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Ai piedi del monte Ros, impassibile nella sua armatura di ghiacci, dimora degli dei, centro

del mondo conosciuto, si estende una pianura tta di boschi e pericoli. In questa terra a
sud delle Alpi, disabitata e talmente inospitale che nel 101 a.C. non ha ancora un nome,
sono schierati uno di fronte all’altro, su una super cie lunga chilometri, i due eserciti più
grandi del continente. Duecentomila uomini pronti a combattere corpo a corpo, a
massacrarsi no allo stremo: a fare la guerra nel modo in cui la guerra veniva fatta oltre
due millenni fa.
Da una parte un popolo di invasori, anzi di “diavoli”, che ha percorso l’Europa in lungo e
in largo, portando distruzione ovunque, ed è dilagato nella valle del Po saccheggiando città
e villaggi, mettendo in fuga gli abitanti. È il popolo dei Cimbri, invincibile da vent’anni e
deciso, forse, ad attaccare persino Roma.
Dall’altra parte c’è il console Caio Mario, l’uomo nuovo della politica, con il suo esercito di
plebei ed ex schiavi, l’ultimo in difesa dell’Urbe. Quella che stanno per a rontare non è
una battaglia, è lo scontro tra due civiltà al bivio cruciale della sopravvivenza, è un evento
destinato a cambiare la Storia.
Terre selvagge è un viaggio nel tempo, in un’Italia ancora misteriosa, così vicina e così
lontana da quella che conosciamo. È il racconto di una pagina drammatica della vicenda
umana, nora avvolta da incertezze, falsità e malintesi. È, soprattutto, un maestoso
mosaico di ambizioni e di paure, nel quale è custodita la chiave per capire molte cose
anche del presente.
Sebastiano Vassalli è nato a Genova nel 1941 e vive da sempre in provincia di Novara. È
uno dei più importanti narratori degli ultimi decenni. Tra le sue opere più amate
ricordiamo La notte della cometa (1984), La chimera (1990, vincitore del premio Strega e
nalista al premio Campiello), Un in nito numero (1999). Ha scritto per “la Repubblica”,
“la Stampa” e attualmente è opinionista per il “Corriere della Sera”.
la Scala
SEBASTIANO VASSALLI
Terre selvagge
Campi Raudii
Proprietà letteraria riservata
© 2014 RCS Libri S.p.A., Milano

ISBN 978-88-58-66778-1

Prima edizione digitale 2014 da edizione aprile 2014

In copertina:
Immagine © Dirk Wustenhagen / Trevillion Images
Art Director: Francesca Leoneschi / theWorldofDOT

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Terre selvagge
Premessa
Ieri

Com’era grande e misteriosa l’Europa duemila e cento e quindici


anni fa, nell’anno seicentocinquantaduesimo dalla fondazione di
Roma: corrispondente, nel nostro calcolo del tempo, al centouno
prima di Cristo! E com’era ancora grande e pieno di incognite il suo
futuro. Quel futuro che ormai sembra averci già dato tutto quello
che poteva darci: nella tecnica, nella scienza, nell’economia, nelle
arti e nella letteratura; e che se ancora ha in serbo qualche
avvenimento importante sembra intenzionato a farlo accadere in
altre parti del pianeta. A oriente, forse, o a occidente, ma non qui.
La storia che si racconta in queste pagine appartiene a un mondo
che è vicinissimo al nostro: è il nostro mondo, con le sue montagne
e le sue pianure e le sue città che allora ancora non c’erano o erano
dei villaggi di legno e di paglia, con qualche edi cio in pietra e
mattoni per il culto delle divinità; ma è lontanissimo nel tempo.
Ventun secoli. In quel mondo le donne e gli uomini ragionavano e si
comportavano più o meno come ragionano e si comportano le
donne e gli uomini di oggi, ma vivevano in un ambiente molto
diverso e dipendevano dal soprannaturale, cioè dagli Dei, più o
meno come noi oggi dipendiamo dalla tecnica e dagli oggetti
prodotti dalla tecnica. Non c’erano ancora, in quel mondo, le
automobili, e nemmeno i telefoni e la televisione. Non c’erano i
computer e però la gente non ne sentiva la mancanza perché aveva
già tante cose a cui pensare. Aveva già tanti fastidi a cui bisognava
fare fronte ogni giorno, e tanti problemi da risolvere!
La maggior parte delle donne e degli uomini che vivevano allora
non sapevano di vivere in Europa, e non avevano un’idea chiara di
dove fossero. L’Europa, per i Greci e anche per i Romani, era
innanzitutto una dea: una giovane donna dalle forme perfette. Dice
la leggenda che la sua bellezza aveva fatto innamorare Zeus, il
signore dell’universo che i Romani chiamavano Giove. Un giorno,
mentre Europa era in riva al mare, Giove le si avvicinò sotto le
sembianze di un toro dal pelame lucente. Lei gli salì in groppa e il
toro la rapì portandola nel suo mondo. Come poi dal mito si sia
passati alla geogra a non è dato sapere: è certo, comunque, che già
all’epoca della nostra storia la parola Europa indicava “la terza parte
del mondo” in alternativa all’Africa e all’Asia; e che veniva usata
con questo signi cato da autori come Plinio il Vecchio e Tito Livio. I
suoi con ni erano incerti perché anche l’Asia e l’Africa non si
sapeva bene dove incominciassero e dove nissero; e perché
quell’Europa di allora era così grande, da poter essere il mondo.
L’Europa, per chi aveva la ventura di nascerci e di viverci, era il
mondo.
C’era, nel centro-sud dell’Europa, una montagna che si vedeva da
lontano nella pianura sottostante e che gli abitanti della regione
dove si svolge la nostra storia: i Celti, consideravano la dimora delle
loro divinità maggiori. Un luogo sacro. La pianura ai piedi di quella
montagna era percorsa da strade che portavano a occidente e a
oriente e però alla ne si univano per andare a sud, verso una città
di cui si raccontavano tante meraviglie e che tutti conoscevano
almeno di nome: Roma. Da lì, cioè da Roma, venivano gli uomini
tarchiati e scuri di capelli che chiamavano i Celti “Galli” e gli
imponevano, oltre alle loro leggi, tasse e dazi, senza che nessuno più
si stupisse per la loro presenza o pensasse di dover fare qualcosa per
liberarsene. Anche se non nascevano nel paese dei Celti, quegli
uomini ormai facevano parte di un sistema di equilibri naturali e
soprannaturali che ruotavano intorno al gigante delle montagne: al
monte Ros, dimora degli Dei e ombelico del mondo. Di là dal monte
Ros, che chiudeva a nord l’orizzonte, e di là dalle Alpi, c’era il paese
dei Germani. Chi aveva avuto la ventura di andarci lo descriveva
come un’immensa foresta, talmente grande che ci volevano due o tre
settimane per attraversarla a cavallo; e diceva che quella foresta
niva soltanto davanti a una distesa d’acqua, il ume Oceano, che
era l’estremo limite di tutte le terre abitate. A est e a ovest del paese
dei Germani c’erano altri paesi, altri mari, altri popoli: ma Roma
arrivava dappertutto con i suoi uomini piccoli, scuri e tarchiati, e il
monte Ros era il centro di tutto quello che si vedeva e anche di
quello che non si vedeva a causa della distanza.
Era il centro dell’Europa, cioè del mondo.
(Nella lingua degli antichi abitanti di questa regione, la parola
“ros” signi cava picco, vetta; e ancora oggi la montagna sacra dei
Celti si chiama con un nome non molto diverso da quello originale,
monte Rosa.)
La storia che si racconta in queste pagine incomincia in Europa,
sotto il monte Ros, in quell’anno seicentocinquantaduesimo dalla
fondazione di Roma di cui si è detto all’inizio. Mentre gli alberi
orivano come sempre e la natura tornava a vivere dopo la lunga
pausa invernale. Sulle strade degli uomini e nei loro villaggi.
Dappertutto si sentiva ripetere un nome, una parola che bastava da
sola a mettere spavento:
«I Cimbri! Sono arrivati i Cimbri!». E, insieme al nome, arrivavano
le notizie:
«Hanno scon tto i Romani alle Bocche dell’Adige! Hanno
saccheggiato la tale città e la talaltra! Stanno attraversando il
Ticino! Sono qui!».
Le voci che parlavano di incendi e di stragi si inseguivano, si
moltiplicavano, si dilatavano nei racconti dei fuggiaschi. Tutti gli
equilibri naturali e soprannaturali erano sconvolti. La pianura dei
Celti, che anche noi d’ora in avanti chiameremo Galli come li
chiamavano i Romani, l’Europa e il mondo erano sottosopra.
Soltanto la grande montagna rimaneva ferma e impassibile nella sua
armatura di ghiacci; e la gente abbandonava case e campi per
correre lassù, verso quell’ultimo rifugio…
Capitolo primo
Il fabbro di Proh

Era maggio, il mese più bello dell’anno. Era il settimo giorno del
mese: le nonae. C’era il sole. C’erano i ori sugli alberi e nei prati,
c’erano, a chiudere l’orizzonte, le grandi montagne: le Alpi, ancora
bianche di neve. C’erano gli uccelli che tornavano dai paesi lontani.
Su tutto quello che si vedeva, però, e anche su quella parte del
paesaggio che rimaneva nascosta dietro le colline coperte di boschi,
incombeva l’ombra di una minaccia: così grande, da occupare tutti i
pensieri degli uomini e da determinare tutti i loro comportamenti.
La gente scappava. Da tre, quattro giorni: per la strada che
attraversava il villaggio di Proh venendo da Novara e dagli altri
borghi della pianura si snodava una processione ininterrotta di
uomini e di donne curvi sotto il peso delle cose che dovevano
assolutamente essere portate in salvo e che i più ricchi avevano
potuto caricare su un asino, su un cavallo o addirittura su un carro.
C’erano molti bambini, molti vecchi. C’erano anche molti animali:
cani, pecore, capre. Ogni tanto, in quel ume di uomini e di bestie,
arrivava qualcuno che si faceva largo a suon di frustate e superava
tutti con la sua raeda o il suo carpentum che erano le carrozze
dell’epoca, lasciandosi alle spalle una scia di insulti e di maledizioni.
Molti gli gridavano:
«Dove credi di poter arrivare, prima degli altri? Perché corri?».
Molti gli auguravano di andare in malora o in altri luoghi
altrettanto piacevoli; o di morire di morte violenta; o di fare
comunque una brutta ne.
Davanti all’o cina del nostro primo personaggio, il fabbro
Tasgezio, non si era mai visto un tale transito di persone e di
animali e di veicoli che andavano tutti nella stessa direzione, verso
le montagne: e, naturalmente, c’era qualcosa di terribile che
spingeva tutta quella gente a fuggire. Si diceva che laggiù, in
pianura, fosse arrivato un popolo di invasori anzi di diavoli, che
rubavano e incendiavano e uccidevano: il popolo dei Cimbri.
Quando non era impegnato a sistemare una ruota o ad aggiustare la
stanga di un carro, Tasgezio stava davanti alla sua o cina,
appoggiato a uno dei pali che reggevano la tettoia, a guardare quelli
che passavano. Rispondeva con un cenno del viso o agitando una
mano ai tanti che lo salutavano senza conoscerlo. Gli diceva:
«Buona fortuna. Buon viaggio».
«La strada per attraversare le montagne, e per i laghi» spiegava a
chi gli chiedeva un’informazione, «è quella che gira a destra.
Andando a sinistra, invece, si va verso il borgo di Agamio e verso la
montagna più grande di tutte le altre: il monte Ros.»
«Si va nella valle del ume Sesia. Una valle senza vie d’uscita.»
«E tu, ragazzo, perché non chiudi l’o cina e scappi?» gli
chiedevano i vecchi. «Lo sai che giù nella pianura tra i umi Ticino
e Po sono arrivati i Cimbri, che saccheggiano e bruciano i villaggi e
ammazzano tutti quelli che trovano? Non te l’ha detto nessuno?»
«Sono ancora lontani» rispondeva Tasgezio. «Per quel che ne so io,
si sono accampati a sud di Vercelli. Non credo che arriveranno n
qui.»
«Roma manderà un esercito a fermarli.» Ma chi stava scappando
gli obiettava: «Hanno già vinto i Romani quando sono arrivati in
Italia, sull’Adige». E c’era per no chi gli dava ragione, per
convincerlo:
«È vero» gli diceva, «che il grosso di quei diavoli è fermo di là da
Vercelli, ma si sono visti anche attorno a Novara. Dacci retta:
scappa».
«Sono così tanti che gli ci sono volute due settimane per
attraversare il Ticino» aggiungeva un altro. E altri ancora si
fermavano a dire la loro. Raccontavano:
«Hanno cento carri carichi d’oro e d’argento: un tesoro
immenso!».
«Hanno mille e mille giovenche e mille buoi rubati nelle nostre
stalle. In tutta la pianura del Po, non è rimasto nemmeno un
animale da carne o da latte».
«Dove passano loro non cresce più l’erba. Come ai tempi di
Annibale!».
Tasgezio ascoltava e scuoteva la testa. Pensava che la paura
ingrandisce tutto. «Mi è stato detto» replicava, «che c’è già di qua
dal Po un esercito romano, quello del proconsole Lutazio Catulo, e
che tra poco arriveranno dalla Gallia anche le legioni di Mario…»
«Una ragione in più per andarsene!» gridavano quelli che
fuggivano: «Non capisci? I Cimbri hanno già vinto i Romani quattro
volte, e hanno distrutto l’esercito dei consoli Manlio e Cepione.
Nessuno, mai, è riuscito a fermarli. Nessuno può vincerli!».
Insistevano: «Fai come abbiamo fatto noi. Metti le tue cose su un
carro, se ce l’hai, e se non ce l’hai mettile su un asino o mettitele in
spalla, e vai verso le montagne. Lassù, forse, quei diavoli non
arriveranno: ma non è detto».
«Con quel genere di invasori, nessun posto è sicuro!»
Il fabbro continuava a scuotere la testa e non rispondeva.
Pensava: “Là dove sta andando tutta questa gente ci sono soltanto
sassi e uomini induriti dalle di coltà della vita, che difenderanno
con le unghie e con i denti quel poco che hanno. Se chi scappa
dovrà fermarsi in montagna per un po’ di tempo, come farà a
sopravvivere?”.
“Cosa mangerà?”.
Molti viandanti raccontavano storie di uomini che avevano
tentato di difendere le loro case e i loro congiunti, e avevano fatto
una ne orribile. Storie di villaggi dati alle amme. Chi aveva avuto
la possibilità di vedere i Cimbri diceva che erano dei giganti, molto
più grandi dei Romani e anche dei Galli; che avevano delle spade
enormi e che si nascondevano il viso con degli elmi, in forma di
maschere demoniache.
«Resistergli» dicevano, «signi ca andare incontro alla morte.
Bisogna fare come abbiamo fatto noi: bisogna scappare.»
Tutti quei viaggiatori, e tutti gli abitanti della grande pianura
erano Celti, cioè Galli: come lo stesso Tasgezio e come la madre di
Tasgezio, la signora Lunilla. Che abitava nella sua stessa casa e che
ogni tanto, spinta dalla curiosità, veniva ad ascoltare i discorsi che
si facevano sotto la tettoia del fabbro o nella sua o cina. Anche lei,
come il glio, cercava di capire chi fossero quegli invasori che a
Proh nessuno aveva mai visto e di cui, in pratica, non si sapeva
niente di certo. Si diceva che venissero dall’estremo limite del
mondo abitato, e che fossero originari di un paese dove il sole si
vedeva soltanto d’estate. Si diceva che nella loro patria non
crescessero né il grano né la vite né le altre piante che servono
all’alimentazione degli uomini. Chissà, si chiedeva Tasgezio, cosa
c’era di vero in quelle voci, e cosa poteva avere indotto così tante
persone ad abbandonare una terra che per quanto disagevole era
pur sempre la loro patria. Cercavano davvero una nuova patria,
come sosteneva qualcuno, o a spingerli sulle strade del mondo era
stata soltanto quella smania che i Romani chiamavano cupiditas, e
che è l’avidità delle cose degli altri? Cosa se ne facevano delle cose
degli altri? Chiedeva a quelli che scappavano:
«È vero ciò che ho sentito dire, che gli uomini di quel popolo
considerano disonorevole qualsiasi lavoro, e che sanno usare
solamente le armi?».
«È vero che le loro donne combattono insieme agli uomini, o
comunque li assistono e li incitano durante le battaglie?».
Nessuno però sapeva rispondergli, perché nessuno era vissuto con
i Cimbri e nessuno li aveva visti combattere. Nessuno, almeno, che
fosse rimasto vivo. Prima di rimettersi in cammino, i viandanti
cercavano per l’ultima volta di convincere il fabbro a seguirli. Gli
dicevano:
«Chiudi tutto e vieni con noi verso le montagne. Se non vuoi farlo
per te, fallo almeno per tua madre».
«Siete rimasti voi due soli in questo villaggio». Lo ammonivano:
«Se quei diavoli arrivano n qui, per voi due è nita».
«Ci salveranno le Matrone», rispondeva Lunilla. Era una signora
placida e bionda, un po’ appesantita dagli anni. Spiegava a chi la
stava ascoltando:
«Le Matrone sono quelle donne di pietra che i nostri antenati
hanno messo lassù in cima alla collina, perché si vedessero da
lontano e perché ci proteggessero. Quando io e mio glio abbiamo
saputo che in pianura era arrivato un popolo di invasori, siamo saliti
a interrogarle e loro ci hanno dato dei segni per rassicurarci. Dei
segni positivi. Perciò» concludeva sorridendo e allargando le
braccia, «siamo rimasti nel nostro villaggio e continueremo a vivere
nella nostra casa, nché le Matrone ci diranno che possiamo restare
qui».
«Io e mio glio siamo molto devoti a quelle dee. Ci sono sempre
state vicine nei momenti di cili e ci aiuteranno anche in questa
occasione: ne sono sicura».
Le Matrone erano una divinità campestre dei Galli, venerata un
po’ dappertutto ai piedi delle Alpi e particolarmente presente nel
villaggio dov’è incominciata la nostra storia. Il villaggio di Proh
aveva e ha tuttora questa particolarità, di trovarsi all’estremo limite
della pianura del Po, sotto un’ultima propaggine delle montagne.
Ancora oggi il terreno dietro le sue case si incurva e si alza: forma
una collina dal pro lo arrotondato, un promontorio su cui all’epoca
di Tasgezio e Lunilla c’era un masso di pietra gialla che nella parte
inferiore serviva da altare e nella parte superiore aveva tre gure
femminili rozzamente scolpite. Quel masso, scomparso da tempo
immemorabile, era il segno della presenza delle Matrone su quel
primo rilievo delle Alpi ed era anche la cosa più notevole di un
villaggio, che esiste tuttora con quel nome: Proh. Un nome antico
come le piramidi d’Egitto o come le incisioni rupestri della
Valcamonica. Un nome misterioso anche nella pronuncia. Il cartello
stradale scrive Proh, la parlata locale legge “Pru”: perché?
Rispondere non è facile e forse non è nemmeno possibile. Ci
troviamo di fronte a una parola dei Celti: a un fossile linguistico, che
deve essere accettato così com’è senza la pretesa di capirlo o
addirittura di spiegarne l’origine.
(In quanto all’ipotesi, attestata dalle guide turistiche e dai libri
degli storici locali, per cui il nome Proh deriverebbe dal latino
“petrurium”: pietraia, luogo sassoso, possiamo dire in tutta
tranquillità che è una stupidaggine. I nomi, qui, non li davano i
Romani ma i Celti: e chissà cosa voleva dire nella loro lingua, se
voleva dire qualcosa, la parola Proh! Nel Medioevo, poi, sono
arrivati i sacerdoti cristiani, che celebravano i loro riti in latino e
quando dovevano scrivere nei registri le parole dei Celti le
latinizzavano al momento, secondo la fantasia e la scienza di
ognuno. È dalle loro invenzioni che sono nate etimologie
strampalate come questa, lontane dalla realtà e anche dal
buonsenso. I terreni intorno al villaggio di Proh, anche quelli delle
colline che hanno origine morenica, non sono particolarmente
pietrosi e non lo sono mai stati.)
In ventuno secoli il mondo è cambiato: è cambiato tutto. Ma Proh-
Pru si chiama ancora con il nome che gli avevano dato i Celti e il
paesaggio che lo circonda ha conservato la sua piacevolezza anzi
l’ha vista accentuarsi per contrasto, da quando la coltivazione del
riso ha reso ancora più piatta e più vuota una pianura che nell’anno
seicentocinquantaduesimo dalla fondazione di Roma: l’anno dei
Cimbri, era ancora ondulata e coperta in parte di foreste. Nei primi
mesi di quell’anno, i Cimbri avevano attraversato le Alpi ed erano
entrati in Italia: dopo aver scon tto gli eserciti romani in varie parti
d’Europa, e dopo essersi creati una fama di invincibilità, che li
precedeva ovunque andassero e rendeva ancora più di cile il
compito di chi doveva a rontarli. L’ultima loro vittoria era stata
quella che avevano riportato nella valle del ume Adige contro
l’esercito del proconsole romano Lutazio Catulo, mandato a
sbarrargli la strada perché non entrassero in Italia. I Romani, in
quella circostanza, si erano dati alla fuga e i Cimbri erano dilagati
nella valle del Po e nella regione che noi oggi chiamiamo
Lombardia, saccheggiando città e villaggi e terrorizzando le
popolazioni locali: che non avevano alcuna possibilità di contrastarli
e potevano cercare una via di scampo soltanto tra le montagne.
Anche il villaggio di Proh era stato abbandonato dai suoi abitanti
e Tasgezio e Lunilla erano le uniche persone rimaste in quelle
casupole con i tetti di paglia, che si raggruppavano lungo la strada
principale e sotto il promontorio delle Matrone. Il primo ad
andarsene era stato il mugnaio con i suoi sacchi di grano e dopo di
lui se ne erano andati tutti, ognuno con il suo fardello di coperte e
di pentole e di legumi secchi, portato in spalla o caricato sull’asino
di casa. Se ne erano andati con i loro animali: con le pecore e le
capre e per no con le oche e le galline, che nessuno aveva voluto
abbandonare al loro destino lasciandole libere. «Tutt’al più»
dicevano, «le mangeremo per strada. Il viaggio è lungo.»
Il paese, che di solito era pieno di rumori e di vita, adesso era
silenzioso. Soltanto il fabbro era rimasto nella sua o cina, a tenere
accesa la forgia con il mantice o a guardare chi passava per strada,
stando appoggiato all’uno o all’altro dei pali che reggevano la
tettoia. Diceva di avere ducia nelle Matrone, come sua madre
Lunilla; non diceva, ma sarebbe stata la verità, che aveva ducia nei
Romani. Anche se non li amava come non li amavano la maggior
parte dei suoi connazionali. Quegli uomini così presuntuosi e così
poco simpatici per chi doveva trattare con loro, avevano però il
genio dell’organizzazione. Erano un’entità collettiva come le
formiche o le api: presi uno per uno non valevano granché, ma tutti
insieme erano invincibili. Nessun popolo, e nemmeno i Cimbri,
sarebbe riuscito a scalzarli dalla pianura del Po! Tasgezio ne era
sicuro. Pensava che i Romani sarebbero arrivati di lì a qualche
giorno, al massimo di lì a qualche settimana. Ci sarebbe stata una
grande battaglia, la più grande battaglia che si fosse mai combattuta
sotto la montagna ombelico del mondo; e poi, pian piano, tutto
sarebbe ritornato com’era prima dell’invasione. I villaggi distrutti
sarebbero stati ricostruiti, i morti sarebbero stati dimenticati. Le
guerre passano, la vita continua.
Il protagonista della nostra storia, il fabbro Tasgezio, all’epoca di
questi fatti era un giovane uomo d’età tra i venti e i trent’anni, con
gli occhi azzurri e i capelli biondi come la maggior parte dei suoi
connazionali. Era alto di statura e robusto: un vero fabbro, capace di
sollevare un carro e di appoggiarlo sui ceppi per staccargli le ruote,
e di piegare una sbarra di ferro larga un pollice senza bisogno di
scaldarla. Aveva ereditato l’o cina e il mestiere di fabbro da suo
padre Vidomaro, che gli aveva fatto il torto di morire mentre ancora
era giovane e in quel modo lo aveva costretto a continuare la
tradizione di famiglia, anche se le sue aspirazioni sarebbero state
diverse. Finché era stato vivo il padre, infatti, Tasgezio si era
limitato ad aiutarlo in o cina quando lui glielo chiedeva, e aveva
studiato (ma si era trattato di uno studio senza aule scolastiche e
senza libri) per diventare medico secondo la scienza dei Galli. Dai
dodici ai diciassette anni era andato a scuola dai druidi, i sacerdoti
dell’antica religione del suo popolo, in un cascinale vicino al ume
Sesia dove c’era il loro tempio all’aperto: un bosco sacro, e dove
aveva incominciato a orientarsi nei segreti della natura. I maestri lo
consideravano un allievo molto promettente; poi però, come si è già
detto, i suoi studi delle antiche discipline si erano interrotti dopo la
morte del padre, perché non c’era più stata la possibilità di
continuarli.
Aveva dovuto lavorare. Era diventato un fabbro, come suo padre e
suo nonno.
Il fabbro di Proh.
A vent’anni, Tasgezio si era sposato con una ragazza del suo
paese: una certa Decezia che tutti chiamavano Lisca, anzi “la Lisca”.
La Lisca aveva un paio d’anni meno di lui; era alta di statura e ben
fatta, con una caratteristica che la rendeva diversa da quasi tutte le
donne dei Galli e che le veniva certamente da un antenato
forestiero: i capelli castani cioè scuri. Sul suo conto, in passato, si
erano fatte delle chiacchiere, perché per un certo periodo di tempo
era vissuta a Novara in casa di una sorella del padre, e aveva avuto
dei danzati. (Così, almeno, dicevano le chiacchiere.) Quelle voci,
secondo le donne di Proh avrebbero dovuto impedire al fabbro di
sposare la Lisca; e anche sua madre Lunilla continuava a chiedergli:
«Ci hai pensato bene? Sei sicuro di volerla prendere in moglie?».
Lui, però, non aveva dato retta a nessuno. La ragazza gli piaceva e
gli piaceva anche il suo carattere, così vivace e super ciale, almeno
in apparenza: così allegro, da essere quasi l’opposto del suo. Il
matrimonio però era durato poco, perché la sposa non andava
d’accordo con Lunilla e non andava d’accordo con Proh. Un giorno
d’estate era scomparsa senza salutare nemmeno i suoi genitori e
senza che nessuno in paese, tranne Tasgezio, sentisse la sua
mancanza. Si era poi saputo che era tornata a vivere a Novara, e che
stava con un commerciante di terraglie di origine etrusca, vedovo e
con dei gli già grandi. Gli Etruschi, nella pianura sotto il monte
Ros, avevano fama di essere persone depravate; e le voci che
arrivavano in paese sulla Lisca e sul suo convivente parlavano di
“banchetti alla maniera etrusca”, con schiave e schiavi costretti a
servire nudi i commensali, o addirittura di orge. Si trattava di voci,
cioè di chiacchiere: e chissà poi cosa c’era di vero! Tasgezio ne
aveva so erto; ma non aveva citato in giudizio il commerciante di
terraglie, e non aveva fatto niente per riprendersi la moglie. Non era
nemmeno andato a cercarla.
«Per me» diceva quando qualcuno gliene parlava, «è come se fosse
morta. Stia dov’è.»
In realtà, il fabbro non aveva mai smesso di pensare alla Lisca,
nemmeno in quei giorni della grande paura e della fuga di tutti
verso le montagne. Guardava tra i carri che s lavano davanti alla
sua casa se ce n’era uno carico di terraglie, con un uomo scuro di
pelle e di capelli e una donna molto più giovane. Si diceva:
“Se la Lisca dovrà passare qui davanti si coprirà il viso e farà nta
di non vedermi perché si vergognerà, ma io le farò ugualmente un
cenno di saluto. Nonostante tutto, non sono ancora riuscito a
odiarla: cosa posso farci?”.
“Ci siamo voluti bene e anche lei mi ha voluto bene; a modo suo,
ma gliene sono grato lo stesso. Se ne è andata perché non
sopportava le chiacchiere del paese e perché ha ceduto a un
impulso. È ancora ingenua, e si è lasciata incantare da un uomo che,
per quello che mi dicono, potrebbe essere suo padre”.
“Prima o poi tornerà a cercarmi. Le persone cambiano, con l’età, e
lei è ancora così giovane!”.
Sua madre ogni tanto lo rimproverava. Soprattutto alla sera:
quando lui, dopo avere acceso il fuoco, rimaneva a ssare le braci
pensando alla Lisca. Gli diceva:
«Devi sciogliere quel nodo che hai dentro. Vai dai druidi: loro
sanno cosa devono fare in questi casi. Hanno dei rimedi anche per i
mali dell’anima, come il tuo».
«Con la Lisca doveva nire così. Era inevitabile: ma adesso non
puoi rimanere senza una moglie per causa sua. Non puoi continuare
a sospirare per i begli occhi di chi non ti merita. Ci sono tante
ragazze, anche qui a Proh: un po’ meno sfrontate di lei e magari
anche un po’ meno belle, ma che di erenza fa? C’è la glia del
mugnaio, che è una tua cugina alla lontana e ha una casa con l’orto,
tutta sua, mentre quell’altra non aveva niente… Se vuoi, domani ne
parlo a sua madre…».
Tasgezio alzava una mano: «No, non voglio».
Diceva: «Ho sbagliato una volta e almeno per il momento non
voglio commettere altri errori. Sto bene da solo».
Capitolo secondo
Una battaglia persa, anzi vinta

I Cimbri si erano fermati. A sud di Vercelli: in quella pianura


compresa tra il ume Po e due suoi a uenti, il Ticino e il Sesia, che
noi oggi chiamiamo Lomellina. Dopo avere saccheggiato e devastato
tutto ciò che avevano trovato sul loro cammino venendo dal valico
del Brennero e dalle Bocche dell’Adige, gli invasori erano arrivati in
una terra che ventuno secoli fa era ancora poco abitata e poco
coltivata, con molte paludi e molti pascoli dove avrebbero potuto
tenere le loro mandrie: e avevano deciso di fermarsi lì.
Nel momento in cui incomincia la nostra storia, sulla sponda
sinistra del Po c’erano più di cinquanta accampamenti di altrettante
tribù del popolo dei Cimbri. E tra un accampamento e l’altro
c’erano, cioè continuavano a esserci, i villaggi dei Galli che
vivevano da sempre in quella regione e che, se non erano fuggiti,
avevano dovuto adattarsi a servire i nuovi padroni.
Tutto era fermo, ormai: e anche il tempo sembrava essersi
fermato, in quella lontana primavera piena di oriture, di colori, di
voli e voci di uccelli, di cieli azzurri e di sole e di gioia (apparente)
di vivere. In quel mese di maggio così uguale e così diverso dagli
altri mesi di maggio che l’avevano preceduto, e anche da quelli che
l’avrebbero seguito. Tutti attendevano qualcosa che doveva
compiersi entro poco tempo e doveva risolvere quella situazione. I
Galli della valle del Po aspettavano i Romani, anche se non li
amavano e anche se non sapevano cosa sarebbe successo dopo il
loro arrivo. Aspettavano che arrivassero da sud, attraverso il paese
dei Liguri, le legioni del console Caio Mario: e che li liberassero dai
Cimbri.
I Cimbri aspettavano i Teutoni e gli Ambroni, che erano i due
popoli con cui avevano progettato una manovra a tenaglia per
invadere l’Italia e per raggiungere Roma. Secondo il piano
concordato l’anno precedente, a loro era toccato il compito di
entrare in Italia venendo da nord, attraverso il valico del Brennero e
la valle dell’Adige: come poi e ettivamente avevano fatto. Mentre i
loro alleati dovevano arrivare da ovest, dalla Gallia meridionale e
dalle strade che costeggiano il mare Mediterraneo.
Il progetto era grandioso: annientare Roma!
Purtroppo per chi l’aveva decisa, però, la manovra a tenaglia era
già fallita, perché i Teutoni e gli Ambroni non erano riusciti a
entrare in Italia. Mario li aveva vinti e dispersi ad Aquae Sextiae
nella Gallia meridionale: ma i Cimbri ancora non lo sapevano. Se
l’avessero saputo, non avrebbero seguito a ritroso il corso del Po per
venire a incontrarli e non si sarebbero fermati dov’erano adesso,
nella pianura sotto il monte Ros. Questa storia avrebbe avuto un
andamento diverso e, forse, anche un esito diverso.
Il proconsole Lutazio Catulo, scon tto nella valle dell’Adige,
aspettava di riunire il suo esercito con quello di Mario e si teneva a
una certa distanza dai nemici: perché sapeva che le sue legioni, già
messe in fuga dai Cimbri tra le montagne dell’attuale Trentino, non
avrebbero retto un nuovo scontro e si sarebbero dissolte.
Roma aspettava le notizie dalla pianura del Po. Si sentiva in
pericolo. Non c’era famiglia che non avesse avuto almeno un caduto
in quella guerra, che durava ormai da dodici anni: e anche noi,
prima di entrare nel vivo della nostra storia, dobbiamo almeno
accennare alle vicende che avevano preceduto e accompagnato
l’arrivo in Italia dei Cimbri. Tra i protagonisti di quelle vicende,
dalla parte dei Germani c’era un giovane dalle ambizioni esagerate,
Boiorige, e c’erano due uomini che Roma aveva mandato a
combatterlo. Due uomini destinati a lasciare una traccia profonda
nella loro epoca: Caio Mario e Lucio Cornelio Silla.
Dobbiamo parlare di una battaglia: quella perduta dai Romani
alle Bocche dell’Adige, e di un falso storico ideato da Silla per far
credere che chi aveva perso, cioè lui, in realtà avesse vinto.
Dobbiamo raccontare i fatti come realmente si svolsero e
dobbiamo dare anche la versione di Silla, che cercò di cambiarli a
suo vantaggio e quasi ci riuscì.
Anche questo fa parte della nostra storia.
I Cimbri, che qualche scrittore antico confonde con i Cimmerii di
Omero: un popolo mitologico, vissuto ai limiti estremi del mondo in
una terra semibuia in riva all’Oceano, venivano dall’estremo nord
del paese dei Germani, corrispondente all’attuale Danimarca. La loro
terra d’origine, però, molto probabilmente erano i paesi scandinavi
che noi oggi chiamiamo Svezia e Norvegia. Lo storico greco Plutarco
dice che anche i Germani li temevano, e che quindi in qualche
misura li consideravano estranei. Non si sa cosa li abbia spinti a
muoversi verso sud. L’unico fatto certo è che negli anni precedenti a
quello della loro venuta in Italia, i Cimbri avevano percorso
l’Europa in lungo e in largo, dalla valle del Danubio alla penisola
iberica, e avevano coinvolto nei loro spostamenti altri due popoli,
quello dei Teutoni e quello degli Ambroni. Avevano a rontato per la
prima volta un esercito romano a Noreia, nell’attuale Carinzia, e
l’avevano scon tto; poi si erano trasferiti nella Gallia e avevano
distrutto un altro esercito di Roma ad Arausio, in uno scontro di
grandi proporzioni. Lo storico Tito Livio, solitamente attendibile e
bene informato, parla di centoventimila morti soltanto tra i Romani:
“ottantamila soldati e quarantamila ausiliari e vivandieri”. Uno dei
più grandi massacri della storia. L’idea di marciare su Roma per
distruggerla, con ogni probabilità era nata dopo quella battaglia. Era
stata progettata la manovra a tenaglia di cui abbiamo parlato, con i
Teutoni e gli Ambroni che entravano in Italia da occidente mentre i
Cimbri attraversavano le Alpi per calare da nord nella valle del Po.
Si voleva nire la guerra in quel modo; ma anche Roma, ormai,
aveva capito che doveva impegnare tutte le sue forze in un con itto,
in cui era in gioco la sua stessa sopravvivenza. Come al tempo dei
Cartaginesi e del loro condottiero Annibale.
Il Senato si era a dato a Caio Mario: un “uomo nuovo”, fuori
dagli schemi della vecchia politica. Bisognava ricostituire un
esercito in grado di a rontare i nemici. Non c’erano più uomini, e
Mario aveva proposto di arruolare, oltre ai plebei che in passato
erano sempre stati tenuti lontani dal servizio militare, anche gli ex
schiavi (i liberti) e i vicini di Roma (gli italici). Quella soluzione non
poteva piacere all’aristocrazia e al partito conservatore, perché dava
soldi e diritti politici a un gran numero di uomini che no a quel
momento erano stati tenuti ai margini della vita pubblica: ma non
c’erano altre possibilità di ricostruire le legioni distrutte ad Arausio,
e il Senato aveva dovuto approvarla. La popolarità di Mario era
salita alle stelle.
Per andare a fermare gli invasori, nei mesi che avevano preceduto
l’arrivo in Italia dei Cimbri si erano mossi due eserciti romani:
quello nuovo e quello vecchio, comandati dai consoli. Il
democratico (come diremmo noi oggi) Caio Mario, alla testa di
un’armata di uomini nuovi come lui e disposti a seguirlo anche
all’inferno, aveva a rontato i Teutoni e gli Ambroni ad Aquae
Sextiae, l’attuale Aix-en-Provence, e li aveva annientati: come già si
è detto. L’aristocratico Quinto Lutazio Catulo, incaricato di
comandare l’altro esercito: quello delle legioni reclutate con i vecchi
sistemi, aveva cercato di sbarrare la strada ai Cimbri nella valle
dell’Adige e ne era stato travolto. L’antefatto della nostra storia è
tutto lì. In quegli avvenimenti di duemila e cento anni fa c’è la
chiave per capire molte cose, non soltanto del passato ma anche del
presente.
Anche del futuro, perché no? Le storie umane, pur cambiando nei
particolari, continuano a ripetersi.
Questi, dunque, erano i problemi dei Romani: la scarsità di
uomini e la rivalità, per non dire il con itto di interessi, tra
conservatori da una parte e democratici (chiamiamoli così)
dall’altra. I problemi dei Cimbri invece nascevano dal delirio di
onnipotenza di alcuni loro capi e dalla convinzione di tutti, o quasi
tutti, gli appartenenti a quel popolo di essere dei superuomini, in
grado di a rontare qualunque di coltà e qualsiasi nemico. Perciò si
erano messi a cuor leggero in un’impresa, quella di attrarversare le
Alpi nella stagione più sfavorevole, che sarebbe stata l’inizio della
loro ne. Il “generale inverno”, prima di scon ggere Napoleone in
Russia e Hitler a Stalingrado aveva fatto le sue prove al Brennero
con i Cimbri. Possiamo immaginare i carri intrappolati nella neve,
gli animali che stramazzano e vengono uccisi perché non ce la fanno
a proseguire, la disperazione delle donne che vedono morire i gli
più deboli e più piccoli, il gelo, le tormente di neve. Possiamo
immaginare le mani e i piedi che diventano inservibili, le cancrene,
le persone lasciate a morire nella neve per assideramento, la
mancanza di viveri, la fame. Un popolo che credeva di avere già
visto tutto non aveva ancora visto delle montagne come le Alpi e
non sapeva di andare incontro a una prova così di cile, con le
strade di allora, da essere quasi impossibile. Quando nalmente
erano arrivati nella valle del ume Adige, i Cimbri erano decimati e
stremati. Di più: erano disperati. E avevano trovato l’esercito dell’ex
console Quinto Lutazio Catulo che da quasi un mese era lì ad
attenderli per fermarli.
Spostiamoci ora dalla parte dei Romani. I legionari di Catulo si
erano attestati in una strettoia imprecisata della valle, dalle parti di
Rovereto, chiamata Bocche dell’Adige. Avevano costruito un ponte
di legno sopra il ume e si erano forti cati sulle due rive, in modo
da chiudere completamente il passaggio. Sulla riva destra
comandava Catulo; sulla riva sinistra, dove il presidio era più
piccolo ed era addossato alla montagna, c’era il suo luogotenente
Lucio Cornelio Silla. Che, da vecchio, avrebbe poi raccontato quei
fatti in un suo libro di memorie, falsi candoli e addirittura
reinventandoli per trasformare la scon tta sua e di Catulo in una
mezza vittoria, anzi in una vittoria a pieno titolo che però si sarebbe
completata soltanto dopo un ripiegamento tattico, “a sud di
Verona”.
Lo scontro, con ogni probabilità, era avvenuto nel mese di
febbraio di quell’anno seicentocinquantaduesimo dalla fondazione
di Roma, e l’unica cosa certa che possiamo dire sul suo esito è che i
Romani scapparono. Tito Livio scrive nelle sue Storie che i Cimbri
erano entrati in Italia “dopo avere ricacciato e messo in fuga il
proconsole Quinto Catulo che bloccava le gole delle Alpi”; e concede
qualcosa alla versione di Silla parlando di un presidio sull’altra riva
del ume, che si sarebbe “tratto d’impaccio grazie al proprio
valore”. Plutarco, nella Vita di Mario, ci dice qualcosa di più: ma
Plutarco è un greco che si limita a trascrivere, senza mai metterlo in
dubbio e citando più e più volte il suo autore, il racconto che di
quella battaglia fece poi Silla. Dice dunque Plutarco che i Cimbri,
facendosi trasportare dal ume con dei tronchi, erano riusciti a
impadronirsi del ponte sull’Adige. Che i soldati comandati da
Catulo, sopra atti, avevano incominciato a fuggire e che Catulo, per
coprire l’onta di quella fuga trasformandola in una ritirata, si era
messo alla testa dei suoi uomini assumendosi la responsabilità di ciò
che stava succedendo. Fin qui è tutto abbastanza verosimile, anche
se non proprio vero: ma la parte più fantasiosa del racconto è quella
che segue e che riguarda il presidio comandato da Silla. Un presidio
forti cato e alto sul ume, che nonostante ciò fu espugnato. Ed ecco
la versione di Plutarco, cioè di Silla:
“Ora i barbari” scrive Plutarco, “assalito il forte, che era di là
dall’Adige, lo presero e, avendo ammirata la prodezza di quei
Romani che vi erano dentro, uomini valorosissimi, che combattendo
ed esponendosi con grande valore ai pericoli, si erano mostrati
degni della loro patria, li lasciarono andare con ben onorevoli
accordi, giurando sul toro di rame” (che secondo Silla doveva essere
un loro oggetto di culto) che non li avrebbero attaccati mentre si
ritiravano. Insomma, come diremmo noi oggi, gli resero “l’onore
delle armi”.
Una bella storia. Che però non sta né in cielo né in terra né in
tutto ciò che sappiamo dei Cimbri. Possiamo tradurla in termini
realistici dicendo che il grosso dell’esercito romano, con in testa
Catulo, era fuggito verso la pianura, mentre i soldati di Silla, e lo
stesso Silla, avevano salvato la pelle arrampicandosi sulle montagne.
E dovevano avere corso parecchio, i nostri eroi: perché i Cimbri non
erano gente da fare quel genere di cerimonie con i vinti. Ogni loro
vittoria precedente si era conclusa con un massacro; e i Romani, che
lo sapevano, dovettero trarne ato e ispirazione per la più grande
corsa della loro storia. Soprattutto i soldati di Silla dovettero
arrampicarsi abbastanza in alto, perché i nemici non ritenessero di
doverli inseguire n lassù. In quanto al toro di rame citato da
Plutarco, si tratta evidentemente di una fantasia di chi dei “barbari”
non sapeva nulla. Né Tacito, né Cesare, né gli altri autori che ci
hanno parlato dei Germani, ci hanno mai dato notizia di quel genere
di idoli.
Un falso, per giunta grossolano. Eppure…
Eppure quel falso si basava su qualcosa di vero. Si basava
sull’anomalia n troppo evidente di una battaglia in cui i Cimbri
avevano, sì, scon tto i Romani in iggendogli gravi perdite: ma poi
li avevano lasciati scappare, rinunciando a vincere davvero. I
Germani, di solito, non si comportavano in quel modo e i Romani li
ricambiarono con la stessa moneta quando nalmente riuscirono a
scon ggerli in quella battaglia che si combatté in una località
imprecisata dell’Italia nord-occidentale, i Campi Raudii, e che
invece Silla nelle memorie citate da Plutarco colloca “a sud di
Verona”, perché era a questo che mirava il suo falso. A far credere
che lo scontro con i Cimbri alle Bocche dell’Adige, in cui lui aveva
avuto una parte importante e che si era risolto per i Romani con una
fuga vergognosa, era stato la scaramuccia iniziale di una successiva
e più fortunata battaglia. I soldati di Catulo, secondo il racconto di
Silla, si erano ritirati in pianura per riorganizzarsi. Lì poi, “a sud di
Verona”, erano tornati ad a rontare il nemico e l’avevano scon tto.
Non per merito di Mario e delle sue legioni di uomini nuovi, ma
esclusivamente per merito loro.
Questo, dunque, è il falso di Silla. Un falso che era stato reso
possibile dal comportamento dei Cimbri alle Bocche dell’Adige,
quando rinunciarono a inseguire i nemici dopo averli costretti a
fuggire: perché?
Perché i Cimbri non seppero, o non vollero, appro ttare della loro
vittoria, trasformandola in un disastro militare per i Romani?
Dopo ventun secoli possiamo forse dare una risposta a questa
domanda. Possiamo dire: perché si trovavano in di coltà. La
traversata invernale delle Alpi, oltre ad averli a amati e decimati, li
aveva spinti per la prima volta a dividersi. Una parte di quel popolo
si era stancata di continuare a spostarsi per l’Europa, sopportando
disagi di ogni genere e perdendo migliaia di uomini nelle guerre che
era costretta ad a rontare, dappertutto e con tutti. In dodici anni, i
Cimbri avevano dovuto combattere, oltre che con i Romani, con i
Belgi, con i popoli della valle del Danubio, con gli Aquitani e con i
Celtiberi della penisola iberica. La loro forza iniziale e anche il
numero dei loro guerrieri si erano ridotti, n quasi a dimezzarsi; e si
era anche perso il signi cato di quella grande migrazione. Erano
alla ricerca di una nuova patria o volevano conquistare il mondo?
Nessuno più lo sapeva. A decidere le cose più importanti, tra di loro,
erano i capi dei guerrieri: pochi giovani, che non accettavano
nemmeno di discutere la possibilità di fermarsi e di tornare a essere
un popolo normale. Il più famoso di quei capi era il già nominato
Boiorige, di cui lo storico Tito Livio ci ha lasciato il ritratto in due
parole:
“Ferox iuvenis”, un giovane di indole era (o feroce).
Alla ne, però, qualcuno aveva detto basta.
I Romani ancora non lo sapevano, ma tra i Cimbri era appena
avvenuta una scissione, che non avrebbe potuto essere né indolore
né priva di conseguenza. Qualche giorno prima della battaglia alle
Bocche dell’Adige: c’era stata tra i Cimbri un’assemblea, che aveva
rischiato di nire nel sangue. Quando il capo di una tribù, una delle
tante: vogliamo chiamarlo Marbod? Forse il suo vero nome era un
altro, ma la cosa non ha molta importanza. Quando Marbod,
dunque, aveva annunciato che la marcia attraverso l’Europa per lui
niva lì, e che intendeva fermarsi in quelle valli, e tra quelle
montagne che ormai si a acciavano sull’Italia, era successo il
nimondo. C’erano state grida di entusiasmo e altre di indignazione,
e poi accuse reciproche di «vigliacchi» e di «pazzi!». Molti tra i
presenti avevano applaudito, non alle parole di Marbod ma all’idea
che i guerrieri e i loro capi non dovessero continuare a decidere per
tutti; molti si erano messi a gridare che i Cimbri non potevano
dividersi, per nessuna ragione e mai, e che una scissione in quelle
circostanze sarebbe stata l’equivalente di un tradimento. Dalle
parole si era passati ai pugni, e dai pugni alle spade. Sarebbe corso
il sangue, se i sacerdoti non si fossero messi in mezzo per dividere i
contendenti, e se non fosse intervenuto un capo tribù dal sico
possente, che con la sua mole faceva apparire piccoli la maggior
parte di quelli che gli stavano intorno. Quell’uomo: Agilo
soprannominato “l’Orso”, era stato ed era ancora un guerriero
famoso tra il suo popolo, per la sua forza ma anche per la sua
saggezza. Aveva avuto tre gli maschi, tutti caduti in battaglia, e
due glie femmine: Rhamis e Sigrun, destinate ad avere un ruolo di
primo piano nella nostra storia. Boiorige, il giovane di indole era,
era suo genero perché aveva sposato Rhamis, la glia più grande.
Agilo “l’Orso”, dunque, aveva alzato le sue mani enormi per fermare
le spade. Aveva detto, rivolgendosi al genero:
«Se vogliono andarsene» e naturalmente si riferiva a Marbod e
agli uomini e alle donne che intendevano seguirlo, «perché
dovremmo impedirglielo? Da quando la Madre Terra li ha creati
facendoli uscire dalle radici dell’albero del mondo, l’Yggdrasil, i
Cimbri sono uomini liberi. Lasciali fare quello che hanno deciso:
cosa può importartene?».
«Credete forse» aveva poi chiesto ai capi tribù e agli altri che
erano lì e lo stavano ascoltando, «che noi saremo meno forti senza
di loro, e che loro saranno più felici senza di noi?»
Molti tra i presenti si erano guardati scuotendo la testa, per
rispondergli con quel gesto: no. Noi non saremo meno forti in
battaglia senza Marbod, e lui non sarà più felice lontano da noi.
Boiorige, a cui Agilo si era rivolto, aveva fatto un gesto di stizza, ma
non aveva osato contraddire il suocero. Le spade erano state messe
da parte e la separazione tra i Cimbri si era poi compiuta il giorno
successivo, in modo tutto sommato tranquillo. La carovana di
Marbod si era staccata dalle altre in un paesaggio ancora in parte
bianco di neve, con una lunga la di donne e di uomini appiedati e
con un numero imprecisato di carri, e dopo chissà quali percorsi e
quali avventure era andata a popolare un altopiano, che in
quell’epoca doveva avere pochissimi abitanti e che per noi, oggi, è
l’altopiano di Asiago. Dove molte parole della parlata locale (cito
uno scrittore moderno che su quell’altopiano era nato ed è vissuto,
Mario Rigoni Stern) derivano ancora dall’antica lingua dei Cimbri, e
dove “monti, valli, dossi portano nomi di divinità nordiche come
Odin, Freya, Thor, Ganna, Mara, Ostera”.
Un lembo d’Italia è stato popolato dai Cimbri. È un fatto certo:
così come è certo che l’Europa di oggi è un insieme di popoli e di
storie che si intrecciano da migliaia di anni in una convivenza
di cile per formare un’unica storia e, chissà!, forse un giorno anche
un unico popolo.
È un vestito fatto con tanti frammenti di sto e diverse. Un
“patchwork”.
I Cimbri che di lì a qualche giorno avrebbero scon tto le legioni
di Catulo e di Silla erano reduci da quella scissione ma soprattutto
erano un popolo a amato e in di coltà, molto più debole che in
passato e senza idee chiare per il futuro. Il più folle tra i loro capi,
Boiorige, dopo la battaglia di Arausio aveva sognato di dominare il
mondo insieme a Teutobod, che era il capo dei Teutoni, e di
distruggere Roma. Ora però che era arrivato in Italia si trovava a
dover fare i conti con alcuni problemi che né lui né Teutobod
avevano previsto. Molti dei suoi uomini erano morti attraversando
le Alpi, molti se ne erano andati con Marbod perché erano stanchi di
guerre. Dei Teutoni e degli Ambroni non c’erano notizie: cosa
bisognava fare? Alle Bocche dell’Adige, Boiorige aveva colto il suo
ultimo successo mettendo in fuga l’esercito di Lutazio Catulo, ma
non si era fermato ad annientarlo e aveva dovuto proseguire verso
la pianura, sostanzialmente per due ragioni. La prima e più urgente
era che il popolo dei Cimbri aveva fame e che per dargli da
mangiare bisognava raggiungere le stalle e i granai dell’attuale
Lombardia. Bisognava tirarsi fuori dalle montagne. L’altra ragione
era che ci si voleva avvicinare a Teutobod, l’alleato che non dava
notizie di sé ma che doveva arrivare da quella parte. Per nire di
sterminare i Romani, aveva pensato Boiorige, c’era sempre tempo.
Nella ricca pianura del Po e nei villaggi e nelle città abitate dai
Galli, i Cimbri avevano poi recuperato tutto ciò che avevano perso
tra le montagne durante l’inverno. Non avevano ritrovato i loro
compagni, perché chi è entrato nell’antro del dio Holl (l’anticamera
del regno dei morti) non può più ritornare indietro; ma i cavalli e i
carri erano stati sostituiti. Le scorte di cibo erano state rinnovate e
l’immensa carovana aveva continuato a spostarsi verso occidente
senza che nessuno più tentasse di contrastarla, nché era arrivata di
là dal ume Ticino: in un paese dove i borghi abitati dai Galli erano
meno numerosi, le coltivazioni nivano e incominciavano quei
terreni selvaggi che i Romani chiamavano Campi Raudii. Lì il
popolo venuto dai con ni del mondo si era fermato ad aspettare i
suoi alleati, che sarebbero arrivati da sud attraverso il paese dei
Liguri.
Si era fermato ad aspettare che le dee del destino cioè le Norne gli
mandassero dei nuovi segnali. Bisognava portare la guerra no a
Roma, come dicevano Boiorige e i capi dei guerrieri, o ci si poteva
stabilire, almeno per un po’ di tempo, in quella pianura, che
secondo alcuni anziani e alcuni sacerdoti era la terra che gli era
stata promessa dagli Dei: la sua nuova patria?
L’esercito di Lutazio Catulo, o per essere più precisi ciò che ne era
rimasto perché tra morti e feriti alle Bocche dell’Adige si erano persi
quasi diecimila uomini, aveva seguito gli invasori tenendosi a una
certa distanza, e quando loro si erano fermati si era accampato a sua
volta sulla riva sinistra del Po, in una zona che in quell’epoca era
ancora disabitata. Quella tattica, suggerita probabilmente da Silla,
rispondeva a una logica che si potrebbe de nire politica più che
militare: ci si comportava in quel modo per poter poi dire di non
aver abbandonato il campo e di aver tenuto il nemico “sotto
controllo”. I soldati e i loro ausiliarii avevano lavorato giorno e
notte per costruire le forti cazioni ordinarie del nuovo
accampamento: il vallum e l’agger, la recinzione di pali e il bastione
esterno, e anche certe altre forti cazioni che di solito si facevano
soltanto in previsione di un attacco, come le barriere mobili contro
gli assalti della cavalleria. Più che nelle forti cazioni, però, i soldati
con davano nell’arrivo di Mario. Di cui si sapeva che aveva vinto i
Teutoni e gli Ambroni in una grande battaglia nel sud della Gallia; e
che all’inizio di quell’anno, pur essendo lontano da Roma e dai suoi
tra ci, era stato rieletto console per la quinta volta.
(Tanto aveva potuto, anche in riva al Tevere, la paura dei
Cimbri!)
Capitolo terzo
La resa di Teutobod

La notizia che i messaggeri dei Teutoni avevano chiesto di


incontrare Boiorige era arrivata mentre era in corso una riunione, in
una radura poco distante dall’accampamento del capo tribù Agilo
“l’Orso”. Una riunione importante. C’erano, in piedi o seduti su
segmenti di tronchi d’albero, i capi di quasi tutte le tribù dei Cimbri;
c’erano i capi dei guerrieri; c’erano i sacerdoti di Thor, di Freya e
della Madre Terra e si erano dati appuntamento in quel posto per
prendere nalmente delle decisioni, ora che tutte le carovane si
erano fermate e che tutte le tribù si stavano sistemando nei loro
nuovi accampamenti. Gli Dei, no a quel momento, non avevano
mandato segnali chiari. Le Norne erano rimaste silenziose e anche
Heidrun, la capra che bruca la cima dell’albero del mondo, pur
essendo stata interpellata dai sacerdoti non aveva risposto alle loro
domande. Il popolo dei Cimbri era diviso. I guerrieri, cioè i giovani,
dicevano che si era perso n troppo tempo e che bisognava
concludere la guerra con Roma, prima che i nemici avessero la
possibilità di raccogliere le forze e di riorganizzarsi. Dicevano che se
i Teutoni e gli Ambroni non davano notizie e non erano ancora
arrivati in Italia, questo fatto riguardava soltanto loro e non poteva
modi care i piani dei Cimbri. Si ribellavano all’idea che la pianura
dove adesso si trovavano fosse quella dimora degli uomini: quella
Midgard, che gli era stata promessa dalle antiche profezie. «La
nostra Midgard» ripetevano con forza, «sarà il mondo.» Queste,
dunque, erano le idee dei giovani; gli anziani invece pensavano che
fosse arrivato il momento di fermarsi, se non per sempre almeno per
un po’ di tempo, e che non ci fossero altre possibilità. A nome di
tutti aveva parlato l’uomo che aveva voluto quella riunione, il capo
tribù Agilo.
«Sono trascorsi quasi vent’anni» aveva detto Agilo “l’Orso” «da
quando il popolo dei Cimbri ha incominciato a percorrere le strade
del mondo cercando la sua terra promessa: la sua Midgard. Io non
so se quella terra esiste davvero da qualche parte, ma penso che
dobbiamo fermarci per un po’ e che dobbiamo ri ettere sulle nostre
vicende, in questa terra dove ci troviamo adesso e dove abbiamo
tutto quello che ci serve.» Si era chiesto:
«Quanti nostri guerrieri sono morti in questi vent’anni
combattendo contro i Romani, contro i Galli, contro i Celtiberi e gli
Illirici e tutti i popoli del mondo?».
«Quanti uomini e quante donne abbiamo perso attraversando i
umi in piena, o scavalcando le montagne nella stagione delle nevi
e dei ghiacci?».
«Quanti uomini e quante donne ci hanno lasciato perché si erano
stancati di vivere sopra un carro, e volevano avere una casa e una
patria? L’ultimo ad andarsene è stato Marbod con la sua tribù e noi
non potevamo fermarlo, perché la cosa più importante per i Cimbri
è la libertà. La libertà, per noi, è più importante della vita stessa».
«Stiamo diventando un popolo sempre più piccolo. Per questo»
aveva spiegato Agilo, «e non certo per pigrizia o per vigliaccheria, io
credo che dobbiamo stabilirci, almeno per qualche anno, in questa
pianura ricca di acque e di pascoli per i nostri animali. In questa
pianura in parte selvaggia e in parte coltivata dai Galli. Questi Galli
che vivono di qua dalle montagne non sono come quegli altri che ci
hanno combattuto in passato, perché non fanno più guerre da tanti
anni e non sarebbero nemmeno capaci di farle. Sono animali da
lavoro. Invece di servire i Romani, serviranno noi.»
«I Romani certamente non rinunceranno a questa regione.
Torneranno ad a rontarci e noi torneremo a vincerli come abbiamo
sempre fatto in passato. Ma i nostri giovani devono capire che anche
le vittorie hanno un prezzo e che noi, in questi ultimi anni, abbiamo
perso metà dei nostri guerrieri. Sono morti i migliori, i più valorosi.
I miei amici e compagni di tante battaglie Gomoar, Rando, Aligild e
tanti altri: gente che avrebbe a rontato il dio belva Fenrir n dentro
la sua spelonca. Per tornare a essere invincibili dobbiamo fermarci.»
Il discorso di Agilo era stato disturbato da qualche schio e da
qualche grido di disapprovazione dei guerrieri più giovani, che però
erano stati zittiti dai loro capi e dai loro stessi compagni. Qualunque
cosa dicesse, Agilo continuava a essere un eroe del suo popolo, e
nessuno poteva permettersi di interromperlo mentre stava parlando!
Dopo di lui avevano preso la parola altri capi tribù che avevano
tentato di dire più o meno le stesse cose e non c’erano riusciti, e poi
qualcuno aveva portato la notizia che erano nalmente arrivati i
messaggeri dei Teutoni e che chiedevano udienza. Bisognava
ascoltarli subito? Il sole era già sceso sotto l’orizzonte e
nell’accampamento di Agilo “l’Orso”, tra le tende, si erano accese le
prime luci. Uno dei capi aveva proposto:
«Facciamoli aspettare un po’, come loro hanno fatto aspettare noi.
Ce ne hanno messo del tempo per raggiungerci! Sentiamoli domani».
Tutti erano stati d’accordo. La mattina del giorno successivo, i
capi dei Cimbri erano tornati a riunirsi in quella stessa radura e
Boiorige era seduto al centro dell’assemblea, tra i suoi guerrieri che
indossavano gli elmi da combattimento con maschere di démoni o
di animali feroci. I messaggeri dei Teutoni erano tre, e sembrava che
avessero dovuto superare chissà quali di coltà per arrivare n lì: i
loro vestiti erano laceri e il loro aspetto era trasandato. Uno dei tre
era ferito a una gamba e la ferita non era stata fasciata; un altro
aveva la mano sinistra gon a e arrossata probabilmente a causa di
un’infezione. Il terzo, in ne: quello che avrebbe dovuto parlare
anche a nome degli altri, continuava a tormentarsi la barba con le
dita e non trovava le parole per cominciare. Si era rivolto a
Boiorige. Aveva detto:
«Devo darvi delle notizie che non vi piaceranno…».
Il capo dei guerrieri cimbri l’aveva guardato con un’espressione
infastidita. «Non perdiamo tempo in preamboli» l’aveva interrotto.
«Se i Teutoni hanno deciso di ritirarsi dalla guerra contro i Romani,
tanto peggio per loro. Continueremo da soli.» Aveva chiesto: «Dov’è,
in questo momento, il mio amico Teutobod? Perché non è venuto lui
personalmente ad annunciarmi le sue decisioni?».
«Dov’è il popolo dei Teutoni?»
L’uomo, allora, aveva alzato gli occhi verso il cielo. Aveva scosso
la testa. Aveva pronunciato una frase, che aveva fatto spalancare gli
occhi e alzare le sopracciglia a tutti quelli che lo stavano ascoltando.
Una frase terribile:
«Il popolo dei Teutoni non esiste più».
I Cimbri, sorpresi, si erano guardati tra loro: nessuno si aspettava
una notizia del genere! E noi appro tteremo del loro stupore per
dire qualcosa di Boiorige: il giovane di indole era di cui
conosciamo già il nome e che è un personaggio storico. (Così come è
un personaggio storico anche il suo amico e capo dei Teutoni,
Teutobod.) Per Plutarco, che ne scrive il nome in modo leggermente
diverso, Boiorige era “il re dei Cimbri”: che però, per quanto ne
sappiamo, non avevano istituzioni monarchiche e non avevano un
re. Erano un popolo, come tutti i popoli germanici, diviso in tribù a
base familiare. Più correttamente, Tito Livio ne parla come di un
giovane guerriero che si era messo in evidenza per atti di
spavalderia e anche di gratuita crudeltà, torturando e ammazzando
dei prigionieri: degli uomini, cioè, che non erano più in condizione
di difendersi. Non era il re dei Cimbri ma era un capo dei loro
guerrieri ed era anche certamente il loro personaggio più famoso, se
l’eco del suo nome e delle sue gesta è potuta arrivare no a noi,
attraverso il frastuono di ventun secoli. Guardiamolo da vicino.
Boiorige, nel momento in cui incomincia la nostra storia, era un
uomo tra i trenta e i trentacinque anni, grande di corporatura come
la maggior parte dei Cimbri e con i capelli rossicci. Gli piaceva
paragonarsi a Ercole, il semidio della mitologia greca che anche i
Germani conoscevano e apprezzavano, perché lo consideravano
l’equivalente di certi nostri personaggi dei fumetti o del cinema:
Superman, Iron Man, Batman e simili. Aveva però due difetti sici.
Il primo di quei difetti, che lui cercava di tenere nascosto perché se
ne vergognava, era una certa sproporzione tra le braccia un po’
troppo lunghe, e le gambe che invece erano un po’ troppo corte
rispetto al resto del corpo. Perciò, quando doveva parlare con
qualcuno che non conosceva, lo riceveva stando seduto o stando a
cavallo. L’altro difetto, di cui invece si compiaceva, era lo strabismo
dell’occhio sinistro: che rendeva indecifrabile la sua espressione e
del tutto imprevedibili i suoi comportamenti. Nessuno, guardandolo
in viso, poteva capire quale fosse il suo vero stato d’animo e cosa
avrebbe detto o avrebbe fatto un attimo dopo.
(C’era poi un terzo difetto che non riguardava il sico ma il
carattere e che talvolta veniva indicato dietro le sue spalle, con un
gesto inequivocabile in ogni epoca e presso ogni popolo. Quel gesto,
che consiste nel toccarsi la fronte con il dito indice, bastava da solo
a riassumere la personalità di Boiorige: che forse non era matto in
senso, diciamo così, clinico, ma non tollerava di essere contraddetto
senza dare in smanie e si comportava spesso come se davvero fosse
stato pazzo.)
Alle parole del messaggero era seguito un lungo silenzio. Si erano
sentiti i rumori dell’accampamento poco distante: voci di donne che
si chiamavano e si rispondevano, grida di bambini, abbaiare di cani.
Poi uno dei capi tribù aveva domandato:
«Cosa è successo? Raccontaci. Noi non sappiamo niente. Siete
caduti in un agguato o avete combattuto e siete stati vinti: dove?
Come?».
L’uomo in piedi al centro della riunione teneva la testa abbassata
e stringeva i pugni. Aveva risposto, o per meglio dire aveva
balbettato:
«È successo nel paese dei Galli o forse in quello dei Liguri, non
so… In una valle non lontana dal mare. C’è stata una grande
battaglia e dopo la battaglia c’è stato un massacro, che sembrava
non dovesse nire mai…».
Si capiva dai suoi gesti, e anche dal suono della sua voce, che ogni
parola gli costava uno sforzo e una so erenza indicibili. Aveva
aggiunto:
«La colpa di quello che è successo è solo nostra, e i Romani ci
hanno vinto perché hanno saputo appro ttare della nostra stupidità.
O forse è stato un Dio a farci perdere il senno. Forse è stato Loki, il
genio del male, che ha voluto distruggerci…».
Si era asciugato le lacrime con il dorso della mano sinistra. «Il
nostro errore» aveva raccontato, «è che abbiamo creduto troppo
nelle nostre forze e siamo andati ad attaccare i Romani n dentro
alle loro difese. Siamo caduti nella loro trappola. Dopo settimane
passate a provocarli vestendoci da donna per fare spettacolo, e
andando a mostrargli i genitali o il culo nudo. Volevamo farli uscire
a combattere e non ci riuscivamo.
«Una mattina, abbiamo ucciso due prigionieri: due dei loro
uomini, a meno di cento passi dall’ingresso del loro accampamento.
Sono rimasti a guardare, non sono intervenuti.»
«E poi?» lo aveva interrotto uno dei guerrieri. «Arriva alla
conclusione.»
«E poi niente» aveva risposto l’uomo. «Loro non uscivano.
Abbiamo tenuto consiglio e Teutobod ci ha detto: sono dei
vigliacchi. Si credono al sicuro perché hanno attorno un fosso e uno
steccato, ma noi gli faremo vedere che non c’è niente al mondo in
grado di resistere alla furia dei Teutoni. Li tireremo fuori dal loro
guscio. Eravamo così eccitati che avremmo voluto andare subito
all’assalto, e lui ci ha spiegato che se anche non riuscivamo a
buttare giù le loro difese bastava che le scavalcassimo. Una volta
dentro, chi avrebbe potuto fermarci? Avremmo ammazzato tutti! La
cosa sembrava facile: e invece…»
C’era stato un momento di silenzio. Poi l’uomo aveva continuato e
la voce, adesso, gli tremava:
«È stato uno sbaglio» aveva ripetuto due volte. «È stato un tragico
sbaglio. L’inizio della nostra rovina.» Aveva detto:
«I Romani, dentro, ci aspettavano… Quel loro nuovo comandante,
quel… Mario, aveva costruito una trappola perfetta, e noi siamo
stati così stupidi da entrarci. Le difese di quell’accampamento non
erano come ci erano state descritte dai Galli che avevano lavorato
per i Romani. Erano un labirinto di buche, di fossati, di trincee, di
barriere mobili fatte di pali appuntiti, di fascine spinose… Le
abbiamo assalite d’impeto e abbiamo perso centinaia di uomini già
nel primo tentativo di superarle, ma Teutobod ci incitava a tornare
all’attacco e noi ubbidivamo. Abbiamo continuato no a sera,
scavalcando i nostri stessi morti e i nostri feriti. Quella notte, l’urlo
dei feriti rimasti sul campo di battaglia era più forte dei nostri canti
di guerra. Il giorno dopo, all’alba, i Romani sono usciti dalle loro
trincee, in schiere ordinate e riparandosi con gli scudi. Ci hanno
spinti verso il mare chiudendoci sui due anchi e poi hanno
incominciato ad ammazzarci come se fossimo stati un gregge di
pecore anziché un esercito di guerrieri. Ci inseguivano dappertutto
dove andavamo. Ci inseguivano anche nel mare, con le barche.
Entravano nei nostri accampamenti e gli davano fuoco. Le nostre
donne, o si toglievano la vita con le loro mani o diventavano
proprietà di quei diavoli. Anche noi, se volevamo salvarci,
dovevamo buttare le armi e inginocchiarci davanti a loro, tenendo le
mani sopra la testa. Forse voi non mi crederete, ma ho visto
arrendersi in quel modo uomini che non avrei mai pensato potessero
rinunciare alla loro libertà e anche alla loro dignità. Ho visto
Teutobod l’invincibile, come si faceva chiamare, implorare un
romano perché non lo uccidesse…».
Un singhiozzo gli aveva impedito di proseguire. Mentre stava
parlando, i guerrieri che circondavano Boiorige avevano dato segni
di nervosismo ma non si erano mossi. Il loro capo, invece, era
rimasto impassibile e aveva continuato a giocherellare con una
spada corta: un gladio romano, passandosela da una mano all’altra.
Agilo “l’Orso” aveva ascoltato il racconto del superstite scuotendo
la testa e facendo delle smor e, come se improvvisamente gli fosse
venuto male ai denti.
«E così» aveva ri ettuto ad alta voce nel silenzio che era seguito,
«adesso a capo dei nostri nemici c’è quest’uomo: questo Mario, che
noi Cimbri non abbiamo ancora avuto occasione di a rontare in
battaglia e da cui dovremo guardarci, se è stato capace di attirare in
una trappola i nostri alleati e addirittura di vincerli. L’astuzia, a
volte, può vincere anche la forza, e quell’uomo rappresenta un
pericolo anche per noi.»
«Dev’essere un popolo molto grande quello dei Romani» aveva
osservato un capo tribù già avanti negli anni e vestito alla vecchia
maniera, con una pelle di bue selvatico sulle spalle e le corna dello
stesso animale sull’elmo. «Quante volte li abbiamo vinti e sterminati
in passato? Come fanno ad avere ancora un esercito?»
«Quanti sono?»
Era intervenuto un personaggio autorevole: un sacerdote di
Odino, riconoscibile per l’abito bianco a righe viola e per i capelli
che non potevano essere tagliati, raccolti sulla nuca con una
reticella. Si era rivolto al messaggero dei Teutoni: «Come è potuto
succedere» gli aveva chiesto in tono di rimprovero «un fatto così
tragico, senza una negligenza dei vostri sacerdoti?».
«Non avevano interrogato gli Dei prima della battaglia, e non
avevano pronunciato le loro formule magiche?»
«Perché gli Dei non sono intervenuti? Li avevate o esi?»
L’uomo al centro della riunione aveva alzato le spalle, aveva
risposto con un gesto: che ne so! Poi però aveva ripreso a parlare.
Aveva raccontato:
«Ammazzavano tutti, anche i sacerdoti. Ammazzavano anche le
donne e anche i bambini, se cercavano di scappare o si ribellavano.
Hanno continuato ad ammazzarci per giorni e giorni, e le strade e i
campi di quel paese maledetto erano pieni dei nostri morti. Il nostro
sangue era dappertutto, nelle acque delle sorgenti e dei pozzi e
anche in quelle del mare… E la nostra stessa sorte è toccata agli
Ambroni. Anche quel popolo piccolo ma valorosissimo ha cessato di
esistere, dopo avere combattuto insieme a noi in quelle giornate
terribili».
Si era guardato intorno, sconsolato. Aveva ripetuto:
«Il popolo dei Teutoni non esiste più». Aveva indicato i suoi due
compagni, che insieme a lui erano arrivati n lì attraversando un
paese ostile: il paese dei Liguri, per portare ai Cimbri quelle notizie.
«Siamo rimasti soltanto noi tre. O, forse, c’è qualche altro
sopravvissuto: chi può dirlo! Ma nessuno più, in futuro, parlerà di
noi come di un popolo.»
«Siamo dei superstiti.»
Nel silenzio che era seguito a queste ultime considerazioni si
erano sentite le voci degli uccelli cantori, che non vivono sotto il
monte Ros in tutte le stagioni dell’anno ma ci vengono soltanto in
primavera, all’epoca delle migrazioni e dei nidi. Si erano sentiti i
rumori dell’accampamento poco distante. Poi aveva preso la parola
Boiorige continuando a rimanere seduto in mezzo ai suoi guerrieri e
a passarsi il gladio da una mano all’altra. Si era voltato verso il
messaggero e il suo occhio sinistro guardava in un’altra direzione.
Aveva detto:
«Io non credo nemmeno a una parola di quello che ci hai
raccontato. Non credo che i Teutoni siano stati scon tti e che
Teutobod l’invincibile si sia consegnato ai nemici. Che abbia
implorato un romano di salvargli la vita: che sciocchezza! Perché
dovremmo dare retta alle tue menzogne? Chi ti ha incaricato di
raccontarcele, e perché?».
«Ho assistito a tutto personalmente» aveva gridato l’uomo in piedi
al centro dell’assemblea. «Anch’io non vorrei crederci: ma è
successo!»
«Se tutti i Teutoni sono morti, come dici» aveva ribattuto l’altro,
«perché tu sei ancora vivo? O sei un vigliacco, o sei un traditore.»
Aveva aggiunto:
«E perché, essendo vivo, hai tardato tanto a venire a informarci?».
«Ho dovuto nascondermi» aveva risposto il superstite. «Non è
stato facile, per noi scampati al massacro, allontanarci dai luoghi
della battaglia senza essere catturati dai Romani o da chi ci avrebbe
consegnati ai Romani… E poi, non è stato facile attraversare un
paese nemico, a piedi e senza conoscere le strade. Senza conoscere
la lingua di quelli che ci vivono e senza sapere da quale parte
dovevamo dirigerci. È quasi un miracolo che alla ne vi abbiamo
trovati. Ci ha aiutati Hugin, il corvo di Odino…»
«Hugin non aiuta chi tradisce il suo popolo.» Il tono di Boiorige,
adesso, era aspro. Si era alzato ed era andato verso il superstite,
indicandolo con il gladio ai capi tribù che avevano ascoltato le sue
accuse e cercavano di capirne le ragioni. Aveva detto:
«Non c’è niente di vero in quello che ci ha raccontato quest’uomo.
La battaglia dei Teutoni con i Romani non c’è stata, perché se ci
fosse stata Teutobod l’avrebbe vinta e poi si sarebbe mosso per
venirci incontro. Laggiù tutto è ancora fermo, io ne sono sicuro: così
come sono sicuro che quest’uomo» l’aveva indicato con il gladio, «è
un traditore, mandato dai nostri nemici. Ne volete la prova?».
Il superstite faceva segno di no con la testa: no, no, no, ma
Boiorige aveva continuato a parlare in tono tranquillo, rivolgendosi
ai capi del suo popolo. «I Romani» gli aveva spiegato «non possono
vincerci. Lo sanno anche i bambini che noi e i Teutoni e i fratelli dei
Teutoni: gli Ambroni, li abbiamo sempre scon tti. L’ultima volta è
stata nella valle dell’Adige. Se quest’uomo avesse visto i Romani
mentre scappavano così come li abbiamo visti noi, non sarebbe
venuto a raccontarci le sue frottole…»
«La prova» aveva gridato un capo tribù. «Ci avevi promesso una
prova del suo tradimento!» E anche quello che aveva già parlato:
l’anziano con una pelle di bue selvatico sulle spalle, aveva alzato la
mano per chiedere attenzione. Aveva detto:
«Chi tradisce il suo popolo merita la morte. Ma un’accusa così
grave deve essere sostenuta da prove, e le prove devono basarsi sui
fatti. Altrimenti» si era rivolto a Boiorige «anche tu o io potremmo
essere accusati di esserci venduti al nemico o di qualsiasi altra
infamia, da qualcuno che ci vuole male. Le parole sono il vento che
passa tra i rami dell’Yggdrasil, i fatti sono l’Yggdrasil.» (L’albero del
mondo.) «Dacci i fatti.»
«È giusto.» Il capo dei guerrieri, adesso, sorrideva e mostrava il
gladio che teneva stretto con la mano destra. Aveva detto:
«Eccola, la prova».
«Queste spade così corte» aveva spiegato ai suoi connazionali,
«che noi non useremmo per combattere contro un vero nemico ma
che diamo ai nostri bambini perché ci giochino, sono le spade dei
Romani. Gliene abbiamo prese un intero carro. Credete davvero»
aveva chiesto «che un popolo come quello dei Teutoni si sia fatto
scon ggere da questi giocattoli?»
Aveva continuato a sorridere e a mostrare il gladio. Poi
improvvisamente si era voltato e aveva colpito il messaggero dei
Teutoni nel petto. L’aveva passato da parte a parte con il gladio,
senza lasciargli il tempo di scansarsi o di abbozzare una difesa
qualsiasi.
«Boiorige, fermati! Cosa fai?»
Alcuni tra i presenti, con un balzo, avevano raggiunto il capo dei
guerrieri e l’avevano immobilizzato tenendolo per le braccia, ma il
loro intervento non era servito a salvare la vita del messaggero
perché l’uomo, ormai, era caduto ai loro piedi e rantolava nel suo
sangue. Boiorige sembrava invasato. Gridava a chi cercava di
disarmarlo, per impedirgli di commettere qualche altro delitto:
«È così che devono morire i traditori! Siamo in guerra, e chi porta
notizie false non merita di restare vivo!».
«Chi tradisce i Cimbri deve essere ucciso! Chi mette in dubbio la
loro superiorità e quella dei loro alleati deve nire come
quest’uomo: in pasto ai cani!».
Agilo “l’Orso” non si era mosso e non aveva detto più niente,
dopo quel commento che abbiamo riferito sul nuovo comandante
romano e sulla sua pericolosità. Il racconto del superstite lo aveva
amareggiato e un po’ anche lo aveva preoccupato, perché rivelava
nel nemico una capacità di risollevarsi dalle scon tte che lo rendeva
diverso da tutti gli altri popoli contro cui i Cimbri avevano
combattuto no a quel giorno; e perché gli faceva capire i pericoli di
una guerra, che era ancora lontana dall’essere vinta. Non aveva
creduto nemmeno per un istante che il messaggero dei Teutoni fesse
un traditore o una spia dei Romani, ma aveva assistito alla sua
morte e non era intervenuto per difenderlo o per uccidere il suo
assassino, come avrebbe fatto quando era giovane: perché? Se lo
chiedeva e non sapeva rispondersi. Boiorige non gli piaceva. Anche
se aveva sposato sua glia Rhamis e anche se si vantava di essere il
più grande condottiero che i Cimbri avessero mai avuto. Non gli
piacevano i suoi modi e le sue scenate; non gli piacevano i suoi
occhi storti e nemmeno la sua faccia. Non sopportava che si
uccidessero degli uomini senza che ce ne fosse il motivo, soltanto
per fare spettacolo. Si era alzato per andarsene da quella riunione
che ormai, dopo quello che era successo, non sarebbe servita più a
niente; e per la prima volta nella sua vita si era sentito davvero
vecchio. Vecchio e inutile. Aveva pensato:
“L’avvenire del nostro popolo è in mano ai pazzi come Boiorige.
Che le Norne (le dee del destino) provvedano loro a salvare i
Cimbri, perché dove regna la follia può succedere qualsiasi cosa, e
non c’è più niente di prevedibile”.
“Il nostro tempo: il tempo degli uomini che cercavano di dare un
senso a quello che facevano, probabilmente è nito”.
Capitolo quarto
L’uomo nuovo

L’uomo nuovo della politica di Roma: il console Caio Mario, era


arrivato nell’accampamento di Lutazio Catulo a sud di Vercelli la
mattina di quello stesso giorno di maggio: le nonae, in cui la nostra
storia è incominciata nel villaggio di Proh, ed era stato accolto come
un salvatore da soldati stanchi e demoralizzati. L’accampamento di
Catulo si trovava sulla riva sinistra del Po, più o meno dove oggi c’è
il borgo di Trino con la sua centrale termonucleare in disuso, e
Mario aveva voluto visitarlo a sorpresa, senza farsi precedere da
qualcuno che annunciasse il suo arrivo. Si era presentato alle
sentinelle della porta praetoria con queste semplici parole: «Sono il
console». Aveva voluto vedere con i suoi occhi ciò che rimaneva
delle legioni che erano state vinte dai Cimbri alle Bocche dell’Adige
e che poi avevano abbandonato i morti e i feriti nei villaggi dei Galli
e avevano adottato quella tattica, inutile per l’andamento della
guerra e inutilmente rischiosa per i soldati, di inseguire il nemico
lungo il corso del Po tenendosi a una certa distanza. Quelle legioni,
pensava il console mentre procedeva a cavallo lungo il cardo cioè
lungo la strada principale dell’accampamento, erano quanto
rimaneva del vecchio esercito, reclutato tra le classi sociali che
avevano pagato con il loro sangue, nei secoli, la grandezza di Roma;
e che però ormai non ce la facevano più, da sole, a sostenere il peso
di una guerra come quella che si stava combattendo contro i
Germani. I Cimbri, per qualche loro ragione, le avevano risparmiate:
ma non ci voleva una grande esperienza per capire che non sarebbe
stato facile riportarle a essere e cienti e in grado di combattere, in
modo almeno da potersi difendere se i nemici le avessero attaccate.
Dietro agli uomini che facevano ala al suo passaggio e acclamavano
il suo nome: «Mario, Mario» si vedevano sporcizia e disordine. Segni
certi, ri etteva il console, di incapacità dei comandanti e di scarsa
disciplina tra le truppe.
Mentre rispondeva con la mano e col viso al saluto dei soldati,
Caio Mario si guardava attorno. Pensava che la disciplina è ciò che
tiene insieme diecimila o centomila uomini e li fa diventare un
uomo solo: li fa diventare un esercito, con un’unica volontà e una
forza invincibile. Pensava che è la disciplina ciò che fa vincere le
guerre, più della tattica e della strategia e dello stesso amor patrio:
“Con la disciplina, in guerra, si può fare tutto, ma senza la
disciplina non si fa niente”.
Ad accogliere l’uomo nuovo davanti al quaestorium c’era il
comandante in capo delle legioni accampate: quel nobile romano
Quinto Lutazio Catulo che l’anno precedente era stato console
insieme a Mario e che era, come dire?, una persona elegante e
gradevole. Un perfetto rappresentante di quell’aristocrazia senatoria
che nei seicentocinquantadue anni dell’esistenza di Roma era
arrivata a conquistare mezzo mondo, ma che ormai annoverava
soprattutto personaggi come lui, più adatti per le missioni
diplomatiche e per le cerimonie u ciali che per a rontare una
guerra. Vicino a Lutazio Catulo, alto e magro con i capelli
precocemente bianchi e un certo modo di parlare, aspirando le
vocali, che poteva anche non piacere ma che non era da tutti,
l’uomo nuovo sembrava un suo servo: un lecticarius, uno dei due
addetti alla sua lettiga. E il contrasto era stato ancora più evidente
quando i due uomini avevano dovuto comparire insieme in pubblico
come consoli. Caio Mario, infatti, non aveva niente nell’aspetto che
lo facesse apparire superiore alle persone che gli stavano attorno.
Era piccolo di statura, tarchiato e scuro di capelli. Quasi tutti quelli
che lo acclamavano, quel giorno nell’accampamento di Catulo a sud
di Vercelli, non sapevano distinguerlo dagli uomini della scorta, e
dopo che lui era passato chiedevano ai vicini: «Quale era Mario?».
Attorno a Lutazio Catulo, nel quaestorium, c’erano i comandanti
delle sue legioni: e c’era il suo luogotenente Lucio Cornelio Silla che
era un Lutazio Catulo più giovane, alto e biondo con gli occhi
grigioazzurri e, secondo ciò che dice Plutarco, con una caratteristica
della pelle: troppo chiara, che lo rendeva poco adatto alla vita negli
accampamenti. Non era un condottiero, il nostro Silla, e il suo
avvenire non era nell’esercito. Aveva invece tutte le qualità che
servono per fare carriera in politica, dalla furbizia all’indi erenza
per i destini degli altri, e le aveva in misura notevolissima. Odiava
gli uomini nuovi. Come il suo superiore Lutazio Catulo amava il
teatro, i giochi, le feste, la mondanità. Amava le belle donne e i bei
ragazzi, secondo una moda venuta dall’Oriente che obbligava gli
uomini delle classi agiate ad avere anche degli amanti maschi, oltre
che una moglie e una o più concubine. E siccome le mogli e le
concubine, dicevano le chiacchiere dell’accampamento, nell’esercito
non possono entrarci, Lutazio Catulo e Silla amavano i giovani
soldati.
O, se proprio non li amavano, li guardavano con attenzione e ne
parlavano tra loro. E i giovani soldati cercavano di suscitare il loro
interesse per avere qualche privilegio e per essere esentati dagli
incarichi più gravosi o più rischiosi.
Cercavano di farsi notare per entrare nelle loro grazie.
Nell’accampamento di Lutazio Catulo a sud di Vercelli si facevano
molte chiacchiere su questi argomenti. A Silla, dicevano i legionari,
piacevano i ragazzi con i capelli ricciuti, gli occhi neri e le
sopracciglia così folte da formare un’unica linea al di sopra del naso.
Catulo, invece, li preferiva un po’ e eminati e li convocava nel
quaestorium per leggergli dei versi: dei brevi componimenti poetici
che aveva scritto lui stesso. Gli chiedeva di indovinare a chi erano
dedicati e poi anche di esprimere un giudizio. Erano belli? Gli
piacevano? Uno dei pochi divertimenti dei soldati romani, in quelle
terre selvagge accanto al Po, erano gli spettacoli che si facevano la
sera tra le tende e che i centurioni ngevano di non vedere. In
quegli spettacoli, attori improvvisati imitavano il comandante
supremo: il dux Lutazio Catulo e il suo legatus Cornelio Silla, nei
loro modi di parlare e nei loro gesti. Mentre altri attori vestiti da
donna facevano sbellicare dalle risa i commilitoni, dicendo (e
mimando) ogni genere di sconcezze…
Mario naturalmente queste cose non poteva saperle, quando si era
presentato davanti alla porta praetoria dell’accampamento di Catulo
sulla riva sinistra del Po per una visita a sorpresa. O forse qualche
chiacchiera gli era giunta all’orecchio: di cile dirlo. Sapeva però di
dover rincuorare quegli uomini, che erano sopravvissuti a una grave
scon tta e dovevano avere perso la ducia in se stessi, prima ancora
che nei loro capi. Sapeva di dover fare qualcosa per loro. Anche se
la dea Fortuna non li aveva favoriti dandogli dei buoni comandanti,
erano pur sempre dei soldati di Roma! Perciò aveva voluto
precedere le sue legioni, che in quel momento si stavano spostando
attraverso il paese dei Liguri, e si era spinto in avanti con una scorta
di pochi u ciali e di pochi tecnici. Andava a scegliere
personalmente, come faceva sempre, il luogo dove i suoi soldati
avrebbero dovuto accamparsi; e andava a visitare l’accampamento
di Catulo. Voleva conoscere quei superstiti, che a febbraio erano
scampati alla furia dei Cimbri e che adesso lo acclamavano come un
salvatore:
«Mario! Mario!».
Prima però di far suonare l’adunata per parlare ai soldati, il
console aveva voluto ascoltare gli u ciali. Oltre a Catulo e a Silla,
nel praetorium c’erano i praepositi cioè i comandanti delle legioni e
Mario aveva cercato di capire, con il loro aiuto, l’entità della
scon tta che i Romani avevano subito quando avevano cercato di
sbarrare la strada ai Cimbri per non farli entrare in Italia. Quanti
erano stati, gli aveva chiesto, i morti e i feriti di ogni legione, e a
quanto corrispondeva la somma complessiva delle perdite: a un
quarto, o a un terzo, degli uomini arruolati? Qual era la forza reale,
nel presente, dell’esercito di Catulo? Ma quei conteggi non erano
stati fatti e il console aveva incominciato a innervosirsi. Per
distrarlo, era intervenuto Lutazio Catulo. Gli aveva spiegato che
nelle settimane successive a quella battaglia di cui lui si stava
interessando, le sue legioni avevano svolto un’opera importantissima
di contenimento del nemico, seguendolo a distanza e controllandone
tutti i movimenti. Quelle operazioni avevano tenuto impegnati gli
u ciali, impedendogli di veri care l’esatta consistenza di ogni
reparto: cosa che sarebbe stata fatta, immancabilmente, nei prossimi
giorni. I Cimbri, aveva continuato a spiegare il proconsole, adesso
erano fermi e occupavano una regione molto vasta a sud del borgo
di Vercelli no al greto del Po. Erano divisi in tribù a base familiare:
non se ne conosceva il numero complessivo, ma dovevano essere più
di cinquanta. Avevano molte migliaia di guerrieri, che però al
momento non davano segni di voler attaccare in forze. Le ostilità
contro l’accampamento romano si erano limitate a qualche
imboscata, fortunatamente senza morti o feriti gravi, e a qualche
incursione notturna. Siccome Mario voleva saperne di più era
intervenuto il luogotenente di Catulo cioè Silla. Aveva raccontato
che per due notti consecutive un gruppo di Cimbri: un centinaio di
uomini, si erano spinti n sotto il vallum cioè n sotto la recinzione
esterna per spaventare le sentinelle con i loro canti di guerra. Erano
stati lanciati con le onde dei proiettili incendiari di torba mista ad
argilla, che avevano appiccato il fuoco ad alcune tende. Non c’erano
state vittime: ma i soldati, aveva concluso Silla allargando le
braccia, erano stanchi; e Mario aveva avuto la conferma del fatto
che erano impauriti e demoralizzati. Anche se il loro valore, aveva
subito tenuto a precisare l’oratore, era fuori discussione: come si era
visto proprio in quella sfortunata battaglia delle Bocche dell’Adige,
che il console aveva voluto ricordare. Quando una gente rozza e
barbara come i Cimbri si era sentita in dovere di tributargli l’onore
delle armi…
Mario aveva guardato Silla in un certo modo che signi cava:
smettila. Lui però aveva continuato a parlare dell’eroico presidio di
là dall’Adige e allora il console aveva alzato una mano, aveva detto:
«Su quell’episodio io ho informazioni attendibili, che ne danno
una versione piuttosto diversa».
Caio Mario aveva poi parlato ai soldati di Catulo riuniti nel
forum, cioè nella piazza delle adunanze al centro del campo: ed era
riuscito a riaccendere il loro entusiasmo. Un entusiasmo che non era
diminuito né scal to dalle ragioni della politica, e dalla di denza
che le vecchie legioni avrebbero dovuto provare nei confronti
dell’uomo nuovo. In quelle terre selvagge accanto al Po la politica
non aveva ragione di esistere. Esistevano loro, i soldati di Roma
reclutati secondo le antiche consuetudini, ed esisteva lui, Mario:
l’unico comandante capace di tirarli fuori da una situazione senza
vie d’uscita, per farli ritornare alle loro case! Gli aveva detto che i
Cimbri, alla ne, avrebbero dovuto cedere alla forza di Roma, così
come avevano dovuto cedere nella Gallia meridionale i loro alleati
Teutoni e Ambroni. Un esercito di reclute: il suo esercito, non si era
limitato a scon ggerli ma li aveva dispersi e annientati. E aveva
aggiunto in tono più basso due parole, che erano calate su quei
popoli come una pietra tombale: «In perpetuum».
«Per sempre.»
Aveva spiegato ai legionari di Catulo che i Germani, in passato,
erano riusciti a vincere i Romani, innanzitutto perché erano riusciti
a impaurirli. Li avevano spaventati in tre modi: con la loro fama,
che li precedeva ovunque andassero e gli aveva creato intorno un
alone di invincibilità destinato a dissolversi, aveva detto il console,
con la loro prima scon tta: quella di Aquae Sextiae. E poi, li
avevano spaventati con l’aspetto, perché erano grandi di statura e
aumentavano la loro imponenza con degli elmi dalle forme
mostruose, di maschere infernali o di animali fantastici. In ne, li
avevano spaventati con le grida e i suoni che facevano di notte,
prima di ogni battaglia.
«Quei loro canti di morte» aveva ammesso «sono davvero terribili.
Io lo so, perché li ho ascoltati e ho provato la stessa impressione di
sgomento che dovete aver provato anche voi.»
Per vincere i Germani in battaglia bisognava vincere la paura che
incutevano. Perciò lui, Mario, ad Aquae Sextiae aveva ritardato lo
scontro il più a lungo possibile, perché i suoi soldati si abituassero a
guardare in viso i loro nemici e a non averne timore: erano uomini
come gli altri, e chiunque poteva ucciderli o ferirli. Di notte, gli
aveva fatto mettere nelle orecchie delle pallottole di cera, perché
dormissero tranquilli; e non si era stancato di spiegargli, ogni volta
che ne aveva avuto la possibilità, che le battaglie non si vincono con
l’aspetto e la forza sica di chi le combatte, ma con la perfezione
delle armi e la buona organizzazione degli eserciti. E che i Germani
erano destinati a soccombere, perché erano disorganizzati e male
armati.
«I Cimbri hanno poche armi» aveva detto il console Caio Mario
agli uomini di Catulo. «Ve ne sarete accorti anche voi quando avete
dovuto a rontarli. Hanno quelle loro spade enormi, che sembrano e
sono temibilissime, ma che si maneggiano male e con fatica e che
spesso, per il peso, gli sfuggono di mano. E sono anche molto più
vulnerabili di voi, perché quasi tutti hanno come loro unica difesa
uno scudo leggero, mentre voi avete le corazze e i cinturoni che vi
proteggono il petto e la pancia. Anche la grandezza dei loro corpi,
che vi ha spaventato quando ve li siete trovati di fronte per la prima
volta, in realtà è una loro debolezza. Più grande è il bersaglio, più è
facile colpirlo: ricordatevene, quando vi capiterà di doverli
a rontare di nuovo.»
Poi, Mario aveva cambiato argomento. Aveva detto a quegli
uomini stanchi e s duciati che le sue legioni erano in marcia, e che
avrebbero attraversato il Po di lì a pochi giorni. Che si sarebbero
schierate contro i Cimbri a nord delle legioni di Catulo,
accampandosi in quei terreni selvaggi: i Campi Raudii, dov’erano
accampati anche loro. Che lui, Mario, aveva rinunciato a tornare a
Roma per celebrare il trionfo sui Teutoni e gli Ambroni, e sarebbe
rimasto lì al fronte per dirigere personalmente tutte le operazioni di
quella guerra. Gli aveva gridato:
«Finché anche l’esercito dei Cimbri non sarà stato distrutto, il mio
posto è qui!».
«Il trionfo a Roma» gli aveva promesso «lo farò dopo che la guerra
sarà stata vinta, e lo faremo insieme. Ci sarete anche voi!»
Aveva ricordato a quegli uomini umiliati da una scon tta, che
erano l’esercito di Roma: «Un esercito» gli aveva detto «che nel
corso dei secoli ha perso qualche battaglia, ma non ha mai perso
una guerra». Era sceso dalla pedana dell’oratore. Aveva mostrato ai
soldati la sua mano destra, rivolta verso di loro. Li aveva incitati:
«Venite a toccare la vostra mano con la mia, e gridiamo tutti
insieme il nome della dea della guerra Bellona. Non una volta
soltanto, ma tre volte!».
C’era stata, nell’accampamento, un’ovazione, di un’intensità tale
che noi oggi faremmo fatica a immaginarla, innanzitutto perché
facciamo fatica a rappresentarci e a immaginare un accampamento
militare romano. Anche se disegnarne la pianta è piuttosto facile. Le
legioni non si accampavano a caso, ma seguendo uno schema e delle
regole, rimaste inalterate per secoli. Ciò che invece è di cile
descrivere è l’a ollamento di quegli agglomerati umani, che erano
degli autentici formicai: dove diecimila, o ventimila, o anche
trentamila uomini-formica riuscivano a sopravvivere e a orientarsi
in uno spazio che oggi basterebbe a malapena per un nostro
villaggio di qualche centinaio di abitanti. In quell’ambiente così
pieno di uomini e di cose, così poco adatto per farci dei grandi
discorsi le parole del console in realtà erano state ascoltate soltanto
da chi gli stava attorno, cioè da pochi; ma l’entusiasmo si era
propagato da un settore all’altro dell’accampamento, molto più
lontano della sua voce. Dalle torrette lungo il vallum, cioè lungo le
difese esterne, qualcuno si era incaricato di ripetere, gridandole, le
frasi a e etto del suo discorso; molti, tra le tende, avevano
continuato a scandire il suo nome: «Mario, Mario», alternandolo a
quello della dea Bellona, o della dea Vittoria, e battendo la parte
piatta del gladio contro qualsiasi cosa facesse rumore. Succedeva
dappertutto così. Mario, da giovane, non era stato a scuola di
eloquenza come gli uomini dell’aristocrazia senatoria, ma aveva un
talento naturale per parlare ai soldati. L’aristocratico Lutazio Catulo,
che in fondo era un brav’uomo e si commuoveva abbastanza
facilmente, era venuto ad abbracciarlo con le lacrime agli occhi; e
anche Silla aveva dovuto ngere un’emozione, che in realtà non
provava. Aveva pensato:
“I Teutoni e gli Ambroni probabilmente erano meno numerosi e
meno forti di questi altri barbari che io ho visto con i miei occhi e
che Mario dice di voler a rontare e annientare, mentre la saggezza
dovrebbe spingerlo a venire a patti con loro. Anche se non sappiamo
cosa vogliono e cosa potremmo o rirgli, credo che una trattativa sia
sempre possibile. L’unica cosa che so e di cui anzi sono certo
basandomi sulla mia esperienza personale, è che se Mario oserà
a rontare i Cimbri in battaglia, la sua fortuna militare e la sua
carriera niranno in questa pianura. Moriremo tutti, e i barbari
avranno la strada spianata per arrivare a Roma”.
“Quest’uomo” ragionava Silla “viene considerato da molti un
salvatore della patria. Invece è un pazzo, che alla testa del suo
esercito di plebei e di ex schiavi porterà alla rovina anche chi non è
pazzo come lui.”
Aveva ragione?
Per rispondere a questa domanda bisogna parlare di Caio Mario.
Di un personaggio, cioè, che nché visse suscitò molte contrastanti
passioni di amore e di odio, e che ora è soltanto un nome dentro ai
libri di storia. Bisogna rimetterlo, vivo, nel suo tempo.
Bisogna dire dell’uomo nuovo che era un uomo antico. Non d’età:
perché nel momento in cui lo incontriamo aveva quarantadue anni.
Era un romano di vecchio stampo, come quelli che avevano fatto
grande la res publica: lo Stato, nei secoli precedenti, e come le
famiglie dell’aristocrazia non ne producevano quasi più. La sua
novità consisteva nel non essere un aristocratico e un senatore; per
il resto, si potrebbe dire che era l’uomo della tradizione. Lutazio
Catulo e Silla e gli altri suoi avversari politici erano molto più nuovi
di lui, cioè più moderni come mentalità e stile di vita. Anche la sua
apertura ai ceti emergenti, e la “rivoluzione” che aveva portato
nell’esercito, dando la possibilità di entrarci a chi ne era escluso, lo
imparentavano agli innovatori del passato, per cui era sempre
esistita una sola legge: il bene di Roma. Tutto era lecito, se portava
a quel risultato! L’aristocrazia dei tempi di Mario, invece, era
composta soprattutto di persone che temevano di perdere i loro
privilegi. Era in larga misura un ceto conservatore, incapace di
rinnovarsi e chiuso nella difesa delle sue prerogative.
Non degli interessi di Roma, ma dei suoi.
Gli autori antichi che hanno parlato di Mario lo descrivono come
un uomo ambizioso e un uomo rozzo, anche nell’aspetto esteriore.
“In quanto all’aspetto di Mario” scrive Plutarco che non poté
conoscerlo di persona essendo nato più di un secolo dopo la sua
morte, “io ho veduto una sua statua di pietra posta in Ravenna, città
della Gallia, che ben ci rappresenta quell’asprezza e quella rusticità
che è fama lui avesse nei suoi costumi.” Ma tanto rustico, a ben
vedere, l’uomo nuovo non dovette poi essere, se ebbe tra i suoi
protettori la famiglia degli Scipioni, una delle più potenti
dell’aristocrazia senatoria, e sposò una ragazza della famiglia Giulia,
i Kennedy del mondo antico. Destinati a dare vita alla prima
dinastia imperiale di Roma.
Ambizioso, Mario lo fu certamente. Cinque consolati in
quarantadue anni di vita non erano un traguardo alla portata di
tutti, e bastavano a giusti care l’accusa che gli veniva mossa dai
suoi avversari, di voler riportare Roma all’epoca dei re. Di voler
diventare il re di Roma. Nonostante questo, però, il nostro
personaggio era rimasto un uomo semplice: un soldato, più a suo
agio negli accampamenti degli eserciti che nei palazzi della politica.
Con i suoi legionari si comportava come uno di loro, sopportando le
loro stesse fatiche e avendo come unico cibo quella focaccia di
frumento pestato e cotto tra due mattoni: la placenta, di cui
dovremo ancora parlare perché è con quella parola, e con quel cibo,
che è nata l’Europa di oggi. Era un uomo attento ai dettagli: un
perfezionista, che si arrovellava per risolvere dei problemi a cui
nessun comandante in capo di un esercito avrebbe prestato
attenzione. Aveva fatto modi care l’arma d’assalto dei suoi uomini:
il pilum (giavellotto), in modo che i nemici non potessero tornare a
usarlo; si spezzava, e non serviva più a niente. E poi, aveva
inventato dei portapacchi di legno: i “muli di Mario”, che i soldati di
Roma avrebbero continuato a usare per secoli e che servivano ad
alleviare il fastidio dei bagagli durante le marce di trasferimento da
un accampamento all’altro.
Ascoltava i suggerimenti dei soldati e parlava il loro stesso
linguaggio, con gli stessi doppi sensi e le stesse oscenità di cui si
servivano anche loro. Aveva i loro stessi gusti. Gli piacevano le
donne, di tutte le razze e di (quasi) tutte le età; e non tollerava,
nell’esercito, l’amore tra uomini. Quando un ragazzo delle nuove
leve, secondo ciò che racconta Plutarco, in un impeto di ribellione
aveva ucciso un u ciale che voleva usargli violenza, invece di
condannarlo a morte come avrebbe fatto qualsiasi altro dux, lo
aveva lodato pubblicamente e mandato libero. Suscitando grandi
entusiasmi da una parte e critiche feroci dall’altra.
Questo, dunque, era l’uomo dei cambiamenti. L’uomo nuovo, che
in quella primavera di un anno lontanissimo dal nostro presente si
preparava ad a rontare un esercito considerato invincibile ma
ormai logorato da troppe guerre e guidato da un gruppo di giovani
che avevano perso il senso della realtà e credevano seriamente di
poter arrivare a dominare il mondo. L’esercito dei Cimbri.
Capitolo quinto
Sigrun e il bosco sacro

La ricorrenza più importante dell’anno, per i Cimbri, era la festa


di Ostar, la loro dea della primavera. Era la festa del Risveglio e
della vita che rinasce dopo la pausa invernale. Ogni tribù la
celebrava secondo le sue tradizioni e secondo gli avvenimenti che
l’avevano riguardata nel corso dell’anno precedente. C’era però
anche un momento comune: il Risveglio di tutti, che i capi
celebravano tra di loro e con le loro famiglie, in una località scelta
dai sacerdoti e in un giorno di primavera. Un giorno qualsiasi,
secondo l’andamento della stagione. La natura, si sa, non è uguale in
ogni luogo e il clima ha delle di erenze anche notevoli tra nord e
sud, tra est e ovest: ma la rinascita della vita, per i popoli antichi e
anche per i Cimbri, era un avvenimento che doveva essere celebrato
per se stesso e per ciò che signi cava nelle vicende degli uomini.
Ogni anno, durante la festa del Risveglio, i sacerdoti rivelavano ai
capi delle tribù e ai capi dei guerrieri i segnali che gli Dei del loro
popolo gli avevano fatto arrivare in vari modi, ma soprattutto
attraverso gli animali sacri.
Ogni anno, durante la festa del Risveglio, i giovani maschi
diventavano adulti cioè guerrieri dopo avere subito l’uccisione
rituale. Rinascevano nel segno del dio Thor, che gli mostrava le
meraviglie del Valhalla: il paradiso degli eroi caduti in battaglia
dove tutti loro, un giorno, speravano di poter rivivere dopo la
morte.
Ogni anno, in ne, al termine delle feste di Ostar si compiva il rito
della puri cazione: che serviva ai Cimbri per riconciliarsi con gli
spiriti della natura, anche con i più ostili nei loro confronti, e per
placare le entità ignote e male che che tormentavano soprattutto le
donne.
Nell’anno della nostra storia il Risveglio si era celebrato tardi:
molto tardi, e con meno gioia che in passato. I Cimbri, dopo essere
arrivati in Italia alla ne dell’inverno, si erano buttati a
saccheggiare stalle e granai nella valle del Po, dirigendosi verso
occidente per andare incontro ai loro alleati. Quando nalmente
avevano deciso di fermarsi, il momento magico in cui la natura
rinasce era già passato, nella pianura sotto la montagna sacra dei
Galli e in tutta l’Europa meridionale. Le in orescenze dei frassini, e
anche quelle dei salici con cui di solito si facevano trofei su tutti i
carri e si ornavano le tende in tutti gli accampamenti, erano s orite
già da un po’ di tempo e avevano lasciato il posto, sugli alberi, al
verde tenero delle nuove foglie. Le rondini erano arrivate
dall’Africa, come sempre; e anche gli uccelli cantori, che trascorrono
gli inverni chissà dove e tornano ogni primavera per fare i nidi,
avevano già incominciato a chiamarsi e a rispondersi nel profondo
dei boschi.
Era la stagione dei gigli selvatici: degli iris viola e degli iris gialli,
che le donne raccoglievano lungo i fossi e mettevano dappertutto
negli accampamenti per rallegrare la vista di chi ci abitava con i
colori di Ostar. Tutto era avvenuto tardi, quell’anno: e anche le
prove di ardimento dei giovani per diventare uomini, che si
facevano in quella occasione e che rappresentavano un momento
importante nella vita di ogni tribù, si erano poi svolte con la luna di
aprile. In tutti gli accampamenti dei Cimbri i ragazzi di sedici,
diciassette anni avevano dovuto correre nudi tra le amme e saltare
sopra le spade. Era un rito antichissimo e crudele e qualcuno anche
quell’anno aveva nito per ustionarsi, come succedeva quasi
sempre, o era rimasto in lzato tra i ferri; ma la cosa non aveva
suscitato particolari emozioni, nemmeno tra i parenti più stretti
delle vittime. Che, se il loro ragazzo non moriva, si adattavano a
curarlo perché potesse rinascere in un altro Risveglio, ma non gli
nascondevano di essere delusi e anche un po’ amareggiati. «In cosa
abbiamo sbagliato» si chiedevano, «per avere un glio così
maldestro? Qual è la nostra colpa?»
Si erano fatti dei sacri ci a Ostar, a Odino, a Thor, di vitelli e di
altri animali che poi erano stati cotti e mangiati. Si erano
trangugiate grandi quantità di una bevanda poco conosciuta: il vino,
che veniva prodotta dai contadini della valle del Po e che doveva
sostituire, per i Cimbri, la loro bevanda tradizionale fatta con la
segale o l’orzo, cioè la birra.
(I Galli che vivevano di qua dalle Alpi conoscevano anche la birra
e la producevano facendo fermentare l’orzo o il frumento, ma
producevano e bevevano soprattutto il vino.)
Si erano fatte delle gare di lotta e delle prove di forza. Gli
indovini e i maghi avevano lavorato no a notte, oltre che a fare
pronostici per l’anno che era appena incominciato, a neutralizzare
malocchi e incubi e a rispedirli a chi li aveva mandati. (Un
preannuncio, se così si può dire, in chiave magica, della posta
elettronica di oggi.) I medici si erano dati da fare con i tatuaggi, che
per qualche ragione a noi ignota venivano richiesti soprattutto in
quei giorni. Le donne avevano appeso sugli ingressi delle loro tende
i rami oriti dei ciliegi e dei meli selvatici, e i guerrieri avevano
suonato i corni. Queste cose erano avvenute negli accampamenti
delle tante tribù che formavano il popolo dei Cimbri, ma la festa del
Risveglio non era nita in quel modo perché le celebrazioni
conclusive si erano poi svolte in un grande podere: un latifundium,
che era appartenuto a un uomo d’a ari romano e che era stato dato
ai sacerdoti perché vi celebrassero i riti della comunità.
C’era un edi cio in pietra e mattoni, in quel latifundium: una villa
che naturalmente era stata saccheggiata e devastata perché i Cimbri
non avrebbero saputo cosa farsene, e attorno alla villa c’erano dei
prati e dei viali alberati. C’era un parco chiuso da un cancello e
circondato da un muro, che era diventato il tempio all’aperto: il
bosco sacro, dove vivevano in semilibertà gli animali di cui si
servivano gli Dei per comunicare con gli uomini, e dove non era
assolutamente consentito l’ingresso agli estranei.
Soltanto i sacerdoti e i loro aiutanti potevano entrarci.
Il raduno dei capi e dei loro familiari si era fatto nel prato dietro
alla villa. C’era stato un grande banchetto e la festa si era divisa in
tante tavolate, più o meno come una festa di oggi. I sacerdoti di
Odino, di Thor, di Ostar, di Nerto e di tutte le altre divinità che
a ollavano i sogni dei Cimbri si erano appartati nel bosco sacro per
osservare il comportamento degli animali e per formulare
“l’oracolo”: il messaggio che gli Dei gli davano ogni anno in quella
circostanza, e che aveva come sua principale caratteristica quella di
essere oscuro. Chi lo ascoltava, infatti, immancabilmente giungeva
alla conclusione che gli Dei volevano le stesse cose che voleva lui;
ma anche chi voleva il contrario di quelle cose si convinceva di
avere dalla sua il favore delle divinità. Gli Dei del passato, si può
dirlo?, non erano come quelli di oggi, che sanno sempre quello che
vogliono e lo dicono con chiarezza.
Erano divinità accomodanti, che cercavano di andare d’accordo
un po’ con tutti.
I capi delle tribù con i loro familiari avevano preso posto sulle
panche da una parte del prato e dall’altra parte si erano riuniti i capi
dei guerrieri, a gridare e a s darsi tra di loro per qualche
scommessa o per qualche prova di forza. C’erano gli inservienti che
andavano attorno con i vassoi carichi di cibi, e c’era molta
apparente allegria e molta voglia di scherzare e di ridere,
soprattutto tra i giovani; ma nei discorsi degli uomini più anziani e
delle loro mogli e glie si avvertiva anche una certa
preoccupazione. Molti tra i convitati confrontavano il passato dei
Cimbri con il loro presente, e parlavano apertamente di declino. Di
un declino che era anzitutto nei numeri. Il capo tribù Rando, che era
stato uno degli uomini più forti della sua generazione e che da
vecchio aveva un unico rimpianto, quello di non essere morto in
battaglia, aveva detto:
«Per fare un guerriero ci vogliono diciotto risvegli: diciotto anni.
Per farlo morire basta un attimo». E poi:
«Noi possiamo scon ggere i nostri nemici ma non possiamo
scon ggere il tempo. Alla ne, sarà il tempo a scon ggerci».
Agilo “l’Orso” era venuto alla festa di Ostar insieme alle sue due
glie, Rhamis e Sigrun, e aveva approvato le parole di Rando.
«Quando ci siamo mossi alla ricerca della Midgard: la nostra terra
promessa» aveva ricordato, «nessun esercito al mondo si poteva
paragonare all’esercito dei Cimbri. Eravamo invincibili e lo siamo
ancora, ma abbiamo bisogno di rimanere fermi qualche anno, per
raccogliere le nostre forze e tornare a crescere.»
«Aspettiamo l’oracolo» aveva proposto Suomar “l’Aquila”: che
insieme ad Agilo era considerato il più saggio di tutti i capi tribù.
«Se ci dirà che nalmente siamo arrivati al termine delle nostre
peregrinazioni, i nostri problemi saranno risolti. Io mi fermerei
volentieri» aveva aggiunto «in questa pianura ricca di boschi e di
acque. Il clima è mite, e quella grande montagna all’orizzonte
secondo me sarà una dimora perfetta per Ostar, la nostra dea della
primavera e dell’eterno Risveglio.» Si era rivolto alle donne. Aveva
detto:
«Anche voi, credo, sarete contente se l’oracolo ci dirà di fermarci».
«No» gli aveva risposto Rhamis. «L’oracolo non ci darà
un’indicazione di quel genere, perché la volontà degli Dei non può
essere quella.»
Tutti si erano voltati dalla sua parte e lei, allora, aveva dovuto
spiegargli:
«Fermarci adesso sarebbe un errore: un grave errore, perché
signi cherebbe rinunciare a concludere la guerra con i Romani. Mio
marito Boiorige continua a ripeterlo, e anch’io penso le stesse cose
che pensa lui».
Dal suo tono di voce si capiva che nessun argomento le avrebbe
fatto cambiare idea e gli anziani si erano scambiati delle occhiate,
ma non le avevano risposto. Suomar “l’Aquila” aveva ripetuto, per
concludere:
«Ci dirà l’oracolo cosa dobbiamo fare. Gli Dei vedono tutto
dall’alto e sanno più cose di quante ne sappiamo noi».
Sigrun, la glia minore di Agilo, era rimasta in silenzio,
limitandosi a guardare l’uno o l’altro di quelli che parlavano e a
rosicchiarsi le punte dei capelli come faceva sempre quando era
soprappensiero o quando qualcosa la preoccupava. Lei e sua sorella
erano molto diverse. Rhamis, che aveva allora ventidue anni, era
una donna risoluta e orgogliosa: era “la Regina” o “Sif dai capelli
d’oro”, come l’avevano soprannominata prima che si sposasse i
ragazzi e le ragazze della sua tribù. (Sif era la moglie del dio Thor.)
Sigrun, che di anni ne aveva soltanto diciotto e aveva gli stessi
capelli biondi e gli stessi occhi azzurri della sorella, era invece una
ragazza inquieta e piena di dubbi. La sua unica certezza, nel
presente, era che non voleva sposarsi.
(Se le ponevano la questione si inquietava. Diceva: «Ci penserò.
C’è tempo. Per adesso, sto bene così».)
Quando parlavano delle glie di Agilo “l’Orso”, le donne che le
conoscevano si chiedevano: «Come fanno a essere sorelle?». Della
moglie di Boiorige, cioè di Rhamis, dicevano che era un po’ troppo
simile al marito, un po’ troppo altezzosa e scontrosa: come lui.
Dell’altra, cioè della ragazza che non voleva sposarsi e che aveva il
vizio di rosicchiarsi i capelli o le unghie, dicevano che era più
attenta ai sogni che alle cose reali. Che era “strana”. E raccontavano
che, da piccola, era stata una bambina come tutte le altre e poi era
cambiata quando era diventata donna, nascendo per la seconda
volta come la luna muore e rinasce al termine di ogni ciclo. Che
quella trasformazione si era compiuta mentre i Cimbri erano in
viaggio dal paese dei Germani a quello dei Galli. Secondo le
consuetudini del suo popolo, Sigrun era stata isolata dal resto della
tribù e tenuta per qualche giorno in un carro chiuso, senza vedere
nessuno. L’unica persona che avrebbe potuto starle vicina era sua
madre: ma la madre di Sigrun e di Rhamis non c’era più, perché era
morta già da un paio d’anni annegando durante l’attraversamento di
un ume; e il suo posto era stato preso da una vedova, che si
chiamava Nanna come la sposa del dio Baldr e che, nché era
vissuta, era stata l’amica di suo padre Agilo “l’Orso” e anche la
donna dei misteri, per la loro tribù e per tutto il popolo dei Cimbri.
Si diceva che avesse fondato una società segreta di sole donne; che
celebrasse degli strani riti durante i plenilunii e che avesse dei
poteri magici. Che fosse una strega però non male ca: una strega
buona. Ora, anche Nanna era morta l’inverno precedente, mentre il
popolo dei Cimbri attraversava le Alpi, per una malattia dei
polmoni: ma nché era vissuta era stata l’amica e la seconda madre
di Sigrun e l’aveva fatta crescere in quel modo, con la testa piena di
pensieri diversi da quelli delle altre ragazze.
Di pensieri “strani”.
Le donne della sua tribù, quando parlavano di Sigrun dicevano: «È
diventata strana per colpa di Nanna».
«Chissà che incantesimi le ha fatto, quella strega!»
Per no il modo di vestirsi delle due sorelle era così diverso, che
non avrebbe potuto esserlo di più. Rhamis amava i colori della
primavera, il giallo e il viola, e indossava i gioielli che le regalava il
marito e che venivano dal bottino di qualche razzia. I Cimbri,
infatti, non conoscevano l’arte orafa e non avrebbero attribuito
alcun valore all’oro e alle pietre preziose se non avessero avuto a
che fare con altri popoli. Non avevano monete proprie, ma
prendevano e usavano quelle degli altri. Sigrun, invece, amava le
tonalità naturali del lino e della canapa e non possedeva oggetti
preziosi. Portava soltanto una strisciolina di cuoio intorno al collo,
con uno strano gioiello che forse non era nemmeno un gioiello. Era
un ciottolo trasparente, una goccia di un materiale: l’ambra, che un
tempo era stato molto comune tra i Cimbri e che però ormai veniva
apprezzato soltanto dalle persone anziane. (Le donne giovani, come
Rhamis, preferivano gli oggetti d’oro e d’argento.) Dentro alla pietra
trasparente c’era un’ape preistorica, vissuta forse un milione di anni
prima dell’arrivo in Italia dei Cimbri e un po’ più grande delle api di
oggi. Quella collana era stata regalata a Sigrun dalla donna dei
misteri cioè da Nanna, che le aveva raccomandato di portarla
sempre al collo e di non separarsene per nessuna ragione.
«Finché l’avrai addosso» le aveva detto Nanna quando gliel’aveva
regalata, «non potrà succederti niente di grave.» E lei, da allora, non
se l’era più tolta.
Dopo il banchetto erano ricomparsi i sacerdoti, preceduti dal
suono dei corni. Il sacerdote del dio Thor, con in testa l’elmo
cerimoniale sormontato dalla folgore, aveva emesso un grido
modulato, una specie di richiamo che poi si era trasformato in un
canto: e tutti i capi tribù e tutti gli uomini si erano alzati per andare
a incontrarlo. Ai tavoli del banchetto erano rimaste soltanto le
donne, che ormai si stavano annoiando e avevano appro ttato
dell’assenza dei mariti e dei padri per parlare di chi quel giorno non
era presente alla festa e insomma per fare quei pettegolezzi che si
fanno ancora oggi, e che si sono sempre fatti da quando le donne (e
gli uomini) vivono in società e comunicano con le parole. Al centro
del prato, intanto, il sacerdote di Thor passava in rassegna i ragazzi
che avevano superato le prove per diventare uomini. Li “uccideva” a
uno a uno col bastone rituale, e poi li resuscitava spruzzandogli in
viso alcune gocce di un liquido che gli faceva bruciare gli occhi e la
pelle. Le reclute, accecate, venivano prese in consegna dagli anziani
che gli davano il benvenuto alla loro maniera, insultandole e
malmenandole. Questo, tra i Cimbri, era il momento centrale del
Risveglio: e così, in quel popolo, dopo essere diventati uomini si
diventava guerrieri.
La cerimonia era durata a lungo. Quando poi l’ultimo dei giovani
era stato resuscitato e consegnato alla sua nuova vita, il sole era
sceso dietro agli alberi e nel prato davanti alla villa dell’uomo
d’a ari romano c’erano già delle persone che gridavano e
reclamavano l’oracolo. In pochi istanti si era riunita una folla di
uomini e di donne che volevano sapere, nalmente!, se il loro
popolo era arrivato nella terra che gli era stata promessa o se
avrebbe dovuto continuare a spostarsi da un paese all’altro,
combattendo come aveva fatto per vent’anni contro tutti i popoli del
mondo. Alla ne l’oracolo era stato rivelato e le parole del sacerdote
del dio Hermodh erano state coperte dagli applausi e dalle grida di
entusiasmo di chi le aveva interpretate come una conferma delle sue
speranze e dei suoi desideri. Quelle parole sembravano dire: sì, siete
arrivati. Ma dopo un attimo di silenzio, un attimo soltanto!, si erano
sentite le urla di chi sosteneva che gli Dei erano stati fraintesi, e che
l’oracolo signi cava: non fermatevi. Continuate a spostarvi e a
combattere. Arrivate a Roma. Un gruppo di guerrieri aveva cercato
di aggredire il sacerdote di Hermodh per costringerlo a dargli
ragione. Ne era nata, come succedeva quasi ogni anno, una grande
rissa, in cui le cause del contendere erano state dimenticate da una
parte e dall’altra e si erano date e ricevute botte liberatorie. Botte
allegre, come le scazzottate nei lm “western”. Succedeva spesso,
nelle feste della dea Ostar, che l’annuncio dell’oracolo fosse seguito
da un parapiglia generale, che aveva la funzione di calmare gli
animi e di prepararli per l’ultimo rito della giornata, quello della
puri cazione.
Il sacri cio umano.
Sigrun non amava le feste. Le trovava noiose: e anche quell’anno
aveva dovuto annoiarsi, come sempre, ascoltando i pettegolezzi
delle altre donne. Aveva dovuto assistere alla cerimonia del
sacerdote del dio Thor che resuscitava i ragazzi della sua stessa età o
poco più giovani di lei, con le guance ancora piene di foruncoli e le
teste piene di niente, perché andassero a morire in battaglia. Aveva
ascoltato i discorsi di sua sorella Rhamis che era venuta alla festa
portandosi nella sacca il glio di pochi mesi, il piccolo Aligild. Tra
una poppata e l’altra di Aligild, Rhamis le aveva con dato di essere
di nuovo incinta. Aveva detto:
«Spero che anche il mio secondo glio sarà un maschio».
Quella speranza, e la gioia che aveva letto negli occhi della sorella
quando le aveva dato la notizia della seconda gravidanza, l’avevano
spinta a ri ettere sul signi cato che le altre persone davano alle loro
vite, e su quello che avrebbe voluto dargli lei. Si era rosicchiata le
unghie. Si era chiesta:
“E se avessero ragione gli altri? Se avessero ragione quelli che
dicono che sono strana?”.
Poi però le era venuta un’idea improvvisa: un’idea pazza che le
aveva fatto battere il cuore, mentre le ombre già si allungavano sul
prato dove si erano celebrati i riti di quella giornata e mentre la
gente si spostava verso l’“albero del mondo”: il palo sacro,
dov’erano ammucchiate le fascine per il sacri cio. Quando Rhamis
si era messa in spalla la sacca del glio ed era corsa da suo marito
che la stava chiamando, lei si era mossa nella direzione opposta.
Era andata verso il cancello del parco, rimasto aperto dopo che
erano usciti i sacerdoti. Si era guardata attorno: non c’era nessuno.
Con il cuore che le batteva sempre più in fretta era entrata in quel
luogo inaccessibile e inviolabile.
Era entrata nel bosco sacro dei Cimbri.
Sapeva di commettere un sacrilegio ma voleva vedere da vicino
gli animali che servivano a Odino, a Thor, a Freya, a Idhun, a Bragi
e alle altre divinità del suo popolo per comunicare con i sacerdoti.
Voleva capire, se possibile, in cosa fossero diversi dagli animali
normali. Aveva mosso i primi passi tra le piante e si era meravigliata
dell’ombra e del silenzio che c’erano in quel posto.
Un silenzio irreale.
Aveva percorso un viale di pioppi alti e neri ed era arrivata in una
radura. Lì, tra i cespugli di rosa gallica già in parte oriti, c’era un
piccolo stagno: una pozza d’acqua coperta di ninfee, e vicino
all’acqua c’erano degli animali che Sigrun prima d’allora non aveva
mai visto ma che sapeva distinguere dai cervi per averne sentito
parlare da suo padre Agilo. C’erano due renne, con le corna grandi e
rami cate. Le renne si erano voltate verso di lei e una delle due le
era venuta incontro. Forse si aspettava del cibo, o del sale; ma la
ragazza aveva allargato le braccia e le aveva mostrato le mani
aperte. Aveva detto:
«Non sapevo che vi avrei incontrato e non ho niente da darvi.
Scusatemi».
Aveva seguito un sentiero che costeggiava un ruscello ed era
arrivata davanti a una grande gabbia: una voliera, dove il
proprietario del parco e della villa aveva tenuto i volatili che di
tanto in tanto venivano serviti sulla sua mensa. Le anatre, i fagiani
dorati, gli urogalli. Al loro posto adesso c’erano degli uccelli
nerissimi: dei corvi. Sigrun aveva cercato di attirare la loro
attenzione ma i corvi l’avevano ignorata. Soltanto uno le era venuto
davanti saltando go amente da un bastone all’altro della gabbia;
aveva aperto le ali e lei si era accorta che non avrebbe potuto volare
perché gli erano state tolte le penne destinate a reggerlo in aria.
Aveva emesso un suono articolato, una parola che però non
signi cava nulla, almeno per Sigrun. La ragazza era rimasta
incantata a guardarlo e lui allora aveva richiuso le ali e si era
voltato, in un certo modo che signi cava: “Se non capisci quello che
ti dico è inutile che io perda il mio tempo. Vattene”.
Un po’ più avanti, nella penombra della sera, c’era un animale
stranissimo: un pavone. Sigrun non aveva mai visto un uccello così
grande e con la coda piena di occhi: un uccello che sembrava uscito
da una favola della creazione del mondo, e si era fermata a
guardarlo. La curiosità, però, era stata reciproca perché anche
l’animale a cui lei non avrebbe saputo dare un nome sembrava
attratto dalla sua presenza; e poi era successo un fatto
imprevedibile. (Almeno, per lei.) Le lunghe piume della coda del
pavone avevano incominciato a muoversi, ad alzarsi; avevano
formato un semicerchio in cui cento occhi si erano aperti e la
stavano guardando. Cosa signi cava quel segnale? Forse, aveva
pensato Sigrun, quegli occhi che si erano aperti tra le piume
dell’uccello erano gli occhi di Freya, la dea dell’amore e della
bellezza; o di Idhun che faceva mangiare agli Dei le mele d’oro
perché restassero giovani… La ragazza, entusiasta, era corsa verso il
pavone; ma lui si era spaventato e i cento occhi erano tornati a
chiudersi. Era fuggito: perdendo, nella fuga, gran parte della sua
dignità e della sua bellezza.
Diventando quasi ridicolo.
Il bosco, ormai, era pieno di ombre. Si era sentito un rumore di
zoccoli, e sul sentiero davanti a Sigrun era comparso un puledro
interamente bianco. Il puledro, vedendo una persona che non
conosceva, si era fermato; aveva scosso la testa e aveva nitrito.
Allora qualcuno tra gli alberi gli aveva risposto con un schio, e si
era vista in controluce la sagoma di un uomo che la ragazza credeva
di avere riconosciuto, nonostante la distanza e nonostante la
semioscurità in cui entrambi si trovavano. Quell’uomo, che non
apparteneva a nessuna tribù, era il sacerdote della Madre Terra: la
dea Nerto, e se avesse sorpreso un’estranea in quel luogo sacro,
aveva pensato la ragazza, certamente avrebbe dato l’allarme… Cosa
le sarebbe successo?
Si era voltata ed era fuggita, prima che il sacerdote potesse
vederla. Era quasi buio ed erano lontani: e poi lui, si era detta
Sigrun, non aveva più la vista acuta di una persona giovane. Forse
non si era nemmeno accorto della sua presenza. Aveva corso a
perdi ato, tra i rami bassi degli alberi che le frustavano la faccia.
Era caduta e si era rialzata. Era ripassata davanti alla voliera dei
corvi; era quasi andata a sbattere contro una renna e aveva evitato
all’ultimo momento di nire dentro allo stagno della ninfee. Con il
cuore che le batteva all’impazzata, aveva ripercorso il viale dei
pioppi. Era arrivata al cancello ed era uscita dal bosco.
Finalmente salva.
Si era fermata a riprendere ato e si era guardata attorno, ma non
aveva visto nessuno. Gli uomini e le donne che festeggiavano la
primavera e il nuovo anno, adesso erano tutti dall’altra parte della
villa e battevano le mani aspettando che si compisse quel rito della
puri cazione per cui doveva essere già tutto pronto: anche la
vittima. Sigrun non sapeva chi fosse il disgraziato (o la disgraziata)
che sarebbe stato sacri cato per placare gli spiriti della natura
quando anche l’ultima luce del tramonto si fosse spenta, ma non
voleva assistere a quel rito orribile.
Non voleva nire la giornata avendo quelle immagini negli occhi.
Era andata a sedersi su una panca vicino a uno dei tavoli del
banchetto e aveva pensato che sarebbe rimasta lì da sola, al buio,
aspettando che il sacri cio si fosse compiuto. Avrebbe ri ettuto
sulla sua avventura. (Si era chiesta: “Chissà se Nanna, da viva, era
riuscita a vedere gli animali sacri. Chissà se approverebbe quello che
ho fatto. Io credo di sì”.)
Capitolo sesto
Campi Raudii

Ma è tempo, ormai, di parlare dei luoghi dove si combatté


l’ultima battaglia tra i Romani e i Cimbri, e dove vissero i nostri
personaggi. È tempo di dare il suo giusto signi cato a
un’indicazione geogra ca: a un toponimo, che nel corso dei secoli
ha creato più dubbi che certezze. È tempo di parlare dei Campi
Raudii, aprendoci un varco tra le tante cose che si sono dette e le
tante ipotesi che si sono fatte a questo riguardo. Dov’erano, e cosa
erano, i Campi Raudii?
Dove si combatté, in realtà, la battaglia di Mario con i Cimbri?
Incominciamo dalle parole. Campus in latino signi ca pianura,
luogo aperto, super cie libera e disponibile per qualsiasi attività
umana: su questo, almeno, non ci sono dubbi. Raudus invece è un
aggettivo d’origine incerta, non necessariamente latina: potrebbe
essere l’adattamento di un termine celtico, cioè della lingua dei
Galli. Una parola celtica latinizzata, che poi è caduta in disuso.
Inutile cercarla nei dizionari scolastici: non c’è. Soltanto nel
vocabolario monumentale di Egidio Forcellini, il Lexicon totius
latinitatis pubblicato dopo la morte del suo autore nel 1771
possiamo leggere “rodus vel raudus signi cat rem rudem et
imperfectam”: cioè rodus o raudus è un aggettivo che serve a
indicare qualcosa di grossolano e di incompiuto. Una spiegazione
che apparentemente spiega poco, e che però ci fa fare un passo in
avanti. Un passo piccolo ma importante: come si vedrà.
Secondo quella spiegazione, campus raudus è una “super cie
grossolana e incompiuta”: una terra selvaggia che non si può
coltivare né abitare. È la pianura alluvionale, sabbiosa e sassosa
oltre che coperta in parte di boschi, di un ume come il Sesia che
nasce dalla montagna sacra dei Galli, il monte Ros; e degli altri
umi di questa parte d’Italia, che con uiscono nel Po e tranne uno,
il Ticino, hanno tutti più o meno le stesse caratteristiche del Sesia,
con poca acqua d’estate e piene rovinose in primavera e in autunno.
Parliamo, dunque, di umi. Il Sesia, oggi, è un corso d’acqua
certamente più modesto di quanto fosse all’epoca dell’invasione dei
Cimbri, perché alimenta molti canali che servono all’agricoltura. È
un ribelle che ormai è stato domato, stretto com’è tra due argini che
lo accompagnano dall’arrivo in pianura no all’incontro col Po. È
anche (nell’uso della lingua) un transessuale, perché le donne e gli
uomini che vivono lungo le sue sponde, nella loro parlata l’hanno
fatto diventare femmina: la Sesia. In passato, invece, le sue piene
improvvise e rovinose lo portavano ogni pochi anni a spostare qua e
là il suo percorso anche di parecchi chilometri, scavando nuovi alvei
e lasciando nella pianura tratti paludosi dei suoi precedenti
tracciati: le “acque morte”, separate l’una dall’altra da boschi
impenetrabili o da vasti terreni incolti che noi oggi chiamiamo
brughiere o baragge, con due parole che certamente derivano dalla
lingua antica dei Galli. Quegli spazi selvaggi: raudii, che nel
presente quasi non esistono più perché sono stati boni cati e
utilizzati per l’agricoltura o per l’edilizia, all’epoca della nostra
storia occupavano ancora molte parti della pianura occidentale del
Po ed erano i terreni alluvionali dei umi a carattere torrentizio.
Non soltanto del Sesia e dei suoi due principali a uenti: il Cervo e
l’Elvo, ma anche della Dora e del Tanaro, che meriterebbero di
essere trattati a parte; e dello stesso Po, che soltanto dopo la
con uenza con il più importante e il più illustre dei suoi tributari, il
Ticino, incomincia ad avere una portata costante e un andamento
solenne no alla foce.
Ed eccoci arrivati a una prima conclusione. Campi Raudii, al
plurale e con le iniziali maiuscole, è il nome antico della regione che
noi oggi chiamiamo Piemonte o, per essere più precisi, di una parte
dell’attuale Piemonte: la parte in pianura attraversata dalla Dora,
dal Sesia, dal Tanaro oltre che, s’intende, da un tratto del Po. È, cioè
era, il “far west”, il lontano e selvaggio occidente dell’Italia che i
Romani dovevano attraversare per raggiungere i valichi alpini.
Era il paradiso dei briganti. I viaggiatori del tempo antico
conoscevano, e naturalmente temevano, quelle strade tra i boschi e
le paludi e le brughiere dove si potevano vedere, all’imbrunire, i
cervi e i cinghiali, il gufo e la volpe, e dove però era anche facile
fare un altro genere di incontri, con gli uomini armati e feroci che
avevano scelto di vivere in quei luoghi perché non c’erano presidi
militari che li disturbassero, e perché la conformazione del terreno e
la vegetazione gli o rivano mille possibilità di nascondersi e, in caso
di pericolo, di fuggire. Ogni tanto Roma interveniva per liberare le
sue principali vie di comunicazione, e lungo le strade della pianura
comparivano le croci con appesi i corpi di qualche brigante più
sfortunato degli altri. Ma per chi doveva viaggiare in quella regione
sotto le grandi montagne: le Alpi, il pericolo di essere assalito,
derubato e, se avesse cercato di difendersi, anche ucciso, era sempre
vivo e presente.
Oltre a essere il paradiso dei briganti, i Campi Raudii erano il
paradiso dei cacciatori. C’erano i cervi e i cinghiali, già nominati;
c’erano il gufo e la volpe, l’orso e il lupo e quasi tutti gli animali
selvatici che vivono in questi climi, dai caprioli ai castori alle lontre,
dall’aquila alla lince, dalla lepre allo scoiattolo all’uro, il nostro
bisonte, ancora abbastanza comune nelle foreste dell’Europa
settentrionale ma ormai raro a sud delle Alpi. Ci nidi cavano gli
aironi e le cicogne e tante altre specie di uccelli che oggi
sopravvivono a fatica o addirittura sono a rischio di estinguersi.
C’erano la vipera comune e anche la vipera di palude, il marasso,
che fortunatamente è scomparso: così come sono scomparsi quasi
tutti gli animali selvatici che un tempo vivevano in questi luoghi, in
un ambiente e in un paesaggio non molto diversi da quelli in cui era
vissuto il nostro più antico progenitore, l’homo sapiens, sugli alberi
delle foreste o intorno alle paludi, nelle sue capanne sull’acqua.
La battaglia nale tra i Romani e i Cimbri si combatté in questa
parte d’Italia che noi oggi chiamiamo Piemonte e che allora ancora
non aveva un nome, o forse proprio veniva indicata con quelle due
parole: Campi Raudii, che signi cavano terre disabitate e terre
incolte. Terre selvagge. Plutarco, basandosi sulle memorie di Silla,
vorrebbe spostare la battaglia nella pianura presso Verona, già
allora molto abitata e molto coltivata: ma la sua versione dei fatti,
come già abbiamo avuto modo di dire nelle pagine precedenti, è un
falso che deve farci ri ettere su ciò che chiamiamo “la Storia” e
sulla possibilità che c’è sempre stata e continua a esserci nel
presente, di cambiare la memoria degli avvenimenti per cambiarne
il signi cato. La parola “revisionismo” è recente: il vizio è antico, e
non riguarda soltanto chi, oggi, vorrebbe negare o minimizzare certi
fatti accaduti nel ventesimo secolo, quando si cercò di far
scomparire dalla faccia della Terra interi popoli, uccidendo milioni
di persone con tecniche prese a prestito dall’industria. Il
revisionismo storico esisteva già ai tempi di Roma e probabilmente
ancora prima. Silla, anziano, pensava di cambiare il passato: il suo
passato e quello degli altri, raccontandolo come lui avrebbe voluto
che fosse. Pensava che per modi care la storia bastasse scriverla in
un altro modo: e, almeno da un certo punto di vista, non aveva
torto.
Ma torniamo ai nomi dei luoghi. I Campi Raudii, ormai l’abbiamo
capito, più che una località circoscritta e determinata erano una
regione. Erano il Piemonte visto da Roma: una terra selvaggia e
anche un po’ misteriosa. Un paese di foreste e di acque ai piedi delle
grandi montagne: le Alpi. Come mai, è lecito domandarsi, una delle
più grandi battaglie del mondo antico non ha un riferimento
geogra co più preciso? I fatti d’arme del passato di solito prendono
i loro nomi da un villaggio, da una città, da un ume, da una
collina. Anche se sono stati combattuti da grandi masse di uomini e
hanno dovuto svilupparsi su una super cie molto estesa, nella
ricostruzione storica di solito c’è un centro, attorno a cui si svolgono
gli avvenimenti e si muovono gli eserciti.
Quel centro nella nostra storia non c’è e non ne sappiamo la
ragione. Si potrebbero fare delle ipotesi: ma a cosa servirebbero? La
battaglia, per ciò che ne sappiamo noi oggi, si fece ai Campi Raudii
anzi sul margine esterno di quelle terre, dove erano venute ad
accamparsi le legioni di Lutazio Catulo e dove si stavano per
trasferire anche le legioni di Mario. Il popolo dei Cimbri, invece, si
era fermato più a est e più a sud, in una zona di frontiera tra il
paese che noi oggi chiamiamo Lombardia, coltivato già allora a
grano, a vigna, a frutteto e la pianura alluvionale dei umi selvaggi:
il Sesia, la Dora, il Tanaro.
Si era fermato in quella regione intermedia tra i due mondi che
aveva come suo punto di riferimento la montagna sacra dei Galli. Il
monte Ros.
Nell’anno seicentocinquantaduesimo dalla fondazione di Roma:
centouno anni prima della nascita di Cristo!, sotto al monte Ros non
c’erano vere città e gli abitanti erano pochi, rispetto alla
popolazione di oggi ma anche rispetto all’Italia settentrionale di
allora, che era un paese già abbastanza progredito e abbastanza
ricco. Milano e Cremona, Mantova e Verona e Padova erano dei
centri di una certa importanza e la pianura che li circondava era una
pianura molto coltivata e molto abitata, anche nella zona intorno al
lago di Garda. A segnare il con ne con i Campi Raudii c’era un
ume: il Ticino. Di qua dal Ticino le terre arate erano poche, e si
alternavano ai boschi e ai terreni incolti: alle brughiere, così dette
per via di un’erba selvatica, il brugo, e alle baragge dove i Galli
coltivavano la vite appoggiandola a dei pali piantati per terra. Da
quelle povere vigne di pianura veniva il vino di cui ci ha parlato lo
storico e naturalista romano (ma in realtà era un gallo della zona
dei laghi) Plinio il Vecchio, e di cui anche noi dovremo tornare a
occuparci: un vinello acidulo e poco alcolico, che però i contadini di
questa zona hanno continuato a produrre no a non molti anni or
sono e che chiamavano, appunto, vino di baraggia. La situazione
migliorava, ma poco, scendendo da Vercelli verso il Po, nei luoghi
dove i Cimbri erano venuti a fermarsi e che una parte di quel popolo
pensava di poter far diventare la sua nuova patria. Laggiù c’erano
meno brughiere e meno foreste. C’erano dei pascoli naturali, molto
estesi, dove gli invasori tenevano le mandrie di cavalli e l’altro
bestiame che avevano razziato dopo il loro arrivo in pianura, e che
rappresentava la loro maggiore ricchezza.
Novara e Vercelli, all’epoca della nostra storia, erano i centri più
importanti di quella terra di frontiera. Due villaggi che si
distinguevano dai centri minori, come Proh, perché avevano
qualche edi cio in pietra e mattoni: un paio di templi, un foro cioè
una piazza centrale in parte coperta da una tettoia dove si
discutevano gli a ari pubblici e una “casa di tutti” accanto al foro,
che ospitava gli u ci periferici di un potere politico lontano ma non
per questo meno reale. Il potere di Roma. I templi erano dedicati a
Giove o a qualche altra divinità greco-romana e ci entravano
soltanto i galli latinizzati, che tra cavano con Roma per le loro
carriere e che, oltre ad avere cambiato la religione, la lingua e il
modo di vestirsi, si erano anche dati dei nomi latini: come si vedrà.
Gli Dei più antichi di questa regione, quelli dei Galli, non avevano
templi e non potevano averli perché non sopportavano di stare al
chiuso. Stavano nei boschi, nelle acque dei umi e nel vento che
so ava tra le colline. Stavano nelle nuvole; ma soprattutto stavano
sulla grande montagna, il monte Ros. La montagna ombelico del
mondo era il loro tempio: e chissà, forse in qualche misura lo è
ancora oggi.
Forse qualcosa di Teutates, di Belisana, di Heus, di Taranis e delle
Matrone è rimasto lassù, nonostante i ghiacciai che si sciolgono.
Nonostante le funivie e i cannoni ad acqua che sparano la neve
per gli sciatori.
Nonostante il riscaldamento del pianeta portato dal nostro
progresso. Forse loro ci sono ancora.
È in questa parte d’Italia, tra la pianura fertile del Po e le terre
selvagge: i Campi Raudii, che ventuno secoli fa arrivarono i Cimbri.
Ed è proprio qui, tra i boschi e le brughiere e le paludi di allora che
si combatté l’ultima battaglia di quegli invasori contro l’esercito del
console Caio Mario. Possiamo esserne certi: anche se le prove
archeologiche sono state cancellate dal trascorrere del tempo, e
quelle documentali non sono concordi a causa del falso di Silla.
La prova più importante è una parola che ha attraversato ventun
secoli per arrivare no a noi. È il nome di un paese: Cameriano, che
si trova a sud di Novara e che all’epoca della battaglia ancora non
esisteva. Cameriano, secondo una tradizione antica e attendibile, si
formò intorno a un monumento: l’arcus marianus, dedicato appunto
a Caio Mario e alla sua vittoria sui Cimbri.
Si formò sull’incrocio delle strade intorno a quel monumento, che
dovette essere uno dei primi archi di trionfo della storia di Roma, a
un solo fornice cioè a una sola arcata. (Quelli a tre fornici vennero
poi costruiti dagli imperatori nelle epoche successive: da Augusto,
da Traiano, da Settimio Severo, da Costantino…)
L’arco di Mario oggi non c’è più e non dobbiamo stupircene. La
pianura del Po, nell’Italia settentrionale, è una lavagna su cui sono
state scritte in nite storie che poi il tempo si è sempre incaricato di
cancellare per scriverne delle altre; e così anche deve essere
successo con la madre di tutte le storie cioè con questa. I
monumenti scompaiono, ma il loro ricordo qualche volta riesce a
sopravvivergli; e la memoria di Mario e del suo arco, e dell’origine
del villaggio di Cameriano nella pianura novarese, si è conservata
per più di mille anni nei racconti dei vecchi e nelle leggende nché
alla ne del Cinquecento è stata raccolta dall’allora vescovo di
Novara, Carlo Bascapè. Che l’ha registrata in un suo libro di storie
locali facendola diventare una memoria scritta.
Aveva ragione il poeta latino Orazio: le parole durano più del
bronzo, e anche del marmo e dei mattoni di cui sono fatti gli archi
di trionfo. La storia di Cameriano è la storia di un gruppo di case,
cioè di un villaggio formatosi intorno a un monumento romano, che
nei suoi primi secoli di vita dovette chiamarsi col nome stesso del
monumento: Arcus Marianus. Ma, soprattutto, è la storia di quelle
due parole latine che nell’aspra parlata locale dovettero diventare
l’arc’mariàn (con l’articolo), per poi arrotondarsi nell’uso in
rcam’ariàn, no al nome attuale italianizzato.
Cameriano.
Perché poi l’arco sia scomparso senza lasciare tracce noi non lo
sappiamo: ma le spiegazioni possibili sono tante. Anche escludendo
l’uso consapevole o inconsapevole, per la costruzione di quel
monumento, di materiali scadenti. (Il responsabile economico del
cantiere, come si vedrà, dovette essere quel Lucio Cornelio Silla che
già all’epoca dell’invasione dei Cimbri era un nemico di Mario e un
avversario irriducibile della sua politica.) In questa parte d’Italia si
sono combattute tante guerre, sono passati tanti eserciti, ci sono
stati eventi naturali: uragani, alluvioni e simili, che non hanno
lasciato memorie fuori dalla loro epoca ma che possono avere dato
una mano, e che mano!, a distruggere ciò che il trascorrere del
tempo aveva reso fragile. E poi, ci sono state le religioni. Gli opposti
fanatismi, degli ultimi pagani e dei primi cristiani, possono aver
trasformato il monumento di una vittoria militare in un simbolo del
mondo antico, delle sue tradizioni e dei suoi culti, che doveva essere
tolto di mezzo; e possono averlo condannato, in quel modo, alla
distruzione. Chissà!
C’è stata la stupidità umana, che un po’ dappertutto in Europa, in
Asia e anche nella stessa Roma ha utilizzato, per secoli, i
monumenti del mondo antico come depositi di materiali da
costruzione. Tolte le statue, se ce n’erano, e tolti i bassorilievi che in
un arco di trionfo non potevano mancare e che saranno andati ad
abbellire la villa di qualche mercante arricchito dell’epoca tardo-
imperiale, rimanevano i marmi, le pietre squadrate e levigate, i
mattoni: tutta roba che ha un prezzo e che non aveva senso lasciare
lì a deteriorarsi. La memoria di un’antica battaglia e della scomparsa
di un popolo, quello dei Cimbri, non poteva valere più di quel
mucchio di pietre e di altri materiali inutilizzati, tra le casupole dei
contadini e i loro orticelli.
Dell’arco di trionfo di Mario a Cameriano è rimasto il nome del
paese, ed è rimasto il paese: come l’edera cresciuta intorno a un
albero può diventare abbastanza robusta da reggersi senza più
appoggi, dopo che il fulmine ha ucciso l’albero e dopo che la pioggia
e le intemperie ne hanno distrutto i resti.
Non c’è più l’albero ma c’è l’edera che è diventata albero. Non c’è
più l’arco ma c’è il paese che ha preso nome dall’arco. La vita
continua.
I Campi Raudii incominciavano dal Ticino, dalla riva destra di
quel ume. C’erano i terreni sabbiosi e sassosi: le brughiere, e
c’erano, qua e là, i piccoli campi di avena e di frumento creati dalla
tenacia dei contadini e dalla forza dei buoi. C’erano i dossi e le
ondulazioni dei terreni intorno al borgo di Novara. C’era Novara sul
più alto di quei dossi, con il suo tempio di pietra dedicato a Giove
che si vedeva da lontano nella pianura per via del tetto in tegole
rosse. C’erano le baragge dove pascolavano le oche e quelle di cui
parla Plinio, coltivate a vigna. C’erano i boschi e le paludi delle
acque sorgive. C’era il ume Sesia. Sulla riva sinistra del Sesia,
venendo dall’accampamento di Catulo e dal Po nel mese di maggio
di quell’anno seicentocinquantaduesimo dalla fondazione di Roma,
era arrivato il console romano Gaio Mario. Più o meno, nel territorio
di due paesi di oggi che allora ancora non esistevano: San Nazzaro o
Villata…
Capitolo settimo
Il mostro della palude

Caio Mario, già abbiamo avuto occasione di dirlo, era un uomo


meticoloso, che curava anche i minimi dettagli di quello che faceva;
e aveva voluto risalire a cavallo un tratto del ume Sesia, per
scegliere il terreno dove far accampare le sue legioni. Le acque del
ume, a maggio, erano le acque del disgelo che stava avvenendo
lassù, sul monte Ros e sulle altre montagne ancora cariche di neve:
erano fredde, anzi addirittura gelide, ma non erano particolarmente
impetuose né profonde e si potevano attraversare nei guadi senza
correre rischi. Alla ne, il posto per l’accampamento era stato
trovato. Era un tratto di pianura incolto e privo di alberi: una
grande brughiera che si estendeva per due o tre miglia in tutte le
direzioni, dentro un orizzonte di boschi. Il terreno, sotto gli zoccoli
dei cavalli, era sabbioso, senz’altra vegetazione che qualche ciu o di
cardi e qualche cespuglio di rovi; il ume era lontano e le sue acque
non avrebbero dovuto rappresentare un pericolo, per lo meno
durante la stagione estiva. Dopo essersi consultato con il suo
luogotenente Claudio Marcello e con gli altri u ciali, e dopo avere
stabilito, anche con i gesti, la sistemazione dell’accampamento («La
porta praetoria a oriente, in faccia al nemico; quella decumana a
occidente dalla parte opposta»), Mario aveva ordinato agli arti ces
cioè ai tecnici che facevano parte del gruppo di procedere con le
misurazioni e di delimitare i con ni del campo. Era sceso da cavallo
e aveva fatto segno a chi lo seguiva di imitarlo, mentre gli arti ces
tiravano fuori dalle loro sacche i paletti e i li colorati. Aveva detto:
«Il Sesia è da quella parte. Andiamoci a piedi per risparmiare gli
zoccoli dei cavalli. Ci sono troppe pietre e troppo grandi intorno a
quel ume».
Camminava davanti a tutti e gesticolava. Lui era fatto così: aveva
l’abitudine di pensare ad alta voce, e i suoi pensieri erano gli ordini
che dava ai collaboratori. «Quegli alberi» aveva detto
accompagnando le parole con dei gesti larghi del braccio «dovranno
essere tagliati. Per farci il vallum e le altre forti cazioni, e perché
non servano a coprire i nemici quando verranno ad attaccarci.»
Non c’erano state obiezioni e Mario aveva continuato nel suo
monologo. «Mi sembra improbabile» si era detto, e aveva detto a
quelli che lo seguivano, «che i Cimbri decidano di attaccare venendo
dalla parte del ume. Ma siccome le cose improbabili a volte
succedono, dobbiamo controllare la profondità dell’acqua e la
natura delle rive, casomai fosse necessaria qualche opera di difesa
anche da quella parte.»
Si era voltato verso Claudio Marcello, che era il suo più stretto
collaboratore: il suo legatus, ed era anche uno dei pochi aristocratici
di cui lui si dasse. Gli aveva spiegato: «Siamo in guerra, e una
distrazione anche minima ci può costare cara. Le guerre» aveva poi
aggiunto rivolgendosi agli altri u ciali «si vincono con la disciplina
dei soldati e con lo scrupolo e la pignoleria di chi li comanda.»
«Bisogna tenere tutto sotto controllo e prevedere tutto. Lasciare
qualcosa al caso signi ca lasciarla al nemico: è inevitabile.»
Si era fermato e anche i comandanti delle legioni si erano fermati.
«Nella battaglia di Aquae Sextiae» gli aveva detto in tono più basso,
come se gli stesse facendo chissà quale con denza, «a decidere della
vittoria per i Romani è stata soprattutto la buona tenuta delle nostre
forti cazioni. È una verità, questa, che deve farci ri ettere anche se
poi, in pratica, non cambia niente, perché non è importante il modo
come si vince: l’importante è vincere.»
«Se i Teutoni e gli Ambroni non avessero perso metà dei loro
guerrieri nel tentativo di espugnare le nostre opere di difesa, forse
avrebbero vinto loro. È possibile. Invece abbiamo vinto noi.»
Nessuno aveva sentito la necessità di sostenere il contrario e la
comitiva, composta da una dozzina di uomini vestiti come vestivano
allora i soldati di Roma: con una tunica di lana rossa, i cinturoni e i
calzari di cuoio allacciati sotto il polpaccio, aveva ripreso il suo
cammino su un terreno sempre più sassoso. Nel silenzio, si era
sentito il fragore di un tuono e qualcuno degli u ciali aveva alzato
gli occhi per guardare il cielo, che no a un’ora prima era stato
sereno e adesso invece si era riempito di nuvoloni grigi. Soltanto a
nord, sopra le montagne, era rimasta una striscia di azzurro. Uno dei
nostri viandanti, il centurione Quintilio Rufo, aveva osservato:
«Sopra le nostre teste c’è un nimbus. Sta per piovere».
(Il nimbus era una nuvola o un insieme di nuvole cariche di
pioggia ma anche di vento, di grandine, di fulmini: di tutti gli
ingredienti, insomma, che servono a fare una tempesta. Era una
tempesta ancora chiusa nel suo involucro; una tempesta in corso di
preparazione.)
La notizia, almeno in apparenza, non aveva interessato nessuno e
nessuno aveva sentito il bisogno di commentarla. I soldati di Roma
erano abituati a sopportare ben altri disagi che un temporale
primaverile; e il clima e le condizioni atmosferiche non erano tra i
loro argomenti di conversazione più frequenti, nemmeno durante le
marce di trasferimento da un accampamento all’altro e nemmeno
d’inverno.
Mario e Marcello parlavano di politica. «Mi ha stupito» aveva
detto Marcello al console «il modo come si sono comportati i Galli.»
E poi subito aveva tenuto a precisare:
«Parlo dei Galli che vivono in questa regione. I Cimbri li trattano
da nemici: gli incendiano i villaggi, li costringono a lavorare come
loro schiavi e loro non tentano nemmeno di ribellarsi. Non provano
a difendersi: o scappano, o si sottomettono». Aveva aggiunto:
«Lo so che non potevano fare fronte agli invasori, da soli. Ma
potevano raccogliersi sotto le insegne di Lutazio Catulo, che li
avrebbe inquadrati come suoi ausiliarii…».
«I Galli non ci amano» lo aveva interrotto il console. «È una
vecchia storia. I politici locali e i ricchi sono tutti dalla nostra parte,
ma il popolo pensa che starebbe meglio senza le nostre leggi e le
nostre tasse e ci sopporta a fatica. Tra noi e i Cimbri forse avrebbe
scelto i Cimbri, se ne avesse avuto la possibilità e se quelli si fossero
comportati in un altro modo quando sono arrivati in Italia. Se i
Germani avessero cercato degli alleati tra i Galli forse li avrebbero
trovati e la situazione, per noi, adesso sarebbe più di cile.»
Era rimasto per un istante in silenzio e sopra le loro teste si era
sentito di nuovo il rumore del tuono, come un frastuono di ruote
ferrate che corressero sui sassi.
«La superbia dei Cimbri è la loro principale debolezza» aveva
ri ettuto Mario. «Credono di non avere bisogno di nessuno e di
potersi mettere tutti sotto i piedi come stanno facendo con i Galli.
Lo sai anche tu cosa ci hanno detto i prigionieri teutoni dopo la
battaglia di Aquae Sextiae: che i loro capi e quelli dei Cimbri si
erano dati appuntamento nella valle del Po, per marciare insieme su
Roma e distruggerla.»
Marcello aveva fatto segno di sì con la testa: «Sì, lo so, e sono io
che ho portato la notizia in Senato. Peccato che tu non fossi
presente. Avresti dovuto vedere le facce dei nostri amici senatori,
quando gli ho detto che secondo me Roma era davvero in pericolo e
che soltanto tu avresti potuto salvarla…».
«Se i Cimbri non fossero così pieni di sé, così convinti di essere
invincibili» aveva detto Mario, continuando il suo ragionamento di
prima, «sarebbero più pericolosi. Noi, però, non possiamo
commettere il loro stesso errore e non dobbiamo sottovalutarli. Quel
loro capo di cui ci hanno parlato i prigionieri teutoni, aiutami a
ricordare il nome…»
«Boiorige» aveva suggerito Marcello.
«Sì, ecco: quel Boiorige. Se è vero quello che ci hanno raccontato
è completamente pazzo ma per noi è meglio che sia così, perché se
fosse assennato sarebbe ancora più temibile.»
Erano arrivati davanti a uno specchio d’acqua che da lontano gli
era sembrato un’ansa del Sesia e invece era soltanto una palude
d’acqua sorgiva: una di quelle “lame” (anche questa parola, come
tante altre, ci viene dalla lingua antica dei Galli) che circondavano e
in qualche caso ancora circondano i umi dei Campi Raudii. Il
paesaggio, intanto, era diventato spettrale a causa del nimbus:
l’azzurro sopra le montagne era de nitivamente scomparso e l’unica
luce che a tratti illuminava la pianura era quella dei lampi. Dopo
aver guardato il cielo, Claudio Marcello aveva chiesto agli altri
u ciali: «Siete già stati alle terme del legionario? Sapete cosa
sono?».
Qualcuno aveva fatto segno con la testa di no, e lui allora gli
aveva spiegato:
«È così che i nostri soldati chiamano i temporali d’estate, perché li
rinfrescano e gli tolgono di dosso il sudore e la polvere. Come una
lavatio». (Una doccia.)
In riva alla palude, i nostri personaggi si erano fermati. Si erano
chiesti:
«Dov’è il ume? È ancora lontano da qui?».
Guardavano verso l’orizzonte illuminato dai lampi ma non
vedevano niente: solo sassi. Davanti a loro, l’unico movimento sulla
super cie dell’acqua era dato dalle rondini che, volando, di tanto in
tanto arrivavano a s orarla. Poi era accaduto l’imprevedibile. Dalla
profondità dello specchio d’acqua, con un guizzo, era a orato
qualcosa che per un istante aveva rotto l’immobilità del paesaggio e
della palude, e aveva preso al volo una rondine portandola con sé
nell’abisso.
Chi, o cosa, poteva essere?
Gli u ciali e anche il console si erano guardati, cercando una
spiegazione. Claudio Marcello aveva chiesto:
«Che animali ci sono, in queste paludi?». Ma, naturalmente,
nessuno aveva saputo rispondergli.
Erano rimasti tutti in silenzio, con gli occhi ssi sulla super cie
dell’acqua. Le rondini avevano continuato a volare e dopo un tempo
inde nibile ma certamente breve: uno, due minuti al massimo, era
scomparsa una seconda rondine, a errata e portata chissà dove
nello stesso modo dell’altra.
Un poco di schiuma e i cerchi che s’allargano. Nient’altro.
Questa volta, però, i nostri personaggi avevano gli occhi ssi sulla
palude e non si erano lasciati cogliere di sorpresa. Rufo il centurione
aveva esclamato:
«L’ho visto, è un pesce. È grande quanto un uomo. È lungo un
pilum!».
Il pilum, che abbiamo già nominato nelle pagine precedenti
perché Mario l’aveva fatto modi care, era un’arma di difesa ma
soprattutto di o esa: un giavellotto, che poteva essere usato per
tenere a bada il nemico nei combattimenti a distanza ravvicinata, o
poteva anche essere scagliato come arma d’assalto. Gli autori antichi
dicono che la sua lunghezza era più o meno equivalente alla statura
di un uomo, cioè con le misure di oggi e con gli uomini di allora a
un metro e sessanta o, al massimo, settanta centimetri.
Era intervenuto il tribuno militare Elio Glabrione: un veterano che
nella sua vita aveva combattuto ben sette guerre, in Africa e in varie
parti d’Europa, e che portava in viso e su tutto il corpo i segni di
molte ferite. Mario lo considerava un suo amico personale e l’aveva
voluto al suo anco, come comandante di una legione e come
consigliere. Aveva detto in tono tranquillo:
«È l’esox, il pescecane dei umi». Tutti si erano voltati dalla sua
parte e lui, allora, gli aveva spiegato:
«Ho già visto un animale di quella specie nell’Illirico, in un’ansa
del ume Danubio. Un giorno d’estate di qualche anno fa: io ero a
cavallo e mi trovavo su una riva di quel ume insieme a un altro
u ciale. Ci eravamo fermati e stavamo guardando un gruppo di
anatre che nuotavano nell’acqua. Abbiamo visto un’ombra, di un
pesce così grande come non credevamo potessero essercene nei
umi, che venendo su dall’abisso si era mangiato un’anatra,
facendola sparire in un ribollire di schiume. Il suo nome ce lo ha poi
detto un centurione che conosceva quel genere di animali e quando
poteva andava a pescarli. Dopo qualche giorno, mi ero dimenticato
dell’esox e ho dovuto ricordarmene per via di due nostri soldati che
erano andati a nuotare in quel tratto del Danubio ed erano stati
assaliti sotto la super cie dell’acqua da qualcosa che non avevano
potuto vedere. Uno dei due, in particolare, era stato ferito piuttosto
seriamente a una gamba».
Il console ascoltava con interesse. Aveva domandato: «Ma tu, quel
mostro, l’hai poi visto?». E aveva aggiunto, perché non ci fossero
equivoci:
«Intendo dire da vicino e fuori dall’acqua».
«Altro che» gli aveva risposto Glabrione. «Due giorni dopo
quell’incidente ce lo siamo mangiato. Era buonissimo.»
Qualcuno tra gli ascoltatori aveva riso, ma lui era rimasto serio.
«Ci siamo fatti fare dal fabbro un triplo amo» aveva raccontato,
«grande come i ganci che si usano per appendere nelle cantine le
salsicce e le parti del maiale che si vogliono conservare. Abbiamo
nascosto l’amo dentro un mazzetto di piume di gallina e l’abbiamo
legato a una fune di canapa, che avevamo tinto di verde per
renderla invisibile. Siamo andati al ume a buttare l’amo e abbiamo
preso l’esox dopo averci lottato per un po’ di tempo, in tre. Abbiamo
dovuto tra ggerlo con un pilum mentre ancora era in acqua. Era un
pesce grande come un uomo, di colore verde scuro nella parte
superiore e bianco sulla pancia, con un muso a forma di becco pieno
di denti. L’abbiamo fatto a pezzi e messo a cuocere in una grande
pentola, con l’aceto di uvaspina e con le erbe che ci avevano dato i
contadini della valle del Danubio, e l’abbiamo mangiato con una
salsa a base di miele e di rafano». Aveva alzato le sopracciglia.
Aveva commentato:
«Un cibo da re».
Mario ascoltava e sorrideva. «Quest’altro mostro» aveva detto,
«ricordami il suo nome. Questo esox, lo mangeranno i nostri soldati
durante i lavori per la costruzione dell’accampamento e delle opere
di difesa; ma bisognerà avvertirli che stiano attenti, per evitare che
vengano aggrediti mentre fanno il bagno o si lavano nella palude.»
«Sì» aveva ri ettuto ad alta voce Claudio Marcello. «Quell’esox, se
davvero è un esox, deve essere a amatissimo. Un animale così
grande, in una palude così piccola, deve avere già mangiato e
digerito tutti gli altri animali che ci vivevano. Non soltanto i pesci
ma anche le rane, i topi, le serpi. Adesso mangia le rondini; e
cercherà di mangiare anche noi, se per caso entreremo in quel
mondo d’acqua dove lui può raggiungerci.»
Mario aveva continuato a sorridere. Aveva detto:
«Si crede invincibile, come i Cimbri. Spero che i tuoi soldati mi
inviteranno» aveva poi aggiunto tornando a rivolgersi al tribuno
militare Elio Glabrione, «quando sarà il momento di mangiarlo,
cucinato secondo la tua ricetta. Sono curioso di sentire se è davvero
così buono come ti era sembrato allora».
Fermiamoci un istante per fare qualche considerazione. Dobbiamo
spiegare a chi vive oggi, dopo ventun secoli, che il mostro visto da
Mario ai Campi Raudii era certamente un luccio: e che esemplari di
quella specie, abbastanza grandi da aggredire un uomo, nell’Italia
settentrionale esistevano all’epoca dell’invasione dei Cimbri e hanno
continuato a esistere ancora per parecchio tempo, soprattutto nei
laghi e nelle paludi ma anche nei umi. Lo storico e naturalista
Plinio il Vecchio, già citato, dice dell’esox che diventava
grandissimo nel Reno; ma poi confonde il luccio, che è un animale
carnivoro e un predatore, con un altro pesce, lo storione, che invece
è erbivoro; e chiama esox pure lo storione. E i legionari romani,
quando sbarcarono nelle isole britanniche, fecero diventare esox
anche il salmone: la qual cosa, però, non gli impedì di gustarne le
carni cotte o a umicate come le gustiamo noi oggi. Le parole, in
Europa, ci dividono, il cibo qualche volta ci unisce. E questo è ciò
che bisognava dire dell’esox.
Del luccio (ma anche dello storione e del salmone).
Intorno ai nostri personaggi, adesso, tutto era fermo. La natura
stava vivendo quel momento di attesa che nei nostri climi di solito
precede lo scatenarsi di una tempesta. Anche se il tuono continuava
a brontolare e i lampi continuavano a inseguirsi: sopra la super cie
dello stagno, scura e lucida, non si muoveva più niente. Le rondini
avevano smesso i loro voli e il mostro rimaneva invisibile nelle
profondità di quell’elemento: l’acqua, che era il suo regno ed era
diventato anche la sua prigione.
Una prigione senza vie d’uscita. Un carcere perpetuo.
Il luogotenente Claudio Marcello, da ragazzo, era stato a scuola da
un losofo. Era un po’ losofo, e aveva detto rivolgendosi al
console:
«Quel paragone che hai fatto poc’anzi, tra il nemico che dovremo
a rontare e il mostro di questa palude, è più azzeccato di quanto tu,
forse, immagini. Vuoi che ti dica perché?».
«Aures erexi» gli aveva risposto Caio Mario:
«Sono tutto orecchie».
Claudio Marcello sorrideva. «La ragione è semplice, ed è che un
animale di quelle dimensioni e con quell’appetito non può essere
nato in questa palude. Sarebbe morto di fame già da parecchio
tempo. Deve esserci arrivato con una piena del ume, e poi non ha
più potuto andarsene.»
«Qualcosa del genere» aveva continuato il luogotenente e losofo
«è successo anche ai Cimbri. Anche loro vengono da lontano. Sono
molto forti: hanno distrutto due eserciti romani e hanno scon tto
Catulo alle Bocche dell’Adige, ma ormai questa pianura per loro è
diventata una trappola, proprio come la palude è diventata una
trappola per l’esox. Devono vincere, o morire…»
«Vinceremo noi» l’aveva interrotto Mario. «Su questo non possono
esserci dubbi, perché anche noi come loro non sopravviveremmo a
una scon tta.»
«Siamo l’unico e l’ultimo esercito che ha Roma. Non so ancora
come faremo a vincerli, ma li vinceremo.»
Poi non aveva detto più niente perché intorno a loro e sulla
super cie dello stagno avevano incominciato a cadere con forza
certe gocce di pioggia, così grosse e pesanti da sembrare chicchi di
grandine. Si erano aperte le cateratte del nimbus, in modo tale che
per qualche minuto i nostri personaggi non avevano potuto vedere
più niente di quello che avevano attorno. Quando poi il diluvio si
era un po’ calmato, il primo a parlare era stato il centurione
Quintilio Rufo che i soldati chiamavano Sententia: Sentenza, perché
aveva un proverbio per ogni occasione. Aveva sentenziato:
«Imber maximus, maxima felicitas».
«Grande pioggia, grande felicità» ma anche e soprattutto: «Grande
fortuna».
«Giove Pluvio» aveva poi detto il centurione ai suoi capi, che
come lui erano fradici di pioggia e avevano i capelli appiccicati sulla
fronte e sul viso, tranne Claudio Marcello che era calvo, «ha voluto
mandarci questo presagio di buon augurio, per noi e per il terreno
dove verremo a piantare le nostre tende. Avremo un accampamento
fortunato e una guerra breve.»
«Vinceremo, come ha detto il console.»
Capitolo ottavo
Il sacerdote della Madre Terra

La primavera sotto al monte Ros quell’anno era stata splendida.


Intorno al villaggio di Proh non c’erano mai state tante api a ronzare
e a raccogliere i pollini, e tante farfalle a muoversi con grazia da un
ore all’altro. Sulla collina dietro alle case con i tetti di paglia, per
un po’, le tinte dominanti erano state il bianco delle oriture dei
ciliegi e dei meli selvatici, con qualche macchia di giallo degli
avornielli; poi, tutto era diventato verde. In alto, sotto al sasso delle
Matrone che si a acciavano sulle case per proteggerle, c’erano dei
cespugli oriti. Erano rose, di quella specie particolare che doveva
attendere più di mille anni per essere cantata dai trovatori: la rosa
gallica. (Ma mille anni, per un ore, non sono nemmeno tanti. La
bellezza è eterna.) In basso, tra le case, l’azzurro dei ordalisi e dei
raponzoli si mescolava al giallo degli àcori e dei narcisi, al viola dei
giaggioli e delle pervinche, al rosso vivo delle roselline rampicanti e
al bianco dei gigli. Nei luoghi più soleggiati, fuori del villaggio,
qualche papavero uscito in avanscoperta annunciava l’incendio di
una oritura che, di lì a pochi giorni, avrebbe acceso tutti i prati e
tutti i sentieri della grande pianura. Chi, però, si fosse inoltrato tra
le case, avrebbe provato quella sensazione di tristezza e di
spaesamento che si prova nei luoghi abbandonati. Non si sentivano
voci di persone, e nemmeno gli altri rumori che anche in quel
villaggio avevano rappresentato la normalità: l’abbaiare dei cani, lo
starnazzare dei polli, il cigolio della mola spinta dall’asino che
macinava il frumento per ridurlo in farina. Il ragliare intermittente
dell’asino. Gli orti e le strade erano invasi dalle erbacce; le porte e le
imposte delle case erano tutte sbarrate; non usciva fumo dai camini.
Guardando con più attenzione, però, ci si accorgeva che proprio
all’inizio del paese una casa era rimasta aperta, e che era ancora
abitata.
Ci si accorgeva che in quella casa c’erano due persone: il fabbro
Tasgezio e sua madre Lunilla.
Tutte le mattine il fabbro riapriva la sua bottega, anche se sapeva
che nessuno sarebbe venuto a cercarlo. Puliva il locale con la
ramazza. Sistemava gli attrezzi, li aggiustava oppure andava
nell’orto a rivoltare la terra, a spianarla, a prepararla per le semine.
A inna are dove aveva già seminato. Quando era stanco si sedeva
sotto la tettoia e guardava la strada che aveva davanti (la “via trita”,
come ormai la chiamavano anche i Galli alla maniera dei Romani),
dove non passava più nessuno. Pensava:
“Anche questa situazione prima o poi nirà. Non si può
continuare a vivere così, aspettando qualcosa che deve certamente
succedere e che però non succede”.
“I Romani o i Cimbri alla ne si muoveranno. Ci sarà una grande
battaglia, giù in pianura, e poi anche qui a Proh tutto tornerà come
prima. I vivi riapriranno le loro case e riprenderanno le loro attività,
e i morti incominceranno una nuova esistenza in quella forma che
gli Dei avranno voluto assegnargli”.
“Il mondo non si ferma per una guerra. Non si è mai fermato”.
Quando il sole in cielo raggiungeva il suo punto più alto, madre e
glio si ritrovavano per il pranzo: che in quella stagione poteva
avere come suo piatto unico una zuppa di porri e di cipolle, o
un’insalata di ceci e di farro. Il pasto più sostanzioso, però, si faceva
alla sera, con una frittata di uova e lardo o con un piatto di pesci
“infusi” cioè in carpione, o con una salsiccia conservata nel grasso:
una parente prossima, la salsiccia, di quei salumi che ancora oggi
sono un prodotto caratteristico della pianura sotto alla montagna
sacra dei Galli. Lunilla era preoccupata. Come tutte le donne di Proh
e degli altri villaggi della valle del Sesia anche lei aveva l’abitudine,
da quando si era sposata con il fabbro Vidomaro, di tenere un porco
nella stalla: uno ogni anno, per poi sacri carlo alle Matrone e
trasformarlo in lardo, salsicce, sanguinacci e salami. Quell’anno,
però, il porco nella stalla non c’era e se ne sentiva la mancanza.
Le massaie non avevano comperato i maialini perché gli allevatori
di porci, che di solito tenevano il loro mercato una volta al mese a
Novara, erano scappati verso le montagne. E perché anche loro: le
massaie, erano scappate con i loro mariti e i loro gli.
Perché in pianura era arrivato un popolo di invasori. Il popolo dei
Cimbri.
Ogni volta che doveva attingere alle scorte dell’anno precedente,
cioè in pratica tutti i giorni, la signora Lunilla si chiedeva, e
chiedeva a Tasgezio:
«Cosa mangeremo l’anno prossimo?».
Dopo pranzo, il fabbro saliva sulla collina e andava nel bosco a
trovare i suoi amici alberi. Lui il suo tempo libero lo passava in quel
modo già prima che arrivassero i Cimbri, e gli altri uomini del
villaggio gli chiedevano: «Perché non vieni all’osteria, come
facciamo noi? Cosa ci vai a fare, nel bosco, da solo?». A Proh,
infatti, c’era una caupona: un’osteria, dove gli uomini si
incontravano soprattutto alla sera per bere il vino aspro delle loro
colline, per giocare ai dadi o alla morra e per raccontarsi le loro
storie. A volte ricevevano visite, che poi ricambiavano, di uomini di
altri villaggi e di altre cauponae. A volte si insultavano e si
picchiavano.
A volte tiravano fuori i coltelli. Ma questo, fortunatamente,
succedeva di rado.
Quando parlavano del fabbro, gli uomini di Proh scuotevano la
testa. Sentenziavano:
«È un bravo ragazzo e un gran lavoratore, ma è un po’ strano».
Tasgezio aveva imparato a parlare con gli alberi alla scuola del
druido Divicone, il sacerdote che viveva in un cascinale sulla riva
sinistra del ume Sesia e custodiva il bosco sacro della loro
comunità. Ogni albero di quel bosco aveva un nome e una storia, e
Divicone li conosceva tutti. Diceva che gli alberi pensano e
ragionano come gli uomini, ma che sono molto più lenti degli
uomini. Un loro pensiero completo non può durare meno di una
stagione: nonostante questo, però, lui riusciva ad ascoltarli e a
parlargli. A volte, si irrigidiva e diventava un albero: diventava di
legno. Quando lo trovavano in quelle condizioni, i suoi allievi
dovevano scaldarlo con molte coperte e dovevano massaggiarlo su
tutto il corpo, recitando le parole magiche che lui stesso gli aveva
insegnato. Grazie all’“uomo di legno” Divicone, Tasgezio aveva
imparato a comunicare con gli alberi. Li chiamava per nome, gli
parlava e sentiva risuonare le sue parole nel loro silenzio, sentiva il
so o di una voce: la loro voce!, che raccontava storie di un mondo
vicino al nostro ma in nitamente diverso.
Il dialogo con gli uccelli era venuto dopo qualche tempo, da sé.
Quando Tasgezio si era accorto che alcuni di loro lo chiamavano e
cercavano di attirare la sua attenzione. Quando aveva imparato a
riconoscerli e poi, pian piano, a parlargli. Non con tutti, però. Molte
specie di uccelli sono arcigne e ri utano il dialogo; altre sono troppo
paurose o troppo stupide. Gli uccelli socievoli, in compenso, sono
deliziosi. Come i pettirossi: che si avvicinano alle nostre case
durante l’inverno e ci seguono, ci spiano, vogliono sapere tutto di
noi. Cosa stiamo facendo e chi siamo. O come i merli, che sarebbero
i nostri migliori amici se non avessero quel vizio che poi è anche la
loro inclinazione naturale, di prendersi gioco di tutto e di tutti. O
come le gazze, che si divertono a farci i dispetti… Gli uccelli ci
parlano, naturalmente alla loro maniera. Si o endono perché noi
non gli rispondiamo, e di solito hanno ragione di o endersi. Dai
tempi di Tasgezio, o da quelli un po’ meno lontani del santo
cristiano Francesco, il dialogo con gli uccelli si è perso per colpa
nostra. Noi non ci accorgiamo delle loro attenzioni; o, se vogliamo
occuparci di loro, li chiudiamo in certe orribili gabbie dove
sopravvivono come dentro una tomba, o gli strappiamo le penne
delle ali per impedirgli di volare, o gli tagliamo la lingua perché
possano modulare i suoni in modo da imitare la nostra voce.
O li uccidiamo per mangiarli. Ma gli uccelli, di carne, ne hanno
così poca!
Per andare nei boschi dietro al villaggio di Proh bisognava salire
sul promontorio delle Matrone e girare intorno al sasso scolpito e
all’altare che ne era la base. C’erano delle vigne, lassù, e qualche
orticello che i vecchi del paese irrigavano con l’acqua di una
cisterna. La foresta incominciava poco più avanti e Tasgezio ci
tornava ogni giorno, da quando nessuno più veniva a cercarlo come
fabbro. Da quando il mondo si era fermato a causa della guerra:
cos’altro avrebbe potuto fare per passare il tempo? Camminava tra
le querce giganti e le betulle, tra i castagni e i ciliegi selvatici.
Arrivava alla casa dei carbonai: che era un fabbricato di legno con il
tetto di paglia, dove si erano riparati suo padre e suo nonno e gli
altri uomini del paese che venivano lì in autunno a fare il carbone.
Intorno alla casa dei carbonai, per due o tre miglia, le colline erano
brulle e coperte di rovi, perché tutti gli alberi d’alto fusto erano stati
tagliati e bruciati. Si vedevano ancora, sul terreno, delle grandi
macchie rotonde, dove c’erano state le carbonaie e dove non
ricresceva nemmeno l’erba. La casa dei carbonai era uno stanzone
diviso in due parti, una parte per gli uomini e una per i loro animali.
Era ancora in buone condizioni, nonostante fosse abbandonata da
parecchi anni perché nessuno ormai ci veniva più. L’antenato di
tutti i combustibili: il carbone, nell’anno seicentocinquantaduesimo
dalla fondazione di Roma arrivava in pianura con i carri, portato dai
montanari che vivevano intorno al monte Ros e che avevano trovato
il modo di fare soldi bruciando le foreste delle loro montagne. Non
c’era mai stato così tanto carbone a così basso prezzo, a Proh e in
tutti gli altri villaggi no al Po: e Tasgezio ne era stupito e anche un
po’ spaventato. Parlava con quegli uomini che andavano attorno a
vendere il carbone. Gli diceva:
«Bruciare gli alberi signi ca bruciare la vita. Dove andranno a
nire le anime dei vostri antenati, e anche le vostre, quando intorno
a voi non ci saranno più alberi?». Ma anche lui, poi, doveva
comprargli il carbone a carri interi, perché senza quel combustibile
non avrebbe potuto fare il mestiere del fabbro. Si chiedeva:
“Dove ci porterà, alla ne, questa ricerca dei soldi e del benessere,
che ci fa devastare il mondo in cui siamo nati?”. E non sapeva
rispondersi.
«Se un giorno niranno le foreste, niremo anche noi!»
A volte, però, nelle sue passeggiate solitarie Tasgezio non andava
verso occidente e verso la valle del ume Sesia, dove c’era la casa
dei carbonai. Andava a destra e dopo più di mezz’ora di cammino
raggiungeva una piccola valle tra due colline: la sua valle segreta,
nascosta e resa poco accessibile da una frana. C’erano cinque querce
secolari, in quella valle, che d’estate facevano un’ombra
piacevolissima e che poi d’inverno, quando rimanevano senza foglie,
tornavano come per miracolo a rivivere grazie alle fronde di un
albero parassita: il vischio. Un albero dalle foglie dorate. In quella
valle, Tasgezio veniva a incontrare le divinità della tradizione
celtica: il dio della luce Taranis ma anche Teutates il misterioso,
anche Belisana, anche i geni della foresta e quelli delle colline. Lì,
una volta, si era trovato di fronte a un orso ed era rimasto
immobile, incapace per no di pensare, per un tempo che non
avrebbe saputo dire quanto fosse durato. Anche l’orso si era
irrigidito, pronto ad attaccare o a difendersi. Poi Heus, il dio del
coraggio e delle azioni spericolate, aveva fatto fare all’uomo una
cosa assurda. Lo aveva spinto a gridare il suo nome: «Tasgezio!»,
alzando tutt’e due le braccia e agitandole; e quel bestione, che
avrebbe potuto ucciderlo con una sola zampata, era arretrato
brontolando.
Era fuggito!
(Nessuno, pensava il fabbro, prima di quel momento gli aveva mai
detto che con gli orsi bisogna comportarsi in quel modo, e che la
miglior difesa è l’attacco. Chi poteva averglielo suggerito, se non
Heus?)
Una sera di giugno, Tasgezio era appena ritornato da una delle
sue passeggiate e Lunilla era venuta a dirgli che stava arrivando
qualcuno. Lui allora era uscito in strada e aveva visto un uomo che
veniva dalla parte della pianura, con un uccello nero sopra una
spalla e un cavallo bianco tenuto per le briglie. Chi era? L’aveva
guardato, riparandosi con la mano dalla luce del sole al tramonto.
Da come era vestito, si capiva che quel viandante era un forestiero e
che doveva essere uno degli invasori accampati nella pianura a sud
di Vercelli. Non era un guerriero, però, perché non portava armi; e
aveva sulla spalla un uccello che da lontano sembrava un corvo, ma
che non poteva essere un corvo. I corvi, aveva pensato Tasgezio,
non si lasciano addomesticare e non sono amici degli uomini. Il
cavallo, invece, era davvero bello: ma perché l’uomo non lo
cavalcava? Perché non aveva con sé un bagaglio, anche piccolo?
Dove stava andando?
Quando il viandante gli era arrivato davanti, Tasgezio lo aveva
salutato e gli aveva rivolto quelle stesse domande che gli erano
venute in mente mentre lo guardava avvicinarsi. Aveva chiesto:
«Perché vai a piedi, se hai un cavallo? Dove vai?».
E poi: «Capisci quello che ti sto dicendo? Parli la mia lingua?».
«Un poco» aveva risposto l’uomo. Era venuto a fermarsi sotto la
tettoia, e Tasgezio l’aveva guardato da vicino. Non era ancora
vecchio ma aveva un viso che sembrava scolpito nel legno, pieno di
rughe, e i capelli raccolti in una reticella dietro la nuca.
«Questi che vedi sono animali sacri» aveva detto lo sconosciuto
indicando il cavallino bianco e il corvo. «Non possono servire gli
uomini. Ascoltano le voci degli Dei e ci danno informazioni sul
nostro futuro.» Si era accorto dello stupore di Tasgezio e aveva
aggiunto:
«Anche il corvo è un animale sacro. Mi capisce, ma naturalmente
non mi ubbidisce. Non ubbidisce a nessuno».
Il sole, ormai, stava scendendo sotto l’orizzonte e le ombre della
sera avevano incominciato a in ttirsi tra le case del villaggio
abbandonato. Dopo avere ripetuto la domanda: «Dove vai?», senza
ricevere altra risposta che un’indicazione con la mano verso le
montagne, il fabbro aveva invitato il forestiero a essere suo ospite
per quella notte. Voleva continuare a parlargli per scoprire chi fosse,
e voleva saperne di più sugli animali sacri. Gli aveva mostrato la
stalla dietro l’o cina, dove anche il cavallo e il corvo sarebbero
stati al riparo dai pericoli della strada. Quando poi l’ospite era
entrato in casa, aveva creduto che fosse il momento di fare le
presentazioni. Aveva detto:
«Io mi chiamo Tasgezio. E tu?».
Lo straniero aveva scosso la testa. «Tanti anni fa» gli aveva
risposto sorridendo, «prima di diventare un sacerdote della Madre
Terra: la dea Nerto, anch’io ho avuto un nome come ce l’hanno tutti.
Adesso non l’ho più e non me lo ricordo. Sono chiunque e nessuno:
chiamami come vuoi.»
«Chi vive nella Grande Madre, non ha nome.»
Avevano cenato con pane e salsiccia, e avevano bevuto un boccale
di vino di quei colli, che si alzano sulla pianura dietro al villaggio di
Proh e che ai tempi della nostra storia erano il regno delle Matrone.
Un vino “aspro e torvo”, secondo ciò che ne scrisse Plinio il Vecchio
(“Il contadino novarese appoggia le viti, anziché agli alberi, a pali
piantati nel terreno. Perciò, e per le caratteristiche del terreno
stesso, si ottengono vini aspri e torvi”): a cui i vini novaresi non
dovevano piacere, e che ne attribuiva l’asprezza ai metodi di
coltivazione. Ora, è vero e già ne abbiamo parlato, che nei terreni
della pianura: le baragge, la vite si faceva crescere appoggiandola a
dei pali come dice Plinio, e che i vini che così si ottenevano erano di
qualità meno che modesta. In collina, però, c’erano le betulle: che
venivano tenute basse e capitozzate come altrove gli olmi, perché le
viti potessero correre da una pianta all’altra. E di viti che si
appoggiano alle betulle se ne vedono ancora oggi, nella campagna
tra i paesi di Carpignano, Sizzano e Fara Novarese. In quanto alla
parola “torvo”… Il vino di queste colline è meno amabile di quello
di altri luoghi, soprattutto quando è appena spillato; ma non merita
quell’aggettivo. Ai nostri personaggi, mentre lo bevevano, piaceva; e
aveva anche contribuito a creare tra loro un clima di con denza e di
familiarità, che altrimenti avrebbe richiesto molto più tempo, tra
persone che non si conoscevano e che appartenevano a popoli
diversi. Che altro si può volere da un vino?
Dopo avere servito la cena al glio e all’ospite, Lunilla era andata
a dormire e il sacerdote della Madre Terra aveva spiegato a Tasgezio
la ragione che l’aveva spinto a mettersi in viaggio, senza bagagli e in
compagnia di un cavallo e di un corvo. Aveva deciso di tornare a
nord, nel paese grigio e freddo da dove tanti anni prima i Cimbri si
erano mossi per andare alla ricerca di una terra ideale: di una
Midgard che ancora non avevano trovato e che forse non esisteva.
Gli Dei che li proteggevano, aveva spiegato l’uomo senza nome al
nostro fabbro, si erano stancati di seguirli nelle loro in nite
peregrinazioni; e avevano smesso di aiutarli. Falsi sacerdoti e
indovini bugiardi avevano guidato per vent’anni il lungo viaggio che
aveva portato i Cimbri a versare il loro sangue sui campi di battaglia
in ogni parte d’Europa, e li avevano incoraggiati a varcare quelle
montagne: le Alpi, che secondo le antiche profezie erano il limite del
loro mondo. Di là da quel limite, per loro, c’era ad attenderli Loki, il
dio delle menzogne e della malvagità: e cosa si aspettavano di
trovare, quei pazzi, seguendo una guida del genere?
Quale poteva essere il loro futuro in Italia?
Lacrime involontarie scorrevano sulle sue guance. Aveva
continuato:
«Non saranno i nemici a scon ggere il mio popolo. Da quando la
Madre Terra li ha creati facendoli uscire dalle radici dell’Yggdrasil:
l’albero del mondo, i Cimbri non sono mai stati scon tti. Ma i falsi
sacerdoti e gli indovini bugiardi li hanno spinti a infrangere gli
antichi divieti, e ad andare incontro alla loro rovina. Io gliel’ho
detto, e qualcuno della mia stessa gente ha cercato di uccidermi per
questo motivo. Gli ho detto che la voce degli Dei mi arrivava forte e
chiara attraverso gli animali sacri, e che quella voce ci ordinava di
spezzare la rete del male cio andandocene dall’Italia. Soltanto così
avremmo potuto evitare una rovina, che è già scritta nel nostro
futuro e che ormai ci sovrasta».
Si era asciugato le lacrime con il dorso della mano. Aveva
mormorato, parlando a se stesso:
«Non sono io che devo rattristarmi. Perché piango? Io non vedrò
quello che succederà, perché sto tornando nella terra dei padri.
Vado verso quella montagna tutta bianca che si vede nella pianura.
Il paese dei Germani è dall’altra parte, e se la Grande Madre mi
aiuta riuscirò ad arrivarci…».
«No» l’aveva interrotto Tasgezio. «Non devi andare in quella
direzione.» Gli aveva messo una mano sulla mano. Gli aveva
spiegato:
«Non ci sono valichi lassù, e nemmeno la Madre Terra potrebbe
aiutarti a fare quello che nessun uomo ha mai fatto. La valle del
ume Sesia è una valle chiusa, piena di uomini e di donne che si
sono rifugiati sotto il monte Ros per sfuggire alla guerra. Ti
ruberebbero gli animali sacri e tu poi moriresti tra i ghiacci, perché
lassù non c’è altro. Sassi e ghiacci».
«Il monte Ros non è una montagna come le altre, non te l’ha detto
nessuno? Da lì, non si passa».
Aveva tracciato con il dito dei segni sul tavolo. «Tu adesso sei
qui» gli aveva detto, «al bivio di Proh, e la grande montagna è in
alto alla tua sinistra. Devi andare a destra attraverso il paese degli
Aconi, seguendo un piccolo ume che incontrerai sul tuo cammino.
Troverai un lago tra le montagne, e poi un altro lago ancora più
grande. Io non so altro, ma so che per tornare nella tua terra
d’origine, tra i Germani, l’unica strada che si può percorrere è
questa.»
L’uomo senza nome aveva guardato la mano che tracciava i segni,
e poi aveva guardato Tasgezio. Aveva chiesto:
«Perché mi dai queste informazioni? Perché hai voluto
ospitarmi?».
«Perché non mi tratti come un nemico? Io, per te, dovrei essere un
nemico».
Il fabbro era rimasto sorpreso per quelle domande. Avrebbe
voluto rispondere, ma lo straniero lo stava guardando in un modo
strano e poi gli aveva messo una mano sugli occhi e glieli aveva
chiusi. Aveva detto:
«Per ricompensarti dei tuoi favori, ti farò viaggiare nel tuo futuro.
Spero che sia bello».
Da quel momento erano accadute delle cose, che il fabbro di Proh
avrebbe ricordato a lungo senza riuscire a spiegarsele. Era stato
davvero dentro a un incantesimo? Si era addormentato? Di cile
dirlo. Aveva avuto delle visioni che però potevano anche essere dei
sogni; aveva ascoltato delle voci che forse erano soltanto nella sua
mente. Si era chiesto: “Cosa mi sta succedendo?”.
“Dove sono?”.
Si era trovato nella sua valle segreta in una mattina di gennaio:
c’era il sole, e il cielo sopra le colline era blu senza nemmeno una
nuvola. Gli alberi spogli, nella neve, mettevano tristezza, ma il
vischio sopra le querce era una nuvola d’oro. Mentre lo guardava, si
era ricordato del suo incontro con l’orso: perché?
Poi c’era stata una grande pioggia. La neve si era sciolta e lui
aveva trovato una ragazza addormentata sulla paglia, nella capanna
dei carbonai: chi poteva essere?
I capelli della ragazza erano come il vischio d’inverno: una nuvola
d’oro che illuminava quell’ambiente in penombra. Si era chinato per
guardare in viso la sconosciuta e aveva visto che sul suo collo c’era
un’ape. Aveva pensato: devo mandare via quell’ape altrimenti nirà
per pungerla.
Cosa poteva signi care un fatto del genere? Poi erano successe
delle altre cose che lui ricordava per frammenti. C’erano delle
persone che ritornavano: da dove? C’era una grande festa e un
grande banchetto, forse per delle nozze: di chi? C’era un grande
edi cio bianco in mezzo alla pianura: cos’era?
Aveva sentito freddo e si era svegliato. Era di nuovo giorno e
Tasgezio aveva provato una forte irritazione per avere dormito così
a lungo e in quel modo. L’uomo senza nome era scomparso. Si era
alzato per andare a cercarlo e sulla porta di casa aveva incontrato
sua madre Lunilla. Le aveva chiesto, con un tono di voce che non
era il suo tono normale:
«Dov’è l’ospite?».
«È partito questa mattina presto» gli aveva risposto Lunilla, «e mi
ha incaricato di salutarti. Ha detto che non dovevo svegliarti per
nessuna ragione e io ho fatto come voleva lui.» Mentre parlava le
era venuto un sospetto:
«Ho fatto male?».
«Sì» l’aveva sgridata Tasgezio. «Hai fatto male.»
Lei, allora, aveva scosso la testa: «Mi guardava in un certo
modo… Secondo me» aveva aggiunto, «quell’uomo è un mago ed è
meglio che se ne sia andato dalla nostra casa. Ah, dimenticavo. Ha
lasciato il cavallo bianco nella nostra stalla perché ha detto che con
noi, qui, starà meglio che con lui».
Tasgezio l’aveva guardata, sorpreso, e lei aveva continuato: «Mi
ha fatto due raccomandazioni, però. La prima, è che nessuno dovrà
usare quel cavallo come animale da lavoro o da tiro, perché è un
animale sacro. Dice che già te ne aveva parlato e che lo sai».
«E l’altra raccomandazione?» le aveva chiesto Tasgezio. Il suo
tono di voce adesso era tornato a essere normale, e anche i tratti del
suo viso si erano rasserenati.
Sorrideva.
«L’altra raccomandazione è che dobbiamo imparare a parlargli e a
comunicare con lui: ma io credo che abbia detto una sciocchezza.
Un cavallo, per quanto intelligente, è pur sempre un cavallo. Non è
un uomo.»
«Non conosce la nostra lingua.»
Il fabbro si era avviato verso la stalla. Prima di entrarci, però, si
era fermato e aveva rivolto un ultimo pensiero al sacerdote della
Madre Terra: che in quel momento doveva essere già lontano, sulla
strada dei laghi. Aveva alzato una mano per salutarlo. Aveva detto
ad alta voce:
«Addio, uomo senza nome. Non darti pensiero per il cavallo: è in
buone mani. Torna nel tuo paese in capo al mondo e chiedi alla
Madre Terra, che può tutto, di aiutare anche noi che siamo rimasti
qui. Ne abbiamo bisogno».
Capitolo nono
L’incontro

Intorno al grande spazio scoperto: alla brughiera che era stata


scelta dal console per farci sostare le sue legioni, i boschi si erano
diradati e qua e là nel verde dell’orizzonte si erano creati dei vuoti. I
carri carichi di tronchi avevano tracciato nella pianura delle strade
che prima non c’erano, e l’accampamento di Mario ai Campi Raudii
aveva incominciato a prendere forma. Era un accampamento
forti cato: un castrum, con una trincea intorno alla recinzione
esterna e con molte altre difese che crescevano di giorno in giorno
grazie al lavoro di migliaia di soldati e di ausiliarii. Caio Mario
ancora non abitava nel praesidium, che era la parte
dell’accampamento destinata agli alti comandi, per ragioni pratiche
e anche per ragioni di sicurezza; ma veniva in cantiere tutti i giorni,
a controllare l’avanzamento dei lavori e a curare ciò che i suoi
soldati chiamavano i minima: i dettagli. Ormai nelle sue legioni lo
sapevano tutti che il capo dei capi: il dux, era un fanatico dei
minima! Ogni lato del recinto era lungo mille e seicento passi,
equivalenti più o meno a due chilometri e mezzo delle misure di
oggi; la super cie complessiva, a parte le difese esterne, era dunque
un’area che a vederla vuota potrebbe sembrare grandissima, di
parecchi chilometri quadrati. In realtà, lo spazio negli
accampamenti romani era sempre scarso rispetto al numero dei
soldati che dovevano viverci e alla quantità delle cose che dovevano
starci; e l’impressione che proverebbe un uomo di oggi se per e etto
di chissà quale macchina del tempo potesse visitare l’accampamento
di Mario ai Campi Raudii sarebbe di trovarsi in una città, e
nemmeno piccola, a ollata al limite dell’assurdo. In un formicaio
umano disordinato e caotico. Guardandosi attorno con più
attenzione, però, il visitatore moderno si accorgerebbe che quel
formicaio era ordinatissimo. Che i legionari erano divisi per coorti e
per centurie secondo i corpi di appartenenza di ciascuno; che i
cavalieri erano tutti da una parte e i loro cavalli dall’altra; che tutti i
carri erano allineati sotto il vallum e che niente era stato lasciato al
caso, nemmeno la disposizione delle tende e il numero delle
lanterne antivento per fare luce di notte.
Proseguendo nella sua visita, l’uomo di oggi ammirerebbe il
forum, cioè la piazza delle riunioni, e gli alloggi degli u ciali nel
praesidium. Imparerebbe a spostarsi da un settore all’altro e a
sapere in ogni momento dov’è leggendo i numeri delle strade, che
all’inizio gli erano sembrati una cosa super ua e di cui invece ha
dovuto riconoscere l’utilità, anzi: l’assoluta necessità.
Capirebbe che tutto, nell’accampamento di Mario, è stato fatto a
regola d’arte, e che anche le buche per gli escrementi: le foricae,
non sono messe a caso tra le tende con il rischio che di notte
qualcuno ci nisca dentro, ma si trovano alla giusta distanza l’una
dall’altra e hanno ciascuna il suo operculum. Il suo coperchio di
legno.
Ma lasciamo l’uomo di oggi a continuare la sua visita da solo e
riprendiamo il lo del nostro racconto. Siamo arrivati al mese di
giugno. Ai Campi Raudii, i lavori per l’accampamento di Mario
erano terminati e si era veri cato un fatto strano: una novità,
nell’ormai lunga storia della guerra tra i Romani e i Cimbri. Davanti
alle sentinelle dell’ingresso principale: la porta praetoria, si era
presentato un guerriero cimbro a cavallo. Era disarmato e faceva dei
gesti già da lontano, che signi cavano “ho qualcosa da dirvi”. Le
sentinelle gli avevano fatto segno di fermarsi e avevano mandato a
chiamare un ausiliario gallo, un certo Accone che era vissuto nel
paese dei Germani e conosceva bene la loro lingua. Accone, dunque,
aveva parlato con il guerriero a cavallo e quello gli aveva detto che i
capi del suo popolo volevano incontrarsi con i capi dell’esercito
romano. Che in quell’incontro si sarebbero trattate delle questioni
importanti, anzi: importantissime per tutti, e che perciò doveva
essere presente anche il comandante in capo dei Romani, il dux in
persona, altrimenti l’incontro non si sarebbe fatto. Che i capi dei
Cimbri adesso si trovavano laggiù (aveva indicato con il braccio un
punto dell’orizzonte dov’era rimasto un tratto di bosco) e che
avrebbero aspettato nché il sole fosse arrivato al culmine della sua
parabola, cioè no a mezzogiorno.
Poi, se ne sarebbero andati.
Era la sesta ora del giorno, corrispondente più o meno alle nostre
undici di mattina. Caio Mario era in una baracca del praesidium
insieme al proconsole Lutazio Catulo, al suo luogotenente Claudio
Marcello e ai praepositi (comandanti) di tutte le legioni: quelle del
Po e quelle del Sesia. Mancava soltanto Silla, rimasto nell’altro
accampamento a fare le veci di Catulo. Caso vuole, infatti, che tutto
lo stato maggiore dell’esercito di Mario si fosse riunito proprio quel
giorno e proprio lì, per organizzare i collegamenti tra i due comandi
e per decidere la tattica che si sarebbe dovuta tenere con i Cimbri,
nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Bisognava chiudersi
in difesa o si dovevano prendere delle iniziative per provocarli?
«I Germani» stava dicendo Caio Mario «sono dei guerrieri
straordinari ma ignorano o conoscono soltanto in modo molto
rudimentale l’arte della guerra, che insegna a non attaccare in
condizioni sfavorevoli, ad attendere con pazienza le opportunità e
anche, quando è necessario, a ripiegare per riorganizzarsi. Questa è
la loro debolezza e noi dobbiamo cercare di trarne pro tto: anche se
non credo che i Cimbri, ai Campi Raudii, si comporteranno come si
sono comportati ad Aquae Sextiae i loro alleati Teutoni e Ambroni.
Lasciamogli l’iniziativa, almeno per ora, e continuiamo a studiare le
loro mosse, cercando di capire le loro intenzioni e di sfruttare i loro
errori.»
La richiesta, da parte dei Cimbri, di un incontro, aveva interrotto
quelle ri essioni e aveva sorpreso tutti. Da quando Roma si era
trovata nella necessità di combattere contro quei nemici, per
difendere i suoi interessi in Europa e poi per difendere se stessa, non
era mai accaduto niente del genere. Dal Danubio al Reno, da oriente
a occidente, i Cimbri erano passati dappertutto come quei rulli di
pietra che si usavano già allora per spianare le strade, senza
intavolare trattative con nessuno e senza pensare ad altro che a
travolgere chi cercava di ostacolarli. Lutazio Catulo aveva scosso la
testa: «Non andiamo. Tanto, cosa potrebbero o rirci e in cambio di
cosa?».
Gli si era risvegliato un tic all’occhio sinistro, segno che era
preoccupato. Si era chiesto: “E se fosse una trappola? In passato, i
Cimbri non avevano mai chiesto di incontrarci. Cosa può essere
successo, in questi ultimi mesi e giorni, per fargli cambiare
atteggiamento nei nostri confronti?”.
«Di cosa devono parlarci? Sono barbari» aveva poi detto
rivolgendosi a Mario, «e non possiamo darci delle loro parole. Le
nostre vite appartengono a Roma. Se ci succedesse qualcosa in
questa fase della guerra i Cimbri vincerebbero senza combattere,
perché i nostri eserciti, privati dei loro capi, dovrebbero ritirarsi.
Chi li comanderebbe?»
«Sì, hai ragione» gli aveva risposto il console. «C’è qualcosa di
strano in questa richiesta dei Cimbri: qualcosa che contrasta con i
loro comportamenti abituali. Io però non credo che vogliano
tenderci un’imboscata. Secondo me» aveva aggiunto dopo essere
rimasto qualche istante a ri ettere, «vogliono parlarci perché hanno
dei problemi. Se non andassimo a incontrarli, non potremmo capire
quali sono le loro di coltà e non potremmo appro ttarne.»
«Commetteremmo un errore. Un grave errore.»
I tubicines avevano suonato le trombe e Caio Mario era uscito
dall’accampamento facendosi precedere da un al ere: un vexillarius,
con il drappo rosso quadrato che era il segno della presenza del
console dovunque lui andasse. Dietro al vexillarius c’era l’interprete,
e dietro all’interprete c’erano i capi dei due eserciti romani: Caio
Mario e Lutazio Catulo, con le corazze di ferro e con in testa gli elmi
a pennacchi rossi che avevano dovuto mettersi per la circostanza.
Lutazio Catulo indossava anche il mantello color porpora, segno
distintivo del dux; Mario, dopo esserselo buttato sulle spalle, se lo
era tolto con un gesto di fastidio: «Fa caldo». Dietro ai due capi
c’erano alcuni u ciali superiori, in tenuta da combattimento ma
senza armi; dietro a tutti, c’erano il luogotenente Claudio Marcello e
il tribuno militare Elio Glabrione che chiudevamo il gruppo.
Due reparti di cavalleria in assetto di guerra erano usciti dalla
porta praetoria dopo di loro, e si erano schierati lungo il vallum
tenendosi pronti a intervenire se fossero successi incidenti.
I Cimbri aspettavano i Romani sul terreno scoperto in mezzo alla
brughiera. Erano divisi in due gruppi di una diecina di uomini
ciascuno: in un gruppo c’erano i capi delle tribù più importanti con
le loro insegne, nell’altro c’erano i guerrieri che però si tenevano in
disparte, come se fossero stati lì soltanto per assistere alla trattativa.
Erano disarmati, ma avevano il viso e le braccia dipinti con i colori
di guerra: il bianco e il nero, e avevano in testa quei loro strani elmi
che coprivano anche una parte del viso. Uno dei guerrieri, che si
faceva notare per i suoi atteggiamenti di s da e perché esibiva come
un trofeo il cinturone di un u ciale romano («Dev’essere il
cinturone di Marco Aurelio Scauro» aveva detto Lutazio Catulo a
Mario che glielo aveva fatto notare), era quel “giovane di indole
era”: Boiorige, che già abbiamo avuto occasione di conoscere e di
cui abbiamo già parlato.
I capi delle tribù erano uomini non più giovani: tra di loro si
faceva notare il suocero di Boiorige, Agilo “l’Orso”, per l’aspetto
imponente e perché, nonostante la stagione ormai calda, portava
sulle spalle una grande pelle d’orso. Anche gli altri capi sfoggiavano
pelli o corna, o penne d’aquila o di gufo che in realtà erano le
insegne delle loro tribù e l’equivalente, per loro, di uno stemma
nobiliare. I trofei di animali selvatici, tra i Cimbri, avevano un
signi cato particolare e non bastava possederli per poterli indossare,
così come tra i Romani non sarebbe bastato possedere un mantello
color porpora per vestirsi da dux.
Bisognava comandare un esercito ed essere un dux.
Mentre i Romani si avvicinavano, anche i Cimbri avevano fatto
uscire dal bosco la loro cavalleria e l’avevano schierata, perché fosse
pronta a intervenire in caso di necessità. Non c’erano stati saluti né
convenevoli. Uno dei capi tribù dei Cimbri, un certo Hortar “la
Lince”, si era staccato dal suo gruppo e si era avvicinato a Lutazio
Catulo. Gli aveva detto in tono solenne (e l’interprete, intanto,
traduceva le sue parole per i Romani):
«Abbiamo voluto incontrarvi per comunicarvi ciò che è stato
deciso da noi, capi del popolo dei Cimbri, e dagli Dei che ci
proteggono e ci guidano. Questa terra dove ora vi trovate ci
appartiene per diritto di conquista e perché l’oracolo di Hermodh ha
confermato che è la nostra nuova patria: la nostra Midgard. La
divideremo con i nostri fratelli Teutoni e Ambroni, anzi la dividerà
il ume che i Galli chiamano Po. Il paese a sud di quel ume sarà il
loro, e per noi invece terremo la pianura sotto le grandi montagne
che chiudono a nord gli orizzonti».
Aveva fatto un gesto largo verso le montagne e poi aveva ripreso
a parlare, continuando a rivolgersi a Lutazio Catulo:
«Vogliamo darvi la possibilità» gli aveva detto «di scegliere tra la
guerra e la pace. Se sceglierete la pace, avrete tempo per andarvene
no al secondo giorno della luna nuova; se sceglierete la guerra
resterete qui per sempre, perché morirete».
Mentre Hortar “la Lince” parlava a Lutazio Catulo, guardandolo
sso negli occhi come se volesse intimidirlo, Boiorige aveva
continuato a dare segni di impazienza con parole e gesti che
probabilmente signi cavano: stiamo perdendo tempo. Smettiamola.
Quando poi l’altro aveva nito di annunciare ai Romani le decisioni
dei Cimbri si era mosso, e l’aveva a ancato con il suo cavallo
costringendolo a farsi da parte. Il suo elmo rappresentava un dio-
lupo: uno dei due lupi che, secondo la leggenda, accompagnavano
Odino dovunque lui andasse. Aveva buttato per terra, davanti agli
zoccoli del cavallo di Lutazio Catulo, il cinturone del nobile romano
Marco Aurelio Scauro, di cui si sapeva che era stato fatto prigioniero
nella battaglia di Arausio. Si era rivolto a Catulo chiamandolo
Mario:
«Anche tu, Mario» gli aveva annunciato, «farai la ne di chi
portava questo cinturone. Ti ammazzerò come ho ammazzato lui,
con le mie mani, dopo avere ascoltato le tue suppliche e le tue
o erte di pagarmi un riscatto». Gli aveva chiesto, in un tono che
voleva sembrare con denziale:
«Quanti gli hai, Mario? Lui ne aveva due, e continuava a ripetere
i loro nomi per impietosirmi».
Tra i guerrieri cimbri si erano sentite delle risate, delle grida di
scherno: «Mario! Mario!», che avevano fatto trasalire il vero Caio
Mario. Ma nessuno se ne era accorto, perché gli occhi di tutti erano
ssi su Lutazio Catulo. Alle grida erano seguiti dei rumori volgari,
sonori e bene articolati. Le pernacchie, che poi avrebbero avuto
tanta fortuna nel teatro comico e nella comicità dei popoli
mediterranei, si facevano già in quell’epoca e venivano usate anche
dagli uomini del nord, in segno di disprezzo e come o esa per i
nemici.
«Mario! Mario!» (Pernacchie.)
Per capire le ragioni di quei comportamenti, e dell’equivoco di chi
continuava a rivolgersi a Lutazio Catulo chiamandolo Mario,
bisogna tenere conto di tre fatti.
Il primo fatto è che i Cimbri non avevano mai visto il vero Mario
e non lo conoscevano. Conoscevano soltanto il suo nome e la sua
fama, attraverso le notizie che gli arrivavano dai Galli. Sapevano
che era il capo supremo: il dux, dell’esercito nemico, e questo era
su ciente per farne l’oggetto dell’ilarità e delle pernacchie dei loro
guerrieri.
Il secondo fatto che bisogna prendere in considerazione è il senso
estetico di quel popolo. La guerra, per i Cimbri, era una grande
rappresentazione teatrale, un’opera d’arte in cui la vita e la morte
davano spettacolo e tutti dovevano essere all’altezza del loro ruolo.
Il capo dei loro nemici doveva essere un personaggio come Catulo.
Alto, di bell’aspetto e dal pro lo autorevole.
Non poteva essere un uomo come Mario: un uomo qualsiasi.
Il terzo fatto, in ne, di cui dobbiamo tenere conto, era il contrasto
ormai evidente tra il gruppo dei guerrieri e quello dei capi tribù. I
Cimbri erano divisi; e il comportamento di Boiorige e dei suoi
uomini, con l’o esa del cinturone e gli insulti a Mario, aveva lo
scopo di mandare all’aria la trattativa degli anziani con i nemici,
prima ancora che fosse incominciata.
La situazione era anche comica. Perché Mario, che non si
considerava né brutto né poco autorevole, alla ne aveva perso la
pazienza e si era fatto avanti, rivolgendosi all’interprete.
«Di’ a costoro» gli aveva ordinato «che il console sono io, e che è a
me che devono rivolgersi.» E poi, mentre gli sguardi dei Cimbri si
spostavano su di lui, con un’espressione di stupore e di incredulità,
aveva continuato a parlare in tono aspro, come se facesse fatica a
dominarsi:
«Digli che le loro parole, per me, non signi cano niente. Le ho
ascoltate, e non mi sono sembrate più interessanti delle loro
scoregge. La sovranità su questa pianura appartiene a Roma e i
Cimbri non dovevano venirci. Ora che ci sono ci rimarranno come i
Teutoni e gli Ambroni sono rimasti nella Gallia meridionale: in un
campo di battaglia pieno dei loro cadaveri».
«Informali, se già non lo sanno, che i loro alleati hanno cessato di
esistere. Sono tutti morti».
Dalla parte dei guerrieri c’erano state delle grida, e Boiorige aveva
risposto a Mario con delle parole concitate che Accone, l’interprete,
si era ri utato di tradurre. Aveva fatto un gesto con la mano, aveva
spiegato:
«Sono soltanto insulti e minacce».
Poi l’uomo con l’elmo del dio-lupo aveva spronato il suo cavallo
per andarsene, e i guerrieri l’avevano seguito in una nuvola di
polvere. Avevano raggiunto i loro compagni schierati sul limite del
bosco. C’era stato un momento di imbarazzo tra i capi tribù e Mario
si era voltato verso i suoi u ciali, aveva detto:
«Una parte dei Cimbri è stanca di guerre. Ma ormai non è più
possibile trattare per cercare una via d’uscita. È troppo tardi».
«Dovevano pensarci prima di venire in Italia. Nella valle del
Danubio, o in quella del Reno, si sarebbe potuto trovargli una
sistemazione. In Italia c’e Roma».
Dopo essersi consultato sottovoce con gli altri capi tribù, Hortar
“la Lince” era tornato a rivolgersi a Lutazio Catulo:
«La nostra o erta di prima» gli aveva detto «resta valida.
Andatevene con la luna nuova e non vi succederà niente».
«Siamo venuti a far valere le leggi di Roma» gli aveva risposto
Catulo: con un atteggiamento di erezza che aveva sorpreso lui per
primo, «e non ci ritireremo. Siete voi che dovete andarvene.»
Il tic all’occhio sinistro si era accentuato, e la mano che reggeva le
redini tremava, per l’indignazione o per l’agitazione. In quell’istante
Claudio Marcello aveva gridato: «Sta tornando per ucciderci! Ha una
spada!». Tutti si erano voltati e avevano visto un cavallo lanciato al
galoppo che veniva dalla parte del bosco, e sul cavallo un uomo che
agitava un’arma.
Era Boiorige.
Caio Mario e gli altri si erano guardati. Non c’erano ripari, lì in
mezzo alla brughiera, e quell’uomo con in testa l’e ge del dio-lupo
stava per piombare tra di loro per menare fendenti e uccidere. Erano
caduti in un agguato. Ma prima che potessero fare qualsiasi cosa,
Agilo “l’Orso” aveva spinto il suo cavallo a urtare quello del genero.
I due, adesso, erano appiedati e lottavano. Boiorige aveva gridato
qualcosa: una minaccia, rivolta non ai Romani ma a quel suo
connazionale che lo sovrastava con la sua statura e la sua mole e
che, torcendogli il braccio, l’aveva costretto a lasciar cadere la
spada.
«Gli ha promesso che lo ammazzerà alla prima occasione» aveva
tradotto Accone per il console.
L’incidente era nito in quel modo. I capi dei Cimbri avevano
circondato Boiorige che continuava a gridargli i suoi insulti. Uno di
loro gli aveva preso il cavallo e lo teneva per le redini; un altro
aveva raccolto da terra la sua spada e aveva fatto un gesto verso i
Romani, non proprio cortese. Un gesto che signi cava: l’incontro è
nito. Non abbiamo più niente da dirvi e quello che è successo sono
fatti nostri. Andatevene.
Bisognava mantenere il controllo della situazione. Mario aveva
mandato Elio Glabrione a fermare i reparti di cavalleria: «Di’ che c’è
stato un allarme ma è cessato. Digli che si preparino a rientrare
nell’accampamento insieme a noi». Non era successo niente di
grave; ma chi aveva cercato di cogliere quell’occasione per uccidere
lui: Mario, sapeva quello che faceva. Sapeva che, se ci fosse riuscito,
le legioni che avevano vinto i Teutoni e gli Ambroni nella Gallia
meridionale sarebbero rimaste senza il loro capo e si sarebbero
ritirate, o addirittura sarebbero fuggite come avevano fatto le
legioni di Catulo alle Bocche dell’Adige… Sapeva che i Cimbri,
almeno per il momento, avrebbero vinto la guerra. In quel modo:
ma la cosa, evidentemente, non gli importava.
Gli bastava vincere.
«Quel loro capo» aveva ri ettuto il console. «Quel Boiorige o
come si chiama. Si comporta da pazzo ma non è pazzo: fa soltanto
nta di esserlo.»
«È un uomo astuto e pericoloso. E dovremo stare attenti a non
dargli un’altra possibilità di coglierci di sorpresa, perché non se la
lascerebbe scappare.»
«Una volta tanto, aveva ragione Catulo. Chi l’avrebbe detto!»
Aveva fatto un cenno con la mano al gallo Accone perché gli
traducesse le accuse e le minacce che Boiorige infuriato stava
gridando contro i capi del suo popolo.
«Dice che venire qui è stato un errore» aveva spiegato l’interprete.
E poi, mentre le grida continuavano:
«Dice che i Cimbri, dopo avere vinto i Romani alle Bocche
dell’Adige, dovevano dirigersi verso sud per prendere Roma…».
Caio Mario aveva fatto segno di sì con la testa: «Sì, ha ragione.
Anch’io penserei quelle stesse cose» aveva mormorato, «se invece di
essere a capo dei Romani fossi a capo dei Cimbri». Poi però si era
rivolto ai suoi u ciali:
«Tanto meglio» gli aveva detto in tono allegro, «se i nostri nemici
litigano! Più si dividono e più sarà facile scon ggerli».
(Ma sapeva, e ciò che era successo glielo aveva confermato, che in
quella guerra non ci sarebbe stato niente di facile per nessuno, né
per i Romani né per i Cimbri.)
Capitolo decimo
I giocolieri etruschi

Dopo avere attraversato il ume Po sull’unica zattera rimasta in


funzione tra il paese delle colline: l’attuale Monferrato, e la pianura
invasa dai Cimbri, il carro dei giocolieri etruschi aveva continuato il
suo viaggio tra i boschi e le brughiere e i campicelli di avena, di
orzo, di lupini, di farro che qualcuno aveva coltivato no alla
stagione delle semine e che poi erano stati abbandonati, perché si
erano riempiti di erbacce. Era uno strano carro: con una copertura
di cuoio che, all’occorrenza, lo trasformava in una casa viaggiante e
con una maschera di Bucco, il re dei comici, appesa sopra la testa di
chi stava seduto a cassetta. Quella maschera, grande il doppio di un
normale viso d’uomo, era montata su delle molle di metallo e
oscillava secondo le asperità della strada, in su e in giù oppure
anche a destra e a sinistra. Altre maschere colorate, un po’ sbiadite,
erano ssate sui anchi del carro e servivano per attirare gli
spettatori nei villaggi dove i giocolieri venivano a fermarsi e anche
per scoraggiare i briganti, che all’epoca della nostra storia si
incontravano un po’ dappertutto, ai Campi Raudii e su tutte le
strade del mondo. Cosa avrebbero potuto rubare a due comici? Il
padrone del carro gli andava incontro mostrandogli le palme delle
mani. Gli diceva: «Io sono più povero di te» o «di voi», se i briganti
erano più d’uno, e poi gli faceva vedere il suo guardaroba: un
fagotto di stracci colorati che sulla scena, miracolo dell’arte!,
diventavano vestiti sontuosi. Gli faceva vedere gli strumenti del suo
mestiere: le palle e i birilli per i giochi di destrezza, le calamite e i
dadi per i giochi di prestigio, le maschere per le recite. «Questi
oggetti» gli spiegava «valgono un tesoro, ma soltanto per chi sa
usarli. Voi non sapreste cosa farne e non sapreste nemmeno a chi
venderli.»
«Non ve li comprerebbe nessuno.» E i briganti, di solito, lo
lasciavano andare senza prendergli niente.
Il carro era tirato da un cavallo baio maremmano (“maritimus”)
abbastanza vecchio e malandato per non suscitare nemmeno lui
l’interesse dei ladri, e i giocolieri etruschi quel giorno sedevano
entrambi a cassetta. Erano un uomo e una donna. L’uomo: Maris,
aveva una cinquantina d’anni, i capelli rossicci e un viso largo e
rotondo da buontempone, abbastanza simile alla maschera di Bucco.
La donna, Vegoia detta Vego, era poco più giovane di lui ma chi la
vedeva poteva scambiarla per un ragazzino di tredici o quattordici
anni: era piccola di statura, aveva i capelli tagliati corti e la pelle del
viso mantenuta fresca e senza rughe con il latte d’asina che era il
suo unico lusso. Indossava una tunica corta, da ragazzo, e teneva il
seno fasciato. Come giocolieri, Maris e Vego erano il prestigiatore e
il suo aiutante, quello che oggi si chiamerebbe “la spalla”. Come
attori, i personaggi chiave del loro repertorio erano Molestus, il
maestro pedante e insopportabile, e Pusio, il bambino scemo. A
richiesta, però, sapevano anche interpretare altre maschere.
Sapevano improvvisare i loro spettacoli a seconda del pubblico.
I giocolieri etruschi erano una coppia a atatissima, in scena
come nella vita. Stavano insieme da chissà quanto tempo: anni o
decenni, e sorridevano a tutti quelli che incontravano perché
sorridere era il loro mestiere. Quel giorno però non incontravano
nessuno e non potevano sorridere. Erano preoccupati. Guardavano
la strada deserta; guardavano le spighe abbandonate nei campi ed
erano, se non proprio impauriti, per lo meno inquieti. Si
chiedevano: non avremo sbagliato ad attraversare il Po? Cosa
troveremo più avanti? Soprattutto la donna:
«Qui» diceva Vego al marito «c’è la guerra. Ci avevano avvisati e
non dovevamo venirci. Ci sono questi invasori, questi… Cimbri, e la
gente che veniva ai nostri spettacoli sarà scappata chissà dove. Non
ci deve essere più nessuno nei villaggi, altrimenti il grano sarebbe
stato raccolto…».
«Ma no, ma no» cercava di rincuorarla Maris, «cosa ti viene in
mente! I Galli non possono essere scappati. Per lo meno, non
possono essere scappati tutti. Se ne saranno andati quelli che
avevano qualcosa da perdere: i più ricchi. Quelli che già non
venivano ai nostri spettacoli. Ci sarà qualche abitante di meno, nei
villaggi, ma non può essere scomparsa un’intera popolazione…»
«Tu e la tua testardaggine» ribatteva la donna. «Dovevamo andare
a sud invece che a nord. Dovevamo rimanere nel paese dei Liguri. Lì
era tutto tranquillo.» Ma il marito scuoteva la testa:
«Te li raccomando, i Liguri! È più facile tirar fuori un osso dalla
bocca di un cane che tirar fuori un soldo dalla mano di un ligure.
Tra poco arriveremo al villaggio» le diceva, «e vedrai che non è
cambiato niente. Troveremo ad accoglierci il nostro solito pubblico,
magari con qualche spettatore in più. Anche i Cimbri vorranno
divertirsi, non credi?».
Dopo essere rimasto qualche minuto in silenzio, aveva aggiunto:
«Naturalmente dovremo dimenticare il nostro repertorio, perché
quelli: i Cimbri, non sanno cos’è una commedia e non conoscono le
lingue. Sono barbari. Gli faremo i giochi di strada, che a Roma e
nelle città del sud non attirano più nemmeno i bambini e che per
loro invece saranno una novità. Vedrai che avremo successo!».
Nel villaggio i Galli c’erano ancora, ma erano pochi e sembravano
spaventati. Maris aveva suonato la tromba come faceva sempre per
chiamare il pubblico, e non era successo niente. L’aveva suonata di
nuovo ed erano arrivati due uomini a cavallo.
Due giganti armati di spade e con gli archi a tracolla. Due cimbri.
Il giocoliere gli era andato incontro sorridendo, come faceva con i
briganti quando lo fermavano per strada. Aveva improvvisato una
scenetta: una “gag”, ngendo di avere qualcosa da dirgli e di non
sapere come dirgliela. Gli aveva parlato in latino, in greco e poi
anche nella lingua dei Galli; aveva fatto le sue smor e più divertenti
ma non era riuscito a strappargli nemmeno un sorriso. Quei tipi,
anzi, si erano innervositi. Parlavano una lingua più aspra di quella
dei Galli e gli avevano ordinato qualcosa. Siccome lui non capiva,
uno dei due aveva preso le redini del cavallo maremmano e aveva
incominciato a condurlo, mentre l’altro aveva fatto segno a Maris di
risalire sul carro. Erano andati avanti in quel modo per circa un
miglio, no all’accampamento di una delle tante tribù di Cimbri che
si erano insediate in quella regione. A gesti, i guerrieri gli avevano
detto di fermarsi lì, fuori dell’accampamento, e di attendere.
Sarebbero ritornati.
Vego e Maris si erano preparati per lo spettacolo: che altro
potevano fare? Si erano pitturati il viso a vicenda, avevano preso nel
carro la pérula: la valigia con dentro gli attrezzi che gli dovevano
servire per improvvisare il loro spettacolo. Poi avevano aspettato
che qualcuno venisse ad accompagnarli in quella confusione di
tende e di carri che era lì davanti a loro; ma il tempo passava e i
guerrieri non ritornavano. Nessuno, nell’accampamento, sembrava
fare caso alla loro presenza. C’erano donne che gridavano, ragazzi
che si rincorrevano, asini che ragliavano. Finalmente era comparso
un uomo che i nostri giocolieri conoscevano bene. Era un abitante
del villaggio dei Galli: un certo Ollovico che li aveva ospitati nella
sua casa l’anno precedente. Maris era corso ad abbracciarlo. Gli
aveva chiesto:
«Cosa ci fai tu, qui, nell’accampamento dei Cimbri?».
Ollovico aveva allargato le braccia:
«Cosa vuoi che ci faccia. Li servo, come tutti gli uomini e le donne
della mia gente. I Cimbri sanno fare soltanto una cosa: la guerra, e
costringono gli abitanti dei paesi che occupano a lavorare per loro».
Aveva guardato i giocolieri etruschi e il loro carro. Aveva chiesto a
sua volta:
«Voi, piuttosto, cosa ci siete venuti a fare nei nostri disgraziati
villaggi? Non ve lo aveva detto nessuno di non attraversare il Po,
perché da questa parte c’è la guerra?».
Aveva scosso la testa. Aveva aggiunto:
«Con i Romani da una parte e i Cimbri dall’altra, tra non molto
qui succederà il nimondo, e noi siamo in mezzo».
Vegoia avrebbe voluto chiedergli qualcos’altro, ma Ollovico
l’aveva interrotta: «Non c’è tempo per i discorsi, adesso». Aveva
spiegato a lei e a suo marito Maris:
«Devo accompagnarvi dal capo tribù Widimir. Sono l’unico del
mio villaggio che capisce la loro lingua, e mi usano soprattutto
come interprete. Gli altri uomini della mia razza che vedrete
nell’accampamento dei Cimbri sono lì per fare i lavori manuali. In
pratica, siamo diventati i loro schiavi».
Mentre camminavano tra le tende gli aveva dato qualche
informazione e qualche consiglio, sul modo di comportarsi con
quegli invasori. Gli aveva detto che Widimir, da sobrio, era un uomo
abbastanza ragionevole; e che in quella tribù le persone più
pericolose erano le donne e i guerrieri giovani. «Ce n’è uno in
particolare, un certo Brinno, che ha ammazzato due dei nostri
ragazzi, perché non lo ubbidivano o perché non gli piaceva il modo
come lo guardavano. È alto e magro e un po’ zoppo: lo
riconoscerete. Farlo divertire sarà di cile. Il suo solo divertimento è
ammazzare la gente, ma chissà! Forse con l’aiuto dei vostri Dei
potrete riuscirci.»
Al centro dell’accampamento c’era il piazzale dove si tenevano le
riunioni, e al centro del piazzale c’era il “pilastro del mondo”: il
palo sacro con i colori di quella tribù e con un trofeo di rami di
frassino sulla sua sommità. Seduto sotto al palo sacro c’era Widimir
“la Volpe”, riconoscibile per le pelli di volpe argentata che portava a
tracolla e che erano il segno distintivo della sua nobiltà. Attorno a
Widimir c’erano alcuni dei suoi guerrieri, e tra loro i nostri attori
girovaghi avevano creduto di riconoscere quel Brinno di cui gli
aveva parlato la loro guida. C’erano i due uomini che li avevano
accompagnati n lì; c’erano molte donne e molti ragazzi, che li
indicavano e ripetevano una parola, sempre la stessa. Cosa voleva
dire? Widimir aveva fatto cenno a Ollovico di avvicinarsi, gli aveva
indicato gli stranieri:
«Chiedigli chi sono» gli aveva detto, «e cosa sono venuti a fare in
questa terra, che adesso appartiene ai Cimbri».
Maris era spaventato. Si guardava attorno e pensava che, come al
solito, anche quella volta aveva ragione Vego. Avrebbero dovuto
fermarsi nel paese dei Liguri o andare in qualsiasi altra parte del
mondo, ma non lì! Attraversare il Po era stato un errore. Nonostante
quei pensieri, si era sforzato di sembrare allegro:
«Siamo attori girovaghi» aveva risposto. «Siamo giocolieri.
Veniamo tutti gli anni a fare i nostri spettacoli nei villaggi dei Galli.
Facciamo ridere la gente».
Widimir “la Volpe” lo aveva guardato, sorpreso. Aveva ripetuto:
«Ridere», come se il signi cato di quella parola non gli fosse del
tutto chiaro. Aveva detto:
«I Cimbri ridono poco. Prova a farci ridere», e poi aveva aggiunto
qualcos’altro che però non si era potuto sentire perché uno dei
guerrieri aveva gridato: «Sono spie dei Romani. Ammazziamoli». I
giocolieri si erano voltati verso Ollovico, che si era limitato a fargli
un cenno con la mano e a indicargli il capo tribù. Era lui che
dovevano convincere per restare vivi.
Bisognava far ridere Widimir. Vego aveva tirato fuori i birilli dalla
pérula, e aveva incominciato a farli volteggiare sopra la sua testa.
Era molto svelta, e riusciva a tenere per aria quattro birilli tutti
insieme, lanciandoli sempre più in alto. Quel gioco, di solito, veniva
applaudito. I Cimbri invece si guardavano tra loro o scuotevano la
testa, e Widimir aveva fatto un gesto con la mano: «Mostrateci
qualcos’altro».
C’era un giavellotto appoggiato a una tenda. Un’asta di legno con
due punte di ferro, una per parte, e Maris era andato a prenderla.
Aveva incominciato a fare piroette e a ruotare su se stesso tenendo il
giavellotto in equilibrio prima sul palmo della mano, poi su un dito,
poi addirittura sul naso. Aveva continuato a girare in quel modo
facendo tutte le smor e del suo repertorio, ma nessuno tra gli
spettatori aveva mostrato di apprezzare la sua abilità. Nessuno
aveva riso.
Bisognava provare a farli ridere con un altro gioco.
C’era uno sgabello davanti a una tenda. Vego l’aveva portato in
mezzo al piazzale, davanti a Widimir e a quel pubblico così
scorbutico. Aveva tirato fuori dalla pérula tre bicchieri di coccio e li
aveva messi, capovolti, sopra allo sgabello. Aveva mostrato agli
spettatori una moneta d’argento. (In realtà, era di bronzo argentato
e non aveva nessun valore.) Aveva detto a Ollovico, che aveva
riferito le sue parole ai Cimbri:
«Darò questa moneta d’argento a chi indovinerà sotto quale
bicchiere l’ho nascosta».
Aveva messo la moneta sotto il bicchiere al centro, e poi aveva
sollevato gli altri due per far vedere che non era lì. Aveva chiesto:
«Dov’è la moneta?».
Widimir aveva indicato il bicchiere in mezzo: «È lì sotto.
Dammela».
La donna-bambino aveva alzato anche il terzo bicchiere e la
moneta non c’era. Si erano sentite delle esclamazioni di delusione e
di rabbia, che Ollovico aveva pensato di dover tradurre. «Vogliono
sapere» aveva detto a Vego «dov’è nita la moneta. Non può essere
scomparsa.»
Lei aveva sollevato gli altri due bicchieri e la moneta era a destra.
Qualcuno tra i guerrieri aveva imprecato. Il capo tribù aveva detto:
«Questo gioco non mi fa ridere e anzi mi sto arrabbiando».
Maris, allora, si era reso conto che le cose, per loro, si stavano
mettendo davvero male e che soltanto un atto di coraggio poteva
raddrizzare quella situazione. Aveva fatto segno a sua moglie di
ritirare la moneta e i bicchieri. Aveva chiesto a Ollovico di rivolgersi
a Widimir con queste parole:
«Io, Maris, faccio il giocoliere da tanti anni, ma non ho mai avuto
l’onore di servire il nobile popolo dei Cimbri. Dimmi cosa può
piacervi e cercherò di farlo, se ne sono capace».
Widimir era ancora contrariato e scuoteva la testa. Aveva
risposto:
«I soli spettacoli che ci piacciono sono le prove di coraggio e di
forza. Correre tra le amme, saltare a piedi o a cavallo sopra uno
steccato di pali appuntiti, tu arsi dall’alto di una cascata e cose del
genere. Sollevare un carro o vincere una gara di lotta. Tutto il resto
non fa parte delle nostre tradizioni e non può interessarci».
«Anche i nostri antenati Etruschi conoscevano quel tipo di
intrattenimenti» aveva detto Maris a Ollovico perché lo riferisse a
Widimir. «Faremo qualcosa che ti piacerà: a due condizioni. La
prima, è che tu ci faccia portare una tavola di legno, abbastanza
grande perché il mio aiutante possa starci sopra con le braccia
aperte. La seconda, è che quando inizierò lo spettacolo si faccia
silenzio, in modo che io possa concentrarmi. È un esercizio
di cile.»
Quando erano in scena, Maris parlava di Vegoia: sua moglie,
come di un ragazzo. Lo chiamava “il mio aiutante” o “il mio
garzone” e la nzione, di solito, funzionava. Soltanto alla ne dello
spettacolo la gente si accorgeva del trucco, perché Vegoia andava
tra gli spettatori con in mano una ciotola per ricevere l’obolo e
qualcuno, guardandola da vicino, le diceva:
«Ma tu sei una donna!».
«Stiamo perdendo tempo. Sono spie» aveva gridato l’uomo alto e
magro con il pro lo da uccello rapace che probabilmente era
Brinno. Widimir “la Volpe”, però, non gli aveva dato retta. Era stata
portata la tavola di legno. Vegoia si era messa davanti alla tavola
con le braccia aperte e Maris aveva tirato fuori dalla pérula tre
coltelli da lancio perfettamente a lati e bilanciati, tenuti insieme
con un nastro. Li aveva sciolti.
«State per assistere» aveva annunciato «a un gioco estremo, che
richiede il massimo dell’attenzione e della concentrazione.»
Si era chiesto: “Da quanto tempo non mi esercito con i coltelli?
Sono ancora capace di lanciarli come facevo una volta?”.
Aveva rivolto una supplica a Vertunno, la più antica e potente
divinità degli Etruschi. Gli aveva chiesto: “Fa’ che i coltelli non
escano dalla loro traettoria. Guidali mentre sono in volo”.
Aveva lanciato il primo coltello che era andato a con ccarsi nel
legno, poco sopra la testa della donna-bambino sua moglie.
Aveva lanciato il secondo coltello, sotto il braccio destro della
donna.
Aveva lanciato il terzo coltello, sotto il braccio sinistro. Dalla
parte del cuore.
Era andato a riprendere i coltelli e un guerriero cimbro glieli
aveva tolti di mano con un gesto, senza lasciargli la possibilità di
reagire o di opporsi. Gli aveva detto nella sua lingua:
«Questo gioco, io lo so fare meglio di te. Guardami».
L’etrusco era rimasto senza parole per un istante, poi aveva
spalancato gli occhi e aveva gridato alla moglie: «Va’ via, subito!
Togliti da lì!».
Vego, invece, era paralizzata dalla paura. Il guerriero cimbro
aveva alzato il primo coltello, aveva detto:
«Quando si è davanti al nemico, bisogna colpirlo a sinistra» e la
lama era andata a con ccarsi nel legno dopo aver segnato la
guancia della donna-bambino, facendone uscire il sangue.
«E poi, bisogna colpirlo a destra.» Anche la seconda lama era
andata a segno, lasciando una traccia rossa di sangue sulla guancia
destra.
«Ma soprattutto, bisogna colpire il nemico al cuore.» Vegoia era
crollata in avanti, con un grido, e il peso del suo corpo aveva nito
di con ccarle nel petto la terza lama. Per qualche istante la donna-
bambino aveva continuato a sussultare e a gra are la terra con le
unghie, e poi aveva emesso un ultimo singulto.
Aveva cessato di muoversi. Era morta.
Il coltello le aveva spaccato il cuore.
Maris era corso verso la moglie. L’aveva sollevata e abbracciata:
«Vego! Vego!». Si era voltato: e il suo sguardo era carico di tutto
l’odio e di tutta la disperazione che può sopportare un uomo. Aveva
stretto i pugni. Aveva gridato:
«Maledetti assassini!».
«Maledetti!».
Si era lanciato in avanti con i pugni chiusi, verso il gruppo dei
guerrieri che adesso nalmente stavano ridendo e verso Brinno, che
lo aspettava con in pugno la spada. Era stato tra tto una prima
volta, poi una seconda e poi in ne un’ultima volta mentre già era a
terra. L’uomo alto e magro con il pro lo da avvoltoio aveva
appoggiato un piede sul suo corpo, mettendosi in posa come se
avesse ucciso un animale feroce. Si era guardato attorno,
soddisfatto. Aveva ripetuto:
«Erano due spie dei Romani. Bisognava ammazzarli».
Capitolo undicesimo
L’ultimo dei Teutoni

Spostiamoci un po’ avanti nel tempo. Non troppo però, perché


niremmo per perderci. Diciamo un paio di settimane. Con i
giocolieri etruschi siamo arrivati alla ne di giugno di quell’anno
seicentocinquantaduesimo dalla fondazione di Roma, che nella
pianura sotto al monte Ros fu l’anno dei Cimbri. L’esercito del
console Caio Mario era fermo nei suoi due accampamenti, quello in
riva al Sesia e quello in riva al Po, e anche il popolo degli invasori
era fermo. Anche i Galli, che erano gli abitanti più antichi di quella
regione, erano fermi.
I soldati non combattevano, i contadini non raccoglievano il
grano e gli altri frutti della terra che avevano seminato, gli artigiani
non lavoravano.
Arriviamo alla metà del mese di luglio. Al giorno quindici, che nei
calendari di quell’epoca aveva un nome speci co:
le idi.
Faceva caldo nella pianura. Un caldo umido, più sopportabile per
i Romani e più gravoso per gli invasori a causa della loro
costituzione sica e dei luoghi ancora in parte paludosi dove erano
venuti a fermarsi. I Cimbri, ci dicono gli autori antichi,
sopportavano bene il freddo ed erano riusciti, pur con molte perdite,
ad attraversare le Alpi venendo giù dal passo del Brennero nella
stagione del gelo e delle tormente di neve, con le strade d’allora!
So rivano invece il caldo in modo eccessivo, e l’afa di quell’estate
nella pianura del Po li faceva stare male e gli toglieva le forze. In
più, ad a iggerli, c’erano le zanzare e gli altri insetti che gli
succhiavano il sangue anche di giorno e gli impedivano di dormire
la notte. I Romani se la cavavano meglio. Perché il caldo afoso, nei
loro accampamenti, era mitigato dalla vicinanza delle foreste e delle
lame, cioè delle acque sorgive intorno al ume Sesia; e perché erano
più abituati dei Cimbri a convivere con quell’insetto a cui il loro
poeta nazionale Virgilio (che in realtà era un gallo nato nella
pianura del Po dalle parti di Mantova) avrebbe addirittura dedicato
una sua opera giovanile.
Un poemetto intitolato Culex: “la zanzara”.
E poi, i Romani erano meridionali: e i meridionali, si sa,
sopportano l’afa e i climi caldi meglio di chi, come i Cimbri, viene
da nord e dall’estremo limite delle terre conosciute e abitate.
Come aveva potuto, quel popolo, credere che la sua terra
promessa: la sua Midgard, fosse a sud delle Alpi, in un paese così
lontano e così diverso da quelle regioni che gli avevano dato
origine, dove la notte dura un’intera stagione e dove il sole non
scalda?
Questa domanda è destinata a rimanere senza risposta, per
sempre.
Tutto era fermo, nella grande pianura. Giorno dopo giorno, ora
dopo ora, minuto dopo minuto si viveva in attesa di qualcosa che
prima o poi sarebbe accaduta: su questo, almeno, non c’erano dubbi,
ma che continuava a non accadere. Si viveva in attesa di un
avvenimento, che era scritto da sempre nelle profondità del cielo e
nei percorsi delle acque di una terra non ancora spianata e coltivata
com’è oggi. Ancora in parte selvaggia. I Romani, chiusi nei loro
accampamenti che avevano continuato a forti care per renderli
inespugnabili, aspettavano che i Cimbri venissero ad assalirli; e
avevano anche trovato il modo di vincere il caldo.
Si erano fatti il loro frigidarius: la loro piscina.
L’accampamento di Mario ai Campi Raudii aveva inglobato nelle
sue difese esterne quello specchio d’acqua sorgiva dove il console e i
suoi accompagnatori avevano visto il mostro della palude: l’esox,
che a errava al volo le rondini per mangiarle. Quel fatto si era
veri cato nei primi giorni di maggio. Dopo meno di un mese, a
giugno, il mostro della palude aveva cessato di esistere perché era
stato pescato e mangiato: e chissà poi se il console in persona aveva
potuto partecipare a quel banchetto, come aveva detto di voler fare!
Chissà se aveva apprezzato la carne dell’esox. Nel mese di luglio, lo
specchio d’acqua era diventato una piscina con intorno una spiaggia
dove i soldati venivano a nuotare e a rinfrescarsi, quando non erano
impegnati nei turni di guardia o nelle opere di forti cazione.
Venivano a fare dei giochi e delle gare nell’acqua. Trascorrevano
il loro tempo libero in quel modo.
La tattica di Mario, già sperimentata contro i Teutoni e gli
Ambroni, continuava a basarsi sull’attesa. Se i Cimbri, spinti
dall’impazienza o da un eccesso di ducia nelle loro forze, avessero
attaccato i Romani nei loro accampamenti forti cati, sarebbero
andati incontro a perdite tali da non poter più reggere lo scontro in
campo aperto nella seconda fase della battaglia. Quella tattica,
apparentemente semplice, aveva però un suo lato debole che si
riassumeva in una sola parola: l’approvvigionamento. Ogni giorno
che si stava fermi ad attendere, bisognava dare da mangiare a
sessanta o forse settantamila uomini tra soldati e ausiliarii: e non era
una cosa semplice.
Il problema dei Romani, in quella estate in cui avevano dovuto
concentrare nella valle del Po tutte le forze di cui disponevano per
far fronte al pericolo rappresentato dai Cimbri, era il cibo. Il cibo in
generale e il cibo speci co dei legionari: quella placenta o focaccia
di farina di grano che nell’antica Roma si vendeva anche per strada,
nelle due versioni dolce (col miele) e salata (col caseus cioè col
formaggio) e che i soldati, anziché con la farina, facevano
direttamente col grano. Senza miele e senza formaggio. Anche
durante le marce: pestavano i chicchi di grano con un sasso, li
impastavano con un poco d’acqua e poi li cuocevano tra due
mattoni sopra un po’ di brace. La placenta che ognuno doveva
prepararsi da sé in tempo di guerra era il cibo abituale e
regolamentare del soldato romano; ma perché settantamila uomini
potessero averlo, tutti i giorni due volte al giorno, occorrevano
rifornimenti abbondanti e continui. Rifornimenti di grano: che non
c’erano.
Il pericolo per i Romani, in quell’estate e in quella pianura che
non era mai stata così a ollata, era la fame. Perciò,
dall’accampamento di Mario in riva al Sesia e anche da quello di
Lutazio Catulo a sud di Vercelli uscivano ogni giorno squadre di
cavalieri che andavano a cercare grano e segale e orzo, fave e ceci e
lupini e ogni altra cosa che si potesse mangiare, sempre più lontano
nei villaggi dei Galli; ma il loro bottino era sempre più scarso,
perché i Galli avevano portato via tutto e mangiato tutto, e perché
anche loro, ormai, avevano esaurito tutte le loro scorte e non
sapevano più a quale spirito, o folletto, o divinità della natura
dovessero chiedere aiuto. Anche le foreste di quella parte della
pianura che con na a nord con le Alpi venivano visitate
regolarmente dagli approvvigionatori dell’esercito, i cosiddetti
frumentarii: costretti a trasformarsi in cacciatori di cinghiali e di
cervi e in pescatori di un animaletto, il gambero d’acqua dolce,
allora comunissimo in tutti i ruscelli e in tutti gli stagni di quella
regione, e che deve essere annoverato tra i protagonisti della nostra
storia. È stato lui, il gambero d’acqua dolce che Plinio chiama
àstacus confondendolo con quello di mare e che i Romani
chiamavano cancer: cancro come la malattia, a tenere in vita una
parte degli uomini di Roma schierati contro i Cimbri nella pianura
del Po. Il gambero d’acqua dolce, senza saperlo, ha combattuto
quella guerra insieme ai Romani; e ha contribuito a farli vincere. Lo
stesso console Caio Mario, che per una sorta di superstizione legata
al nome dell’animale all’inizio non voleva mangiarlo, aveva dovuto
cibarsene; e chissà! Forse gli era anche piaciuto.
(Uno dei suoi fedelissimi, il centurione Quintilio Rufo
soprannominato Sentenza, quando si parlava dei cancri cioè dei
gamberi ripeteva una frase che attribuiva al grande Scipione:
«I primi a morire in guerra furono i di ciles»: gli schizzinosi.
Volendo dire che quando si è al fronte bisogna adattarsi a mangiare
tutto, o quasi tutto quello che si trova.)
I frumentarii romani, una mattina erano arrivati anche nel
villaggio di Proh e avevano sfondato la porta di casa del mugnaio,
senza trovare nulla. Avevano poi sentito un nitrito mentre
passavano davanti all’o cina del fabbro, e si erano precipitati nella
stalla per vedere quali altri animali ci fossero; ma non avevano
preso il cavallino bianco e anzi si erano complimentati con il fabbro
per la sua bellezza. Il sottu ciale che li comandava, un centurione
che si era accorto dello spavento di Tasgezio quando i suoi uomini
lo avevano circondato impugnando le spade, aveva voluto
rassicurarlo:
«I soldati di Roma» gli aveva detto «non mangiano i cavalli e non
li tolgono ai loro proprietari, se non in casi di assoluta necessità».
Queste cose erano accadute nella pianura all’inizio di luglio e poi
c’era stato un fatto clamoroso: un attentato alla vita del console, la
notte che aveva preceduto le idi. Prima di raccontarlo, però,
dobbiamo nire di parlare di quella focaccia rustica: la placenta, che
era il cibo abituale del legionario e che deve essere considerata uno
dei pilastri della nostra civiltà e del nostro modo di nutrirci. Tutte le
focacce e le torte dolci e salate che sono poi state inventate in Italia
e nel mondo sono glie della placenta, cominciando dalla piadina
romagnola e dalla focaccia genovese per arrivare alle tante
specialità locali di ciambelle, di farinate e di schiacciate che si fanno
anche nei paesi di là dalle Alpi e di là dall’oceano. Anche la pizza
napoletana, conosciuta e apprezzata in tutt’e cinque i continenti che
compongono il nostro pianeta, discende dalla placenta e dagli ultimi
secoli della romanità. Quando i legionari mandati a presidiare le
lontane province dell’Impero rendevano più appetitose le loro
focacce aggiungendoci quello che trovavano: verdure, salse, uova,
formaggi, pesce… Dalla placenta alla pizza il passo è breve, ed è
rappresentato da una parola di sette lettere: la parola lievito. La
pizza è una placenta montata in superbia, una placenta fatta col
lievito e condita. E, visto che si sta parlando di parole: non è un caso
se il tessuto nutritivo che avvolge gli esseri umani prima che
vengano al mondo, in tutte le principali lingue europee ancora oggi
si chiama placenta. L’Europa è glia della focaccia di grano dei
Romani. Anche se i suoi abitanti, per millenni, hanno impiegato la
maggior parte delle loro energie a combattersi e a scannarsi,
avevano tutti qualcosa in comune già prima di nascere.
C’era questa parola che li univa n dentro il ventre materno.
C’era la placenta.
Detto questo, possiamo ritornare alla nostra storia e alle idi di
luglio di quell’anno, mentre i Cimbri e i Romani si fronteggiavano
nel caldo umido della pianura a nord del ume Po e, almeno in
apparenza, la guerra era ferma. In realtà i due eserciti si stavano
studiando. I Cimbri non avevano ancora attaccato i Romani perché
ormai avevano capito la loro tattica e sapevano tutto delle loro
opere di difesa. Si erano limitati a controllare da lontano i due
accampamenti, quello del Po e quello del Sesia, tendendo imboscate
alle pattuglie che uscivano a cercare viveri o a portare messaggi. Chi
moriva in quelle imboscate, di solito veniva spogliato e appeso come
un trofeo ai rami degli alberi, o buttato di notte davanti alle torrette
delle sentinelle; ma non sempre erano i Romani ad avere la peggio.
Grazie a una migliore organizzazione, e alla presenza di alcuni
informatori nei villaggi dei Galli, a volte erano loro che riuscivano a
sorprendere i Cimbri: e le parti, allora, si invertivano.
A essere appesi lungo le strade della pianura, polverose e assolate,
erano i corpi dei loro nemici. I corpi dei Cimbri.
Ed eccoci arrivati all’ora quinta della notte che precedette le idi di
luglio, nell’accampamento di Mario ai Campi Raudii dopo che era
cessato il gracidio delle rane.
C’era soltanto uno spicchio di luna, alto nel cielo, e il buio tra le
tende sarebbe stato assoluto senza i lùmina: le lanterne antivento,
disposte in modo da assicurare una visibilità minima ma su ciente
per spostarsi da un settore all’altro. Si erano sentite delle grida che
venivano dal praesidium, cioè da quella parte del quartier generale
dov’erano alloggiati gli u ciali superiori e lo stesso console. C’era
stato un inseguimento attraverso il quaestorium e tra gli alloggi
degli equites. Centinaia di uomini (i cavalli, per loro fortuna,
dormivano da un’altra parte) avevano dovuto interrompere i loro
sogni e si erano svegliati chiedendosi: «Che succede?». Si erano
accese delle altre lanterne, erano state portate delle torce: e si era
visto che, per quanto la cosa potesse sembrare impossibile, un
nemico era riuscito a introdursi nel campo attraverso le difese
esterne e la recinzione interna, senza essere fermato dalle sentinelle
o intercettato dalle ronde. Si era capito che quell’uomo era venuto
per uccidere il console, e che era giunto n sulla porta della baracca
dove lui: Mario, stava dormendo.
Che era quasi arrivato a compiere la sua impresa.
I soldati erano stupiti e increduli. Si chiedevano: «Come è potuto
succedere che un uomo, da solo, abbia superato tutte le nostre difese
e che poi sia riuscito a orientarsi in un accampamento grande come
il nostro, al buio e senza che nessuno lo fermasse, per arrivare al
praesidium e alla baracca del console?».
«Cosa facevano le nostre sentinelle: dormivano?».
Lo straniero era vestito da legionario romano, con una tunica
rossa un po’ corta per lui e un cinturone che dovevano essere stati
tolti a un soldato ucciso. Mentre lottava per sfuggire agli inseguitori
gli si era lacerata la tunica e si era visto che sulla sua schiena c’era
un tatuaggio piuttosto appariscente: una ruota, o un ragno, con otto
raggi o otto zampe piegate ad angolo retto intorno a un occhio
centrale. Quel simbolo era ben noto ai Romani ed era un segno
distintivo dei guerrieri teutoni: non di tutti ma dei più valorosi. Di
un corpo scelto del loro esercito. Gli uomini con impresso quel
simbolo erano morti a centinaia, ad Aquae Sextiae, buttandosi
contro le difese dell’accampamento romano in azioni suicide. Perciò,
nei giorni che erano seguiti all’attentato alla vita del console, era
circolata la voce che il prigioniero fosse l’ultimo dei Teutoni, venuto
a vendicare il suo popolo. Quella voce non aveva nessun
fondamento, perché dalla bocca dell’uomo, dopo la cattura, non era
uscita nemmeno una sillaba. Ma era l’unica spiegazione possibile
per un’impresa come quella che lui aveva tentato: e che, comunque
fosse andata a nire, era destinata a concludersi con la sua morte. E
poi, era un modo per rendere omaggio al valore di un popolo, che
aveva cessato di esistere come popolo. L’uomo che si era introdotto
nell’accampamento per uccidere il console era: doveva essere,
l’ultimo dei Teutoni.
L’inchiesta che si era fatta nei giorni successivi aveva chiarito
almeno in parte come si erano svolti gli avvenimenti, ma non aveva
aggiunto nulla alla conoscenza del prigioniero. Non gli aveva dato
nemmeno un nome. L’ultimo dei Teutoni aveva ucciso, uno dopo
l’altro, tre soldati romani delle linee di difesa esterne senza che i
loro compagni se ne accorgessero, e si era rivestito con una delle
loro tuniche e con uno dei loro cinturoni. Aveva preso le loro armi.
Poi si era presentato alla porta praetoria ed era entrato,
semplicemente scambiando qualche parola con i soldati di guardia.
Qualche parola in latino: su questo non c’erano dubbi. Le sentinelle
di quel turno, interrogate, non avevano saputo dire se l’uomo che gli
aveva parlato conosceva la loro lingua poco o tanto. Il dialogo era
stato così breve! Un po’, comunque, la conosceva: «Almeno quanto i
nostri ausiliarii galli». Dalla porta praetoria, l’ultimo dei Teutoni era
andato diritto verso il praesidium, e la sua sicurezza si poteva
spiegare in un solo modo: era già stato in un accampamento
romano. Non in quello di Mario ma in un altro. Gli accampamenti
dell’esercito, grandi o piccoli che fossero, venivano costruiti secondo
regole uguali per tutti; e quell’uomo sapeva dove si trovavano i
comandi. Forse aveva prestato servizio tra i calones, che erano gli
uomini di fatica reclutati sul posto, in un accampamento in riva al
Reno o in qualche parte della Gallia.
Forse aveva dei complici tra gli ausiliarii, nell’accampamento di
Mario… Chissà!
Venendo dall’ingresso principale, l’attentatore era arrivato alla
baracca del console e stava per entrarci. Caio Mario, nel sonno,
aveva sentito gridare: si era alzato per andare a vedere cosa stesse
succedendo e si era trovato di fronte il suo assassino, ormai
disarmato e tenuto fermo da due legionari. Qualcuno gli aveva detto
che quell’uomo era un nemico e che era venuto per ucciderlo, e lui
allora gli aveva chiesto:
«Avresti saputo riconoscermi? Mi avevi già visto da qualche
parte?».
«Cosa pensavi di ottenere, uccidendomi?». Ma, naturalmente, non
aveva avuto risposta.
La mattina delle idi di luglio, l’ultimo dei Teutoni era stato
interrogato con l’aiuto di un interprete da un centurione che veniva
considerato lo specialista di quel genere di trattamenti e che tutti
conoscevano, anziché con il suo vero nome, con il soprannome
Mortarium, “mortaio”. Gli era stato chiesto, più e più volte: «Chi
sei? Chi ti ha mandato? Chi sono i tuoi complici?». Mortarium aveva
fatto il suo lavoro, con perizia e con scrupolo; aveva rotto al
prigioniero un numero imprecisato di denti e di costole, gli aveva
ridotto il viso a una maschera sanguinolenta ma non era riuscito a
strappargli nemmeno una parola, nemmeno un lamento, e alla ne
aveva dovuto smettere per non ammazzarlo. Aveva ripreso nel
pomeriggio, senza risultati, e poi aveva chiuso il prigioniero in un
magazzino dove c’erano i sacchi, ormai vuoti, che avevano
contenuto il frumento per la placenta. L’aveva lasciato lì a
trascorrere la notte, con le braccia legate dietro la schiena. Alla
mattina, chi era andato a cercarlo l’aveva trovato impiccato, appeso
alla trave centrale del tetto con quella stessa corda che era servita a
legargli le braccia e che non poteva essersi sciolta da sola. Si era
detto:
“Dunque, c’erano dei complici! E quei complici sono venuti a
ucciderlo, perché temevano che Mortarium riuscisse a fargli dire i
loro nomi”.
La notizia, in un batter d’occhi, era arrivata in ogni angolo del
grande accampamento. Si era parlato dell’ultimo dei Teutoni, quel
giorno e poi ancora nei giorni successivi, come dell’uomo dei
misteri. Ci si era chiesti chi era realmente, e come avesse fatto a
morire in quel modo. Erano circolate tre ipotesi. Secondo la prima,
che potremmo chiamare “del complotto”, l’attentatore alla vita di
Mario aveva avuto uno o più complici, tra i calones o tra gli
ausiliarii presenti nel campo. Gli stessi uomini che la notte
dell’attentato lo avevano guidato tra le tende no alla baracca del
console, dovevano poi essere tornati per ucciderlo oppure per farlo
scappare; ma lui in questo secondo caso aveva preferito impiccarsi,
per punirsi di non avere portato a termine le sua impresa.
«I barbari» dicevano quelli che sanno tutto e che hanno sempre
una spiegazione per tutto, e che già esistevano centouno anni prima
della nascita di Cristo «hanno un senso del dovere esagerato, che li
spinge spesso a comportarsi in quel modo.»
Un’altra ipotesi, non si sa quanto plausibile, attribuiva la morte
dell’ultimo dei Teutoni ai soldati romani amici delle sentinelle che
lui aveva ucciso, che avrebbero vendicato in quel modo i loro
compagni. Ma c’era anche chi pensava di poter spiegare la sua
impresa, e la sua stessa esistenza, come fenomeni soprannaturali.
L’ultima delle tre ipotesi, infatti, era una trama da lm dell’orrore.
Chi l’aveva inventata e messa in circolazione diceva di aver sentito
parlare di certi medici-sacerdoti, dei Germani e forse anche dei
Galli, capaci di resuscitare i morti per fargli compiere imprese al di
là delle possibilità umane; e la sua storia aveva avuto successo.
Nell’accampamento di Mario ai Campi Raudii, l’idea che
l’attentatore alla vita del console fosse stato un redivivus: uno
zombie, era stata considerata credibile e l’avevano creduta in tanti.
Nessun guerriero nemico, dicevano i sostenitori della terza ipotesi,
era mai entrato di notte in un accampamento romano e l’aveva
attraversato da cima a fondo senza incontrare ostacoli, no alla
baracca del dux! Nessun uomo normale aveva mai resistito alle
torture di Mortarium senza cedere almeno un po’! Il caldo umido
della pianura, in quella seconda metà del mese di luglio, in riva al
Sesia creava dei ri essi nell’aria e delle allucinazioni, anche di
giorno e anche negli uomini che, nelle altre stagioni, erano poco
inclini ai voli della fantasia. Di notte, poi, il buio si popolava di
presenze, di voci, di fantasmi; e il grande caldo aveva continuato a
crescere, no alla ne di quel mese e poi ancora nel mese successivo
di agosto. Era diventato, come si diceva allora, “ferox et ferus”.
Un caldo bestiale.
Capitolo dodicesimo
Le due sorelle

«Ma sì, fammi una grossa treccia e girala intorno alla nuca. Come
quando ero piccola.»
«Così i capelli non mi verranno sul viso. E voi la smetterete di
sgridarmi perché ho il vizio di morderli quando sono
soprappensiero. Se li avrò dietro la testa, non potrò più farlo.»
La minore delle due glie del capo della tribù degli Orsi, cioè di
Agilo, era seduta su uno sgabello davanti alla tenda di suo padre e si
guardava in uno specchio di rame lucidissimo mentre le mani di sua
sorella Rhamis, seduta dietro di lei, si muovevano tra i suoi capelli
dividendoli e lisciandoli con un pettine. Accanto a loro sulla loro
sinistra c’era la culla del piccolo Aligild: il glio di Rhamis, che in
quel momento dormiva beato. Dopo quelle parole, le due sorelle
erano rimaste in silenzio, continuando ognuna a fare ciò che si è
detto e a seguire il corso dei propri pensieri. Poi quella che si
mordeva i capelli, cioè Sigrun, aveva fatto all’altra un paio di
domande che a Rhamis non erano piaciute, perché le erano
sembrate troppo ingenue o, al contrario, un po’ troppo maliziose. Le
aveva chiesto:
«È vero che i nostri sacerdoti scappano?». E dopo un attimo di
silenzio:
«Anche nostro padre, in questi giorni, mi sembra più preoccupato
del solito. Cosa sta succedendo?».
Sul viso di Rhamis era comparsa una smor a. «Il problema» aveva
detto, raddrizzandosi e guardando davanti a sé come se avesse
dovuto dare una risposta a quelle domande, non per conto proprio
ma per conto del popolo dei Cimbri, «è che ci siamo dimenticati
della guerra con i Romani. Siamo fermi in questa pianura calda e
umida, dove si fa fatica per no a respirare e dove, secondo certi
nostri capi tribù dovremmo rimanere per sempre… Il tempo passa, il
caldo continua a crescere e i vigliacchi scappano. Cos’altro vuoi
sapere da me?»
«Cosa vuoi che ti dica?»
«Io, però» aveva obiettato Sigrun, «ho sentito parlare di presagi
sfavorevoli. Di un’antica profezia che non è stata rispettata. Di una
maledizione che potrebbe abbattersi su di noi, se non ascolteremo le
voci degli oracoli…»
Rhamis l’aveva interrotta: «Da quando in qua» le aveva chiesto a
sua volta, «ti sei messa a prestare attenzione a tutte le sciocchezze
che si dicono in giro?». Poi il tono della sua voce si era addolcito e
le sue mani avevano ripreso a dividere e a intrecciare i capelli della
sorella, biondi e luminosi come la luce del sole. Le aveva risposto:
«Sono tutte storie. Chiacchiere senza fondamento. Quel sacerdote
di Odino a cui ti riferisci, e anche quell’altro che se ne è andato con
la luna di giugno: quello della Madre Terra, non riuscivano più a
comunicare con le loro divinità e parlavano a caso. Erano
spaventati: le loro profezie, in pratica, erano le loro paure…».
«Paure di cosa?» l’aveva interrotta a sua volta Sigrun. «Del nostro
futuro? Dei Romani?» Si era voltata, e Rhamis per un momento
aveva dovuto smettere di pettinarla. «Nostro padre Agilo» le aveva
detto scuotendo la testa «non ha paura di niente e di nessuno, e
certamente non ha paura dei Romani. Eppure è sempre più
preoccupato: per cosa?»
«Se un uomo come lui pensa che siamo in pericolo, dobbiamo
pensarlo tutti!»
«No, non è così.» Rhamis aveva abbassato la voce: «Forse non lo
sai, ma c’è stata una lite tra nostro padre e mio marito, durante
l’incontro con i Romani». Le aveva spiegato:
«Boiorige era contrario a quell’incontro. Si era lasciato persuadere
ad andarci perché voleva vedere il capo dei nostri nemici, quello
che tutti chiamano Mario e che si vanta di avere vinto i Teutoni e gli
Ambroni. Quando l’ha avuto davanti ha pensato di ucciderlo. Siamo
in guerra: e ci sarebbe riuscito se nostro padre non si fosse messo in
mezzo per impedirglielo, umiliandolo davanti ai suoi stessi guerrieri
e davanti a tutti».
«Mio marito ha dovuto cedere» aveva continuato Rhamis, «perché
non si aspettava che a contrastarlo fosse uno dei nostri e perché
Agilo, nonostante l’età, è ancora un uomo molto forte: il più forte
dei Cimbri. Ma gli ha detto che lo considerava un traditore, e gli ha
promesso che lo ucciderà appena ne avrà l’occasione. Me lo ha
raccontato lui stesso.»
«Perciò nostro padre è preoccupato. Chi non lo sarebbe, al suo
posto?»
«No. Non credo che in cima ai pensieri di nostro padre ci sia tuo
marito.»
Sigrun aveva scosso la testa, così forte che aveva fatto cadere il
pettine dalle mani della sorella. Era tornata a voltarsi:
«Sapevo di quella lite. Nostro padre» le aveva spiegato «è
intervenuto per salvare l’onore dei Cimbri. Avresti dovuto capirlo, e
avrebbe dovuto capirlo anche Boiorige».
«Agilo ci ha sempre creduto, nell’onore. E anche i nostri fratelli ci
credevano: nessuno di loro avrebbe mai mancato alla parola data».
Rhamis aveva ripreso a intrecciare i capelli della sorella, dopo
avere raccolto da terra il suo pettine. «Il fatto è» aveva detto dopo
un breve silenzio di entrambe «che ci troviamo in una situazione di
grandi incertezze: almeno su questo credo che possiamo essere
d’accordo. I nostri uomini sono nervosi. Boiorige dice che stiamo
commettendo un errore dopo l’altro, e che la prudenza dei vecchi
serve solo a dare al nemico dei vantaggi, che poi i giovani
pagheranno con le loro vite…»
Era stata interrotta da uno strillo e aveva dovuto smettere di
occuparsi dei capelli di Sigrun perché Aligild, nella culla, reclamava
la sua attenzione e il suo latte. Quando poi il bambino aveva nito
di poppare gli aveva dato un succhiotto dell’epoca: uno spago con
un nodo da una parte e un pezzo di legno levigato dall’altra,
abbastanza grande (il legno) perché lui non potesse inghiottirlo.
Glielo aveva messo in bocca dalla parte del nodo e aveva ripreso a
intrecciare i capelli di Sigrun. Aveva ripreso il discorso interrotto,
per nirlo:
«I Romani» aveva spiegato alla sorella «non possono vincerci e
non ci vinceranno, chiunque sia il loro capo. Che bisogno c’era di
andare a incontrarli? E che bisogno c’era di lasciare che si
sistemassero nei loro accampamenti, e che ci costruissero attorno
chissà quali forti cazioni? Non è così che si fanno le guerre. Se li
avessimo attaccati quando sono arrivati, a maggio, li avremmo
distrutti. Mio marito ne è convinto, e lo sono anch’io…»
Quando parlava della guerra, e dei Romani, Rhamis si
infervorava. Le brillavano gli occhi e le si colorivano le guance.
«Questa orribile pianura» aveva aggiunto, «così calda e umida e
piena di insetti che ci succhiano il sangue, non può essere il paese
che ci era stato promesso dalle profezie. Non può essere la nostra
Midgard. Boiorige dice che la nostra Midgard è il mondo, e io credo
che abbia ragione. Dice che quando avremo liberato il mondo dai
Romani, nessuno più oserà contrastarci…»
Si era accorta che la sorella non l’ascoltava e aveva smesso di
parlare. Sigrun era fatta così: era curiosa e faceva un mucchio di
domande, ma i suoi interessi e anche i suoi entusiasmi duravano
poco. Era capace di slanci improvvisi e di distrazioni altrettanto
improvvise: di “assenze” che la portavano chissà dove, lontano da
tutto e da tutti. Anche in una conversazione, si interessava ai
discorsi degli altri nché corrispondevano alle sue curiosità e ai suoi
pensieri del momento: perciò, forse, aveva pensato Rhamis, non
aveva amiche né amici della sua stessa età, e preferiva stare sola o
con persone più anziane di lei. Quando aveva nito di legarle la
treccia si era alzata e le era venuta di fronte per vedere il risultato
del suo lavoro. Aveva detto:
«Hai dei bei capelli. Sei una bella ragazza. Cosa aspetti a sceglierti
un marito?».
«Io, quando avevo diciotto anni: la tua età, sognavo soltanto di
sposarmi e di avere dei gli. Ero sempre inquieta e non ne capivo la
ragione. Adesso sto meglio».
Sigrun si era limitata a guardarla senza rispondere e lei, allora,
aveva insistito:
«Forse non te ne sei nemmeno accorta, ma tra i ragazzi che in
questi anni sono diventati uomini ce ne sono un paio che ti
vorrebbero come moglie. Sono venuti a chiedermi se sei già stata
promessa a qualcuno. E c’è anche un uomo di un’altra tribù che mi
ha pregato di intercedere in suo favore. Dice che se acconsentirai a
sposarlo ti darà un carro a due assi con la copertura in cuoio, più un
cavallo con tutti i nimenti, più un vestito appartenuto a sua madre,
tessuto con i colori della sua gente… Vuoi sapere chi è?».
Sigrun aveva fatto segno con la testa: no, ma Rhamis aveva
continuato:
«È il capo dei guerrieri della tribù delle Volpi. Si chiama Brinno,
ha trenta o trentacinque anni e se tu lo vedessi forse lo
riconosceresti, perché ha un piccolo difetto sico. È un po’ zoppo.
Non è il più bello dei Cimbri, ma è una persona importante e un
amico di mio marito Boiorige. Fossi in te, prenderei molto sul serio
questa o erta, di un uomo che tutti rispettano e che sarebbe un
marito ideale per qualsiasi donna. Quando tornerà a cercarmi, cosa
devo rispondergli?».
Mentre la sorella le parlava, gli occhi di Sigrun si erano incupiti.
Aveva scosso la testa: «Io non intendo sposarmi, almeno per il
momento. Sto bene così».
«E poi» aveva aggiunto, «non sposerò mai un guerriero. Non mi
piacciono i loro modi e non mi piace nessuno di loro. Mi ucciderei,
se nostro padre volesse costringermi a sposarne uno.»
“Ci vuole pazienza” aveva pensato Rhamis. “Sigrun per certe cose
è una donna e per certe altre è ancora una bambina. Fa dei
ragionamenti da bambina.” Le aveva risposto, in tono di
rimprovero: «Che sciocchezza!».
«Una donna» le aveva spiegato «ha bisogno di un uomo e chi
potresti sposare della nostra gente, se non un guerriero? Vorresti
forse un vecchio, o uno straniero, o uno schiavo?»
«I Cimbri, no a una certa età, sono tutti guerrieri!»
C’era stato un lungo silenzio. Rhamis aveva raccolto lo specchio,
le forbici e il pettine che le erano serviti a sistemare i capelli della
sorella ed era entrata nella tenda di suo padre Agilo “l’Orso” per
andare a riporli. Sigrun, invece, era rimasta seduta e si era portata le
dita alla bocca per rosicchiarsi le unghie, come le capitava di fare
quando era inquieta o quando aveva dei dubbi. Aveva chiesto o, per
essere più precisi, si era chiesta:
“Una donna non può vivere senza un marito?”. Si era voltata
verso la sorella, che nel frattempo era tornata a sedersi e con una
mano faceva dondolare la culla del piccolo Aligild. Le aveva detto:
«Ci sono uomini che non si sposano, e nessuno li considera
inferiori agli altri per quella ragione. E ce ne sono altri che
rimangono vedovi, come nostro padre Agilo, e non sentono la
necessità di tornare a prendere moglie. Perché a una donna non
dovrebbe essere concesso di vivere senza un marito, come molti
nostri sacerdoti che vivono senza mogli, e perché nel nostro popolo
non ci sono sacerdoti donne?».
Mentre parlava continuava ad avvicinare le dita alla bocca, e a
tormentarle con i denti. Aveva detto:
«Anche noi donne possiamo comunicare con gli Dei. Lo so per
certo, e so che Nanna li interrogava spesso. So che le
rispondevano…».
«Nanna, Nanna.» Rhamis aveva fatto un gesto di stizza. «Quando
la smetterai di ricordare quella donna, e di nominarla? Lo sanno
tutti che era una strega, e Agilo non avrebbe dovuto permetterle di
starti vicino e di consigliarti negli anni della crescita. È colpa di
quella strega se adesso sei diversa dalle altre ragazze. Se sei strana.»
«Quando la smetterai di rosicchiarti le unghie e ti sceglierai un
danzato, come fanno tutte?»
«Nanna non era una strega. In quanto a me» aveva ribattuto
Sigrun, «sarò strana come dici tu, ma l’idea di vivere con un
guerriero mi fa orrore. Perché dovrei sopportare un uomo
prepotente e stupido come tuo marito Boiorige: me lo spieghi?»
Rhamis l’aveva guardata e aveva scosso la testa. «Perché le donne
devono fare i gli» le aveva risposto. «Ci vuole tanto a capirlo?
Siamo noi che mandiamo avanti il nostro popolo e tutti i popoli del
mondo. Noi siamo il futuro, e i nostri uomini sono prepotenti e
stupidi come dici tu perché devono difenderci. Se non ci fossero
Boiorige e Brinno e gli altri guerrieri, tu e io verremmo vendute
come schiave nei mercati degli altri popoli, e quale sarebbe il nostro
destino? Che gli metteremmo al mondo, e di chi? Sono queste le
cose che dovresti chiederti, e non perché gli uomini dei Cimbri sono
come sono, e sono tutti guerrieri.»
«Boiorige e Brinno sono come li abbiamo voluti noi donne, e
anche noi siamo come ci vogliono i nostri uomini. Questo mondo
dove siamo nate è fatto così.»
Parlando era tornata a infervorarsi: le si erano arrossate le
guance, le brillavano gli occhi e Sigrun era rimasta ad ascoltarla
senza dire nulla. Del resto, cosa avrebbe potuto risponderle? Lei non
aveva un glio addormentato nella culla e un altro che
incominciava a muoversi dentro al suo corpo. Era una ragazza, lo
dicevano tutti, un po’ strana, e sua sorella aveva continuato a
parlarle per farla diventare normale. Le aveva spiegato:
«Noi donne abbiamo il privilegio più grande: quello di trasmettere
la vita, e non possiamo volerne altri. Rivivere nel Valhalla o
ascoltare le voci degli Dei sono privilegi degli uomini…».
«Non è vero.» Sigrun le aveva preso una mano tra le sue e l’aveva
guardata negli occhi. Aveva ripetuto, con forza: «Non è vero».
«Io mi sono avvicinata agli Dei e ho avuto un segno della loro
attenzione: non mi credi? Non ne ho parlato con nessuno, nora, ma
tu sei mia sorella e con te posso con darmi.» Le aveva raccontato:
«Ricordi la festa del Risveglio di quest’anno? Ci siamo andate
insieme, con nostro padre e con il piccolo Aligild. Si sono fatte le
solite cose: il banchetto, l’oracolo, la morte e la rinascita dei ragazzi,
e poi tutti si sono spostati per assistere al rito della puri cazione.
Anche tu e Agilo siete andati insieme agli altri. Io invece ho avuto
un’idea improvvisa: uno di quei pensieri che nascono nelle teste
degli uomini per volontà del dio Bragi, e in quelle delle donne
perché ce le manda la sua sposa immortale, la dea Idhun. Sono
andata verso il bosco sacro e ci sono entrata, senza che nessuno mi
vedesse. Sì, lo so» si era subito a rettata ad aggiungere, vedendo
che Rhamis spalancava gli occhi, «lo so che non dovevo farlo e che
potrei avere dei dispiaceri se qualcuno lo venisse a sapere. Perciò
non ne ho parlato con nessuno. Soltanto con te».
«C’era ancora luce» aveva continuato la ragazza, «e ho visto gli
animali sacri: quelli che servono agli Dei per comunicare con gli
uomini. E anche loro, gli animali sacri, mi hanno visto. Anche gli
Dei mi hanno visto. C’erano un corvo che diceva delle cose
incomprensibili e un altro uccello pieno di occhi, bellissimo. C’erano
quegli animali di cui ci parlava spesso nostro padre, che
assomigliano ai cervi: le renne, e un cavallino bianco che galoppava
nel bosco tra le ombre…»
«Dov’è il segno che dici di avere ricevuto?» le aveva chiesto sua
sorella, annoiata.
«Mi è arrivato dopo qualche notte, in sogno. Sono ritornata nel
bosco e ho rivisto il cavallino bianco. Io stavo scappando, non so
bene da cosa. Ero stanca e avevo il vestito strappato: ero disperata,
ma poi nel mio sogno è comparso lui, l’animale sacro. Veniva avanti
insieme a un uomo che lo teneva per le briglie e che dal viso e dal
vestito sembrava irradiare luce: forse, un Dio. Sopra di me c’era una
nuvola e dalla nuvola è uscita una voce che mi diceva di non avere
paura. Mi diceva che Idhun, la dea dell’eterna giovinezza, mi
avrebbe salvata…»
«Dov’è il segno?» aveva ripetuto Rhamis in tono stizzito. Si era
alzata in piedi e aveva guardato la sorella scuotendo la testa. Aveva
detto:
«Non tutti i sogni vengono dagli Dei. Questo che mi hai
raccontato, secondo me signi ca soltanto che hai la testa piena di
stupidaggini. Signi ca che dormi male perché ti manca qualcosa, e
che quel qualcosa è un marito con cui dividere il letto e le notti».
Improvvisamente, il piccolo Aligild aveva ricominciato a strillare
e Rhamis aveva dovuto riprenderlo in braccio, l’aveva mosso in su e
in giù per calmarlo.
Era riuscita a farlo ridere.
Adesso il bambino rideva: era contento, e anche sua madre si era
dimenticata dei discorsi con la sorella, e delle cose su cui non
andavano d’accordo. Sorrideva. «Dopo il marito verranno i gli»
aveva detto a Sigrun: come se lei ormai avesse accettato l’idea di
sposarsi e anzi si fosse già sposata con un guerriero della sua stessa
tribù o di un’altra tribù del loro popolo, «e smetterai di fantasticare.
Vedrai: succede così a tutte.»
Aveva rimesso Aligild nella culla. Si era passata la mano sinistra
sulla pancia, dove incominciava a muoversi una nuova vita. «Se non
ho sbagliato a contare le lune» aveva annunciato alla sorella, «tuo
nipote nascerà prima che arrivi l’inverno. Spero che sia un maschio,
come Aligild e come suo padre Boiorige.»
«Dare guerrieri al popolo dei Cimbri: è questo il nostro compito.»
Capitolo tredicesimo
Il consiglio di guerra

Il mese sestile, che noi oggi chiamiamo agosto in onore di un


uomo: l’imperatore romano Ottaviano Augusto, nato e vissuto molti
anni dopo l’invasione dei Cimbri, aveva portato delle novità in
quella pianura ancora in gran parte selvaggia: i Campi Raudii, che è
l’ambiente naturale in cui si svolsero i fatti della nostra storia.
Anche se lo stato d’animo più di uso, negli accampamenti dei
Romani come in quelli dei loro nemici, era la noia. I Romani, se non
erano addetti alla res frumentaria cioè all’approvvigionamento, si
annoiavano tra un turno di guardia e l’altro, tra un bagno nella
palude dell’esox e l’altro; in quanto ai Cimbri, sia uomini che donne,
quasi tutti avevano cambiato i tempi e i modi della loro vita perché
ormai dormivano di giorno e stavano svegli la notte, quando il clima
era più sopportabile. Nonostante il caldo e il torpore portato dal
caldo, però, qualcosa tra i due eserciti aveva incominciato a
muoversi. Era ricominciata la guerra. Una mattina, davanti alla
porta praetoria cioè all’ingresso principale dell’accampamento di
Lutazio Catulo a sud di Vercelli, erano comparsi i corpi nudi e
in lzati su dei pali di trentadue soldati romani. Un’intera turma,
cioè uno squadrone di cavalleria uscito nei giorni precedenti a
cercare viveri, aveva nito di esistere in quel modo orribile.
Vogliamo farci un’idea, sia pure approssimativa, di ciò che videro
i legionari di Catulo quella mattina di un giorno d’agosto?
Immaginiamo trentadue pali disposti su due le come un viale
alberato, su un terreno sassoso e privo di vegetazione; mettiamo su
ogni palo il cadavere insanguinato di un nostro conoscente, e
incominceremo a capire anche il messaggio che si voleva mandare
ai Romani con quello spettacolo:
“Il massacro è iniziato. Morirete tutti”.
Anche intorno all’accampamento di Mario in riva al Sesia si erano
moltiplicati gli assalti notturni con i proiettili incendiarii, e i nemici
avevano intensi cato la loro presenza. C’erano scontri quasi ogni
giorno, con morti e feriti da entrambe le parti. Dopo tre mesi di
apparente immobilità, si voleva ricordare a chi per caso se ne fosse
dimenticato che era in guerra, e che la resa dei conti si stava
avvicinando.
Che non era più possibile per nessuno: né per i Cimbri né per i
Romani, continuare ad attendere.
I problemi dei Cimbri, in quella torrida estate di ventuno secoli fa,
erano il caldo e le divisioni interne. Anche il caldo, che a prima
vista potrebbe sembrare una cosa di poco conto, era un problema
serio, perché ormai da tre mesi non veniva giù dal cielo una sola
goccia di pioggia e perché gli uomini di quel popolo, pur essendo
dotati di una forza sica straordinaria, erano fragili, se così si può
dire, dal punto di vista emotivo. Il clima caldo umido li rendeva
inquieti e lunatici: li in acchiva, togliendogli la voglia di prendere
iniziative e le energie necessarie per portarle a termine. Il problema
più grosso, però, erano i contrasti di cui abbiamo già parlato, che
dividevano i Cimbri in due fazioni con due idee di futuro diverse se
non opposte. Da una parte c’erano le ambizioni smisurate e la follia
di un uomo come Boiorige, che avrebbe voluto portare la guerra
no a Roma; dall’altra c’era la stanchezza di chi non ne poteva più
di spostarsi attraverso l’Europa, cercando una terra promessa che
non si trovava mai.
C’erano le vedove che avevano perso in battaglia, oltre ai mariti,
anche i gli e i fratelli e per no i nipoti, e non avevano più
nemmeno un parente maschio. C’erano le ragazze che non potevano
sposarsi perché le donne in età da marito, tra i Cimbri, ormai erano
molto più numerose degli uomini. Si chiedevano:
“Diventeremo come le Amazzoni, una nazione di sole donne? È
questo il nostro destino?”.
C’erano le persone assennate, come Agilo “l’Orso” e i capi delle
tribù più importanti. Che, forse senza crederci davvero, sostenevano
di essere nalmente arrivati nella terra promessa delle leggende:
rallegrata dal sole dei paesi del sud e abitata da un popolo docile di
schiavi, i Galli, disposti a servire i nuovi padroni. A chi si lamentava
del caldo, rispondevano: «Faremo l’abitudine anche al caldo. Questa
terra è la nostra Midgard: la nostra nuova patria».
C’erano i sacerdoti che dicevano di non riuscire più a comunicare
con le loro divinità, e che parlavano di un’antica profezia per cui il
popolo dei Cimbri sarebbe andato in rovina se avesse osato
scavalcare le montagne che chiudevano a sud il suo mondo. Un
con ne sacro.
(Ma le montagne della profezia, si domandavano in molti, erano
le Alpi? Già in passato i Cimbri avevano creduto che quelle
montagne fossero i Pirenei, e si erano ritirati dal paese dei Celtiberi:
la Spagna, dove avevano incontrato una resistenza più forte del
previsto da parte delle popolazioni locali.)
I Cimbri, dunque, dovevano liberarsi dell’esercito di Mario per
andare a conquistare Roma o per stabilirsi de nitivamente sotto il
monte Ros, senza più nessuno che li contrastasse. Se ora ci
spostiamo dalla parte dei Romani vediamo che anche lì c’erano dei
problemi, altrettanto grossi: perché la tattica dell’attesa non aveva
funzionato e le scorte di grano stavano nendo. Nei due
accampamenti forti cati, quello del Po e quello del Sesia era
incominciata l’epoca della fame perché tutto ciò che si poteva
mangiare era stato mangiato e per no i gamberi nei ruscelli erano
sempre più scarsi. Per no la selvaggina nei boschi, se era riuscita a
sopravvivere a chi le aveva dato una caccia incessante e spietata,
aveva nito per trasferirsi in posti più tranquilli.
C’era luna piena, in quelle prime notti del mese di sestile: una
luna grandissima e rossastra, che rimaneva sospesa sopra l’orizzonte
e irradiava una luce strana. Tutto ciò che si muoveva in quella luce
apparteneva a una aba di cui non si conoscevano la conclusione e
nemmeno gli sviluppi perché ancora nessuno l’aveva scritta, ma che
certamente non era adatta per far dormire i bambini e nemmeno gli
adulti. Gli unici rumori che si sentivano nel silenzio della pianura
erano il fruscio delle acque che scorrevano dappertutto e i richiami
degli uccelli notturni, più attivi del solito; o, forse, non si trattava di
uccelli ma di uomini che comunicavano tra loro in quel modo,
imitando la voce della civetta o quella del gufo. Una notte, erano
incominciati i canti di guerra. Era incominciato il “bardito”, così
descritto dallo storico latino Publio Cornelio Tacito: “I Germani
hanno dei canti, la cui intonazione chiamano bardito. Con quelli
accendono gli animi alla battaglia, traendo dal loro suono il
pronostico e l’auspicio della vittoria; con quelli spaventano i nemici
o ne sono essi stessi spaventati, secondo il modo in cui il suono
riecheggia nelle loro schiere: un suono che non sembra fatto di voci,
ma sembra essere l’espressione di un’armonia suprema di valore e di
temerarietà. Vengono ricercati, soprattutto, i toni aspri, i mormorii
spezzati, per ottenere i quali i guerrieri si pongono gli scudi davanti
alla bocca perché la voce, ripercossa, riecheggi più profonda e più
forte”.
Il canto di guerra dei Cimbri era qualcosa che a noi, oggi, non è
dato nemmeno immaginare, perché nasceva da una cultura che
conosciamo poco e ne era l’espressione più alta: un addio alla vita; e
perché risuonava in un continente, l’Europa, tanto più grande di
questo dove viviamo adesso e dove possiamo comunicare da un
paese all’altro senza muoverci dalla nostra casa e dalla nostra
scrivania, in una frazione di secondo. Perché la pianura e le foreste
che facevano da sfondo a quel canto erano un mondo ancora in
parte inesplorato: un mondo selvaggio, dove il silenzio era vero
silenzio e il buio della notte vero buio. Era un insieme di suoni che
oggi non potrebbero essere imitati e nemmeno registrati, data la
vastità degli spazi in cui riecheggiavano. Era l’arma segreta di quel
popolo: la sua voce, che terrorizzava i nemici nelle tenebre della
notte, per poi trionfare su di loro nella luce del giorno. Ce lo ricorda
lo storico greco Plutarco, là dove ci dice dei Germani che erano
“brutti nell’aspetto e orribili nel suono della voce e nel tumulto che
da loro si faceva, così diverso da quello di tutti gli altri uomini”. E
in una pagina successiva, parlando in modo speci co dei Cimbri
aggiunge che “sentir facevano tutta notte un lamento, che non era
già simile a gemiti e a singhiozzi di esseri umani, ma era un certo
urlo e un ruggito di belve misto di minacce e di lamenti, il quale,
muovendo da sì gran moltitudine, faceva risuonare i monti
all’intorno e la cavità dei umi e riempiva la pianura di un suono
terri cante…”
Negli accampamenti degli eserciti romani che si erano trovati in
passato a dover fronteggiare i Cimbri, il bardito era entrato come
un’oscura minaccia, uno spavento che notte dopo notte si era
insinuato nell’animo di chi lo ascoltava e, dopo avere distrutto il suo
coraggio e la sua determinazione a combattere, lo aveva preparato
alla scon tta e alla morte sul campo di battaglia. Mario, di questo,
era consapevole: tant’è vero che già ad Aquae Sextiae si era
comportato come Ulisse, quando era arrivato con i suoi compagni
davanti allo scoglio delle Sirene. Aveva ordinato a tutti i suoi
uomini, tranne naturalmente che a quelli dei turni di guardia, di
mettersi della cera nelle orecchie prima che calasse la notte:
«Così» gli aveva spiegato, «invece di farvi terrorizzare dai canti di
guerra di questi nostri nemici, domani mattina avrete un vantaggio
su di loro, perché voi sarete riposati mentre loro saranno già
stanchi».
Bisognava fare qualcosa. Nell’accampamento di Mario ai Campi
Raudii si era tenuta una riunione di tutti gli u ciali superiori dei
due eserciti romani schierati nella valle del Po, per valutare gli
avvenimenti e per risolvere i problemi. Un consiglio di guerra.
Erano presenti il proconsole Lutazio Catulo, i questori Claudio
Marcello e Lucio Silla, i comandanti delle legioni e i tribuni militum.
In tutto, una quarantina di uomini. Il primo a prendere la parola era
stato il console, per fare il quadro della situazione. Aveva detto che i
Romani no a quel momento si erano limitati ad attendere l’assalto
dei nemici, stando fermi nei loro accampamenti forti cati. I Cimbri,
però, non si erano mossi. Forse erano venuti a conoscenza di quello
che era successo nella Gallia meridionale, e non avevano voluto
commettere gli stessi errori dei loro alleati. La loro nuova strategia,
dopo mesi di relativa immobilità, sembrava piuttosto rivolta a
chiudere i Romani in una sorta di assedio, per costringerli a uscire
dalle loro forti cazioni e ad accettare lo scontro in condizioni
sfavorevoli. Quali probabilità avevano di riuscirci, e cosa bisognava
fare?
Lutazio Catulo aveva condiviso, “a grandi linee”, l’analisi del
console. L’attività dei nemici, aveva detto, negli ultimi giorni e nelle
ultime settimane si era intensi cata in modo considerevole e c’erano
stati episodi anche gravi, come quello dei trentadue cavalieri uccisi
e impalati. «Ma io non credo» aveva poi continuato «che i Cimbri si
stiano preparando ad assediarci, cioè ad assediare due
accampamenti forti cati distanti l’uno dall’altro più di dodici
miglia, e distanti anche dalle loro basi. Non credo che avrebbero la
capacità di mettere in atto una strategia così complicata, almeno per
loro. Sono barbari. Credo invece che la tattica che abbiamo adottato
no a questo momento, di controllarli a distanza restando chiusi
nelle nostre difese, incominci a dare i suoi frutti e che stiano
diventando nervosi. Perciò, forse, sono più attivi che in passato.»
«Credo che stiano per cadere nella nostra trappola, attaccandoci.
Li abbiamo aspettati per mesi, aspettiamoli ancora un po’.»
Era intervenuto Claudio Marcello. «Le informazioni che arrivano
dai Galli» aveva detto «ci confermano che i Cimbri stanno
concentrando un gran numero di guerrieri nella pianura tra Vercelli
e Novara, cioè in pratica tra l’accampamento di Catulo e il nostro.
Non si preparano ad attaccarci, almeno per ora, ma la loro strategia
più probabile, se non prenderemo qualche iniziativa per
contrastarla, sarà quella di impedire i collegamenti tra i nostri due
eserciti per poi procedere all’assedio di entrambi. Finora» aveva
concluso, «si sono limitati a tenderci imboscate, ma un vero e
proprio assedio sarebbe la nostra rovina, perché non abbiamo i
viveri per sostenerlo.»
«Dovremmo combattere per fame o arrenderci per fame: e i
Cimbri, in entrambi i casi, ci massacrerebbero.»
«Siamo già ridotti alla fame» aveva gridato un tale Quinto Aurelio
Silano che era il comandante dell’ottava legione. Aveva poi aggiunto
in tono normale: «Io, ai miei uomini, riesco ancora a far distribuire
ogni giorno un pugno di frumento per la placenta; ma so che in altre
legioni la distribuzione avviene un giorno su due. I soldati
mormorano e hanno ragione. Anche se nora sono riusciti a
integrare il loro poco cibo con i prodotti locali: con le fave secche,
con i ceci, con la carne di qualche animale selvatico. Con i cancri
(gamberi) dei ruscelli e delle acque sorgive. Adesso però negli
accampamenti non entra più niente, o quasi niente».
«Non possiamo continuare ad aspettare che il nemico ci attacchi e
non possiamo sostenere un assedio. Dobbiamo fare qualcosa.
Adesso, subito».
Era intervenuto Cornelio Silla. «È colpa dei comandanti delle
legioni» aveva detto, «se ci troviamo in queste di coltà. Siete voi
che avreste dovuto provvedere per tempo alla res frumentaria.»
La sua osservazione non era piaciuta a nessuno. Molte voci gli
avevano chiesto: «Provvedere come?». Qualcuno gli aveva fatto
osservare che la distribuzione delle colpe non era mai servita a
sostituire quella del frumento e a far vincere le guerre. Qualcuno
aveva detto che non valeva la pena di rispondergli:
«Lasciatelo parlare. È qui per fare carriera politica. Non sa
niente».
«Vengono a comandare nell’esercito senza avere un’idea di cos’è
la guerra. Parlano e basta».
C’era stato un momento di silenzio. «Potremmo andare a prendere
dell’altro frumento nel paese dei Liguri, a Derthona» aveva proposto
Lutazio Catulo. «È il mese di sestile, e i granai sono ancora pieni.»
Marcello, però, scuoteva la testa: «Sì, d’accordo. I granai sono
ancora pieni, ma tra noi e i granai ci sono di mezzo i Cimbri, non ve
ne siete accorti? Se mandassimo fuori dagli accampamenti dei
convogli di carri facendoli scortare da una o più squadre di
cavalieri, i Cimbri farebbero a pezzi sia i carri che i cavalieri e tutto
nirebbe lì». Si era guardato attorno e aveva visto che molti tra gli
u ciali facevano dei segni di approvazione con la testa e con gli
occhi. Aveva continuato:
«Quello degli approvvigionamenti è un problema serio. Le nostre
scorte di frumento sono quasi nite e una delle poche certezze che
abbiamo, nel presente, è che non possiamo rinnovarle. Siamo in
trappola. A nord e a occidente ci sono le montagne, e non c’è grano.
A sud e a oriente ci sono i Cimbri». Si era chiesto, e aveva chiesto a
chi lo stava ascoltando:
«Cosa dobbiamo fare?».
«Dobbiamo prepararci a combattere» gli aveva risposto Elio
Glabrione. «Mi sembra evidente. Non ci sono altre possibilità e non
siamo venuti a passare l’estate ai Campi Raudii perché ci piace il
clima di questi luoghi. Siamo venuti per a rontare i Cimbri.
Attendere che ci attaccassero è stata una tattica, che però non ha
funzionato. Dobbiamo cambiarla.»
«Caio Mario ha vinto i Teutoni e gli Ambroni in quel modo. Per
vincere i Cimbri ne troverà un altro: è questo che ci aspettiamo da
lui.»
«Io invece credo che dobbiamo continuare a rimanere nei nostri
accampamenti forti cati» aveva insistito Silla. «Credo che Lutazio
Catulo abbia detto delle cose sagge, e che si possa andare a prendere
il grano nel paese dei Liguri.» Parlava modulando la voce e
muovendo le mani, come gli avevano insegnato nelle scuole di
retorica. «Anche se non sarà facile: siamo in guerra, e in guerra non
c’è mai niente di facile. Credo che esistano dei percorsi, fuori della
zona occupata dai Cimbri. Si potrebbe passare, ad esempio, a sud
del Po. Prima di dire che una cosa è impossibile bisogna avere
provato a farla, non credete anche voi?»
Nessuno aveva ritenuto di dovergli rispondere e lui aveva
continuato:
«Non bisogna avere fretta con questi nemici. E non bisogna
a rontarli in campo aperto, come ci hanno insegnato le gravissime
scon tte di Noreia e di Arausio. Bisogna prendere esempio da
Catulo: che non ha potuto impedirgli di entrare in Italia, ma li ha
seguiti a distanza e li ha immobilizzati in questa pianura, già prima
che Caio Mario arrivasse dalla Gallia a dargli manforte con il suo
esercito. Perciò» aveva concluso, «non facciamoci prendere dal
panico per le scorte di grano che stanno nendo. Non cambiamo
una tattica che si sta rivelando vincente. Procuriamoci dell’altro
frumento e aspettiamo che i Cimbri ci attacchino dentro ai nostri
accampamenti forti cati».
«La battaglia di Mario ad Aquae Sextiae ci ha fatto capire che
l’arma migliore per vincere i barbari è quella che loro non
possiedono: la pazienza».
Mentre Silla parlava e gesticolava come se stesse perorando una
causa davanti al Senato di Roma, alcuni tra i comandanti delle
legioni e tra gli u ciali di Mario avevano manifestato il loro fastidio
ridendo e facendo dei commenti tra di loro, che però tutti avevano
potuto ascoltare. Frasi del genere:
«Ci vada lui a prendere il frumento per settantamila uomini, se è
capace!». E anche:
«Cosa ci stiamo a fare noi, qui? Per spaventare i Cimbri, e per
tenerli fermi nei loro accampamenti, bastano due soli uomini: lui e
Catulo!».
Mario era rimasto impassibile. Ma le argomentazioni di Lutazio
Catulo, e di Silla, in qualche modo dovevano averlo toccato, perché
poi aveva sentito il bisogno di rispondergli:
«Questi che tu chiami barbari» aveva detto rivolgendosi a Silla,
«quando sono entrati in Italia avrebbero potuto arrivare a Roma e
distruggerla, se ci foste stati soltanto tu e Catulo a sbarrargli la
strada. Non si sono diretti a sud perché credevano di doversi
ricongiungere con i loro alleati, e perché il dio Quirino ha voluto
salvare la nostra città. Anche da soli, però, continuano a
rappresentare un pericolo e devono essere fermati nell’unico modo
possibile, cioè con le armi.»
Lutazio Catulo si era alzato di slancio, e l’espressione del suo viso
era quella di un uomo che è stato o eso. Aveva chiesto a Caio
Mario:
«Secondo te, io non ho saputo tenere a bada i barbari? È di questo
che mi si sta accusando?».
«Tenere a bada non signi ca niente.» Il console adesso scuoteva la
testa: «Quello che abbiamo di fronte» gli aveva risposto «non è un
nemico che si possa trattare come dici tu, per poi venire a patti con
lui e mettersi d’accordo. È un nemico che bisogna vincere e
distruggere, altrimenti sarà lui a vincere e a distruggere noi».
Dopo un breve silenzio, aveva aggiunto: «Mettiamo da parte i
contrasti. Siamo in guerra e dobbiamo rimanere uniti, per a rontare
insieme il nemico e scon ggerlo».
Si era sentito un mormorio di approvazione. Un u ciale aveva
esclamato: «Siano ringraziati gli Dei».
«Sì» aveva aggiunto Mario con il tono di chi sta ri ettendo ad alta
voce. «Ci siamo chiusi negli accampamenti e dovevamo farlo, ma
ormai si è capito che i Cimbri non ripeteranno l’errore degli
Ambroni e dei Teutoni e non verranno a buttarsi contro le nostre
forti cazioni. Si è capito che dobbiamo a rontarli senza quel
vantaggio iniziale. È arrivato il momento di combattere e non ci
tireremo indietro. La salvezza e il futuro di Roma dipendono da
noi.»
Adesso tutti parlavano con tutti, si scambiavano idee, commenti,
considerazioni. C’erano i convinti e c’erano i dubbiosi, ma nessuno
più aveva detto che bisognava continuare a logorare i nemici con la
tattica dell’attesa e Mario, dopo aver lasciato che i suoi u ciali
parlassero tra loro per qualche minuto, aveva concluso:
«Quello che ci ha spiegato Marcello purtroppo è vero. È vero che
le nostre scorte di viveri sono quasi nite; ed è vero che ormai sono
i Cimbri che hanno incominciato a logorare noi, con un assedio
sempre più stretto. Se questo assedio continuasse, sarebbe la nostra
rovina. Dobbiamo romperlo».
«Studierò un piano per la battaglia e ve lo comunicherò. Voi
intanto» si era rivolto ai tribuni militum «parlatene con i soldati.
Ditegli che è arrivato il momento di a rontare il nemico in campo
aperto e che devono vincere, per forza.»
«Sono l’ultimo esercito che ha Roma.» Aveva aggiunto,
abbassando la voce:
«Non so nemmeno immaginare cosa succederebbe, nel caso di una
nostra scon tta…».
Capitolo quattordicesimo
L’intruso

Tutto era fermo, nella grande pianura; e anche il sole di agosto, e


anche il caldo, facevano crescere un’attesa che era incominciata con
l’arrivo dei Cimbri. Attorno alle paludi e alle “lame” dove il
frastuono delle rane, la notte, era abbastanza forte da gareggiare
con i canti di guerra degli invasori; nei villaggi dei Galli dove gli
abitanti avevano dovuto sospendere tutte le loro attività e non
facevano più niente, o quasi niente, se non per ordine dei nuovi
padroni e con il loro permesso; sulle montagne e nelle valli dove un
popolo di rifugiati aveva mangiato, da tempo, tutto ciò che poteva
essere mangiato, e la gente si accoltellava e si uccideva per un
pugno di grano o per una manciata di fave secche; negli
accampamenti dei Romani e in quelli dei Cimbri. In quei terreni
selvaggi sotto il monte Ros dove l’aria era ferma, le foglie degli
alberi rimanevano immobili e i umi erano dei rigagnoli in un
deserto di sassi. Qualsiasi sconvolgimento, pensava la gente,
qualunque catastrofe era preferibile a una situazione in cui tutti
erano condannati a vivere una vita che non era più la loro vita,
aspettando la ne di un brutto sogno, anzi: di un incubo, che non
poteva durare in eterno.
Che doveva concludersi, inevitabilmente, con la vittoria dei
Romani o con quella dei Cimbri.
Bisognava combattere. Nonostante il caldo che durante il giorno
rendeva faticoso ogni gesto, e nonostante le paure che invece
crescevano e si moltiplicavano insieme alle ombre della sera e a
quelle dell’alba. Bisognava portare a termine un’impresa per cui
tutti, Romani e Cimbri, sapevano di essere arrivati n lì.
Bisognava vincere, o morire, in quel caldo orribile.
Nell’accampamento di Mario in riva al Sesia, i soldati che non
erano impegnati con i turni di guardia o con altre attività come la
cura dei cavalli o la ricerca del cibo, trascorrevano la maggior parte
del loro tempo sdraiati all’ombra senza muoversi, per sopportare
meglio il caldo e per non far crescere la fame; o nuotavano
pigramente o galleggiavano nello specchio d’acqua che era stato
abitato dall’esox, lo squalo delle paludi. Qualcuno, nelle prime ore
del giorno, giocava a bocce con certi sassi rotondi che era andato a
cercare in riva al ume per usarli in quel modo. Erano tutti molto
giovani: dei ragazzi, spinti ad arruolarsi dalla fama di Mario e dalla
speranza di iniziare in quel modo una nuova vita, e so rivano un
po’ meno degli anziani a causa del caldo; ma, in compenso,
so rivano di più la fame. Nel settore dell’accampamento destinato
agli astati, cioè ai soldati che nella prossima battaglia avrebbero
dovuto combattere nelle prime le, c’erano due giovani di
diciannove anni, il patrizio Decio Valerio Rutilo e il liberto Stazio,
che erano cresciuti nella stessa casa e nella stessa famiglia e non
avevano voluto separarsi nemmeno in quella circostanza, perché
erano più che fratelli: erano amici. (Secondo le idee allora di moda
tra i giovani, che venivano dalla Grecia e dalle opere del losofo
Epicuro.) Quando Stazio aveva deciso di arruolarsi nelle legioni del
console Caio Mario, Valerio Rutilo aveva fatto il diavolo a quattro
per andare con lui, contro la volontà dei suoi genitori e contro il
parere di tutti quelli che, conoscendolo, gli sconsigliavano di
arruolarsi e di a rontare i pericoli di una guerra. Il nostro giovane
patrizio, infatti, no a quel momento era vissuto in un suo mondo di
letture e di sogni, fuori della vita reale; ma era un tipo ostinato, che
non dava retta a nessuno e che, quando si metteva in testa una cosa,
doveva assolutamente farla. Ai tanti che gli dicevano di rimanere a
Roma per continuare a dedicarsi ai suoi libri e alle passeggiate nel
Foro, rispondeva:
«Non si può abbandonare un amico al suo destino. E Stazio, senza
di me, cosa farebbe? Con chi parlerebbe?».
«L’amicizia è il sale della vita. Io e Stazio siamo cresciuti insieme:
se uno dei due dovrà morire, moriremo insieme».
Il liberto Stazio, invece, sembrava nato apposta per fare il soldato.
Era un ragazzone grande e grosso e senza idee complicate in testa.
Con un buon carattere, però. Quando aveva saputo che il console
Caio Mario dava la possibilità di entrare nell’esercito anche agli ex
schiavi e anche ai gli di schiavi come lui, era corso subito ad
arruolarsi. Aveva pensato:
“Se riuscirò a sopravvivere alla guerra e a tornare a Roma, avrò
cancellato nalmente la mia origine e potrò fare quello che voglio.
Sarò diventato, davvero, un uomo libero”.
“Un’occasione come questa potrebbe non ripresentarsi, mai più!”.
I due amici avevano raggiunto le legioni di Mario insieme agli
altri coscritti. Avevano percorso, a piedi o sui carri, centinaia di
miglia e avevano vissuto ogni genere di avventure, incontrando
uomini e donne di tanti popoli diversi. Anche questo, nelle epoche
passate, era la guerra: o ci morivi, o vedevi cose che altrimenti non
avresti mai visto. Diventavi esperto della vita e del mondo. Nella
Gallia meridionale: l’attuale Côte d’Azur, avevano partecipato a una
grande battaglia, quella di Aquae Sextiae (Aix-en-Provence), senza
correre troppi rischi e quasi senza accorgersene. Erano arrivati tra
gli ultimi e il comandante della loro legione li aveva fatti entrare in
campo dopo che gli scontri più sanguinosi erano già avvenuti. Ai
Campi Raudii, nel caldo afoso della pianura invasa dai Cimbri,
Valerio Rutilo e Stazio si erano o erti volontari per la res
frumentaria: la ricerca del cibo, e gli era stato dato l’incarico di
procurare i cancri cioè i gamberi d’acqua dolce che vivevano a
milioni nei ruscelli e nei umi. Quell’incarico, per i nostri due amici
si era trasformato in un gioco o come diremmo noi oggi in uno
sport, che li appassionava e li eccitava. Soprattutto li appassionava
la competizione con le altre squadre di cancerarii, cioè di cacciatori
di gamberi: una competizione che consisteva, ogni giorno, nel
portare all’accampamento più secchi di cancri di quanti ne
portavano gli altri. I gamberi d’acqua dolce (già abbiamo avuto
occasione di parlarne) per i legionari più anziani erano un cibo
sgradevole ma necessario: un’alternativa alla fame. I ragazzi invece
non ne avevano mai abbastanza e avevano imparato dai Galli a
pescarli, di giorno con le mani e di notte con certe fascine immerse
nell’acqua che funzionavano come reti; ma soprattutto avevano
imparato a cucinarli, con i condimenti che non si trovavano più e
anche senza condimenti. «Se non diventeremo degli eroi» diceva
Valerio Rutilo all’amico quando parlavano della loro guerra,
«potremo comunque vantarci del titolo di principes cancerarii, di
campioni di caccia al gambero della nostra legione.» E anche Stazio,
naturalmente, provava per quel tipo di sport lo stesso entusiasmo
che provava il suo compagno.
I giorni che avevano preceduto la battaglia erano stati un tempo
fuori dal tempo, una controra in cui non era accaduto niente di
notevole né tra gli uomini di Roma né tra gli invasori. I Cimbri li
avevano trascorsi dormendo per sopportare meglio il caldo, e poi
avevano dedicato le notti ai loro canti di guerra che non erano mai
stati così cupi e terribili. Purtroppo per loro, però, gli era mancata la
maggior parte del pubblico, perché nell’accampamento di Mario e
anche in quello di Catulo i soldati avevano dormito come al solito,
dopo essersi messi nelle orecchie la cera che gli era stata data dai
centurioni per ordine del console. Soltanto gli uomini dei turni di
guardia e quelli delle ronde avevano ascoltato il bardito. Caio Mario
era andato nell’accampamento di Catulo in riva al Po, facendo un
lungo giro di là dal Sesia per non incontrare i nemici. Aveva parlato
ai soldati delle vecchie legioni. Gli aveva detto che la battaglia con i
Cimbri si sarebbe fatta nei prossimi giorni, e che questa volta
sarebbero stati loro a vincerla:
«Quando ve li ritroverete davanti» gli aveva gridato, «non
lasciatevi impressionare dal loro aspetto e dalle loro urla e
ricordatevi quello che già ho avuto occasione di dirvi, che le guerre
non si vincono con la forza sica di chi le combatte, ma con la
buona organizzazione degli eserciti e con la loro disciplina».
Gli aveva parlato di Aquae Sextiae, dove un esercito di uomini
nuovi cioè di reclute, grazie all’obbedienza e al valore dei soldati
era riuscito ad avere la meglio su un esercito di Germani. Ma,
soprattutto, aveva promesso a quegli uomini stanchi e s duciati che
lui, il console, sarebbe stato in ogni momento in mezzo a loro e
avrebbe combattuto con loro.
«Ricordatevi» gli aveva ripetuto per l’ultima volta «che siete
l’esercito di Roma, e che il vostro comandante supremo è al vostro
anco, a dividere con voi i vostri stessi pericoli!»
Due notti prima della battaglia, in uno dei tanti accampamenti dei
Cimbri sparsi nella grande pianura era successo un fatterello che
non meriterebbe di essere raccontato, se non riguardasse la glia
minore di Agilo “l’Orso”: la ragazza che i suoi connazionali
consideravano “un po’ strana” e che noi abbiamo incontrato per
l’ultima volta nel mese di luglio, mentre si faceva pettinare da sua
sorella Rhamis. Quella notte, Sigrun non riusciva ad addormentarsi.
La infastidivano il caldo e le zanzare; e c’erano anche dei rumori,
fuori della tenda di suo padre, che le impedivano di chiudere gli
occhi senza pensare più a niente, per andare incontro agli Dei del
suo popolo sulle strade del sonno. Quei rumori erano l’eco lontana
del bardito che risuonava dappertutto nella pianura, già da
parecchie notti, e il gorgoglio di un ruscello che scorreva lì vicino e
che, no alla notte precedente, l’aveva aiutata a dormire. Adesso,
chissà perché, la teneva sveglia.
Si era stancata di continuare a rigirarsi. Si era alzata ed era uscita
dalla tenda, dopo avere sciolto i lacci che ne chiudevano l’ingresso.
Si era guardata attorno. Aveva visto uno spicchio di luna,
sottilissimo, ri esso nel rigagnolo che attraversava da una parte
all’altra tutto l’accampamento della tribù degli Orsi. Di qua e di là
dal rigagnolo, nel buio, c’erano le tende e si sentivano degli altri
rumori, oltre a quello dell’acqua: delle voci di bambini o di donne
che si lamentavano nel sonno o che russavano. Non c’era nemmeno
un uomo, quella notte, nell’accampamento di suo padre e in tutti gli
accampamenti dei Cimbri. Gli uomini, aveva pensato la ragazza,
erano nelle foreste e nelle valli dei umi a intonare quei canti di
morte che insieme al rumore del ruscello le avevano impedito di
prendere sonno. Anche i ragazzi che dovevano ancora diventare
uomini, e anche i vecchi che non erano più uomini perché non
avevano più la forza per portare le armi, erano laggiù con i guerrieri
a dar voce al bardito…
Sigrun si mangiucchiava la pelle intorno alle unghie e pensava
agli usi del suo popolo. Pensava che invecchiare, tra i Cimbri, era un
fatto raro, e per gli uomini quasi disonorevole. Chi non moriva in
battaglia non sarebbe tornato a vivere nel Valhalla, il paradiso degli
eroi dove anche i suoi fratelli dovevano essersi ritrovati dopo la loro
morte e dove sarebbero rimasti per sempre, mangiando cibi squisiti,
conversando e facendo gare e prove di forza. Chi moriva di morte
naturale in tarda età era condannato a vagare in un mondo senza
luce, insieme alle ombre delle donne e dei bambini piccoli.
Insieme alle ombre dei ragazzi che non erano diventati uomini
perché le dee del destino, le Norne, li avevano fatti morire tra le
amme, o mentre saltavano sopra le spade.
Questo era ciò che le aveva insegnato suo padre Agilo. (Lui però,
prima di ogni battaglia si legava al collo e alle braccia i suoi
amuleti. Diceva a chi lo salutava: «Morirò alla prossima».) Questo
era ciò che credevano sua sorella Rhamis e il popolo dei Cimbri.
Avevano ragione? Era davvero così che stavano le cose?
Un airone notturno: una nitticora, aveva fatto sentire la sua voce
da una zona d’ombra lungo il rigagnolo. Nella massa oscura degli
alberi che chiudevano la visuale a sinistra, oltre le tende, si era
sentito il richiamo di un altro uccello notturno. Forse un gufo.
C’era un sentiero che costeggiava il ruscello e la ragazza l’aveva
seguito, guardando le stelle sopra la sua testa. La sua amica Nanna
le aveva insegnato i nomi di molte di quelle stelle e di molte
costellazioni; non le aveva detto, però, perché nemmeno lei lo
sapeva, che la luce di una stella può impiegare anche anni e secoli
per raggiungerci. Tanto è grande la distanza tra il nostro pianeta e i
mondi che vagano nello spazio! Se lo avesse saputo, Sigrun quella
notte avrebbe potuto pensare a noi. A chi sta raccontando la sua
storia e a chi la sta leggendo, dopo ventun secoli, e alzando gli occhi
al cielo di notte vedrà delle luci che vengono dai tempi di Caio
Mario, e dei Cimbri, e dei Campi Raudii…
(Ma chi, oggi, guarda ancora le stelle? Gli uomini che vivono nel
presente sono attratti da certi specchi di vetro, grandi e piccoli, dove
si muovono le loro parole e le loro ombre. Come il protagonista di
un’antica favola: Narciso, si sono innamorati di se stessi e
trascorrono le loro vite in quel modo.)
Sigrun queste cose non poteva saperle, e quindi non poteva
pensare a chi sarebbe vissuto nel suo futuro. Nell’eccitazione che le
dava l’insonnia pensava che, chissà!, forse sua sorella aveva ragione
quando l’accusava di avere la testa piena di sogni. “Forse è vero” si
diceva “che dovrei scegliermi un marito, e che il compito di noi
donne è quello di mettere al mondo dei gli, possibilmente maschi,
per combattere le guerre dei Cimbri.”
“Forse anch’io sarei più quieta e più appagata se avessi un marito
e dei gli, e non andrei in giro di notte come sto facendo.”
Quei pensieri, però, la irritavano. Per calmarsi, si era fermata
davanti a uno slargo del ruscello, a guardare le stelle ri esse
nell’acqua. Secondo suo padre, e secondo le donne e gli uomini della
sua tribù, il cielo stellato non era altro che il ri esso notturno del
Valhalla, e le stelle erano le anime dei guerrieri morti in battaglia:
tanto più luminose quanto più era stato grande il loro valore. Si era
chinata a raccogliere due piccole pietre, che poi aveva buttato
nell’acqua: perché? Perché deve esserci sempre una ragione, si era
chiesta, in tutte le cose che facciamo? Aveva sentito abbaiare un
cane e aveva riconosciuto la voce della donna che gli ordinava di
stare zitto. Aveva pensato:
“Non sono l’unica che non dorme, in questa notte d’estate!”.
Si era voltata per tornare indietro. Da lontano, aveva visto
muoversi qualcosa accanto alla tenda di suo padre, dove anche lei
avrebbe continuato ad abitare nché non si fosse sposata. C’era un
uomo, davanti a quella tenda, che si guardava intorno e sembrava
intenzionato a entrarci.
Un uomo con una maschera da guerriero che gli copriva la testa e
la faccia. Chi poteva essere?
Ma, soprattutto, perché si trovava lì, mentre tutti gli altri uomini
erano nella foresta, a cantare i loro canti di morte?
Che voleva?
La ragazza aveva avuto paura. Aveva pensato: “Chiederò aiuto a
mia sorella Rhamis”. Si era mossa in silenzio e con rapidità
attraverso l’accampamento. Aveva raggiunto una tenda più grande
delle altre, con il teschio di un lupo sopra l’ingresso e un lume
acceso all’interno. C’era entrata (la tenda di Boiorige era sempre
aperta) e aveva toccato un braccio della sorella, che stava dormendo
vicino alla culla del piccolo Aligild. Le aveva sussurrato qualche
parola all’orecchio. Le due donne erano uscite sotto il cielo pieno di
stelle, e Sigrun adesso reggeva con la mano destra una lanterna che
le aveva dato Rhamis, mentre sua sorella impugnava un’arma: un
giavellotto con due punte, una per ogni estremità. Erano arrivate
davanti alla tenda di Agilo “l’Orso” e di Sigrun, giusto in tempo per
trovarsi di fronte allo sconosciuto che stava uscendo. Era un uomo
alto e magro, un po’ zoppo, e Rhamis lo aveva colpito su un anco
con una delle punte di ferro della sua arma, gli aveva fatto entrare il
ferro nella carne. Gli aveva gridato: «Fermati». E poi, gli aveva
chiesto:
«Chi sei? Perché sei entrato nella tenda di nostro padre? Cos’hai
preso?».
C’erano stati dei movimenti nelle tende lì attorno. Le donne che ci
dormivano, svegliate nel cuore della notte, si erano a acciate per
vedere cosa stava succedendo. Alcune di loro avevano in mano un
lume, o una lanterna; alcune si erano avvicinate alle due sorelle e
all’uomo sospettato di essere un ladro, e noi non dobbiamo stupirci
del loro coraggio: erano in tante, vivevano in una piccola comunità
dove i furti erano molto rari e insomma erano più curiose che
impaurite. Intorno ai nostri personaggi, in pochi istanti si era riunita
una piccola folla di donne quasi completamente nude a causa del
caldo, che chiedevano:
«Cos’è successo? Chi ha gridato? Chi è quest’uomo?».
Il ladro, adesso, era al centro della luce e aveva alzato le mani,
tenendole aperte per far vedere che non aveva preso nulla. Rhamis,
che l’aveva costretto a fermarsi, gli aveva dato un nuovo ordine:
«Togliti la maschera!».
Per dare più forza alle sue parole, aveva spinto la punta di ferro
del giavellotto nella carne dello sconosciuto. La maschera era
rotolata per terra e si era sentito un «oh!» di stupore. Si era visto che
il ladro o supposto tale era un guerriero, anzi era un capo dei
guerrieri.
Che era Brinno.
L’uomo tremava visibilmente, non per la paura ma per
l’agitazione. Chi gli stava di fronte continuava a tra ggerlo con la
sua arma e lui aveva balbettato:
«Sono venuto per Sigrun. Voglio Sigrun».
Alcune tra le donne presenti avevano sorriso. Tutte avevano tirato
un respiro di sollievo perché l’incidente, dal loro punto di vista, era
risolto. Si trattava di una storia d’amore, e all’amore bisogna
perdonare tutto! Ma Rhamis non la pensava allo stesso modo. Aveva
detto a Brinno:
«Meriteresti che ti passassi da parte a parte con questo ferro.
Meriteresti d’essere frustato in pubblico. Sei un guerriero, e sai bene
che non ti è permesso di entrare di notte nella tenda di una vergine.
Sai che non è permesso a nessuno».
«Ne parlerò con nostro padre Agilo e con mio marito Boiorige.»
Aveva aggiunto, scuotendo la testa: «I tuoi uomini in questo
momento si stanno preparando alla battaglia contro i Romani, e tu
che sei il loro capo vai in giro a infastidire le vergini. Sei
impazzito?».
Gli occhi di Brinno, nel ri esso delle lanterne, si muovevano in
qua e in là come se lui non sapesse da che parte guardare. La sua
voce aveva detto, e c’era qualcosa di strano in quelle parole, una
specie di pianto:
«Voglio sposare Sigrun. Stanotte. Sono venuto a prenderla per
portarla con me».
«Voglio che sia mia prima della battaglia. Voglio avere un glio
da lei, che mi farà rivivere dopo che sarò morto».
Rhamis, allora, aveva capito che Brinno era diventato davvero
pazzo a causa del caldo e ne aveva avuto pietà. Gli aveva tolto il
ferro dalla ferita. Aveva cercato di farlo ragionare parlandogli,
mentre lui si premeva la mano sul anco per fermare il sangue. Gli
aveva spiegato:
«Non è il momento di pensare a questo genere di cose. Siamo in
guerra; e soltanto dopo che i nemici saranno stati scon tti nostro
padre potrà prendere in considerazione la tua o erta di sposare sua
glia, se lei sarà d’accordo…».
«Non lo sarò mai!» aveva gridato Sigrun. «Piuttosto che sposare
uno come lui preferisco uccidermi!», e le donne che l’ascoltavano
avevano spalancato gli occhi per lo stupore. Chi credeva di essere,
quella smor osa, per ri utare un guerriero come Brinno? Qualcuna
si era voltata senza dire niente ed era ritornata nella sua tenda.
Qualcuna aveva commentato: «Certe ragazze sono fatte così, non c’è
rimedio. Credono che soltanto un Dio sarebbe degno di giacere con
loro». Anche Rhamis, che era intervenuta a difendere la sorella, le
sussurrava di non esagerare. Di calmarsi: ma Sigrun era fuori di sé e
non l’ascoltava.
Lo spavento che aveva provato poco prima, adesso si era
trasformato in rabbia. Aveva ripetuto, con forza:
«Non lo voglio e non lo vorrò mai. Mi fa orrore».
«Mi fa schifo!».
Era entrata nella tenda di suo padre e l’aveva chiusa dall’interno
con i lacci. Brinno, allora, aveva chinato la testa e se ne era andato
senza dire più niente, tenendosi una mano sulla ferita. Era
scomparso nel buio, e dopo qualche istante si era sentito un rumore
di zoccoli che si allontanavano.
Gli zoccoli del suo cavallo.
Dall’altra parte dell’accampamento un bambino aveva
incominciato a strillare: era il piccolo Aligild? Rhamis non poteva
saperlo, ma si era ripresa la lanterna che Sigrun aveva lasciato lì a
terra ed era corsa in quella direzione. Davanti alla tenda del capo
tribù Agilo “l’Orso” erano rimaste soltanto due donne: due comari,
di quell’epoca e di quel popolo. Una delle due aveva in mano un
lume a olio e si era chinata a raccogliere la maschera di Brinno.
«L’appenderò sopra la mia tenda» aveva detto all’altra. «Così, se
quel guerriero tornerà a cercarla, parlerà con mia glia Aurinia. Che
non è una stupida presuntuosa come Sigrun e non è nemmeno
brutta, ma sta invecchiando senza che nessuno nora l’abbia chiesta
in moglie.» Aveva aggiunto, scuotendo la testa:
«Ci sono troppe donne nel popolo dei Cimbri, e troppo pochi
uomini. Colpa delle guerre…».
Capitolo quindicesimo
La battaglia secondo gli antichi

Della battaglia che si combatté nella pianura tra Novara e Vercelli


alla ne di agosto dell’anno seicentocinquantaduesimo dalla
fondazione di Roma, le notizie che ci sono arrivate sono poche e,
come già si è detto, non sono tutte concordi. L’unico testimone
diretto, che scrisse di quei fatti avendoci assistito personalmente e
anzi proprio avendo preso parte (vedremo poi come) allo scontro tra
i due eserciti fu il legatus cioè il luogotenente di Lutazio Catulo,
Lucio Cornelio Silla. Ci sono, anzi ci furono le sue memorie, che noi
conosciamo soltanto attraverso le citazioni dello storico greco
Plutarco, perché sono andate perdute: e che però non si
ripromettevano di dare un racconto fedele degli avvenimenti, ma
miravano a ottenere tre risultati. Il primo e più prevedibile di quei
risultati doveva essere la celebrazione del loro autore, cioè di Silla:
delle sue imprese militari e della sua politica. Il secondo risultato, in
relazione alla battaglia nale con i Cimbri, doveva essere quello di
creare confusione sui tempi e sui luoghi in cui la battaglia si era
svolta, per far credere che fosse avvenuta “a sud di Verona”. In ne,
il racconto di Silla si riprometteva di mettere in cattiva luce
l’operato del console Caio Mario, per diminuirne la fama. Nessuno
di quei risultati è stato pienamente raggiunto; ma la confusione, nei
secoli, c’è stata.
Dopo Silla, della guerra di Roma contro i Cimbri si sono occupati
gli storici vissuti nelle epoche successive. Troviamo notizie di quella
guerra, e della battaglia con cui si concluse, nelle Storie di Tito
Livio, anzi nei riassunti: le cosiddette “periochae”, di quelle storie
andate perdute. Se ne parla nelle Guerre dei Romani di Anneo Floro,
nelle Storie di Velleio Patercolo e di Paolo Orosio, nella Cronaca di
Eusebio di Cesarea. Tutte opere che non aggiungono granché a
quello che sappiamo della grande battaglia e però hanno almeno il
merito di riportarla nei luoghi dove e ettivamente si era svolta, cioè
nella pianura sotto il monte Ros e nell’attuale Piemonte. Nessuno,
tra gli scrittori delle epoche successive, ha poi seguito Silla nella
parte più grossolana del suo falso. Per quanto confuse, c’erano le
tradizioni orali: si sapeva, nel mondo antico, che la battaglia era
avvenuta nel lontano occidente di Roma, ai Campi Raudii, e non
nella ricca e fertile pianura veronese a sud del lago di Garda.
Un posto a sé, in questa memorialistica, lo occupa Plutarco con la
sua Vita di Mario, che trascrive quasi alla lettera le memorie di Silla
e ci dà un racconto di quei fatti, in parte falso ma ben dettagliato.
Un racconto che noi, oggi, dobbiamo integrare con le altre
informazioni in nostro possesso, per avere l’immagine complessiva
di una delle più grandi battaglie del mondo antico e dell’intera
vicenda umana.
Per poter rappresentare in modo adeguato un avvenimento, in cui
morirono molti più uomini di quanti ne siano poi morti per le
bombe atomiche americane nella seconda guerra mondiale.
Parliamo, dunque, di Plutarco: di un autore vissuto due secoli
dopo i fatti che si raccontano in queste pagine e vissuto in Grecia. Le
sue Vite parallele sono una grande opera di erudizione, che attinge a
una immensa letteratura oggi in gran parte perduta ma si limita a
trascriverla, senza confrontare le fonti tra di loro e senza porsi
problemi di verità storica. Come in questo caso. Plutarco aveva a
disposizione Tito Livio: la Storia di Roma dalla sua fondazione,
direttamente nell’originale e non, come noi, nei riassunti. Se l’avesse
consultata, avrebbe potuto correggere la versione di Silla a partire
da quelle Bocche dell’Adige dove i Cimbri avevano riportato una
grande vittoria sull’esercito romano guidato da Lutazio Catulo e
dallo stesso Silla. Una vittoria che poi non avevano voluto, o saputo,
sfruttare no in fondo, inseguendo il nemico e annientandolo.
“I Cimbri” dice lo storico romano Tito Livio, sempre attendibile
anche nei riassunti fatti da chissà chi per uso scolastico “erano
passati in Italia dopo avere ricacciato e messo in fuga il proconsole
Quinto Lutazio Catulo che bloccava le gole delle Alpi…”
Dopo avere ricacciato e messo in fuga: “repulsus et fugatus”. Più
chiaro di così!
Gli equivoci sono poi nati a causa della politica. Perché
quell’uomo repulsus et fugatus: quell’uomo (stiamo parlando di
Lutazio Catulo) che non aveva vinto un bel niente e anzi era fuggito
di fronte ai nemici, nell’autunno di quello stesso anno, a Roma,
sarebbe stato portato in trionfo insieme a Mario, e avrebbe diviso
con lui la gloria della vittoria non soltanto sui Cimbri, ma anche sui
Teutoni e gli Ambroni. Leggiamo ancora Tito Livio:
“Mario, accolto dall’unanime consenso dei cittadini, si accontentò
di un solo trionfo, sui due che gli venivano o erti”.
Tito Livio non lo dice, ma sappiamo da altre fonti che il vincitore
dei Teutoni e dei Cimbri, in quel trionfo, concesse a Catulo di stare
al suo anco e di raccogliere la sua parte di allori. È su quella
presenza dovuta a ragioni di opportunità politica che Silla anziano
fonderà le sue menzogne. Quando si celebrò a Roma il trionfo sui
Germani, la grande paura che quei popoli avevano suscitato con le
loro vittorie e con la loro presenza in Italia era nita, e la politica
tornava a muoversi sui binari di sempre. Caio Mario non era né
Cesare, né Augusto, per poter fare a meno del Senato. L’“uomo
nuovo”, pur avendo dalla sua i ceti popolari e pur essendo l’idolo
delle nuove legioni, aveva bisogno di conservarsi l’appoggio di una
parte almeno dell’aristocrazia. Il suo potere era ancora fragile. Come
avrebbero poi dimostrato gli avvenimenti degli anni successivi, e
come dimostrò nel giorno del trionfo la presenza al suo anco di
Lutazio Catulo, intento a pavoneggiarsi nella toga color porpora
bordata d’oro: la toga picta, e a fare sorrisi e cenni d’intesa ai bei
ragazzi, venuti ad applaudirlo e a ridere di lui.
La grande battaglia tra i Romani e i Cimbri non ha avuto nei
secoli la fama che doveva avere e che viene attribuita ad
avvenimenti molto più piccoli, perché la sua memoria è stata falsata
n dall’inizio. E l’unica conclusione che si può trarre, da questa
lunga ma necessaria premessa, è che la storia come verità assoluta
non esiste. La storia è un racconto, e la verità non la regala nessuno.
Bisogna cercarla.
Detto questo, possiamo nalmente trascrivere il racconto di
Plutarco, cioè di Silla. Sapendo che è falso nel suo insieme, ma che
contiene certamente dei particolari autentici. Perché Silla, in quei
giorni terribili, era là, nella pianura sotto la montagna sacra dei
Galli; e perché chi vuole modi care il signi cato complessivo di un
avvenimento non ha interesse a cambiare i dettagli, che anzi gli
servono per rendere più verosimile l’insieme.
Nel racconto di Silla-Plutarco i particolari certamente autentici
sono tre.
Il primo particolare autentico è quello dello schieramento
dell’esercito romano, con le legioni di Catulo messe al centro in
modo da non essere decisive per l’esito dello scontro.
Il secondo particolare autentico è quello della polvere: che si alzò
a coprire gran parte della pianura e che poi, nel racconto, servì a
Silla per far uscire di scena Mario e per far vincere la battaglia a
Catulo e a se stesso. Come si vedrà.
Il terzo particolare autentico è quello più tragico, che impressionò
lo stesso Silla (uomo non particolarmente sensibile alle disgrazie
degli altri) e che si riferisce agli ultimi giorni della battaglia, quando
ormai i Romani erano impegnati a espugnare uno dopo l’altro gli
accampamenti dei Cimbri.
Ma cediamo la parola a Plutarco. Che circa lo schieramento dei
Romani e dei Cimbri ci ha raccontato:
“Aveva Catulo ventimila e trecento soldati, e Mario ne aveva
trentaduemila, i quali, distribuitisi sull’uno e sull’altro corno,
presero Catulo in mezzo, come lasciò scritto Silla che combatté in
quella battaglia. E dicono che Mario dispose in tal modo l’esercito,
sperando di farsi addosso alle falangi nemiche specialmente con le
due corna, onde la vittoria fosse tutta dei suoi soldati e non avesse
Catulo parte alcuna in quel con itto, né venisse con i nemici alle
mani, restando indietro i soldati di mezzo e formando un’ansa, come
sempre succede quando i soldati sono schierati su un fronte molto
vasto; e dicono che Catulo stesso poi si sia lamentato, biasimando
Mario e accusandolo di avere operato contro di lui. La fanteria dei
Cimbri uscì fuori dai suoi ripari con tutta tranquillità e si schierò in
un battaglione quadrato, su una super cie di trenta stadi di
estensione per lato”: pari, cioè, a circa cinque chilometri e mezzo
delle nostre misure lineari. “Poi” continua il racconto di Plutarco
“vennero avanti i soldati a cavallo, che erano quindicimila, facendo
magni ca e splendida mostra. Avevano elmi fatti in maniera, che
rappresentavano strani ce e particolari di ere terribili con le
bocche aperte; e avendoli armati di cimieri, che si levavano in alto,
sembravano ancora più grandi di quanto fossero realmente.
Avevano lucide corazze di ferro che risplendevano dietro scudi
bianchi. Portavano tutti un giavellotto a due punte: ma quando
venivano alle mani coi nemici, usavano grandi spade e pesanti”,
eccetera.
La polvere, in quell’estate senza piogge, oscurò gran parte del
campo di battaglia e servì a Silla, nella sua versione dei fatti
riveduta e corretta, per vincere la battaglia al posto di Mario e per
farla vincere a Catulo. Nel mondo delle cose reali, invece, è assai
probabile che sia servita a lui per allontanarsi non visto dal luogo
degli scontri e per sottrarsi al rischio di essere ucciso o ferito. L’astro
nascente del partito aristocratico aveva altri programmi, nella vita,
che morire squarciato dalla spada di un cimbro! Ma seguiamo il
racconto di Plutarco, cioè di Silla:
“Nell’atto che stavano per urtarsi le due armate” ci ha lasciato
scritto Plutarco “racconta Silla essere avvenuta cosa che mostrò la
vendetta degli Dei contro Mario. Perché essendosi alzata, come a
volte succede, un’immensa nuvola di polvere che copriva e
nascondeva entrambi gli eserciti, a Mario che con grande impeto si
era lanciato contro il nemico alla testa dei suoi non venne fatto di
incontrarlo, ma oltrepassando di anco alla loro falange, se ne andò
errando a lungo per la pianura senza trovarlo. E i nemici, invece, si
imbatterono in Catulo, e attaccarono battaglia con lui e con i suoi
soldati, tra i quali dice Silla che c’era anche lui; e dice pure che
combatterono in quella zu a a favore dei Romani anche il caldo e il
sole, che splendeva contro la faccia dei Cimbri. Perché quei barbari
erano forti a sopportare il gelo, essendo nati in luoghi ombrosi e
freddi, ma non sapevano resistere al caldo, e grondavano di sudore e
ansimavano e tenevano gli scudi davanti al viso per ripararsi dal
sole…”.
La polvere, insomma, impedì ai Romani di vedere bene i nemici e
di fuggire, come invece avevano fatto alle Bocche dell’Adige:
“Giovò pure la polvere ai soldati di Catulo, coprendo la gente
nemica per impedirgli di spaventarsi: perché non potevano vederne
da lontano la grande moltitudine, ma correvano ad azzu arsi con
quelli che avevano davanti senza rimanere sbigottiti alla vista di
tanti nemici”.
Questa, dunque, è l’immagine della battaglia che viene fuori dal
racconto di Plutarco, basato sulle memorie di Silla: un’immagine che
diventa realistica e direi quasi fotogra ca se ci aggiungiamo la parte
che manca cioè il paesaggio. In quella pianura sferzata dal sole di
agosto già nelle prime ore del mattino c’erano cinquantaduemila e
trecento soldati romani da una parte e forse altrettanti Cimbri
dall’altra, più un numero imprecisato di cavalli. Forse trentamila,
forse più. La polvere, data la stagione, era inevitabile, ma essendo
distribuita in uno spazio così grande non poteva essere concentrata
in un’unica nuvola: abbastanza tta, se dobbiamo dare retta a
Plutarco, da non vedercisi alla distanza di un braccio. Era
certamente molto tta in prossimità delle brughiere e delle strade,
là dove gli uomini e i cavalli si muovevano su un suolo arido o
sterrato; era quasi assente, invece, dove c’erano prati e terreni
umidi. In ne, doveva essere presente in forma di nuvole più o meno
grandi tra i boschi e i gruppi di alberi o di case. Caio Mario, che
certamente non si era lanciato a capo tto contro i Cimbri come
vorrebbe il racconto inverosimile di Silla, ma controllava i suoi
uomini da un dosso o comunque da un luogo elevato, aveva negli
occhi una pianura ancora ondulata e coperta in parte di foreste,
dove la polvere era una immensa nuvola s lacciata, con molti vuoti
qua e là. La scena del console romano che galoppa alla ricerca dei
nemici senza trovarli, mentre il damerino Lutazio Catulo e lo stesso
Silla compiono prodigi di valore e vincono da soli la battaglia con
l’aiuto del caldo, è più comica che realistica. È una “gag”, con un
solo elemento autentico.
La polvere.
Quella polvere che dovette alzarsi un po’ dappertutto, nella
grande pianura, a coprire il primo, sanguinosissimo scontro tra i
Romani e i Cimbri.
Il terzo e ultimo particolare autentico del racconto di Plutarco,
cioè di Silla, non si riferisce come già si è detto alla battaglia vera e
propria cioè allo scontro delle due armate in campo aperto: ma ne
rappresenta il seguito e, almeno in un certo senso, la conclusione. È
il particolare, terribile, delle donne dei Cimbri che uccidono i fratelli
e i mariti e i padri per punirli di essersi lasciati scon ggere, e poi
uccidono i loro gli e se stesse per non cadere in mano ai nemici.
Nessuno, se non l’avesse visto con i suoi occhi, o comunque se non
l’avesse sentito raccontare da chi ci aveva assistito, avrebbe potuto
immaginare un fatto del genere. Che rappresentò, come già si è
detto, l’epilogo della grande battaglia e avvenne parecchi giorni
dopo i primi scontri, a molte miglia di distanza dai luoghi dove si
era combattuto: in quella parte della pianura del ume Po che noi
oggi chiamiamo Lomellina e negli accampamenti dei Cimbri. Dopo
che la polvere era tornata a posarsi sulle brughiere e nei boschi, e
quando ormai la vittoria delle armi romane dava la possibilità anche
a un combattente intrepido come Silla di partecipare alle ultime
vicende di una guerra, tra le più crudeli e spietate che Roma avesse
mai dovuto a rontare. È possibile, o forse addirittura è probabile,
che il futuro dittatore di Roma abbia assistito personalmente ad
alcuni dei fatti a cui accenna, e che li abbia poi raccontati nelle sue
memorie non perché gli servissero a sminuire Mario o a celebrare se
stesso, ma perché lo avevano turbato.
Ed ecco ciò che ne scrive Plutarco:
“Avendo in seguito i Romani cacciato i fuggitivi no alle loro
retrovie” cioè ai loro accampamenti, “videro colà uno spettacolo
oltre misura tragico e doloroso, perché le donne, stando sopra i carri
vestite a lutto, uccidevano quelli che vi si rifugiavano, chi i mariti,
chi i fratelli, chi i padri, e strangolando con le loro mani i propri
gli, li gettavano sotto le ruote e sotto gli zoccoli dei cavalli e alla
ne uccidevano anche se stesse. Raccontano che una si sospese al
timone di un carro con due bambini ancora piccoli suoi gli,
attaccati ai suoi piedi ciascuno con un laccio; e che gli uomini per
mancanza di alberi legavano i capestri che si erano messi al collo,
chi alle gambe e chi alle code dei buoi, e poi stimolandoli col
pungolo li facevano saltare nché, trascinati e calpestati, perdevano
la vita. Pure, nonostante si dessero la morte in molti modi, ne
furono presi vivi più di settantamila, e si diceva che gli uccisi
fossero il doppio di più”.
Una storia terribile: la ne di un popolo. La nota meno
drammatica, nel racconto di Plutarco, riguarda i luoghi dove si
compì quell’immensa tragedia: “per mancanza di alberi”. Dovevano
esserci molte praterie e molte brughiere, in Lomellina, se in qualche
luogo vicino agli accampamenti degli invasori mancavano gli alberi
per impiccarsi! Ma, dopo avere riferito ciò che è stato scritto sulla
battaglia dei Campi Raudii e sulla ne dei Cimbri, è tempo ormai
che cerchiamo di rappresentarci quegli avvenimenti come già
nell’antichità faceva Omero: chiedendo aiuto alla dea della poesia
epica cioè alla nostra immaginazione. È tempo di provare a
immaginare come si svolse, in concreto, quel grande evento del
passato, e cosa accadde ai nostri personaggi in quella parte d’Italia:
il Piemonte, dove la natura allora era ancora selvaggia, nel
novilunio d’agosto dell’anno seicentocinquantaduesimo dalla
fondazione di Roma.
L’anno dei Cimbri.
Capitolo sedicesimo
La battaglia secondo noi

Che i Cimbri amassero la guerra è risaputo, così come è risaputo


che fossero dei guerrieri valorosi e spietati. Per causa loro, e dei loro
alleati Teutoni e Ambroni, Roma aveva rivissuto dopo un secolo la
minaccia di Annibale, e aveva perso diecine di migliaia di uomini
sui campi di battaglia in varie parti d’Europa. La loro forza, però,
era anche la loro debolezza, perché li portava a disprezzare e a
sottovalutare gli avversari, e a disprezzare la politica: che nei
rapporti tra gli uomini è ciò che precede e segue le guerre, e che
sempre più spesso le sostituisce nel mondo di oggi. I Cimbri, invece,
sembravano guidati da un’unica ragione e da un’unica legge, quella
del più forte; e non si è mai saputo con certezza cosa volessero
davvero e cosa cercassero, in quei loro spostamenti per l’Europa
apparentemente privi di senso che li avevano portati, in pochi anni,
dall’estremo nord dello Jütland cioè dell’attuale Danimarca alla
penisola iberica, dalla valle del Danubio alla Gallia alla pianura del
Po. Cercavano una nuova patria o volevano dominare il mondo?
Forse non lo sapevano nemmeno loro; o, se anche l’avevano saputo,
avevano nito per dimenticarsene.
Non si è mai saputo con certezza che cosa li abbia indotti ad
allearsi con altri due popoli germanici, i Teutoni appunto e gli
Ambroni, e a entrare in Italia per distruggere Roma.
In battaglia, i Cimbri conoscevano una sola tattica: quella di
travolgere il nemico, annientandolo già al primo urto. Se ci
riuscivano, e di solito ci riuscivano, vincevano. Se no, le cose
incominciavano a mettersi male anche per loro. Ripiegare,
riorganizzarsi, spostare gli uomini da una parte all’altra del fronte
non rientrava nella loro capacità e nemmeno nella loro mentalità.
L’unica cosa che sapevano fare era tornare all’assalto: ma quel modo
di a rontare le guerre, se non era vincente, era suicida. E così
appunto era successo in quel mese di agosto nella pianura tra
Novara e Vercelli, dove incominciavano i Campi Raudii e niva
l’Ager Padanus: la regione che noi, oggi, chiamiamo Lombardia e
che già allora era una terra fertile, coltivata prevalentemente a
frumento.
Nei giorni del novilunio. Per la prima volta nella loro storia, i
Cimbri erano andati incontro a una disfatta, che si sarebbe poi
rivelata de nitiva e totale.
Noi non sappiamo come incominciò la battaglia: possiamo però
dire come si svolse, in quel mare di polvere di cui ci ha parlato
Plutarco. Il primo assalto dei Cimbri, come sempre, era stato
terribile, ed è anche probabile che in più punti l’esercito romano
abbia ceduto. Ma non si era veri cato, nelle sue le, quello
sbandamento generale che invece in altre circostanze era stato la
causa della scon tta. Merito di Mario che era riuscito a rincuorare
anche i legionari di Quinto Lutazio Catulo, o merito del caldo afoso
di agosto, che toglieva ai Cimbri una parte del loro impeto? Merito
della polvere, come suggeriscono Silla e Plutarco? Non lo sappiamo
e non possiamo dirlo. Sappiamo solo che lo sfondamento non ci fu.
Dopo quel primo urto, in cui tra morti e feriti avevano perso
certamente qualche centinaio, o forse addirittura qualche migliaio di
uomini, i Romani erano arretrati. Si erano riorganizzati, venendo in
soccorso con le due ali al centro dello schieramento e tenendo
impegnata la cavalleria nemica con rapide incursioni e altrettanto
rapide ritirate della loro, mentre la fanteria dei Cimbri continuava a
incalzarli. I combattimenti erano durati no al calare del sole di
quella prima, lunghissima giornata di battaglia in cui uno dei due
schieramenti, quello dei Romani, aveva continuato ad arretrare e
l’altro, quello dei Cimbri, aveva raggiunto il suo fronte più avanzato,
sette miglia a sud di Novara.
(In quel luogo, dove gli assalti dei Cimbri avevano dovuto
fermarsi alla ne del primo giorno dei combattimenti, sarebbe poi
sorto l’arco di trionfo dedicato al console Caio Mario e si sarebbe
formato il villaggio: Cameriano, di cui abbiamo già avuto occasione
di parlare e che esiste ancora oggi.)
La pianura sotto il monte Ros, in quella prima notte della grande
battaglia era piena di morti e di feriti che si lamentavano e urlavano
per il dolore e chiedevano aiuto e però non potevano essere
soccorsi: perché la spinta inarrestabile dei Cimbri aveva costretto
l’esercito di Mario ad arretrare per l’intera giornata, e i feriti dei
Romani si trovavano tutti dietro le linee nemiche. Chi, tra quei
feriti, aveva ancora abbastanza forze per tentare di ritornare dalla
sua parte dello schieramento, sperava di poterlo fare nel buio
assoluto della notte, che era appunto il buio del novilunio: ma le sue
probabilità di riuscirci erano molto poche. Dalla parte dei Cimbri,
infatti, avevano incominciato a muoversi delle luci, e il buio aveva
incominciato a riempirsi di punti luminosi che, visti da lontano,
sembravano vagare senza una meta. Ogni luce era la torcia di un
guerriero che cercava i feriti romani per ucciderli, e uccideva anche
i feriti del suo stesso popolo se pensava che non ce l’avrebbero fatta
a guarire e a tornare a combattere in un’altra battaglia. Se gli
sembrava che so rissero troppo. Tutti gli eserciti, in quell’epoca,
nelle notti che seguivano uno scontro mandavano degli uomini a
nire l’opera della giornata, dando il colpo di grazia ai nemici e
recuperando i propri compagni o ammazzandoli. Erano gli stessi
caduti, molto spesso, che gli chiedevano quel servizio. Gli dicevano:
«Non lasciarmi qui in queste condizioni. Per favore, ammazzami».
Tra i soldati romani che morirono nella prima notte dopo la
battaglia ci furono anche il patrizio Valerio Rutilo e il liberto Stazio:
i due amici di diciannove anni che abbiamo avuto occasione di
conoscere e che nell’accampamento di Mario in riva al Sesia erano
stati i principes cancerarii: i campioni di caccia al gambero della
loro legione. Messi a combattere nelle prime linee tra gli astati, per
tutta quella lunghissima giornata i nostri cacciatori di gamberi
avevano continuato ad arretrare davanti alla furia dei Cimbri.
Valerio Rutilo era stato ferito a un braccio: non in modo tale, però,
che gli impedisse di continuare a ritirarsi insieme al compagno,
proteggendosi a vicenda e spostandosi come gli era stato detto di
fare, da una linea di difesa all’altra. Stazio, invece, era stato travolto
da un cavaliere nemico verso sera, quando ormai le ombre erano
diventate lunghe e i combattimenti si stavano fermando su tutto il
fronte. Era rimasto a terra, con una ferita al torace che gli faceva
perdere molto sangue e una gamba rotta, a una distanza di circa
cento passi dalla prima linea dei Romani. Dopo un paio di tentativi
di rialzarsi, si era nto morto ed era rimasto immobile nché in
cielo c’era stata luce. Con il buio, aveva incominciato a chiamare
l’amico. Gridava più forte che poteva, e la sua era una delle mille
voci che si alzavano nella notte per chiedere aiuto:
«Decio Valerio, non lasciarmi morire! Sono qui!».
«Vieni ad aiutarmi! Aiutatemi! Non posso rialzarmi!».
Chissà come, l’amico l’aveva sentito. Si era mosso per andare a
soccorrerlo e il centurione l’aveva fermato: «Dove vai?».
«Quello che ti sta chiamando» gli aveva detto «è un uomo morto. I
nemici lo lasceranno gridare ancora un po’, per vedere se andiamo
ad aiutarlo; poi, lo ammazzeranno. Se cercheremo di raggiungerlo,
ammazzeranno anche noi.»
«La sua storia nisce oggi e nisce qui. Devi rassegnarti.»
«Non posso» ripeteva Valerio Rutilo, «siamo amici. Abbiamo
giurato che non ci abbandoneremo. Tu sei il mio u ciale» si era
rivolto al centurione in tono di supplica, «e io ti ubbidisco. Ma non
puoi chiedermi di venir meno a un giuramento. Non puoi chiedermi
di rinnegare l’amicizia!»
«Sono qui» gridava Stazio. «Aiutatemi! Venite a salvarmi!»
Il centurione si era stretto nelle spalle e Valerio Rutilo era entrato
nel buio cercando di seguire, tra tante voci, quella dell’amico. Si era
sentito perso no dai primi passi e avrebbe voluto ritornare indietro,
ma Stazio aveva continuato a chiamarlo e lui aveva continuato a
camminare nella terra di nessuno tra i due schieramenti. Alla sua
sinistra c’erano le luci dei Romani, più o meno un paio per ogni
stadio. (Che era una misura d’allora, corrispondente a
centoventicinque passi.) Alla sua destra, altrettanto vicine ma più
irregolari, c’erano le luci dei Cimbri.
«Decio Valerio» lo chiamava il ferito. «Aiutami. Non
abbandonarmi!»
Aveva seguito la voce senza sapere dove stesse andando, tendendo
il gladio davanti a sé casomai ci fossero stati ostacoli. Era caduto
una prima volta, inciampando in un morto. Era caduto una seconda
volta. Si era rialzato e una luce gli era esplosa negli occhi, un colpo
sul braccio gli aveva fatto cadere di mano la spada. Aveva visto in
faccia l’uomo che stava per ucciderlo.
Rideva.
A partire dalla terza ora di notte, i lamenti e le grida strazianti dei
feriti erano stati coperti dal canto di guerra dei Cimbri, che i
Romani ormai dovevano ascoltare per forza: perché lì dove si
trovavano non avrebbero potuto mettersi della cera nelle orecchie e
dormire, come avevano fatto le notti precedenti. E poi, c’erano i
centurioni con le clessidre che organizzavano i turni di riposo e di
guardia e andavano attorno a portare gli ordini del dux cioè del
comandante in capo Caio Mario. Dicevano che col nuovo giorno le
parti nella battaglia si sarebbero invertite e che i Romani sarebbero
andati all’attacco, formando delle falangi al centro dello
schieramento e avanzando sulle due ali. I nemici, spiegavano i
centurioni, erano rupti (scoppiati): «Hanno fatto tutto quello che
potevano. Domani sarà il nostro momento di prendere l’iniziativa e
di vincere».
Quella previsione era destinata ad avverarsi.
Dopo un’avanzata travolgente, che dai con ni dell’attuale
Lomellina li aveva fatti arrivare n dove oggi c’è il borgo di
Cameriano, le sorti dei Cimbri avevano incominciato a declinare nel
secondo giorno del novilunio di agosto, che fu anche il secondo
giorno della grande battaglia. Il loro ultimo assalto, verso sera, con
le prime linee formate da uomini incatenati l’uno all’altro perché
non potessero dividersi o arretrare (anche questa notizia la
dobbiamo a Plutarco, cioè a Silla) era andato a infrangersi contro le
falangi dei legionari romani resi invulnerabili, o quasi, da una
corazza di scudi disposti a testuggine. Gli incatenati erano stati
uccisi, e gli uomini che li seguivano avevano incominciato a non
saper più dove andare e cosa fare.
Avevano incominciato a sbandarsi.
Quell’episodio era stato l’ultimo del secondo giorno. Il terzo
giorno della battaglia non aveva avuto più storia, o per meglio dire
aveva avuto tante piccole grandi storie di guerrieri cimbri che si
lanciavano contro i Romani mentre questi avanzavano ormai da
tutte le parti, per ucciderne il maggior numero possibile e per essere
uccisi. Azioni suicide, di uomini che volevano entrare nel Valhalla
in quel modo eroico. L’esercito dei Cimbri si era dissolto, perché
dopo il massacro degli incatenati quasi tutti i guerrieri superstiti
avevano avuto un solo pensiero: quello di tornare agli
accampamenti delle loro tribù per tentare un’impossibile ultima
difesa o per salire sui carri e fuggire, in compagnia delle donne e dei
gli. La guerra era persa, questo ormai lo avevano capito tutti, e
però nessuno aveva le idee chiare su ciò che ancora si sarebbe
potuto fare e su ciò che andava fatto.
Le uniche ad avere le idee chiare erano le donne. I guerrieri che
ritornavano nei loro accampamenti per difenderle ci trovavano
quest’ultima, amarissima sorpresa.
La morte.
Il quarto giorno, i Romani avevano incominciato ad andare
attorno con i carri e a raccogliere i loro morti per bruciarli su delle
grandi cataste di legna. Quell’opera, compiuta da squadre di calones
cioè di operai tuttofare coordinati da alcuni centurioni e da alcuni
tribuni militum che cercavano di dare un nome a ogni morto e
trascrivevano quei nomi sui commentarii (rotoli di pergamena) che
portavano in lati nella cintura, sarebbe continuata per chissà quanti
giorni, nché tutti i caduti fossero stati traghettati nell’Averno e
consegnati al dio dei morti Plutone. Noi, oggi, non possiamo dire
quanti furono i soldati romani che persero la vita ai Campi Raudii, e
nessuna fonte dell’epoca ci dà notizia del loro numero: ma
certamente furono alcune migliaia. I Cimbri non erano un nemico
che si potesse a rontare, anche vincendo, senza forti perdite. Per
otto, dieci giorni i carri dei calones dovettero andare avanti e
indietro sulle strade polverose tra Novara e Vercelli, portando
carichi di morti e carichi di legname per fare le cataste su cui
bruciarli; e si dovettero vedere, un po’ dappertutto, le colonne di
fumo nero e denso che si alzavano da quei roghi. Le guerre, nel
mondo antico, erano anche questo.
Nell’accampamento di Mario in riva al Sesia si era tenuto un
consiglio di guerra straordinario, per decidere le cose più urgenti.
Bisognava nire di vincere. In questo, e non solo in questo, i
Romani e i Cimbri si somigliavano. Anche i Cimbri, come i Romani,
non avevano l’abitudine di lasciare a chi li aveva combattuti la
possibilità di ritirarsi e di riorganizzarsi per preparare la rivincita.
Soltanto una volta in tutta la loro storia avevano commesso
quell’errore, quando avevano rinunciato a inseguire e a distruggere
le legioni di Lutazio Catulo. Noi, oggi, non possiamo sapere con
certezza perché allora si comportarono in quel modo: le ipotesi che
abbiamo fatto nelle pagine precedenti, però, e che riguardavano la
traversata del Brennero durante l’inverno con tutto ciò che era
successo nel corso di quella traversata, ci sembrano abbastanza
convincenti. E non possiamo nemmeno dire, dopo ventun secoli, se
quell’errore gli fu fatale, come tutto ci indurrebbe a credere; o se il
genio militare di Mario gli avrebbe fatto vincere la battaglia ai
Campi Raudii, con ventimila uomini in meno! È certo, invece, che
dopo avere ottenuto una vittoria così di cile, Mario non poteva
lasciarla incompiuta. Doveva vincere no in fondo. Perciò, nel
consiglio che si era tenuto il quarto giorno dopo l’inizio della grande
battaglia, si era deciso di mandare alcuni reparti di cavalleria di là
dal Ticino e di là dal Po, per intercettare e distruggere quelle tribù
dei Cimbri che, spinte dalla disperazione, avessero tentato la via del
ritorno verso l’Adige e verso i valichi delle Alpi. E poi, si era deciso
che il grosso dell’esercito romano avrebbe continuato ad avanzare a
sud dei luoghi dove si era combattuto e a sud di Vercelli, nella
regione che era stata occupata dagli invasori; e che tutte le donne e
tutti gli uomini di quel popolo dovevano essere fatti prigionieri, se si
arrendevano, o dovevano essere uccisi dove si trovavano, se si
fossero ribellati o avessero tentato di fuggire.
L’ultima decisione che si era presa, in quel consiglio, riguardava
Caio Mario e Quinto Lutazio Catulo. Che non sarebbero rimasti ai
Campi Raudii nei rispettivi accampamenti sul Sesia e sul Po, ma si
sarebbero messi in viaggio già nei giorni successivi per portare
personalmente a Roma e al Senato la notizia che il pericolo
rappresentato dai Germani era venuto a cessare, e che anche i
Cimbri erano stati vinti in una battaglia decisiva, a cui avevano
partecipato tutte le legioni di Roma.
Quelle “nuove” di Mario e quelle “vecchie” di Lutazio Catulo.
La riconquista del territorio no al Po si era poi fatta in assenza
del console, con il suo luogotenente Claudio Marcello e con gli altri
u ciali superiori tra cui Silla; era durata, in tutto, un paio di
settimane ed era stata sanguinosissima: un massacro. Qua e là nella
pianura si erano veri cati estremi episodi di resistenza intorno agli
accampamenti, imboscate diurne e notturne e anche qualche
tentativo di fuga, fatto da piccoli gruppi di guerrieri o da intere
tribù. Le donne, come già si è detto, avevano ucciso i mariti e i
fratelli per punirli di non aver saputo difenderle, e poi avevano
ucciso se stesse e i loro bambini perché non diventassero schiavi dei
vincitori. Molti uomini si erano tra tti con le loro armi o si erano
tolti la vita in altri modi. Le cifre della disfatta che ci dà Tito Livio
sono poco diverse da quelle di Plutarco e di Silla:
“In quella battaglia si tramanda che caddero centoquarantamila
nemici e sessantamila (settantamila secondo Silla-Plutarco) furono
fatti prigionieri”.
Sono cifre enormi, che si vorrebbe poter mettere in dubbio; ma,
purtroppo, sono cifre realistiche se si misurano con l’annientamento
di un popolo e con gli sconquassi che quel popolo era riuscito a
provocare, per anni, in varie parti d’Europa. Le guerre del mondo
antico erano meno tecnicizzate di quelle di oggi, ma facevano molti
più morti. Non si andava per il sottile. Il guerriero presso tutti i
popoli era anche un macellaio, che dopo avere combattuto e vinto i
nemici doveva nire l’opera facendoli prigionieri cioè schiavi
oppure uccidendoli. L’idea che la vita umana avesse in sé qualcosa
di sacro era ancora di là da venire, insieme alla pietà dell’uomo per
l’uomo. Quell’idea, e quella pietà, sarebbero nate dopo più di un
secolo in una lontana provincia di Roma, la Palestina: e il loro
simbolo sarebbe poi diventato quella croce che già all’epoca della
nostra storia serviva a uccidere i condannati a morte in tempo di
pace. In tempo di guerra, per uccidere, si usavano le spade. Non è
un caso che le tuniche dei legionari romani fossero di colore rosso:
perché chi le indossava non doveva spaventarsi vedendole
macchiate con il suo sangue, e non doveva temere di sporcarle con il
sangue degli altri. E c’era un proverbio, da secoli, che i Romani
avevano imparato a loro spese, la prima volta che si erano concessi
il lusso di lasciarsi scon ggere.
Un proverbio che li obbligava a vincere: “Vae victis!”.
“Guai ai vinti!”
Gli accampamenti dei Cimbri nella grande pianura sotto il monte
Ros, tra i Campi Raudii e la valle di un a uente del Po, il ume
Ticino, erano stati espugnati nel mese di settembre dell’anno
seicentocinquantaduesimo dalla fondazione di Roma. Si era
combattuto accampamento per accampamento. Boiorige era caduto
per mano di sua moglie Rhamis: che gli aveva spaccato la testa con
un’ascia quando lui, inseguito dai nemici, aveva cercato di rifugiarsi
sul carro dove si erano riuniti i suoi familiari e su cui sperava di
poter fuggire. Rhamis, poi, aveva ucciso il piccolo Aligild e aveva
tolto la vita a se stessa e al glio che portava in grembo, lanciandosi
con quell’arma contro i Romani. Suo padre Agilo “l’Orso”, ferito e
privo di sensi, era stato fatto prigioniero da chi, stupito per la sua
grande corporatura e per la sua forza sica, aveva pensato di
risparmiargli la vita. Un gigante come lui, anche se non era più
tanto giovane, poteva avere un futuro nei ludi gladiatorii cioè nei
combattimenti tra uomini che in quell’epoca, a Roma, si facevano
ancora nei teatri anziché negli stadi e però avevano già un loro
pubblico di spettatori entusiasti. Anche l’innamorato respinto di
Sigrun, il guerriero Brinno, si era dato la morte impiccandosi; e tanti
altri come lui si erano uccisi per non cadere prigionieri dei Romani,
tra ggendosi con le loro spade, riempiendosi i vestiti di sassi e
buttandosi nei pozzi o nei umi, o in altre maniere ancora più
raccappriccianti.
Queste cose erano successe a settembre, nei giorni ormai della
luna piena. Mentre Caio Mario e Lutazio Catulo erano già in viaggio
per Roma: dove li attendevano l’encomio solenne del Senato e i
festeggiamenti del popolo, che li avrebbe ringraziati in quel modo
per avere salvato Roma da uno dei più gravi pericoli della sua
storia; e dove avrebbero celebrato un unico trionfo, per le due
vittorie di Mario sui Germani. Lutazio Catulo, che non aveva vinto
un bel nulla e che anzi era stato repulsus et fugatus: scon tto e
messo in fuga dai Cimbri, si sarebbe adattato per ragioni politiche a
recitare la parte del condottiero vittorioso e forse anche avrebbe
creduto davvero di esserlo. Chissà! Gli uomini credono facilmente a
quello che gli fa comodo. In quanto a Mario, dobbiamo pensare che
dopo più di un anno di assenza da Roma avesse altri problemi da
risolvere, e altri nemici (politici) da a rontare, e che non gliene
importasse poi molto di un eroe da salotto come Lutazio Catulo.
Averlo a anco sul carro del vincitore, probabilmente era il prezzo
che gli si chiedeva di pagare per essere rieletto console: e doveva
sembrargli un prezzo ragionevole, se fosse bastato…
A Roma, dove c’erano tante persone da incontrare e tante cose
iniziate da portare a termine, Mario esce dalla nostra storia. Ci
rientrerà nella primavera dell’anno successivo, il
seicentocinquantatreesimo dalla fondazione di Roma; quando
tornerà nel suo accampamento ai Campi Raudii per congedare le
ultime legioni rimaste lassù, e per inaugurare quel monumento con
il suo nome in lettere di bronzo: quell’arco di trionfo, che doveva
celebrare nei secoli le sue imprese.
L’arcus marianus.
Ma procediamo con ordine. A ottobre, la guerra era nita e nove
delle dodici legioni che vi avevano preso parte erano state
smobilitate, secondo le disposizioni date da Mario ai suoi u ciali
prima di partire per Roma. I soldati erano tornati alle loro case e
avevano portato con sé, nei carri, una parte del bottino di guerra e
dei trofei, che erano stati tolti al nemico. A comandare le legioni
rimaste era stato designato il luogotenente di Catulo: il questore
Lucio Cornelio Silla, a cui il console aveva a dato l’incarico di
riportare l’ordine e la normalità in quella pianura saccheggiata dai
Cimbri e devastata dalla guerra. In quella pianura, possiamo
aggiungere noi oggi basandoci sui dati che abbiamo riferito, che
doveva essere piena all’inverosimile di cadaveri. Se, infatti,
cerchiamo di capire che ne abbiano poi fatto i centoquarantamila
morti di cui parlano gli autori antichi, arriviamo inevitabilmente
alla conclusione che moltissimi di loro rimasero insepolti, e che
servirono a ingrassare i terreni. Come già era successo ad Aquae
Sextiae con i Teutoni e gli Ambroni, secondo il racconto di Plutarco:
“Dicono che gli abitanti di quella regione usarono le ossa per
recintare le vigne, e che quel terreno per i cadaveri che vi si
putrefecero e per le piogge, che vi caddero sopra durante l’inverno,
talmente si impinguò e fu penetrato dalla putredine, che produsse
poi una quantità sorprendente di raccolti, e rese buona
testimonianza al poeta greco Archiloco, che sostiene essere quel tipo
di concime molto utile ai campi”.
La pianura sotto la montagna sacra dei Galli: il monte Ros, è
ancora oggi una terra molto fertile, da cui si ricavano grandi
quantità di cereali, soprattutto riso e granoturco. I
centoquarantamila cadaveri dei Cimbri, morti in battaglia o durante
la distruzione dei loro accampamenti che seguì alla battaglia, e
anche le ceneri dei soldati romani devono aver contribuito a questa
abbondanza. Ed è anche probabile, se non certo, che le spoglie di un
così gran numero di caduti abbiano continuato ad a orare, per
anni, nei posti più impensati e più strani. Spaventando chi andava
nei boschi a cercare funghi, o si appartava per una sua necessità
corporale, o cercava un luogo tranquillo con la danzata: e non si
aspettava più, dopo tanto tempo, di fare ancora quel genere di
incontri! E spaventando i bambini nei loro giochi. Ma ci sono anche
memorie locali e leggende, tra Novara e Vercelli, che parlano di
fosse comuni: grandi fosse, dove per settimane e per mesi i carri dei
Galli sarebbero venuti a rovesciare una parte almeno dei cadaveri
che ammorbavano l’aria dei loro villaggi.
Ci sono ancora nomi di località e di corsi d’acqua, nella pianura
sotto la montagna sacra dei Galli, che le antiche storie vorrebbero
far risalire a Caio Mario e alla battaglia con i Cimbri. Due di quei
nomi in particolare, quelli della cascina Peltrengo e della roggia
Peltrenga che la attraversa, sono stati messi in relazione con
un’immensa discarica di corpi umani che si sarebbe fatta in quei
luoghi: e chissà poi cosa c’è di vero in quelle storie, che ria orano
nelle note a piè di pagina di qualche libro di memorie locali! Forse
niente. Ma il fatto che esistano, e che siano arrivate no a noi dopo
ventun secoli, meritava comunque di essere segnalato.
Capitolo diciassettesimo
La pioggia e gli arcobaleni

A Proh, in quegli ultimi giorni di agosto, tutto era rimasto


silenzioso e immobile, tra le stradine del villaggio ormai piene di
erbe selvatiche poco meno alte di un uomo, e le case chiuse e
disabitate. Per no nella strada grande che allora attraversava il
paese venendo da Novara, e andava verso la valle alta del Sesia e il
monte Ros: per no nella via trita i rovi erano cresciuti un po’
dappertutto, sui bordi e anche al centro, tra i solchi tracciati dalle
ruote dei carri. L’o cina del fabbro era ferma. Durante il giorno si
faceva fatica a lavorare e per no a muoversi, per no a pensare, a
causa del caldo umido che saliva dalla pianura. Quando poi il sole
incominciava a scendere sotto le cime degli alberi, Tasgezio andava
a prendere nella stalla il cavallino bianco e lo portava in riva a un
ruscello dal fondo ghiaioso e dalle acque limpide, che scorreva poco
lontano dalle case. L’uomo e il cavallo entravano nell’acqua per
rinfrescarsi e ci restavano nché c’era luce: poi, tornavano al
villaggio. Il mese di agosto era trascorso in quel modo no al
novilunio, senza novità degne di essere raccontate. Sembrava che
non dovesse succedere più niente, in quell’angolo di mondo, e che le
vicende degli uomini fossero nite con la loro fuga verso le
montagne. Anche i giorni della grande battaglia non avevano avuto
storia. Soltanto chi fosse salito sopra il promontorio delle Matrone la
mattina in cui c’era stato il primo scontro avrebbe visto all’orizzonte
le nuvole di polvere che si erano alzate sulla pianura, qua e là; e
però, molto probabilmente, non avrebbe capito cosa stava
succedendo. Quella notte, poi, si erano sentiti dei rumori nelle
strade del villaggio, come di persone che ci camminassero. Si erano
sentiti dei grugniti. Erano i cinghiali, che uscivano dal bosco e si
avventuravano tra le case per cercare qualcosa da mangiare nei
luoghi che erano stati abitati dai loro nemici: gli uomini. Ma non
c’era più niente per nessuno e nemmeno per loro.
«Dovresti fare delle tagliole e metterle vicino alle case» aveva
detto la signora Lunilla a suo glio, dopo che per entrambi era
incominciata una nuova giornata. «Delle tagliole per i cinghiali.
Sono maiali selvatici, ma si possono mangiare e c’è gente che
addirittura li preferisce ai maiali domestici.»
Tasgezio l’aveva guardata, stupito. Le aveva risposto che catturare
gli animali selvatici, di notte e in quel modo, è un delitto contro la
vita: «Non lo sai? Gli spiriti dei boschi si vendicherebbero». Poi si
era reso conto che sua madre gli aveva fatto quella proposta perché
le loro scorte di cibo erano quasi esaurite, e aveva cercato di
consolarla.
«Vedrai» le aveva promesso «che tra qualche giorno laggiù in
pianura ci sarà nalmente la battaglia tra i Romani e i Cimbri, e che
poi tutto tornerà come prima. La gente riprenderà le sue abitudini e
i suoi commerci e noi, forse, faremo ancora in tempo a mettere
qualcosa da parte per l’inverno.»
Una sera: era ormai settembre, c’era qualche foglia che si
muoveva sugli alberi e Lunilla aveva aperto le imposte per far
entrare il fresco. Aveva detto, stando davanti alla nestra:
«Devono esserci stati degli incendi, giù in pianura, perché c’è un
odore brutto nell’aria».
«Un odore di carne bruciata: chissà da dove viene!».
Il giorno dopo, quando aveva riaperto l’o cina, Tasgezio si era
trovato davanti un uomo: uno sconosciuto, che lo aveva minacciato
con una spada. A giudicarlo dall’aspetto quell’uomo doveva essere
un guerriero cimbro e doveva anche essere ferito, perché sulla sua
tunica c’era del sangue. Era entrato nell’o cina e si era guardato
attorno, ripetendo delle parole incomprensibili che poi aveva
tradotto con dei gesti: voleva del cibo e voleva un cavallo. C’erano
dei cavalli, in quel villaggio? Tasgezio aveva fatto segno con la testa
di no e si era sentito morire pensando al cavallino bianco dall’altra
parte del muro, nella stalla. Gli aveva mandato con il pensiero un
messaggio: “Non ti muovere! Non farti sentire per nessuna ragione!
Sei in pericolo!”, che il cavallino doveva avere ascoltato perché,
contrariamente al solito, non aveva dato segni della sua presenza
mentre l’uomo mangiava con voracità una scodella di ceci,
continuando a minacciare con la spada il fabbro e sua madre. Poi
l’intruso se ne era andato: aveva fretta, e Tasgezio aveva capito che
stava scappando. Che la battaglia con i Romani era già stata
combattuta e che i Cimbri erano stati scon tti. Quando la strada
davanti alla sua o cina era ritornata deserta, il fabbro aveva detto
a Lunilla di chiudere porte e imposte e di non accendere il fuoco
perché c’era la possibilità, anzi: la probabilità, che arrivassero dalla
pianura altri guerrieri sbandati come quello che avevano dovuto
rifocillare. Gente che cercava del cibo, ma cercava soprattutto una
cavalcatura per scappare più lontano e più in fretta. Perciò, le aveva
detto, lui sarebbe andato a nascondere il cavallo in un posto dove
quei diavoli non potevano trovarlo, e ce l’avrebbe tenuto per
qualche giorno.
«Tu resta qui e non ti muovere. Vado e torno.»
Aveva portato il cavallino bianco sul promontorio delle Matrone e
da lì, attraverso le colline, no alla casa dei carbonai. Gli aveva
parlato come avrebbe fatto con un essere umano, perché lui capisse
le ragioni di quella fuga e di quell’esilio che però sarebbe durato
soltanto pochi giorni.
«Giù in paese» gli aveva spiegato «non saresti al sicuro.» Aveva
voluto scusarsi: «Lo so, c’è poca luce, ma bisogna che ti adatti a
restare qui dentro nché ci saranno in giro dei soldati sbandati.
Sono tempi di cili: tu che ascolti le voci degli Dei dovresti saperlo».
«Non avere paura dei lupi. Tra queste colline non credo che ce ne
siano, ma se anche ci fossero non potrebbero entrare. Ogni sera
verrò a portarti del cibo e dell’acqua, e poi verrò a riprenderti
appena sarà possibile».
Era ritornato al villaggio. Per tre giorni, lui e Lunilla erano rimasti
chiusi nella loro casa, al buio, spiando attraverso le fessure delle
imposte quelli che passavano per strada e andavano chissà dove,
verso le grandi montagne che dividevano e ancora oggi dividono
l’Italia dal paese dei Germani. Erano Cimbri, riconoscibili per la
foggia degli abiti e per le armi: per i giavellotti a due punte e per le
spade, così lunghe che dovevano appenderle all’altezza delle ascelle
perché non toccassero terra. Molti erano feriti e si vedeva che non
sarebbero arrivati lontano; qualcuno più fortunato degli altri era
riuscito a trovare un cavallo. Davanti al villaggio si fermavano.
Guardavano con attenzione tra le case, se c’erano segni di vita: non
ne vedevano e dopo qualche istante proseguivano, perché non
avevano il tempo di sostare e di approfondire le indagini.
Stavano scappando.
“Hanno vinto i Romani” ri etteva Tasgezio, “come al solito.
Questi che adesso pensano soltanto a mettersi in salvo, ancora pochi
giorni fa credevano di essere i più forti e forse lo erano davvero, ma
i Romani sono come le formiche, o come le api. Presi uno per uno
valgono poco, ma tutti insieme sono invincibili”.
Il quarto giorno non era passato più nessuno. Quando il sole,
fuori, era sceso sotto l’orizzonte, Lunilla aveva acceso una lanterna e
l’aveva schermata con un pezzo di sto a, perché la luce non si
vedesse dalla strada attraverso le imposte. Aveva imbandito la
tavola per la cena. Ormai era buio, e improvvisamente nel silenzio si
era sentita la voce di un uomo che gridava e comandava e forse
anche implorava in quella lingua sconosciuta che era la lingua degli
invasori. Si era sentito battere alla porta.
Tasgezio, allora, era corso a prendere una scure, per difendersi e
per difendere la sua casa se lo sconosciuto fosse riuscito a entrarci.
Sua madre Lunilla era andata a chiudersi nello stanzino che le
serviva da dispensa, tra l’abitazione e l’o cina del fabbro. Un
pensiero aveva attraversato la mente di entrambi. Si erano chiesti:
perché l’uomo là fuori era venuto a bussare proprio alla loro porta?
Come poteva sapere che quella casa era abitata? Aveva visto la
luce?
Era trascorso del tempo e la voce era tornata a farsi sentire ma più
in là, tra le strade del villaggio abbandonato; i colpi erano stati
battuti a un’altra porta e poi a un’altra ancora. Se, come tutto faceva
credere, a gridare e a battere i pugni là fuori era un uomo solo,
sembrava che quell’uomo avesse due voci: una più aspra che dava
degli ordini e un’altra più ebile che rispondeva alla prima e poi
niva per spegnersi in un so o, dopo avere chiesto qualcosa. Forse,
aiuto. La faccenda era continuata per un po’ di tempo, nché l’uomo
aveva smesso di gridare e Tasgezio si era addormentato seduto al
tavolo della cena che non si era fatta, con la scure sulle ginocchia.
Quando aveva riaperto gli occhi era giorno. Aveva guardato
attraverso le fessure delle imposte e non aveva visto nessuno. Era
uscito di casa impugnando la scure e sotto la tettoia, davanti alla
sua o cina, c’era un morto. Un guerriero cimbro con una ferita
larga e profonda tra il collo e la spalla aveva attraversato a piedi
tutta la pianura ed era venuto a morire proprio in quel villaggio,
con tutti i villaggi che c’erano già allora nel mondo!
Era venuto a morire proprio davanti all’unica casa abitata, con
tutte le altre case che avrebbe potuto scegliere nel villaggio di Proh!
Capitava di rado che Tasgezio imprecasse, ma quel giorno aveva
maledetto il suo destino e le divinità che lo governavano. Chi poteva
volergli così male da costringerlo a seppellire un morto, con quel
caldo? Poi però si era rassegnato. Gli piacesse o no, quell’uomo era
sulla sua porta: era un suo ospite, cioè una persona sacra. Si era
detto:
“Lo seppellirò subito, prima che faccia troppo caldo”. Aveva
sospirato:
“Sono le nonae di settembre, e ancora non piove!”.
Aveva messo il morto sopra una carriola per portarlo dall’altra
parte del villaggio, dove c’era un terreno incolto. Prima di spostarlo,
però, lo aveva guardato meglio. Era alto e magro, con il viso
contratto in un’ultima smor a di disperazione. Aveva gli occhi
spalancati che continuavano a ssarlo e sembravano chiedergli:
“Perché non mi hai aperto la porta, ieri notte? Perché non hai
voluto aiutarmi?”.
«Perché non sarebbe servito a niente» gli aveva risposto Tasgezio.
«Eri già morto mentre chiedevi aiuto. Avrei dovuto capirlo dalla tua
voce.»
Gli occhi di quell’uomo erano azzurri come il cielo e il fabbro
aveva pensato:
“Prima lo metto sottoterra e meglio è. Non mi piace il modo come
mi guarda. Non mi piace che sia venuto nel mio villaggio e che sia
morto davanti alla mia o cina. Io non c’entro con la sua ne: spero
che se ne renderà conto”.
Quando poi l’aveva calato nella fossa gli aveva rivolto il saluto
rituale:
«Addio, straniero. Non conosco il tuo nome e non ho potuto farti
un vero funerale, ma ci penseranno gli Dei del tuo popolo a tirarti
fuori dal buio dove ti trovi adesso e a restituirti alla vita, in quella
forma che riterranno più adatta».
«Eri un guerriero e sei morto in battaglia. Non voltarti più
indietro: non ti servirebbe. La tua guerra è nita».
La guerra, ormai, era nita per tutti. Quello stesso giorno, la
strada che attraversava Proh e passava davanti all’o cina del
fabbro aveva visto arrivare le avanguardie di un altro genere di
viandanti, che venivano dalla parte delle montagne e che erano
diretti ai villaggi e ai borghi della grande pianura. Quei viandanti,
pochi e radi all’inizio ma destinati a diventare una folla nei giorni
successivi, erano le stesse persone che erano passate di lì a maggio
per andare verso le montagne. Non parlavano tra loro e non
avevano bagagli. Camminavano in fretta, perché il cielo sopra le
loro teste era diventato buio e perché i tuoni annunciavano quella
pioggia che si aspettava da mesi e che ormai era inevitabile, dopo la
grande estate e dopo la grande battaglia. Dice infatti Plutarco che
“di solito dopo le grandi battaglie cadono piogge a dirotto, o perché
qualche divinità voglia così lavare e puri care la terra con acque
pulite e scese dal cielo, o perché dal sangue e dalla putredine si
sollevi un vapore umido, che muova l’atmosfera e ne alteri la
consistenza”.
Il vapore umido del sangue e della putredine di cui ci parla
Plutarco è senz’altro una delle cause che addensano le nubi e fanno
piovere sui campi di battaglia, all’indomani dei grandi massacri.
Un’altra causa è l’urlo (silenzioso) dei morti: è la ressa di migliaia di
anime che si a ollano per entrare nel paradiso degli eroi, e con le
loro grida provocano turbolenze. È sempre successo, e il cielo ha
sempre versato le sue lacrime sulle stragi. Le ha versate a Maratona,
a Canne, a Poitiers, ad Hastings, a Marengo, ad Austerlitz. È piovuto
dopo Little Big Horn, dopo Caporetto, dopo Stalingrado: dove però
le lacrime erano gelate e avevano forma di occhi di neve. La stessa
acqua che fa crescere ogni anno il grano nei campi e che gon a i
ruscelli in primavera, lava il sangue dei morti dopo le battaglie.
È un fatto certo, perché sul nostro pianeta il ciclo dell’acqua è il
ciclo stesso della vita. Come ha detto il losofo:
“Tutto scorre”.
La sera del quinto giorno del mese di settembre di quell’anno
seicentocinquantaduesimo dalla fondazione di Roma in cui erano
accaduti i fatti che abbiamo raccontato, nella pianura tra il Po e la
montagna sacra dei Galli le nuvole cariche di pioggia: i “nimbi”,
avevano continuato ad addensarsi no a riempire il cielo da
orizzonte a orizzonte. Si erano sentiti rumoreggiare i tuoni, si erano
visti i lampi: nché, all’alba del giorno successivo, era scesa l’acqua
e non era stata una pioggerellina primaverile ma un diluvio,
intervallato, qua e là, da scrosci di grandine. Il vento e i fulmini
avevano schiantato e incendiato alberi e case e i torrenti si erano
ingrossati in poche ore, allagando campi e villaggi. C’erano state
delle pause in quell’uragano, seguite da nuovi rovesci d’acqua;
nché, verso la metà della mattina, la tempesta si era
de nitivamente calmata. Il cielo sopra le montagne era tornato a
essere azzurro mentre le nuvole continuavano a coprire la pianura
con una sorta di drappo funebre su cui però era comparsa una
striscia luminosa fatta di tanti colori, un grande arco che
rappresentava il trionfo del sole sulle tenebre e della vita sulla
morte: l’arcobaleno! Da quell’arco di luce erano nati altri due archi
più piccoli, uno a oriente e l’altro a occidente: e quel segno così
grande, così bello, secondo il fabbro Tasgezio signi cava che le
guerre erano nite o stavano per nire, nella pianura e nel mondo.
Che il mondo, nalmente, si stava preparando alla pace.
Tasgezio si era congedato dai viandanti che erano venuti a
ripararsi dalla pioggia sotto alla tettoia della sua o cina. Aveva
fretta. Un pensiero lo assillava già da un paio d’ore: una sensazione,
o forse soltanto un timore, che lassù tra le colline fosse successo
qualcosa. Che il cavallino bianco fosse in pericolo. Era salito sul
promontorio delle Matrone e aveva attraversato il bosco quasi di
corsa. Avvicinandosi alla casa dei carbonai, aveva visto sul terreno
bagnato delle impronte che non erano le sue impronte: dunque,
qualcuno era arrivato n lì durante il diluvio! Era entrato nella
capanna temendo di trovarla vuota ed era rimasto immobile per la
sorpresa: sulla paglia, vicino al cavallino bianco, c’era una ragazza
con una gran massa di capelli biondi. Sembrava dormisse; ma
quando il fabbro si era avvicinato per guardarla meglio, aveva
spalancato gli occhi di colpo e aveva fatto il gesto di difendersi,
alzando una mano in cui teneva un pugnale. Il suo braccio, però, era
privo di forza e l’arma le era caduta nendo per terra.
Chi era?
Tasgezio aveva allontanato il pugnale con il piede. Un pensiero gli
aveva attraversato la mente. Si era chiesto: dove ho già visto questa
ragazza? E anche:
Come è potuta arrivare n qui?
Chi l’ha guidata? Ma, naturalmente, non aveva saputo rispondersi.
L’unica cosa certa, al momento, era che la sconosciuta stava male.
In modo visibile: tremava e batteva i denti per la febbre; le sue
braccia e le sue gambe erano piene di gra e di lividi e le piante dei
suoi piedi sanguinavano per la troppa strada che dovevano avere
percorso senza calzature. I suoi occhi ssavano il vuoto. Il fabbro,
allora, le aveva parlato per tranquillizzarla. Aveva detto:
«Non avere paura. Calmati. Sei tra amici».
«Ti sei ammalata attraversando il diluvio, ma io e mia madre
sappiamo come curarti. Ti faremo guarire».
Aveva visto che la ragazza portava al collo uno strano monile: una
pietra trasparente con un’ape dentro alla pietra e si era ricordato del
sacerdote della Madre Terra. Della sua promessa:
«Ti farò viaggiare nel tuo futuro».
Si era portato la mano alla fronte: era lì, nei sogni di quella notte,
che lui aveva incontrato una ragazza bionda con un’ape sul collo! E
anche noi, ora che abbiamo visto l’insetto nell’ambra, possiamo dare
un nome alla sconosciuta. Possiamo essere sicuri che è Sigrun.
Soltanto lei, tra tutte le donne e le ragazze dei Cimbri, aveva al collo
quella pietra, con un’ape vissuta in un mondo dove gli uomini
ancora non esistevano.
Possiamo raccontare la storia di Sigrun. Possiamo dire, di lei, che
non aveva visto morire sua sorella Rhamis per mano di un soldato
nemico, e che non aveva assistito alla ne del suo popolo.
Era fuggita prima che arrivassero i Romani, in una direzione
qualsiasi e senza pensare ad altro che a rimanere viva.
Aveva camminato per giorni e giorni, tenendosi lontana dalle
strade e dai luoghi abitati.
Si era cibata di radici e di bacche, dormendo all’aperto o in
qualche pagliaio abbandonato e poi svegliandosi con gli arti
indolenziti e la faccia gon a per le punture delle zanzare.
Si era liberata delle calzature dopo che si erano rotte, e aveva
continuato a camminare a piedi nudi. Sull’erba, sui sassi, sui rovi.
Nelle brughiere e nei boschi.
Era arrivata dove la pianura nisce e dove incominciano le
montagne, una sera che il cielo sopra la sua testa era pieno di
nuvoloni neri e i lampi illuminavano un paesaggio più minaccioso
del solito. Si era rannicchiata per dormire sotto una grande quercia
e aveva rivisto in sogno il bosco sacro dei Cimbri, con l’uccello dai
cento occhi e il cavallino bianco che correva nell’ombra degli alberi.
Si era svegliata a causa del diluvio e aveva creduto di dover
a ogare, tanta era l’acqua che le si rovesciava addosso nella prima
luce del giorno, togliendole il respiro e la vista. Poi però aveva
sentito un nitrito, lontanissimo, che veniva dal suo sogno interrotto.
L’aveva seguito.
Si era arrampicata sul pendio di una collina mentre l’acqua le
scorreva lungo tutto il corpo e i fulmini colpivano gli alberi del
bosco con un frastuono terribile. Aveva continuato a salire e a
scendere seguendo le asperità del terreno nché era arrivata in una
radura dove c’era una capanna di legno larga e bassa con il tetto di
paglia. C’era entrata, e ad attenderla nella penombra aveva
trovato… il cavallino bianco!
Gli era corsa incontro ma le erano mancate le forze:
all’improvviso, le era piombata addosso tutta la stanchezza di quei
giorni e di quelle notti che aveva impiegato a fuggire, senza sapere
dove stesse andando e senza pensare più a niente. Aveva perso i
sensi, e quando era rinvenuta c’era un uomo che la stava guardando.
Uno sconosciuto. Tremando per la febbre, Sigrun aveva cercato di
difendersi: ma il pugnale le era caduto di mano…
L’uomo, allora, le aveva parlato in una lingua che lei non
conosceva, e il suo aspetto e il suono della sua voce erano bastati a
rassicurarla. Non era un nemico.
Era un amico.
Lo sconosciuto l’aveva aiutata a salire sul cavallino bianco.
Avevano attraversato il bosco in quel modo, con lei abbracciata al
cavallo per non cadere e perché quell’animale era tutto ciò che le
restava del suo mondo, il suo unico legame con il passato. Erano
arrivati in un villaggio dei Galli. In una casa, Sigrun aveva
conosciuto una donna: la signora Lunilla, che le aveva dato da bere
una bevanda calda un po’ amara. Una medicina (l’aspirina
dell’epoca) fatta con la corteccia di un albero: il salice, di cui il
fabbro aveva imparato le virtù alla scuola dei druidi. Si era
addormentata in un vero letto, dopo tante notti passate all’aperto; e
Tasgezio aveva raccontato a sua madre quel poco che sapeva di lei.
Le aveva detto di averla trovata sulla paglia nella vecchia casa dei
carbonai, dove la ragazza doveva essere entrata per ripararsi
durante il temporale. Le aveva mostrato il ciottolo trasparente che
portava al collo, e che veniva da un altro mondo.
Il mondo dei Cimbri.
Lunilla era di dente. Pensava che le premure del glio per quella
sconosciuta fossero dovute alla bellezza di lei, e che fosse suo
compito metterlo in guardia. Gli uomini, si sa, ci vuole poco per
incantarli, e Tasgezio si era già fatto incantare una volta da una
donna! Aveva osservato:
«È una prigioniera di guerra e dovremo consegnarla ai Romani».
Poi, però, non se l’era sentita di condannare una ragazza così
giovane a un destino così terribile, e aveva voluto lasciarle una
possibilità di salvarsi:
«Se è capace di fare qualcosa e ha un buon carattere» aveva detto
al glio, «potrebbe aiutarmi nei lavori di casa. Non per sempre»
aveva tenuto subito a precisare, «ma il tempo necessario per
abituarsi a vivere tra i Galli e per imparare la nostra lingua. Magari
anche per trovarsi un marito».
«Basta che i Romani non vengano a saperlo. Diremo in paese che
è una nostra parente».
I progetti sul futuro di Sigrun, per quel giorno si erano fermati lì.
Capitolo diciottesimo
L’arcus marianus

Le giornate di Silla ai Campi Raudii erano le più noiose e le più


inutili che lui riuscisse a ricordare da quando aveva l’uso della
memoria. Anche se c’era sempre qualcuno che veniva a cercarlo, in
ogni momento della giornata e dovunque si trovasse, per
comunicargli qualcosa o per essere autorizzato a fare qualcosa. Era
lui, infatti, l’u ciale superiore incaricato di comandare le legioni
rimaste a presidiare la pianura sotto il monte Ros; e non avrebbe
potuto sottrarsi a quell’incarico che gli era stato dato personalmente
dal console, nell’ultimo consiglio di guerra. Caio Mario lo aveva
promosso comandante, e glielo aveva annunciato con una certa
solennità davanti agli altri u ciali. Aveva detto:
«Sarà il tuo primo comando supremo: sei contento? Dopo che
Lutazio Catulo e io saremo ritornati a Roma, e dopo che saranno
state smobilitate nove delle dodici legioni che hanno combattuto in
questa pianura contro i Cimbri, sopra di te non ci sarà più nessuno.
Sarai il rappresentante di Roma nella valle del Po».
«Se si fosse trattato davvero di un incarico prestigioso»
mormorava Silla parlando tra sé e sé quando veniva a passeggiare
intorno allo specchio d’acqua che era stato il regno dell’esox, «Mario
lo avrebbe dato al suo luogotenente Claudio Marcello, o a un altro
qualsiasi dei suoi lambitores (leccaculi). Invece lo ha dato a me, per
costringermi a passare l’inverno in questo posto desolato e per
tenermi lontano da Roma.»
«Sapeva che io, a Roma, l’avrei contrastato nei comitia, cioè nelle
elezioni di ne anno. Perciò ha voluto darmi questa promozione, di
cui avrei fatto volentieri a meno e di cui anzi vorrei liberarmi, se ne
avessi la possibilità.»
Ai Campi Raudii, Silla si sentiva in esilio. Nelle sue passeggiate
solitarie, mentre già le prime nebbie velavano gli orizzonti della
grande pianura e le foglie ingiallite incominciavano a cadere dagli
alberi, il futuro dittatore di Roma pensava che le ambizioni politiche
di Mario, dopo la vittoria sui Cimbri e dopo il trionfo, non
avrebbero più avuto freni né limiti. Pensava che il cinque volte
console ormai mirava a diventare console a vita cioè re: il re di
Roma, anche se la monarchia in riva al Tevere era stata abolita da
secoli. E che il destino dei suoi oppositori, se non fossero riusciti a
fermarlo, era già segnato.
Pensava che la vittoria di Mario e del suo partito nella politica di
Roma avrebbe signi cato l’esilio o forse addirittura la morte per i
parenti di sua moglie: i Metelli, e anche per lui.
Ma per capire le preoccupazioni di Silla, e i suoi pensieri in
quell’inizio d’autunno, dobbiamo fare un passo indietro nella nostra
storia. Dobbiamo tornare a quel quarto giorno della grande battaglia
in cui i soldati di Roma avevano incominciato a dilagare nella
pianura, e a espugnare una dopo l’altra le tendopoli dei Cimbri.
Nell’accampamento di Mario in riva al Sesia il console era stato
acclamato dai suoi u ciali e incoronato con un ramo di quercia, in
attesa dell’alloro che gli sarebbe stato dato a Roma il giorno del
trionfo. Si era tenuto il consiglio di guerra. I discorsi che si erano
fatti in quella circostanza, però, avevano raggiunto e in qualche caso
avevano oltrepassato il limite dell’adulazione. Il questore Claudio
Marcello aveva detto che la presenza di Mario sul campo di
battaglia non era più necessaria: la guerra era vinta, e lui e Catulo
dovevano partire e andare a Roma per portare al Senato e al popolo
quella grande notizia! Aveva poi preso la parola Lutazio Catulo: che
si era detto lieto e onorato di tornare a Roma insieme al console, se
lui lo avesse voluto come compagno. Avrebbe raccontato in Senato
le sue gesta, e avrebbe proposto che se ne conservasse il ricordo con
un monumento dedicato, oltre che a lui, a tutti gli uomini che
avevano combattuto contro i Germani. Alle nuove legioni di Mario e
anche alle altre, che erano state all’altezza delle loro tradizioni e del
loro prestigio:
«Penso» aveva detto «a un arco di trionfo che dovrà sorgere al
centro di questa pianura dove mai, in passato, si erano compiuti
eventi così grandiosi. Penso a un segno della presenza di Roma in
questi luoghi, dove la dea Bellona ha voluto incoronare le nostre
armi con una vittoria, di cui si continuerà a parlare a lungo nei
secoli a venire».
La proposta del proconsole era stata applaudita. L’idea del
monumento era piaciuta a tutti.
«Sì, un arco» avevano esclamato in tanti. «Là dove abbiamo
fermato l’impeto dei nemici, la sera del primo giorno della battaglia.
È stato quello il momento più di cile!»
Si erano poi decise le cose che si sarebbero dovute fare di lì a
qualche settimana, quando tutti i territori occupati dai Cimbri
fossero stati riconquistati. Nove delle dodici legioni che avevano
combattuto ai Campi Raudii, aveva detto Caio Mario, sarebbero
state congedate insieme ai loro u ciali, e gli uomini che ne avevano
fatto parte avrebbero ricevuto lo stipendium, cioè la paga, a Roma
nel Foro. Per presidiare i due grandi accampamenti romani: quello
in riva al Sesia e l’altro sulla sponda sinistra del ume Po, bastavano
tre legioni che sarebbero rimaste agli ordini di Silla e avrebbero
avuto il compito di provvedere alle cose che si devono ancora fare
dopo che si è vinta una guerra. Mario le aveva passate in rassegna
sulle dita della mano sinistra, incominciando dal mignolo. In primo
luogo, aveva detto, bisognava dare la caccia ai nemici sbandati e
curare i soldati romani feriti, in modo da salvarne il maggior
numero possibile. C’erano poi da custodire i prigionieri, che
certamente sarebbero stati tantissimi: bisognava dividere gli uomini
dalle donne e dai bambini, e vendere tutti come schiavi ai grossisti
di quel genere di merce. In ne, si dovevano organizzare i
festeggiamenti della popolazione locale: che si sarebbero fatti nella
pianura tra Novara e Vercelli quando lui, Mario, sarebbe ritornato a
congedare le legioni rimaste.
Anche i Galli, aveva detto il console, erano stati coinvolti in
quella guerra, come vittime dei saccheggi e come ausiliarii
dell’esercito di Roma; e anche loro avevano il diritto di festeggiare
una vittoria, che li aveva liberati dall’oppressione di un popolo di
invasori…
Queste decisioni erano state prese il quarto giorno della battaglia,
che fu l’ultimo del mese di agosto o il primo del mese di settembre:
chissà! Il calendario dell’anno seicentocinquantaduesimo dalla
fondazione di Roma, con le sue fasi lunari, non ci è noto. Nel corso,
poi, del mese successivo tutti gli insediamenti dei Cimbri erano stati
espugnati e dati alle amme; la guerra era nita e nove legioni su
dodici erano state tirate a sorte per essere smobilitate. Claudio
Marcello era ritornato a Roma. Elio Glabrione era ritornato a Roma.
Ai Campi Raudii era rimasto soltanto lui, Silla: ad annoiarsi e ad
aspettare il ritorno di Mario in quel grande accampamento mezzo
vuoto dove, gli piacesse o no, doveva ascoltare le grida di dolore
degli uomini a cui si tagliavano le gambe o le braccia per impedire
che le divorasse la tabes, la cancrena; e i pianti e le suppliche di chi
doveva morire. Silla detestava i feriti. Detestava quel loro attaccarsi
alla vita che gli faceva accettare, e in qualche caso gli faceva
desiderare, di rimanere storpi o invalidi per il resto dei loro giorni.
Pensava che lui, se si fosse trovato nella loro stessa condizione, si
sarebbe ucciso.
L’incarico più sgradevole, però, riguardava la custodia e la
vendita dei prigionieri che in un primo momento, durante la
battaglia, erano stati chiusi in alcuni recinti provvisori e poi erano
stati trasferiti nell’accampamento in riva al Po, dove era più facile
custodirli. I prigionieri erano il fastidio peggiore. Erano troppi.
Bisognava dargli ogni giorno una quantità enorme di cibo, perché
non morissero; e poi, bisognava venderli. Cosa non facile, perché gli
schiavi di quella razza erano poco richiesti e poco pagati.
Soprattutto gli uomini. Donne e bambini venivano comperati dai
mercanti all’ingrosso che li caricavano sui carri, quanti ce ne
stavano, e li portavano nei mercati dell’Italia meridionale o
dell’Oriente grecizzato, dove le donne di pelo biondo erano ricercate
e pagate bene, soprattutto le giovani. Gli uomini, invece, erano una
merce di cile da collocare, perché non avevano mai lavorato: non
sapevano fare niente e non sopportavano di essere comandati.
Bisognava “ferrarli” a uno a uno, unendogli le caviglie con una
catena, per renderli meno pericolosi e per evitare che fuggissero.
Nell’accampamento romano in riva al Po si lavorava a ferrare i
prigionieri, dalla prima luce del giorno no a notte inoltrata.
C’erano diecine di fabbri che erano stati presi con i loro attrezzi nei
villaggi dei Galli, e che sarebbero rimasti a disposizione dell’autorità
militare nché ce ne fosse stato bisogno, senz’altra ricompensa che
il vitto. Tra loro avrebbe potuto esserci anche Tasgezio, il fabbro di
Proh, se i soldati di Silla fossero arrivati no al suo villaggio e se
l’avessero trovato nella sua o cina, sotto il promontorio delle
Matrone; ma, fortunatamente per lui, non c’erano arrivati.
Le Matrone, ancora una volta, l’avevano salvato.
Dopo essere stati ferrati, i prigionieri maschi venivano consegnati
agli impresari che li facevano scortare dalle loro guardie. Andavano
a lavorare nelle miniere di ferro nella valle del ume Durius (la
Dora) o sull’isola d’Ilva (l’Elba). Andavano a spaccare pietre nei
cantieri pubblici, per la costruzione di strade, di porti e di ponti.
Andavano a lavare le sabbie aurifere nelle aurifodinae, cioè nelle
miniere d’oro di Victimulae, tra i Campi Raudii e le Alpi: c’era anche
l’oro, in quell’epoca, nel “lontano ovest” di Roma! Andavano a
remare sulle navi. Silla, ormai, doveva dedicare ogni giorno una
parte del suo tempo a trattare con gli appaltatori di opere pubbliche,
i cosiddetti “publicani”, e con i grossisti di carne umana: gente
orribile, tanto ignorante quanto spietata. Si chiedeva:
“A che mi serve conoscere la loso a e amare le arti, se poi in
pratica devo fare il mestiere più odioso che esista, quello di vendere
uomini, e se le persone con cui sono obbligato a trattare sono questi
mercanti e tra canti: questi individui, che della nostra razza umana
hanno conservato soltanto le caratteristiche peggiori?”.
“Io sto qui” imprecava, “a perdere il mio tempo in queste terre
selvagge, e a Roma trionfano i sostenitori di Mario. Trionfa la
plebe!”.
A ottobre, era arrivata ai Campi Raudii una comitiva guidata da
un senatore Marco Furio della famiglia dei Fabronii, con un gruppo
di mensarii cioè di tecnici che dovevano valutare e trasferire a Roma
quanto rimaneva del “tesoro” dei Cimbri, frutto delle razzie di quel
popolo in varie parti d’Europa. Insieme ai mensarii c’era un
architetto di origine greca, che per dargli un nome chiameremo
Melobio, a cui era stato dato l’incarico di costruire il monumento
proposto da Lutazio Catulo: l’arcus marianus, facendoci lavorare i
prigionieri di guerra. Per l’acquisto dei marmi e per le altre spese,
Roma autorizzava il comandante militare della regione, cioè Silla, a
prelevare dalla vendita degli schiavi la somma di ventimila sesterzi:
una cifra ridicola, per un edi cio destinato a stupire il mondo! Ma i
soldi per i monumenti, già in quell’epoca, sembravano sempre
troppi a chi doveva sborsarli e aveva previsto che fossero integrati
(così dicevano le litterae: le disposizioni scritte arrivate da Roma)
dai “liberi contributi” delle popolazioni locali cioè dei Galli. Che,
secondo l’autore delle litterae, erano i diretti bene ciarii della
vittoria di Mario e sarebbero certamente stati lieti, anzi: felici, di
manifestargli la loro riconoscenza in quel modo.
Il mese di novembre era trascorso senza grandi novità. I feriti più
gravi erano morti, e gli storpi e gli invalidi erano ripartiti per Roma
sui carri rimasti negli accampamenti dopo che le legioni erano state
smobilitate. Nella pianura a sud di Novara si erano avviati i lavori
dell’arcus marianus, e Silla aveva incominciato a raccogliere i soldi:
tanti soldi, per fare fronte alle richieste dell’architetto. Gli piacesse o
no, tra i suoi compiti c’era anche quello di costruire il monumento a
chi lo teneva fermo in quella pianura: all’uomo nuovo, cioè al suo
peggiore nemico politico! Per quell’incombenza, che gli era stata
a data dal Senato, e anche per organizzare i festeggiamenti che si
sarebbero dovuti fare al ritorno di Mario, il comandante delle
legioni rimaste ai Campi Raudii aveva incaricato un centurione di
andare nei villaggi dei Galli a raccogliere i liberi contributi: e ogni
giorno doveva ascoltare i suoi rapporti, di una monotonia
esasperante. Tutti i borghi e tutti i villaggi della pianura, gli riferiva
il centurione, per mezzo dei loro rappresentanti esprimevano a etto
e riconoscenza a chi li aveva liberati dall’invasione dei Cimbri, ma
dicevano che a causa di quell’invasione avevano dovuto
abbandonare i loro campi, le loro case e le loro attività, e che non
avevano nemmeno le provviste per a rontare l’inverno. Che non
avevano più niente: cosa si poteva pretendere da loro?
Silla ascoltava e poi stabiliva una cifra: così a caso, basandosi sul
suo umore di quel giorno e sul numero (approssimativo) degli
abitanti del borgo. Cascasse il mondo, diceva, quella era la somma
che la comunità doveva pagare, come contributo per la costruzione
dell’arco e per i festeggiamenti della vittoria. Nella speranza,
aggiungeva sempre, che quei festeggiamenti si facessero il più presto
possibile:
«Così nalmente sbaracchiamo tutto e torniamo a Roma!».
A dicembre era arrivato l’inverno. La pianura si era coperta di
neve, e poi il freddo che era seguito alla nevicata aveva trasformato
la neve in ghiaccio. L’azzurro del cielo era più intenso che in estate,
forse anche a causa del contrasto con il bianco delle montagne che
chiudevano l’orizzonte come una cornice. Al centro di quella cornice
c’era la montagna sacra dei Galli: il monte Ros, che si alzava
maestoso sulla pianura abitata dagli uomini e che non apparteneva
agli uomini. Nessuno, mai, era stato lassù, e nessuno pensava che
fosse possibile andarci! Nelle ore di sole, Silla passeggiava intorno
alla palude dell’esox coperta in parte da una lastra di ghiaccio e si
chiedeva se Mario, a Roma, fosse riuscito nel suo intento di farsi
eleggere console per la sesta volta, o se qualcuno nalmente lo
avesse fermato. Si chiedeva cosa stesse succedendo in quella città
dove il clima era certamente più mite che nella valle del Po e dove
la gente, anche d’inverno, continuava a vivere senza avvolgersi nei
mantelli di lana e senza trascorrere le sere accanto al fuoco, come
invece dovevano fare i suoi soldati e lui stesso.
Perché, da Roma, non arrivavano notizie? Perché nessuno si
ricordava di mandargliele?
Ciò di cui Silla sentiva più forte la mancanza, in
quell’accampamento gelato e mezzo vuoto dove gli sarebbe toccato
restare per chissà quanto tempo ancora, erano gli amici e le donne.
Gli mancavano Quinto Pompeo, Publio Sulpicio e gli altri giovani
aristocratici come loro, che non avrebbero mai tollerato di vivere in
una città governata dal vulgus cioè dalla parte più bassa della
popolazione. Gli mancavano Metrobio e gli intellettuali del suo
circolo, dove arrivavano le novità dalla Grecia e dove si poteva
trascorrere un’intera notte a parlare di loso a o di poesia o di
teatro, bevendo il vino falerno dei poderi di Pompeo. E poi gli
mancavano le donne, anzi: le dominae. Le signore. Lui che si era
sempre vantato di preferire i bei ragazzi alle belle ragazze, ormai
era stanco di vivere in un ambiente esclusivamente maschile. Quale
dialogo avrebbe potuto avere con quei giovani legionari abbagliati
dal mito di Mario e da un modello di virilità, grossolano come il
loro aspetto e i loro discorsi? Gli mancavano le signore dei palazzi
romani, capaci per un giorno di farti vivere tra gli Dei dell’Olimpo e
poi il giorno successivo di non ricordare il tuo nome. In quella
pianura desolata le dominae non esistevano, e non era il caso di
andarle a cercare tra i Galli. In quanto alle prigioniere, ce n’erano
ancora qualche centinaio, nell’altro accampamento, che erano già
servite ad alleviare la lunga astinenza dei suoi uomini e che
naturalmente sarebbero state a sua disposizione se le avesse volute.
Ma non era di quel genere di rapporti, anzi di sfoghi, che lui sentiva
più forte la necessità, in quelle sere invernali ai Campi Raudii, senza
amici e senza compagnia femminile. Senza nulla.
Gli mancavano il Foro e le strade di Roma. Gli mancava Roma, in
quel posto dove l’aria era sempre ferma e le nebbie dell’inverno a
volte erano così tte, che non ci si vedeva da una tenda all’altra. Gli
era capitato di chiedersi:
“Quali sarebbero stati i miei pensieri, e il mio destino, se fossi
nato qui?”; ma non aveva saputo rispondersi.
L’unico posto al mondo dove lui avrebbe potuto nascere, era
Roma!
C’erano ancora dei Cimbri in quella pianura. Ogni tanto arrivava
a Silla una segnalazione portata dai Galli: sulla tale strada, o nel tale
villaggio, un gruppo di guerrieri sbandati aveva derubato dei
viandanti, o aveva assalito e saccheggiato una o più case.
Dall’accampamento, allora, partiva una turma: uno squadrone di
cavalleria e andava a cercare i predoni ma di solito non trovava
nessuno, perché i Cimbri se ne erano già andati o perché erano
tornati a nascondersi nei boschi. Col trascorrere dell’inverno, poi,
quelle segnalazioni erano diventate meno frequenti e venivano da
sempre più lontano. I latrones (briganti) ormai vagavano tra le
montagne, cercando un passaggio che gli permettesse di tornare di
là dalle Alpi; e Silla alzava le spalle.
«Roma non può essere dappertutto» rispondeva al centurione che
era venuto a informarlo. «Di’ ai Galli che devono imparare a
organizzarsi, e a difendersi da soli.»
A metà gennaio, nell’accampamento ai Campi Raudii erano
arrivati degli strani personaggi, con il loro seguito di servitori e di
guardie del corpo. Uomini che avevano s dato i rigori dell’inverno e
i pericoli delle strade perché pensavano di dover concludere chissà
quali a ari e di doverli concludere proprio lì, in quella pianura
gelata e nebbiosa! Caio Mario, dicevano quegli sconosciuti, era stato
eletto console per la sesta volta, e in Senato si stava discutendo una
legge agraria presentata da un suo fedelissimo, il tribuno della plebe
Lucio Apuleio Saturnino. Una legge che avrebbe portato gli uomini a
rivivere l’età favolosa dell’oro, cioè del benessere e dell’abbondanza
per tutti. La proprietà della terra, spiegavano quegli uomini a Lucio
Cornelio Silla che li guardava stupito, è la fonte di ogni ricchezza e
non può essere lasciata a chi non è capace di trarne pro tto. In
nessuna parte del mondo e tanto meno in Italia. I Campi Raudii, che
Caio Mario aveva tolto ai Cimbri, sarebbero stati divisi in lotti e
messi in vendita, per pagare il soldo delle nuove legioni…
«Ma i Cimbri» obiettava Silla «non avevano la proprietà dei
terreni su cui erano venuti ad accamparsi! Questa regione, per ciò
che se ne sa, in passato era sempre appartenuta ai Galli, e dopo la
vittoria delle armi di Roma su chi ha cercato di dominarla, deve
ritornare ai suoi vecchi padroni. Togliergliela signi cherebbe
rubargliela…»
I nuovi arrivati lo guardavano con indulgenza. «Sì» dicevano. «Gli
antichi abitanti di questa terra potranno conservare le loro case di
legno e i loro orticelli, se dimostreranno che prima di appartenere a
loro erano appartenuti ai loro padri e ai loro nonni: ma non sono i
padroni della pianura. Nemmeno per sogno! La proprietà, dopo la
vittoria di Mario sui Cimbri, appartiene a Roma.»
«L’assegnazione dei nuovi latifondi porterà alla boni ca dei
terreni, a nord e a sud del ume Po, e i Campi Raudii diventeranno
un immenso granaio… Sarà l’a are del secolo!»
A febbraio, tutti i soldati romani e lo stesso Silla avevano le mani
arrossate dai perniones (geloni), che erano un’irritazione della pelle
causata dal freddo. C’era stata un’epidemia di pitùita, cioè di
in uenza, e due legionari erano morti: ultimi caduti di una guerra
che li aveva risparmiati sul campo di battaglia per poi sacri carli in
quel modo ridicolo. A marzo era piovuto per tre giorni consecutivi. I
mucchi di neve negli accampamenti avevano nito di sciogliersi e
sul ciglio delle strade e nei boschi erano comparsi quei orellini
gialli: le primaverine o primule, che ogni anno in questa parte del
pianeta annunciano il risveglio della natura. L’architetto Melobio
era venuto a prendere congedo dal comandante delle legioni. La sua
opera, gli aveva detto, era nita, e Silla allora era salito a cavallo ed
era andato a vedere quel monumento che era sorto dal nulla in
mezzo alla pianura, con il lavoro degli schiavi cimbri e per volontà,
come allora si diceva, “del Senato e del popolo di Roma”.
Era andato a vedere quell’arco di trionfo, dedicato al suo nemico
Caio Mario, che lui no a quel momento aveva visto soltanto nei
disegni dell’architetto e soltanto di sfuggita.
Era una bella giornata e c’era il sole: un sole pallido, che
sembrava sopravvissuto all’inverno e alla pitùita, come la maggior
parte dei soldati romani e degli abitanti della pianura. L’arco di
Mario si vedeva da lontano sopra le cime degli alberi: era bianco e
massiccio e sorgeva al centro di un grande piazzale. Chi l’aveva
progettato aveva fatto costruire anche due strade, per facilitare il
trasporto dei materiali e per collegarlo, attraverso i borghi più
vicini, alle vie di transito che mettevano in comunicazione Roma
con i valichi delle Alpi. Una di quelle strade portava al borgo di
Novara: che sorgeva e sorge tuttora sopra un rilievo del terreno e
che nelle belle giornate era visibile già dall’arco, con il bianco dei
suoi (pochi) edi ci in muratura e con il rosso del tetto del tempio di
Giove. L’altra strada andava nella direzione opposta, verso Vercelli e
verso uno dei tanti guadi del ume Sesia, segnalati lungo il suo
corso con dei mucchi di pietre. Non c’erano ponti, in pianura, su
quel ume: che era il glio indomabile della montagna sacra dei
Galli e li avrebbe travolti con le sue piene o si sarebbe creato dei
nuovi percorsi, lasciando i ponti in mezzo alla pianura a scavalcare
il nulla.
(Ma quando le acque del Sesia erano basse, d’estate e d’inverno e
anche nelle altre stagioni dell’anno, bastava togliersi i calzari per
attraversarle.)
Silla e i suoi accompagnatori erano arrivati nel piazzale davanti al
monumento. Si erano fermati a una certa distanza per leggere
l’iscrizione, e una nuvola di uccelli grigi: forse storni, venendo dalla
loro sinistra cioè da occidente era passata sopra all’arco e dentro
all’arco, strepitando e vociando. Un brutto presagio, secondo le
credenze dell’epoca. Un presagio di malaugurio per chi aveva la
disgrazia di esserne il destinatario: ma Silla si era messo a ridere.
«Questo segnale che ci ha accolti» aveva detto «non riguarda noi
che lo abbiamo visto ma l’uomo a cui è dedicato l’arco di trionfo. Se
la mia interpretazione è giusta, la fortuna di Mario incomincerà a
declinare nel momento in cui lui passerà sotto a quest’arco, e sarò io
a farla declinare. Vogliamo scommetterci?»
Capitolo diciannovesimo
Il ritorno di Mario

Nel mese di settembre di quell’anno seicentocinquantaduesimo già


tante volte nominato, chi era fuggito verso le Alpi all’arrivo dei
Cimbri era tornato a vivere in pianura: nel suo villaggio, se aveva
avuto la fortuna di ritrovarlo, e nella sua casa. Davanti all’o cina
del fabbro Tasgezio, a Proh, per giorni e giorni c’era stato un
transito ininterrotto di sopravvissuti a un’altra guerra: alla guerra
che si era combattuta tra le montagne per la sopravvivenza, e che
aveva avuto anch’essa le sue vittime. Anche se noi, oggi, non
abbiamo memorie speci che di quell’estate così lontana nel tempo,
quando diecine di migliaia di uomini e di donne andarono ad
accalcarsi nelle valli alpine per sfuggire all’invasione dei Cimbri,
possiamo credere ragionevolmente che più o meno tutti abbiano poi
patito la fame, e che ci siano state molte violenze. Possiamo
immaginare una lotta sempre più aspra, dei montanari con i nuovi
venuti e dei nuovi venuti con i montanari e tra di loro. E possiamo
essere sicuri che comunque andarono le cose, quei mesi tra le
montagne non furono una villeggiatura per nessuno; che, anzi,
furono una prova durissima per tutti. Se ora confrontiamo gli
uomini e le donne che vediamo passare a Proh sulla via trita con
quelli che avevamo visto a maggio, ci accorgiamo che chi era
fuggito a cavallo ritornava a piedi; che chi, allora, aveva messo le
sue cose su un carro, adesso non aveva più né il carro, né le cose che
c’erano sopra; che chi si era portato in montagna i suoi animali
adesso ritornava solo. Tutti avevano una gran fretta di raggiungere
le loro case e i loro villaggi, per riprendere le loro attività e per
ricominciare a vivere normalmente: ma ormai erano passati quattro
mesi da quando avevano dovuto andarsene, e per tornare alla
normalità ce ne sarebbero voluti come minimo altrettanti.
Quell’anno maledetto, sotto il monte Ros, era stato l’anno dei
Cimbri. Un anno di disgrazie.
A ottobre, il grande rientro era terminato. I sopravvissuti erano
ritornati nei loro villaggi e avevano potuto rendersi conto di ciò che
era successo durante la loro assenza, e di ciò che li aspettava nelle
settimane e nei mesi che sarebbero seguiti. Si andava incontro
all’inverno e non era stato fatto nulla. Le provviste non erano state
messe da parte come gli altri anni; il grano era marcito nei campi, e
con cosa si sarebbe fatto il pane? L’erba per gli animali non era stata
tagliata, ma questo a dire il vero era un male minore, perché
animali nelle stalle non ce n’erano, e nella maggior parte dei casi
non c’erano più nemmeno le stalle. I terreni non potevano essere
arati e seminati, perché mancavano i buoi per spingere gli aratri.
Mancavano le sementi. Gli orti erano invasi dalle erbacce, le viti
erano inselvatichite, l’uva per fare il vino se la stavano mangiando
gli uccelli. In più, come se quelle disgrazie non fossero bastate,
c’erano i Romani. Che pretendevano da ogni villaggio (tranne che
da quelli incendiati e distrutti: bontà loro!) un contributo in monete
d’argento per festeggiare Caio Mario, “difensore di Roma e della
Gallia Cisalpina. Vincitore dei Teutoni, degli Ambroni e dei Cimbri”.
(Queste, dicevano i capi dei villaggi, erano le parole che
sarebbero state scritte in lettere di bronzo, su un monumento che si
doveva costruire in mezzo alla pianura con i soldi dei Galli. «E se
anche noi non lo volessimo» aggiungevano allargando le braccia, «si
farebbe lo stesso. Chi comanda ha deciso così.»)
Gli abitanti della pianura erano sconsolati. Parlavano della guerra
tra i Romani e i Cimbri come di qualcosa che non avrebbe dovuto
riguardarli, e che invece aveva nito per pesare soprattutto su di
loro. Si lamentavano per i morti che erano dappertutto, nei campi e
negli orti e anche nei pozzi vicino alle loro case, e che rendevano
l’aria irrespirabile e l’acqua imbevibile. «Metà del nostro tempo»
dicevano «se ne va a scavare fosse per seppellire cadaveri di
sconosciuti. Siamo stanchi, ma dobbiamo toglierne di mezzo il
maggior numero possibile. Per loro e soprattutto per noi.»
«Per la salute nostra e dei nostri gli.»
Siccome erano persone laboriose, però, tra una sepoltura e l’altra
non rimanevano con le mani in mano a lamentarsi ma si davano da
fare. In tanti modi. Chi, nell’autunno di quell’anno, avesse dovuto
viaggiare nella pianura a nord del ume Po dove si era svolta una
delle più grandi battaglie di ogni epoca avrebbe visto, sì, i segni
della guerra: i resti carbonizzati dei villaggi, i campi devastati, i
cadaveri insepolti degli uomini e degli animali, cioè soprattutto dei
cavalli. Avrebbe dovuto respirare, gli piacesse o no, l’odore di morte
che stagnava su tutta la regione, dal Po no ai primi rilievi della
montagna sacra dei Galli; ma avrebbe anche visto il fervore della
ripresa. Si sarebbe trovato ad attraversare un immenso cantiere,
dove tutte le donne e tutti gli uomini che si incontravano per strada
erano impegnati a fare qualcosa o a trasportare qualcosa. Ad
ammucchiare pietre e mattoni, a piantare pali, a scavare buche; a
legare la paglia per rifare i tetti; a ripulire le strade dalle erbacce e
gli orti dai rovi. A segare e a collocare le travi per rimettere in piedi
le case. Proseguendo per la sua strada, poi, il viandante avrebbe
visto qualcosa di irreale come un miraggio in quel mondo di boschi,
di brughiere e di nebbie che vaporavano dalla terra o scendevano
dal cielo: una enorme impalcatura, anzi un castello di impalcature,
troppo alto e troppo grande rispetto a tutto ciò che lo circondava.
Avrebbe visto su quelle impalcature molti operai che lavoravano a
costruire un edi cio senza nestre né porte né colonne. Un edi cio
che non era una casa né un tempio; e avrebbe provato il desiderio di
saperne di più.
L’uomo, allora, si sarebbe fermato. Avrebbe chiesto informazioni a
qualcuno che passava di lì e gli sarebbe stato risposto che quegli
operai su quelle impalcature erano prigionieri di guerra, e che
lavoravano a costruire il monumento per l’uomo che li aveva resi
schiavi cioè per il console romano Caio Mario.
Che il monumento a cui stavano lavorando era l’arcus marianus:
l’arco di trionfo di Mario, destinato a celebrare nei secoli la vittoria
delle armi di Roma contro un popolo di invasori.
Il popolo dei Cimbri.
Anche il villaggio di Proh, sotto l’estremo promontorio delle Alpi
e sotto le Matrone, era tornato a vivere con i suoi abitanti. Le case
erano tutte aperte, i camini fumavano, le strade erano state ripulite
dai rovi e la gente si a accendava negli orti e nelle legnaie,
cercando di recuperare il tempo perduto. Ogni tanto l’odore dei
centoquarantamila morti arrivava n lì dalla pianura, portato dalle
correnti d’aria: ma era meno forte che altrove, e durava poco. Si
sentivano i rumori delle travi segate e dei chiodi piantati da chi
riparava il tetto o aggiustava le imposte per l’inverno. Si sentivano il
martello del fabbro che aveva ripreso a battere, e le grida dei
bambini che giocavano per strada. Poi, però, qualcuno si era accorto
che nel villaggio c’era un nuovo abitante; una giovane donna con i
capelli del colore dell’oro, e la gente aveva incominciato a chiedersi:
chi è? Da dove è venuta? Cosa ci fa in casa del fabbro?
Le novità, si sa, in un piccolo centro non possono passare
inosservate, e una ragazza come Sigrun non sarebbe passata
inosservata nemmeno a Roma, gurarsi a Proh! Le comari avevano
chiesto spiegazioni alla signora Lunilla, che gli aveva raccontato una
bugia senza riuscire a convincerle.
«È una mia nipote» gli aveva detto l’interpellata. «Viene dal paese
dei Liguri e suo padre è un medico che cura la gente con le erbe. Un
medico molto bravo. Adesso lui è a Roma, e la glia è venuta a
vivere con noi per un po’ di tempo.» Ma, naturalmente, nessuno le
aveva creduto.
«Che strano» le rispondevano le altre donne. «Non sapevamo che
tu avessi un fratello medico. Non ce ne avevi mai parlato, né di lui,
né di questa nipote.» Le chiedevano:
«Perché, quando le rivolgiamo la parola, non ci risponde?».
«Come hai detto che si chiama? È un nome dei nostri?».
I più interessati a Sigrun, però, erano gli uomini. Ce n’era uno in
particolare, un certo Andebrogio, che veniva a passeggiare intorno
alla casa del fabbro per spiare i movimenti della ragazza, e aveva
anche incominciato a infastidirla. Questo Andebrogio, all’epoca
della nostra storia era lo sfaticato del paese: un “giovane vecchio”,
come si diceva già allora degli scapoli, che a trent’anni abitava
ancora con i genitori e aveva come sue uniche occupazioni quelle di
visitare ogni giorno le cauponae: le osterie dei dintorni, e di far
perdere tempo con le chiacchiere a chi lavorava. Per toglierselo di
torno, ogni tanto suo padre gli dava dei soldi e lui andava a Novara
o a Vercelli o più lontano ancora, in certe tabernae cioè in certi
luoghi di ristoro con annessa locanda dove trovava la compagnia,
anche femminile, adatta alle sue necessità, e dove rimaneva nché i
soldi nivano. Andebrogio, dunque, si era invaghito di Sigrun. Le
faceva dei cenni da lontano; la seguiva quando lei usciva di casa
insieme a Lunilla, per andare al ruscello a lavare i panni o per
qualche altra incombenza. Le sussurrava delle parole che Sigrun
fortunatamente non poteva capire e che però indignavano la sua
accompagnatrice. C’era stato un battibecco per strada e Lunilla ne
aveva parlato con Tasgezio. Si era chiesta, e aveva chiesto anche al
glio:
«Cosa possiamo fare per liberarci di quell’individuo?».
«Ci vuole pazienza» le aveva risposto Tasgezio. «Lo sai bene: se
anche cercassi di farlo ragionare non otterrei niente. Bisogna
aspettare che abbia dei soldi e che vada in città per distrarsi. Finché
è qui, dobbiamo sopportarlo: non si può fare altro.»
Era incominciato l’inverno. Una mattina, Andebrogio era
comparso nell’o cina del fabbro.
«La ragazza che tieni in casa» gli aveva detto «è una prigioniera di
guerra. Hai rubato una schiava a Roma e dovresti essere
condannato, ma se accetti di vendermela io non andrò a denunciarti
e anzi ti darò una moneta d’argento: un denarius nuovo di zecca.
Che ne dici?»
«Non è un’o erta ragionevole?»
Tasgezio non si aspettava quella visita e non pensava che
Andebrogio avrebbe cercato di ricattarlo. Non era riuscito a
rimanere calmo. Aveva preso le tenaglie roventi nella forgia e le
aveva messe sotto il naso del visitatore:
«Denunciami ai Romani o a chi ti pare» gli aveva risposto, «ma
esci dalla mia o cina e non azzardarti a tornarci, se non vuoi essere
marchiato a fuoco con questo ferro».
Andebrogio aveva fatto un passo indietro e si era messo a ridere:
«Che paura!». Poi però era ritornato serio e aveva scosso la testa:
«Se credi di farmi stare zitto con le minacce hai sbagliato i conti,
perché perderai il denarius e perderai la ragazza. Verranno a
prenderla i Romani»; e se ne era andato.
Aveva mantenuto la promessa di denunciarlo. Un giorno di
febbraio, nell’accampamento che era stato di Mario ai Campi Raudii,
il centurione incaricato di tenere i rapporti con i Galli si era visto
comparire davanti uno sconosciuto scortato da uno dei soldati del
turno di guardia.
«Quest’uomo» gli aveva detto la sentinella «viene da un villaggio
ai piedi delle montagne. Non so cosa dice, ma credo che voglia fare
una denuncia. Pensaci tu.»
L’uomo era Andebrogio.
Il centurione Flaminio Nunno (tale era il nome del sottu ciale
romano di cui stiamo parlando) aveva ascoltato la storia della
ragazza che invece di essere consegnata ai Romani era stata tenuta
nascosta in una famiglia di Galli e non gli era sembrata
particolarmente interessante. Nell’altro accampamento romano:
quello in riva al Po, c’erano ancora chissà quante donne che
aspettavano di essere vendute, e bisognava dargli da mangiare ogni
giorno. Una in più o in meno, che di erenza poteva fare? Stava per
dire alla sentinella di riaccompagnare Andebrogio all’uscita; ma era
stato assalito da un dubbio. Si era chiesto: “Chi sono io, per
assumermi questo genere di responsabilità? E se, dietro una
faccenda apparentemente stupida, ci fosse dell’altro? Se ci fosse
qualcosa, in quel villaggio, che merita davvero il nostro
intervento?”.
Aveva accompagnato Andebrogio dal comandante delle legioni.
Lucio Cornelio Silla quel giorno era di cattivo umore, perché al
grigio abituale dei suoi pensieri si era aggiunto il grigio di un cielo
che prometteva altra neve; e perché la prospettiva che nevicasse lo
rendeva nervoso. Anche la faccia di Andebrogio gli piaceva poco.
Aveva ascoltato le parole del centurione sorridendo: chi lo
conosceva, però, sapeva che quando Silla sorrideva in quel modo
non c’era da aspettarsi niente di buono. “Questi zotici” pensava Silla
“credono che Roma sposti i suoi eserciti e mandi a morire i suoi
uomini sui campi di battaglia, per risolvergli le liti e le gelosie con i
vicini di casa.” Si era rivolto ad Andebrogio continuando a
sorridere. Gli aveva chiesto per mezzo del centurione Flaminio
Nunno:
«Questa ragazza di cui ci hai parlato, com’è? È bella?».
Aveva precisato, accompagnando le parole con i gesti perché non
ci fossero equivoci:
«Ha delle belle tette? Un bel culo? Delle belle gambe?».
«Sì, sì» aveva risposto Andebrogio con entusiasmo, «è davvero
bella.» Poi però gli era venuto il sospetto che quell’uomo a cui il
centurione si rivolgeva chiamandolo dux, cioè comandante in capo,
volesse prendersi gioco di lui con quei gesti e con quelle domande
sulle tette e sul culo. Aveva aggiunto:
«Quella ragazza doveva essere consegnata a voi. Per quel che ne
so, dopo la battaglia dell’estate scorsa con i Cimbri, tutte le donne e
tutti gli uomini di quel popolo appartengono a Roma».
«È giusto.» Silla aveva fatto un cenno di approvazione. Aveva
chiesto ad Andebrogio, continuando a sorridergli per incoraggiarlo a
dire sciocchezze:
«Ma tu, vorresti che quella ragazza fosse tua? Di’ la verità: se io,
ora, te la regalassi come premio per essere venuto a denunciare un
abuso, ne saresti contento?».
«Sì, certo.» Andebrogio era esitante. Tutto era troppo bello per
essere vero, ma il dux sembrava così ben disposto nei suoi confronti!
Aveva ripetuto: «Sì, naturalmente».
Silla, allora, aveva smesso di sorridere. Si era rivolto al
centurione:
«Fai dare a quest’uomo venti colpi di verga» gli aveva ordinato, «e
fallo buttare fuori dall’accampamento». Si era detto:
“Se la politica, a Roma, continuerà a essere in mano agli uomini
nuovi come Mario, forse di qui a poco anche costui diventerà un
cittadino romano. Dopo gli ex schiavi e dopo gli italici, anche questi
Galli vorranno entrare a far parte della nostra grande famiglia: è
assolutamente possibile”.
“Una ragione in più, per fargli capire n d’ora cosa è Roma”.
Quell’inverno sotto il monte Ros era stato di cile per tutti. Per i
Galli che avevano dovuto a rontarlo senza scorte di cibo e per Silla
che aveva dovuto trascorrerlo lontano da Roma e dalla politica. Per
gli uomini delle legioni che avevano dovuto vincere la noia, il
freddo e le febbri della pitùita. A marzo, però, l’inverno ormai stava
nendo e nei due accampamenti romani, quello del Po e quello del
Sesia, erano orite le primule. Caio Mario, console per la sesta volta,
era tornato ai Campi Raudii insieme ai primi, timidi annunci della
buona stagione, e non aveva voluto che i soldati si schierassero per
rendergli onore. Non aveva voluto riunire gli u ciali per ascoltare i
loro rapporti: aveva fretta. In pochi giorni, doveva smobilitare due
accampamenti e doveva congedare le ultime tre legioni della
campagna contro i Germani. E poi doveva approvare la divisione in
lotti dei terreni diventati pubblici, cioè in pratica dei tre quarti o dei
quattro quinti della pianura dove si era combattuto con i Cimbri,
per assegnare i latifondi ai nuovi proprietari. Doveva inaugurare
l’arco di trionfo che portava il suo nome e doveva celebrare con i
rappresentanti dei Galli una vittoria che, grazie alla legge agraria
approvata a Roma, avrebbe trasformato i Campi Raudii in una
regione fertile e ricca. (Così, almeno, si diceva.) Tutte queste cose,
Mario lo sapeva bene, erano importanti e dovevano assolutamente
essere fatte: perciò lui si trovava lì. Ma i suoi pensieri erano a Roma.
Laggiù, nell’aula del Senato e tra le piazze e gli edi ci del Foro, si
stava combattendo un’altra battaglia: una battaglia politica, tra i
suoi sostenitori e quella parte del patriziato che faceva capo al
suocero di Silla. Si rischiava la guerra civile. La popolarità
dell’uomo nuovo era ancora grande: ma, ora che i nemici di Roma
erano stati vinti, il suo genio militare non era più indispensabile e la
sua politica sembrava pericolosa anche a molti che in passato
l’avevano appoggiata. Chi, in quei giorni, si fosse avvicinato ai
gruppi di uomini che si riunivano spontaneamente nel Foro, avrebbe
sentito dire del console in carica:
«Quell’uomo è un corruttore del popolo. Ha comprato il suo sesto
consolato con i soldi: dove vuole arrivare?».
«Lui e quel suo tribuno della plebe: quel Lucio Apuleio Saturnino
della legge agraria. Mettono dappertutto i loro uomini, per non
avere più ostacoli alla loro politica.»
«Vogliono riportare Roma all’epoca dei re!»
L’arco mariano, già abbiamo avuto occasione di dirlo, era un
monumento un po’ troppo massiccio e un po’ troppo bianco rispetto
a tutto quello che aveva attorno. Soltanto la montagna sacra dei
Galli, il monte Ros, era una presenza altrettanto imponente in quella
pianura che rabbrividiva nel sole tiepido di marzo, aspettando
l’uomo a cui l’arco era dedicato. Per accogliere il sei volte console
Caio Mario, le autorità locali gli avevano preparato un nuovo
trionfo, un po’ meno solenne di quello che si era fatto a Roma nel
precedente mese di ottobre: un trionfo più adatto a quei luoghi e a
quel pubblico. Mario era in piedi sul carro, come a Roma, ma non
indossava la toga di porpora bordata d’oro: era vestito da soldato,
con la tunica di lana rossa e il cinturone per appenderci il gladio. In
testa, al posto dell’elmo, aveva una corona di vischio che gli era
stata data dal druido Litoredorix: il pari grado, tra i Galli, di un
amen dialis cioè di un sacerdote di Giove tra i Romani. Anche le
corone che abbellivano l’ultimo tratto del suo percorso, invece di
essere fatte di rami d’alloro come a Roma, erano corone di vischio.
C’era una grande folla, intorno all’arco, di uomini e di donne e di
ragazzi che facevano festa cioè rumore, gridando e so ando nei
corni e agitando nell’aria i crepitacoli. Quella gente veniva da tutti i
villaggi della pianura e manifestava in quel modo il suo entusiasmo,
oltre che per Mario, per il venticello primaverile di quei giorni, che
aveva reso limpidi gli orizzonti e gli regalava lo spettacolo delle Alpi
cariche di neve, sotto il cielo azzurro.
Manifestava in quel modo il suo entusiasmo per le bancarelle
allestite intorno all’arco dagli aiutanti dei druidi. Dove si servivano
gratis (“Paga Mario!”) pane e salumi e frittelle, con un boccale di
vino o, a scelta, anche di quell’altra bevanda: la birra, che era stata
la passione dei Cimbri e che i Romani chiamavano “fermentum”,
con un termine quasi spregiativo.
“Roba fermentata”.
Manifestava in quel modo il suo entusiasmo di sentirsi viva e
piena di vita. Cento anni prima della nascita di Cristo e dell’inizio di
una nuova epoca, che sarebbe stata la nostra.
Dietro al carro del vincitore venivano altri tre carri parati a festa.
Sul primo di quei carri c’erano i notabili locali dei Galli vestiti alla
maniera dei Romani, con la toga e i capelli neri o castani per e etto
delle tinture che ne nascondevano il colore originale cioè il biondo.
Quegli uomini si facevano chiamare con nomi e cognomi latini e
dicevano di discendere da u ciali o da funzionari romani, venuti a
vivere sotto il monte Ros “ai tempi delle guerre puniche”. Era una
bugia e tutti lo sapevano, ma sapevano anche che per contare
qualcosa nella valle del Po, in quell’epoca bisognava ngersi
romani. In quanto ai cognomi, c’era voluto poco a inventarli
facendo riferimento al luogo di provenienza o alle caratteristiche
siche di ciascuno, e poi accoppiandoli con il nome della gens cioè
della famiglia del protettore, se il notabile novarese o vercellese
aveva un protettore a Roma. Se non l’aveva, aggiungeva al cognome
un nome qualsiasi e non succedeva niente. Così, ad esempio, alcuni
di quegli uomini che quel giorno accompagnavano Caio Mario per la
cerimonia di inaugurazione del suo monumento si chiamavano Tito
Barbato, Cneo Nasica, Elio Balbo, Numerio Albo, Servio Vitulo ed
erano tutti funzionari periferici di qualche magistratura romana.
Tabellarii, frumentarii, edili, questori e simili.
Ma, certamente, erano tutti galli.
I due carri che seguivano quello dei notabili erano carichi, il
primo, di scudi e di spade tolte ai Cimbri, e il secondo delle loro
maschere di guerra: che non avevano potuto essere portate a Roma
per il trionfo u ciale dell’anno precedente perché ancora non c’era
stato il tempo di raccoglierle, e che però messe tutte insieme a
formare un trofeo facevano un gran bell’e etto. Dopo i carri, a piedi
e carichi di catene, venivano un centinaio di prigionieri che erano
stati scelti tra gli uomini più importanti del popolo vinto e tenuti da
parte per essere fatti s lare nel giorno delle celebrazioni. Ogni tanto
qualcuno di quei prigionieri si impuntava, non voleva più andare
avanti e intervenivano con le fruste i soldati di scorta per fargli
riprendere la marcia. C’era stato anche un caso più tragico, di un
cimbro che aveva incominciato a scaraventare le guardie in qua e in
là e poi era rimasto a terra ad agonizzare, perché i soldati romani
l’avevano circondato e tra tto con le loro lance: ma nessuno, o
quasi, ci aveva fatto caso. Nessuno tra i Romani o tra i Galli sapeva
che quell’uomo dal sico possente era stato Agilo “l’Orso”, e che
aveva deciso di morire quel giorno in quel modo. Aveva detto a
quelli che erano con lui:
«Un orso non può vivere a lungo in schiavitù, e non deve dare
spettacolo per chi lo tiene in catene. Io non sono morto in battaglia,
ma chissà! Forse rivedrò i miei gli nel Valhalla. Morirò oggi».
Sul carro del trionfatore, insieme a Mario, c’erano due uomini in
rappresentanza, rispettivamente, dell’altro esercito romano, quello
di Lutazio Catulo, e degli ausiliarii galli. C’era Silla, che se ne stava
in disparte con le braccia incrociate e probabilmente pensava a
quella vendita dei Campi Raudii che sarebbe stata per tanti, e anche
per lui, una res lucrosa: un ottimo a are. Se è vero ciò che avrebbe
poi detto in Senato, di lì a qualche decennio, l’avvocato e uomo
politico Marco Tullio Cicerone parlando contro i Cornelii
discendenti di Silla, e che ci è confermato dall’iscrizione funebre di
un Cornelio grande proprietario terriero trovata in epoca moderna a
Casalbeltrame, non lontano da Cameriano e dai luoghi dell’ultima
battaglia contro i Cimbri. L’idea di dividere la pianura in lotti e di
assegnarli al miglior o erente era stata del tribuno Saturnino e del
partito di Mario. Ma Silla aveva deciso di appro ttarne, per se stesso
e per i suoi eredi: e, a quanto pare, ci sarebbe riuscito.
L’altro uomo che si trovava sul carro insieme a Mario era uno dei
due duoviri (i consoli locali) di Novara, appartenente alla famiglia
degli Albucii. (Una famiglia, sia detto per chi è interessato a questo
genere di informazioni, destinata a dare alla città il suo primo
personaggio storico: l’avvocato e uomo politico Caio Albucio Silone,
vissuto a Roma al tempo di Augusto.) Quest’altro Albucio di cui
stiamo parlando: il duoviro Quinto, non ha lasciato tracce di sé fuori
dalla sua epoca, ma era comunque una persona importante. Un
uomo ambizioso, che voleva poter dire, da vecchio: “Io ho
conosciuto il grande Caio Mario e ho conversato amabilmente con
lui”. Davanti all’arco, si era fatto coraggio: si era avvicinato al
console e gli aveva sussurrato nell’orecchio qualche parola circa
l’immortalità che gli doveva venire da quel monumento, così grande
da s dare con la sua mole la montagna sacra dei Galli. Erano parole
di adulazione. Purtroppo per il duoviro, però, il suo alito quel
giorno era piuttosto sgradevole e Mario si era voltato guardandolo
in un certo modo che signi cava: chi sei? Gli aveva risposto:
«Sono ancora mortale e vorrei sopravvivere al tuo ato. Stammi
indietro di un passo».
Questo, dunque, era Caio Mario: l’uomo che divideva la placenta
con i suoi legionari durante le marce ma che non si faceva scrupolo
di umiliare un duoviro, e avrebbe umiliato anche un re, in un
momento di cattivo umore. Di lui, nella nostra storia, non diremo
altro.
Capitolo ventesimo
Una storia d’amore, anzi due storie

Dopo avere parlato della grande battaglia, e dei grand’uomini che


legarono i loro nomi a quell’avvenimento, resta ancora da dire
qualcosa degli altri nostri personaggi: così piccoli, rispetto a tutto
quello che gli succedeva attorno e rispetto al tempo che ci separa da
loro, che le loro vicende si sarebbero perse irrimediabilmente nel
mare in nito delle storie umane, se non avessimo deciso di
occuparcene dedicandogli quel genere di attenzione che spinge lo
studioso di scienze naturali a interessarsi in modo speci co di
un’erba, o di un particolare insetto. Resta ancora da dire qualcosa di
Sigrun e del fabbro Tasgezio, che sono i nostri protagonisti. Questa
storia, nonostante i grandi avvenimenti che le fanno da sfondo, è la
loro storia; e non possiamo liberarci di loro, ora che siamo arrivati
alla ne, dicendo come si usava una volta nelle favole, che “vissero
felici e contenti” e che ebbero dei gli. Tanti gli.
Dobbiamo spiegare che quella conclusione, se ci fu (e in parte,
e ettivamente, ci fu: ma solo in parte), non fu né facile né rapida, e
che anzi richiese a entrambi un lungo percorso. Un percorso di
allontanamento dal proprio passato. Non ci furono, tra Sigrun e
Tasgezio, le frecce di Cupido e nemmeno quelle di Freyr, il grande
cacciatore. Non ci fu niente di scontato nella nascita di un’attrazione
reciproca e, diciamolo pure, di un amore che deve ancora essere
raccontato partendo dai giorni della grande battaglia e della fuga
disperata di Sigrun.
Partendo dal suo incontro con il cavallino bianco e poi con
Tasgezio, nella casa dei carbonai in mezzo alle colline.
Dopo essere stata curata dalla signora Lunilla, Sigrun si era chiusa
in se stessa. Rimaneva rannicchiata, per ore, nel lettino che le
avevano dato i suoi ospiti, senza parlare e quasi senza pensare.
Anche di notte continuava a ssare il buio con gli occhi spalancati.
Se si addormentava, vedeva nel sogno delle cose orribili. Le
sembrava di dover continuare a fuggire, a fuggire sempre, e che la
pianura sotto la montagna sacra dei Galli fosse il regno di Hel, la
dea malvagia delle tenebre e degli esseri che vivono nelle tenebre.
Le sembrava di dover arrivare in riva a un ume dalle acque nere
come la pece, il ume Gioll, e che sulla corrente di quel ume le
venisse incontro una nave mostruosa: la nave dei morti, fatta
interamente con le loro unghie. Si svegliava gridando, e non
riconosceva le persone che cercavano di rincuorarla. D’inverno, poi,
quando i suoi incubi avevano incominciato a diradarsi, trascorreva
ore e ore davanti al focolare a ssare la brace, oppure andava nella
stalla a parlare con il cavallino bianco. Gli raccontava delle cose
nella sua lingua, anzi: nella loro lingua, e l’animale rimaneva
immobile ad ascoltarla. A volte addirittura sembrava che le
rispondesse, con dei movimenti della testa o delle zampe e con
qualche nitrito.
«Non disturbiamoli» diceva Tasgezio a Lunilla. «Non capisci? Gli
sta parlando del suo popolo: di tutti quegli uomini e di tutte quelle
donne che sono morti laggiù nella pianura. Dei suoi genitori e dei
suoi fratelli, se aveva dei fratelli. Del suo danzato, se aveva un
danzato. Di tutte le cose che ha perso e che non esistono più.
Chissà cosa gli sta dicendo!»
«Quel cavallo» ri etteva ad alta voce il fabbro «appartiene al suo
mondo e al suo passato. Forse lei lo ha riconosciuto, chissà! Era un
animale sacro del suo popolo. Forse il sacerdote della Madre Terra
aveva previsto che si incontrassero, e ce l’ha lasciato apposta.»
«Chissà dov’è, in questo momento, l’uomo senza nome! Chissà se
mi ha fatto vedere davvero il mio futuro quella notte che è stato qui,
o se tutto quello che ho visto era solo un sogno!»
«Chissà se la ragazza con l’ape sul collo era davvero Sigrun!»
Un giorno d’inverno, a Proh, era ricomparsa la moglie del fabbro,
e si era sentita tra le case la sua voce, con i suoni acuti delle sue
risate. La ragazza, anzi: la donna che tutti chiamavano Lisca e che
aveva abbandonato il marito per andare a vivere a Novara con un
commerciante di terraglie di origine etrusca, era tornata dai suoi
genitori. Diceva che l’etrusco l’aveva ingannata e che per tutto quel
tempo si era appro ttato di lei, trattandola come una serva e
costringendola ad assistere a certi giochi e a certi spettacoli
indecenti, che faceva con i suoi amici e con le loro donne. Non con
lei, però.
«Loro hanno queste abitudini» raccontava la Lisca, «che non
corrispondono alle nostre e che io naturalmente non potevo
approvare. Anche se mi considero una donna moderna e di larghe
vedute, certe cose non mi piacciono e non potrei farle. Mai e poi
mai.»
Diceva che la convivenza con l’etrusco era diventata impossibile
dopo che i Cimbri gli avevano saccheggiato il magazzino,
prendendogli tutto quello che poteva servirgli e fracassando il resto.
L’uomo era rimasto senza soldi e senza più merci da vendere e
progettava di ritornare al suo paese. Ma lei ormai aveva capito chi
era e non l’avrebbe seguito:
«Mi faceva certi discorsi, negli ultimi tempi, che non mi piacevano
nemmeno un po’. Diceva che se davvero lo amavo avrei dovuto
sacri carmi per aiutarlo: vi lascio immaginare come. Diceva che
c’erano dei vecchi che mi avrebbero dato dei soldi per venire a letto
con me, e che se non ne appro ttavo ero una stupida… Voleva farmi
diventare una puttana: perciò l’ho piantato!».
«Io ho un marito» gridava la Lisca, «che certamente mi perdonerà
e mi chiederà di tornare a vivere con lui, perché sa che se anche ho
commesso degli errori, in fondo sono una brava ragazza. Sa che in
tutto questo tempo non ho mai smesso di volergli bene, e che lo
amo ancora!».
«Voglio tornare con mio marito. Voglio una famiglia normale e
tanti gli…».
Tasgezio se la era vista comparire davanti, una mattina mentre
riapriva il suo laboratorio, ed era mancato poco che si mettesse a
piangere. Quella ragazza con un carattere così diverso dal suo: così
vivace, così allegra, così poco abituata a ri ettere sui suoi
comportamenti e su quelli degli altri, aveva avuto un ruolo nella sua
vita e forse ce l’aveva ancora. Abbracciandola, si era accorto che sul
viso di lei erano comparse delle piccole rughe. Non era più la
ragazzetta di un tempo: era una donna, e lui ne era ancora attratto.
Aveva pensato:
“So cosa si direbbe di me in paese, se accettassi di tornare a
vivere con lei. Mi sembra già di sentirle, le chiacchiere che
farebbero gli uomini all’osteria e le donne nei vicoli”.
Le aveva accarezzato i capelli scuri, così rari tra i Galli. Si erano
baciati. Lei gli aveva fatto molte promesse e molte moine e lui si era
quasi lasciato convincere a ricominciare una storia che “questa
volta” gli aveva giurato la Lisca “sarà per sempre”. Non si era
impegnato subito, però. Le aveva detto: «Ti darò una risposta
domani. Lasciami ri ettere». Ma poi ne aveva parlato con sua madre
e Lunilla era stata irremovibile.
«Quella donna sarebbe la tua rovina.» Gli aveva spiegato:
«Non credo che sia diventata più saggia. Le donne con quel
carattere non cambiano e io, comunque, non potrei vivere insieme a
voi nella stessa casa perché non andremmo d’accordo».
«O lei, o io».
Quando aveva capito che non avrebbe ottenuto quello che voleva,
la Lisca era diventata una furia. Era stata sentita nei vicoli a gridare
che lo sapeva bene, lei, perché la si trattava in quel modo e non si
voleva darle la possibilità di rimediare a un errore, che a ben vedere
non era nemmeno un errore. Lei aveva dovuto abbandonare
Tasgezio, continuava a ripetere, perché ci era stata costretta; e la
persona che aveva fatto fallire il loro matrimonio era la stessa che
adesso gli impediva di riconciliarsi. Era, è il caso di dirlo?, la madre
di Tasgezio, Lunilla:
«La peggiore strega che abbiamo in paese. Una donna vecchia e
piena di idee vecchie, che non accetterà mai di confrontarsi con una
giovane come me perché sa di avere tutto da perdere. Vuole
comandare lei, in casa di suo glio!».
Tasgezio le aveva mandato a dire di smetterla e di non o endere
sua madre, ma la Lisca era scatenata. «Lo sa tutto il paese» era
venuta a gridargli davanti all’o cina «che non hai più bisogno di
me perché ti sei preso in casa quella prigioniera di guerra: quella
schiava, che tu e tua madre avreste dovuto consegnare ai Romani!»
«Lo sanno tutti che quella schiava è la tua amante, e che a
mettertela nel letto è stata Lunilla!»
Tutto era nito con quegli urli, e con quella scenata. Il giorno
dopo, però, si era saputa l’ultima novità. La Lisca, a Proh, non ci era
tornata da sola. Insieme a lei c’era un bambino di quasi due anni: il
glio suo e del mercante di terraglie, che lei no a quel momento
aveva tenuto nascosto. Lunilla, quando l’avevano informata, si era
messa a ridere.
«Una prova in più, se ce ne fosse bisogno» aveva detto a Tasgezio,
«che quella donna voleva imbrogliarti. Se tu avessi consentito a
riprenderla ti saresti trovato in casa il glio di un altro uomo: e
chissà poi come sarebbe andata a nire, questa nuova storia!»
«Ho fatto bene a impuntarmi. Una donna come la Lisca, non mi
stancherò mai di ripeterlo, è meglio perderla che trovarla. Per te,
per me e per chiunque la incontra.»
Sigrun si stava riprendendo. A poco a poco, i suoi comportamenti
e anche il suo aspetto tornavano a essere normali; e, vale la pena di
dirlo?, nonostante le urla della Lisca e nonostante le chiacchiere del
paese, non era l’amante di Tasgezio. Quelle chiacchiere, forse
inevitabili in un villaggio come Proh, non avevano altro fondamento
che, da un lato, la bellezza della ragazza; dall’altro, il senso comune
dei secoli e dei proverbi per cui “la paglia, se la tieni vicino al fuoco,
non può non bruciare”. In quei mesi d’autunno e poi d’inverno che
erano seguiti al suo incontro con Tasgezio nella casa dei carbonai
tra le colline, Sigrun aveva avuto un solo amico: il cavallino bianco.
Quando non era con lui nella stalla, e non aiutava Lunilla nei lavori
domestici, se ne stava appartata a meditare, rosicchiandosi le punte
dei capelli o le unghie come aveva sempre fatto in passato: nché
era successo qualcosa, un piccolo avvenimento che l’aveva liberata
dagli incubi e le aveva restituito la voglia di vivere. L’ultimo giorno
di aprile di quell’anno seicentocinquantatreesimo che aveva visto
l’arco di trionfo di Mario alzarsi maestoso nella pianura divisa in
lotti e assegnata ai suoi nuovi proprietari: era piovuto, ma poi il
cielo si era rasserenato e verso sera era ritornato il sole. La ragazza,
in casa, non si trovava più e anche il cavallino bianco non era più
nella stalla. Tasgezio era uscito per andare a cercarli e li aveva visti
che ormai stavano tornando, nella strada piena di pozzanghere dove
si ri etteva la luce del sole al tramonto. Lei era seduta di traverso
sulla groppa del cavallo e gli cingeva il collo con tutt’e due le
braccia. Sorrideva.
Per la prima volta da quando l’aveva trovata dopo il diluvio, con
gli occhi lucidi di febbre e le piante dei piedi che sanguinavano,
Tasgezio l’aveva vista sorridere.
Quel giorno era stato il giorno della rinascita per lei, e del
cambiamento delle abitudini per Tasgezio. Che ogni sera, dopo
avere chiuso l’o cina, andava a fare una passeggiata con il
cavallino bianco e con Sigrun lungo il ruscello dalle acque limpide e
dal fondo di sassi e di alghe, o nei boschi dove c’erano i suoi amici
alberi. A maggio e poi ancora a giugno i nostri personaggi avevano
ascoltato gli uccelli cantori, che ogni anno ritornano sotto il monte
Ros venendo da chissà dove, per fare i nidi nei boschi. Sigrun stava
imparando la lingua dei Galli e Tasgezio le aveva spiegato,
aiutandosi con i gesti, alcune cose che lei in parte già conosceva per
averne sentito parlare dalla sua amica Nanna, sulle leggi che
regolano la natura e che governano anche i destini degli uomini. Le
aveva detto che ogni lo d’erba, ogni insetto anche microscopico,
ogni essere vivente compresi naturalmente gli uomini, prima di
essere ciò che è ora è stato qualcos’altro in passato, e subirà ancora
delle trasformazioni in futuro.
Le aveva detto che quelle trasformazioni non sono imprevedibili,
e che anzi entro certi limiti possono essere previste e orientate. «I
nostri sacerdoti: i druidi, ci sono per questo.»
Le aveva parlato della vita e del tempo. Le aveva spiegato che il
tempo non è la misura della vita; e che le poche ore di una farfalla
possono valere gli anni di un uomo e i secoli di un albero.
Le aveva insegnato i nomi e le proprietà delle erbe e lei, in
cambio, gli aveva fatto conoscere il cielo stellato. Una notte
d’agosto, vicino al masso di pietra gialla dov’erano scolpite le
Matrone, lei lo aveva baciato su una guancia, all’improvviso e senza
pensarci. Lui l’aveva guardata, stupito ma nemmeno tanto; e da quel
momento non avevano più avuto bisogno, per capirsi, della lingua
dei Galli e di nessun’altra lingua, perché si capivano anche senza
parlare. Gli bastava uno sguardo, un cenno.
Sigrun aveva smesso di rosicchiarsi le punte dei capelli e le
unghie, e Tasgezio aveva smesso di pensare alla sua prima moglie.
Avevano celebrato le nozze nella primavera dell’anno successivo,
mentre Mario non più console si trovava in Oriente e Silla, a Roma,
stava preparando la sua sanguinosa rivincita. Sigrun, ormai, era
diventata come sua sorella Rhamis, una giovane signora: così bella,
che non si poteva guardarla senza rimanere turbati. Davanti alla
casa del fabbro si era fatto un banchetto, a cui avevano preso parte
quasi tutti gli abitanti del villaggio di Proh. Mancavano soltanto
pochi anziani e mancava Andebrogio, di cui non abbiamo più avuto
occasione di occuparci dopo i venti colpi di verga che gli erano stati
in itti per ordine di Silla, e che era andato a vivere a Ticinum,
l’attuale Pavia, insieme alla sua nuova amica cioè alla Lisca. Di lei, a
Proh, era rimasto soltanto il glio dell’etrusco a dato ai nonni; e
qui dov’era incominciata, sotto al promontorio delle Alpi e sotto alle
Matrone, nisce anche la nostra storia. Con le seconde nozze del
fabbro e con il ritorno di tutti a una normalità, che si era dovuta
interrompere per l’arrivo di un popolo di invasori e per la guerra
che ne era seguita. Le vicende successive di Sigrun e di Tasgezio si
sono poi perse nel frastuono della loro epoca e noi non possiamo
continuare a seguirle. Possiamo soltanto chiederci, di loro, se
davvero furono felici come vorrebbe il nale della loro favola. E
dobbiamo risponderci, un po’ a malincuore, che non lo furono. O,
almeno, che non lo furono completamente. Ogni essere umano ha le
sue inquietudini, e ogni epoca ha i suoi motivi di infelicità. Per
Tasgezio quei motivi furono due. Il primo e più immediato fu
l’inizio della ne di un mondo: di quel mondo dove ogni bosco, ogni
prato, ogni acqua corrente o stagnante era un sacrario senza tetto e
senza pareti, un luogo abitato dalle divinità del suo popolo. Il
mondo di Tasgezio aveva incominciato a nire con la legge agraria
venuta da Roma e con le prime opere di boni ca dei Campi Raudii.
A poco a poco, i boschi sacri sarebbero scomparsi; i druidi
avrebbero smesso di parlare con gli alberi e avrebbero nito per
abitare nelle città diventando medici stregoni, ciarlatani e
procacciatori di voti per la politica. L’antica religione si sarebbe
persa, e l’unico principio rimasto a regolare le cose della natura e i
destini degli uomini sarebbe stato quello del guadagno. L’unico Dio
sarebbero stati i soldi: come oggi.
Tasgezio dovette assistere all’inizio di quei cambiamenti e ne
so rì; e poi anche dovette spiacergli un’altra trasformazione che
stava avvenendo nel suo paese, legata alla nascita della tecnica e
alla mancanza, in Italia, di miniere di lignite e di antracite. Quel
carbone che lui acquistava a carri interi per mandare avanti
l’o cina del fabbro, veniva dalla montagna sacra dei Galli e dalle
valli che la circondano. Dappertutto, sul versante meridionale delle
Alpi, le foreste bruciavano per produrre armi sempre più
perfezionate e oggetti sempre più numerosi e a buon mercato. Per
riscaldare d’inverno i palazzi dei ricchi. Nella lingua antica dei Galli
la parola “progresso” non esisteva; ma la macchina della modernità
(rerum progressus) ormai si era messa in moto e stava trascinando
anche loro.
Per Sigrun, l’infelicità era la memoria. Era un grande vuoto, su cui
lei ogni tanto veniva ad a acciarsi e in cui rischiava di cadere e di
perdersi. In quel vuoto si sentivano voci e prendevano corpo
immagini, di persone che lei aveva amato o anche aveva odiato o
disprezzato o ignorato e che però avevano fatto parte della sua vita,
erano state un popolo: il suo popolo. Un popolo che aveva cessato di
esistere. Un’assenza. A volte, quando si a acciava su quel vuoto,
Sigrun tornava a rosicchiarsi le punte dei capelli o le unghie come
aveva fatto da bambina e poi da ragazza, e come ormai non faceva
più. Pensava che i Cimbri erano stati, nel bene e nel male, una
grande nazione, e che lei era l’unica persona al mondo in grado di
ricordarli.
Che, con lei, sarebbe nita anche la memoria.
Era davvero così?
In realtà, i Cimbri non erano scomparsi. Non del tutto. Erano
rimaste, di quel popolo, le persone che per un motivo qualsiasi si
erano staccate dalla loro comunità nel corso degli spostamenti
attraverso l’Europa e si erano fermate a vivere nel paese dei
Germani, o in quello dei Galli, o nella valle del Danubio. Erano
rimasti i secessionisti: i “traditori”, che dopo la traversata invernale
delle Alpi e dopo essere arrivati in Italia erano andati a popolare
l’altopiano dove oggi c’è Asiago. E poi, erano rimasti gli scampati al
massacro: gli uomini e le donne che dopo la grande battaglia,
a rontando pericoli e tribolazioni d’ogni genere erano riusciti a
ritornare nel paese da dove erano venuti, che noi oggi chiamiamo
Danimarca. Due secoli dopo la vittoria di Mario ai Campi Raudii il
popolo dei Cimbri esisteva ancora. Ce lo dice lo storico romano
Publio Cornelio Tacito, in una pagina memorabile di un suo libro
dedicato ai Germani:
“Prossimi all’Oceano” scrisse Tacito, “occupano quella stessa
penisola della Germania i Cimbri, popolo piccolo ora, ma grande per
gloria. Rimangono ancora, come ampie vestigia della loro antica
fama, i vasti accampamenti posti su ambedue le rive del Reno,
dall’ampiezza dei quali si potrebbe ancora misurare l’enorme massa
di quella gente e cogliere la testimonianza di una così grande
emigrazione. Roma esisteva da seicentotrentanove anni quando per
la prima volta, sotto il consolato di Cecilio Metello e Papirio
Carbone, si ebbe notizia delle gesta militari dei Cimbri. Se
calcoliamo da quel tempo no al secondo consolato dell’imperatore
Traiano, sono trascorsi press’a poco duecentodieci anni: da tanto noi
ci sforziamo di sottomettere la Germania! Durante un così lungo
spazio di tempo, ci sono state molte scon tte nostre e loro. Non i
Sanniti, non i Cartaginesi, non la Spagna, non la Gallia, e neppure i
Parti ci diedero così spesso aspri ammonimenti, poiché la libertà dei
Germani è più indomabile del regno di Arsace. Che altro infatti,
all’infuori della strage di Crasso compensata dalla perdita di Pacoro
ci potrebbe contrapporre l’Oriente, piegato sotto i piedi di un
Ventidio? I Germani, invece, dopo avere vinto e dopo avere fatto
prigionieri Carbone, Cassio, Scauro Aurelio, Servilio Cepione e
Massimo Mallio annientarono quasi contemporaneamente cinque
eserciti consolari del popolo romano e anche ad Augusto
strapparono Varo con le sue tre legioni. Non senza subire scon tte li
colpirono Caio Mario in Italia, Druso e Nerone e Germanico nelle
loro terre; recentemente ci furono, poi, le violente minacce di
Caligola, che si mutarono in una ridicola farsa. Seguì un periodo di
tranquillità no a quando, colta l’occasione dei nostri contrasti e
delle nostre lotte intestine, espugnati gli accampamenti d’inverno
delle nostre legioni, i Germani volsero le loro mire alla Gallia e di
nuovo ne furono ricacciati: negli ultimi tempi, infatti, si celebrarono
parecchi trion su di loro, ma nessuna vittoria in via de nitiva”.
Quale migliore epita o per i Cimbri, e quale elogio più grande e
sincero dei Germani di questo epita o e di questo elogio scritti da
un loro nemico, cioè da un romano?
Congedo
Domani

Sono passati i secoli e i millenni. I Campi Raudii non esistono più,


perché sono stati boni cati; ed è più che probabile che la boni ca
abbia avuto inizio con quella legge agraria voluta da Mario e dal
tribuno della plebe Saturnino, che tra i suoi scopi aveva anche
quello di trasformare la vittoria sui Cimbri in un’opportunità di
sviluppo per l’economia del nordovest d’Italia e per quella di Roma.
(Un’opportunità che, secondo Cicerone, andò invece ad arricchire
pochi privilegiati tra cui i parenti di Silla.) Il ume Sesia è stato
domato: ha molti ponti, che per un ume sono l’equivalente di ciò
che per un cavallo è la sella; e anche la Dora a occidente e il Tanaro
a sud sono stati privati di gran parte delle loro acque, e costretti a
scorrere entro sponde volute dall’uomo. Chi, oggi, volesse farsi
un’idea di come era ai tempi di Mario questa parte d’Italia che noi
chiamiamo Piemonte e volesse vedere, sia pure in un’immagine
rimpicciolita e sbiadita, i Campi Raudii, dovrebbe cercare quel
paesaggio nelle zone protette accanto ai umi: nella fascia uviale
del Po e soprattutto nel piccolo parco naturale “Lame del Sesia”.
Dove ancora esistono le paludi d’acqua sorgiva, le “lame”, e i boschi
con le piante d’allora: i càrpini, gli òntani, i salici, le querce a foglia
piccola e tante altre, che però ormai sono mescolate con quelle della
globalizzazione. Con i pioppi canadesi, le robinie, gli ailanti. Ma
naturalmente il paesaggio di oggi non ha più la grandiosità
selvaggia che aveva ai tempi di Mario, e quel poco di raudus che è
rimasto, là dove ancora esiste, è soltanto un simulacro del paesaggio
di un tempo. Le foreste, in pianura, sono scomparse. Gli orsi, le
linci, i lupi, i cervi sono scomparsi. I terreni sono stati dissodati e
messi a coltura, e poi anche sono stati spianati e piallati con i buoi e
con i cavalli e con le macchine a motore per coltivarci i cereali che
ai tempi della nostra storia ancora non c’erano: il riso, il mais. Le
acque sono state incanalate in percorsi geometrici, le paludi sono
state riempite. È cambiato tutto.
Cameriano, oggi, è un paese attraversato da una strada, la vecchia
“statale n. 11” tra Milano e Torino, pochi chilometri a sud di
Novara. Ci sono una scuola elementare e una farmacia; c’è una
stazione dei carabinieri. C’è lo sportello di una banca. Non c’è
nemmeno una lapide per ricordare una delle più grandi battaglie di
tutti i tempi, che diede origine al borgo e che però molto
probabilmente si fece a sud di Cameriano, tra le località attuali di
Borgo Vercelli, Con enza e Vespolate, arrivando (forse) no a
Palestro e a Robbio. Per poi concludersi in quella terra che noi oggi
chiamiamo Lomellina, dove c’erano gli accampamenti degli invasori.
L’arco di trionfo, a Cameriano, non c’è più da chissà quanti secoli,
e non si sa nemmeno dove fosse. Chi si guarda attorno, nelle belle
giornate vede la montagna sacra dei Galli: il monte Ros, che è
sempre là e non ha (quasi) cambiato nome. Vede un paese come ce
ne sono tanti. “In quella battaglia” dice Tito Livio che però non
parla dei luoghi e non fa nomi “si tramanda che morirono
centoquarantamila nemici.”
Come è stato possibile, nei secoli, non sentire l’urlo silenzioso di
tutti quei morti?
Come è possibile che non ne rimanga più traccia, nel presente?
A nord di Cameriano c’è la città di Novara; a nord di Novara,
dove nisce la pianura c’è Proh: o, per essere più precisi, c’è un
gruppetto di case con molti meno abitanti di quanti ce ne fossero
all’epoca di Tasgezio e Lunilla. C’è un cartello stradale con quel
nome: “Proh”, che si è conservato nel dialetto locale come l’ape
preistorica di Sigrun si era conservata nella resina fossile che noi
chiamiamo ambra, ed è arrivato miracolosamente no ai nostri
giorni.
C’è il promontorio delle Alpi sulla pianura, che però è molto
diversa dalla pianura di un tempo. Questa che si vede oggi è la
pianura delle risaie, piatta come un encefalogramma piatto e con
pochissimi alberi. Anche il promontorio è cambiato. Non ci sono
più, sulla sua sommità, i cespugli oriti della rosa gallica e non c’è
l’altare delle Matrone, con la pietra scolpita che le rappresentava e
che probabilmente è stata tolta quando è arrivata, anche in questi
luoghi, la religione cristiana.
Nella pianura sotto il monte Ros: nella pianura di Novara e
Vercelli, dal tempo di Mario e dei Cimbri gli uomini si sono
avvicendati in nite volte; sono cambiate la lingua e la religione; ci
sono state altre guerre, altre battaglie nemmeno paragonabili a
quella che abbiamo cercato di descrivere. E qualcuno a cui è
capitato tra le mani questo libro si starà chiedendo a cosa serve,
oggi, rievocare il passato, e a cosa serve raccontarlo. È un vecchio
ritornello, con una sua logica apparentemente inoppugnabile. La
letteratura, dice quel ritornello, deve aiutarci a capire il presente.
Bisogna raccontare le guerre di oggi, i problemi di oggi. Le donne e
gli uomini di oggi e la loro vita. I Romani e i Cimbri non hanno più
niente da dirci.
È vero? Non è vero? Chissà.
Anche Omero ci ha raccontato un passato per lui lontanissimo,
quello della guerra di Troia. Omero viveva nell’epoca del ferro,
mentre ai tempi di Achille, di Ettore e di Ulisse le armi si facevano
ancora col bronzo. C’è un salto di civiltà tra Omero e le sue storie:
perché? Perché il nostro autore più antico non ci ha raccontato il
suo presente? Se gli avessero posto questa domanda, Omero
probabilmente non avrebbe saputo rispondere. Forse, nella sua
epoca il presente era troppo pericoloso da raccontare. (Lo è ancora
oggi, se lo si volesse raccontare davvero.) Forse era poco
interessante: le vicende umane, allora come oggi, più le guardi da
vicino e più sono tutte uguali. Gli uomini, gira e gira, fanno sempre
le stesse cose.
Forse ci sono dei periodi, nella nostra storia, in cui per guardare
avanti bisogna voltarsi. Come ai tempi di Omero e come oggi.
Achille, Ettore e Ulisse avevano qualcosa da dire a chi viveva mille
anni dopo di loro e hanno qualcosa da dire ancora a noi, dopo che
sono passati altri tremila anni. Qualcosa che né la televisione, né il
web, né i vicini di casa saprebbero dirci.
Queste pagine, che raccontano uno dei momenti più grandi e più
tragici della vicenda umana, sono dedicate al popolo dei Cimbri e
alla sua ultima battaglia.
Sono dedicate ai Campi Raudii, cioè a quella parte d’Italia che noi
oggi chiamiamo Piemonte. Agli uomini e alle donne che vivevano
allora sotto la montagna sacra dei Celti: il monte Ros, e a quelli che
ci vivono oggi.
Sono dedicate alla nostra casa comune: l’Europa.
Come era grande e misteriosa l’Europa, centouno anni prima della
nascita di Cristo! Quell’insieme di pianure, di montagne, di mari e di
umi e di laghi, di foreste e di terreni coltivati, per chi ci viveva era
il mondo. L’Europa della nostra storia era così grande, che tutti i
tentativi che poi sono stati fatti nel tempo di unirla e di dominarla,
dovevano fallire e sono falliti. Non ci sono riusciti i Romani con
Giulio Cesare e con Augusto, pur essendoci andati abbastanza
vicino. Non ci sono riusciti i Galli d’Oltralpe dopo che erano
diventati Franchi, con Carlo Magno, e nemmeno con Napoleone
quando già si chiamavano Francesi.
Non ci sono riusciti i re cattolici di Spagna.
Non ci sono riusciti i Cimbri e i Teutoni e non ci sono riusciti
neppure i loro parenti prossimi, i Tedeschi: guidati da un uomo che,
come il cimbro Boiorige, doveva portare alla rovina il suo stesso
popolo. Ora che tutte le sue guerre sono state combattute; che tutte
le sue terre fertili sono state divise e coltivate e che tutte le sue
foreste a sud delle Alpi sono state bruciate per fare carbone,
l’Europa potrà tornare a essere il centro del mondo se riuscirà ad
accordare tra loro le sue molte anime, come si accordano gli
strumenti di un’orchestra perché suonino tutti insieme una sola
musica.
La musica del futuro.
Indice
Premessa. Ieri
1. Il fabbro di Proh
2. Una battaglia persa, anzi vinta
3. La ne di Teutobod
4. L’“uomo nuovo”
5. Sigrun e il bosco sacro
6. Campi Raudii
7. Il mostro della palude
8. Il sacerdote della Madre Terra
9. L’incontro
10. I giocolieri etruschi
11. L’ultimo dei Teutoni
12. Le due sorelle
13. Il consiglio di guerra
14. L’intruso
15. La battaglia secondo gli antichi
16. La battaglia secondo noi
17. La pioggia e gli arcobaleni
18. L’arcus marianus
19. Il ritorno di Mario
20. Una storia d’amore, anzi due storie
Congedo. Domani