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COME IL MARKETING INVENTÒ IL ROSA

6 marzo 2020

I colori condizionano la percezione dei prodotti, dei marchi e delle


persone, è assodato

Nell'universo del marketing il colore rappresenta uno strumento


primario per presentare come alla moda i prodotti oppure differenziarli
(o anche renderli obsoleti).

In tutti i comparti di mercato, dalle automobili all’abbigliamento, ai


prodotti di largo consumo, etc… il colore rappresenta il codice più
appariscente per (di)mostrare la novità e la diversità.

Esiste poi un ambito in cui il colore ha rivoluzionato completamente la


scelta dei prodotti da indossare e utilizzare: quello della differenza di
genere che oggi ha inizio a partire dal concepimento, molto tempo
prima della nascita.

Solo quando il sesso del nascituro è conosciuto si possono infatti


programmare i primi regalucci, rigorosamente blu per i maschietti, e
rosa per le femminucce.
Colori, per così dire, “predestinati”.

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Ma da quando questi colori sono stati selezionatiti per indicare il
genere, dal momento che né la psicologia, né la biologia hanno mai
supportato la tesi della diversificazione?

Chiaro come il sole: è tutta colpa del marketing, come ci informa la


scrittrice Jo Poletti, nel suo “Pink and Blue”
(https://books.google.it/books/about/Pink_and_Blue.html?id=HPyIore
J1jIC&redir_esc=y).

Dall’alba dei tempi i bambini e le bambine sono stati vestiti con gli
stessi abiti e lo stesso colore, ed infatti i bambini, anche per praticità,
indossavano la gonna.

Solo successivamente, una volta cresciuti, i bambini portavano i


pantaloni corti e col passaggio alla pubertà, quelli lunghi.

Fino alla fine dell’800 il colore dell'abbigliamento era indistintamente


dal genere il bianco, sia perché più facile lavare, bollire e sterilizzare sia
perché era più economica la loro gestione privi della distinzione
maschio-femmina.

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All’inizio del 1900 il colore per i maschi fu (oggi diremmo
paradossalmente) definito quello rosa, mentre quello per le femmine il
blu (che nell’Europa cattolica era associato alla Vergine Maria).

Durò poco. Negli anni '20 prese forma un “cartello” per la promozione
dei prodotti all’insegna del marketing ed i negozi statunitensi
cominciarono a suggerire l’inversione dei colori, rosa per le femmine,
blu per i maschietti.

Siamo ancora all’inizio.

Un’ulteriore spinta all’associazione del colore rosa con la femminilità,


già nel periodo della formazione dell’identità e dell’immagine del se
nell’infanzia, iniziò con la diffusione della bambola Barbie
prevalentemente vestita di rosa.

Anche la produzione di prodotti di largo consumo e di articoli


semidurevoli colorati contribuì ad approfondire la diversità nell’utilizzo
dei colori dell’arcobaleno nella targetizzazione dei beni.

A partire dagli anni '80, con l'esaurimento dei movimenti della


contestazione (hippie, femminismo …) che rifiutavano i ruoli legati al
genere, i colori di riferimento, rosa per le femmine e blu per i maschi, si
stabilizzarono.

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Questo espediente di marketing riuscì ad aumentare le vendite dei
prodotti per l’infanzia non solo perché non consentiva lo scambio di
vestiti nel caso di nascite incrociate ma di innalzare il prezzo dei
prodotti destinati al target femminile adulto, come abbiamo già scritto
nel nostro “la tassa rosa”.

https://www.freniricerchedimarketing.com/?s=tassa+rosa

Buon 8 marzo a tutte le donne!

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