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POPPER

Karl Popper, a differenza del positivismo logico, è convinto che la scienza non possa arrivare ad una
conoscenza certa e definitiva, ma che la conoscenza scientifica sia qualcosa di temporaneo e in continua
evoluzione. Egli sostiene che il sapere scientifico vada avanti per congetture e confutazioni. Critica
aspramente sia il positivismo logico sia il metodo induttivo, che si appoggia su un criterio di verificabilità
unicamente basato sulla corrispondenza con l’esperienza. Assurdo, se si pensa che nessuna teoria è stata
verificata davvero empiricamente dato che per farlo servirebbero un numero infinite di prove. Far
corrispondere una teoria alla realtà per cento, mille volte non ci dà nessuna certezza che la mille e uno non
sarà diversa dalle precedenti.

Popper è un realista, crede che il mondo esista indipendentemente dalla nostra conoscenza di esso. Senza un
background di realismo non avrebbe senso la ricerca della verità ultima (sebbene mai raggiungibile). Se il
mondo non fosse reale fuori dalla nostra percezione e conoscenza, che senso avrebbe la ricerca della verità?
Nessuno. Una volta che le teorie entrano in conflitto con lo stato reale delle cose, possiamo dire che vengono
falsificate e quindi si passa oltre. Ora, le confutazioni non sono un momento negativo, ma un momento
positivo in quanto permettono il passaggio allo stadio conoscitivo successivo.

Il “problema dell’induzione” è fondamentale per comprendere Popper. Egli sostiene apertamente che il
metodo induttivo è un fake, e che le teorie universali non sono desumibili dagli enunciati singolari. Per
risolvere questo problema dobbiamo cambiare il concetto di scienza. Essa non è qualcosa di sicuro e certo,
ma un sapere temporaneo e soggetto a modifiche. Pur rifiutando un’induzione positiva, egli accetta
l’induzione negativa: una teoria generale può essere confutata da un elemento empirico. Le teorie non vanno
verificate, ma contrastate. Questo perché un solo fatto contrario basta a falsificarle, ma nessun infinito
numero di casi positivi possono verificarla. L’esempio dei corvi neri è emblematico: “tutti i corvi sono neri”
è una proposizione che non va verificata assicurandosi che in ogni luogo e in ogni tempo i corvi siano stati
neri. Dobbiamo andare a cercare il caso di un corvo bianco, giallo… per falsificarla. Fino a che non si trovi il
caso di falsificazione dobbiamo dare per vera la proposizione “tutti i corvi sono neri”, ma consapevoli che in
un sol momento tutto può cambiare. Dunque la metafisica non può essere un sapere certo, dato che i suoi
assunti non sono verificabili dall’esperienza in quanto si riferiscono ad un oltre-mondo.

Ricorda l’esempio del tacchino induttivista.

Tre punti sulla falsificabilità:

1. Una teoria già falsificata è nuovamente falsificabile, se non dal punto di vista logico, quantomeno da
quello della realtà.
2. Una teoria falsificata non deve essere tolta dal campo scientifico, quantomeno non prima di aver
trovato un sostituto.
3. Per Popper non c’è differenza tra campo scientifico e campo non scientifico quando si parla di
veridicità di un assunto (≠ positivismo logico).

Dunque la verità è un problema che permane aperto. Come abbiamo detto tra verificabilità e falsificazione
c’è un asimmetria logica evidente. Nella prima l’osservazione dell’esperienza serve a verificare, mentre nel
secondo a confutare. Mille casi di verificazione non confermano una teoria, ma uno solo di falsificazione la
confuta. Da qui la risoluzione del problema della demarcazione: il principio di falsificazione permette di
porre la linea di demarcazione tra ciò che è scientifico e ciò che non lo è; la metafisica non è scienza perché
tratta di un mondo oltre il sensibile, e quindi non confutabile secondo l’esperienza. Tuttavia secondo Popper
gli assunti della metafisica hanno un’utilità nello sviluppo della scienza e della società umana.