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BRIGANTAGGIO MERIDIONALE (1860-1870) di Fulvio DAmore Scrivere un libro sul brigantaggio, dopo le Celebrazioni dei 150 anni dellUnit

dItalia, pu essere stato un lavoro rischioso, perch anche noti studiosi che in questi ultimi tempi hanno scritto sullargomento, sono stati bollati come reazionari dai difensori ufficiali della storiografia corrente. E, tutto questo, ha dimostrato, sicuramente, unaggressione culturale contro chi tenta di portare alla conoscenza dei pi, una parte della nostra storia scomoda, mai raccontata interamente. Un azzardo, ritengo, quindi, sia stato scrivere questo saggio sulla brigantessa Michelina Di Cesare in chiave controrivoluzionaria. Pi prudente ed agevole sarebbe stato, invece, inserirla nel solco gi tracciato in passato: quello dell'eroina romantica

o della donna segalina, brutta, tutta nervi e volont, come la descrisse lo scrittore liberale Iacopo Gelli nel 1931, credendo di aver raccontato al meglio quel complesso di emozioni, sentimenti, pensieri ed esperienze della vita della giovane originaria della provincia di Caserta, territorio allora denominato Terra di Lavoro. Su tali aspetti critici si cercato, invece, di far chiarezza, per fornire al lettore una chiave di interpretazione storico e politica del brigantaggio, sperando di recuperare esaurientemente i risultati di questa nostra ennesima faticosa ricerca svolta a tutto campo. Il lavoro che ho presento nelle librerie, il risultato di unindagine, condotta attraverso la concretezza dellampia documentazione giacente negli archivi di Stato, come quello di Caserta, dellArchivio Centrale dello Stato di Roma, dellArchivio di Stato di Napoli, dellArchivio di Stato di Roma, dellArchivio dellUfficio Storico dello Stato Maggiore dellEsercito di Roma, della Sezione di Archivio di Stato di Sulmona, dellArchivio di Stato di LAquila, dellArchivio di Stato di Isernia e quello di Campobasso. Il libro strutturato in dieci capitoli, dove limpianto del testo poggia essenzialmente sullapprofondita analisi critica delle fonti, tramite gli interrogatori, le disposizioni, i rapporti delle autorit civili e militari, dai quali emergono notizie utili e allo stesso tempo singolari, su aspetti specifici della vita sociale, degli usi e costumi del mondo contadino, dei cosiddetti briganti e, in particolare, della guerrigliera Michelina Di Cesare, nata da famiglia poverissima a Caspoli (frazione di Mignano Monte Lungo, provincia di Caserta) il 28 ottobre 1841, come risulta dal suo certificato di nascita, pubblicato nel libro tra la documentazione. La vita drammatica, le penose traversie e vicissitudini della giovane guardiana di capre, affrontano la complessit del quadro storico che si ricompone attraverso le pagine del volume, ponendo al lettore risposte aggiornate su materiali cartacei inediti, trovati durante il lungo percorso di ricerca delle fonti, seguendo le tracce di Michelina Di Cesare, giudicata spesso in modo sommario dalle autorit del tempo, unitamente al mondo contadino che la gener. Nel testo viene evidenziata la peculiarit delle vicende, dei diversi momenti della vita della giovane Michelina: da manutengola a brigantessa, con crescente ed incisiva diffusione degli innumerevoli episodi trattati, in taluni casi, confutando dati e vicende spesso scaturiti da errori madornali, dalla fantasia popolare, dalla propaganda liberale e da quella pontificia, restata fino alla fine a sostenere i Borboni di Napoli. Spinto dalla brama di conoscere gli eventi, debitamente equipaggiato con adeguati strumenti di ricerca, ho proceduto allesplorazione, analisi critica e collazione delle fonti, pur non potendo prescindere dai fatti reali, ricostruiti e restituiti sulla base di ipotesi interpretative personali. Ho cercato di farlo con onest intellettuale, mirando alla ricerca del significato dei fatti storici, cio del senso umano di avvenimenti passati.

Che dire, quindi, della brigantessa Michelina Di Cesare? La letteratura romantica ha travisato spesso le sue imprese e quelle di altre brigantesse. A cominciare dalla scrittrice Francamaria Trapani, che nel 1968 ne fece donne antesignane del movimento femminista; altri ancora le hanno fatte passare per avventuriere senza troppi scrupoli, per Drude o per donnacce, consegnandole talvolta con disprezzo alla storia; diversi autori, infine, hanno preferito restituire la loro immagine allutopia sentimentale. I documenti darchivio (seppur nellanalisi di sintesi dei rapporti) descrivono, invece, Michelina e le sue amiche, come dure combattenti e tenaci guerrigliere, che militavano nelle bande riunite di Domenico Fuoco, Francesco Guerra, Giacomo Ciccone e Alessandro Pace, sempre definite nei documenti militari e in quelli delle prefetture dAbruzzo, Lazio, Campania e Molise col nome dispregiativo di Drude, un appellativo coniato in proposito, ripreso per da unantica locuzione galeica, come espressione recuperata attingendo dal vocabolario germanico, che stava a indicare lamante disonesta e la meretrice. Nella narrazione, particolare rilevanza assume il momento dellinvasione del piccolo villaggio di Caspoli, avvenuta il 5 settembre 1862 ad opera delle bande riunite di Pace e Guerra, che segn la fuga definitiva dal paese di Michelina Di Cesare, Nicoletta Belmonte e di altre brigantesse, pronte a combattere questa singolare guerriglia contadina accanto agli uomini amati, laddove la ribellione di molti braccianti e pastori ai nuovi e vecchi oppressori del ceto rurale, aliment una dura e feroce contrapposizione, nella quale un esercito di poveri, in maggioranza poco pi che ragazzi, tenne in scacco, per circa dieci anni, quasi la met dellesercito italiano, affiancato da reali carabinieri, guardie nazionali, delegati di Pubblica Sicurezza e spie dogni genere. Tuttavia, difficile stato riconsegnare la loro vera immagine al pubblico, senza poter applicare al testo una rivisitazione rigorosamente storiografica. Quando la brigantessa era ancora alla macchia, il sindaco di Mignano Monte Lungo, in un certificato inviato alla prefettura di Caserta (17 aprile 1867), laveva etichettata come ragazza povera (una guardiana di capre senza futuro), rubricata e qualificata come pessima e spregevole ladra di strada: tanto che sin dal 1862 scorre la pubblica via, cos egli la classific. Indubbiamente, dimostr questi severi atteggiamenti di disprezzo, anche il generale Pallavicini, che fece terra bruciata intorno a Michelina Di Cesare e la sua banda, prima pagando profumatamente suo cugino per indurlo a tradirla, poi manifestando giubilo quando, subito dopo luccisione della stessa e di Francesco Guerra, scrivendo al prefetto di Caserta, afferm: Ho preso i miei merli!. certo che Michelina Di Cesare non fu uneroina nel senso stretto della parola, n quellanima dannata descritta dal Gelli; fu, sicuramente una coraggiosa contadina ben pratica di armi, detestata per questa sua condizione dal proprio sindaco, dal prefetto, dalle guardie nazionali e dagli ufficiali italiani che linseguivano. Insomma, ben rappresent l'altra faccia di quel paradosso che non

permetteva libert di pensiero alle masse analfabete dei contadini e a chi non accett mai la modernit dei lumi, impersonati dalla cultura liberale del tempo, che prefer adottare sistemi drastici per raggiungere il risultato finale, con feroci repressioni, tradimenti, fucilazioni sommarie e lavori forzati a vita, applicati dai tribunali militari o dalla Corte dAssise a molti ribelli meridionali. Certamente, ho ampliato l'orizzonte delle vicende che videro protagonista Michelina Di Cesare, cercando di restituire il passato, nella misura possibile, riprendendo collegando e illuminando i testi e i documenti dentro e mediante uninterpretazione limitata o tendenzialmente globale, per uscire da canoni del romanzo storico-avventuroso o immaginario. In combattimento, bisogna ammetterlo, la brigantessa si comport con spietata ferocia, come daltronde fecero gli altri briganti della banda ma anche gli stessi soldati che linseguivano. E tali rapporti di forza, permisero alla guerrigliera Michelina Di Cesare, vestita alla foggia dei briganti maschi ed armata di tutto punto, di uccidere il 7 aprile 1866, il brigadiere Francesco 1 Ravaioli (originario della provincia di Forl), comandante della stazione dei reali carabinieri di Barrea (un piccolo paese situato oggi nel Parco Nazionale dAbruzzo, Lazio e Molise), scaricandogli addosso ben cinque colpi darma da fuoco. Purtroppo non sono bastati numerosi saggi storici e qualche ripensamento circolante tra gli addetti ai lavori, a far cambiar parere sul brigantaggio meridionale ad alcuni studiosi. Gli accademici del nuovo corso, sostengono che quello verificatosi tra il 1860 e il 1870 non sia stato un conflitto paragonabile per intensit e drammaticit alle guerre per l'Unit d'Italia. Eppure, questi tentativi per ridurre la portata del fenomeno, al tempo stesso, dovrebbero invece richiamare alla mente un dato importante, quello che il Mezzogiorno pag un tributo di sangue ben pi caro di altre regioni appena annesse al nuovo regno dItalia, uscendone ulteriormente immiserito. Inoltre, come ormai stato certificato in tanti altri nostri studi, quello fu anche l'inizio di una deriva economica e culturale di cui si parl negli anni a seguire, per essere definito con il termine di: questione meridionale, di cui ancor oggi se ne avvertono i guasti. Gli ex soldati borbonici Fuoco, Guerra, Ciccone, Pace e la guardiana di capre Michelina Di Cesare, quindi, anche se restarono fedeli a loro modo al Borbone e al Papa-Re, per il Piemonte ed altri giornali depoca asserviti alla causa liberale come grancassa di risonanza della Destra e Sinistra storica, furono sempre e solo Bande di ladroni infami (come scrisse in un manifesto il prefetto di Caserta De Ferrari, il 1 maggio 1865). I risultati della mia ricerca, hanno infine messo in evidenza, soprattutto, leffettiva storia della guerrigliera, che difese le tradizioni della terra alla quale era fortemente legata, insieme a tutto il fenomeno del brigantaggio, analizzato talvolta come unorgogliosa sollevazione contro le classi borghesi liberali e gli arroganti piemontesi, venuti ad imporre con la forza delle armi, idee contrarie alle tradizioni e

al modo di vivere dei contadini meridionali. Daltronde, sappiamo che lesercito sardo-piemontese e quello garibaldino, si dimostrarono subito determinati a togliere di mezzo ostacoli di ogni genere, prima, nel breve periodo della cosiddetta reazione del 1860 e della pro-dittatura, ancor peggio dopo, durante loccupazione militare permanente e lo Stato dAssedio posto in gran parte del Mezzogiorno. Le masse contadine, i guerriglieri o se preferite i partigiani del Borbone appartenenti alle nostre regioni (con l'esclusione dei tanti galeotti e assassini che purtroppo si unirono a loro, forse per solo tornaconto), condussero quella che per correttezza deve essere definita una: guerriglia antiunitaria di origine reazionaria, tradizionalistica e rurale. A chi, istituzioni comprese, volesse ricordare Michelina Di Cesare e quella tragica sera del 30 agosto del 1868, quando termin la sua breve esistenza allet di 26 anni, uccisa in combattimento sul Monte Morrone, occorre rammentare che la giovane guerrigliera di Caspoli stata una figlia legittima proprio di quella lotta antiunitaria che insanguin il Mezzogiorno per parecchi anni fino al 29 luglio 1871 quando, lultimo capobanda abruzzese, Croce di Tola di Roccaraso (amico di Fuoco, Guerra, Pace e Ciccone), si arrese nella Posta pascolativa di Pallottiero di Barrea, perch ferito ad una gamba dai reali carabinieri. Perseguendo con passione questo paziente lavoro di ricostruzione dellepoca, con documenti estratti dalle prefetture e sottoprefetture interessate alle continue incursioni zonali delle bande del Casertano, di cui Michelina Di Cesare fu parte attiva dal 1862 al 1868, alla fine siamo riusciti a ricostruire alcuni importanti passaggi della sua vita e dei suoi movimenti. In questo quadro di indagini, una particolare attenzione va posta allesame delle fonti darchivio che, essendo di parte, spesso tendono a far scivolare il ricercatore e saggista in un rapporto storia-politica, direi talvolta quasi inevitabile e dunque tanto valeva cercare di tenerne a bada i rischi, puntando invece a rendere proficue le sue potenzialit. Daltronde, chi ha letto i miei saggi attentamente, sa quello che sostengo ormai da tempo: la politicit della storia per me non corrisponde, anzi, non deve equivalere a fatui schieramenti con tendenze messe al servizio di qualcosa che sia diverso dalla ricerca stessa, cio della conoscenza critica e controllata del passato umano, delluomo di un tempo, in riferimento sia agli eventi sia alle strutture. Proprio per come ho utilizzato i documenti cartacei, limpianto del testo, poggia essenzialmente sulle fonti primarie, pi che su una ricerca bibliografica ormai logora, piena di luoghi comuni e zeppa di errori riportati allinfinito da altri autori, il cui dovere era almeno quello di un controllo pi accurato di nomi, fatti e luoghi. In proposito, devo anche precisare che il tema sulle brigantesse, ha una sua specificit, facendone un capitolo non trascurabile nella storia delle donne. Al tempo stesso mi ha permesso di osservare il brigantaggio da un punto di vista nuovo, con qualche scoperta in pi e non pochi elementi per fornire al lettore una chiave di

lettura diversa ben inserita, per, nel movimento legittimista, nella guerra civile, nellanarchia, nel conflitto sociale, nella reazione o guerriglia antiunitaria, nello scontro di civilt e cos via. Sicuramente si tratt di un tragico evento, che costato alla societ italiana di allora quasi cinquantamila morti ( il dato pi attendibile riscontrato dalle nostre ricerche, secondo la statistica pubblicata dalla rivista dei Gesuiti La Civilt Cattolica nellanno 1869). Spesso, come ho udito in centinaia di convegni a cui ho partecipato, molti pareri espressi a caldo, rispecchiano ancora oggi le lacerazioni della societ italiana nate da allora, una societ italiana che non riuscita a fare i conti col proprio passato nemmeno durante la ricorrenza dei 150 dellUnit, sacrificando ancora una volta lideologia politica alle ragioni della verit storica. Per questo, crediamo che occorra riportare al pi presto la storia su termini pi rigorosi, poco romantici o trionfalistici, per poter evidenziare ci che stato dimenticato o occultato sapientemente nelle precedenti ricostruzioni storiografiche dalla propaganda post-risorgimentale di fine Ottocento, in seguito ostentata con fanatismo dai vari regimi, tra le due guerre mondiali, con divulgazioni sempre molto enfatiche, retoriche e spesso di parte. Nel rispetto delle finalit di ricerca, oggi occorre invece pensare a nuove interpretazioni descrittive, che assumano i fatti del cosiddetto brigantaggio postunitario, pensando ad una vera e propria tragedia nazionale, avendo il coraggio di cancellare finalmente, dopo un secolo e mezzo dallUnit, liniquo confine che separa la parte giusta dalla parte sbagliata. Bisogna, come crediamo di aver fatto noi in questo ed in altri libri, indagare il sistema dei valori dei vinti, del tutto ignorati o negati allora dalla borghesia terriera meridionale, unica e vera vincitrice del processo unitario, rimasta padrona assoluta delle preziose risorse territoriali. Tenuto conto di questi nuovi accertamenti, con serrate ricerche darchivio (occorre sottolineare che solo lArchivio Storico dello Stato maggiore dellEsercito possiede sul brigantaggio meridionale ben 250 mila carte, parzialmente esplorate da noi), si potr ripensare a una riscrittura dellidentit italiana, che inizi gi male nel 1860 e fin con spostare le problematiche del Sud nellannosa questione meridionale denunciata da tanti illustri parlamentari meridionalisti profondamente unitari; unidentit finora costruita su molte negazioni ideologiche e politiche, con consequenziale occultamento del senso di una parte non trascurabile della sua storia. Occorre riscrivere, come nel lontano 1964 riusc coraggiosamente a fare il compianto Franco Molfese laltra storia del Mezzogiorno contadino, una societ forse arcaica, ma che seppe combattere a suo modo per quasi dieci anni contro un

esercito sardo-piemontese (si chiamer Esercito Italiano solo dal 4 maggio 1861), visto e sentito come straniero, arrogante, invasore. Da tali presupposti, si evince che la gente dei nostri paesi montani e in generale la societ italiana meridionale, conosce due narrazioni storiche, due mitologie di fondazione: quella degli eroi risorgimentali e quella dei briganti; ossia, quella consegnata alla pubblicistica scolastica, ai monumenti bronzei o di pietra, alla storiografia ufficiale e quella affidata alla memoria collettiva delle popolazioni del Sud. Insomma, due storie, due mitografie che non si sono ancora integrate e costituiscono tuttoggi un segno forte di scontri politici ed ideologici, ormai pi che secolari. Emerge altres, chiaramente, come centinaia di contadini senza vere e proprie guide intellettuali, senza alcuna organizzazione di partito, senza nemmeno elaborazioni teoriche, decisero o furono costretti a darsi alla macchia, solo perch avevano preso parte alle prime reazioni gridando Viva Francesco II, morte a Vittorio Emanuele II e Garibaldi!, o erano parenti di briganti. Naturalmente, sindaci e guardie nazionali proprietari del luogo, non si fecero scappare loccasione per regolare vecchi rancori di famiglia o per rafforzare le loro posizioni di privilegio in tutto il Meridione. Le chiavi interpretative, come alcuni storici accreditati hanno gi tracciato, quali la lotta di classe, il legittimismo filo borbonico, il ribellismo anarcoide e il rifiuto della modernit, colgono, secondo noi, solo alcuni aspetti del problema e si rivelano spesso inadeguate a penetrare questo movimento contadino fino in fondo. Tutto ci, nel tempo ha appiattito la complessit del fenomeno brigantaggio, mescolando la ricerca storica con le mitologie di fondazione della nazione italiana. Per questo, dopo una lunga e necessaria ricerca delle fonti, indirizzata a decifrare nuovi equilibri, abbiamo impedito in questo libro il prevalere delle ragioni del mito su quelle della conoscenza critica. Resta inteso che, senza dubbio la guerriglia modific la vita dei contadini del Meridione appena diventati briganti, cambiando anche il loro modo di pensare e le stesse condizioni dellesistenza alla macchia. Questi atteggiamenti, liberati da vincoli tradizionali e governati dalla dura legge di guerra e dalla logica della sopravvivenza, stimolarono lo sviluppo di nuove forme di organizzazione, di strutture gerarchiche, ma anche di un nuovo rapporto con le donne che offrir ad esse opportunit insperate di decisione e combattivit. Con riferimento alla problematica, occorre peraltro capire attraverso i documenti darchivio pubblicati nel libro, se veramente lex sergente borbonico e poi capobanda Domenico Fuoco (originario San Pietro Infine, provincia di Caserta), che uccise alla taverna di Mignano Monte Lungo un caporale della Guardia Nazionale il 25 giugno 1865, combattesse davvero per un sincero ideale, esaminando uno dei tanti biglietti

lasciati addosso al traditore, con scritto sopra: More questo traditore del Borbono per le mani del Capitano Domenico Fuoco. Non si ignorano, naturalmente, anche le esternazioni del capobanda Giacomo Ciccone (considerato il tiratore scelto delle bande riunite), che spesso lasci dei biglietti sui cadaveri con precisi moniti rivolti ai traditori e ribelli di Francesco II. Analogamente, occorre capire perch Michelina Di Cesare e le sue compagne brigantesse, risparmiarono la vita del giovane marsicano Giuseppe Decina, rapito a Pescasseroli (Abruzzo, 16 dicembre 1865), in quanto ogni sera le intratteneva, intorno al bivacco dei briganti, leggendo loro il Guerin Meschino e i Reali di Francia, poemetti risalenti al 1410 scritti dal trovatore toscano Andrea da Barberino, che narravano le avventure di cavalieri erranti e di paladini. Nello stesso spirito, alla luce dei tragici fatti, dobbiamo capire se il capobanda Ciccone, avesse avuto veramente un senso di lealt e di onore, quando lasci ancora una volta scritto in un biglietto appeso sul cadavere di un carbonaio: More questo traditore del nostro Re Francesco 2. Chi la spia a noi far, peggio morte facer, esser giustizia di Giacomo Ciccone, si ammazza questo spione. In questottica, dovr inquadrarsi ancora la combattivit e lagilit felina di Michelina Di Cesare, che uccise di nuovo il 12 giugno 1866 a Pescocostanzo il brigadiere Crivelli 1 Eusebio, ferendo nel cruento corpo a corpo il sottotenente dellesercito Davanzelli, il soldato Rosario Castriola, nonch il carabiniere Giuseppe Medalogo, il soldato Bianchi e il soldato Carriola, sparando da forsennata e ricaricando le armi con una velocit del tutto inusuale. In questa direzione andranno, sia pure con osservazioni ed intensit diverse, le singolari iniziative della bella brigantessa di Caspoli che, nel 1865, si fece fotografare insieme a sua sorella, in un atelier romano. Molto probabilmente gli studi di posa usati furono quelli di almeno quattro fotografi dellepoca: Giuliano Ansiglioni, che allora aveva il suo negozio in Via del Corso 150, rimasto attivo fino al 1866; Giuseppe Felici, fotografo pontificio dal 1863, con negozio in Via del Babuino; Lorenzo Suscipj, gi attivo dal 1840 a Roma, ricercato per i suoi famosi ritratti e Filippo Lopez, attivo a Roma nella seconda met del secolo XIX. In questo contesto, di particolare rilievo appare anche la rabbia del pretore di Mignano Monte Lungo, che sguinzagli sulle tracce della brigantessa, sicari di ogni risma, promettendo laudi guadagni a chi lavesse catturata viva o morta (17 aprile 1867). Deve ancora prendersi in considerazione, quello che gli ufficiali di Pallavicini scrivevano nei loro rapporti, come per esempio: Le donne vestivano abiti maschili alla foggia brigantesca e come briganti avevano sparato con accanimento contro i nostri soldati, finch circondate da ogni parte furono disarmate con la violenza,

dimostrandosi decise a non arrendersi, specialmente durante il cruento scontro avvenuto il 2 aprile 1868 sul Monte Cavallo di Presenzano. Le tre coraggiose e scalmanate brigantesse in questione, appartenenti alla banda Ciccone, furono poi individuate come: Gioconda Marini, Maria Capitanio o Capitano e Carolina Casale (tutte amiche di Michelina Di Cesare), decise a combattere fino alla morte. Non si escludono da queste analisi, la ferocia dei combattimenti in atto, che portarono il 23 marzo 1868 alluccisione di 134 briganti appartenenti alle bande di Guerra, Fuoco, Panici, Santaniello e Pace. Le complesse problematiche implicate dallacquisizione di questi nuovi dati darchivio, pongono al lettore altri dubbi. Perch dal 1860 al 1870 salirono alla ribalta delle cronache nazionali ed internazionali i nomi di giovani montanari analfabeti, capaci di grande mobilit adusa alla guerriglia ad oltranza, abili ad assicurare intorno alle loro bande un consenso popolare notevole ? Lattivit esplorativa delle fonti, ci ha mostrato anche lassunzione da parte di centinaia di contadine povere di un aggressivo ruolo di combattenti, che ad esse conferiva il rapporto con le armi e nuovi ruoli, in funzioni chiamate ad assolvere nella tragica realt. Un problema sfuggito a molti storici, dai quali la presenza delle donne nel brigantaggio era stata interamente assorbita dalla storia principale dei briganti uomini. Questa mia scelta di procedere, spero, abbia cercato di dare ai quesiti appena esposti (del come e del perch si diventava brigantesse nel 1860), risposte esaurienti nelle pagine del libro, per ridimensionare il carattere riduttivamente univoco di vecchie interpretazioni, che appiattiscono, ancora una volta, la storia di queste donne, sorprese nel momento traumatico del passaggio alla clandestinit. Al di l delle risposte complesse e variegate che molti potranno attingere leggendo il saggio, pensiamo che la breve avventura delle brigantesse, dovr considerarsi anche come una capacit di poter cambiare vita, a condizione che non ne mancassero le opportunit. Certamente, questa nuova vita alla macchia, condotta allinterno di una piccola societ di maschi ribelli, consentir alle donne laffiorare di potenzialit fino allora rimaste sommerse, che esplosero in loro quando non fu pi possibile comprendere la complessit dei cambiamenti che attraversavano e laceravano il mondo tradizionale contadino negli anni sessanta dellOttocento. La novit pi dirompente, concerne forse la dimensione dellaffettivit e dellamore. La donna alla macchia che sceglieva il proprio uomo, condividendone la sorte incerta e le relative libert sentimentali e affettive che governavano i rapporti tra maschi e femmine allinterno delle bande, rappresenter una prima interessante evoluzione del modello tradizionale della famiglia contadina.

Per la prima volta la mentalit degli uomini dellOttocento (capi delle bande brigantesche) accett, sia pure non sempre pacificamente, questa autonomia della donna sul campo, il che implicava un cambiamento radicale della stessa rappresentazione maschile del modello femminile. Non v dunque motivo di escludere che noi siamo gli eredi di quei briganti, i quali avrebbero fatto a meno, ne sono sicuro, di scrivere una pagina tanto dolorosa di questa storia dItalia, oggi quasi dimenticata. Di questa memoria storica dobbiamo riappropriarci e consegnarla ai nostri giovani e meno giovani, che devono conoscerla nel bene e nel male, come segno dei terribili tempi trascorsi, quando gli italiani del Nord e quelli del Sud si conobbero, purtroppo, attraverso il mirino di un fucile. A tutti i miei ammiratori rivolgo un sentito ringraziamento per lattenzione e una buona lettura!