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Sul tema del falso in diplomatica.

Considerazioni generali e due dossier documentari a confronto*


Michele Ansani

[Pubblicato in XI e XII secolo: l’invenzione della memoria. Atti del seminario internazionale, Montepulciano 27-29
aprile 2006, a cura di S. Allegria e F. Cenni, Montepulciano 2006]

Esporrò in queste pagine alcune libere e non sistematiche riflessioni, partendo dalla
questione generale e ben risaputa: esiste la diplomatica perché è stato necessario, in
ambienti e per motivi che non intendo rievocare, fissare strumenti e parametri di giudizio
adeguati per la critica dei falsi; fondandone così, e proiettandolo nella ricerca erudita e poi
moderna, il tema principale, ciò che per certi aspetti sembra aver costituito e forse tuttora
costituire un problema: e su questo proverei brevemente a ragionare, pur senza volerne
trarre conclusioni forzate. Passerei poi a cenni (assai sommari), circa la fenomenologia
delle imposture documentarie, con particolare riguardo ai secoli XI e XII. Infine, per
meglio aderire all’impostazione tematica di questo seminario, illustrerò due dossier
discretamente enigmatici, che potrebbero essere considerati esemplari se – pur attraverso
qualche necessaria semplificazione – contribuiranno a restituire il senso della complessità
e della pluralità di funzioni che caratterizzano, in determinati contesti, attività e strategie
variamente ‘documentarie’.

1. Comincerei da Schiaparelli, che conviene sempre rileggere con attenzione, e in


particolare da un passaggio della sua famosa prolusione fiorentina del 1909:

«La diplomatica ... si andò svolgendo per venire in aiuto alla storia, che voleva districarsi il
cammino dalle numerose falsificazioni; infatti si propose da prima, come unico scopo, di
discernere il vero dal falso e fu definita: ars secernendi antiqua diplomata vera et falsa. Ed è
q u e s t o o g n o r a l ' o g g e t t o p r i n c i p a l e d e l l e s u e r i c e r c h e ; ma risponde alle esigenze
di un tale lavoro, conforme ai nuovi bisogni dei progrediti studi storici, con una precisione e
con una sottigliezza di indagine da portare a risultati sorprendenti. Distingue la falsificazione
diplomatica dalla storica, poiché anche un diploma uscito da una cancelleria, anche un atto
privato scritto da notaio possono contenere un racconto storicamente falso: così documenti con
testo vero possono avere una falsa veste. Indaga i varii gradi o periodi della fattura del falso,
dimostrando se la falsificazione sia intera o parziale, con quali criteri e a quali mezzi ricorrendo
si sia voluto simulare un documento nuovo; distingue le interpolazioni, le aggiunte e le
modificazioni varie apportate al testo primitivo da più mani e in tempi diversi. Il falso ci
appare così sotto una duplice luce, poiché si mettono a confronto due periodi storici diversi,
l'antico cui vorrebbe riferirsi la falsificazione, e il nuovo della data del falso. Il falso conserva
non di rado un valore storico, almeno per l'età in cui è stato fabbricato; quindi in tutto questo
studio critico, mentre si distrugge, talora si ricostruisce».

In questo denso frammento schiaparelliano ripassiamo le opportune nozioni di


distinzione tra falso formale e falso sostanziale, e rifacciamo mente locale alla casistica
variabile delle falsificazioni; nel passaggio finale poi sono condensati, con sintetica
semplicità dovuta alla circostanza, poco più di due secoli di acquisizioni disciplinari, ed è
segnalata la distanza che in fondo separava l’ottica della critica documentaria benedettino-
maurina dalle conquiste della diplomatica tedesca di fine ‘800. Tuttavia ancora, per
Schiaparelli, il tema del falso è e per la diplomatica rimane – sono parole sue - l ’ o g g e t t o
p r i n c i p a l e d e l l a r i c e r c a ; sebbene proprio l’anno precedente, nel 1908, i fondatori di
Archiv für Urkundenforschung (Bresslau, Brandi, Tangl) avessero tentato di sottrarre la
pratica disciplinare a questa sorta di inevitabile identificazione, aprendola ad ambiti e
problemi sin lì esclusi dalla tradizione.
Ma occorre dire che prospettive analoghe, nutrite di ampie riflessioni critiche ed auto-
critiche, caratterizzeranno il dibattito fra gli specialisti lungo buona parte del ‘900, a
sottolineare la difficile ricerca di un profilo autonomo della diplomatica rispetto alle altre
discipline storiche e filologiche, che non coincidesse con quella connotazione originaria e
tutto sommato banalmente ausiliaria, come nelle definizioni degli antichi manuali. Basti
pensare alla celebre discussione innescata da un’altra prolusione, quella tenuta da Robert-
Henri Bautier nel 1961 all’École des Chartes. Bautier sosteneva che una diplomatica intesa
principalmente come critica del falso potesse conservare vigore e significato soltanto
limitando il proprio campo d’indagine alla documentazione altomedievale, e puntellava il
suo ragionamento per mezzo di una semplice constatazione: la metà dei diplomi
merovingi pervenuti sono falsi, e lo stesso deve dirsi per un centinaio (non molto meno
della metà del totale) di quelli intitolati a Carlomagno; una proporzione tra genuini e falsi
che diminuisce progressivamente nei secoli successivi, facendosi pressoché irrilevante a
partire dal ‘200: «quelle justification auraient donc les diplomatistes après cette époque,
puisque les faux se font dès lors si rares?». Rimarcando poi addirittura l’inadeguatezza (o
perlomeno i limiti) della critica diplomatica circa l’«appreciation de la valeur des
documents», specialmente (ma non soltanto) quando ci si trovi di fronte a una tradizione
indiretta (cartulari, o copie posteriori), e dunque la necessità di ricorrere al supporto di
altri saperi, di altre discipline, così Bautier concludeva la pars destruens del suo discorso:
«que serait donc une science dont la finalité serait de prononcer un jugement de valeur,
alors qu'elle est généralement incapable de le formuler sans un recours à toutes les
disciplines voisines? La critique de la sincérité des actes par la méthode diplomatique ne
saurait donc être la fin de la diplomatique comme science: elle ne peut plus être tenue
aujourd'hui que pour une des applications de la méthode diplomatique».
È fuori luogo, oggi, riprendere i termini di quella famosa discussione; vale però la pena
di confrontare (ciò che può essere utile a riflettere sull’apparente convergere di certi punti
di vista) i ragionamenti di Bautier con quelli di Jacques Le Goff in Documento/Monumento,
sebbene dedicati a diversi ordini di questioni. Affermato − come ciascuno ricorderà − che,
essendo ogni documento esito anzitutto di un «montaggio, conscio o inconscio» della
società che lo produce, e dunque luogo di «significato apparente», essendo «monumento»;
aggiunto che, «al limite, non esiste un documento verità», che «ogni documento è
menzogna», che la pure utile critica del falso va superata «perché qualsiasi documento è
nello stesso tempo vero – compresi, e forse soprattutto, quelli falsi – e falso», Le Goff poi
dirà che, «allo scopo di reperire i falsi, la diplomatica, sempre più perfezionata, sempre più
intelligente, sempre utile ... è sufficiente»: riconoscendole un’ausiliarietà solo apparente.
La diplomatica infatti, secondo Le Goff, è una delle possibili «tecniche» della critica
storica, inadeguata se lasciata da sola a cercar «di spiegare il significato di un
documento/monumento qual è un cartulario». Sono argomenti non privi di
contraddizioni, giocati sull’ambiguità delle nozioni di vero e di falso, potenzialmente
estensibili e fuori controllo; per quanto ci riguarda, se le categorie e i procedimenti
d’analisi diplomatica rischiano di non riuscire ad afferrare compiutamente il senso dei testi
(seppure di particolari tipi di testi), tanto da dover naturalmente ricorrere al supporto di
altre categorie e ad altri procedimenti analitici, dovrebbe essere logico anche l’inverso, e
non solo allo scopo di «reperire i falsi». Certamente la vecchia ars messa in campo da
Mabillon, e trasformata di generazione in generazione, è andata in cerca di regole chiare
(magari anche astratte) e utili soprattutto per esercitare se stessa e migliorare la propria
performance quando deve risolvere dubbi su ciò che di regolare (e ‘vero’) o irregolare (e
‘falso’) le scritture diplomatiche esibiscono, transennando speciali (talvolta amplissime e
talvolta minuscole) aree d’indagine, e tutto sommato coltivando un’idea da molti ritenuta
un po’ riduttiva circa l’oggetto (e i ferri) del proprio mestiere: ma raggiungendo comunque
grandi risultati; e persino, di tanto in tanto, mettendo qualche punto fermo, qualche ‘freno’
al disinvolto consumo dei testi: se non altro per l’attitudine a stabilire (e stabilizzare) dei
testi. E perciò, quanto ai falsi, ritengo che Bautier, rispetto a Le Goff, tutto sommato avesse
più cose da dire.
Comunque sia, nonostante il periodico riaffiorare di qualche ansia per destino e
limpidezza dei propri orizzonti di ricerca, la comunità scientifica internazionale,
rappresentata appunto dalla Commission Internationale de Diplomatique, verso la metà degli
anni ’90 del secolo scorso metteva a disposizione di tutti (in due uscite ravvicinate) un
Vocabulaire international de la Diplomatique, sorta di carta costituzionale globale della
disciplina e fortemente voluto (essenzialmente al fine di promuovere ricerche di
diplomatica comparata) proprio da Robert-Henri Bautier. E qui, il legame speciale tra
indagine documentaria e critica del falso è riaffermato e nettamente rivendicato nella
prima delle notions générales: «La Diplomatique est la science qui étudie la traditions, la
forme et l’élaboration des actes écrits. Son objet est d’en faire la critique, d e jug e r d e l a
l e ur s i n cerit é , d’apprecier la qualité de leur texte ... enfin de les éditer». Ma non si può
dimenticare che nel 1990 (e cioè mentre procedevano i lavori preparatori del Vocabulaire),
tornando sui deficit epistemologici e sull’impermeabilità della storiografia diplomatistica
nei confronti degli altri dibattiti storiografici, Peter Rück ironicamente affermava come la
disciplina, quanto a finalità scientifiche e metodo d’indagine, non fosse ancora uscita dalle
trincee di Verdun: vale a dire, un po’ passivamente orientata, nella prassi e nonostante le
cicliche crisi di coscienza, a interpretazioni palesemente conservatrici. Certo, la
formulazione programmatica del Vocabulaire, nel suo circoscrivere in senso tecnicistico (e
molto connotato di filologia) l’ambito disciplinare, opera un’apparente riduzione di
prospettiva che se giustifica l’ironia di Rück da un lato, dall’altro illustra il disagio di chi
non ritiene abbiano davvero mai gli studi di diplomatica abbandonato un’impostazione
nel fondo innervata di positivismo. Ed è sintomatico di questo atteggiamento – che
rimanda a discussioni non del tutto fuori corso – il verbo forte utilizzato dal Vocabulaire nel
passaggio indicato: delle fonti sottoposte al vaglio critico, la strumentazione diplomatistica
consentirà di giudicare la genuinità; nel gioco delle analogie e delle divergenze tra il
mestiere di storico e quello di giudice, dunque, l’operosità del diplomatista sembra più
assimilabile a quella del giudice: non si valuta il documento solo come possibile prova da
spendere in ragionamenti storici − anzi è soprattutto in diplomatica che la fonte
documentaria è primariamente fonte di se stessa e del modo in cui è stata costruita −,
mentre hanno da essere valutate le prove (intrinseche ed estrinseche, logiche e contestuali)
circa la sua autenticità. Raccolte e vagliate tutte le testimonianze necessarie e disponibili, si
emetterà la sentenza, e le sue motivazioni. Sicché le finalità pratico-giuridiche,
sostanzialmente forensi, che stavano dietro e dentro la monumentale opera di Mabillon, si
sono certamente trasformate in finalità scientifiche (specie da quando, con la fine
dell’Ancien Régime, i documenti di età medievale passano definitivamente dallo status di
titoli giuridici a quello di fonti storiche): nondimeno, le modalità e il linguaggio della
critica documentaria, quando è critica del falso, non hanno del tutto abbandonato
un’impostazione metaforicamente giudiziaria.
Certamente, il tema eterno del falso o del falsificato ha costituito talora un ostacolo non
solo mentale a ipotesi di modernizzazione o aggiornamento tematico e metodologico. In
un incontro organizzato presso l’École Française di Roma nel 1975 su informatica e storia
medievale, una sezione fu dedicata ai possibili ambiti di collaborazione tra informatica e
diplomatica: indicizzazione elettronica (non ancora edizione) dei testi, indagini sui
formulari e prospettive di analisi automatica dei dati formali offerti dalla documentazione
costituivano un buon terreno di riflessione circa l’opportunità di sperimentare tecnologie e
applicazioni allora in via di potenziamento. Alessandro Pratesi, che partecipò a quella
tavola rotonda, espresse al riguardo un netto scetticismo. E lo argomentò mediante il
ricorso alla sanctio inserita in tre diplomi di Ludovico II tràditi dal Chronicon Casauriense: in
una formulazione che compare solo in quei casi, costituendo l’unico e abnorme indizio
delle falsificazioni. In situazioni di questo genere, sosteneva Pratesi, il ‘metodo’ di
codificare (siglandoli) i dati ripetitivi della documentazione può evidentemente condurre
all’incomprensione totale dell’oggetto storico su cui si sta lavorando. Difficile dargli torto:
tanto più che ‘codificare’ i falsi è, in sé, operazione delicata e probabilmente inattuabile.
Peraltro lo stesso Pratesi, alcuni anni più tardi, criticherà ponderatamente il
suggerimento avanzato da Ettore Cau in chiusura di un corposissimo contributo sul falso
nelle carte notarili: quello cioè di «muoversi nello studio e nella fruizione del documento
privato facendo del dubbio un vero e proprio metodo di lavoro». Dubbio relativo, si badi,
alla genuinità di ogni documento preso in esame. Ma Cau aveva indirizzato le sue
indagini anche (certamente non solo) sulla scorta degli stimoli offerti dall’importante
meeting monacense del 1986 su Fälschungen im Mittelalter. E in quell’occasione Carlrichard
Brühl aveva invitato ad affrontare lo studio dell’antica documentazione proveniente da
Montecassino, da Saint-Denis o da S. Massimino di Treviri presumendone pregiudizial-
mente la falsità; Cau si limiterà – ammaestrato da una notevole esperienza di ricerca – a
suggerire il medesimo atteggiamento nei confronti delle carte pavesi, specialmente se
provenienti dal monastero di S. Pietro in Ciel d’Oro.
L’incontro di Monaco, promosso dai Monumenta Germaniae Historica, si pone come
momento più significativo di una stagione caratterizzata dal ritorno prepotente degli studi
diplomatistici (e non solo) sul tema. Si potrebbe dire che, con la messa a punto di sempre
più raffinati strumenti di analisi e forse per gli effetti non espliciti del linguistic turn, la
critica documentaria sia tornata negli ultimi decenni e con rinnovata energia ad adorare il
suo totem; è nel contempo vero che, su altri versanti che dovrebbero essere a quello
strettamente collegati (si pensi agli studi sulla literacy, sulla ‘costruzione della memoria’ e
sulla comunicazione), se ne registra oggi una certa latitanza, con rarissime eccezioni e
qualche volta dichiaratamente programmatica.
Gioca un ruolo importante, al riguardo, la riflessione (pure nel tempo costante) sulla
natura e le proprietà distintive dell’oggetto su cui si esercita la disciplina. Nelle ipotesi di
lavoro meglio definite e meditate si cerca oggi di recuperare un’interlocuzione privilegiata
(e un nesso persino più stretto che in passato) con la storia del diritto e della cultura
giuridica, di cui i sistemi documentari sono ad un tempo riflesso e funzione. Ma la
collocazione di quei sistemi – pure astrattamente intesi – entro una dimensione
prevalentemente giuridica, finisce obbligatoriamente per integrare lo spurium entro quello
stesso orizzonte (in una dialettica difficile con la nozione contrapposta e ambigua di
authenticum): l’impostura dunque come variabile dipendente del sistema, prevista nella
legge scritta da Giustiniano a Rotari, dai capitolari carolingi alle costituzioni ottoniane alle
decretali pontificie. E la disciplina dell’attività documentaria fissata da quelle leggi, come
si sa, è quasi esclusivamente mossa dalla preoccupazione di circoscrivere e sanzionare
falsificazioni e falsari.
Di fatto, oggi la diplomatica sembrerebbe orientata a definire se stessa soprattutto come
storia della documentazione e delle procedure documentarie – pur senza ovviamente
rinunciare, nelle applicazioni orientate all’edizione dei testi, all’anomalo esercizio
filologico che quei testi comportano –, intese come fenomeni storicamente precisabili e
definiti. Ma la storia documentaria (inutile negarlo) è particolarmente interessante
soprattutto quando è storia di falsificazioni. Che frequentemente, dal canto loro, sono
storie ingarbugliate e difficili da smontare e da ricostruire; ed è soprattutto nella sfida
lanciata al documento falso o falsificato o interpolato, che lo specialismo dovrebbe
esercitarsi con maggiore rigore e apertura, conseguendo effettiva forza di risultati:
illustrare non solo le prove e le tecniche, ma soprattutto le ragioni e le complessità di
contesto della singola sofisticazione, significa attingere dati e questioni non
esclusivamente formali, e collegarsi in modo più stretto alle pratiche e alle culture
documentarie (in senso ampio) degli ambienti e dei soggetti che, in determinati casi e
mediante strategie mutevoli, ricorrono al falso.

2. L’XI e soprattutto il XII secolo costituiscono senz’altro un’epoca caratterizzata da


diffusa e consistente sperimentazione della frode documentaria, e costituiscono anche il
periodo entro il quale le abilità dissimulatrici dei falsari si vengono notevolmente
affinando. Si consideri per esempio – circoscrivendo il discorso alla documentazione
dell’Italia centro-settentrionale – la progressiva diminuzione, nel corso del secolo XII, dei
falsi (o delle falsificazioni) prodotti in forma di originale, soprattutto per quanto riguarda i
documenti che si voleva far credere provenissero dalle cancellerie pubbliche (o,
perlomeno, si consideri la loro frequente realizzazione i due fasi: pseudo-originale, poi
distrutto, e copia autentica, la sola destinata all’impiego esterno). La compiuta
organizzazione del notariato indirizzava i committenti sempre più di frequente verso la
scelta di dare al falso anche forma di copia autentica: l’autorevole – di per sé – avallo
notarile (complice o inconsapevole strumento dell’inganno) poteva supplire fra l’altro, in
determinate circostanze, a difficoltà oggettive intervenute nella costruzione di pseudo-
originali da accreditare a re o imperatori o a papi di tempi ormai lontani: vuoi per la
mancanza di materiali genuini nel tabularium, di modelli su cui esemplare il falso; vuoi,
anche, per la difficoltà di produrre calchi credibili di scritture non più correnti e di speciali
signa di validazione. A giudicare dalle ricerche di cui disponiamo, più frequentato appare
il ricorso alla contraffazione in veste di originale nell’ambito del documento privato, forse
per via di una maggiore confidenza notarile con formule e formulari; e qui, a differenza di
ciò che logicamente accade nella falsificazione o nell’interpolazione di diplomi e privilegi,
si può notare un ulteriore salto di qualità nelle tecniche della sofisticazione. Gli interessi
del soggetto che commissiona il falso vengono rappresentati in forma indiretta: il diritto
difeso o preteso è evocato per il tramite di soluzioni documentarie per così dire
intermedie, mirate a far ragionevolmente presumere le prerogative proprietarie: per
esempio refute o rinnovi di livelli e di investiture a favore di persone terze. Non sempre è
possibile stabilire se si tratti semplicemente, in casi simili, di frodi ‘oneste’, ovvero messe
in atto per supplire alla perdita (accidentale o meno) dei munimina genuini o a una loro
mancata confezione (a motivo, per esempio, di una formalizzazione non scritta di rapporti
giuridici o contrattuali).
Questi pochissimi cenni – che certo potrebbero essere più accurati e approfonditi -
dovrebbero bastare a dare un’idea di quanto vario e complicato sia il panorama delle
manipolazioni documentarie: la produzione di falsi non si applica a ricette tipiche, e una
classificazione degli illusionismi praticati non potrebbe che essere del tutto provvisoria.
Inoltre, un conto è, in sede di analisi, rintracciare – nella ricognizione di dati testuali e
materiali, intrinseci ed estrinseci – le prove (piene o parziali che siano) della singola
falsificazione; fra costruzione documentaria palesemente inattendibile o lievemente
interpolata il ventaglio delle irregolarità possibili è davvero amplissimo. Altro conto è
risalire alle logiche e ai motivi che ispirano quelle costruzioni; e valutare – caso per caso –
la compatibilità e i nessi fra esigenze concrete, spazi e contesti dei rapporti giuridici (in
senso ampio) e scelta (e qualità, ed eventuale varietà) delle forme documentarie adottate.
Se le fabbriche dei falsi sono perennemente in esercizio, vantando talune gloriosa
tradizione, nulla lascia presumere che la loro diversificata offerta di soluzioni risolva
problemi univoci e ricorrenti. E proprio in una speciale disponibilità a considerare i falsi
come elementi strutturali di culture documentarie dinamiche e flessibili, gli studi di
impostazione diplomatistica devono recare un significativo contributo.

Molto spesso, com’è noto, l’ambito di ideazione e confezione di documenti che il vaglio
critico degli specialisti cataloga fra i non genuini, e dunque integralmente o parzialmente
da rigettare quanto ai contenuti giuridici che portano, è identificato in determinate,
specifiche circostanze contenziose per lo più di natura patrimoniale o territoriale (sebbene,
come giustamente avverte Guyotjeannin, «les mobiles précis des falsifications sont quasi
aussi nombreux que les falsifications elles-mêmes»). Falsi documentari ‘onesti’ o
utilitaristici, si ritiene di norma, hanno senso specie se fabbricati in funzione di una
contesa ‘concreta’ (e impiegati nella contesa o comunque nel suo contesto), come mezzo (di
prova o di pressione sulla controparte) per ricercare il superamento del conflitto a
vantaggio di chi li produce.
D’altra parte, quando si è fortunati, a mettere su questa strada concorre proprio la
documentazione giudiziaria sopravvissuta. Soprattutto quella, articolata in ampi dossier,
che ci arriva a partire dai decenni finali del XII secolo, esito peraltro di significativi
mutamenti nelle stesse procedure giudiziarie. Verbali di sentenza e di deposizioni
testimoniali, talora integrati da libelli, positiones, allegazioni giuridiche e inventari
patrimoniali, costituiscono fonti più che sufficienti per individuare e circoscrivere le reali
circostanze delle contese e le strategie delle parti in lite. E consentono la tessitura dei
collegamenti e dei ragionamenti che portano all’individuazione del falso – o del falsificato,
o dell’interpolato –, alla sua comprensione e decostruzione logico-formale; anche quando
le carte truccate, per ragioni che non sfuggono all’analisi, sono andate perdute. Talvolta,
poi, gli spuria vengono nei tribunali sottoposti al vaglio dei giudici o dei periti di parte,
dibattuti e smascherati: ma da questo punto di vista, i famosi processi santambrosiani e
bergamaschi, che contrapponevano rispettivamente monaci e canonici di S. Ambrogio,
canonici di S. Vincenzo e di S. Alessandro, costituiscono un’eccezione. Casi famosi, fra
l’altro, anche per l’evidente competenza diplomatistica messa in campo, in quelle
occasioni, dagli estensori delle allegationes prodotte da monaci e da canonici. Nondimeno,
va aggiunto, vi sono casi in cui possediamo nuclei (più o meno consistenti) di carte
posticce (o solo leggermente interpolate), ma nessuna traccia – diretta o indiretta – di un
contrasto e di un processo.

3. Ci si può chiedere se la proiezione del falso diplomatico come elemento di una


strategia giudiziaria (o para-giudiziaria) debba sempre costituire – nella sua evidente
razionalità utilitaristica, ma in mancanza di prove dirette – l’ipotesi prevalente, o la più
ragionevole. Per esemplificare, ricorro di nuovo all’autorevole sostegno di Schiaparelli e
alla sua tuttora ammiratissima edizione delle carte longobarde. Tolte di mezzo le
falsificazioni ottocentesche del Dragoni, da quel complesso documentario non emergeva
una grande quantità di casi sospetti, tutti tranquillamente risolti dall’editore. In un caso –
quello della carta di dotazione del monastero pavese femminile di S. Maria del Senatore da
parte, appunto, del suo presunto e omonimo fondatore, che agisce insieme alla moglie
Theodelinda –, Schiaparelli spende quasi tre pagine di commento per ripercorrere le
oscillanti posizioni critiche assunte da storici ed editori di fronte alla cartula, e poi per
illustrare la quantità di anomalie, compensata da una altrettanto significativa abbondanza
di elementi regolari, esibita dal documento, il n. 18 della sua edizione, datato 27 novembre
714. «Un esame complessivo di tutti i documenti antichi del monastero e particolari
ricerche potranno portare elementi decisivi», concludeva lo studioso, che per il momento,
dovendo comunque emettere una ‘sentenza’, lo riteneva sostanzialmente una copia
imitativa, e dunque, «nel suo insieme, autentico, senza escludere lievi interpolazioni e
alterazioni grammaticali e grafiche».
Conviene assicurare che la carta, sul piano diplomatico, è certamente falsa. Vuole
apparire, se non l’originale, certo una sua fedele riproduzione. Consistenti le dimensioni
(mm. 532x780); regolare l’impaginazione (c’è la rigatura); costanti (o quasi) gli spazi
interlineari; ampiamente spaziata l’area dell’escatocollo, destinata ad ospitare autorevoli
sottoscrizioni autografe; frequente, però, è il cambio di modulo della scrittura, che in certe
zone produce un effetto di schiacciamento e di irregolarità nel tracciato delle singole
lettere. Complessivamente, sul piano materiale, un prodotto di alta qualità. Presenza di
chrismon – ma forse si tratta di un signum crucis lievemente elaborato –, di lettere allungate
e di modulo maiuscolo nel primo rigo; sottoscrizioni diversificate: tutti elementi che
Schiaparelli rileva, forse imitativi, ma che sembrano rinviare eventualmente – sul piano
paleografico – a un modello dell’XI secolo, e non certo dell’VIII; sembrerebbe ispirata,
possiamo aggiungere, a una minuscola diplomatica di XI secolo la scrittura, come segnala
l’impiego sistematico del titulus e l’allungamento delle aste. Conferire solennità, prestigio,
forte leggibilità: questo il progetto del committente, questo l’esito conseguito nella
materiale confezione della carta. Del tutto anomala, però, è la duplice datazione cronica
(elemento forse sottovalutato da Schiaparelli), nel protocollo e nell’escatocollo; e degna di
un apposito rilievo è la pseudo-sottoscrizione, che si vorrebbe autografa − costituendo
perciò un’eccezione nel panorama di presunto analfabetismo femminile che
caratterizzerebbe l’Italia longobarda − della «religiosa femina Theodelinda», moglie di
Senatore; mentre non pregnante è l’oscillazione del discorso soggettivo tra la prima
persona plurale e la prima singolare: laddove è menzionata l’assegnazione delle chiese di
S. Pietro alla Staffora di Voghera e S. Gregorio di Pavia alla defensio del monasterium, è
inserito un fraseggiare gestito dalla sola Theodelinda, seguito da un immediato ripristino
dell’argomentazione al plurale: «Oraculum vero sancti Petri in Stafula et
basilica beati Gregorii, quam recordandę memorię d o m i n a g e n e t r i x m e a m e o
reservarat <così> viro, v o l u m u s ut defessionem habeant per sepedictum mo n a s t e r i u m
n o s t r u m ».
È, in poche parole, un caso di scuola: qui, l’analisi formalistica – che tenga conto appunto
di formulari, scrittori, scritture, procedure, materiali e così via – da sola non è sufficiente
all’esercizio critico, e innanzitutto alla risoluzione dei dubbi di genuinità che il documento
solleva. Falso diplomatico, certamente: ma solo lievemente interpolato in qualche
passaggio, come dubita Schiaparelli? O del tutto inventato, sebbene sulla base di uno o più
modelli genuinamente longobardi? Schiaparelli, giustamente, rimarca come la «solennità o
verbosità del dettato», cui possiamo aggiungere cifra e coerenza linguistica, si abbiano
anche in altre carte di VIII secolo, «specialmente di fondazione di monasteri e chiese». E in
ogni caso, a quando risale la redazione materiale del testimone che ci è giunto? E quali
indizi offre l’archivio monastico, onde metterci in grado di proporre qualche ipotesi circa
le ragioni della sua costruzione?
Intanto, la data di confezione: un generico XII secolo secondo Schiaparelli. Su base
paleografica, si può anche pensare a inizio XII, e particolarmente significativa al riguardo
sembra proprio la veste prescelta: per una carta così antica, più prudente sarebbe risultata
la produzione (e la conservazione) anche in copia autentica (prassi avviata a Pavia però
non prima della metà abbondante del XII secolo). Tanto più che, dipendente da questo
testimone, ci è rimasta soltanto una copia semplice sempre del XII secolo, oltretutto
parziale, senza che poi se ne costituisca (dall’uno o dall’altra) una tradizione. Circa il
contenuto, i principali sospetti di Schiaparelli si appuntano su di un preciso passaggio,
quello che, sottoponendo il monastero a una speciale protezione della sede apostolica
(oltre che alla defensio regia), esclude esplicitamente l’esercizio di qualsiasi potestas da parte
del vescovo di Pavia; inciso che peraltro introduce, nel dispositivo, la definizione delle
regole di elezione e consacrazione delle badesse che dovranno succedere a Sinelinda, figlia
dei fondatori e prima a vivere «sub monachico habitu» nella domus che Senatore e
Theodelinda avevano ereditato e poi trasformato in monasterium.
Sospetti che crescono a fronte di una complessa questione, indirettamente documentata,
e risalente proprio agli anni inziali del XII secolo. Che qui riassumo in breve: spaccatura
della comunità di religiosae feminae, ed elezione, da parte della fazione responsabile dello
‘scisma’, di una badessa alternativa a quella in carica. Questioni di rapporti con il vescovo,
naturalmente, e probabili riflessi di mutamenti in corso sulla scena politica ed ecclesiastica
cittadina. E notevole profusione di falsi: lettere e privilegi pontifici palesemente falsi
(intestati a Silvestro II, Leone IX e Alessandro II) e un diploma interpolato di Enrico III,
alternativamente mirati – si direbbe – a confermare o a escludere il diritto di presa
dell’episcopato pavese sulle monache e sul governo del monastero, espresso in termini di
defensio e consecratio. Di fatto, quella presa era forte e concreta, poiché nel 1099 un breve di
investitura registrava l’azione congiunta del vescovo Guglielmo (aleramico e già filo-
imperiale) e di Otta, badessa di S. Maria del Senatore, che cedevano al vescovo di Tortona
un complesso di beni e di diritti pubblici nel territorio di Voghera, area di confine tra i due
distretti ecclesiastici (e poi comunali): beni e diritti, si noti bene, di esplicita pertinenza del
monastero, non certo dell’episcopato. Di qui anche, si direbbe, le crepe prodottesi
all’interno del corpo monastico, e la sua scomposizione in due insiemi probabilmente
riconducibili a diversi schieramenti di gruppi e famiglie attivi sulla scena cittadina.
Questo è il quadro entro il quale sembra possibile collocare anche la confezione della
carta da cui siamo partiti. Come per tutti gli archivi monastici ed ecclesiastici di Pavia,
nulla o quasi nulla ci è rimasto della documentazione più antica; in particolare, per il
monastero di Senatore non si risale, quanto a documenti pubblici sicuramente genuini
tramandatici in originale o in copia, oltre un diploma di Lotario del 947; mentre il nucleo
delle carte notarili restituitoci dal tabularium vede come pezzo più antico addirittura una
permuta del 1091. Tra questi due estremi, sostanzialmente, solo le falsificazioni cui ho
accennato; nonché naturalmente la donazione di Senatore. Di quali altre fonti possiamo
disporre per meglio valutare la ‘narrazione’ che questa carta ha veicolato?
Ciò che può essere assemblato (parzialmente noto, peraltro, a Schiaparelli) non dispensa
certezze; anzi, contribuisce a complicare il panorama. Il giurista pavese Gerolamo Bossi, in
uno dei suoi manoscritti (composti intorno alla metà del ‘600) destinati a raccogliere fonti e
notizie storiche su chiese e monasteri locali, rievoca (assegnandolo all’anno 729), un
intervento congiunto di re Liutprando e papa Gregorio II a favore del monastero:
«Nell’anno 729 le monache con il loro monastero, chiese e beni, furono tolti da Gregorio II
sommo pontefice e da Liutprando re d’Italia in protettion loro, e n’hebbero la
confirmatione di quanto li havea donato Senatore e Bruningo». Dunque, un’ autorevole e
simultanea conferma delle disposizioni del fondatore da parte del re e del papa: un altro (e
perduto) falso? Possibile, se non probabile: la specificazione in elenco (poi quasi
interamente depennata) di beni, curtes e chiese oggetto della ratifica riporta senz’altro
(quanto meno) al XII secolo. Senatore non era però l’unico benemerito del monastero,
come si vede: Bruningo, qui ricordato, è lo stesso («Bruningus vir illustris filius quondam
Aldoni») che – «rogatus» da Senatore e Theodelinda – avrebbe sottoscritto la loro «cartula
donationis et oblationis». Ed è Bruningo che, in quegli stessi anni, fonderebbe nel pnel
P_______________________________________________________________________________
___________________________________________iacentino, a Sarmato, una chiesa dedicata
alla Vergine, «ut personae quae ibi sunt, vel fuerint, canonice vivere debeant»; chiesa che,
prima di morire, nel quindicesimo anno di regno di Liutprando, avrebbe affidata a
Senatore, suo cugino, ponendo così le basi perché ne sia poi rivendicata l’antica
dipendenza dal monastero (dipendenza comunque assicurata da documentazione di
molto posteriore). Sono, queste ultime, notizie tramandate sia da una cronaca piacentina (e
quattrocentesca) di Giovanni Agazzari; sia in una memoria stesa nel 1406 da Giovanni
Cervio «de nobilibus de Bonivartis», procuratore di Bertolina Medici, badessa di S. Maria
del Senatore, e ancora oggi reperibile fra ciò che resta dell’archivio monastico: notizie poi
riprese da Campi nonché da vari scrittori ed eruditi pavesi (Bossi, Ghisoni, Robolini), e
infine aggiunte da Schiaparelli (ma sulla scorta di Campi) in margine all’edizione della
carta di Senatore. Le consonanze (anzi, le coincidenze) tra i due testi sono evidenti (e direi
anzi che Agazzari impiega proprio il testo di Giovanni Cervio, probabilmente circolato
nelle sedi periferiche collegate al monastero); diversi, certamente, gli scopi. Il Cervio scrive
nel pieno dell’ennesimo scontro fra monastero ed episcopio; quel che gli interessa è,
nell’ambito di una breve e singolare rivisitazione storico-cronologica, far rimontare ai
tempi di Liutprando e della fondazione i legami del cenobio con la sede apostolica:
«Karolus minor qui fuit rex ante Liprandus regis regnavit annos XI. Post mortem eius
regnavit Liprandus rex. Vixit annis XXXVI et, in tempore istius, n o b i l i s e t m a g n u s
d u x S e n a t o r construxit atque edificavit monasterium suum sub regimine et defensione
apostolice Sedis necnon et regis, eo modo ut monache que inibi ordinate erant vel fuerint
regulariter vivere debent, ut legitur in decreto illius». Stabilito ciò, riepiloga la vicenda di
cui è protagonista Bruningo (che è la sola ad interessare Agazzari e – dopo di lui – Campi);
utilizzando, sembrerebbe, l’iscrizione sepolcrale di Bruningo, nella chiesa di Sarmato
(dove Bruningo stesso avrebbe stabilito di dover riposare in pace; nella Chronica è riportata
anche la sua data di morte: 11 febbraio 727): «et in eodem tempore beata et religiosissima
Liceria viverat, ut legitur in scriptura super sepulcro sui» (Liceria era sorella di Senatore).
Se c’era dell’altro (un ‘testamento’ simile a quello di Senatore e Theodelinda?), non ne
abbiamo più traccia.
Viceversa, custodita presso i Musei Civici di Pavia è ancora oggi una lastra tombale con
incisi due monogrammi, normalmente sciolti in «B(ene) M(erenti)» − o «B(onae)
M(emoriae)» − «Senatori», tradizionalmente datato all’inizio dell’VIII secolo: è risultato
difatti naturale (in assenza di alternative) stabilire un nesso tra il marmo e la cartula del 714
(sebbene non dal monastero la lastra sia arrivata nella sede attuale). Ma già Bognetti
coltivava qualche dubbio; considerato da Peroni un «capolavoro di epigrafia funeraria»,
dal punto di vista iconografico «il nostro marmo ha riscontro con marmi del secolo VIII»,
ma senza dubbio «lo stile, i bellissimi caratteri epigrafici, il monogramma lo farebbero
supporre anteriore di un secolo». Difficoltà di datazione, dunque, derivanti soprattutto
«dall’eccezionale qualità dei monogrammi che vi sono incisi, che hanno fatto dubitare …
dell’appiglio offerto dall’identificazione del personaggio», e che (quanto meno) fanno
pensare a una «consapevole rievocazione classica». Certamente, quel monogramma fa
capolino anche nel verso della pergamena che ospita la cartula di Senatore,
immediatamente di seguito a un immaginario monogramma di Liutprando, posto peraltro
a chiusura di un’annotazione di mano che potrebbe anche essere coeva a quella che ha
materialmente composto il documento. Tuttavia, la lastra è stata ritrovata a Villareggio,
pochissimi chilometri a nord-est di Pavia, in un’area che ci ha restituito manufatti di età
ostrogota. Può naturalmente essere un caso, una coincidenza fortuita, ma al momento
nessuno è in grado di ricostruire gli eventuali spostamenti di sede subiti dal marmo in
questione nel corso dei secoli. Certamente, la forma e il tracciato delle lettere che
compongono il monogramma di Senatore non hanno riscontri con la scrittura epigrafica di
età liutprandea, rimandando a modelli tardo-antichi.
Gli elementi fin qui raccolti – che sembrano pur utili a punteggiare di presenze sparse un
vasto deserto documentario –, mentre non incrementano (per la loro natura e per l’assenza
di riscontri inequivoci e comunque non discutibili) la credibilità della carta di fondazione,
potrebbero contribuire invece a temperarne la verosimiglianza. Ma non è tutto, perché la
tradizione locale non accredita a Senatore soltanto il ruolo di fondatore di un monastero: lo
renderà anche protagonista di un’altra (e comunque collegata) vicenda: quella relativa al
trasferimento in Pavia del corpo di un martire. Un martire di modestissima fama, peraltro
− sant’Aureliano −, e un racconto che ci è restituito soltanto da scrittori pavesi del 5 e del
‘600, debitori di un’unica tradizione agiografica (e di età imprecisabile), perché la
narrazione non conosce sostanziali varianti. Ne tralascio il capitolo relativo ai miracoli di
Aureliano e al martirio (una passio leggendaria, deformata dalla «rozza fantasia
dell’agiografo»); mi limito a recuperarne i brandelli finali, che vedono protagonista
Senatore. Il corpo di Aureliano, insieme a quello del figlio Massimo, fu riposto nelle tombe
di Callisto, a tre miglia da Roma: «Postea eiusdem Aureliani venerabile corpus Ticinum est
translatum, et reconditum in oratorium sacrarum virginum monasterii Senatoris p e r
d u c e m S e n a t o r e m i l l u s t r i s s i m u m ; ibidemque modo veneratur». Così Giacomo
Gualla, poi sostanzialmente tradotto da Stefano Breventano, con poche varianti: «qual
corpo fu poi trasportato a Pavia d a u n S e n a t o r R o m a no , e riposto in uno oratorio
delle suore vergini dell’ordine di S. Benedetto, il qual monastero dall’edificator di esso, per
ch’era Senatore, fu poi chiamato il monastero Senatore». Qualche dettaglio ulteriore ci è
offerto da Romualdo Ghisoni, ma siamo ormai alla fine del ‘600: «Cum ecclesia haec
gaudeat sacris exuviis S. Aureliani Martyris, qui Romae sub Decio imperatore passus, ac in
Callisti caemeterio sepultus fuerat, superioribus saeculis, a d u c e q u o d a m S e n a t o r e
R o m a n o Ticinum delatis, inibique locatis»; è poi aggiunta la trascrizione di un’epigrafe
posta nel 1604 sul luogo in cui, «biennio post perfectum novae Ecclesiae aedificium», le
reliquie erano state trasferite. In pratica, tutto qui; prima ancora che l’opera del Ghisoni
fosse data alle stampe, peraltro, sulla passio di sant’Aureliano era già calata la scure critica
bollandista.

Torniamo dunque alla cartula di Senatore. Vera o falsa, parzialmente genuina o


moderatamente interpolata, la donazione – che nessuna testimonianza coeva alla sua
confezione ci consente di collegare a specifiche circostanze processuali, tuttavia da non
escludere – ha certamente uno scopo, fra gli altri. Quello di tramandare e precisare la
memoria delle origini della comunità religiosa: collocata appunto in età longobarda,
durante il regno di Liutprando, e risalente all’iniziativa di un personaggio che si vuole di
profilo alto e certamente molto vicino al sovrano – il monastero è affidato alla defensio regia
– oltre che alla corte e ai vertici ecclesiastici della capitale del Regno, come lasciano
presumere i titoli esibiti da alcuni dei presunti sottoscrittori.
Tramandare e precisare, o anche inventare? È venuto il momento di ridefinire, sulla
scorta dei dati raccolti, i connotati e l’identità della figura centrale, del protagonista di tutte
le narrazioni: Senatore. La carta è utile soprattutto per rievocare l’ambiente in cui il
fondatore opera: siamo nella capitale del regno, e sulla scena si muovono (abbiamo visto)
personaggi di rango. Ma il profilo di questo Senatore è tutto sommato sfuggente; il suo
nome non è accompagnato da attributi prestigiosi (in apertura di testo v’è solo il ricordo
del nome del padre); definisce se stesso «famulus Christi» nell’escatocollo, là dove avrebbe
dovuto apporre la propria sottoscrizione autografa: non è in grado (o non è capace: non
v’è indizio che si tratti di un uomo vicino all’estremo transito) di scrivere, e il suo
intervento si limita alla tracciatura di un «signum sanctę crucis». È dunque spogliato
di ogni titolo che ricordi la sua posizione nel mondo; e con la donazione si spoglia
(insieme alla moglie Theodelinda) di parte delle sue ricchezze, comprese quelle
accumulate per generosità regia («omnem facultatem nostram quam possidemus vel quam
ex parentum successionibus seu ex regio dono vel quoquo dono ubi ubi habere videmur et
nunc ad manum nostram defenditur»), naturalmente escluse quelle che aveva già conferito
ad altri «loci sanctorum», ai suoi gasindii e liberti, e soprattutto quelle che eventualmente,
in futuro, ad altri deciderà di destinare («vel cuicumque adhuc sincera voluntate non
doloso animo sub reverentia Dei largiri voluerimus»).
Riconsideriamo i restanti frammenti di memoria giunti sino a noi. Così il Bossi,
introducendo la rievocazione dei contenuti trasmessi dalla cartula donationis et oblationis del
714: «Un nostro cittadino s i g no r d i mo l t e c a s t e l l a , e g r a n c a p i t a n o d i g u e r r a
chiamato Senatore, nel 715 <così> fondò la chiesa et monastero di S. Maria nella sua casa
paterna … come appare dalla donatione che … ancora a questi tempi si conserva intiera
nell’archivio del monastero». Inutile sottolineare che questa connotazione del fondatore
(«signore di molte castella, e gran capitano di guerra») non può certo derivare dal
documento in questione. Nell’esposizione (certamente vista da Bossi) di Giovanni Cervio,
però, colui che «construxit atque edificavit» il monastero meritava di essere ricordato
come «n o b i l i s e t m a g n u s d u x »; se ne ricava che l’espressione di Bossi altro non può
essere che una traduzione parzialmente libera ma assai fedele dell’impegnativo profilo
tracciato da Cervio. Ma quale ne era la provenienza? Non abbiamo che i testi, confluiti
nelle narrazioni cinque e seicentesche tramandate da giuristi pavesi scrittori di historiae,
relative alla traslazione del corpo di sant’Aureliano. Protagonista del trasporto fu un
«ducem Senatorem illustrissimum» (Gualla), ovvero «duce quodam Senatore Romano»
(Ghisoni). Siamo di fronte a un altro Senatore; qualunque ne sia l’origine (e qualunque ne
sia il tempo), è evidente che questa tradizione testuale non porta con sé alcuna intenzione
(ma è difficile immaginare una volontaria auto-censura al riguardo, in ambienti pavesi) di
collegare la memoria della translatio all’età longobarda (e tanto meno a un eminente
membro della corte liutprandea). Fra l’altro, dei corpora sancta custoditi nelle chiese di
Pavia e provenienti da Roma, alcuni dovevano essere parte del bottino delle campagne di
re Astolfo negli anni centrali dell’VIII secolo. Ma la vicenda delle spoglie di Aureliano e
del loro trasferimento a Pavia − per come ci è giunta − è del tutto priva di espliciti dati di
contestualizzazione storico-cronologica. Quando sarebbe avvenuto, allora, il trasporto? Un
riferimento implicito potrebbe essere identificato nel breve tratteggio del protagonista: un
«dux», un «romanus». Un capo militare bizantino? A meno che, in tale contesto, «dux»
non vada inteso con significato di ‘trasportatore’. Rimarrebbe un «Senator Romanus»; e il
ricordo forse (su cui potrebbe essersi innestato l’ultimo capitolo della leggenda
agiografica) di un viaggio (da Roma a Pavia), o perlomeno di una presenza. Comunque il
ricordo di qualcosa e di qualcuno che rimanda all’epoca pre-longobarda: al V o al VI
secolo. Come conciliare allora questo Senatore con l’altro, protagonista di una cartula di
fondazione e dotazione monastica collocata nell’epoca di Liutprando? Forse, un possibile
(imperscrutabile, non valutabile) collegamento c’è, e porta a un ben noto episodio
riguardante Boezio, che nel 523 difende in processo dall’accusa di tradimento il senatore
Albino, imputato di collusione con la corte bizantina. Albino: lo stesso nome che la carta
del 714 assegna al padre di Senatore. Solo un’impressionante coincidenza? Inevitabile, a
questo punto, ripensare alla lastra tombale trovata a Villareggio (e chissà se davvero
materialmente collegabile alla presunta sepoltura di Senatore presso il monastero
rievocata da testi tardi) e alla sua inconciliabilità con la produzione epigrafica liutprandea;
ma è meglio non andare oltre, anche perché (invertendo la prospettiva) fra le ipotesi da
non scartare (soprattutto quando si convenga che il marmo non possa comunque risalire
all’età longobarda), vi sarebbe quella di un falso costruito dopo (o insieme a) la carta di
Senatore, e da essa traendo ispirazione. Carta che, perciò, potrebbe anche avere costituito
spunto e pretesto per la costruzione (o il completamento) dell’altra leggenda, suggerendo
(o alterando, o manipolando) il passaggio finale, quello relativo alla traslazione del corpo
di Aureliano.
Certo è che, se due tradizioni diverse (fondazione e traslazione) si incontrano e si
combinano, la prova di questa fusione ci giunge soltanto dallo strampalato racconto messo
insieme da Giovanni Cervio all’inizio del ‘400. È altrettanto vero che l’ intitolazione del
monastero al Beato Aureliano (oltreché alla Vergine) diviene stabile solo in età moderna;
inutilmente se ne cercheranno tracce nella documentazione d’archivio più risalente
(perlomeno, da quanto ho potuto vedere, sino a tutto il XII secolo). Ma un riferimento
(l’unico) ad Aureliano si trova anche qui; precisamente, nel privilegio di Alessandro II: fra
tutti gli spuria cui si è già accennato, senz’altro quello meno abilmente costruito. Il rimando
non interferisce con la denominazione del monastero, perché compare nell’immaginifica
formula di corroborazione papale che inaugura l’escatocollo: «Ego Alexander humilis
apostolicae Sedis episcopus hoc privilegium a d ho no r e m B e a t e M a r i e e t B e a t i
A u r e l i a n i manu propria confirmavi». Un’ulteriore, piccola traccia di lavoro, che per il
momento accantoniamo; ma che potrebbe essere indizio di come quell’incontro di
tradizioni sia forse avvenuto proprio negli anni (fra XI e XII secolo) cui risalgono tutti i
falsi costruiti dal monastero di Senatore.

A ogni modo, fra XI e XII secolo, l’urgenza – da parte della ‘fazione’ che disputava il
controllo del monastero al ‘partito’ filo-vescovile – di definire nel senso dell’autonomia i
propri rapporti con l’episcopio, poteva trovare un sostegno nel recupero di una memoria
delle origini che – si badi bene – nessun diploma (fra quelli certamente genuini) e nessuna
carta notarile di età successive aveva sentito o sentirà mai il bisogno di rievocare. E che fra
l’altro, nel corso del XII secolo, si rifletterà nei nomi di due badesse che esplicitamente
rimandano alla famiglia del fondatore: Sinelinda e Liceria. Una memoria che all’inizio del
XII secolo – quando i quadri ecclesiastici diocesani si riorganizzano intorno al vescovo,
quando si ricompongono gli assetti pubblici cittadini, e quando inizia a ridimensionarsi il
ruolo degli antichi monasteri benedettini – si viene precisando anche mediante
l’invenzione di un legame antico e speciale con la sede apostolica. Una strategia affatto
isolata, intrapresa anche dal potentissimo monastero di S. Pietro in Ciel d’Oro, come ora
vedremo.

4. Nelle falsificazioni provenienti dal monastero di Senatore (e nell’infittirsi, tra fine XI e


inizio di XII secolo, di quelle elaborate presso S. Pietro i Ciel d’Oro) va con ogni probabilità
identificata la sperimentazione (se non la fondazione) di una prassi che diventerà
frequente a Pavia nei decenni successivi: quando però le interpolazioni documentarie (di
scritture pubbliche, ma soprattutto ‘private’) saranno funzionali principalmente a strategie
di salvaguardia patrimoniale, alla necessità di difendere, riaffermandole, prerogative che
le antiche (e genuine) scritture si erano come dimenticate di precisare nei dettagli
(toponimi, chiese, corti, confini), e che gli spuria si incaricano, per l'appunto, di reintegrare
nella scrittura, il più delle volte sovrapponendo semplicemente il contenuto del titulus così
fraudolentemente costruito a una reale consuetudine di esercizio dei diritti rivendicati.
Saranno falsificazioni che talvolta non verranno neppure prodotte in sede giudiziaria,
dove le prove si formeranno più spesso con le acquisizioni testimoniali o con altri mezzi;
ma che verranno pressoché sistematicamente e accuratamente conservate nei tabularia
monastici, pronte per essere riprodotte e rese autentiche a distanza di molto tempo dalla
loro costruzione: esemplare in questo senso è proprio il caso del privilegio di Alessandro II
per il monastero di Senatore, che verrà ininterrottamente riproposto in copia autentica, con
tanto di dichiarazioni asseverative di pubblici notai mirate a sostenere la fedeltà
dell'exemplum all'antigrafo (a un certo punto costituito da altro e precedente exemplum).
Quel che più conta sottolineare, qui, è come all'inizio del XII secolo, a Pavia, il fenomeno
della sistematica falsificazione di documenti sia funzionale a una strategia
fondamentalmente politica: in gioco, insieme alla riaffermazione e alla difesa
dell'autonomia monastica, è uno dei cardini (e soprattutto uno dei simboli) della potenza e
dell'egemonia vescovile; uno sfondo ideale, in altre parole, per un ulteriore salto di qualità
nelle funzioni della scrittura documentaria, la cui manipolazione costituisce il rimedio
estremo su cui fondare una ricerca di sicurezza e di stabilità, entro un quadro aspramente
conflittuale aggravato dal crollo dell'ordinamento e, a livello locale, dall'assenza (o dalla
latitanza) di una potestas giurisdizionale dotata di pubblica e riconosciuta legittimità.
È in questo ‘clima’, sebbene nell'ambito di una missione i cui risvolti sono senz'altro di
natura ben più generale e complessa, che a Pavia fa la sua comparsa, nel corso del 1102, il
cardinale Bernardo degli Uberti. Il 18 agosto del 1102, di lunedì, «infra monasterium Sancti
Petri Celi Aurei», Bernardo presiede, dall'alto della sua autorità di cardinale e legato «in
partibus Longobardie» di Pasquale II, quella che viene configurata come un'importante
seduta giudiziaria. Lo affiancano due gruppi distinti di ecclesiastici e laici: da una parte il
vescovo Guido insieme all'arciprete della cattedrale e ai prepositi di alcune collegiate
urbane (S. Maria in Pertica e S. Invenzio) ed extra-urbane (Lomello e Mortara), «et reliqui
clerici plures»; dall'altra, una serie di laici fra i quali identifichiamo alcuni di coloro che, a
distanza di dieci anni, risulteranno componenti del primo collegio consolare pavese:
nessuno di loro tuttavia, con l'eccezione di Lanfranco iudex, è accompagnato da qualifiche
specificative di un ruolo tecnico-giudiziario.
Sarà infatti Bernardo a condurre le operazioni, in un solitario esercizio di giurisdizione
ecclesiastica. La pur incompiuta (come vedremo) cornice documentaria non deve trarre in
inganno: utilizzando il tipico protocollo del breve, e innestando immediatamente nel testo
una formula d'apertura tipicamente placitaria, il notaio verbalizzante mostra solo di non
poter disporre di una soluzione tecnica alternativa (o di non volervi ricorrere). La struttura
della notitia iudicati gli serve infatti e soltanto per posizionare adeguatamente nel
documento i gruppi degli adstantes più prestigiosi, la cui funzione così prefigurata non è di
concorrere alla formazione del giudizio e alla sua promulgazione, ma bensì semmai di
testimoniarla e poi di garantirne eventualmente l'efficacia manufirmando la notizia scritta
di quell'evento: cosa che, d’altra parte, non avverrà.
Dunque, nella controversia in cui gioca il ruolo di attore, fra le mura del suo monastero,
l'abate di S. Pietro in Ciel d’Oro, Anselmo, si presenta al cospetto di Bernardo («in eius
veniens presencia»: quasi che l'ampio consesso, di cui si è appena richiamata la presenza e
descritta la composizione, si sia defilato lasciando l'intero proscenio all'abate e al suo
unico, reale interlocutore), e per prima cosa ricorda di essersi già e in più di una
circostanza lamentato dei canonici della cattedrale («et retulit ei iam per plures vices quod
se lamentavit eidem donno Bernardo de canonicis iamdicte ecclesie Sancti Syri»), tentando
inutilmente di costringerli a rispondere dei loro comportamenti dinanzi al legato («ut ad
eum venisent et ipsi donno Anselmo abbati iusticiam fecisent»). L'accusa mossa ai
canonici, e i ripetuti inviti a comparire, riguardano non bene precisati diritti di decima
(«de decima illa unde lis est inter eos»); ma senza che sia stato possibile ottenere finora
alcuna soddisfazione, se viene anzi sottolineata la recidività dell'avversario («et ipsi
canonici iniuste opprimunt ipsum monasterium et depredaverunt»). Dopo aver ascoltato
questa requisitoria, Bernardo invita l'abate ad esibire le prove dello ius che ritiene
usurpato: «Cum ipse vero abbas taliter retuliset, ad hec ipse donnus Bernardus cardinalis
interrogavit iamdictum abbatem si haberet inde aliquod ius; ipse vero abbas ostendit ipsi
donno Bernardo cardinali p r i v i l e g i a ipsius monasterii, in quibus continetur q u a l i t e r
ipsum monasterium est in iure et potestate et regimine et defensione
p r e d i c t e s a n c t e R o m a n e E c c l e s i e ».
Come si può facilmente notare, assistiamo a un rapido scarto di prospettiva. La
questione che aveva giustificato il placito cardinalizio (una questione di decime)
improvvisamente dilegua, lasciandone emergere un’altra, assai più importante. L’ostensio
di privilegia da parte di Anselmo ha lo scopo precipuo di documentare il legame diretto del
suo monastero con la Chiesa romana. Lo stesso obiettivo che, contemporaneamente,
connotava la fabbricazione di alcuni dei falsi di S. Maria del Senatore.
Ci si deve chiedere, a questo punto, quali siano i titoli presentati da Anselmo a Bernardo
degli Uberti. Nel febbraio di quello stesso anno, gli abati di S. Pietro in Ciel d'Oro e di S.
Salvatore si erano rivolti a Pasquale II, chiedendo e ottenendo l'emissione di privilegi
destinati a confermarne le antiche prerogative, i beni, le immunità. Si tratta di documenti
che differiscono soltanto in due particolari: il primo, ovviamente, consiste di un richiamo
ai numi tutelari e ai passaggi più simbolicamente efficaci della rispettiva e passata storia
monastica (il dono delle reliquie di sant’Agostino da parte di Liutprando, per S. Pietro in
Ciel d'Oro, su cui tornerò; la renovatio e la dotazione perfezionate dall'augusta Adelaide,
per S. Salvatore); l'altra differenza, apparentemente più significativa, coincide con il
mancato inserimento, nel documento destinato a S. Pietro in Ciel d'Oro, di una specifica
disposizione relativa alle decime, che è viceversa ben incastrata nel testo consegnato a S.
Salvatore («nec decimę reddituum ab ullius ęcclesię praesule vel ministris exigantur»):
nel privilegio per S. Pietro un riferimento alle decime è solo e (si direbbe) quasi
incidentalmente immesso nella generale e generica formula di conferma di beni, «predia»,
«possessiones». Per il resto, si notano solo corrispondenze di forma e di contenuto: la
sanzione confirmatoria delle procedure di libera elezione dell'abate («obeunte te, nunc eius
loci abbate, vel tuorum quolibet successorum nullus ibi qualibet surreptionis astutia seu
violentia preponatur, nisi quem fratres communi consensu vel fratrum pars consilii
sanioris secundum Dei timorem et beati Benedicti regulam elegerint»); la riserva del diritto
di consacrazione alla sede apostolica («electus autem ad Romanum pontificem
consecrandus accedat»); la facoltà di scegliere liberamente il vescovo cui demandare la
consacrazione delle chiese dipendenti dal monastero e l'ordinazione dei monaci, e da cui
ricevere il crisma e l'olio santo; il divieto per ciascun vescovo di celebrar messa o di fare
«stationem sive ordinationem aliquam» nel monastero senza l'espresso consenso del capo
della comunità. Infine, l’esenzione giurisdizionale: «sicque ab omni iugo seu dicione
cuiuscumque persone vestrum cenobium liberum permanere sancimus, u t s o li s a n c t e
R o m a n e e t a p o s t o l i c e E c c l e s i e s u b d i t u m h a b e a t u r ». Pesanti munimina, tessere
forse ancora mancanti nei due archivi monastici; poiché se per S. Salvatore gli ultimi
documenti ottenuti dal pontefice romano prima del privilegio di Pasquale II risalivano
all'epoca della renovatio adelaidina, quelli destinati a S. Pietro e intestati a Giovanni XV
(986), Gregorio V (996), oltreché (guarda caso) a Leone IX (1050) e Alessandro II (1070),
costituiscono falsificazioni prodotte tra XI e XII secolo. In particolare, rispettivamente alla
fine dell’XI e all’inizio del XII vengono assegnati i falsi (entrambi in forma di originale, e
scritti nella solita minuscola diplomatica di imitazione dei diplomi regi) attribuiti a
Giovanni XV e ad Alessandro II; i quali, nondimeno, ricalcano nella sostanza i contenuti
del (genuino) privilegio di Pasquale II, sopra richiamati: sebbene la libertà del cenobio («ut
absque omni iugo seu dicione cuiuscumque persone constare … corroboraremus») non
venga tradotta in una diretta dipendenza da Roma, come nella pagina pasqualina.

Per disporre di un quadro più vivido, va aggiunto un particolare, non del tutto
secondario. Riguarda la questione del salvataggio e − soprattutto − della traslazione a
Pavia delle reliquie di sant’Agostino. Com’è noto, il racconto (succinto: «Liudbrandus
audiens quod Sarraceni depopulata Sardinia etiam loca fedarent illa, ubi ossa sancti
Augustini episcopi propter vastationem barbarorum olim translata et honorifice fuerant
condita, misit et dato magno praetio accepit et transtulit ea in Ticinis ibique cum debito
tanto patri honore recondidit») è tramandato da Beda a gran parte delle fonti alto-
medievali: viene ripreso, con un calco sostanzialmente letterale, anche da Paolo Diacono.
Ma il De temporum ratione e l’Historia Langobardorum non fanno alcun cenno a un’elezione
di S. Pietro in Ciel d’Oro quale luogo per il riparo delle reliquie; notizia che peraltro
compare (forse per la prima volta) nel Chronicon composto da Adone, vescovo di Vienne,
in tarda età carolingia − che a sua volta da Beda (fonte principale dell’opera)
evidentemente dipende −, in forma di semplice aggiunta al racconto standardizzato della
traslazione. Se ne ricava che il nesso tra S. Pietro in Ciel d’Oro e reliquie agostiniane è in
alcuni testi certamente già stretto nel IX secolo; verrà ripreso e sviluppato più avanti: nel
pieno XII secolo e probabilmente rielaborando fonti di provenienza locale, Filippo di
Harvengt (premonstratense) stabilisce una relazione ancora più significativa tra la
fondazione della basilica e il recupero del corpo di sant’Agostino, il cui arrivo a Pavia è
caratterizzato come evento di forte impatto popolare.
Ma nella documentazione monastica, cenni alla prestigiosa custodia delle reliquie
filtrano proprio tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo. Il diploma regio (genuino) più
antico che possediamo (di re Ugo, 929 marzo 12) si limita difatti a rievocare la fondazione
liutprandea («etiam confirmamus omnes res et possessiones quascumque idem
monasterium longo tempore dinoscitur possedisse a Liutprando rege, ipsius monasterii
funditore, concesse»), richiamo che fa capolino anche in alcune auctoritates ottoniane e di
epoca successiva; mentre il ricordo della deposizione delle reliquie viene incastrato, dopo
la sezione dispositiva, nel primo dei due falsi intestati proprio a Liutprando: «hec omnia,
ut supra diximus, donamus et iudicamus venerabili monasterio Sancti Petri in Celo Aureo,
in quo sanctum ac venerabilem Augustinum atduximus et condivimus». Si tratta tuttavia
di uno spurium costruito nei decenni finali del XII secolo, utilizzando diplomi di Corrado
II, Enrico III e Federico I; nell’altro praeceptum intitolato a Liutprando, che sembra aver
impiegato modelli genuini, quel riferimento manca. La memoria di quel ‘dono’ affiora per
la prima volta proprio nel privilegio (genuino) di Pasquale II del 1102, immediatamente di
seguito alla sanzione della tutela apostolica offerta al monastero, il cui abate – Anselmo –
vi era stato istituito («inpositione manuum») proprio da quel pontefice: «ob honorem
videlicet ipsius apostolorum principis Petri et sanctissimi confessoris ac doctoris
preclarissimi Augustini, cuius pretiosum corpus in eodem cenobio a Lioprando, quondam
rege, dignoscitur honorifice reconditum». Ma qui arriva direttamente, sembrerebbe −
sebbene diversamente collocato nel testo − dai falsi (o perlomeno dal più ‘antico’ dei due)
rispettivamente intitolati a Giovanni XV e Alessandro II (che dall’altro dipende). Con un
calco quasi letterale: «ad honorem Dei et sancti Petri necnon sanctissimi Augustini, cuius
sacratissimum corpus in vestra ecclesia digno reconditum est honore, eo videlicet modo
quo fuit temporibus Liuprandi regis, ipsius loci servatoris, qui sacrum corpus eiusdem
Augustini detullit ad eamdem ecclesiam et recondidit illic». Peraltro il documento del 1102
richiama esplicitamente (e immediatamente di seguito al passaggio riportato) i vestigia dei
predecessori («sanctorum igitur predecessorum nostrorum, sedis apostolicę
pontificum, vestigiis insistentes, presentis decreti auctoritate statuimus ut …»:
che o non esistevano (com’è probabile), o coincidevano con i due falsi (o almeno con il più
‘antico’ dei due) cui si è accennato. Inoltre − ma non si tratta certo di un dettaglio −
Pasquale II concedeva all’abate Anselmo (e ai suoi successori) i simboli del rango vescovile
(«ad hec dalmaticae, sandaliorum necnon cirothecarum usum tibi tuisque legitimis
successoribus iuxta predecessorum nostrorum statuta concedimus»); formula che è
naturalmente inserita anche nei privilegia di Giovanni XV (del tutto anacronisticamente) e
Alessandro II.
La questione – sia rispetto ai falsi, sia rispetto al racconto della traslazione delle reliquie e
della sua vicenda e tradizione di testi – è complessa, e qui l’abbiamo affrontata per minimi
cenni. Importa sottolineare una coincidenza: tra fine XI e inizio XII secolo è attuale (per
recupero o per elaborazione mirata) una narrazione del passato di S. Pietro in Ciel d’Oro
che integra, facendole sostanzialmente coincidere, fondazione liutprandea e deposito delle
reliquie di sant’Agostino, esenzione, prerogative vescovili e rapporti con Roma. Le
manipolazioni documentarie sembrano voler esaltare la coincidenza, e la incrementano
retrodatando la concessione degli episcopalia al capo del monastero, affinché «soli sancte
Romane et apostolice Ecclesie subditum habeatur».
È chiara la volontà di competere con l’episcopio, giocando tutte le carte disponibili,
compreso il prestigio − calato anche nella dimensione e nella rappresentazione
documentaria − derivante dalla custodia delle spoglie agostiniane, potente strumento di
concorrenza con la chiesa cattedrale nella definizione di spazi e riferimenti dell’identità
cittadina. Una carta forse giocata anche (ma, come si è visto, a questo riguardo disponiamo
di indizi meno consistenti, seppure riconoscibili) dal monastero di Senatore,
probabilmente su presupposti più deboli, e senza particolare successo: perché da un lato,
certamente sbiadito è il prestigio di Aureliano al cospetto di un Agostino (o di un Siro);
dall’altro, la fusione tra il ‘mito’ della fondazione e la traslazione delle reliquie ci è arrivata
in forma non compiuta e allusiva, sebbene comunque affidata (come per S. Pietro in Ciel
d’Oro) a un falso privilegio apostolico.

È difficile non ritenere che quelli intestati a Giovanni XV e Alessandro II siano i


documenti (probabilmente, come sembra da un’allusione inserita più avanti nel testo, con
l’integrazione di qualche diploma regio e imperiale) srotolati al cospetto di Bernardo degli
Uberti: meno automatico (ammesso che la circostanza sia di rilievo) è pensare che siano
stati entrambi confezionati per l’occasione; anche se il passaggio del legato da Pavia
potrebbe forse essere riferibile proprio all’elezione del vescovo Guido (qui attestato per la
prima volta: del predecessore Guglielmo non v’è più traccia dopo il 1100).
Se ne deduce facilmente come, in sostanza, all'abate di S. Pietro in Ciel d'Oro prema di
trovare sponda e riparo (o per meglio dire, come recitavano i suoi privilegi, defensio) nell'
autorità cardinalizia, chiedendo a Bernardo di stare dalla parte dei monaci in nome del
loro diretto e speciale legame con la Chiesa romana. E Bernardo sembra prestarsi al gioco,
poiché, esaminata la documentazione e considerandola davvero adeguata, «per plures
vices» mandava a chiamare i canonici «ut ad eum venissent et exinde donno Anselmo
abbati iusticiam fecisent»; inutilmente, tuttavia, dato che i canonici si rifiutano di
comparire («sed ipsi canonici ad eundem donnum Bernardum cardinalem venire
neglexerunt et iamdicto donno Anselmo abbati exinde iusticiam facere noluerunt»). Il
«preceptum» cardinalizio che pone fine alla costruzione documentaria consiste di una
promulgazione verbale indirizzata ai canonici, invitati a recedere da ogni molestia nei
confronti del cenobio, di Anselmo e dei suoi successori, affinché restino «sicuri et quieti
sine aliqua molestacione», visto che «longo tempore iure possessionis et concessionis ab
apostolica Sede et imperiali dignitate tenere visi sunt». Un suggerimento, più che un
ordine, generico e neppure accompagnato dalla minaccia di sanzioni d'alcun tipo; e che
riecheggia, fra l'altro, il formulario delle carte notarili, disponibili in misura più che
abbondante nel tabularium monastico.
Non si direbbe che Bernardo abbia voluto definire chiaramente i termini della lite,
dissolvendone con autorità le premesse; d'altra parte, il documento non lascia emergere
quale fosse il preciso oggetto della contesa. Probabilmente il legato non intendeva – in
questa delicata fase – rischiare di compromettere i legami solo recentemente riannodati fra
Pasquale II e la Chiesa pavese. Ben diversamente aveva operato qualche mese prima,
dirimendo a Mantova la questione di un ospedale, sottraendolo al controllo del monastero
cittadino di S. Andrea e affidandolo ai monaci polironiani; e ben diversi erano stati, di
conseguenza, la scelta e il linguaggio documentario: con l'emissione di un documento
solenne a lui intitolato, l'imposizione del perenne silenzio a pena di scomunica e
l'interdizione da ogni audientia estesa anche ai canonici della cattedrale, a loro volta
ammoniti «ne interim ... hospitium funditus deperire ... eiusque substantiam providentia
neglecta dilapidare». La scrittura veniva corroborata dalle sottoscrizioni, oltre che di
Bernardo, di un altro cardinale, del vescovo di Mantova, dell'abate di Polirone, di un altro
abate milanese, di un giudice (mediante il «consilium» dei quali si era dato corso alla
promulgazione legatizia); e naturalmente dal signum matildico, materializzando l'assenso
della contessa, cui va evidentemente ascritta la regia del processo .
A redigere il «preceptum» di Bernardo degli Uberti è Giselberto, notaio attivo in varie
occasioni, nei primi anni del XII secolo, per S. Pietro in Ciel d'Oro: qui riconoscibile sia per
la grafia sia per il signum messo – come d’abitudine – in apertura. La mancata perfezione
del documento (l’escatocollo riporta solo la iussio ad scribendum contestuale alla
sottoscrizione di Bernardo) si può spiegare solo con un mancato accoglimento del suo
contenuto da parte degli elementi destinati a corroborarlo e garantirlo; o piuttosto, e per
meglio dire, con il loro rifiuto di aderire a una modalità di registrazione scritta dell'evento
decisamente di parte, funzionale soltanto alle esigenze e alla strategia del monastero. E
chissà: forse anche perché dei privilegia presentati alcuni degli astanti (in particolare il
gruppo degli ecclesiastici, e in primo luogo il vescovo Guido) sospettavano la falsità;
spuria che la sentenza cardinalizia avrebbe contribuito, pur indirettamente, a legittimare.
Certamente, il filo dell'apparenza placitaria che attraversa sin dall'inizio il dettato – con
l'assorbimento fittizio di presenze qualificate dell'ordinamento ecclesiastico cittadino-
diocesano, accanto al nucleo più prestigioso dei cives, in una presunta funzione di collegio
giudicante, e perciò di coinvolgimento diretto nella formulazione di una decisione –, non
riesce a nascondere più di tanto le reali intenzioni del committente, finalizzate a innestare,
su di un'attività di mediazione cardinalizia compiuta in presenza dei vertici delle
istituzioni cittadine, il significato di una giurisdizione più alta, stabilendo l'extra-
territorialità del monastero e la sua posizione di totale autonomia nei confronti della chiesa
locale. L'immediata subiectio di S. Pietro in Ciel d'Oro alla sede apostolica, sancita da
Pasquale II solo pochi mesi addietro (e presumibilmente irrobustita dalla memoria di una
speciale protezione pontificia documentata dai falsi e con essi risalente fino all’età
ottoniana), doveva bensì escludere la competenza del tribunale ordinario per le cause di
natura ecclesiastica in cui fosse coinvolto il monastero; e l'abate Anselmo era stato in
grado, formalmente, di imporre questa procedura, e di perpetuarne il ricordo mediante
una redazione scritta forse non del tutto ‘ortodossa’ sotto l'aspetto dei meccanismi di
validazione, ma sicuramente efficace qualora venga intesa come risposta contingente alle
esigenze politiche del monastero e di una loro coerente proiezione documentaria. Così, il
«preceptum» di Bernardo viene accuratamente depositato nel tabularium del cenobio, e qui
salvaguardato («in memoria», come recita la sottoscrizione cardinalizia); ma la soluzione
del conflitto (sia per quanto riguarda il pretesto specifico – diritti di decima – sia in ordine
alle tensioni che si vengono producendo nell'assetto politico cittadino in coincidenza con il
ristabilimento del potere episcopale) veniva rimandata, come mostrano i ripetuti interventi
di Pasquale II documentati negli anni immediatamente successivi: e l’antica potenza del
monastero innalzato da Liutprando si dispiegò tutta, perché l’offensiva vescovile − che
pure non rinunciava ad avvalersi di falsi − finì sostanzialmente per arenarsi.

5. Ben diversa la sorte toccata al monastero di Senatore, se dobbiamo ritenere credibili le


informazioni arrivate sino a noi da alcune ‘schede’ perdute di Gerolamo Bossi − che aveva
comunque trascritto da fonti ancora disponibili presso l’archivio delle monache, sebbene
sia ora difficile stabilire quale ne fosse l’esatta natura − ma fortunatamente note (anzi
parzialmente riprodotte, ma in traduzione italiana, con qualche ripresa in nota del testo
latino usato da Bossi) grazie al principale rimaneggiatore di ‘storie’ pavesi dell’800,
Giuseppe Robolini. Pasquale II, informato dello ‘scisma’ venuto a turbare la placida quiete
della vita e della famiglia monastica, avrebbe inviato Bernardo degli Uberti «a fare il
processo et a terminar la contesa». Il legato, giunto a Pavia, «et elegendosi il monastero di
S. Pietro in Ciel Aureo per suo ricetto, ivi ne chiamò l’una e l’altra parte, et intese
benissimo la causa, ma per la potenza de’ fautori che Otta e Lucia [n.b.: le due ‘concomitanti’
badesse] havevano, non poté, come haveva pensato di far, definirla». Come si vede, il
riscontro con l’episodio attestato per S. Pietro in Ciel d’Oro (compresa una certa difficoltà
nel disbrigare regolarmente la contesa) porta questo dettaglio della narrazione su un piano
di discreta verosimiglianza. «Laonde partendo il cardinal da Pavia, seguitarono le loro
male attioni le concorrenti abbadesse, del che (per quanto fu creduto) sdegnato,
giustamente Iddio lasciò e permettè che da repentino e vehementissimo incendio ne
restasse arso e consunto poco men che tutto il monastero, nel 1104». Un anno dopo,
Pasquale II avrebbe incaricato di dirimere la questione nientemeno che Guido, il vescovo
di Pavia. E qui Bossi potrebbe anche aver lavorato su una notitia di placito, a giudicare dai
frammenti testuali che Robolini recupera a sostegno della sua traduzione: un placito
vescovile. Guido, forse il giorno prima di Natale (= festivitate Iesu Christi proxime veniente),
forse del 1105, alla presenza del clero e del popolo, «sospese Lucia [n.b.: la badessa eletta
dalla ‘fazione’ antivescovile] dalla dignità abbatiale, sin tanto che legittimamente si trattasse
la causa. Indi fra pochi giorni sentiti che furono gli avvocati et havuto il parere huomini
gravi, nella Chiesa di S. Siro (= in ecclesia Sancti Syri multitudo maxima clericorum atque
laicorum concilio habito») ... fu per sentenza del vescovo irrevocabilmente deposta». Le
modalità decisorie – se davvero vi fu un processo e il suo resoconto scritto − non sono
chiarissime, e la rievocazione tentata da Robolini si mostra su questo punto confusa.
Rimane l’accenno a un dibattito giudiziario e a un giuramento, collegato certamente a una
deposizione testimoniale, prestato da un certo «Bonamico Saltario», e disposto da «i
Consoli della città et il popolo»; se ne potrebbe dedurre − dettaglio interessante − che non
v’era stato il ricorso all’ostensio di prove documentarie, e che pertanto a tutte le
falsificazioni prodotte (com’è ragionevole ritenere) nell’ambito di quel conflitto (durato
almeno cinque anni) poca rilevanza era riconosciuta sul piano di un impiego tecnico-
processuale. Ciò che, d’altra parte, non ci sorprende. A ogni modo, la contesa si chiude con
la regolare elezione di Otta alla guida del monastero; dove, «avvisato di ciò, ma anco
invitato dagli avvocati (= advocatorum et vassallorum precibus invitatus)», il vescovo
immediatamente si reca, insieme ad alcuni dignitari ecclesiastici e agli «huomini principali
della città» (purtroppo Robolini non riporta, qui, la ‘lezione’ di Bossi). «E colà giunto fece
riporvi da Pagano hostiario del duomo una sedia nel prato per iscontro ad un olmo che vi
era, e fatte le dovute cerimonie (= ibique electione facta canonicae investigata et cognita) ripose
in sede con plauso di tutti la badessa. Niente di meno se ne stava altera Lucia ancora nella
camera abbatiale, quand’ecco essendo di là a viva forza tirata fuori (= videlicet ingegniose a
camera abbatissae in qua superbe morabatur exclusa est) sdegnossi di restar suddita in questo
monastero e si elesse di passar il restante della sua vita in S. Felice». Difficilmente, come si
può vedere, quest’ultima parte del racconto dev’essere di provenienza documentaria:
importa solo sottolinearne, da un lato, la forza con cui sono rappresentati simboli e rituali
mediante cui si esplica il dominio esercitato dall’autorità episcopale sul monastero;
dall’altro, nello ‘sdegno’ e nella scelta di trovare riparo presso un altro chiostro da parte di
Lucia, determinati dal suo timore di «restar suddita» in un monastero controllato dal
vescovo, quanto vivo fosse l’incubo di quella subiectio, di quell’extranea dominatio che i falsi
avevano inutilmente cercato di esorcizzare.

Un’ultima (e breve) annotazione, prima di concludere. Nonostante i diversi esiti, la


selezione degli argomenti, da parte dei due antichi monasteri pavesi, mediante cui
contrastare (sul piano documentario) l’azione vescovile, mostra convergenze forse non
casuali. Se è scontata (nel contesto generale e specifico di quegli anni) la scelta di costruire
falsi di privilegi e lettere pontificie, meno sembra esserlo (sul piano del sincronismo,
certamente non del motivo in sé) il comune richiamo al passato longobardo, alla memoria
delle origini e l’identico riferirsi all’epoca di Liutprando: una memoria più salda (e forse
anche meno sbiadita) per S. Pietro in Ciel d’Oro, più debole e incerta per S. Maria del
Senatore (sarà un caso, ma che Paolo Diacono non faccia il minimo cenno al monastero di
Senatore è un dato). E ancora meno scontata è la simmetrica rielaborazione agiografica, e
l’integrazione narrativa (con infiltrazioni documentarie comunque significative, anche se
di ineguale peso specifico, proprio perché sperimentate nei falsi) di fondazioni monastiche
e traslazione di corpi santi (sebbene per Aureliano le tracce di cui disponiamo siano ancora
da verificare). Non si può immaginare, in sostanza, che le ‘fabbriche’ monastiche, gli
scriptoria, i notai, tutti i protagonisti del ciclo di produzione di questi oggetti testuali
carichi di valori e significati attualizzati, agissero isolatamente, nell’ombra dei chiostri,
reciprocamente all’oscuro delle strategie meditate e delle soluzioni escogitate dagli altri.
L’impressione è d’essere anzi al cospetto di un’ampia rete intra-cittadina, all’interno della
quale circolano esperienze, consulenze, testi, nell’ambito di un’operosità affannosa ma
concentrata nello sforzo di far riaffiorare, da quello che c’era (o che era rimasto) negli
scrinia e nelle biblioteche, tutto quanto potesse venire reimpiegato e gettato nella contesa;
interpolando e manipolando, falsificando, rimaneggiando e reinventando tradizioni e
diritti. E a questa laboriosità non era affatto estraneo l’episcopio, e non solo per la
probabile assistenza prestata a quelle monache del Senatore che avevano subito lo
‘scisma’: a questo stesso periodo dovrebbe infatti risalire la falsificazione del privilegium di
Giovanni VIII (874 agosto 24), che si pone (fra le altre cose) anche alla base della
superiorità giurisdizionale (e della capacità di azione disciplinare) del vescovo nei
confronti di tutti i monasteria diocesani, parzialmente rinvigorita nel 1105 da un ampio
privilegio di Pasquale II. Ma all’XI e al XII secolo risale anche un infittirsi della tradizione
codicologica relativa alla Chronica di san Siro e alla traslazione delle sue reliquie presso la
chiesa cattedrale (avvenuta in età carolingia), collegabile a quei testi (come le Honorantiae
civitatis Papie) che «convergevano nell’indicare non solo la consacrata ufficialità del culto
di san Siro in un suo luogo peculiare, ma più, la sua avvenuta adozione da parte del potere
laico, nel senso che questo lo riconoscesse perno della vita religiosa di Pavia “capitale”,
cioè del Regnum». Dunque, un culto cittadino organizzato come perno della vita religiosa e
civile, ampiamente documentato poi per l’età comunale; funzionale, certamente, anche
come strumento di lotta nel contesto che abbiamo appena rievocato: contesto nel quale,
sottoposti a tensioni che chiedono risposte ‘forti’, risultano tutte le componenti, tutti i
tradizionali conflitti e tutti i simboli dell’identità e della memoria cittadina, impegnata
dunque a reinventare se stessa, adeguandosi a tempi di cambiamenti veloci.

***

In situazioni come quelle sommariamente rievocate, pensare a una rilevanza


specificamente o prevalentemente giuridica della rappresentazione documentaria non
garantisce spazio sufficiente all’analisi e alla comprensione delle intenzioni e dei disegni
complessivi dei falsari e della loro committenza. Anche perché nel passaggio tra XI e XII
secolo, di delicate transizioni ideologiche e politico-istituzionali, e di funzionalità
documentarie come ben sappiamo fortemente sollecitate nel senso della sperimentazione,
adattamenti e (o) manipolazioni della propria memoria documentaria (che è – certo –
anche memoria giuridica) assumono una speciale consistenza soprattutto per i soggetti più
direttamente coinvolti (e intimoriti) dai processi in atto. E qui il gioco (che risulti raffinato
o meno) dei falsari assegna alla documentazione – intesa quale strumento testuale (fra gli
altri disponibili) di definizione dell’identità e delle strategie complessive praticate dai
soggetti che vi ricorrono – finalità e logiche non sempre intercettabili e restituibili
mediante i dati offerti da un’analisi diplomatistica che resti condizionata dalla consueta
impostazione formalistica del proprio discorso.
Così, il tema più congeniale, e che ne ha caratterizzato la specificità disciplinare – il tema
del falso, nelle sue infinite varianti –, proprio per le molteplici intersezioni con altri temi
che porta con sé, costringe di fatto anche l’indagine diplomatica a partecipare
(facendosene carico) della complessità e molteplicità di sguardi, di tagli, di fonti e di testi
vagliati e da esplorare che sempre più orienta (e disorienta) l’indagine storiografica; la
costringe di fatto a scegliere: se rimanere isolata e appagata delle proprie pur necessarie
certezze metodologiche, o se aprirsi invece definitivamente al confronto, senza pregiudizi,
con interpretazioni delle funzioni e dei fenomeni documentari meno tradizionalmente
connotate.