellavano, si mutilavano e si ferivano, così da
Iniziava tutto con una processione riempire del loro sangue il pino rituale, pro-
detta Canna intrat, il 15 marzo, prio come il sangue di Attis aveva ricoperto
in cui uomini muniti di giun- la pianta nel racconto mitico, facendo sboc-
chi (i cannephori, “portatori di ciare viole novelle. I nuovi adepti arrivavano a
canne”, appartenenti a un col- evirarsi, pratica necessaria per diventare gallus.
legio sacerdotale di popo- Alla sera, il pino sacro, bagnato dal sangue dei

30 CIVILTÀ ROMANA
RELIGIONE

PAROLE DI ROMA
Gallus
Oltre che il volatile e i
vicini d’oltralpe, la pa
indicava i sacerdoti di rola latina gallus
Cibele. L’etimologia è
be derivare dal nome incerta: potreb-
di un fiume della Frigia
ziati in Anatolia, o da , da i Galati stan-
un re di nome Gallus.
suo uso è ben affermato In og ni modo, il
. Altri studi ricollegano
alcuni demoni sumeri, il ter mine ad
i gallu, sessualmente am
tre in Mesopotamia esi bivalenti, men-
stevano sacerdoti chiam
proprio come i galli, pra ati kalu che,
ticavano sacrifici cruen
I galli, sacerdoti eunuch ti.
i della dea, stranieri o
che non potevano ess schiavi (visto
ere cittadini romani),
so da donna. Truccati si vestivano spes-
e abbigliati con vesti
turbanti, orecchini e ca sgargianti, ricchi
pelli lunghi, accentuav
ibrida che ricordava ano la sessualità
l’ermafrodito Agdistis
mito. Leggevano il futuro di cui parlava il
ai passanti in cambio
mentre nel giorno del di elemosine,
Dies sanguinis si lancia
balli estatici per le vie va no in canti e
della città, muovendosi
un tamburello o di un rap iti al ritmo di
cembalo, fino ad arriva
riversare il proprio sang re a mutilarsi e
ue sul selciato delle stra
de.

sacerdoti, veniva sepolto nei sotterranei del


tempio, in attesa dell’anno successivo, e veglia-
to per il corso dell’intera nottata. (Lavatio), in attesa dei riti dell’anno successivo. GRAN SACERDOTE
Il culto di Cibele si mantenne vivo per l’in- In alto a sinistra,
FINO AL TERMINE DEL PAGANESIMO tera durata del paganesimo. Ne abbiamo una rilievo con la
Dopo la morte di Attis, esattamente come testimonianza artistica ancora nel IV secolo: raffigurazione di un
nel mito, giungeva la sua resurrezio- la bellissima patera (un tipo di coppa archigallo, gran sa-
ne. Il 25 marzo, infatti, era chia- sacrificale) di Parabiago. Eppure, cerdote del culto di
mato Hilaria, “giorno lieto”, il rituale appare estremamente Cibele. Nel tondo,
e coincideva, secondo le dissonante rispetto a quanto piatto cerimoniale
credenze del tempo, con accettato dalla legge roma- con inserti in oro che
il primo giorno più lungo na. Nell’Urbe, com’è noto, rappresenta il corteo
della notte, ossia quello trovavano spazio le religio- della dea, assieme
seguente all’equinozio di ni e i culti più diversi, a al compagno Attis,
primavera. Attis risorge- condizione però che rispet- al Sole e alla Luna.
va, come la natura rinasce tassero le regole di Roma.
dopo il morire dell’inverno, e È quindi facile comprendere
per le strade di Roma il sangue per quale motivo ai cittadini
lasciava il posto alla festa: si svol- dell’Urbe fosse proibito diventa-
geva una solenne e gioiosa processione re galli e perché, con il passare dei secoli,
accompagnata da canti e balli, che partiva dal l’autocastrazione sia stata sostituita dal tauro-
tempio di Cibele sul Palatino e trasportava per bolium, in cui, invece di automutilarsi, i po-
le vie dell’Urbe la statua della dea, in trionfo su tenziali iniziati eviravano un toro e offrivano
una quadriga, al fianco di Attis risorto. il suo sangue alla dea. L’autocastrazione, in-
Gli ultimi due giorni di festa comprendeva- fatti, era proibita dalla legge. Roma garantiva
no il giorno del riposo, la Requietio, e quello in la libertà di culto ma, ancora di più, l’incolu-
cui la statua della dea veniva lavata e purificata mità e la fertilità dei suoi cittadini maschi.

CIVILTÀ ROMANA 31
DELITTO E CASTIGO
Grandi legislatori e padri del diritto anche per noi moderni, i Romani avevano
una visione delle pene molto diversa dalla nostra. E non esitavano
a punire i trasgressori delle leggi, divine e umane, con spietata determinazione

di Francesca Garello

32 CIVILTÀ ROMANA
PENE E PUNIZIONI

NELL’ANTICA ROMA
R
oma ha lasciato in eredità al mondo mo- ALLE BELVE cetto di “giusta pena”. La differenza va ricercata
derno un complesso sistema di leggi di cui Nerone assiste alla nel significato che la punizione ha nella società
si trovano ancora molti elementi nei codi- fine di una martire romana e nella nostra: noi pensiamo che deri-
ci giuridici dei Paesi contemporanei. Per questo cristiana, legata a un vi dalla trasgressione di leggi civili, debba essere
fa una certa impressione constatare come le pene toro e trascinata per commisurata alla trasgressione e tendere a cor-
previste da questo sofisticato sistema siano molto l’arena: è il crudele reggere il reo; i Romani, al contrario, esigevano
lontane dalla nostra sensibilità e dal nostro con- supplizio ad bestias. che rimediasse alla violazione di leggi divine, ›

CIVILTÀ ROMANA 33
DELITTO E CASTIGO NELL’ANTICA ROMA

NEL SACCO concedesse una giusta vendetta alle parti lese e me di regole, definito mos maiorum, “costu-
Sotto, illustrazione costituisse uno spettacolo tale da insegnare al me degli antenati”, era sacro per i Romani.
della poena cullei popolo i rischi di certi comportamenti. In esso si trova l’intento di garantire stabilità
(pena del sacco): alla nascente comunità impedendo il sorgere
l’accusato vi veni- LA RICERCA DELLA PACE CON GLI DEI di faide e vendette incontrollate. A mettere
va cucito assieme Alla base delle normative più antiche di in crisi il patto sacro erano infatti le azio-
ad alcuni animali Roma c’è la necessità di mantenere la pax ni che coincidevano con possibili turbative
e poi buttato nelle deorum, il patto che garantiva l’armonia tra dell’ordine costituito: il tradimento contro lo
acque del Tevere. l’uomo e gli dei, che gli antichi facevano ri- Stato (perduellio), l’uccisione del padre (parri-
salire direttamente a Romolo. Questo insie- cidium), l’infrazione del legame tra patrono e
cliente, il veneficium (la somministrazione di
sostanze velenose) a scopo di aborto, l’appro-
priazione di terre di privati. A giudicare que-
sti reati era preposto il rex, non solo supre-
mo magistrato di Roma ma anche sacerdote.
Tutto il resto era considerato “privato” e la
giustizia veniva applicata dal pater familias,
piccolo re all’interno del nucleo familiare.
Le punizioni dovevano essere esemplari:
la perduellio era punita bastonando a mor-
te il reo dopo averlo appeso a un albero; il
parricidio con la poena cullei, il supplizio del
sacco (l’assassino, chiuso in un sacco di cuo-
io assieme a un cane, un gallo e una vipera,
veniva gettato in un fiume); chi infrangeva il
legame tra patrono e cliente veniva consacra-
to a Plutone, come fosse una vittima per un
sacrificio, e chiunque poteva ucciderlo; analo-

UN SOLLIEVO
PER I CONDANNATI

I Vangeli ricordano il soldato romano che avvicinò alle labbra


di Gesù crocifisso una spugna «imbevuta d’aceto». Si trattò
probabilmente di un gesto di pietà: il soldato offrì a Cristo il
conforto di una bevanda a base di aceto detta posca, mol-
to popolare tra i soldati. È possibile però che si trattasse di
un sedativo, contenuto appunto in una spugna, detta spongia
somnifera (a destra, nella miniatura di un codice medievale).
Questo preparato era uno dei pochi anestetici disponibili
nell’antichità: la spugna veniva bollita a lungo in una mistura
di erbe medicinali, tra cui mandragora, cicuta ed estratti di
papavero, poi veniva fatta seccare e “rinvenuta” nell’acqua
o in altro liquido quando era necessario addormentare un
paziente. Appoggiata sulle labbra dei condannati ai suppli-
zi capitali (come nel caso di Gesù), li avrebbe leggermente
“drogati”, aiutandoli a sopportare meglio il dolore.

34 CIVILTÀ ROMANA
PENE E PUNIZIONI

gamente, consacrato a Giove, era invece chi


spostava i confini di un terreno. Alcune vio-
lazioni “preterintenzionali” si potevano espia-
re sacrificando un animale sostitutivo. Que-
ste regole confluirono nella prima normativa
scritta di Roma, le Leggi delle XII tavole,
redatta all’inizio del periodo repubblicano.

DALLA MORTE FISICA ALLA MORTE CIVILE


Durante la Repubblica si introdusse-
ro sfumature di gravità. Per i reati capi-
tali non si previde soltanto la morte “fisi-
ca”, ma anche quella civile: la perdita della
cittadinanza e l’esilio. La privazione della
cittadinanza veniva definita aquae et ignis
interditio (allontanamento dall’acqua e dal
fuoco), essendo acqua e fuoco considerati
elementi essenziali del vivere civile. Era un
provvedimento di media gravità, in quan-
to non prevedeva la perdita della libertà.
L’esilio costringeva anche a risiedere in un
luogo specifico, solitamente un’isola remota
(deportatio ad insulam), ed era accompagnato
dalla confisca dei beni e dalla perdita defi-
nitiva dei diritti civili. Una forma attenua-
ta di questo provvedimento, la relegatio ad molto dolorosa, perché spesso veniva commi- ESPIAZIONE
insulam, prevedeva che a un certo punto il nata con strisce di cuoio in cima alle quali Sopra, il più antico
reo fosse perdonato e richiamato in patria. si trovava una pallina di piombo, ed era ap- carcere romano,
Questa variante, tipica di reati come plicata dai littori, guardie personali il Tullianum, che si
l’adulterio, l’omicidio involon- dei magistrati. Questo spiega il trova nel foro e, se-
tario, lo stuprum (rapporti significato dei fasci che es- condo la tradizione,
sessuali illeciti fuori dal si recavano come simbolo fu voluto dal re Anco
matrimonio) fu appli- del potere: il fascio di Marzio nel VII se-
cata nei primi anni verghe alludeva alle pu- colo a.C. Era poco
dell’Impero a diverse nizioni minori, la scure, più di una cantina
donne della famiglia che si trovava al centro, umida disposta su
Giulio-Claudia: la fi- alle punizioni capitali. due piani, ma ospitò
glia di Augusto, Giulia Le pene detentive non prigionieri illustri
maggiore, per la sua con- esistevano e il carcere era come l’apostolo
dotta licenziosa fu esiliata solo il preludio a una mor- Pietro e i congiurati
a Pandataria (Ventotene); la te disonorevole, per impicca- di Catilina. Nel
nipote, Giulia minore, sull’isola gione o strangolamento. L’unico tondo, il sacrificio
di Tremerus (Tremiti); Agrippina e carcere di Roma, il Tullianum, era di un piccolo verro:
Livilla, sorelle di Caligola, finirono a Ponza. poco più di una stanza sotterranea su due spesso l’offerta di un
livelli, forse in origine una cisterna per l’ac- animale permetteva
PUNIZIONI UMILIANTI O DISONOREVOLI qua. Lì, nel 104 a.C., fu chiuso Giugurta, re di espiare una
Per alcuni delitti minori, come danni fisi- della Numidia sconfitto da Mario, prima di colpa non grave.
ci inflitti involontariamente, si poteva essere essere strangolato; nel 46 a.C. vi fu relegato
semplicemente frustati o battuti con verghe. Vercingetorige, il condottiero dei Galli vin-
Questa pena, riservata a schiavi o stranieri to da Cesare e poi ucciso nello stesso modo.
privi di cittadinanza romana, era inflitta an- Gli schiavi pericolosi potevano anche es-
che ai cittadini allo scopo di umiliarli. Era sere costretti all’ergastulum, un seminter- ›

CIVILTÀ ROMANA 35
DELITTO E CASTIGO NELL’ANTICA ROMA

MORTE VARIA rato dove venivano obbligati a lavorare inca- perché evitava l’esproprio dei beni e lascia-
Sotto, la pena degli tenati uno all’altro, senza mai poter uscire. va intatta la proprietà familiare per gli eredi.
schiavi ribelli guidati Tuttavia, l’imperatore Adriano abolì questa Fu praticato da molti personaggi illustri del-
da Spartaco. La pratica, considerandola troppo disumana. la storia romana, di solito in seguito a con-
crocefissione, molto Anche essere condannati alle mi- danne politiche. Il caso più noto è
usata a Roma, per- niere (ad metalla) o alla gladia- forse quello del filosofo Seneca,
metteva di lasciare i tura era considerato infaman- caduto in disgrazia per aver
condannati in vista, te. La prima, pur essendo partecipato a una congiura
come monito per una pena più lieve del- contro l’imperatore Nero-
gli altri. Nel tondo, la morte, non era più ne. Il modo più dignito-
due amanti: l’adul- umana. Lavorare nelle so di darsi la morte per
terio era soggetto a miniere equivaleva a un cittadino romano
condanne come l’e- una lenta agonia, in- era la sua spada, sulla
silio. Nella pagina fatti la maggior parte quale ci si doveva getta-
a fronte, una scena dei condannati, se aveva re dopo averla infissa nel
di decimazione. Tra scelta, preferiva la gladia- terreno, ma i più preferi-
i reparti macchiatisi tura, dalla quale, con un po’ vano aprirsi le vene immersi
di viltà sul campo, di fortuna e abilità, si poteva in un bagno caldo, che facilita-
veniva scelto un uscire vivi e magari perfino liberi. va il dissanguamento e permetteva
uomo su dieci, poi Esisteva anche una punizione adatta ai pa- di scivolare lentamente in un letale torpore.
ucciso dai suoi trizi o agli esponenti politici più eminenti, ma
stessi commilitoni. si trattava di una pena “definitiva”. Il suicidio LA MORTE COME SPETTACOLO
era considerato un’onorevole “uscita di scena” Quando si parla di punizioni nell’antica
in situazioni difficili ed era scelto dai nobili Roma, il pensiero corre però alle più
spettacolari e atroci, come la crocifissione
e la damnatio ad bestias. Esse occupano un
posto privilegiato nell’immaginario collettivo,
perché legate ai momenti fondanti del
cristianesimo, e sono state molto utilizzate
al cinema, fin dalle sue origini. Si trattava
di punizioni così crudeli che venivano
comminate solo agli schiavi e agli stranieri.
La crocifissione provoca una morte len-
ta, che poteva durare anche diversi giorni, e
nacque come punizione per briganti o schiavi
ribelli: il fatto che i condannati restassero vi-
sibili a lungo mentre agonizzavano costituiva
un monito per gli altri schiavi. Nel 71 a.C.,
6.000 ribelli seguaci di Spartaco furono cro-
cifissi lungo la via Appia, tra Capua e Roma.
Da allora non vi furono più rivolte servili
nella storia dell’Urbe. La stessa pena veni-
va comminata anche per omicidi, gravi fur-
ti, sedizioni o tradimenti. Degli ultimi due
crimini erano accusati in modo particolare i
cristiani che, rifiutandosi di riconoscere l’auto-
rità dello Stato e la sua religione, turbavano
l’ordine pubblico, infrangendo la pax deorum.
Essere gettati alle “bestie” (animali selvati-
ci genericamente intesi) inizialmente era una
pena legata alla guerra: Lucio Emilio Paolo,
vincitore della Terza guerra macedonica, nel

36 CIVILTÀ ROMANA
PENE E PUNIZIONI

LE LEGGI DELLE XII TAVOLE:


UNA COSTITUZIONE ANTICHISSIMA

A metà del V secolo a.C., la plebe di Roma sentì la neces-


sità di far mettere per iscritto una serie di consuetudini
legali che fino a quel momento erano state tramandate oral-
mente e applicate con un certo arbitrio dai giuristi-pontefici
del patriziato. Un’apposita commissione, i decemviri legibus
scribundis, raccolse le prescrizioni in vigore per il diritto pub-
blico e privato e per lo svolgimento dei processi e le fece
incidere su dieci tavole, non si sa se di legno o di bronzo.
Altre due tavole furono aggiunte poco dopo. Le dodici tavole
furono esposte nel foro ma bruciarono nel sacco di Roma del
390 a.C. Il loro testo è stato ricostruito dagli studiosi (a destra,
una copia a stampa del Seicento) sulla base di citazioni ripor-
tate nelle opere antiche. Questo corpus giuridico era così im-
portante che, come testimonia Cicerone, veniva fatto imparare
a memoria ai bambini, come parte dell’istruzione elementare.

167 a.C. fece schiacciare dagli elefanti i di-


sertori dell’esercito nemico. Nel 146, Scipione
Emiliano inserì un’esecuzione simile in uno
spettacolo offerto per celebrare il suo trionfo
dopo la vittoria definitiva su Cartagine. L’u-
nione di animali esotici all’esecuzione pub-
blica e granguignolesca dei criminali piacque
così tanto da diventare presto un tipo ben
codificato di intrattenimento, tanto popola-
re da essere raffigurato su mosaici e vasella-
me. Di solito era una pena per avvelenatori,
falsari e sobillatori di rivolte (perciò anche i
cristiani) e fu praticata senza mai perdere po-
polarità fino a quando Costantino, nel 325,
stabilì di commutare tutte le condanne a
morte nell’arena in deportazioni alle miniere.

LA LUNGA STRADA VERSO I DIRITTI UMANI


L’avvento e la diffusione del cristianesimo mo-
dificò molte di queste punizioni, ma non can-
cellò la crudeltà con cui i condannati venivano
in genere trattati. Bisognerà attendere l’Illumi-
nismo e il saggio di Cesare Beccaria Dei delitti
e delle pene, del 1764, per introdurre concetti
oggi scontati, come la differenza tra reato e pec-
cato, il rispetto dei diritti dei condannati e l’a-
bolizione della tortura e della pena di morte.

CIVILTÀ ROMANA 37
A.D. 410,
IL SACCO
DI ROMA A lungo alleati di Roma contro gli altri popoli germanici, i Visigoti
di Alarico decisero infine di sfruttare la debolezza
dell’Impero per fare bottino e cercare la strada di nuove conquiste
di Lorenzo Vitali

I
l 24 agosto dell’anno 410 d.C., nel cuore SFREGIO ALL’URBE sediavano), si trattava per tutti di un’eventua-
della notte, i Visigoti comandati da Ala- Nella pagina a lità improbabile, se non impossibile. Eppure,
rico penetrarono nell’Urbe, che tenevano fronte, il sacco di mentre scendeva con il suo esercito verso le
sotto assedio ormai da mesi. Il condottiero Roma in un dipinto mura della Città Eterna, Alarico rispose in
germanico conduceva da anni una continua di Joseph-Noël questo modo a un monaco che lo pregava di
schermaglia contro l’Impero, pur avendo Sylvestre, del 1890. ritornare sui suoi passi: «Qualcosa mi spinge
combattuto più volte al suo fianco, quando Tra il 24 e il 27 a proseguire per questa via, dicendomi “vai a
a guidare gli eserciti di Roma era il vandalo agosto, i barbari Roma, e devasta quella città”».
Stilicone. Era dal 390 a.C., cioè dall’epoca in scatenarono l’inferno
cui i Galli guidati da Brenno avevano invaso nell’Urbe, ai danni di ASTUZIA O TRADIMENTO?
la città, che truppe nemiche non entravano persone e monumen- Come riuscì il condottiero gotico a entrare
più in quella che era considerata la capitale ti, ma per ordine di impunemente in una città fortificata e presi-
del mondo, anche se ormai il vero potere po- Alarico risparmiaro- diata da truppe agguerrite, forse inferiori per
litico si era trasferito a Costantinopoli e a Ra- no i templi cristiani. numero a quelle germaniche, ma certamente
venna. Per quanto la caduta dell’Urbe fosse meglio preparate e motivate? Per capirlo, oc-
temuta (era la terza volta che i Visigoti la as- corre fare un passo indietro e tornare a qual- ›

38 CIVILTÀ ROMANA
EVENTI

CIVILTÀ ROMANA 39
A.D. 410, IL SACCO DI ROMA

RE E GENERALI che mese prima, quando Alarico e i suoi ave- inferiore, con minori possibilità economi-
Sotto, Alarico, re dei vano posto l’assedio. Per garantirsi che Roma che, fu certamente la più colpita. Lo storico
Visigoti. Fu il primo non ricevesse approvvigionamenti greco Olimpiodoro, nella sua opera
della sua gente, divi- di alcun tipo, avevano bloccato Discorsi storici, scritta qualche
sa in tribù governate tutte le vie d’accesso; non decennio dopo i fatti, affer-
da singoli sovrani, solo quelle di terra, ma ma che «in quell’assedio
ad assumere il titolo anche il Tevere, impe- di Roma gli abitanti fu-
regale. A destra, un dendo che qualunque rono ridotti a mangiar-
particolare del sar- genere di rifornimen- si l’un l’altro». Forse si
cofago di Stilicone, to potesse arrivare dal tratta di un’esagera-
generale vandalo mare, cioè da Ostia o zione, ma di certo le
dell’esercito romano dal Porto di Roma. condizioni all’interno
che a lungo tenne Dopo mesi di asse- delle mura dovevano
a bada i Visigoti. In dio, la città venne ri- essere tragiche. Forse fu
basso, una preziosa dotta allo stremo dalla il popolino, ridotto alla
aquila gotica ritrova- carenza di cibo e dalle ma- fame, a decidere di aprire le
ta in Spagna. lattie. Un’epidemia di colera, porte per porre fine alla peno-
veicolata dal caldo e dalle pessime sa situazione. Procopio di Cesarea
condizioni igieniche, contribuì a fiaccare la (490-565) sembra condividere quest’ipote-
resistenza della popolazione. Quella di ceto si, abbellendola di particolari che paiono
romanzeschi (come la figura della “traditri-
ce” e il manipolo di servi che, nottetempo,
avrebbero superato le difese militari inter-
ne per aprire le porte); nella sua Storia delle
guerre scrive: «Alcuni riferiscono che Roma
fu espugnata in questo modo. Proba, donna
eminente e ricca della classe senatoriale ro-
mana, provò pietà per i Romani che stavano
per essere annientati dalla fame e dalle altre
sofferenze che stavano sopportando. Essi già
stavano per mangiarsi l’uno con l’altro; e ve-
dendo che non era rimasta loro alcuna spe-
ranza, poiché sia il fiume che il porto erano
bloccati dal nemico, comandò ai domestici
di aprire di notte le porte».
Lo stesso Procopio fornisce però
anche una seconda versione del-
le modalità che permisero ad
Alarico di entrare in città, e
scrive: «Ora dirò come Ala-
rico espugnò Roma. Non
essendo riuscito a espu-
gnarla con la forza o con
altro mezzo, pianificò il
seguente tranello. Tra i
giovani dell’esercito ne
scelse trecento di buo-
na nascita e di grande
valore e spiegò loro, in
segreto, che stava per donar-
li ai patrizi di Roma come
schiavi. Diede loro l’ordine

40 CIVILTÀ ROMANA
EVENTI

di mostrare gentilezza e moderazione e servi-


re i nuovi padroni con la massima diligenza.
Ordinò poi loro, in un giorno fissato, intor-
no a mezzogiorno, quando i loro padroni si
fossero addormentati dopo il pranzo, di re- LE RAGIONI DI UN ASSEDIO
carsi presso la Porta Salaria, uccidere le guar-
die e schiudere gli usci. Giunto il giorno sta-
bilito, Alarico armò la sua forza al completo
per l’attacco e si appostò nei pressi della
I Visigoti erano gen-
ti germaniche di
origine scandinava.
porta. I giovani la aprirono e fecero entrare Emigrarono poi più
Alarico e il suo esercito in città». a sud, sulle sponde
del Danubio, nel ter-
L’URBE VIENE DEVASTATA ritorio della Dacia,
Se l’irruzione avvenne con un trucco o a oggi sul confine fra
causa di un tradimento non è possibile stabi- Moldavia e Roma-
lirlo. Quel che è certo è che ebbe luogo il sac- nia. Da lì, invasero
cheggio della città, anche se Alarico (che era una prima volta il
stato più volte alleato dei Romani e ambiva a territorio imperiale.
ottenere da loro il riconoscimento di una ca- Vennero sconfitti, ma
rica militare) impartì l’ordine di risparmiare invece di respinger-
le chiese. Le considerò luoghi di asilo invio- li, l’imperatore Co-
labili, dove nessuno poteva essere ucciso. Ad- stantino I li accolse
dirittura, il condottiero visigoto, che era un in cambio del loro
cristiano di fede ariana (credeva cioè nella su- aiuto militare nella
periorità di Dio Padre rispetto a Gesù), andò difesa dei confini
a rendere omaggio ai sepolcri degli Apostoli di Roma. Seguì un
e rispettò la sacralità dell’Urbe. periodo di relativa
Le testimonianze sui fatti sono contrad- pace fra le due parti, durante il quale molti Visigoti si converti-
dittorie. Passano da quella catastrofica di san rono al cristianesimo ariano. Il loro vescovo, Ulfila, fu il primo
Girolamo, che nell’Epistola 127 scrive: «Chi traduttore della Bibbia in lingua germanica.
può esporre la carneficina di quella notte? Attorno al 375, sotto la spinta degli Unni che si spostavano
Quali lacrime sono pari alla sua agonia? Una verso occidente, i Visigoti dilagarono all’interno del territorio
città sovrana di antica data cade e senza vita imperiale. Fu un periodo di guerre e trattati, con dure sconfitte
nelle sue strade e case giacciono innumere- militari per i Romani, fra cui la disfatta rimediata ad Adriano-
voli i corpi dei suoi cittadini», a quella più poli (378), in cui perse la vita l’imperatore Valente. Quello vi-
rasserenante di Orosio, che confronta le ge- sigoto era ancora un popolo di tribù federate, con diversi capi
sta di Alarico con quelle di Brenno: «Il terzo che si disputavano il comando. Nel 395, su tutti gli altri sovrani
giorno dal loro ingresso nell’Urbe i barbari prevalse, a furor di popolo, Alarico, che invase con i suoi uo-
se ne andarono dopo aver incendiato, è vero, mini la Grecia. Roma gli oppose il generale Stilicone, di origini
un certo numero di case, ma non quante ne vandale, che fermò il visigoto più volte. Ma l’Impero, volendo-
aveva distrutte l’incendio offerto come spet- selo accattivare come alleato, non giunse mai a sconfiggerlo
tacolo dall’imperatore Nerone. Né in tal pa- definitivamente. In cerca di sovvenzioni, concessioni territoriali
ragone dovrò ricordare i Galli, che per quasi e di un ruolo militare all’interno dell’esercito imperiale, Alarico
un anno calpestarono da padroni le ceneri punzecchiò più volte l’imperatore, ma senza ottenere grandi ri-
dell’Urbe abbattuta e incendiata». sultati e sempre tenuto a bada da Stilicone. Quando costui, per
Lo stesso Orosio racconta che, durante il intrighi di palazzo, venne destituito e messo a morte, Alarico
sacco, un nobile goto, anch’egli di fede cri- ebbe buon gioco: invase l’Italia e condusse le sue truppe fino
stiana, entrò in una casa di religiose, chie- a Roma (sopra, l’assedio in una miniatura del Quattrocento).
dendo a una monaca di consegnargli oro e
argento. Costei rispose che avevano molti
vasi preziosi, ma lo avvertì che erano ap-
partenuti all’apostolo Pietro e che rubarli ›

CIVILTÀ ROMANA 41
A.D. 410, IL SACCO DI ROMA

sarebbe stato un sacrilegio. A quel punto,


il goto avvertì Alarico, che comandò di ri-
portare il tesoro nella basilica di San Pietro.
Tutti coloro che si unirono alla processione,
HITLER ALLA RICERCA DEL TESORO anche i pagani, ebbero salva la vita.
Secondo Procopio, le modalità del sacco

Il luogo esatto della sepoltura di Alarico (sotto) è un mistero.


Del suo leggendario tesoro, che dovrebbe ammontare a 25
tonnellate d’oro e 150 d’argento, non si è mai trovata traccia.
furono le seguenti: «Dopo aver saccheggiato
l’intera città e annientato la maggior parte
dei Romani, i barbari se ne andarono». An-
Celato dalle acque del fiume Busento, lo straordinario cumulo che Sozomeno, storico del V secolo, fornisce
di ricchezze ispirò la fantasia di molti uomini, dando origine a una relazione molto simile: «Alarico permise
una specie di mania che contagiò intellettuali, studiosi, politici e ai suoi seguaci d’impadronirsi di quante più
cacciatori di tesori. La vicenda della sepoltura di Alarico rimase ricchezze dei Romani possibili e di saccheg-
dimenticata per molti secoli, fino al Settecento, quando monsi- giare tutte le case». Ma il più drammatico e
gnor Giuseppe Capecelatro (patrizio napoletano, illuminista e crudo di tutti è il racconto di Socrate Sco-
arcivescovo di Taranto dal 1778 al 1816) finanziò una cam- lastico (380-440): «I barbari saccheggiarono,
pagna di ricerche alla confluenza dei fiumi Busento e Crati, che incendiando il più grande numero di edifici
non raggiunse, tuttavia, alcun risultato. e ammirevoli opere d’arte. Il denaro e gli og-
Prima della Seconda guerra mondiale, Hitler inviò in Calabria getti di valore che essi avevano saccheggiato
una spedizione dell’Ahnenerbe (branca delle SS dedita alla ricer- se li spartirono tra loro. Molti dei principali
ca delle radici mitiche e storiche della germanicità) alla caccia senatori furono giustiziati con pretesti vari».
della tomba del re. Il Führer spedì nel Mezzogiorno perfino il fido
Heinrich Himmler, ma nonostante le consulenze degli storici tede- IL CONTO DEI DANNI
schi, gli scavi alla periferia di Cosenza non diedero risultati. Per Di certo, i danni subiti dalla città furono
qualche settimana si cercò di rintracciare la sepoltura di Alarico, notevoli. Gli edifici nei pressi della Porta Sa-
ma senza trovare il luogo in cui giacevano le sue spoglie, il ca- laria, dove tutto ebbe inizio, furono incen-
vallo, l’armatura e i tesori raccolti nelle azioni di guerra. La tomba diati, e la stessa sorte subirono diversi palaz-
del sovrano, come altri tesori ricercati dai nazisti, rimase inviolata. zi sul colle Celio e alcune residenze private.
Le Terme di Decio ebbero danni ingenti,
il tempio di Giunone Regina venne raso al
suolo, le statue del Foro depredate e decapi-
tate per gioco, l’edificio del Senato dato alle
fiamme. Furono devastati, dopo essere stati
razziati, i depositi alimentari sull’Aventino.
Trastevere, raggiunta alla fine del sacco, ri-
cordò le depredazioni in un’iscrizione nella
chiesa di Santa Maria in Trastevere, voluta
da Celestino I nel 423, dove si fa riferi-
mento alle suppellettili liturgiche date alle
fiamme, nonostante le raccomandazioni di
Alarico. Secondo sant’Agostino, in tutta la
città i Visigoti si diedero a violenze, torture
e stupri, persino ai danni delle monache: ciò
significa che gli ordini impartiti da Alarico
non venne rispettata da tutti.
L’imperatore Onorio, intanto, si trovava a
Ravenna, protetto dalle sue legioni e, soprat-
tutto, dalle paludi che circondavano la città
scelta come nuova capitale dell’Impero d’Oc-
cidente dopo che Milano, posta proprio nel
mezzo di una pianura, si era rivelata troppo
vulnerabile. Con lui c’era anche il papa, Inno-

42 CIVILTÀ ROMANA
EVENTI

cenzo I. Come ricorda portò con sé anche L’INERTE IMPERO


Paolo Orosio (375- la sorella di Onorio, Sotto, in un quadro
420), «accadde che Galla Placidia, allora del pittore preraffa-
il beato Innocen- ventenne e destinata, ellita John William
zo, vescovo della una decina d’anni Waterhouse (1849-
città di Roma, si dopo, a diventare ella 1917), l’inerzia
trovasse allora per stessa imperatrice. I dell’imperatore
occulta provvidenza di barbari devastarono Onorio (384-423),
Dio a Ravenna e non le terre attraversate e che preferisce
vedesse l’eccidio del po- saccheggiarono, raden- accudire i suoi
polo peccatore». A proposito dell’indifferenza dole al suolo, città fiorenti come Nola e Ca- volatili piuttosto che
di Onorio verso le sorti della città, Procopio pua. Poi, raggiunta la punta più estrema della affrontare i barbari.
racconta un aneddoto, forse di fantasia. Ve- Calabria, progettarono di allestire una flotta Lo storico inglese
nuto a conoscenza della tragedia, un eunuco per invadere Sicilia e Africa. Una tempesta o la Edward Gibbon lo
di corte si sarebbe recato dall’imperatore per morte improvvisa di Alarico, a Cosenza, fece definì, non a caso,
riferirgli che Roma era perduta, al che Onorio abbandonare il piano. Il re fu seppellito nel “l’imperatore indif-
avrebbe ribattuto: «Ma se sta beccando dalle letto del fiume Busento, le cui acque furono ferente”. In alto, una
mie mani!»: si riferiva a una delle sue galline, deviate per consentire agli schiavi di scavare fibbia visigota.
che aveva lo stesso nome della Città Eterna. la fossa. Assieme a lui fu interrato il prezioso
I Visigoti, ebbri di orge e sazi di bottino, bottino del sacco di Roma. Chi aveva lavorato
lasciarono Roma alla fine dell’estate o all’ini- alla tomba venne ucciso, affinché non rivelas-
zio dell’autunno, per dirigersi verso il Mez- se il segreto sul luogo in cui il condottiero era
zogiorno. Oltre alle ricchezze razziate, Alarico stato sepolto assieme alla sua fortuna.

CIVILTÀ ROMANA 43
POPPEA
BELLEZZA INQUIETA
Esempio di fascino irresistibile, madre di una bambina divinizzata,
moglie adorata del famigerato Nerone: la vera figura di Poppea
resta un piccolo mistero, spesso infamato da storici pieni di rancore
di Edward Foster

S
SEMPRE INSIEME vetonio, storico e raccoglitore di pet- per i bagni di bellezza nel latte d’asina (di
Nel tondo, Poppea tegolezzi, parla della seconda moglie cui ci parla Plinio nella sua Storia naturale),
e Nerone a cavallo di Nerone in questi termini: «Poppea, è davvero difficile dirlo.
in un marmo di Isaia sposata dodici giorni dopo il divorzio da Ot-
da Pisa, databile a tavia, fu da lui [Nerone] amata in modo sin- DONNA MOLTO AMBIZIOSA
metà Quattrocento. golare». Non dice nulla dei suoi presunti vizi Poppea era nata nel 30 d.C., figlia di Tito
Il rapporto fra i due e si limita ad accennare al fatto che era «stata Ollio, che era stato pretore ai tempi di Tibe-
era così stretto che già moglie di un cavaliere romano». rio e amico di Lucio Elio Seiano.
condividevano non Un altro storico, Tacito, usa Quest’ultimo, prefetto del
solo la casa, ma un tono decisamente più pretorio, cioè comandante
anche i divertimenti maligno: «Viveva a Roma della guardia del corpo
(cosa infrequente per Sabina Poppea. Ebbe dell’imperatore, acquisì
le coppie romane). ogni altra dote fuorché un enorme potere du-
Nella pagina a l’onestà. Accattivante nel rante il periodo che Ti-
fronte, la matrona in parlare, possedeva intel- berio trascorse a Capri,
un dipinto francese ligenza non spregevole. tanto da diventare quasi
del Seicento, che ne Affettava contegno, ma era un secondo sovrano. Ti-
mostra in maniera libertina, e non faceva di- berio, convinto che Seiano
esplicita le proverbia- stinzione tra mariti e amanti. aspirasse al trono, lo fece desti-
li grazie muliebri. Dove si prospettava la convenienza, tuire e condannare a morte (era il 31
lì trasferiva la sua passione. Mentre era spo- d.C.). La sua caduta travolse anche il padre di
sata con il cavaliere romano Rufrio Crispino, Poppea, la cui vita politica fu stroncata. Per
da cui aveva avuto un figlio, si lasciò sedurre evitare l’onta, la ragazza assunse il nome del
da Otone, giovane, mondano e accreditato nonno, Gaio Poppeo Sabino, personaggio di
di intima amicizia con Nerone. Fu tutto ra- un certo prestigio, che era stato governatore
pido: dall’adulterio passò al matrimonio». della Mesia (nei Balcani) per diversi anni e
Chi fosse realmente questa donna, celebre console nel 9 d.C.; inoltre, aveva celebrato

44 CIVILTÀ ROMANA
DONNE

il trionfo nel 26 d.C., dopo aver sedato una


rivolta dei Traci. Anche la madre di Poppea
era donna adusa agli affari di corte, e Tacito
la descrive come una delle più belle del suo
tempo. Invisa a Messalina, moglie dell’impe-
ratore Claudio, fu indotta al suicidio nel 47.
Nulla si sa della vita giovanile di Poppea,
ma dovette frequentare il palazzo, visto che il
suo primo marito, Rufrio Crispino, era mag-
giore della Guardia pretoriana all’epoca di
Claudio. Fu lui che, nel 47, arrestò Decimo
Valerio Asiatico, militare e ricchissimo uomo
politico di cui Messalina voleva accaparrarsi
i beni. Processato sommariamente (tra le ac-
cuse c’erano quelle di praticare l’omosessua-
lità e di essere stato amante della madre di
Poppea), Asiatico fu costretto a darsi la mor-
te, e la cosa valse a Crispino una ricompensa
di un milione di sesterzi. Qualche anno più
tardi, Agrippina, nuova moglie di Claudio,
lo fece destituire per paura che fosse rimasto
fedele a Messalina. Lui e Poppea ebbero un
figlio, cui fu dato lo stesso nome del padre.

UN MARITO E UN AMANTE
Poppea era già sposata con Crispino quando
conobbe Otone, destinato a diventare il suo
secondo consorte. Otone apparteneva a una
famiglia di nobiltà etrusca (era nativo di Fe-
rento), suo nonno era stato senatore e suo pa-
dre amico di Tiberio; entrò presto in contatto
con Nerone e divenne uno dei suoi compagni
di gozzoviglie, favorendo il futuro imperatore
nel suo amore clandestino con la liberta Atte,
malvista da Agrippina. Quando s’invaghì di
Poppea, Nerone obbligò Crispino a divorzia-
re da lei per poterla prendere come amante.
Tuttavia, per rendere la cosa meno scandalosa,
propose a Otone di sposarla. Si era attorno al
58 d.C. e pare che Nerone fosse rimasto abba-
gliato dal fascino di Poppea durante un ban-
chetto. All’epoca, la donna aveva 28 anni e
di certo superava in esperienza (anche erotica)
il pur scaltro imperatore, appena ventunenne.
Un anno più tardi, il principe decise di di-
sfarsi dell’ingombrante madre Agrippina, che
aveva un rapporto decisamente ambiguo con
il figlio; si vociferava addirittura che, per te-
nerlo avvinto a sé e conservare il potere, avesse
tentato di allacciare con lui una relazione in-
cestuosa. Non è escluso che, come sostenuto
da alcuni, anche Poppea abbia avuto una ›

CIVILTÀ ROMANA 45
POPPEA, BELLEZZA INQUIETA

parte nell’assassinio di Agrippina,


ma è assai più probabile che il de-
litto sia maturato dal contrasto tra
madre e figlio, sorto a causa delle
numerose amanti di quest’ultimo.
Quando morì pugnalata, la donna
aveva 44 anni; alla vista del suo ca-
davere, Nerone esclamò: «Non sa-
pevo di avere una madre così bella».
Poppea andò in sposa a Otone, e
forse fu lei a cercare il matrimonio
per entrare nelle grazie dell’imperato-
re. Lo stesso marito, però, fu parte atti-
va nell’intrigo. Scrive Tacito: «Otone in-
sisteva nel lodare, davanti al principe, la do l’imperatore, abbandonata Atte e deciso
bellezza e l’eleganza della moglie, al fine a rinnegare la moglie Claudia Ottavia (figlia
di accrescere, se possedevano la stessa dell’imperatore Claudio e di Messalina, che
donna, la propria potenza grazie a que- aveva sposato nel 53), gli chiese di ripudiare
sto vincolo». Poppea, dal canto suo, non Poppea, lui rifiutò.
lesinava le sue arti di seduzione. Sempre se-
condo lo storico, «accolta a corte, impose FINALMENTE IMPERATRICE
il suo fascino, fingendosi soggiogata Stando a Tacito, Nerone non provava alcun
dalla passione e conquistata dalla affetto per la mite e modesta Ottavia, che
bellezza di Nerone». Otone, tut- aveva sposato solo per ragioni di successione
tavia, finì per innamorarsi davve- al trono, su desiderio della madre. Una vol-
ro della moglie. Tanto che quan- ta tolta di mezzo Agrippina, non aveva più

46 CIVILTÀ ROMANA
DONNE

ragione di tenersela come moglie. Pertanto


costruì a suo danno un castello di accuse,
compresa quella di adulterio, e la relegò in
esilio a Pandataria (Ventotene). Tuttavia, par-
te dell’opinione pubblica romana era decisa-
mente dalla parte della moglie ripudiata. Per
levare di mezzo l’incomodo, Nerone decise
così di farla trucidare: le furono aperte le vene
e morì dissanguata. La testa di Ottavia, spic-
cata dal busto, fu mandata a Roma, proprio a
Poppea, che pochi giorni dopo sposò Nerone.
Otone, spedito a fare il governatore in Lusita-
nia (Portogallo), venne costretto al divorzio.
Era l’estate del 62 d.C. A 32 anni, Poppea
era finalmente imperatrice. Nonostante la
malevolenza di Tacito, pare che il sentimento
fra marito e moglie fosse autentico. Nerone
la stimava e le chiedeva consiglio: sapeva che
era una donna colta, di grande esperienza,
profonda conoscitrice della corte imperiale
e degli intrighi che vi si ordivano, visto che
anche la sua famiglia ne era rimasta vittima.
Il legame tra i due sposi si irrobustì nel 63,
quando dal matrimonio nacque la figlia Clau-
dia. L’evento fu festeggiato conferendo alla
bimba e alla madre il titolo di “augusta” e con divinizzata. «Il suo corpo non fu consumato MARITI RIVALI
l’organizzazione di giochi. Pochi mesi dopo, dal fuoco» scrive Tacito, «bensì imbalsamato e Sopra, Nerone,
però, la piccola morì: in sua memoria venne posto nel sepolcro della casa Giulia. Si tennero terzo marito di Pop-
eretto un tempio e la bambina fu divinizzata. cerimonie pubbliche e Nerone celebrò con un pea, che la strappò
La vita familiare non poté non essere turbata panegirico la bellezza della donna e il suo es- all’amico Otone (a
da eventi gravi come l’incendio del 64, sere stata madre di una bimba divina». sinistra), poi divenuto
che distrusse gran parte di Roma, o Il luogo di morte di Poppea è in- anch’egli imperatore.
la congiura ordita da Pisone, che certo: forse Roma, forse Oplontis Nella pagina a
nel 65 portò alla morte di perso- (oggi Torre Annunziata), dove fronte, in alto: a sini-
naggi come il folosofo Seneca (ex aveva una villa. Qualcuno disse stra, testa di Poppea
precettore di Nerone) e il poeta che la donna non era morta di conservata al Museo
Lucano. Poppea, intanto, restò parto, ma che era stata ripudiata Nazionale Romano;
incinta una seconda volta, nel 65 dal marito, desideroso di sposare a destra, raffigurazio-
o 66. Anche questa gravidanza, Statilia Messalina, e che spirò ne tardomedievale
però, fu nefasta: compli- solo nel 79, durante l’e- del calcio nel ventre
cazioni portarono alla ruzione del Vesuvio. con cui Nerone
morte la madre e il Fatto sta che Ne- avrebbe ucciso la
feto che portava rone, sconvolto moglie incinta. In
in grembo. Tacito per la scomparsa basso, il calidarium
insinua che sia della sua Pop- riccamente affrescato
stato Nerone a pea, fece evirare della villa di Oplon-
uccidere la mo- un liberto greco tis, appartenuta
glie con un cal- di nome Sporo, a Poppea.
cio nel ventre, ma per poi sposarlo; il
la cosa non è suffraga- volto di quel ragazzo,
ta da prove. Anche Poppea, si dice, era identico a
come la piccola Claudia, fu quello dell’amata moglie.

CIVILTÀ ROMANA 47
LA CAVALLERIA
DEI ROMANI
Pur non essendo l’arma preferita della possente macchina da guerra
legionaria, la cavalleria rappresentò sempre un elemento
di forza e velocità da scatenare nei momenti decisivi della battaglia
di Giuseppe Cascarino

48 CIVILTÀ ROMANA
MILITARIA

S
FORZA D’ARIETE econdo la tradizione, Romolo diede bolico, indicativo del livello di ricchezza e di
Con le loro pesanti vita alla prima cavalleria romana con potere di chi lo possedeva, e raramente rive-
cariche, i cavalieri 300 uomini (gli equites), reclutati tra stiva un ruolo tattico durante le battaglie.
catafratti (sotto), il cui i cittadini benestanti che fossero in grado di
nome deriva dal gre- mantenere un cavallo. La proporzione di uno GLI ALLEATI IN SELLA
co e significa “pro- a dieci rispetto alla fanteria rimase sostanzial- Il nerbo della macchina militare romana
tetti fino in fondo”, mente invariata per secoli, quasi a testimo- era e rimase per secoli la legione, che sul
potevano cambiare niare l’estrazione puramente censi- campo di battaglia, grazie alla forza
il risultato di uno taria della cavalleria, nel solco e alla disciplina dei suoi fanti
scontro. Nel tondo, della tradizione di tutto il pesanti, risultava presso-
la lapide funeraria di mondo classico. I cava- ché invincibile.
un cavaliere. Nella lieri, detti anche cele- Sin dai tempi più
pagina a fronte, ca- res, erano organizzati antichi, per le funzio-
valieri leggeri, dalla in 10 squadroni di ni connesse all’im-
Colonna Traiana. 30 uomini ciascu- piego della cavalle-
no, le turmae, po- ria i Romani si affi-
ste ognuna sotto darono soprattutto
il comando di un agli Italici (i socii);
decurione. Il coman- quando costoro non
dante della cavalleria, furono più disponi-
il magister equitum, era bili, poiché avevano
sempre sottoposto al co- ricevuto la cittadinan-
mandante della fanteria. za romana, si rivolsero ad
Sotto il profilo tattico, la altri alleati, con cui affronta-
cavalleria romana, in epoca regia rono le guerre di conquista al di
e per buona parte del periodo repubbli- fuori dell’Italia. Scipione sconfisse Annibale
cano, ebbe compiti con il fondamentale contributo della ca-
di avanguardia, di valleria numidica, ossia nordafricana, dopo
esplorazione e di aver portato dalla sua parte un nemico fino
scorta, ma metteva in ad allora estremamente insidioso; allo stesso
atto anche azioni di modo Cesare sconfisse definitivamente Ver-
disturbo; inoltre, in cingetorige, ad Alesia, anche grazie all’inter-
caso di esito posi- vento della cavalleria mercenaria germanica,
tivo dello scontro, reclutata appena al di là del Reno, a cui ave-
inseguiva il ne- va fornito i propri cavalli.
mico in fuga. In La cavalleria legionaria romana rimase
buona sostanza, sempre quantitativamente contenuta, con
il cavallo serviva compiti di appoggio e di supporto alla le-
soprattutto per spo- gione, tanto che durante il periodo di mas-
starsi rapidamente sul sima espansione dell’Impero, coinciden-
campo di battaglia e per te con le guerre di Traiano, finì quasi per
supportare la fanteria in scomparire, delegando tutte le sue funzioni
difficoltà: in tal caso, una alle formazioni fornite dagli alleati.
volta raggiunto il punto del L’armamento tipico della cavalleria romana
campo di battaglia in cui rimase piuttosto leggero fino al periodo delle
era richiesto il suo interven- Guerre puniche. All’epoca, i cavalieri erano
to, il cavaliere scendeva da ca- privi di corazza e armati con lance sottili e
vallo e combatteva a piedi. fragili, oltre che con un piccolo scudo ro-
I Romani non furono mai tondo fatto di pelle di bue, il popanum, poco
grandi cavalieri. Per loro, come resistente e spesso inaffidabile. Dopo i gravi
per i Greci e gli Etruschi, il rovesci subiti contro le agguerrite cavallerie
cavallo aveva un valore sim- di Annibale, i Romani corsero ai ripari ›

CIVILTÀ ROMANA 49
LA CAVALLERIA DEI ROMANI

adottando l’armamento tipico delle caval-


lerie dei regni ellenistici, fornite di lance
pesanti con punta ai due capi e solidi scudi
LE FORMAZIONI TIPICHE in legno. Protetti da una corazza di anelli di
ferro e da un elmo di tipo beotico, caratte-
DELLA CAVALLERIA ROMANA ristico della cavalleria macedone, i cavalieri
avevano in dotazione una lunga spada, il
gladius hispaniensis, che nei secoli successivi
Formazione a èmbolon Formazione a romboèidon finì per chiamarsi semplicemente spatha.
Con l’espansione verso il Nord e le Gallie,
Decurio Decurio
attorno alla fine del I secolo d.C., comincia-
rono a diffondersi tecniche e pratiche di de-
rivazione celtica, introdotte dai sempre più
numerosi contingenti gallici che entravano
a far parte della cavalleria ausiliaria romana.
La riforma di Augusto inquadrò le forze
di cavalleria nei contingenti ausiliari dell’e-
Optio Optio sercito romano secondo due diverse tipo-
Optio Optio logie di unità, comandate entrambe da un
praefectus romano: l’ala di cavalleria, suddi-
Il decurio, ufficiale paragonabile visa in 16 o 24 turmae com-
al centurione, stava in testa e in poste da 32 cavalieri, e la
coda allo schieramento; l’optio,
un sottufficiale, stava invece ai lati.
cohors equitata, unità mi-
sta di fanteria e cavalleria,
Decurio
composta da 6 centurie di
fanti e da 120 cavalieri di-
stribuiti in 4 turmae.
Sul piano dell’impie-
go tattico, la cohors
equitata svolgeva più
che altro un ruolo
di pattugliamento e
presidio del territorio,
ragione per cui era consi-
derata di rango inferiore rispetto
all’ala di cavalleria vera e propria.

CAVALLI DI PICCOLA TAGLIA


L’iconografia, costituita soprattutto
da lapidi funerarie, fornisce una prezio-
sa fonte d’informazioni sull’armamento
e l’equipaggiamento della cavalleria. La
maggior parte delle rappresentazioni ri-
trae il cavaliere, saldamente in sella, men-
tre colpisce con la lancia un barbaro atter-
rato; altre lapidi mostrano separatamente il
cavaliere, in abiti da cittadino benestante,
e un cavallo riccamente bardato che viene
condotto da uno schiavo.
Le dimensioni dei destrieri utilizza-
ti nell’antichità erano decisamente
contenute rispetto a quelle at-

50
MILITARIA

tuali. L’altezza al garrese dei cavalli varia- La cavalleria dell’esercito romano pote- CORAZZATURE
va dai 120 ai 140 cm, contro i 160-180 va offrire un’ampia variabilità d’impiego, Al centro, una plac-
cm di buona parte degli esempla- in funzione delle varie ca di bronzo che
ri diffusi attualmente. esigenze. Esistevano ca- serviva a proteggere
L’armamento offensivo più valieri pesanti (i cata- le parti più vulnerabi-
comune era costituito fratti), cavalieri leg- li del cavallo, come
da una lancia (lancea), geri e arcieri a caval- fianchi e ventre.
lunga circa 2 m, che lo, detti hippotoxotai. Nella pagina a fron-
poteva essere scagliata La cavalleria pesan- te, il manichino di un
a breve distanza op- te propriamente detta cavaliere con armi e
pure usata per colpire nacque dalla necessità corazza, conservato
dall’alto verso il basso. di contrastare i cavalieri nel Museo romano
Era molto frequente an- corazzati dei Sarmati sul- di Canterbury.
che l’uso di una faretra appesa alla sella, la frontiera del Danubio. Costoro erano
contenente tre o quattro giavellotti corti (ia- protetti da pesanti corazzature, composte ›
cula), da lanciare a distanza ravvicinata. L’ar-
ma da fianco più utilizzata era naturalmente
la spatha, sottile e lunga dai 65 ai 90 cm,
impiegata per colpire soprattutto di taglio.
La protezione del cavaliere era affidata, ol- LA SELLA
tre che all’elmo e alla corazza ad anelli (lorica
hamata, l’unica in grado di consentire un’a-
deguata capacità di movimento al cavallo), a
uno scudo (clipeus) piatto e leggero, di for-
L a sella a quattro corni (scordiscum) era costituita da un telaio
di legno, rinforzato con profili in bronzo e rivestito di cuoio.
La presenza dei quattro corni, due davanti (inclinati verso l’ester-
ma ovale o esagonale, portato di solito appe- no, a contatto con le cosce del cavaliere) e due dietro (vertica-
so obliquamente alla sella. Altre protezioni li, all’altezza delle reni), aveva lo scopo di facilitare l’equilibrio
erano gli schinieri, che riparavano le gam- di chi montava il cavallo, impedendogli di scivolare dal dorso
be soprattutto negli scontri con la fanteria, dell’animale in seguito a urti o movimenti improvvisi; supplivano
mentre cosce e basso ventre erano coperti da in qualche modo all’assenza delle staffe, ancora sconosciute.
“ali” (pteryges) di cuoio o tessuto imbottito. La sella veniva appoggiata su una gualdrappa (tapetum) e as-
La sella era costituita da una leggera coper- sicurata all’animale con una serie di cinghie ventrali e pettorali.
tura di cuoio (ephippion), che proteggeva Questo tipo di sella appare rappresentata per la prima volta in
parzialmente anche il ventre del cavallo. epoca cesariana, e da allora costituì una dotazione costante per
la cavalleria romana fino all’avvento delle staffe, apparse solo
L’IMPIEGO TATTICO nel VI secolo d.C., ben oltre la caduta dell’Impero d’Occidente.
Il contatto con le valide ed esperte caval-
lerie galliche, contro le quali Cesare dovette
misurarsi arruolando contingenti gallici e
germanici, introdusse una serie di innova-
zioni importanti, tra cui l’adozione della
sella a quattro corni. Anche il resto della
selleria e dei finimenti di epoca imperiale
appare di derivazione o comunque d’in-
fluenza celtica. I Celti, a loro volta, si erano
avvalsi di numerosi elementi e innovazioni
tecniche provenienti dall’Europa centrale,
come per esempio gli speroni (calcaria). An-
che il cavallo era spesso dotato di adeguate
protezioni, in cuoio o metallo, sulla fronte
(prometopidion), sul petto (prosternidion),
sui fianchi (parameridion) e soprattutto nei
punti deboli, come il ventre e le cosce.

CIVILTÀ ROMANA 51
LA CAVALLERIA DEI ROMANI

da scaglie metalliche o da placche tavano piccoli animali veloci, privi di sella e


di cuoio indurito, che co- finimenti, con i quali conducevano rapide ed
privano anche i cavalli, efficaci azioni di disturbo delle linee nemiche,
ed erano armati con una scagliando giavellotti leggeri.
grossa lancia da urto, te- In battaglia, le forze di cavalleria romane
nuta a due mani, il contus. venivano abitualmente schierate in forma-
La cavalleria romana si zioni compatte, autonome e di consistenza
adattò prontamente, co- variabile, su non meno di due o tre file. Non
stituendo alcune unità venivano impiegate per attaccare frontalmen-
di catafratti (che impie- te le fanterie organizzate, bensì per colpire i
gò anche sulla frontiera fianchi delle formazioni con attacchi rapidi
orientale, contro i Parti, e e ripetuti, o per inseguire la fanteria e la ca-
successivamente contro i valleria nemiche in ritirata. Per raggiungere
Persiani), chiamati anche l’obiettivo, le formazioni dovevano essere in
clibanarii. Si trattava di grado di eseguire movimenti veloci e rapidi
contingenti piuttosto ri- cambiamenti di direzione, mantenendo com-
dotti: il grosso della caval- pattezza dietro la guida del caposquadrone:
leria continuò a impiegare le formazioni più indicate allo scopo erano
un equipaggiamento e un il cuneo (èmbolon) e il rombo (romboèidon).
armamento leggeri, adatti al
combattimento ravvicinato I CATAFRATTI DEL TARDO IMPERO
e tali da consentire velocità e La necessità di affrontare la crescente mi-
ampia libertà di movimento. naccia barbarica alle frontiere, e di contrastare
La cavalleria leggera dei Mauri, nemici che si spostavano velocemente in sella,
per esempio, erede della cavalle- costrinse i Romani a potenziare notevolmente
ria numidica che aveva combat- le truppe di cavalleria. L’armamento e l’equi-
tuto nelle Guerre puniche, era paggiamento continuarono a rimanere diffe-
composta da elementi che mon- renziati in funzione del “peso” delle diverse ti-

capistrum

LA BARDATURA DELL’ANIMALE psalion

I l cavallo militare romano veniva bardato con una testiera (ca-


pistrum) molto simile a quelle odierne: il morso (frenum) per
controllare l’animale era costituito da due elementi metallici,
snodati per trasmettere prontamente le sollecitazioni delle bri-
glie (habenae); spesso al montante della testiera veniva appli-
cata una sorta di museruola metallica (psalion) che, bloccata frenum
sotto il mento, aveva lo scopo di impedire che il cavallo aprisse
la bocca e sfuggisse al morso. Un tipo di morso così severo con- habenae
sentiva al cavaliere di ottenere uno stretto controllo del destriero
anche tenendo le redini con una sola mano, di solito la sinistra, phalera
che era la stessa con cui reggeva lo scudo.
La bardatura tradizionale del cavallo comprendeva inoltre al- antilena
cune placche ornamentali (phalerae), di bronzo argentato o
stagnato, assicurate sulla cinghia pettorale (antilena) e caudale
(postilena); erano in uso anche una serie di pendenti e, talvolta,
una fascia pettorale, più o meno decorata.

52 CIVILTÀ ROMANA
MILITARIA

pologie di cavaliere. Le corazze ad anelli tesero in legno più semplici, di provenienza orienta- CAVALIERI AMICI
generalmente ad allungarsi fino al ginocchio, le, probabilmente introdotti per la prima volta Nel tondo, un cava-
mentre le parti basse delle gambe dei cavalie- dagli Unni. La loro forma non modificava in liere sannita affresca-
ri, le più vulnerabili all’offesa da parte della modo sostanziale la tecnica equestre dell’epo- to in una tomba di
fanteria, venivano coperte sempre ca, che in assenza delle staffe conti- Nola. La cavalleria
più spesso da protezioni di va- nuava a basarsi su un delicato romana, soprattutto
rio genere, soprattutto a equilibrio del cavaliere sul- all’inizio, era spesso
segmenti metallici. La la sella. L’uso delle staffe composta da ele-
tendenza all’appesan- (skàlai) da parte della menti di altri popoli
timento dell’arma- cavalleria dell’Impero italici, i cosiddetti
tura culminò nel IV Romano d’Oriente socii. Sotto, rilievo
secolo in una mag- si diffuse soltanto raffigurante una
giore aliquota della a partire dalla fine carica di cavalleria
cavalleria catafrat- del VI secolo, a se- romana contro un
ta, potenziata per guito del contatto drappello di soldati
affrontare gli scon- con gli Avari, una barbarici. Nella
tri con l’omologa ca- popolazione noma- pagina a fronte, lo
valleria pesante persia- dica dell’Asia centrale. splendido elmo da
na, ma utilizzata anche La ferratura dei ca- parata di un ufficiale
sui fronti occidentali. valli apparve in forma di cavalleria del
I cavalli dei catafratti veni- piuttosto saltuaria dal IV-V I secolo a.C. (Mu-
vano dotati di una gualdrappa pe- secolo, mentre l’uso dell’ipposanda- seo di Nimega).
santemente corazzata con protezioni a scaglie lo (hipposolea), una sorta di scarpa metallica
metalliche, che avvolgeva quasi interamente assicurata agli zoccoli dei cavalli mediante le-
il corpo del cavallo, lasciando scoperto solo gacci in cuoio, era soprattutto una misura di
lo spazio per il fissaggio della sella. La sella a protezione contro i triboli, i micidiali chiodi a
quattro corni continuò a essere usata fino al V quattro punte seminati sul campo di battaglia
secolo, quando iniziarono a diffondersi modelli per ostacolare cavalli e fanti nemici.

scordiscum
ephippion tapetum

postilena

cingulum

CIVILTÀ ROMANA 53
LA FERTILE SFERZA
I Luperci corrono
per le vie di Roma
fustigando le don-
ne: era un rito di
passaggio stagio-
nale, che scacciava
gli influssi negativi
e attirava la fertilità.
Nella pagina a
fronte, il guerriero
troiano Dolone
travestito da lupo.

54 CIVILTÀ ROMANA
MITOLOGIA

LUPI MANNARI
IN TOGA
Animale totemico della città, a Roma il lupo aveva
anche un lato oscuro: il versipelle, o lupo mannaro. Presente
nel mito, compare nella letteratura grazie a Ovidio
e Petronio, che gli danno i connotati che tutti conosciamo
di Edward Foster

Q
uello dei lupi mannari non è un mito Sembra di assistere alla scena di un film hor-
romantico o moderno: di loro si ror, ma nella letteratura latina ci sono altri epi-
parlava già nell’antichità classica. In sodi simili, tutti molto efficaci dal punto di vista
Grecia era diffuso il racconto di Licaone, cru- drammatico. Della possibilità che un uomo si
dele re d’Arcadia che, durante un tramuti in lupo parlano anche Vir-
banchetto, avrebbe imbandito gilio (70-19 a.C.) nelle Bucoli-
a Zeus le carni di un prigio- che e Properzio (47-15 a.C.)
niero. Inorridito, il dio nelle Elegie. Spesso la
lo trasformò in lupo, trasformazione è conse-
costringendolo a nu- guenza di una maledi-
trirsi di carne umana. zione (come nel caso
Nelle sue Metamorfosi, di Licaone), oppure
il poeta Ovidio (43 dell’intervento di un
a.C.-18 d.C.) descrive maleficio; come quello
così la trasformazio- della Circe di Omero,
ne dell’empio sovrano: che trasforma in maiali
«Una volta raggiunto il i compagni di Ulisse. Vir-
deserto della campagna, si gilio parla del mago Meri,
mette a ululare. Invano si sfor- capace di trasformarsi in lupo
za di emettere parole. La rabbia gli grazie ad alcune erbe magiche: una
sale alla faccia dal profondo del suo essere, e volta mutato, è possibile vederlo «celarsi nel-
assetato come sempre di strage si rivolge contro le selve ed evocare anime dal fondo dei sepolcri».
le greggi, e anche ora gode a spargere sangue.
Le vesti si trasformano in pelame, le braccia IL LEGIONARIO MALVAGIO
in zampe: diventa lupo, ma serba tracce del- Properzio racconta di una strega in grado di
la forma di un tempo: la brizzolatura rimane governare il corso della Luna, avvincere la volon-
la stessa, uguale è la grinta rabbiosa, uguale il tà degli uomini e trasformarsi in un lupo nottur-
lampo sinistro negli occhi, uguale l’aria feroce». no. Queste creature mutanti erano chiamate ›

CIVILTÀ ROMANA 55
LUPI MANNARI IN TOGA

IL MESE DEGLI AGNELLI

A nche gli antichi Celti, all’inizio di febbraio, celebravano


una festa simile a quella dei Lupercali, chiamata Imbolc
o Oimelc. Era il punto di mezzo fra le due festività più impor-
tanti dell’anno: Sahmain, celebrata il 1° novembre, e Belta-
ne, il 1° maggio. In irlandese, imbolc significa “nel grembo”
e oimelc “latte di pecora”. Come nei Lupercali, gli ovini gio-
cavano un ruolo importante durante la celebrazione.
La festa celebrava la nascita degli agnellini e la nuova
produzione di latte da parte delle loro madri; latte che ve-
niva bevuto crudo e con cui si facevano burro, formaggi e
altri cibi. Con le code tagliate agli agnelli appena nati si
cucinava inoltre un pasticcio particolare. Tutte queste vivande
erano vitali in un periodo come la fine dell’inverno, povero
di altri alimenti. La festività onorava anche la luce, perché le
giornate cominciavano ad allungarsi; di conseguenza, si ac-
cendevano luci e lumi, tanto che, in epoca cristiana, la festa versipelles, “voltapelle”, perché si credeva na-
celtica venne sostituita dalla Candelora, durante la quale si scondessero la pelle bestiale sotto quella umana.
benedicono le candele, simbolo della luce di Cristo. Il più celebre racconto latino di licantropia è di
Petronio (27-66 d.C.), che nel Satyricon scrisse
quella che può essere considerata la prima storia
di lupi mannari della letteratura. La vicenda è
raccontata dal liberto Nicerote, che dichiara di
averla vissuta da protagonista. Parla di un uomo
insieme al quale egli, che si recava da un’amante,
dice di aver compiuto un viaggio: «Era un sol-
dato e per giunta forte come un demonio. Fi-
nimmo dentro un cimitero. A un certo punto,
mi giro verso di lui e vedo che si sta togliendo i
vestiti di dosso e butta la sua roba sul ciglio della
strada […] poi si mette a pisciare tutt’intorno ai
vestiti e di colpo si trasforma in lupo. […] Ap-
pena trasformato in lupo, attacca a ululare e poi
si va a imboscare nella macchia. […] Sguaino
la spada e, menando colpi alle ombre, tra uno
scongiuro e l’altro arrivo fino alla casa della mia
amica. Entro che sembro un cadavere. La mia
Melissa mi fa: “Se fossi arrivato prima ci avresti
dato una mano. Un lupo è entrato nel recinto e
ha massacrato tutte le pecore come un macellaio.
Comunque un nostro servo gli ha trapassato il
collo con la lancia”. Dopo aver sentito la storia,
non riesco a chiudere occhio per tutta la notte.
Alle prime luci dell’alba torno a casa e quando
arrivo il soldato è sdraiato sul letto, con un me-
dico impegnato a curargli il collo».
Il racconto di Petronio (come quelli di Virgi-

56 CIVILTÀ ROMANA
MITOLOGIA

lio e Properzio) è della prima epoca imperiale


(il Satyricon fu scritto durante il principato di
Nerone) e ci mostra un aspetto estremamente
importante per la cultura romana: il mutato
rapporto con l’animale simbolo della città, il
lupo. Quest’ultimo aveva avuto un ruolo fon-
damentale nel mito della fondazione di Roma
(è una lupa a salvare i gemelli Romolo e Remo
da morte certa, nutrendoli con il suo latte) e
per gli antichi abitanti dell’Urbe era stato a
tutti gli effetti un animale totemico, con cui
il popolo aveva intessuto una relazione ambi-
valente: lo aveva sicuramente temuto, ma ne
aveva anche cercato l’aiuto e la protezione.

DAI LUPERCI AI LICANTROPI


Che si temesse il lupo era ovvio: il popolo
della Roma arcaica era essenzialmente compo-
sto da pastori. Numitore, l’uomo che raccoglie
Romolo e Remo abbandonati nelle acque del
Tevere, è un pastore e si avvicina timoroso alla
Lupa, nemica giurata delle greggi, inauguran- per i Romani aveva inizio poco dopo, a marzo. TRA MITI E SANTI
do un rapporto ambiguo con la belva. La celebrazione era completata dalla corsa Sopra, Licaone, re
Presso il luogo in cui Romolo e Remo erano dei Luperci, che attraversavano le vie della città d’Arcadia, viene
stati ritrovati, ai piedi del colle Palatino, si sferzando chiunque incontrassero (soprattutto trasformato in lupo
trovava la grotta chiamata Lupercale. Vi giovani donne) con fruste ricavate dalla da Zeus. A sinistra,
si svolgeva parte dei Lupercali, le feste pelle delle capre sacrificate: un modo un’icona di san Va-
che si celebravano a metà febbraio; quel per portare al popolo la protezione lentino: la sua festa
mese annunciava la fine dell’inverno, contro i lupi e l’auspicata fertilità. prese il posto dei
ma era anche il più “povero” dell’anno, I Lupercali furono celebrati fino Lupercali, celebrati
perché le riserve cominciavano a scar- al IV secolo, ma la memoria del loro a Roma a metà feb-
seggiare e si aspettava con ansia l’ar- significato originale doveva esser- braio. Nella pagina
rivo della primavera. Proprio in tale si ormai persa da tempo. È quindi a fronte, l’iniziazione
periodo i lupi, uscendo dalle selve, possibile che da un miscuglio tra di un giovane Lu-
si avvicinavano famelici ai luoghi il mito di Licaone e il ricordo ne- perco: la sua fronte
abitati dall’uomo, mettendone a buloso dei Luperci, sorta di uo- veniva ferita con il
rischio gli armenti. Durante i Lu- mini-lupo, sia derivata la figura coltello usato per
percali, giovani dall’aspetto lupe- del lupo mannaro: un mostro sacrificare le capre
sco, i Luperci, si aggiravano con il capace di togliere il sonno an- e poi medicata con
volto coperto da una maschera e il che a un tipo scafato come il una benda di lana
corpo nudo spalmato di grasso. Sa- Nicerote descritto da Petronio. intinta nel latte.
crificavano un cane e delle capre (di I Romani, che seppero essere
cui poi cingevano le pelli attorno “lupi” per i popoli che si oppone-
alla vita) e compivano un rito per vano a loro, non potevano sceglie-
allontanare i lupi dalle greggi. Se- re animale più adatto per rappre-
condo alcuni studiosi, Lupercalia sentarli. Nel 496, papa Gelasio
sarebbe il composto dei termini sostituì la festa dei Lupercali con
lupus e arcere, che significa “caccia- quella di san Valentino: nella pri-
re”. Il sacrificio degli animali, con ma si celebravano fertilità e amo-
cui simbolicamente si volevano pla- re carnale, nella seconda l’amore
care le belve, serviva anche ad assi- spirituale verso il prossimo, che
curare fertilità al nuovo anno, che il santo amava professare.

CIVILTÀ ROMANA 57
CONTRO TUTTI
I VELENI
Spacciata come antidoto universale, la triaca, creata dal medico
di Mitridate, ebbe per secoli grande successo, fino a essere considerata
una panacea universale durante tutto il Medioevo e il Rinascimento
di Elena Guidi

U
n rimedio contro tutti i veleni: era SPEZIALI E FISICI di essere avvelenato, chiese al suo medico di
uno dei sogni dei potenti romani, Sopra, in una preparargli un rimedio capace di neutraliz-
soprattutto imperatori, e di coloro stampa medievale zare qualsiasi tipo di veleno. Il risultato fu
che (familiari, consiglieri, servitori) vivevano tedesca, lo speziale la “triaca” (o “teriaca”), parola che deriva dal
nella loro orbita, in un’epoca in cui morire a (farmacista) e il fisico greco e significa “rimedio”, “antidoto”.
causa di filtri e sieri velenosi non era affatto (scienziato) selezio- Si trattava di un farmaco particolare, com-
inusuale. Il sogno divenne realtà nel I seco- nano gli ingredienti posto mettendo assieme una cinquantina di
lo a.C., probabilmente non a Roma, ma nel per la triaca. ingredienti vegetali, carne di lucertola e miele,
Ponto (l’attuale Turchia settentrionale, sulle per addolcire la miscela e renderla appetibile.
rive del Mar Nero). L’ispiratore di questo ri- Pare che Mitridate assumesse questo farmaco
medio fu il re Mitridate VI che, per paura regolarmente e con successo, tanto che, quan-

58 CIVILTÀ ROMANA
MEDICINA

do fu sconfitto da Pompeo nel 63 a.C. cercò


di uccidersi con il veleno ma, come ricorda
Appiano (95-165) nella sua Storia romana,
«l’intruglio non sortì alcun effetto, perché il re
aveva assuefatto se stesso ad altri veleni coll’as-
sumerne sempre, al fine di proteggersi da even-
tuali attentatori». Alla fine, Mitridate dovette
togliersi la vita trafiggendosi con la spada.

UN PIZZICO DI VIPERA
La formula della triaca fu quindi portata a
Roma, dove divenne di uso comune. Ma i me-
dici e gli speziali dell’Urbe non si adagiarono sui
successi dei loro colleghi pontici e pensarono di
perfezionare la miscela. A richiedere loro que-
sto intervento fu Nerone, che, proprio come
Mitridate, temeva fortemente di essere avve-
lenato. L’imperatoe chiese al proprio medico,
Andromaco, di creare un antidoto ancora più
potente dell’originale. Alla formula mitridatica
(che conteneva, tra le erbe e le sostanze vegeta-
li, anche mirra, incenso, timo, succo d’acacia,
finocchio, anice e cannella), Andromaco ag-
giunse una decina d’ingredienti, tra cui spicca-
vano l’oppio (ricavato dal lattice del papavero)
e la carne di vipera. All’epoca, infatti, si credeva
che un animale velenoso contenesse all’interno
del corpo l’antidoto al veleno che aveva in sé;
di conseguenza la carne di vipera sarebbe stata giorni prima di essere portata a compimento. DONNA E MEDICO
un eccellente antidoto agli attentati perpetrati Andromaco, primo archiatra (medico di Sopra, la cosiddetta
con il suo veleno. Non solo: la sostanza letale corte) di Roma, lasciò le istruzioni per la pre- “Bella profumie-
che, secondo le conoscenze di allora, era conte- parazione della triaca in un poemetto (che ra” in un affresco
nuta nella carne della vipera avrebbe cercato di però, secondo alcuni, fu redatto dal figlio, del I secolo d.C.
penetrare il corpo di chi l’assumeva, portando Andromaco il Giovane). Aver scritto la for- conservato al Museo
con sé anche il farmaco e rendendo la mula in versi e non in prosa servi- nazionale romano:
nuova triaca ancora più efficace. va, secondo Galeno (il celebre potrebbe trattarsi di
Oltre agli ingedienti già medico del II secolo), a me- una donna medico
citati, la pozione contene- morizzarla meglio e a fare in nell’atto di versare un
va cinnamomo, liquirizia, modo che non venisse altera- composto. Le donne
semi di rapa, resine varie, ta da interventi successivi. medico (medicae)
zafferano, nardo, pepe nero, Circa l’efficacia della triaca, non erano rare a
dittamo (simile all’origano), occorre dire che nessuno dei Roma. A sinistra,
lavanda selvatica, passiflora, suoi ingredienti ha effetto an- vaso rinascimentale
cardamomo e bitume giudai- tivenefico. La carne di vipera, per conservare la
co (una miscela di bitume, che nella soluzione di Andro- triaca: il successo del
essenza di trementina e argil- maco risulta essere l’ingre- farmaco durò secoli.
la). Il tutto veniva polveriz- diente principale, non ha
zato in un mortaio di ferro, alcuna efficacia terapeutica,
mescolato in modo complesso mentre alcuni ingredienti sono
e ridotto a forma solida o liqui- solo sedativi. Il più efficace è
da dopo un processo di fermenta- l’oppio, che riduce il dolore ma non
zione. La preparazione richiedeva combatte alcun tipo di veleno.

CIVILTÀ ROMANA 59
TONSOR,
BARBIERE
E ARTISTA
Pratica quotidiana per tutti i cittadini romani di un certo rango,
la rasatura era un’operazione apparentemente semplice
(ma non priva di rischi), affidata ad autentici artisti del rasoio
di Giacomo Alibrandi

N
ei primi secoli della LAME E LAMETTE tutto per evidenziarne la gio-
Repubblica, la cura A sinistra, un rasoio vinezza, che rendeva ancora
della barba e dei ca- da barba: proba- più divina la sua straordinaria
pelli non era certamente una bilmente aveva avventura umana, compiu-
delle preoccupazioni mag- un’impugnatura di tasi nel giro di tre sole de-
giori degli uomini dell’Ur- osso o di legno, cadi. Tutte le sue immagini,
be. Patrizi e plebei, in- andata perduta. siano esse statuarie, musive,
distintamente (come gli A destra, un paio di pittoriche o numismatiche,
antichi Greci), avevano la forbici: la foggia era lo mostrano sbarbato: una
barba e si facevano rego- la stessa di quelle prerogativa del dio solare
lare i capelli solo per non usate per tosare Apollo, con cui il macedone
avere un aspetto troppo capre e pecore. venne identificato.
scarmigliato. La moda del La moda del rasoio si
volto glabro sopravvenne solo diffuse prima in Grecia e
in epoca alessandrina, cioè dopo poi a Roma, quando gli
il 300 a.C. Alessandro Magno Ellenici cominciarono
venne eternato dall’iconografia a trasferirsi nell’Urbe.
con il volto imberbe, soprat- Pare che uno dei primi

60 CIVILTÀ ROMANA
VITA QUOTIDIANA

Romani insigni ad adottare la moda del-


la barba rasata sia stato Scipione Emiliano
(185-129 a.C.), che viene rappresentato
senza barba tra le rovine di Cartagi-
ne, da lui appena distrutta. Sola-
mente una generazione prima,
suo padre Lucio Emilio Paolo
Macedonico e anche il padre
adottivo, Publio Cornelio
Scipione, sono invece rap-
presentati con la barba.

UN LAVORO PERICOLOSO
Nel I secolo, il viso ben
rasato e un taglio di capel-
li ordinato erano la norma
per i maggiorenti romani
(basti pensare alle imma-
gini di Mario, Silla o Ci-
cerone), sebbene qualche
senatore, richiamandosi
al costume dei padri, con-
tinuasse a portare la barba.
Svetonio descrive con tono
irriverente Gaio Giulio Cesa-
re: «Non solo si faceva tagliare
i capelli e radere, ma si depi-
lava, come gli fu da alcuni rim-
proverato: non si dava poi pace della
sua calvizie, e perciò si era abituato a
tirare giù dal cocuzzolo i radi capelli».
Come si vede, vezzi e crucci degli uo-
mini di una certa età erano gli stessi di
oggi e l’escamotage del riporto era già am-
piamente in uso. Poiché le richieste
della popolazione maschile erano
queste, esistevano professio-
nisti della rasatura e
del taglio: i tonso-
res. I più ricchi
avevano un ton-
sor personale, che
lavorava in casa,
come un dome- BEN RASATO
stico: ci si affidava alle Caracalla (188-217
sue mani sia alla mattina, appena d.C.) con il volto
dopo la sveglia, sia durante la giornata, perfettamente rasato
se gli impegni lo richiedevano. Tuttavia, e i capelli cortissimi.
quello del tonsor personale non era il caso A sinistra, un rasoio
più comune. I barbieri lavoravano normal- a mezzaluna.
mente nelle tabernae, cioè nei loro laboratori,
e accoglievano la clientela più disparata. ›

CIVILTÀ ROMANA 61
TONSOR, BARBIERE E ARTISTA

Come al giorno d’oggi, va anche remunerativo: nei suoi epigrammi,


le botteghe dei parrucchie- Marziale (38 o 41-104 d.C.) parla di bar-
ri (dove spesso ci si doveva bieri diventati così ricchi da trasfor-
assoggettare a lunghi tempi marsi in latifondisti.
d’attesa) erano luo- Per farsi servire, il
ghi d’incontro, dove cliente, con addosso
gli oziosi facevano una semplice salvietta
soste prolungate, (la mappa) o una spe-
anche più volte al cie di camice (chiamato
giorno. Nel labo- involucrum), si sedeva su
ratorio del barbiere uno sgabello. A quel pun-
(la tonstrina) si lavora- to il tonsor, aiutato dai circi-
va alacremente dall’alba tores, dava inizio al lavoro. Gli
fin quasi al tramonto e i strumenti erano piuttosto rozzi:
clienti, seduti sulle pan- le forbici di ferro, per quanto affila-
che in attesa del proprio te, non consentivano una precisione
turno, “facevano salotto”, di taglio simile a quella di oggi. Non
abbandonandosi a pette- mancavano, pertanto, imprecisioni e
golezzi e maldicenze, esat- scalature, che potevano dare l’impres-
tamente come accade oggi. sione di un taglio affrettato e mal fatto. A
Quello del tonsor, anche in queste, tuttavia, si poteva rimediare con
ragione degli strumenti a sapienti colpi di pettine o grazie all’uso
disposizione, non era un del calamistrum, un arnese di ferro che ve-
lavoro rapido o semplice, niva scaldato nella cenere di un braciere e
di conseguen- attorno al quale venivano attorcigliati i ca-
za, per chi pelli, ottenendo riccioli e boccoli. Le accon-
sapeva farlo ciature inanellate ben si prestavano non solo
bene, risulta- a mascherare i difetti del taglio e a ornare le

LA PRIMA BARBA È SACRA

I l taglio della prima barba era legato, a Roma, a un impor-


tante rituale. I giovani che si radevano per la prima volta
(normalmente al raggiungimento dell’età virile, attorno ai 16
anni) dedicavano quella peluria agli dei.
La cerimonia era chiamata depositio barbae ed era un rito che
celebrava il passaggio dall’adolescenza alla giovinezza. La lanu-
go (cioè la prima barba) appena tagliata veniva messa in una pisside
(un piccolo vaso con piede e coperchio), che per i più ricchi pote-
va essere anche d’oro e per i meno abbienti di vetro. Si faceva
poi festa allestendo un banchetto. Di molti imperatori ci è stata
tramandata la data della depositio barbae: quella di Augusto
(a destra), si compì, per esempio, nel settembre del 39 a.C.

62 CIVILTÀ ROMANA
VITA QUOTIDIANA

teste dei più giovani, ma venivano sfruttate


PAROLE DI ROMA
Tonsor
anche dagli anziani (al pari del riporto di
cui parla Svetonio a proposito di Cesare)
per mascherare la calvizia incipiente.
Tutto ciò non poteva non essere sogget-
to a derisione. Marziale, in alcuni dei suoi Il nome del barbiere romano deriva direttamente dal verbo
ton-
salaci versi, descrive una testa lavorata con dere, che significa sia “radere” che “tosare” (per esemp
io le
il ferro e parla espressamente di «miseria as- pecore). Il passaggio attraverso il participio passato tonsus
, con
soluta di una calvizie capelluta». il cambiamento della “d” in “s”, porta a tonsor. Usato
, sempre
con il significato di tagliare o radere, anche nell’italiano
antico
TINTURE E RASOI (è attestato, tra gli altri, in Boccaccio), il verbo “tonde
re” è ca-
Il parrucchiere non si affidava solo alla duto in disuso nella nostra lingua, ma si ritrova in altre
parlate
forbice, al pettine o al ferro caldo: se il caso neolatine: il francese tondre, il catalano tondrer e lo
spagnolo
lo richiedeva, ricorreva anche alle tinture. tundir; lo stesso significato ha il romeno tunde.
Il barbiere, infatti, fungeva anche da esteti- Da tondere derivano termini come il medievale “barbitonso
re”
sta e si prodigava per rendere più avvenen- (il barbiere) e l’aggettivo “intonso” (attribuito a un libro mai
aperto,
te la sua clientela usando perfino belletti o all’epoca in cui le pagine erano da tagliare lungo il bordo
per
finti nei, i cosiddetti splenia lunata, che in poter essere lette). Lo stesso vale per “tonsura”, il rito del
taglio dei
sostanza erano dei piccoli cerotti, utili a na- capelli che precede il conferimento degli ordini sacri.
scondere le imperfezioni della pelle.
A differenza del taglio dei capelli, che po-
teva presentare rischi di natura puramente
estetica, il taglio della barba era un’opera- rasoio era stato leggero sulla pelle dei clienti. SENZA FRONZOLI
zione più complicata e rischiosa, dal mo- Un altro grave problema era rappresentato Al sinistra, Marco
mento che gli strumenti utilizzati non era- dall’assenza di creme o schiume da applica- Aurelio (121-180
no efficaci e precisi come quelli moderni. re sulla pelle prima e dopo la rasatura: per d.C.), imperatore
I rasoi (novaculae), realizzati soprattutto in ammorbidirla si usava semplicemente l’ac- filosofo, con una
ferro, erano poco adatti alla sbarbatura, so- qua, e questo non agevolava il lavoro. Per barba austera e or-
prattutto perché non tenevano il filo le ferite esistevano diversi rimedi, il dinatissima (i saggi
(nonostante fossero continua- più comune dei quali era un erano sempre raffi-
mente affilati sull’apposita impacco di tela di ragno gurati barbuti). Nella
laminata, una speciale imbevuta in olio o ace- pagina a fronte, un
pietra da mola prove- to. Molti uomini, per rasoio a spatola e
niente dalla Spagna). scongiurare i rischi la riproduzione di
Il pericolo di ferite, della sbarbatura a una terracotta che
dunque, era sempre rasoio, preferivano mostra un tonsor
in agguato (è il di- affidarsi alle mani all’opera: il cliente,
fetto dei rasoi poco del dropacista, il de- seduto su uno sga-
affilati) e, di conse- pilatore, che dopo bello basso, indossa
guenza, era necessario aver spalmato il viso l’involucrum, un
lavorare con lentezza e con linimenti a base di lungo camice che
cura. Proprio per questo i resine e pece, ricorreva al proteggeva gli abiti.
barbieri più bravi, sia per metodo a strappo, come
esperienza che per talen- per le cerette odierne. 
to, acquistavano ben pre- Non era infrequente nem-
sto una giusta fama. Il solito meno il caso di chi, per
Marziale non esita ad augu- evitare sia il rasoio
rarsi che, a un barbie- che le paste depila-
re da poco scom- torie, ricorreva all’u-
parso, la terra so delle pinzette, fa-
risulti leggera, cendosi strappare la
così come il suo barba pelo per pelo.

CIVILTÀ ROMANA 63
LUCREZIO
POETA FILOSOFO
Celebrato subito dopo la morte ma quasi sconosciuto in vita, Lucrezio
ha lasciato alla letteratura latina uno dei poemi più grandiosi:
un’opera filosofica originalissima, capace di attraversare tempo e spazio
di Stefano Bandera

È
possibile tradurre in poesia un pensiero VENERE MADRE il suo celeberrimo poema filosofico in versi
filosofico? Gli antichi ritenevano di sì. La nascita di Venere De rerum natura (Sulla natura delle cose o, più
Due filosofi presocratici, Parmenide ed in un affresco di semplicemente, La natura).
Empedocle, vissuti fra il VI e il V secolo a.C. Pompei. Il poema
(uno della campana Elea, l’altro di Agrigen- lucreziano si apre UN’ESISTENZA MISTERIOSA
to), scrissero i loro trattati in versi, scegliendo con un’invocazione Quasi nulla si sa della vita di Lucrezio. Un
entrambi lo stesso titolo: Sulla natura (Perí alla forza ispiratrice passo del Chronicon, scritto da san Girolamo
physeos, in lingua greca). Quattro secoli più della dea. attorno al 380 d.C., riporta questa notizia re-
tardi, sulle loro tracce si mise uno dei più lativa al 94 a.C.: «Nasce il poeta Tito Lucre-
grandi poeti latini, Lucrezio, per comporre zio, che in seguito, impazzito per effetto di un

64 CIVILTÀ ROMANA
LETTERATURA

filtro d’amore, dopo aver scritto negli inter- amante della poesia (forse poeta egli stesso), POETA ERCULEO
valli di lucidità alcuni libri, che Cicerone ri- a cui Lucrezio dedicò il poema. Memmio A sinistra, incisione
vide per la pubblicazione, si uccise di pro- fu amico anche di Catullo, altro grande da un’edizione
pria mano all’età di 44 anni». L’anno lirico, e con lui compì un viaggio rinascimentale del
di morte sarebbe quindi il 50 a.C. in Bitinia, nel Nordovest dell’at- De rerum natura.
Elio Donato, grammatico del tuale Turchia. Fedele a Pom- Riscoperto nel
IV secolo, precisa però che peo nella lotta contro Cesare Quattrocento dagli
Lucrezio sarebbe morto lo e genero di Silla, Memmio umanisti fiorentini,
stesso giorno in cui un al- venne esiliato in Grecia at- il poema ebbe un
tro poeta, Virgilio, indossò torno al 53 a.C., dopo successo straordina-
la toga virile, quindi nel 55 essere stato coinvolto in rio e contribuì a far
a.C. Si tratta di differenze un episodio di corruzione. conoscere la filosofia
di poco conto: il periodo in Altro, della vita del poeta, epicurea anche a chi
cui si svolse la vita di que- non si sa, ma molti auto- non sapeva il greco.
sto grande pensatore e poeta ri latini (Plinio il Vecchio, Nell’immagine,
rimane comunque quello in- Seneca, Tacito) ne citano il Lucrezio è rappre-
tercorso tra la fine delle guerre nome. In alcuni versi della sentato come Ercole
civili e l’affermazione del pri- sua opera Amores, Ovidio dice che, ispirato dalle
mato di Giulio Cesare. esplicitamente che «i carmi del Muse, sconfigge con
Di sicuro Lucrezio conobbe Ci- sublime Lucrezio periranno» solo la ragione il drago
cerone, che parla di lui e della sua poe- il giorno della fine del mondo. Si trat- della superstizione.
sia in maniera estremamente positiva in una ta di pochi accenni fugaci, ma sufficienti a
lettera spedita al fratello. Altro suo amico fu cancellare l’ipotesi che il poeta fosse un per-
Gaio Memmio, uomo politico, senatore e sonaggio fittizio, dietro il quale si sarebbe ›

CIVILTÀ ROMANA 65
LUCREZIO, POETA FILOSOFO

nascosto un altro autore della sua epoca (c’è


chi ha fatto il nome di Tito Pomponio Atti-
co, chi dello stesso Cicerone).
Lo storico Luciano Canfora, nel suo saggio
Vita di Lucrezio, ha cercato di ricostruire, in
base a fatti storici e archeologici, una biogra-
fia più accurata del poeta. Stando alla sua ipo-
tesi, Lucrezio sarebbe nato a Pompei o Erco-
lano nel 94 a.C. e sarebbe appartenuto a una
famiglia nobile. A Ercolano viveva proprio
in quell’epoca il greco Filodemo di Gadara,
maestro della filosofia epicurea, di cui forse
il poeta fu discepolo. Sofferente di disturbo
bipolare, quindi di frequenti sbalzi d’umore,
Lucrezio avrebbe viaggiato in Grecia e in Asia
Minore (fatto testimoniato da diversi passi
del suo poema) per poi tornare in Italia, dove
si sarebbe ritirato a vita privata, deluso dalla
situazione politica dell’epoca. Anche l’ipotesi
del suicidio è controversa: solo autori tardi ne
parlano, ma la cosa non è da escludere. Pro-
babilmente non quale estrema conseguenza
della pazzia indotta dal filtro d’amore pro-
pinato da una donna gelosa (come racconta
Svetonio), bensì quale atto politico; forse per
la caduta del suo protettore, Memmio, e del
partito in cui militava, avverso alla classe po-
litica allora in ascesa, ossia quella cesariana.

IL CANTO DELLA RAGIONE


Il poema di Lucrezio, che si dipana per
oltre 7.000 versi distribuiti in 6 libri, è il
canto della ragione e dello spirito scientifi-
De rerum natura, Libro II, 1-14 co. Si apre con un’invocazione a Venere, la
madre dei Romani (Aeneadum genetrix), vi-

«È dolce, mentre nel vasto mare i venti sconvolgono le


acque, guardare dalla terra la grande fatica di un
altro; non perché il tormento di qualcuno sia un gioioso
sta però non come una dea, bensì come la
personificazione della forza vitale che anima
la materia e la spinge a rigenerarsi e a ripro-
piacere, ma perché è dolce vedere da quali mali tu stesso sia dursi: «Tu sola basti a governare la natura e
immune. Dolce è anche contemplare grandi contese di guerra senza di te nulla approda alle divine spiagge
apprestate sul campo senza che tu partecipi al pericolo. della luce, nulla avviene di lieto e amabile, e
Ma nulla è più piacevole che star saldo sulle serene re- io proprio il tuo aiuto voglio sollecitare nel
gioni elevate, ben fortificate dalla dottrina dei sapienti, da poema che mi accingo a comporre sulla na-
dove tu possa volgere lo sguardo laggiù, verso gli altri, e tura» scrive Lucrezio. E prosegue: «Tu sola
vederli errare qua e là e cercare, vagando a caso, la via hai il potere di allietare i mortali con una
della vita; vederli gareggiare d’ingegno, rivaleggiare in no- tranquilla pace […] in questi tempi di sven-
biltà, adoprarsi notte e giorno con soverchiante fatica per tura per la patria, io non posso lavorare con
assurgere a somma ricchezza e impadronirsi del potere. animo tranquillo alla mia opera».
O misere menti degli uomini, o cuori ciechi!» Siamo nel periodo delle feroci guerre civili e
Lucrezio sente tutto il dolore di una situazio-
ne drammatica, la stessa che lo spinge a cerca-
re nella ragione e in una filosofia materialista

66 CIVILTÀ ROMANA
LETTERATURA

la via per giungere alla consapevolezza di ciò


che davvero è la vita. Per farlo si allaccia alla
visione filosofica di Epicuro (342-270 a.C.).
La tradizione lo ha tramandato come il “fi-
losofo del piacere”, ma per Epicuro il piacere
è un risultato della conoscenza e ha poco a
che vedere con il godimento delle cose carna-
li e materiali, che è effimero e lascia l’uomo
più insoddisfatto di prima. Per lui, il piacere
è soprattutto la capacità di accontentarsi della
propria vita, gustando ogni momento come
se fosse l’ultimo, senza preoccuparsi per il fu-
turo, perché meno si possiede, meno si può
perdere. Per arrivare a tale risultato occorre
cancellare la paura della morte e degli dei, e a
ciò si giunge grazie alla conoscenza delle leggi
fisiche del mondo, composto unicamente di
atomi e vuoto. «Mentre l’umanità trascinava
sulla terra un’esistenza abietta» scrive Lucre-
zio, «schiacciata sotto il peso di una religione
che minacciava i mortali, un greco, un essere
umano, osò levare i suoi occhi mortali contro
di lei e opporlesi». È l’elogio dedicato a Epicu-
ro, grazie al cui pensiero l’uomo può dissipare
le «tenebre cieche» in cui, come bimbi, ci di-
battiamo immaginando «pericoli tanto poco
terribili» se si riesce a disperderli con i raggi
luminosi dello «studio della natura e con la
sua comprensione». La filosofia diventa così Alla fine, ogni cosa è spiegata: la natura FORZA VITALE
un luogo alto e fortificato da cui guardare gli dei sensi, dei sogni, dell’amore. La realtà fi- Sopra, un affresco
uomini erranti, cercando il cammino della sica del mondo nella sua totalità. Grazie alla che rappresenta
vita nella lotta per il potere e la ricchezza. conoscenza, l’uomo può raggiungere la Flora, dea primaveri-
Grazie alla filosofia atomistica tranquillità, la vera pace dell’ani- le: molti versi del De
di Epicuro, secondo Lucrezio è ma che sorge solo quando ci si rerum natura sono
possibile lasciare questa strada libera dalle passioni. dedicati alla nascita
inutile, imparando come il Il De rerum natura, che e alla propagazione
mondo sia nato e come in fu letto e celebrato già da- della vita, al ciclo
esso si tramandi la vita; gli antichi (venne ammi- delle messi e delle
scoprendo che cosa sono rato anche da Virgilio, stagioni, spiegati in
veramente la morte, l’a- che probabilmente ne chiave materialistica.
nima, gli dei e l’eternità. trasse ispirazione per Nell’ovale, il filosofo
In questo, il poeta è con- le sue Georgiche), si in- Epicuro, ispiratore
vinto di fare qualcosa di terrompe bruscamente di Lucrezio. Nella
nuovo: «Percorro regioni al VI libro, probabil- pagina a fronte, il
impervie del Parnaso, che mente a causa della mor- frontespizio di un’e-
nessuno ha finora calpestato. te di Lucrezio. Pubblicato dizione rinascimen-
Mi piace attingere a sorgenti da Cicerone, il poema ebbe tale del poema, con
ancora vergini, amo cogliere fiori subito grande fortuna e venne il verso d’invocazio-
sconosciuti […] insegno grandi cose e tramandato interamente. Fu però ne a Venere.
cerco di liberare lo spirito dagli stretti legami ritrovato soltanto nel 1417 dall’umanista
della superstizione […] compongo versi lumi- toscano Poggio Bracciolini, che ne recuperò
nosi, ornando tutto con le grazie delle Muse». una copia in un monastero tedesco.

CIVILTÀ ROMANA 67
NUOVE
SCOPERTE A
POMPEI A duemila anni di distanza dall’eruzione
che sconvolse la città, Pompei continua a restituire
tesori e sorprese, che ne svelano il vero volto
di Elena Percivaldi - foto del Parco archeologico di Pompei

A
ffreschi, mosaici, iscrizioni, oggetti, abitanti di Stabia con le navi della flotta misena.
resti umani e animali. Sono tante le Solo nel Settecento la tragedia assunse i con-
scoperte (alcune clamorose) che han- torni del dramma “vero”, vivo e palpitante. Cor-
no riportato l’attenzione sull’eruzione che nel reva l’anno 1710 quando un contadino di Erco-
79 d.C. distrusse Pompei, Ercolano e lano trovò per caso alcuni frammenti di
altre località intorno al Vesuvio, marmo: appartenevano al teatro
cancellandole per sempre dalla dell’antica città sepolta dai la-
Storia. L’evento è ben pre- pilli. Una quarantina d’anni
sente nelle fonti antiche dopo, gli scavi promossi
e non ha mai smesso di dal governo borbonico
affascinare e terrorizzare, riportavano alla luce
come ogni fenomeno le- Pompei, all’inizio ritenu-
gato alla forza della na- ta (erroneamente) Stabia
tura: incontenibile, im- e poi identificata grazie
prevedibile, ineluttabile. a un’iscrizione. Da allora, DOLCE RITRATTO
Il ricordo è rimasto confi- pur tra mille difficoltà e in- Nel tondo, un ritratto
nato per secoli alla sola dimen- terruzioni (l’Unità d’Italia, i di donna recente-
sione letteraria, rappresentata in bombardamenti della Seconda mente riscoperto a
massima parte dalle due lettere di guerra mondiale, la cronica mancan- Pompei: una fanciul-
Plinio il Giovane all’imperatore Traiano, in za di fondi), gli scavi sono proseguiti, con- la fine, elegantemen-
cui lo scrittore descriveva la sua fuga dall’eru- tribuendo a fare delle località vittime del Vesuvio, te acconciata, con
zione e la morte del celebre zio naturalista, Pli- e di Pompei in particolare, dei luoghi-simbolo. orecchini preziosi.
nio il Vecchio, nell’eroico tentativo di salvare gli Sono le uniche località al mondo dove si possa

68 CIVILTÀ ROMANA
LUOGHI

davvero respirare l’astmosfera di una città roma- dagato, che sta riservando moltissime sorprese. SECOLI DI SCAVI
na, e per questo sono diventate meta irrinuncia- La novità più clamorosa è senz’altro l’iscrizione Mappa di Pompei
bile del turismo di massa, grazie a innumerevoli a carboncino emersa nella stanza di una domus risalente al 1832.
dipinti, romanzi, film e sceneggiati. e datata al sedicesimo giorno prima delle calen- Gli scavi, iniziati
de di novembre, corrispondente al 17 ottobre. nel 1748, hanno
LA REGIO V, SCRIGNO DI SORPRESE Il graffito avvalorerebbe l’ipotesi, già formulata interessato finora
Gran parte dei ritrovamenti degli ultimi tem- dagli studiosi, secondo cui l’eruzione non sareb- circa 50 ettari
pi si è concentrata nella cosiddetta Regio V, un be avvenuta il 24 agosto, come tramandato dalla di terreno.
quartiere di Pompei in gran parte ancora non in- tradizione manoscritta delle lettere di Plinio il ›

CIVILTÀ ROMANA 69
NUOVE SCOPERTE A POMPEI

IL RITORNO DELLE DOMUS

M olte domus pompeiane sono state riaperte dopo i restau-


ri. È il caso, per esempio, della Casa dei Ceii, celebre
per le pitture che si dispiegano sugli alti muri del giardino, con
scene d’ispirazione egizia e immagini di animali selvaggi (sot-
to); oppure i Praedia di Giulia Felice, complesso residenziale
con ampi spazi verdi, ricche decorazioni e un lussuoso quar-
tiere termale privato. I due edifici si affiancano alla Casa del
Larario Fiorito e alla Casa del Triclinio, riaperte già nel 2017. Giovane, bensì il 24 ottobre. Il sito di Pompei
Visibili dal dicembre 2018 sono la Casa della Fontana aveva già restituito da tempo frutta secca carbo-
Grande, caratterizzata da una fontana ad abside (rivestita con nizzata, mosto in fase d’invecchiamento (ancora
mosaici e conchiglie, e ornata da due maschere teatrali in mar- sigillato nei contenitori) e vari bracieri usati per
mo), al cui centro si trova la statuetta di un putto con delfino, il riscaldamento, il che suggeriva che l’evento si
e la Casa dell’Ancora, con il bel giardino e il tempio di Iside, fosse verificato in autunno, non in estate. Un
dedicato al culto antichissimo e misterico della dea egizia, altro indizio era costituito da una moneta da-
diffuso in tutto il Mediterraneo a partire dal III secolo a.C. tata alla quindicesima acclamazione di Tito a
imperatore, avvenuta dopo l’8 settembre del 79.
Ormai può dirsi quindi assodato che il giorno
dell’eruzione fu il 24 ottobre, e che l’indicazione
contenuta nel manoscritto più attendibile delle
epistole pliniane, «nonum kal. Septembres», sia
frutto dell’errore di un copista.

MACABRI RESTI
La stanza del graffito appartiene a una do-
mus ribattezzata dagli archeologi Casa del
Giardino. Il suo interno, oltre al bel portico
affrescato e a vari ambienti decorati, ha rega-
lato una macabra scoperta: i resti di almeno 5
individui, due donne e tre bambini. Gli sfor-
tunati pompeiani si erano rifugiati nella stanza
più riparata della casa, l’unica ad aver resistito
alla pioggia di lapilli. Uno sforzo vano, per-
ché durante la seconda fase dell’eruzione le
correnti piroclastiche travolsero gli ambienti
della dimora, provocando il crollo del tetto e
della parte superiore del muro, uccidendo tutti
i presenti. I resti giacevano confusi sul pavi-
mento, trascinati senza riguardo da tombaroli
entrati alla ricerca degli oggetti preziosi che le
vittime avevano radunato nel disperato tenta-
tivo di salvarli prima di fuggire.
Un dramma, quello delle fughe non riuscite,
testimoniato anche dai resti di un uomo (dap-
prima lo scheletro, poi anche il cranio) riemersi
tra il vicolo delle Nozze d’Argento e il vicolo
dei Balconi. L’individuo era sepolto da un gros-

70 CIVILTÀ ROMANA
LUOGHI

so blocco di pietra. Con sé portava 20 denari


d’argento e 2 assi in bronzo, contenuti proba-
bilmente in una piccola sacca che stringeva al
petto, ma che non si è conservata: una somma
sufficiente a garantire il mantenimento di una
famiglia di tre persone per circa due settimane,
ma che purtroppo non è servita a nulla.

MOSAICI SPETTACOLARI
Sempre nella Regio V, poco lontano dalla
Casa del Giardino, si trova un’altra domus
inedita, la Casa di Giove, contenente ambien-
ti affrescati e una serie di mosaici pavimentali
dalle raffigurazioni uniche e senza precedenti.
Ribattezzata così per l’affresco del larario po- Primo stile (II secolo a.C.), con riquadri in STORIA DI LEDA
sto in giardino, in cui è raffigurato il padre stucco che imitano lastre marmoree (crustae) Sopra, l’affresco
degli dei, la domus era già stata parzialmente dipinte a colori vivaci (rosso, nero, giallo, raffigurante il mito di
interessata da scavi ottocenteschi. Prima an- verde), e cornici con modanature dentellate. Leda, ingravidata da
cora, una serie di cunicoli praticati dai tom- L’atrio era probabilmente completato, nella Giove sotto forma di
baroli ne avevano compromesso in più punti parte superiore, da un fregio dorico in stucco cigno. Sulla parete
la struttura. Gli scavi dei mesi scorsi hanno con rifiniture blu e rosse, attestato dai nume- perpendicolare si
riportato alla luce, oltre a varie ceramiche e rosi frammenti rinvenuti. Ma la scoperta più nota anche un gra-
oggetti metallici, gran parte della signorile clamorosa riguarda gli spettacolari mosaici zioso amorino. Nella
abitazione: una classica domus con atrio cen- che ornano il pavimento di due ambienti: pagina a fronte,
trale circondato da stanze decorate, ingresso raffigurazioni di eccezionale qualità artistica e particolare di un
lungo il vicolo dei Balconi e sul fondo uno prive di precisi riscontri, tanto da spingere gli affresco nella Casa
spazio aperto colonnato su cui si affacciano al- archeologi a ipotizzare che si riferiscano a miti del Giardino.
tri tre ambienti. L’atrio e le stanze conservano poco rappresentati e di carattere astrologico.
ancora una ricca decorazione nel cosiddetto Un unicum, insomma, ancora tutto da stu- ›

QUEL GRAFFITO
CHE RISCRIVE LA STORIA

U n graffito (a destra) ritrovato di recente in una domus della


Regio V di Pompei riporta questa iscrizione: «XVI (ante)
K(alendas) Nov(embres) in[d]ulsit pro masumis esurit[ioni]», ov-
vero «Il 17 ottobre egli indulse al cibo in modo smodato». Un
testo slegato dal dramma dell’eruzione, ma interessante come
testimonianza di vita quotidiana, visto che sembra la presa in
giro di un pompeiano molto amante della buona tavola.
Tuttavia, è un’altra cosa a rendere preziosa la frase: il fatto
che sia stata scritta con il carboncino. Fragile e inconsistente,
quel tratto non avrebbe potuto resistere a lungo sulla parete
scoperta, ed è quindi probabile che risalga a un periodo di
poco antecedente alla tragedia, probabilmente l’ottobre del
79 d.C., una settimana prima della grande catastrofe che, se-
condo quest’ipotesi, sarebbe avvenuta il 24 dello stesso mese.

CIVILTÀ ROMANA 71
NUOVE SCOPERTE A POMPEI

RIAPRE LA SCHOLA ARMATURARUM

C ollassata nella parte superiore il 6 novembre 2010, la


Schola armaturarum di Pompei è stata finalmente riaperta al
pubblico, con visite guidate ogni giovedì negli orari di apertura
del sito. Scavata da Vittorio Spinazzola tra il 1915 e il 1916,
era probabilmente l’edificio di rappresentanza di un’associa-
zione militare, come si può dedurre dalle decorazioni (sotto,
un ludo gladiatorio) e dal rinvenimento di armi al suo interno.
Gli ultimi scavi eseguiti per la messa in sicurezza delle struttu-
re sembrano rafforzare quest’ipotesi. Sul retro dell’edificio sono
venuti alla luce ambienti di servizio dove si custodivano anfore
contenenti olio, vino pregiato e salse di pesce provenienti dal
Mediterraneo (Creta, Africa, Sicilia, Spagna): prodotti di alta diare. Tracce d’incendio sono state rinvenute in
qualità, da servire in occasioni conviviali o di rappresentanza. un ambiente della domus confinante con la già
La struttura era già stata semidistrutta dai bombardamenti nota Casa delle Nozze d’Argento: il fuoco ave-
alleati del 1943, che avevano comportato la perdita irrepa- va annerito la parete affrescata coinvolgendo gli
rabile di gran parte degli ambienti elevati e degli apparati arredi, tra cui un letto, come dimostrerebbero
decorativi (poi ricostruiti da Amedeo Maiuri tra il 1944 e il frammenti di legno e di stoffa carbonizzati. Un
1946), che svettavano fino a 9 m di altezza. rinvenimento anche in questo caso straordi-
nario, considerata la rarità dei ritrovamenti di
tessuti negli scavi di Pompei.

AFFRESCHI PICCANTI
Ulteriori affreschi, di tema decisamente pic-
cante, sono stati riportati alla luce in altre due
dimore di pregio che si affacciavano su via del
Vesuvio. Il primo, nell’ingresso di una domus,
rappresenta Priapo nell’atto di pesare il suo gros-
so membro su una bilancia: un tema ben noto
a Pompei e presente nella famosa raffigurazione
che campeggia all’ingresso della Casa dei Vet-
tii. Dio della mitologia greca e romana, secon-
do buona parte delle fonti, Priapo era figlio di
Venere e Dionisio, oppure di Venere e Giove.
Giunone, moglie di quest’ultimo, gelosa del suo
rapporto adulterino con la dea della bellezza, si
vendicò dando a Priapo un aspetto grottesco,
con organi genitali enormi. Il fallo, origine della
vita, era ritenuto dagli antichi Romani un sim-
bolo apotropaico: lo utilizzavano spesso contro
il malocchio o per auspicare fertilità, benessere,
buon commercio e ricchezza. Oltre al Priapo, la
domus ha restituito altri ambienti decorati, tra
cui svettano una parete con un volto di donna
entro un clipeo (scudo), e un cubicolo (stanza
da letto) decorato con una raffinatissima corni-
ce superiore e due pinakes (quadretti) nella par-

72 CIVILTÀ ROMANA
LUOGHI

te mediana: l’uno con paesaggio marino, l’altro re (all’epoca non si usavano ancora le staffe). DEI E DESTRIERI
con una natura morta, affiancati da animaletti. Selle dello stesso tipo sono documentate nel Nel tondo, un mo-
Altri due affreschi sono riemersi in un’abita- mondo romano a partire dal I secolo d.C., in saico della Casa di
zione attigua a quella del Priapo: raf- particolare in ambito militare. Le Giove, con raffigura-
figurano l’uno Narciso nell’atto giunzioni ad anello erano quat- zioni mitiche ancora
di specchiarsi, l’altro il mito tro per ogni bardatura e ser- da decifrare. Sotto,
di Leda e il cigno, anch’es- vivano a collegare le diver- uno dei cavalli
so popolare a Pompei e se cinghie di cuoio usate ritrovati in una stalla:
attestato da diverse ico- per bloccare la sella sul i resti della ricca
nografie. Quest’ultima dorso dell’animale. bardatura hanno
scena, carica di sensua- Le tracce di fibre ve- fatto ipotizzare che
lità, rappresenta con getali trovate dietro la appartenesse a
grande perizia pittorica il schiena di uno dei cavalli un ufficiale. Nella
congiungimento tra Gio- lasciano ipotizzare la pre- pagina a fronte, af-
ve, trasformatosi in cigno, senza di un drappo o di un fresco riproducente
e Leda, moglie di Tindaro, re mantello, e nello spazio tra le Narciso, venuto alla
di Sparta. Dal doppio amplesso zampe posteriori e anteriori un luce nei nuovi scavi
della donna, prima con il dio e poi calco fa pensare all’antica esistenza presso la Regio V.
con il marito, sarebbero nati i gemelli Castore di una sacca. Con ogni probabilità si trattava
e Polluce (i Dioscuri), Elena (futura moglie di quindi di bardature militari da parata: anche
Menelao, re di Sparta, e causa della guerra di in questo caso, un ritrovamento rarissimo.
Troia) e Clitennestra, poi sposa (e assassina) di
Agamennone, re di Argo e fratello di Menelao.
Infine, a poca distanza dalla domus è tornata alla
luce la parte superiore di una fontana, o di un
ninfeo, decorata con tessere vitree e conchiglie.

CAVALLI DI RAZZA
Ma non sono soltanto le domus del centro
cittadino a riservare sorprese. Nella zona di
Civita Giuliana, sita a nord, fuori dalle mura
del sito archeologico, è stata rinvenuta un’am-
pia villa suburbana conservata in maniera ec-
cezionale. Al suo interno diversi reperti (an-
fore, utensili da cucina, parte di un letto in
legno di cui è stato possibile realizzare il calco)
e, soprattutto, una stalla contenente i resti di
tre cavalli di razza, di cui uno con ricca bar-
datura militare. Si trovavano nei pressi di una
mangiatoia alla quale almeno uno di essi era
stato legato, e da cui aveva cercato invano di
liberarsi, terrorizzato dall’eruzione. Ciò che
resta della bardatura comprende cinque ele-
menti di bronzo: quattro sono frammenti di
legno rivestiti di lamina metallica a forma di
mezzaluna, mentre il quinto è formato da tre
ganci con rivetti, collegati da un anello a un
disco. La forma e la posizione hanno suggeri-
to che facessero parte del tipo di sella definita
“a quattro corni”, formata da una struttura di
legno con quattro propaggini (due anteriori e
due posteriori), che davano stabilità al cavalie-

CIVILTÀ ROMANA 73
GLI SPLENDORI DI
ERCOLANO Ritrovati sotto le ceneri dell’eruzione che seppellì la città
nel 79 d.C., questi splendidi gioielli ci restituiscono
un’immagine viva degli antichi ercolanesi: opulenti e gioiosi
di Maddalena Freddi - foto del Parco archeologico di Ercolano

S
ORO E PIETRE ono bellissimi, raffinati, unici. I pre- migliaia di persone. La collezione che viene
Sopra, una serie di ziosi monili ritrovati a Ercolano rap- messa in mostra in SplendOri. Il lusso negli
anelli esposti alla presentano molto di più che la sem- ornamenti ad Ercolano (nell’Antiquarium del
mostra, alcuni impre- plice testimonianza dell’agiatezza e del gu- Parco archeologico) raccoglie circa un cen-
ziositi da pietre dure. sto dei loro proprietari. Sono un’altra voce, tinaio di gioielli, monete, gemme, arredi e
Sotto, un bracciale in gran parte sconosciuta, che racconta le altri costosi oggetti appartenuti agli antichi
lavorato a coppelle, drammatiche ore di quel giorno di ottobre ercolanesi. Alcuni di essi sono stati ritrovati
di cui si nota l’inge- del 79 d.C. (la data, sembra ormai certo, va insieme ai loro proprietari, morti durante la
gnosa chiusura. spostata dall’estate all’autunno), quando il fuga, mentre cercavano invano di mettersi in
Vesuvio eruttò distruggendo Pompei, Erco- salvo dalla catastrofe; altri, invece, sono rie-
lano, Stabia e Oplontis, e con esse le vite di mersi dall’interno delle case, dove erano stati
abbandonati nella concitazione di quelle ore.

GIOIELLI CHE RIVIVONO


Questi oggetti, per quanto preziosi,
«sarebbero però soltanto “cose”, se
non fossero inseriti in un racconto
che ne evoca il profondo significa-
to e nel loro contesto di ritrova-
mento, di utilizzo e di produzione.
Se non tornassero, insomma, nelle
mani e sul collo dei loro proprie-
tari», come spiega Francesco Sira-
no, direttore del Parco archeologi-
co di Ercolano. Si tratta di materiali
che provengono da edifici pubblici,
dalle ricche domus e dalle tante botte-
ghe dell’antica Herculaneum, e restituiscono

74 CIVILTÀ ROMANA
MOSTRE

INFO
SplendOri.
menti ad Ercolano
Il lusso negli orna logico di Ercolano.
rco archeo
Antiquarium del Pa 2019
18 al 30 settembre
Dal 20 dicembre 20
no (Na)
Corso Resina, Ercola urali.it
ww w.ercolano.benicult
Tel. 081 7777008,

Orari di apertura: imo ingresso, ore 18


)
l 01 /0 4 al 31/10: 08,30-19,30 | (ult
Da ingresso, ore 15,30)
3: 08,30-17 | (ultimo
Dal 01/11 al 31/0

possibile indossare virtualmente molti dei COSE MAI VISTE


gioielli e poi, scattando una foto (una sorta A sinistra, un partico-
di selfie dal passato), condividere l’imma- lare dell’allestimento,
gine sui social media preferiti, diventando dedicato non solo
così “ambasciatori” del Parco. ai gioielli, ma anche
Molte le attività di laboratorio in program- alle suppellettili, mol-
un’immagine vivida, complessa e felice della ma, organizzate in collaborazione con il Tarì te delle quali ancora
comunità prima che la tragedia la cancellasse e con l’Istituto d’istruzione superiore “Fran- inedite. Sotto, detta-
per sempre. Un cospicuo gruppo di reperti è cesco Degni” di Torre del Greco, per rendere glio di un orecchino
riemerso nel corso degli scavi sull’antica spiag- partecipi i visitatori degli antichi processi di in forma di serpe.
gia, dove molte persone si erano rifugiate con produzione e della tradizione artigianale plu-
i propri averi e avevano atteso invano l’arrivo risecolare presente in Campania.
dei soccorsi, trovando infine la morte.
L’esposizione è il primo grande even-
to ospitato dall’Antiquarium (finalmente
riaperto al pubblico) e pone le basi per la
definitiva esposizione nel museo del sito ar-
cheologico di tutti i reperti che, dal 1927,
si trovano in loco e non più nelle collezioni
del Museo archeologico nazionale di Napo-
li, dove confluivano man mano che veniva-
no ritrovati. S’interrompe in questo modo,
spiega ancora Sirano, un lungo silenzio che
ha finora impedito al pubblico di “ascoltare”
la voce dei reperti direttamente sul posto in
cui furono utilizzati, seppelliti dall’eruzione
e infine riportati alla luce.

UN’ESPERIENZA INTERATTIVA
Arredi, ornamenti e strumenti di lavoro,
decorazioni, mobili e moltissimi resti or-
ganici provenienti dalle case, dalle strade
e dalle mense degli antichi ercolanesi tor-
nano così a raccontare finalmente la loro
drammatica storia. Nella mostra, curata da
Marina Caso, il visitatore può anche fruire
di un’esperienza davvero unica: sarà infatti

CIVILTÀ ROMANA 75
IL DADO Il divertimento dei Romani non era fatto solamente
di ludi gladiatori o corse delle bighe, ma anche di giochi semplici.
Come i dadi, su cui si scommettevano cifre cospicue
di Eugenio Anchisi

G
randi amanti delle gare da imperatori famosi come Augusto, Claudio e
circo e degli spettacoli d’a- Nerone), nonostante le leggi impedissero que-
rena, i Romani nutrivano sto tipo di divertimento, consentito soltanto
anche la passione per i giochi durante i Saturnali, le feste che segnavano il
casalinghi, molti dei qua- passaggio dal vecchio al nuovo anno. Tra i gio-
li sono arrivati fino a chi su cui si scommetteva, i più diffusi erano
noi. Inoltre, erano forti probabilmente i dadi e gli astragali. Questi ul-
scommettitori (inclusi timi, chiamati anche aliossi, si ricavavano da-
gli ossi delle articolazioni posteriori di pecore
e montoni. La loro conformazione naturale,
arrotondata alle estremità, li rendeva adatti a
essere lanciati, proprio come i dadi, con la dif-
ferenza che gli astragali potevano ricadere su 4
facce anziché su 6. Ogni faccia aveva un valo-
re diverso (“1”, “3”, “4”, “6”) ed era possibile
ottenere differenti combinazioni numeriche.
Si giocava con quattro astragali (cinque, in al-
cune varianti) e la combinazione più alta era
il cosiddetto “colpo di Venere”, che consisteva
nell’ottenere quattro facce diverse nello stesso
lancio. Il colpo peggiore, invece, era chiama-
to “colpo del cane” (forse tutti “1”). Oltre agli
astragali in osso, ne esistevano di terracotta,
avorio, argento e oro. Si trattava di un gioco
molto diffuso anche tra i bambini.

LE SEI FACCE DEL DESTINO


Gli astragali potevano essere gettati a terra,
oppure lanciati in aria e ripresi con il dorso
della mano (in questo caso si trattava di un
gioco di destrezza, oltre che d’azzardo).
Questi ossi erano usati anche per predire

76 CIVILTÀ ROMANA
GIOCHI

È TRATTO lità di ottenere risultati favorevoli.


Non erano rari neppure i giochi
che prevedevano l’uso di un ta-
voliere. Ce n’era uno, analogo al
moderno filetto (chiamato anche
mulino o tris), con una tavola a
tre quadrati concentrici i cui lati
erano intersecati da linee perpendico-
lari: ogni giocatore utilizzava nove pedine e
chi riusciva a metterne in fila tre vinceva
una delle pedine dell’avversario.
il futuro (come altri tipi di giochi) e proprio Più complesso era il gioco dei latrun-
per questo motivo sono stati ritrovati in di- culi, o ludus latrunculorum (“gioco dei
versi corredi funerari di età romana. ladruncoli”): il regolamento non ci è per- DADI E ASTRAGALI
I dadi avevano già l’aspetto odierno. Era- venuto, anche se pare che la miglior strategia Sopra, dadi romani
no realizzati soprattutto in osso, ma anche in consistesse nello sferrare un attacco compat- a sei facce (ne
avorio, metallo o legno; ogni faccia presentava to all’avversario, di cui bisognava espugnare esistevano anche a
un numero, da “1” a “6”. Se ne usavano 2 o la fortezza. Giochi altrettanto diffusi erano più facce, forse usati
3 per volta, lanciandoli tramite un bussolotto, la morra (micatio), che aveva le stesse regole per giochi particolari
chiamato fritillus o turricola. Vinceva chi ot- di oggi, o il domino, di origine egiziana. o per trarre oracoli).
teneva il punteggio più alto, un risultato Doveva poi esistere qualcosa di mol- In alto a sinistra,
stabilito, oppure numeri tutti pari o to simile al nostro gioco dell’oca, di il gioco del filetto
tutti dispari. Anche nel gioco dei dadi cui sono state trovare tessere che inciso su una pietra
esistevano sequenze vincenti, come si sembrano indicare movimenti ob- e il tracciato usato
evince da alcuni versi di Ovidio, che bligati, mentre assai popola- per un passatempo
nell’Ars amandi si augura che il lettore re era par et impar (pari e simile, chiamato
sia in grado di «ottenere il numero 3». dispari), in cui si doveva duplum molendinum,
Sui dadi e sugli astragali, nonostante i indovinare se i sassolini in cui bisognava
divieti, si scommetteva in maniera forte. tenuti in pugno dall’av- mettere in fila quattro
Nel retro delle taverne e delle locande il versario fossero in nu- pedine. A sinistra,
gioco era abituale, anche perché chi veni- mero pari o dispari. scultura di fanciulla
va scoperto a giocare d’azzardo poteva es- Esisteva anche il gio- che gioca con gli
sere punito, mentre il taverniere co “testa o croce”, che astragali. Nella
non rischiava nulla. si faceva con una mo- pagina a fronte, una
Proprio come oggi, non neta: si chiamava navia manciata di astragali
mancavano im- et capita (“navi e teste”), e un affresco, ritrova-
broglioni, bari e perché all’inizio si gioca- to in una taverna di
trucchi vari. Non va con una moneta de- Pompei, che mostra
di rado i dadi ve- dicata alla dea Roma tre giocatori di dadi.
nivano manomes- che presentava su
si, consentendo a una faccia la testa
chi fosse in grado della divinità e sull’altra
di lanciarli con abi- la prua di una nave.

CIVILTÀ ROMANA 77
GLI ACQUEDOTTI
NEWS ROMANI

S.P.Q.R. NEWS
LE ULTIME NOTIZIE DAL MONDO ROMANO
IL MAUSOLEO
DI PLANCIA MAGNA UNA TOMBA
PER I FULMINI
Da poco scoperto in Turchia

R isale a pochi mesi fa la scoperta a


Perga, in Turchia (nell’attuale pro-
vincia di Antalia), del mausoleo di Plan-
cia Magna, sacerdotessa di Artemide
Dentro la Casa del Centurione
coinvolta nella vita politica della città e
vissuta a cavallo tra il I e il II secolo d.C.
La famiglia della donna si era trasferita
dal Lazio in Anatolia. Il padre, Marcus
Plancius Varus, fu senatore e proconso-
le della Bitinia, mentre la madre era una
principessa, oltre che sacerdotessa del
locale tempio di Artemide, la più impor-
tante divinità cittadina.
Sacerdotessa di Artemide lei stessa,
sposata con Gaius Julius Cornutus Ter-
tullus, Plancia Magna fu, secondo Mu-
stafa Demirel, direttore del Museo di

L
Antalia, una vera autorità cittadina, a cui a prima a essere scoperta, qual- prese non finiscono qui, perché sono
furono dedicate diverse statue. Dentro il che tempo fa, fu la caserma di state rinvenute anche due “sepolture
mausoleo sono state ritrovate iscrizioni una guarnigione imperiale del di fulmini”. Nell’antica Roma, infatti,
relative alla sua vita e a quella dei fami- III secolo d.C. Accanto a essa, quando era usuale seppellire oggetti che fosse-
liari, utili a ricostruirne la storia. il cantiere della stazione Amba Ara- ro stati colpiti da saette. Si trattava di
dam, sulla linea della metropolitana un “patteggiamento” con la divinità,
C di Roma, riprese i lavori (era l’e- compiuto da un sacerdote chiamato
state scorsa), è apparsa la cosiddetta fulgurarius, e aveva lo scopo di placare
Domus del Centurione: una dimora il nume che aveva scagliato lo strale.
sontuosa, abitata con ogni probabi- Dentro le due sepolture sono stati rin-
lità dal comandante del castrum. Si venuti macerie, legni e un chiodo in
tratta di scoperte inusuali, perché ferro. Sulle cassette che contenevano i
non è facile trovare una caserma di 40 materiali colpiti dal fulmine compaio-
ambienti, con pavimenti e affreschi in no scritte che non hanno lasciato dub-
ottimo stato di conservazione. bi agli archeologi: una dice “Fulgur
Ma ancor più raro è individuare la conditum”, l’altra “Folgor conditum”.
casa del comandante militare, un’abita- La tradizione di seppellire oggetti
zione di 300 mq. Ben 14 stanze, dispo- colpiti da fulmini risaliva all’Età del
ste attorno a un cortile al cui centro bronzo, quando si delimitava con un
sorgeva una fontana. Anche qui, come recinto sacro il luogo dov’era avve-
nella caserma, sono stati ritrovati nuto il contatto con la saetta. Veniva
mosaici pregevoli, in pietra bianca e poi scavato un pozzo, in cui si gettava
grigia (sopra, un esempio). Ma le sor- tutto ciò che era stato colpito.

78 CIVILTÀ ROMANA
NEWS

TRA POLLI E STRIGILI rinvenuta nel giugno scorso in un can-


Curiosi reperti in una sepoltura tiere Acea, in località Case Rosse (Roma),
risalente al IV-III secolo a.C., conteneva

È stata chiamata “Tomba dell’atleta”


perché al suo interno sono stati ri-
trovati alcuni strigili, strumenti di metal-
anche un corredo funebre integro; era
composto non solo da oggetti, ma anche
da offerte di cibo, fra cui pollo, coniglio,
lo a forma di uncino che venivano usati agnello o capretto. Tutto materiale che
per ripulire il corpo da grasso e sudore consentirà di conoscere meglio le usanze
dopo l’attività fisica. Ma la sepoltura funebri della campagna romana.

PER DURARE I GUANTONI


DEL LEGIONARIO

(QUASI) IN ETERNO
Il ritrovamento in Inghilterra

I segreti del calcestruzzo romano


G uantoni da boxe del tutto simili a
quelli che si possono vedere alle
mani della celebre statua del Pugile a ri-
poso, conservata al Museo nazionale ro-
mano, sono stati recentemente trovati a
Vindolanda, la cittadina fortificata ingle-
se che sta restituendo una lunga serie di
preziose testimonianze relative alla vita
quotidiana ai tempi dei Romani.
I guantoni, in cuoio imbottito (sotto),
sono probabilmente gli unici esemplari di
epoca romana sopravvissuti e risalgono
al 120 d.C. Non fanno parte dello stesso
paio, ma sono in così buone condizioni
da poter essere indossati. Uno di essi
conserva addirittura impressi i segni la-
sciati delle nocche di chi li ha usati. «Ave-

C
he cosa rende le costruzioni ro- e acqua con cui venivano realizzate le vo visto guantoni romani scolpiti e dipin-
mane, molte delle quali hanno opere. Secondo lo studio, l’ingrediente ti, ma avere il privilegio di trovarne due
ormai più di duemila anni, così fondamentale del processo che rende di vero cuoio è assolutamente speciale»
straordinariamente resistenti e duratu- pressoché indistruttibili le strutture ha dichiarato Andrew Birley, direttore
re? Che i nostri antenati custodissero dei porti romani è l’acqua di mare, degli scavi archeologici di Vindolanda.
ancora alcuni dei loro segreti tecnologi- capace di dare origine a cristalli rari
ci era certo, ma le indagini condotte non e dalle forme inusuali. Studi condotti
erano mai riuscite a scoprirli. Oggi, gra- sull’antico Portus Cosanus, a Orbetel-
zie a uno studio realizzato dall’Univer- lo, hanno permesso di notare che ul-
sità dello Utah e diretto dalla geofisica teriori cristalli si erano formati all’in-
Marie D. Jackson (che l’ha pubblicato terno della struttura e dentro le sue
sulla rivista «Mineralogist»), si è forse crepe, a dimostrazione che la reazio-
giunti a capo del problema. ne con l’acqua salata continua anche
Come aveva già notato Plinio il Vec- dopo che il calcestruzzo ha fatto presa.
chio nella sua Storia naturale, le struttu- I cristalli rendono più forte il cemento
re romane realizzate nei porti e bagna- e aumentano la resistenza del calce-
te dal mare «diventano una massa uni- struzzo. «Questo processo sarebbe ne-
ca in pietra, inespugnabile alle onde e gativo per i materiali di oggi» spiega
ogni giorno più forte». Studiando vari la Jackson, «invece per quelli dei tempi
tipi di costruzioni antiche, la Jackson antichi funzionava a meraviglia. Non
è arrivata alla conclusione che il se- è detto che si possa applicare tale for-
greto è da ricercare nella perfetta mi- mula anche alle realizzazioni moder-
scela fra cenere vulcanica, malta, tufo ne, ma di certo vogliamo provarci».

CIVILTÀ ROMANA 79
GLI ACQUEDOTTI ROMANI LIBRI MOSTRE FILM

MOSTRE | IL COLOSSEO SI RACCONTA

È stata inaugurata il 21 dicembre scorso la mostra permanente all’Anfiteatro Flavio


intitolata Il Colosseo si racconta. Come spiega il direttore del Parco archeologico
del Colosseo, Alfonsina Russo: «Si tratta di una prima, importante tappa del
ripensamento della visita del monumento. Stiamo studiando percorsi tematici che,
attraverso un’efficace segnaletica, valorizzino itinerari significativi». Lungo 12 arcate
del secondo livello del monumento, il visitatore può ripercorrere l’intero racconto
dell’anfiteatro degli imperatori: dalla costruzione fino agli inizi del Novecento, per
terminare con una carrellata di immagini del Colosseo, divenuto icona universale.
La mostra scandisce la storia del monumento e si caratterizza per l’esposizione di
apparati decorativi in marmo di età imperiale e medievale; periodo, quest’ultimo,
durante il quale il Colosseo, perduta la sua funzione originaria, fu adibito a spazio
per attività commerciali, residenziali e religiose, che ne trasformò l’aspetto.

Orari: da lunedì a venerdì, 9-13 e 14-17; sabato, 9-14


Biglietto: € 12, ridotto € 7,50; gratuito fino a 18 anni e ogni prima domenica del mese

LIBRI | IL DONO DI AFRODITE, L’EROS NELLA LETTERATURA E NEL MITO IN GRECIA E A ROMA

Uomini, bestie, dei: nessuno riesce a resistere al potere di Afrodite (Venere, per
i Romani), la dea dell’amore nata dalla spuma del mare fecondato dai genitali di
Urano (a strapparglieli fu il figlio, Crono). Le conseguenze del suo dono magni-
fico, cioè l’amore in tutti i suoi aspetti, sia carnali che spirituali, vengono raccon-
tate, a volte anche in maniera assolutamente esplicita, nelle più famose storie d’a-
more delle letterature antiche: dall’epica alla lirica, dalla tragedia alla commedia,
dalla filosofia al romanzo, in un viaggio affascinante che comincia con Omero
e termina con la fine del mondo classico. Senza questa bellissima divinità, del
resto, che cosa ci rimarrebbe della grandezza del mito antico? Il libro propone un
suggestivo ed esauriente percorso nell’universo della dea, tanto onorata e lodata
da Greci e Romani (dei quali era diretta progenitrice, essendo madre di Enea), alla
scoperta dell’amore, a volte donato e a volte rubato, in un mosaico di avventure
dove la conturbante divinità non smette mai di sorridere della nostra ingenuità.

Simone Beta, Francesco Puccio, Il dono di Afrodite, Carocci, pp. 200, € 16

FILM | LE CALDE NOTTI DI POPPEA

Girato nel 1969 da Guido Malatesta, regista specializzato in film scollacciati (suoi
sono anche Samoa, regina della giungla e Tarzana, sesso selvaggio), Le calde notti di
Poppea si inserisce in quel filone di lungometraggi “storici” che usano un nome noto
al pubblico per i suoi presunti vizi e licenziosità, con lo scopo di costruire uno spetta-
colo che di storico ha, in realtà, poco o nulla. Interpretato dalla cecoslovacca Olinka
Berova, il film tratteggia un’improbabile Roma imperiale in cui Poppea, campagno-
la arrivata in città, finisce inavvedutamente in un bordello dove dà inizio alla sua
ascesa sociale. S’innamora del console Claudio Valerio, uomo integerrimo, che la
rifiuta. Quindi fa da modella per una statua di Venere ordinata dall’imperatore e in-
fine sposa il figlio del senatore Tarquinio. Ma il suo destino è di diventare imperarice
fra le braccia di Nerone, anche se il suo cuore continua a battere per il bel Claudio
Valerio. Nonostante tutto, la pellicola presenta momenti alti e scene suggestive.

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IN GUERRA
TRA MITO E REALTÀ CON CARTAGINE
E
sisteva davvero il cosiddetto saluto ro-
mano? Stando agli studiosi, pare non vi
La straordinaria avventura
siano evidenze iconografiche tali da farci di Annibale nelle parole
credere che gli antichi Romani salutassero te- dello storico Cornelio Nepote.
nendo il braccio alzato, disteso e con la mano al-
lungata in avanti. Tuttavia si praticava certamente
un saluto a braccio alzato, anche se con il gomito ANTONIO
piegato e il palmo della mano leggermente rivolto verso
colui o coloro che si intendeva salutare (a destra, la statua
E CLEOPATRA
dell’Arringatore, del II-I secolo a.C.). Il gesto, in uso ancora Il tragico destino di due
oggi, è del tutto naturale. Mostrare il palmo della mano era amanti uniti dal potere.
anche un segno di pace e sollevare la destra un modo per
rendere onore, mostrare fedeltà e amicizia o esprimere un
giuramento. In alcuni rilievi, come nella Colonna Traiana, MACCHINE
si vedono personaggi con il braccio sollevato e quasi teso,
ma non pare si trattasse di un gesto codificato. Quando si
DA GUERRA
incontravano per strada, i Romani si salutavano piuttosto Le formidabili tecniche
con un’esclamazione (ave o salve, che significano, rispettiva- d’assedio dei legionari.
mente, “stammi bene” e “salute”). La stretta di mano era poco
usata (ma era un gesto tipico di quanti professavano il culto di
Mitra), mentre si preferiva tendere la mano leggermente solle- LA DOMUS
vata e alzare l’indice: anche questo un segno beneaugurante, che La fastosa casa dei patrizi
Sallustio chiama digitus salutaris, il “dito del saluto”.
Baci e abbracci entrarono in uso solo in epoca imperiale, men- e dei cittadini ricchi di Roma.
tre pare che tra militari si usasse già una forma di saluto simi-
le a quella moderna, con la mano destra alzata alla fronte (anche
questo gesto compare su alcuni rilievi). Generalmente si ritiene che
GLI SPECCHI
quest’ultima usanza sia invece medievale, derivata dal gesto di solleva- Magnifici oggetti di lusso
re la visiera dell’elmo per salutarsi fra cavalieri mostrando il volto. per la vanità delle matrone.

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