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ELISABETTA D’INGHILTERRA

Figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, viene ammessa alla successione, pur femmina. Il re,
infatti, voleva assicurare ai Tudor il trono, minacciato dagli Stuard, e l’unico figlio Edoardo non
dava molta garanzia.
Ma il sovrano inglese aveva ammesso alla successione anche la primogenita: Maria, la figlia della
prima moglie, Caterina d'Aragona, zia dell’imperatore Carlo V.
Mentre Elisabetta era anglicana, Maria era cattolica.
Una mattina del gennaio del 1547, il re muore. Edoardo non ha ancora dieci anni.
Intorno al re, di salute delicata e di scarsa autorità, la lotta per accaparrarsi i posti migliori quando
sarà morto, è in pieno svolgimento.
I cattolici amici di Maria, che attendono impazienti la sua ascesa al trono, calunniano Elisabetta,
accusandola di una relazione con un ammiraglio da cui avrebbe avuto un figlio.
A sedici anni Edoardo VI muore. Maria sale al trono. Di lì a poco, sposerà Filippo II di
Spagna.
Inizialmente amatissima, col tempo si inimica il popolo presso il quale la riforma aveva messo
profonde radici. Insomma, il forzato ritorno al papismo non si avverò e la regina passò alla storia
come la sanguinaria, pur avendo appiccato il fuoco a relativamente pochi roghi.
Migliaia di protestanti abbandonano il paese; le tasse destinate ad arricchire chiese e monasteri sono
feroci; ogni libertà politica è asservita al volere della Spagna.
Dopo cinque anni di regno, Maria muore. Elisabetta sale al trono. Ha venticinque anni.
Non sceglie i suoi consiglieri tra i nobili, che sono tutti cattolici, ma si circonda di uomini nuovi.
Come il padre, crede nell’assolutismo del re. Per risanare le casse dello stato, tassa i ricchi, poco i
poveri. Paga subito i debiti del padre e del fratello, conquistandosi credibilità. Il suo motto è
“aspettare e vedere”, perché spesso i nodi si sciolgono da soli.
Quando Elisabetta sale al trono, l’Inghilterra naviga in cattive acque anche dal punto di vista
culturale. Non si sapeva nulla del Rinascimento che dall’Italia era giunto fino in Francia. Il
Rinascimento inglese ha inizio con Elisabetta.
La corte di Elisabetta è la proiezione dei suoi gusti. Si ama quello che lei ama: la musica, i giochi, il
teatro, la poesia, le maschere, le danze.
Uno speciale ufficio programmava i vari divertimenti e le festività, celebrate con mascherate e
giochi cui partecipava anche il popolo. Senza Elisabetta è dubbio se Shakespeare avrebbe potuto far
rappresentare i suoi drammi che scandalizzavano i puritani. Ma la regina amava il poeta e gli
lasciava man libera.
Fondamentalmente agnostica, Elisabetta è tuttavia convinta che la religione serva all’ordine
del paese. Ma la religione deve essere una. Per riaffermare la sua sovranità, la Chiesa cattolica dà
battaglia, giocandosi ad una ad una le sue tre carte: la Spagna, i gesuiti e Maria Stuarda.
La Spagna subisce la sconfitta dell’”Invencibile Armada”. I secondi, penetrati nel paese vestiti da
soldati, vengono scoperti ed eliminati, e con loro numerosi preti e diaconi. Il papa scomunica
l’incestuosa regina e riconosce come legittima erede la cattolica Maria Stuarda, regina di Scozia e
cugina di Elisabetta.
A quel tempo, Maria Stuarda, rimasta vedova di Francesco II, re di Francia, ritornava al suo
paese, la Scozia. Cosa che rinfocola le congiure cattoliche. L’Irlanda è una fonte permanente di
preoccupazioni.
L’aitante regina di Scozia si sposa con un giovane lontanamente imparentato coi Tudor, dall’unione
nascerà Giacomo I, futuro re d’Inghilterra. Maria Stuarda innamoratasi di un nobile scozzese,
elimina il marito, poiché una cattolica non può divorziare. Il popolo si solleva e costringe la regina
ad abdicare. Maria Stuarda cerca protezione presso Elisabetta, che l’accoglie.
La cugina, tuttavia, rappresenta un pericolo. Infatti, invischiata in un complotto e scoperta, viene
condannata a morte l’8 febbraio del 1587.
LA CULTURA ELISABETTIANA

Sotto Elisabetta sorgono numerose scuole e università.


I viaggi sono un complemento indispensabile all’istruzione. I giovani tornano dall’Italia e dalle
Fiandre con grande ammirazione per la cultura e i costumi di quelle terre.
Fioriscono le arti, le lettere e il teatro.
La moda letteraria dell’epoca è dominata dall’imitazione italiana. Vengono dall’Italia
due Best-seller del Cinquecento inglese: il Cortegiano di Baldessarre Castiglione ed il Principe di
Macchiavelli. E, sulla scia di essi, nella seconda parte del secolo, numerosi traduttori permettono al
pubblico colto di familiarizzare colle opere del nostro Rinascimento.
Tre autori introducono il culto per la perfezione estetica e la raffinatezza formale; Jhon Lyly, Philip
Sidney ed Edmund Spenser. Il primo, con il romanzo Euphues, apparso nel 1579, inaugura la
moda che sarà detta dell’eufuismo.
Molti sono anche gli autori teatrali, ma purtroppo un numero enorme delle loro opere si è
smarrito, a causa dell’abitudine di vendere, per pochi soldi, i loro manoscritti alle compagnie di
attori. Da questo momento in poi il lavoro diventa loro esclusiva proprietà e, per evitare che
qualche compagnia rivale se ne impadronisca, ben difficilmente danno il manoscritto alle stampe.
Il teatro è la grande passione collettiva. Non è un caso che le grandi tragedie di Shakespeare
sono più poesia che prosa. Sono scritte per un pubblico che capisce la poesia, perché l’ha imparata
attraverso le ballate e i canti che narrano la storia della nazione.
Shekespeare lavorava al ritmo di due o tre pièces all’anno, e ogni volta era un trionfo.
L’inquietante Marlowe (morto a trent’anni pugnalato in una taverna) scrisse bellissime poesie ed
opere teatrali da suscitare il sospetto che fosse lui il vero autore delle tragedie di Shakespeare; un
sospetto non suffragato da prove.
Nel Cinquecento si può nascere gentleman, e si può diventarlo. Un uomo può aspirare a
questo grado, se raggiunge un certo prestigio nelle professioni liberali, o nelle forze armate, o alla
peggio anche nella mercanzia. L’essenziale è avere i quattrini. E Shakespeare li ha. Non solo, ha
una madre di origini nobili e un padre che ha ricoperto cariche pubbliche. Sì, un commediante con
lo stemma nobiliare! La corona incoraggia questa pratica perché non costa nulla, anzi: fa affluire
denaro alla corona; non solo: sottrae influenza alla vecchia aristocrazia.
Alla corte di Elisabetta ci si diverte: corride in cui feroci mastini vengono aizzati contro orsi
o tori selvaggi; masques, i balletti mascherati di origine italiana; teatro di professionisti e dilettanti;
fuochi d’artificio.
Sul finire degli anni Ottanta, quando il giovane provinciale di nome William Shakespeare
arriva a Londra per dedicarsi alla professione dell’attore, ci sono già quattro teatri stabili
funzionanti nella capitale: vent’anni più tardi il loro numero è raddoppiato. Fino a poco tempo
prima la venuta di S., gli attori si accontentano di semplici locande, ma l’esosità degli osti e le
continue ingerenze del consiglio comunale (ove domina la presenza di puritani) li forzano a cercare
una sistemazione indipendente e in periferia, fuori dalla giurisdizione della Municipalità.
Questi locali ripetono la forma delle locande: nel cortile si ammassano gli spettatori che
pagano un penny per l’ammissione ed hanno diritto ad un posto in piedi. Torno torno, nelle gallerie
(che ricordano i ballatoi degli alberghi sui cui davano le camere dei clienti) sono i posti migliori,
forniti di cuscini coi sedili su cui siedono i ricchi mercanti e i nobili. Il palcoscenico sta nel fondo,
davanti all’ingresso: è guarnito d’una tenda e provvisto di aperture laterali per l’entrata e l’uscita
degli attori. L’illuminazione è data dalla luce del giorno, proveniente dalla parte superiore
dell’edificio. Lo spettacolo, di regola, è al pomeriggio per permettere agli spettatori di rincasare
prima del buio. Eccezionalmente ci sono rappresentazioni notturne, sotto l’illuminazione delle
lampade ad olio e delle torce.
L’attore deve saper ballare, perché alla recitazione si accompagna spesso la danza; deve
essere un acrobata perché salti, scalate di torri, cadute spettacolari… sono tipiche delle movimentate
rappresentazioni; devono essere veloci spadaccini; devono essere abili trasformisti, perché ogni
attore sostiene almeno tre o quattro ruoli per volta. Insomma, è un mestiere pesantissimo. Ecco
perché lo si ritiene proprio degli uomini. I ruoli femminili vengono affidati ai ragazzi della
compagnia. Tuttavia, per chi ne accetta le fatiche, è un mestiere che paga bene.
Tutelate da protettori aristocratici, le compagnie ne sbandierano fieramente il nome. Per
esempio, la Compagnia dell’Ammiraglio è protetta dal vincitore dell’Armada spagnola.
Shakespeare appartiene alla compagnia del Ciambellano, ovvero il cugino della regina.
Quando salirà al trono, Giacomo I Stuard riserverà la sua speciale protezione alla compagnia di S.,
che prenderà il titolo di Uomini del Re.
Sono dunque in una posizione privilegiata, nonostante la guerra a coltello che fa loro il Consiglio
Comunale, ostinato a vedere nelle rappresentazioni un incentivo al peccato e ad ogni genere di
disordini.
Ma un nemico ben più temibile è costituito dalla peste, che fa chiudere periodicamente i
teatri, ricettacoli d’infezione.

SHAKESPEARE
Un ragazzo di modeste condizioni, ma di non oscure origini.
Di certo si sa che il padre era guantaio, che la madre apparteneva alla piccola nobiltà e che, terzo di
otto figli, William nacque nel 1564 a Stradford-on-Avon, nel sud dell’Inghilterra. Probabilmente
seguì studi classici nella Grammar School del paese, ma la sua formazione fu da autodidatta e
strettamente legata al suo essere uomo di teatro.
Si sposò molto giovane, probabilmente a diciotto anni con Anna Hatawway, più vecchia di
lui di sette anni, dalla quale ebbe tre figli.
A questo punto, dopo pochi anni di matrimonio, lo si ritrova a Londra per fare l’attore e
l’autore di testi teatrali. È uno dei pochi esempi d’unione di questi due ruoli. Gli autori infatti si
sentivano sfruttati dagli attori, che si pavoneggiavano colle loro parole.
Fin dall’inizio fu protetto dal giovane conte di Southampton, colto e raffinato, col quale
mantenne per tutta la vita una forte amicizia.
Alla fine del Cinquecento era già molto famoso e la sua compagnia teatrale recitava anche alla corte
della regina Elisabetta.
Il giovane re Giacomo era molto appassionato di teatro e la fortuna di S. e della sua
compagnia aumentarono. Divenne comproprietario di un grande teatro, il Globe, a Londra, ma
acquistò anche terre intorno a Stradford, dove rientrerà alla fine della carriera per morirvi,
improvvisamente, all’età di 52 anni. In quello stesso anno moriva Cervantes.
La produzione teatrale di S. è vastissima e sono ancora aperte discussioni filologiche
sull’attribuzione e la datazione delle opere. Non solo mancano i manoscritti, ma l’autore si è
cimentato nei generi teatrali più diversi.
Alla fase giovanile appartiene la produzione più variegata, quasi una sperimentazione delle
possibilità offerte dalla rappresentazione teatrale. Tra i molti scritti ne vanno sottolineati alcuni che
mostrano proprio questa varietà.
Probabilmente del 1594-95 è Romeo e Giulietta…
Di tono completamente diverso è Sogno di una notte di mezza estate, del 1595-96, una
commedia nella quale mondo classico e tradizione celtica si mescolano.
La vicenda è ambientata in un bosco vicino alla città di Tebe, abitato dalle fate, dove si intrecciano
complicate storie d’amore di esseri umani che lo frequentano. Sono proprio Oberon e Titania, il re e
la regina delle fate, ma soprattutto il dispettoso folletto Puck, a segnare il destino di tutti questi
personaggi, le cui storie d’amore vengono coronate dal matrimonio.
Nello stesso periodo S. si cimenta con drammi che riguardano la storia inglese, ma la grande
produzione tragica inizia coi primi del Seicento, una fase creativa che viene definita “periodo nero”
appunto per il suo carattere tragico.
Del 1600-1601 e l’Amleto…
Del 1604-1605 è Otello. Questa tragedia, diventata paradigmatica della gelosia, è ambientata
a Venezia e a Cipro. I protagonisti sono: Otello, moro al servizio della Repubblica di Venezia;
Desdemona, sua sposa fedele; Jago, perfido consigliere; e Cassio, suo luogotenente ingiustamente
oggetto della feroce gelosia di Otello.
Jago, con una serie di astuzie, instilla il dubbio in Otello, portandolo alla tragica conclusione:
l’uccisione di Desdemona e il suo suicidio quando ritorna in sé e si accorge dell’innocenza
dell’amata.
Del 1605-1606 è Macbeth, ambientata nella profonda Scozia della magia e delle streghe.
Macbeth è un valoroso generale del re Duncan; dopo una vittoriosa battaglia ha un incontro
inquietante con tre streghe, che gli prefigurano un futuro da re. Tanto basta per mettere in moto le
ambizioni nascoste sue e della moglie, lady Macbeth: attraverso una serie di delitti arrivano, infatti,
alla corona. Lady M però impazzisce dal rimorso e M. stesso, rassicurato da una sibillina profezia
delle streghe, viene sconfitto e ucciso.