Sei sulla pagina 1di 3

Napoli greca e romana

Fondata da coloni greci provenienti da Cuma


ma le circostanze della fondazione s
ono ancora controverse Napoli conserv cultura, istituzioni, lingua e costumi grec
i anche sotto la dominazione romana. In et repubblicana i romani colti si recavan
o a Napoli per perfezionare i loro studi e, da Augusto in poi, vi soggiornarono
molti intellettuali, attratti anche dal clima e dalla vegetazione rigogliosa. A
Napoli abit a lungo Virgilio, mentre la costa sul mare si popol di ville, tra le q
uali famosa fu quella di Lucullo. La storia della citt in et greca e romana rievoc
ata nel brano della Guida Rossa Napoli e dintorni del Touring Club Italiano.
Napoli fu, durante tutta l antichit, una fra le pi illustri citt della Campania. Tutt
i gli storici dell et classica la consideravano greca e ne attribuivano, per lo pi,
la fondazione a coloni venuti dalla vicina Cuma. Ma le circostanze di questo avv
enimento restano tuttavia ancora molto controverse o oscure, ancorch, anche recen
temente, autorevoli storici dell antichit abbiano tentato di chiarire le incertezze
della fondazione della citt.
Scimno di Chio, vissuto nel II secolo d.C., la dice fondata per obbedienza a un
oracolo; Strabone, pi vecchio di lui di circa un secolo, la chiama esplicitament
e colonia di quei di Cuma, cui pi tardi si sovrapposero Calcidesi e Ateniesi, non
ch abitanti della vicina isola di Pithecusae (Ischia), s che, da allora in poi, fu
detta citt nuova (Neapolis) in opposizione alla vecchia (Palaepolis). Anche il poe
ta Stazio, che era napoletano, fa allusione all origine calcidese o euboica della
citt, se pur non vuole cos accennare all origine calcidese di Cuma (circa VII-VI sec
olo a.C.). Non meno oscure restano le relazioni fra le due citt, delle quali Pale
poli non mai ricordata, forse per puro caso, dagli storici greci, ma soltanto da
llo storico romano Tito Livio. Attribuendo maggior fede al geografo Strabone gi r
icordato, Palepoli sarebbe stata la colonia pi antica dei Cumani, Neapoli quella
pi recente dei Calcidesi, situata a non molta distanza dall altra. Scrittori second
ari, e di minore autorit, tramandano invece come Neapoli fosse stata fondata dai
Cumani stessi costretti ad abbandonare Palepoli.
Il nome originario di Palepoli pare fosse Parthenope, che divenne poi tradizion
ale nella poesia romana. Stefano di Bisanzio (VII secolo d.C.) dichiara Partheno
pe citt dell Opicia (pi antico nome della Campania), che Strabone dice fondata dai R
odii, i quali, nella costituzione di Palepoli dovrebbero quindi rappresentare un
elemento forse anteriore a quello cumano stesso. Il poeta Lycophrone (IV secolo
a.C.), poi, chiama Falero (nome di non chiara significazione, forse porto ?) la to
mba della Sirena Parthenope, che da Stefano Bizantino sappiamo essere stata in N
apoli. Di certo v che una connessione leggendaria fra la Sirena Parthenope e Neapo
li si stabil ben presto ed ebbe notevolissima diffusione. Cos Dionisio di Alicarna
sso (I secolo d.C.) chiama la citt sepolcro di Parthenope e Strabone aggiunge che
anche al tempo suo ne era onorata la tomba e si celebravano feste annuali in su
o onore. Il Beloch, il pi illustre storico della Campania antica, nega, per, tanto
l esistenza di una Parthenope, quanto quella di una Palepoli e opina che i Cumani
, nel corso del VI secolo a.C., abbiano direttamente fondato una Neapoli, contra
ddicendo per con queste sue affermazioni le opinioni contrastanti di tanti altri
illustri archeologi quali il De Petra e il Pais, nonch, ultimo in questa tenzone
il Ciaceri, il quale d pieno credito al racconto di Tito Livio, il solo tra gli s
crittori antichi che ricordi la fondazione di Palepoli.
Attenendoci alla comune tradizione, diremo che, situata tra l odierna via Foria e
il mare, la nuova citt crebbe ben presto, rapidamente assurgendo a grande prospe

rit, eclissando in parte Palepoli, della quale si sono trovate testimonianze sull
a collina di Pizzofalcone.
Comunque, le due citt finitime erano ambedue assolutamente greche per carattere,
usi, costumi anche allorch vennero in contatto con Roma, circa un secolo dopo la
conquista sannitica. Quando intorno al 340 a.C. i Romani cominciarono a metter
piede nella Campania, la favorevole posizione di Napoli divenne sempre pi critica
. Per l annessione dell'immediato retroterra napoletano, i Romani venivano a esser
e gli immediati vicini dei Napoletani, i quali, per la difesa della loro autonom
ia e della loro nazionalit, dichiararono guerra a Roma nel 328 a.C. Ebbero soccor
so d uomini dai Sanniti e da Nola, onde il console romano Publilio Filone, posto i
l campo fra le due citt per tagliare le comunicazioni tra esse, strinse di regola
re assedio la parte vecchia. Questa situazione si protrasse finch i due magistrat
i supremi della citt, Charilaus o Nymphius, in seguito a discordie sorte fra i ci
ttadini e i loro alleati, non consegnarono la citt in mano al nemico. I Napoletan
i non opposero resistenza, e ci spiega come il Senato Romano decretasse a Publili
o il trionfo sui Sanniti.
I Napoletani s ebbero una pace favorevole e le loro libert furono garantite da un
trattato (foedus neapolitanum). Malgrado le garanzie del trattato, Napoli fu mes
sa, in realt, alle dipendenze di Roma, pur ritenendo l'onorifico titolo di citt al
leata del popolo romano; per non si pu negare che le sue condizioni generali, in q
uel tempo, fossero floride.
Nel 280 a.C. Pirro, re dell Epiro, che guidava una famosa spedizione contro Roma,
si appress alle mura della citt, ma non giunse a impadronirsene; nella seconda gu
erra punica Annibale, dopo averne devastato i dintorni, fu distolto dall attaccarl
a dalla potenza delle sue fortificazioni. Come tutti gli alleati marittimi di Ro
ma, i Napoletani continuarono a fornirle navi e marinai durante le lunghe guerre
della Repubblica, il che, mentre da un lato accrebbe l esperienza dei Napoletani
nella guerra navale, li danneggi, dall altro, nel proficuo godimento di quel traffi
co marittimo dal quale la citt traeva, in gran parte, i mezzi di una florida esis
tenza.
Quando anche Napoli pass gradualmente alla condizione in cui si trovavano la pi p
arte delle citt provinciali romane e con la Lex Julia fu degradata a un ordinario
municipio, continu tuttavia a fiorire, a essere popolosa, a ritenere tenacemente
, come forse nessun altra citt italica della Magna Grecia, la sua cultura essenzial
mente greca, con tutte le sue istituzioni, mentre ellenica ne restava la popolaz
ione: cos greci erano i giochi quinquennali che questa celebrava, ai quali si alt
ernavano gare di musica e di esercizi ginnastici; n cess di sussistere la division
e amministrativa del popolo in phratrie, come attestano le iscrizioni; n la lingu
a greca, come lingua ufficiale, venne abbandonata.
I Romani, dal loro canto, sullo scorcio della Repubblica, ormai conquistati dal
fascino della cultura greca, scelsero spesso Napoli quale luogo di educazione e
di perfezionamento negli studi. Molti erano attirati dal clima delizioso e dall
a natura lussureggiante, che resero Napoli soggiorno fra i preferiti della nobil
t di Roma.
La prosperit dell insigne metropoli ricevette un rude colpo durante la guerra civi
le fra Mario e Silla (82 a.C.). Dilaniata dalle discordie partigiane, fu nottete
mpo occupata a tradimento dai soldati di Silla, i quali trucidarono quasi tutti
i cittadini, tranne i pochi che riuscirono a fuggire, portando via dal porto le
triremi. Ma nell et di Cicerone la citt si era gi ripresa e continu poi a fiorire anch
e durante l Impero. Se non improbabile che essa ricevesse i primi coloni da Lucio
Cornelio Silla, fu per nominata colonia solo durante l Impero, forse sotto Claudio,
con riconferma del titolo da parte di Tito e degli Antonini.
Napoli ebbe anche formale possesso delle due importanti isole che sbarrano il s

uo golfo: Capri (Capreae) e Ischia (Aenaria), la quale si rese forse indipendent


e durante la prima guerra con Roma; Capri invece rimase soggetta a Napoli senza
interruzione fino ad Augusto, quando fu annessa al dominio imperiale. Augusto, d
opo un primo breve soggiorno, predilesse l isola e del pari l am Tiberio, che visse n
egli ultimi suoi anni pi a Capri che a Roma, dirigendo da Capri il vastissimo Imp
ero a lui sottoposto.
Come i Romani della Repubblica, anche quelli dell Impero mantennero vive le loro
preferenze per Napoli. I suoi giuochi e i suoi ginnasi continuarono a esser dire
tti al modo greco, e fu appunto ancora questo persistente carattere ellenico che
attrasse nella deliziosa citt molti uomini di lettere e grammatici; acquist cos re
putazione nel mondo della cultura e fu chiamata da Marziale e da Columella docta
Parthenope . Il clima e la natura stessa rendevano molli e indolenti i suoi cittad
ini onde si spiega l otiosa Neapolis di Orazio. Nerone Neapolim quasi graecam urbem d
elegit scrive Tacito, e, seguendo le orme di Claudio che nel teatro di Napoli ave
va fatto rappresentare una sua commedia greca, vi cant varie volte prima di recar
si in Grecia, reputando Napoli la pi greca delle citt sottomesse al suo dominio. L
a predilezione degli imperatori verso la citt fece s che molti Romani prendessero
l abitudine di soggiornarvi a lungo.
La costa sul mare era, in quest et, piena di ville, di cui le pi celebri furono que
lla di Vedio Pollione (a Posillipo) e quella di Lucullo (ora Castel dell Ovo). Vi
abit per un lungo periodo Virgilio, il quale vi compose le Georgiche e vi fu sepo
lto. Napoli fu dunque, in questo periodo, una citt provinciale di primo piano; le
tante iscrizioni che ci sono rimaste sono testimoni della prosperit anche econom
ica della stupenda citt nella quale, tra gli altri, ebbero fama duratura i sapona
rii e gli ungentari e divenne noto in tutto l'Impero, oltre che l essenza di rose
che si distillava a Napoli, anche un profumo napoletano finissimo chiamato hdrycu
m.
In Napoli fin anche materialmente l Impero romano perch nella splendida villa che e
ra stata di Lucullo e poi si trasform in Castel dell Ovo, mor nel 476 Romolo Augusto
lo, ultimo imperatore di Roma, che Odoacre aveva relegato in questo amenissimo e
silio