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de genere

Rivista di studi letterari, postcoloniali e di genere


Journal of Literary, Postcolonial and Gender Studies

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ISSN 2465-2415

Tradurre la città tradita

Giuseppe Sofo
Università Ca’ Foscari, Venezia
giuseppe.sofo@unive.it

Quest’articolo guarda a una città tradotta e in traduzione, L’Aquila, profondamente


trasformata dal terremoto del 2009, e che a causa di esso deve ora trovare un modo di
reinventarsi, di ricostruirsi ancora più che di ricostruire. Leggere la città e le sue sfide
attraverso percorsi strettamente legati a questo luogo, ma anche e soprattutto
attraverso le parole di alcuni dei maggiori esponenti della letteratura haitiana, ci
aiuterà a cogliere quanto un atto di traduzione metaforica sia centrale per ogni terra
tradita e tradotta, e ci potrebbe permettere di cogliere le possibilità offerte dal
palinsesto in continua composizione di una città che ha la necessità di diventare ‘altra’,
pur rimanendo se stessa.

Giuseppe Sofo è Ricercatore di Lingua e traduzione francese presso l’Università Ca’


Foscari di Venezia. Ha conseguito il titolo di dottore di ricerca e Doctor Europaeus
presso l’Université d’Avignon et des Pays de Vaucluse e presso l’Università di Roma
La Sapienza. È stato borsista dell’Université franco italienne e del DAAD, e ha
insegnato in diverse università tra Italia, Francia e Stati Uniti (Università dell’Aquila,
Università di Parma, Università di Urbino, Université d’Avignon, Dickinson College).
Ha pubblicato la monografia I sensi del testo: Scrittura, riscrittura e traduzione (Novalogos,
2018), ha curato con Giuliano Rossi una raccolta di saggi sulla traduzione (Sulla
traduzione, Solfanelli, 2015) e ha tradotto teatro, narrativa e poesia.


GIUSEPPE SOFO, TRADURRE LA CITTA’ TRADITA

A Giovanna Parisse

Al mio ritorno a L’Aquila nel 2012, vent’anni dopo l’ultima volta, l’ho trovata
tradotta.
Tradotta nella mia mente, perché i miei ricordi di bambino posizionavano parti
della città in posti in cui non erano mai stati. Nella mia mente, la fontana delle 99
cannelle non era in centro, ma a Fonte Vetica, ai piedi del Monte Camicia. Collemaggio
era invece in pieno centro e non appartata, isolata, quasi a guardare la città dall’esterno.
Ricordavo soprattutto il corso centrale, dove correvo a occhi chiusi (andando a sbattere
contro altri, bambini e adulti), ma mi resi conto dopo pochi minuti passati a
passeggiare tra i cani randagi, che in quegli anni erano i padroni indiscussi del centro
dell’Aquila, che quello che ricordavo io non era Corso Vittorio Emanuele, ma la via del
centro di Castel del Monte, sulle montagne aquilane.
Tradotta nella geografia urbana dal terremoto, che l’aveva trasformata
profondamente tre anni prima, e che ancora oggi, a quasi dieci anni di distanza da quel
6 aprile 2009, ne segna il percorso come una prolungata onda tellurica che ancora non
ha finito di estendersi.
Mi resi conto che la mia memoria aveva fatto lo stesso lavoro del terremoto.
Aveva frantumato la città e aveva spostato piccole e grandi cose, ma anche persone,
ricomponendo poi quei frammenti alla deriva in maniera disordinata. Restituendo una
città confusa, nella quale sarebbe stato impossibile camminare, come nelle “città
immaginarie” del pittore haitiano Préfète Duffaut che crea un “‘univers urbain’ irréel”
(Legagneur 2015, 4), che è “image, reproduction physique d’une vision, d’une
perception. Objet dont la structure reproduit celle du regard intérieur du peintre”
(Laroche 1978: 236), ma che svela preoccupazioni reali per il contesto haitiano.
I villaggi colorati e sviluppati in verticale di Duffaut sfidano la fisica e qualsiasi
logica urbanistica, con le loro strutture assurde e instabili, ma altrettanto assurdi e
instabili sono i veri villaggi di Haiti, a partire da quella Jalousie ridipinta con i colori di
Duffaut, che sembra reggersi su un filo sottile, sospeso nel vuoto, pronta a scivolare da
un momento all’altro a valle. “La beauté contre la pauvreté” è lo slogan usato dal governo
di Haiti per descrivere il progetto attraverso il quale lo slum di Jalousie è stato
ridipinto con colori quali ananas, lime, mango, papaya, pesca. Quest’atto di cosmesi
urbana serve però più a chi sta fuori Jalousie che a chi la vive da dentro; a chi dagli
alberghi di lusso di Pétionville guarda verso l’alto e vede un luogo più piacevole agli
occhi, ma nel quale quarantacinquemila persone continuano ad abbeverarsi grazie a
una sola fonte di acqua potabile, e continuano a sfidare quella faglia che potrebbe
spezzare il villaggio in due e farlo scivolare giù dalla montagna, insieme a tutti loro. E
in quel caso, difficilmente i colori o la “bellezza” potrebbero salvare alcunché, perché
“la bellezza non salverà nulla e nessuno, se noi non sapremo salvare la bellezza” (Settis
2014, 6), prendendocene cura.
Proprio come Haiti, L’Aquila è un’isola, anche se non si direbbe guardando una
cartina. È Louis-Philippe Dalembert a dirlo, scrittore haitiano di adozione aquilana per
parte di moglie, che è stato il primo scrittore in assoluto a dedicare un romanzo al
terremoto del 6 aprile 2009, la sua Ballade d’un amour inachevé (Dalembert 2013). In
un’intervista rilasciata a una studentessa aquilana che ha tradotto parte di questo
romanzo per la sua tesi (Melone 2013), Dalembert ha infatti detto:

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Dès le départ, j’ai trouvé des ressemblances entre cette région d’Italie et Haïti.
D’abord les hautes montagnes, pelées, austères, comme celles qui entourent ma
ville natale, par exemple. Dans les Abruzzes, elles isolent, un peu moins toutefois
avec les nouveaux moyens de communication, mais elles n’en laissent pas moins
l’impression d’être dans une île. C’est vrai que l’Aquila n’est pas une île, mais je l’ai
toujours vue comme un lieu clos, justement à cause des montagnes. D’un autre
côté, ‘Ayiti’ est un mot amérindien qui signifie ‘terre des hautes montagnes’. Et
puis il s’agit de deux terres sismiques. (Dalembert 2015, 170)

Jalousie Rainbows (Port au Prince) Piano colore (L’Aquila)

L’Aquila e Haiti sono due terre sismiche, certo, lo dice la storia che le ha
accomunate in due tragedie a pochi mesi di distanza: trecentonove morti a L’Aquila
contro circa trecentomila morti a Haiti, ma i numeri non contano, perché “chaque terre
a souffert à sa façon” e dunque “ça ne sert à rien de mettre l’accent sur les différences,
sinon sur la souffrance et la vulnérabilité de l’humain” (Dalembert 2015, 174).
Il terremoto è una traduzione che muove il senso, che toglie ogni certezza, che
sposta letteralmente la terra da sotto ai piedi e rende impossibile vivere come si era
vissuto fino a quel momento. Costringe dunque a una trasformazione profonda, che
parte dal quotidiano (la propria casa, le strade percorse ogni mattina, il bar della
colazione o dei momenti con gli amici, l’ufficio postale, tutto è dislocato e dunque tutto
spiazza) e arriva a coprire la distanza di una vita intera (le prospettive per il futuro, le
possibilità di ricostruire e ricostruirsi). Il ‘terremotato’ è un terremutato, mutato dalla
terra, che non lo ha mosso solo per pochi secondi, ma che lo mette in un moto perpetuo,
alla ricerca di un luogo in cui ricostruirsi, in cui ritrovarsi, sebbene il processo non sia
né semplice né scontato. Chi subisce un terremoto è abitato dallo stesso paradosso
della traduzione, perché è costretto a tradursi, a diventare altro pur restando sé stesso.
Ciò che è vero per le persone, è vero anche per i luoghi. Anche “la città è come un
organismo vivente”, che “cresce mutando e restando se stessa” (Settis 2014, 53).
L’Aquila è stata tradotta dal terremoto, ma ha anche dovuto tradursi, trasformando un
processo di traduzione passivo in un processo attivo. Una città in frammenti, una città

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in cui è impossibile vivere come in precedenza, è sempre una città tradotta, ma allo
stesso tempo anche una città in traduzione, in transizione, non una città morta. Lo
scrive nel migliore dei modi James Noël a proposito della sua Port-au-Prince, che vola
come un “pap pap pap papillon” (Noël 2017, 11), trasformando la sigla che identifica la
città (e il suo aeroporto) in una farfalla pronta a volare per sfuggire alle sfide della
terra. Noël scrive: “le cœur de la ville est cassé, mais ne s’est pas arrêté de battre. Cassé
dans les pierres, cassé dans les briques, cassé dans les plafonds, cassé dans les murs. La
ville a le cœur cassé” (Noël 2017, 31), ma poi, evocando immagini che ricordano
L’Aquila da molto vicino, ci dice anche che nonostante tutto, la città continua ad urlare
a piena voce: “le palais national, le palais de justice, la cathédrale, sans compter de
nombreux ministères et bureaux officiels sont à terre. La ville est décapitée, mais elle
hurle encore toute gorge dehors” (Noël 2017, 63).
Una città in frantumi non è solo il risultato di un evento catastrofico, ma anche un
luogo di possibilità. Non si tratta qui di provare a volgere in positivo un’esperienza
tragica come quella del terremoto aquilano, cosa che sarebbe del tutto impossibile e
irrispettosa delle tante vite spezzate da quell’evento. Si tratta piuttosto di cogliere
quali sono le possibilità di andare oltre il terremoto, non dimenticandolo, ma
incorporandone le cicatrici sulla pelle di una città nuova. “Città nuova” e non “new
town”, in inglese, perché come nota Salvatore Settis, all’Aquila dopo il terremoto si è
assistito a un “esperimento di distruzione non solo del centro storico, ma della sua
socialità, della sua anima” e “per condurre in porto quest’operazione si è ricorso a
un’altra lingua, chiamando new towns i dormitori sorti intorno alla città dopo il
terremoto del 6 aprile 2009” (Settis 2014, 89).
Se L’Aquila è stata tradita una prima volta dalla sua terra, e ancora di più da chi su
quella terra ha costruito, male, L’Aquila è stata poi tradita una seconda volta, da chi
invece di impegnarsi a ricostruirla ha preferito costruirla altrove, andando contro la
stessa storia di questa città nata dall’unione e non dalla disgregazione:
Per sinecismo (“aggregazione di abitati”) nacquero, secondo la storia o il mito, sia
Atene che Roma: all’Aquila, massimo esempio di sinecismo del Medio Evo italiano,
i “novantanove castelli” che vi confluirono conservarono il nucleo identitario
d’origine nelle chiese, nei nomi dei quartieri e delle strade, nella memoria
collettiva, in un processo storico e civile che contribuisce a definire l’idea europea
di città come comunità di vita, di attività economiche, di pratiche culturali. Questa
nobile storia è stata devastata e sfigurata non dal terremoto, ma dagli uomini.
[…] All’Aquila si è fatto il contrario: si è svuotata la città storica abbandonandola
al suo destino, e le si è costruita intorno una cintura di diciannove città-satellite,
centri non-urbani dove non c’è un bar, non un’edicola, non una piazza, una scuola,
una chiesa, un luogo d’incontro. (Settis 2014, 89-90)

L’idea della città come luogo di costante trasformazione, come palinsesto che
riporta tutte le fasi della storia del luogo, anche le più tragiche, va esattamente nella
direzione opposta a quella indicata dalla costruzione delle “new towns”, che di nuovo
hanno ben poco, così come ben poco hanno dell’idea di città, ma sono piuttosto “non-
città”, vittime di una “amputazione della memoria e della socialità” (Settis 2014, 90). È
invece proprio il centro della città quello che va riscritto, tradotto nuovamente, per
restituire un luogo che sarà certo altro dall’‘originale’, ma rimanendo comunque se
stesso. Tra i vari studenti con cui ho avuto la fortuna di lavorare a L’Aquila c’è
Giovanni Baiocchetti, giovane giornalista che su La Stampa scrive della città odierna:

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È la vita che continua, adattata. […] Visitare L’Aquila oggi è guardare,


domandare, pensare, riflettere. Visitare L’Aquila oggi è ascoltare la pazienza di chi
aspetta, si reinventa, gioisce delle piccolezze che altrove sono scontate. […]
Visitare L’Aquila è vedere come una piccola città di montagna abbia colto la
drammatica occasione per trasformarsi in un centro tecnologicamente avanzato,
dove sotto terra si lavora a 12 chilometri di tunnel intelligente che porterà la fibra
ottica direttamente nelle abitazioni e negli uffici, dove sotto ai portici
Ottocenteschi scorre il 5G, l’ultima velocità di internet, dove vicino alla
tristemente nota via Campo di Fossa, è nata una scuola di dottorato internazionale
in fisica, matematica e computer science, dove una scuola elementare, una media e
una superiore, hanno attivato cicli di studio interamente in inglese, dove le auto
elettriche possono ricaricarsi in una delle nuove colonnine sparse per la città, dove
le ville liberty poggiano ora su dei pilastri antisismici incavati nel terreno, dove
affianco a un palazzo ancora malconcio ne brilla un altro appena ritinteggiato,
pronto a riaccogliere la vita. […] Visitare L’Aquila è accarezzare un tempo
sospeso tra passato e futuro, dove ogni giorno l’orchestra di rumori suona il sogno
della città che verrà. (Baiocchetti 2018)

La pazienza dell’attesa e dell’ascolto che una città come questa richiede oggi, è
quella richiesta dalla comprensione di ogni entità frammentata, per poter rendere la
frammentazione della città, la sua frantumazione, un modo per cogliere al meglio le
diverse identità che la compongono. Nel suo discorso di accettazione del premio Nobel,
il poeta caraibico Derek Walcott ci dice che quando un vaso si rompe, “l’amore che ne
ricompone i frammenti è più forte dell’amore che ne dava la simmetria per scontata
quando era ancora integro” (Walcott 1998 [1992]: 69). Come ho scritto recentemente,
ciò che queste parole ci insegnano è che “dalla frammentazione non deriva dunque solo
una rottura, che provoca una perdita definitiva di unità, una sconfitta, ma piuttosto una
comprensione più vasta del tutto, e soprattutto la percezione dell’energia e dell’amore
necessari per riunire tutti i diversi frammenti” (Sofo 2018, 134). Una terra in frantumi
è una terra bisognosa d’amore, e di mani che la lavorino per darle una nuova unità.
La stessa metafora ci viene offerta dall’antica arte giapponese del kintsugi che
consiste nel riparare ceramiche rotte attraverso l’utilizzo di oro o argento. Se si
dispone di tutti i frammenti, il materiale prezioso viene usato come collante,
spargendosi lungo le crepe come sangue che scorre nelle vene, o acqua che si infiltra
tra le crepe di una terra arida, per restituirle vita. Se invece manca un pezzo
importante, si può usare il materiale prezioso per sostituirlo, colmando il vuoto, e
recuperando così qualcosa che sembrava irrimediabilmente perso, ma si può anche
decidere di incorporare un elemento estraneo, un frammento di un altro oggetto, del
tutto diverso dall’originale. In questo modo, qualcosa di nuovo e imprevisto entra a far
parte della nuova struttura ricostruita, assumendo un nuovo valore e dando allo stesso
tempo un nuovo valore a ciò che la circonda. La frammentazione e il lavoro necessario
a riunire i frammenti diventano così “un valore, non un difetto, e il danno non viene
nascosto ma enfatizzato, evidenziato, messo in rilievo” (Sofo 2018, 136). In un luogo
come L’Aquila non è solo fruttuoso, ma forse anche necessario, muovere verso una
comprensione della frammentazione come valore, per riscoprire l’identità e le
differenze inerenti a questo luogo prima di ridargli forma, di tradurlo nuovamente, ma
questa volta per salvarlo e non per tradirlo. Per rendere le cicatrici delle fessure da
riempire con nuova linfa vitale, nuove strade da cui partire per ripensare la città.
Sono diversi i modi in cui una città può essere riscritta e tradotta. Il più evidente è
ovviamente la ricostruzione dello spazio urbano. Settis scriveva nel 2014 che quel che

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restava dell’Aquila era “un centro storico spopolato dove in radi cantieri si restaura
qualche monumento ma le case restano vuote”, il che “capovolge l’antico sinecismo nel
suo rovescio” (Settis 2014, 90). Proprio nel 2014, camminando per le strade dell’Aquila
per accompagnare Dalembert dal ristorante-albergo in cui avevamo mangiato – gestito
da una delle sole tre famiglie che abitavano allora il centro storico – verso il suo
albergo dall’altra parte del centro, ho attraversato la città vuota e buia insieme a
Giuliano Rossi. Non esiste un silenzio più rumoroso di quello di una città che è stata
viva e che non lo è più. E quel silenzio non si può raccontare, come non si può
raccontare un luogo che a tratti sembra non esistere, ma che senza esistere diventa
parte integrante del tuo corpo, del tuo passo, del tuo respiro. Del tuo movimento
instabile tra la terra e il cielo. Camminando nella notte vuota della città, tra buio,
silenzio e il vento che passava attraverso porte aperte di case non più abitate, i passi si
perdevano in un tonfo sordo.
Camminando, pensavo a New Orleans, dov’ero stato due anni dopo l’uragano
Katrina, scoprendo che lì si era scelto cosa abbandonare per sempre e cosa ricostruire
subito. A volte era stata l’acqua a sceglierlo e non gli uomini, perché l’acqua aveva
sommerso chiunque potesse ricostruire. A L’Aquila per anni sembrava che si fosse
lasciato tutto sotto quell’ondata invisibile. Ricordo ancora un bar con le porte e le
finestre chiuse da cui, anni dopo il terremoto, si potevano ancora vedere le tazzine di
caffè lasciate nel lavandino per essere lavate il giorno successivo.
Ora però il centro è ben altro. Non è più quello del 2008, ma non è neanche quello
del 2014. Le famiglie che sono tornate in centro sono ben più di tre, e i tanti cantieri
aperti negli ultimi anni cominciano a dare i primi frutti. Lo skyline della città,
abitualmente dominato dalle torri, e dalle montagne in lontananza, vede ora centinaia
di gru sovrastare ogni altra cosa. Non ho le conoscenze per valutare la qualità dei
lavori eseguiti, né sono sicuro che sia questo il punto, ma la ricostruzione dei tanti
palazzi aquilani realizzata con l’idea di mantenere le strutture originali e le loro
specificità sta restituendo alla città i suoi colori, più vivi ancora di quando quei palazzi
hanno ceduto al terremoto nel 2009. Traducendo una guida di viaggio ottocentesca
dedicata a questi luoghi per la sua tesi, un altro studente, Andrea Spacca, mi ha fatto
notare che compariva il nome di una locanda che non esisteva più, la Locanda del Sole
(Spacca 2017). L’insegna di quella stessa locanda, incisa nel marmo, era ricomparsa nel
2016, poche settimane prima della sua laurea, grazie ai lavori di ricostruzione del
palazzo, svelando un pezzo di storia che si era perso nel tempo. La ricostruzione
assume insomma anche il ruolo di rivelazione di aspetti nascosti o dimenticati della
memoria del luogo.
Sono poi nati nuovi luoghi, e altri stanno nascendo. Il Dipartimento di Scienze
Umane in cui ho insegnato in questi anni, sul margine tra il centro e l’esterno, è sorto
nello spazio occupato un tempo da un ospedale, ma più che la sua struttura è ciò che
succede all’interno di quel luogo ad aver posato le basi per nuove scritture della città.
Proprio quest’anno quel dipartimento è diventato un dipartimento d’eccellenza;
conservare un’offerta formativa importante, e migliorarla nel tempo, significa
trattenere giovani sul territorio, e attrarne altri da altre regioni, che insieme potranno
riscrivere i luoghi, le storie di queste mura, e di ciò che le circonda. A portare nuova
vita tra queste strade. A poche centinaia di metri di distanza, nel Parco del Castello, è
stato realizzato un auditorium, su iniziativa di Claudio Abbado e progetto di Renzo
Piano. Una struttura interamente in legno, con colori che da soli già invitano a varcare
la porta di questa sala relativamente piccola, ma calda, accogliente, dove insieme ad

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altre duecentoquarantanove persone ho visto un concerto dei giovani allievi del


conservatorio aquilano.
Ci sono però anche altri modi di riscrivere un luogo, più semplici e
apparentemente meno importanti, senza grandi nomi coinvolti, ma non per questo
meno efficaci. In questi mesi dovrebbe riaprire un luogo a me caro, un piccolo bar a
gestione familiare, che ho considerato il mio ufficio ufficioso per diversi anni. La
“Bottiglieria Lo Zio” non serve cibo gourmet (a cucinare è la mamma dei due giovani
titolari) e non è stata realizzata da architetti noti, ma è un luogo di socialità,
all’apertura del centro e vicinissimo al dipartimento. Un luogo in cui studenti e docenti,
ad esempio, si incontravano per mangiare allo stesso tavolo o bere un bicchiere insieme
senza imbarazzo. Negli ultimi tre anni, il locale è stato chiuso per restauro, ma “Lo Zio”
non ha chiuso del tutto. È diventato una pizzeria, sempre a L’Aquila, ed è diventato un
ostello a Campo Imperatore, il più alto d’Europa, a 2,115 metri sul livello del mare.
Quando riaprirà nei locali in cui è nato, quel luogo porterà in sé la storia precedente, e
le storie che ha raccolto lungo la strada, altrove. Sarà nuovamente se stesso, ma
inevitabilmente altro. E credo siano luoghi come questo ad aiutare la riscrittura di una
città. A fare in modo che i suoi abitanti si incontrino e formino nuove reti di relazioni,
o riformino – e riformulino – quelle già esistenti.
Si stabiliscono nuovi punti di riferimento non solo umani, ma anche geografici, in
una sorta di nuova carta della città che non sostituisce del tutto quella precedente, ma
si aggiunge ad essa. Nel suo Tout bouge autour de moi, su cui Daniela Ciccone ha
lavorato per una tesi di traduzione (Ciccone 2014), Dany Laferrière scrive: “à la réalité
de cette ville en miettes, les gens ont ajouté des éléments de l’ancienne ville qui flotte
encore dans leur mémoire. […] les choses s’additionnent au lieu de se
soustraire” (Laferrière 2011, 124). Se Laferrière aggiunge però che “il faut attendre une
génération de gens qui n’auront pas connu l’ancienne ville pour qu’on puisse accepter
la nouvelle carte” (Laferrière 2011, 124), credo che in realtà neanche il passaggio
generazionale sia sufficiente a cancellare la presenza della città vecchia nella nuova.
Ogni città, infatti, “ne contiene altre: le città che essa è stata, e che vi hanno lasciato
impronte più o meno marcate” (Settis 2014, 8).
La traduzione della città può trasformarsi in una possibilità perché, come scrive
Simon, “du fait même de son existence, la traduction ajoute des niveaux de
signification” (Simon 2008, 174). La traduzione aggiunge livelli di significato
all’originale, come ogni trasformazione della città aggiunge livelli di significato a un
palinsesto urbano che si costruisce e ricostruisce continuamente, che non è mai finito,
ma sempre aperto. La città infatti è sempre un palinsesto, e come scrive Settis, “le città
italiane sono un prodigioso palinsesto”, in cui “la tessitura delle città sopravvive
mutando, sostituendo alcuni edifici e conservandone altri, con la stessa o diversa
destinazione d’uso” (Settis 2014, 54). Come esempio evidente di palinsesto fisico nel
contesto di Montréal, ho parlato delle scritte pubblicitarie in inglese sui muri, rivelate
dallo sbiadirsi delle scritte in francese che le avevano coperte. I muri delle città sono
infatti sempre uno spazio interessante di scrittura di un luogo, che ci informa sul modo
in cui gli abitanti scrivono (del)la propria città, e quelli dell’Aquila non fanno eccezione,
ricoperti di colori nuovi, grazie all’iniziativa di singoli writer o di associazioni, e
talvolta anche del Comune, che ha sostenuto questi progetti.
A pochi passi dal dipartimento, gli occhi e i versi di Sanguineti ricordano cosa
sono le parole in un posto come questo: “acqua di voce sopra pietra vera” (Sanguineti
2004: 235). E non è forse un caso che a eseguire quest’opera in particolare sia stato un

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architetto aquilano, Luca Ximenes, tra gli organizzatori anche di Re_Acto Fest, un
festival di street art nato nel 2014 con lo specifico intento di usare l’arte di strada come
“agente di riqualificazione e cura per uno scenario così profondamente ferito, […] un
elemento di valorizzazione e, per usare una metafora, un unguento capace almeno di
lenire le ferite, partecipando attivamente ad un processo di ricostruzione culturale e
sociale che, per importanza e necessità, non è secondo alla ricostruzione fisica della
città” (Re_Acto, 2014). Tra il 2014 e il 2016, quest’iniziativa ha portato alcuni tra i
migliori writer italiani a disegnare sui muri del centro della città, del progetto C.A.S.E.
e di Paganica, una delle frazioni più colpite dal terremoto. Nonostante la resistenza di
chi ancora considera la street art come una forma di vandalismo, è innegabile che questo
progetto abbia saputo scovare e rivelare colori nelle fratture, fisiche e mentali, aperte
dal terremoto.
Ancora più suggestiva è forse l’esperienza dell’InterMedia Video Lab, parte del
programma del dipartimento d’eccellenza, che tramite il videomapping permetterebbe di
ridisegnare la città, usandone gli edifici come schermi. Il primo prodotto del
laboratorio, o meglio il primo assaggio delle sue potenzialità, è andato “in scena”
durante la Notte dei ricercatori, il 28 settembre 2018, realizzato dalla giovane azienda
catanese Sulla Luna, su progetto di Mirko Lino, Alfonso Forgione e Lucia Faienza.
Sulla facciata della Basilica di San Bernardino sono state proiettate immagini in
movimento, bidimensionali e tridimensionali, che raccontavano la storia della città,
interagendo direttamente con le forme architettoniche dell’edificio. Come scrive Mirko
Lino, si tratta di uno “storytelling intermediale della fondazione dell’Aquila, attraverso
la proiezione di immagini che, oltre a narrare visivamente la fondazione della città,
valorizzano le caratteristiche materiche della facciata della chiesa, a cui si aggiunge una
voce narrante (voice over) che recita alcuni passi delle opere di Buccio di Ranallo”
(Lino 2018).
Il progetto, diretto da Massimo Fusillo, implica la creazione di un laboratorio per
gli studenti, che diventerebbero così protagonisti del ripensamento virtuale della città,
e si articola in due linee di ricerca: la prima offre una forma di ricostruzione virtuale dei
monumenti dell’Aquila e, come scrive Lino, potrebbe fornire “gli strumenti tecnico-
visuali per svolgere un’indagine sul territorio aquilano, con il fine di individuare dei siti
archeologici ed edifici storico-monumentali i cui vuoti filologici possono essere colmati
da una ricostruzione virtuale proiettata direttamente sulla superficie architettonica in
questione” (Lino 2018), divenendo così “una vera e propria opera di restauro virtuale”
(DSU 2018); l’altra mira a una ricerca del ruolo narrativo che il videomapping può
svolgere, concentrandosi sulle possibilità offerte dai media digitali per ricostruire
l’identità del territorio. Sebbene la proiezione durante la Notte dei ricercatori non fosse
altro che una presentazione del progetto, può forse già bastare a far intuire il
contributo che una ricerca di questo tipo può dare a un luogo come L’Aquila. I
monumenti della città si trasformano, ma non per perdere la propria identità, bensì per
recuperarla, per diventare attori di una ricostruzione che non si fa solo fisicamente, con
pietre e cemento, ma anche e soprattutto virtualmente, attraverso narrazioni visive che
mirano a riscoprire il passato e forse, allo stesso tempo, a svelare il futuro. Sono queste
narrazioni ad offrirci una città disegnata e sognata incisa temporaneamente sulla pietra,
un segno della città che verrà che affianca la memoria della città passata, proprio come
le città impossibili dipinte da Duffaut nel contesto haitiano.
La distanza tra città reale e città sognata è in fondo la stessa di cui ci parla Dany
Laferrière nel suo Pays sans chapeau, in cui un pittore haitiano decide di dipingere

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paesaggi verdi, rigogliosi e persone sorridenti, seppure sia circondato da miseria e


desolazione. Ed è lo stesso pittore a spiegare il perché di questa scelta:
Pourquoi peignez-vous toujours des paysages très verts, très riches, des arbres
croulant sous des fruits lourds et mûrs, des gens souriants, alors qu’autour de
vous, c’est la misère et la désolation?
Moment de silence.
“Ce que je peins, c’est le pays que je rêve”.
“Et le pays réel?”
“Le pays réel, monsieur, je n’ai pas besoin de le rêver”. (Laferrière 2006: 275-276)

Città reale e città sognata convivono, e si nutrono l’una con l’altra (e l’una
dell’altra), dando vita a una dissonanza e una frizione creativa. Come scrive Simon a
proposito della traduzione, “la dissonance et la friction des contacts interlinguaux
peuvent également donner lieu à des voies d’échanges plus productifs” (Simon 2013,
26). Lo stesso è vero anche per i diversi linguaggi urbanistici e artistici che si
incontrano nella città e che attraverso il loro dialogo costruiscono uno scambio più
produttivo, una terza lingua dell’incontro che ci aiuta a raccontare una città più
complessa, che include in sé ogni significato che le è stato donato, ogni frattura e ogni
cicatrice, ma anche tutto il lavoro compiuto da chi la abita per renderla uno spazio
nuovo. La città diventa così un “feu de paradoxes”, un “jeu de métaphores”, come scrive
Frankétienne (Frankétienne 2014: 7). Metafore e paradossi che moltiplicano la
fruibilità della città, la rendono aperta a interpretazioni diverse, a diversi modi di
viverla.
Circondata dalle montagne come un’isola lo è dal mare, L’Aquila è abituata a
bastare a sé. Non si apre in fretta e chi ci arriva deve chiedere il permesso, anche se il
permesso viene sempre concesso. Ma in questi anni ha imparato ad aprirsi in maniera
diversa. Gli stranieri, i “forestieri” non arrivano più da fuori, ma vivono ormai
quotidianamente il centro della città, anzi sono proprio loro in questo momento a
lavorare per ricostruire quel centro. Sarebbe importante studiare come queste persone
vivono la città, qual è il loro rapporto con i luoghi che stanno ridisegnando, fisicamente,
e sarebbe importante capire come questo rapporto cambierà in futuro, quando
lasceranno la città, chissà se consapevoli del ruolo che hanno svolto nella rinascita
dell’Aquila. Come scrive Baiocchetti, “le impalcature celano un ensemble di lingue e
dialetti diversi, e le mani di chi sta ricostruendo la città” (Baiocchetti 2018). Le loro
lingue abitano le strade, e le impronte delle loro mani sono impresse sui palazzi
aquilani in maniera ormai indelebile.
Se L’Aquila non morirà, ma saprà anzi rinascere, sarà perché avrà saputo cogliere
e ricomporre i frammenti di tutte le città che la costruiscono e ricostruiscono, e non
solo, perché dovrà saper incorporare “anche le città potenziali che essa avrebbe potuto
essere, e non fu” (Settis 2014, 8). Tutte quelle città possibili (o impossibili) che possono
essere generate dalla necessità di ricostruire, di reinventare, di ridisegnare una mappa
geografica e affettiva. L’enorme possibilità che si apre a una città come L’Aquila
attraverso la necessità di ricostruirsi, è quella di poter scegliere parole nuove e lingue
nuove per raccontarsi. Di ricombinare gli elementi che la compongono in maniera
diversa, e di fare in modo che tutte le lingue che la abitano si incontrino – e si
scontrino anche – per dare vita a un terzo spazio, a una terza lingua, a una città inedita
e imprevista, che viva del contatto e della frizione tra il passato e il futuro, tra città
reale e città sognata.

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GIUSEPPE SOFO, TRADURRE LA CITTA’ TRADITA

Tra le varie espressioni aquilane che ho imparato in questi anni, la mia preferita è
sempre stata “ben rivisto”. È più di un bentornato, perché include il contatto, la
certezza che oltre al ritorno ci sia stato anche un incontro, e che il nostro interlocutore
sia contento di entrambe le cose. Proprio in questi giorni, dopo sei anni in cui ho
insegnato un po’ e ho imparato molto, sto per lasciare questa città. So che non potrò
lasciarla del tutto, in realtà, perché fa già parte da tempo di quei frammenti intimi che
costruiscono il mio vaso, la mia mappa mentale di luoghi che costruiscono la mia estesa
“città immaginaria”, alla maniera di Duffaut. Quella in cui L’Aquila non è poi così
distante da Haiti, né dalla mia Modena. Forse questo dipende anche dal fatto che ero a
Modena quando la terra ha tremato a L’Aquila e ad Haiti, e in entrambi i casi stavo
scrivendo di Caraibi, ed ero a L’Aquila quando la terra ha tremato a Modena, a
tradurre un testo haitiano. In qualche modo il movimento di tutte queste terre su cui
ho camminato in modi e tempi diversi le accomuna nella mia mente. Si confondono, nel
senso che si fondono l’una con l’altra e si miscelano nelle loro diversità, ma anche nelle
loro comuni fragilità.
So che non potrò lasciare L’Aquila del tutto, dicevo, ma so soprattutto che a ogni
ritorno a L’Aquila sarà bello vedere questa città tradotta: diversa da quella che
ricordavo da bambino, da quella che ho trovato nel 2012 al mio ritorno, da quella che
ho vissuto in questi anni e da quella che ricorderò di oggi. La vedrò in maniera nuova,
riscritta e tradotta da chi nei prossimi anni si dedicherà alla sua nuova forma, o meglio,
alle sue nuove forme. E sarà bello poter essere io, per una volta, a dirle “ben rivista”.

Testi citati
Baiocchetti, Giovanni. “Nella mia L’Aquila la vita riparte e si progetta la città che
verrà”, in La Stampa, 11 luglio 2018.
Ciccone, Daniela. 2014. La fleur qui résiste: Une traduction de Tout bouge autour de moi
de Dany Laferrière, tesi inedita, Università degli Studi dell’Aquila.
Dalembert, Louis-Philippe. 2013. Ballade d’un amour inachevé. Paris : Mercure de
France.
Dalembert, Louis-Philippe. 2015. Intervista di Ilenia Melone. In Sulla traduzione :
Itinerari fra lingue, letterature e culture, a cura di Giuliano Rossi e Giuseppe Sofo,
169-174. Chieti : Solfanelli.
DSU (Dipartimento di Scienze Umane, Università degli Studi dell’Aquila). 2018. “Arti,
linguaggi e media: tradurre e transcodificare”, Progetto del Dipartimento di
eccellenza. Online: http://scienzeumane.univaq.it/index.php?id=3004 (consultato
il 30 settembre 2018)
Frankétienne. 2014. Chaophonie. Montréal : Mémoire d’encrier.
Laferrière, Dany. 2006 [1996]. Pays sans chapeau. Montréal : Éditions du Boréal.
Laferrière, Dany. 2011. Tout bouge autour de moi. Paris : Grasset & Fasquelle.
Laroche, Maximilien. 1978. L’image comme écho: Essais sur la culture et la littérature
haïtiennes. Montréal: Nouvelle optique.
Legagneur, Jean-Herald. 2015. “Les Villes imaginaires de Préfète Duffaut: Ou les
modalités de résolution du problème de chaos urbanistique haïtien”, in Arts et
savoirs, n. 5, 2015, 1-11.

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DE GENERE 4 (2018): 153-163

Lino, Mirko. 2018. “Proposta di istituzione di un laboratorio sul videomapping e


l’intermedialità: InterMedia Video Lab”. Inedito.
Melone, Ilenia. 2013. Terres traduites, terre tradite: Ballade d’un amour inachevé de
Louis-Philippe Dalembert, tesi inedita, Università degli Studi dell’Aquila.
Noël, James. 2017. Belle merveille. Paris: Zulma.
Re_Acto Fest. 2014. Ultimo accesso: 30 settembre 2018. http://www.reacto.it/about/.
Sanguineti, Edoardo. 2014. Il gatto lupesco: Poesie (1982-2001). Milano: Feltrinelli.
Settis, Salvatore. 2014. Se Venezia muore. Torino : Einaudi.
Simon, Sherry. 2008. Traverser Montréal: Une histoire culturelle pour la traduction.
Traduzione di Pierrot Lambert. Montréal: Fides.
Simon, Sherry. 2013. Villes en traduction: Calcutta, Trieste, Barcelone et Montréal.
Traduzione di Pierrot Lambert. Montréal: Les Presses de l’Université de Montréal.
Sofo, Giuseppe. 2018. I sensi del testo: Scrittura, riscrittura e traduzione. Roma: Novalogos.
Spacca, Andrea. 2017. “Aquila is full of interest”: Translating John Murray’s Handbook for
Travellers in Southern Italy, tesi inedita, Università degli Studi dell’Aquila.
Walcott, Derek. 1998 [1992]. “The Antilles: Fragments of Epic Memory”, in Derek
Walcott, What the Twilight Says: Essays. New York: Farrar, Straus and Giroux, 65-
84.

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