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Giuseppe Moro, detto Bepi (Carbonera, 16 gennaio 1921 � Porto Sant'Elpidio, 28

gennaio 1974), � stato un calciatore e allenatore di calcio italiano, di ruolo


portiere.

Durante la sua carriera � discussa e controversa per la sfrontatezza con cui stava
tra i pali, per i difficili rapporti con allenatori e dirigenti e per fatti legati
alla presunta o effettiva vendita di partite � vest� le maglie di nove squadre di
club e fece parte della Nazionale italiana ai mondiali del 1950.

Considerato uno degli estremi difensori pi� estrosi e spettacolari della storia del
calcio italiano, molto apprezzato per la classe e l'appariscenza dei suoi
interventi, era dotato di indubbie capacit� fisiche e psicologiche che culminavano
nei calci di rigore, la sua specialit�: in Serie A riusc� a neutralizzarne 16 su
44. � anche ricordato per il suo rendimento altalenante e per le sue inspiegabili
papere.

Biografia

�Altern� favolose prodezze a errori cos� madornali da sembrare voluti. In questo


sgradevole sospetto lasci� molti che pure lo ammiravano. Fin� malamente, giusta la
spensierata leggerezza con cui affront� e assolse il suo lavoro di atleta.[11]�
(Gianni Brera)
Infanzia e adolescenza

Giuseppe Moro, figlio di Mos� e Luigia Callegher, nacque il 16 gennaio 1921 a


Carbonera, nella periferia di Treviso.[1][12][13] Primo di nove figli, di cui una
sola femmina, da bambino odiava tutto ci� che riguardava la scuola, tranne un
quaderno sulla cui copertina c'era un disegno di Franti�ek Pl�nicka in tuffo.[12]
Tifoso juventino sin da piccolo, con le prime monetine messe da parte compr� un
pallone per la somma di dieci lire; and� solo e compiaciuto, visto che nessuno dei
compagni volle seguirlo, a calciarlo nel campo del paese.[14]

Frequent� i quattro anni di elementari a Carbonera; poi fu iscritto all'Istituto


San Francesco, dove venne bocciato, perch� la sua attenzione non era rivolta a
quanto avveniva in aula, bens� alle partite di calcio che si svolgevano nel cortile
della scuola;[15] inoltre, anzich� fare i compiti per casa, si dedicava alla
lettura della Gazzetta dello Sport, di cui era appassionato; fu quindi mandato al
Collegio Turazza, dove chiuse il secondo ciclo di studi.[16] Terminati gli studi,
si iscrisse in una scuola per corrispondenza e prese lezioni di armonio � attivit�
che trascur� per impegnarsi esclusivamente nel calcio � per volont� del nonno,[17]
un importante commerciante del posto.[18]

Il padre, come molti dei suoi compaesani, possedeva dei frutteti. Moro, non
appagato dagli spazi dei suoi campi, si divertiva girando per gli altri frutteti,
rubando frutta, inseguito dai contadini furibondi. Si era procurato una pertica con
cui praticava una specie di salto con l'asta sui vigneti: gli stessi contadini, che
venivano depredati, lo chiamavano cavalletta per i danni che faceva e per i suoi
balzi spericolati.[19] Un giorno Giuseppe Moro combin� un guaio e suo padre,
furioso, lo insegu�, finch� il figlio si trov� bloccato in una stanza, senza
possibilit� di scappare; erano al secondo piano e c'era la finestra aperta: Bepi si
gett� nel vuoto, senza riportare alcun graffio, mentre suo padre, emulandolo, si
ruppe il femore e rimase immobile per diverse settimane.[18]
La seconda guerra mondiale

Quando scoppi� la seconda guerra mondiale Moro fu chiamato alle armi e nel 1942
venne destinato all'Autocentro di Alessandria, svolgendo la mansione di autista
aggregato in un reggimento di artiglieria.[20][21] A pochi mesi dall'inizio del
conflitto mondiale lasci� la caserma di Cristo,[22] dove si trovava, e venne
spostato in Sicilia, rimanendovi fino allo sbarco degli alleati. A Licata faceva
l'autista di un camion dell'officina mobile pesante di assistenza ai carri armati.
Gli attacchi aerei dei caccia erano frequenti, anche quando si trovava al volante;
cos� Moro inchiodava il camion, gettandosi dalla cabina e facendo voli improvvisi
di diversi metri per mettersi al riparo. A distanza di tanti anni lui stesso reput�
questa miscela di terrore, riflessi e atletica un allenamento fondamentale per la
sua carriera.[23]

Il 9 settembre 1943, giorno seguente all'armistizio, scapp� da Alessandria, dove


era rientrato, travestendosi in borghese e indossando un cappellino per coprire i
capelli rasati. Salt� su un treno, ma fu riconosciuto da alcuni tedeschi a Mortara,
durante una sosta; mentre i tedeschi, distratti, raggruppavano altri italiani, lui
si allontan� e balz� sul treno non appena questo ripart�, senza che i tedeschi se
ne accorgessero. Grazie all'aiuto di un ferroviere arriv� prima a Milano, da dove
successivamente raggiunse una famiglia di conoscenti a Lissone, trovando
nascondiglio per un mese e mezzo. Quando si decise ad abbandonare il rifugio si
vest� come gli operai addetti allo scarico dei pacchi di giornali alle stazioni e
con il treno giunse a Treviso.[24]
La famiglia e le altre attivit�
Moro con due dei suoi figli

Nel 1944 Giuseppe Moro si fidanz� con Maria Tolot,[25] una ragazza di Vittorio
Veneto che l'anno successivo divenne sua moglie[26] e dalla quale ebbe tre figli
maschi e una femmina. La primogenita Mirella, nacque nel 1945; i figli Alberto e
Maurizio, nati rispettivamente nel 1947 e nel 1952, sono stati calciatori a livello
dilettantistico. L'ultimo figlio Flavio, nacque nel 1967.[4][27][28] Suo cugino
Ruggero Moro � stato ciclista professionista tra la fine degli anni trenta e
l'inizio degli anni quaranta.[29]

Trasferitosi a Roma nel 1953, si rovin� la vita, cadendo nelle tentazioni che la
citt� gli offr�. Si compr� una fuoriserie, cominci� a frequentare i night e a
giocare a poker, sperperando molti soldi.[30] A Porta Pia compr� per otto milioni e
500 000 lire un bar, la cui gestione fu fallimentare: trovatosi costretto a
lasciarlo in conduzione ad un amministratore, perch� rientrato in Veneto, la
vigilia di Natale 1956 scopr� che l'immobile era stato affittato e poco dopo il
locale chiuse per una truffa, portando a Moro un buco complessivo di oltre quindici
milioni.[31]

Il suo uso poco accorto del denaro lo port� a ritrovarsi, poco dopo il termine
della carriera professionistica, con soli cinque o sei milioni di lire e una casa a
Treviso, che fu costretto a vendere, dovendo mantenere moglie e figli senza un
lavoro. Nello stesso periodo trov� una squadra di terza divisione fuori Treviso
dalla quale percepiva 25 000 lire mensili, ricoprendo i ruoli di giocatore
(attaccante) e allenatore.[32] Nel 1958 Arturo Silvestri, allenatore del Treviso,
gli propose di fare il suo secondo per 30 000 lire mensili, incarico che accett�.
Nella stessa stagione 1958-1959 fece anche l'osservatore per il compaesano Gipo
Viani, direttore tecnico del Milan, su concessione del presidente del Treviso
Tesser;[33] esperienza che non dur� a lungo per alcune incomprensioni sugli
acquisti.[34]

Nuovamente senza lavoro, si rassegn� a vendere caramelle nei paesini della


provincia; in quel periodo gioc� anche per il Matteotti, squadra dilettantistica di
Ponte di Piave, dove par� l'ultimo rigore della sua vita.[35] Nel 1960, tramite
amicizie, and� a Porto Sant'Elpidio, nelle Marche, per allenare il San Crispino in
quarta serie, scendendo in campo in tredici occasioni, percependo 50 000 lire
mensili. La stagione successiva gli fu raddoppiato lo stipendio.[35] Al termine
della seconda annata non fu riconfermato. Quindi nell'estate 1962 decise di dare
l'esame per allenatore al Centro tecnico di Coverciano.
Dopo la prova di educazione fisica, pass� a quella tecnica, dove trov� Alfredo
Foni, suo allenatore alla Sampdoria, mentre all'esame di medicina non si fece
trovare preparato e fu rimandato. Moro, depresso, in grandi difficolt� economiche,
pens� al suicidio: scrisse una lettera ad Aldo Bardelli, confidandogli di volersi
sparare; quest'ultimo gli rispose subito, scongiurandolo di non fare pazzie,
promettendogli che avrebbe parlato con il presidente della federazione. Nel
frattempo il San Crispino, dopo quindici giorni di sommosse dei tifosi e firme
raccolte, decise di reingaggiare Moro per altri due anni; non godendo di ottimi
rapporti con giocatori e dirigenti, Moro accett� controvoglia, solo per estrema
necessit� di denaro.[36] Nell'agosto 1964, in preda alla disperazione, si rivolse
alla Federazione a Roma e alla stessa AS Roma, in cerca di lavoro, senza fortuna.

Il segretario federale Bertoldi, comprendendo le sue difficolt�, gli don� subito 50


000 lire, con cui pag� l'albergo[37] e sped� un contributo per la famiglia. Nei
giorni successivi la moglie, tramite missiva, lo inform� che in Tunisia erano
disposti a offrirgli un posto da allenatore; Monaldi, allenatore italiano a Kef,
aveva fatto il suo nome. Ricevuta la conferma dalla Tunisia, Moro fece ritorno a
casa, grazie ad altre 50 000 lire avute da Bertoldi. Il 28 settembre 1964 si
ripresent� da Bertoldi che gli consegn� 75 000 lire e il biglietto per il viaggio
aereo.[38] Allen� per un anno la squadra locale di Ebba Ksour, piccolo villaggio di
5 000 abitanti, per 150 dinari al mese, pari a circa 200 000 lire di allora,
dovendo soffrire la solitudine.

Al secondo anno in Africa pass� all'Olympique B�ja, dove incontr� molti italiani e
si trov� meglio. Teneva gli allenamenti della prima squadra e anche delle quattro
giovanili, fino ai pi� piccoli, per un totale di 120 giocatori al suo seguito;
inoltre si occupava anche delle pratiche societarie: per il suo grande impegno e
sacrificio venne apprezzato e seguito da tutti.[39] Nel 1965 fece ritorno in
Italia, nelle Marche, riprendendo la professione di rappresentante di dolciumi,[28]
mentre in seguito lavor�, insieme alla moglie, anche in uno stabilimento per la
produzione di scarpe.[4] Mor� il 28 gennaio 1974, a 53 anni, nella sua casa di
Porto Sant'Elpidio, a causa di una malattia incurabile di cui soffriva da oltre un
anno.[4][40]
Una vita disperata

Nell'autunno 1965, di ritorno dalla Tunisia, Moro si present� alla redazione del
Corriere dello Sport per incontrare il direttore Antonio Ghirelli, che lo affid� a
Mario Pennacchia, il quale accolse il suo sfogo. Per giorni narr� la sua vita e la
sua carriera, nel bene e nel male, svelando parecchi particolari scomodi,[41] molti
dei quali riguardanti la facilit� con cui le partite venivano truccate negli anni
cinquanta. Da questi incontri lo stesso Pennacchia pubblic� conseguentemente un
racconto autobiografico in dieci puntate, fra il 16 novembre e il 1� dicembre, dal
titolo Una vita disperata, uscito in terza pagina sullo stesso quotidiano, che
riscontr� l'apprezzamento da parte dei lettori, i quali dimostrarono solidariet�
nei confronti dell'ex portiere;[42] tutte le puntate furono riprese fedelmente e
racchiuse nella biografia La vita disperata del portiere Moro, uscita nel 2011.

�Giuseppe Moro da dieci ore sta raccontando la sua vita assurda, eroica e disperata
e il polso ci duole per l'ininterrotto, febbrile manoscritto. La commozione e la
nausea, l'indignazione, lo spasso e la vergogna confluiscono in una sensazione
sola: siamo sconvolti.[43]�
(Mario Pennacchia, autunno 1965)

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