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John Trumper- Marta Maddalon

QUARANT’ANNI DI RIFLESSIONI LINGUISTICHE

PER ALBERTO MIONI

La fiama alta de la nostra istae

l'ha brusao duto, ogni verdura:

adesso cala la gran note azura

che me dormensa per l'eternitae.

(Biagio Marin- La vita xé fiama)

Per un ricordo e un omaggio a Alberto Mioni si potevano scegliere molti argomenti, all’interno della
sua variegata carriera scientifica. Abbiamo optato per uno degli ambiti che, a nostro avviso, non è più
molto popolare tra gli studi linguistici ma a proposito del quale tutti dobbiamo molto ad Alberto

Partiamo quindi con una breve disamina, per sommi capi, sugli studi sociolinguistici in Italia
tra gli anni settanta e novanta del secolo scorso, tentando di trarre qualche considerazione sul presente.
Cominciando dal periodo, dai luoghi, dalle persone che meglio abbiamo conosciuto, ricordiamo la
scuola padovana, erede della tradizione di Tagliavini e Pellegrini, ma cogli apporti delle nuove
tendenze americane e britanniche, in particolare di Labov, Trudgill, Millroy e Millroy negli anni
Settanta, e di una generazione successiva di seguaci ed allievi dal 1975 al 1995 ed oltre. I pochi altri
in quel momento storico che si interessavano di simili tematiche erano alcuni membri della scuola
torinese di Terracini, con Corrado Grassi e i suoi allievi in testa. Questa stagione fu particolarmente
vivace e proficua in Italia grazie ad allora giovani studiosi come Alberto M. Mioni appunto, Giorgio
Cardona, Gaetano Berruto, Tullio Telmon e John B. Trumper (durante i suoi soggiorni padovani, oltre
a quelli londinesi). Queste realtà, e poche altre, oltre a rappresentare le teste di ponte della
sociolinguistica Italiana, possono ben essere considerate anche le iniziatrici di un ambito di ricerca
tra i più promettenti e utili per studiare l’uso linguistico. L’idea che da solidissime basi teoriche
possono e debbono nascere modelli di analisi della realtà linguistica è, in gran parte, da ascrivere a
queste esperienze. Lo studio e l’analisi dettagliata del repertorio, la creazione di modelli interpretativi,
la misurazione della variabilità comunitaria e un modo nuovo di coniugare lingua e cultura popolare,
gettano le basi per la sociolinguistica e l’etnolinguistica italiana, e per uno studio della dialettologia
rivisitata in senso contemporaneo. La vicinanza con Aldo Prosdocimi, riferimento inevitabile perché
in questo ultimo periodo dobbiamo ricordare ben tre amici che ci sono mancati 1, ha poi condotto a
una utilissima discussione in quei tempi sulla possibilità di coniugare i paradigmi e le categorie della
sociolinguistica all’antichità. Ricordiamo, tra parentesi, con una certa soddisfazione, che a Trento al
Convegno SIG nel 2015, qualche collega a questo si riferiva come uno sbocco innovativo (dopo ben
40 anni).

1
Di preciso oltre ad Alberto Mioni anche i colleghi Alberto Zamboni e Aldo L. Prosdocimi. In questa occasione
ricordiamo con grande affetto anche Corrado Grassi, non più tra di noi.
Gli anni ‘70
Considerando i principali punti a cui si sono dedicati gli interventi più rilevanti di quel periodo,
emerge purtroppo in modo chiaro la consapevolezza, se non di un vero e proprio regresso, almeno di
una stagnazione. Pensiamo alle analisi del repertorio, che ha sempre costituito un grosso problema
soprattutto per definirne la composizione. Per le caratteristiche peculiari dell’Italia, a confronto con
altre nazioni europee, ciascuna a suo modo, è indubbiamente fondamentale analizzarlo e commentarlo
nel modo più preciso possibile. Uno degli snodi principali, visti i riferimenti a una lingua
standardizzata, è la problematica mancanza della creazione di uno standard orale come controparte
di una super-norma scritturale, da cui deriva la complessa discussione sul peso e sulla descrizione
delle varietà standard -al massimo a livello regionale- versus quelle substandard. Questa costituisce
la prima differenza rispetto alla Gran Bretagna e la Francia, nei cui casi si deve parlare di varietà non-
standard rispetto ad uno standard unico, anche se alcuni continuano impropriamente a parlare di
substandard nel caso del francese e dell’inglese2. Portando questa discussione alla diacronia, la
considerazione può essere che, da un lato, non si sono avverate le previsioni fatte per l’Italia da alcuni
a proposito della creazione di modelli sovraregionali, se non proprio nazionali. Dall’altro, la scarsità
di studi comparativi con le altre situazioni europee non ha contribuito a svecchiare i termini della
discussione, considerando il peso da dare ai cambiamenti delle componenti del repertorio, ‘pesando’,
come dire, i mutamenti nell’uso e del loro ruolo nel cambiamento della norma. Se questo ha condotto,
in Gran Bretagna, ad esempio, alla costatazione di un mutamento in atto, che non riguarderà più
l’intero paese (nel caso dell’Estuary English che sostituisce la RP)3, in Italia ha solo di recente scalfito
la tetragona certezza di una componente importante degli studi linguistici sull’onnipotenza della
super-norma e sulla necessità di guardare anche l’uso4. Il rapporto tra norma e uso in Italia, per i
motivi sopraddetti, richiederebbe ‘in memoria delle antiche tradizioni sociolinguistiche’, un’analisi
meno banale di quella che si legge ora un po’ ovunque. Proprio ricordando Alberto non possiamo che
rimpiangere il periodo in cui la discussione era così vivace e vitale da portare alla coniazione di nuovi
termini per nuove categorie quali la sua diamesia, oppure, più tardi, la dilalia di Berruto, quest’ultima
una categoria che viene introdotta perché secondo la definizione di Ferguson la lingua alta non

2
In quest’ultimo caso tutti i contributi di John C. Wells (dal 1970 al 2000) sottolineavano, per un’epoca in cui alla RP si
stava lentamente sostituendo l’EE (Estuary English), un graduale frammentazione di RP in ulteriori forme quali ‘Strict
RP’, ‘Adopted RP’, ‘Near RP’ (usi regionali ‘alti’, usi accademici, usi professionali) rispetto all’inglese non-standard,
prima della totale sostituzione con l’EE. Non si parlava mai di ‘substandard’, categoria sconosciuta nel mondo anglofono.
Ad Alberto questa situazione era ben conosciuta. Egli capiva fino in fondo le problematiche socio-linguistiche insite nel
confrontare le situazioni e le categorie del mondo anglofono e del mondo francofono rispetto all’Italia. Era stato anche
uno dei primi a capire realmente il problema linguistico multifattoriale dell’immigrazione e degli immigranti in Italia,
peggiorato dalla generale mancanza di insegnamenti di moltissime lingue africane ed orientali nelle università italiane
(con poche eccezioni) e di una generale incomprensione delle situazioni politiche e sociali da cui questi immigranti
provenivano.
3
E. Barát, P. Studer, J. Nekvapil (a cura di), Ideological Conceptualizations of Language, Lange, Francoforte sul Meno
2013, in particolare il contributo di J. B. Trumper, M. Maddalon pp. 11-34.
4
Per le categorie ‘super-norma’ e ‘uso medio’ si veda F. Sabatini, L’italiano dell’uso medio: una realtà tra le varietà
linguistiche italiane, in E. Radtke-G. Holtus (a cura di), Gesprochenes Italienisches: Geschichte und Gegenwart. Narr,
Tubinga 1985. La discussione di uno sviluppo diverso tra la norma letteraria (super-norma) ed una possibile norma
parlata’, in dipendenza dell’urbanizzazione/ non-urbanizzazione della popolazione, nel Ventunesimo Secolo è ancora
poco presente nel dibattito (cfr. P. Trifone, Politica, sviluppo socio-economico e storia della lingua: italoromania, in G.
Ernst, M.-D. Gleßgen, Chr. Schmitt, W. Schweickard (a cura di), Romanische Sprachgeschichte, De Gruyter, Berlino
2006). Per critiche dal punto di vista di un sociolinguista e meridionalista si veda J. B. Trumper, Norma, contronorma,
in T. De Paoli, R. Tarantino (a cura di), Atti delle Giornate Pantiane (Aprigliano) 2017, Rende 2018, pp. 107-131.
caratterizza mai la conversazione normale, la lingua bassa non può entrare, cioè, nella sfera della
conversazione formale. Aggiungiamo inoltre la forse più discussa macro-micro-diglossia5. E, ancora,
centrale nelle discussioni sul code-switching va posta ancora una volta la figura di Alberto Mioni tra
i primi a suggerire che il peso delle scelte morfologiche potesse essere più rilevante della variazione
pragmo-sintattica e fonologico-fonetica nel determinare la scelta di codice da parte dei parlanti6.

ALTRA SOCIOLINGUISTICA.
Nell’epoca a cui facciamo riferimento, assume una grande rilevanza anche la discussione che
riguardava il peso e il ruolo da dare alle analisi quantitative, pure con le sue punte di asprezza, e che
va ricordata come un momento alto, soprattutto perché obbligava i partecipanti a riflettere sulla
necessità di modelli e della messa a punto di analisi che a questo conducessero. Riferendoci agli anni
’80-907, vanno ricordati alcuni dei contributi che hanno cercato di usare al meglio l’apporto che le
analisi statistiche, mediante test pertinenti (analisi [multi]fattoriale, discriminante f di Fisher, il test
di Beale, analisi tra gruppi in termini di Distanze Euclidee, migliorate allora in Distanze Mahalanobis
ecc.), potevano dare, assieme agli indici geografici, sociali e tra gruppi di età, ad un vero contributo
all’analisi del parlato8. Era inevitabile che il retroterra da fonetisti e gli studi specifici di fonetica
sperimentale di alcuni di noi entrassero di peso in questi lavori e che l’analisi qualitativa (durata,
caratteristiche acustiche, F0, F1, F2, F3 delle vocali, rapporti tra aree di esistenza, le implicazioni dello

5
Macro-micro-diglossia era di J. B. Trumper, Ricostruzione nell’Italia Settentrionale, SLI 1977: macro-diglossia vs.
micro-diglossia. G. Berruto modificò sostanzialmente questa dicotomia proponendo quella di dilalia vs. diglossia.
Includeva le stesse istanze, modificando l’analisi [Berruto, Lingua, dialetto, diglossia, dilalia, Romanica et Slavica
Adriatica 1986, id., Sociolinguistica dell’Italia contemporanea 1987, Le varietà di repertorio, 1993]: secondo questa
definizione la dilalia (A e B possono caratterizzare tutti i livelli) sarebbe diversa dalla diglossia (A e B sono rigorosamente
distinte nelle loro funzioni), ambedue distinte dal bilinguismo. Ci chiediamo come si dovrebbe definire la situazione
complessa del Galles (un po’ di tutte e tre le categorie). Comunque, gli unici paesi ancora sostanzialmente celtofoni,
Galles (30%) e Bretagna (ca. 25%), vengono un po’ messi nel dimenticatoio nei discorsi italiani ed europei, in cui la
celticità si concentra misteriosamente sulla Scozia e sull’Irlanda (con una celtofonia ridotta a meno del 5% della
popolazione). Vi è un comune sentire, anche in Italia, che le differenze interne linguistiche britanniche riguardino varietà
d’inglese. Infatti nelle discussioni radiotelevisive italiane del 17-01-2019 sul voto del Parlamento Britannico (notte del
16-01-2019, canale Sette) è stato sottolineato che la Gran Bretagna non presenta problemi di bilinguismo o di diglossia,
lì regge una situazione molto diversa da quella dell’Alto Adige, si diceva, perché vi esiste un’unica lingua, l’inglese: si
immaginava forse per hypothesim che all’interno dello stato-nazione britannico non ci fossero che il Lallands della Scozia
e l’Irish English che si affiancavano alla norma inglese. Si veda la breve discussione nel paper di Trumper e Maddalon in
E. Barát, P. Studer, J. Nekvapil (a cura di), Ideological Conceptualizations of Language, Lange, Francoforte sul Meno
2013 (particolarmente pp. 21-22, note 25, 26), che sottolinea la complessità del repertorio e degli usi britannici.
6
In questo senso la relazione di Mioni al XIV Congresso Internazionale di Linguistica e Filologia Romanza (Napoli,
1974, dal titolo Per una sociolinguistica del Veneto Centrale) è assolutamente pertinente, in particolare le pp. 330-332.
Si vedano anche i commenti positivi di G. B. Pellegrini nella discussione seguente la relazione sulla rilevanza della
morfologia nell’analisi sociolinguistica di Mioni a proposito delle intenzioni dei parlanti. In data un po’ più recente anche
G. Berruto (Dialect/ standard convergence, mixing and models of language contact: the case of Italy, in P. Auer, Fr.
Hinskens. P. Kerswill (a cura di). Dialect Change, Convergence and Divergence in European Languages, CUP 2005, pp.
81-96) ha concordato con la nostra visione di ben più di 30 anni prima, cioè a p. 88 “forms … are … still attributable
either to Italian or to the dialect (and here it is the inflectional morphology which decides)”.
7
J. B. Trumper, M. Maddalon, Divergence in Convergence and Convergence in Divergence, in P. Auer, A. Di Luzio (a
cura di), Variation and Convergence, Lange, Francoforte sul Meno 1988; J. B. Trumper, Observations on sociolinguistic
behavior in two Italian regions, IJSL 76, 1989; J. B. Trumper, M. Maddalon, Il problema della varietà: l’italiano parlato
nel Veneto, SLI 1990.
8
Anche sul piano applicativo si ebbero risultati rilevanti; applicando tutte le modalità di analisi, in modo integrato, si
giunse a smontare sulla base di perizie linguistiche in due casi ‘politici’ (la strage di Peteano e il caso Moro) delle false
attribuzioni, dette comunemente ‘depistaggi’. Cfr. J. Trumper, Le telefonate, Cleup, Padova 2018.
spostamento coordinato delle aree di esistenza nello spazio vocalico, transizione contoide-vocoide/
vocoide-contoide, opposizione/ neutralizzazione tra fonemi ecc. tra gli altri fenomeni) completasse
lo studio della variabilità. Il compito di identificare una comunità, al di là delle applicazioni di
giustizia, che fu uno degli sviluppi più produttivi e sorprendenti, non era mai stato tentato in termini
quantitativi, a parte lo sviluppo della ben nota dialettometria. Tutto partiva dai lavori di Jean Séguy
negli anni cinquanta e nei primi anni sessanta per quanto riguardava la possibilità di classificazioni
quantitative basate sugli Atlanti Linguistici esistenti o in corso di produzione. L’approccio fu
sviluppato poi da Hans Gœbl ed altri negli anni ottanta. Il difetto più eclatante per quanto riguardava
la situazione delle Tre Venezie è stato che la statistica si basava su confronti quasi esclusivamente
lessicali, quando, come si sa, il lessico, obbedendo ai criteri della distribuzione Λ (Lambda) e non
della distribuzione gaussiana, richiede corpora enormi per l’elaborazione ed una complessità non
indifferente di analisi (essa funziona adeguatamente solo in presenza di grandissime quantità di dati).
I risultati erano fuorvianti perché, nel caso del Veneto, una divisione interna minore tra i dialetti
centro-meridionali è stata interpretata come una divisione genealogica maggiore, mentre le divisioni
maggiori tra nord-veneto (il Bellunese sopra Feltre e il Trevigiano della Sinistra Piave), veneto centro-
meridionale (parte del Trevigiano Destra Piave fino a Segusino, Padova, Vicenza fino alla Valsugana
[a nord], il Rodigino fino al Canale Bianco [a sud], il Veronese fino alla Val d’Alpone) e veneto
occidentale (il resto della provincia di Verona fino al Lago di Garda), non comparivano dall’analisi9.
Un’analisi basata sulla morfologia (come enfatizzata da Mioni) e fonologia (come suggerito e
applicato da noi), sia sul piano storico sia su quello sincronico, avrebbe dato dei risultati più
verosimili, senza contare che sarebbe stato necessario un corpus di dati lessicali molto più ampio di
quello dell’Atlante Italo-Svizzero classico o anche di moderni atlanti regionali.

LA SOCIOLINGUISTICA GIUDIZIARIA10
Nel caso delle perizie foniche su ignoti, quello che si tentò di fare, diciamo con buon successo, era di
mettere insieme i principali aspetti che concorrevano nella creazione di un’identità linguistica
dell’individuo in rapporto con la comunità di appartenenza. Questa applicazione ha dimostrato che,
per arrivare ad un’immagine complessiva sia del singolo sia di una comunità linguistica, bisognava
analizzare ogni aspetto della produzione linguistica dal livello fonologico - fonetico e
(eventualmente) da quello morfologico (la cui variabilità è distribuita gaussianamente) fino alla
descrizione puntuale di varietà (lingua-dialetti) che compongono, con modalità differenti, il repertorio
di ogni parlante italiano. In questo caso concreto, crediamo, si è dimostrato soprattutto come, per
giungere ad un’analisi completa dei comportamenti comunitari, che sono ben più della somma di

9
Un’analisi più accurata delle divisioni interne venete era stata elaborata in J. B. Trumper, M. Maddalon Marta. Diverging
Convergence and Converging Divergence. In Auer P., Di Luzio A. (a cura di). Variation and Convergence. Berlino 1988:
217-259; in Zamboni Alberto. Italienisch: Areallinguistik IV, Venezien. In Holtus G., Metzeltin M., Schmidt Ch. (a cura
di), 1988: 517-538; in J. B. Trumper, M. T. Vigolo. Il Veneto Centrale. Problemi di classificazione dialettale e di
fitonimia. Padova, CNR, Centro di Studio per la Dialettologia Italiana O. Parlangeli, 1995; ulteriormente in J. B. Trumper,
M. T. Vigolo. Il veneto presente e passato. In A. Marinetti, M. T. Vigolo, A. Zamboni (a cura di), Varietà e Continuità
nella Storia Linguistica del Veneto. Roma, Carocci pp. 205-283 (Convegno SIG 1995-1996) 1997. Questi risultati non
erano forse a conoscenza degli elaboratori dell’analisi dialettometrica. Concludiamo che la lettura reciproca è sempre
utile! Si vede, inoltre, il contributo del consulente per il Veneto J. B. Trumper, con elaborazione cartografica, nell’Atlante
Multimediale dei Dialetti Veneti, a cura di Gr. Tisato et al. (amdv), facilmente consultabile su google.
10
John B.Trumper, Le telefonate. Le perizie foniche originali sulla strage di Peteano e sul caso Moro, prefazioni di Marta
Maddalon, Albino Salmaso, Cleup. Padova, 2018.
quelli individuali, si debbano unire le conoscenze che provengono da più discipline e non solo
linguistiche.

Per quanto riguarda l’analisi stricto sensu sociolinguistica, l’individuazione delle variabili pertinenti
come nei pochi esempi che riportiamo è stata determinata con interviste su una popolazione
controllata in quegli anni (1975-1985) in cui, con Alberto, abbiamo studiato simili fenomeni. Ci
limitiamo alla variabilità fonologico-fonetica padovana, giusto in via aneddotica 11, ma simili cifre ed
elaborazioni della variabilità erano disponibili nei nostri studi e dati su Verona, Venezia e Trento12.
Durante conversazioni informali di 25-30 minuti con una popolazione divisa per tre raggruppamenti
socio-economici, tre gruppi di età e per sesso (54 individui in ogni caso geolinguistico), sono stati
raccolti e misurati dati riguardanti la lenizione poco controllata di occlusive sonore in posizione
intervocalica, il comportamento di /d/ e /g/ (variabili 2 e 3), lo scempiamento delle doppie (variabile
7), la deaffricatizzazione delle due ‘z’ (/ʦ, ʣ,/ realizzate come se /s, z/, registrate come variabili 8 e
9, rispettivamente ‘razza’ [di cani, di cavalli ecc.] rispetto a ‘razza’, il pesce), la pronuncia variabile
di ‘sci’ /ʃʃ/ come [(s)sj] o [(s)s] (variabili 11 e 12), la pronuncia di ‘gli’ /ʎʎ/ come [(l)lj] (variabile13).
Altre variabili fonologico-fonetiche testate (variabili 1, 4-6, 10, 14-16) avevano differenze che non
raggiungevano la significatività statistica. I risultati sono stati poi presentati nelle tabelle e nelle loro
elaborazioni (autovalori, comunalità tra variabili, analisi multifattoriale) in J. Trumper-M. Maddalon,
L’Italiano Regionale tra Lingua e Dialetto (Presupposti ed Analisi), Cosenza 1982, con
interpretazione dei risultati a p. 64 ed ulteriore elaborazione a pp. 64-67.
L’analisi fattoriale è stata eseguita grazie all’intervento di un collega di Statistica per le Scienze
Sociali di quelli anni (Giuseppe Colasanti), calcolando, in termini di 7 variabili, gli autovalori della
matrice di correlazione semplice, con la varianza spiegata da ogni variabile e con la comunalità per
ogni variabile. Delle 7 variabili le uniche con una proporzione alta di varianza spiegata dai tre fattori
ipotizzati erano le variabili 2, 3, 7, con i seguenti risultati nella Tabella 1.

TABELLA 1.
variabile 2 3 7
autovalore 1.43454 0.81738 0.23572
proporzione varianza 0.60697 0.72374 1.000
spiegata
comunalità 0.798586 0.771666 0.737855

11
La variabilità morfologica non è stata testata, nemmeno quella pragmo-sintattica, che avrebbe richieste interviste un
po’ più lunghe (40-45 min., forse di più) e con test più mirati. Non erano a disposizione i fondi per studi più approfonditi.
12
Per l’individuazione della comunità lo studio di molte più variabili è richiesto, ad esempio la chiusura o non-chiusura
della /ɛ/ storica (< ‘ĕ’ latina). Il nord-veneto e il trentino mantengono un’opposizione (situazione del tutto simile al sud-
marchigiano e molte zone centrali d’Italia) tra mēns, mĕntem > mént /’ment/, gr. μίνθη > mēntha > ménta /’ménta/ e
(dēns) dĕntem >dènt /’dɛnt/, (gēns) gĕntem > dènt (zènt), ecc., mentre il centro-sud-veneto e il veneziano neutralizzano
innalzando la vocale nel secondo caso, cioè si ha dénte, zénte (rurale. dénte) come ménte e ménta. Altre variabili in
dipendenza dalla fenomenologia dialettale locale necessitano ovviamente di studio in un caso simile. Ringraziamo in
questa sede le centinaia di soggetti veneti che ci hanno sopportati durante questi studi. Questi studi sulla variabilità urbana
di più città non sono mai stati pubblicati per intero, data la non grande fortuna goduta allora, come anche ora, dalla
sociolinguistica quantitativa.
Alla fine si era concluso che tre fattori mostrassero un andamento simile, che spiegava una parte
statisticamente significativa della variazione (delle variabili che riguardavano la lenizione di ‘d’ e ‘g’,
lo scempiamento delle consonanti geminate, fusione tra affricata /ʦ, ʣ/ e fricativa /s, z/, fusione tra
alveolare /s/ e palato-alveolare /ʃ/ ‘sci’, tra laterale alveolare /l/ + ‘i’ e laterale palatale /ʎ[ʎ]/). In
modo complesso questo modello di variabilità corrispondeva alle variabili extra-linguistiche di due
livelli principali, cioè primariamente dell’aspirazione sociale dei soggetti, secondariamente di
raggruppamento di età dei parlanti. Per mancanza di fondi simili sperimenti non sono mai stati
approfonditi oltre gli anni ’80, pur avendo a disposizione i primi dati per grossi campioni intra- ed
interregionali. Invece, simili analisi (in termini di ‘cluster analysis’ che utilizzava le distanze
Mahalanobis tra gruppi geolinguisticamente diversificati) sono stati compiute in casi di giustizia, e
sono il risultato finale di un modo olistico di affrontare la descrizione del comportamento linguistico
nella società, cioè tout court la sociolinguistica. Di nuovo, per mancanza, crediamo ‘eterodiretta’, di
‘funding’ simili sperimenti non sono stati continuati oltre l’anno 2000.

LA VARIAZIONE LESSICALE
Un ulteriore aspetto che rientra di diritto nella discussione sullo status della sociolinguistica in senso
allargato è quello che riguarda il lessico, non tanto dal punto di vista lessicologico, quanto come
protagonista di tendenze importanti nell’individuazione di circuiti in un paese come l’Italia in cui la
creazione di un italiano comune è ancora una delle cruces degli studi linguistici. Da un’altra
prospettiva, il lessico, la sua evoluzione, le riflessioni sulla sua evoluzione, i ritorni verso dialetti o
lingue speciali diventano o, per alcuni, continuano a essere, sociolinguistica13. Il primo punto riguarda
il lessico come componente altamente simbolica e di conseguenza centrale nella creazione di modelli
identitari. Questo punto contiene in sé il problema della variazione lessicale tra dialetti e dialetti e tra
lingua e dialetti ed è stato approfonditamente analizzato in molti lavori sull’identità e sul nuovo ruolo
del dialetto nel repertorio.

Il secondo aspetto deve affrontare problemi di cui la sociolinguistica ‘classica’ era ben consapevole
fin dai suoi esordi, ma ritornato centrale alla luce dei cambiamenti rapidi e drastici dovuti
principalmente all’avvento dei nuovi media. Le modificazioni all’analisi diamesica classica prendono
sicuramente ancora in considerazione (a)- il diverso prestigio, e quindi dell’appropriatezza di diversi
codici nel repertorio, (b)- l’importanza del peso identitario che le comunità attribuiscono alla lingua,
considerando il fatto che il lessico dev’essere analizzato anche sotto questa prospettiva, facendolo
diventare un parametro nei modelli più complessivi, (c) – il continuo modificarsi del repertorio, anche
sul piano lessicale, sia per la scomparsa progressiva dei dialetti geografici, sia per le modalità di
questa scomparsa e delle fasi intermedie del processo. Ovviamente, lavorare con e sul lessico presenta
difficoltà diverse e maggiori di quanto non avvenga per gli altri livelli linguistici, anche per la sua
dimensione e per le differenze di distribuzione nel caso di analisi di corpora.

Dal punto di vista del repertorio, ciò che è necessario fare è giungere a descrizioni puntuali che
comprendano le innovazioni, ricordando che l’Italia è ancora diversificata tanto da non permettere

13
John Trumper- Marta Maddalon, Lessicologia e geografia linguistica: dalla Calabria di Gerhard Rohlfs alla ricerca
geolinguistica. Studi linguistici in onore di Lorenzo Massobrio. Istituto dell’Atlante Linguistico Italiano, Torino, 2014,
pp. 1023-1031; Marta Maddalon- John B. Trumper, Gergo:poesia e musica. La lingua variabile nei testi letterari, artistici
e funzionali contemporanei. Palermo, Cesati, 2014, pp. 837- 847; Marta Maddalon, Lingua, musica e identità: la doppia
vita di un gergo. INVERBIS, 2 (2015), pp. 87-102.
eccessive generalizzazioni; in fine, si può aggiungere il nodo dell’ampliamento del repertorio a nuove
varietà: dialetto/i- registri- lingue speciali in senso nuovo rispetto al passato. Un ulteriore punto
riguarda la rinascita di questioni identitarie, che travalicano i confini nazionali, in cui si sommano
rivendicazioni interne (ri-localizzazione) e sovrannazionali (non più globalizzazione vs.
localizzazione, bensì una nuova glocalizzazione)14.

Ultimo aspetto, ma né ultimo né all’ultimo posto, va riservato alla raccolta dei dati. Se un ruolo
fondamentale ha avuto la sociolinguistica, proprio nei suoi atti fondativi, indicheremmo quello di
porre al centro il concetto di dato linguistico, compresa una ridiscussione dei metodi di elicitazione
della sua elicitazione, anche nel senso di modelli sia di ‘tight control’ sia di ‘loose control’ nelle
interviste15. La fruibilità a la significatività delle informazioni che sono il materiale con cui si
costruisce ogni analisi sono l’aspetto più importante. Il modo di procedere di alcuni studi che
riguardano tutti i livelli linguistici- che forse perpetuano i metodi, non tanto della più ‘antica’
dialettologia, giustificati dalla congerie del tempo [pensiamo alle inchieste postali, a monografie
isolate, all’abitudine di non pesare i dati secondo innovazioni nel modello teorico, come se il DATO
avesse una propria esistenza al di fuori del modello teorico, e di non distinguere contesti socio-
geografici], oltre a non essere accettabili, sono poco utili alla luce delle discussioni più recenti. La
centralità torna sul repertorio e sul contesto: i dati devono essere omogenei geograficamente
(diatopia), socialmente (diastratia), nel tempo (diacronia), a seconda dello stile- argomento (difasia)
e a seconda del mezzo in cui si situano (diamesia). I dati devono avere esistenza definibile e testabile
entro i termini stretti di una teoria nota ed esplicita. Il cerchio si chiude, tornando alle origini ma, in
realtà, assecondando il progresso e cercando di rappresentarlo.

14
John B. Trumper- Marta Maddalon, Lingua e identità, La legislazione nazionale sulle minoranze linguistiche, Pasian
di Prato, LITHOSTAMPA, 2003, pp. 125-150; J. B. Trumper, M. Maddalon, Local-global-glocal: Trends in the creation
of linguistic prestige and ideology, Prague Papers On Language, Society And Interaction, Lange 2013; Marta Maddalon,
Un interpretazione ideologica del dialetto, Actas del XXVI Congreso Internacional de Linguistica y de Filologia
Romanicas, De Gruyter, Berlin– New York, 2013, pp 653-663.
15
Siamo di fronte a una corposa bibliografia su una discussione che comincia con Black e Frake nel 1969 e continua oltre
Pignato 1981 fino a Frake 1997, di recente in Trumper-Maddalon 2014 ut sup. e in tutti i nostri lavori dal 1990 a 2018;
pensiamo anche al contributo del lavoro di cognitivisti quali Barsalou et al. È importante sottolineare la distribuzione
settoriale di saperi naturali, popolari. Assistiamo veramente, questa volta, alla fine dell’informatore unico. Il dibattito
aveva preso una nuova direzionalità a cominciare da Atran, Ordinary Constraints del 1987 e Atran, Cognitive
Foundations del 1990. Per l’aspetto più precisamente linguistico, cfr. anche M. Maddalon, Il dato linguistico: variabilità
e rappresentabilità. MOENIA, 15, 2010, pp. 371- 382. Si veda inoltre J. B. Trumper, Ethnoscience. In Oxford
Bibliographies: Anthropology, a cura di J. Jackson, N. Y., O.U.P. 2013: 1-50.