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Quaderni di viaggio: dalla Ciociaria alla

Marsica
di Mara Noveni | 06 settembre 2014

Il nostro viaggio per le strade d’Italia questa volta tocca l’incantevole terra d’Abruzzo, partendo dal
Lazio e passando per i suggestivi Monti Simbruini.
Da Filettino, il comune più alto del Lazio (1.075 m. slm), noto alle cronache negli ultimi anni per il
tentativo di fondare un Principato indipendente con proprio conio di moneta, si gode un
panorama meraviglioso sui monti Simbruini tutti, si respira aria pulita e si ascoltano i rumori
autentici della natura, come lo sgorgare dell’acqua alle sorgenti dell’Aniene.

Qui ci fermiamo e pranziamo in una vera trattoria paesana, dove si fanno ancora le fettuccine
stese a mano e si cuoce la carne nel camino della sala. Al momento del conto il rubicondo omone,
marito della cuoca, ci propone di pagare la cifra che riteniamo giusta, senza somme calcolate e
senza addizioni… e ovviamente paghiamo più del dovuto perché non siamo abituati a questo tipo
di originale ospitalità…
Da Filettino prendiamo la strada per Capistrello, che ad un certo punto presenta un cartello di
“strada chiusa per caduta massi”, ma capiamo che quel cartello è lì da molto (ci dicono poi da una
decina d’anni) ed azzardiamo il percorso. Ne vale davvero la pena, il paesaggio è bellissimo, e
nonostante in alcuni punti ci siano grossi massi sulla strada che causano un po’ di inquietudine,
riusciamo a godere del panorama e della bellezza degli scenari che si propongono ai nostri occhi
dopo ogni tornante.

Da Capistrello puntiamo verso Villavallelonga, paese all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo e
meta del nostro giro. Storicamente dedito alla pastorizia, vanta numerose tradizioni e leggende
misteriose, legate sia al sacro che al profano...
La signòra

In tutto il territorio marsicano con il termine signòra si indica un grande fantoccio con fattezze
femminili e spesso molto formose, costruito con rami e foglie e rivestito di carta, armato poi con
petardi. Le pupazze vengono animate da un uomo che si nasconde all’interno della gonna e danza,
e nel bel mezzo delle feste patronali vengono accesi i mortaretti. Il simbolismo è legato alla
fertilità della terra; infatti alla fine della festa la pupazza veniva incendiata e le ceneri sparse nei
campi coltivati allo scopo di propiziare un’annata prospera per i raccolti. A Villavallelonga la
signòra esce il giorno della festa di Sant’Antonio Abate (17 gennaio), attorniata da maschere
brutte e maschere belle. Le maschere brutte rappresentano le forze del male, con spirito giocoso e
goliardico.

La Vecchia i n’angre
Fino a qualche anno fa a Villavallelonga all’inizio dell’estate iniziava la falciatura del fieno. La
raccolta più importante era la falciatura dei prati d’Angro che durava circa un mese e coinvolgeva
tutti gli abitanti in una sorta di festa del lavoro.

Al mattino, di buon’ora, i padri e le madri preparavano i carretti e gli animali da soma, ma i bimbi,
sentendo i rumori si svegliavano e volevano andare anche loro. Allora le madri raccontavano una
storia per spaventarli su una vecchia brutta e cattiva, appunto la vecchia i n’angre; allora tutti i
bambini, spaventati dalla storia, accettavano di restare a casa con la promessa da parte dei
genitori che gli avrebbero portato un regalo donato dalla rezzattòla (un’orsacchiotta incontrata
durante il cammino), che altro non era che un avanzo del pranzo del lavoro: una pagnotta di pane
dei vecchi forni a legna farcita con i prodotti raccolti negli orti. Era talmente buono che i bambini
aspettavano ansiosi il ritorno dei genitori dai prati d’Angro.

I piatti del Territorio

La panonta – Nei lunghi inverni freddi, di sera, molto spesso si cenava con la panonta. Davanti al
fuoco del camino, ogni componente, a turno, preparava due belle fette di pane con un paio o più
fette di pancetta di maiale infilate sullo spiedo e le cuoceva sulla brace, passandole ogni tanto sul
pane per insaporirlo.

I frascaréglie – E’ un piatto realizzato con farina, uova ed acqua impastate e lavorate a mano in
modo da ottenere dei granuli che si mettevano poi ad asciugare, e poi venivano cotti lentamente e
girati come una polenta. Il tutto viene poi condito con sugo, preferibilmente di pecora, e
formaggio pecorino. Questo piatto è anche una pietanza votiva che viene offerta come ex voto per
grazia ricevuta o per antichi miracoli di santi venerati da secoli (S. Antonio Abate, San Leucio, Santa
Lucia).

Le sagne maretate – Al mattino, quando la massaia formava le pagnotte di pane per portarle a
cuocere nei forni del paese, metteva sempre da parte un po’ di pasta ricresciuta del pane. Per l’ora
di pranzo questa pasta veniva spianata e rilavorata per ricavarne delle sagne maretate, che
venivano cotte in acqua, scolate e condite con un sugo leggero di pomodoro e costituivano il
pranzo di tutta la famiglia.

La pizza i brèbba – Questa pizza viene preparata con acqua e farina di granoturco e cotta al forno.
Viene poi servita con i cavoli ripassati in padella.