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Presentazione

Il regno degli albi è caduto. Sulle sue ceneri, l’imperatore dei


nani Boïndil ha dato ordine di piantare alberi sacri, affinché le
radici sigillassero il male e proteggessero uomini, elfi e nani. E
così è stato per lungo tempo, fino al giorno dell’arrivo di
Sha’taï. Sembra una giovane umana, eppure è stata trovata in
territorio elfico e parla la lingua degli albi. Non ha nessun
potere magico, ma è riuscita a sopravvivere nella Terra
dell’Aldilà, un luogo selvaggio e pericoloso, da cui nemmeno i
nani più valorosi hanno fatto ritorno. Inoltre, da quando è
ospite presso la corte della regina degli uomini, una profonda
crepa si è aperta nel bosco sacro che difende la Terra Nascosta
e orde di albi inferociti hanno seminato il panico, giungendo
perfino ad attentare alla vita della regina. Possibile che quella
ragazzina sia la causa di tutto? O forse è l’arma decisiva contro
quell’oscura minaccia? Per la prima volta nella sua vita, Boïndil
è divorato dai dubbi. Una sola cosa è certa: è giunto il
momento di tornare a combattere…

La saga della Terra Nascosta

Le cinque stirpi
La guerra dei nani
La vendetta dei nani
Il destino dei nani
Il trionfo dei nani

Le leggende degli albi

La leggenda degli albi


La battaglia degli albi
Il cammino oscuro
Markus Heitz è nato il 10 ottobre 1971. All’università ha
studiato Letteratura tedesca e Storia e adesso lavora come
giornalista freelance. Grazie alla saga incentrata sulle vicende
della Terra Nascosta e dei suoi abitanti ha ottenuto uno
straordinario successo sia in patria sia all’estero. Attualmente è
l’autore di fantasy più letto in Germania e uno dei primi in
Europa.
N A R R A T I V A
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© 2016 Casa Editrice Nord s.u.r.l.


Gruppo editoriale Mauri Spagnol
by arrangement with Il Caduceo
di Marinella Magrì Agenzia Letteraria

In copertina: illustrazione di Iacopo Bruno


Grafica: Meccano Floreal

Copyright © 2015 by Markus Heitz (www.mahet.de),


represented by AVA international GmbH,
Germany, www.ava-international.de
First published in 2015 by Piper Verlag

Titolo originale
Der Triumph der Zwerge

ISBN 978-88-429-2878-2

Prima edizione digitale ottobre 2016


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
IL TRIONFO DEI NANI
Ai fedelissimi che hanno aspettato
sino alla fine, sperando in altri nani.
La vostra pazienza non è stata vana.
«Esistono nani seriamente convinti che le montagne intorno
alla Terra Nascosta siano valicabili.
In realtà, è più probabile veder crollare le porte sotto l’assalto
delle bestie che trovare qualcuno in grado d’individuare un
varco tra le cime.»
Nano sconosciuto

«L’oro. Che valore avrà mai?


La mia massima aspirazione è il sapere, giacché mi permette di
creare qualunque cosa desideri. L’oro genera soltanto invidia.»
Kentaira l’Indomita, ex apprendista di Coïra

«Vraccas sarà anche il nostro creatore, ma fino a che punto


può essere giusto un padre che lascia a un figlio meno di
quanto abbia lasciato agli altri quattro?
Ora potreste dire: ’Non vedete? Vraccas vi ha fatto il dono di
essere i guerrieri più valorosi’.
Al che rispondo: non è stato un suo dono, bensì un nostro
merito.»
Rognor Colpodimorte, cancelliere dei Terzi

«Ho avuto un figlio. Nel Phondrasôn ho pensato anche a lui.


Comincerò a cercarlo non appena ne avrò la possibilità. Dopo i
cicli pressoché infiniti in cui ho avuto la mente ottenebrata, ho
bisogno di certezze su molte cose.»
Tungdil Manodoro
D R A M AT I S P E R S O N A E
N E L L A T E R R A N A S C O S TA

LE STIRPI DEI NANI

I Primi
Xamtor Frontealta del clan dei Frontealta, re della stirpe dei
Primi

I Secondi
Boïndil Duelame, detto anche il Rabbioso, del clan dei
Branditori d’ascia, re dei Secondi e imperatore delle stirpi
dei nani
Boëndalin Colpopotente, suo figlio maggiore

I Terzi
Tungdil Manodoro, guerriero ed erudito
Goda Ardentecoraggio, del clan dei Coraggiocostante, maga
guerriera e sposa del Rabbioso
Hargorin Seminamorte, del clan degli Schiacciamassi,
comandante dello Squadrone Nero e re dei Terzi
Rognor Colpodimorte, del clan dei Massacratori d’Orchi,
cancelliere dei Terzi
Bolîngor Acchiappalame, del clan dei Pugnodiferro,
guerriero
Furobil Divorascintille, del clan dei Mangiafuoco, alchimista
Lorimgon Cerusico, del clan degli Aggiustaossa, guaritore

I Quarti
Frandibar Cogligioielli, del clan dei Battiloro, re dei Quarti
Aurogar Manolarga, del clan dei Cercargento

I Quinti
Balyndis Ditadiferro, del clan dei Ditadiferro, regina dei
Quinti
Balyndar Ditadiferro, suo figlio
Belogar Martellodarmi, del clan dei Rotolamassi
Gosalyn Franamonte, del clan dei Cercagallerie
Girgandor Vettatempestosa, del clan dei Battiferro
Goïmbar Trovagemme, del clan degli Occhidopale
Barborín Prodebraccio, del clan dei Colpofulmineo

I Liberi
Beligata Colpoviolento, un tempo appartenente alla stirpe
dei Terzi, ora una Libera
Gordislan «il Giovane» Pugnodistelle, re di Goldhort
Balodil, in albico Carâhnios, l’ultimo Zhadár

GLI UMANI
Mallenia von Ido, regina del Gauragar e dell’Idoslân
Sha’taï, sua figlioccia
L’Irraggiungibile Rodario, re dell’Urgon
Isikor, re del Rân Ribastur
Astirma, regina del Sangreîn
Coïra, maga e regina del Weyurn
Rodîr Bannermann, guerriero
Lot-Ionan, mago e padre adottivo di Tungdil Manodoro
Natenian, re del Tabaîn
Raikan von Auenwald, fratello di Natenian e pretendente al
trono del Tabaîn
Tenkil von Hoge, guerriero del Tabaîn
Lilia, guerriera del Tabaîn
Irtan, guerriero del Tabaîn
Ketrin, guerriera del Tabaîn
Cledenia, aristocratica del Tabaîn
Dirisa, aristocratica del Tabaîn
Heidor, aiuto oste del Gauragar

GLI ELFI
Ilahín
Fiëa, sua sposa
Phenîlas, Sorânïon
Ocâstia, guerriera e Sorânïan
Ataimînas, reggente del Ti Lesinteïl e Naishïon degli elfi
Nafinîas
Tehomín, delegato del Naishïon
Menahîn, delegato del Naishïon
Venîlahíl, Sorânïon
Chynêa, portavoce dei Nuovi Arrivati alla Porta Orientale
Semhîlas
Rahîlas
Inisëa
Vilêana, principessa

GLI ALBI
Carmondai, maestro dell’immagine e della parola
Aiphatón, ex imperatore degli albi nella Terra Nascosta e figlio
degli Eterni
Nodûcor, albo ripudiato
Irïanora

Gli Acïjn Rhârk


Djerůn, guardia del corpo della maga Andôkai
Tsatòn nar Draigònt, guerriero

TERMINOLOGIA
Acïjn Rhârk, nome corretto degli acronta, detti anche «Torri
Ambulanti» e Dorón Ashont (albico)
Bestia di Narshân, predatore indigeno del Phondrasôn e della
Terra dell’Aldilà
Botoiki, umani dotati di poteri magici, residenti nella Terra
dell’Aldilà
Fin’Sao, creatura mutaforma
Kân Thalay, parola mistica che descrive una condizione di
perfetta serenità interiore
Naishïon, sovrano assoluto, imperatore degli elfi
Nrotai, la Prima Ondata durante una grande campagna
militare degli Acïjn Rhârk
Phondrasôn, luogo d’esilio sotterraneo
Shintoìt, denominazione del figlio degli Eterni
Sorânïon, sommo inquirente del Naishïon
Srai G’dàma, la Sacra Madre Imperatrice, sovrana degli Acïjn
Rhârk
Verme Aureofuoco, creatura simile a un drago ma con
l’aspetto di un verme
Zhadár, denominazione albica degli Invisibili
PROLOGO

Terra Nascosta, regno elfico del Ti Lesintëil


(ex regno albico dello Dsôn Bhará),
6492° ciclo solare, inizio dell’estate

R
aikan von Auenwald tirò le redini quando all’orizzonte
comparve il bordo ancora lontano del cratere in cui un
tempo sorgeva il regno albico degli odiosi gemelli
trigemini. I quattro compagni lo raggiunsero,
aprendosi a ventaglio alla sua destra e alla sua sinistra
prima di fermarsi. Senza smontare da cavallo, i tre uomini e le
due donne, che indossavano vestiti palesemente costosi e
mantelli chiari e leggeri, lasciarono vagare lo sguardo
incredulo. Non avevano previsto un cambiamento così radicale.
«Avrei perso qualunque scommessa.» Raikan, alto e bruno,
apparteneva a un’antica famiglia aristocratica e sarebbe
diventato reggente quando Natenian, il fratello maggiore,
avesse mantenuto la promessa di rinunciare al titolo per motivi
di salute. Perciò aveva ricevuto l’incarico di trattare con gli elfi
che si erano stabiliti laggiù dopo la cacciata degli albi.
«Anch’io», ammise sconcertato Tenkil von Hoge,
schermandosi gli occhi con la mano e spostando alcune ciocche
nere col pollice. Era il più muscoloso del gruppo ed erano stati
necessari molti anelli per intrecciare una cotta di maglia della
sua misura. Benché fosse una visita pacifica, non si era voluto
togliere l’armatura e aveva ancora quasi tutte le armi infilate
nella bandoliera. «Com’è possibile?»
Lilia, Ketrin e Irtan tacquero, troppo stupite per parlare.
Raikan ripensò alle rotazioni dell’autunno, dell’inverno e
della primavera precedenti, che avevano portato con sé gesta
eroiche, morti e vittorie.
Schiere di guerrieri si erano messe in marcia per annientare
gli Dsôn Aklán e gli ultimi Occhineri nel Nord della Terra
Nascosta. Alla fine i più audaci erano riusciti nell’intento,
seppure a prezzo di enormi perdite.
Poi avevano cominciato a demolire le case degli albi, a
spianare il monte del palazzo e a riempire la voragine, tutto
sotto la sorveglianza dell’elfo Ilahín e della sua sposa Fiëa. A
poco a poco, un ciclo dopo la fine di Lot-Ionan, degli albi, del
drago Lohasbrand, dei suoi mezz’orchi e del mostro Kordrion,
nella Terra Nascosta era tornata la pace. I troni dei regni
umani erano occupati ed era stato messo un freno ai capricci
dei singoli e delle moltitudini. Prevalevano la legge e l’ordine.
Secondo Raikan, il regno del Tabaîn era sulla buona strada,
anche se occorreva ancora mettere in riga un pugno di
aristocratici per garantire la stabilità interna della regione
agricola nella parte nord-occidentale della Terra Nascosta.
L’invito di Ilahín e Fiëa a recarsi nel Ti Lesinteïl, e più
precisamente a corte, aveva raggiunto i fratelli nel bel mezzo
dei preparativi per l’abdicazione.
Raikan ignorava che i pochi elfi rimasti avessero già eletto
un re o che il loro numero fosse aumentato così rapidamente da
poter costituire una corte. «Andiamo ad ammirare il miracolo
da vicino.»
Il gruppetto diresse i cavalli lungo la strada larga, in leggera
discesa.
La vecchia profondità del cratere in cui un tempo s’innalzava
la capitale degli albi del Nord si poteva intuire solo se si
conoscevano gli antichi racconti. Gli elfi lo avevano riempito di
detriti e tramutato in una conca circolare del diametro di
diverse miglia, ma per Raikan il vero portento era il bosco fitto
e rigoglioso che vi cresceva sopra.
Le cime degli alberi formavano un mare ondeggiante di
foglie verde intenso in cui lui e i suoi compagni s’immersero,
affondando tra le piante alte più di cento passi come sul letto di
un oceano.
Raikan apprezzò i giochi di luce, le sfumature delle foglie,
delle cortecce e dei boccioli freschi. L’aria profumata di miele,
d’incenso e di erbe sconosciute stuzzicò e sedusse i suoi sensi.
«Non avevo mai visto alberi con fiori come questi.» Tenkil
aveva un tono sospettoso. «O capaci di crescere così
velocemente.»
«Non c’è nulla di male nel fatto che gli Orecchi appuntiti
nascondano l’orrore sotto la vitalità della natura.» Raikan
aveva un buon presentimento: era convinto che dall’incontro
con gli elfi sarebbe scaturito qualcosa di eccellente per il
Tabaîn. In cuor suo non era contrario a un patto col regno
elfico, perché avrebbe garantito al Tabaîn un vantaggio sul
Gauragar e sull’Idoslân.
Nella Terra Nascosta stava per iniziare una nuova era, ma
Raikan non si fidava della regina Mallenia. Nonostante la forza
combattiva e la determinazione dimostrate dalla donna, c’era
una cosa che lo turbava molto: il suo comportamento in ambito
sentimentale.
Che cosa si può pretendere da una sovrana disposta a
concedersi a un attore che allo stesso tempo ha una relazione
con una maga?
Raikan non temeva un attacco di Mallenia, ma la
considerava volubile e avventata. Se avesse convinto gli elfi a
schierarsi dalla sua parte, avrebbe fatto colpo sul popolo del
Tabaîn. Voleva soltanto la sicurezza del proprio Paese.
La delegazione seguì la strada tortuosa che si snodava tra i
tronchi possenti. La foresta inondata di luce circondava il
gruppo su tutti i lati. Dal terreno spuntavano muschi e felci, ma
il sottobosco era così rado che di tanto in tanto Raikan
scorgeva un animale selvatico intento a spiarli.
«Guarda a destra», disse Tenkil. «Sembrerebbe che gli elfi
non siano stati così scrupolosi.»
Raikan girò la testa e vide i resti di un’imponente statua di
ossa, senza dubbio un manufatto albico.
Pareva l’immenso busto di un guerriero che si ergeva dal
pavimento per scagliarsi contro i nemici. I rampicanti si erano
attorcigliati intorno alla sinistra opera d’arte, tendendosi fino
all’inverosimile.
«Non passerà molto tempo prima che le piante la
frantumino.» Raikan sentì un brivido lungo la schiena. Gli albi
sono stati eliminati. Loro e tutto ciò che avevano creato.
I cinque cavalieri raggiunsero un’ampia piazza al cui centro
s’innalzava un albero colossale che, coi suoi rami, faceva ombra
all’insediamento. Raikan si domandò quanto dovessero essere
profonde le radici per sostenere tutto quel peso. Sotto il
baldacchino di foglie sorgevano case in pietra simili a piccole
fortezze, ma abbastanza leziose da non sembrare i mattoncini
smarriti da un gigante. I conci sgrossati – dipinti di verde,
ornati di motivi curvi e coperti di rampicanti – s’inserivano alla
perfezione nell’ambiente circostante.
Tenkil rifletté. «Se qualcuno volesse occupare
l’insediamento, dovrebbe avanzare combattendo casa per
casa.»
Raikan evitò di rimproverarlo. Il guerriero aveva lottato a
lungo contro i nemici del Tabaîn, perciò giudicava qualunque
luogo secondo criteri tattici prima di osservarlo con occhi
pacifici.
Gli elfi percorrevano le vie fortificate lanciando occhiate
amichevoli ai visitatori.
Raikan ne contò almeno quaranta. Fece segno agli altri di
fermarsi. «Ho sentito parlare di un manipolo di elfi che è giunto
nella Terra Nascosta.»
«Sono di più.» Tenkil sospirò. «Molti di più.»
«Ma disarmati.» Raikan sorrise. «Non hanno cattive
intenzioni.»
Al centro del piccolo insediamento si ergeva un’alta casa di
cento passi per cento, il cui tetto arcuato s’innalzava per
cinquanta passi buoni sopra le loro teste. Quattro balaustre si
allungavano verso l’esterno a una distanza di dieci passi l’una
dall’altra.
L’edificio era perlopiù di legno, con travi ornate da intagli
elaborati e innumerevoli lampioncini bianchi costellati di rune
rosse. Due giganteschi vessilli neri scendevano fino a sfiorare il
pavimento, con decorazioni bianche che quasi scintillavano.
Nella parte inferiore, gli stendardi incorniciavano una
massiccia porta di bronzo a due battenti, anch’essa tempestata
di rune. «Gli elfi sono i costruttori più veloci che abbia mai
visto», riconobbe Tenkil, ma senza voler fare loro un
complimento. Dalle sue parole emergeva il sospetto che
qualcosa non quadrasse.
Ne ho abbastanza del suo pessimismo. Raikan stava per
redarguirlo quando la porta si aprì e uscì un elfo avvolto in
ampie vesti verde scuro, che teneva in mano un vassoio con
una caraffa d’acqua e cinque calici. I corti capelli neri erano
tirati indietro per mettere in risalto le orecchie leggermente
appuntite, e dalla cintura intorno ai fianchi snelli pendeva un
lungo pugnale.
L’elfo si avvicinò con sussiego.
Raikan trovò poco opportuno bere mentre era ancora in
sella, così smontò, imitato da Tenkil, Lilia, Ketrin e Irtan.
La brezza soffiò nel bosco, facendo tintinnare i campanelli
nascosti tra i rami e conferendo solennità al momento.
L’elfo accennò un inchino e tese il vassoio. «Benvenuti,
uomini e donne del Tabaîn. Il mio padrone è lieto che abbiate
accettato il suo invito.»
«Grazie.» Raikan e gli altri presero un calice ciascuno.
Già il primo sorso fu delizioso: l’acqua pura era più
rigenerante di qualunque cosa avessero mai assaggiato. Non
riuscirono a identificare l’aroma soave, che tuttavia lasciò loro
una piacevole sensazione di freschezza nella gola.
Dopo che gli ospiti ebbero bevuto e rimesso i calici sul
vassoio, l’elfo si voltò sorridendo. «Da questa parte, prego. Il
mio signore vi aspetta.»
Raikan s’incamminò, restando alla distanza di due braccia.
«Ketrin, rimani coi cavalli.»
La bionda annuì e si arrotolò le redini in uno spesso fascio
intorno alla mano.
Tenkil indicò verso l’alto. «Guardie. Nove arcieri, se ho
contato bene. All’ombra della seconda balaustra.»
Raikan si sarebbe meravigliato del contrario. «Diamo per
scontato che siano lì per proteggerci.»
Tenkil proruppe in una risata roca. «Come gli esploratori
nascosti nel bosco, che ci puntavano addosso le frecce mentre
li oltrepassavamo?»
Raikan tacque. Non si era accorto dei soldati elfici. Con
quelle osservazioni, l’amico era riuscito a rovinargli il
buonumore.
Varcarono la soglia e si ritrovarono in una vasta sala
disadorna, profumata di fiori e incenso. Sulle pareti si
distinguevano caratteri dipinti e paesaggi stilizzati con uccelli.
Ogni tanto i colori brillavano come se sulle raffigurazioni fosse
stato applicato del metallo liquido.
In fondo al locale c’era una pedana, con una pila di stuoie su
cui un impressionante elfo castano sedeva sui polpacci, in una
posizione tutt’altro che comoda. La veste dal taglio raffinato
era di tessuto bianco con fili d’oro e d’argento intrecciati. I
raggi del sole filtravano da tre direzioni diverse attraverso
spiragli nel soffitto, e i riflessi trasformavano l’elfo in una
figura di luce. Le mani cariche di gioielli erano aperte sulle
cosce, gli occhi puntati sui visitatori.
Fino a quel momento Raikan aveva conosciuto solo Ilahín e
Fiëa, e aveva immaginato di trovare l’elfo seduto su un trono
sfarzoso. La sobrietà della sala lo sorprese quanto l’aspetto del
sovrano.
Il domestico fece un inchino e disse qualcosa in elfico.
«Usiamo la lingua degli umani», lo interruppe il re, da un
lato con la consueta cantilena melensa, dall’altro con un
accento insolitamente duro. «Altrimenti diventiamo scortesi e
Raikan potrebbe pensare che abbiamo qualcosa da
nascondere.» Fece un gesto elegante ma imperioso con la
destra.
Raikan annuì e si mosse, afferrando Tenkil per il braccio.
«Non ho nessuna intenzione d’inginocchiarmi», bisbigliò il
guerriero, ma l’acustica della stanza amplificò le sue parole al
punto che tutti le udirono.
«Nemmeno il sovrano degli elfi.»
«Lui può fare ciò che desidera, ma io mi metterò in
ginocchio tutt’al più dopo aver esalato l’ultimo respiro. Ho
combattuto abbastanza a lungo per non…»
Basta così! Raikan scoccò un’occhiataccia all’amico. «Allora
aspetta fuori coi cavalli.»
Tenkil socchiuse le labbra, ma fu abbastanza saggio da
tacere. Girò sui tacchi e uscì.
Ha fatto il guerriero per troppo tempo, si disse Raikan.
Con Lilia e Irtan salì sulla pedana e sedette sui polpacci, a
notevole distanza dal re, che aveva un’aura di potere e
spavalderia. L’elfo si credeva superiore agli umani, come
dimostrava lo sguardo vigile dei suoi occhi grigioverdi.
Nei cicli precedenti c’era stato poco tempo per l’arte della
diplomazia, così il giovane tabaînano non sapeva come
comportarsi. Inoltre non esistevano fonti antiche che
descrivessero la condotta da tenere al cospetto di un sovrano
elfico. Lascerò che sia lui a fare la prima mossa.
La porta di bronzo si chiuse con un forte rimbombo
metallico, simile al suono di un gong. Il rumore echeggiò,
quindi fu soverchiato dal lieve tintinnio dei campanelli.
Non accadde nulla. L’elfo e gli umani si studiarono e
aspettarono.
Ben presto Raikan dovette soffocare uno sbadiglio. L’incenso
e lo scampanellio melodioso creavano un’atmosfera rilassante
nonostante la posizione sempre più scomoda. Il suo nervosismo
tuttavia si placò.
Finalmente il sovrano prese la parola. «Sono Ataimînas,
reggente del Ti Lesinteïl e Naishïon degli elfi. Vedo che il
Tabaîn mi ha mandato il suo futuro re.» Si posò la mano sul
cuore. «Ne sono onorato.»
«L’onore è tutto mio.» Raikan, lusingato, sentì un formicolio
ai piedi e ai polpacci. Di lì a poco avrebbe avuto le gambe
intorpidite. «Avete compiuto un autentico miracolo.»
Ataimînas sorrise riconoscente. «La maga Coïra e le nostre
modeste arti magiche si sono alleate affinché l’orrore venisse
sepolto e dimenticato.» Allargò le braccia. «Parliamo
dell’avvenire, giovane re. Il resto non deve più interessarci.»
Raikan era d’accordo. «Come può esservi utile il Tabaîn?»
«Col grano.» Ataimînas si mise le mani in grembo, facendo
sfavillare gli anelli e le gemme. «I regni elfici stanno
rinascendo dal nulla e non abbiamo tempo per coltivare i campi
e dedicarci all’agricoltura. Nei prossimi dieci cicli intendiamo
coprire il fabbisogno di cereali con l’aiuto del fertile Tabaîn. Ho
sentito dire che i vostri campi sono tuttora ricchi di spighe.»
Siamo partiti col piede giusto. L’alleanza è una prospettiva
sempre più concreta. Raikan sorrise senza volerlo. «Possiamo
rinunciare a qualche sacco di segale.»
«Mi riferisco a tutti i regni elfici: il Ti Âlandur, il Ti Singàlai,
che voi chiamate Pianura d’Oro, e il Ti Lesinteïl. Il fabbisogno
complessivo si aggira intorno ai millecento stai.»
Raikan udì Lilia sussultare per lo stupore. «Quante sono le
bocche da sfamare, reggente Ataimînas?»
L’elfo parve sorpreso dalla domanda. «Pensavo che i figli di
Vraccas vi avessero informati del nostro arrivo. Non ne
abbiamo mai fatto mistero.»
«I nani inviano regolarmente messaggi al Consiglio dei Re,
ma l’ultimo incontro risale a mezzo ciclo fa. C’è stato molto da
fare.»
«Capisco. Allora leggerete che ci siamo trasferiti dal Sud,
dall’Ovest e dall’Est dopo avere ricevuto il segno della
Creatrice secondo cui le minacce per il nostro popolo erano
state sventate.» Ataimînas indicò la porta. «Questo è solo uno
di tanti insediamenti, re Raikan. Stiamo risorgendo, e non
c’isoleremo dagli umani e dai nani come hanno fatto i nostri
predecessori.» L’elfo raddrizzò la schiena, facendo scintillare la
veste sotto i raggi del sole. «Conosco la fama che gli elfi hanno
nella Terra Nascosta e temo che sia meritata, ma le cose
cambieranno in meno di una generazione umana. I rapporti
commerciali col Tabaîn saranno solo il principio, se lo vorrete.»
Ma certo! Raikan dissimulò l’entusiasmo. «Non ci avete
ancora detto quanti elfi sono arrivati.»
«Fino alla rotazione odierna, circa diecimila.» Ataimînas
lesse lo sbigottimento sui volti dei visitatori e reagì con una
risata cordiale. «Dovreste vedere la vostra faccia, giovane re.
Non siamo conquistatori. Ci limitiamo a tornare nel luogo in cui
la Creatrice ci ha dato vita, e per farlo ci servono più cereali.»
La prospettiva dell’affare e dell’alleanza era allettante.
Raikan avrebbe dovuto essere soddisfatto, ma non riuscì a
scacciare la preoccupazione per l’enorme numero di elfi nella
Terra Nascosta. Era come se Tenkil, prima di uscire, avesse
lasciato nella sala il velo invisibile della diffidenza. Quel
pensiero irritò Raikan.
«Vi metteremo a disposizione altre sementi, che il Tabaîn
potrà coltivare per noi nei propri campi», continuò Ataimînas.
«Si tratta di una particolarissima varietà di grano, e farete
sorvegliare le colture, re Raikan. In cambio vi darò altro oro.»
Fece un sorriso di sufficienza. «Farò di voi un uomo ricco.»
Specificò l’entità della ricompensa e il prezzo per ogni staio di
grano.
Raikan non lo contraddisse e non contrattò: l’oro promesso
superava di gran lunga le sue aspettative. «Sono felice di
aiutare i regni elfici», dichiarò. Con un affare come quello
sarebbe stato più facile chiedere un’alleanza.
«Non perdiamo tempo.» A un cenno di Ataimînas si aprì una
porta laterale nascosta nella pannellatura, da cui entrarono due
elfi muniti di penna e pergamena.
Il contratto per la consegna e la coltivazione dei cereali era
già stato redatto. I documenti furono completati di comune
accordo con la quantità e l’importo in oro, e infine
controfirmati.
Raikan sapeva di avere compiuto un atto che solo il re
avrebbe potuto decidere, ma non poteva lasciarsi sfuggire
quell’occasione. È per il bene del Tabaîn. «Mille grazie», disse
all’elfo, prendendo il contratto. «Posso approfittarne per…»
«La questione è risolta.» Ataimînas pareva soddisfatto.
«Cambiamo argomento: le terre.»
Ora sì che Raikan era sbalordito. «Non capisco. Volete
acquistare i campi per la vostra varietà di cereali…?»
«Il regno elfico in cui vi trovate verrà unito agli altri due.
Compriamo i territori intermedi.» Ataimînas allungò il braccio
dietro di sé, prese una mappa e la srotolò. I nuovi confini erano
già disegnati. «Dal Tabaîn vorremmo la regione che si estende
a nord dell’Âlandur fino alle pendici dei monti. Non è collocata
tra i nostri possedimenti, ma sarebbe la soluzione perfetta.»
Raikan intuì che l’elfo non prevedeva d’incontrare la minima
resistenza. È inevitabile che si presentino delle difficoltà. D’un
tratto il regno elfico diventò un alleato inadatto, che invece
della sicurezza lasciava presagire un contrasto. Ebbe la
sensazione di avere fatto un viaggio a vuoto. «Suppongo che
parlerete dinanzi al Consiglio dei Re. La vostra richiesta
riguarda innanzitutto la regina Mallenia.»
«Esatto. Tuttavia temo che si opporrà per futili motivi.
Giacché governa due regni, è in combutta col re dell’Urgon,
perciò potrei avere tre voti contrari.» Ataimînas studiò Raikan.
«Vorrei il vostro sostegno.»
Il giovane capì le ragioni della sua generosità. «Devo
discuterne con mio fratello», replicò inventando un pretesto
assai debole. «È una decisione più importante di quella sulla
consegna e sulla coltivazione dei cereali.» Si direbbe che le
fosche previsioni di Tenkil si stiano realizzando. A un solo ciclo
dalla liberazione, già incombeva una nuova guerra.
L’elfo fece un sorriso distaccato, coi riflessi d’oro e d’argento
che gli scivolavano sul bel volto. «Fate pure, Raikan von
Auenwald. Riuscirete a persuaderlo. Chi non vorrebbe il
Naishïon per amico?»
Raikan ricordò che Ataimînas aveva usato quella parola
anche all’inizio della conversazione. «Perdonate la mia
ignoranza, ma negli ultimi duecentocinquanta cicli nessuno ha
visto gli elfi né ha parlato con loro. Cosa significa questo
titolo?»
«Si potrebbe tradurre nella vostra lingua come ’sovrano
assoluto’.» L’elfo continuò a usare un tono amichevole. «Del
mio popolo, non della Terra Nascosta», aggiunse con un sorriso
scaltro. «Per evitare equivoci.»
«Naturalmente.» Raikan era contento di avere ordinato a
Tenkil di uscire. Il guerriero si sarebbe impelagato in una
disputa interminabile. Avrò molto su cui riflettere durante il
viaggio di ritorno. L’alleanza va considerata attentamente.
«Avete saputo della trovatella salvata sui Monti Grigi?» chiese
per cambiare argomento.
«La ragazzina, intendete?» Ataimînas s’irrigidì, alzandosi e
piegandosi leggermente indietro. «Se volete il mio parere,
Belogar Martellodarmi avrebbe dovuto ucciderla. Io e il nano la
pensiamo allo stesso modo. Anch’io temo non si rivelerà una
benedizione per la nostra patria.»
Raikan stava per fare un’altra domanda quando da fuori
giunsero un urlo e un sibilo di frecce, seguiti da altre grida e
dai nitriti dei cavalli imbizzarriti.
Il futuro re del Tabaîn si alzò, imitato da Lilia e Irtan, ma
tutti e tre caddero di nuovo sulle stuoie. Avevano perso la
sensibilità alle gambe, paralizzate dalle ginocchia in giù.
Distesi sulla pedana, erano facili bersagli.
«Tenkil!» Raikan si voltò prima verso la porta chiusa, poi
verso il re elfico.
Ataimînas tuttavia non era più al suo posto.
Fu così che mutarono i tempi nella Terra Nascosta.
Da eroe degli albi a prigioniero dei sovrani e infine a cagnolino
dei potenti… in apparenza.
Ma il mio tempo arriva, sta per tornare.
Giacché è stato lui il mio maestro: il tempo.
Annotazioni segrete agli Scritti della verità,
compilati sotto costrizione da Carmondai
I

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


città di Pietralibera,
6492° ciclo solare, inizio dell’estate

«C ome cambiano in fretta le cose», borbottò Boïndil Duelame,


detto il Rabbioso, dietro la splendida barba nera striata
d’argento e pettinata con cura. Munito di armi e corazza, entrò
in groppa a un pony pezzato bianco e nero nella cittadina di
Pietralibera, la cui popolazione era stata barbaramente
massacrata meno di due cicli addietro.
Gli albi avevano giudicato apprezzabili le ossa degli abitanti,
così li avevano riuniti sulla piazza del mercato, uccisi e
disossati per ricavare nuovo materiale per le loro opere d’arte.
Dopo la distruzione degli Occhineri, la città era diventata un
centro vivace, lungo le cui strade trafficate il re dei Secondi,
nonché nuovo imperatore delle stirpi nanesche, procedeva con
calma.
Nelle case abbandonate si erano insediati perlopiù giovani
umani; i campi lavorati erano zeppi di spighe, e sugli alberi
maturavano frutti squisiti. Un’autentica rinascita dopo decenni
di terrore e oscurità.
In quel luogo, che simboleggiava la trasformazione della
Terra Nascosta e l’ingresso in una nuova epoca, il Rabbioso
avrebbe incontrato il Consiglio dei Re, che aspettava anche
l’elfo Ilahín.
Dall’ultima riunione era passato mezzo ciclo, e il sovrano dei
figli del Fabbro riteneva fosse giunto il momento di un nuovo
confronto. Lo scambio di messaggi non poteva sostituire un
dialogo di persona.
Le cose bisogna dirsele in faccia. Possibilmente davanti a
una birra scura. Boïndil diresse il cavallo verso un portone
sopra il quale sventolavano i vessilli dei regni e spiccava la
scritta ALLA CORTE DEGLI EROI.
Gli zoccoli del pony batterono sull’acciottolato, i muri
dell’edificio a traliccio disposto a quadrilatero riverberarono il
suono.
I due guerrieri umani posizionati oltre l’ingresso videro il
sigillo del nano e fecero coi giavellotti il saluto militare. Quello
di destra urlò il nome del nuovo arrivato per informare gli
occupanti delle case.
«È proprio necessario?» bofonchiò il Rabbioso. «Vuoi forse
farmi diventare sordo, riuscendo dove hanno fallito le battaglie
col loro fracasso e le loro esplosioni?»
Il soldato sorrise timidamente, ma non osò replicare.
L’imperatore si fermò davanti al fienile e smontò, quindi si
stiracchiò e accarezzò l’animale. «Sei stato bravo, ma cavalcare
continua a non piacermi.»
Aveva rinunciato al corteo. Un guerriero con la sua
esperienza non aveva bisogno di accompagnatori, che
oltretutto avrebbero rallentato la sua avanzata. Il tragitto dai
Monti Blu, dove sorgeva il suo regno, era assai lungo, ma per
un pony e un nano si trovavano sempre sia una stalla e un po’
di fieno sia un pasto, un boccale di birra scura e un letto.
Boïndil si gettò la treccia nera venata d’argento dietro la
schiena e allungò la mano verso il mazzapicchio, che penzolava
dal pomello della sella. In quell’istante la porta dell’osteria si
spalancò.
Comparve l’Irraggiungibile Rodario, che ultimamente si
fregiava del titolo di sovrano. Il discendente del più grande
attore del Paese indossava una veste candida decorata di
ricami multicolori e trattenuta da una cintura nera; intorno alle
spalle portava un drappo marrone con una fantasia di
montagne verdi. Sul volto aristocratico facevano bella mostra
di sé un pizzetto e due baffoni audaci, mentre i capelli castani
erano accuratamente arricciati. «Oh, più magnifico dei
magnifici!» esclamò con enfasi esagerata, allargando le braccia
in segno di saluto. «Guardatelo, con la sua statura modesta ma
col cuore di un gigante egli guida…»
Il Rabbioso lo squadrò. «Che cosa diavolo hai addosso?»
Staccò il mazzapicchio con uno strattone e se lo mise in spalla
ridacchiando. Gli anelli della cotta tintinnarono. «Una
vestaglia?»
«Questa, testone ignorante, è l’ultima moda del mio regno.»
Rodario, re dell’Urgon e amante di Mallenia e di Coïra, girò su
se stesso con movimenti assai teatrali, facendo svolazzare i
lembi della veste. «L’ho disegnata io stesso.»
«L’hai già dimenticato? Non sei più sul palcoscenico. Sei
seduto su un trono vero e dovresti essere un sovrano, non
recitare una parte.» Il Rabbioso si accarezzò la barba. «Per
giunta sei ingrassato. Dovranno allargare il sedile.»
«Eccola, l’affabilità fatta nano.» Rodario si mise le mani sui
fianchi e rise. «Questo sì che è uno scambio di convenevoli!»
«Chi mi definisce ’di statura modesta’ non può sperare nella
mia clemenza.» Il Rabbioso si avvicinò e tese la mano. «Ma
sono lieto di vederti, re Rodario I.»
Stringendogli vigorosamente le dita, l’uomo accennò un
inchino e si fece serio. «È un onore incontrarti, amico mio,
imperatore Boïndil.»
Si sorrisero ed entrarono.
«Da quando non ti radi più le basette? Ti danno un aspetto
insolito.»
«Non ho avuto tempo», tagliò corto il Rabbioso. È e sarà
sempre un attore. Di sicuro non mi metto a parlare di
acconciature.
Nella sala alta e decorata che era stata allestita per la
riunione del Consiglio li aspettava Ilahín, coi capelli neri e una
veste simile a quella di Rodario, solo di un bianco meno
abbagliante e a tinta unita. Secondo il nano, l’elfo incuteva più
soggezione del re dell’Urgon.
Negli angoli c’erano le guardie armate dei vari sovrani,
riconoscibili dalle mostrine sulle armature e dotate di scudi
corti e spadini; insieme garantivano l’incolumità dei reggenti.
L’oste e i suoi aiutanti si erano dati molto da fare,
appendendo perfino ghirlande di fiori alle finestre. Al leggero
odore della saponata con cui avevano lavato i pavimenti si
mescolava l’aroma di un arrosto che cuoceva a fuoco lento. Il
pranzo era assicurato.
Ilahín fece un cenno al nuovo arrivato. «I miei saluti,
imperatore. Sono contento che abbiate fatto buon viaggio.»
Mallenia, avvolta come sempre in una pesante corazza,
sedeva già al tavolo e studiava alcuni fogli. Era così assorta
nella lettura da non essersi accorta dell’ingresso di Boïndil.
Quando Rodario fece per parlarle, il nano lo fermò. «Ci sarà
tutto il tempo. Lasciala leggere.»
Una domestica gli servì una birra scura in un boccale
ricavato da una zanna, e il nano levò il recipiente verso la
stanza senza togliersi il mazzapicchio dalla spalla. «A Vraccas e
al Consiglio dei Re. Che la via di casa sia meno polverosa.»
Vuotò il boccale d’un fiato e ne chiese un secondo, strappando
un sorriso a Rodario. «Di’ un po’, attorucolo. Una delle tue
donne è seduta al tavolo, ma dov’è l’altra?»
Mallenia alzò di colpo la testa bionda, con le palpebre ridotte
a fessure. «Non vorrai farmi credere che il tuo cervello abbia
subito danni in battaglia», disse, con un sorriso velenoso.
Il Rabbioso sostituì il boccale vuoto con quello pieno. «Non è
così, forse?» Guardò Ilahín a occhi sgranati. «Giurami che non
ho detto nulla di sbagliato.» Col boccale indicò Rodario,
facendo traboccare un po’ di schiuma. «Questo qui non ha
coraggio. È lei ad avere la spada più lunga.»
L’elfo soffocò una risata.
Le guardie all’ingresso annunciarono a squarciagola l’arrivo
della regina Astirma del Sangreîn e del re Natenian del Tabaîn.
A giudicare dallo scalpitio degli zoccoli, viaggiavano con un
folto seguito.
«Che bello! Andiamo a dar loro il benvenuto.» Sollevato,
Rodario si affrettò verso la porta e scomparve.
Piccolo codardo. Il Rabbioso rise e bevve la birra. «Mancano
solo Coïra e Isikor del Rân Ribastur.»
Ilahín scosse il capo. «La maga non verrà. Ho con me una
lettera sigillata, scritta di suo pugno.»
«Capisco.» Il nano andò al proprio posto, contrassegnato dal
vessillo dell’imperatore che pendeva dalla balaustra, e posò il
mazzapicchio sul pavimento, sbattendo contro le assi la
pesante testa di ferro dalla lunga estremità appuntita.
«Perché?»
L’elfo si accomodò là accanto. «Desidera cercare altre fonti
magiche. Ha constatato che la nostra si è prosciugata.»
Perplesso, Boïndil inarcò le sopracciglia. «Prosciugata?»
Dovette ingollare altra birra.
Dunque l’unica fonte nota e liberamente accessibile si
trovava nel regno dei Secondi, sui Monti Blu, sorvegliata da sua
moglie Goda e dai loro figli.
Il problema, tuttavia, non era tanto la sicurezza quanto il
fatto che per Coïra sarebbe diventato difficile reperire l’energia
necessaria per gli incantesimi, circostanza che forse aveva
meno peso in tempo di pace che in caso di attacco alla Terra
Nascosta.
«Ne salteranno fuori di nuove. È sempre stato così», affermò
per tranquillizzare se stesso e l’elfo.
Ilahín, però, non sembrava preoccupato. «Forse è meglio di
no. Ciò che è stato a lungo sotto l’influenza degli albi potrebbe
essere mutato nel corso del tempo. È anche il desiderio di
Coïra: individuare una fonte pura e fresca, piena di energia
intatta. Sitalia ce la indicherà.»
«Giusto. Speriamo nella tua dea. Vraccas è fuori questione.
Odia la magia.»
Astirma e Natenian entrarono accompagnati da Rodario,
dalle guardie e da alcuni cortigiani.
La sovrana era ancora molto giovane, anche secondo i criteri
umani: la pelle abbronzata e i capelli schiariti dal sole
rivelavano che si tratteneva spesso nel deserto. Quasi nuda, si
proteggeva dagli sguardi indiscreti con un mantello
semitrasparente di seta tessuta.
Natenian, un tipo castano la cui ampia veste giallo grano
camuffava un fisico malaticcio, si reggeva in piedi a malapena
nonostante il bastone e il sostegno dei servitori. Tossiva,
rantolava e trascinava il piede destro pur non dovendo essere
molto più vecchio di Astirma. Il Rabbioso non si sorprese che
volesse abdicare a favore del fratello più giovane e sano.
Mallenia raccolse i documenti e fece un cenno ai nuovi
arrivati come se fossero soldati che si riunivano per discutere
di un attacco.
Il nano ricordò che non aveva mai tenuto in grande
considerazione la complessa etichetta osservata dai suoi pari.
Uno dei suoi pregi.
«Possiamo iniziare. Isikor comunica che non è potuto venire
di persona per il maltempo, ma si accoda alla maggioranza in
caso di votazione. Sempre per il bene della Terra Nascosta.»
Mallenia sollevò una lettera la cui autenticità era comprovata
dalla presenza di numerosi sigilli.
«Senti, senti!» Il Rabbioso aveva un’espressione felice.
«Questo accelera le cose. Un elogio al messaggero che ha
recapitato la missiva. Col maltempo sembra cavarsela meglio
del suo sovrano.»
Gli altri risero.
Dopo i convenevoli di rito andarono ai propri posti, dove
ricevettero acqua, birra e vino. La corte si ritirò all’ombra della
balaustra. Il Consiglio dei Re poteva avere inizio.
Toccava a Mallenia guidare i colloqui, perché la riunione
aveva luogo nel suo Paese. «Saluto i sovrani della Terra
Nascosta e, per prima cosa, chiedo a nome di tutti l’aiuto degli
dei. Che ci diano protezione e saggezza affinché superiamo le
difficoltà per il bene dei sudditi e degli abitanti.»
Il Rabbioso borbottò il proprio consenso. Vraccas non avrà
nulla in contrario.
«Ilahín, hai un messaggio di Coïra per noi.» Mallenia gli fece
segno di rompere il sigillo e di leggere il testo.
L’elfo obbedì e, prima di rendere noto il contenuto dello
scritto, spiegò che la maga era andata in cerca di fonti di
magia.

Egregio Consiglio dei Re,


i miei migliori saluti da un luogo sconosciuto della Terra
Nascosta, dove sicuramente mi troverò quando Ilahín vi
leggerà le mie parole.
La fonte ha perso il proprio potere e, se non voglio
dipendere solo da quella situata nei territori del mio stimato
amico Boïndil Duelame, devo partire per cercarne altre.
Vi rammento che intanto la conduzione degli affari nel
Weyurn è affidata a Rodario, delegato anche a votare in mia
vece durante la riunione.
Sono certa che Samusin mi manderà qualcosa di meglio per
compensare la perdita della fonte. O magari l’ha già fatto.
Non passerà molto tempo prima che io torni in carica.
Mi preme sottolineare che Ilahín, la sua sposa e gli elfi mi
hanno trattata da buona amica.

Che Palandiell e Sitalia siedano intorno al tavolo con voi!


COÏRA
MAGA E SOVRANA DEL WEYURN

Natenian chiuse gli occhi. Astirma era palesemente irritata.


Due persone potevano impedire qualunque decisione del
Consiglio, oppure decidere a propria discrezione. La volontà,
espressa da Isikor, di seguire la maggioranza rendeva
assolutamente impossibile votare contro Mallenia e Rodario.
Ne vedremo delle belle. Il Rabbioso alzò il boccale quasi
vuoto e brindò all’Irraggiungibile. «Ormai questo tavolo è
riservato quasi solo agli imperatori. Bisognerebbe inventare
nuovi titoli», disse allegramente, facendo ridere l’elfo. Finì la
birra e gliene servirono un’altra.
Nessuno sospettava che dietro quell’atteggiamento ci fosse
più della semplice ebbrezza di un nano apparentemente
allegro, sulla cui sfacciataggine gli altri erano disposti a
chiudere un occhio.
«Prevarrà il buonsenso.» Rodario guardò i sovrani del Tabaîn
e del Sangreîn. «State tranquilli. Sono finiti i tempi in cui
ciascuno pensava solo al proprio tornaconto.»
Se non altro, è una frase degna di un re. Il Rabbioso sbatté il
boccale sul tavolo per sottolineare quelle parole.
«Parto dal presupposto che le nostre obiezioni verranno
sempre ascoltate», disse Natenian, con un filo di voce. «E
giacché ho preso la parola e poi le mie condizioni di salute mi
costringeranno a tacere, vi annuncio che le mie rotazioni da re
stanno per finire. Abdicherò a favore di mio fratello, che
guiderà il Tabaîn più a lungo di me.» Sollevò le palpebre,
puntando gli occhi grigi e marroni su Ilahín e ansimando come
se fosse reduce da una corsa. «L’avvicendamento avrà luogo
non appena Raikan tornerà dal Lesinteïl. Vi prego pertanto di
considerarmi il suo vice e il rappresentante del mio Paese.»
Mallenia fu la prima ad applaudire, imitata dagli altri. Il
Rabbioso batté il manico del mazzapicchio sul bordo del tavolo.
«Allora parliamo della situazione nell’amata Terra
Nascosta», propose Mallenia. «Ormai è risaputo che Boïndil
Duelame è stato nominato imperatore delle stirpi nanesche.»
Il Rabbioso annuì con espressione seria per scoraggiare
eventuali domande.
«Come mai questo cambiamento di idee?» chiese tuttavia
Astirma. «Non avevate proposto di tenere la carica in sospeso
per venti cicli?»
«Le circostanze», rispose Boïndil, con finta disinvoltura. «Le
stirpi volevano un re e non mi sono potuto esimere. La volontà
di Vraccas, se così si vuol dire.» Omise il fatto che erano stati i
modi sprezzanti dell’elfa Fiëa a spingerlo verso quella
decisione.
In quella rotazione aveva voluto seguire i lavori di
smantellamento nel regno degli albi e sentito parlare di un
cedimento del terreno in cui si era aperto un passaggio verso il
Phondrasôn, il luogo in cui vivevano i mostri più immondi.
Ormai era convinto, come molti altri membri delle stirpi, che
Tungdil Manodoro, il vero imperatore dei nani, fosse ancora
vivo, seppure scomparso nel Phondrasôn. Perciò non aveva
esitato a offrirsi di guidare un drappello di guerrieri in una
missione di ricerca nel cratere crollato, ma Fiëa l’aveva
cacciato via. Da allora era ancora più sicuro che il suo amico
fosse in vita e che non ci si potesse fidare di alcuni elfi.
In caso di pericolo, inoltre, voleva poter assumere il
comando dei nani. Con più di diecimila nuovi elfi, non è certo la
peggiore decisione che abbia mai preso. Il Rabbioso tenne per
sé quella riflessione, per non guastare l’atmosfera.
Nei momenti di solitudine c’era un’altra cosa che lo
preoccupava. L’elisir che aveva assaggiato…
Scacciò anche quel pensiero. Non serve a niente rimuginarci
sopra.
Astirma, soddisfatta della spiegazione, guardò prima Boïndil
e poi il boccale. Diffidava della sua inclinazione a bere.
«Capisco che pure i figli del Fabbro vogliano avere un
comandante che li unisca in caso di necessità. Un condottiero
sobrio, però.»
Il Rabbioso ignorò la frecciata, limitandosi a farle
l’occhiolino.
«Passiamo ad Aiphatòn», riprese Mallenia. «A quanto ne
sappiamo, è ancora oltre i confini della Terra Nascosta. Ha
seguito una traccia albica che l’ha condotto sui Monti Grigi. È
stato un ciclo addietro. Qualcuno ha altre notizie?»
Gli altri scrollarono il capo. Il Rabbioso bevve di nuovo.
«Mi fa piacere che prenda sul serio il suo incarico.» Ilahín si
alzò. «Anche noi stiamo cancellando le tracce legate agli albi.
Con l’aiuto della maga abbiamo dato nuova vita alla natura nei
vecchi regni albici. Lo Dsôn Bhará è così splendido da essere
irriconoscibile.»
«D’altronde, le braccia non vi mancano», osservò Boïndil in
tono amichevole. «Ve l’ho già detto? Nel giro di un ciclo sono
arrivati nella Terra Nascosta più di diecimila elfi provenienti
dal Sud, dall’Ovest e dall’Est. Le nostre guardie li hanno
lasciati passare dopo avere verificato che non fossero albi
travestiti.»
Tra i presenti serpeggiò un mormorio. Erano stati colti di
sorpresa.
Il Rabbioso notò l’espressione pensosa di Mallenia, che
temeva una possibile minaccia. Rodario unì i polpastrelli per
estorcere una giustificazione all’elfo, con uno sguardo
penetrante e un tantino esagerato.
«Siamo molto grati ai nani.» Ilahín non si fece pregare. «Nei
cicli scorsi e nella storia della Terra Nascosta, il mio popolo ha
svolto ruoli molto diversi…»
Le parole cantilenanti e fin troppo melodiose dell’elfo
risuonarono nelle orecchie del Rabbioso trasformandosi in uno
sgradevole rumore di sottofondo, mentre l’imperatore dei nani
si concentrava su un soldato che era entrato stringendo lo
stemma dell’Urgon. A differenza dei suoi compagni camminava
diritto come un fuso, con un portamento stranamente
impeccabile. Per giunta, l’armatura sembrava troppo piccola in
alcuni punti e troppo grande in altri.
Perché ha un giavellotto? Il Rabbioso vuotò il magnifico
boccale intagliato. Quindi vide che il soldato stringeva
lentamente l’arma, facendo scricchiolare il guanto di cuoio.
Come se si preparasse a lanciarla. Con un balzo Boïndil saltò
sul tavolo e sollevò il mazzapicchio. «Attenzione!»
Il guerriero si chinò e scagliò il giavellotto con un gesto assai
aggraziato. Sfruttò il movimento per sguainare lo spadino e
trafiggere le due guardie più vicine con una rotazione fulminea
intorno al proprio asse.
Il Rabbioso riuscì miracolosamente ad agganciare l’asta con
la punta curva del mazzapicchio e a deviarla verso una colonna.
Il giavellotto si conficcò nel legno vibrando leggermente e
mancando di poco l’elfo, che era diventato pallido come un
cencio.
I membri del Consiglio si alzarono e Mallenia sfoderò la
spada. Avevano capito che non era la burla di un nano reso
troppo euforico dalla birra.
Le guardie del corpo attorniarono l’aggressore, che rubò lo
spadino a un cadavere e menò colpi alla cieca.
«Vieni qui! Non mi…» All’improvviso calò l’oscurità intorno
al Rabbioso, come se la notte avesse fatto irruzione nella
stanza per oscurare il sole. Il buio mostrò al nano la vera
natura del perfido avversario. «Occhineri!» ruggì, piegandosi e
proteggendosi col lungo manico del mazzapicchio. Le tenebre
magiche erano impenetrabili. «Combatti alla luce del giorno,
mostro codardo!»
Udì un ronzio. Risuonarono urla di morte e tintinnii di armi e
corazze cadute sul pavimento. Le grida si sovrapposero, le
suole chiodate scivolarono e corsero qua e là, il sibilo di
fendenti vani e disperati si mescolò al frastuono.
La confusione favorì il sicario.
Calma. Non devo farmi prendere dalla collera. Il Rabbioso si
mise al riparo e tese le orecchie per distinguere un rumore che
gli indicasse la posizione dell’albo. Si sentì pervadere dal calore
della fucina della vita mentre l’elisir dello Zhadár risvegliava
l’ira tanto temuta e lo spingeva verso una rabbia irrefrenabile.
In quello stato, tuttavia, per il nano non esistevano amici né
nemici. Una delle sue esplosioni sarebbe stata una catastrofe
per i sovrani della Terra Nascosta.
Spesso l’alcol riusciva ad attenuare gli sfoghi, ma in quella
situazione non servì a nulla. Un tempo Boïndil era in grado di
controllarsi, ma era stato prima dello sfortunato scambio di
borracce in occasione del quale aveva bevuto sangue elfico.
Nell’aria si diffusero l’odore metallico del sangue e il tanfo
caldo e umido delle viscere.
Il Rabbioso immaginò l’albo che si faceva largo con
espressione sprezzante tra le file dei difensori, avvicinandosi ai
potenti. Nel ciclo precedente non c’era stata occasione migliore
per un attentato alle teste coronate della Terra Nascosta.
Mallenia avrebbe dovuto prendere misure di sicurezza più
rigorose.
Uno sbuffo d’aria gli accarezzò il volto rugoso, facendogli
oscillare delicatamente la barba.
Boïndil allungò la gamba destra. L’albo inciampò e imprecò
sottovoce mentre il nano si alzava e roteava il mazzapicchio per
centrarlo alla schiena.
La punta incontrò una certa resistenza, il ferro cigolò.
L’estremità arcuata s’impigliò e l’imperatore strattonò il
manico. «Ah!» Il calore gli percorse le vene, ma Boïndil si
dominò.
Nella stanza tornò la luce. Sembrava che il colpo avesse
deconcentrato l’albo.
Ansimando, il Rabbioso vide il dorso del nemico, nella cui
armatura e nella cui carne spiccava uno squarcio.
L’albo tuttavia stava barcollando con le spade insanguinate
verso l’inerme Natenian.
Sapendo di non poterlo raggiungere, il Rabbioso scagliò il
mazzapicchio. «Tanti saluti dalla fucina!»
Anche Ilahín avanzò con l’arma sguainata per abbattere il
sicario. Da destra, due pugnali volarono accanto all’aggressore,
mancando l’elfo per un pelo.
Il Rabbioso digrignò i denti quando intuì che il mazzapicchio
avrebbe centrato il bersaglio sbagliato. Oh, questo sì che sarà…
Ilahín si tuffò verso l’albo, schivò la sua stoccata e gli piantò
la lunga lama sotto l’ascella. La punta sbucò dalla spalla e
spinse la corazza verso l’alto. L’impatto deviò il movimento del
sicario.
Il lato piatto del mazzapicchio colpì Ilahín al fianco. L’elfo fu
scaraventato via insieme con l’avversario; volarono giù dal
tavolo e si abbatterono su due degli accompagnatori di
Natenian, per poi cadere con un tonfo accanto al re del Tabaîn.
La lunga spada di Mallenia si abbassò, accompagnata da un
urlo d’ira e odio, e decapitò l’albo prima che questo potesse
rimettersi in piedi, conficcandosi poi nelle assi del pavimento.
«Dove c’è un Occhineri può essercene un altro.» Il Rabbioso
estrasse le due scuri, si voltò sul tavolo allargando le braccia e,
pronto a combattere, si guardò intorno in cerca di altri
avversari. Dovette fare uno sforzo per non cadere in preda alla
furia. Il sangue bollente gli ronzava nelle orecchie; il velo rosso
davanti agli occhi non prometteva nulla di buono.
Il locale si era trasformato in un macello.
Il nano vide soldati squartati e trafitti, cui l’armatura non era
servita a nulla. L’albo aveva individuato e sfruttato i punti
deboli delle corazze.
Le guardie del corpo di Astirma giacevano morte intorno alla
regina, che era ferita al collo. Incredula, aveva il respiro
affannoso e gli occhi strabuzzati. Due cameriere insanguinate
si stavano già occupando di lei. Rodario aveva un taglio sul
braccio sinistro.
Il fatto che l’albo si fosse accontentato di così poco lasciava
supporre che avesse usato il veleno.
«Chiamate i migliori guaritori.» Il Rabbioso si girò qua e là
senza sosta, resistendo all’impulso di saltare giù dal tavolo e
scagliarsi contro Mallenia. «Di sicuro la lama era cosparsa di
una sostanza pericolosa.»
Mallenia estrasse la spada dal legno con un certo sforzo e
diede istruzioni.
Rodario sbiancò di colpo. «Per gli dei! Il sicario aveva
l’armatura della guardia urgoniana. Devo controllare come
sta!» Uscì di corsa.
«Come sta, chi?» Il Rabbioso aggrottò le sopracciglia. «Mi
sono perso qualcosa?» Finalmente il velo rosso si dissipò. Una
birra. Presto!
«Ci saremmo arrivati più tardi», rispose Mallenia, evasiva.
«Prima cambiamo stanza. Qui regna la morte.»
Scortati da altre guardie e protetti da una barriera di scudi,
si trasferirono nel locale attiguo, dove troneggiava un camino.
Il nano raccolse il mazzapicchio e li seguì. Passando, prese
un altro boccale e ingollò la birra. Credette di udire un forte
sibilo quando la fucina della vita iniziò a raffreddarsi.
I guaritori arrivarono, esaminarono le ferite e
somministrarono una bevanda corroborante contro gli effetti
dei consueti veleni albici. Fasciarono i tagli e servirono vino per
attenuare lo spavento.
Ilahín tese la mano al Rabbioso. «Ti devo la vita, figlio del
Fabbro. È nata una vera amicizia tra i nostri popoli, se un nano
preserva un elfo dalla dimensione finita.»
«Stavo per ucciderti, ma non eri tu il bersaglio del mio
lancio», ribatté Boïndil, sorridendo.
«Ciò non diminuisce il tuo merito. Senza di te, imperatore, il
giavellotto dell’albo mi avrebbe trapassato. Non lo
dimenticherò mai.» Ilahín s’inchinò.
«Continuiamo la discussione», intervenne Astirma, che
continuava a guardare dritto davanti a sé, lottando contro la
paura. Bevve d’un fiato il vino portato da una cameriera.
«L’aggressione non deve fermarci, altrimenti l’albo otterrebbe il
suo scopo.»
Il nano le fece un cenno rispettoso. «Allora ripeto la
domanda: dov’è andato l’Irraggiungibile?»
«Dalla mia figlioccia.» Mallenia si sedette e lanciò
un’occhiata intorno. «Eravamo rimasti all’arrivo degli elfi nella
Terra Nascosta, che potrebbe destare qualche
preoccupazione.»
«Secondo me, data la minaccia dei sicari albici possiamo
ritenerci fortunati ad averli dalla nostra parte», disse Astirma,
calma. Poi, a Ilahín: «Dovete dare loro la caccia. I nostri
eserciti non sono ancora così numerosi. Voi conoscete gli
Occhineri meglio di noi».
L’elfo fece un sorriso incerto. «Posso promettervi, regina, che
staremo ancora più attenti. Ma come si fa a dare la caccia ai
fantasmi?»
«A quanto ne so, l’ultimo Zhadár è sulle loro tracce»,
interloquì il Rabbioso. «È andato a cercarli, e non
dimentichiamo che ne ha già uccisi alcuni.» Ricordò il fallito
attentato a Mallenia nell’inverno precedente, allorché la regina
aveva visitato la città di Aichenburg. «È l’arma più efficace
contro gli Occhineri.»
La sovrana gli diede ragione. «È rimasto solo un manipolo di
albi, ma abbiamo visto quali danni possono provocare. Le
misure di sicurezza erano elevate, e nonostante ciò sono
riusciti a infiltrare un sicario tra le guardie.»
«È il prezzo che abbiamo dovuto pagare per la liberazione, e
lo pago con gioia se il mio popolo non è più sotto l’influsso del
male. Diteci che i regni albici sono acqua passata, Ilahín»,
sussurrò Natenian.
«Potete starne certi. Abbiamo trasformato il cratere dello
Dsôn Bhará in una conca e lo abbiamo coperto di alberi. Le
radici trattengono il male affinché non possa più salire in
superficie. L’Âlandur sta rinascendo come il Ti Singàlai, che voi
chiamate Pianura d’Oro. Sitalia ha chiamato i suoi figli nella
Terra Nascosta per proteggerla dall’interno, mentre i figli del
Fabbro la difendono dalle minacce esterne.» Guardò il
Rabbioso. «Una nuova era, amico mio. Una convivenza
all’insegna della fiducia reciproca.»
«Un evento degno di un brindisi.» Astirma sollevò il calice.
Gli altri seguirono il suo esempio.
«A proposito di nuove ere, dicci da dove vengono gli elfi
della Terra dell’Aldilà. Perché vivevano laggiù?» domandò il
Rabbioso. «E, soprattutto, come?»
«Presto potrete domandarlo a loro. Il mio sovrano
parteciperà al Consiglio dei Re e illustrerà ai potenti i suoi
progetti per il futuro. Non in questa rotazione, ma in una
successiva, che non tarderà ad arrivare.»
Mallenia annuì lentamente. «Non vediamo l’ora.»
Continuava a lanciare occhiate alla porta, aspettando l’arrivo di
Rodario.
Il Rabbioso vuotò il boccale. Ormai aveva perso il conto, ma
l’alcol aveva soffocato il calore oscuro. Per il momento. Boïndil
confidava nella volontà di ferro dei nani per superare
quell’ostacolo con le proprie forze e con l’aiuto di Vraccas.
Niente più ira, niente più sete inestinguibile, niente più sogni
spaventosi. Fino ad allora avrebbe avuto bisogno dell’idromele
e della birra scura. «La figlioccia cui hai accennato non è per
caso la ragazzina che è stata trovata nell’insediamento
abbandonato sui Monti Grigi?» chiese a Mallenia. «Come si
chiama?»
Tutti gli occhi si puntarono sulla regina. Nella Terra
Nascosta circolavano molte voci sulla trovatella, ma nessuna
notizia certa.
«Sha’taï. Una brava bambina.» Mallenia sorrise felice.
La storia era arcinota. Guidato da sorprendenti indicazioni in
caratteri albici, un gruppo formato da nani, guerrieri umani e
un elfo era andato in cerca di un insediamento dimenticato sui
Monti Grigi. In effetti aveva trovato i resti di un piccolo
villaggio in cui dovevano avere convissuto gli elfi e i nani della
quinta stirpe.
Il Rabbioso non sapeva ancora quale fosse stato lo scopo
dell’esperimento, perché i due popoli l’avessero passato sotto
silenzio né come mai le istruzioni fossero in lingua albica. I
nani avevano studiato le antiche annotazioni, ma non
esistevano più Quinti che potessero dare qualche spiegazione.
Inoltre, il drappello si era imbattuto in una ragazzina che
veniva dalla Terra dell’Aldilà e parlava solo albico. I nani si
erano rifiutati di portarla con loro e alla fine i guerrieri umani
l’avevano condotta da Mallenia.
Da allora non si avevano più notizie di Sha’taï.
«Impara in fretta», disse Mallenia, orgogliosa. «Volevo
presentarvela affinché vi parlasse della sua patria, dove si cela
una possibile minaccia per la Terra Nascosta.» Guardò gli altri.
«Per questa ragione è opportuno lasciare da parte la diffidenza
e l’egoismo.»
Il Rabbioso drizzò le orecchie. Se la ragazzina
padroneggiava la lingua degli Occhineri, doveva averli
incontrati.
È per questo che l’albo si è recato prima nella sua camera?
Per mettere a tacere la piccola umana? Avrebbe preferito che
la misteriosa trovatella fosse rinchiusa in una segreta
inespugnabile piuttosto che accanto alla sovrana di due regni.
Era impaziente di vederla e di parlarle. «Dunque ci sono ancora
albi oltre le montagne. Prego Vraccas che Aiphatòn li stani e li
uccida», mormorò. Altrimenti dovremo prepararci a qualunque
evenienza. Notando che la regina si mordeva le labbra, intuì
che sapeva più di quanto volesse rivelare.
«Aspettiamo che torni Rodario e nel frattempo parliamo
delle cose belle che sono avvenute nella Terra Nascosta. Non
possiamo dimenticarle.» Con l’aiuto del vino, Astirma pareva
avere superato lo shock e il dolore. Fece un sorriso gentile al
Rabbioso. «Raccontateci, imperatore, cosa accade sulle
montagne.»
«Volentieri.» Il nano bevve un sorso di birra, fece un
profondo respiro e descrisse la ripresa dei cinque regni. Ormai
era convinto che Sha’taï non fosse caduta vittima del sicario,
altrimenti Rodario sarebbe già ricomparso.
Il mistero s’infittiva ancora di più.

Terra Nascosta, regno elfico del Ti Lesinteïl


(ex regno albico dello Dsôn Bharà),
6492° ciclo solare, inizio dell’estate

Raikan von Auenwald, disteso sul pavimento dell’enorme sala,


udì sbrigativi ordini elfici che arrivavano da fuori. Il sibilo delle
frecce non era cessato. Captò chiaramente la voce stentorea di
Tenkil, che gridava disperato il nome di Lilia.
Ci hanno teso una trappola. Aveva ancora le gambe
intorpidite, sensazione che sarebbe durata finché la
circolazione non fosse ripresa, permettendogli finalmente di
muoversi e di partecipare al combattimento. Il sovrano degli
elfi doveva essere fuggito da un uscio laterale nascosto.
«All’ingresso!» urlò Raikan a Irtan e Lilia, strisciando come un
verme sulla stuoia. Immaginò Ketrin e Tenkil infilzati dai dardi
scoccati a tradimento. «Dobbiamo scoprire cosa sta
accadendo.»
Raggiunsero l’altissima porta di bronzo e usarono le armi
per socchiuderla. Dovettero constatare tuttavia che le frecce
non erano dirette contro i loro compagni.
Ketrin giaceva a terra coi vestiti sbrindellati e con le costole
scheggiate che spuntavano da una profonda ferita sul torace.
Qualcosa le si era insinuato fin nelle viscere.
Che cosa succede? Raikan vide i cadaveri sfigurati di quattro
elfi, che erano stati aggrediti a loro volta.
Imprecando, Tenkil si dimenava sotto un cavallo immobile,
con la spalla sanguinante e la cotta costellata di buchi, come se
fosse stata strappata. Nel terreno erano conficcati i dardi che
avevano mancato il bersaglio.
Le guardie sulla balaustra e nel bosco non ce l’avevano con
noi. Raikan si alzò aggrappandosi alla maniglia. Erano
incaricati di proteggerci da ciò che è costato la vita a Ketrin.
Finalmente ritrovò la sensibilità alle gambe.
Batté i piedi più volte, senza mai staccare gli occhi dalla
piazza. La battaglia può avere inizio. «Tenkil, resisti! Stiamo
arrivando!»
«No.» Il guerriero si era liberato del cavallo e, restando
piegato, estrasse la spada e un pugnale. «Vengo io da voi.» Si
guardò intorno. «Qualunque cosa sia, bisogna evitare di
affrontarla apertamente.» Si mise a correre.
Irtan e Lilia si appoggiarono alla porta, con le armi
sguainate. Anche loro avevano ritrovato il controllo di gambe e
piedi. Avremmo dovuto indossare le armature. «Non appena
Tenkil è entrato, chiudete il battente.»
Il guerriero stava correndo a perdifiato quando l’oscurità
alle sue spalle si mosse.
Comparve una creatura dalla corazza di ferro, fosca come la
notte, simile a un enorme lupo. Gli occhi emanavano un
luccichio bianco, le orecchie erano dritte e appuntite, e il lungo
muso si aprì con un soffio, mostrando file di denti aguzzi e
scintillanti.
Le zanne possenti cercarono di acchiappare l’uomo, che
probabilmente avvertì il pericolo e si spostò d’istinto. Raikan
udì un forte ticchettio, seguito da uno sbuffo rabbioso.
I dardi ronzarono. Alcuni rimbalzarono contro la pelle
corazzata della bestia, altri finirono nel vuoto. Quando la
creatura sferrò un nuovo attacco a Tenkil, tuttavia, una freccia
le trapassò il muso, strappandole un ringhio furioso.
«Corri! Sta per raggiungerti», urlò Raikan.
Il mostro, però, non era più interessato al guerriero. Puntò
gli occhi luccicanti sulla balaustra, quindi si staccò da terra
piegandosi sulle zampe muscolose e scomparve con un balzo.
Tenkil entrò nella sala, Irtan e Lilia chiusero la porta. I
quattro tabaîniani tesero le orecchie per captare qualcosa tra i
tintinnii metallici.
In alto udirono un leggero scalpiccio e grida di dolore. A
quanto pareva, gli arcieri stavano morendo l’uno dopo l’altro.
Le armi cadevano sulle tavole, sembrava che non ci fosse più
nessuno a opporre resistenza.
«Che cosa facciamo?» Irtan si guardò intorno.
Lilia fece un passo indietro. «Tagliamo la corda finché è
impegnato con gli elfi. Qualunque cosa sia.»
«Non l’ho visto bene. Ho combattuto molte guerre e
battaglie, ma…» Tenkil tese la mano che impugnava il coltello
e, sconcertato, si fissò le dita tremanti. «È sbucato fuori dal
nulla. Sono stato accecato dallo scintillio delle zanne, che
rompono e dilaniano ogni cosa.»
Raikan combatté contro la paura che gli attanagliava il
cuore.
Ebbe un’idea audace, scaturita dalla necessità di
approfittare del momento propizio: se avesse salvato la vita al
re degli elfi, ne avrebbe tratto qualche vantaggio non solo per il
Tabaîn, ma per tutta la Terra Nascosta. «Un souvenir degli albi,
forse?» Si spostò verso destra, in direzione dell’uscio laterale.
«Un essere evocato dalle arti oscure?»
Tenkil lo afferrò per il braccio. «Perché l’elfo non ci ha
avvertiti né portati con sé?»
Irtan si rabbuiò. «Eravamo esche ignare!»
Raikan sperò con tutto il cuore che il comportamento del re
avesse motivi diversi dalla perfidia. «Vediamo cosa…»
D’un tratto la creatura sfondò la parete e con un ruggito si
avventò su Lilia sotto una pioggia di schegge. La spada della
guerriera si frantumò sulle spalle della bestia, quindi le zanne
bianche sfavillarono e si chiusero di colpo.
La donna cadde gridando e finì sotto la bestia mentre il
braccio mozzato volava via con l’arma, lasciandosi dietro una
scia di gocce rosse.
Raikan si voltò di scatto, puntando lo spadone contro la
zampa posteriore destra della bestia e augurandosi che in quel
punto la corazza non fosse troppo spessa.
La creatura tuttavia scartò di lato, affondando gli artigli
della zampa destra nel collo di Lilia.
La donna morì con un rantolo e fu scagliata via senza tante
cerimonie. Il cadavere tracciò una larga striscia di sangue sulle
stuoie.
«Fuggi, mio re.» Tenkil si mise davanti a Raikan. «Racconta
alla Terra Nascosta del…»
La voce limpida del sovrano elfico risuonò alle loro spalle.
«Non arriverebbe lontano. Tentiamo di annientarlo da quaranta
rotazioni.»
Ataimînas li superò, piazzandosi davanti a Tenkil. Indossava
un’armatura attillata, fatta di minuscoli bastoncini di metallo, e
tra le dita corazzate stringeva un lungo giavellotto di ferro.
«Speravo che la vostra visita passasse inosservata.»
Dalla porta di bronzo entrarono venti guerrieri armati di
lance e giavellotti. Il fascio di punte affilate si orientò contro la
creatura, che sollevò le labbra scoprendo le zanne minacciose.
Raikan scambiò una rapida occhiata con Tenkil. L’elfo si era
armato e aveva chiamato i rinforzi, perciò le loro ipotesi su una
possibile trappola si erano rivelate infondate. Siamo stati
vittime dei cattivi pensieri. «Uccidiamolo insieme», replicò con
decisione e con una punta di rimorso nella voce.
Ataimînas annuì. «Speriamo di riuscirci.» Avanzò, con Tenkil
e Raikan che lo fiancheggiavano e Irtan che copriva loro le
spalle.
I guerrieri elfici costrinsero la bestia a indietreggiare verso
la parete.
Il lupo mostrò le zanne e dilatò le narici coriacee. Sembrava
abbastanza furbo per non saltare verso le lame. Dalla ferita sul
muso sgorgava un sangue chiaro; a quanto pareva, aveva
estratto la freccia da solo.
Che cos’è quello? Raikan notò un filo sottile intorno al collo
dell’essere, cui era fissata una capsula grande quanto il pugno
di un bambino. Non riuscì a decifrare le rune, che tuttavia gli
sembrarono stranamente familiari e inadatte agli albi e agli
elfi. Simboli naneschi, forse?
A un ordine di Ataimînas, i guerrieri avanzarono.
Dieci tennero le lame dritte in avanti, gli altri le inclinarono
verso l’alto per evitare che il mostro li scavalcasse con un
balzo. Il centro della formazione era rappresentato dal
Naishïon, il cui giavellotto mandava bagliori dorati. Tenkil e
Raikan rimasero al suo fianco, leggermente spostati.
«Prendiamo la capsula. Voglio sapere cosa contiene», urlò
Raikan ai due compagni.
«Nulla di buono. Di sicuro è opera degli albi. Amano lasciarsi
dietro trappole spaventose», dichiarò Ataimînas.
Le parole successive furono soverchiate dal sibilo delle lame.
I guerrieri attaccarono, ma ancora una volta la bestia si
dimostrò molto agile. Saltò e ringhiò, addentò i giavellotti,
piegò e spezzò il metallo senza subire il minimo danno alle
zanne.
Le zampe si allungarono più volte tra le file degli aggressori
e scaraventarono sulle stuoie gli elfi feriti. I lunghi artigli
tagliarono cotte e armature, il sangue iniziò a scorrere a fiumi.
Ataimînas ordinò la ritirata. «Attiriamolo fuori. A quest’ora i
nuovi arcieri dovrebbero essere in posizione», disse a Raikan.
«La prima volta non sono serviti a niente», obiettò Tenkil.
«Usiamo frecce migliorate. Questa notte la bestia perirà. La
morte dei vostri amici sarà vendicata, lo giuro.»
Uscirono in cortile camminando rapidamente a ritroso, senza
smettere di stuzzicare il mostro affinché li seguisse senza
accorgersi del nuovo pericolo in agguato.
La creatura non li mollò, continuando a mietere vittime.
Raikan ammirò lo spirito di sacrificio degli elfi, consapevoli di
non avere possibilità di sopravvivenza.
Alla fine la bestia si ritrovò davanti all’enorme edificio
insieme coi tabaîniani, il Naishïon e i tre elfi rimasti, e si
preparò a saltare per atterrare al centro di quel gruppo eroico.
A un nuovo ordine di Ataimînas si udì un ronzio assordante.
«Giù!» L’elfo si gettò a terra.
Raikan e Tenkil si affrettarono a imitarlo, ma Irtan tardò di
un secondo. Colpito, lanciò un urlo. Il suo cadavere cadde
insieme con quello di un guerriero elfico che aveva commesso il
medesimo errore.
D’un tratto calò l’oscurità. Sulla bestia si abbatté una scarica
di frecce e palline d’acciaio lanciate con le fionde.
L’abbinamento di proiettili spuntati e appuntiti si dimostrò
efficace. La violenza delle piccole sfere lacerò la pelle coriacea
e i dardi si conficcarono nel corpo della bestia.
«Funziona!» esclamò Raikan, tenendosi pronto ad attaccare
con la spada non appena la pioggia micidiale fosse cessata.
Voglio la capsula.
Ma la bestia non si arrese. Ringhiava furibonda, spiccando
balzi energici e azzannando i guerrieri elfici che, accovacciati,
non riuscirono ad alzarsi e a sfuggirle. Sbatteva i corpi qua e là
come se fossero manichini, dilaniandoli nonostante le
armature. Mentre i cadaveri volavano, le frecce li centravano e
le palline si frantumavano contro di loro.
Poi il mostro si girò verso il Naishïon. Le mascelle si
spalancarono. Sembrava che nulla potesse fermarlo, nemmeno
la raffica di proiettili, ma d’un tratto la cordicella si spezzò e la
piccola capsula cadde nella polvere, finendo sotto le zampe
rosso sangue munite di artigli.
Prima ancora che Raikan si decidesse a entrare in azione per
salvare l’elfo, Tenkil rotolò in avanti, afferrò una lancia e la
conficcò nelle terribili fauci.
La creatura, cui le frecce conferivano un aspetto grottesco,
ormai faticava a respirare. Con una zampata fece scivolare il
guerriero tarchiato, che giacque a terra gemendo.
Quell’esitazione fu sufficiente per gli arcieri elfici. Dopo otto
dardi negli occhi e nel palato, la bestia barcollò e si accasciò,
seppellendo sotto di sé il tabaîniano.
«Una rotazione che ricorderemo a lungo.» Ataimînas si alzò
e aiutò Raikan a tirarsi su. «La bestia è sconfitta, anche grazie
al vostro aiuto.»
Il giovane re si affrettò verso il mostro. «Prima di piangere i
morti e di celebrare la vittoria in loro onore, datemi una mano
a liberare il mio amico. Rischia di soffocare.»
Ataimînas diede istruzioni incomprensibili. Gli elfi uscirono
dai nascondigli, appendendosi gli archi alla schiena e
avvicinandosi. «Siate prudenti. Nel mostro potrebbe brillare
ancora una scintilla di vita.»
«Da dov’è arrivato?»
Ataimînas raggiunse Raikan. «Crediamo che si sia scavato
un passaggio attraverso il cratere sigillato. Forse c’era un
cunicolo angusto che conduceva fuori del sistema di grotte. Un
tempo, laggiù si trovava lo Stagno della Luna, sotto il quale si
estendeva quell’orribile luogo di rovina, pieno di mostri e
bestie.»
«Il Phondrasôn.» Raikan conosceva il nome usato dagli albi
per designare la regione le cui propaggini si allungavano fino
alla Forra Oscura. Quella e altre informazioni erano contenute
negli scritti rinvenuti dopo la fine dei gemelli trigemini,
compilati dall’albo Carmondai. «Tieni duro, Tenkil. Ti tiriamo
fuori.» Guardò la creatura. «Pensavo che il sottosuolo fosse
stato sigillato.»
«Il male trova sempre una via.» Ataimînas impartì un altro
ordine e i guerrieri si fermarono. «È una tragedia che il futuro
giovane re del Tabaîn sia morto per opera sua dopo avermi
salvato la vita. Un eroe.» Spinse Raikan, facendolo cadere
davanti al muso aperto del lupo. «Un eroe defunto.»
«Siete uscito di senno, per caso?» L’uomo, sconcertato, fece
per sollevare la spada.
Sorridendo, il Naishïon indietreggiò e fece spazio a quattro
guardie.
Gli elfi afferrarono e disarmarono Raikan, quindi lo distesero
nelle fauci della bestia e chiusero le mascelle finché le punte
delle zanne non gli forarono la pelle del collo.
«Lasciatemi. Ataimînas, che cosa significa tutto questo?»
L’uomo si dibatté, ma i soldati gli bloccarono le braccia. Il lezzo
che saliva dalle fauci del lupo era ripugnante.
Il Naishïon lo affiancò e posò lo stivale destro sul muso della
creatura. La pressione sul collo e sulla nuca di Raikan
aumentò. «Sentitevi lusingato: sareste dovuto morire prima,
mentre eravate in viaggio verso il mio palazzo, ma questo
essere si è palesato solo in seguito.» Dagli occhi verdi non
traspariva la minima compassione.
Raikan batté le palpebre, confuso. «A che gioco…?»
Ataimînas si chinò e alcune ciocche di capelli castani gli
scivolarono davanti. «Vostro fratello e il futuro impero elfico
hanno stretto un accordo. Natenian, mio caro re mancato, non
intende rinunciare al trono, e dopo la vostra deplorevole
uccisione da parte di questa bestia non avrà altra scelta. In
cambio riceveremo i cereali a condizioni ancora più
vantaggiose.»
«Mio fratello?»
Ataimînas scoppiò in una risatina gelida. «È scaltro.
Controlleremo che il grano che ci consegnerà non sia
avvelenato. Ma è anche previdente. Il contratto è stata una sua
idea. Purtroppo la vostra firma dimostrerà che l’avevate
ingannato e che avevate già iniziato a comportarvi da sovrano.
Il vostro nome cadrà nell’oblio non appena la gloria per avermi
salvato la vita comincerà a offuscarsi. Abbiamo pensato a
tutto.» L’elfo si raddrizzò e si tirò indietro i capelli.
Raikan lanciò un urlo disperato. «Impossibile! Natenian
non…»
Ataimînas fece pressione col piede.
Le zanne affilate come lame affondarono nel collo del
giovane, trapassandogli la gola e trasformando le sue ultime
parole in un gorgoglio inintelligibile. Raikan agitò le gambe,
infliggendosi ferite ancora più gravi.
Ataimînas aumentò la pressione, strappandogli gemiti e colpi
di tosse. Il sangue del tabaîniano schizzò dagli squarci e prese
a scorrere sulle labbra scure del mostro, gocciolando sul
terreno.
Raikan si dissanguò lentamente e i suoi movimenti vigorosi
si trasformarono in deboli sussulti. «Palandiell…» implorò
sentendo che le forze lo abbandonavano e continuando a non
capire perché dovesse morire. Sarebbe bastato che Natenian
manifestasse l’intenzione di governare il Paese, e nessuno lo
avrebbe privato di quel diritto. Palandiell, vendicami. Io…
Ataimînas abbassò con violenza il piede, e le zanne della
bestia tranciarono l’osso del collo di Raikan. Il cranio si staccò
dal tronco e cadde nella pozza di sangue.
Il Naishïon, imperturbabile, guardò il cadavere. «È Sitalia a
decidere le sorti di questo regno, non la tua dea. Portate qui il
suo amico e finitelo nello stesso modo. Poi trasferite i cadaveri
e la carcassa della bestia nel Tabaîn. Il re desidera piangere
l’eroe», disse freddamente avviandosi verso il palazzo.
«Naishïon», lo chiamarono quando ebbe quasi raggiunto la
porta di bronzo. «Il guerriero è sparito.»
Ataimînas si voltò, inarcando le sopracciglia sottili. «Allora
trovatelo. Seguite le tracce e riportatelo qui vivo affinché
muoia anch’egli tra le zanne del mostro.»
«Subito, Naishïon.»
Ataimînas serrò le labbra e proseguì. «Fate attenzione alle
altre due bestie che si aggirano nei dintorni. Uccidetele, non ci
servono più.» Strinse i pugni per la collera. Qualche secondo di
distrazione, e il piano iniziava già a vacillare. Tuttavia la
comparsa della bestia di Narshân era stata uno straordinario
colpo di fortuna. La creatura aveva svolto il proprio compito
alla perfezione. Una morte così eroica non avrebbe destato
sospetti.
Quanta strada riuscirà a fare il guerriero? Ataimînas aveva
visto le ferite riportate dall’uomo. Certo, era un veterano,
robusto e resistente, però le zanne delle bestie di Narshân non
erano soltanto affilate, ma anche avvelenate. Non più di
quattro miglia, scommetto. Si fermò di colpo. «Dov’è la fiala di
metallo?»
«Qui non c’è, Naishïon. Deve averla presa il guerriero.»
Il sovrano chiuse gli occhi e pregò Sitalia di usare il proprio
potere per uccidere l’umano. Qualunque altro esito avrebbe
potuto stroncare sul nascere il sogno di un immenso regno
elfico.
Se qualcuno lo trovasse prima di noi…
Se Vraccas avesse voluto che i suoi figli fossero facili da
abbattere, li avrebbe fatti di legno.
Proverbio dei nani
II

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


città di Pietralibera,
6492° ciclo solare, inizio dell’estate

R
odario, insieme con una guaritrice e tre soldati
urgoniani, attraversò frettolosamente la locanda per
raggiungere le stanze in cui la ragazzina aspettava di
essere convocata alla riunione.
L’Irraggiungibile aveva l’impressione che i corridoi
fossero interminabili e che ogni passo suo e dei suoi compagni
fosse piccolo e legnoso.
Finalmente arrivarono a destinazione.
La porta della camera era aperta, e nell’aria aleggiava
l’odore fin troppo familiare del sangue appena versato.
Allarmato, Rodario corse dentro… e trovò Sha’taï
accovacciata in un angolo.
Una guardia e la cameriera erano stati uccisi con tagli
meticolosi alla gola. Il soldato non aveva neppure avuto il
tempo di sfoderare l’arma.
Il vestito marrone scuro della ragazzina, decorato di ricami
giallo pallido, era coperto di macchie nere e il sangue le
gocciolava da una leggera ferita sul collo.
È viva! «Piccola mia!» Rodario si avvicinò e le s’inginocchiò
accanto, cingendola con un braccio. Con l’altra mano chiamò la
guaritrice.
La donna esaminò attentamente lo squarcio mentre le
guardie portavano fuori i cadaveri.
«È scesa la notte», spiegò Sha’taï con l’accento insolito che
rivelava le sue origini straniere. «Poi l’albo ci ha attaccati e…
Volevo chiamare aiuto, ma avevo paura.» Benché avesse
cercato di trattenere le lacrime, scoppiò a piangere e si
aggrappò al braccio di Rodario.
«Non può più farti del male. Lo abbiamo ucciso.» Le
accarezzò dolcemente i capelli biondi.
«Non mi sembra che ci sia del veleno», sussurrò la
guaritrice, somministrando alla ragazzina un sorso di essenza
tranquillante da una fiala blu. «Però il taglio è profondo e va
cucito per essere sicuri che si rimargini.»
Rodario fece un cenno di assenso e cullò Sha’taï finché non
sentì che si rilassava e scivolava in un sonno ristoratore.
Grazie, dei! Si alzò e la sollevò per portarla in un’altra
stanza e adagiarla sul letto, per nulla disturbato dal sangue che
incrostava il vestito costoso.
La guaritrice premette un panno sul taglio. Estrasse ago e
filo e cucì i bordi della ferita con movimenti rapidi e delicati,
mentre la ragazzina riposava.
Sarebbe potuta finire molto diversamente. Rodario osservò
Sha’taï, che a occhio e croce aveva solo dodici cicli, e si
meravigliò della rapidità con cui aveva imparato la lingua e le
consuetudini della Terra Nascosta.
Sha’taï e suo zio avevano vagato sui Monti Grigi,
imbattendosi per caso nell’insediamento abbandonato. Dopo la
morte dello zio, la ragazzina era stata trovata da un drappello
formato da umani, un elfo e due nani.
All’inizio questi ultimi si erano opposti all’idea di portarla
nella Terra Nascosta, soprattutto perché parlava solo albico.
Anzi, a quanto pareva, uno di loro aveva perfino tentato di
ucciderla.
Nonostante le obiezioni degli altri, tuttavia, Rodîr
Bannermann l’aveva condotta da Mallenia, che l’aveva presa
sotto la sua protezione e l’aveva dichiarata sua figlioccia. Non
avendo discendenti, la regina aveva considerato un dono di
Samusin ricevere una figlia in quel modo.
Sappiamo pochissimo della Terra dell’Aldilà.
Sha’taï aveva raccontato di enormi città, di faide familiari
che l’avevano costretta a fuggire, ma anche d’insediamenti
albici che erano stati distrutti durante una guerra furibonda.
E di Aiphatòn.
Pareva che lo Shintoìt fosse stato coinvolto in quegli eventi,
sebbene la ragazzina non sapesse se fosse ancora vivo.
Così ha mantenuto il giuramento di annientare il suo popolo.
Rodario si attorcigliò i baffi e sorrise guardando Sha’taï. Sarà i
nostri occhi sulla Terra dell’Aldilà nel Nord.
Era per quella ragione che Mallenia l’aveva portata a
Pietralibera: perché riferisse l’accaduto, desse spiegazioni e
fugasse i pregiudizi. I nani la consideravano un demone in
carne e ossa, il male con sembianze infantili.
Una volta finito, la guaritrice spalmò una pomata biancastra
sulla ferita e applicò una benda, quindi si alzò e si accomiatò
con un inchino.
Quando Sha’taï parlerà al cospetto dei re e delle regine, si
renderanno conto di essersi sbagliati. Rodario si sedette sul
bordo del letto e le prese la mano sinistra. «Dormi. Sei al sicuro
con noi», sussurrò.
«Poveri illusi. Non siete al sicuro nemmeno voi. Fate troppo
affidamento sui nani e sulle loro porte, ma sono già state
superate una volta e accadrà di nuovo», bisbigliò la piccola
tenendo le palpebre abbassate. Poi girò la testa e aprì gli occhi
di scatto.
Leggendo la paura e la convinzione sul suo volto, Rodario
rabbrividì. «L’imperatore Boïndil e i figli del Fabbro sono pronti
per ogni evenienza. Hanno rinforzato i baluardi.»
«Esistono poteri che la pietra, gli scudi e le asce non
possono contrastare.»
«La magia, lo so. Ma abbiamo Coïra. È saggia e potente e ha
istruito i primi nuovi maghi. Inoltre, gli elfi non sono mai stati
così numerosi nella Terra Nascosta. Sono guerrieri eccellenti.»
Rodario sorrise, notando che la stretta della ragazzina intorno
alle sue dita si era fatta più forte.
Sha’taï tuttavia sembrava ancora dubbiosa. «Non immagini
di quale magia siano capaci i Nhatai. Il loro potere sconfigge le
porte più sicure e gli eserciti migliori. Ho visto…» disse con un
filo di voce prima di riaddormentarsi, senza lasciargli la mano.
Rodario fu percorso da un brivido. Parlavano spesso della
Terra dell’Aldilà, ma Sha’taï non era mai parsa così spaventata.
«Che cosa sono i Nhatai?» La voce cupa e stentorea alle sue
spalle lo fece trasalire.
«Da quando in qua i nani sanno introdursi di soppiatto nelle
stanze? E perché lo fanno?» Rodario si girò per metà e vide
l’imperatore sulla soglia.
«Ho bussato. Forte.» Boïndil gli mostrò prima il
mazzapicchio e poi il segno sullo stipite. «È stata la
preoccupazione a condurmi qui. Dopo il mio discorsetto sui
regni naneschi sono venuto a controllare che fine avessi fatto.»
Rodario fece un sorriso conciliante. «Ero soprappensiero.»
Boïndil si mise l’arma sulla spalla. «Riflettevi sui Nhatai,
forse? Non venirmi a raccontare che è la prima volta che senti
questo nome. Può darsi che il sonnifero le abbia ottenebrato la
mente.» Si parò davanti all’Irraggiungibile, lo fissò con occhi
penetranti, poi guardò la ragazzina. «Se esiste una magia
capace di mettere in pericolo la sicurezza delle fortezze vicino
ai passaggi, devo saperlo. È l’unico modo per contrastarla.»
Roteò il mazzapicchio, e la corrente d’aria gli fece ondeggiare
la barba, cui il combattimento non aveva certo tolto splendore.
«Glielo chiederò di nuovo.»
«Dovrei essere io a interrogarla.» Boïndil aveva un tono
preoccupato e categorico.
«Dimentichi che siamo entrambi re, anzi che lo siamo tutti.»
Rodario lo perdonò per averlo trattato come un postulante e gli
posò la mano sulla spalla.
«E tu dimentichi che facevi l’attore. Un commediante seduto
sul trono vuole insegnarmi a prendermi cura della Terra
Nascosta?» Il nano proruppe in una risata piena e tonante.
«Auguro all’Urgon di fare la scelta giusta.»
Rodario s’incupì. È la birra a farlo parlare così. «Ora sei
arrogante.»
«Posso permettermelo. Sono l’imperatore, nonché un figlio
del Fabbro.» Boïndil indicò Sha’taï. «Abbiamo perso molte
vittime per liberare la nostra patria da ogni male, ma non so
ancora cosa pensare di questa ragazzina, le cui prime parole
sono state in lingua albica.»
«È buona come un gattino!»
«Questo sarò io a deciderlo.» Il nano inspirò ed espirò a
fondo, e il suo alito puzzolente di birra investì Rodario. «Tu e
Mallenia l’avete portata qui affinché ci desse spiegazioni.»
«Esatto.»
«Allora svegliala e ascoltiamola. Se persuaderà il Consiglio
dei Re, il mio giudizio sarà più mite. Altrimenti resterò dell’idea
che sarebbe meglio rimandarla indietro.» Boïndil non fece
mistero della propria avversione. «Può raccontarci ciò che
vuole, perché non sappiamo se sia vero.»
Rodario sorrise. «Vuoi dire che si è inventata i Nhatai, di cui
avevi così paura fino a qualche minuto fa?»
«No. In quel caso sembrava sincera. Ho avvertito il timore
nella sua voce. E…» Sbigottito, Boïndil smise di strepitare e
abbassò lo sguardo. «Per Vraccas!»
Sha’taï gli aveva stretto la mano libera intorno alle dita,
come se volesse chiedergli protezione.
«Visto? Le piaci. Desidera un’alleanza con l’imperatore dei
nani.» Rodario trattenne una risata.
Il nano non si lasciò impietosire. Fece mezzo passo indietro e
ritirò il braccio. «Non ti sei domandato perché l’Occhineri sia
entrato prima in questa stanza invece di attentare subito alla
vita dei re?»
«Aveva bisogno di un’armatura per ingannarci.»
Boïndil si spostò verso la porta. «Se la sarebbe potuta
procurare anche lungo il tragitto, anziché correre il rischio di
essere smascherato mentre commetteva un omicidio. Se
Sha’taï avesse urlato, il piano sarebbe andato a monte. Ma
forse la ragazzina lo ha aiutato.»
«Stupidaggini! L’arte oscura del terrore l’ha paralizzata.»
Rodario non voleva ammettere che le congetture dell’amico
gettavano un dubbio sulla sincerità di Sha’taï.
«Una ragazzina che parla albico e che viene dalla Terra
dell’Aldilà sopravvive alla visita di un Occhineri che poco dopo
fa strage di guardie esperte. Sarebbe la trama perfetta per
un’opera teatrale. Sono l’unico a trovarlo curioso?» replicò
Boïndil con estrema calma, quindi uscì.
Rodario guardò la porta e ascoltò il fracasso degli stivali
chiodati. Zuccone che non sei altro. Vraccas vi ha davvero
scolpiti nella pietra.
«Perché non avete un imperatore?»
L’Irraggiungibile si concentrò su Sha’taï, che lo stava
fissando con un’espressione seria negli occhi celesti. «Sei
sveglia? Hai solo finto di dormire?»
«Se i nani hanno un imperatore che li unisce, anche la Terra
Nascosta dovrebbe averne uno.» Sha’taï sospirò e gli accarezzò
il braccio, poi girò la testa e abbassò le palpebre, sfiorandogli
la pelle coi capelli. «Tu saresti la persona giusta. Credo che ti
nominerò imperatore, zio.» Gli lasciò la mano e si acciambellò
come un gatto.
Lui si chiese se non avesse sognato le ultime parole, che le
erano affiorate alle labbra con assoluta convinzione. Senza il
minimo dubbio né esitazione. Una dichiarazione d’intenti cui
sarebbero seguite le azioni.
Rodario le diede un bacio sulla fronte, le rimboccò le coperte
e si alzò. Come potresti? pensò divertito, quindi si lisciò i baffi,
raddrizzò le spalle e assunse una posa eroica. Ma sarebbe il
pubblico più numeroso che un attore possa sperare di avere.

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, inizio dell’estate

Il Rabbioso, in groppa al fedele pony bianco e nero, non faceva


molto caso al paesaggio con la sua alternanza di dolci colline e
conche erbose.
Qua e là c’erano piccole macchie di alberi, dove aghifoglie,
querce e faggi avevano affondato le radici nel terreno. Il sole,
alto nel cielo, riscaldava l’aria tanto da farlo sudare.
Neanche un goccio di birra fresca.
Boïndil rimuginava da quando aveva lasciato Pietralibera.
Mentre il pony trottava lungo la strada verso nord, in direzione
dei Monti Grigi, i pensieri affollavano la mente del Rabbioso,
senza logica, limitandosi a frastornarlo.
La patria, Goda e i suoi figli adulti avrebbero dovuto
aspettare, perché lui voleva consultarsi con Balyndis.
La sovrana dei Quinti era un’amica, una nana intelligente, e
di sicuro l’avrebbe aiutato a trovare il rametto verde delle sue
riflessioni, come dicevano i Lunghi. Nella lingua dei nani si
preferivano i modi di dire «fabbricare un buon acciaio» e
«regolare gli ingranaggi».
Nella rotazione successiva all’attentato, il Consiglio si era
nuovamente riunito per discutere della situazione nella Terra
Nascosta.
Se non fosse stato per l’aggressione e per la piccola umana
dall’accento orribile, l’imperatore sarebbe stato molto, molto
soddisfatto.
Poi però Rodario, anzi re Rodario, aveva portato Sha’taï dai
sovrani.
Da quel momento il nano aveva avuto la sensazione che i
presenti fossero stati ammaliati dalla piccola. Pendevano dalle
sue labbra, ascoltando e annuendo. Alcuni avevano preso
appunti e fatto qualche domanda. La ragazzina aveva dato
risposte esaurienti e fornito informazioni sulle usanze dei
popoli nel Nord della Terra dell’Aldilà. Gli elfi non si erano
sbilanciati, ma si erano mostrati benevoli.
Eppure mente. Il Rabbioso le aveva chiesto dei Nhatai.
Sha’taï non ricordava quel nome, aveva detto di averlo
inventato mentre era sotto l’effetto del sonnifero. Rodario
ammise che la ragazzina aveva parlato di una minaccia, ma
aveva sminuito la gravità della questione. Quindi Sha’taï era
andata da una sedia all’altra e si era inchinata dinanzi ai
sovrani, ricevendo carezze sulla testa e buffetti sulle guance.
Infine era stata congedata.
Stiamo a vedere cosa succede. Il Rabbioso era indispettito,
insoddisfatto e per di più assetato. Molto assetato.
La vecchia irascibilità che lui e suo fratello avevano sempre
temuto era in agguato in ogni fibra del corpo e, fomentata
dall’elisir dello Zhadár, aspettava solo l’opportunità di
esplodere.
L’antica rabbia alimentava la dipendenza da quella bevanda,
sebbene lo Zhadár fosse un essere rivoltante e crudele. Ma
quelle creature, l’unità speciale dei Terzi fondata dagli albi, non
esistevano più. L’ultimo rappresentante rimasto vagava per la
Terra dell’Aldilà.
Così Boïndil non avrebbe più ottenuto l’elisir, pur
desiderandolo avidamente. Anche se dopo l’ultimo ciclo aveva
notato un leggero miglioramento, sarebbe stato difficile
spuntarla contro l’arsura e la collera distruttiva. Tuttavia finché
avesse avuto abbastanza alcol nel sangue sarebbe riuscito a
raffreddare e a placare la furia.
È una taverna? Speranzoso, Boïndil scorse all’orizzonte una
fattoria con accanto un grande recinto in cui pascolava una
mandria di cavalli. Una stazione di sosta per portaordini.
Calcolò che l’avrebbe raggiunta entro la fine della rotazione,
così avrebbe avuto un giaciglio per sé e per il pony, che
avanzava instancabile. Gli diede un colpetto sul collo. «Le cose
si mettono bene, ma prima il mio didietro e la tua schiena dura
meritano una breve pausa. Poi metteremo qualcosa sotto i
denti», disse in tono allegro, come se l’animale potesse capirlo.
Ridendo, Boïndil guidò il pony sbuffante verso il bordo della
strada, all’ombra di una quercia gigantesca che coi rami carichi
di foglie offriva riparo dal sole cocente. Smontò e si gettò
sull’erba alta accanto all’albero. Il cavallo si allontanò di
qualche passo per abbeverarsi a un ruscello. Poiché non c’era
un sottobosco che potesse nascondere delle insidie, il Rabbioso
restò seduto e chiuse gli occhi. Il sesto senso lo avrebbe
avvertito in tempo se qualcuno si fosse avvicinato.
Senza sollevare le palpebre, prese la borraccia, che
conteneva ancora un goccio di birra di miele troppo calda.
L’ultima razione fino a questa sera. Vuotò il recipiente e
appoggiò la testa al tronco, canticchiando un motivetto per
mettere a tacere gli ingranaggi del cervello. I versi gli
affiorarono spontaneamente alla memoria.

In una cantina sotterranea siedo questa sera


accanto a una botte di birra nera.
Sono di buonumore
e mi faccio servire la migliore.
Mastro birraio, togli lo zaffo.
Al mio cenno, presto,
porgimi il boccale, così lo arraffo.
Poi lo sollevo
e bevo, bevo, bevo!

Il demone della sete mi dà il tormento,


ma per cacciarlo via
prendo il boccale nella mano mia
e l’idromele mi faccio servire a piacimento.
Ed ecco che il mondo tinto d’oro m’appare,
di un mezz’orco il cranio potrei spaccare
e bevo, bevo, bevo!

Ma l’arsura cresce
a ogni coppa da cui la bevanda fuoriesce,
è questa l’incresciosa natura
di chi beve idromele oltremisura.
Ma alla fine mi consolerò
quando a terra dinanzi alla botte cadrò.
Nemmeno un sorso ho versato,
e bevo, bevo, bevo!

Gli insetti frinivano e ronzavano, e di tanto in tanto i rami


frusciavano nella brezza, cullando il Rabbioso in un dormiveglia
disturbato solo dal penetrante odore della resina.
Boïndil aprì gli occhi e ispezionò il tronco.
Non trovando niente su quel lato, si stese sull’erba per
controllare l’altro e si paralizzò.
La corteccia era stata staccata quasi perfettamente in
strisce dritte e seghettate da lunghi artigli, e il legno era stato
inciso. L’erba schiacciata era cosparsa di trucioli e frammenti
arricciati; la resina giallo oro scorreva dai solchi profondi,
sprigionando il suo aroma.
Un orso! Il Rabbioso balzò in piedi e controllò il pony, che si
abbeverava tranquillo: pareva che non avesse fiutato nessun
predatore. Meno male.
L’esame del terreno smentì la sua teoria. Le orme erano più
simili a quelle di un cane, che però non avrebbe avuto unghie
capaci di scavare in quel modo il legno duro di una vecchia
quercia.
Boïndil rovesciò la testa per capire se ci fosse una ragione
valida per arrampicarsi sull’albero o se il predatore avesse solo
voluto affilarsi gli artigli. I cavalli nel recinto erano
sicuramente prede allettanti per un carnivoro di quelle
dimensioni.
Si alzò una raffica di vento. Piccole lame di luce filtrarono
tra le foglie ondeggianti, impedendogli di guardare bene i rami.
C’è qualcuno, oppure è solo vischio? Boïndil si spostò di lato,
sperando di vedere meglio.
Il pony nitrì forte e il ruscello sembrò esplodere. Una
gigantesca bestia nera, simile a un lupo, si avventò sul
cavallino tra uno zampillo altissimo e una nuvola di gocce
luccicanti. Spalancò le mascelle possenti e decapitò l’animale
richiudendole con un movimento fulmineo.
Il pony atterrò scalciando nel letto basso del fiume e giacque
immobile. Alla sella era attaccato anche il mazzapicchio che in
battaglia aveva sempre reso un buon servizio al Rabbioso.
«Per Vraccas!» Il nano fissò la bestia, dalla cui bocca
gocciolava il sangue del cavallo. Estrasse le due scuri dalla
cintura. «Per colpa tua dovrò andare a piedi fino alla fattoria!»
Schivò con una rotazione del busto il primo violento morso. «E
per di più puzzi.»
La zampa dai lunghi artigli scattò a mezza barba dal naso
del nano.
Il Rabbioso sentì montare la rabbia nefasta e le diede libero
corso. Il velo rosso gli scese davanti agli occhi, il calore gli
pervase il corpo.
Ringhiando, la bestia cercò di azzannarlo, ma ricevette un
colpo di scure sulle zanne. Le schegge volarono qua e là; la
creatura guaì.
Il nano sfruttò lo slancio per girarsi e affondare l’altra arma
nella pelle spessa del lupo, nei cui occhi brillava una luce
bianca; la scure tuttavia non penetrò abbastanza. «Che cosa
devo fare per ucciderti?» urlò alla belva, spaccandole il naso
con una gomitata. Dalla ferita sgorgò un fiotto di sangue
biancastro. «Evviva! Non ti piace, vero?»
L’animale indietreggiò ringhiando. Dal fianco gli spuntava
una scure.
«Torna indietro! Mi hai rubato l’arma!» Il Rabbioso si passò
l’altra lama da una mano all’altra e si gettò la lunga treccia
sulla schiena. «Ma questo non ti salverà, mostro. Da qualunque
nido di demoni tu sia strisciato fuori, ti squarterò senza
pensarci due volte!» Boïndil ebbe la tentazione di fare il verso
del maiale, ma alla creatura non sarebbe importato nulla.
Intorno al collo della bestia vide chiaramente una cordicella
da cui pendeva una capsula metallica tonda e piuttosto lunga,
fissata proprio sotto la gola. Che cos’è?
L’avrebbe scoperto non appena avesse ucciso la belva.
Si spostò di lato per avvicinarsi al pony e dunque al
mazzapicchio, la cui robusta punta d’acciaio avrebbe lacerato
la pelle del lupo. L’arma che aveva sconfitto i destrieri della
notte sarebbe stata efficace anche contro il nuovo avversario…
purché fosse riuscito a raggiungerla.
L’animale tuttavia parve intuire le sue intenzioni. Rimase a
distanza, aspettò e osservò il nano, sfoggiando l’ascia come un
trofeo. Aveva le orecchie ritte e gli occhi ridotti a fessure
luminose.
«Che ti prende, cagnolino puzzolente?» L’ira offuscò la
ragionevolezza del Rabbioso. «Guarda, ti porto l’altra ascia!» E
si lanciò in avanti.
Anche la bestia partì di corsa, sollevando fili d’erba e
terriccio.
Il nano rise e si stava preparando a vibrare un fendente
quando dalla quercia spuntò un’ombra che colpì il mostro alla
schiena. Un guerriero umano, insanguinato e coperto da una
cotta sbrindellata, si era buttato giù dall’albero e aveva
conficcato lo spadone nel dorso del lupo, trafiggendogli
violentemente la pelle con la lama a doppio taglio.
Ma la creatura non morì.
Scagliò via l’uomo, lo azzannò e zoppicò verso il Rabbioso.
Il nano, ripresosi dallo stupore, corse verso il ruscello. Mi
serve il mazzapicchio.
Udì il rumore delle zampe dietro di sé e accelerò
sghignazzando, con l’armatura che emetteva un tintinnio
sommesso e invitante. «Dai! Prova a prendermi!» gridò in tono
di scherno quando fu vicino al bordo dell’acqua.
Senza fermarsi, si lasciò cadere coi piedi avanti e scivolò
accanto alla carcassa del cavallino.
Afferrò con una mano il lungo manico del mazzapicchio e
conficcò la scure nel terreno, arrestandosi poco prima di
raggiungere il ruscello. Si era già avvicinato abbastanza a
Elria, la dea dell’acqua.
«Preso!» Strinse l’arma con tutt’e dieci le dita e, restando
sdraiato, la sollevò verticalmente mentre la bestia lo sovrastava
con le fauci spalancate e provava ad azzannarlo. «Evviva!»
La punta slittò da dietro fino al collo della belva, fermandosi
esattamente tra le vertebre e la nuca.
Il Rabbioso tirò il manico e il mostro volò via, atterrando nel
ruscello e giacendo immobile. «Va’ da Tion!» Col lato piatto
dell’ascia il nano gli fracassò il cranio, che esplose e si
deformò.
In preda alla furia, Boïndil continuò a colpire finché il calore
e la fatica non lo sopraffecero. Col fiato corto, si fermò e si
asciugò la fronte. «Bestiaccia schifosa.»
L’ira si placò, ma la sete rimase.
Boïndil immerse cautamente la mano nell’acqua,
guardandosi bene dal cadervi dentro, e ne raccolse un po’ per
berla. Darei qualunque cosa per una birra fresca. Poi tornò nel
punto in cui il guerriero era piovuto giù dalla quercia per
aiutarlo.
L’uomo, un tipo dai capelli neri e dalla corporatura tarchiata,
ansimava sdraiato sull’erba. Il morso del lupo gli aveva
staccato mezzo braccio. Puzzava di marcio. Alcune ferite
precedenti si erano infiammate e l’infezione si era propagata
alla carne e alle ossa. Era spacciato. I suoi occhi non tradivano
la minima paura e, pur essendo in punto di morte, sembrava
perfettamente lucido. «Un figlio del Fabbro. Vraccas deve avere
intuito che ti avrei incontrato», mormorò ridendo
sommessamente.
Il Rabbioso gli prese la mano. «No, lo sapeva. Grazie per
l’aiuto. Mi chiamo…»
L’altro lo interruppe, temendo di non riuscire a finire il
discorso. «Nella mia bisaccia c’è una capsula decorata di rune
nanesche. Era appesa al collo di una bestia uguale a quella che
hai ucciso. Questi mostri vengono dal Phondrasôn, hanno
trovato una strada che li ha condotti dal sottosuolo al regno
elfico. Portala al tuo re. E sappi che gli elfi hanno assassinato il
mio giovane sovrano. È tutta opera del loro Naishïon. Hanno
stretto un patto con Natenian, che vuole governare il Tabaîn…»
Gli occhi vigili si chiusero all’improvviso.
Il Rabbioso aveva ascoltato con attenzione i sussurri dello
sconosciuto. Devo annotarlo, altrimenti me lo dimentico. Staccò
un grosso frammento di corteccia dalla quercia e usò il sangue
del guerriero per tracciare le parole sul lato piatto. Dovrò
accontentarmi finché non arriverò alla stazione di sosta. Là
avrebbe trascritto il messaggio su carta o pergamena.
Tastò il cadavere, estrasse la capsula nero opaco – provvista
di tappo a incastro – e la esaminò. Le rune erano senza dubbio
di origine nanesca, seppure dalle forme assai curve e un poco
esagerate, come se l’autore volesse attirare particolarmente
l’attenzione. Componevano un nome.
«Per Vraccas!» Boïndil corse verso il lupo per tagliare la
funicella e analizzare il secondo contenitore. Lo lavò
frettolosamente nel ruscello, sempre evitando di entrare
nell’acqua. Non si fidava di Elria.
Le rune sono identiche.
Qualcuno aveva usato le belve per recapitare il messaggio. Il
nome del destinatario era inciso chiaramente.
«Per il Rabbioso», lesse allibito.
C’era un solo nano che poteva essere andato nel Phondrasôn
e sapere della sua esistenza.

Terra Nascosta, regno del Tabaîn, Città delle Spighe,


6492° ciclo solare, inizio dell’estate

Re Natenian grondava di sudore. Sull’ampia veste gialla


spiccavano chiazze scure, sotto forma ora di piccoli schizzi, ora
di grossi punti, ora di macchie vistose. Sostenuto da due
assistenti, zoppicava lungo il corridoio del palazzo sobrio,
simile a una fortezza, verso la sala del trono, dove aveva
convocato gli aristocratici del Paese per designare il proprio
successore.
O almeno così aveva dichiarato.
La notizia della morte eroica del fratello si era diffusa in un
baleno in tutto il regno. Gli elfi avevano tenuto in fresco i resti
della delegazione tabaîniana col ghiaccio e li avevano
consegnati senza tracce di decomposizione.
Dopo essere stato imbalsamato dai sacerdoti nel tempio di
Palandiell, il corpo dell’amato futuro sovrano era rimasto
esposto per tre rotazioni affinché il popolo potesse rendergli
l’ultimo saluto. I morsi inconfondibili sugli uomini e sulle donne
e la carcassa della bestia, anch’essa adagiata sul ghiaccio e
sventrata, avevano fugato ogni dubbio sulla versione della
storia riferita dagli elfi.
Mancava soltanto la salma di Tenkil von Hoge. Il mostro
aveva divorato e digerito il migliore amico del futuro re, con
tanto di pelle e capelli.
Durante l’incontro coi nobili, Natenian avrebbe anche
dovuto spiegare perché Raikan fosse andato nel Lesinteïl.
Le guardie all’ingresso della sala fecero il saluto militare e
aprirono la porta. Natenian entrò con le due donne e superò gli
ospiti disposti intorno al lungo tavolo. I suoi respiri affannosi
echeggiarono tra le pareti.
Ai muri erano appesi quadri dei precedenti sovrani, che
fissavano gli invitati come se volessero assicurarsi che si
svolgesse tutto per il meglio. Arazzi antichi coprivano le pietre
nude, stemmi ricamati e polverosi erano fissati alle travi scure
del tetto.
Benché il sole splendesse ancora, le lampade e le candele
erano già accese. Nessuno sapeva quanto sarebbe durata la
discussione, e dalle finestre strette come feritoie entrava
pochissima luce. Il regno era flagellato da tempeste impetuose,
perciò i costruttori rinunciavano alle grandi aperture e agli
edifici alti. Anche il palazzo era scavato per metà nel terreno,
come se volesse rannicchiarsi.
Ansimando, Natenian si abbandonò su una poltrona che,
grazie a numerosi sostegni, gli permetteva di tenere una
posizione eretta. Le due assistenti fecero un passo indietro, ma
rimasero nelle vicinanze, pronte a intervenire in qualunque
momento.
La sedia alla destra del re rimase vuota, avvolta in un drappo
nero. Tutti sapevano chi si sarebbe dovuto accomodare in quel
posto.
«Mio fratello era un traditore», esordì Natenian.
Un fulmine al centro del tavolo non sarebbe stato più
sbalorditivo. I presenti lo fissarono in silenzio.
Il re inspirò gemendo. «Pensate che io sia uscito di senno,
ma sono sgomento quanto voi.» A un suo cenno, un servitore si
affrettò verso un uscio laterale, lo aprì e fece entrare un elfo
biondo che faceva parte della delegazione del Lesinteïl.
Indossava una veste bianca e, in segno di lutto, una fascia nera
intorno ai fianchi. «Questo è Phenîlas, che porta la prova delle
mie dichiarazioni.»
Il nuovo arrivato si avvicinò tra il brusio degli aristocratici
ed estrasse un contratto da una custodia di cuoio. Parlò con
voce carezzevole. «Egregie signore e signori, qui vedete il
patto che Raikan voleva concludere di propria iniziativa col mio
popolo. Abbiamo finto di accettare per informare il prima
possibile Natenian e i suoi sudditi.» Fece girare il documento.
«La sua condotta ci era parsa equivoca sebbene ci avesse
garantito che la sua ascesa al trono fosse ormai cosa certa.»
«Voleva ingannarmi. O forse farmi assassinare per essere
sicuro di conquistare il potere. Questo è un tradimento! Non
solo ai miei danni, ma anche ai vostri e a quelli del Tabaîn. La
vergogna che ha gettato sulla nostra famiglia non deve uscire
da questa stanza. Conto sul vostro silenzio», ansimò Natenian.
Alcuni giurarono, altri annuirono.
Il sovrano proseguì, con voce rotta. «Capirete che, date le
circostanze, non posso più rivestire la carica di re. L’onta è
caduta anche su di me. Come se non bastasse, sono ogni
rotazione sempre più debole.» Risuonarono urla indignate che
volevano dissuaderlo dall’abdicazione, ma Natenian alzò la
mano. «Vi ringrazio e comprendo le vostre obiezioni,
tuttavia…»
«Mio re, il popolo vi conosce e vi stima. Vostro fratello è
diventato una leggenda grazie alla sua morte eroica e, giacché
nessuno verrà a conoscenza delle sue azioni riprovevoli, la
vostra reputazione è immacolata», lo interruppe Cledenia, coi
capelli rossi e un austero vestito nero e accollato, in tono
gentile ma deciso.
«Ma io so tutto.»
La donna accennò agli altri. «Anche noi. Eppure siamo forse
disgustati?» I nobili le diedero ragione. «La vostra famiglia ha
un’ottima fama ed è uscita senza macchia dal caos in cui ci
aveva gettati il dominio di Lohasbrand. Il vostro nome è intatto
e, con la vostra volontà di combattere la malattia e gli acciacchi
fisici, siete un modello per tutti noi. Dall’aristocratico più
potente al contadino più umile. Restate in carica finché gli dei
non vi chiameranno a sé.» Cledenia s’inchinò.
Natenian lanciò un’occhiata a Phenîlas, che aveva curvato le
labbra in un sorriso impercettibile. Poi si alzò, facendo segno
alle assistenti che voleva reggersi in piedi da solo. «Ebbene, se
siete tutti d’accordo, giuro dinanzi agli dei che farò il possibile
per far dimenticare il disonore di mio fratello ed essere un
sovrano saggio. Sotto il mio governo, il Tabaîn fiorirà e
moltiplicherà la propria ricchezza per il bene dei sudditi. Lo
prometto a Palandiell.» Si voltò verso Phenîlas. «E a Sitalia. La
mia gratitudine va anche al vostro popolo, amico elfo.»
L’altro fece un inchino. «La Terra Nascosta non ha bisogno di
nuova ipocrisia. Combattiamo insieme contro l’ingiustizia.»
Natenian gongolò tra gli applausi entusiastici, assaporando
gli onori che, in circostanze normali, gli aristocratici non gli
avrebbero mai tributato. Siete patetici. Sorrise a ciascuno. Non
durerete ancora a lungo. I miei piani non prevedono la vostra
presenza.
Cledenia intervenne di nuovo quando il battimani cessò.
«Perdonatemi, ma chi avreste proposto come vostro
successore? Soddisfate la nostra curiosità rivelandoci chi
avreste ritenuto degno di sostituirvi.»
Natenian sollevò la mano sinistra, indicando a casaccio
Dirisa. Così scatenerò l’invidia e li distrarrò dalle iniziative che
prenderò a loro insaputa. «Sarebbe stata lei la mia scelta. È
giovane, astuta e sana, nonché cugina di secondo grado della
regina Astirma. Le alleanze tra i regni vanno di moda.» Il
riferimento a Mallenia e Rodario fu accolto da una serie di
risate.
Dirisa si alzò, si sistemò il vestito rosa e fece un inchino. «Vi
ringrazio.» Con stupore di Natenian, la donna – che aveva i
capelli corvini, una corporatura efebica e un viso magnifico – si
avvicinò alla sedia coperta e rimosse il drappo nero.
Di colpo scese il silenzio.
Dirisa sollevò leggermente il vestito e si sedette con
prudenza, come se il sedile fosse fatto di fragile vetro. «Ho
riflettuto sulle vostre parole. Le spiegazioni riguardanti il
disonore della vostra famiglia e l’abdicazione mi sono sembrate
convincenti. Siete furbo.» Fece un sorriso disarmante.
Natenian non sapeva cosa dire: il piano era andato a monte.
Faticava a respirare. Il cuore gli galoppava nel petto, colmo di
rabbia e di odio per l’usurpatrice. Si accasciò sulla poltrona con
un gemito, deglutendo e tossendo al tempo stesso. Quindi la
lingua gli scivolò in gola, rischiando di soffocarlo.
Una delle due assistenti ebbe la presenza di spirito
necessaria per afferrargli la mandibola e abbassargliela,
infilargli due dita in bocca e salvarlo con un rapido strattone.
Natenian ansimò e sbavò, incapace di pronunciare parole
intelligibili. Si astenne dagli insulti e dalle minacce di morte.
Era palese che la scelta arbitraria della sostituta era stata un
errore.
Nessuno fiatò.
Gli occhi increduli rimasero puntati sulla giovane donna,
eretta, raggiante e bellissima. «Accetto la vostra decisione, ma
non esiterò a chiedervi consiglio, se mai ne avrò bisogno. Penso
che qualche privilegio aggiuntivo per gli aristocratici del Paese
non possa nuocere a nessuno. Per festeggiare l’occasione»,
disse dolcemente. «Sarebbe questo il mio primo decreto.»
Phenîlas si trasformò in una statua dall’espressione
imperturbabile, ma con lo sguardo promise aiuto all’impotente
Natenian. Gli elfi non erano interessati a nuove trattative.
Il sovrano si sentì rassicurato. Non appena riprendo fiato, la
rimando al suo posto e da lì dritta verso la morte.
D’un tratto, nel silenzio carico di tensione, Cledenia urlò in
tono gioioso e incoraggiante: «Lunga vita a Dirisa I!»
In quel momento Natenian capì che almeno due
aristocratiche si erano preparate a quella rotazione.
Invero, vacillai.
Entrare nella dimensione finita?
Schierarmi dalla parte della resistenza albica?
Oppure stare calmo e aspettare il mio momento?
Fu difficile tenere a bada l’orgoglio.
Mallenia non scoprirà mai quante volte mi avvicinai al suo letto
col favore delle tenebre, pronto a sgozzarla col pennino di
metallo.
Sarò anche un vecchio albo, ma feci più di quanto temessero i
miei nemici e dileggiatori.
Annotazioni segrete agli Scritti della verità,
compilati sotto costrizione da Carmondai
III

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, inizio dell’estate

«U n altro, ragazzo.» Il Rabbioso sollevò il boccale vuoto,


rozzamente intagliato in un pezzo di legno.
Il giovane dietro il bancone reagì con uno zelante cenno del
capo. «Subito, mastro nano. La birra migliore della nostra
ghiacciaia.»
Il Rabbioso evitò di rispondere perché, dopo dieci grossi
boccali di birra dei Lunghi, le sue parole sarebbero state poco
lusinghiere. La bevanda, insipida e color piscio, faceva così
poco effetto sulla sua testa che ogni volta doveva ingollare
anche due acquaviti. Per qualche ragione, gli umani l’amavano
così fredda che sembrava arrivare da un ghiacciaio e riusciva a
congelargli i denti e a intorpidirgli il palato.
Era sera, e il nano sedeva all’estremità del lungo tavolo nella
fumosa sala principale della stazione di sosta gauragariana,
costruita su un crocevia dove la larga strada che si snodava da
est a ovest si diramava anche verso sud. Le lampade
fuligginose e le candele mezze consumate diffondevano un
chiarore tenue, ma ciò non disturbava gli occhi del Rabbioso.
Il comandante gli aveva permesso di fermarsi senza
immaginare chi fosse, e il nano si era guardato bene dal
rivelarglielo. Sarebbe potuto restare purché a ogni rotazione
mettesse sul tavolo qualche moneta per vitto e alloggio.
Il ragazzo mingherlino gli servì la birra e lui lo ringraziò con
un borbottio amichevole.
Maledizione. Boïndil guardò gli oggetti posati sul tavolo.
Assorto nei suoi pensieri, fece due trecce coi peli della barba e
le chiuse in fondo con due minuscoli fermagli d’argento. Come
faccio ad aprirvi?
Cercava di forzare le capsule da quattro rotazioni, ma
invano. Non erano valsi a nulla né la forza bruta con l’incudine
e il martello né i tentativi più ingegnosi. Era quasi determinato
a credere che si trattasse di uno scherzo.
La vistosa scritta PER IL RABBIOSO campeggiava sulla
superficie metallica in rune cubitali e sembrava deriderlo.
«Che cos’è, mastro nano? Pare un gioco di pazienza.» Il
giovane dai capelli neri, che sfoggiava orgogliosamente un
grande grembiule di cuoio, era tornato indietro senza far
rumore e si era avvicinato al tavolo. «Perdonate la mia
curiosità, ma vi affaccendate così tanto che ormai tutti vogliono
sapere cos’è.»
Il Rabbioso si appoggiò allo schienale e proruppe in una
risata fragorosa. «Guarda, Vraccas. Intrattengo tutta la
stazione di sosta con la mia ingenuità.»
«È vero», ghignò l’altro.
«Come ti chiami, moccioso sfrontato?»
«Heidor.»
Il nano diede un colpetto al posto libero accanto a sé.
«D’accordo, Heidor Ficcanaso. Sono contenitori, ma non so
come aprirli.»
«Che cosa c’è dentro?» Con gli occhi che brillavano per la
curiosità, il ragazzo si sedette e toccò le capsule.
«Non ne ho la più pallida idea.»
«Che cosa c’è scritto?»
«Il mio nome.» Boïndil incrociò le braccia e sorrise. «Allora,
intelligentone?»
Heidor prese le capsule, le soppesò e con una rapida spinta
le fece ruotare sul ripiano, come trottole. «Sono sbilanciate.
Una parete è più robusta oppure dentro c’è qualcosa di
pesante», annunciò, entusiasta.
«Fin qui c’ero arrivato anch’io.»
Heidor le lanciò giù dal tavolo e ne osservò il volo e
l’atterraggio: caddero con un tintinnio sonoro, quindi
rotearono, rotolarono e si fermarono con le rune rivolte verso il
basso. Perplesso, il giovane le raccolse. «Non sono graffiate,
nonostante i colpi di martello.»
«Una lega con un’enorme quantità di tionio.» Per il Rabbioso
era divertente non dover più ragionare da solo. Si frugò in
tasca ed estrasse una corta pipa da viaggio, la riempì di
tabacco al miele e si fece portare un truciolo ardente per
accenderla. Almeno così la birra saprà di qualcosa. «Ho sentito
dire che prima sono arrivati dei nuovi portaordini. Nelle ultime
due rotazioni c’è stato molto movimento alla stazione.» Spense
la fiammella e posò il frammento di legno sul tavolo. «Quali
novità ci sono nella Terra Nascosta?»
«Il fratello di re Natenian è morto. Una bestia ha ucciso lui e
i suoi amici. Uno di loro è stato addirittura divorato tutto
intero. Non ne è rimasto nulla.» Heidor non staccò gli occhi
dalle capsule. Era deciso a risolvere l’enigma.
Divorato, un corno. Una menzogna che era stata messa in
circolazione sul destino di quell’uomo coraggioso. Si era
salvato. Boïndil ripensò al guerriero che aveva seppellito
accanto alla quercia e di cui aveva preso l’anello col sigillo per
dimostrare di averlo conosciuto.
Poi aveva fatto a pezzi il mostro e aveva lasciato i resti alla
mercé della corrente. Nessuno doveva sapere di quell’incontro
perché, se il tabaîniano aveva detto la verità, significava che gli
Orecchi appuntiti avevano ricominciato coi loro perfidi
giochetti e che avevano coinvolto anche gli umani. Alla fine
probabilmente sarebbe toccato ai nani impedire la sciagura.
Non di nuovo, Vraccas. È passato solo un ciclo. Prima Tion ci
manda la piccola umana dalla Terra dell’Aldilà, e ora gli
Orecchi appuntiti impazziscono. «Che cosa ci faceva lì, il
fratello del re?»
«Una visita di cortesia, si dice.»
«Allora Natenian continuerà a essere il sovrano del Tabaîn?»
Il Rabbioso diede una boccata alla pipa e soffiò il fumo verso le
travi basse e nere del soffitto, dalle quali pendevano panni stesi
ad asciugare che di sicuro odoravano di prosciutto affumicato.
«Secondo il primo comunicato ufficiale, sì, ma sembra che ci
sia un’altra pretendente. Chiedete ai portaordini laggiù, mastro
nano. Sono più informati di me.» Heidor, troppo preso dal
rompicapo, recuperò le capsule.
Il Rabbioso si alzò e gli diede una pacca così energica sulla
spalla che per poco non lo fece cadere dalla sedia. Poi,
barcollando leggermente, si avvicinò al bancone, dove un uomo
biondo e uno bruno spillavano la birra da una botte appena
aperta perché non avevano voglia di aspettare l’oste.
Indossavano camicie morbide e pantaloni di cuoio marrone, coi
risvolti degli stivali che, privi di lacci, sfioravano il pavimento.
Si erano lavati la faccia, ma erano impolverati e puzzavano di
sudore.
«Ditemi, quali nuove portate dal Tabaîn? Ho sentito dire che
qualcuno ha lanciato una sfida al re.» Il nano posò una moneta
d’argento sul ripiano.
Il biondo sorrise. «Esatto, amico Gambecorte. Grazie per la
birra. Non ce ne dimenticheremo. Ai guardiani della Terra
Nascosta.» Brindarono.
Gambecorte? Boïndil si offese. «Chi vuole salire al trono?»
Il bruno imitò una postura femminile. «Sua Grazia Dirisa,
una lontana parente di Astirma.»
Il Rabbioso rise. «Ottima scelta.»
«Il mio amico sa fare anche l’imitazione di un nano», scherzò
il biondo.
«Se vuole camminare sulle ginocchia, dimmelo. Io e le mie
asce saremo lieti di aiutarlo. Come barba gli basterà un
ciuffetto di peli.» Boïndil scoppiò a ridere e gli altri due fecero
altrettanto. Dovevano avere bevuto più di una birra.
«All’inizio, mi hanno riferito, Natenian voleva abdicare e
aveva chiesto un successore che venisse dalle file degli
aristocratici», spiegò il bruno.
«Dirisa ha colto l’occasione al volo. Ora nessuno sa come
risolvere la questione», aggiunse il biondo.
«Secondo me è semplice: Natenian siede sul trono ed è il re.
Perciò può farla giustiziare. Non glielo ha ancora detto
nessuno?» replicò il Rabbioso. «Ogni tanto voi Lunghi siete
proprio tardi di comprendonio.»
«Si mormora di un segreto che riguarda la famiglia regnante
e che impedisce a Natenian di usare il suo potere.» Il bruno
sputò un grumo di catarro che volò nel fuoco del camino e che
si spense sibilando sui ceppi ardenti. «Altrimenti Dirisa sarebbe
spacciata.»
Il Rabbioso bevve un sorso, strinse la pipa tra i denti e si
fece riempire di nuovo il boccale, quindi aggiunse l’acquavite.
«Sarà il loro albero genealogico. L’ultima guerra è stata un
ciclo fa. Nessuno è così stolto da scatenare un nuovo conflitto
tra i regni», bofonchiò continuando a fumare. A meno che non
abbia qualcosa da guadagnare, naturalmente.
Avrebbe voluto credere al buonsenso degli umani, ma non ci
riusciva. Si fidava di Mallenia e Rodario. Più o meno. Tuttavia
anche loro sembravano strani da quando la ragazzina era
arrivata alla corte di Großburgenstadt.
«Di sicuro ci penserà qualcun altro a toglierla di mezzo. Pare
che i nobili non siano unanimi sulla sua elezione. La situazione
si fa tesa a casa dei nostri vicini. Di certo, tra poco dovrò
recapitare nuovi messaggi.» Il biondo alzò il boccale.
«Purché rinuncino a una parte del loro grano, non m’importa
chi governa», disse il bruno, ridendo.
I cereali! Sarebbero un motivo sufficiente perché gli elfi
s’immischiassero negli affari del Tabaîn? Il Rabbioso si
accarezzò pensosamente la barba. «Grazie, illustri signori. Ora
ne so di più. Lavatevi. Non che vi consideri maiali per via del
tanfo, che vi calza a pennello.» Ridacchiando, tornò al tavolo e
vide Heidor che saltava sulle capsule. «Ehi, idiota!»
Spaventato da quella voce cupa, il giovane perse l’equilibrio,
scivolò e cadde sul pavimento. Rise, massaggiandosi il didietro.
«Il ragionamento non è servito a niente, così ho pensato di
provare con la forza, come voi.»
Boïndil lo aiutò ad alzarsi e gli diede una pacca sulla spalla.
«Quella lasciala a me. Va’ a prendermi un altro truciolo per la
pipa.»
Heidor annuì e zoppicò verso il camino.
Il nano lo seguì con lo sguardo, riflettendo sui contenitori,
sugli avvenimenti nel Tabaîn, sulla ragazzina, sul guerriero e
sulle menzogne degli elfi. Non ci capisco niente.
Il portaordini bruno si avvicinò al camino e vi gettò dentro
due ciocchi. Quelli vecchi si sbriciolarono crepitando. L’uomo
sputò sui tizzoni, che sibilarono.
Ma certo! Il Rabbioso ebbe un’idea e vuotò il boccale d’un
fiato. «Heidor, portami nella fucina un sacco pieno di ghiaccio.
E altra birra», urlò così forte da far tremare le stoviglie e
sussultare gli umani. Raccolse le capsule e uscì. «E acquavite.
Sbrigati», aggiunse.
Nella piccola baracca, aperta su un lato per dare sfogo al
calore insopportabile, c’era un braciere con qualche tizzone
ancora acceso, che il nano ravvivò azionando energicamente il
minuscolo mantice. Accantonò la pipa ormai spenta.
Le scintille salirono sbuffando. Boïndil aggiunse nuovi pezzi
di carbone, li mescolò con una spranga di ferro e tirò la catena
della grande macchina soffiante per portare il fuoco alla
massima temperatura nel minore tempo possibile.
Alla fine posò le capsule all’interno e attivò il getto d’aria. I
tizzoni incandescenti avrebbero arroventato il normale ferro e
perfino un acciaio di buona qualità, ma i contenitori rimasero
intatti, senza deformarsi né rivelare altre rune.
Tuttavia non era quella la speranza del Rabbioso.
Heidor lo raggiunse portando sulla spalla un sacco di iuta
che scricchiolava come neve fresca. «Il ghiaccio, mastro nano.»
Boïndil si asciugò le gocce salate dalla fronte prima che gli
entrassero negli occhi. «Nella tinozza laggiù. Poi la birra e
l’acquavite, ragazzo.»
I pezzi di ghiaccio traboccarono dal mastello, che fungeva da
abbeveratoio per i cavalli.»
«Subito, mastro nano.» Il giovane corse via.
Il Rabbioso prese le capsule con le tenaglie e le gettò nel
ghiaccio, che si sciolse crocchiando e sibilando. I contenitori
affondarono tra i frammenti.
Il nano agitò il mastello una volta ed estrasse le capsule per
metterle sull’incudine e colpirle col martello più pesante. Girò
la faccia per non ferirsi con le schegge.
Il materiale, sottoposto alla notevole tensione dovuta allo
sbalzo termico, esplose con uno schiocco sonoro,
frantumandosi in pezzettini che volarono ovunque.
«Evviva!» Il Rabbioso notò due piastrine di palandio
incandescente sull’incudine. Avevano assorbito il calore, ma
non si erano sciolte. Il male protegge il bene. Le spinse nel
ghiaccio col martello affinché si raffreddassero più
velocemente. Mentre il metallo nobile affondava, salirono
nuvolette di fumo. Un’idea degna del Sapientone.
Era convinto che Tungdil gli avesse inviato quei messaggi,
benché il suo lato razionale sollevasse grossi dubbi e obiettasse
che le capsule potevano essere state spedite prima della morte
dell’amico.
Heidor tornò ansimando con la birra e l’acquavite. «Ecco,
mastro nano.» Guardò l’incudine e vide le schegge. «Ce l’avete
fatta!»
«Ci sarei dovuto arrivare prima.» Il Rabbioso recuperò la
pipa, estrasse un pezzettino di carbone dalla fucina e accese il
tabacco.
Il giovane, spazientito, spostò il peso del corpo da un piede
all’altro. «E allora? Che cosa c’era dentro?»
Il nano gli soffiò in faccia una nuvola di fumo, provocandogli
un attacco di tosse. «Niente.»
«Niente?»
«Solo aria.» Boïndil si sentì un po’ in colpa a mentire a un
giovane così solerte e disponibile, ma la faccenda non lo
riguardava. «La sfida era rompere l’involucro.»
Heidor era deluso. «Allora ho perso la scommessa?»
«Quale scommessa?»
«Abbiamo scommesso se sareste riuscito ad aprirle e, se sì,
su cosa avreste trovato all’interno.»
Il Rabbioso fumò di gusto e si concesse un sorso di birra che
aveva solo un vago sapore di miele. «Qual era la tua
previsione?»
«Un diamante incantato.»
Con un gran sorriso gentile, Boïndil appoggiò il boccale
sull’incudine, riunì i resti della lega di tionio e glieli infilò tra le
mani. «Non è un diamante, ma il valore è molto simile. Vendilo
a un armaiolo. Saprà apprezzarlo e lo pagherà
profumatamente.» Afferrò Heidor per il colletto. «Ma non dire
una parola ad anima viva, altrimenti te lo puoi scordare.»
«Certo, mastro nano! Che Vraccas vi benedica.» Il giovane si
profuse in ringraziamenti e infilò il regalo nella tasca del
grembiule, poi prese il boccale. «Vi porto subito un’altra birra.»
Uscì di corsa.
Bravo ragazzo. Il Rabbioso sorrise e diede un altro tiro alla
pipa. Dopo che il giovane gli ebbe portato da bere, lo congedò
dicendo che voleva fermarsi ancora un po’ accanto al fuoco. Un
comportamento tutt’altro che insolito per un nano.
Quando rimase solo, recuperò le piastrine di palandio, che
non erano più grandi di monetine, e si spostò verso il fondo
della baracca. Al chiarore della fucina vide che la superficie era
coperta di rune finemente incise.
Che cosa mi racconterete? Temeva che la speranza svanisse
come una figura di cera tra le fiamme. Passò il pollice sul
metallo sottile.
Per quanto tempo aveva aspettato, rimuginato, dubitato? E
ora aveva la prova che il più glorioso eroe della Terra Nascosta
era ancora in vita e che era stato qualcos’altro a morire nella
Forra Oscura a opera della Lama di Fuoco e di Kiras.
Qualcosa che non era un vero figlio del Fabbro.
Boïndil aveva creduto a lungo che i diamanti dell’ascia
avessero brillato per lui, perché aveva assaggiato il terribile
elisir dello Zhadár, preparato con le arti oscure degli albi e
distillato dal sangue elfico. L’arma magica aveva percepito il
male nella sua anima, non in quella di Tungdil, aveva concluso,
ma nelle rotazioni successive aveva iniziato a riflettere e a
sperare che Vraccas facesse un miracolo per l’amico
scomparso.
Inspirò a fondo e mise da parte la pipa, poi bevve un lungo
sorso di birra. «Padre di tutti i nani, ti supplico:
restituiscimelo», sussurrò.
Puntò gli occhi sulle rune. Lesse il messaggio, col cuore che
gli batteva forte.

Terra Nascosta, Monti Neri, regno dei Terzi,


6492° ciclo solare, inizio dell’estate

Rognor Colpodimorte, un nano dai capelli grigi, era sul


cammino di ronda accanto all’amico e sovrano e guardava
cento passi più in là, dove si trovava l’accesso orientale alla
Terra Nascosta.
La fortezza, scavata nella roccia, era a forma di testa di nano
stilizzata, con tanto di elmo. I viaggiatori dovevano passare
attraverso la bocca aperta. Quando i battenti si chiudevano da
sopra e da sotto come le due aste di uno schiaccianoci, coloro
che restavano fuori vedevano i denti minacciosi e appuntiti
d’acciaio temprato.
Le feritoie e gli scarichi per la scoria vulcanica arroventata,
l’olio bollente e altri liquidi erano accuratamente nascosti nella
faccia gigantesca. I costruttori avevano inserito barre di ferro e
acciaio nelle balaustre murate, nei battenti e negli aggetti. Nei
cicli precedenti, gli arieti non erano riusciti a fare breccia nella
fortezza né i proiettili a procurarle gravi danni.
Là dietro, la pietra vulcanica liscia e nera s’innalzava
verticalmente come se Vraccas avesse cercato di conficcarne la
sommità nelle nuvole e d’impilarle fino alle stelle. Le superfici
levigate attiravano il chiarore accecante del sole e quello più
tenue degli astri notturni, e lo riflettevano sulla modesta
pianura davanti all’ingresso. Anche la luce poteva essere
un’arma.
Era primo pomeriggio, i denti di granito nero erano
spalancati e i vessilli sopra l’entrata davano il benvenuto a
chiunque si avvicinasse con intenzioni pacifiche.
Sulla strada che attraversava i Monti Neri si approssimava, a
qualche miglio di distanza, un corteo formato da diversi carri,
con bandiere bianche che sventolavano nel freddo vento
settentrionale.
Nessuno di quelli che percorrevano la via a piedi o a cavallo
immaginava quante trappole i Terzi avessero disseminato lungo
il tragitto.
Sottoterra erano nascoste cavità che si potevano aprire e
chiudere con un sistema di carrucole. Ogni pollice di terreno e
roccia intorno all’ingresso poteva portare la morte senza che i
nani dovessero usare le catapulte, le balestre o le fionde per i
giavellotti.
«Elfi», disse Hargorin Seminamorte del clan degli
Schiacciamassi, il sovrano dai capelli rossi della stirpe dei
Terzi, i migliori guerrieri tra i figli del Fabbro. In passato
avevano avuto una faida con tutti gli altri nani, ma Hargorin
l’aveva dichiarata conclusa. Si raddrizzò pensosamente,
sfoggiando una corporatura più robusta di quella dei propri
simili. «Saranno qui tra meno di un ottavo di rotazione.»
«Condividi l’opinione dell’imperatore?» domandò Rognor, la
cui guancia destra era coperta di rune nere finemente tatuate e
la cui barba spuntata con cura era tinta di blu.
Indossavano cotte di maglia rinforzate sulle spalle e
costellate di punte metalliche. Ai bracciali erano applicate
diverse lame corte, mentre i fianchi e le gambe erano avvolti in
una protezione di piastrine di ferro, simile a una gonna, che i
Terzi prediligevano per tradizione. Completava l’uniforme un
mantello nero in grado di riparare dalle raffiche di vento.
«Boïndil avrà avuto i suoi buoni motivi per dare l’ordine.»
«Non è a questo che mi riferivo.»
Hargorin borbottò qualcosa, ma non rispose. Nella sua
mente e nel suo cuore turbinavano argomentazioni e sentimenti
contrastanti.
Fino a un ciclo prima la Terra Nascosta lo aveva considerato
il peggiore dei traditori, colpevole di avere fatto causa comune
con gli albi e di avere svolto per loro il compito di sicario ed
esattore delle tasse.
Era emerso tuttavia che aveva operato di nascosto contro i
gemelli trigemini e che aveva preparato la loro caduta,
nonostante le atrocità commesse insieme con lo Squadrone
Nero. Dopo il ritorno di Tungdil Manodoro dalla Forra Oscura
aveva potuto togliersi la maschera, e l’odioso Squadrone Nero
era diventato un’unità indispensabile per la lotta contro gli
invasori albici.
Tenne lo sguardo puntato sul corteo. Non aveva mai provato
rimorso per le sue azioni e sopportava l’animosità degli umani.
Aveva pagato le proprie colpe scendendo in campo contro il
male. Anche i Terzi hanno dovuto sacrificare molte vittime.
Il vento cambiò, portando alle loro orecchie la musica
sommessa di tamburi e strumenti a corde. A quanto pareva, gli
elfi erano di buonumore.
«Vogliono entrare nel Paese della Creatrice. Vediamo come
si comportano», affermò Hargorin mentre la brezza
giocherellava con la sua barba come se fosse un ciuffo d’erba
ribelle. Quindi infilò la mano sotto una piega del mantello.
Rognor si stupì di vedere la cassettina di vraccasio su cui
erano incise le rune dei Terzi.
Le stirpi dei nani e i Liberi avevano ricevuto uno di quei
contenitori preziosi, che racchiudevano parte delle ceneri di
Tungdil Manodoro come ricordo dell’ultimo imperatore e
dell’eroe più valoroso di tutta la Terra Nascosta.
«L’ho visto, Rognor. Era steso davanti a me, ucciso dall’arma
che un tempo gli aveva regalato innumerevoli vittorie.»
Hargorin si batté pensosamente sul petto muscoloso. «Qui
dentro era infilata la Lama di Fuoco e i diamanti sfavillavano.
Significa che il potere dell’ascia aveva percepito qualcosa di
malvagio, qualcosa che bisognava annientare.»
Rognor conosceva le varie teorie che cercavano di spiegare
perché la Lama di Fuoco si fosse ribellata contro il precedente
proprietario. «Quantomeno il male era nei paraggi. Vuoi dire
che credi a Boïndil?»
«Be’, non posso escludere che Manodoro sia ancora vivo.»
Hargorin sollevò il coperchio della cassettina.
Il vento s’insinuò nella fessura e soffiò fuori un alito di
cenere. La nuvoletta grigia si alzò e si dissolse.
«Se non verificassimo, potremmo commettere un errore.
Forse l’eroe ha bisogno di noi per fuggire dal regno dei demoni
di cui è ancora prigioniero.»
«Potrebbe essere un inganno, una trappola per i nostri
migliori guerrieri.»
«Sapevo che l’avresti detto.»
Rognor rise mestamente. «Sono il tuo cancelliere, nonché
consigliere e amico. Come potrei tacere?»
Hargorin lo guardò benevolo. «Ma cosa credi? Che cosa ti
dice il cuore, Rognor Colpodimorte? È possibile?»
L’altro sospirò.
«Non posso escludere che non sia un inganno, perciò non mi
resta altra scelta: devo andare», aggiunse Hargorin.
Rognor lo afferrò per il braccio. «Sei uscito di senno? Sei il
nostro sovrano!» L’agitazione spostò i tatuaggi, formando isole
scure.
Hargorin rise comprensivo. «Una volta consideravano te il
loro sovrano. L’hanno fatto per molti, moltissimi cicli.»
Rognor era indignato. «Perché eseguivo i tuoi ordini di
nascosto. Manda Jarkalín Pugnonero. Era un cavaliere dello
Squadrone e obbedisce…»
Hargorin si liberò della stretta. «Tungdil è un Terzo, un nano
della nostra stirpe, e io sono stato eletto re soltanto perché lui
non c’era. Affinché prenda il mio posto non esiste strategia
migliore di mettersi in viaggio e condurre a casa il nostro
eroe.»
Rognor non si lasciò fuorviare così facilmente. «Ma allora
cosa è morto nella Forra Oscura? Se non era Tungdil, quale
potere ci ha mandato un essere che ci guidasse contro il
male?»
«Vraccas, forse? O magari il male stesso, per causare la
nostra rovina, ma poi il suo piano diabolico è fallito. Sii di
nuovo un bravo sostituto, Rognor. Sei il mio cancelliere e
riceverai tutte le deleghe necessarie.» Hargorin gli batté sul
petto.
«Lascia che ti mostri ancora il messaggio di Boïndil, così…»
«I Terzi si fidano di te. Dunque li guiderai finché sarò
impegnato nelle ricerche», lo interruppe Hargorin in tono più
aspro. «Discorso chiuso.»
«Sì, mio re.» Rognor capì che era meglio tacere.
«Farò un viaggio ufficiale nel regno dei Quarti. Una visita di
cortesia. Nessuno deve sapere qual è il mio vero obiettivo»,
proseguì l’altro.
«Che cosa farai se vi scoprono? Gli elfi non permetteranno
che un manipolo di nani cerchi nel loro legno l’accesso a un
luogo dell’oscurità che è appena stato sigillato.» Consapevole
di non poter dissuadere il re, Rognor si concentrò sull’aspetto
della pianificazione. I tatuaggi ripresero la forma originaria.
«Non saranno certo gli elfi a fermarmi.» Hargorin non
aggiunse altro, ma dalle sue parole trasparì la determinazione
ad aiutare Tungdil.
«Vuoi scatenare uno scontro con gli Orecchi appuntiti, anzi
una guerra!»
Hargorin guardò la strada. Il corteo si avvicinava; la musica
e i canti erano più forti. «Non preoccuparti. Gli elfi sono
cambiati. Sono convinto che ci faranno passare e che forse ci
presteranno qualcuno dei loro soldati. È anche nel loro
interesse sapere che nella Terra Nascosta esiste un eroe
straordinario. Pur avendo scacciato il male, non siamo ancora
al sicuro. Qualcosa mi dice che la partita non è ancora chiusa,
vecchio mio. Perciò ci serve un vero comandante. Uno di quelli
che possono esistere una volta soltanto.» Per qualche istante
Hargorin spostò lo sguardo verso nord, sulle enormi vette
coperte di neve e ghiaccio. Poi aprì completamente il
coperchio.
Il vento delle montagne soffiò via le ceneri rimaste,
disperdendole nell’aria fresca. Alla fine un velo grigio si attaccò
a un merlo e parve opporsi alla disgregazione, quindi si dissipò
a sua volta.
Rognor strinse i denti. La perdita intenzionale degli ultimi
resti era più eloquente di qualunque parola.
Aspettarono che il corteo fosse abbastanza vicino perché
fosse possibile comunicare urlando e scesero con un
montacarichi comandato da carrucole e contrappesi.
Una volta arrivato di sotto, Hargorin diede alle guardie
l’ordine di chiudere la porta al suo cenno. Poi uscì sul piazzale
con Rognor per accogliere i viaggiatori e riferire loro le parole
dell’imperatore.
Il corteo si componeva di circa cento elfi ed elfe, di cui solo
poco più di un terzo erano guerrieri. C’erano anche molti
bambini, di varie età. Avanzavano su venti carri e trenta
magnifici cavalli.
La musica strideva nelle orecchie di Rognor. Le note alte
delle arpe e degli strumenti ad arco gli torturavano i timpani.
«Non si potrebbe insegnare loro altre melodie?» sussurrò a
Hargorin.
«I nostri canti conviviali non sarebbero di loro gusto.» Il re
sorrise e si fece avanti mentre un cavaliere elfico si staccava
dal gruppo e galoppava nella sua direzione.
Aveva un’armatura di cuoio leggera, tinta di bianco, e un
mantello che, secondo Rognor, era troppo leggero. Che cosa
faranno quando arriverà l’inverno sulle montagne?
Congeleranno?
L’elfo si fermò davanti ai due nani, saltò giù dalla sella prima
ancora che il cavallo si arrestasse e chinò la testa castano
chiaro in segno di saluto. «I miei ossequi, signori delle
montagne. Desideriamo entrare, pieni di pace e buone
intenzioni. La nostra destinazione è il regno elfico
dell’Âlandur», disse con una lieve cantilena nella lingua
comune della Terra Nascosta.
«Per insediarvi laggiù, suppongo. Come tutti gli altri che vi
hanno preceduti», aggiunse Hargorin.
L’elfo si raddrizzò e osservò i due nani con un sorriso
cordiale, che sembrava sincero e privo di superbia. «Proprio
così. Mi chiamo Nafinîas e porto con me la mia famiglia e gli
amici. D’ora in poi la Terra Nascosta sarà la nostra patria.
Vivremo in essa e per essa. La nostra dea ci ha ordinato di
tornare a casa.»
Hargorin fece un’espressione compassionevole. «Dovrai
aspettare che la malattia venga sconfitta, Nafinîas. Altrimenti
entrereste nella dimensione finita prima del tempo.»
L’elfo si allarmò. «Una malattia? Di che tipo?»
«Il vostro popolo sta ancora cercando di capire cosa possa
essere, ma si ritiene che sia stata diffusa dagli albi per
sterminare voi e i vostri simili. A quanto pare, hanno
ammorbato l’antica sede dello Dsôn Bhará prima del loro
declino perché sapevano che gli elfi si sarebbero trasferiti lì»,
spiegò Hargorin, dando un’impressione di sincerità assoluta.
Rognor si limitò ad annuire e a confermare la storia in
silenzio. Non prevedeva un attacco degli elfi, perciò rimase
rilassato e non posò nemmeno la mano sul manico della mazza
ferrata.
L’elfo si voltò verso il corteo per urlare qualcosa. I carri e i
cavalieri si fermarono. Tra i viaggiatori serpeggiò un brusio
nervoso.
Nafinîas si girò di nuovo verso Hargorin. «Io e la mia gente
siamo d’accordo. Lasciateci passare ugualmente. Siamo
guaritori e sappiamo riconoscere e alleviare le sofferenze di
ogni tipo.»
Rognor ridusse le labbra a una riga sottile.
«Abbiamo ordine di vietare l’accesso, per proteggere gli elfi
finché il focolaio non sarà stato individuato e distrutto», ribadì
gentilmente Hargorin.
«Ordine di chi?»
«Del mio imperatore.»
«Ma non è il mio imperatore!»
«Ma questa è la mia porta.» Hargorin indicò l’imponente
fortezza. «Perciò dovrai accettare la mia parola e la volontà
dell’imperatore. È per il vostro bene.»
Nafinîas s’indignò. «Dovremmo andarcene e aspettare che la
morte faccia altre vittime tra la mia gente? Vi comportereste
così se sapeste che i nani stanno morendo e che siete in grado
di aiutarli?»
Rognor capiva la sua posizione. La speranza che la notizia di
una malattia micidiale fermasse gli elfi si affievolì.
Hargorin indicò la strada. «Se tornate indietro, tra due
rotazioni arriverete a…»
Nafinîas fece un passo avanti. «Obbedirò soltanto quando
me lo ordinerà il mio sovrano.»
«Per questo dovresti avventurarti nel Paese in cui ti attende
una morte certa. Non mi sembra molto saggio», s’immischiò
Rognor, irritato. Poi, rendendosi conto di essere stato scortese,
aggiunse: «Perdona le mie parole. Non volevo offenderti».
Nafinîas guardò prima lui, poi Hargorin. «Fammi passare,
nano.»
Il re scrollò il capo e alzò la mano in segno di diniego,
puntando l’indice verso est. «Da quella parte. Due rotazioni.
Posso farti portare altri viveri, se i vostri non bastano.»
L’elfo li squadrò. «Da quando l’imperatore dei nani si
preoccupa così?»
«La nuova amicizia tra i popoli. Ogni vita conta, soprattutto
se è eterna», rispose Hargorin, calmo.
Nafinîas lanciò un’occhiata al corteo. «Non saremo gli ultimi
a venire qui. Si avvicinano oltre quattromila elfi che
chiederanno di entrare. Arriveranno tra mezzo ciclo.»
«Allora implorate Sitalia di aiutare Ilahín a sconfiggere il
morbo, e saremo lieti di farvi passare. Tornate indietro, e non
incolpare me della disgrazia che si è abbattuta sul tuo popolo.»
Il re usò un tono più imperioso.
Nafinîas montò a cavallo. «Me ne andrò quando avrò tra le
mani uno scritto del mio re che conferma le tue parole. Se sarà
lui a mandarmi via, mi allontanerò immediatamente dalla porta.
Fino ad allora aspetteremo.» Impartì istruzioni al gruppo, che
spostò i carri e i cavalli sul ciglio della strada.
Hargorin chinò il capo. «È fuori questione, elfo. La pianura è
d’importanza strategica per la mia fortezza. In caso di attacco
devo poter agire senza guardare in faccia nessuno.»
«Ci accampiamo qui a nostro rischio e pericolo. Consideraci
le tue spie, un’avanguardia, un primo bastione. Manda un
messaggero nell’Âlandur e chiedi uno scritto del mio sovrano,
non di Ilahín.»
Hargorin s’infuriò. «Non posso consentirlo. Devi…»
«La situazione è spiacevole per tutti. Tu hai ricevuto un
ordine dal tuo imperatore, io ne esigo uno dal mio. Mi sembra
legittimo.»
«Giusto. Manderemo un messaggero, ma ci vorrà tempo»,
acconsentì Rognor per stemperare la tensione.
Nafinîas fece un sorriso forzato. «Ne abbiamo in
abbondanza, come ben sapete. Dovreste essere contenti che tra
poco ci sarà un’unita elfica davanti alla porta della vostra
fortezza. Probabilmente non è mai accaduto.» Con un cenno
sbrigativo cavalcò verso il corteo, che aveva formato uno
schieramento di carri e si preparava ad accamparsi.
«Il piano di Boïndil è fallito. Non se ne vanno», commentò
Hargorin.
Rognor lanciò un’occhiata sprezzante al baluardo. «Noi
faremmo la stessa cosa. Cercheremmo di superare l’ostacolo.
Subito, o qualora l’attesa si prolungasse troppo. Quanta
pazienza credi possa avere un elfo, sapendo che il suo popolo
muore oltre le montagne?»
Hargorin imprecò e s’incamminò verso l’ingresso del regno.
«Boïndil dev’essere informato della caparbietà di questi
Orecchi appuntiti.» Esitò. «Pensavo che Ilahín fosse il loro re e
la sua consorte la regina.»
Anche Rognor ne era convinto. «Pare che tra gli elfi siano
cambiate alcune cose. Come può Nafinîas averlo scoperto?»
Rovesciò la testa e guardò uno stormo di uccelli che spuntava
da dietro le vette e atterrava planando.
«Come facciamo noi a scoprire quale nome scrivere in fondo
al finto messaggio?»
«Conosci qualcuno che parli l’elfico?» Rognor soffocò una
risata. La situazione era così ingarbugliata da essere quasi
comica: Orecchi appuntiti che facevano la guardia a una
fortezza dei nani.
«Troveremo qualcuno. Oppure Vraccas ti darà
un’illuminazione durante la mia assenza.» Hargorin varcò la
soglia.
Rognor si rabbuiò. «A me?» Preferirei Lorimbur. Ma non osò
esprimere quel pensiero ad alta voce. Hargorin si era rivelato
un adoratore del Fabbro Divino, mentre il cancelliere era
rimasto fedele alle antiche credenze, come la maggior parte dei
nani.
«Esatto. A te. Io devo salvare un eroe.» Hargorin indicò la
pianura. «Assicurati che gli Orecchi appuntiti non la invadano
prima del mio ritorno.» Piegò verso sinistra nel cortile, dove si
trovava l’accesso ai tunnel per i vagoncini. «Ho piena fiducia in
te, cancelliere.»
«Certo, mio re.» Rognor si fermò e agganciò i pollici sotto la
cintura.
D’un tratto il vento riportò le melodie elfiche alle sue
orecchie, e il nano si riscosse. Non sopporterò a lungo questa
musica. Devono sparire.
Esistono solo una birra buona e una cattiva. Della buona
devono sempre esserci botti in abbondanza, nella cattiva si
possono annegare i mezz’orchi.
Proverbio dei nani
IV

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, estate

E pensare che mi ero illuso di avere finito di viaggiare e


aspettare. Il Rabbioso sudava sotto la tettoia della stazione di
sosta e maledisse il sole che si faceva in quattro per far
maturare i cereali nei campi. Sulla testa aveva un panno umido,
che di tanto in tanto ruotava per raffreddarlo e poi rimetteva al
suo posto. Ormai apprezzava anche la birra fredda della
ghiacciaia.
Era intento da un po’ a scrivere una lettera ai familiari
affinché non stessero in pensiero. Avrebbe già dovuto essere
sui Monti Blu. Naturalmente, Goda avrebbe governato in modo
impeccabile e anche accelerato le msigliorie e le aggiunte alle
fortezze, ma il suo lavoro non doveva essere intralciato dalla
preoccupazione per lui.
Il ragazzo gli portò un’altra birra.
Il nano lo ringraziò e notò che da un laccio di cuoio intorno
al collo gli pendeva una scheggia incastonata. Era un
frammento della capsula. «Hai già deciso come usarla», gli
disse.
Heidor annuì, orgoglioso. «Le altre le ho nascoste, mastro
nano.»
Il Rabbioso gli strizzò l’occhio. «Ottimo. Dimmi, la sai quella
del mezz’orco che chiede indicazioni a un nano, e il nano
risponde…»
«Cavaliere!»
«No, non cavaliere. Sarebbe una risposta molto stupida.» Il
Rabbioso seguì lo sguardo del giovane verso sud.
Videro un pony cavalcato da una figura tarchiata. Le zampe
dell’animale sollevavano una scia di polvere, indicando la
strada che lo sconosciuto aveva imboccato.
«Un altro nano. Si sono messi d’accordo, forse?» Heidor
indicò verso est.
«Dipende dalla scommessa di cui ti ho parlato.» Boïndil si
alzò e si portò il boccale alle labbra. Si comincia. «Portacene
altri tre.»
Heidor obbedì.
Il Rabbioso si era inventato la storia della scommessa per
non destare sospetti. Prima o poi, infatti, un nano che si
trovava lontano dal proprio regno di pietra e non dava il
minimo segno di voler tornare in patria avrebbe attirato
l’attenzione del capitano.
Così una sera l’uomo aveva invitato l’ospite a rispondere ad
alcune domande assai indiscrete, e lui gli aveva propinato la
storia di una scommessa persa: avrebbe dovuto riunire in quel
luogo il maggior numero possibile di nani. Era una specie di
prova, aveva detto.
In quell’occasione il capitano aveva finto di credergli,
soprattutto perché il Rabbioso era un buon cliente, ma di
sicuro si era fatto una sua opinione.
Che si sprema pure le meningi finché non gli fuma il
cervello. Per Boïndil non ci sarebbero stati problemi qualora
l’uomo avesse chiesto a Mallenia cosa avesse in mente il nano e
come dovesse comportarsi nei suoi confronti. Quando saranno
arrivati tutti, potremo iniziare e non dovrò rendere conto a
nessuno. Restò nell’ombra, spostando lo sguardo tra le vie che
s’intersecavano là davanti.
Ipotizzò che il cavaliere proveniente da sud fosse Beligata,
che si faceva chiamare Colpoviolento oppure Colpomicidiale a
seconda del capriccio. In passato aveva vissuto sui Monti Neri,
ma ormai era una Libera. Non molto tempo prima aveva
partecipato alla spedizione che il Rabbioso aveva organizzato
per controllare l’operato degli elfi sul cratere. Boïndil la
stimava, e l’istinto gli suggeriva di fidarsi di lei benché non la
conoscesse da molti cicli.
Probabilmente l’altro pony trasportava Rognor
Colpodimorte. L’ex re dei Terzi era considerato un guerriero
eccellente e uno stratega assennato, che aveva trasformato i
Monti Neri in una fortezza inespugnabile.
Di lì a poco il Rabbioso riconobbe i capelli scuri di Beligata e
le fece un cenno di saluto. «Benvenuta! Sei la prima.»
«Ho viaggiato a spron battuto.» La nana fermò il pony
davanti alla tettoia. Sotto il mantello grigio indossava una cotta
tinta di nero. Sudata e impolverata, si spostò all’ombra con una
doppia ascia nella sinistra e accennò un inchino, quindi si
lasciò cadere su un ginocchio. «Imperatore Boïndil, sono a tua
disposizione.»
«Alzati. Nessuno sa chi sono», bisbigliò il Rabbioso. Poi
gridò: «Heidor, che fine ha fatto la birra?»
Beligata si tirò su, con uno sguardo sconcertato negli occhi
chiari. «Perché? Si riterrebbero fortunati ad averti come
ospite.»
«Potranno farlo tra uno o due cicli, quando racconteremo la
storia nelle sale dei nani e in tutta la Terra Nascosta.» Come
sempre, Boïndil rimase affascinato dalla sottile cicatrice sulla
guancia destra della nana, che mandava un fioco bagliore
verdognolo e di cui non conosceva ancora la causa. «Siamo solo
Cavernicoli che hanno fatto una scommessa.»
«Una scommessa. Come desideri.»
Heidor portò i boccali su un vassoio e osservò con stupore la
nana, che senza il minimo sforzo si mise in spalla la pesante
arma. «La birra migliore della nostra ghiacciaia.»
«Fa’ attenzione, è troppo fredda. Ancora un po’, e bisognerà
succhiarla», l’avvertì il Rabbioso.
In quel mentre si avvicinò un nano dai capelli rossi, alto
quasi quanto un umano e dall’aria autorevole. Fissata alla
cintura aveva una scure col manico lungo e con la testa di ferro
rivolta verso l’alto, ed era avvolto in una veste rinforzata da
piastrine metalliche che gli arrivava alle ginocchia. «Niente
birra senza di me! Me la sono proprio meritata.» Smontò e li
raggiunse sotto la tettoia. «Danne un secchio anche al mio
pony, ragazzo.» Prese il terzo boccale e lo fece tintinnare
contro gli altri due, quindi lo ingollò e fece una smorfia. «Che
Vraccas mi aiuti! Mi si stanno congelando le viscere.»
Beligata e il Rabbioso risero e gli strinsero la mano.
Heidor fissò il guerriero, che per essere un nano era
gigantesco e imponente. «Voi… voi siete… Hargorin
Seminamorte!» Indietreggiò, spaventato.
Lo conosce? Boïndil sentì svanire la spensieratezza.
Il giovane doveva avere incontrato il re dei Terzi quando, con
lo Squadrone Nero, riscuoteva i tributi per i gemelli albici. Gli
Strozzini, li chiamavano.
«Come sai, ha finto di essere un esattore per ingannare gli
albi.» Il Rabbioso mise la mano sulla spalla di Heidor. «Non hai
più nulla da temere.»
Il giovane impallidì, il vassoio gli tremò tra le dita. «Non…
sarà facile, mastro nano. Ricordo bene le sue visite nel nostro
villaggio. I colpi. Le ferite ai debitori.»
Hargorin fece un’espressione dispiaciuta. «Qualunque cosa
io abbia fatto, figliolo, senza le mie azioni a quest’ora non
saresti libero. Il poco che ho fatto in nome degli Occhineri l’ho
fatto con tutto il cuore.»
Heidor rientrò senza replicare.
Il buonumore era sparito.
I nani vuotarono i boccali, come se la birra fredda potesse
lavare via anche il passato.
Il Rabbioso si schiarì la voce per rompere il silenzio. «Come
mai sei venuto di persona, Hargorin? Ti avevo chiesto i tuoi
guerrieri migliori.»
L’altro posò la coppa e si appoggiò al sostegno della tettoia.
«Sono il migliore guerriero della mia stirpe e, se si tratta di
cercare il più grande eroe del nostro popolo, chi avrei dovuto
mandare?» Scambiò un’occhiata con la nana. «Puoi mostrarci il
messaggio che hai ricevuto da Tungdil?»
«Lo farò quando saremo al completo.» Il Rabbioso si
domandò se chiamare ancora Heidor o risparmiargli la vista di
Hargorin. Per di più, i portaordini avrebbero sicuramente
parlato dell’ex comandante dello Squadrone Nero. Esisteva il
rischio concreto che volessero vendicarsi. «Poi ci metteremo
subito in viaggio.»
«Noi? Oh, no. Tu non verrai di certo.» Beligata scosse la
testa. «Questa sì che è bella!»
«Sono il migliore guerriero della mia stirpe», protestò il
Rabbioso.
«Sei l’imperatore. Come ti ho detto l’ultima volta che ci
siamo visti, le stirpi e i clan necessitano di un sovrano capace
di rappresentare la continuità e l’eroismo. E tu li possiedi
entrambi», ribatté la nana. «L’età, l’esperienza e la tua storia ti
hanno imposto di diventare imperatore e soprattutto di restare
tale. Non puoi svolgere questo ruolo dal Phondrasôn.»
Hargorin le diede manforte. «Se non dovessimo tornare, il
tuo ingresso nella Fucina Eterna sarebbe la perdita più grave
che i figli di Vraccas possano immaginare. Prima Tungdil…»
«Il finto Tungdil», precisò Boïndil.
«Chi ce lo assicura? Potremo dimostrarlo solo quando
torneremo col vero Erudito.» Beligata sembrava ottimista
sull’esito della missione. «Le stirpi ti hanno eletto
all’unanimità. Hai la loro fiducia.»
«A seconda di cosa accadrà nelle prossime rotazioni e cicli,
saranno felici di averti ceduto il potere decisionale.» Hargorin
girò la testa e guardò lontano. «La trovatella ci darà un
mucchio di grattacapi, e anche gli elfi.»
«Le porte sono state chiuse per mio ordine. Per il momento,
gli Orecchi appuntiti non riceveranno altri rinforzi.» Più Boïndil
si sforzava di non pensare alla birra, e più aveva la gola riarsa.
«Se anche un solo elfo respinto o un suo messaggio
raggiungesse il Consiglio dei Re, farebbe scalpore tra gli umani
e tra gli elfi che già vivono nella Terra Nascosta.» Hargorin
posò la destra sulla testa della scure.
«Per allora gli elfi dovranno giustificare un’altra iniziativa
scandalosa.» Boïndil parlò agli altri due dell’incontro col
guerriero moribondo del Tabaîn e riferì loro le sue parole. «Non
ci capisco niente», concluse.
«Nemmeno io. Ragione in più per restare nella Terra
Nascosta e convocare il Consiglio dei Re. Occorre informare gli
umani. Non si mormorava forse che Coïra fosse andata in cerca
di una fonte magica?» Beligata si accarezzò la cicatrice, con
aria trasognata.
«Così diceva la lettera che Phenîlas…» Il Rabbioso tacque.
Come facciamo a sapere che è la verità? Gli elfi potrebbero
avere falsificato la missiva. Quei pensieri maligni lo irritarono.
Sembrava che l’antica inimicizia tra i due popoli fosse destinata
a non spegnersi mai. «Dovremmo interrogare uno dei loro
apprendisti.» Dovette ammettere, controvoglia, che il proprio
posto era in superficie. «Avete ragione. Devo garantire la
sicurezza della Terra Nascosta.»
Beligata indicò verso nord. «Due nani col simbolo dei Quinti
sulle cotte. La delegazione di Balyndis, si direbbe.»
Il Rabbioso affiancò Hargorin. Aspettarono in silenzio
l’arrivo degli altri guerrieri, che cavalcavano pony bianchi.
«Sono lieto che abbiate trovato la strada», urlò l’imperatore.
«L’onore è tutto nostro», replicò la nana coi capelli color
torba che spuntavano da sotto l’elmo. «Il prestante guerriero al
mio fianco è Belogar Martellodarmi del clan dei Rotolamassi,
della stirpe dei Quinti.» Indicò se stessa. «Io sono Gosalyn
Franamonte del clan dei Cercagallerie, della stirpe dei Quinti.
La nostra regina ci manda da te e ti comunica che la porta è
stata chiusa come ordinato.»
Scesero per inginocchiarsi al suo cospetto, ma Boïndil,
stizzito, glielo impedì. «Siete gli scopritori dell’insediamento
dimenticato. Avete sete di altre scoperte?»
Belogar fece sì con la testa, facendo ondeggiare la barba
impolverata. «E questa volta non mi fermerò se noterò
qualcosa di strano. Qualunque cosa sia.»
Il Rabbioso sapeva che il Quinto avrebbe preferito uccidere
Sha’taï non appena l’avevano trovata, perché la piccola umana
parlava albico e veniva dalla Terra dell’Aldilà.
«Per quanto qualcosa ti possa sembrare strano, farai ciò che
ti ordina l’imperatore. O il comandante della squadra di
ricerca», lo rimbrottò freddamente Beligata.
Belogar la fulminò con lo sguardo. «Chi sei, per darti tante
arie?»
La nana si presentò.
L’altro posò la mano sulla mazza ferrata. «Si dice che tu sia
una brava guerriera, ma lo sono anch’io. Perciò…»
Beligata si finse sorpresa. «Sei una guerriera? Per Vraccas!
Non si direbbe che sei una nana.»
Hargorin rise. «La sua lingua è affilata quanto la sua lama.»
L’espressione di Belogar passò da sbalordita a cupa. Quando
fece per ribattere, Gosalyn gli prese il braccio per rabbonirlo,
così si limitò a bofonchiare qualcosa.
Il Rabbioso ripensò al proprio gemello: Boëndal era sempre
riuscito a fermarlo, o almeno a addolcirlo, quando la collera
diventava incontenibile e la furia rischiava di esplodere.
«Aspettiamo i guerrieri degli altri regni.» Si avviò verso la
porta per andare a prendere la birra. Heidor gli era parso
troppo impaurito.
Tuttavia dopo tre passi ebbe l’impressione di essere
diventato cieco all’improvviso. Era calata l’oscurità.
Non poteva dipendere dall’effetto della birra. Procedette
tentoni. Dalle urla stupite degli altri capì che non era l’unico a
non vederci più.
Significa che…
Risuonò una risata malvagia e gorgogliante, poi il sole
ricomparve.
Al suo fianco c’era un nano che Boïndil conosceva molto
bene. Con l’armatura di cuoio nero, rinforzata da lastre di
tionio, e con la veste simile a una gonna e ricoperta di piastrine
di ferro nero, era irriconoscibile. La visiera dell’elmo era
sollevata, gli ornamenti di rivetti e filo d’argento brillavano
nella luce. Sulla schiena portava uno zaino.
«Balodil!» Il Rabbioso aveva vissuto più di un’avventura con
l’inquietante Zhadár e combattuto con lui per la Terra
Nascosta, ma il nano, trasformato dai distillati magici degli
albi, non era stato invitato. «Che ci fai qui?»
L’altro scoprì i denti neri sotto la barba corta. «Il mio vecchio
nome appartiene alla storia. Ormai mi chiamo Carâhnios, che
in albico significa ’lo Sradicatore’. Ed è questo che faccio da un
ciclo. Non vi è giunta voce delle mie gesta eroiche? Trentadue
in meno. Gli Occhineri cadono l’uno dopo l’altro, e io prendo da
loro ciò che mi serve.» Ridacchiò, guardando con occhi folli
Boïndil. Intorno alla sua figura tremolava l’oscurità che creava
un’aureola di tenebra, come se sgorgasse dal suo corpo e
volesse offuscare il sole. «Il loro sangue è l’ingrediente della
mia nuova bevanda. Ed è di gran lunga migliore! Hai bisogno di
rifornimenti, mio imperatore?»
«No», bisbigliò il Rabbioso. Si allontanò senza volerlo da
Carâhnios.
L’ultimo degli Zhadár, gli Invisibili, com’erano stati chiamati i
membri dell’unità scelta prima della loro distruzione, emanava
un disagio doloroso.
L’imperatore notò l’arma di Carâhnios e fu colto da un vago
terrore. «Dove l’hai presa?»
«Questa?» Lo Zhadár estrasse l’arma nera come la notte; la
lama era un po’ più lunga del braccio di un umano adulto. Su
un lato si vedevano punte lunghe e sottili che ricordavano i
denti di un pettine, mentre sull’altro si rastremava come una
spada. «L’ho acquistata da un fabbro a prezzo vantaggioso.»
Carâhnios sghignazzò.
Il Rabbioso si riprese dallo sgomento. «Non cercare
d’ingannarmi. Chi ti ha dato la Sanguinaria?»
«Te l’ho detto: l’ho comprata. Di recente e, per tua
informazione, da un Terzo. Dopo la battaglia, i più abili negli
affari perlustrano il campo in cerca di oro, armi e oggetti che i
morti non usano più e i vivi pagano profumatamente.»
Carâhnios vibrò un fendente di prova. «Mi piaceva. Forse gli
dei sanno se è la vera Sanguinaria, quella maneggiata da
Tungdil. Se così fosse, ho fatto un ottimo affare. A ogni modo
mi rende ottimi servigi, anche contro gli albi.» Lo Zhadár
ridacchiò sbavando e ripose l’arma.
Il Rabbioso la fissò. È legittimo che l’abbia lui?
Non ricordava dove fosse finita dopo la battaglia nella Forra
Oscura. In quella rotazione il suo pensiero predominante era
stato la morte dell’amico.
La Sanguinaria era la seconda arma più robusta della Terra
Nascosta, che Tungdil aveva forgiato da una spada degli
Eterni. La perfidia che si annidava al suo interno ben si
adattava allo Zhadár, che la brandiva contro gli albi.
Per quanto Boïndil gradisse l’idea che la lama si rivoltasse
contro i suoi primi proprietari, si allarmò al vederla nelle mani
di Carâhnios.
«Tieni a freno le tue doti, per non terrorizzare gli umani o
spingerli ad attaccarci. Sappiamo di cosa sei capace»,
intervenne Hargorin.
Lo Zhadár chiuse la bocca e fece un verso dispiaciuto.
«Volevo solo mostrarvi fino a che punto potrò esservi utile
quando v’introdurrete di soppiatto nel regno elfico e poi nel
Phondrasôn per trovare Tungdil. Credetemi, avrete bisogno
delle mie arti.» Alzò il braccio destro, e dai polpastrelli guantati
uscirono striature nere che ruotarono e turbinarono l’una
intorno all’altra.
Il Rabbioso lo scrutò. «Come fai a sapere tutte queste cose?»
«Me le ha dette l’ultimo albo che ho ucciso.» Carâhnios posò
lo zaino, lo aprì e tirò fuori alcuni scritti imbrattati di sangue
coi sigilli spezzati dell’imperatore. «Era a meno di una
rotazione da qui e con le sue frecce ha abbattuto i nani che
state aspettando.» Infilò i rotoli nella mano del Rabbioso. «L’ho
trovato, l’ho assassinato e ho visto i messaggi. Allora ho
pensato che sarei stato un ottimo sostituto.» Batté un piede sul
terreno. «E che qui sotto potrebbero esserci ancora alcuni
Occhineri.» Fece un ghigno da far accapponare la pelle.
Boïndil guardò gli scritti macchiati di rosso. Tutti i guerrieri
di cui attendevamo l’arrivo… morti.
Acconsentì con riluttanza. «D’accordo. Accompagnali pure.
Altrimenti la missione durerà troppo a lungo, e il tempo
stringe.» Accennò all’ingresso della stazione di sosta. «Venite.
Vorrei mostrarvi qualcosa, affinché capiate perché sono
convinto che il vero Tungdil sia ancora vivo.»
Seguirono l’imperatore all’interno dell’edificio principale,
dove oltre a Heidor c’erano cinque portaordini intenti a
pranzare.
Naturalmente, i nani attirarono l’attenzione, e alla vista di
Carâhnios gli avventori si fermarono coi cucchiai a mezz’aria.
La minestra gocciolò nei piatti, l’aspetto e il fascino inquietante
dello Zhadár ipnotizzarono gli umani.
Il Rabbioso li guidò verso il tavolo in fondo, dove
cominciarono a confabulare. Solo allora estrasse la piastrina
che aveva prelevato dalla capsula e l’appoggiò in modo che gli
altri potessero leggerla mentre andava al bancone e ordinava le
birre a Heidor.
Boïndil non ebbe bisogno di rileggere il testo perché ormai
lo conosceva a memoria.

Fedele e stimato Rabbioso, di cui ho molta nostalgia,


di’ ai figli del Fabbro: tenete duro come faccio io in questo
luogo di tenebra!
Presto tornerò, e prego Vraccas di farmi trovare ancora vivo
il maggior numero possibile degli amici di un tempo.
È iniziata la ricerca di una via di fuga, e vi mando i miei
messaggeri affinché sappiate che sono ancora in vita e che non
vi ho mai dimenticati.
Proteggete la Terra Nascosta perché il pensiero della patria
e di te, Rabbioso, è il mio più grande sostegno.
Con affetto
IL TUO SAPIENTONE
TUNGDIL

Heidor non rivolse la parola a Boïndil mentre riempiva i


boccali, evitando il suo sguardo amichevole.
I portaordini parlottavano così piano che il Rabbioso non udì
cosa dicevano, ma non occorreva essere veggenti per intuire
che i nani non suscitavano solo curiosità. Lo Zhadár era il
membro del gruppo che dava più nell’occhio e che, come
Hargorin, era piuttosto noto nella Terra Nascosta.
Di cosa discutono? Il Rabbioso pagò e tornò al tavolo coi
boccali pieni. Temeva che il capitano li cacciasse all’istante.
Purché non metta al corrente gli elfi, per me va benissimo.
Quando si sedette e distribuì le birre, notò che Hargorin era il
più diffidente. «Ora dirai che non ti basta come prova
dell’esistenza del vero Tungdil.»
Gli altri tacquero e presero i boccali, quindi aspettarono.
«Lasciate che vi spieghi come mi è giunto il messaggio.» Il
Rabbioso cominciò dalla bestia e dal combattimento, citò
l’aiuto inatteso del guerriero caduto dall’albero e ripeté anche
le sue ultime parole. «Per me è inequivocabile», concluse.
«Il mio cancelliere ha insistito perché chiedessi di vedere il
messaggio prima di scendere nel sottosuolo e di mettere a
repentaglio la mia vita. Ho ascoltato il tuo racconto.» Hargorin
prese la birra e indicò la piastrina col fondo del boccale. «Ma
dov’è la prova, imperatore?» Si piegò di lato. «Dammi un solo
motivo valido, e parto subito.»
«Io sarò sempre davanti a te. O dietro. Sempre.» Carâhnios
ridacchiò. «Mi scambierai per la tua ombra, Hargorin
Seminamorte.»
Il Rabbioso capovolse il dischetto di palandio e additò le
particelle d’oro sul retro. «È la riproduzione esatta del marchio
che Tungdil si è procurato durante la lotta per la corona.
Nessun altro potrebbe conoscerlo così bene e riprodurlo tanto
fedelmente.»
Hargorin borbottò insoddisfatto. «Sarebbe questa la prova?»
Bevve un lungo sorso.
«Come mai ha usato le bestie?» obiettò Belogar. «Non
avrebbe potuto mandare creature più pacifiche?»
Beligata s’infilò tra le labbra un sigaro spesso e lungo.
«Laggiù non c’è nulla di pacifico, credo. La loro ferocia era la
garanzia che sarebbero sopravvissute e avrebbero raggiunto la
superficie.» Si spostò verso il camino e cercò un tizzone tra le
ceneri. «Mi sembra un’idea geniale.» Tornò dagli altri fumando.
«Come facciamo ad attraversare il Paese degli Orecchi
appuntiti, a intrufolarci nei loro boschi e a cercare l’ingresso?
Hanno occhi e orecchie ovunque. È quasi impossibile, a meno
che Vraccas non ci aiuti con un incantesimo dell’invisibilità»,
sottolineò Belogar.
Il Rabbioso sospirò. Non aveva immaginato tante obiezioni.
«Sono il tuo imperatore e, se non ti fidi del mio istinto, che mi
suggerirebbe di scendere laggiù in prima persona, devo
ordinartelo.»
Con suo stupore, Carâhnios prese la piastrina e la strinse tra
le dita corazzate con un leggero scricchiolio. «Non ho bisogno
di voi, e il Phondrasôn non mi fa paura. Tornerò con colui che si
fa chiamare Tungdil.» Guardò il Rabbioso e vuotò il boccale,
poi fece un rutto e rise sguaiatamente. «Sarai tu a decidere se
questa volta è quello giusto, imperatore.» Senza aspettare la
risposta, si voltò e si avviò verso la porta fischiettando.
Belogar inarcò le sopracciglia cespugliose. «Parte senza di
noi?»
Beligata si alzò e seguì Carâhnios. «Senza di voi», lo
corresse.
Gosalyn la imitò ridacchiando. «Visto? Non è così difficile
prendere una decisione.»
Boïndil sorrise, sollevato. «Non appena sarete di ritorno,
manderai messaggeri in tutti i regni dei nani. Non ti chiedo
altro», disse a Hargorin. «Io mi occuperò degli interessi della
Terra Nascosta e del nostro popolo.»
Con riluttanza il nano dalla barba rossa si tirò su dalla sedia
e uscì, seguito dagli sguardi dei portaordini. «Ma non mi hai
ancora fornito la prova definitiva», urlò da fuori.
Accetterò le tue scuse quando mi avrai riportato il
Sapientone, pensò il Rabbioso, chiamando Heidor con un
cenno. Voleva altra birra.

Terra Nascosta, regno elfico del Ti Lesinteïl


(ex regno albico dello Dsôn Bhará),
6492° ciclo solare, estate

Phenîlas teneva di sghembo l’arco mezzo teso per scoccare la


freccia da caccia che aveva fabbricato con le proprie mani.
L’elfo e i suoi dieci compagni inseguivano il terzo lupo, che si
era avvicinato al palazzo prima di correre all’improvviso verso
sud, fuori della regione che un tempo aveva costituito il cratere
dello Dsôn Bhará.
Phenîlas aveva l’impressione che il mostro avesse fiutato
qualcosa. Ma cosa?
Il drappello avanzò passo dopo passo in un boschetto di
betulle nere in cui c’erano molte siepi spinose e qualche salice
gigante.
L’ideale, per un essere come quello.
A destra e a sinistra di Phenîlas, i cacciatori procedevano
controvento, cinque con lunghe lance da cinghiale e cinque con
archi corti per poter scagliare i dardi anche tra la boscaglia.
Le frecce erano state fabbricate dagli armaioli per
trapassare la pelle spessa della bestia. Inadatte alle lunghe
distanze, grazie al peso notevole riuscivano a trafiggere perfino
una sottile lastra d’acciaio; all’interno era incorporata una
cartuccia di vetro che, penetrando nella preda, si frantumava
liberando un veleno acido.
Gli elfi respiravano piano per non tradirsi; le sottili suole di
cuoio degli stivali non facevano rumore sul terreno coperto di
foglie.
Le orme più vecchie rivelarono a Phenîlas che il secondo
esemplare aveva seguito il guerriero del Tabaîn, che ormai
doveva essere stato divorato. Non era più necessario
preoccuparsi di lui, e i coraggiosi abitanti del Gauragar
avrebbero ucciso la belva.
Tuttavia, durante l’inseguimento, l’elfo aveva notato che
pure quel lupo aveva un filo intorno al collo, con una capsula di
metallo nero fissata all’estremità. Però non era riuscito a
leggere se ci fosse scritto qualcosa.
Era possibile che dentro ci fosse un manufatto incantato?
Qualcosa che avrebbe potuto riportare il male nella Terra
Nascosta e soprattutto nei nuovi regni degli elfi?
Phenîlas udì un leggero fruscio tra i cespugli. Lo scopriremo
non appena avremo ammazzato il mostro.
Secondo gli eruditi, i lupi erano bestie di Narshân, che i nani
e gli umani chiamavano anche Azzannatori della Notte. Erano
arrivati nella Terra Nascosta centinaia di cicli addietro, dopo la
caduta della Porta di Pietra sui Monti Grigi, ed erano stati
sterminati rapidamente perché recavano troppi danni agli
abitanti.
Dunque possono essere sgattaiolati fuori solo da una galleria
del Phondrasôn. Con un cenno del capo Phenîlas mandò avanti
due picchieri, affinché perlustrassero il sottobosco con le
lunghe armi che avevano cuspidi simili a forconi e lame da
caccia sulla parte inferiore delle aste. Forse il mostro vuole
tornare indietro.
Si udirono altri schiocchi di rami, poi alcuni fagiani si
alzarono in volo; le piume sembrarono scintillare mentre gli
uccelli sbattevano le ali e fuggivano.
L’elfo accanto a Phenîlas fece una risata sommessa.
«Sarebbero buoni da mangiare.»
Un’ombra saltò ruggendo dalle fronde di un salice
particolarmente grande. Il muso si aprì e inghiottì il primo
fagiano in un solo morso; le zampe anteriori munite di artigli ne
trascinarono altri due sul terreno e li tennero prigionieri.
Phenîlas e i suoi soldati fissarono la belva, che era ancora
più possente di quella già uccisa e che voleva divorare le loro
prede con zanne di un bianco abbagliante.
In quel momento, il vento capriccioso cambiò e portò al
mostro l’odore dei cacciatori. Il lupo sollevò la testa e rizzò le
orecchie, emettendo ringhi terrificanti.
«Tirate!» Phenîlas scoccò la freccia per primo. «Picchieri,
attenti! Non fatelo passare. Altrimenti siamo tutti spacciati.»
La bestia di Narshân si appiattì sul terreno sfracellando i
fagiani, con le unghie che si coprivano di sangue. Spiccò un
balzo di diversi passi e scomparve tra le foglie del salice. I
dardi sibilarono sotto la bestia.
Anche quello di Phenîlas mancò il bersaglio. Non è solo più
massiccia, ma anche più veloce dell’altra.
Il lupo usò abilmente i rami degli alberi per salire sopra le
teste degli elfi e gettarsi di sotto all’improvviso come un’aquila
su un vitello.
I picchieri tuttavia erano stati attenti. Alzarono le lance
mentre gli arcieri incoccavano di nuovo le frecce,
s’inginocchiavano e miravano all’animale.
La belva si rese conto troppo tardi dell’errore e s’infilzò col
muso sulle lame.
I due picchieri che erano rimasti nella boscaglia scagliarono
le lance e colpirono il mostro al fianco. Gli arcieri lo
tempestarono di frecce.
Trascinato dal proprio peso e da quello del metallo, il
Narshân scivolò e ruppe le lunghe aste di legno, toccò terra e,
morendo, azzannò gli elfi che non riuscirono ad allontanarsi
abbastanza rapidamente.
Anche Phenîlas sentì le zanne del lupo, che tuttavia si
limitarono a scalfirgli i bracciali dell’armatura, ma le urla, gli
schizzi che gli colpirono il collo e il viso, e l’odore del sangue
gli confermarono che almeno un cacciatore era rimasto
gravemente ferito.
La belva agonizzante continuò a addentare gambe, braccia e
colli, aprendo squarci nella carne prima che Phenîlas trovasse
il coraggio di estrarre un fascio di dardi dalla faretra.
Devi morire! Si scagliò con forza contro il Narshân e gli
conficcò le punte nella nuca.
Quella mossa non bastò a salvare l’elfo che era stato
afferrato per un braccio, ma la bestia si spense in un ultimo
guaito. Crollò sussultando, con la zampa posteriore destra che
raschiava più volte il terreno.
«Prendetevi cura dei feriti!» ordinò Phenîlas, tagliando il filo
sottile per esaminare la capsula insanguinata. Queste… sono
rune nanesche! Ma i figli del Fabbro non alleverebbero mai
simili belve, né tantomeno le userebbero, si disse, terrorizzato.
Tuttavia esisteva la possibilità che un tempo gli Zhadár
avessero provato a utilizzare quei mostri come cani da guerra.
Ma in questo caso li avrebbero impiegati almeno una volta
nei cicli scorsi. Si sarebbe sparsa la voce. Phenîlas prese la
borraccia e lavò via il sangue e il sudiciume dalla scritta.
PER IL RABBIOSO.
Lesse i simboli più volte per essere sicuro di averli
interpretati correttamente. Avevano una forma tozza che non
aveva mai visto negli scritti delle cinque stirpi della Terra
Nascosta. Inoltre sembrava che la capsula di tionio nero
contenesse qualcosa perché, non appena l’agitò, si udì un
leggero tintinnio. A giudicare dal suono, poteva trattarsi di
palandio, un pregiatissimo metallo bianco che gli elfi
prediligevano per forgiare le armature.
Tutti, nella Terra Nascosta, sapevano chi si celava dietro il
soprannome «il Rabbioso».
Chi manda un messaggio all’imperatore tramite un Narshân?
Phenîlas guardò i cadaveri dilaniati. Non oso immaginare cosa
sarebbe accaduto se ci avesse colti di sorpresa. «Unamîl,
manda a prendere i feriti e porta la bestia a palazzo come
prova. Devo andare subito dal re», disse ai soldati, intenti a
medicare gli squarci dei feriti. Nascose la capsula nero opaco
nel palmo e tornò di corsa al limitare del boschetto, dove
avevano legato i cavalli.
Non capendo il senso della scoperta, pregò Sitalia che il
Naishïon riuscisse a risolvere l’enigma.
Gettati nella mischia con l’arma sguainata, ma mai per
divertimento.
Massima dei nani
V

Terra Nascosta, Monti Grigi, regno dei Quinti,


6492° ciclo solare, estate

B
alyndar Ditadiferro del clan dei Ditadiferro, della stirpe
dei Quinti, osservò la strada, che dalla gigantesca
Porta di Pietra era appena visibile nella nebbia carica
di umidità. «Si direbbe che Vraccas stia forgiando
molte lame nella Fucina Eterna e le stia raffreddando
nell’acqua. Si prepara per una guerra.»
«Purché non siamo di nuovo noi a dover fermare
un’avanzata», commentò con scarso entusiasmo l’ufficiale di
guardia.
Non ricordo il suo nome. Dovrei venire più spesso, pensò
Balyndar.
L’altro fece notare la sciatteria della bandoliera a uno dei
soldati che superarono passeggiando sul cammino di ronda. «Il
Nord potrebbe essere risparmiato, per una volta.»
Pioveva senza sosta da rotazioni. Le nuvole ammantavano le
vette della Grande Lama e della Lingua di Drago con una
foschia ora grigio chiaro, ora biancastra, ora più scura, che
nemmeno il sole e il vento riuscivano a dissipare.
«Facciamo ciò che ci è stato ordinato», replicò Balyndar, i
cui capelli castani, nonostante la treccia, erano più crespi del
solito. Aveva la barba corta e, sotto il mantello leggero,
indossava una via di mezzo tra una cotta di maglia e una
corazza a lamelle. In passato aveva avuto una mazza chiodata
con due sfere di ferro infilata nella bandoliera, ma ormai
portava con sé la leggendaria Lama di Fuoco. Essendo figlio di
Balyndis Ditadiferro I, regina della stirpe dei Quinti, era stato
designato come proprietario di quell’arma leggendaria dopo la
battaglia nella Forra Oscura.
Era un guerriero fin nel midollo.
Chi lo guardava attentamente e conosceva Tungdil
Manodoro credeva di cogliere una certa somiglianza. Non era
un caso. In passato la madre di Balyndar e l’Erudito avevano
avuto una relazione.
Poi però si erano separati e Balyndis era andata sui Monti
Grigi, dove aveva contratto il patto di ferro col re dei Quinti.
Poco dopo era nato un discendente: un rampollo ed erede.
Ufficialmente Balyndar era considerato figlio del sovrano.
I Quinti comprendevano membri di diverse stirpi ed erano
stati rifondati per raccogliere l’eredità dei Quinti originari sui
Monti Grigi. I precedenti guardiani della Porta di Pietra non
esistevano più da tempo.
Balyndar si fermò e osservò il cortile, che si allargava tra la
porta e l’accesso alle montagne. «Si procede bene», commentò,
tra le martellate incessanti.
Gli scalpellini scolpivano e sgrossavano i blocchi di pietra
per apportare migliorie alle torri. Poiché il Kordrion e le altre
vecchie minacce erano scomparsi, occorreva rinforzare il
baluardo contro i nuovi pericoli sconosciuti.
«Molto bene, oserei dire.» L’ufficiale indicò la torre là
davanti, di cui si distingueva solo il profilo nella bruma. «Le
fondamenta sono state consolidate a poco a poco, il muro
esterno allargato di due passi e le intercapedini riempite con
una miscela di argilla e paglia per attutire l’effetto dei
cannoneggiamenti. Abbiamo ispessito di qualche passo la porta
di granito, ampliando così il cammino di ronda.» Indicò verso il
basso. «I chiavistelli sono stati sostituiti. Da cinque sono
diventati dieci, come richiesto da tua madre.»
Due per ciascuna stirpe. Balyndar scorse le impalcature e i
paranchi con cui erano stati issati e applicati i materiali e le
immense barre.
I Quinti sgobbavano senza tregua, sotto il sole e i raggi
freddi delle stelle. Il cammino di ronda era stato allargato
anche per fare spazio a catapulte più grandi. Le prime
macchine erano già state montate.
«Queste misure, insieme con le nuove armi, impediranno un
nuovo ingresso del male», disse orgoglioso Balyndar, spostando
lo sguardo sulla strada larga trenta passi che, dopo mezzo volo
di dardo, si perdeva nel nulla apparente della nebbia.
L’ufficiale si avvicinò ai merli, guardando a destra e a
sinistra. «Non mi piace questo tempo. Sembra mandato da
Tion, non da Vraccas.»
«Perché?»
«Altrimenti sarebbe un vapore caldo e odoroso di acciaio
arroventato e carbone incandescente. Quello sì che mi sarebbe
gradito.» L’ufficiale posò una mano sul parapetto. «Questa non
è una buona rotazione.» Lanciò un’occhiata obliqua alla Lama
di Fuoco, tempestata di diamanti. «Meno male che ci sei tu.»
Balyndar era stupito da quel pessimismo. «La situazione
nella Terra Nascosta promette bene. Dopo un lungo periodo di
privazioni e oppressione arrivano tempi migliori. Non sono mai
nati così tanti bambini nani. Presto i Quinti torneranno a essere
numerosi», disse in tono incoraggiante.
L’ufficiale tacque, scrutando la foschia.
«Ripetimi il tuo nome», lo pregò Balyndar.
«Goïmbar Trovagemme del clan degli Occhidopale. Sono
entrato nella guarnigione della fortezza solo di recente.»
D’un tratto i fili di bruma presero a turbinare, disegnando
sagome che si trasformarono in alte figure dai lunghi mantelli
bianchi. Incespicarono e vacillarono come ubriachi, alcune
sostenendosi a vicenda, altre con gli indumenti costellati di
macchie e schizzi rossi. Le vesti e le armature erano ridotte a
brandelli.
«Lo sapevo. Non è una buona rotazione.» Goïmbar urlò un
ordine lapidario.
Le squadre accorsero dagli alloggi nelle torri e prepararono
in un lampo le catapulte.
«Li hai evocati col tuo catastrofismo.» Balyndar si avvicinò al
muro e fissò gli sconosciuti, perplesso. «Per Vraccas! Sono
abbigliati come elfi. È la prima volta che arrivano dal Nord.»
«Potrebbero essere Occhineri che vogliono ingannarci»,
obiettò Goïmbar mentre i soldati infilavano le fiaccole nei
sostegni. Si strinse la cintura intorno alla cotta e asciugò
l’umidità dal manico dell’ascia.
Le fionde per i giavellotti e i dardi si tesero crepitando
piano, le ruote dentate si azionarono e tirarono indietro le funi
spesse. Frammenti di pietra furono avvolti nelle corde da lancio
perché fossero scagliati contro il nemico a seminare
distruzione.
Balyndar trovò eccessivi tutti quegli sforzi per quelle poche
figure cenciose che si avvicinavano alla porta, ma non fermò
l’ufficiale. La prudenza non era mai troppa, soprattutto nel
Nord, dove i mostri cercavano costantemente di penetrare
nella Terra Nascosta. «Hai ragione. Potrebbe essere uno
stratagemma.»
In caso contrario, non aveva importanza.
Secondo le istruzioni dell’imperatore, non dovevano far
passare altri elfi. A quanto pareva, Samusin aveva deciso di
mandarne alcuni proprio dove sarebbero stati respinti.
Balyndar si concentrò sulle ferite degli sconosciuti. Non sono
state provocate da proiettili né da asce o spade.
Sembrava che interi pezzi di armatura fossero stati staccati
con violenza da una mano artigliata. Lo stesso valeva per gli
indumenti rovinati e i corpi; un elfo aveva perso una gamba,
altri due un braccio insieme con l’articolazione della spalla.
«Devono essersi imbattuti in un branco di orchi arrabbiati e
affamati che hanno cercato di mangiarli vivi», ipotizzò Goïmbar.
L’elfo più vicino alzò la testa verso il cammino di ronda ben
illuminato, agitando il braccio implorante.
«Vuole che li facciamo entrare.»
Le squadre gridarono che le catapulte erano pronte, poi –
dopo un ultimo clic meccanico – scese un silenzio carico di
tensione. Le fiaccole scoppiettavano piano e di tanto in tanto
sprigionavano scintille che si spegnevano danzando nella
bruma grigia e umida.
«Lo vorrei anch’io, se fossi ferito e avessi una speranza di
essere aiutato.» Balyndar posò la mano sulla Lama di Fuoco, la
cui magia lo proteggeva da quasi tutti gli incantesimi che
potevano colpire un guerriero in battaglia. Sentì su di sé un
pesante fardello. Non posso aprire loro la porta, ma… potrei
andare a controllare come stanno.
Usando una piattaforma e le carrucole delle impalcature
sarebbe stato possibile calare viveri, tende e un guaritore
affinché gli elfi potessero sopravvivere finché l’imperatore non
avesse modificato gli ordini.
«Non vorrai mica uscire?» Goïmbar sembrava avergli letto
nel pensiero.
Balyndar non rispose. «Ehi, laggiù. Chi siete, e chi vi ha
conciati così?» gridò agli elfi.
Una delle figure in fondo alla fila incespicò e cadde. Il suo
compagno tentò invano di rialzarlo mentre gli altri
proseguivano verso la porta. Il gruppetto si distribuì così su
una lunghezza di trenta passi.
«Fateci entrare, nani gentili», urlò il primo elfo, che
continuava ad agitare il braccio come se temesse di non essere
visto. «Ci sta alle calcagna. Per Vraccas e Sitalia, vi supplico.
Altrimenti ci farà a pezzi!»
Balyndar si voltò verso Goïmbar. «Di chi sta parlando?»
«Dobbiamo obbedire alle istruzioni dell’imperatore. Non
intendo farli entrare», ribadì l’ufficiale.
Allora si fa a modo mio. Balyndar ordinò di tirare su una
piattaforma di carico e di calarla sull’altro lato.
I nani si misero al lavoro, ma ci sarebbe voluto un po’ di
tempo, che forse i «Nuovi Arrivati» non avevano.
Ormai il primo elfo era davanti alla porta, i cui battenti
chiusi ermeticamente non avrebbero permesso neppure
all’insetto più minuscolo di strisciare nella Terra Nascosta. «Mi
sentite, figli del Fabbro?» urlò disperato. «Dovete darci
protezione! Ascoltate, eravamo cento, e questo è ciò che è
rimasto dopo che…»
«Guarda!» Balyndar indicò la foschia, dalla quale sbucò
un’altra sagoma.
Molto diversa da quelle degli elfi, sembrava appartenere a
un guerriero umano assai muscoloso, protetto da un’armatura
di cuoio marrone. La testa era infilata in un elmo di rame
decorato di rune; da dietro la schiena gli spuntava una piccola
asta su cui sventolava una bandiera bianca con caratteri verdi.
Gli stivali di pelle si alzavano e si abbassavano a ritmo regolare
mentre lo sconosciuto si avvicinava agli elfi passo dopo passo.
«Per Vraccas!» esclamò Balyndar. «È stato lui ad attaccare
gli elfi? A mani nude?»
Dalle braccia e dai pantaloni del guerriero gocciolava
sangue. Da lontano, gli schizzi che cadevano sul lastricato
grigio parevano neri come l’inchiostro.
«Quanto dev’essere forte per strappare braccia e gambe
dalle articolazioni?» Goïmbar, affascinato, guardò l’umano,
dalle fessure del cui elmo usciva un vapore biancastro,
probabilmente il respiro che si condensava nell’aria fresca.
«Attenti!» gridò Balyndar, per mettere in guardia gli elfi.
Il gruppo si voltò. Qualcuno lanciò grida di terrore e si
affrettò ancora di più verso la porta.
«Vi supplico!» Il primo elfo s’inginocchiò e protese le
braccia. «Aprite e salvateci da questa creatura. Non è terrena.»
Balyndar sfoderò la Lama di Fuoco e aspettò spazientito che
la piattaforma venisse trasferita dall’altra parte. «Resistete!»
gridò, non sapendo cos’altro dire.
Il guerriero aveva raggiunto gli ultimi due elfi della fila.
Quello steso a terra gli scagliò addosso il pugnale, ma la
lama rimbalzò sull’armatura. L’umano afferrò il malcapitato per
il piede e lo scaraventò verso la ripida parete rocciosa. L’elfo
sbatté la testa e, dalla sua posizione innaturale, Balyndar intuì
che si era fratturato l’osso del collo.
Nel frattempo l’altro elfo attaccò il mostro, con la spada. Gli
assestò un colpo di sghembo al capo, cercando allo stesso
tempo di piantargli una daga nella gola.
Balyndar fece tanto d’occhi quando vide l’acciaio andare in
frantumi contro il rame – un materiale assai più morbido –
come se fosse vetro, e poi la punta della daga scivolare sul
collo dell’aggressore senza neppure scalfirlo.
Con un gesto fulmineo, il guerriero premette i pugni a destra
e a sinistra della testa dell’elfo, all’altezza delle orecchie.
L’elmo dello sventurato si accartocciò come se fosse di cera
dipinta. Il metallo e le ossa non resistettero a quella furia
incontenibile. Dalla bocca, dal naso e dagli occhi uscirono
sangue e cervello; il viso si tramutò in una caricatura grottesca.
Il cadavere si afflosciò sul lastricato e l’aggressore proseguì,
inesorabile e indifferente come se avesse schiacciato una
mosca.
«Santi numi», mormorò Goïmbar.
«Chiama un disegnatore. Deve trascrivere ogni più piccola
runa sulla pergamena.» Balyndar saltò sulla piattaforma, che,
appesa a catene sotto i merli anteriori, aspettava soltanto di
essere mandata giù. «Fate fuoco con le catapulte contro il
guerriero!» Poi fece segno di abbassare la piattaforma.
Diversi nani salirono con lui, poi la catena sobbalzò e si
srotolò sferragliando.
Sopra di loro volarono dardi e giavellotti. Molti si spezzarono
contro la roccia dura della Porta di Pietra, ma altri piovvero
addosso all’aggressore, che si riparò allungando le braccia. Per
qualche istante il guerriero scomparve in una nuvola di cuspidi
metalliche, schegge di legno e aste spaccate; poi si riscosse e
riprese a camminare. La pelle lacerata sulle braccia nude si
rimarginava da sola.
Niente tagli profondi, niente ferite sanguinanti. «Un
avversario magico», disse Balyndar mentre un’altra scarica di
frecce e giavellotti sibilava verso il guerriero. Previde tuttavia
come sarebbe andata a finire. I proiettili comuni non lo
fermeranno. Impugnò con due mani la Lama di Fuoco. Ma
questa sì. «Restate indietro.»
Il guerriero sconosciuto, schivata la pioggia di acciaio, si
mise a correre verso gli elfi. I nani sui cammini di ronda, sulle
torri e sulla piattaforma assistettero impotenti mentre uccideva
senza pietà un elfo dopo l’altro, sfondando crani, strappando
membra oppure squarciando ventri ed estraendo viscere. Alle
sue spalle si allungava una scia rossa.
«Apriteci! Vogliamo solo la vostra protezione.» Il primo elfo
alzò le braccia, ma era debole e disperato, con le lacrime agli
occhi.
«Più veloci», ordinò Balyndar alle squadre operative. Non
poteva ancora saltare senza fratturarsi le gambe.
Poi ci fu uno scossone e la piattaforma si fermò a una
ventina di passi dall’ultimo superstite.
«La catena è scivolata fuori del tamburo», spiegò Goïmbar
da dietro i merli.
«Allora usate le corde. Sbrigatevi!» Balyndar resistette
all’impulso di provare a saltare. Potrei lasciarci le penne.
Intanto il guerriero aveva quasi raggiunto l’elfo
sopravvissuto. Costui udì i passi dietro di sé e abbassò
lentamente le braccia: ribellarsi sarebbe stato inutile,
l’avversario era invincibile. L’elfo alzò il capo e lanciò a
Balyndar un’occhiata accusatoria; poi un pugno che grondava
sangue gli spappolò il volto. Morì con un verso raccapricciante,
a metà strada tra un grido e un rantolo. Il cadavere si accasciò
di lato mentre il sangue che sgorgava dalla testa fracassata
formava una pozza davanti alla porta.
Il guerriero sconosciuto si girò verso la piattaforma, con
sottili volute di vapore bianco che uscivano dalle fessure della
visiera. Impassibile, parve domandarsi come raggiungere i nani
per continuare la strage.
«Resta dove sei!» intimò Balyndar, fuori di sé, brandendo la
Lama di Fuoco. «Se ti prendo, ti faccio a fette.» I diamanti
scintillarono quando un raggio di sole perforò la bruma e
illuminò l’arma.
Il guerriero, incuriosito, inclinò la testa e sbuffò.
«Dove sono le corde?» Balyndar non aveva mai visto rune
come quelle, cosa che tuttavia non lo stupì. La Terra dell’Aldilà
ospitava molti popoli e alfabeti sconosciuti. I simboli
sembravano conferire una forza incredibile all’aggressore.
Forze demoniche che occorre sradicare.
La piattaforma tremò. Le catene vibrarono, quindi cedettero
di colpo. I nani faticarono a restare in equilibrio. Il guerriero
svanì per qualche istante, poi la piattaforma toccò terra.
L’impatto fece vacillare Balyndar, che sgusciò sotto il
parapetto e salì sulle rocce insanguinate. «Ora tocca a te,
perfido figlio di Tion!» Tuttavia, quando sollevò la Lama di
Fuoco e si guardò intorno, vide che l’umano era stato
inghiottito dalla nebbia. «Codardo!» Lo seguì finché i suoi
compagni, preoccupati, non gli urlarono di tornare indietro.
Nella foschia potevano essere in agguato centinaia di nemici
che aspettavano solo di assassinare a tradimento un nano
imprudente.
Devo informare mia madre. Forse sa cosa significano le
rune. Balyndar si fermò e ordinò ai compagni di trasferire i
cadaveri sulla piattaforma e di tenerli al fresco con ghiaccio e
neve finché non avesse dato ordine di portarli nel Lesinteïl.
Il Rabbioso aveva vietato di far entrare altri elfi nel Paese,
ma le sue istruzioni non parlavano di corpi distesi su un carro.
Memore degli avvenimenti nella Terra Estinta, Balyndar
ordinò di spezzare l’osso del collo ai cadaveri per evitare che
tornassero sotto forma di morti viventi.
Assorto nei pensieri, rimase ai piedi della porta chiusa, con
le mani posate sulla testa d’ascia della Lama di Fuoco, e
osservò la bruma, solida come latte congelato. Credette di
udire a lungo l’eco dei passi del guerriero e il leggero garrito
della bandiera. Si sarebbe tranquillizzato soltanto quando gli
armaioli e gli ingegneri avessero ancorato alle mura le
macchine di nuova invenzione.
Sarebbe opportuno che Coïra esaminasse questa foschia. In
fondo è magica anch’essa. Balyndar guardò gli schizzi di
sangue elfico sulla porta e poi i morti che venivano caricati sui
pianali.
Alla fine entrarono nella Terra Nascosta, ma solo per essere
sepolti.

Terra Nascosta, regno elfico del Ti Lesinteïl


(ex regno albico dello Dsôn Bhará),
6492° ciclo solare, estate

Il gruppetto di nani si sforzava di avanzare rapido e silenzioso


nel bosco ma, a eccezione di Carâhnios, pareva che i suoi
membri volessero a tutti i costi che qualcuno li udisse e
intimasse loro l’altolà. Spezzavano i rami sotto gli stivali,
facevano frusciare le foglie oppure rotolare i sassi.
«Sei sicuro di conoscere la strada per il Bhará?» Per
Beligata era quasi un miracolo che gli elfi non li avessero
scoperti.
Carâhnios fece una delle sue risate folli. «Conosco ogni
nascondiglio creato dagli Occhineri. Come potrei sbagliarmi sul
vecchio cratere?» Indicò verso l’alto, dove il sole filtrava tra le
foglie. «Sempre dritto verso occidente. Prima di sera
arriveremo alla periferia dell’antica città albica dei gemelli
trigemini. Gli elfi l’hanno rasa al suolo e piantato alberi
imponenti come questi. Un piccolo prodigio eseguito con l’aiuto
della maga.» Curvò a destra sul sentiero che di solito veniva
usato dagli animali selvatici e scomparve.
«Ci risiamo», gemette Belogar.
«Gli piace giocare.» Gosalyn, che camminava dietro di lui, gli
diede una spinta. «Abbassa la voce. Altrimenti gli Orecchi
appuntiti ci sentono.»
«Sicuramente sentiranno te, con quella voce così squillante
da tagliare i diamanti», sibilò l’altro, sogghignando.
Beligata guardò Hargorin, che procedeva in silenzio lungo il
viottolo angusto. Lo consideravano il comandante della
squadra, mentre Carâhnios era un male necessario, anche se la
nana non poteva negare che lo Zhadár sarebbe tornato utile. La
sua storia, però, non era del tutto convincente.
Beligata si affiancò a Hargorin. «Tu credi alle parole di
Carâhnios?»
«Ti riferisci alla fandonia dell’albo e dei nani ammazzati?»
Hargorin scosse la testa. «No, non gli credo. Dopo la
trasformazione era già pazzo, ma il rimedio che prende ora per
rafforzare le doti albiche ha aggravato le sue condizioni.» La
guardò preoccupato. «Nemmeno i gemelli trigemini avevano
questa aura di tenebra, ed erano la cosa peggiore che si possa
immaginare.»
«Ma con le loro capacità innate gli albi erano in grado di
spegnere i fuochi, di evocare l’oscurità e d’insinuare la paura
nel cuore di qualunque essere vivente.»
Hargorin annuì. «Sì, ma il buio non li circondava. Carâhnios
sembra avere distillato dal loro sangue qualcosa che lo rende
più potente di un albo.» Abbassò la voce. «La maga dovrebbe
metterlo alla prova. Per la Terra Nascosta sarebbe meglio che
lo Zhadár non tornasse dal Phondrasôn. Se la sua ultima
scintilla di ragionevolezza dovesse andare perduta, potrebbe
diventare un pericolo che solo la magia potrebbe fermare.»
«E se Coïra non fosse presente?»
Hargorin tacque.
«Io ci sto. Decidi tu quando attuare il piano», disse Beligata.
L’altro fece sì con la testa.
Dopo un po’, Beligata notò che Carâhnios camminava al suo
fianco e imitava la sua postura. Come un’ombra!
«Sai, bella nana con la cicatrice, saresti proprio la femmina
giusta per me. I nostri figli governerebbero la Terra Nascosta»,
sussurrò lo Zhadár.
«Sì, certo», ribatté Beligata, dissimulando l’orrore. Ha
sentito quello che stavamo dicendo?
Carâhnios tuttavia non si lasciò scoraggiare; anzi si avvicinò
ancora di più. «Conosco le cicatrici di questo tipo. Che cosa
racconti a chi ti domanda come te la sei procurata? Un
tatuaggio venuto male?» Rise. «Non ci è ancora arrivato
nessuno?»
«Non è nulla d’interessante.» Beligata sentì che il disagio si
trasformava in malessere. «E tu terrai per te questa
informazione.»
Di colpo lo Zhadár perse il buonumore, che appariva
artefatto come il resto del suo comportamento. «Mi stai
minacciando? Oppure offrendo una ricompensa?» La squadrò
da capo a piedi. «Penso che i nostri figli crescerebbero
magnificamente e avrebbero poteri incredibili.» Carâhnios
batté le mani. «Noi due, bella nana con la cicatrice, dovremmo
instaurare un rapporto più intimo.» Poi allungò il passo per
tornare in testa al gruppo.
Beligata non aveva più dubbi sul fatto che Carâhnios non
sarebbe uscito vivo dalla missione. Si sarebbe difesa
strenuamente se quell’essere ripugnante avesse provato a
soddisfare le proprie voglie con la forza, pur sapendo che non
sarebbe riuscita a sconfiggerlo. Ma come si uccide uno Zhadár
pazzo?
«Cavalieri», annunciò Hargorin, gettandosi nella boscaglia.
«Lasciateli passare e pregate Vraccas che non notino le nostre
tracce.»
I nani si nascosero tra i cespugli come meglio poterono.
Beligata trattenne il respiro quando udì uno zoccolio. L’udito
fine degli elfi era leggendario.
Un cavallo bianco sfrecciò sul sentiero a una tale velocità
che si sarebbe potuto scambiarlo per un fantasma. Il terriccio
si sollevò nell’aria e ricadde addosso ai nani. Poi l’eco del
calpestio si spense.
Sollevati, i nani uscirono dal sottobosco e si rimisero in fila.
«Era da solo.» Carâhnios osservò pensoso le orme sul
terreno. «Aveva molta fretta. Siamo sfuggiti a un messaggero,
credo.»
«Non gli siete sfuggiti, e non sono un messaggero», disse
una raffinata e melodiosa voce maschile sopra le loro teste.
Beligata e gli altri alzarono lo sguardo e videro un elfo
dall’armatura bianca che li squadrava da un grosso ramo, con
un’espressione insieme sorpresa e infastidita.
«Che cosa ci fa nel Lesinteïl un gruppo di nani che vuole
passare inosservato? Per giunta appartenete a stirpi diverse.
Per essere una delegazione diplomatica avete un
comportamento assai strano.» L’elfo indicò Carâhnios. «Non ci
sono albi in questo Paese. A cosa dai la caccia, Zhadár?»
Beligata notò che era sudato e che aveva frammenti di foglia
appiccicati all’armatura. Sembrava che stesse attraversando il
bosco senza uno scopo preciso. Poiché si era stupito della loro
comparsa, non poteva avere ricevuto l’incarico di annunciare
l’arrivo dei nani. Quale messaggio porterà?
«Phenîlas. Era con noi nell’insediamento dimenticato. Sui
Monti Grigi», bisbigliò Gosalyn. «A quanto pare, non ci ha
riconosciuti.»
«Arrogante come tutti gli Orecchi appuntiti. Per loro siamo
tutti uguali.»
«Volete che me ne sbarazzi?» domandò Belogar, strappando
all’elfo una sonora risata altezzosa. «Ora ci proverei ancora più
volentieri», borbottò offeso.
Hargorin fece un passo verso l’albero. «Stavamo inseguendo
una bestia», ebbe l’ardire di affermare. «Stavamo parlando con
Carâhnios della caccia agli Occhineri quand’è sbucata fuori.»
Per il divertimento di Beligata descrisse la creatura uccisa dal
Rabbioso. «Siamo riusciti a respingere l’attacco a una fattoria,
ma vogliamo finire ciò che abbiamo iniziato.»
«Ci siamo nascosti perché temevamo che il tuo popolo ci
mandasse via», aggiunse Beligata.
«Ma voglio il mio trofeo», continuò Belogar per rendere più
credibile la menzogna. «Perdonami se volevo buttarti giù. Ti
avrei lanciato soltanto un pezzo di legno per tramortirti.
Piccolissimo, affinché il tuo cranio delicato non si frantumasse
come il guscio di un uovo e il tuo cervello non fuoriuscisse
come un tuorlo e…»
Gosalyn gli diede una spinta. «Non peggiorare le cose»,
sibilò.
L’elfo sorrise e saltò giù dal ramo, atterrando con grazia.
Fischiò, e si udì il nitrito del cavallo, che arrivò trottando e si
fermò accanto al padrone. «Devo scusarmi per avere sospettato
che aveste in mente qualcosa di disonesto.» L’elfo fece un
inchino. «Mi chiamo Phenîlas. Io e i miei guerrieri abbiamo
dato la caccia allo stesso mostro.» Guardò Gosalyn.
«Naturalmente vi ho riconosciuto», disse in tono cordiale. «Ma
l’ultima volta non ci siamo lasciati in buoni rapporti.»
Beligata si rilassò un poco. Era curiosa di sapere come
Hargorin avrebbe reagito.
Il nano sorrise. «Allora i nostri popoli sono di nuovo uniti
contro un nemico comune. Lo avete ucciso, non è vero?»
«Stavo appunto portando la buona notizia al mio Naishïon.»
Phenîlas rifletté. «Vi serve un posto per dormire? In questa
rotazione non riuscirete a uscire dal Lesinteïl e a raggiungere
le montagne.»
«Sei molto gentile.» Hargorin accennò ai compagni.
«Abbiamo deciso di cercare la grotta in cui deve essersi
rifugiata la belva. Ce ne saranno di certo più di due.»
«Più di due?»
«Una ha sbranato il futuro re del Tabaîn, e voi l’avete trovata
ed eliminata. Ma dove ce ne sono due potrebbe esserci un
branco.»
«Voglio il mio trofeo», ripeté Belogar.
Phenîlas contrasse il bel viso in un’espressione contrariata e
raddrizzò le spalle. «Purtroppo non posso permettervelo.
Occorre il benestare del mio signore.»
«Capisco.» Hargorin annuì mentre cercava un’obiezione
convincente.
Beligata si fece coraggio. «L’imperatore ci ha impartito un
altro ordine perché tiene molto ad annientare il pericolo per i
territori circostanti. Se dovesse esserci una galleria che
consente alle bestie di uscire dagli abissi, abbiamo istruzione di
scendere ed eliminarle.» Additò Carâhnios. «È per questo che
lo abbiamo portato con noi.»
«Vi manda Boïndil Duelame?»
«Lo giuro su Vraccas.» Hargorin scoccò un’occhiata
indecifrabile a Beligata. «Teme che esista ancora un passaggio
per il Phondrasôn, nonostante gli sforzi compiuti per riempire e
chiudere il cratere. Gli elfi non sono fatti per percorrere tunnel
e caverne sotterranee. Il vostro posto sono i boschi, noi invece
siamo stati creati da Vraccas per le gallerie.»
«Devo molto a Boïndil Duelame.» Phenîlas rimuginò.
«Ebbene, posso autorizzarvi solo ad aspettare in questo punto.
Vado a chiedere il parere del mio signore. Se non sarete più qui
quando tornerò a riferirvi la risposta, il divieto sarà
irrevocabile.»
Sapevano tutti che il sovrano non avrebbe mai permesso ai
nani di vagare nei tunnel sotto il Lesinteïl. La paura che
mostrassero al male una via d’uscita era troppo grande.
Hargorin annuì. «D’accordo.»
«Se proseguiste, dovrei cercarvi e costringervi a tornare
indietro. Troverò le vostre tracce e vi starò alle calcagna
ovunque mi conducano. È un avvertimento.»
«Va bene.» Beligata trattenne un urlo di gioia. Qualunque
cosa il Rabbioso avesse fatto per l’elfo, aveva salvato la
missione, anche se non sarebbe stato facile portarla a termine
con Phenîlas alle costole.
«Un’ultima domanda: dove sono state avvistate le bestie, la
prima volta?» Hargorin si guardò intorno.
L’elfo indicò verso est. «Secondo me sono arrivate in
superficie sul bordo del cratere, ma i nostri esploratori non
hanno ancora trovato nulla che confermi questa ipotesi.»
Guardò Carâhnios. «Tuttavia avete uno Zhadár. Individuerà il
punto migliore. Il male avverte sempre la presenza del male.»
Phenîlas montò in sella. «Siamo d’accordo. La prossima volta
che vedete Boïndil Duelame, ringraziatelo da parte mia. Vi
auguro di rincontrarlo alla fine della caccia.» Prima che i nani
potessero rispondere, girò il cavallo e sfrecciò via.
Belogar tirò un sospiro di sollievo. «Per un pelo.»
«Non c’è tempo da perdere.» Hargorin si rivolse a
Carâhnios. «Puoi trovare il luogo da cui sono strisciate fuori le
bestie?»
Il nano nero, che rammentò a Beligata un’ombra dotata di
vita propria, fece un cenno di conferma e s’incamminò.
Si misero in fila indiana e corsero dietro lo Zhadár, con le
armature che tintinnavano e i bagagli che sferragliavano e
sbatacchiavano. Dopo l’incontro con l’elfo, non era più
importante passare inosservati; l’essenziale era individuare il
passaggio prima che Phenîlas li scovasse e li cacciasse via dal
regno elfico.
Beligata era certa che non sarebbe arrivato da solo e che
ogni resistenza sarebbe stata vana. Tremò anche al pensiero
che ci fossero altre belve da combattere: incontrarne una in un
cunicolo angusto avrebbe potuto essere fatale. Lorimbur, ti
affido la mia vita. Si guardò attentamente intorno. Non voleva
essere sorpresa nel bosco da esseri muniti di zanne e artigli
affilati. E nemmeno da Carâhnios, il suo nuovo spasimante.
Lo Zhadár tuttavia sembrava sapere esattamente dove
andare. Procedette spedito lungo il sentiero, senza concedere
loro altre pause. I nani avevano il respiro affannoso e i corpi
sudati sebbene il bosco fosse fresco e ombreggiato.
Quella sera, stremati, raggiunsero il bordo del cratere, che
in quel punto era diventato una dolce scarpata.
Disgustata, Beligata osservò Carâhnios che annusava
rumorosamente l’aria e beveva un sorso da una piccola fiala. Lo
Zhadár ansimò e gemette, lanciò urla estasiate e proruppe in
una risata fragorosa, quindi si piegò sulle ginocchia e rovesciò
la testa per fissare le stelle.
«Che cosa fa?» Belogar giocherellò con la mazza ferrata. «È
diventato completamente pazzo?» Guardò Gosalyn. «Se così
fosse, potremmo ucciderlo seduta stante perché non ci sarebbe
più di nessuna utilità.»
Beligata sorrise. Le piaceva la mentalità semplice del
Quinto.
Carâhnios si tirò su di scatto e partì di corsa.
«Seguiamolo!» ordinò Hargorin.
«Metterei volentieri qualcosa sotto i denti. Ho lo stomaco in
fondo alle scarpe», commentò Belogar mentre marciava.
«Allora sta’ attento a non inciampare nelle tue viscere», lo
schernì Carâhnios. «È difficile rimetterle a posto senza
ingarbugliarle. Posso dimostrartelo, se vuoi.» E sparì nel bosco.
Gli altri non ebbero altra scelta se non seguire le tracce che
lasciava a bella posta. Di solito gli esseri della sua specie non
lasciavano nemmeno un’impronta.
Il potere sinistro dei loro creatori, pensò Beligata.
Si fecero largo tra rovi così acuminati da lacerare il cuoio e
le morbide tuniche sotto le cotte. Avevano le gambe graffiate e
sanguinanti. Di tanto in tanto dovevano liberarsi a vicenda per
non restare irrimediabilmente impigliati negli sterpi. Le spine
penetravano perfino attraverso le suole spesse.
Dove la vegetazione si diradò videro un ammasso di terra.
Un’ombra alta quanto un nano li aspettava là accanto.
«Sono usciti da qui.» Carâhnios digrignò i denti, scoppiando
al tempo stesso in una risata folle. «Entriamo.» Saltò
nell’apertura senza esitazione.
«Tentiamo la fortuna.» Hargorin si tolse lo zaino dalle spalle.
Si presero per mano. «Scopriamo il tassello mancante.» Gettò
lo zaino nel pozzo e seguì lo Zhadár.
Beligata disse addio alle stelle. Ciò che stiamo per fare non
può essere vano. Si avvicinò all’ingresso per ultima.
«Pstt», fece qualcuno alle sue spalle.
La nana si fermò e impugnò la doppia ascia con la sinistra
prima di voltarsi. Il fitto sottobosco formava un riparo
eccellente, perché di solito i suoi occhi vedevano molto bene al
buio. Cercò di capire se si fosse sbagliata o se davvero ci fosse
qualcuno che li spiava. Si paleserà di sicuro.
Da sinistra arrivò un leggero fruscio.
Ormai Beligata era certa che qualcuno avanzasse
cautamente dietro di lei. Perché dovrebbe attirare l’attenzione
su di sé prima di aggredirmi alle spalle?
«Vieni qui», sussurrò una voce.
Beligata non ci pensò due volte. Pronta ad attaccare, si girò
leggermente senza abbandonare la propria posizione. Così
sarebbe potuta saltare nel buco in qualunque momento. Poiché
costituiva la retroguardia, doveva assicurarsi che nessuno li
cogliesse di sorpresa.
I fruscii e gli schiocchi cessarono.
«Vieni qui se vuoi salvarti la vita», sussurrò la voce, in tono
più insistente. «La bestia ti attaccherà tra poco.»
Un istante dopo, risuonò un ringhio cupo.
Dal pozzo sbucò una testa gigantesca, simile a quella di un
lupo, e il corpo la seguì troppo rapidamente perché potesse
essere decapitato con un fendente fulmineo. Poi il mostro si
stagliò davanti alla nana, con le orecchie ritte. Quando si
scrollò, dalla pelle corazzata caddero sassolini e terriccio
umido.
Beligata rabbrividì. Il muso spalancato grondava sangue, che
nella luce argentea delle stelle sembrava nero, e tra le zanne
s’intravedevano pezzi di carne fresca e brandelli di cuoio.
Quelli sono di…
Poi la belva attaccò.
Se una vetta ti sembra troppo alta per scalarla, scava un tunnel
che le passi sotto.
Proverbio dei nani
VI

Terra Nascosta, regno elfico del Ti Lesinteïl


(ex regno albico dello Dsôn Bhará),
6492° ciclo solare, estate

P
henîlas porse al sovrano la capsula di tionio che aveva
prelevato dal collo della bestia. «Fungevano da
messaggeri. Come temevo, Naishïon.»
Ataimînas era accovacciato nella grande sala dei
ricevimenti, avvolto in ampie vesti blu ricamate d’oro e
impreziosite da larghe fasce nere che si allungavano dal bacino
fin sotto le costole; le maniche si fermavano all’altezza dei
gomiti, gli avambracci erano protetti da risvolti di seta bianca,
le dita infilate in guanti di cuoio candido. Prese la capsula con
la sinistra, lasciando la destra mollemente posata sulla coscia.
«Per il Rabbioso», lesse. «Perché non è aperta?»
«È molto robusta.»
Ataimînas rise. «I nani e la loro arte del ferro battuto.»
Esaminò attentamente i simboli. «Sono stranamente arcuati.
L’autore non sembra averli disimparati, bensì modificati a bella
posta per comunicare che non viene dalla Terra Nascosta.»
Alzò gli occhi verdi su Phenîlas. «Di sicuro ci sono molte
spiegazioni ma, considerando le bestie che portavano le
capsule al collo, nessuna è di mio gradimento.» Chiamò un
sottoposto e lo incaricò di portare il contenitore nei laboratori.
«Trova il modo di aprirla», gli ordinò. Poi si rivolse a Phenîlas.
«Dobbiamo stabilire se il contenuto nasconda una grave
minaccia per noi.»
«Sono curioso.»
Il Naishïon continuò a fissarlo. «Secondo te, perché da
alcune rotazioni non arrivano più nuovi elfi nelle nostre terre?»
«Perché le porte sono state chiuse.» Era la risposta più
ovvia. Phenîlas non riusciva a immaginare attacchi ignoti
all’interno della Terra Nascosta e riteneva impossibile che il
flusso si fosse già esaurito.
«Lo credo anch’io. I miei messaggeri partiranno prima
dell’alba alla volta delle cinque catene montuose per avere
delle risposte. Spero che non c’entri la vecchia inimicizia.
Credevamo di averla superata.» Ataimînas girò leggermente la
testa e guardò trasognato i ritratti appesi alla parete. «Sei in
grado di dirimere la controversia per il trono tabaîniano?»
«Spero che il mio intervento sarà proficuo.»
«Non me ne faccio niente delle speranze. I cereali sono
indispensabili per i sudditi che devo sfamare. Le scorte sono
quasi finite e il raccolto nelle terre dei nostri vicini è
imminente. Ma è ancora più importante che il re ci conceda il
diritto di accesso ai suoi campi affinché possiamo coltivare il
nostro grano. Avevamo quasi convinto Natenian. Che cosa
sappiamo di Dirisa?»
«Niente», ammise Phenîlas. «La sua candidatura al trono è
giunta inattesa. Le spie di Natenian non avevano idea delle sue
intenzioni. Era considerata poco ambiziosa come tutti gli altri
membri del Consiglio, ma si direbbe che aspettasse solo
l’occasione propizia.»
«Altri imprevisti. Come la piccola umana che fa da cagnolino
a Mallenia.» Ataimînas fece un sorriso beffardo. «Risolvi la
questione, Phenîlas. Prima che la costernazione per la morte di
Raikan diminuisca e Dirisa trovi sostenitori. E scopri se è
manovrata da qualcuno.»
«Come desiderate, Naishïon.»
«Poi dovremo decidere come eliminare la ragazzina, perché
su questo punto sono d’accordo coi nani.» Ataimînas espirò
bruscamente. «Peccato che l’albo non l’abbia uccisa.»
«E ciò continua a stupirmi.» Phenîlas ricordava bene la
rapidità e la disinvoltura con cui l’avversario aveva seminato la
morte tra le guardie nella locanda. Le sue capacità erano
venute meno proprio con una ragazzina disarmata? «Prima
dell’inverno le succederà qualcosa.»
«Occupati anche di questo.» Ataimînas lo ripagò con un
sorriso. «Se porti a termine questi due compiti, ti nomino mio
vice.»
«Siete molto generoso, ma questo non susciterà le ire di
Ilahín? Sulla Pianura d’Oro gode di grande stima perché
s’interessa di ogni cosa ed è onnipresente. Io invece sono un
guerriero che fa il proprio dovere di nascosto.»
«Un impero ha bisogno di guerrieri segreti che si occupino
dei sudditi.» Il Naishïon tese il braccio per indicare l’uscita.
«Sai cosa fare.»
Phenîlas si alzò. «C’è ancora una cosa che potrebbe essere
fondamentale. Sul confine del Lesinteïl ho sentito parlare di un
gruppo di nani che seguiva le tracce della bestia fuggita. Si
sono messi in testa di trovarla e ucciderla.»
«Si parlava anche del soldato tabaîniano scomparso?»
«No.»
Ataimînas aggrottò le sopracciglia. «Un tentativo molto
debole di mandare un’unità in ricognizione nel Phondrasôn per
cercare il loro eroe.» Abbassò lo sguardo sulla capsula. «Falli
seguire da una squadra di cacciatori travestiti da albi.» Indicò
di nuovo l’uscita.
Non c’era altro da aggiungere.

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


città di Pietralibera,
6492° ciclo solare, estate

«È una procedura inconsueta, ma capisco benissimo che


l’imperatore dei nani non si faccia troppi scrupoli.» Mallenia
abbassò l’invito al Consiglio dei Re che Boïndil aveva convocato
a Pietralibera, e guardò Rodario. «Si tratta della Terra
Nascosta.»
Avevano preso di nuovo alloggio alla locanda per dare un
forte segnale. Nessuno doveva credere che si fossero lasciati
intimidire dagli albi.
I sovrani occupavano due ampie camere insieme con Sha’taï
e non davano molto peso alla corte. Un paio di servitori, una
cameriera, una decina di soldati, non avevano bisogno d’altro.
«L’incontro deve avere luogo senza troppo scalpore», disse
Mallenia.
I sovrani dovevano riunirsi il prima possibile per consultarsi
su un certo episodio verificatosi alla Porta di Pietra. L’occasione
imponeva un abbigliamento sobrio, anche se Rodario non
voleva rinunciare a una certa opulenza. In quel momento era
vestito da damerino; la regina, che invece portava l’armatura,
pareva la sua guardia del corpo.
«Le teste coronate accorreranno non appena avranno letto il
messaggio e apprenderanno cos’è accaduto alla Porta di
Pietra.» Rodario sedeva sul davanzale della finestra e aveva
sparpagliato i fogli intorno a sé.
Si trattava di estratti dalle opere di Carmondai, uno storico e
narratore albico che aveva visto e documentato fatti successi
molto prima dell’invasione della Terra Nascosta da parte del
male. Le truppe avevano trovato una piccola parte dei suoi testi
nello Dsôn Bhará, gli altri erano andati distrutti durante
l’attacco.
«Ha scritto moltissimo.» Rodario posò la mano su un’altra
pila di fogli. Sperava d’imbattersi nel resoconto di fatti
analoghi che coinvolgessero un guerriero dalla forza
soprannaturale, in modo da trovare un antidoto.
Pochissimi umani erano autorizzati a esaminare le
annotazioni, perché riferivano gli eventi dal punto di vista degli
albi, cosa che i detrattori consideravano un’idealizzazione del
male. Gli animi semplici sarebbero potuti restare affascinati e,
in cuor loro, prendere le parti dei nemici, precisava la
motivazione per cui le pagine venivano custodite sotto chiave.
Quando non gli servivano, Rodario le chiudeva sempre in un
baule di ferro.
«Qualcosa di utile?»
«Finora niente, purtroppo. La tua decisione si è rivelata
giusta.» Rodario guardò fuori della finestra perché aveva
notato un movimento in cortile. «Il fiero fiore del Sangreîn è
arrivato. Manca soltanto il Rabbioso.»
«Natenian?»
«È già qui, si sta riprendendo dagli strapazzi. Lui e…»
Rodario esitò. «Continuo a dimenticare il suo nome.»
Mallenia ridacchiò. «Dirisa. È venuta davvero?»
«Sì. Finché non viene deciso a chi spetta il trono, si
considera la seconda sovrana. Con pari diritti. Al fianco di
Natenian.» L’attore si guardò intorno. «Dove ho appoggiato
l’acqua?»
«L’hai finita, ma Sha’taï può andare a prendertene
dell’altra.» Mallenia chiamò la figlioccia dalla stanza attigua.
La ragazzina, che indossava un grazioso vestito lungo nelle
sfumature del marrone e del verde chiaro, si era intrecciata i
capelli in una crocchia. Mallenia sorrise felice non appena la
vide. «Sii così gentile da portarci una caraffa piena di acqua
fresca.»
«Subito.» La piccola fece la riverenza e si affrettò verso la
porta.
«Quante volte le hai ripetuto che non è necessario essere
così formali?» Rodario scese dal davanzale e si diresse verso
Mallenia zigzagando tra le montagne di carta.
«Dice che preferisce così.» La regina gli andò incontro e lo
abbracciò nonostante l’armatura. «Mi domando quando
l’ombra della tristezza svanirà dai suoi occhi.»
«Possiamo ringraziare gli dei che abbia trovato un poco di
serenità.» Rodario le diede un bacio delicato. «Poverina.
Cacciata dalla sua patria, privata della famiglia, minacciata da
un nano e senza veri genitori.»
«Siamo la sua madrina e il suo padrino.» Mallenia gli
accarezzò i capelli. «O almeno dovremmo provare a darle il
sostegno che altrimenti avrebbe ricevuto nella vecchia vita.» Lo
guardò negli occhi. «Devi sapere che, se mi dovesse succedere
qualcosa, Sha’taï sarà la mia erede e tu il suo tutore.»
Sul volto di Rodario comparve un’espressione preoccupata.
«Come ti salta in mente di pensare che…?»
Mallenia lo zittì posandogli l’indice sulle labbra. «Ci sono
andata vicina durante l’attentato. Senza il Rabbioso ci
sarebbero state altre vittime, anche tra noi sovrani. È stato
allora che ho deciso di sistemare le cose.»
Rodario sospirò e la tirò a sé. Mallenia gli appoggiò la testa
sul petto.
Era raro che la regina guerriera si concedesse un momento
di tranquillità, e pure che l’ex attore tacesse e non facesse
nulla se non godersi un attimo d’intimità. Per altre effusioni
avrebbero avuto a disposizione tutta la notte.
Da fuori giunsero delle voci, e nella sala della trattoria
continuarono i preparativi per la riunione. Poi risuonò il
vocione di un nano: il Rabbioso sbraitava di portargli da bere.
Con l’arrivo dell’imperatore, la seduta poteva cominciare.
«Non bisogna mai separare un nano dal proprio boccale.»
Rodario si staccò dalla compagna. «Rileggimi il rapporto sulla
Porta di Pietra.»
«Ma l’hai già…»
«Se lo sento ripetere ad alta voce, riesco a immaginare
meglio l’accaduto.» Rodario allargò le braccia e girò su se
stesso. Il vento sollevò alcuni fogli e li fece scivolare sulle pile.
«Come in un’opera teatrale.» Camminò su e giù. «Cosa non
darei per salire sul palcoscenico, per calcare le scene che per
me significano ogni cosa! Dove posso essere chiunque io
voglia!» Fece una posa drammatica. «Albo, eroe, furfante, elfo!
Per gli dei, ho la sensazione che sarei più bravo che mai. Gli
spettatori mi troverebbero credibile in ogni ruolo,
acclamerebbero il mio nome e mi adorerebbero.»
«Smettila di fare il buffone. Lascia recitare questa parte a
chi… può», consigliò Mallenia in tono di finto rimprovero.
«Altrimenti gli urgoniani diranno che forse il loro re starebbe
meglio in un teatro che sul trono. E non dimenticare di
chiudere le opere di Carmondai nel baule.» Prese il resoconto
dei nani dal tavolo. «Mentre gli elfi procedevano verso la porta,
l’aggressore è spuntato dalla nebbia, che stranamente dura da
alcune rotazioni. Una gigantesca e muscolosa forma umana,
stivali e lunghi pantaloni di cuoio, armatura di cuoio, braccia
scoperte e, sulla schiena, un’asta su cui sventolava una
bandiera bianca con rune verdi sconosciute. Il capo era
protetto da un elmo di rame chiuso con una grata leggera e una
visiera su cui spiccavano simboli bianchi…»
Dalla soglia giunse un urlo infantile che echeggiò loro nelle
orecchie e parve non finire mai. Un recipiente si frantumò sul
pavimento.
Mallenia e Rodario si voltarono, spaventati.
Sha’taï, pallida come un cencio, era davanti all’uscio aperto
e gridava senza sosta, riempiendosi i polmoni d’aria e
lanciando nuovi strilli.
La regina posò il foglio sul tavolo, la raggiunse e la prese tra
le braccia per rassicurarla. Le urla cedettero il passo ai
singhiozzi.
«Ghaist! Ghaist», piagnucolò la ragazzina.
«Che cos’hai visto? Dove? Devi esserti sbagliata.» Mallenia
le passò la mano sul capo.
Ma Sha’taï non aggiunse altro, stringendosi ancora più forte
alla madrina.
Le guardie del corpo entrarono nella stanza con le spade
sguainate, ma la regina fece loro segno di ritirarsi. La
ragazzina non aveva certo bisogno di altro trambusto.
Rodario prese la pagina col rapporto inviato dai Monti Grigi
e saltò le righe che la regina aveva già letto. «La descrizione.
Dev’essere stata la descrizione.» Osservò la ragazzina
sconvolta, che si calmava piano piano. Sha’taï e il guerriero
mostruoso venivano dalla Terra dell’Aldilà. Che si siano già
incontrati?
«La porto a letto», mormorò Mallenia conducendo la
ragazzina nella camera attigua. «Va’ di sotto e rassicura il
Consiglio. Arrivo tra poco.»
Rodario annuì e gettò gli scritti albici nel baule, lo chiuse e
uscì rimuginando. Scese i gradini e mandò di sopra la
cameriera perché raccogliesse i cocci.
Dubitava che nell’immediato futuro Sha’taï ritrovasse il
coraggio e rivelasse la causa dei propri attacchi di panico. Per
fortuna c’è qualcun altro che può conoscerla.
L’assassino dall’elmo di rame si chiamava «ghaist».
Secondo la convinzione comune, ciò che aveva un nome si
poteva sconfiggere.
«Ma come?» s’interrogò Rodario.
Le robuste catapulte dei nani, capaci di respingere l’attacco
di qualunque mostro, e le loro frecce e giavellotti, in grado di
trapassare le corazze più spesse e di trafiggere i corpi pingui e
massicci dei giganti, non erano le armi giuste.
Quel problema gli avrebbe procurato diverse notti in bianco.
Terra Nascosta, regno elfico del Ti Lesinteïl
(ex regno albico dello Dsôn Bhará),
6492° ciclo solare, estate

Beligata vide la bestia volare nella sua direzione. Il solo


contatto con la punta di una zanna sarebbe bastato per
squarciarle la carne.
La nana scacciò la paura e dimenticò il dolore causato dai
rovi. Sollevò con decisione la doppia ascia, per colpire il nemico
alla gola. Non pensò più alla presenza invisibile nella boscaglia
finché una figura tarchiata non comparve al suo fianco e si
mise esattamente sulla traiettoria della lama.
Beligata stava per avvertirlo, ma lo sconosciuto le afferrò il
braccio destro e deviò abilmente il colpo, lasciandosi cadere
all’indietro e trascinandola con sé.
La belva si accorse troppo tardi di avere commesso un
errore: il muso si chiuse e le lame dell’ascia le affondarono
nella lingua e nelle mascelle. L’arma le spezzò le ossa del palato
e le spaccò il naso. Il sangue schizzò sui nani.
Il lupo fu costretto a seguirli, perché era appeso all’ascia
come un pesce all’amo.
La nana lasciò il manico con un attimo di ritardo e poté solo
rotolarsi di lato e implorare gli dei che il mostro avesse
riportato una ferita mortale.
Il lupo cadde, guaì e contrasse le zampe.
Un calcio colpì Beligata al fianco, scagliandola tra i rovi, in
cui restò impigliata a testa in giù. Braccia e gambe rimasero
imprigionate negli sterpi; le spine si erano conficcate
nell’armatura, nella tunica e nella carne. La nana gemette e si
guardò intorno per controllare se la bestia agonizzante volesse
tentare un ultimo attacco.
Tuttavia il lupo era disteso su un fianco, con la doppia ascia
ancora conficcata nel muso.
Lo sconosciuto si alzò; il metallo sfregò contro il metallo,
qualcosa sbatacchiò. La sua armatura doveva essersi
ammaccata. «Siamo sopravvissuti per pura fortuna», urlò. Le
sue parole suonarono smorzate, come se parlasse attraverso un
elmo. Posò il piede destro sul labbro inferiore della bestia, le
sollevò il muso con una mano e iniziò a tirare il manico per
liberare la lama. «Avresti dovuto darmi retta.»
Beligata notò che pur parlando nanesco aveva un accento
particolare, come se avesse imparato la lingua da poco. Il
sangue le gocciolava dalle braccia e dalle gambe, le spine la
tenevano prigioniera mentre l’altro s’impossessava della sua
arma. Potrebbe usarla per uccidermi. «Chi sei?»
«Perché quei pazzi sono scesi nel pozzo?» replicò il nano.
«Non ne usciranno vivi.» Con uno strattone liberò l’ascia e la
estrasse dalla bocca del lupo. Quando alzò il braccio sinistro,
teneva un anello insanguinato e opaco tra il pollice e l’indice.
«Ne hanno già perso uno e non scommetterei sulla vita degli
altri.» S’infilò il cerchietto d’oro al dito e guardò il cielo buio.
«Le stelle sono sempre le stesse, ma non ho idea di dove ci
troviamo.» Girò la testa verso di lei. «So soltanto che siamo
nella Terra Nascosta.»
Beligata dovette stringere i denti per non gridare. «Tirami
fuori di qui.»
Lo sconosciuto annuì e arrancò verso la nana, zoppicando
leggermente e trascinandosi dietro la gamba destra. L’armatura
malconcia cigolò e sferragliò.
Aveva urgente bisogno di un armaiolo che la riparasse
affinché non fosse più rumorosa di un esercito di mezz’orchi,
decise Beligata. Tanto saranno gli elfi a trovarci. Poté guardare
meglio il proprio salvatore.
Una volta doveva avere una splendida corazza di tionio, di
cui però era rimasta solo una metà. Ciò che aveva rattoppato
con cinghie di cuoio e maglie di catena mostrava profondi
graffi, alcuni buchi e macchie di vari liquidi che si erano seccati
sulla superficie. Emanava un puzzo di sangue stantio e
sporcizia. La tunica era lurida e una suola stava per staccarsi,
conferendo allo stivale l’aspetto di una bocca. Anche l’elmo era
malridotto: deformato, in parte strappato, sufficiente per
coprire solo metà dei lunghi capelli castani, che gli cadevano
unti sulle spalle. Sembrava che lo sconosciuto avesse
dimenticato di lavarsi dopo l’ultima battaglia.
Oppure è un morto vivente, come quelli che una volta
infestavano la Terra Nascosta? Beligata guardò il pozzo
angusto. Sbucato dalle tenebre per aiutare l’antico male a
seminare nuovo terrore.
L’altro, che l’aveva raggiunta, si fermò a mezzo braccio di
distanza e si piegò per studiarla.
Beligata rabbrividì nel vedere il suo volto sfigurato. Il nano
doveva essere stato esposto a un forte calore che gli aveva
bruciato un terzo dei lineamenti e lasciato la pelle costellata di
segni; l’occhio sinistro era una cavità vuota, e dalla tempia
destra scendeva una cicatrice che arrivava fino al collo e
scompariva sotto la giubba.
«Sei una Terza. Lo rivelano l’arma e la corporatura, e sul tuo
sterno spiccano tatuaggi incompiuti.»
«Ora sono una Libera. Mi chiamo Beligata. Tirami fuori di
qui, così posso seguire i miei amici. Hanno bisogno del mio
aiuto.»
Il nano scoppiò in una breve risata mesta. «Potrai solo
trascinare i loro cadaveri in superficie, ma è giusto che abbiano
una degna sepoltura.» Senza fatica sollevò con una mano la
doppia ascia e tagliò gli sterpi.
La guerriera cadde a terra e si rialzò gemendo. «Sei uscito
dal buco?» Il sospetto che si era prima acceso e poi spento
dentro di lei tornò sotto forma di minuscola scintilla e cercò
nutrimento. Niente occhio sinistro, capelli castani e i
lineamenti… Per Lorimbur! Sarebbe…
«Vengo dalle viscere della terra, inseguito da questa bestia
maledetta, cui ho fatto la posta per ucciderla. Bisogna dare atto
di una cosa: una volta fiutata la preda, queste belve non si
arrendono finché non la catturano.»
«Da quale regno vieni? Come sei finito laggiù? Hai trovato
un collegamento per il Phondrasôn?» Beligata prese l’ascia che
lo sconosciuto le stava porgendo. «Che ti è successo?»
«In realtà sono arrivato nel regno dei demoni attraverso una
forra.» Il nano sorrise. «Ma perché tu e i tuoi amici volete
andare lì sotto? Siete a caccia di tesori?»
Beligata deglutì, aveva la bocca secca. Prima di ritrovare la
parola dovette bere un sorso dalla borraccia. «L’imperatore ci
ha ordinato di scendere a cercare qualcuno.»
«Chi regna sui figli del Fabbro?»
«Boïndil Duelame della stirpe dei Secondi. Dobbiamo andare
a…» Beligata imprecò. Devo saperlo. «Sei Tungdil Manodoro?»
L’occhio sano scintillò sotto la palpebra incrostata. «Ce ne
hai messo di tempo prima di trovare il coraggio di
chiedermelo.» Il nano si erse in tutta la sua statura e alzò il
braccio per mostrarle le particelle dorate sulla mano. Benché la
pelle fosse sporca, anzi quasi nera, il metallo brillò sotto i raggi
della luna. «Sono io. Non immagini quanto sia contento di
sapere che il Rabbioso è ancora vivo e siede sul trono!» Allungò
le dita verso la borraccia. «Ma veniamo a questo posto. Non
siamo certo sulle montagne.»
«Ci troviamo nel Lesinteïl, nel nuovo Lesinteïl», precisò
Beligata, incredula. «Ma… se tu…?» Guardò di nuovo il buco.
«Esatto. I tuoi amici sono scesi, e morti, inutilmente.»
Tungdil si avvicinò il recipiente alle labbra e bevve a lunghi
sorsi. «Come mai avete iniziato le ricerche soltanto ora?»
La nana non era in vena di raccontargli gli avvenimenti
storici degli ultimi duecentocinquanta cicli. «Il tuo messaggio è
arrivato da poco.»
«Quale messaggio?»
«Quello legato intorno al collo delle bestie.»
«Per Vraccas! I miei bravi Azzannatori della Notte.» Tungdil
si asciugò con l’avambraccio le gocce dalla barba arruffata.
«Sono passati quaranta cicli da quando li ho mandati.» Rise.
«Hanno impiegato il mio stesso tempo per trovare l’uscita.
Samusin ha dimostrato ancora una volta di amare gli scherzi.»
Le gettò il contenitore vuoto. «Non dovremmo andare dagli elfi
e informarli che nel loro regno esiste un accesso al
Phondrasôn?»
«Non è… una buona idea. Non abbiamo il permesso di
condurre questa missione di salvataggio nel territorio degli
Orecchi appuntiti.» Beligata si avvicinò al pozzo stretto e
profondo, da cui saliva un’aria calda e dall’odore strano; notò
gli schizzi di sangue all’interno. Devo riportarli indietro.
Probabilmente però era più importante accompagnare subito
quell’eroe ingrato e scorbutico dall’imperatore e riferirgli il
buon esito della ricerca.
Tuttavia non era ancora sicura di essersi imbattuta nel vero
Manodoro. A quanto ne sapeva, anche il primo Tungdil aveva
avuto il marchio dorato. Solo l’imperatore era in grado di
stabilirne l’autenticità, e in quell’occasione aveva sbagliato
perfino lui. Oppure no?
Il tempo volò via mentre, irresoluta, Beligata fissava
l’oscurità.
Si lasciò sfuggire un’imprecazione. Lorimbur, dammi un
segno!
Tungdil aveva posato la mano su un tronco e accarezzava
dolcemente la corteccia. «Lì sotto non esiste nulla di simile»,
mormorò commosso. «Si sente la mancanza di molte cose. Di
molte piccole forme di vita che nel buio non prosperano. Ma
soprattutto si dimentica. Il profumo dell’aria, del bosco che
cresce sotto il cielo.»
Beligata si voltò di scatto. Aveva preso una decisione. «Se
davvero sei Tungdil Manodoro e non un sosia come quello che
un ciclo fa…»
«Un sosia?» Tungdil girò di colpo la testa. I capelli lerci gli
rimasero appiccicati al collo. «È venuto da voi un nano che
sosteneva di essere me? E il Rabbioso ci ha creduto?
Raccontami tutto.»
Beligata indicò il pozzo. «Devo avvertire gli altri e riportarli
indietro. Si sono messi in pericolo per te. Come fanno a sapere
che hai già trovato una via d’uscita? Il loro sacrificio sarebbe
vano.»
«Giusto.» Tungdil spostò lo sguardo sull’ingresso. «Un
sosia», ripeté pensoso. «Allora non mi ero sbagliato.»
«A che proposito?»
Tungdil fece un debole sorriso. «Dopo, giovane nana.
Immagino che stessi per dire: se davvero sei Tungdil
Manodoro, aiutami a cercare quelli che volevano salvarti.»
Beligata annuì.
«Vediamo cos’è rimasto di loro. Attieniti alle mie istruzioni,
parla solo quando te lo dico io e non provare a compiere altri
gesti eroici. Accade di rado che Samusin conceda il suo aiuto
due volte di fila.» Tungdil fece un passo avanti e scomparve nel
tunnel.
Disarmato. Beligata lo seguì con un salto. Pura follia.
Invero non ci rendemmo la vita facile,
e cercammo i colpevoli di tutto ciò
che dopo la liberazione ebbe un cattivo esito.
Li cercammo tra le nostre file,
li cercammo tra i nemici,
e addirittura tra gli dei.
Ma in cuor suo ciascuno di noi si assolse
da qualunque omissione.
Quella fu forse la più grande colpa
di cui ci macchiammo.
Prima bozza della prefazione agli Scritti della verità,
compilati sotto costrizione da Carmondai
VII

Terra Nascosta, sotto il regno elfico del Ti Lesinteïl


(ex regno albico dello Dsôn Bhará),
6492° ciclo solare, estate

N
ella luce fioca del muschio luminoso, Gosalyn guardò
il simbolo che contraddistingueva il cunicolo
claustrofobico in cui stava strisciando. «Vraccas, no!»
La runa era sua. Era già stata là e aveva imboccato
la diramazione sbagliata.
Il senso dell’orientamento innato per le gallerie, i tunnel e i
pozzi sotterranei sembrava non estendersi a quella parte della
Terra Nascosta, forse perché gli elfi e la maga avevano lanciato
degli incantesimi o perché in passato gli albi avevano vissuto
laggiù.
Perse anche la cognizione del tempo. Da quand’era saltata
nel buco potevano essere passate dieci rotazioni o anche
centinaia. I viveri diminuivano a poco a poco e gli altri membri
del gruppo parevano essere stati inghiottiti dal Phondrasôn.
Alla curva successiva si tenne sulla sinistra e tornò nella
stretta caverna che in cui era incappata durante l’esplorazione.
Sgusciò dentro e appoggiò subito la schiena alla parete per
evitare di essere aggredita alle spalle, quindi si concesse un
sonnellino per recuperare le forze. Il suo cervello, tuttavia,
continuò a lavorare.
Aveva stabilito che quasi tutti i cunicoli in cui si era
trascinata instancabilmente dovevano essere stati creati da
esseri simili a vermi. Le pareti dimostravano che non avevano
usato zappe né vanghe e che non avevano nemmeno fatto
ricorso alla forza. Le bestie avevano trovato i tunnel e li
avevano percorsi fino in superficie.
Al contrario dei mostri, la nana non aveva un fiuto così
sviluppato da captare i profumi impercettibili che ogni tanto si
spandevano nell’aria e che l’avrebbero aiutata a uscire dal
labirinto. In compenso sentiva l’odore opprimente del metallo
fuso e della scoria, e a volte anche di terra smossa perché le
belve erano state costrette a scavare in alcuni punti.
C’era un altro fattore che la preoccupava: gli elfi avevano
riempito il cratere, ma non sempre i detriti e la sabbia
costituivano uno strato compatto. Ogni volta che udiva la terra
cadere lentamente in un pozzo o in una galleria, sceglieva per
prudenza un altro corridoio.
Non aveva idea di cosa stessero facendo gli altri nani.
Dopo che erano entrati nel tunnel obliquo, la strada si era
biforcata all’improvviso. La bestia era andata loro incontro da
un cunicolo. Belogar si era scagliato contro il nemico e gli
aveva assestato una testata repentina che lo aveva catapultato
nell’altro pozzo.
Da allora Gosalyn vagava senza meta. All’inizio aveva
chiamato i compagni ma, non avendo ottenuto risposta
nemmeno con un colpetto in lontananza, aveva smesso di
urlare. Non di esplorare, però.
Per la nana, la priorità era la sopravvivenza, seguita dalla
ricerca di Tungdil Manodoro. Se avesse trovato gli altri,
sarebbe stato per volontà di Vraccas. Per il resto, affidò la loro
vita al Fabbro Divino.
«Segui la mia voce», echeggiò l’invito dello Zhadár nella
caverna. «So che mi senti, Gosalyn.»
Naturalmente lo Sradicatore si è salvato. La nana alzò la
testa. «Grida di nuovo, Carâhnios.»
Le risa esagerate dello Zhadár echeggiarono al suo fianco.
«Uno scherzetto», ridacchiò lui. «Ho pensato di venire a
prenderti.»
Gosalyn si tirò su, col cuore che galoppava per la paura. Non
l’aveva sentito arrivare né aveva scorto la sua sagoma. «Grazie.
Dove sono gli altri?»
«L’altro, vorrai dire.» Lo Zhadár la prese per mano e se la
trascinò dietro. «Seminamorte ci sta aspettando. La bambolina
con la cicatrice è rimasta di sopra e probabilmente è stata
dilaniata dalla bestia. Un vero peccato.» Tirò su col naso, poi
rise. «Saremmo stati una bella coppia. Anzi, bellissima. Tanto
più che condividevamo un segreto, noi due.»
Gosalyn non indagò perché le sembrava tutto inventato di
sana pianta. «E Belogar?»
Carâhnios chiuse la bocca di scatto, facendo schioccare i
denti. «Divorato. Che tonto.»
«Come osi insultarlo?» Gosalyn avrebbe voluto colpirlo con
un sasso o addirittura con l’arma per avere offeso il suo amico.
«Si è sacrificato per me.»
«Ti sbagli. È stato soltanto stupido.» Carâhnios pareva
totalmente privo di compassione. «Come si può combattere con
una bestia di Narshân in un posto come questo? Gli ho
suggerito di seguirmi, ma ha voluto fare l’eroe. Ora è finito
nello stomaco della belva, è diventato il suo spuntino.» Un altro
schiocco, poi una risata. «Questo luogo mi fa venire fame.
Fame, fame, fame!»
Gosalyn dovette affrettarsi per tenergli dietro.
Lo Zhadár la guidò in una parte del labirinto dove la
pendenza aumentava. Iniziarono a scivolare, e la nana dovette
concentrarsi per non ruzzolare e anche per cercare
d’imprimersi il percorso nella memoria.
La perdita di due guerrieri riduceva le probabilità di trovare
Tungdil Manodoro senza altre vittime tra le loro file.
Le gallerie luccicavano nel chiarore verdastro del muschio
luminoso, le pareti erano di roccia massiccia. Dovevano essere
in una zona del labirinto che era chiaramente più antica e si
estendeva sotto il cratere. L’aria, ora più calda, puzzava di
escrementi e di spazzatura, ma anche di fumo. Da qualche
parte ardeva un fuoco.
Le suole di Gosalyn sdrucciolarono sul terreno liscio. Erano
arrivati in una piccola grotta il cui lato sinistro era franato e,
per qualche misterioso motivo, era stato spianato da qualcuno.
Chi potrebbe avere costruito una rampa così gigantesca?
Nel soffitto si aprivano fori larghi quanto una persona, da cui
scendeva una miscela indurita di vetro, scoria e metallo, che
formava colonne capaci di sostenere il locale.
Gosalyn ipotizzò che fossero il risultato dei tentativi elfici di
rendere impenetrabile il cratere. Non poté fare a meno di
guardare le colonne. Sono bizzarre, ma bellissime. La scoria
era colata e si era raffreddata formando flussi discendenti.
«Ci siamo quasi.» Carâhnios la trascinò oltre un mucchio di
grossi massi dietro il quale Hargorin sedeva davanti a un
focherello, che aveva acceso con lo sterco essiccato. «Eccoci
qui!» esclamò lo Zhadár, trionfante, sollevandole il braccio. «Ce
l’hai fatta, guerriera! Sei sopravvissuta. Per il momento. Ma chi
può saperlo? La morte è in agguato ovunque!» Si appoggiò alla
roccia, chiuse gli occhi e cominciò a russare, ridacchiando e
schioccando le labbra al tempo stesso.
Gosalyn era incredula. «Sta dormendo. Per Vraccas, sta
dormendo!»
«Lascialo riposare.» Hargorin, che aveva perso peso, le
allungò la borraccia. «Spero che Samusin ci conceda un
rimpiazzo per le nostre perdite, altrimenti dubito che
torneremo vivi.»
La nana bevve un piccolo sorso. «Percorreva i tunnel come
se fosse già stato qui.»
«Forse è così. Avrà viaggiato in lungo e in largo per la Terra
Nascosta mentre cercava gli albi. Non mi meraviglierebbe.»
Hargorin guardò le fiamme tremolanti. «Che cosa possono fare
gli elfi contro il suo potere?» Spostò gli occhi sullo Zhadár. «Per
noi è una fortuna che sia qui.»
Gosalyn si rilassò. Il dolore per la perdita del caro amico le
fece salire le lacrime agli occhi. Deglutì a forza e bevve un altro
sorso prima di restituire la borraccia. Non poteva farsi assalire
dai dubbi.
Visualizzò la mappa della Terra Nascosta, sotto la quale
alcuni tunnel si diramavano dal Phondrasôn. Il Paese si
estendeva verso est fino alla Forra Oscura e verso nord fino
alla Porta di Pietra. La missione avrebbe richiesto diversi cicli
solo per le distanze da coprire.
Esisteva ancora una fievole speranza: con un po’ di fortuna
si sarebbero imbattuti nel sistema di tunnel abbandonato che
era stato costruito dai nani. Non c’erano la manodopera, il
tempo né le attrezzature necessarie per ricollegare i regni dei
nani coi vagoncini. Nei tratti rimasti, tuttavia, c’erano diverse
uscite che conducevano nella Terra Nascosta.
Quante volte i nostri antenati hanno attraversato il
Phondrasôn senza saperlo? Gosalyn lanciò un’occhiata
sprezzante a Hargorin. In tre, senza viveri e senza sapere dove
cercare. Tanto vale lanciare un sasso nella galleria successiva e
sperare che colpisca un unicorno.
Il nano allungò le mani verso il fuoco e canticchiò.

Anche quando ti copre della terra il grembo


nel pozzo buio laggiù,
la mano di Vraccas ti regge per un lembo,
sotto il suo sguardo vigile sei tu.

Nano temerario, non abbatterti, suvvia,


l’ascia sempre a proteggerti è pronta,
anche nelle tenebre i tuoi occhi vedono la via,
il tuo coraggio ogni insidia affronta.

L’oscurità il tuo cammino avvolge


e sinistro risuona il tuo passo,
il terrore alcuni sconvolge
perché il pericolo ti accompagna su ogni sasso.

Nano temerario, non abbatterti, suvvia,


l’ascia sempre a proteggerti è pronta,
anche nelle tenebre i tuoi occhi vedono la via,
il tuo coraggio ogni insidia affronta.

Che cosa avanza di soppiatto laggiù?


Che cosa nell’ombra sussurra
come se schernirti volesse?
Sii calmo e sfrontato,
e lo spettro se n’è già andato.

Nano temerario, non abbatterti, suvvia,


l’ascia sempre a proteggerti è pronta,
anche nelle tenebre i tuoi occhi vedono la via,
il tuo coraggio ogni insidia affronta.
E se il monte crollerà,
se di bestie una fiumana arriva,
il più grande rifugio è la tua volontà
sempre il vincitore sarai, evviva.

Gosalyn si riprese, la canzone le aveva infuso nuovo coraggio.


La forza del suo popolo consisteva nella capacità di
perseguire le cause con caparbietà e tenacia, che altri
scambiavano erroneamente per ottusità o ristrettezza di
vedute. Hargorin glielo aveva ricordato.
Ce la faremo. «Ha detto dove dobbiamo andare?» Indicò
Carâhnios. «Ha idea di dove siamo finiti?»
Hargorin scosse la testa. «Lui no. Secondo i miei calcoli
dovremmo essere sotto la città in cui risiedevano i gemelli
trigemini. Lo dimostrano le colonne di massa fusa. So che Fiëa
voleva tappare il buco nel cratere con scoria e metallo.»
«Questa ne è la riprova.» Nella luce tenue del focherello,
Gosalyn guardò il soffitto solcato di crepe. Di tanto in tanto si
udiva un tonfo quando un sassolino si staccava e cadeva sul
pavimento. «La pressione sulla roccia dev’essere
inimmaginabile.»
«Non sono esperto in materia ma, non appena lo Zhadár si
sarà riposato a sufficienza, faremmo meglio ad andarcene. Tra
poco il soffitto cederà. Ogni volta che guardo su, vedo nuove
crepe.»
«Potrebbe dipendere dal calore del fuoco. Come mai vi siete
accampati in questa caverna?»
«Dall’altra parte dei macigni c’è una sorgente di acqua
pulita. Mi sembra un motivo valido.» Hargorin si alzò. «Vieni.
Facciamo rifornimento, così saremo pronti a partire in
qualunque istante.»
Gosalyn prese la borraccia e aprì il coperchio per far uscire
le ultime gocce.
D’un tratto Carâhnios corse verso di loro, con le braccia
spalancate.
«Ti ha dato di volta il cervello, per caso? Che diavolo…?»
Gosalyn s’interruppe quando percepì il sibilo e la corrente
d’aria, seguita da un altro fischio e da un tocco alla spalla.
Frecce!
Si gettarono a terra. Lo Zhadár cadde sul focherello
sollevando scintille scoppiettanti. Le fiammelle si spensero.
Il ronzio non cessò, ma i nani erano protetti dai massi e
dall’oscurità. I dardi rimbalzarono contro la roccia, spezzandosi
con schiocchi e tintinnii e sparendo nel tunnel.
«Restate giù», bisbigliò lo Zhadár con una luce allegra negli
occhi, per nulla turbato dal fatto che le ultime vampe gli
guizzassero intorno all’armatura. «Sono buoni. Buoni, buoni,
buoni! Quasi non li ho sentiti per colpa del tuo canto. Avremmo
potuto lasciarci le penne, Seminamorte! Questo sì che è
divertente.» Balzò in piedi e scomparve.
Poteri albici. Gosalyn strisciò verso il riparo, imitata da
Hargorin.
I due nani sguainarono le armi e aspettarono il momento
propizio per osservare i nemici, che si erano avvicinati di
soppiatto approfittando delle tenebre.
Hargorin alzò la scure, la cui testa lucida scintillò, e usò
l’acciaio a mo’ di specchio. Il chiarore fioco del muschio
luminoso era sufficiente per gli occhi dei nani. «Sono nel tunnel
da cui siete arrivati tu e lo Zhadár. Probabilmente hanno
seguito le vostre tracce.»
«Phenîlas?»
Una freccia volò verso di loro e si conficcò vibrando nel
manico della scure. La punta era attaccata a una lunga
asticciola nera dall’impennaggio scuro.
«Albi!» esclamò Gosalyn, sbalordita. «Non può essere!»
«Siamo nel Phondrasôn. Solo Tion sa quali canaglie si
aggirino quaggiù.» Hargorin abbassò la scure, estrasse la
freccia e la spezzò. «L’epoca degli Occhineri è tramontata da
tempo. Non permettiamo che ricominci.»
«Che cosa facciamo?»
«Lo Zhadár li raggiungerà in un lampo e, non appena il
primo…»
Echeggiò un urlo che non usciva dalla gola di un nano.
«Andiamo!» Hargorin girò intorno ai massi chinandosi il più
possibile, seguito da Gosalyn.
Si diressero verso la rampa, attraversarono la grotta
zigzagando e usarono le colonne come riparo. La gragnola non
cessò, ma i dardi mancarono il bersaglio oppure non ebbero
l’energia di trapassare le cotte. Gosalyn ringraziò Vraccas per
l’aiuto.
Diverse figure scivolarono loro incontro sulla pendenza,
continuando a scoccare frecce. Erano incalzati da Carâhnios,
che ne decapitò uno con la Sanguinaria.
Come ha fatto a raggiungerli così in fretta? Gosalyn si gettò
dietro una colonna: la cuspide che avrebbe dovuto colpirla si
frantumò contro il pilastro. Contò cinque albi, che scesero dalla
rampa e si sparpagliarono qua e là. Altri due si fermarono ad
affrontare lo Zhadár; dovettero tuttavia schivare tre cadaveri
decapitati che rotolarono giù insieme con le teste.
Le vostre perdite sono destinate ad aumentare. Gosalyn
spostò l’attenzione sui cinque avversari che cercavano di
accerchiarli. Rotolò agilmente fino al pilastro successivo e
lanciò una manciata di sassi verso destra per attirare un
nemico fuori del nascondiglio.
Due albi spuntarono da dietro le colonne e corsero verso di
lei impugnando gli spadini. Indossavano armature di cuoio nero
e pantaloni dello stesso materiale, dotati di schinieri, mentre le
teste erano protette da elmi disadorni.
Non era questo che volevo. Gosalyn si rialzò, sollevò l’ascia e
sfoderò anche il pugnale. Sconfiggere due albi era un’impresa
tutt’altro che facile.
Sorrise. Il Rabbioso prediligeva le imprese tutt’altro che
facili, come amava chiamare le situazioni disperate.
Dunque comportati come l’imperatore, si disse Gosalyn. È la
strategia migliore contro gli Occhineri. Nelle orecchie le
echeggiò la melodia della canzone di Hargorin. Chinò la testa
con decisione e si assicurò di avere le spalle protette dalla
colonna. «Venite!» urlò e ben presto dovette schivare la prima
freccia, la cui cuspide sbatté contro il pilastro. «Vi mostro la
strada per la dimensione finita.»
Evitò il secondo dardo deviandolo con l’ascia; spinse verso
l’alto la lama e il braccio dell’aggressore per sfruttare una
lacuna nella sua copertura, ma il secondo albo fece per
colpirla, perciò dovette usare il pugnale per difendersi. Le lame
s’incrociarono tintinnando, ma senza affondare nella carne.
Gosalyn vide arrivare la ginocchiata che mirava al suo volto.
Invece di spostarsi piegò il capo e intercettò l’attacco con
l’elmo. Il rimbombo le straziò i timpani, ma l’avversario urlò e
cadde.
La nana brandì l’ascia contro l’altro aggressore, che deviò il
fendente e passò al contrattacco.
Gosalyn e l’albo duellarono girando intorno alla colonna. Di
tanto in tanto uno dei due sfruttava il pilastro a mo’ di riparo, e
qualche colpo si abbatté sul materiale fragile, che si sgretolava
pezzo dopo pezzo.
Quando l’albo parò un fendente molto energico e piantò
l’ascia di Gosalyn nella colonna, si udì un forte scricchiolio. La
parte inferiore del sostegno esplose, sollevando una nuvola di
polvere che per un attimo accecò i duellanti.
Gosalyn si guardò intorno e vide un albo che veniva atterrato
da Hargorin e un altro che riceveva l’arma del nano nell’incavo
del collo e si accasciava sulle ginocchia.
Lo Zhadár trucidò con la spada l’ultimo avversario, ridendo
come un pazzo. Anziché correre in aiuto dei compagni, si piegò
e si affaccendò intorno al collo della vittima.
È una bottiglia quella che tiene in mano? A Gosalyn parve
che volesse spillare il sangue dell’albo.
Risuonò un altro schiocco.
La colonna mozzata accanto alla nana si staccò dal soffitto.
Si aprirono nuove crepe e spaccature.
Dobbiamo andarcene! Gosalyn vide l’albo che saltava fuori
dalla polvere, e stava per colpirlo con l’ascia quando un
calcinaccio gli centrò la testa. Fu solo il primo di una tempesta
di frammenti grandi e piccoli.
Il secondo avversario si tirò su imprecando e zoppicò verso
la rampa. Sembrava che avesse perso interesse per il
combattimento.
Parla elfico! All’inizio Gosalyn non credette alle proprie
orecchie ma, quando il fuggiasco impartì alcuni ordini e chiamò
i compagni, i dubbi si dissiparono. Sono Orecchi appuntiti!
Volevano farci credere di essere albi. Si diresse verso l’elfo
correndo tra le macerie. Con un fendente ben mirato gli recise
il tendine del ginocchio sano, facendolo cadere. «Tu vieni con
me.» Senza badare alle sue urla, lo afferrò per il colletto e lo
trascinò verso la galleria che conduceva fuori della grotta, dove
l’aspettavano Hargorin e Carâhnios. «È un elfo», annunciò
furibonda, vibrando un calcio che gli fece volare via l’elmo
dalla testa bionda. «Di’ qualcosa!»
L’Orecchio appuntito la fulminò con lo sguardo.
Lo Zhadár prese una fiala stretta, in cui gorgogliava un
liquido che si scioglieva fumando. «Non è necessario. Non sono
albi», sussurrò con voce cupa. «Questa è la prova. Raccolgo il
sangue degli Occhineri per preparare il distillato. Per
conservare la loro linfa vitale, verso nelle bottiglie una sostanza
alchemica che impedisce la decomposizione.» Tenne il
recipiente di vetro appannato davanti agli occhi dell’elfo. «Ma
non reagisce come al solito.» Glielo spaccò sulla fronte con
un’esplosione di schegge. «Chi vi manda?»
La grotta franò con un gran fracasso, le pietre rotolarono nel
corridoio e una nuvola di polvere grigia e rossa invase le
gallerie, avvolgendo i nani e l’elfo. L’aria odorava di sabbia e
metallo antico.
«Le cose non sono sempre come sembrano», ribatté il
prigioniero affaticato, tenendosi il ginocchio ferito senza far
caso ai tagli, alle schegge e al sangue che gli era schizzato in
faccia. «Non sapete quali…»
Il dardo fu annunciato da un sibilo impercettibile, e d’un
tratto una lunga asticciola nera spuntò dal petto del guerriero
elfico, che si afflosciò. Gosalyn girò la testa.
Nel corridoio c’era un altro elfo, attorniato da volute di
polvere e intento a incoccare di nuovo una freccia.
Di colpo scese l’oscurità.
«Non ora, Carâhnios!» gridò la nana.
«Non sono stato io. Quello sì che è un albo vero», sussurrò lo
Zhadár.
Gosalyn fu presa dalla paura.
La risata di Carâhnios suonò troppo chiara, forte e isterica.
«Ora sì che le cose si fanno interessanti! Interessanti!»

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


città di Pietralibera,
6492° ciclo solare, estate

Dirisa sedeva dritta come un fuso davanti allo specchio a tre


ante; la camera spartana era rischiarata da lampade, come se
la luce dell’alba che filtrava all’interno non bastasse. La
giovane era ancora in camicia da notte. Si osservò
attentamente e chiamò la cameriera. «Spazzolami di nuovo i
capelli. Non mi cadono bene.»
«Subito, padrona.» La ragazza prese la spazzola e, con
pazienza e dedizione, passò le punte sottili come aghi tra i
capelli neri.
Nella stanza attigua, un servitore ispezionava il guardaroba
in cerca delle più piccole macchioline.
Phenîlas, accanto alla finestra, sorrise per dissimulare
l’impazienza. La morbida veste giallo scuro gli sottolineava la
vita con una cintura nera, il mantello bianco gli allargava le
spalle, le dita erano infilate in guanti marroni e gli avambracci
erano avvolti in fasce di seta candida. «Ve la prendete
comoda.»
Dirisa gli scoccò un’occhiataccia nello specchio. «E voi mi
fate perdere tempo, amico mio.»
«Non avete nulla da fare.» L’elfo guardò verso il cortile, dove
Natenian tornava da una passeggiata attorniato dai suoi
assistenti.
L’uomo ansimava e sudava profusamente sotto la lunga
veste, la cui stoffa era macchiata da chiazze umide. Non aveva
voluto rinunciare a visitare Pietralibera e ad ammirare la
cittadina. Fino a qualche rotazione prima, non si sarebbe
sottoposto a simili strapazzi e avrebbe usato la portantina.
La sua combattività si è risvegliata. «Tanto vale che mi
ascoltiate.»
«Di cosa dovrei discutere con voi?»
«Del futuro.»
Dirisa fece una risata sprezzante. «Da quando il vostro
popolo s’intende di questo argomento? Sitalia non è una dea
del destino.»
«A volte il destino bisogna costruirselo da soli.» Phenîlas
sapeva di non avere molto tempo per farle cambiare idea.
«Congedate la cameriera.»
«Me li spazzolate voi i capelli, amico mio?»
«Posso provarci.»
Dirisa mandò via la giovane. «Prendete il pettine», ordinò
stringendo la spazzola. «E siate delicato.»
Phenîlas si spostò dietro di lei e scelse un pettine coi denti
d’osso di balena, che scivolavano facilmente tra le ciocche.
Il materiale lucido passò sulla chioma come se fosse di
velluto, eppure i capelli di Dirisa erano sfibrati e spessi in
confronto a quelli delle elfe. «Spiegatemi perché volete salire al
trono. Avete una vita appagante, siete facoltosa e…»
«Spiegatemi perché Natenian vi manda da me anziché
trattare di persona», lo interruppe la donna.
«Non mi manda lui.»
«Allora siete suo amico e siete venuto di vostra iniziativa?»
«Desidero il bene della Terra Nascosta. La discordia non
deve dividere i popoli un ciclo dopo la fine del terrore. Un
contrasto come il vostro con Natenian indebolisce il Paese
dall’interno, esponendolo alle aggressioni.»
«Una regina senza acciacchi dovrebbe farvi molto più
comodo di un uomo che può ringraziare gli dei se si sveglia la
mattina.» Dirisa guardava l’elfo nello specchio. «Sapete chi è
mia parente e cara amica?»
Phenîlas sorrise. «Lo sanno tutti.»
La donna gli indicò i punti da pettinare meglio. «Dunque non
sarebbe ancora meglio che fossi io la sovrana? Quale modo
migliore per consolidare l’amicizia tra i regni del Tabaîn e del
Sangreîn?»
«Su questo sono d’accordo con voi.»
Dirisa si voltò verso l’elfo e lo guardò dritto negli occhi.
«Giacché non avete un’argomentazione convincente a favore di
Natenian, rivelatemi la ragione per cui restate fedele a quel
vecchio malato.»
«Non ho detto che gli resterò fedele.»
«Ah, no?» Dirisa inarcò il sopracciglio sinistro.
«Non parlo con voi per dissuadervi dal vostro proposito.
Voglio scoprire fino a che punto fate sul serio», spiegò
Phenîlas.
«E se entreremo in affari.» Dirisa lo fissò, quindi aggiunse:
«I cereali».
«A cosa vi riferite?»
«Volete i cereali da Natenian, probabilmente molti e a poco
prezzo. Siamo il granaio della Terra Nascosta. Vi serviranno
moltissimi sacchi, se è vero ciò che si mormora sul numero di
elfi arrivati di recente. Diecimila, giusto?»
Phenîlas capì di avere a che fare con una donna astuta, che
prima di candidarsi al trono aveva pianificato con cura le
proprie mosse. «Sì, si tratta dei cereali. E delle terre»,
confermò.
«Per coltivare le vostre varietà o per acquistarle?»
«Entrambe le cose.» L’elfo non poté fare a meno di
apprezzare la sua schiettezza e intelligenza. È più furba di
Natenian.
«Devo essere grata agli elfi.» Dirisa posò la mano sul
bracciolo, un gesto che le conferì una certa grazia, vagamente
simile a quella di un’elfa.
Phenîlas dovette ammettere che era quasi carina. «Perché?»
«Se non fosse stato per la bestia che vagava nel Lesinteïl e
che per caso… no, per una sfortunata coincidenza ha ucciso il
futuro sovrano, non avrei mai e poi mai preso in considerazione
l’idea di aspirare al trono. Ribellarmi contro Raikan mi avrebbe
attirato l’odio del popolo.» Dirisa strinse le palpebre. «Quanti
cereali?»
Phenîlas notò la sua disponibilità. «Mille sacchi da uno
staio.»
«Quante terre?»
«Ottocento miglia quadrate per la coltivazione delle nostre
varietà, sotto la vostra sorveglianza, sufficienti per estendere il
regno fino alle propaggini dei Monti Grigi.»
«Sul prezzo ci metteremo d’accordo.» Dirisa si girò e si
raddrizzò la camicia da notte. «Io decido, voi pagate.»
Phenîlas rise. «Siete scaltra, ve ne do atto.»
«Non dimenticate le punte», ordinò Dirisa. «Se ne vedete
una doppia o spenta, tagliatela pure.» Lo osservò mentre la
pettinava. «Che ne sarà di Natenian? Ha molti sostenitori.
Alcuni perfino nel Consiglio, contrari ai privilegi che
concederei. Bisogna occuparsi anche di loro.» Fece un sorriso
crudele. «Quante bestie avete nel vostro regno? Oppure cosa
avete in mente per tenerlo buono?»
Phenîlas si sentì sollevato al pensiero che si profilasse una
soluzione. Il vecchio malato gli sarebbe piaciuto di più come
alleato, perché grazie alla prospettiva di una guarigione
tramite gli elfi sarebbe stato più facile da controllare, ma Dirisa
sapeva quali erano le questioni importanti e non si faceva
scrupoli. Le terre e i cereali erano le uniche cose che
contavano.
«Gli dei ci manderanno un segno. A volte la notte è ricca di
eventi», replicò l’elfo, evasivo.
«Semplicemente così, amico mio?»
«Semplicemente così, principessa.» Phenîlas mise via il
pettine. «Sarebbe…»
«Pensate che io abbia dimenticato che il vostro popolo non
ha mosso un dito quando avevamo bisogno di ogni spada e di
ogni freccia? Ora ci piombate addosso come locuste, a migliaia,
e volete vivere in pace. Una pace che noi abbiamo ottenuto a
prezzo di enormi sofferenze.»
«Siamo cambiati.»
«Alcune cose non cambiano. Bisogna sradicarle.» Dirisa si
alzò, facendogli scivolare i capelli tra le dita. «I miei occhi e le
mie orecchie sono in tutto il Tabaîn da mezzo ciclo. Perciò so di
cosa avete discusso, voi e Natenian.» Fece un passo verso
l’elfo. «Non vi venderò metà del raccolto per poi far patire la
fame al resto della Terra Nascosta, amico mio.»
Phenîlas rimase impassibile. «Vi sbagliate.»
Dirisa gli rise in faccia. «Niente affatto. E la nostra
conversazione ha rafforzato la mia opinione sul vostro popolo:
bugiardo, vigliacco e scaltro. Preferisco bruciare i campi e
scaricare la responsabilità sugli dei piuttosto che sfamare gli
elfi!»
«Non è una mossa saggia.» Phenîlas strinse le labbra. Mi ha
teso una trappola.
Dirisa lo colpì con la spazzola: gli aculei aguzzi sfregarono
sui lineamenti dell’elfo, lasciando graffi insanguinati. «Questa
non è stata una mossa saggia», lo corresse. «Ma non
m’interessa nascondermi. Ora sapete cosa penso di voi e avete
confermato tutti i miei sospetti.»
«Perseguendo questo piano rischiate una guerra degli
aristocratici e forse anche della popolazione.» Phenîlas
controllò la ferita allo specchio. Gocce rosse gli caddero sulla
veste. Si tamponò il sangue con le fasce di seta
sull’avambraccio destro.
«E la mia vita?» aggiunse Dirisa, in tono di scherno. Indicò
l’uscita con la spazzola sporca di rosso. «So benissimo quali
pericoli corro. Non pensate che inizi questa partita a cuor
leggero.»
«Siete veramente consapevole del guaio in cui vi state
cacciando?» Phenîlas non ci credette nemmeno per un secondo.
La superò e uscì in corridoio, dove la cameriera lo fissò. Tornò
in camera sua, prese un fazzoletto e se lo premette contro i
graffi profondi. È vero: conosciamo le rispettive posizioni.
Poiché sarebbe stato impossibile raggiungere un accordo sul
grano e sulle terre con Dirisa, gli elfi avrebbero appoggiato la
candidatura di Natenian. Prima Phenîlas avrebbe verificato se
esistesse un metodo per evitare lunghe divergenze e accelerare
le procedure.
Per il momento escluse un attentato alla vita della
principessa. Avrebbe dato troppo nell’occhio se fosse morta
un’altra pretendente al trono, qualunque fosse l’incidente di cui
sarebbe stata vittima.
Restavano le pressioni sgradevoli che si potevano definire
intimidazioni.
Dirisa aveva di certo un punto debole, come ogni essere
vivente. Phenîlas avrebbe scoperto quale fosse e come
sfruttarlo. Poi forse la principessa si sarebbe tirata indietro.
Nelle occasioni successive, Natenian non sarebbe stato così
generoso con la scelta del proprio successore.
Ci penso io. L’elfo si guardò allo specchio: il sangue non
usciva più dalla ferita. Si tolse la veste sporca e si lavò il collo e
il mento prima di cambiarsi. Il Consiglio si sarebbe riunito
quella sera, ma prima Natenian avrebbe ricevuto una sua
visita. Qual è la scusa più adatta per giustificare una ferita di
questo tipo? Phenîlas avrebbe dovuto farsi venire in mente
qualcosa, in caso gli avessero chiesto spiegazioni. Andò alla
porta, l’aprì e uscì in corridoio.
Si ritrovò davanti un albo magrissimo e malaticcio,
inconfondibile per la corporatura e gli occhi neri. Il cranio era
coperto di ispidi capelli grigi. I lineamenti tradivano l’età
avanzata e i marchi a fuoco sulle guance e sulla fronte
indicavano che era proprietà di Mallenia. La scritta sopra le
sopracciglia, tracciata con un filo incandescente, diceva: Chi
farà del male a questo albo andrà incontro allo stesso destino.
Non si poteva torcergli nemmeno un capello.
Phenîlas sapeva chi aveva davanti: l’unico albo cui era stata
risparmiata la vita, perché era capace di scrivere storie.
Carmondai. In passato le aveva create per gli albi, ormai gli
umani lo costringevano a documentare la sconfitta del suo
popolo per i posteri. Carmondai, inoltre, sapeva molte cose del
passato, che poteva avere effetti sul presente e sul futuro.
Fino a quel momento aveva vissuto in una fortezza ad
Aichenburg, ma Mallenia doveva avergli ordinato di
raggiungerla.
Perché? C’è forse qualcosa da raccontare? si chiese l’elfo.
Carmondai gli lanciò un’occhiata indifferente. Ignorandolo,
ciabattò fiaccamente lungo il corridoio fino alle scale che
conducevano all’osteria. Indossava vestiti dimessi, decorati con
lo stemma dell’Idoslân.
«Avrebbero dovuto lasciarti morire con le tue opere»,
mormorò Phenîlas.
Carmondai si fermò sul primo gradino e posò la mano scarna
sulla ringhiera. «Lo vorrei tanto, elfo», replicò con voce rotta.
«Non sarebbe un gioco da ragazzi porre fine alla tua
immortalità?» Phenîlas si avvicinò. «Perché ammorbi la Terra
Nascosta con le tue menzogne e le tue storie inventate sugli
Occhineri?»
Carmondai sorrise. «Ti piacerebbe che fossero inventate. E
invece hanno un fondo di verità.»
Phenîlas fece un verso sdegnato che si trasformò in una
risata sprezzante.
«L’insediamento sui Monti Grigi esiste oppure no?» lo zittì
Carmondai. «Dunque puoi trarre le conclusioni sulla veridicità
delle altre storie.»
«Sono veleno», lo rimbeccò Phenîlas, notando le cicatrici sul
suo collo. «S’imprimono nella memoria e idealizzano la tua
razza, che però è tutt’altro che ammirevole.»
«Proprio come il tuo popolo.» Carmondai lo fissò
serenamente. «Ci saranno molte altre cose da riferire, che non
sono state affidate alla carta e alla pergamena. Mallenia ama
ascoltarmi.»
Se gli do una spinta… Phenîlas si mise dietro l’albo, gli mise
la mano sulla schiena… E le sue dita strinsero il vuoto.
Carmondai comparve al suo fianco, sempre indifferente ma
con uno sguardo gelido che incuteva più paura di qualunque
potere albico. Veniva dal profondo, dall’anima. «Se prima o poi
io dovessi decidere di morire, porrei fine alla mia vita da solo,
elfo», sussurrò. «Se ci riprovi, ti prometto che andrai nella
dimensione finita prima di me.» Si voltò e scese i gradini.
Phenîlas lo seguì con lo sguardo, sentendo ribollire la rabbia.
Bastardo!
Dopo Dirisa sarebbe stato necessario sbarazzarsi di quel
contafrottole. Forse la soluzione più semplice sarebbe stata
aizzargli contro una moltitudine furibonda che lo impiccasse,
lapidasse o bruciasse. Prima lo si poteva accusare di un
crimine, per esempio un infanticidio finalizzato a ottenere le
ossa di un bambino.
O qualcosa del genere. Ma una cosa alla volta. Phenîlas si
girò e percorse il corridoio verso la camera di Natenian.
Purtroppo Carmondai aveva ragione su un punto: i suoi
racconti avevano un fondo di verità.
E alcune di quelle storie avevano gli elfi come protagonisti.
Siamo duri come la pietra, ma non siamo fatti di pietra. Una
pietra, infatti, non restituisce mai il colpo.
Massima dei nani, attribuita al guerriero Chonglirabur
VIII

Terra Nascosta, sotto il regno elfico del Ti Lesinteïl


(ex regno albico dello Dsôn Bhará),
6492° ciclo solare, estate

N
ella galleria, l’oscurità prodotta dall’albo era
impenetrabile per gli occhi dei nani.
Gosalyn, tuttavia, sapeva che l’avversario stava
incoccando una freccia e si buttò a terra. «Mettetevi
al riparo!» urlò. Non sapeva se il dardo fosse
destinato a lei.
Udì il sibilo, ma non aveva idea di dove la freccia si fosse
conficcata. Poiché non era risuonato il tonfo di nessun corpo,
sperò che il gruppo fosse incolume.
D’un tratto ricominciò a vedere, ma si rese conto della paura
che la pervadeva e le accelerava il battito.
L’albo, che indossava un’armatura uguale a quella dell’elfo
morto, aveva colto di sorpresa Hargorin attaccandolo con uno
spadone; l’arco era posato a terra. Il nano parò il fendente con
l’ascia e cercò di respingere l’avversario col manico. Ma l’altro
schivò i colpi e lo centrò alla tempia, mandandolo a sbattere
contro la parete e tramortendolo.
«Ti ucciderò, traditore», disse l’albo in tono maligno,
preparandosi a un nuovo attacco. «Che Tion ti rubi l’anima.»
Gosalyn era come paralizzata. Il terrore che il nemico le
aveva scatenato addosso le impedì di aiutare Seminamorte.
Devo fare qualcosa. Non posso permettere che la paura trionfi.
Caparbia, fece un passo avanti, pensando alla melodia cantata
dal comandante. Il più grande rifugio è la tua volontà, sempre il
vincitore sarai. «Guarda, resisto ai tuoi poteri!» gridò all’albo.
L’altro si bloccò e la fissò con occhi luminosi e rossastri.
«Non farai altro che prolungare la tua agonia e quella di questo
verme delle montagne.» Posò la punta della lama sul collo di
Hargorin, sotto la laringe. «E soprattutto non mi fermerai.
Trascinerò i vostri cadaveri dal Naishïon e dirò che eravate
spie dell’imperatore.»
«Mai. Phenîlas sa cosa…?» Gosalyn si morsicò il labbro.
Com’è riuscito a farla in barba agli elfi? Oppure sapevano di
avere un albo tra le loro file?
«Phenîlas sapeva di voi, certo. Tutti sanno di voi.» L’albo
rise. «Ma avvierò una protesta formale a nome del Naishïon
durante il Consiglio dei Re, e la stella dei nani nella Terra
Nascosta tramonterà.» Sputò addosso a Hargorin. «Mi basta
essere sicuro che la discordia tra voi cresce e dà buoni frutti.»
Lui? Nel Consiglio? Gosalyn, stimolata dalle novità, fece un
altro passo. Aveva la sensazione di camminare
intenzionalmente sul ghiaccio sottile, destinato a rompersi da
un momento all’altro e a gettarla nell’acqua gelida, dove
sarebbe morta assiderata. «Ti uccideranno.»
«Mi scambieranno per un elfo.» L’albo alzò il braccio, per
decapitare Hargorin. «T’inviterei in veste di testimone, ma
temo che mi servirà il tuo orrendo cranio, talpa schifosa»,
aggiunse sprezzante, abbassando l’arma.
Ma, prima che la lama penetrasse nella carne del nano,
Carâhnios comparve come se fosse stato portato dalle ombre e
con la Sanguinaria parò il fendente.
«Zhadár», sibilò l’albo, sferrandogli un calcio. «Un altro
traditore!»
Col pugno corazzato Carâhnios bloccò la suola. Schivò il
colpo successivo e ne sferrò uno a sua volta.
La paura abbandonò Gosalyn. L’albo non riusciva a
mantenere l’energia magica. Tra lui e Carâhnios iniziò un
duello rapido, pressoché impossibile da seguire.
Quando la nana si mosse per andare in suo aiuto, lo Zhadár
le fece segno di restare indietro. «Occupati di Hargorin!»
ordinò trionfante. «Mi piace divertirmi con un Occhineri.»
Gosalyn corse da Seminamorte, che era accovacciato a terra
col volto insanguinato e tentava di tirarsi su.
«È solo un graffio», ringhiò il nano, afferrando il manico
della scure. «Facciamolo a pezzi.»
Gosalyn lo aiutò ad alzarsi e lo sorresse.
Il guerriero barcollò leggermente, ancora stordito dal calcio.
L’ammaccatura dell’elmo dimostrava che l’albo calzava stivali
con la punta ferrata.
Carâhnios era in difficoltà. L’avversario aveva estratto uno
spadino. Oltre a far fronte alla straordinaria velocità e abilità
dell’albo, lo Zhadár dovette parare un numero crescente di
colpi.
Gosalyn si accorse che negli attacchi del nemico non c’erano
più spiragli di cui Carâhnios potesse approfittare. «Che tu lo
voglia oppure no, noi ti aiutiamo!» gridò.
All’improvviso lo Zhadár scivolò sui detriti. L’albo fece un
affondo e tentò d’infilzarlo tenendo la spada dritta.
La nana intuì che Carâhnios non aspettava altro: infatti si
lasciò cadere a terra, e la lama gli passò sopra la faccia.
Allungandosi, l’albo rimase col fianco scoperto. La Sanguinaria
scivolò in diagonale da dietro in avanti, mirando esattamente al
ventre.
L’albo capì di avere commesso un errore fatale, ma ormai
l’arma gli aveva già trapassato la corazza e la carne.
Gemendo fece un salto indietro, mentre il sangue prese a
uscire dalla ferita. «Perirete con me!» urlò. Le linee dell’ira gli
comparvero sul volto.
L’oscurità tornò a scendere su Gosalyn, che con Hargorin
aveva quasi raggiunto il nemico.
Si udì un tintinnio, poi Seminamorte ansimò e scivolò dalla
presa di Gosalyn; la nana ricevette un colpo alla spalla, ma lo
intercettò con l’ascia prima che le rimbalzasse sulla cotta e la
ferisse al collo.
Anche Carânhios gridò, ma più di rabbia che di dolore.
«Perfido codardo!» tuonò. «Prenderò il tuo sangue e lo farò
bollire! Ti dissanguerai vivo e rimpiangerai di non essere morto
subito!»
Dove si è cacciato? Gosalyn sfoderò il pugnale, tese il
braccio e si girò all’interno della galleria, che nell’oscurità
assoluta sembrava più ampia.
Di lì a qualche istante le tenebre si dissiparono e l’albo si
materializzò al suo fianco.
Gosalyn sapeva che non aveva tempo di voltarsi o di fare
qualcosa, e questo la salvò.
«Via!» Una figura le saltò addosso e la buttò a terra.
La nana atterrò sulla pietra e vide Beligata distesa sopra di
sé. L’altra rotolò via impugnando la doppia ascia con entrambe
le mani.
Hargorin, accovacciato poco lontano, si teneva lo schiniere
destro, da cui spuntava l’osso. Carâhnios si tirò su imprecando;
la spada albica gli aveva inferto una ferita all’avambraccio
destro.
Due passi più in là, davanti all’albo si piazzò un nano in
un’armatura di tionio malconcia. «Ho incontrato molti
rappresentanti della tua razza, ma ne ho rivisti pochissimi
vivi», disse con calma, come se stessero chiacchierando tra
amici.
L’albo attaccò.
Tungdil lasciò che la lama si frantumasse sullo spallaccio
destro – quello ancora intatto – e scagliò prima il sasso che
teneva nella destra e poi quello che stringeva nella sinistra.
I proiettili spigolosi centrarono l’albo in pieno viso,
tramortendolo. Il sangue prese a gocciolare dagli squarci sulla
fronte e sul naso.
Gosalyn si alzò e affiancò Beligata. «Chi è?» Rabbrividì
osservando il volto sfigurato del nano.
Tungdil prese la spada dell’albo e lo decapitò senza tante
cerimonie. «Mi chiamo Tungdil Manodoro. Beligata mi ha detto
della vostra impresa. Sono tornato indietro per ripagarvi del
vostro coraggio.»
Gosalyn era stupefatta. Vide le particelle d’oro sul dorso
della mano di Tungdil. Non aveva mai incontrato di persona
l’eroe della Terra Nascosta perché, avendo meno di cento cicli,
era troppo giovane. In compenso conosceva le storie, le
canzoni, i ritratti e le statue che lo celebravano, ma non aveva
mai sentito parlare di una faccia deturpata. Però quel nano non
aveva l’occhio sinistro, come riferivano le descrizioni. È una
prova sufficiente? Confusa, guardò Beligata.
«Non lo so», rispose la guerriera, che aveva dedotto i suoi
pensieri taciti da quello sguardo interrogativo. Andò da
Seminamorte ed esaminò l’osso spezzato. Si tolse la cintura per
legare la ferita e steccare con due pugnali la gamba.
Carâhnios puntò su Tungdil occhi colmi di diffidenza. «Tu
saresti l’Erudito?»
«Dove hai preso la mia arma?» Corrucciato, Tungdil guardò
la Sanguinaria. «Non dovrebbe essere qui.»
«Ce l’aveva l’altro Tungdil, quello che ha liberato la Terra
Nascosta dal male e che per fortuna è dovuto morire.» Lo
Zhadár si appoggiò alla spada. «Nessun altro sapeva
maneggiarla.»
Tungdil gli rivolse un’occhiata penetrante. «Che cosa sei? Di
certo non un figlio del Fabbro.»
«Lo ero. Un Terzo. Trasformato dagli Occhineri, istruito nelle
loro arti e ultimo di questa specie.» Carâhnios ridacchiò e
sbuffò. «Quanti ne sono rimasti come te, Tungdil Manodoro?
Compariranno nuove copie di te a ogni piè sospinto e gioiranno
di essere tornate? Potreste fondare una nuova stirpe.»
Nessuno si unì alla sua risata tonante, il cui possibile fondo
di verità era innegabile.
«Sono l’unico vero Erudito», dichiarò Tungdil, con voce
calma e molto bassa.
Carâhnhios pescò la fiala dallo zaino e l’accostò al collo
dell’albo. Con gesti esperti schiacciò il petto del cadavere per
spremere più sangue. «Se non altro, mi è concesso questo»,
mormorò sghignazzando. Gli occhi neri scintillarono di piacere
mentre osservavano attentamente il liquido che si riversava nel
piccolo recipiente. «Rifornimento per il mio elisir. Quello…»
Il fendente fu così fulmineo che nessuno lo vide arrivare né
poté impedirlo. Con la spada, Tungdil trapassò la nuca dello
Zhadár inginocchiato e abbassò con forza la lama fino al
cadavere dell’albo. La faccia di Carâhnios rimase inchiodata al
ventre del nemico.
Infine Tungdil s’impossessò della Sanguinaria e la studiò
pensosamente. «Non dovresti essere qui, né tantomeno tra le
mani di una simile creatura.»
Intorno allo Zhadár turbinarono lunghi fili neri che, simili a
serpenti, circondarono Carâhnios come se volessero
schiacciarlo. L’oscurità si allargò intorno al suo elmo, azzerando
la luce. Lo Zhadár sussultò e cercò di sfilarsi la lama dal collo e
di liberarsi. L’elisir gli conferì il potere di resistere alla morte
nonostante la gravità della ferita.
Gosalyn e gli altri fissarono la scena finché non ridiventò
buio, ma le tenebre artificiali tremolarono e si tinsero di grigio,
schiarendosi e infine scomparendo.
«So cosa sei diventato, perché conoscevo quelli che ti hanno
trasformato in ciò che sei», disse Tungdil, per nulla intimorito
dai fili neri. «Cattivo fin nel midollo.» Conficcò la Sanguinaria
nella schiena dello Zhadár.
Carâhnios urlò e si dimenò con tutte le forze. Ma i denti
della spada lo immobilizzavano, legandolo all’albo morto, il cui
cadavere fu sballottato qua e là.
«Nulla di malvagio deve funestare il mio Paese, nemmeno se
finge di fare qualcosa di buono. L’ho giurato a Vraccas.»
Tungdil raccolse un grosso masso. Impassibile, tolse l’elmo allo
Zhadár e con pochi colpi gli sfondò il cranio.
Dalla faccia di Carâhnios sgorgò un sangue nero che bagnò
anche l’albo. Lo Zhadár smise di dibattersi e di ansimare. Era
morto.
«Torniamo indietro.» Tungdil sorrise ai nani, che si
avvicinarono cautamente. Mollò la pietra. «Io e Beligata
abbiamo segnato la strada. Se superiamo la grotta crollata, non
dovrebbero esserci difficoltà.»
«Dovrai dare spiegazioni all’imperatore.» Hargorin aveva il
viso rugoso contratto in una smorfia di dolore, ma cercò di
mostrarsi forte.
«Gli spiegherò ogni cosa, anche le proprietà delle bevande e
degli elisir dei gemelli trigemini, che hanno creato esseri come
quello da cui vi ho liberato. Nani fuori, albi dentro.» Tungdil
non tradì la minima tensione.
«Voglio prendere le teste dell’Orecchio appuntito e
dell’Occhineri. Dimostrano che nei regni elfici sta accadendo
qualcosa di sinistro», dichiarò Hargorin.
Tungdil si oppose. «Le nostre parole sono una prova
sufficiente per le stirpi dei nani. Gli altri non ci crederebbero
ugualmente. Ora andiamocene. Le gallerie sono fragili. Possono
franare da un momento all’altro, e non sono venuto per restare
sepolto quaggiù.»
«Aspettate.» Beligata perquisì prima l’elfo e poi l’albo. Il
secondo aveva con sé due piccoli flaconi con scritte in rune
albiche. «Che cosa contengono?» Li sollevò.
«Occhi di elfo», tradusse Hargorin. «Che roba è?»
Tungdil si mise alla testa del gruppo e s’incamminò
lentamente. «Immagino che lo usino per tingersi gli occhi
affinché il nero non li tradisca sotto la luce del sole.» A ogni
passo gettava via un pezzo dell’armatura sudicia e malconcia. I
frammenti caddero tintinnando e sferragliando. «Occhi come
quelli degli elfi.»
È così che l’albo è riuscito a ingannare gli Orecchi appuntiti,
si disse Gosalyn. Dall’espressione degli altri intuì che erano
arrivati alla stessa conclusione.
Quella scoperta faceva nascere altre domande, cui sarebbe
stato impossibile rispondere sotto terra.
Gli albi si erano già infiltrati tra gli elfi? Il loro avversario
era uno degli Occhineri sopravvissuti nella Terra Nascosta?
Oppure aveva intercettato di nascosto un elfo nel Phondrasôn e
gli aveva rubato la corazza?
Perché il re degli elfi ha tentato di ucciderci? Gosalyn
sorresse Seminamorte insieme con Beligata e scavalcarono i
pezzi di tionio, che valevano una fortuna.
La nana aveva l’impressione che Tungdil non volesse avere
nulla a che fare col passato. Aveva rinnegato l’oscurità e si era
sbarazzato dell’armatura come se fosse un guscio, un bozzolo,
per uscirne purificato e salire verso la luce.
Disarmato. Inerme.
Quella scena non aveva niente in comune con la comparsa
marziale dell’altro Tungdil, le cui intenzioni non avevano
incontrato il favore degli spiriti.
Si è liberato perfino della potente Sanguinaria. In Gosalyn si
accese la vaga speranza di avere trovato il vero Tungdil, o di
essere stata trovata da lui.
«Se la sua anima riesce a disfarsi con la stessa facilità delle
tenebre degli ultimi duecentocinquanta cicli, la Terra Nascosta
ha un futuro roseo. Ma solo in questo caso», sussurrò Beligata,
la cui cicatrice spiccava fin troppo chiaramente.

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


città di Pietralibera,
6492° ciclo solare, estate

L’atmosfera del Consiglio dei Re era cambiata drasticamente,


notò il Rabbioso senza avere un fiuto particolare né avere
bisogno di altro alcol. Fece vagare lo sguardo oltre il bordo del
boccale di birra aromatizzata.
I presenti tacquero.
Mentre qualcuno rileggeva o sfogliava le annotazioni, altri
avevano lo sguardo perso nel vuoto oppure osservavano le
mosche che ronzavano sotto il soffitto.
Qual è la causa di questo nuovo comportamento?
L’assemblea, che normalmente parlava dei miglioramenti
fatti, era diventata un focolaio di diffidenza e di forti
tentennamenti.
Re Isikor si era astenuto di nuovo dalla riunione, col pretesto
di devastanti inondazioni. Le sue intenzioni di voto, specificava
nella lettera, erano rimaste invariate.
Mi sembra sempre più sospetto. È stato lui a mandarci il
primo sicario? È in combutta con gli albi? Il Rabbioso si sistemò
le trecce della barba. Che sciocchezze. Devo bere meno birra.
O forse di più. Non voleva che la sfiducia dei Lunghi lo
contagiasse e, nonostante tutto, riteneva che convocare il
Consiglio fosse stata una buona idea. Occorreva discutere degli
avvenimenti nel Tabaîn e del ruolo degli elfi. Ci sarà una
spiegazione valida. Bevve avidamente la saporita birra scura.
Spero, anzi prego che sia così. Temeva tuttavia che la notizia
del misterioso guerriero alla Porta di Pietra attirasse su di sé la
maggior parte dell’attenzione. Sarebbe stato normale, ma non
bisognava dimenticare il comportamento degli elfi. E Coïra è
ancora impegnata nella ricerca di una nuova fonte magica.
Per di più, Dirisa e Natenian sedevano l’una accanto
all’altro, ma si guardavano in cagnesco perché non era ancora
chiaro chi di loro rappresentasse il regno.
Mallenia, con indosso l’armatura, fu l’ultima a entrare nella
grande sala. Teneva per mano la figlioccia Sha’taï, la trovatella
dell’insediamento dimenticato. La ragazzina, agghindata con
un vestito ricamato, prese posto su una sedia più bassa accanto
alla madrina, che poi sollevò la mano e aprì la seduta lasciando
la parola all’imperatore.
Va subito al sodo. Mi piace. Boïndil annuì e si alzò. «Vi
ringrazio per avere risposto al mio appello. Sappiamo che nel
Tabaîn…»
«Perdonatemi, imperatore, ma iniziamo dall’episodio alla
Porta di Pietra», lo interruppe educatamente Mallenia.
«Possiamo discutere in seguito delle questioni interne al regno.
Per ora atteniamoci a ciò che riguarda la nostra patria nella
sua interezza.»
La simpatia del nano nei suoi confronti diminuì di colpo.
«Ciò che stavo per raccontare riguarda la nostra patria nella
sua interezza», borbottò il Rabbioso. Gli sguardi affascinati che
Sha’taï riceveva dai sovrani lo irritarono; solo Dirisa pareva
restia a trovarla graziosa. Non è mica un cagnolino. «È
possibile che…»
«Imperatore, davvero, non vorrei sembrarvi scortese, ma il
resoconto giunto dal regno dei Quinti c’inquieta», insistette
Mallenia. «C’è qualcosa da aggiungere?»
Tutti gli occhi si puntarono sul nano.
«No.» Boïndil fu tentato di portarsi il boccale alle labbra, ma
poi ci ripensò. Sarebbe stata la ricompensa per il breve
discorso. «Non ci sono stati nuovi avvistamenti né segnalazioni
di altro tipo.»
«I portali di granito della fortezza della Porta di Pietra.»
Phenîlas sfoggiava una veste vistosa, ma anche una ferita
recente sulla guancia. «Non si sono certo chiusi rapidamente,
quand’è comparsa questa creatura.»
Il Rabbioso non capì dove volesse andare a parare. «Non
c’ero quand’è accaduto.» Accennò col boccale al viso dell’elfo.
«Che cosa ti è successo? Non avevi quel graffio quando sei
arrivato.»
«Nulla d’importante.» Phenîlas diede a intendere che per il
momento non intendeva approfondire l’argomento.
«Mentre leggevo il resoconto della regina Balyndis si è
verificato un fatto curioso», riprese Mallenia prima che il nano
potesse tornare al Tabaîn. Posò la destra sui capelli biondo
scuro della ragazzina. «Sha’taï si è messa a urlare quando ha
udito la descrizione del guerriero con l’elmo di rame.»
«L’abbiamo sentita e abbiamo temuto il peggio», disse
Astirma, preoccupata.
Tutti guardarono la figlioccia con compassione e dispiacere
a eccezione di Dirisa e del Rabbioso, che si risedette
lentamente e fece scivolare verso di sé il boccale sul ripiano del
tavolo facendo un gran baccano. Prima o poi dovrete
ascoltarmi. Ingollò la birra e ne chiese un’altra.
Sha’taï si alzò, mostrandosi sicura di sé nonostante la
timidezza. «Conosco questi esseri», esordì. «Si chiamano
ghaist, sono i precursori di potenti eserciti e fungono da
ricognitori per i generali. Sono invincibili, sosteneva mio
padre.» Si risedette e bevve con foga il bicchier d’acqua che le
porse Rodario.
Gli aristocratici applaudirono e si congratularono per il
rapporto.
«Non è certo stato illuminante», mormorò Boïndil,
grattandosi la tempia. Non era abituato ai capelli lunghi e non
li trovava di suo gusto.
Mallenia sorrise. «Questa notte la mia povera bambina non
ha chiuso occhio.» Le sfiorò la spalla. «Ma la sua reazione mi
ha indicato dove cercare le risposte.» Guardò verso la porta e
fece un cenno a una guardia, che uscì e tornò con Carmondai.
Boïndil lanciò un’occhiata furtiva a Phenîlas, sul cui volto la
disapprovazione era scritta a chiare lettere: l’elfo avrebbe
ucciso volentieri l’albo ma, finché Carmondai fosse stato entro i
confini dei regni di Mallenia, eliminarlo sarebbe stato
impossibile. Arrabbiati pure. Sono contento. Il nano bevve un
sorso.
Ben presto il brusio cessò.
«Raccontaci i tuoi ricordi del ghaist», ordinò Mallenia.
Carmondai non aveva più nemmeno un briciolo della tipica
fierezza albica. I marchi a fuoco gli avevano tolto la dignità e il
calore aveva fatto evaporare il suo spirito ribelle.
Il Rabbioso sapeva che lo scrittore era molto anziano e che i
gemelli trigemini lo avevano rinchiuso in una segreta. Scriveva
così male? Ridacchiando, vuotò il boccale e ne chiese un altro.
Stanno usando recipienti più piccoli del solito.
Carmondai s’inchinò, ma gli occhi neri rimasero fissi sul
tavolo al centro. Non rappresentava una minaccia perché
sapeva che la sua vita sarebbe finita non appena Mallenia fosse
morta.
Boïndil aveva combattuto troppo spesso contro gli Occhineri
per provare compassione nei suoi confronti. Simboleggia
chiaramente la sconfitta dei nostri più acerrimi nemici. Trattato
come un cagnolino che si può eliminare quando non serve più
al suo scopo.
«Sarà accaduto più o meno dopo che Sinthoras e Caphalor
sono stati destituiti dalla carica di generali», iniziò Carmondai,
con voce melodiosa ma impastata.
Sottomessa come lui, pensò il Rabbioso.
«È stato poco dopo la caduta della Porta di Pietra dei
Cavernicoli e la distruzione del regno del mio popolo. Gli albi
avevano chiuso la fortezza dopo che avevamo scoperto la
parola d’ordine, e occupato la porta. Poi si era avvicinato un
gruppo di uomini inseguito da un ghaist: un guerriero
gigantesco con un elmo di rame lucido, costellato di rune,
senza armatura e con un’asta sulla schiena cui era fissata una
bandiera piena di simboli. Non sono riusciti a fermarlo né a
neutralizzarlo. Invece sono stati loro a perire. All’epoca
Caphalor era il comandante del corpo di guardia e aveva fatto
scagliare frecce e giavellotti contro il presunto guerriero
umano, ma i dardi non lo avevano neppure scalfito. Alla fine
hanno fatto ricorso al fuoco e il ghaist si è ritrovato in un mare
di pece ardente e petrolio: è morto in un’esplosione che per
fortuna non ha danneggiato la fortezza né le montagne.»
Carmondai bevve prima di proseguire. «Grazie alla descrizione
e alle rune sull’elmo, i nostri eruditi si sono ricordati cos’è un
ghaist: un essere costituito da un potente incantesimo e da
varie anime imprigionate. L’elmo funge da prigione, che si
scioglie quando il rame perde la forma col calore e le rune
scompaiono. Per il resto non esistono altri mezzi contro il
ghaist. Le armi tradizionali si sono rivelate insufficienti. Perciò
il mio consiglio è: tenete a portata di mano molto fuoco
incandescente e sarete risparmiati dagli attacchi dei ghaist.»
Nel frattempo il Rabbioso aveva sorseggiato la birra facendo
il meno rumore possibile. La sete inestinguibile non gli lasciava
altra scelta, ma non voleva interrompere o intralciare il
racconto in nessun modo. Dunque questo essere era già stato
qui. Quando l’albo tacque, il nano si alzò. «Non ho mai sentito
parlare di un simile nemico, almeno finché i Quinti hanno
sorvegliato la Porta di Pietra. Le annotazioni non fanno
riferimento a una creatura di questo tipo», disse a Carmondai.
«Gli albi hanno dichiarato loro guerra mentre la Terra Estinta
era al potere?»
L’albo scosse la testa. «Sono a conoscenza solo di questo
episodio.»
«Ricordi quali rune si vedevano sulla bandiera del ghaist?»
Carmondai si avvicinò al tavolo, versò con disinvoltura il vino
sul ripiano e disegnò i simboli, senza la minima esitazione.
«Caphalor me le ha descritte così.»
«Ora spostati affinché la piccola possa vederle.» Il Rabbioso
indicò Sha’taï. «E tu, riesci a decifrarle?» Non si sforzò di
essere gentile. Perché dovrei?
La ragazzina tremò non appena posò gli occhi sulle rune.
«Nhatai», disse impaurita, facendo cadere il bicchiere. Fletté i
piedi e si strinse le braccia intorno al busto come se dovesse
proteggersi dai simboli.
Tra i presenti serpeggiò un brusio.
«Sono identiche a quelle del ghaist che ha ucciso gli elfi. Si
direbbe che un vecchio nemico sia tornato dal passato.» Con
espressione ostile, Boïndil guardò l’albo. «Sbrigati, cosa c’è da
dire sui Nhatai?»
Carmondai scrollò le spalle. «Dovrei tirare a indovinare.»
«Te lo sconsiglio.» Il Rabbioso sghignazzò.
«Non esistono leggende sulle avventure di Sinthoras e
Caphalor. Una missione li ha condotti nella Terra dell’Aldilà,
come la chiamate voi, e lì si sono imbattuti in maghi capaci di
creare i ghaist con un rituale complesso.» Carmondai sembrava
divertito dall’imperatore. «Con la loro arte, questi stregoni
formano enormi eserciti. I loro soldati obbediscono a ogni
ordine, per quanto assurdo o pericoloso.» Indicò la runa. «Una
di queste famiglie si chiamava Nhatai.»
Astirma trasse l’ovvia conclusione a nome dell’assemblea. «E
uno dei loro esploratori ha trovato la strada fino all’ingresso
nella Terra Nascosta.»
«Non possiamo escludere che pure questa volta si tratti solo
di un esploratore.» Mallenia, seria, guardò Boïndil.
«Imperatore, sai quale consiglio dare a Balyndis per annientare
il ghaist.»
Per tutta risposta, il nano sollevò il boccale. «Per il resto
abbiamo proiettili sufficienti per sbaragliare gli eserciti dei
maghi. Se vogliono subire delle perdite, sono gentilmente
invitati a ricevere i nostri saluti dalla fucina.» Lesse il sollievo
sui volti degli altri: le nuove informazioni rendevano
vulnerabile quello che si era presentato come un avversario
invincibile. «Noi figli del Fabbro garantiamo la sicurezza degli
abitanti pacifici della Terra Nascosta, come Vraccas ci ha
ordinato.»
«Davvero?» chiese Phenîlas, in tono vagamente allusivo.
Natenian lo guardò ansimando. «Che cosa intendete, amico
mio? I nani hanno mai dato adito a dubbi? Si sono logorati per
noi in battaglia e sorvegliano le porte.»
«E negano l’accesso al mio popolo.» Phenîlas si alzò di
scatto. «Da qualche tempo l’afflusso di elfi si è interrotto.
Quando ho mandato messaggeri a fare indagini sulle
montagne, il mio delegato è stato cacciato via. Benché abbiano
dichiarato di volere solo attraversare la porta, com’è diritto di
ogni abitante della Terra Nascosta, si sono visti vietare
l’accesso.» L’elfo lanciò un’occhiata di sfida al Rabbioso. «Che
cosa succede sui monti?»
È qui che ti volevo. Boïndil prese la birra, sentendo il sangue
che si riscaldava nelle vene. «Che cosa succede nel Tabaîn?»
ribatté.
«Lo state chiedendo alla persona sbagliata.»
«Vuoi che inviti il tuo Naishïon affinché metta al corrente il
Consiglio dei Re?» Boïndil godette dello stupore dell’elfo, che
all’improvviso sembrò ansioso di cambiare argomento. «E,
giacché ci siamo, che cos’è un Naishïon?» Con la coda
dell’occhio vide che Natenian impallidiva e si afflosciava. Hai
intuito che so di più.
«Non confondiamo le questioni», disse Phenîlas per
riportare l’attenzione sulla condotta dei nani.
«Per come la vedo io, sono collegate.» Il Rabbioso s’infilò la
mano nella tasca in cui conservava l’anello insanguinato che
aveva preso al guerriero morto. «Questo gioiello era di un
soldato moribondo del Tabaîn, che mi ha aiutato contro un
Azzannatore della Notte, una bestia che ormai non dovrebbe
più esistere nella Terra Nascosta. Mi ha informato che questi
esseri vengono dal Phondrasôn e che si sono scavati una strada
attraverso il terreno fino al regno elfico.» Boïndil posò l’anello
in mezzo al tavolo. Ho fatto centro.
«Quello… è il sigillo dei von Hoge. Dev’essere di Tenkil»,
dichiarò Dirisa, indignata. «Ha accompagnato Raikan nel
Lesinteïl, giusto?» Prese il gioiello.
Natenian ansimò e rantolò. Una delle sue assistenti gli versò
la medicina nella coppa.
«Pensavo che fosse stato divorato dalla bestia.» Con aria
d’accusa, Dirisa guardò Phenîlas. «Avete mentito!»
Gli altri espressero sdegno e incredulità.
Ora l’Orecchio appuntito si pente di avere aperto bocca.
Boïndil si alzò e spostò lo sguardo da Natenian a Dirisa. Si
sforzò di dominare la collera, e la vittoria sull’elfo gli semplificò
le cose. «E c’è di più. Il soldato moribondo ha aggiunto che gli
elfi hanno assassinato il giovane re.» Le proteste si fecero
ancora più forti, ma il nano non ebbe difficoltà a soverchiarle
con la sua voce cupa. «Dietro c’è il Naishïon, che ha stretto un
patto per governare il Tabaîn.» Quando gli strepiti diventarono
insopportabili, batté il pugno sul tavolo finché non scese il
silenzio. «Ora, Phenîlas, capirai perché ho ordinato di negare
l’accesso agli elfi nella Terra Nascosta finché non saranno
chiarite le circostanze della visita di Raikan nel Lesinteïl.»
I sovrani fissarono l’elfo, che rimase al proprio posto col
volto inespressivo ma cinereo.
«Naishïon significa ’sovrano assoluto’», intervenne
Carmondai, facendoli trasalire. «È un termine che risale alla
mitologia elfica.» Rise piano. «Non avrei mai immaginato di
assistere alla proclamazione di un Naishïon. Non c’erano
sovrani assoluti neppure quando gli elfi erano potenti. Ci sarà
un motivo per questo cambiamento.»
Phenîlas si alzò di scatto. «Non hai il diritto di…»
«Lascialo finire», gli intimò il Rabbioso. «Dice la verità,
come dimostrato chiaramente dal fatto che non sei riuscito a
rimanere seduto.»
Carmondai, tuttavia, aspettò che Mallenia lo esortasse a
continuare. «Il titolo di Naishïon si può conferire solo quando i
regni elfici si uniscono in una vasta compagine, come imposto
dalla dea Sitalia nei suoi scritti.» Abbozzò un sorriso.
«Qualcuno non vedeva l’ora di prendere il potere. Suppongo
che fosse tra gli i Nuovi Arrivati. Ciò non avrà fatto piacere a
Ilahín né alla sua consorte Fiëa, ma questa è la loro punizione
per essersi rintanati nei boschi come codardi. Si sono alleati
con gli umani contro il mio popolo soltanto quando…»
«Basta così!» lo zittì Mallenia.
Dirisa sollevò il braccio in un gesto d’accusa e puntò l’indice
contro Phenîlas. «Prima, in camera mia, voleva propormi un
patto. Gli elfi vogliono terre e cereali. La ferita sulla faccia è
stata la mia risposta alla sua richiesta.» Sputò addosso a
Natenian. «Che gli dei ti castighino più di quanto abbiano già
fatto! Hai fatto uccidere tuo fratello dagli elfi. Per questo ti
condanneranno a morte, nel Tabaîn.»
«Una menzogna», farfugliò Natenian. Sulle labbra gli
comparvero bollicine di saliva; il suo corpo si rattrappiva ogni
istante di più. «Non è vero.»
Boïndil osservò l’elfo, ma con la coda dell’occhio notò il
sorrisetto maligno di Carmondai, che evidentemente era
contento dello scompiglio. «Che cos’hai da dire a tua discolpa,
Phenîlas?»
L’elfo si tirò su molto lentamente. «Chiedo scusa. Non sta a
me dare informazioni al riguardo», rispose con estrema calma.
«L’unico che può farlo è il mio… signore. Gli riferirò ciò che è
accaduto durante il Consiglio dei Re e sarà lui a decidere come
comportarsi.»
«Se viene proclamato un Naishïon, è scritto che non deve
tentennare né esitare a proteggere l’impero degli elfi», osservò
freddamente Carmondai, senza che nessuno lo rimproverasse.
Incrociò le braccia come se fosse l’accusatore incaricato dal
Consiglio. «A quanto ne so, i mezzi sono irrilevanti. Correggimi
se ricordo male gli scritti della tua dea, elfo.»
Phenîlas tacque, serrando la mascella e riflettendo.
All’improvviso Boïndil non era più sicuro di avere fatto bene
a rivelare la sua scoperta al Consiglio. Alla fine i regni si
sarebbero dovuti alleare contro gli elfi, se il sovrano assoluto
non fosse riuscito a placare le preoccupazioni. Si trattava del
predominio elfico sulla Terra Nascosta, che nessuno voleva
accettare.
Noi no di certo. Il Rabbioso doveva mettere al corrente i
regni dei nani. Nel Nord, sui Monti Grigi, le difficoltà si
moltiplicavano da entrambe le parti intorno al trono di
Balyndis. Non ci lasceremo spaventare nemmeno questa volta.
Sha’taï scivolò giù dalla sedia e, impaurita, cercò la mano di
Mallenia.
La regina le fece un sorriso rassicurante. «Andrà tutto bene,
piccola mia.» Alzò la testa per parlare al Consiglio. «So che la
Terra Nascosta sembra trovarsi a un bivio. È arrivato il
momento di esigere nuove risposte, tanto dagli elfi quanto da
Natenian. Ma, prima di riunirci nuovamente, prendiamoci per
mano e rivolgiamo una preghiera silenziosa agli dei affinché
c’indichino la via d’uscita.» Decisa, guardò gli altri a uno a uno.
«Non possiamo dividerci quando un nemico comune potrebbe
presentarsi dinanzi alle nostre porte. Perciò preghiamo
Vraccas, Palandiell, Sitalia e Samusin.»
Sha’taï allungò la mano verso Natenian, Rodario prese
quella di Astirma e così via. L’albo fu l’unico a essere escluso.
Il Rabbioso dovette fare uno sforzo per stringere la destra
dell’elfo.
D’un tratto sentì un leggero formicolio che lo attraversò
procurandogli una sensazione sgradevole. Me ne sono accorto
solo io? Mi si sono intorpidite le dita?
Quando studiò i volti degli altri, tuttavia, vi lesse
un’inspiegabile tranquillità. La collera, l’indignazione, la
diffidenza erano svanite. I sovrani avevano chiuso gli occhi e
pregavano in silenzio.
Boïndil non volle credere a un prodigio divino. Di sicuro,
Coïra ne saprebbe più di me.
Ma la maga continuava a essere assente.
Un’altra circostanza che non turbava nessuno.
Toccherà a me e ai nani. Il Rabbioso avrebbe voluto
prendere il boccale dal tavolo, ma le sue dita erano intrecciate
a quelle degli altri. Tocca sempre a noi.
Prendi i chiodi di garofano e la cannella,
prendi un poco di pepe
e il miele,
prendi le spezie
che preferisci, di tutto a piacimento
e secondo il tuo gusto.

Fa’ bollire in una pentola con acqua


finché non diventa una dolce essenza.
Versa a piacere nei boccali
per preparare una forte birra scura.
Birra aromatizzata dei nani (fredda)
IX

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, fine estate

G
osalyn, Hargorin e Beligata, guidati da Tungdil,
impiegarono molto tempo per aprirsi un varco tra gli
spazi vuoti della grotta franata e poi per trovare un
passaggio verso l’esterno.
Fu faticoso. Il sudiciume e la sabbia si mescolavano
al sudore, formando croste sulla pelle, che prudeva, s’irritava e
si scorticava.
A rallentarli maggiormente era la gamba di Seminamorte,
ma anche le ferite delle nane si facevano sentire, e furono
necessarie pause più frequenti. Come se non bastasse, l’acqua
si esaurì e la disidratazione mise a dura prova i loro corpi,
portandoli al limite della sopportazione.
Camminando videro le crepe nelle pareti, di cui Tungdil si
era già accorto. Dalle viscere della terra salirono diversi boati,
quindi rovinò un’altra galleria. I crolli lasciavano il male
sempre più indietro.
Vraccas tuttavia fu clemente. Alla fine, esausti, i nani
spuntarono nel cuore della notte in un luogo diverso dal punto
di partenza, dove non restarono impigliati nei rovi né furono
attaccati dai mostri.
Strisciarono fuori tra le radici di un albero e si ritrovarono in
un boschetto di mele turchine. Cercarono riparo dalla
pioggerella sotto i rami frondosi. Erano così stremati da non
avere neppure l’energia di lavare via la sporcizia sotto
l’acquerugiola tiepida.
A eccezione di Tungdil.
Sembrava avere superato l’arrampicata meglio degli altri.
Accese il fuoco, prese le borracce vuote e si allontanò di
qualche passo per raccogliere le gocce che cadevano dalle
foglie. Infine restituì i recipienti ai compagni.
Gosalyn lo osservò stancamente. Vraccas, può essere vero?
Pensò a Belogar e trattenne le lacrime. La sua morte è stata
così atroce, così assurda.
Tungdil tornò sotto la pioggia e si fermò a guardare il cielo
come se non potesse smettere di ammirarlo, benché non ci
fossero le stelle. Le gocce non lo infastidivano, anzi le raccolse
tra i palmi e si lavò il volto orribile. Ormai l’eroe della Terra
Nascosta indossava solo una tunica cenciosa, che emanava un
puzzo penetrante di sudore e sporcizia.
Beligata sciolse la benda di fortuna che aveva applicato al re
dei Terzi e sospirò. «Si è infiammata.»
«Chissà cosa c’era sulla spada dell’Occhineri.» Hargorin
esaminò la ferita. «Finirà male. Vedo la linea nera che si
allunga verso l’alto.»
«Ci serve aiuto.» Gosalyn si pulì il viso scarno con l’acqua
della borraccia. Erano dimagriti tutti. «Vado a dare
un’occhiata.» Si apprestò ad arrampicarsi sul tronco. Prima che
le proteste si facessero troppo veementi, si era già staccata di
alcuni passi dal terreno sebbene le bruciassero i muscoli e le
dolessero le dita. «Dall’alto si vede meglio.» I rami bagnati non
semplificarono l’impresa, ma riuscì ad arrivare alla chioma e a
infilare la testa tra le foglie.
Il cielo era nuvoloso. Tutt’intorno si stendeva un bosco buio,
apparentemente sconfinato in tutte le direzioni. Non c’erano
luci né radure. Senza stelle era impossibile determinare la
propria posizione. Così avrebbero dovuto aspettare il mattino
per decidere dove andare.
La nana, tuttavia, provò la sensazione delle gocce sulla pelle,
che bagnavano e lavavano via la sabbia incrostata. Mentre
scendeva, raccolse alcune mele per dividerle con gli altri. Il
sapore fresco e acidulo e soprattutto la polpa dei frutti
sarebbero stati un toccasana.
Tornata a terra, vide che Tungdil stava distribuendo le
borracce dopo averle riempite di nuovo. Quando Gosalyn
mostrò il bottino appetitoso, il morale del gruppo si sollevò un
poco.
«Io faccio il primo turno di guardia.» Tungdil si avvicinò a
Hargorin. Non puzzava più come prima, ma la veste avrebbe
avuto bisogno di sapone e lavatoio. «Sai che dovremo
amputarti la gamba se non troviamo un guaritore al più presto,
vero?»
Il re dei Terzi annuì. «Se dovesse accadere, me ne farò
fabbricare una d’argento. Dovrò cambiare nome, non potrò
spaccare crani e sfondare porte con un calcio», replicò con un
umorismo nero.
«Perché vuoi fare la guardia?» Beligata si esaminò
l’armatura lurida. «Non è necessario guardarsi dagli elfi, e le
bestie non possono seguirci. L’unico accesso ai cunicoli era la
grotta.»
Tungdil fece un sorriso che conferì alla sua faccia un aspetto
ancora più spaventoso. «Meglio tenere un occhio aperto
mentre tutti gli altri sono chiusi.» Bussò sul tronco. «Potremmo
essere uccisi da un albero, per esempio.» Fece l’occhiolino e si
tirò indietro i capelli bagnati, quindi si strizzò la barba.
Gli ha fatto bene lasciare il Phondrasôn. Gosalyn aveva le
ossa stanche e le palpebre pesanti. Ma aveva molte domande
da fare all’eroe di un tempo.
Tungdil invece non ne aveva nemmeno una pur avendo
vagato nel labirinto per duecentocinquanta cicli e non sapendo
quale fosse la situazione nella Terra Nascosta.
«Perché non hai preso la Sanguinaria?» gli chiese Gosalyn,
insonnolita.
Tungdil aggiunse al fuoco i rami secchi che aveva trovato
intorno all’albero. I legnetti bruciarono crepitando. Beligata e
Hargorin avevano chiuso gli occhi e facevano respiri profondi.
«Perché quell’arma non c’entra più nulla con la Terra
Nascosta.» Tungdil sorrise amichevolmente. «Reca in sé la
malvagità di un Eterno. Credevo che fosse un trionfo, quando
ho riforgiato la sua spada e l’ho sottomessa. Tuttavia l’oscurità
è rimasta chiusa al suo interno, e anche nella mia armatura di
tionio. M’influenzavano.» Il nano abbassò la voce. «Ho
scacciato il male.»
«Che cosa aveva l’armatura?»
«Mi ha reso un buon servigio e mi ha protetto, ma è stata
forgiata con rune albiche, fabbricata col sapere albico e intrisa
di magia dannosa che non posso e non voglio più sfruttare.»
Tungdil si tolse la tunica fradicia e la gettò sotto la pioggia,
restando soltanto con un panno intorno ai fianchi. «Puzzo come
se avessi nuotato in una cloaca.»
Gosalyn sogghignò. «Nessuno di noi profuma di limpido lago
montano.» Se gli occhi non la ingannavano, il corpo dell’eroe
era solcato da cicatrici di varie dimensioni: le più lunghe
derivavano da tagli, le più corte da coltellate o impatti di
frecce.
Tungdil addentò una mela e chiuse l’occhio. Rilassò il viso e
masticò solennemente. «Queste non c’erano nel regno dei
demoni da cui sono fuggito. Deliziosa. Ha un sapore così
squisito che dopo averla mangiata si potrebbe morire perché
non esiste di meglio», sussurrò.
«Arriveranno cose molto migliori. Pensa alla birra che solo
noi sappiamo produrre», lo contraddisse Gosalyn.
Tungdil scoppiò in una risata calda e benevola. «È uno dei
ricordi che mi hanno tenuto in vita.» Sollevò la palpebra e fece
l’occhiolino. «D’accordo, è una frottola, ma sono impaziente di
brindare col mio amico Rabbioso. Alla sua nomina a
imperatore.» Diede un altro morso alla mela. «L’altro Tungdil è
morto, allora?»
Gosalyn annuì. «Trafitto dalla Lama di Fuoco.»
«Chi la maneggiava?»
«Kiras, una discendente di…» La nana aveva difficoltà a
ragionare lucidamente.
«Sirka», finì Tungdil, triste e commosso. «Sono stato via
troppo a lungo pur non avendone mai avuta intenzione. La mia
anima è stanca e desidera un po’ di riposo. Perdonami se
quando ci siamo incontrati ti sono sembrato rozzo e brusco.»
Notò che l’altra reprimeva uno sbadiglio. «Dormi. Domani
dobbiamo viaggiare spediti per trovare un guaritore. Altrimenti
temo che Hargorin dovrà ricorrere davvero a una gamba
d’argento.» Attizzò il fuoco, e il legno si sgretolò in piccoli
frammenti neri. Il calore e il leggero scroscio della pioggia
conciliavano il sonno. Tungdil aggiunse rami più grossi.
«Veglierò su di te, Gosalyn, e anche sui tuoi amici e presto sulla
Terra Nascosta.»
«Davvero?»
Le fiamme scoppiettarono, le scintille salirono danzando
verso le foglie, il calore fece ondeggiare i rami.
«Sì, non appena la mia anima si sarà ripresa.»
Gosalyn si abbandonò contro la corteccia del melo e scivolò
in un sonno profondo.

Fu svegliata da un urlo soffocato ma chiaramente udibile. Si


rizzò a sedere impugnando l’ascia. «Che cos’è successo?»
Il sole splendeva, ancora offuscato da un sottile velo di
bruma. Gli uccelli cinguettavano e svolazzavano. Il fuoco si era
quasi spento, ma i tizzoni ardevano ancora.
Con gli occhi annebbiati dal sonno, Gosalyn vide Tungdil
premere l’ascia di Beligata contro il moncone di Hargorin.
Dalla lama salivano sbuffi di fumo e nell’aria aleggiava un lezzo
di carne bruciata. La nana con la cicatrice verdastra, che
sembrava essersi allargata, tenne fermo il guerriero, quindi
risuonò un forte sibilo.
Non potevano più aspettare. Gosalyn si alzò. «Avreste dovuto
chiamarmi.» Aiutò Beligata a bloccare Hargorin.
Il nano gemette, e i ringhi minacciosi e collerici cedettero il
passo a respiri rapidi e affannosi. Sotto il ginocchio aveva un
laccio emostatico. Il calore dell’acciaio aveva cauterizzato la
ferita.
Tungdil, che indossava la tunica lavata dalla pioggia, si
asciugò il sudore dalla fronte. «Abbiamo dovuto agire in fretta.
Ci avresti coperto le spalle in caso di attacco.» Si rivolse a
Hargorin. «Abbiamo tagliato la parte avvelenata e cauterizzato
la ferita, ma dobbiamo trovare un guaritore che ti applichi un
impacco di erbe e che acceleri la ripresa.»
Hargorin fece dei lunghi respiri. «Ti ringrazio», disse calmo,
con la barba che tremolava. «Che cosa non darei per un bel
bicchierino di acquavite. Bruciate la gamba che voleva
uccidermi.» Chiuse gli occhi.
«Vraccas è stato così clemente da fargli perdere i sensi.»
Beligata si alzò e gettò altra legna sul fuoco. «Così la
inceneriamo.»
«Lasciate che lo faccia Hargorin quando si sveglia. È la sua
gamba, perciò dev’essere lui a consegnarla alle fiamme.»
Tungdil si tirò su. «Costruisco una lettiga.» Indicò verso nord-
est. «Il regno dei Quinti dovrebbe essere da quella parte, ma
prego Vraccas di farci incontrare prima un guaritore.» Si pulì
sull’erba bagnata le mani insanguinate. «Beligata, resta con lui.
Gosalyn, vieni con me. Hai dormito a sufficienza.»
La nana lo seguì, raccogliendo i legnetti più lunghi mentre
Tungdil staccava i più spessi dai rami per fabbricare il telaio.
Come imbottitura usarono il muschio, e per legare i singoli
pezzi ricorsero a rametti verdi e giunchi che trovarono in un
piccolo stagno.
Lavorarono in silenzio, la fretta non concedeva tempo per le
chiacchiere.
Gosalyn aveva mille domande che le turbinavano nella
mente, ma si trattenne. Dopotutto era possibile che Tungdil
fosse un millantatore, un altro sosia.
Era dibattuta tra diffidenza e curiosità. Avrebbe scommesso
di averlo visto versare una lacrima la notte precedente, dopo
che aveva nominato Sirka. Ciò deponeva a suo favore. Alla fine
Gosalyn decise di non raccontargli troppe cose. Non i dettagli,
almeno.
Tornarono lentamente all’accampamento trascinando la
lettiga.
«Che cosa intendevi con ’non appena la mia anima si sarà
ripresa’?» chiese la nana. Era stata l’ultima frase della loro
conversazione davanti al fuoco.
«Sapevo che non l’avresti dimenticato.» Tungdil indicò se
stesso. «Hai visto le cicatrici sul mio corpo.»
Gosalyn si rabbuiò al solo ricordo. «Sono… moltissime.» E
insolite.
«Nel Phondrasôn ho vissuto in guerra perenne. Dovevo
difendermi senza sosta oppure attaccare per prevenire
un’aggressione. Non è affatto una passeggiata, lì sotto.»
La nana aveva la sensazione che traumi di quel tipo non si
potessero curare con un lungo sonnellino e qualche rotazione
di riposo. «Come dovrebbe avvenire questa ripresa?»
Tungdil sorrise. «I sensi mi costringono a fare
costantemente attenzione all’ambiente circostante. La mia
anima ha bisogno di distendersi ed essere serena, senza
doversi sempre concentrare sul luogo in cui mi trovo e senza
sospettare dei nani e delle altre creature. È così che me la
immagino.»
«Potrebbe esserti utile una buona birra.» Gosalyn sorrise. «O
due.»
Tungdil proruppe in una risata calorosa che non aveva nulla
di malvagio o di sinistro.
Raggiunsero l’albero sotto cui sedevano Hargorin e Beligata.
Il fuoco ardeva e si sentiva odore di carne bruciata. Le ossa
della gamba e del piede di Seminamorte arrostivano sul letto di
rami.
Il guerriero le fissava con sguardo vacuo, piangendo in
silenzio.
Gosalyn e Tungdil si sedettero senza dire nulla. Aspettarono
che i resti scomparissero e che le ossa non fossero più
riconoscibili.
Adagiarono Hargorin sulla lettiga, poi Tungdil e Beligata la
sollevarono e si avviarono a passo costante ma deciso.
Gosalyn li precedeva per sgomberare la strada e avvisarli di
eventuali pericoli. Di tanto in tanto pensava a Belogar e a ciò
che avrebbe detto. Non ti dimenticheremo. La tua stirpe è
orgogliosa di te quanto lo sono io. Trattenne le lacrime e si
guardò intorno.
La priorità era portare Tungdil e Hargorin vivi
dall’imperatore.

Terra Nascosta, Regno unito di Gauragar-Idoslân,


città di Aichenburg,
6492° ciclo solare, inizio dell’autunno

Carmondai sedeva nella torre del municipio, dove si ritirava


ogni volta che non veniva sequestrato per ordine della regina e
completava le pagine dei suoi scritti che si erano conservate
solo in parte.
In quell’edificio fortificato da cui si dominava Aichenburg, si
sentiva al sicuro dalla sete di vendetta degli umani, che
volevano fare a pezzi qualunque albo vedessero. La prigionia lo
aveva salvato da quel destino.
Mallenia lo giudicava abbastanza prezioso da tenerlo in vita.
Dopo lo scioglimento sorprendentemente pacifico della seduta,
era andata in città con lui e Sha’taï per partire verso il Sud e
l’Idoslân.
Dopo la conquista del regno degli albi settentrionali, la
biblioteca di Carmondai nello Dsôn Bhará, o meglio la segreta
in cui i gemelli trigemini lo avevano fatto rinchiudere, aveva
rivelato importanti novità per gli abitanti della Terra Nascosta.
Come autore di tutti quei volumi, almanacchi, racconti e così
via, gli toccava il compito di colmare le vistose lacune negli
appunti e di continuare a scrivere la storia, ma questa volta dal
punto di vista degli abitanti vittoriosi della Terra Nascosta.
Mallenia lo aveva umiliato coi marchi a fuoco, la scritta sulla
fronte e la rasatura della testa. O almeno così pensavano quasi
tutti. In realtà lo aveva salvato dall’ingresso nella dimensione
finita: la punizione apparente serviva a calmare gli animi
assetati di ritorsione.
Nonostante ciò, l’albo restava nella torre anche se il sigillo
della regina lo proteggeva dagli attacchi diretti. Ma cosa può
fare contro una sassata inattesa?
L’incontro con Phenîlas, per esempio, sarebbe potuto andare
diversamente. La spinta avrebbe potuto farlo ruzzolare giù
dalle scale.
L’elfo sperava che mi rompessi l’osso del collo oppure me lo
avrebbe spezzato se fossi rimasto sui gradini privo di sensi.
Carmondai sapeva benissimo che gli Orecchi appuntiti
volevano vederlo morto.
Perché conosceva i loro segreti.
Perché conosceva loro.
Il semplice fatto che sapesse cosa era un Naishïon li rendeva
nervosi. La rivelazione che ambivano a costruire un impero e
unificarlo a tutti i costi era causa, tra gli umani, di un
malumore che Carmondai intendeva fomentare. Non per la
perfidia che tutti imputavano al suo popolo, bensì a mo’ di
avvertimento.
Scriverò molte altre cose e metterò gli umani in guardia
dagli Orecchi appuntiti. Si versò un tè e si spostò alla finestra.
Il semplice fatto che indossino vesti chiare non significa che le
loro intenzioni siano oneste.
Sotto di lui si estendevano i boschi che circondavano la città.
Il legno era il fulcro della prosperità di quella regione, primo
fra tutti quello delle querce, ma non lontano crescevano anche
abeti imponenti e altre aghifoglie. I tronchi venivano
trasportati a valle sul fiume Hulmen, alcuni trasformati in
tavole ad Aichenburg, altri venduti interi ai mercanti.
Singoli banchi di nebbia si alzavano tra le chiome formando
colonne fuggevoli; le foglie, ancora folte e rigogliose sui rami,
ingiallivano sempre di più. Ben presto sarebbero morte e
cadute a terra, soggiogate dal potere della natura. Ciclo dopo
ciclo.
Che splendido declino. L’albo si avvolse in un mantello grigio
scuro, aprì la finestra e lasciò entrare l’aria profumata di
terriccio, muschio e resina.
In cielo volteggiavano alcuni rapaci. Poiane, a giudicare
dalle strida. A ovest si addensavano nuvole grigie e nere,
cariche di pioggia.
La torre non offriva solo sicurezza, ma anche una vista che
commuoveva e ispirava.
Carmondai s’impresse il paesaggio nella memoria. Una
scena da disegnare.
Si sarebbe dedicato alle sfumature del rosso. Pareva che la
natura fosse all’apice dello splendore.
Prese un foglio grande e una tavoletta e si sedette sul largo
davanzale. Schizzò il bosco con una matita di polvere di
carbone pressata e annotò attentamente i toni del rosso che
voleva usare. In qualche caso avrebbe prima dovuto mescolarli
ai relativi pigmenti. Gli umani non avevano occhio né
sensibilità per le gradazioni cromatiche.
In passato, Carmondai aveva dipinto spesso col sangue di
altri esseri, diluito con polverine e altri ingredienti fino a
ottenere il fondo desiderato.
Tuttavia, da prigioniero, si guardava bene dal chiedere una
coppa di sangue di maiale, né tantomeno di sangue umano.
Inoltre i taglialegna di Aichenburg erano notoriamente poco
interessati all’arte, perciò non avrebbero mai capito la sua
richiesta.
Mi aprirebbero con un coltello e m’inviterebbero a utilizzare
il mio sangue. Spostava continuamente lo sguardo dal
panorama al foglio, su cui si distingueva già il bosco. «Che cosa
ci fai qui?» disse come se parlasse tra sé, e udì qualcuno che
trasaliva per lo spavento. «Se vuoi avvicinarti di soppiatto a un
albo, devi esercitarti di più.» Girò la testa e mostrò il volto
deturpato alla visitatrice segreta.
Sha’taï si fermò a due braccia di distanza. «Volevo vedere
come stai.» Si tirò le maniche del vestito verde chiaro,
impreziosito da ricami neri. I capelli le cadevano sulle spalle,
raccolti in due trecce.
Carmondai smise di disegnare e abbozzò un sorriso. «Come
sto? Le guardie della tua madrina si prendono cura di me come
sempre, mille grazie.»
«Temevo che gli elfi mandassero un assassino a ucciderti.
Phenîlas si è calmato, ma sanno che conosci i loro segreti.»
L’albo le mostrò lo schizzo. «Questo è il bosco, e queste sono
le abbreviazioni delle sfumature di rosso con cui lo colorerò.»
Sha’taï, incuriosita, si avvicinò. «Ho sentito dire che usate il
sangue. È vero?»
«Sì. Una volta. Se lo facessi oggi, avrei a disposizione solo il
sangue umano, e di sicuro mi costerebbe la vita a prescindere
dalla scritta che porto sulla fronte. Nemmeno Samusin
potrebbe fermare la moltitudine.»
La ragazzina esaminò il disegno, quindi si mise in punta di
piedi e guardò fuori della finestra. «Bello, anche se non riesco a
immaginare come sarà quando l’avrai finito.»
«Te lo mostro.» Carmondai si domandò perché le guardie
non si facessero vive. Sha’taï doveva avere salito le scale senza
dare nell’occhio. E senza chiedere il permesso.
«Molto gentile da parte tua!» esclamò Sha’taï, stringendogli
la mano. «Puoi insegnarmi anche a disegnare?» E sgranò gli
occhi con un’espressione molto simile a quella di un lupetto o
di un gattino grazioso.
«Prima dovresti discuterne con la tua madrina. Sarà
contraria, e gli abitanti sospettosi potrebbero concludere che
stiamo tramando qualcosa.»
«In che senso?»
«Parli bene l’albico e vieni dalla Terra Nascosta. Io sono un
albo. Potrebbero circolare molti pettegolezzi.» Carmondai si
guardò la mano, che era attraversata da leggere fitte come se
disegnare l’avesse affaticata troppo. «Puoi lasciarmi andare.»
La ragazzina cambiò espressione quando staccò le dita dalle
sue. «L’avevo immaginato.»
«E io posso solo confermarlo. Gli umani vedono ciò che
vogliono vedere e che accade nel loro mondo limitato.»
«Non mi riferivo a questo.» Sha’taï spiccò un balzo, alzò le
braccia e gli diede una spinta.
Colto di sorpresa da quell’attacco subdolo, Carmondai perse
l’equilibrio e scivolò di lato. Strinse il vuoto e cadde dalla
finestra aperta. Riuscì ad afferrare il bordo del telaio e rimase
aggrappato con una mano. L’istinto gli aveva impedito di
precipitare. Non voleva sacrificare lo schizzo e la tavoletta. Il
disegno preliminare era troppo accurato.
Prima che l’albo s’issasse di nuovo nella stanza, Sha’taï
torreggiò sopra di lui con uno sguardo gelido.«Non so cosa
farmene di chi non mi obbedisce», disse spietata. Sollevò il
piede e gli sferrò un calcio alle dita. «Non voglio che mi rovini
tutto.»
Carmondai cercò d’interpretare il suo comportamento. Non
poteva trattarsi del disegno, che doveva essere stato un
pretesto per avvicinarsi senza insospettirlo. Guardando giù, si
rese conto che non c’erano sporgenze cui attaccarsi o su cui
appoggiare il piede. In un modo o nell’altro devo rientrare.
Scagliò la tavoletta e il disegno verso Sha’taï, che li schivò.
Mentre il foglio atterrava intatto nella stanza, Carmondai
allungò la mano libera e si sollevò di scatto, rimbalzando contro
la ragazzina, che gli sferrò un calcio alla testa. Ruzzolarono dal
davanzale sul tappeto.
Mi ha toccato! pensò l’albo sentendo un calore bruciante.
Ma certo! Samusin, sono stato cieco! Le fitte erano frutto della
magia. Ciò spiegava l’assurda atmosfera di pace e amicizia che
aveva regnato alla fine della seduta. È in grado d’influenzare la
volontà. Si tirò su. «Sei una di loro! Una botoika. E durante la
riunione li hai ingannati tutti.» Fece un passo avanti. «Gli altri
devono essere messi a conoscenza.»
Sha’taï indietreggiò. Una treccia le si era sciolta durante la
caduta. «Non crederanno a un albo, e poi non è vero.»
«Io penso di sì, invece.»
«T’inventi le cose di sana pianta.» La ragazzina vide il
coltello posato sul tavolo accanto a una scodella di frutta e se
ne impadronì. «La tua è una razza nociva. È colpa sua se la mia
famiglia è morta. Uno dei vostri guerrieri, che ha la pelle
coperta di piastre corazzate, ha guidato un manipolo di soldati
in battaglia contro i miei antenati. I soldati non erano molti, ma
sotto il comando dell’albo erano inarrestabili.» Sha’taï aveva le
guance rigate di lacrime. «Sono dovuta fuggire con mio zio,
sono quasi diventata cieca e pazza sulla neve, e lui è morto
proprio quando credevamo di essere al sicuro.» Sollevò la
spada e perse l’aspetto infantile. «Odio gli albi, dal primo
all’ultimo. Non è accettabile che pure solo uno di loro resti in
vita. Nemmeno tu.»
Potrebbe essere stato Aiphatòn. Carmondai alzò le braccia in
un gesto conciliante. «Io non c’entro nulla.»
«Forse gli altri non se ne sono accorti, ma io ho notato che
volevi aizzare il Consiglio contro gli elfi. Hai sostenuto un nano
folle che vede in quelle splendide creature solo malvagità e
perfidia.»
«A quanto pare, si sono immischiati negli affari del Tabaîn.
Un simile comportamento si può benissimo definire perfido.»
Carmondai non si meravigliò che la ragazzina parlasse come
un’adulta. Fa il doppio gioco da quando l’hanno trovata
nell’insediamento e portata da Mallenia. Non c’era traccia
d’innocenza in Sha’taï, le cui origini non gli interessavano in
modo particolare.
Più importanti erano le sue intenzioni. Voleva persuadere i
sovrani a obbedirle? Che cosa avrebbe fatto a coloro che
avessero acconsentito? Dove li avrebbe condotti?
«Devi sparire, albo.» Sha’taï fece un passo avanti.
Carmondai rise. «Sai che m’intendo di combattimenti. Sarò
anche molto più vecchio di te, ma sono abbastanza agile da
ficcarti quella ridicola lama nel ventre.»
«Certo che lo so, e so che la mia madrina la considera una
dote preziosa, tanto che né io né gli elfi né le altre voci della
ragione possono esigere la tua morte con la speranza di vedere
realizzato questo desiderio.» La ragazzina raccolse la tavoletta
con lo schizzo. «Ti stupirà, ma Samusin è dalla mia parte.»
«Non è vero, altrimenti mi sarei sfracellato ai piedi della
torre.»
«Ciò che non è successo può ancora accadere.» Sha’taï
sollevò il foglio. «Hai indicato le sfumature di rosso, secondo
l’antica consuetudine albica.» Fece un sorriso maligno e
calcolatore e strinse le palpebre. «Sei stato molto premuroso.»
Lanciò un lungo urlo acuto, che di sicuro risuonò oltre la
porta e fuori della finestra.
No! Carmondai fece un salto e cercò di afferrare il coltello.
La ragazzina aveva previsto quella mossa, così schivò
agilmente le dita dell’albo, si tagliò il polso destro e s’inferse
un’altra ferita al collo, poco profonda ma sufficiente per
perdere molto sangue. Allo stesso tempo si scagliò contro
l’albo.
L’uscio si spalancò.
Le guardie fecero irruzione nella stanza gridando e
sguainando le armi.
Carmondai sapeva benissimo che avevano visto la scena
escogitata da Sha’taï. Un albo, una ragazzina ferita, uno
schizzo su cui erano annotate le gradazioni del rosso:
purtroppo, secondo la tradizione, coi diversi tipi di sangue, tra
cui anche «sangue di giovane barbaro».
«Allontanati da lei!» tuonò il comandante.
«Voleva il mio sangue», gridò la ragazzina fingendo di
divincolarsi e facendo cadere il coltello come se fosse scivolato
dalle dita di Carmondai. «Voleva il mio sangue per il suo
disegno!» Incespicò e cadde, strisciando via con gli occhi
sgranati e colmi di paura. «Mi sono difesa e…» Il resto della
frase fu inghiottito dai singhiozzi.
«Come hai osato?» sbraitò una guardia. «Dipingi col tuo
sangue corrotto, bastardo dagli occhi neri!»
L’intento e le parole erano inequivocabili. Sha’taï aveva
raggiunto il suo scopo.
Carmondai rinunciò a giustificarsi e a chiedere clemenza.
Non mi crederebbe nessuno.
Gli si pararono davanti quattro guerrieri molto alti, che in
realtà avrebbero dovuto proteggerlo dagli abitanti di
Aichenburg o dai tirapiedi elfici che volevano ucciderlo. In quel
momento desideravano diventare i suoi carnefici.
E pensare che avevo deciso di passare ancora più tempo
nella torre. Carmondai evitò il fendente, schivò una pugnalata e
sferrò alla seconda guardia un calcio al basso ventre, intercettò
il pugno del terzo soldato e lo scagliò contro il comandante,
scaraventandoli via entrambi.
Infine li scavalcò e si precipitò verso l’uscio.
«Aiuto!» Sha’taï era già alla finestra. «Per gli dei, l’albo ci
attacca! Vuole ucciderci!»
Ti torcerei volentieri il collo. Carmondai vide i soldati che si
alzavano per seguirlo.
Se non fosse stato abbastanza veloce a scendere i gradini,
raggiungere la porta e uscire, la sua lunga vita sarebbe finita
con un cappio attaccato alla guglia più vicina che la folla
furibonda sarebbe riuscita a trovare. Finalmente gli umani
avevano il pretesto che desideravano: l’aggressione a una
ragazzina e alle guardie della sovrana. L’oscurità e la paura che
era in grado di generare non lo avrebbero protetto dalla
moltitudine.
«Resta qui ad aspettare la giusta punizione!» Il comandante
era alle sue calcagna.
Carmondai gli assestò un pugno sotto il mento. Schivò il
colpo successivo e si lanciò giù per la scala a chiocciola.
Alle sue spalle risuonarono le voci degli inseguitori, e a ogni
finestra che superava udì le urla chiare di Sha’taï che
implorava aiuto.
Inàste, se sopravvivo, ti sacrificherò qualunque cosa tu mi
chieda. Senza fermarsi a sbirciare fuori, l’albo uscì
direttamente dalla torre del municipio e, dopo qualche passo
lungo la strada, svoltò in un vicolo.
I primi passanti lo additarono e lo rincorsero. I marchi a
fuoco della regina non li avrebbero più trattenuti.
Se desideri quella mocciosa scaltra, la uccido con gioia!
L’albo ansimò e cambiò viuzza non appena fu possibile. Aveva
studiato Aichenburg dalla torre e sapeva esattamente quale
fosse la migliore via di fuga.
Ovunque, tuttavia, c’erano occhi attenti che lo riconoscevano
e bocche che, gridando, rimettevano le guardie sulle sue
tracce.
I curiosi e i codardi spiavano dalle finestre. Gli gettarono
addosso escrementi, ma anche lampade, coltelli e oggetti duri
che di tanto in tanto lo colpivano e che oltre al puzzo
causavano dolore.
L’albo raggiunse il fiume e si tuffò col cuore che gli
galoppava nel petto.
L’acqua dell’Hulmen era gelida. Carmondai trattenne il fiato
senza volerlo e la corrente lo trascinò con sé. Si nascose dietro
i tronchi scivolati dalle zattere, certo che i dardi non avrebbero
tardato ad arrivare.
Sulla riva comparvero alcuni balestrieri.
L’albo si nascose dietro un tronco, i dardi caddero in acqua e
si conficcarono nel legno ma, a parte qualche scheggia che gli
volò addosso, Carmondai rimase illeso.
Era sicuro che Mallenia non gli avrebbe più concesso
protezione. Si diffonderanno molte voci sulla mia fuga. Le
storie che circolano sulla mia crudeltà fanno accapponare la
pelle perfino a me, rifletté bevendo un sorso d’acqua. La corsa
gli aveva messo sete.
Anche se la regina avesse ordinato di riportarle l’albo sano e
salvo, non poteva essere certa che le sue istruzioni venissero
rispettate.
Sha’taï è intelligente e priva di scrupoli. Galleggiando,
Carmondai si lasciò Aichenburg alle spalle.
Poiché la città disponeva di barche e messaggeri sufficienti
per rendergli la vita difficile, di lì a poco sarebbe uscito dal
fiume e avrebbe proseguito a piedi. Aveva dovuto abbandonare
i suoi tesori per l’ennesima volta. Le sue opere, i disegni del
passato e del presente, erano rimaste nella torre.
Tornerò a prenderle. Sarebbe imperdonabile lasciarle nelle
mani dei barbari. Annusò la corteccia bagnata e la resina del
tronco.
Nel frattempo il suo battito era quasi tornato alla normalità.
Allo stesso tempo, la fuga aveva riacceso dentro di lui una
vecchia scintilla che credeva spenta. Da un ciclo interpretava il
ruolo del prigioniero, dell’albo sottomesso che accettava
qualunque umiliazione. Un predatore cui avevano strappato i
denti. Addomesticato. Soggiogato.
Ormai l’animale si era liberato della catena, anche se non di
sua spontanea volontà, e doveva affidarsi all’istinto, ai poteri
innati e all’esperienza.
Probabilmente Mallenia e Sha’taï non immaginavano che in
lui sonnecchiasse un essere diverso dal narratore, dal
collezionista e dal disegnatore che sapeva intrattenere il
pubblico con le sue storie. Aveva contribuito a costruire il
vecchio Dsôn Balsur, da cui un tempo gli Eterni avevano
governato la Terra Nascosta, e i barbari ne erano al corrente.
Tuttavia solo una coincidenza avrebbe potuto portare alla
luce il fatto che avesse partecipato alle battaglie, che
s’intendesse di combattimenti e che era stato uno dei pochi
lancieri a cavalcare un destriero della notte.
Raccolgo la sfida, Sha’taï. Carmondai doveva scegliere un
luogo in cui nessuno sospettasse la presenza di un albo perché
sembrava troppo astrusa e assurda. Rifletti, escogita un piano e
poi colpisci.
Gli venne in mente un solo posto adatto, accompagnato dagli
aggettivi folle e pericoloso.
Da lontano udì i latrati dei cani con cui gli inseguitori
cercavano le sue tracce.
Si danno un gran daffare. Prima di raggiungere le segherie,
Carmondai fece una smorfia e lasciò il nascondiglio non appena
la sponda diventò meno ripida e gli consentì di uscire
dall’acqua. I loro sforzi saranno vani.
Le slavine sono le lacrime invernali delle montagne.
Proverbio dei nani
X

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, inizio dell’autunno

I
l Rabbioso galoppava verso la stazione di sosta da cui era
partita la squadra incaricata di cercare Tungdil Manodoro.
Lo zoccolio del cavallo si fondeva col calpestio degli altri
animali.
L’imperatore era accompagnato da un drappello di
trenta guerrieri. Era possibile che alcune forze nella Terra
Nascosta non vedessero di buon occhio il ritorno del grande
eroe. Dopo la strana conclusione del Consiglio, Boïndil temeva
altre sorprese. Perciò aveva preferito affidarsi alle armi e agli
scudi dei nani.
Si era stupito di ricevere la notizia del rientro della squadra
poco dopo essere arrivato sui Monti Blu. Aveva avuto appena il
tempo di ascoltare i resoconti di Goda sulla costruzione degli
edifici fortificati mentre faceva sellare un nuovo pony, per poi
ripartire subito alla volta del Nord. Poiché i tunnel veloci non
erano utilizzabili, l’alternativa – ancorché sgradevole – era
andare a cavallo.
Boïndil superò la quercia sotto cui aveva sepolto Tenkil e
pregò Vraccas di vegliare sull’anima del coraggioso guerriero.
Senza di lui non avremmo saputo nulla del Sapientone.
All’orizzonte si profilò la stazione di sosta, nel cui recinto
trottavano solo due cavalli. Si sarebbe detto che ci fossero
molti messaggi da recapitare, se tutti i portaordini erano in
viaggio. Senza sapere il perché, Boïndil fu turbato da quella
constatazione.
Svoltarono verso l’edificio con le stalle annesse e si
avvicinarono come una lunga nuvola di polvere, che rotolava
accompagnata dal tintinnio e dallo sbatacchiare di armi e
corazze.
Il capitano comparve sulla soglia e osservò gli ospiti inattesi.
Impugnava mollemente la spada sguainata, ma la rinfoderò
quando riconobbe l’imperatore. «Ma guarda cosa mi tocca
vedere!» esclamò soverchiando il fracasso.
Il corteo si fermò. Gli sbuffi di polvere fluttuarono verso
l’uomo come banchi di nebbia.
«Rieccoti, ma non so se le nostre scorte di birra basteranno
per tutti questi rappresentanti della tua specie.»
Boïndil rise e smontò. «Non resteremo a lungo. Tu e i tuoi
uomini tenetevi pure quella brodaglia ghiacciata.» A un suo
cenno, dieci nani scesero da cavallo e lo seguirono, mentre gli
altri rimasero ai loro posti. Il Rabbioso si diresse verso il
capitano. «Sono Boïndil Duelame del clan dei Branditori
d’ascia, della stirpe dei Secondi, nonché imperatore delle stirpi
dei nani.»
«Sapevo già chi sei. La tua corporatura, la tua arma, ogni
cosa di te è arcinota nella Terra Nascosta. Insieme con lo
stemma e le insegne, dovrei essere cieco per non riconoscerti.»
Il capitano s’inchinò. «I tuoi amici ti aspettano dentro. Se la
sono passata bene, da noi.»
Il Rabbioso non stava più nella pelle. Che aspetto avrà? Che
cosa gli sarà successo? Sarà diverso dall’altro Tungdil? La sua
mente era un turbinio di pensieri quando varcò la soglia. Aveva
la bocca secca e il sangue che gli ronzava nelle orecchie per
l’agitazione.
A un tavolo sedevano Beligata, Gosalyn e Hargorin, che
avevano un’aria molto provata. Il guerriero dai capelli rossi non
aveva più la gamba destra e al moncone era applicata
un’imbottitura morbida, come se dovesse infilarsi un arto di
legno. Al bordo del ripiano erano appoggiate due stampelle.
Nonostante ciò, i nani indossavano le cotte come se fossero già
pronti a buttarsi nell’avventura successiva.
Quando l’imperatore entrò, i tre si alzarono. Beligata
sorresse Seminamorte.
«State comodi.» Il Rabbioso strinse loro la mano e si guardò
intorno alla ricerca del nano che era impaziente d’incontrare.
«Dov’è il cadavere di Belogar?»
«Abbiamo dovuto… non c’era più molto da…» provò a
spiegare Gosalyn, posando l’anello sul tavolo. «Questa è l’unica
cosa che possiamo restituire al suo clan.»
Boïndil le mise la mano sulla spalla, strappandole un sorriso
coraggioso. «Non lo dimenticheremo mai e gli renderemo
omaggio.» Poi si rivolse a Hargorin, accennando al moncone.
«E ti farò fabbricare la migliore gamba artificiale che esista.»
«Ci sta già pensando qualcun altro.» Seminamorte indicò
dietro di sé. «È nella fucina. Non credo che si sia accorto del
tuo arrivo.»
«C’è qualcuno con lui?»
«No.»
«Dov’è lo Zhadár? Vaga ancora per le terre cercando gli
Occhineri?»
Beligata scosse la testa. «Tungdil lo ha ucciso e lasciato nel
tunnel. Insieme con un Occhineri travestito da elfo.» La nana
porse a Boïndil la fiala su cui si leggeva OCCHI DI ELFO in rune
albiche. «Gli elfi ci davano la caccia, imperatore. Erano
camuffati da albi, ma abbiamo scoperto il loro trucco.»
Un albo che si spaccia per un elfo, ed elfi che fingono di
essere albi. Che cosa sta succedendo nei boschi? «Tra poco mi
riferirete ogni dettaglio.» Il Rabbioso si alzò. «Saprò
ricompensarvi come meritate. Non dovrete più preoccuparvi di
come sbarcare il lunario.» Li superò dirigendosi nervosamente
verso l’uscio laterale, che conduceva alle stalle e alla fucina.
Ordinò alle guardie di restare nella sala: non voleva che
qualcuno lo vedesse quando fosse comparso davanti all’amico.
Vraccas, metti fine alle delusioni. Questa volta dev’essere lui!
Udì il sibilo del mantice e lo scoppiettio del carbone che
veniva portato all’incandescenza. Aprì la porta e sentì il calore
che regnava nella stanza. Un martello colpì più volte il ferro in
rapida sequenza, producendo scintille e piccoli frammenti di
scoria.
È lui!
C’era un nano voltato di spalle, con una veste rosso scuro
che gli arrivava alle ginocchia. Le cinghie di un grembiule di
cuoio erano annodate sulla schiena, le maniche arrotolate fino
alle spalle muscolose. Il chiarore rossastro delle braci illuminò
vecchie cicatrici lasciate da armi di vario tipo e rune tatuate
sulla pelle. I lunghi capelli castani erano raccolti in una treccia.
Oppure no?
Il Rabbioso gli girò intorno per guardarlo di profilo mentre
l’altro continuava a forgiare. Senza dubbio i lineamenti erano
quelli dell’amico, ma gran parte del viso era deturpata da
ustioni. La cicatrice che scendeva in linea retta dalla tempia
destra fino all’orlo della veste doveva essere stata medicata da
un guaritore mediocre. L’occhio sinistro era nascosto sotto una
benda di cuoio bianco.
I movimenti erano diventati più brevi e veloci. Il martello
danzava intorno a una cerniera il cui perno si adattava alle
dimensioni di un nano e s’infilava in due supporti. Tungdil
lavorava a una gamba di latta.
«Sapientone», sussurrò Boïndil.
Il martello si fermò a mezz’aria.
Tungdil girò lentamente la testa e abbassò il braccio. «Non è
pazzesco che io abbia aspettato questa rotazione per più di
duecento anni e, ora che è arrivata, abbia paura?» disse
commosso, posando l’attrezzo sull’incudine.
«Perché?» Il Rabbioso aveva un nodo alla gola e la bocca
così secca che avrebbe ingollato anche la pessima birra della
ghiacciaia.
«Perché potresti non credermi se ti dico che sono il vero
Tungdil Manodoro. Ho sentito dire che un altro Tungdil è
arrivato dal Phondrasôn e ha compiuto gesta eroiche.»
L’Erudito si tolse il grembiule. «Non ho uno straccio di prova.
Solo i ricordi di tutto quello che ho fatto nella Terra Nascosta.
Ogni piccolo dettaglio. Ogni parola che ci siamo detti e ogni
avventura che abbiamo vissuto. Balyndis… Sirka…» Tungdil
mostrò le mani callose, anch’esse segnate da cicatrici.
«Chiedimi ciò che vuoi, Rabbioso. Mettimi alla prova,
interrogami finché non sarai sicuro di avere dinanzi a te il vero
Tungdil Manodoro. Poi mandami da Balyndis e da tutti gli altri
nani che ti vengono in mente e che conoscevo all’epoca. Che
m’interroghino pure anche loro.» Fece un lungo sospiro e con
l’avambraccio sinistro si asciugò la fronte sudata. «Ma davanti
a una bella birra scura, per favore.»
È molto diverso dal Sapientone che è sbucato dalla forra un
ciclo fa. Il Rabbioso aprì la bocca per fare la prima domanda.
«Ma non tirare in ballo la barzelletta del mezz’orco che
chiede indicazioni al nano. E, se mi prendi di nuovo in giro con
la storia delle nane e dei rituali di accoppiamento col formaggio
puzzolente, mi offendo», aggiunse Tungdil.
Boïndil proruppe in una risata fragorosa. «Ti ha infastidito
così tanto all’epoca?»
«Una sfrontatezza senza pari, se si considera che mi
consideravano successore dell’imperatore.» Tungdil
sghignazzò. «E ora sei tu il sovrano dei figli del Fabbro. I tempi
cambiano. Anche tu hai dovuto superare delle prove? Copiare
un testo e guidare una spedizione?»
«Mi hanno eletto, punto e basta.» Boïndil sorrise.
«Perdonami se non ti abbraccio e non gioisco come sarebbe
opportuno, ma durante l’ultimo incontro con Tungdil sono…»
Deglutì. «Pensavo che fosse quello vero. Ci ho creduto col
cuore e con la testa. Tu… lui ha compiuto gesta eroiche, ci ha
salvati come avrebbe fatto il Sapientone… come avresti fatto
tu, poi è stato ucciso e…» Il Rabbioso inalò l’aria intrisa di
fumo e tacque per ricomporsi. «Non è facile per me né per i
nani né per la Terra Nascosta. Anche dopo la tua… la morte del
primo Tungdil ero convinto di averti perduto per sempre. I
dubbi sono riaffiorati solo a poco a poco e hanno acceso la
speranza. E la diffidenza.»
«Lo capisco.» Tungdil annuì. «Beligata, Gosalyn e Hargorin
mi hanno raccontato per filo e per segno cos’è accaduto nei
cicli scorsi e quali tragedie si sono verificate in mia assenza e
dopo la morte del finto Tungdil.» Prese la gamba artificiale, che
aveva forgiato con una lamiera spessa e lavorato a sbalzo.
«Non appena torno dalle ombre, un nano perde la vita e un
altro la gamba. Non mi fa molto onore.»
«Abbiamo molto di cui discutere. Il motivo per cui hai ucciso
lo Zhadár, per esempio.» Il Rabbioso ascoltò il proprio cuore,
ma la ragione lo sprangò con un chiavistello di ferro e gli
ordinò di andarci coi piedi di piombo. Come aveva giustamente
osservato Tungdil, non aveva prove. Ma ha i ricordi delle molte
avventure vissute insieme.
«Scopriamo se sei un altro sosia del mio amico, comunque
abbia visto la luce, oppure se posso sperare di riavere il mio
Sapientone.»
Tungdil sorrise, ma tornò subito serio. «Giacché me l’hai
domandato, lo Zhadár emanava crudeltà, perfidia e
pericolosità. Nel Phondrasôn un’aura come quella circonda solo
le creature e i demoni più malvagi. Un essere come lui non può
restare in vita.» Fece scorrere le dita sulla gamba di metallo.
«Non avrebbe tardato a capire che avevo intuito le sue
intenzioni e sarebbe passato all’attacco. Così ho dovuto
anticiparlo.»
Il Rabbioso aveva sentito parlare della trasformazione che
Carâhnios aveva subito nel giro di un ciclo. Durante l’ultimo
incontro aveva provato una profonda avversione per lo Zhadár.
«Vorrei saperne di più.»
«Certo, ma non so spiegarti come sia nato il mio sosia.»
Tungdil indicò l’osteria. «Continuiamo di là. Mi è venuta sete, e
Hargorin aspetta con ansia la gamba per provarla, benché la
ferita non si sia ancora rimarginata.»
«Ti avverto, la birra è disgustosa. I Lunghi non sanno
produrla.» Il Rabbioso lo fece passare per primo.
Mentre camminavano fianco a fianco, Tungdil lo guardò
dritto negli occhi con espressione astuta e indagatrice.
«Cerchi qualcosa, Sapientone?»
«Riconosco qualcosa, e mi sorprende.»
Il cuore di Boïndil perse un battito. «A cosa ti riferisci?»
«Alla tua collera. Oltre al marrone, le tue pupille hanno
riacquistato la colorazione rossastra. Ma non è tutto.»
«Devi averlo immaginato.»
Tungdil fece un debole sorriso. «Ho acquisito capacità di cui
farei volentieri a meno, perché mi sono state insegnate dagli
albi. Non posso dimenticare le mie conoscenze, e questo rende
difficile immaginare le cose.»
Sa che ho bevuto l’elisir dello Zhadár! «Ne parliamo un’altra
volta», si affrettò a replicare il Rabbioso. «Portiamo la gamba a
Hargorin.»
Rientrarono.
Boïndil notò che Tungdil non esitava ad avvicinarsi ai
guerrieri armati: li salutò educatamente e augurò loro la
benedizione di Vraccas, ottenendo una risposta poco
entusiastica.
Temono come me di seguire l’eroe sbagliato e di lasciarsi
abbindolare di nuovo da un’illusione.
«Fa’ smontare i guerrieri qui fuori e falli sistemare nel
fienile», ordinò il Rabbioso a uno dei suoi compagni. «Restiamo
fino a domani.» Guardò il capitano della stazione, che, accanto
al bancone, era ancora sorpreso dal loro arrivo. «Pagherò ogni
cosa.»
«Fate come se foste a casa vostra», replicò l’uomo.
Tungdil s’inginocchiò davanti a Hargorin e infilò la gamba
nel supporto. «Sedetevi», disse, e guardò il guerriero. «È solo
una soluzione provvisoria finché non mi procuro l’argento.»
Seminamorte provò ad alzarsi dalla sedia con l’aiuto di
Beligata, appoggiandosi con l’altra mano alla spalla di Tungdil.
Spostò cautamente il peso sulla gamba di latta. «Stringe un
pochino, ma può andare.»
«Letteralmente.» Il Rabbioso ridacchiò e incrociò le braccia.
«Allora puoi partecipare a qualunque battaglia con la grinta di
una volta.»
«Sì, mio imperatore.» Hargorin camminò avanti e indietro
per abituarsi al nuovo arto. «I miei calci saranno micidiali.»
Guardò Tungdil. «Puoi forgiarmi delle lame da applicare alla
gamba?»
Ridendo, l’Erudito si alzò e si ripulì la veste. «Certo.»
«Lo vedo già in prima linea. Non avrà più bisogno della
scure», disse allegramente Beligata.
Heidor portò i boccali di birra e li posò sul tavolo, quindi si
dileguò. Aveva perso la disponibilità verso i nani e non l’aveva
più ritrovata da quando aveva riconosciuto Seminamorte. Un
vero peccato, secondo Boïndil.
Presero le coppe mentre le dieci guardie si toglievano gli
elmi e si avvicinavano al bancone per farsi servire da bere. Da
fuori arrivò uno zoccolio. I pony venivano condotti nelle stalle
dove i nani avrebbero passato la notte.
«Si fa presto a perdere il comando», osservò il capitano, per
nulla contrariato. Moriva di curiosità. A quanto sembrava, non
gli avevano detto chi fosse il nano con la faccia ustionata.
Meglio così.
«Lo riavrai», urlò Boïndil, alzando la coppa. «Grazie per
l’ospitalità.»
«Qualunque cosa, per l’amicizia tra i popoli.» L’ufficiale
sollevò il bicchiere di acquavite.
Il Rabbioso tirò Tungdil per la manica e si spostarono verso
un tavolo nell’angolo. «Iniziamo l’interrogatorio.»
Hargorin, Beligata e Gosalyn bevevano parlottando e
ammirando la gamba di latta. Ogni tanto si aggiungevano altri
nani. La sala si riempì.
«Non sarebbe meglio rimandare a domani?» propose
l’Erudito. «Il viaggio ti ha stancato.»
In cuor suo, Boïndil avrebbe accettato più che volentieri, ma
non voleva perdere tempo. Desiderava discutere di cose che
riguardavano la Terra Nascosta. Ma prima devo essere sicuro.
Rise, attirandosi un’occhiata interrogativa da parte di Tungdil.
Ancora più sicuro di un ciclo fa? «Partiamo dall’evidenza. Non
hai un’arma né una corazza, nemmeno un pugnale.»
«Non mi servono più. Sono a casa.» Tungdil appariva calmo
e rilassato. «Ho fatto un giuramento al Fabbro Divino: se avessi
raggiunto la Terra Nascosta, non avrei più portato armi né
corazze.» Indicò i propri vestiti. «Non ho bisogno d’altro.»
Infilò la mano sotto il colletto e tirò fuori un ciondolo con la
runa di Vraccas. «Insieme con questa.»
«È una battuta?» replicò Boïndil, sbalordito. «Sei un eroe, un
guerriero e un…»
«Sapientone e un fabbro. La mia vita è iniziata così, e voglio
ricominciare da lì», lo interruppe Tungdil. «Lascia riposare la
mia anima. Poi vedremo quali programmi ha Vraccas per me.»
«Quanto tempo ti occorrerà?»
«Il necessario. Ma mi sento già meglio. Un ciclo, dieci…
chissà.»
«Ma…» All’imperatore mancarono le parole.
Un Tungdil era arrivato pieno di grinta, collera, combattività
e doti misteriose che aveva imparato dagli albi. L’altro voleva
avere una vita semplice per lavorare davanti alla forgia e
all’incudine, sfogliare libri noiosi o, nella migliore delle ipotesi,
fare il consigliere.
Non devo neppure domandargli se vuole diventare
imperatore. Il Rabbioso sbadigliò. «Spiegami com’è nato il
sosia.»
«Impossibile.»
«Perché?»
«L’ho visto, ma non riesco a capirlo.» Tungdil ridacchiò con
un’espressione che l’altro conosceva bene.
L’imperatore, tuttavia, si vietò di esultare. L’aveva già fatto la
prima volta.
«È successo così: mi ritrovavo nel bel mezzo di una battaglia
nel regno sotterraneo e infinito con diversi avversari, quando
siamo stati travolti da un’onda magica. Ha investito la grotta in
cui eravamo, moltiplicando a casaccio ciò che toccava: parti
dell’edificio, oggetti, albi, esseri viventi, senza la minima
logica.» Tungdil s’indicò. «In quella confusione ho visto me
stesso. All’inizio ho pensato che fosse un’illusione, uno scherzo
della mia immaginazione, finché non ho capito: l’onda magica
aveva creato un’immagine di me che è fuggita dalla caverna e
ha condotto una vita propria. Da allora sono esistiti due
Tungdil.» L’eroe guardò l’amico. «Quello fasullo è morto nella
Forra Oscura, con la Lama di Fuoco nel petto. L’originale è
davanti a te.» Tungdil bevve un sorso di birra. «Ora comincia
pure con le domande.»

Terra Nascosta, regno elfico del Ti Lesinteïl


(ex regno albico dello Dsôn Bhará),
6492° ciclo solare, inizio dell’autunno

«Non era previsto che l’albo intervenisse durante la riunione.»


Phenîlas s’inginocchiò davanti al Naishïon, nella sala dei
ricevimenti. Indossava ancora le leggere vesti da viaggio col
mantello rossiccio. Era molto scosso dal fatto di dover
ammettere una sconfitta inaspettata davanti al sovrano. «Ha
mandato a monte i miei piani. Prima avevo cercato di metterlo
a tacere attentando alla sua vita, ma si era salvato.»
«Non è colpa tua. Sitalia ha messo in moto molti eventi
affinché li unissimo come le tessere di un mosaico.» Ataimînas
restò sulla piattaforma, avvolto in un’attillata tunica nera e in
un morbido mantello bianco. Studiò il locale vuoto e guardò
oltre l’elfo, verso le pareti dipinte su cui danzavano i riflessi dei
suoi anelli sebbene i raggi del sole che entravano dai lucernari
si fossero attenuati. «Dunque ciò che sta accadendo non è più
un segreto.»
«No, Naishïon.»
«Allora l’attesa è finita. I guerrieri si metteranno in marcia
nelle prossime rotazioni. Accelererò i preparativi. Il Ti Âlandur,
il Ti Singàlai e il Ti Lesinteïl si fonderanno in un unico Paese: il
Ti Lesîndur.» Ataimînas guardò Phenîlas. «Occuperemo piano
piano le terre straniere che ancora ci dividono e le separeremo
dalle altre. Poi avvieremo le trattative col Tabaîn e con
Mallenia.»
«La Ido non lo accetterà, anche se quando ci siamo
accomiatati lei è stata molto cordiale e mi ha assicurato che
considererà la vendita.» Phenîlas ricordava le sue parole. «Non
dobbiamo giocarci la sua benevolenza impossessandoci troppo
precipitosamente delle terre.»
Ataimînas scosse il capo. «Mi sottovaluti. Diremo agli umani
che stiamo dando la caccia ad altre bestie capaci di ucciderli.
Così potremo trasferire le truppe e schierarle sotto i loro occhi
prima che abbiano anche solo il minimo sentore delle nostre
intenzioni.»
Phenîlas s’inchinò. «Perdonatemi. Mallenia non può avere
nulla da obiettare contro questa argomentazione.»
«Proprio così.» Ataimînas si alzò e gli fece cenno di
accompagnarlo. «Dalla stazione di sosta gauragariana vicino al
confine mi è giunta notizia dell’arrivo di un corteo di nani, uno
dei quali si chiamerebbe Tungdil.»
«Ne ho sentito parlare.» Phenîlas lo seguì verso la porta di
bronzo, tenendosi a una certa distanza.
«Hai saputo anche della strage della nostra squadra di
cacciatori?» La voce di Ataimînas si fece più dura.
«È stato il primo messaggio che ho ricevuto dopo il mio
ritorno, ma le circostanze non sono ancora state chiarite.»
«Avevano trovato l’ingresso da cui i nani si erano introdotti
nelle caverne. A giudicare dalle tracce, il drappello non è più
tornato da lì. Ho fatto sigillare il passaggio. Dai cedimenti del
terreno circostante si deduce che sono crollate anche altre
grotte. Non abbiamo speranze di rivedere vivo qualcuno dei
nostri guerrieri.»
Phenîlas ringraziò Sitalia. Non sarebbe stato costretto a
rivelare al Naishïon di avere incontrato i nani in precedenza.
«Non avrei mai creduto che trovassero Tungdil così presto.»
«Le tracce indicano che c’è stato uno scontro con una bestia,
in superficie. Tungdil l’ha sconfitta, probabilmente è rientrato
nei tunnel per cercare i nani e ha partecipato al
combattimento. Altrimenti i nostri guerrieri avrebbero
sicuramente vinto.» Ataimînas infilò la mano sotto la cintura di
tessuto. «Questa è stata trovata all’uscita.»
Phenîlas prese la boccetta, su cui compariva una scritta in
albico. «Occhi di elfo», decifrò. «Tungdil l’aveva con sé?»
«Temo qualcosa di più grave.» Il Naishïon aprì la porta e
uscì.
«Sarebbe a dire?» domandò Phenîlas.
Davanti all’imponente palazzo erano in corso i preparativi
per la grande festa in onore della Creatrice, che si sarebbe
tenuta di lì a dieci rotazioni, quando la luna avesse raggiunto il
punto più alto e la sua luce la massima intensità.
Gli elfi stavano costruendo tribune e tre grandi tamburi di
quattro metri di diametro che si potevano scambiare per botti
di vino. Ogni pelle sarebbe stata decorata con cura e i tre
migliori musicisti dei regni elfici le avrebbero percosse
cantando una canzone.
Accompagnata dalle note dei tamburi, sarebbe seguita la
cerimonia di unificazione, celebrata dal Naishïon. Da quel
momento in poi sarebbe esistito un solo regno.
Ataimînas osservò in silenzio i lavori e tese la mano per farsi
restituire la boccetta. «Supponiamo che gli albi abbiano trovato
il modo d’impedire che i loro occhi si scuriscano alla luce del
sole. Come si potrebbe distinguerli da noi?» Indicò gli artigiani
e gli abitanti sulla piazza. «Quanti albi ci sono tra loro, a nostra
insaputa?»
«Se fosse vero, avremmo le bestie tra noi e non lo
sapremmo!» esclamò Phenîlas, preoccupato.
«Potrebbero essersi intrufolati dalla galleria usata dai nani.
Forse li ha portati Tungdil. Oppure sono penetrati nella Terra
Nascosta insieme coi Nuovi Arrivati. Le guardie agli ingressi
non avrebbero potuto riconoscerli. Perciò è anche possibile che
ci fosse un traditore nella nostra squadra di cacciatori.»
Ataimînas intrecciò dietro la schiena le dita guantate.
«Dobbiamo scoprire quanti potrebbero essere.»
«Ma ci sono… diecimila elfi.» Phenîlas non aveva la minima
idea di come controllarli tutti.
«Il rimedio Occhi di elfo non impedisce la comparsa delle
linee dell’ira quando qualcuno li irrita o li offende.» Ataimînas
girò la testa e lo fissò. «Ti affido il compito di formare un’unità
che attraversi il Ti Âlandur, il Ti Singàlai e il Ti Lesinteïl,
villaggio per villaggio. Tu e i tuoi soldati interrogherete con la
massima attenzione ogni elfo, a prescindere dal sesso e
dall’età. Perquisirete le case di quelli che hanno un
comportamento sospetto. Se trovate un albo, portatelo qui
anziché ucciderlo sul posto.»
Phenîlas pensò a quanto si fossero ampliati i regni. «Si
diffonderà la voce che diamo la caccia agli albi. I sospetti
potrebbero nascondersi e aspettare che ce ne andiamo dal
villaggio in questione.»
«I vicini se ne accorgerebbero.» Ataimînas lo guardò dritto
negli occhi. «Questa missione è la più importante che si possa
svolgere nel nuovo regno. Un nemico interno è più pericoloso
di quello che minaccia la Terra Nascosta da fuori. Durante le
battaglie dobbiamo poterci fidare del nostro compagno anziché
domandarci se non sia un Occhineri pronto a trafiggerci il
cuore con la spada.»
«Mi farò venire in mente qualcosa.» Phenîlas fece un
inchino. «Sarò all’altezza del compito, Naishïon.»
«Per il momento possiamo essere contenti che le porte della
Terra Nascosta impediscano l’accesso ad altri elfi. Speriamo
che restino chiuse finché non saremo certi che non ci siano
Occhineri tra noi.» Ataimînas si voltò verso gli operai. «Ma
prima finirai ciò che avresti già dovuto concludere a
Pietralibera: hai l’occasione di rimediare al tuo errore. Dopo il
tuo ritorno, ti nominerò Sorânïon con diritti speciali.»
Phenîlas percepì il tono di rimprovero. «Vado nel Tabaîn e
sistemo la questione.»
«Buona idea.» Il Naishïon alzò gli occhi verso il cielo
limpido. «Il raccolto è completo, i granai e i sacchi dovrebbero
essere pieni. Fa’ in modo di ottenerne il maggior numero
possibile. Conosciamo il re del Tabaîn, che ce li concederà
insieme con le terre. La sua rivale invece non serve a nessuno.»
Phenîlas s’inchinò. «Parto subito.» Scese i gradini e si
diresse verso le stalle, dove lo aspettava il cavallo.
Non fallire di nuovo. La mia pazienza ha un limite. Ataimînas
si girò e rientrò nel palazzo. Non appena i rifornimenti fossero
stati assicurati, molte preoccupazioni si sarebbero dissolte
nell’aria.
Diresse i suoi passi oltre le stuoie e l’uscita laterale nella
pannellatura del corridoio. Da lì, dopo avere superato
diramazioni e salito scale, arrivò in una camera, l’unica
dell’edificio a essere stata costruita in acciaio. Le altre erano di
legno affinché l’immensa struttura potesse essere smontata
completamente in breve tempo e ricostruita altrove.
La comparsa del rimedio per gli occhi albici lo turbava. Gli
scritti della Creatrice sono stati interpretati erroneamente su
questo punto. Finora molte sue profezie hanno combaciato con
gli avvenimenti nella Terra Nascosta.
Le perquisizioni non avrebbero dovuto in nessun caso
diffondere la paura tra il popolo. Nelle rotazioni e nei cicli
successivi sarebbe stato fondamentale favorire la coesione,
anche se sarebbe stato difficile con la morte che serpeggiava
tra le file elfiche.
Ataimînas sapeva di doversi affidare a Phenîlas. Ma solo se
finalmente risolverà la questione nel Tabaîn.
Phenîlas non immaginava che, in caso d’insuccesso, il
Naishïon lo avrebbe fatto sparire. L’elfo era molto amato, ma
ciò non lo avrebbe salvato dalla punizione. Inoltre Ataimînas
odiava quando gli nascondevano qualcosa.
I lettori di tracce che aveva mandato dopo la scomparsa
della squadra di cacciatori avevano trovato le impronte dei nani
e del cavallo di Phenîlas, il quale si era imbattuto nel gruppetto
e non glielo aveva riferito. Poi i nani avevano cambiato
direzione ed erano andati dritti al pozzo.
Perciò Ataimînas sospettava che Phenîlas avesse dato loro
un’indicazione. La sua popolarità lo ha salvato. Per l’ultima
volta.
Aveva raggiunto la porta d’acciaio della camera. Estrasse la
chiave da sotto la fascia di tessuto intorno alla vita. La infilò
nella toppa, la girò quattro volte a destra, due a sinistra e toccò
le rune elfiche sul battente in una sequenza ben precisa.
La serratura scattò e il Naishïon poté rimuovere la chiave
mentre l’uscio si apriva. Entrò e si ritrovò nella camera
blindata del palazzo, nei cui numerosi cassetti di ferro venivano
conservati gli oggetti particolarmente importanti e preziosi:
appunti, gioielli, opere d’arte, souvenir dai luoghi d’origine dei
Nuovi Arrivati.
La porta si richiuse. Il locale era rischiarato da lampade a
olio e, poiché Ataimînas si recava spesso là dentro, c’era aria a
sufficienza.
Ed era una fortuna.
Da qualche tempo, infatti, la collezione comprendeva anche
un albo dai capelli neri, incatenato e nudo sul pavimento di
ferro; l’unica comodità che gli era stata concessa era una
stuoia sottile. Lo avevano catturato quando aveva attentato alla
vita del Naishïon. Una normale cella non era parsa abbastanza
sicura.
«Meno male che ti abbiamo risparmiato.» Ataimînas si
avvicinò.
«Torturare non è sinonimo di risparmiare», replicò l’albo,
che non aveva voluto rivelare il proprio nome. Aveva le labbra
spaccate, il corpo bianco coperto di squarci cuciti, di cicatrici
vecchie e nuove e di lividi viola, marroni e rossi.
Ataimînas si accovacciò dietro di lui e tirò fuori la fiala. «Ti
risparmiamo più di quanto meriti. Gli umani sono assai più
crudeli di noi col tuo popolo.» Esaminò le ferite. «Mi sembra
che ti sia ripreso bene.»
L’altro fece un sorriso sprezzante e gli sputò addosso.
L’elfo gli afferrò il viso e gli sollevò le palpebre a forza per
versargli qualche goccia negli occhi.
«Che cos’è?» urlò il prigioniero, furibondo. «Un altro
tentativo per scacciare il male?» Strattonò le catene, e sul viso
gli si allungarono alcune linee scure. «Sono una creatura di
Inàste, i vostri rimedi non cambieranno la mia natura. Non
pregherò mai Sitalia! Non potete modificare le mie
convinzioni.»
Ataimînas guardò le lacrime e il liquido in eccesso che gli
colavano dagli angoli degli occhi. «Staremo a vedere. La
profezia c’impone almeno di provare.» Si alzò e, toccando
alcuni segni, azionò il meccanismo di apertura della porta.
«Così i miei figli puri vivranno nel grande regno, uniti ai
fratricidi purificati», disse citando una delle predizioni che
aveva portato con sé dall’esilio. «E vedrete: fiorirà una nuova
era.»
I raggi del sole filtrarono nella stanza e illuminarono l’albo,
che rideva sdegnoso.
Ataimînas lo ignorò e gli scrutò gli occhi. La luce lo colpì, ma
intorno all’iride non comparve nessun cerchio scuro. Nessuna
traccia di annerimento.
L’albo notò la sua calma e tornò serio. «Che cosa guardi?»
Girò la testa verso il chiarore e si accorse di non avere provato
le leggere contrazioni che accompagnavano la trasformazione
degli occhi. «Che Tion ti maledica! Il semplice fatto che tu mi
abbia sbiancato le iridi non significa che sia uno di voi!» Tacque
e vide la fiala tra le dita di Ataimînas, che fu troppo lento a
nasconderla. «Non è un rimedio elfico?» Rise. «Sia lode a
Inàste! I miei simili hanno trovato il modo d’impedire
l’annerimento.» Nel suo sguardo si accese una scintilla di gioia.
«Ora possiamo infiltrarci tra gli elfi senza essere riconosciuti.
La paura dilaga tra le ombre e ciascun elfo temerà gli altri!
Nessuno riuscirà a distinguerci quando…»
Ataimînas gli sferrò un violento calcio, strappandogli un urlo
di dolore; le linee scure si materializzarono sul volto del
prigioniero, che parve sul punto di esplodere e andare in mille
pezzi. «È così che vi si riconosce.» Il Naishïon ripose la fiala e
lasciò la camera, la cui porta si chiuse e si sprangò da sola.
Non importa. Troverò il modo di convertire la creazione di
Inàste alla purezza.
In caso di dubbio, la tortura sarebbe stata il metodo migliore
per distinguere un elfo da un albo.
Sperava che Phenîlas fosse costretto a ricorrervi il meno
possibile.
L’ordine di torturare senza pietà il popolo elfico non sarebbe
stato un esordio positivo per la sua carriera di Naishïon, e
neppure la splendida festa della luna avrebbe cambiato la
situazione.

Terra Nascosta, regno del Tabaîn,


6492° ciclo solare, inizio dell’autunno

Phenîlas non credette ai proprio occhi quando Dirisa si diresse


verso di lui a lunghi passi e con un sorriso cordiale. È ubriaca,
forse?
Si trovava nell’azienda vinicola della principessa, dove, gli
avevano riferito, l’aristocratica partecipava personalmente alla
vendemmia.
Dirisa aveva fatto innalzare la collina su cui crescevano le
viti, perché il Tabaîn e le sue pianure non erano adatti alla
coltivazione. Phenîlas aveva viaggiato per miglia lungo campi
di stoppa in cui i primi aratri erano già al lavoro. Gli scarti
venivano sotterrati affinché si trasformassero in concime per la
semina del ciclo successivo. Il colle largo e terrazzato, alto
circa trecento passi, si ergeva come il moncone di una
montagna spezzata ed era esposto a sud in modo che i grappoli
ricevessero tutto il sole possibile.
Ai suoi piedi si stendeva l’azienda vinicola davanti alla quale
Phenîlas aveva fermato il cavallo. La polvere non si era ancora
posata quando Dirisa uscì dalla casa, che come tutti gli edifici
del Tabaîn era fatta di spessi blocchi di pietra per resistere alle
violente tempeste. I venti impetuosi che potevano tramutarsi in
vortici distruttivi erano la maledizione di quel regno
pianeggiante.
«È un piacere rivedervi!» esclamò la principessa,
sorridendo. Sopra il pesante vestito di lana indossava un
grembiule macchiato di succo d’uva. «Che la benedizione di
Sitalia sia con voi.»
Phenîlas smontò e s’inchinò. Poiché i tempi erano più incerti
del previsto, indossava una leggera armatura di cuoio e un
mantello che lo proteggeva dallo sporco e dalle intemperie.
Dev’essere ubriaca. Quell’ipotesi gli sembrava sempre più
plausibile. Forse per i vapori della cantina. L’ultima volta lo
aveva minacciato, ma in quel momento lo trattava da vecchio
amico. «Mille grazie.»
Dirisa si tolse il grembiule, si sistemò i capelli e si avvicinò,
prendendolo a braccetto. «Capitate al momento giusto.»
S’incamminò tirandoselo dietro lungo la facciata dell’azienda
vinicola, finemente dipinta a colori per dare l’impressione di
un’elaborata casa a traliccio.
Da lontano giunse un canto. Una voce intonò un verso che
poi venne ripetuto da un coro. Qualcuno suonava una chitarra,
un flauto e una cornamusa.
Entrarono nel cortile, in cui regnava un vivace trambusto.
Alcune ragazze pigiavano l’uva in grandi torchi, il profumo
dolce e fresco era inebriante. In altre tinozze saltavano e
camminavano i bambini, in un’altra lavoravano solo gli uomini.
Per tenere il ritmo seguivano la musica e il canto.
«Come vedete, la base dei miei vini è creata da piedi diversi.
Ciò produce sfumature particolari, che poi si percepiscono
sulla lingua. Dipende tutto dal peso con cui vengono schiacciati
gli acini», spiegò Dirisa.
Gli uomini e le donne li salutarono con un cenno senza
smettere di faticare. Il liquido scorreva costantemente dagli
scarichi, veniva filtrato con panni di lino e trasferito in secchi
nella cantina. L’aria era intrisa di un olezzo soave.
«Interessante.» Phenîlas sapeva che gli umani ricavavano il
succo d’uva in quel modo ripugnante. Non voleva immaginare il
sudiciume e il tanfo di quei piedi. Senza tenere conto dei peli,
della sporcizia sotto le unghie, delle unghie stesse… «Noi
abbiamo altri metodi.»
«Ma non necessariamente il vino migliore.» Dirisa gli fece
l’occhiolino. «Volevo far riempire una piccola botte per il vostro
Naishïon e spedirgliela a mo’ di dono. È il primo vino dell’epoca
della pace e dell’amicizia tra i popoli della Terra Nascosta.»
Phenîlas credette di avere capito male. «Perdonate la mia
schiettezza. Le parole che avete pronunciato a Pietralibera mi
avevano indotto a pensare che…»
Con suo stupore, Dirisa scoppiò a ridere e lo tirò
leggermente a sé. Era esile e aveva un vago odore di vino. «Mio
caro Phenîlas, gli dei mi hanno detto che il mio comportamento
verso di voi e verso Natenian è stato assurdo e infantile. Vorrei
porgervi le mie scuse più sincere.»
«Scuse accettate», replicò l’elfo perché non riuscì a pensare
ad altro. La sua mente cercava senza sosta una spiegazione per
quel comportamento.
«Ci tenevo moltissimo. Vorrei invitarvi all’incoronazione, che
si terrà nella Città delle Spighe tra due rotazioni. Nulla di
spettacolare o pomposo.»
Ah, ecco! Vuole avermi dalla sua parte. «La vostra
incoronazione contrarierà Natenian. La presenza di due sovrani
rivali potrebbe generare insoddisfazione tra il popolo.»
Dirisa lo guardò stupita. «Non lo avete ancora saputo?»
«Evidentemente no. Che cosa?»
«Io e Natenian ci siamo riconciliati mentre tornavamo
dall’ultima riunione del Consiglio. Mi ha ceduto il trono. Ha
diffuso la notizia della sua abdicazione in tutto il regno tramite
portaordini e manifesti.»
Vecchio pazzo! «Con quale motivazione?»
«La solita: la sua malattia.» La principessa spostò
leggermente l’elfo per far entrare in cortile un carro di viticci
appena tagliati. «Mi ha informata dei vostri affari», aggiunse a
bassa voce. «Nel minimo dettaglio.» Prese un grappolo dal
pianale e glielo porse. «Assaggiate.»
Phenîlas staccò alcuni acini e se li infilò in bocca. La buccia
sottile scoppiò alla minima pressione e il succo dolce e intenso
gli si riversò sulla lingua. «Deliziosa», disse sinceramente
ammirato. Avrebbe mangiato volentieri l’uva purché non fosse
entrata in contatto coi piedi degli umani.
«Allora potete immaginare come sarà il vino.» Dirisa gustò
qualche chicco. «Non menzioneremo mai il patto tra voi e
Natenian», proseguì con voce ferma. «È acqua passata e non
riporterebbe in vita Raikan. È deplorevole anche il fatto che
l’imperatore dei nani abbia parlato con Tenkil, ma il popolo non
verrà mai a conoscenza del contenuto di quella conversazione.
Per il Tabaîn, il guerriero è morto difendendo il suo sovrano ed
è stato divorato.»
«Mi fa piacere saperlo.» Ma ci crederò solo quando lo vedrò.
Dirisa si voltò verso di lui e s’infilò un acino tra le labbra con
fare provocante. Giocherellò col frutto: un gesto che non
stuzzicò particolarmente l’elfo. «Vi farà ancora più piacere
apprendere che le condizioni dell’accordo con l’impero degli
elfi resteranno invariate. Subito dopo l’incoronazione, il
Naishïon riceverà tutti i cereali che desidera. Inoltre vi venderò
le terre che volete e vi cederò alcune miglia quadrate per la
coltivazione delle vostre varietà di grano. Sotto la sorveglianza
dei miei guerrieri migliori.»
«Mi avete preso… totalmente alla sprovvista. Nel senso più
positivo del termine.» Quando arriva il ma che rovina ogni
cosa?
«Ringraziate gli dei per avermi dato la saggezza di capire
cos’è meglio per il Tabaîn. Dall’amicizia col Naishïon
nasceranno grandi cose.» Dirisa fece una risata allegra,
contenta di averlo colto di sorpresa. «L’amicizia tra i popoli
crea unità, mio caro Phenîlas, e dopo ciò che l’imperatore
Boïndil ha riferito sulla Porta di Pietra, l’unità è
indispensabile.»
«Avete ragione.» L’elfo non si capacitava. Nel risvolto del
guanto aveva nascosto una minuscola fiala di veleno da
somministrare alla principessa, ma non sembrava più
necessario. A meno che non sia una farsa.
Ma lo avrebbe scoperto soltanto dopo l’ascesa al trono, e a
quel punto sarebbe stato difficile avvicinarsi alla regina e
offrirle una bevanda letale.
La donna aveva forse intuito lo scopo della sua visita? La
gentilezza era un mezzo per sfuggire a un assassinio?
Devo eliminarla in ogni caso. È troppo volubile per essere
un’alleata affidabile. L’elfo fece un sorriso forzato. «Mi avete
messo in imbarazzo con l’invito all’incoronazione. Non ho
neppure un regalo. Come delegato del Naishïon, per
l’occasione dovrei portarvi monili o un oggetto elfico.»
«Voi, caro amico, sareste il benvenuto anche se entraste
nudo nel tempio di Palandiell.» La donna rise. «Posso chiedervi
un favore?»
«Certo, principessa.»
«Giurate che fingerete di essere stupito quando
apprenderete la notizia della mia incoronazione in presenza di
testimoni.»
«Ve lo giuro.» Phenîlas guardò gli acini. «Che l’uva mi dia la
morte, se non lo faccio.» Se li mise in bocca.
Dirisa ridacchiò. «Anche Mallenia vi cederà le terre, in
cambio di una promessa d’intervento qualora gli abitanti della
Terra Nascosta fossero in pericolo.» Batté le mani. «Non è
magnifico? Voi elfi potrete costruire il vostro regno.»
Phenîlas aveva visto molte cose, vissuto numerose
esperienze e sopportato diverse sofferenze, ma tutto ciò era
niente in confronto a quello che lo aspettava in cortile. L’uva gli
andò di traverso, e sarebbe soffocato se Dirisa non gli avesse
dato una pacca sulla schiena e impedito di entrare nella
dimensione finita.
Non gli restava altra scelta se non rispettare il giuramento.
Arrossato, inspirò a fondo. In quel caso, tuttavia, il silenzio e
l’attesa non comportavano nessuna difficoltà. La festa della
luna sarà indimenticabile.
Un nano che combatte con la spada apprezza anche la birra
annacquata.
Proverbio dei nani
XI

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, inizio dell’autunno

I
l Rabbioso sedeva davanti a una birra accanto al fuoco
nella sala principale, affollata da una ventina di nani.
Doveva essere il quarto o il quinto boccale della serata.
Si era isolato volutamente per riflettere mentre fissava
le fiamme. Rimuginò sulle rotazioni precedenti e su ciò
che Tungdil gli aveva detto.
L’amico gli aveva raccontato le avventure che aveva vissuto
nel mondo sotterraneo, un luogo che non aveva nulla in
comune con le stupende meraviglie dei regni naneschi. Laggiù
c’erano morte, dolore, atrocità, demoni e bestie, signori della
guerra e regine della morte, torturatori, creature
inimmaginabili e alleanze volte a rafforzare il potere malvagio.
Tungdil aveva descritto le proprie gesta, che non avevano nulla
da invidiare alle azioni più efferate mai compiute da un nano,
ma che erano state necessarie per sopravvivere. Tuttavia non
ne aveva parlato con orgoglio o gioia, bensì con sincero
disgusto.
Con ribrezzo verso se stesso. Il Rabbioso aveva notato
vistose differenze tra il primo e il secondo Tungdil.
La volubilità e l’enigmaticità erano del tutto assenti.
Naturalmente, l’eroe aveva molte cicatrici ed era circondato da
un’aura potente, ma non mostrava traccia di malvagità o di
bassezza. Qualunque cosa gli avessero fatto i gemelli trigemini,
l’effetto degli albi era stato neutralizzato. Il fatto che si fosse
sbarazzato dell’armatura di tionio e della Sanguinaria bastava
a dimostrare la sua trasformazione.
Boïndil proibì a se stesso di ascoltare troppo il cuore. La
testa aveva paura di prendere una decisione sbagliata, capace
di provocare la catastrofe che non si era verificata all’epoca del
primo Tungdil.
E se fosse un bravo attore? E se a tornare fosse stato un
mutaforma che vuole giocare con me e con la Terra Nascosta?
Si passò la mano sul volto rugoso e si accarezzò la barba come
se dovesse rabbonirla vezzeggiandola. Ho di nuovo un
Sapientone al mio fianco e non so se sia stato mandato da
Vraccas o da Tion in persona.
Ad aggravare la sua irresolutezza si aggiungeva il fatto che
Tungdil non dava segno di voler prendere il potere, come si
conveniva a un eroe. Non ambiva alla carica di imperatore né
alla corona della stirpe dei Terzi, che Hargorin gli aveva
offerto.
Riposare. L’unica cosa che desidera è riposare l’anima. Il
Rabbioso ringhiò insoddisfatto e vuotò la coppa. Capisco che
voglia starsene in panciolle per riprendersi dagli strapazzi, ma
l’anima? Per quanto tempo?
Quel comportamento tuttavia era indice di saggezza.
Probabilmente era meglio che per il momento Tungdil si
tenesse fuori dalle questioni dei nani. Nella Terra Nascosta,
chiunque lo avrebbe trattato con diffidenza perché era già
esistito un Tungdil della cui autenticità il Rabbioso era stato
convinto. Lasciava l’amaro in bocca vedere il vero eroe
guardato con sospetto mentre quasi tutti avevano seguito senza
esitazione la sua copia magica.
Sempre ammesso che sia l’originale, pensò il Rabbioso,
mettendosi le mani nei capelli. C’è da diventare matti! Vraccas,
fa’ qualcosa!
I nani effettuarono il cambio della guardia, causando un
certo trambusto nella sala.
I soldati appostati fuori entrarono portando dentro l’odore
della pioggia e un’umidità fredda. L’autunno usava la nebbia e
una leggera acquerugiola per mostrare agli abitanti della Terra
Nascosta che le notti avevano perso il loro tepore.
Beligata si avvicinò all’imperatore e fece un inchino. Nella
sinistra non portava la doppia ascia, bensì un oggetto piuttosto
lungo, avvolto in un panno rozzo. «Hai un attimo?»
«Certo.» Il Rabbioso era contento che avesse interrotto le
sue riflessioni: non conducevano a nulla, perciò tanto valeva
lasciar stare. Notò che Beligata aveva gli stivali e i pantaloni
bagnati fino alle ginocchia. «Non sapevo che ti avessero messo
di guardia.»
«Ho fatto una passeggiata.» La nana lanciò una rapida
occhiata intorno, quindi spostò un poco il tessuto per
permettergli di sbirciare sotto. Comparve una lama nera con un
lato seghettato. «Nel caso ci serva ancora», bisbigliò,
guardandolo speranzosa.
Boïndil fissò prima l’arma e poi Beligata, la cui cicatrice
sembrava luccicare. «Tungdil mi aveva detto di essersene
liberato.»
«È vero.» Beligata coprì la lama. «Nel caos della fuga dagli
abissi, nessuno si è accorto che durante il mio turno di guardia
sono tornata sul posto e l’ho recuperata.» Posò delicatamente
la mano sulla spada. La manica scivolò leggermente indietro,
rivelando l’inizio di un tatuaggio. «La Sanguinaria è potente. È
l’unica arma che può reggere il confronto con la Lama di
Fuoco. Starebbe bene non solo nella mano di un eroe tornato,
ma anche in quella di un imperatore.»
Giovane e inesperta. Il Rabbioso si lisciò la barba, che aveva
urgente bisogno di una pettinata. «Ti sei unita ai Liberi, ma è
palese che ragioni come una Terza. Sei pronta per buttarti
nella mischia», osservò Boïndil, in tono paterno. Posò a sua
volta le dita sulla spada. «Ma quest’arma non è adatta per chi
vuole fare il bene. È per questo che Tungdil se n’è sbarazzato.»
Beligata s’incupì. «Non è stato facile nascondere la
Sanguinaria agli altri. Credevo che mi avresti elogiata, non
rimproverata.»
«Ti ho spiegato perché non posso lasciarti la spada e perché
non la maneggerò nemmeno io. Non più.» Boïndil fece un
sorriso benevolo. «Farò in modo che sparisca per sempre.» E
tirò l’arma verso di sé.
Beligata tuttavia non la mollò. Il suo sguardo era incredulo,
con una punta di ostilità. «Sono tornata a prenderla e…» Si
morsicò il labbro.
Ha urgente bisogno di qualcuno che la guidi. Boïndil non
perse la sua gentilezza. «Hai dimenticato che stai parlando con
l’imperatore.»
«Sono una Libera!»
«Che però è intelligente. E che siederà al tavolo quando
riunirò i sovrani delle stirpi. Non puoi cavartela con una
scusa.» Boïndil strinse la presa e sentì montare la collera. Le
continue obiezioni la fomentarono, facendolo diventare rosso
come un gambero. «Non avresti nemmeno dovuto cercare
l’arma dopo che il vecchio proprietario l’aveva abbandonata!
Credimi, Tungdil aveva un motivo valido per lasciarla nel regno
dei demoni.» Il Rabbioso ebbe l’impressione che la cicatrice di
Beligata brillasse nella luce debole come fresco muschio
luminoso. Che cosa le succede?
La nana deglutì e lasciò la Sanguinaria. «Nascondila dove
non posso trovarla», gli consigliò, alzandosi di scatto.
«Altrimenti me ne impadronirò e la userò per compiere gesta
eroiche.»
«Hai un’ottima doppia ascia. Ti renderà famosa», ribatté
Boïndil, affrettandosi a bere un sorso. Non devo perdere il
controllo. Diede un colpetto al panno. «Questa invece ti
costerebbe una parte della tua vita.»
La nana si voltò bruscamente e uscì dalla sala.
«È impavida, ma sciocca», disse una voce che veniva dalle
tenebre accanto al Rabbioso.
Dall’ombra spuntò Tungdil, che si sedette su uno sgabello di
fronte all’amico. Indossava come sempre una veste rossa con la
runa di Vraccas all’altezza del cuore. «Ogni tanto mi ricorda
te.» Ridacchiò. «Da giovane, quando saltavi grugnendo nella
bocca dei maiali come se non potessero farti nulla.»
«Ed era proprio così.» Boïndil si era ripreso dallo stupore.
«Ti muovi furtivo come un Occhineri.»
«Io sono un mezzo Occhineri.» Tungdil rise sommessamente
e si diede un colpetto alla benda. «Vedi?»
«Questa sì che è buona», sghignazzò l’altro.
«Ma non uso più questi poteri. Lo Zhadár mi avrebbe
superato da molti punti di vista. L’elisir di sangue albico doveva
avere un’energia incredibile.»
«Speriamo che non avesse allievi.» Il Rabbioso ricordò che
pure Tungdil era esperto di alchimia. La luce del fuoco
mitigava l’orrore suscitato dalla faccia sfigurata. Accennò alla
Sanguinaria. «La farò distruggere.»
«È in grado di resistere alla Lama di Fuoco. Che cosa
potrebbe neutralizzare l’antica spada degli Eterni? La magia?»
Tungdil sembrava poco convinto. «Sono riuscito solo a
rimodellarla. Se vuoi un suggerimento, caricala su una
catapulta in una fortezza dei nani e lanciala il più lontano
possibile nella Terra dell’Aldilà. È bene che non resti qui.»
Guardò il fuoco. «Sai di cosa avrei voglia?»
«Di una birra?»
«Di un libro.»
Il Rabbioso sorrise. «Questo sì che è un desiderio tipico del
Sapientone.»
Tungdil fece un verso a metà strada tra il divertito e il
malinconico. «Un regno in cui i libri non trovano posto è un
regno perduto. Mi riposerò e leggerò molto. Negli ultimi
duecentocinquanta cicli saranno comparsi molti nuovi scritti.
Ho sentito dire che hanno scoperto le opere di un albo.»
«Sì, sono sbucate fuori quelle e molti altri volumi.» Boïndil
posò la Sanguinaria sotto la sedia, notando con gioia che
l’amico non tentava neppure di darle una sbirciatina. «Hai
passato le ultime rotazioni a raccontarmi episodi spaventosi
della tua vita.»
«Così raccapriccianti che hai dovuto annegare la paura
nell’alcol.» Tungdil ridacchiò. «Attento a non esagerare. Come
sai, un tempo bevevo troppo. Un ubriacone non è in grado di
prendere decisioni adeguate e si trascura perché deve pensare
a soddisfare i propri desideri. Devi bere di meno, vecchio mio.»
Gli mise la mano sulla spalla. «Ha a che fare con la
trasformazione?»
Mi legge come un libro aperto. L’imperatore gettò altri due
ceppi nel camino e si preparò mentalmente a confessare la
storia dell’elisir dello Zhadár. Dovette fare uno sforzo, ma la
raccontò con dovizia di particolari. «Da quando l’ho assaggiato,
ne voglio altro, perciò l’ira è tornata. Riesco a dominarla
soltanto con la birra, l’acquavite o qualunque cosa mi ottenebri
la mente», concluse Boïndil, battendosi il pugno sul petto.
«L’antica rabbia. Se non avessi già bevuto tanti boccali, le mie
urla avrebbero assordato Beligata.»
Tungdil rifletté. «Sai dove lo Zhadár aveva il proprio
laboratorio?»
Il Rabbioso non si sbilanciò. «Credo… di poterlo scoprire.
Perché?»
«Se capisco quali ingredienti usavano lui e gli albi per
distillare e trasformare il sangue elfico, sarò in grado di
preparare un antidoto.» Tungdil annuì impercettibilmente.
«Non sarebbe difficile. Ho imparato molte cose. Forse servirà a
liberarti di un fardello.»
La gioia di Boïndil fu effimera, subito sostituita dalla
diffidenza. Potrebbe somministrarmi qualunque cosa. «Me ne
occupo io», disse evasivo.
«Sono a tua disposizione. E grazie per esserti affidato a me.»
Tungdil indicò l’arma sotto il tavolo. «Disfatene. Una volta per
tutte.»
«Dato che siamo in tema di consigli, posso conoscere la tua
opinione sugli elfi?»
«Dovrei saperne di più.» Tungdil si piegò e appoggiò i gomiti
sulle ginocchia, quindi giunse le mani prive di anelli, sulle quali
s’intravedevano tatuaggi in parte sbiaditi e in parte
danneggiati. «Si tratta di una questione specifica, suppongo.»
Il Rabbioso riepilogò gli avvenimenti accaduti nel Tabaîn,
precisando pure che i tre Paesi elfici sarebbero stati fusi in un
impero. «Davanti alle porte della Terra Nascosta sono comparsi
piccoli accampamenti di Orecchi appuntiti in attesa di
entrare.»
«Quanti?»
«Ai diecimila già entrati se ne aggiungerebbero altri
quattromila, se li lasciassimo passare. Ho mandato un
messaggero da Ataimînas per informarlo della fiala di bianco
d’occhi, come lo chiamo io.»
«Bene. Finché questa faccenda non è chiarita terrei le porte
chiuse ed eviterei ogni contatto con gli elfi», suggerì
cautamente Tungdil. «L’esistenza di una tintura colorante
collima con la perfidia degli albi. La usano per disorientare gli
elfi. Il loro sovrano assoluto deve appurare al più presto quanti
nemici camuffati si nascondono nelle loro file. Non lo
ammetterebbe mai, ma penso sia molto lieto che tu abbia
respinto i Nuovi Arrivati.»
Il Rabbioso incise con l’unghia le proprie iniziali sul tavolo.
«E i tentativi nel Tabaîn?»
«Lascia che siano gli umani a occuparsene. Ricorda la
missione dei nani: noi sorvegliamo le porte e prendiamo le armi
quando la Terra Nascosta è in pericolo.» Tungdil si sistemò la
benda. «Può darsi che il subbuglio finisca presto.»
Boïndil lo guardò stupito. «L’assassinio del successore al
trono… lo definisci un subbuglio?»
«Non sono questioni che riguardano tutta la Terra Nascosta.
Aspetta, tieniti pronto, ma non immischiarti.» Tungdil raddrizzò
le spalle. «Bada alle porte. Gli elfi accampati all’esterno
cercheranno un modo per entrare. Gli albi travestiti, almeno.»
Si alzò stancamente dallo sgabello e si stiracchiò. «Il letto mi
chiama. Domani potrai chiedermi altre cose. Inoltre Hargorin
aspetta che io faccia delle migliorie alla gamba di latta.»
«Ti verrà in mente qualcosa.»
Tungdil sorrise. «La nostra giovane e irruente Beligata ti ha
mai spiegato come si è procurata quella strana cicatrice?»
«No.»
«Ma guarda un po’…» Tungdil si girò e si avviò verso la scala
che portava al piano di sopra. Gli aveva assegnato una stanza
in soffitta, in modo che non dormisse nel fienile con gli altri
nani finché le sue origini non fossero state chiarite.
«Tutto qui?» Il Rabbioso pensò di seguirlo, ma poi si
costrinse a restare seduto per non lasciare incustodita la
Sanguinaria. Beligata sarebbe stata capace di riprendersela.
Le fiamme che guizzavano nel camino lo spinsero a
concentrarsi di nuovo su se stesso. Aveva altre cose su cui
riflettere, dal laboratorio dello Zhadár alla cicatrice, al
consiglio di non intromettersi negli eventi del Tabaîn.
Darei qualunque cosa per conoscere meglio le capacità
magiche di Tungdil. Si fece portare un’altra birra da Heidor.
Non avrebbe smesso finché l’alcol non avesse placato la sete e
l’ira.
Occorreva interpellare Coïra senza indugio, ma non si
sapeva ancora che fine avesse fatto. Non aveva dato segni di
vita a parte la missiva che Phenîlas aveva letto durante la
riunione.
Boïndil alzò la testa e vide Hargorin che parlava con Gosalyn
e Beligata intorno a un tavolo. Sono stati protagonisti di un
piccolo miracolo, sebbene il Sapientone sia tornato in
superficie da solo. Bevve la birra ghiacciata, il cui sapore non
migliorava nemmeno dopo molti boccali, e si diresse verso il
gruppetto. Un piccolo miracolo. Proprio ciò di cui avrei
bisogno.

Terra Nascosta, Monti Grigi, regno dei Quinti, Porta di Pietra,


6492° ciclo solare, autunno

Balyndar imprecò sottovoce mentre percorreva il cammino di


ronda del battente destro della porta e fissava tra i merli la
massa grigia che si muoveva verso l’ingresso chiuso. Vraccas,
scacciala col tuo mantice divino.
Al suo fianco c’era il taciturno Girgandor Vettatempestosa, il
secondo comandante delle squadre, che subentrava in assenza
di Balyndar. Si era fatto rasare la testa e crescere la barba tinta
di biondo fino alla cintura; le ciocche nere e le trecce la
trasformavano in un’autentica opera d’arte.
La nebbia bassa non si era dissipata nonostante i venti e il
sole, la cui sfera giallastra si stagliava oltre i veli fitti sopra la
fortezza.
Sul cammino di ronda c’era una guardia ogni cinque passi,
incaricata di tenere gli occhi e le orecchie ben aperti per
assicurarsi che i nemici non volessero approfittare della
foschia. La preoccupazione produceva cautela, ma non paura.
Balyndis aveva dato il bizzarro ordine di trasferire nelle
fortificazioni i lupi delle forre che era stati catturati. All’olfatto
di quegli animali non sfuggiva niente. Fiutavano il nemico
molto prima che gli occhi dei difensori lo avvistassero. Sdraiati
sui pavimenti delle gabbie, rosicchiavano le ossa che erano
state date loro in pasto.
Con l’arrivo dell’autunno, le temperature sui Monti Grigi
erano diminuite, costringendo le guardie a proteggersi dal
freddo con mantelli pesanti e pellicce sopra le cotte e le
armature. La bruma si depositava sugli indumenti; perline
traslucide restavano appiccicate a qualunque cosa si trovasse
all’aperto, per poi unirsi in gocce e scorrere via.
Balyndar girò lo sguardo sulle macchine da difesa allineate.
«Marchingegni meravigliosi. Si ha sempre voglia di sparare
un colpo di prova o di appiccare un incendio», commentò
Girgandor.
Su ordine dell’imperatore, le catapulte erano dotate di
proiettili contenenti petrolio. I sacchi di cuoio sottile potevano
essere riempiti da grosse botti, incendiati e scagliati nel giro di
pochi secondi. Poiché ormai si sapeva come mettere in
ginocchio il ghaist, le guardie aspettavano senza ansia la sua
comparsa.
«Non è una cattiva idea.» A Balyndar piaceva meno il fitto
campo che riempiva la forra e che arrivava a cinquanta passi
dalla porta. Non solo era impenetrabile per gli occhi, ma
attutiva anche i rumori prodotti da eventuali nemici.
La distanza, inoltre, era troppo modesta per le catapulte a
lungo raggio. Così gli artigiani avevano ideato in tutta fretta un
dispositivo per scagliare oggetti in linea retta.
Il risultato era stato un macchinario che funzionava secondo
lo stesso principio della catapulta, solo che i proiettili erano
brocche d’argilla infuocate e porose che, al momento
dell’impatto, esplodevano incendiando il petrolio. Grazie a un
dispositivo di blocco, durante il lancio si poteva puntare la
canna orientabile, lunga otto passi, quasi verticalmente verso il
basso.
Balyndar si fermò, diede un colpetto affettuoso alla catapulta
e si voltò verso la strada. Può darsi che resti tutto tranquillo.
Voglio solo che la nebbia si dissipi. «Fanne caricare una.
Spariamo il fuoco perché inghiottisca la foschia.»
Girgandor annuì con entusiasmo e chiamò una squadra
operativa.
Secondo il rapporto della regina Balyndis, gli elfi avevano
sollevato obiezioni durante la riunione del Consiglio. Un
incaricato del Lesinteïl si era presentato poche rotazioni
addietro ma, dopo avere visto che davanti all’ingresso non
c’erano elfi, era ripartito per informare il suo sovrano. I Quinti
avevano taciuto di non avere aperto la porta agli elfi disperati.
Girgandor e Balyndar osservarono la catapulta che veniva
tesa con un argano a contrappesi e armata con una brocca
delle dimensioni di un nano. Uno stoppino imbevuto fungeva da
tampone; sull’argilla era stato distribuito uno strato di semi
infiammabili cosicché il proiettile bruciasse anche se avesse
perso la miccia. La velocità di volo, per quanto elevata, non
riusciva a spegnere entrambi. C’era poi un lungo caricatore che
faceva rotolare i recipienti nella canna dall’alto; la successione
di tiri era elevatissima.
«Che mi dici degli aquiloni? Le ali sono state allargate?»
domandò Balyndar.
«Non ancora. Ci stiamo lavorando, e presto saranno pronti»,
rispose Girgandor. «Sarà magnifico quando si alzeranno in volo
per proteggerci.»
Balyndar si posò le mani sulla cintura. «Sì, sarà sublime.»
All’improvviso un nano con una leggera armatura di pelle
uscì dalla torre alla sua destra e si precipitò nella sua
direzione. Era un messaggero con un cilindro di cuoio. «Una
lettera della regina.» Allungò il braccio come se stesse
correndo una staffetta.
«Dev’essere importante, se ti affretti così.» Balyndar prese
l’involucro, aprì il coperchio ed estrasse il foglio, coperto dalla
calligrafia di sua madre. Gli bastò dare una rapida scorsa per
comprendere il motivo di tanta urgenza.
«Aspettate a sparare», ordinò Girgandor. «Anche tu devi
goderti lo spettacolo. Nuove istruzioni della sovrana?»
«Un aggiornamento.» Balyndar non capiva cosa fosse preso
ai potenti della Terra Nascosta. «Indovina un po’? Mallenia ha
ceduto agli elfi alcune aree del Gauragar.»
«Ceduto nel senso di regalato?»
«Così mi sembra di capire.» Balyndar estrasse un altro
foglio, su cui era schizzata una mappa coi nuovi confini.
«L’impero elfico sotto la guida del Naishïon si estende ora fino
ai Monti Grigi.»
Girgandor esaminò le linee e fece una smorfia contrariata.
«E il Tabaîn non è stato da meno.» Si grattò il mento: la barba
tinta di biondo si divise al centro come un sipario. «Se non
erro, l’Ido ha donato senza motivo quasi la metà del Gauragar.
Gli abitanti non faranno certo i salti di gioia.»
Balyndar cercò invano precisazioni sulle sorti degli umani
che si ritrovavano di colpo a vivere in un regno elfico. «O
pagano le imposte o se ne vanno.»
«Se conosco bene gli Orecchi appuntiti, rivendicheranno le
terre per il loro popolo.» Girgandor scrollò il capo, incredulo.
«E il Consiglio ha approvato tutto ciò?»
«I sovrani sono unanimi. Che cosa ce ne importa se
rinunciano ai loro territori?»
«A quale prezzo? Anche i regali ne hanno uno. È invisibile,
ma lo sentono tutti.»
«Chi ha gli elfi come nuovi amici non ha granché da temere.
Sarà stato questo il ragionamento che Dirisa e Mallenia hanno
fatto.» Balyndar rinfilò il messaggio nel cilindro. «Tuttavia i
vecchi amici sarebbero più importanti.»
«Non ci definirei propriamente ’amici’.» Girgandor sollevò la
testa quando il vento si alzò e soffiò all’improvviso da
meridione a settentrione. «Siamo stati fedeli al dio Vraccas
portando a termine i compiti che ci ha affidato.»
«E non viviamo forse in pace e in armonia con gli umani?»
Balyndar aveva l’impressione che il suo vice prendesse la
questione sottogamba. «Aspettiamo di vedere l’effetto di questi
cambiamenti. Possono donare vantaggi inattesi alla Terra
Nascosta.»
«Io continuo a considerarla un’invasione abilmente
camuffata. Gli Orecchi appuntiti, sotto il manto dell’amicizia,
stanno facendo ciò che la Terra Estinta, gli albi, i mostri e i
demoni non sono riusciti a fare, e tutti li applaudono.»
Girgandor fece segno di accendere la miccia sull’anfora. «Si
direbbe che Vraccas abbia deciso di togliere di mezzo questa
nebbia fastidiosa col suo mantice. Tuttavia mi piacerebbe
vedere fin dove arrivano i proiettili.»
Balyndar congedò il messaggero con un cenno del capo. Non
era necessario rispondere alla regina. «Spero con tutto il cuore
che l’occupazione delle terre nel Tabaîn e nel Gauragar si
svolga senza che gli abitanti scatenino una rivolta.»
«Gli elfi sono furbi. Di sicuro distribuiranno vino e perle di
vetro, e tutti abbandoneranno di buon grado i campi dei loro
antenati, convinti di avere fatto un ottimo affare.» Girgandor
fece inclinare la lunga canna di ferro, come se la macchina
dovesse sparare in cielo un secondo piccolo sole. «Quando vuoi,
Balyndar.»
Il comandante puntò gli occhi castani sui veli di bruma che si
allontanavano sospinti dalle raffiche. La distanza aveva
raggiunto i settanta passi. «Fuoco!»
Qualcuno premette il grilletto: il filo teso scattò in avanti
ronzando e catapultò il carrello insieme col recipiente
attraverso la canna. La brocca d’argilla volò via tra sibili e
scintille, quindi svanì nella foschia.
Balyndar e Girgandor tesero le orecchie per captare il
tintinnio e aspettarono l’esplosione.
Niente.
Che delusione.
«Può darsi che si sia rotta in aria», ipotizzò Balyndar.
Una supposizione che un nano della squadra operativa
respinse fermamente: lo spessore delle pareti era stato
calcolato con la massima precisione.
«Ricaricate e sparate», tagliò corto Girgandor. «Non voglio
sentir volare una mosca.»
Di lì a pochi istanti, dal bordo superiore del battente un
secondo proiettile fu scagliato verso la nebbia, che era
arretrata di altri dieci passi.
Le guardie non si mossero, nulla doveva soverchiare
l’eventuale boato.
Ma ancora niente.
«Colpa della bruma.» Balyndar si piegò tra i coronamenti
delle mura e girò la testa per captare qualcosa. «Vraccas,
mandaci un vento arroventato dalla tua fucina per disperdere
questa foschia», mormorò inquieto.
«Laggiù!» Girgandor indicò verso il basso.
Balyndar scrutò la strada.
Dalle nuvole grigie e turbinanti spuntarono due piccole luci.
Si profilarono i contorni di due braccia maschili, nude e
muscolose, e due mani che stringevano le anfore. Quindi si
materializzarono il busto protetto da un’armatura di cuoio
marrone, le gambe infilate in un paio di stivali e infine l’elmo di
rame lucido con le rune bianche.
Le ha prese al volo! Balyndar ordinò di occupare tutte le
catapulte. I corni e le campane suonarono, ed echeggiò un
calpestio accompagnato dal tintinnio e dallo strofinio degli
anelli delle cotte.
Girgandor camminò avanti e indietro, urlando alle squadre
di essere più veloci.
Il ghaist rimase immobile con le brocche fiammeggianti tra
le dita. Essendo un essere magico, costituito da diverse anime
imprigionate e da un potente incantesimo, era immune al
dolore.
«Non sparate!» gridò Balyndar. «Solo quando lo dico io.»
«Perché?» domandò Girgandor, perplesso. «Non avremo più
un’occasione migliore.»
«Lancerà le brocche, e voglio sapere fin dove.» Balyndar
voleva saperne di più sul nemico prima di annientarlo col
calore. «Sembra che non tema il fuoco.»
«Finché le fiamme non fondono l’elmo, probabilmente
resterà davanti alla nostra porta per rotazioni», osservò
allegramente Girgandor. «Non starebbe male sui battenti. Non
trovi? Potremmo inchiodarlo.»
Balyndar ebbe un’illuminazione. «Non si limita a starsene lì.
Sta dando un segnale!»
Il vento allontanò ulteriormente la bruma, rivelando gambe,
busti e teste che appartenevano alle creature più disparate.
Come una coperta pallida, la foschia si levò dall’esercito
schierato sulla strada larga trenta passi.
La maggioranza era formata da umani, ma c’erano anche
creature che normalmente si cibavano di loro. Mezz’orchi di
diverse corporature, due orchi e altri mostri del regno di Tion
che, muti e immobili, alzarono la testa e fissarono i merli del
baluardo.
«Soltanto qualche migliaio», constatò Girgandor, trionfante.
«Un’accozzaglia cenciosa e miserabile. Sarà un massacro
rapido.»
Niente scale né arieti, niente ganci da arrampicata né corde.
Balyndar non capiva quali fossero le loro intenzioni. A mani
nude non sarebbero mai riusciti a scalare la roccia né
tantomeno la liscia porta di granito. Inoltre, pochissimi avevano
con sé armi o corazze. Che cos’hanno in mente? Si concentrò
sulla bruma sempre più rada. Aspettano le torri d’assedio?
Anche in quel caso, tuttavia, era difficile immaginare come si
sarebbe svolto l’attacco. Davanti al baluardo dei figli di Vraccas
non era mai comparso avversario più impreparato. Oppure
sono morti viventi? Balyndar era sconcertato, ma grazie alle
macchine della morte che lo circondavano si sentiva pronto a
respingere l’aggressione. Si proibì tuttavia di essere troppo
arrogante.
L’esercito si allungava sulla strada angusta, tra le pareti
delle montagne e le cime svettanti.
E oltre…
E ancora più in là…
Migliaia di guerrieri disposti in file compatte. Immobili.
Silenziosi.
Il vento mormorò piano, facendo garrire le bandiere della
fortezza. Non si udiva altro suono.
Al vedere le facce e i grugni inespressivi, Balyndar fu
percorso da un brivido. Devo correggere i miei calcoli. «Sono
stipati come sardine. Ogni sacco di petrolio od ogni masso ne
ucciderà cento», disse a Girgandor.
Il sole brillò sulle schiere avversarie, mostrando chiaramente
ai nani che non avevano motivo di preoccuparsi. Neppure il
numero dei nemici costituiva una minaccia.
«Così risparmiamo i proiettili», replicò l’altro, asciutto.
«E…»
Senza che il ghaist avesse dato un segnale o un ordine, la
massa si mise in movimento. Avanzò muta, aggirando l’essere
con l’elmo di rame. Chi lo urtava rimbalzava oppure veniva
schiacciato dai compagni e finiva a terra, dove gli stivali lo
calpestavano senza pietà. Il fiume di guerrieri scorreva come
acqua, verso i volti e gli occhi sui merli. Era quella la loro
destinazione, il luogo che dovevano raggiungere.
«Che cosa fanno?» Girgandor era incredulo. «Come hanno
intenzione di prenderci d’assalto? Hanno scale invisibili?»
Il ghaist rimase immobile nel mare di corpi, sempre
stringendo le brocche infuocate. Poi improvvisamente le
scaraventò verso la fortezza.
Balyndar non si meravigliò di vederle volare fino alla porta,
ma si frantumarono molto più in basso, incendiando la pietra.
Non appena il petrolio e la modesta quantità di pece si furono
esauriti, le fiamme si spensero. Il granito era abituato alle alte
temperature, e il fumo nero fu sospinto verso nord dalle
raffiche.
«Sterminate la feccia!» ordinò Balyndar e, a un segno di
Girgandor, le catapulte scagliarono i proiettili micidiali. Vorrei
che ci fossero gli aquiloni.
Come previsto, il fuoco liquido aprì corridoi e spazi vuoti tra
le file nemiche. Le pietre investirono decine di umani, quindi
rotolarono via e spappolarono innumerevoli corpi. Dopo pochi
lanci, la roccia grigia si tinse di rosso, nero e verde, a seconda
del sangue che scorreva nelle vene dei caduti. Brandelli e
frammenti furono scaraventati nell’aria dai massi rotanti.
«Non li sento urlare», gridò Girgandor per soverchiare il
baccano delle macchine da lancio, che venivano ricaricate
senza sosta affinché tornassero a seminare la morte. «Che
cos’hanno ricevuto per sopportare passivamente ciò che
infliggiamo loro?»
Sono pazzi. Balyndar non sapeva cosa rispondere. Perfino i
nani avrebbero urlato di dolore quando il fuoco li avesse
investiti, oppure si sarebbero fatti coraggio invocando Vraccas
a squarciagola affinché li aiutasse a sconfiggere il nemico.
«Sembrano indifferenti al proprio destino.» Un’antica massima
del suo popolo insegnava che gli avversari di quel tipo erano i
più pericolosi. «Aprite gli scarichi. Preparate la scoria e
l’acqua.» Balyndar salì sul muro, si aggrappò al merlo per non
essere spazzato via dal vento e guardò l’orda sempre più
vicina.
«Pare che non finiscano mai. Più la foschia si dissolve, e più
numerosi diventano», osservò Girgandor.
Chi spreca un esercito in modo così assurdo, anche se
queste creature non sono molto adatte ai combattimenti?
Balyndar concluse che era solo una prova, un’esercitazione, un
attacco simulato. Forse il vero avversario, che non si era ancora
palesato e che di sicuro si nascondeva lontano, spiava gli
avvenimenti con un cannocchiale. Se così fosse, si renderebbe
conto esattamente di quali armi dispone la fortezza.
I nani non ne avevano mai fatto mistero, e quelle
informazioni non sarebbero state di nessuna utilità
all’aggressore. Le velocità di carico erano troppo alte e le
munizioni troppo numerose perché si aprisse un varco
sufficiente per un’avanzata. Le frecce, i giavellotti e il petrolio
si sarebbero esauriti dopo molte rotazioni.
È questa la ragione di un simile spreco? Balyndar guardò
verso settentrione, lungo la strada. Lassù è forse appostato un
esercito più pericoloso?
«Costruiscono una rampa coi loro corpi», notò Girgandor.
«Guarda! S’impilano come i granchietti rossi delle caverne per
superare l’ostacolo.»
Balyndar la giudicò una tattica poco efficace. La distanza tra
il terreno e il parapetto era di oltre cento passi. Li abbiamo
buttati giù dieci volte prima ancora che si avvicinassero. Si
accorse che le bestie malridotte, gli umani stremati e le altre
creature si ammucchiavano rapidamente e che al centro dei
battenti andava innalzandosi una torre malferma, simile a un
tralcio dotato di vita propria o a un tentacolo guizzante capace
di trascinarsi verso l’alto.
«È da tempo che non mangio granchi», replicò Balyndar.
«Si vedono raramente presso gli sbarramenti davanti ai
mulini ad acqua.» Girgandor diede il segnale di versare la
scoria liquida sugli aggressori.
Risuonò lo squillo di un corno.
I pentoloni di dieci passi di diametro, riscaldati sul piano
murato sotto di loro, si ribaltarono grazie a un sistema di
catene e carrucole, rovesciando il contenuto nei canali di
distribuzione.
I residui fusi della produzione del ferro uscirono dalle
aperture ribollendo e gorgogliando, e lavarono via la rampa
sempre più alta come se fosse formata da insetti fastidiosi.
La torretta barcollante crollò e si divise in frammenti piccoli
e grandi sotto la valanga rovente. Il vapore e il fumo
accecarono i nani. Il tanfo di carne bruciata era penetrante.
Balyndar aspettò le urla, ma continuò a non udire nulla. Lo
scroscio della scoria, i rumori meccanici delle macchine di
distribuzione e il ronzio dei proiettili inesorabili echeggiavano
ovunque. Tuttavia gli aquiloni ci sarebbero utili. Arrivano assai
più lontano delle fionde più robuste. Spostò lo sguardo sulla
strada e trasalì.
Coi blocchi di pietra che li avevano bersagliati, gli aggressori
avevano costruito una rampa più stabile che somigliava molto a
un ponte. Doveva essere già alta quaranta passi e lunga dieci,
ma era troppo lontana per consentire l’accesso alla fortezza.
«Mirate da quella parte», ordinò Girgandor, ridendo.
«Niente male, date le condizioni, e molto veloce. Ma troppo
distante. Hanno strateghi mediocri.»
Balyndar, però, era certo che si trattasse di un’esercitazione.
L’esercito cercava di stabilire quanto tempo occorresse per
assemblare le pietre. La priorità non era l’estetica, bensì la
rapidità d’innalzamento.
«Lasciate perdere il ponte», disse annullando l’ordine del
suo vice. «Incenerite i mostri. Poi manderemo una pattuglia ad
abbattere la struttura e a recuperare le pietre. Non intendo
certo lasciare loro il materiale da costruzione.» Voleva che la
feccia venisse distrutta. Totalmente.
Sotto il ponte stava accadendo qualcosa.
Unendo le forze, i mostri legarono assi grossolane e due
rocce per erigere un’altalena a bilico che a un’estremità si
sollevò sotto il presunto ponte. Dalla parte opposta c’erano…
«Vraccas, sono in due!» esclamò Girgandor.
Balyndar distinse le due figure con gli elmi di rame.
«Sparate con tutto ciò che abbiamo!» ordinò, stringendo le
palpebre. «Annegateli nel petrolio e create un lago infuocato!»
Le lunghe canne d’acciaio ruotarono e le piattaforme delle
enormi catapulte, sostenute da cuscinetti a sfera, consentirono
alle squadre operative di cambiare orientamento nel giro di
pochi istanti.
Gli aggressori, tuttavia, non restarono con le mani in mano.
Il pezzo anteriore della rampa fu demolito da un gruppo di
bestie. Le torri rovinarono sull’estremità sollevata dell’altalena,
abbassandola con forza. L’altro lato si alzò, trasformando i
ghaist in proiettili. Quindi la rampa e l’altalena scomparvero
nella furibonda tempesta di roccia e fiamme.
Troppo tardi. Balyndar osservò il volo degli esseri magici.
«Lo slancio è sufficiente», mormorò. Saltò sul cammino di
ronda e sguainò la Lama di Fuoco. «Fate attenzione», avvisò le
guardie. «Stanno arrivando!»
«Che stupidi. L’impatto li manderà in mille pezzi», commentò
Girgandor.
«Sanno bene quello che fanno.» Balyndar brandì l’ascia.
«Soltanto il fuoco può distruggerli. L’hai dimenticato?»
«Hanno… quasi cento passi da…»
Un ghaist piombò coi piedi avanti su una catapulta e spezzò
in due la spessa trave del braccio di lancio. La parte col
contrappeso oscillò verso il basso, quella con la cucchiara si
abbatté sul baluardo, seppellendo molti nani. Il guerriero
gigantesco atterrò con uno sbuffo cupo sul cammino di ronda, a
trenta passi da Balyndar.
Il secondo ghaist invece volò oltre i merli.
Le canne d’acciaio delle macchine da lancio seguirono la
traiettoria e i recipienti infuocati tracciarono scie luminose nel
cielo, ma non centrarono il mostro.
Che fosse previsto oppure no, la creatura superò qualunque
ostacolo e cadde nel cortile dietro l’immenso portale. Il granito
si scheggiò sotto le sue suole, con le crepe che si allungavano
in ogni direzione. La violenza dell’impatto non gli fratturò le
gambe né la spina dorsale.
«Per Vraccas!» Girgandor urlò istruzioni, ma le squadre
operative dovettero smettere perché nel cortile i nani
correvano ovunque.
Il ghaist si raddrizzò e, senza degnare i merli di un’occhiata,
si precipitò verso l’accesso ai Monti Grigi e al regno dei Quinti.
Spazzò via gli avversari. Asce e scuri non lo scalfivano
nemmeno, le mazze chiodate e ferrate erano inutili.
«Chiudete la porta interna!» L’ordine di Balyndar arrivò
troppo tardi: uno dei due ghaist si era intrufolato nelle gallerie.
Imprecando, il nano si voltò verso l’altro. «Tu non passi»,
proclamò, pur sapendo che l’avversario avrebbe semplicemente
potuto spiccare un salto. Prese la rincorsa per vibrare un
poderoso colpo d’ascia. «Vediamo se la Lama di Fuoco arde
abbastanza per staccarti le rune dall’elmo!»
Il ghaist parve pronto a raccogliere la sfida. Dalle fessure
della visiera uscì una luce bianca; il mostro non si mosse né
provò a schivare il fendente.
Balyndar lo aveva quasi raggiunto. Lanciò un urlo di guerra
assordante, ruotò su se stesso e centrò l’elmo con un colpo in
diagonale.
I diamanti sulla lama si accesero di un chiarore abbagliante.
Promemoria per il sottoscritto:

scrivere parti dell’opera infamante con l’estratto della


radice di timino. La mia opinione sincera e il resoconto
veritiero dei fatti saranno visibili solo agli occhi degli albi;
cercare le radici di timino, pressoché inesistenti
nell’Idoslân;
procurarsi aghi sottili la cui puntura sia
impercettibile sulla pelle. Mallenia e tutti
coloro che meritano la morte recheranno
un segno affinché qualunque albo sappia
chi prendere di mira per primo.
Annotazioni perlopiù distrutte e poi ripristinate
agli Scritti della verità, compilati sotto costrizione da
Carmondai
XII

Terra Nascosta, regno del Tabaîn,


6492° ciclo solare, tardo autunno

P
henîlas era nella tenuta dell’ex sovrano del Tabaîn,
sull’ampia terrazza collocata sul tetto dell’edificio di
pietra rettangolare da cui lo sguardo spaziava sui campi
circostanti e sui bassi frutteti. La sedia imbottita era
comoda, la veste di seta sotto l’armatura di cuoio gli
donava un piacevole refrigerio. Una tenda lo riparava dal sole
cocente.
Il padrone di casa si faceva aspettare; la piattaforma con cui
era salito l’elfo era ancora di sotto. I servitori si prendevano
cura dell’ospite servendogli tè, pasticcini e frutta fresca.
Col sapore delizioso delle mele caramellate sulla lingua,
Phenîlas rifletté sui cambiamenti fulminei avvenuti nella Terra
Nascosta, tra cui non figurava soltanto l’incomprensibile
donazione di Mallenia, che ormai era nota a tutti.
Dopo la visita a Dirisa, l’elfo aveva assistito all’incoronazione
nella Città delle Spighe e, durante il grande evento, era
diventato per decreto il delegato ufficiale del Naishïon e del
regno elfico.
Natenian e Dirisa avevano organizzato una cerimonia
grandiosa, prima nel tempio e poi sui gradini del piazzale
antistante, per gli spettatori che si erano riuniti a migliaia.
Durante i discorsi avevano ricordato Raikan, la sua «morte
eroica» e la sua scorta. A Phenîlas era toccato il ruolo dell’elfo
riconoscente che ostentava ancora una volta rammarico e
compassione.
Poi Natenian aveva spiegato che stava molto male, che non
sarebbe mai riuscito a colmare il vuoto lasciato dal fratello e
che pertanto avrebbe rinunciato al trono. A suo giudizio non
esisteva candidata più adatta di Dirisa, aveva aggiunto.
La cosa incredibile era che la moltitudine aveva esultato.
La paura più grande di Phenîlas si era rivelata infondata.
Non c’erano stati atti di violenza, insulti né lanci di frutta o
uova marce contro la nuova sovrana. Dall’espressione di
qualche aristocratico era palese che non capivano la decisione
di Natenian ma, finché il popolo si fosse schierato dalla parte
della giovane regina, qualunque iniziativa sarebbe stata vana.
Durante la seduta successiva del Consiglio, Phenîlas aveva
dichiarato che Dirisa aveva il pieno appoggio e l’amicizia del
Naishïon, dando così un avvertimento a quelli che meditavano
di negarle la propria fedeltà.
All’epoca Natenian si era già dimesso, e dopo
l’incoronazione non si era più fatto vedere. Perciò l’invito alla
tenuta era giunto per Phenîlas ancora più inaspettato. Non
c’era nulla da discutere, Natenian non svolgeva nessun ruolo
negli avvenimenti della Terra Nascosta.
Che cosa vuole da me? Era per pura curiosità che in quel
momento Phenîlas si trovava lì.
Il cigolio delle ruote dentate annunciò l’arrivo della
piattaforma di carico.
L’elfo posò la mela sul piatto e si alzò per salutare l’uomo,
che era soltanto un aristocratico di stirpe reale. Dopo una
breve menzione sui libri di storia, il suo nome sarebbe caduto
nell’oblio. E nessuno scoprirà che ha fatto uccidere suo fratello.
L’elfo inclinò leggermente la testa quando il vecchio
deforme, con un’ampia veste giallo grano, si avvicinò
ansimando.
Natenian si trascinava con due stampelle lungo la terrazza, e
si lasciò cadere gemendo sulla poltrona modellata sulla forma
del suo corpo. I servitori gli misero davanti dei pezzetti di
frutta e versarono tè e succo nelle coppe preziose, quindi si
allontanarono di qualche passo.
«Scendete», ordinò Natenian.
Phenîlas notò che i due uomini si scambiavano un’occhiata
confusa ed esitavano.
«Signore», protestò uno di loro. «Noi…»
«Andate», lo interruppe Natenian, spostandosi le ciocche
sudate dalla fronte. «Anche se non sono più re, dovete obbedire
ai miei ordini.»
I servitori s’inchinarono, salirono sulla piattaforma e
scomparvero, accompagnati dallo sferragliare degli ingranaggi.
Sulle prime Natenian ignorò l’elfo. Usò una stampella per
tirare verso di sé le ciotole e i piatti di frutta e pasticcini.
Alcuni bocconi scivolarono sul tavolo o caddero a terra, ma non
vi badò. Mangiò di gusto, chiudendo le palpebre soddisfatto e
facendo versi estasiati.
Phenîlas si schiarì la voce e sorseggiò l’acqua. Il mio tempo è
troppo prezioso per guardarlo abbuffarsi.
Aveva con sé il contratto tra il Tabaîn e il regno elfico, che il
Naishïon aspettava con urgenza; a oriente, inoltre, si
ammassavano nuvole scure. Sopra i campi mietuti si
raccoglieva un’aria surriscaldata che avrebbe scatenato
violenti temporali e cicloni. Era per quella ragione che nel
regno si costruivano edifici di pesanti pietre squadrate.
I venti impetuosi avrebbero travolto e ucciso un elfo a
cavallo.
Sarebbe meglio partire subito.
«Vi state domandando perché siete qui.» Natenian aveva la
bocca e il mento sporchi di succo e briciole.
«Proprio così.»
Il vecchio indicò le ciotole e i piatti vuoti. «I miei guaritori mi
hanno proibito molto tempo fa di mangiare queste leccornie,
perché m’indeboliscono. Così avrei regnato sul Tabaîn ancora a
lungo, hanno detto.» Si mise in bocca un acino di uva spina,
schizzandosi le labbra di succo. «Sono stato un bravo re e sarei
stato migliore di Raikan o Dirisa.»
«Il mio Naishïon apprezzerà ancora di più che vi siate
ritirato per salvaguardare la pace nel vostro Paese.»
Natenian rise. «Non so neppure come mi sia venuto in
mente. Se ci ripenso, non me ne capacito, ma stranamente ho
la sensazione che sia stata la scelta giusta. Irreale ma giusta.»
L’uomo ruttò, poi mangiò anche un pezzettino di torta.
«Ora vi concedete questi piaceri perché la vostra longevità
non ha più importanza», precisò Phenîlas. Un comportamento
frequente tra gli umani.
«Una volta ero vostro alleato, elfo.» Natenian si leccò le dita.
«Ho firmato un accordo preliminare con voi, ho sacrificato mio
fratello e la vita dei suoi compagni per il bene del regno. Che
cosa mi è rimasto?» Accennò ai campi. «Cereali che mi
appartengono.» Puntò il dito umido di saliva verso gli alberi. «E
frutti che mi uccidono quando li mangio. Una vita splendida,
no?» Si batté la destra sul petto. «Meno male che sono bello e
sano. Altrimenti non avrei più nulla», concluse con una risata
amara.
«Sono certo che il mio signore vi risarcirà.»
«Non può. Ciò che ho fatto sarebbe stato utile solo alla
reggenza del Tabaîn», replicò Natenian, in tono duro. «Sono
seduto su un grosso mucchio di spazzatura, anzi di sterco.»
Afferrò le ciotole di uva spina e le scagliò via con un gesto
rabbioso. «Sterco!» Seguirono torte, mele e le brocche di
succo, scandendo i lanci con una serie ininterrotta di «sterco».
Phenîlas si alzò. La veste di seta ricamata era troppo costosa
perché si macchiasse irreparabilmente. «Potete sbraitare e
lanciare la frutta anche senza di me.» Fece un cenno di saluto.
«Il mio Naishïon mi aspetta.»
Natenian si sollevò con un grosso sforzo sulle gambe
arcuate, appoggiandosi al bordo del tavolo. «Voi siete stato la
mia rovina. Voi siete stato la fine di mio fratello», disse in tono
cupo. «E non scorgo nemmeno un barlume di rimorso nei vostri
occhi o sul vostro volto arrogante. Avete messo in atto queste
macchinazioni a spese degli altri.»
«La posta in gioco non è solo la vita dei re», ribatté Phenîlas.
«Avrei fatto di peggio pur di garantire la sopravvivenza del mio
popolo.»
«Cereali insanguinati!» urlò Natenian, fuori di sé. «Ecco
cosa vogliono mangiare i vostri elfi. Che i loro stomaci si
gonfino fino a far esplodere le viscere.» Si spostò lungo il
tavolo aggrappandosi al ripiano e avvicinandosi a piccoli passi.
«Questa è la mia maledizione.»
«In questo modo non perirebbe solo il mio popolo.» Phenîlas
indietreggiò lentamente verso la piattaforma.
«Resterete ad ascoltare i miei rimproveri!» Natenian cercò
di afferrare l’elfo, ma le dita appiccicose sfiorarono soltanto il
colletto della camicia di seta.
Maledizione, me l’ha rovinata! «Se supererete questa
rotazione, capirete cosa intendo. Al momento giusto riveleremo
gli scritti della Creatrice, anche se non posso dirvi quando
accadrà.» Phenîlas indicò i pezzetti di torta e frutta disseminati
qua e là. «Oppure potete ingozzarvi dei cibi che vi uccidono.»
Indispettito, controllò il colletto e notò le impronte chiaramente
visibili.
Natenian chinò il capo; i capelli castani umidi parevano neri.
«Non capisco come possiate vivere con questo peso.» Si guardò
le dita imbrattate di succo rossastro.
L’elfo sorrise. «Trovate una droga che vi doni bei sogni. Fate
sapere al mio signore cosa desiderate come risarcimento per la
perdita del trono.» Si voltò e si diresse verso la piattaforma. Un
incontro inutile. Non ho capito cosa voleva da me.
«Dite al vostro Naishïon che il tradimento nei miei confronti
gli costerà caro», gridò il vecchio.
Phenîlas ebbe la tentazione di fermarsi e sconsigliargli di
ricattare il regno elfico, ma dopo una breve esitazione
proseguì: l’ex re, che riteneva di essere stato derubato e
ingannato, parlava sulla scorta di sentimenti feriti.
Comprenderebbe ogni cosa, se conoscesse gli scritti di Sitalia.
«Mangiate più bacche, se non lo sopportate. E masticate più in
fretta.»
Natenian tacque.
Quando Phenîlas ebbe raggiunto il pozzo, coperto da una
botola di pesanti tavole di pietra, azionò col piede il
meccanismo incassato nel pavimento per dare il segnale ai
servitori.
Risuonò il lieve cigolio delle ruote dentate, seguito da un
tonfo sordo alle sue spalle.
L’elfo si girò, ma Natenian era scomparso. Da sotto giunsero
urla di orrore attutite. Phenîlas non ebbe bisogno di controllare
per scoprire cosa fosse successo: Natenian si era suicidato.
L’attesa della morte dovuta al consumo eccessivo di frutta gli
è sembrata troppo lunga.
Un campanello tintinnò, la botola si aprì e sulla piattaforma
si materializzarono due servitori. Fissarono l’elfo sbigottiti,
quindi abbassarono lo sguardo sul suo colletto.
Le impronte. Phenîlas sapeva bene come i domestici
avrebbero interpretato la scena: cocci di stoviglie sparsi
ovunque, le urla, le stampelle appoggiate al tavolo e
l’aristocratico sfracellato ai piedi dell’edificio. Le prove
apparenti avvaloravano l’ipotesi di una zuffa.
E di un assassinio.

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, inizio dell’inverno

«Quanto manca?»
Gosalyn sbuffò quando udì la domanda spazientita di
Beligata, che la nana ripeteva almeno quattro volte a rotazione.
«I posti di guardia non sono lontani», rispose. «Al più tardi
domani.»
Hargorin borbottò qualche parola di approvazione e il
silenzio tornò ad avviluppare il gruppetto, che stava
attraversando la Terra Nascosta per compiere una missione
segreta in nome dell’imperatore.
La prima destinazione era a sud, sui Monti Blu.
Per raggiungerla avrebbero dovuto superare il Gauragar e
tagliare per il regno desertico del Sagreîn, il cui solo pensiero
faceva accapponare loro la pelle. Nessuno amava le montagne
di sabbia morbida, che muovendosi potevano inghiottire i
viandanti, né le solitarie distese di detriti che si allungavano a
perdita d’occhio. Il sole cocente impediva la crescita di
qualunque pianta, le notti erano gelide e non c’era nulla con
cui accendere il fuoco.
Per il momento, tuttavia, erano ancora nel Gauragar.
Nella parte meridionale, vicino al confine col Sangreîn, gli
inverni erano assai più miti e gradevoli di quelli cui i nani delle
montagne erano abituati. Perciò Hargorin, Beligata e Gosalyn
avevano fatto a meno delle pellicce e si erano accontentati di
mantelli imbottiti da portare sopra le giubbe e le cotte: anziché
congelare, sudavano. E gli abitanti di città e villaggi si
meravigliavano dell’abbigliamento leggero dei tre nani, che
trottavano lesti sui loro pony.
E lo chiamano freddo, questo? Non rabbrividirebbero
nemmeno i nostri bambini, pensò Gosalyn, divertita.
Chiunque avesse fatto la guardia su una fortezza dei nani
conosceva le raffiche gelide e taglienti, la condensa ghiacciata
sulla barba o sotto il naso, la sensazione che i bulbi oculari si
congelassero o che gli arti s’irrigidissero e si spezzassero. In
confronto, l’inverno gauragariano somigliava più a un autunno
inoltrato.
Hargorin, che cavalcava in testa al gruppo, diresse il pony
verso una fattoria dal tetto di giunchi, un poco discosta dalla
via. Schwarzkrum, la città di confine dove il viaggio si sarebbe
interrotto per quella rotazione, non distava più di quattro
miglia, ma il nano sembrava avere un motivo per lasciare la
strada.
«Che cosa c’è? Hai fame?» domandò Gosalyn.
«Il mio pony zoppica. Un ferro staccato. Non voglio
affaticare il buon Talek. Ci aspetta ancora un lungo cammino e
voglio che abbia un buon ricordo di me.»
Hargorin e Gosalyn udirono chiaramente i gemiti soffocati.
La nana della stirpe dei Quinti evitò di pronunciare le parole
che avrebbe voluto dire a Beligata. Da quand’erano partiti, la
guerriera aveva da ridire su qualunque cosa facessero, dalla
velocità di viaggio al tragitto, alle decisioni più semplici come i
luoghi di sosta. Ancora una critica, e le chiedo spiegazioni sul
suo comportamento.
Raggiunsero la fattoria.
Hargorin fece segno a Gosalyn di smontare e bussare alla
porta. Si trovavano nell’estremo sud, perciò era improbabile
che qualcuno riconoscesse il comandante del vecchio
Squadrone Nero, ma avevano constatato che il viso di una nana
suscitava meno diffidenza della barba rossa di un nano
scorbutico. Gosalyn arrancò sulla neve bagnata e pesante,
molto diversa dai fiocchi leggeri che cadevano sulle montagne.
Dopo un paio di colpi energici, l’uscio si socchiuse.
Comparve il volto di un vecchio dalla barba ispida, che
all’inizio guardò troppo in alto. «Oh, eccoti», ridacchiò,
abbassando lo sguardo. Aveva i denti ingialliti e consumati, e
l’alito puzzolente di cibo e acquavite. «Tre figli di Vraccas.
Cercate un posto per dormire, immagino.» Sulla testa gli
crescevano radi capelli color zolfo.
Gosalyn annuì. «Potresti ospitarci?»
L’uomo infilò un dito gottoso nella fessura e indicò il fienile.
«Lì. Il fieno vi riscalderà. Vi faccio portare qualcosa da
mangiare.» Il battente si richiuse con uno scricchiolio.
Cortesia scortese. Tra i Lunghi se ne vedono di tutti i colori.
«Niente da fare.» Beligata stava già girando il pony.
«Ferma», urlò Gosalyn. «Dobbiamo andare nel fienile.»
L’altra diresse l’animale verso le stalle.
Hargorin fece un cenno incoraggiante a Gosalyn. «Posso
usare la fucina?»
Oddio. La nana bussò di nuovo.
La porta si riaprì. «Che cosa c’è?»
«Si è staccato un ferro di cavallo.» Gosalyn non vedeva
nemmeno l’uomo attraverso la fessura. Che tipo strambo.
«Da quando i nani hanno i ferri di cavallo ai piedi?» Il
vecchio rise e allargò lo spiraglio, passandole una pagnotta
scura, formaggio e lardo affumicato. «Prendi. E usate pure la
mia fucina, ma senza incendiare nulla.»
L’uscio si richiuse.
Che cosa succede se busso di nuovo? Gosalyn sorrise. Meglio
di no, altrimenti dovrò restituirgli il cibo.
«Molto ospitali», commentò caustico Hargorin, storcendo la
bocca. Prese le redini del pony di Gosalyn e lo portò con sé. La
nana lo seguì coi viveri.
Beligata aveva già raggiunto la stalla ed era svanita
all’interno.
Si udirono forti muggiti e l’aria s’intrise dell’odore di
bestiame. Il calore degli animali avrebbe garantito una
temperatura gradevole nel fienile.
Gosalyn si affrettò ad accendere la vecchia lampada a
petrolio appesa a un pilastro. I tre legarono i pony in fondo alla
stalla, lontani dalle mucche irrequiete che con le loro lunghe
corna avrebbero potuto essere un pericolo per i cavallini. Non
era detto che le diverse specie di animali gregari provassero
una simpatia reciproca.
Una mucca sarebbe un pessimo rimpiazzo per un pony.
Gosalyn scoppiò a ridere immaginando Beligata che sobbalzava
sulla schiena arcuata di una vacca a pelo lungo.
Le mucche si calmarono, i pony mangiarono l’erba secca che
era caduta dall’alto.
Gosalyn dissellò i cavallini e Hargorin andò nella fucina.
Beligata, seduta al piano di sopra con le gambe penzoloni,
osservò Gosalyn strofinare i pony con la paglia. «Credi che
troveremo qualcosa negli appunti del mago?» le chiese. Dal suo
tono scettico si capiva quanto fosse pessimista riguardo
all’esito della missione.
Gosalyn perse il buonumore. «Se così non fosse, l’imperatore
ci avrebbe rimandati indietro?»
«Secondo me, non sa un bel niente.» Beligata studiò le travi.
«Lavoro mediocre. Alla prossima tempesta i giunchi voleranno
via. I cavi sono allentati.»
«Stringili. Sarà il nostro ringraziamento.»
«Ti sembro un’artigiana?»
«Sei una Libera. Potete fare qualunque cosa», replicò
pungente Gosalyn, alludendo al fatto che in realtà la guerriera
apparteneva alla stirpe dei Terzi.
«So fare più cose di te, questo è vero. Batterti sarebbe fin
troppo facile», replicò Beligata, raccogliendo la sfida.
Gosalyn si raddrizzò e alzò la testa. «Battermi? In cosa?»
Con aria candida, l’altra dondolò le gambe più rapidamente,
facendo sgocciolare di sotto la condensa dagli stivali. Gli occhi
chiari le scintillarono alla luce della lampada. «In quello che
vuoi. Scegli la disciplina, e ti sconfiggo. Anzi, ti distruggo.»
Gosalyn rise e tornò al lavoro. «Sì, certo.»
«Vuoi scommettere qualcosa?»
«Non m’interessa. Gli ordini dell’imperatore sono: andate sui
Monti Blu, consegnate il messaggio a mia moglie e consultate
le annotazioni di Lot-Ionan per vedere se accennano ad altre
fonti magiche nella Terra Nascosta.»
«Ero presente quando ce li ha comunicati.» Beligata s’infilò
lo stelo di un fiore secco tra le labbra e lo fece ondeggiare
finché i petali non si staccarono. «Ci servirebbe un erudito per
comprendere quei libri. Oppure t’intendi di formule magiche e
del linguaggio segreto degli stregoni? Sempre ammesso che ne
esistano ancora e che non siano stati sterminati dai Secondi.»
Dopo una breve pausa aggiunse: «Vedi l’Erudito da qualche
parte?»
«No», rispose Gosalyn.
Beligata sputò il fiore. «Avrebbe dovuto accompagnarci.»
«Tungdil deve riposare. Hai visto le sue cicatrici?» Gosalyn
si spostò verso l’altro pony e raccolse una manciata di paglia
fresca per asciugare il pelo umido. «In questi
duecentocinquanta cicli deve averne viste di tutti i colori.»
Ricordò la notte sotto l’albero, quando l’Erudito si era spogliato
e seduto accanto a lei davanti al fuoco. Sofferenze più che
sufficienti, anche per l’anima.
«Proprio come il primo Tungdil.» Beligata fece una risata
velenosa. «Di sicuro nel Phondrasôn esiste una fucina coi suoi
stampi. Ogni ciclo un Erudito viene forgiato, risvegliato con la
magia e mandato da noi.» Smise di dondolare le gambe. «Ma
potrebbe tornarci utile.»
I pensieri di Gosalyn avevano imboccato una direzione
analoga.
I nani della stirpe dei Secondi avevano dovuto purificare la
loro patria dall’influenza del mago, cui si erano aggiunti i
cadaveri degli albi che erano morti avvelenati sotto il comando
di Aiphatòn. Era assai improbabile che avessero avuto riguardo
per i libri da cui il male aveva tratto potere.
«Su questo ti do ragione.» Gosalyn strofinò la schiena del
pony. «Potrebbe ancora servirci.»
«Ipotizziamo di non trovare testi né indizi, e nemmeno
appunti. Che cosa facciamo?»
«Cerchiamo.»
«Che cosa? La fonte o Coïra?»
«Entrambe.» Gosalyn si augurò che Hargorin tornasse
presto. Essendo il comandante, di certo avrebbe avuto le idee
più chiare e spiegazioni più convincenti. Potrebbe zittirla. «Se
dubiti che possiamo farcela, perché sei venuta?»
«Obbedisco all’imperatore. Be’, più o meno.» Beligata
sorrise, allungò il braccio tra il fieno e, con stupore di Gosalyn,
impugnò la Sanguinaria. «Spero in una possibilità di usare
questo gioiellino.»
«Dove l’hai presa?»
L’altra proruppe in una risata beffarda. «Ho recuperato
l’arma, l’ho mostrata all’imperatore e lui… me l’ha regalata.»
«Non ti credo!»
«Ha espresso il concetto in altri termini, ma non può avere
nulla in contrario.» Beligata si posò la spada sulle ginocchia.
«L’ho trovata, perciò posso tenerla. Non vedo l’ora di usarla per
tagliare in due una bestia. Si dice che la Sanguinaria ne sia in
grado.»
L’irragionevolezza fatta nana. Vraccas deve avere scolpito i
suoi avi in una pietra particolarmente dura. Gosalyn sospirò.
«Hargorin è a conoscenza della tua iniziativa?»
«No, ma questo non cambia nulla. L’arma resta con me.»
Beligata l’adagiò accanto a sé. «Sui Monti Blu si aggirano
ancora dei mostri, oppure sono stati uccisi tutti quanti dai
Secondi? Si vocifera che la porta sia rimasta aperta per
qualche tempo durante il regno di Lot-Ionan. Forse c’è una
bella bestia che vaga per le valli.»
Gosalyn passò all’ultimo pony. «Non ne esistono più. Non
avrai bisogno di quella lama spaventosa.»
«E se gli elfi ci attaccassero?»
«Gli elfi sono contenti che teniamo chiuse le porte.»
«Non è quello che intendevo.» Beligata tagliò una fetta di
formaggio. «Potrebbero avere catturato la maga e averci
ingannati. Non appena scoprono che cerchiamo Coïra,
potrebbero arrivare alla conclusione di doverci togliere di
mezzo.»
«Se mi dici un solo motivo valido per cui gli elfi dovrebbero
tener prigioniera una maga, e soprattutto se mi spieghi come,
hai vinto la scommessa.»
Beligata sogghignò e diede un morso al formaggio. «Fammi
pensare.» Masticò. «Quell’elfo viene trattenuto nella Città delle
Spighe per il presunto omicidio di Natenian.»
«Che cosa c’entra con la maga?» Gosalyn e gli altri avevano
appreso lungo il cammino dell’incidente che era seguito
all’incoronazione. Dirisa avrebbe dovuto tenere in carcere il
sospettato finché le circostanze non fossero state chiarite, e ciò
era causa di scontento sia per gli abitanti del Tabaîn sia per il
Naishïon. «È successo da poco, mentre Coïra non dà sue notizie
da molte rotazioni.»
«Aspetta! Ho una risposta migliore.» Beligata agitò con fare
conciliante la mano libera. «L’impero degli elfi non deve
trovarsi in pericolo per nessuna ragione. Chi li fermerebbe? Un
manipolo di guerrieri umani? Certo che no.» Alzò l’indice.
«Ecco il motivo: l’unica che sarebbe abbastanza forte per
bloccare Ataimînas è Coïra. Se scompare, gli Orecchi appuntiti
possono permettersi quasi tutto. Tranne nei regni dei nani.»
Agitò il dito, trionfante. «Ho vinto la scommessa!»
«Coïra è andata da Ilahín e Fiëa come amica e alleata»,
protestò Gosalyn, ma per tutta risposta ricevette una risata
canzonatoria.
«Sai che le cose cambiano velocemente.» Beligata
abbandonò il tono di scherno. «Gli alleati possono diventare
nemici.» Recuperò la Sanguinaria e la tenne con la lunga punta
verso l’alto. «E nel bel mezzo di una battaglia, per giunta.»
Fece un’espressione spietata. «Prendi me e Hargorin. Siamo
Terzi. Coloro che odiano i nani. Gli eredi di Lorimbur», sibilò.
«E tu cosa sei, Gosalyn?»
«Il tuo re ha dichiarato conclusa la faida. E sostieni tu stessa
di essere una Libera.»
«La mia appartenenza non ha nulla a che vedere col mio
modo di sentire.» Beligata la guardò con occhi seri. «Forse ho
lasciato la stirpe per non dover rispettare la fine della faida?»
Parlò piano, con una punta di crudeltà nella voce. «Molti Terzi
hanno agito come me per lo stesso motivo.» Nella cicatrice si
aprì una fessura sottilissima, da cui il sangue le gocciolò sulla
guancia.
Gosalyn deglutì. Non perché temesse per la propria vita,
giacché era una guerriera esperta e avrebbe saputo difendersi,
ma perché era possibile che le parole di Beligata fossero vere.
In questo caso l’unità dei nani è in pericolo.
Beligata si ripulì e premette la mano sulla cicatrice. «Ci
facciamo chiamare…» Si piegò quando la porta della stalla si
chiuse con un sonoro schianto.
Le nane sussultarono e guardarono verso l’ingresso.
Meno male che è tornato, pensò Gosalyn.
Ma Hargorin non c’era. Doveva essere stato il vento.
Si scambiarono un’occhiata interrogativa. Pur senza
ammetterlo, erano preoccupate per l’assenza del comandante.
«Vado a controllare», annunciò Gosalyn. «Forse la gamba gli
si è incastrata da qualche parte.»
«E un guerriero come lui non è capace di liberarsi o di
chiamare aiuto?» Beligata scivolò verso il bordo e si preparò a
saltare. La cicatrice aveva già smesso di sanguinare. «Vengo
con te. Non sappiamo chi ci sia nella baracca oltre al vecchio.»
Gosalyn non obiettò. Si voltò verso l’uscita e sfilò l’ascia
dalla cintura. «Non si sentivano altre voci o rumori, ma hai
ragione.» Così si dimentica di avere vinto la scommessa.
Quando raggiunse la porta, non aveva ancora udito il tonfo
delle suole di Beligata sulla paglia morbida. «Che cosa c’è?
Non te la senti?» Si guardò sopra la spalla: il fienile era deserto
e il mucchio di fieno sul pavimento era intatto. Gosalyn sfoderò
l’arma e si spostò all’indietro e di lato verso la parete, per
vedere meglio le tavole e le travi. Se è uno scherzo…
Una sagoma lunga e scura sbucò come per magia da una
delle alte travi trasversali e atterrò sul bordo anteriore del
fienile senza fare il minimo rumore. Nella destra stringeva la
Sanguinaria, di cui rivolse lentamente la punta contro la nana.
Nella Terra Nascosta, tutti conoscevano il viso con le guance
marchiate a fuoco, piuttosto vecchio per appartenere a un albo.
Dev’essere Carmondai. Gosalyn brandì con decisione la
propria arma. «Anche se sei il cagnolino della regina,
Occhineri, ti faccio a pezzi se hai fatto del male ai miei amici!»
L’albo fece un sorriso sprezzante. «Non sono più proprietà
dell’Ido. Sono evaso.» Scavalcò con un salto la nana, si
molleggiò sulle gambe contro la parete laterale, atterrò su una
trave e svanì nell’oscurità.
La lampada si spense, la stalla piombò nel buio.
«Puoi uccidermi», disse una voce nelle tenebre.
Gosalyn ricevette un colpo alla schiena e uno dietro le
ginocchia, e cadde sulla paglia. Un piede le bloccò il polso,
impedendole di usare l’ascia.
«Se ci riesci», le sussurrò l’albo all’orecchio. Una lama
fredda le toccò la nuca. «Direi che ho già vinto, no?»

Terra Nascosta, Monti Grigi, regno dei Quinti, Porta di Pietra,


6492° ciclo solare, autunno

Balyndar brandì la Lama di Fuoco coi suoi diamanti splendenti


contro l’elmo di rame in cui erano imprigionate le anime che
grazie a un incantesimo sconosciuto tenevano in vita il ghaist.
Il mostro alzò il braccio con un gesto fulmineo; invece di
bloccare il manico innocuo dell’ascia si affidò alla propria
indistruttibilità. L’arma gli trapassò il braccio senza incontrare
la minima resistenza. Accorgendosi troppo tardi di avere
commesso un errore, il gigante provò a fare un passo indietro,
rovesciando la testa per allontanare l’elmo dalla lama.
«Non mi sfuggirai!» Il fendente preciso di Balyndar tenne
conto della possibilità che l’avversario cercasse di schivarlo.
Muore come tutte le cose malvagie annientate da questa ascia.
Le gemme levigate e sfavillanti urtarono il lucido metallo
rossiccio e lo sfondarono aprendo fori che si unirono in una
linea e crearono una crepa.
Risuonò un rumore simile a quello di un pentolone sotto
pressione. Dalla spaccatura uscì un accecante raggio bianco
che si allungò verticalmente con un sibilo assordante. L’aria
s’intrise del puzzo di calore, metallo fuso e muro bruciato. Le
anime, liberate all’improvviso, volarono via e smisero di brillare
solo a notevole altezza, come le scintille di una fucina che si
spengono a poco a poco.
Balyndar, irresoluto, sollevò di nuovo la Lama di Fuoco. È
sufficiente?
Si guardò bene dall’entrare in contatto col raggio. Come
aveva scoperto sul campo di battaglia, l’arma leggendaria
proteggeva dagli incantesimi chi la maneggiava, ma in quel
caso si trattava di una forma di energia sconosciuta,
proveniente dalla Terra Estinta.
Il fischio s’intensificò, la pressione parve aumentare.
La creatura si posò la mano sulla crepa, e le dita vennero
strappate via dal chiarore. L’elmo s’incendiò, le rune si
deformarono.
Ciò che è stato utile contro un demone funziona anche in
questa situazione! Balyndar spiccò un balzo per spaccare
l’elmo con un colpo orizzontale e per consentire alle anime
perdute una fuga più rapida dalla loro prigione. «Vraccas!»
Prima ancora che la Lama di Fuoco sfiorasse la creatura
magica, avvenne un’esplosione che mandò in frantumi l’elmo e
fece schizzare le schegge ovunque. Al boato assordante seguì
una violenta onda d’urto che investì qualunque nano e oggetto
si trovassero sul cammino di ronda.
Balyndar sentì altri frammenti tintinnanti che gli centravano
l’elmo e la cotta. La Lama di Fuoco non poté nulla contro la
detonazione successiva perché non fu frutto della magia, bensì
della pura forza.
Il comandante del baluardo fu sollevato come una foglia e
scaraventato in aria. Andarono incontro allo stesso destino altri
difensori impotenti, armi e scudi abbandonati, pezzi di
catapulte e macchine da lancio. Col rimbombo che gli
echeggiava nelle orecchie, Balyndar non udiva quasi nulla.
Ruzzolò su un ammasso di braccia, gambe e oggetti. Ora
aveva la fortezza sotto di sé, ora il cielo, poi di nuovo il
cammino di ronda, su cui cadde supino. L’impatto lo lasciò
senza fiato; le dita mollarono la Lama di Fuoco. Sentì
distintamente uno schiocco e una fitta calda lungo la schiena.
Doveva essersi fratturato qualcosa.
Prima che potesse occuparsi delle ferite o dell’arma, brillò
un lampo abbagliante. Allora si girò d’istinto sulla pancia e si
premette l’elmo sul capo.
Il calore lo investì come se un dio avesse versato sulla Porta
di Pietra i crogioli di un altoforno.
Balyndar trattenne il respiro per evitare di bruciarsi i
polmoni e pregò Vraccas che il mantello e la giubba sotto la
cotta non prendessero fuoco. Fiutò il tanfo dei propri capelli
carbonizzati ed ebbe l’impressione di essere diventato sordo.
Non appena il calore si attenuò, Balyndar alzò il viso per
capire cosa fosse accaduto e per valutare l’entità dei danni.
Giaceva all’estremità opposta del cammino di ronda, poco
prima della torre accanto alle cerniere della porta. Nel punto in
cui era atterrato il ghaist, il muro di granito si era ridotto a
dieci passi di lunghezza e due di profondità. Il parapetto e i
merli erano stati demoliti, non si era salvata neppure una
macchina da lancio.
Molti nani dovevano essere stati scaraventati via dal portale,
perché intorno a Balyndar c’era solo un gruppetto di guardie,
in parte coperte, in parte trafitte da armi, calcinacci o
frammenti di proiettili. Probabilmente la situazione era identica
anche sul lato occidentale.
Le gabbie coi lupi delle forre avevano resistito all’esplosione,
ma erano incandescenti. Gli animali erano morti in posizioni
grottesche e in parte bruciati tra le sbarre. Le ossa spezzate
avevano perforato la pelliccia. La strage non ne aveva
risparmiato neppure uno.
Il ghaist è stato sconfitto. Balyndar fu assalito da un dolore
che gli strappò un urlo. Facendo appello alla forza di volontà e
alle ultime energie, tirò l’arma verso di sé e si alzò. Poi,
usandola a mo’ di sostegno, si appoggiò al parapetto per
vedere gli aggressori.
Prima della detonazione, le fionde e le catapulte avevano
fatto il loro dovere sino in fondo. La strada davanti alla porta
bruciava, incenerendo il singolare esercito. La rampa di corpi
era crollata.
Ti ringrazio, Vraccas. Per quanto possibile, Balyndar abbassò
lo sguardo verso la porta esterna e non scorse altro che resti di
carne, ossa e vestiti. Gridò di nuovo, quindi strinse i denti.
Sanguinava da molte ferite minuscole ma profonde, sparse su
tutto il corpo e provocate dalle schegge di rame. Aveva la vista
annebbiata, era sul punto di perdere conoscenza.
«È laggiù! Presto, mandate su i guaritori», ordinò Girgandor.
«Sei vivo! Che Vraccas sia lodato!»
Prima di accasciarsi sul cammino di ronda, Balyndar
credette di vedere un oggetto incastrato tra i battenti della
porta. Poteva essere all’altezza raggiunta dall’ultimo uomo
della rampa vivente prima che la scoria, l’acqua e il fuoco
l’abbattessero.
«Un… segno», sussurrò a Girgandor, sentendo il sangue
sulle labbra ustionate. «Fuori. Hanno… segnato fin dove sono
arrivati.»
«Me ne occupo io», promise il suo vice. «L’hai fatto a pezzi!
Un miracolo! Ho già incaricato di dare la caccia al secondo
ghaist.»
Balyndar ansimò disperato: aveva dimenticato l’altro
avversario. È impossibile fermarlo senza la Lama di Fuoco. Il
male s’insinuava nella Terra Nascosta attraverso i Monti Grigi.
E io me ne sto qui con le mani in mano. Stordito, cercò di
alzarsi, ma Girgandor lo bloccò. «Portate gli aquiloni. Abbiamo
bisogno di loro. Dobbiamo…»
I suoi sforzi non valsero a nulla. Scivolò nell’incoscienza.

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, inizio dell’inverno

Gosalyn capì che sulla sua nuca indifesa era posata la lama
della Sanguinaria.
Il suo unico pensiero era il fatto che l’arma veniva usata da
un albo contro un nano per la prima volta dopo molti cicli e che
grazie a Beligata sarebbe morta per opera di quella spada
maledetta.
Col viso nella paglia aspettò il colpo mortale che avrebbe
spento la sua scintilla vitale e l’avrebbe spedita nella Fucina
Eterna con amici e antenati.
«I tuoi compagni sono ancora vivi», bisbigliò Carmondai. «Li
ho soltanto messi fuori gioco affinché non vi scagliaste contro
di me non appena mi fossi fatto riconoscere.»
«Vuoi dire che ci lascerai in vita?»
«Certo. Che cosa me ne farei delle vostre ossa storte?»
L’albo rise e staccò cautamente la lama dalla nuca della nana.
«Non ho voglia di cimentarmi in quel genere di arte.»
Gosalyn lo squadrò. Dato che non li aveva uccisi, aveva un
intento ben preciso. Prenderci in ostaggio?
No, valevano troppo poco.
La lettera alla moglie di Boïndil?
Improbabile.
Il sapere dei libri di Lot-Ionan!
La nana si sedette. «Dove sono i miei compagni?» Osservò
l’albo, che indossava un lungo mantello nero sopra semplici
vestiti scuri. Sebbene avesse i capelli ispidi, fosse scheletrico e
avesse perso gran parte della sua insopportabile bellezza a
causa dei marchi a fuoco, conservava una sublimità, un’aura
irresistibile, che non c’entrava nulla con la paura.
La lampada riacquistò la sua intensità.
«Ho legato Hargorin all’incudine. Beligata resterà priva di
sensi ancora per un po’ e si sveglierà con la bocca piena di
fieno.» Carmondai impugnava la Sanguinaria con la perizia di
un guerriero.
Gosalyn intuì che l’albo aveva altre doti oltre alle capacità di
scrittura. Non solo era rimasto agile, ma avrebbe anche saputo
maneggiare la spada con straordinaria abilità. «Come fai a
conoscere i nostri nomi?»
Carmondai rise garbatamente. «Vi seguivo già da qualche
tempo. Siete troppo imprudenti per svolgere una missione
segreta in nome dell’imperatore. Potrebbero esserci dei sicari
in agguato.»
«Come te, Occhineri?»
L’albo si sedette con le gambe incrociate sulla paglia,
affinché fossero più o meno alla stessa altezza. «Così va
meglio.» Sembrava guardingo, ma non nervoso. «Prima parlo
con te, perché sei la più ragionevole.»
«So cosa si dice sul tuo conto. Conquisti chiunque con le tue
lusinghe.»
«Colui cui ti riferisci si chiama Rodario», la corresse l’albo,
sorridendo. «Io preferisco l’intelligenza all’inganno. Come te.»
Indicò verso settentrione. «Sono dovuto fuggire da Aichenburg
perché la ragazzina della Terra Estinta ha cercato di
addossarmi la responsabilità di un crimine che non ho
commesso.»
«Certo.» Gosalyn agitò la mano. «Invece il tuo popolo è
famoso per il suo carattere pacifico.»
«Ti ho risparmiato la vita oppure no?»
«Soltanto perché vuoi abbindolarmi e usarmi per i tuoi
scopi.»
Carmondai sospirò. «La famigerata testardaggine dei
Cavernicoli.» Si massaggò la schiena. «Un tempo saltare era
più facile.»
La nana fece un sorriso maligno. «Ritieniti fortunato a
essere diventato vecchio.»
«Non sono ancora fortunato. Un giorno, forse», replicò
l’albo. «Quella ragazzina ha poteri magici. So cosa è e sono
certo che influenza la volontà dei sovrani della Terra Nascosta.
Le donazioni di Mallenia e le misteriose riconciliazioni nel
Tabaîn tra Dirisa e Natenian sono soltanto l’inizio. Quando la
ragazzina sarà diventata più grande e più potente, riuscirà a
controllare intere regioni.» Carmondai inclinò leggermente la
testa. «Fa parte di una famiglia di maghi della Terra dell’Aldilà
che usano i ghaist come ricognitori.»
«Fandonie!» Gosalyn cercò di smentire la tesi dell’albo, che
parlava con voce limpida e melodiosa, ma ricordò le parole
dell’imperatore, che aveva accennato a Tenkil e all’attentatore
del Consiglio dei Re. Ha aggiunto pure che non capiva come
l’albo avesse potuto mancare il bersaglio.
«Chiedi al tuo sovrano. Era presente quando, durante la
riunione, i nemici sono diventati amici intimi da un momento
all’altro», disse Carmondai. «Ne avete discusso, no? Te lo leggo
in faccia.»
Gosalyn omise di avere fatto parte della pattuglia che aveva
trovato Sha’taï nell’insediamento dimenticato. «La ragazzina è
in grado d’influenzare anche un albo?» Gli riferì gli
avvenimenti legati all’attentato durante la prima assemblea del
Consiglio a Pietralibera, e inorridì quando lo vide annuire.
«In noi alberga una magia innata che ci protegge da molte
cose, ma non ci rende immuni da tutto», disse pensosamente
Carmondai.
«Come mai non hai subito il suo fascino?»
«Ottima domanda. A mio parere, non è ancora abbastanza
forte da piegare la mia volontà. Sono troppo esperto. Troppo
vecchio.»
«Come l’imperatore.»
«Ci ha provato anche con lui?»
«Sì. Boïndil ha sentito un formicolio quando le ha preso la
mano per rivolgere una preghiera agli dei. E Sha’taï era tra
loro.» La diffidenza di Gosalyn verso le descrizioni di
Carmondai diminuì via via che confrontava le sue parole con
quelle del Rabbioso. «Vuole diventare sovrana.»
«Vuole il potere nella Terra Nascosta», la corresse l’albo.
«L’astuzia le impedisce di fare un tentativo diretto. Sceglierà un
rappresentante che pensa di essere seduto sul trono. In realtà
sarà lei a pilotarlo. Suppongo che userà i sovrani finché non
avrà acquisito una forza sufficiente.» Carmondai accarezzò la
Sanguinaria. «Tuttavia nessuno ha prestato ascolto al mio
avvertimento.»
«Nessuno crede a un albo», commentò Gosalyn.
Carmondai confermò battendo la mano libera sulla
Sanguinaria. «Mi serve qualcuno che goda della fiducia
generale e che strappi a Sha’taï la maschera della bellezza e
dell’innocenza.»
«Noi!» urlò la nana, orgogliosa.
«Con tutto il rispetto, pensavo alla maga scomparsa»,
replicò educatamente l’albo. «Tu e i tuoi amici la cercate, io vi
aiuto, e salviamo la Terra Nascosta da un nuovo giogo di
oppressione.»
Gosalyn rise. «Un albo onorevole? Impossibile. Inàste e Tion
ti hanno dato un’anima nera. Aspiri ad altro. Forse tu e Sha’taï
siete in combutta e volete ingannarci.»
«O forse sto dicendo la verità, nana, e ti pentirai sino alla
fine dei tuoi giorni di non avermi creduto. E la fine dei tuoi
giorni arriverà assai presto, se ti metterai contro la ragazzina.»
«E se non fossimo d’accordo col tuo piano?»
«Cercherei la maga per conto mio e vi abbandonerei al
vostro destino. Ma penso che insieme avremmo più probabilità
di successo.»
«Nonostante ciò, nessuno ti ringrazierà.»
«L’unica cosa che desidero è la grazia.» Carmondai finse di
essersi appena ricordato qualcosa. «Ti ho già detto che ho una
vaga idea di dove possano essere le altre fonti magiche della
Terra Nascosta?» Posò le mani scarne sulla Sanguinaria. «Non
per vantarmi, ma vivo nel Paese da molto tempo. Ci sono
segreti che solo io conosco.»
Gosalyn odiò se stessa, ma si alzò e indicò la porta. «Vado a
chiamare Hargorin. Credo che lo convinceremo.»
Carmondai fece un sorriso che gli conferì un’aria molto
pericolosa. Con l’arma nera degli Eterni sembrava imperioso e
impaziente di fondare un regno tutto suo.
Gosalyn uscì per andare a cercare l’amico. Non si fidava
dell’albo. A prescindere da quanto il suo tono fosse persuasivo
e le sue parole convincenti. E poi temeva che Hargorin facesse
irruzione nel fienile e gli tagliasse la testa.
Un nano evita le battaglie lunghe e i discorsi prolissi. Entrambi
richiedono troppa energia.
Proverbio dei nani
XIII

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


Gauragar meridionale, Hochstetten,
6492° ciclo solare, inverno

M
allenia era sinceramente contenta di vedere i
numerosi volti conosciuti e sconosciuti che l’avevano
accompagnata nel tempio di Palandiell a
Hochstetten.
Si sentiva a disagio solo perché aveva un vestito
con cui sembrava stranamente delicata e indifesa. Inoltre gli
uomini le lanciavano occhiate che non avrebbe mai ricevuto
con l’armatura. A chi può piacere indossare un abito come
questo?
In quella rotazione della dea, poco dopo la luna piena del
ciclo invernale dell’equinozio, sarebbe stato firmato il contratto
tra il Regno unito del Gauragar-Idoslân e il regno elfico del Ti
Lesîndur, che avrebbe suggellato la cessione di molte miglia
quadrate di terreno nel Nord.
Il sancta sanctorum circolare di marmo verde e bianco aveva
un importante significato simbolico. Sul lato meridionale si
ergeva una statua della dea, alta dieci passi, e sulle pareti
erano dipinte raffigurazioni delle gesta di Palandiell.
Non erano necessarie sedie né panche perché il pavimento
era fatto di morbida terra rastrellata. Poiché l’interno
dell’edificio era caldo, crescevano fiori e piante in ogni
stagione. Solo qualche tavola di legno proteggeva le scarpe
costose degli ospiti dalla sporcizia.
La statua della dea, con un fascio di spighe di vari cereali
nella mano destra tesa in avanti e una cornucopia sotto il
braccio sinistro, osservava i presenti dall’alto. Intorno alla testa
aveva viticci da cui pendevano grappoli d’uva, e sotto i piedi le
spuntavano fili d’erba dorata. Il marmo pregiato non era
dipinto, in modo che si potesse ammirare la qualità della pietra.
I gradini davanti a Mallenia conducevano a un lungo altare
d’acciaio su cui venivano posate e bruciate le offerte. La pietra
sacrificale, che serviva per l’immolazione degli animali, si
trovava un po’ più in là. In quella rotazione Mallenia aveva
proibito ai sacerdoti di uccidere essere viventi e ordinato di
usare frutta e cereali. Non voleva spargimenti di sangue
durante la donazione.
Oltre a Rodario, c’erano Dirisa, Astirma e perfino Isikor,
accompagnati dalle rispettive corti e da una moltitudine di
guardie per difendersi da eventuali sicari albici. I soldati erano
disposti in varie file dietro i sovrani.
Al centro del gruppo c’era anche Sha’taï, che aveva preferito
restare con la cameriera.
L’imperatore dei nani era stato invitato, ma non si era fatto
vivo. Un peccato, ma nulla d’irreparabile. Dopotutto, Mallenia
aveva stretto un accordo con gli elfi, non coi nani.
Mentre i sovrani e il loro seguito erano nella parte anteriore,
vicino al sancta sanctorum, altri tremila umani di ogni età
sostavano nella zona centrale e posteriore dell’edificio, oltre
una fila di guardie. Il brusio riverente ricordava il fruscio
dell’erba nel vento.
«Il tempio è pieno fino all’inverosimile», bisbigliò Rodario,
che era riuscito a riunire un numero incredibile di colori nel
proprio abbigliamento, una scelta che distoglieva l’attenzione
dal taglio impeccabile. «I tuoi sudditi si accalcano sulla piazza
qui davanti. La folla arriva fin nelle vie più lontane di
Hochstetten.»
«Non sembri felice della partecipazione degli umani.»
Mallenia guardò la statua di Palandiell, che sorrideva benevola.
L’aria profumava d’incenso e di erbe bruciate. Il tempio era
inondato di luce che, filtrando dalle finestre, si concentrava
sulla scultura.
«Il malumore serpeggia tra la folla. Non tutti sono
soddisfatti del cambiamento.» Rodario si era spuntato barba e
baffi e truccato leggermente gli occhi. Non riusciva a
rinunciare del tutto a farsi notare. «Per sicurezza, prima della
cessione dovresti chiedere quale sarà il destino degli abitanti
della regione interessata.»
«Non sono più di un milione. La zona è poco popolata e non
particolarmente fertile. Palandiell non tiene in gran conto
quelle terre. Possiamo benissimo trasferire gli abitanti nelle
altre città del Gauragar e dell’Idoslân», replicò Mallenia,
ottimista. La crocchia le tirava il cuoio capelluto e le causava
una sensazione fastidiosa alle tempie. «Capiranno che è un
miglioramento.»
«Un milione d’insoddisfatti, mia regina, può far dilagare la
scintilla della rabbia.»
Mallenia si girò verso di lui, benché si fosse ripromessa di
non farlo. «La delegazione del Naishïon arriverà tra poco. È un
po’ tardi per i ripensamenti.»
«D’accordo, ma almeno chiediglielo. Devono pur sapere
come intendono usare le terre.» Rodario le sfiorò la mano.
«Voglio evitare che i tuoi sudditi ti caccino dal Paese perché
fraintendono il tuo gesto nei confronti degli elfi.»
Il buonumore di Mallenia rischiò di svanire, tanto più che il
vestito rivelava di lei e del suo corpo più di quanto i sarti
avessero promesso. Non le piaceva neppure l’idea di voltare le
spalle al popolo.
Stava per ribattere quando i cinque sacerdoti e le cinque
sacerdotesse entrarono da una porta laterale e si avviarono
verso la statua cantando solennemente.
Non c’era più tempo per le parole, la cerimonia era iniziata.
I dieci uomini e donne dalle vesti verdi ricamate resero lode
a Palandiell. Il popolo e i sovrani si unirono al coro.
Mallenia dimenticò il malumore, salmodiando a sua volta e
provando un brivido quando la cupola amplificò il canto. La
Terra Nascosta è più unita che mai. Ci sono voluti
duecentocinquanta cicli di oscurità per ottenere questo
risultato.
Il fuoco fu acceso con una scintilla presa dalla fucina di
Vraccas e attizzato sulla pietra sacrificale. Le offerte
bruciarono sul letto di carboni ardenti e il fumo salì verso il
soffitto, dove uscì da sfiati sapientemente nascosti e raggiunse
la dea.
Uno squillo di tromba annunciò l’arrivo degli elfi, che
entrarono nel tempio facendo un profondo inchino.
Indossavano vesti bianche e verdi in onore di Palandiell.
La moltitudine fece ala al passaggio dei nuovi ospiti,
consentendo loro di arrivare fino alle tavole. Mentre
incedevano solennemente verso i sovrani, gli elfi gettavano
semi sul terreno.
«Guai a loro se sono malerbe», mormorò Rodario a voce più
alta del dovuto, strappando una risata a un sacerdote.
«Sono semi di cereali donati da Sitalia», urlò l’elfo dai
capelli bianchi in testa alla fila, facendo ammutolire tutti i
presenti. Aveva una vistosa ciocca dorata che gli scendeva fino
alla cintura. «Che germoglino e producano molte spighe che
diventino un tutt’uno con quelle degli umani, affinché
mangiamo pane ricavato dalla stessa farina.» Dopo avere
superato lo sbarramento di residenti, guardie e cortigiani,
s’inchinò davanti alla statua. «Mi chiamo Tehomín. Sono qui in
veste di delegato del Naishïon.» Gli elfi lo raggiunsero e si
disposero in una formazione a punta di freccia. «Il sole non è
mai sorto su rotazione più straordinaria e importante di questa,
regina Mallenia, sovrana dell’Idoslân e del Gauragar.»
«Ringraziamo Palandiell.» La donna gli fece segno di
mettersi al suo fianco. «Il terrore è stato sconfitto. Alle tenebre
seguono un’amicizia e una solidarietà inossidabili tra i popoli.»
Quando si accorse che Rodario apriva la bocca, forse per
informarsi sulle sorti degli umani nella regione interessata, lo
fulminò con lo sguardo. È un mio problema.
Tehomín l’affiancò. «Rispetteremo le terre che riceveremo
da voi e dal Gauragar, ve lo assicuro», disse a bassa voce. «Con
le nostre cure prospereranno e daranno messi copiose.
Occorrerà tempo, ma per fortuna ne abbiamo in abbondanza.»
Mallenia fece cenno al sacerdote di continuare coi sacrifici.
La cerimonia proseguì tra altri canti finché Palandiell non
diede la propria benedizione.
Sulla piattaforma davanti alla statua furono collocati un
tavolo e due poltrone per l’Ido e gli elfi. Mallenia e Tehomín si
accomodarono. I servitori portarono calamaio, penne e i
documenti che, una volta firmati, avrebbero ufficializzato gli
accordi verbali.
«Col presente, la sottoscritta regina Mallenia von Ido,
sovrana di tutte le terre e le forme di vita nell’Idoslân e del
Gauragar, affida il Nord del Gauragar, così come indicato sulle
mappe, al popolo degli elfi senza pretendere denaro né altri
doni», lesse. «La cessione durerà in eterno e ha validità
immediata.» Si piegò per prendere la penna dal calamaio.
«Chi avesse qualcosa da obiettare parli ora o taccia per
sempre», echeggiò una voce profonda.
I presenti trattennero il fiato.
Tra la calca si aprì un corridoio e le guardie furono spinte
via con forza.
Un nano con l’armatura e una corona stilizzata intorno
all’elmo si fece largo verso la statua. Le suole chiodate
sbatterono sulle assi facendo scricchiolare il legno. Nella
destra impugnava il mazzapicchio, da cui anche il più ingenuo
avrebbe intuito che intendeva impedire la cessione.
Nessuno osò fermare l’imperatore, che era riuscito a fare un
ingresso indimenticabile.
Mallenia non sapeva come comportarsi. Guardò Rodario, che
fece un impercettibile gesto conciliante, e poi Tehomín, che non
avrebbe potuto avere un’espressione più sbalordita.
«Per Vraccas! Io avrei qualcosa da obiettare!» Boïndil si
fermò a tre passi dal tavolo. Posò con forza il mazzapicchio
sulle assi, provocando un rimbombo che echeggiò nel tempio
come un tuono secco e sommesso. «Se qualcuno si degnasse di
chiedermelo.»
Mallenia sospirò. «Avete accettato il mio invito», replicò in
tono formale. In quel momento non si parlavano da amici.
«Tuttavia il programma prevede una cerimonia e una festa, non
una disputa. Devo pregarvi di spostarvi nella fila del Consiglio.
Oppure fuori, se preferite», aggiunse con tutta la calma e la
cortesia che riuscì a trovare.
Rodario annuì come se stesse dando istruzioni a un attore da
dietro le quinte, ma non s’intromise.
«Saranno anche le vostre terre, regina, ma così i Quinti
diventano i nuovi vicini degli elfi», disse Boïndil, cauto.
«Dunque ritengo più che giusto avere voce in capitolo. Il
Naishïon ha tutto l’interesse che la questione venga chiarita
prima del trasferimento degli elfi. O sbaglio?» Guardò Tehomín.
Il delegato chiamò uno dei suoi compagni e gli parlò
sottovoce in elfico, quindi annuì. «Mi scuso a nome del mio
signore. Naturalmente avremmo interpellato voi e i Quinti,
imperatore Blindil.» Si posò la mano sul cuore. «Vi prego di
accettare le mie scuse, amico nano.»
«Fatevi dire dalla regina il mio nome corretto, altrimenti vi
chiamo Tüdelün.» Boïndil non sembrava colpito né entusiasta.
Accennò alla statua. «Palandiell e Vraccas hanno lottato
insieme contro Tion. Sono stati alleati. Vorrei essere sicuro che
altri alleati si uniscano alle nostre file.»
«Si chiama Boïndil», suggerì Rodario, imbarazzato. «Boïndil
Duelame del clan dei Branditori d’ascia, re dei Secondi e
imperatore di tutte le stirpi dei nani.»
«Siamo alleati», dichiarò Tehomín, guardandolo. La ciocca
dorata brillò sotto il sole. «Se non avete altre…»
«Che ne sarà degli umani che vivono in quella regione?» Il
nano posò le mani inanellate sul manico del mazzapicchio.
Pareva che nulla potesse indurlo a tagliare corto né a perdere
la calma. «Finora ho sentito parlare di una donazione di terre,
ma non di persone. O dei loro averi. Spiegatevi meglio.» Indicò
col pollice sopra la spalla. «Vi ascoltiamo volentieri.»
Ha tolto le parole di bocca a Rodario. Mallenia guardò
l’attore e cercò di capire se fosse stato al corrente dell’arrivo
dell’imperatore.
Tehomín fece il sorriso più gentile che la Terra Nascosta
doveva avere mai visto. «Mi rovinate la sorpresa.»
«Caccerete via gli abitanti?»
«Li risarciremo per la perdita dei terreni. A prescindere che
si tratti di semplici contadini o di nobili.»
«Onesto.» Boïndil accennò al documento. «E lo avete scritto
anche lì?»
«Sì, imperatore.» Tehomín posò due dita sul foglio. «Nella
terza riga. Volete che la legga?»
«Sono ansioso di ascoltarla.» Il nano si mise comodo. «E non
dimenticate i servitori e coloro che non possiedono terre ma si
sono guadagnati da vivere col sudore della fronte.»
Gli manca solo un boccale di birra. Mallenia trovò
inammissibile il comportamento dell’imperatore e allo stesso
tempo si chiese perché non fosse stata lei a fare quelle
domande. Guardandosi intorno, notò lo stesso interrogativo
inespresso sui volti degli spettatori. Si sentì messa in ridicolo.
Tehomín aveva ritrovato la calma. Evidentemente avere a
che fare col nano lo divertiva. Lanciò una lunga occhiata a
Mallenia, contraendo gli angoli della bocca. «Col presente, il
popolo degli elfi giura di essere sempre un fedele alleato della
Terra Nascosta contro il male. Resteremo al fianco dei nani,
degli umani e di coloro che si sono votati al bene.» Passò al
capoverso successivo. «Ci prenderemo cura delle terre che
riceviamo dalla regina Mallenia, dalla pianta più minuscola
all’animale più imponente.» Guardò il nano. «Ora arriva la
risposta alla vostra domanda: A ogni uomo, donna o bambino
che possiede delle terre nel Nord del Gauragar – terre che
d’ora in poi ci apparterranno per sempre – verrà pagato un
risarcimento. Spetterà un indennizzo anche a chiunque lavori
in quella regione. Le terre dovranno essere sgomberate entro
la primavera della prossima rotazione.» Tehomín raddrizzò la
schiena. «Il testo ha la vostra approvazione, regina Mallenia
von Ido?»
Lei fece sì con la testa.
«E la vostra, imperatore?»
«Aggiungete che donerete cento botti di birra scura per
salutare i nuovi vicini.» Boïndil additò il foglio. «E a mo’ di
risarcimento perché non conoscevate il mio nome.»
Rodario scoppiò in una risata contagiosa.
Mallenia trasalì, tendendo i muscoli poderosi. Vide la propria
autorità minacciata dall’affettazione del nano. Boïndil aveva
manipolato la cerimonia come se potesse influire sulla sua
decisione di cedere le terre.
Ma Rodario si avvicinò e, con una pressione impercettibile,
le impedì di saltare su dalla poltrona.
Tehomín rise. «Boïndil Duelame del clan dei Branditori
d’ascia, re dei Secondi e imperatore delle stirpi dei nani, siete
davvero un sovrano dalla spiccata personalità. Per noi sarà un
onore avere voi e i Quinti come vicini.»
Boïndil assentì e si mise il mazzapicchio in spalla. «Bene.
Non ho più nulla da obiettare contro la cerimonia.» Rimase
fermo ad aspettare che sottoscrivessero l’accordo. Vedendo che
nessuno dei due si muoveva, li esortò con un gesto.
Mallenia chiuse gli occhi per due o tre secondi e ringraziò
Palandiell per non avere ucciso il nano nel tempio
seppellendolo sotto una pietra o sotto la cornucopia della
statua.
I sacerdoti alzarono la voce e cantarono mentre la regina e
l’elfo firmavano. Sul sancta sanctorum scese di nuovo
un’atmosfera solenne.
Boïndil assistette alla firma con un’espressione mesta sul
vecchio viso barbuto.
Non poteva né voleva negare di avere altri pensieri oltre alla
preoccupazione per gli umani, pensò Mallenia, ma era
abbastanza saggia da non chiederglielo in quell’istante.
La regina e Tehomín si alzarono, si scambiarono i rotoli e si
strinsero la mano. Poi l’elfo percorse la fila dei sovrani e
s’inchinò davanti a tutti, compreso il nano, che si limitò ad
annuire rabbiosamente.
Il protocollo prevedeva che Mallenia e Tehomín
annunciassero al popolo l’alba della nuova era davanti al
tempio. Lasciarono l’edificio e si diressero verso il primo
gradino.
Le guardie coi loro scudi lunghi si assieparono intorno ai due
aristocratici per dare filo da torcere a eventuali arcieri. Ogni
casa dei dintorni era stata perquisita, sui tetti c’erano soldati
incaricati d’individuare i malintenzionati tra la folla o alle
finestre. Le probabilità di un attentato erano quasi nulle.
Quando la moltitudine vide i due sovrani, cominciò a urlare.
La regina sorrise finché capì che non li stava acclamando. Ci
fischiano?
«Ora rimpiangerai che io non abbia fatto quelle domande qui
fuori.» Boïndil lasciò vagare lo sguardo.
Rodario la prese per il gomito. «Hai troppo poche guardie
per tenere l’orda sotto controllo. Andiamocene.»
Tehomín aveva compreso la situazione e alzò le braccia.
«Ascoltate!» urlò mostrando il contratto. «Ascoltate cos’è stato
deciso per il bene della Terra Nascosta!»
Boïndil saltò sul basamento di una colonna per farsi vedere e
agitò il mazzapicchio. «Volete tacere, per Vraccas? Ascoltate,
prima di belare come stupidi pecoroni!» tuonò.
Sulla piazza calò il silenzio.
«Non ci fidiamo degli elfi», gridò un temerario. «Perché
arrivano solo adesso? Dov’erano nei cicli precedenti?»
Mallenia lo individuò tra la calca. «Tu, vieni avanti. Voglio
che ti sentano tutti.»
L’uomo si fece strada tra la gente e salì due gradini. Ripeté la
domanda, suscitando un mugugno di approvazione tra gli
spettatori.
«La memoria torna ai racconti del periodo in cui gli Eoîl Atár
hanno portato la sciagura nel Paese.»
Mallenia strinse le labbra. L’avevo dimenticato. Un altro fatto
inspiegabile.
A quel punto, Tehomín fece qualcosa di così sorprendente
che per poco Boïndil non perse l’equilibrio. S’inginocchiò
davanti all’uomo, con la ciocca dorata che tintinnava sul
marmo. «Ti chiedo perdono se gli Eoîl Atár hanno fatto del
male ai tuoi antenati. Erano accecati. Fanatici. Pazzi. Si
consideravano puri, ma nel profondo erano più corrotti di
quanto potrebbe esserlo Tion.» Allargò le braccia. «Non
accadrà più. Il regno di questi elfi è sinonimo di onestà.»
L’uomo lo guardò incredulo. «Sono parole che possono
significare tutto e niente. Suonano bene, ma gli elfi sono
sempre stati bravi a cianciare.»
Mallenia sentì qualcuno che le toccava la mano.
Sha’taï si era avvicinata e incollata alla sua gamba e al suo
fianco. «Non avere paura. Filerà tutto liscio.»
La regina colse la sicurezza nella sua voce e le lanciò
un’occhiata stupita. Si sentì contagiare dall’ottimismo infantile.
«Vuoi una prova?» Tehomín sfoderò il pugnale di una
guardia e lo porse all’uomo tenendolo per la lama. «Uccidimi, e
ti giuro che gli elfi non attenteranno alla tua vita né a quella
dei tuoi cari.»
Nel silenzio assoluto sì udì un frullo d’ali quando alcune
colombe volarono sopra le teste dei presenti.
L’uomo fissò il pugnale, allibito. Chiuse lentamente le dita
intorno al manico e puntò gli occhi su Tehomín.
L’elfo rimase in ginocchio. «Oggi è un momento storico
indimenticabile. Mettici alla prova», disse impavido.
Mallenia non osò muoversi. Boïndil spostò lo sguardo da
Tehomín all’uomo e viceversa.
Il braccio col pugnale scattò in avanti, poi la punta della
lama centrò il petto dell’elfo e si fermò quando il metallo
penetrò nel tessuto. Per quanto debole, il fendente bastò per
arrivare fino alla pelle e infliggergli un taglio, come dimostrava
la macchia scura che si allargò sulla stoffa verde.
L’uomo, atterrito, mollò l’arma e indietreggiò sui gradini.
«Io… io pensavo che lo schivasse», balbettò.
Tehomín strinse i denti. «Grazie per avermi risparmiato la
vita.» Si alzò senza badare al dolore. «Ti ho convinto?»
L’altro annuì e tornò tra la folla come se temesse una
ritorsione.
Che gesto! «In questo modo avete la prova che gli elfi sono
vostri amici. Gli dei hanno forgiato di nuovo il legame che ci
unisce e ci rende indistruttibili, qualunque cosa escogitino Tion
e Samusin», urlò Mallenia d’istinto, prendendo la mano di
Dirisa. «Scambiamoci un segno di fratellanza!»
Gli altri la imitarono, perfino le guardie e gli spettatori sulla
piazza. L’unica eccezione fu Boïndil, che restò aggrappato alla
colonna con una mano, stringendo il mazzapicchio nell’altra.
«Lunga vita a Mallenia von Ido. Lunga vita all’amicizia!»
gridò Rodario.
Sorprendentemente, la massa ripeté le sue parole,
acclamando la sovrana e gli elfi. Le voci diventarono sempre
più forti e le mani intrecciate si protesero verso il cielo finché
non si sciolsero per fare un applauso scrosciante.
«Permettete anche a me di dare un segno.» Dirisa tese la
mano a Tehomín. Mallenia faticò a sentirla tra le urla di giubilo.
«Rilascerò Phenîlas non appena farò ritorno nel Tabaîn. Non è
un assassino. Presenterò l’accaduto come un intrigo della
servitù.»
«Vi ringrazio», replicò l’elfo.
«Propongo che Rodario lo conduca personalmente dal vostro
signore», aggiunse Dirisa, amabile.
Boïndil saltò giù dal basamento mettendosi il mazzapicchio
in spalla. Il suo sconcerto era palese. «Che cosa c’entra
l’Irraggiungibile?»
«Come imperatore della Terra Nascosta dovrebbe essere lui
a incontrare il Naishïon», spiegò Dirisa come se fosse la cosa
più ovvia del mondo.
Boïndil fece una risata tonante. «Certo. Un attore come
sovrano supremo! Questa sì che sarebbe una farsa. Guardatelo:
sembra che sia caduto sulla tavolozza di un pittore.»
Mallenia invece trovò eccellente la proposta della regina.
Per controbilanciare gli elfi. «È un’idea brillante!» esclamò
gioiosa. «I nani hanno un imperatore», disse voltandosi verso
Boïndil. «Gli elfi, il Naishïon. A noi manca un imperatore.»
«Io voto a favore», intervenne Astirma.
«Non ci potrebbe essere candidato migliore», osservò Isikor,
un tipo anonimo dall’abbigliamento sobrio.
Mallenia diede un bacio a Rodario. «Si fa presto a diventare
il sovrano assoluto.»
«Manca ancora il voto di Coïra», obiettò Boïndil, guardandoli
come se fossero usciti di senno.
«Che ha ceduto a me», dichiarò Rodario, illuminandosi.
«Anch’io voto per me stesso, a nome sia dell’Urgon sia del
Weyurn.» Ricevette le congratulazioni dei sovrani e di Tehomín.
«Dobbiamo dare al popolo anche questa notizia. Una rotazione
mandata dagli dei! La Terra Nascosta non sarà mai più
sottomessa.» Diede a Boïndil una pacca sulla spalla. «Noi due,
entrambi imperatore.»
Il nano, perplesso, si grattò la barba.
Mallenia era molto orgogliosa. Un trionfo senza pari.
Sha’taï si staccò dal suo fianco e si strusciò contro gli ospiti
altolocati, che le accarezzavano i capelli non appena si
accorgevano della sua presenza.
Mallenia si avvicinò a Rodario. «Dobbiamo fare altri sacrifici
a Palandiell. La tua reggenza dovrà essere longeva.» Con la
coda dell’occhio vide la figlioccia prendere per mano Boïndil ed
esaminare il suo anello; il nano tuttavia ritirò le dita
borbottando e si voltò per andarsene. E pacifica, spero.

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, inverno

Ci metterà nei guai fino al collo. Hargorin odiava la pioggia che


li sferzava senza sosta. Sulla neve non aveva nulla da ridire
perché si poteva scrollare via, ma l’acqua ghiacciata
s’insinuava sotto il mantello e i vestiti. Ogni cosa diventava
umida e fredda.
C’era mancato poco che colpisse l’albo, con l’ascia, dopo che
Gosalyn lo aveva liberato dalle catene nella fucina.
Non dubitava che ci sarebbe riuscito. Carmondai era vecchio
e non reggeva il confronto con gli Occhineri contro i quali il
nano aveva combattuto. I gemelli trigemini lo avrebbero
mandato nella dimensione finita con due fendenti. Hargorin
diresse il pony verso est. «Tra poco dovremmo raggiungere le
alture», urlò ai compagni.
«Dobbiamo proseguire verso sud e piegare a est tra due
miglia», replicò l’albo, che camminava accanto a loro.
«Ripetimi per quanto tempo sei stato rinchiuso», lo schernì
Beligata.
«Questa regione non è cambiata. Potrei attraversarla a occhi
chiusi.» Carmondai restò calmo perché pareva abituato alle
malignità da quand’era stato liberato dalla segreta dei gemelli
trigemini.
«Allora facciamo come dice», propose Gosalyn, cercando di
rannicchiarsi ancora di più sulla sella per sfuggire alla pioggia.
«Che cos’è successo a questa area durante il regno dei gemelli
trigemini?»
«Purtroppo non posso aiutarvi», disse Carmondai. «Ero…
occupato.»
Hargorin rise. «Suppongo che si possa dire anche così.» Suo
malgrado imboccò la strada che l’albo aveva indicato. «Mi
avventuravo di rado così a sud. I gemelli trigemini avevano
vietato ai Musi di porco di avvicinarsi al Toboribor. Non
volevano un nuovo regno dei mezz’orchi dopo che le caverne
erano state ripulite dai mostri.»
«Terra sconosciuta per tutti», riassunse Beligata. «Ehi,
Occhineri!»
«Piantala.» Hargorin sapeva bene cosa sarebbe accaduto.
«Ora è lui ad avere la spada. Se non altro, l’arma è in mani
migliori di quelle di una nana.»
«Non sono d’accordo. Sono stata io a tornare indietro per
recuperarla.» Beligata affiancò l’albo. «Sei un ladro!»
«Un ladro derubato s’indigna più del vecchio proprietario.»
Carmondai la fissò. «Una massima calzante.» Posò le dita
sull’elsa della Sanguinaria. «Io e questa spada ci conosciamo
da tempo. Con me si sente più a suo agio che con te. Se io
dovessi perdere la vita, prendila pure.»
Hargorin lanciò il pony al trotto per procedere più
speditamente. Nel Toboribor avrebbero deciso come
comportarsi con l’albo. Se le sue affermazioni si fossero
rivelate false, i nani non avrebbero più avuto bisogno di lui e
sarebbero andati sui Monti Blu a cercare le annotazioni di Lot-
Ionan.
Prima lo lego e lo consegno ai soldati di Mallenia. Non gli
piaceva l’idea di lasciar vagare un albo da solo per la Terra
Nascosta, benché fosse vecchio e capace soltanto di portare
una spada anziché di usarla per combattere. E trovava
quantomeno inverosimile la storia che Carmondai aveva
raccontato loro su Sha’taï , ma Gosalyn si era schierata dalla
sua parte, perciò Hargorin gli aveva dato credito.
La strada piegò verso oriente.
Dietro la curva sorgeva una fattoria fortificata, una specie di
piccola roccaforte, su cui sventolava la bandiera dell’Idoslân.
Là accanto, un grosso tronco munito di spine di ferro sbarrava
la via.
La guardia sulla torre alta cinque passi li aveva avvistati e
urlò qualcosa.
«Magnifico. Ci mancavano anche i sorveglianti», borbottò
Beligata.
Carmondai restò indietro. «Non sarebbe una buona idea
attirarsi le antipatie di queste persone. Ci rivediamo nel
Toboribor.» Svanì, inghiottito dagli scrosci di pioggia.
«Pur essendo vecchio, è ancora bravo a dileguarsi.» Gosalyn
raggiunse Hargorin. «Che cosa diciamo, se ci chiedono perché
vogliamo entrare nell’ex regno dei mezz’orchi?»
«Diciamo che stiamo cercando l’albo. Avranno messo una
taglia sulla sua testa.»
«Oppure rispondiamo che Hargorin ha perso la gamba
durante la battaglia nelle caverne e che vorrebbe riaverla.»
Beligata si avvicinò al comandante sul lato opposto. «Così a
nessuno verrà voglia di accompagnarci.»
«Una scusa più convincente dell’altra», scherzò Gosalyn.
Proruppero in una risata.
Davanti al tronco, che con le lunghe punte di ferro impediva
di passare sia sotto sia sopra, guardarono verso le finestre
munite di sbarre, dietro le quali si materializzò un uomo con
indosso un semplice mantello marrone. A quanto pareva, gli
occupanti avevano rinunciato alle armature e confidavano nella
robustezza delle mura.
«Che cosa conduce i figli del Fabbro nel Sud?» domandò, per
nulla scontroso.
«La ricerca di un albo fuggitivo», rispose Hargorin.
«Ah, il cagnolino della regina.» L’uomo rise. «Di qui non è
passato.»
I nani lo imitarono, seppure per altri motivi.
Se tu avessi idea di come stanno le cose, correresti a infilarti
la corazza più spessa che riesci a trovare, pensò Gosalyn,
asciugandosi la pioggia dagli occhi.
«Permettici di scoprirlo dopo avere dato un’occhiata nel
Toboribor», replicò Hargorin. «Le grotte sarebbero un ottimo
nascondiglio.»
«Hai ragione, amico nano, ma non si può più entrare nelle
grotte. Su ordine della sovrana abbiamo murato gli ingressi con
grosse pietre squadrate, dopo avere fatto crollare alcune
gallerie», spiegò l’uomo. «Potete risparmiarvi la fatica.» Indicò
verso il basso. «Entrate e riparatevi dalla pioggia per un po’. Vi
offro da bere in onore dell’imperatore.»
«Senti, senti! Anche la Terra Nascosta ha nominato un capo
supremo. Ora noi, gli elfi e gli umani siamo alla pari», osservò
Beligata.
«Proprio così.» L’uomo diede l’ordine di aprire la porta. I
battenti si spalancarono. «Brindiamo all’imperatore Rodario I.»
I tre sbuffarono.
«Bello scherzo», ribatté Hargorin. «Grazie per l’invito, ma
vorremmo dare ugualmente un’occhiata.»
«Non è uno scherzo. I sovrani dei regni lo hanno eletto nella
stessa rotazione in cui è stato firmato il contratto tra Mallenia e
gli elfi. Non è mai esistita unanimità più solida.» Il soldato alzò
la mano. «Giuro che è tutto vero.»
I nani si guardarono stupiti.
«Allora speriamo che Palandiell abbia riflettuto bene prima
di mettere un attore alla guida del Paese e che non sia un tiro
mancino di Samusin per creare scompiglio.» Hargorin indicò il
tronco. «E ora alzalo.»
«Per favore», aggiunse Gosalyn.
«Come vuoi, ma vi annoierete e vi bagnerete fin nel midollo.
Al vostro ritorno troverete un fuoco caldo e una birra.» L’uomo
diede un altro ordine, la sbarra si sollevò. «Buona caccia.»
«La taglia è sempre la stessa?» Beligata finse di conoscere
l’entità esatta della somma. «Oppure è aumentata?»
«Mille monete d’oro. Vivo o morto.»
«Ha commesso un crimine ignobile», commentò Gosalyn.
«Detto tra noi, dev’essere l’Occhineri più incapace che
esista. Gli danno la caccia per avere cercato di uccidere la
figlioccia della regina.» Il soldato rise. «Ringrazio Palandiell
che la ragazzina stia bene, ma quale albo fallirebbe in un
compito così semplice?» Li salutò e chiuse la finestra.
«Uno molto vecchio», rispose Beligata.
«Che è riuscito a sopraffarti e a strangolarti fino a farti
perdere i sensi», sottolineò allegramente Gosalyn.
Hargorin si guardò intorno. «Sarebbe già il secondo albo che
non riesce a uccidere la ragazzina. Gatta ci cova.»
«Non se n’è accorto nessuno», disse Beligata.
«Tranne noi. Pensavo a Belogar, che aveva insistito affinché
la ragazzina venisse rispedita oltre il confine. Sì, dopo avere
udito la sua prima frase in albico l’avrebbe eliminata, se non
fossero intervenuti gli umani e l’elfo. Ho avuto compassione
della persona sbagliata?» chiese Gosalyn.
Gli altri non seppero rispondere.
Rimuginando, passarono sotto il tronco e seguirono la strada
che, come dimostravano le erbacce, non vedeva da tempo né
carri né cavalieri.
L’inverno piovoso dell’Idoslân meridionale manteneva verde
il paesaggio, ma la trasformazione diventò evidente a mano a
mano che si avvicinavano all’ex regno dei mezz’orchi.
Hargorin aveva sentito dire che esistevano diversi accessi al
sistema di grotte. In base alle conoscenze raccolte nei cicli
precedenti, ipotizzò che alcune parti costituissero o avessero
costituito collegamenti col Phondrasôn.
«Qui non ha avuto luogo una violenta battaglia?» Beligata si
strizzò i capelli. «Mi sembra di ricordare le storie.» Si tastò la
cicatrice per controllare che fosse ancora chiusa.
«Dev’essere stato… un po’ più di duecentocinquanta cicli fa.
All’epoca in cui l’Erudito compiva ancora gesta eroiche.»
Gosalyn notò un rilievo meno verde del paesaggio circostante,
coi resti di un rudere sulla sommità. «Una fortezza dei
mezz’orchi?»
Hargorin annuì, con grosse gocce che gli cadevano dalla
barba. «Il principe Mallen von Ido aveva guidato un esercito di
molte migliaia di guerrieri provenienti da tutti i regni della
Terra Nascosta per prendere d’assalto le caverne. Cercavano
un diamante magico, credo. Oppure sono stati gli Eterni coi
loro bastardi? O entrambi?» Scrollò le spalle. «Non mi sono mai
interessato molto al passato.»
Erano chiaramente visibili le tracce di un assedio. L’esercito
doveva avere scavato un fosso intorno alla fortezza e
all’ingresso. Accanto all’avvallamento c’erano i resti di piccole
rampe, che di sicuro avevano fatto parte degli appoggi del
ponte.
Al di là di quell’anello si vedevano alberi da frutto spogli ed
erba alta, perché non c’era nessuno che si occupasse della
terra. Ma il punto in cui avevano alloggiato i mostri sembrava
non essersi ripreso dalle loro esalazioni pestilenziali. Non
cresceva nulla se non qualche stelo ed erbaccia.
«Riuscite a immaginare come dovesse essere? Come in quel
ciclo i gagliardetti dei nostri clan e le bandiere delle stirpi
garrissero nel vento?» disse Gosalyn commossa, leccandosi la
pioggia dalle labbra. «Siamo sempre stati tra coloro che si sono
opposti al male.»
Beligata indicò una macchia di alberi. «Possiamo legare i
pony laggiù. Non sono in grado di scendere una scarpata così
ripida.»
Gosalyn non staccò gli occhi dalle rovine e dal fossato
finché… «Lì c’è qualcuno!» urlò emozionata, accennando verso
nord. «Lì! Accanto al mucchio di pietre. Nell’avvallamento.»
«Un umano. Anzi, una donna», confermò Beligata. «Veste
blu, niente mantello.»
Gosalyn spronò il pony. «È Coïra!»
Sembra fatto apposta per un agguato. Hargorin provò a
fermarla. «Aspetta!»
Ma la nana si allontanò al trotto.
Avventurandosi nell’erba alta tra sé e il fosso.
Promemoria:

non meritano nessuna pietà.


Non mi trattano col riguardo che merito sebbene io non
abbia nuociuto a nessuno di loro.
Sii gentile finché non avrai raggiunto l’obiettivo.

Annotazioni perlopiù distrutte e poi ripristinate


agli Scritti della verità, compilati sotto costrizione da
Carmondai
XIV

Terra Nascosta, Monti Grigi, regno dei Quinti, Porta di Pietra,


6492° ciclo solare, inverno

«R imuovetelo», ordinò Balyndar dalla torre destra, senza


concedersi un poco di riposo o di tranquillità nonostante le
ferite. Le bende lo avevano costretto a rinunciare alla cotta e a
indossare vari strati di vestiti, cui si aggiungeva un mantello
nero di pelliccia di lupo. «Non voglio che aiuti qualcuno a
orientarsi.»
L’inverno stringeva le montagne e i loro abitanti nella sua
morsa gelida, attanagliando ogni forma di vita e perfino la
pietra, che si spaccava qua e là. Il freddo implacabile
ghiacciava qualunque cosa non gli opponesse un calore
sufficiente. Sul cammino di ronda ardevano vari fuochi a breve
distanza l’uno dall’altro. I nani potevano sostare davanti alle
fiamme e bere una calda birra al miele.
Balyndar osservò gli artigiani che venivano calati su una
piattaforma all’esterno della porta. Avevano individuato il
punto in cui aveva visto qualcosa prima di svenire. Non mi ero
sbagliato.
«È molto in alto», disse Girgandor, pensoso. «Doveva essere
l’apice della rampa di corpi. Non hanno usato i proiettili.»
Tamburellò con le dita guantate sul muro coperto di brina.
«Con più corpi arrivano ancora più su, a meno che non li
teniamo lontani col fuoco e con le pietre.»
«È per questo che dobbiamo sbrigarci a costruire le nuove
macchine.» Fino ad allora Balyndar si sarebbe dovuto
accontentare del piccolo contingente che avevano montato
come prima difesa. «Avete riempito le casse e i bauli nelle
dispense?»
«Il mastro armaiolo mi ha comunicato che le scorte di
cuspidi sono salite a due terzi. Gli operai martellano il ferro
senza sosta e sono in azione anche i torni dei mulini ad acqua.
Il legno per le aste dei giavellotti e delle frecce prende forma a
poco a poco. Stanno arrivando anche gli aquiloni», lo rassicurò
Girgandor.
Balyndar si sentì più tranquillo, ma non del tutto. Non
ancora. I Quinti stavano facendo un lavoro incredibile, sfidando
il gelo con la loro resistenza. «Passerà del tempo prima del
prossimo attacco, ma dobbiamo essere preparati.»
«Come fai a saperlo?»
«Fa troppo freddo.» Balyndar allungò il braccio dietro di sé,
trattenendo un gemito di dolore. Prese un mestolo di birra al
miele dalla pentola fumante e lo rovesciò oltre i merli.
Nonostante il calore e l’alcol, il liquido si consolidò in una
manciata di cristalli scuri che si distribuirono nell’aria e si
trasformarono in una scintillante nuvola brunastra. Una parte
cadde crepitando contro la porta, il resto fu soffiato via dal
vento.
«L’esercito degli straccioni non aveva vestiti con cui
proteggersi dal freddo», spiegò Balyndar. «E questo in
autunno. Guardati intorno. Chiunque abbia un briciolo di
buonsenso non inizia una campagna militare in inverno se non
può difendersi dai suoi rigori.»
«Non erano morti viventi», confermò Girgandor.
«Congelerebbero anche loro.» Balyndar rise nonostante il
dolore. «Che cosa c’è?» gridò ai nani sulla piattaforma. «È
ancora lì.»
«Non si muove. Si è fuso col granito», rispose uno di loro.
Girgandor schioccò la lingua. «Sciocchezze. Quale materiale
ha questa proprietà?»
«Potrebbe trattarsi di magia», ipotizzò Balyndar.
«Staccatelo!»
«Impossibile. È un pezzo di ferro con incisa qualche runa
bianca.»
«Vado a prendere la Lama di Fuoco ed elimino quell’affare.
Issate la piattaforma, così posso scendere.»
Girgandor annuì e diede istruzioni. Evitò di protestare
perché solo il comandante era in grado di scatenare la forza
dell’arma tempestata di diamanti. A quanto si sapeva, nessun
altro Quinto aveva quella capacità.
L’erede del mio vero padre. Balyndar salì sul montacarichi,
quindi attraversò il cortile zoppicando in direzione della
camera di servizio. Si tirò il cappuccio sulla testa. Il fuoco che
gli era passato sopra gli aveva bruciato quasi tutti i capelli.
Doveva far ricrescere anche la barba.
Per non gravarsi del peso dell’ascia magica prima che le
ferite si rimarginassero, l’aveva messa al sicuro nel proprio
alloggio. Sarebbe stato un peccato usarla come bastone da
passeggio.
Gli squarci dolorosi lo costringevano a camminare piano,
sicché ebbe più tempo per riflettere sulla notizia che si stava
diffondendo in un lampo nei regni dei nani. L’imperatore aveva
trovato Tungdil Manodoro.
Balyndar ebbe la tentazione di precisare «un altro Tungdil
Manodoro». Quanti ne vomiterà la terra?
A quanto pareva, il volto dell’eroe era in parte deturpato da
ustioni e il nano si comportava diversamente dal Tungdil che
era tornato più di un ciclo addietro, con l’armatura di tionio
nero ornata di rune scure e l’aspetto di un signore della guerra.
Balyndar ricordò la conversazione col Rabbioso. Si erano
domandati se il guerriero inquietante fosse il vero Tungdil, ma
nessuno aveva saputo rispondere con certezza.
Neppure io. Molti non osavano dire ciò che la maggior parte
immaginava o sapeva per certo: Balyndar era figlio
dell’Erudito, partorito sui Monti Grigi e considerato il figlio del
re dei Quinti, Glaïmbar Lamatagliente. Se ci fosse un legame
tra noi, lo percepirei? In fondo, per me non significa nulla.
Aveva già perso il padre. Oppure il vero genitore aveva fatto
ritorno soltanto in quel momento?
Preferì non rimuginarci troppo.
Era rassicurante che l’eroe scomparso fosse tornato, ma i
figli del Fabbro dovevano compiere la loro missione anche
senza guerrieri famosi. Balyndar aveva vissuto per cicli senza
padre, dunque non aveva bisogno di lui. Né in quella rotazione
né in futuro.
Il mio compito è proteggere la porta. Entrò nella camera,
aprì le ante dell’armadio incassato nella pietra e sfilò la Lama
di Fuoco dal sostegno. Ed è quello che sto facendo. Afferrò il
manico di legno di sigurdazia e uscì.
Nel messaggio, sua madre gli consigliava di non
entusiasmarsi troppo per un eventuale incontro con l’Erudito.
Dati i sentimenti di Balyndar in quell’istante, il rischio era
inesistente. Inoltre, aggiungeva la regina, il secondo Tungdil si
era dato alla latitanza.
Dopo un lungo soggiorno in una stazione di sosta del
Gauragar aveva tagliato la corda senza nemmeno salutare il
Rabbioso. Aveva soltanto lasciato un biglietto in cui diceva di
voler visitare la Terra Nascosta per riconquistare la pace
interiore e farsi un’idea dei danni subiti dalla propria patria.
L’imperatore gli aveva messo alle costole diversi guerrieri
perché non restasse senza protezione. O senza sorveglianza?
Balyndis tuttavia non sapeva se lo avessero rintracciato.
I dubbi sulle intenzioni di Tungdil persistevano. Dal
Phondrasôn poteva essere arrivato un altro sosia, che forse
svolgeva attività spionistiche per portare un esercito dal mondo
delle tenebre.
Samusin si burla di noi.
Una volta raggiunta la torre, Balyndar salì sul montacarichi,
che cominciò a muoversi verso l’alto. In quel momento il ghaist
gli sembrava più minaccioso di un Tungdil che aveva ripudiato
le armi.
Girgandor si materializzò al suo fianco e lo accompagnò sul
cammino di ronda, pronto a sorreggerlo. «Questa scoria è un
ostacolo per i lavori di sgombero davanti alla porta. La
prossima volta dovremmo usare solo acqua e petrolio.»
«A quanto ne so, abbiamo utilizzato spesso la scoria a scopo
di difesa.»
«Sì, ma aveva una composizione diversa, credo. Non erano
gli stessi residui. La nostra si è solidificata sul terreno e fusa
coi corpi dell’esercito miserabile.» Girgandor si fermò tra due
merli. «Il gelo rende questa miscela dura come l’acciaio.»
Indicò la strada.
I nani spaccavano faticosamente lo strato di scoria con asce,
picconi e martelli, avanzando un passo alla volta. Schegge di
pietra, frammenti di ossa e brandelli di carne congelata
schizzavano ovunque. I resti venivano raccolti con le pale e
gettati su carri per poi essere bruciati negli altiforni. I nani
cantavano una canzone scurrile, il cui testo era difficile da
comprendere.
«Possiamo considerarci fortunati che non sia estate. L’aria
puzzerebbe più di un demone dei mezz’orchi.» Girgandor guidò
Balyndar verso la piattaforma.
Il comandante scavalcò goffamente il muro e si avvicinò agli
scalpellini e ai fabbri che lo aiutarono a salire sulle tavole. «Ci
sono nuove perdite tra i feriti?»
«Siamo a centottanta feriti e settantaquattro morti.»
Girgandor fece per seguirlo, ma Balyndar lo fermò con un gesto
della mano.
«Perché non vuoi che ti accompagni?»
«Se precipito e muoio, qualcuno deve pur prendere il
comando.» Balyndar ridacchiò e ordinò di calare la piattaforma.
«Che Vraccas lo impedisca.»
Il comandante divaricò le gambe affinché il vento e gli
scossoni non gli facessero perdere l’equilibrio. Non si fidava
del parapetto.
La piattaforma scese lentamente, a breve distanza dalla
porta di granito nero, finché non raggiunse il punto in cui era
conficcato l’oggetto, un pezzo di ferro inciso della lunghezza di
un dito.
Che cosa faccio? si chiese Balyndar.
I battenti erano della pietra più dura, che nemmeno i
proiettili più grandi riuscivano a scalfire. All’interno, i dieci
chiavistelli forgiati dai nani impedivano l’apertura e
vanificavano anche gli incantesimi lanciati contro il baluardo.
Vraccas aveva dato ai propri figli la capacità di compiere
autentici miracoli durante la produzione dei metalli e la
lavorazione della pietra.
Perciò Balyndar non credette ai propri occhi. «Ha resistito ai
martelli?» chiese ai compagni, che si proteggevano dal freddo
con guanti, sciarpe e mantelli pesanti.
«Ai martelli e a tutti gli altri attrezzi, capitano», rispose una
nana.
Balyndar posò la mano sul pezzettino di ferro, ma non sentì
nulla di particolare. La parte anteriore era penetrata nel
granito come se in quell’istante la pietra si fosse ammorbidita e
poi avesse ripreso la vecchia consistenza. «Molto strano.»
Impugnò la Lama di Fuoco. «Fate attenzione a non
precipitare.» Prese la misura e brandì l’arma in modo da
colpire il ferro col lato della lama.
Se si era aspettato una certa resistenza oppure un lampo o
un boato, ci fu soltanto un banale luccichio delle gemme, e il
ferro si spezzò con un leggero tintinnio.
Ma un frammento minuscolo continuò a sporgere dalla
superficie.
Con l’arma magica non sarebbe riuscito a estrarre la
scheggia, e per giunta una tacca profonda sarebbe stata un
segno efficace quanto il ferro. Balyndar concluse che sarebbe
stato impossibile rimuovere il frammento. «Che resti dov’è
finché non trovo un’altra soluzione», disse ai nani, sollevando il
pezzetto che aveva rotto. «Procuratevi la vernice e dipingetelo
in modo che non dia nell’occhio.»
Gli altri annuirono mentre Balyndar dava l’ordine di tirare su
la piattaforma.
Quando tornò sul cammino di ronda, spiegò brevemente la
situazione a Girgandor. «Farò pervenire la scheggia a Coïra.»
«Sempre che qualcuno l’abbia trovata. È ancora in cerca
della fonte magica, da qualche parte nella Terra Nascosta.»
Balyndar ripose il frammento nella tasca del mantello.
«Allora lo conserverò. Non appena la maga…» Distinse un
oggetto metallico tubolare accanto ai resti di una catapulta.
Non sembrava il componente di una macchina da difesa. «Che
cos’è?»
Girgandor ordinò a un guerriero di recuperarlo. L’involucro
di bronzo era bruciacchiato e malridotto.
Balyndar lo prese e, stupito, esaminò le rune appena
leggibili, che somigliavano a quelle sugli elmi dei ghaist. Una
trappola! Ebbe la tentazione di scagliarlo oltre i merli, ma si
trattenne. Se fosse un manufatto magico capace di nuocerci, lo
avrebbe già fatto. «Un rimasuglio del nostro ospite. Deve
essersi strappato quando l’essere è stato annientato dalla Lama
di Fuoco.» Agitò cautamente il tubo. «Dentro non c’è più nulla.
Oppure il contenuto è molto leggero.»
«Un messaggio.» Girgandor lo studiò attentamente e chiamò
alcuni scudieri. «Che fosse questo il compito del ghaist?
Consegnarci un messaggio?»
Balyndar scosse la testa. «Non per noi, altrimenti avrebbe
potuto darmi l’astuccio anziché scatenare una battaglia.»
Il secondo ghaist non era stato catturato. Doveva essere
ancora in fuga sulle montagne, verso la destinazione che gli era
stata assegnata dal suo signore.
Con lo stesso dispaccio?
Girgandor si sistemò il guanto destro. «Per chi, allora?»
Balyndar scosse il tubo e lo capovolse da una parte e
dall’altra finché quello non si aprì con un clic. Comparve una
pergamena ricavata da una pelle sconosciuta, grigia e liscia
come vetro. Poiché l’inchiostro non sarebbe durato, le lettere
erano state incise.
Girgandor diede una sbirciatina. «È scritto nella lingua
comune della Terra Nascosta.»
Balyndar tenne il foglio in modo che nessun altro lo vedesse.
«Ve lo leggo prima che vi venga il torcicollo.» Così, se
necessario, posso omettere dettagli che soltanto mia madre
deve conoscere.

«Ai potenti del Paese oltre la porta,


avete accolto un demone tra voi.
Un demone dalle sembianze di una ragazzina.
È da tempo che cerco di distruggerlo, ma mi è sfuggito.
Ora esistono due modi.
Il primo è il più semplice: mi gettate il cadavere del demone
oltre la porta, e non accadrà null’altro.
Il secondo, più difficile e doloroso, mieterà un gran numero
di vittime dalla vostra parte della porta: manderò i miei eserciti
senza sosta, di giorno, di notte, come più mi aggrada, finché
non entrerò nel vostro Paese e non ucciderò il demone.
Costringetemi a farlo e, non appena sarò penetrato nel Paese
oltre la porta, esso tramonterà.
È una promessa.»

La firma era indecifrabile.


Per qualche istante regnò il silenzio.
Balyndar sapeva che i compagni si stavano domandando
come accelerare i lavori per preparare la fortezza a nuove
battaglie. Non c’era motivo di dubitare della serietà del
messaggio. «Così sappiamo dov’è diretto il secondo essere.»
«Mi chiedo come faccia il mittente a sapere che non siamo i
potenti con cui dovrebbe trattare», disse Girgandor. «Il ghaist è
corso senza esitazione verso il tunnel, come se conoscesse
esattamente la strada che conduce nella Terra Nascosta.»
Balyndar era d’accordo. «Potrebbe essersi informato con la
magia delle nostre vicende, o forse le sue spie si sono
introdotte nella nostra patria durante il regno del male.»
«Oppure agisce d’impulso», aggiunse un nano.
«La regina e l’imperatore devono essere messi subito al
corrente.» Balyndar infilò la pergamena e l’involucro nelle
mani di un soldato. «Portali a un corriere. Dobbiamo avvisare la
Terra Nascosta e i regni dei nani.»
«Noi continuiamo a fare la guardia», disse orgoglioso
Girgandor. «I nostri proiettili sono numerosi quanto i suoi
guerrieri buoni a nulla. Se dovesse scagliarci contro altri
centomila soldati, creperanno in una tempesta di fuoco.»
«Gli attacchi potrebbero riguardare qualunque altra porta.»
Era molto improbabile, perché occorreva troppo tempo per
condurre una simile orda oltre le montagne, ragionò Balyndar.
Ma chi è un grado di riunire un esercito come quello ha risorse
inimmaginabili. «Inoltre bisogna metterli in guardia dalla
ragazzina. Belogar aveva ragione.»
«Anche questa potrebbe essere una menzogna», osservò un
altro nano. «Forse il male mira a mettere zizzania tra i popoli.»
Balyndar annuì. «Può darsi, amico mio.» Si voltò e zoppicò
lungo il cammino di ronda. «Oppure la ragazzina è un demone
e dobbiamo gettare il suo cadavere oltre la porta per
risparmiare altre sciagure alla Terra Nascosta.» Dov’è diretto il
secondo ghaist? «Dite agli aquilonieri di sbrigarsi. Li voglio qui
al più presto.» Il pensiero dei nuovi strumenti difensivi lo
distrasse, perché era impaziente di vedere il terrore che
avrebbero seminato tra gli aggressori.
La genialità dei Quinti aveva trasformato un giocattolo per
bambini in un’arma che, in condizioni di vento favorevole,
sarebbe tornata molto utile: gli aquiloni.
Se prima veleggiavano innocui legati a funi sottili, i nani
avevano quasi decuplicato le loro dimensioni per renderli in
grado di trasportare carichi pesanti. Fatti di seta e salice delle
valli, si alzavano in volo, agitavano la loro lunga coda di tessuto
e venivano manovrati con corde e pesanti dispositivi a
manovella. Su una seconda fune, tramite una carrucola e un
anello di ottone, si poteva collocare un sacco di cuoio col fuoco
di Vraccas. Si tranciava la corda per lanciare il carico micidiale
oppure si dotava il sacco di una cucitura infuocata che faceva
esplodere il contenitore dopo un tempo prestabilito.
Gli aquiloni dipendevano dal vento, che sulle montagne non
mancava quasi mai. Volavano abbastanza in alto da scansare i
proiettili nemici e potevano far piovere un fuoco inestinguibile
in quasi ogni punto della Porta di Pietra.
Sarò più tranquillo quando saranno arrivati. Pur avendo
espresso ad alta voce i propri pensieri cupi su Sha’taï, Balyndar
non avrebbe mai ucciso la ragazzina a sangue freddo. I re
devono arrestarla e interrogarla. «Girgandor!»
Il vice accorse. «Nuovi ordini?»
«Solo uno: più velocità.» Balyndar gli diede una pacca sulla
spalla. «In ogni cosa.»

Terra Nascosta, Monti Neri, regno dei Terzi, Porta Orientale,


6492° ciclo solare, inverno

L’inverno non li mette in ginocchio. Sono ancora lì. Rognor


Colpodimorte era incredulo. «A ogni rotazione penso: ’Mi
sveglio, guardo oltre il muro e sono spariti’. E invece no.» Si
guardò intorno. «Avrei perso la scommessa. Altre quattro
tende.»
L’accampamento davanti all’ingresso dei Monti Neri ospitava
duemila elfi di tutte le età. Anche se la neve si accumulava sui
tetti, le tende semicircolari non crollavano e dalle aperture
superiori usciva il fumo di innumerevoli fuochi.
Bolîngor Acchiappalame del clan dei Pugnodiferro si
avvicinò, avvolto in un mantello e in una pelliccia, togliendosi le
briciole della colazione dalla barba castana. Comandava gli
artiglieri sul lato settentrionale della fortezza ed era
considerato il guerriero con la vista più acuta, perciò aveva
tatuaggi che gli disegnavano una larga striscia da una tempia
all’altra. «Cinque.» Bolîngor indicò verso meridione.
«Sull’aggetto.»
«Non so se sia meglio che lo spirito di Lorimbur li cacci via o
li protegga.» Rognor si spostò dietro il muro per ripararsi dal
vento. Le raffiche parevano penetrare sotto la maschera, la
sciarpa e la folta barba blu per mordere la pelle. Era abituato
alle intemperie, ma quell’inverno sembrava avere deciso di
superare i precedenti. «Il gelo li odia. È un miracolo della loro
dea che non siano ancora morti assiderati.»
Bolîngor prese il cannocchiale e osservò la strada che da
oriente conduceva alla fortezza dei nani. «Ed eccone altri.
Quattro… no, cinque slitte. Secondo i miei calcoli, trenta nuove
bocche da sfamare.»
Rognor gemette. Gli elfi avrebbero mandato Chynêa alla
porta per chiedere l’accesso. Ogni volta che arrivavano nuovi
nuclei familiari, l’elfa si piazzava davanti alla roccaforte e
faceva lo stesso discorso, appellandosi all’amicizia tra i popoli.
«Conosco a memoria la sua tiritera.»
Bolîngor abbassò il cannocchiale. «Altri cinquanta, e
bloccheranno la porta, cancelliere.»
«Lo so, ma non possiamo farli fuori.»
«E se lo facessimo?» chiese l’altro, tra il serio e il faceto.
«Potremmo rovesciare loro addosso la farina e dire che la volta
successiva useremo il fuoco. O l’acqua. Con questo freddo li
trasformeremmo in statue dalle forme perfette.»
Ridacchiarono senza malignità.
Ai nani non piaceva negare l’accesso agli elfi, ma le
condizioni erano mutate. Il sospetto dell’imperatore che
qualcosa non quadrasse aveva cominciato ad apparire fondato
dopo il ritrovamento del rimedio Occhi di elfo.
«Secondo te, quanti albi ci sono nell’accampamento?»
Rognor vide Chynêa che, imbacuccata in una pelliccia bianca
dal collo alto con tanto di sciarpa e berretto, usciva dalla
grande tenda delle riunioni e s’incamminava verso la porta
della fortezza. È bellissima.
«Magari lo sapessi. Che Vraccas congeli gli impostori. O che
li bruci nelle tende.» Bolîngor accennò all’elfa. «Puntuale come
un orologio, la signora. Scendiamo?»
Rognor notò che Chynêa lo indicava e dava un segnale. «Per
Vraccas! Sa dove sono, senza vedermi», constatò sconcertato.
«Questo gioco dura da troppo tempo.» Si alzò di scatto. «Ora
basta.» Si diresse verso le scale per andare a parlare con l’elfa
attraverso le sbarre del cancello abbassato.
«Faccio cercare la farina», gli urlò dietro Bolîngor.
Rognor scese i gradini, irritato dal fatto che gli elfi si
mostrassero così caparbi e resistessero a ogni cosa, dal clima
agli ordini. Si potrebbe pensare che Vraccas abbia partecipato
alla creazione di questi esemplari. Sono irragionevoli quasi
quanto noi. Sorrise. Quasi.
Il nano e Chynêa raggiunsero il cancello nello stesso
momento. Il vento che soffiava tra le grosse sbarre fece
svolazzare i loro vestiti.
L’elfa era dimagrita. Il viso scarno era scavato e gli occhi
erano spenti. Lo svernamento l’aveva messa a dura prova;
probabilmente lo stesso accadeva con tutti quelli che erano
accampati là fuori. «I miei saluti, cancelliere.»
Dalla sua voce, Rognor capì che era allo stremo delle forze.
«Che Sitalia sia con te», replicò gentilmente. «Faccio portare il
cibo, se vuoi.»
«Sei molto generoso, ma ce la caviamo con quello che
abbiamo.»
«Non ci hanno ordinato di guardarvi morire di fame senza
fare nulla.» Rognor sollevò la maschera, mostrando il volto
tatuato. «Ma non posso ancora lasciarti passare.»
«In questa rotazione mi risparmio i soliti appelli.» Chynêa
chinò impercettibilmente il capo. «Voler entrare nella Terra
Nascosta non è un semplice desiderio infantile. È un nostro
dovere», spiegò con voce fievole. «La Creatrice ci ha chiamati,
e noi seguiamo il suo segno.»
«Lo capisco, ma non posso farci nulla.»
«È un dovere sacro, cancelliere. Il numero di coloro che
vogliono obbedire all’esortazione della dea aumenta.»
Rognor rizzò le orecchie. «Non fatelo», supplicò. «Anche noi
abbiamo un dovere da assolvere, assegnato da Lorimbur e
Vraccas.»
«Lo so.» Chynêa strinse le labbra. «Non riuscirò a fermarli
ancora a lungo. L’atmosfera è tesa. Gli stenti creano molti
problemi.»
Posso offrire solo viveri. «Allora tornate indietro. Tre
rotazioni, non di più. Aspettate che arrivino altre notizie dalla
Terra Nascosta. Prometto che vi manderò un messaggero non
appena ci saranno novità.»
Chynêa fece un sorriso riconoscente. «È bello vedere un
nano compassionevole. Ci avevano riferito che il tuo popolo
serbava ancora i vecchi rancori.»
«Se in passato gli elfi avessero contribuito maggiormente
alla lotta per la libertà della Terra Nascosta, l’animosità non
esisterebbe più. Ora occorre tempo.» Rognor sorrise. «Ma
prima o poi succederà.»
Chynêa sembrava meno convinta. «Sono le notti a farmi
paura.»
«Siete al sicuro davanti alla nostra porta.»
«Non si tratta di un pericolo che potrebbe abbattersi su di
noi.» L’elfa strinse le sottili dita guantate intorno a una sbarra.
«Gli irriducibili potrebbero sfruttarlo per penetrare nella
fortezza. Solo gli dei sanno cosa accadrà a quel punto.» Parlava
con voce rotta e rassegnata. «Supponi che dieci di noi provino
a entrare e aggrediscano o addirittura uccidano una delle tue
guardie. Come reagireste? So delle fionde e dell’arsenale di
proiettili micidiali che può investirci.» Chynêa allungò il
braccio tra le sbarre. «Posso chiederti, cancelliere, di darmi la
tua parola che gli innocenti non verranno puniti?»
Rognor lesse una profonda paura nei suoi grandi occhi
incavati. «Ti giuro che l’accampamento non verrà distrutto
nemmeno se qualcuno riuscisse a superare le mura», dichiarò
solennemente, tendendole la mano. Le sue dita sembrano rami
secchi. «Gli elfi innocenti non pagheranno per i crimini dei
singoli.» Strinse piano per timore di romperle le ossa.
Chynêa parve sollevata «Sei un vero figlio del Fabbro. Farò
tutto il possibile per impedire un’incursione.» S’inchinò. «Spero
che ci rivedremo.» Si voltò e tornò verso l’accampamento a
passo strascicato, ma senza perdere la grazia tipica del suo
popolo.
Rognor la seguì pensosamente con lo sguardo. Mi ha dato un
avvertimento, capì all’improvviso. Mi ha avvisato che ci sarà un
attacco.
Rovesciò la testa. «Bolîngor!»
«Sì, cancelliere? Buttiamo il primo carico di farina?»
«Raddoppia le guardie e convoca i capisezione e i mastri
d’artiglieria nella sala dei colloqui.» Rognor arrancò sulla neve
verso il lato opposto della fortezza, dove si trovavano gli alloggi
e i locali per le riunioni.
Non avrebbe potuto biasimare gli elfi, qualora avessero fatto
un tentativo, ma come faceva a prevedere se gli aggressori
avrebbero risparmiato i difensori o avrebbero agito senza pietà
pur di raggiungere il loro scopo?
Non saremo noi a versare il primo sangue. Rognor intendeva
dare istruzioni per evitare possibili carneficine. Da entrambe le
parti.

Bolîngor andò al posto di osservazione in cima alla fortezza,


con un boccale di brodo di pollo bollente.
Gli piaceva sentire il sapore sulla lingua e il calore nello
stomaco mentre contemplava i Monti Neri e mangiava la
minestra salata e sostanziosa. Il cancelliere gli aveva ordinato
di proibire la birra calda, che poteva provocare un’eccessiva
euforia.
Erano trascorse sette rotazioni da quando Rognor aveva
radunato i capisezione e i mastri artiglieri per dare loro
istruzioni. Nessuno doveva uccidere gli elfi che fossero riusciti
a salire sulle mura. Tutt’al più le guardie potevano ferirli.
Entrò nel rifugio coperto che con la sua forma semicircolare
e il suo aggetto consentiva di guardare verso oriente e verso il
basso. Per evitare che il vento soffiasse senza sosta attraverso
le aperture nel pavimento, anch’esse munite di sbarre, si
potevano abbassare i portelli di ferro. Le guarnizioni di paglia
impedivano che il freddo penetrasse dalle fessure o che gli
spifferi fischiassero incessantemente, disturbando il sonno
delle guardie.
I cinque soldati lo salutarono.
«Nessuna novità. La luna splende e ci mostra tutto ciò che
accade sui Monti Neri, ossia nulla», esordì uno di loro,
sorridendo.
«Speriamo che la situazione resti immutata.» Bolîngor si
spostò verso destra e si avvicinò alle finestrelle per guardare
fuori e ammirare le vette rischiarate dalla luce argentea delle
stelle.
Amava la neve e l’inverno. L’aria era più limpida e lo sguardo
poteva spaziare più lontano che nelle torride rotazioni estive.
Sollevò col pollice il coperchio del boccale e bevve un sorso,
guardando trasognato i monti e i pendii. «Altre segnalazioni sul
registro di guardia?» Puntò gli occhi sulla cima dell’Abete di
Pietra. È passato molto tempo.
Da bambino aveva superato la prova di coraggio che
consisteva nel recarsi lassù e scalare la roccia, cui il vento e le
intemperie avevano conferito una forma che ricordava
vagamente quella di un albero. Lo spirito di Lorimbur avrebbe
ricompensato la sua audacia con una benedizione particolare,
narrava la leggenda.
«Nessuna novità», ripeté il nano, ma poi aggiunse: «È volata
via una tenda».
«Una tenda?» Bolîngor si fermò e scrutò l’accampamento,
per quanto possibile da quella posizione. «Dove?»
«Quella all’estrema destra, sull’aggetto.»
Bolîngor cercò di vedere il punto in questione, ma invano.
Così indicò il portello a destra. «Aprite. Vado a dare
un’occhiata.» Si domandò se la squadra non avrebbe dovuto
riferire quel dettaglio durante la guardia principale, giacché
una tenda perduta significava che all’interno non c’era nessuno
a impedirle di essere spazzata via dalle raffiche.
Due nani provarono a sollevare il portello, ma i loro sforzi
furono inutili.
«È ghiacciato?» Bolîngor sorseggiò il brodo.
«Sembra di sì.»
Bolîngor tentò con l’altro, ma anche quello era bloccato,
come se una forza invisibile volesse impedirgli di guardare di
sotto. «Apritela.»
I soldati presero le asce e le usarono come leve.
La lastra si alzò di uno spiraglio, i nani ansimarono e
tirarono con tutte le energie che avevano in corpo. D’un tratto
qualcosa si ruppe con uno schianto, il portello si spalancò e il
vento gelido li investì.
Bolîngor si piegò e, stringendo le palpebre, sbirciò oltre la
grata, su cui si era formato uno strato di ghiaccio.
Per lo stupore mollò il recipiente, che rimbalzò sulle sbarre
fitte e rovesciò il proprio contenuto. La minestra si tramutò in
una manciata di cristalli nell’aria gelida.
Le particelle luccicanti passarono accanto a figure che si
arrampicavano sul muro, lungo una corda. Il gancio delicato cui
era fissata la fune sottile pendeva dalle sbarre di ferro della
botola.
«Date l’allarme», urlò Bolîngor ai soldati, quindi
s’inginocchiò ed estrasse il pugnale per tagliare la fune.
La pioggia di cristalli tuttavia aveva avvertito gli elfi.
Uno guardò su e fece un segno agli altri. Quattro sagome
saltarono sulle mura a diverse altezze e sparirono sotto gli
occhi di Bolîngor.
La lama affilata tranciò la fune, e i due elfi che non avevano
avuto la possibilità di penetrare nel baluardo precipitarono per
una cinquantina di passi sul terreno innevato.
Se Sitalia li ama, sopravvivranno.
Risuonarono squilli di corno che si mescolarono ai tonanti
colpi di un gong in lontananza. La roccaforte dei Terzi si svegliò
e la caccia agli intrusi ebbe inizio.
Spero che le guardie si attengano alle istruzioni di Rognor.
«Aprite anche gli altri portelli.» Bolîngor si affrettò verso i
gradini che conducevano di sotto. «Avvisate il cancelliere non
appena gli elfi si riuniscono davanti alla porta. Il chiasso
risveglierà la loro curiosità e forse anche il desiderio di aiutare
i loro simili.»
Scese le scale di corsa, sfoderando la mazza ferrata, che
permetteva di controllare l’effetto dei colpi molto meglio di
un’ascia o di una mazza chiodata. Era per quel motivo che
Rognor aveva ordinato di dotare le guardie di armi smussate.
Di lì a qualche istante la fortezza era illuminata a giorno. I
soldati gli passarono accanto in gruppi di quattro, impugnando
bastoni e piccoli scudi.
Bolîngor raggiunse un altro portello, in cui era sicuro che si
fossero infilati due elfi. Voleva acciuffarli di persona.
Bisognerebbe sostituire le sbarre con un’altra struttura.
Ipotizzò che gli Orecchi appuntiti avessero usato frecce
particolari o una piccola catapulta per mettere il gancio in
posizione. Durante un vero assedio quello stratagemma
sarebbe stato inutile, ma voleva essere certo che il punto
debole venisse eliminato.
Un elfo balzò nel corridoio. Indossava una leggera armatura
di cuoio maculato grigio e bianco e pantaloni dello stesso
materiale, che lo mimetizzavano magnificamente nella neve.
Nella fortezza nera, tuttavia, dava molto nell’occhio.
Bolîngor brandì la mazza. «Non abbiamo niente contro di te
e contro gli elfi. E sappiamo che per voi è importante entrare
nella Terra Nascosta. Ma solo quando vi daremo il permesso.»
Indicò verso est. «Se scompari di tua spontanea volontà, non ti
succederà nulla. Altrimenti dovrò spezzarti qualche osso,
temo.»
L’elfo indietreggiò prudentemente. Dalla cintura gli pendeva
uno spadino, ma non diede segno di volerlo usare. «Apriremo la
porta. Una volta che saremo nel vostro regno, non vi resterà
altra scelta se non farci passare.»
Bolîngor scosse energicamente il capo. «Qui ce n’è uno»,
gridò, avvicinandosi per attaccarlo. Non mirò alla testa, bensì
alle gambe, nella speranza di farlo cadere.
«Scusa se prendo la scorciatoia.» L’elfo schivò il fendente,
spiccò un salto e atterrò sulle travi, dove avanzò agilmente
muovendosi sopra la testa del nano.
Bolîngor lanciò l’arma e lo centrò al fianco.
L’impatto bastò per far perdere l’equilibrio all’elfo, che
precipitò. Si udì prima il tintinnio della mazza, poi il leggero
tonfo dell’avversario.
Il corridoio fu invaso dai nani.
«Chiudete le uscite!» Bolîngor si lanciò addosso all’elfo.
«Due guerrieri da me! Lo leghiamo.»
L’Orecchio appuntito riuscì a evitare i primi colpi, ma alla
fine le guardie lo bloccarono in un angolo. Alzò lentamente le
mani per indicare l’intenzione di arrendersi.
Bolîngor dovette dargli atto che non aveva sguainato lo
spadino. «Immobilizzatelo e portatelo giù alla porta.
Aspetteremo che li abbiano acciuffati tutti e quattro.» Si girò
verso l’uscita destra del corridoio.
«Scordatelo», disse un secondo elfo, fermo sopra quattro
nani feriti e calò lo spadone insanguinato; intorno ai guerrieri
si allargarono pozze rosse. «Preferisco che questa orribile
fortezza prenda fuoco.»
Ci ha provato! Quel pazzo ha osato davvero! Bolîngor sollevò
la mazza. «Hai dimenticato una cosa: la pietra non brucia.»
Senza aggiungere altro, andò verso l’elfo. Chi uccideva
volutamente quattro dei suoi guerrieri, e a tradimento per
giunta, non meritava nessuna pietà. Il cancelliere avrebbe
capito.
Premette un pulsante sul manico della mazza: dal metallo
sbucarono lunghe punte.
Le tacche sulla lama dicono molto del proprietario.
Massima dei nani
XV

Terra Nascosta, nel Sud del regno elfico del Ti Lesîndur,


6492° ciclo solare, inverno

I
l Rabbioso e i suoi compagni si addentravano sempre di
più nel giovane impero elfico. L’imperatore aveva portato
con sé una delegazione più numerosa, e non solo perché si
conveniva alla sua posizione e alla sua carica.
La ragione non erano nemmeno gli eventuali sicari
albici.
In presenza della ragazzina arrivata dalla Terra dell’Aldilà si
sentiva a disagio: davanti al tempio di Palandiell aveva notato
che gli umani cambiavano idea con facilità non appena la
vedevano. Si era circondato dei migliori guerrieri, nel caso
tirasse una brutta aria.
Forse era scorretto, ma Boïndil credeva che i radicali
cambiamenti nella Terra Nascosta fossero imputabili
unicamente a Sha’taï. Doveva riconoscere che la ragazzina
aveva portato la pace e la conciliazione quando, nel Tabaîn, i
rapporti con gli elfi avevano rischiato di guastarsi, ma la sua
opera buona aveva un difetto: l’inspiegabile disponibilità dei
presenti. Quell’atmosfera di letizia misteriosa prevaleva
dall’incoronazione a Hochstetten, e il Rabbioso la notò anche
durante il viaggio verso l’impero degli elfi.
La cortesia cresceva come una pianta rampicante,
avviluppando gli umani e soffocando la loro mente. Le obiezioni
alla nomina di Rodario I giungevano tutt’al più da regioni
remote della Terra Nascosta, mentre per il resto gli umani si
sentivano finalmente sullo stesso piano dei nani e degli elfi.
L’euforia prendeva piede.
Boïndil non era infastidito dall’ottimismo, ma riteneva che
non fosse spontaneo. Guardò verso l’avanguardia, che si
trovava già in un piccolo villaggio e aveva dato il segnale di via
libera.
Dietro il paesino si stendeva una fitta foresta di abeti
all’interno della quale c’era il punto d’incontro.
«L’ennesimo insediamento abbandonato», disse Aurogar
Manolarga del clan dei Cercargento, un aitante guerriero della
stirpe dei Quarti. «I sudditi di Mallenia hanno fretta di partire.»
«Nessuno vuole restare qui, se ha le tasche piene d’oro.» Il
Rabbioso raddrizzò le spalle. A forza di cavalcare gli doleva
anche il posteriore. Dobbiamo ripristinare i tunnel veloci. Gli
scomodi viaggi a cavallo delle rotazioni precedenti lo avevano
affaticato. «Se io fossi senza coscienza né decoro, formerei una
banda e vagherei per queste terre in cerca di umani da
derubare dei loro tesori.»
Aurogar annuì. «Meno male che noi nani siamo così onesti.
Pur apprezzando l’oro.» Rise, imitato dall’imperatore.
Il corteo di cinquanta guerrieri attraversò un mondo
innevato e il Paese che fino a poco tempo prima faceva ancora
parte del Gauragar. Nemmeno quell’enorme donazione
suscitava più le proteste del popolo. Gli elfi e gli umani si erano
avvicinati e avevano reso la Terra Nascosta più forte che mai, si
diceva ovunque.
Boïndil continuò a sospirare e a rimuginare. Il fatto che
Tungdil fosse scomparso non aiutava. Mi chiederanno di lui.
Tutti quanti.
Verso sera raggiunsero la città di Barenbrock, anch’essa
abbandonata dagli abitanti.
Sopra le mura tuttavia sventolavano gli stendardi elfici.
Nonostante il freddo e il ghiaccio, gli artigiani avevano
cominciato a conferire alla fortezza forme più arrotondate
tagliando le parti spigolose e a dipingere le pietre con elaborati
motivi rossi, porpora, gialli e neri.
«Niente male», approvò Aurogar. «Ma stanno cercando di
scolpire linee circolari nella roccia friabile. Non ci riusciranno.
Per giunta usano l’attrezzo sbagliato.»
«Non sono di queste parti.» Il Rabbioso ridacchiò. «Dovresti
dirglielo. I tuoi consigli verrebbero ascoltati da orecchi aguzzi,
anzi appuntiti.»
La frecciata fu accolta dalle risate fragorose dei nani più
vicini al sovrano.
I guerrieri elfici davanti alla porta lasciarono passare il
corteo e fecero il saluto militare.
«Stento a crederci», commentò Aurogar, ricambiando il
gesto con grande rispetto.
Boïndil, tuttavia, sapeva che lui e gli altri non avevano
abbassato la guardia. Il rimedio bianco d’occhi faceva di ogni
elfo un possibile albo. Chi lo dimentica può perdere la scintilla
della vita più rapidamente di un’ascia fissata male durante la
corsa.
Da ogni vicolo che superavano lungo la strada principale
giungevano martellii e zoccolii. I nuovi proprietari
ristrutturavano Barenbrock e la modificavano secondo criteri
elfici affinché corrispondesse ai gusti dei futuri abitanti. Di
tanto in tanto si udivano schianti e tonfi, le tegole d’argilla
tintinnavano; la polvere e la neve vorticavano e cadevano sui
tetti. Gli artigiani non esitavano a eseguire lavori di
demolizione.
Il corteo sbucò sulla piazza del mercato, intorno alla quale
molti edifici erano stati abbattuti e sostituiti da porte circolari
disposte in fila.
Al centro s’innalzava una casa a diversi piani, tutta di legno,
con tetti arcuati sovrapposti, campanelli sulle travi e statue nei
punti più alti.
Alle estremità delle grondaie facevano bella mostra di sé
doccioni a forma di bestie. Le travi gigantesche erano
verniciate di bianco, decorate di rune rosse e gialle, con lunghi
vessilli neri che, costellati di rune candide a forma di fiore,
pendevano dall’ultimo piano e garrivano nel vento.
Dai segni sottili il Rabbioso intuì che la costruzione, sebbene
gigantesca e impressionante, era stata assemblata alla bell’e
meglio. Dev’essere rapida da montare e smontare. A quanto
pareva, il Naishïon preferiva pernottare in un palazzo da
viaggio tutto suo. «Una fortezza mobile sarebbe utile»,
mormorò sorridendo.
«A me non piace.»
«Non mi riferisco allo stile, bensì al fatto che si possa
scomporre e impilare velocemente.» Boïndil apprezzava la
genialità dell’idea, ma sapeva che era irrealizzabile per via del
peso.
Aurogar rise. «Erigere una fortezza ogni volta, questo sì che
sarebbe divertente. Avremmo dovuto pensarci prima. Avremmo
avuto qualche vantaggio in battaglia.»
Il Rabbioso fece fermare il corteo e ordinò ai guerrieri di
scendere dai pony. Formarono un quadrato intorno
all’imperatore e, con lui al centro, si avviarono verso la
struttura sorvegliata da guardie elfiche.
«A cosa servono, se tra loro c’è un Occhineri?» chiese
Aurogar.
Metà dei nani si fermò poco prima degli scalini che
conducevano all’ingresso con le porte di bronzo rotonde. Gli
altri salirono i gradini fino alla porta, che si spalancò.
Un elfo elegantemente abbigliato si parò loro davanti e
allargò le braccia, per poi unirle sul petto e inchinarsi. «Vi do il
benvenuto a nome del mio signore, imperatore Boïndil.
Scegliete tre dei vostri guerrieri migliori e pregate gli altri di
attendervi in questa anticamera, come ha già fatto Rodario I.»
Il Rabbioso non intendeva rinunciare alla protezione. «Ho
soltanto guerrieri migliori. Come faccio a scegliere?»
«Allora prendi i più intelligenti.»
«Sono tutti intelligenti. Come vedi, non troviamo un
accordo.»
«I più intelligenti sono quelli che si tirano indietro e
mandano avanti i migliori.»
Aurogar sbuffò e roteò gli occhi. «Ciance elfiche», disse nella
lingua dei nani. «Mettono in fuga perfino i mezz’orchi.
Immaginate cosa sarebbe successo se i Musi di porco avessero
chiesto la strada a un elfo e non a uno di noi.»
Gli altri risero.
«Così non andiamo da nessuna parte.» Boïndil snocciolò tre
nomi senza pensarci troppo. Si tolse i mantelli, rivelando
l’armatura. «Aurogar, resta qui e fa’ il bravo.» Gli consegnò gli
indumenti. «Al mio segnale fa’ ciò che abbiamo concordato.»
Posò la destra sulla testa del mazzapicchio.
L’elfo socchiuse gli occhi, ma non fiatò mentre i nani
entravano nell’anticamera.
Nella stanza c’erano guerrieri coi colori dell’Urgon sulle
corazze. Riuniti in gruppetti, fecero cenni di saluti ai nani. Gli
elfi andavano qua e là con vassoi carichi di tè e spuntini.
Il Rabbioso e i suoi tre compagni furono guidati lungo un
corridoio verso un’altra porta circolare di bronzo, sorvegliata
da quattro guardie che aprirono l’uscio e li lasciarono passare
soltanto dopo che il comandante ebbe pronunciato un
complicato vocabolo di otto sillabe.
Le cose si fanno molto interessanti. Boïndil non ricordava
neppure le prime tre lettere della parola d’ordine.
Oltre la soglia c’era un locale profumato d’incenso e di fiori.
L’olezzo, che gli solleticò e irritò il naso, era troppo intenso per
i suoi gusti. Lo sguardo gli cadde sulle tre guardie umane e
sulle tre elfiche in piedi dietro Rodario e il Naishïon.
E la piccola umana funesta!
Sha’taï era accomodata accanto all’imperatore della Terra
Nascosta, graziosa e innocua, con gli occhi grandi e un sorriso
timido sulle labbra.
Il Rabbioso sbuffò, un gesto più eloquente di qualunque
parola. Vraccas, ne vedremo delle belle. «Tenetemi d’occhio»,
sussurrò al nano più vicino. «Se mi comporto diversamente dal
solito, tramortitemi e portatemi fuori.»
L’altro parve confuso.
Boïndil scrollò il capo e andò verso la poltrona libera. Grazie
al sedile alto, poteva guardare l’uomo e l’elfo negli occhi, cosa
che lo mise a suo agio. «Eccomi. I tre potenti si sono riuniti.»
Annuì magnanimo. «E forse addirittura i più potenti di tutti»,
aggiunse dopo una breve pausa, fissando Sha’taï. Appoggiò
l’arma al tavolo.
«Che cosa intendi?» chiese Rodario, più variopinto di un
arcobaleno. Aveva i capelli acconciati in modo singolare; i baffi
e il pizzetto erano lustri di olio.
«I bambini inteneriscono anche i più duri tra noi», replicò
Boïndil, attenuando l’allusione. «A meno che un albo non voglia
il loro sangue e le loro ossa.»
Sha’taï non aveva reagito come previsto. Non si era
spaventata né gli aveva lanciato occhiate torve. Le ferite sul
collo si erano ridotte a graffi superficiali. Era là che la lama
dello scrittore doveva averla colpita.
Ataimînas sorrise educatamente. Indossava un mantello di
seta bianca con fili d’oro e d’argento, una veste nera attillata e
una fascia dello stesso colore intorno ai fianchi. «Benvenuto nel
Ti Lesîndur, imperatore Boïndil.»
«Grazie. Che la benedizione di Vraccas sia con noi.» Il
Rabbioso si guardò in giro. «Dove sono gli altri?» E che fine ha
fatto la birra?
«Quali altri?» Rodario aggrottò le sopracciglia.
«La Terra Nascosta ha altri reggenti oltre a te.»
«E più sovrani naneschi di te, eppure sei venuto da solo»,
ribatté l’uomo, con una strizzatina d’occhio maliziosa.
«Risparmiati le smancerie! Forse ti aiutano con le donne,
ma…»
«Questa rotazione è dedicata a noi tre, i sovrani supremi dei
popoli della Terra Nascosta», intervenne Ataimînas. «Dobbiamo
essere unanimi sulla direzione che la nostra patria prenderà
nei prossimi cicli prima di definire nel dettaglio ciò che
pretendiamo dai diversi regni.»
«Ciascuno deve mettere a disposizione le proprie capacità
migliori e le risorse più abbondanti», continuò Rodario.
«Be’, noi nani abbiamo montagne di pietre.» Il Rabbioso
incrociò le braccia muscolose. «Gli altri arrivano domani,
dunque?»
Gli altri due sovrani annuirono.
«Lo trovo assai strano.»
«Perché sei così scontroso, amico mio? La cavalcata ti ha
tolto il buonumore?» Rodario allargò le braccia con sussiego.
«Guarda, siamo pari tra i pari.»
«Ti espongo la mia opinione.» Il Rabbioso sentì ribollire il
sangue. Era passato troppo tempo dall’ultima birra. «Voglio che
siamo tutti presenti quando parliamo del futuro.»
«Allora ordina anche ai tuoi sovrani di venire a Barenbrock.»
Rodario accarezzò i capelli di Sha’taï, come se la ragazzina
fosse un portafortuna.
«Non abbiamo bisogno di loro. Il contributo che il mio
popolo potrà dare nei prossimi cicli, finché brillerà una scintilla
nella fucina della vita anche solo di un nano, è evidente.» Diede
un colpetto al manico del mazzapicchio. «La protezione degli
elfi e degli umani. Una cosa simile ha un valore inestimabile. E
possiamo fornire l’acciaio. Il migliore.»
Ataimînas si rilassò un poco. «Me ne rallegro.»
Se ne rallegra. L’inquietudine aumentò e fece affiorare più
rapidamente le parole alle labbra del Rabbioso. «Credo perfino
che tu mi sia grato per avere trattenuto i Nuovi Arrivati finché
non trovate un antidoto al bianco d’occhi. Prego, Naishïon. È
anche così che proteggo la Terra Nascosta.» Si morsicò la
lingua. «C’è una birra?» domandò imbarazzato dopo essersi
schiarito la voce. «Scura.»
Rodario posò le mani sul tavolo, allungò lentamente le
braccia e assunse un’aria assai boriosa. Il suo comportamento
teatrale si era unito all’arroganza imperiale. «Ti suggerisco di
moderare un poco i termini», lo rimproverò, in tono altezzoso.
«Sappiamo che…»
«Perdonatemi se v’interrompo, Rodario I, ma l’imperatore
Boïndil ha assolutamente ragione.» Ataimînas si rabbuiò. «Da
quando esiste l’inimicizia, anzi l’odio, tra elfi e albi, non è mai
accaduto che siano sfuggiti alla maledizione. L’arma più
efficace che hanno contro di noi è la diffidenza. Il mio popolo
potrà dimostrare tutta la propria forza soltanto quando saremo
sicuri di avere smascherato ogni singolo albo. Ci vorrà del
tempo. Fino ad allora ti supplico, imperatore, di tenere chiuse
le porte. Non far entrare nessun elfo che prima non sia stato
controllato.»
Nonostante l’apprensione, il Rabbioso si meravigliò. «Avete
trovato un metodo per individuare gli Occhineri?»
«Ci stiamo lavorando, ma speriamo di accelerare le cose.»
Ataimînas unì le dita, cariche di anelli nonostante i guanti di
cuoio sottile. «Finora abbiamo quattrocento elfi, tra guerrieri e
guaritori, che sono stati sottoposti ad apposite verifiche e
appartengono indiscutibilmente al mio popolo. Col tuo
permesso, dieci elfi di ciascuno dei due gruppi si trasferiranno
nei regni dei nani per esaminare i Nuovi Arrivati davanti alle
porte mentre gli altri metteranno rigorosamente alla prova
quelli che si trovano qui.»
Il Rabbioso studiò l’elfo, i cui occhi verdi luccicavano come
se fosse sull’orlo delle lacrime. Voglio saperlo. «E tu?»
«Rabbioso! È il Naishïon!» s’indignò Rodario.
«È un elfo.» Boïndil gli rivolse un’occhiata penetrante. «O un
albo? Quali prove abbiamo?» Maledetto fuoco interiore! Mi
serve la birra per spegnerlo!
Ataimînas si alzò.
Anche se in un primo momento il Rabbioso credette che
volesse andarsene e mandare a monte l’incontro, l’elfo si
spogliò fino a restare a torso nudo e voltò loro le spalle.
All’altezza del cuore si vedeva un segno che poteva sembrare
un tatuaggio ma che, a un esame più attento, si rivelava
un’ustione con tanto di cicatrici decorative. Il ghirigoro, sottile
e pieno di svolazzi, pareva un ornamento, ma i dolori dovevano
essere stati atroci.
«Questo è il sigillo di Sitalia. Viene tracciato sul corpo con
l’aiuto di un guaritore e caricato di magia elfica. Se un membro
del mio popolo lo tocca o pronuncia determinate sillabe,
s’illumina e conferma che chi lo ha su di sé è un vero elfo»,
spiegò il Naishïon.
«E nel caso di un albo?» insistette il nano.
«Non accadrebbe nulla, perché tutt’al più possono
dipingerlo.»
Il Rabbioso annuì, colpito. «Questa sì che è una verifica.»
«Posso vederlo da vicino?» chiese Sha’taï, con voce soave.
«No», bisbigliò Rodario. «Non puoi…»
«Certo.» Ataimînas le diede le spalle. «Guarda pure.»
La ragazzina si avvicinò esitante, salì sulla sedia dell’elfo e
ammirò il sigillo. «È bellissimo», sussurrò. «Quanto tempo
impiegano i vostri artisti per farlo, sommo signore degli elfi?»
«Sembra un’eternità», rispose Ataimînas. «Il tormento è la
verifica; il segno, la garanzia. La prova e la benedizione della
Creatrice.»
Il Rabbioso premette i palmi sul tavolo quando Sha’taï, con
finta incredulità infantile, toccò la pelle del Naishïon. Per un
attimo le linee parvero illuminarsi.
«Sha’taï!» la rimproverò Rodario, inorridito.
Impaurita, la ragazzina saltò giù dalla sedia e cadde sul
pavimento. «Perdonatemi, sommo signore degli elfi! Ma io…»
Ataimînas si rivestì e sorrise, tendendole le dita. «Non è
grave. Com’è stato?»
«Come… toccare una corteccia morbida.» Sha’taï gli prese la
mano e si tirò su. «Sommo signore degli elfi. Perdonate la mia
curiosità.»
Per Vraccas. Che cosa faccio se riesce a condizionare anche
lui? Il Rabbioso deglutì a fatica. «Ho sete.»
Ataimînas chiamò una guardia. «Certo, imperatore. Faccio
portare qualcosa da bere. Sembra che abbiate la gola secca
come se aveste lavorato a una fucina. La birra scura è di vostro
gradimento?»
Il nano annuì.
«E acqua e vino. Così la nostra chiacchierata sulla linea
d’azione comune sarà più piacevole.»
«A noi e a tutti gli dei! La Terra Nascosta si rafforza», esultò
Rodario, con troppo entusiasmo. «Dov’è il nuovo Tungdil? Si
farà vivo?»
Il Rabbioso avrebbe avuto bisogno di una seconda birra.
Molto abbondante e molto forte. «Si sta sgranchendo le gambe.
Potrebbe volerci del tempo.» Non aveva neppure dovuto
mentire.

Terra Nascosta, Monti Neri, regno dei Terzi, Porta Orientale,


6492° ciclo solare, inverno

Bolîngor si tolse il mantello e tacque. Attaccò l’elfo che aveva


ucciso quattro guardie a tradimento. Non ha concesso loro
nemmeno un urlo.
L’avversario parò i suoi colpi rapidi. Le armi tintinnarono.
Bolîngor sapeva di dover incalzare e inseguire il nemico per
tenerlo impegnato. Vibrava fendenti volutamente alti per
mirare al collo e alla testa con le punte pericolose della mazza.
Data la breve distanza, l’altro aveva difficoltà a respingere
con lo spadone gli attacchi.
Non ucciderai più nemmeno un nano. Bolîngor estrasse il
pugnale dalla guaina sulla schiena, glielo piantò nella coscia
sinistra e lo tirò con forza verso destra, tranciando muscoli e
tendini.
La gamba ferita tremò, l’elfo cadde con un grido. Fece un
affondo verso il nano, che intercettò lo spadone col pugnale
insanguinato e gli sfondò la faccia con la mazza.
L’avversario fu catapultato via e atterrò nel corridoio, ai
piedi dei nani che arrivavano per dare manforte a Bolîngor.
I guerrieri fissarono i lineamenti maciullati del morto. I gong
e i corni continuavano a suonare, la caccia era in pieno
svolgimento.
«Meritava di morire. Ha assassinato i nostri compagni»,
ansimò Bolîngor, indicando i cadaveri. «Fate attenzione quando
affrontate gli altri due.»
«Tre», lo corresse una voce rotta dal dolore. «Sono di nuovo
tre, capitano.»
Bolîngor si voltò.
I nani che avevano fermato il primo elfo giacevano a terra e
gemevano. L’intruso aveva sfruttato la confusione per coglierli
di sorpresa e fuggire, ma nessuna guardia aveva perso la vita.
«Lo acciufferemo.» Bolîngor raccolse il mantello, lo indossò
e andò verso la porta oltre la quale era scomparso l’Orecchio
appuntito. Non sono tutti assassini di natura. Dovette fare uno
sforzo per premere il pulsante sul manico della mazza e far
rientrare le punte. «Li prenderemo tutti!»
Al risuonare dei segnali d’allarme, le porte di acciaio e
granito della seconda e della terza linea difensiva dentro la
montagna erano state chiuse meccanicamente. I tre elfi non
potevano essere penetrati nei corridoi né altri intrusi potevano
essersi introdotti nella roccaforte. Le ricerche si limitarono alla
fortezza anteriore.
«Era una pattuglia in avanscoperta. Vogliono aprire il
cancello.» Bolîngor diede ordine di sorvegliare separatamente i
dispositivi di sollevamento. Quindi lanciò una rapida occhiata
fuori della finestra, verso l’accampamento.
Gli elfi rimasti erano stati svegliati dal rumore e dalle luci
nel baluardo. Un capannello al centro della tendopoli si
consultò per qualche istante, quindi una cinquantina si staccò
dagli altri, guidata da Chynêa. Erano muniti di lampioncini.
«Scendo a tranquillizzarli», annunciò Bolîngor. «Chiamate il
cancelliere.» Si affrettò verso la porta principale, chiudendosi il
mantello. «Lasciate aperta la porta», ordinò mentre le lanterne
di carta si avvicinavano. Gli elfi dovevano vedere che i Terzi
non avevano nulla da nascondere.
Chynêa camminava in testa al gruppo; i suoi compagni erano
muniti di armi e scudi. «Che cos’è successo?» urlò in preda
all’agitazione, fermandosi davanti alle sbarre. «Possiamo
esservi utili? Come hanno fatto le bestie a entrare nella
fortezza?»
Bolîngor rimase perplesso. «Non siamo stati attaccati.» O
l’elfa faceva la finta tonta oppure era davvero all’oscuro
dell’accaduto. Sarebbe stata una tattica astuta presentarsi
davanti al baluardo pronti per combattere e fingere di voler
dare una mano. «Quattro dei tuoi si sono introdotti nella
roccaforte. Altri due devono essere sulla neve accanto al muro
esterno.»
Chynêa notò gli schizzi di sangue sul volto, sulle dita e sulla
mazza del nano. «Sono ancora vivi?» domandò con un filo di
voce, dandogli a intendere che avrebbe dovuto rispondere con
un gesto in codice. Quando Bolîngor le mostrò tre dita,
impallidì. Mandò due dei suoi compagni nel punto in cui
avrebbero trovato gli elfi precipitati. «Prendetevi cura di loro.»
«Non torceremo nemmeno un capello agli intrusi che non ci
faranno del male», promise Bolîngor. «Altrimenti risponderemo
con la stessa durezza.»
Chynêa fece per replicare, ma il mormorio alle sue spalle
aumentò; si girò e fece un discorso rassicurante alla
moltitudine, cui si stava aggiungendo un numero crescente di
guerrieri. Qualcuno aveva i temuti archi lunghi, con cui
sarebbe stato un gioco da ragazzi scoccare le frecce tra le
sbarre.
Sotto la porta echeggiò un urlo soffocato che non veniva
dalla gola di un nano.
Bolîngor si voltò.
Quattro guardie inseguivano un elfo zoppicante, che più che
correre si tuffava in avanti. Sanguinava da una coscia, ma non
si diede per vinto. Una scure lo mancò di poco, seguita dalle
grida degli spettatori davanti al cancello.
In quel momento era disarmato, ma ciò non significava che
prima si fosse mostrato pacifico. Bolîngor tuttavia sapeva
esattamente come sarebbe stata interpretata la scena ed era
preoccupato per gli archi lunghi. Avrebbe voluto che Rognor
fosse presente. Se ora ordino di chiudere la porta…
Una mazza ferrata centrò il polpaccio del fuggitivo,
facendolo incespicare e cadere.
I nani gli si avventarono contro.
Se permetto loro di ucciderlo, scoppierà una rivolta davanti
all’entrata. «Non fategli del male!» urlò, vedendo un nano che
faceva roteare una mazza chiodata.
«È un assassino», disse una guardia. «Avevi detto…»
«Risparmiategli la vita», tuonò Bolîngor, avvicinandosi.
«Consegniamolo ai suoi simili. Saranno loro a giudicarlo.»
I nani bloccarono l’elfo e gli legarono le braccia dietro la
schiena.
«Grazie. Ascolteremo cos’ha da dire e lo processeremo»,
dichiarò Chynêa.
«Me ne assicurerò personalmente.» Bolîngor aveva fatto
qualche passo e stava per lasciare l’arco della porta quando
un’ombra gli piombò addosso.
La spalla destra gli schioccò e il braccio s’intorpidì. Il nano
cadde lungo disteso e si accorse di non riuscire più a muovere
l’arto. Senza avere il tempo di attutire la caduta, finì sul granito
gelido e sbuffò di frustrazione.
L’elfo lo scavalcò e corse verso il cancello, che si alzò
sferragliando. Anche lui aveva riportato una ferita; il sangue
rosso gli sgorgava dal fianco lasciandosi dietro una scia di
goccioline. «Non credete ai Vermi delle montagne!» urlò
inorridito. «Ci hanno dato la caccia e hanno ucciso Jorinîl. Lo
hanno trucidato davanti ai miei occhi!»
Bolîngor si rimise in piedi. Come ha fatto a entrare nella
guardiola per azionare il meccanismo di sollevamento? Nello
stanzino c’erano cinque o sei guerrieri che non avrebbero
permesso a un elfo di toccare le leve. Deve averli assassinati!
I brontolii e le grida degli Orecchi appuntiti aumentarono.
«Semhîlas, che cos’hai fatto?» domandò Chynêa, in tono di
rimprovero. «Com’è saltato in mente a te e ai tuoi amici
d’introdurvi nella fortezza?»
«Perché è il nostro dovere sacro!» Semhîlas si avvicinò alla
grata di ferro, che si alzava lenta ma inesorabile e che di lì a
poco avrebbe consentito l’accesso agli altri elfi.
Dietro Bolîngor comparvero nani muniti di armi e scudi.
Formarono un bastione vivente e avanzarono per proteggere il
guerriero.
In quell’istante accadde ciò che Bolîngor aveva temuto: gli
arcieri elfici rilasciarono le corde degli archi, per difendere se
stessi e Semhîlas. Da quella distanza, le loro frecce avrebbero
trapassato gli scudi, e magari anche le cotte.
Dall’alto risuonò l’urlo di un nano.
Le macchine per il lancio dei giavellotti furono orientate
verso gli elfi. Altre voci annunciarono che le catapulte sui merli
erano pronte a colpire la tendopoli.
Ormai il cancello era completamente sollevato. Nulla
impediva più ai circa mille guerrieri elfici di accedere alla
roccaforte.
«Fermi!» Bolîngor si spostò al centro dell’arco, tra i due
fronti. Dove si è cacciato il cancelliere? «Niente scontri.
Troveremo l’ultimo elfo, lo acciufferemo e ve lo restituiremo»,
disse con voce forte e chiara.
«Ha ucciso Jorinîl!» ripeté Semhîlas. «Benché fosse
disarmato come me!»
«Sta mentendo!» interloquì qualcuno nella falange dei nani.
Le scuri, le asce e le mazze chiodate si agitarono qua e là. «Ha
assassinato quattro dei nostri prima che Bolîngor lo mettesse
fuori gioco!»
Chynêa allargò le braccia per dissuadere gli elfi assetati di
vendetta dal lanciarsi verso il passaggio e scatenare un
pandemonio. «Semhîlas, te lo chiedo di nuovo. Che diritto
avevi?»
«La volontà della dea.» L’elfo indicò Bolîngor, con un gesto
accusatorio. «È lui l’assassino!»
«La volontà della dea non conta nulla in una fortezza dei
nani. Inoltre non eri presente», ribatté il nano, tenendosi la
spalla fratturata. «Dimmi se hai fatto del male ai miei soldati!»
«Mi sono difeso», rispose l’altro, caparbio.
Chynêa lo fulminò con lo sguardo. «Non ti sei comportato da
alleato né da futuro amico. E non l’hanno fatto neppure quelli
che ti hanno accompagnato in questa impresa.»
«Dobbiamo entrare nella Terra Nascosta. Questa fortezza,
queste montagne, la perdita di qualcuno dei nostri… niente
deve fermarci.» Semhîlas guardò Bolîngor. «E se dobbiamo
aprirci un varco combattendo, facciamolo! C’è bisogno di noi.»
Echeggiarono poche grida di approvazione. Sembrava che
Semhîlas fosse quasi l’unico a pensarla così.
Il pericolo non è scampato. Bolîngor ordinò ai nani di
abbassare le armi e gli scudi, sebbene le frecce fossero ancora
puntate contro di loro. «Pretenderemo un risarcimento per i
nostri morti, dal Naishïon e da voi. Vi consegniamo il
prigioniero e l’elfo che i nostri…»
«Una menzogna resta una menzogna.» Semhîlas si avvicinò
a Chynêa. «Seguitemi!» Girò la testa. «Seguitemi all’interno, e
saranno costretti a lasciarci passare.»
«Difendiamo la Terra Nascosta da migliaia di cicli. Non
sareste i primi a fallire.» Bolîngor dovette fare una pausa
perché il dolore era lancinante. «Non obbligateci a usare le
catapulte per…»
Fu interrotto dal tintinnio dei giavellotti. Una gragnola di
proiettili micidiali investì le prime file di elfi.
Uno trafisse la schiena di Semhîlas dall’alto, gli uscì dal
petto e trapassò anche Chynêa. I due si afflosciarono in una
posizione innaturale.
Volarono le prime frecce elfiche. Le cuspidi attraversarono
gli scudi e le armature dei nani, diradando le file compatte dei
difensori.
Bolîngor, colpito al fianco sinistro, vacillò, evitando così altri
dardi.
Gli elfi si gettarono avanti, coperti dagli arcieri. Le catapulte
nel passaggio tacquero come se non ci fosse stato il tempo di
ricaricarle.
No. Bolîngor scivolò lungo la parete. I guerrieri elfici gli
sfrecciarono accanto con determinazione, agitando gli spadoni
e i giavellotti. Ci fu un’esplosione di schianti e tintinnii, i due
fronti opposti erano entrati in collisione.
Bolîngor era troppo debole per dare ordini. L’incoscienza lo
chiamava, allettandolo. È assurdo, pensò.
Si udì il grido adirato di un nano. «Preparate le macchine da
lancio. Rovesciate il fuoco sugli Orecchi appuntiti davanti alla
fortezza e bruciateli! Bruciateli tutti!»
«No», tossicchiò Bolîngor, tendendo un braccio verso gli elfi
che gli passavano davanti per scagliarsi contro i difensori dei
Monti Neri. «No, aspettate. Non deve succedere. Portatemi sul
cammino di ronda. Lo impedirò.»
Un elfo lo notò e si fermò mentre gli altri continuavano a
correre. Le urla si moltiplicarono, la morte s’insinuava tra le
file dei due popoli.
«Non verrai risparmiato», disse l’elfo, con voce chiara e
rabbiosa. Fece per trafiggerlo col giavellotto, ma una spada
finemente incisa intercettò il colpo.
Bolîngor avvertì la lunga punta affilata scivolargli lungo la
gola e la sentì sbattere contro il muro.
L’elfo, furibondo, girò la testa. «Chi…?»
Bolîngor cercò di capire chi fosse intervenuto in sua difesa,
benché avesse la vista offuscata. Stava per morire.
Era comparso un secondo elfo, con un’armatura bianca su
cui spiccavano distintamente rune sconosciute; lo stesso
simbolo si trovava sulla spada con cui aveva salvato la vita al
nano. «Sono Phenîlas e detengo il grado di Sorânïon. In nome
di Ataimînas, Naishïon dell’impero del Ti Lesîndur, ti ordino di
deporre l’arma e di tornare dall’altra parte della grata»,
dichiarò con voce fredda e minacciosa. «Altrimenti pagherai
entrando nella dimensione finita.»
Il guerriero elfico rise e sollevò il giavellotto. «Come
puoi…?»
Bolîngor non vide arrivare il fendente, ma di lì a un attimo il
cranio del ribelle si staccò dal collo insieme con alcune ciocche
di capelli e una catena insanguinata. Il cadavere atterrò
sussultando alla sua destra.
L’elfo in armatura bianca gli fece un cenno. «Morirai,
coraggioso guerriero dei nani, ma Vraccas ti riserverà una
degna accoglienza, e anche Sitalia ti darà la sua benedizione. Il
mio popolo menzionerà il tuo nome nelle sue preghiere,
ricordandoti come colui che ha cercato d’impedire questa
carneficina.»
Bolîngor notò che il frastuono era cessato. Vide gli
aggressori che si ritiravano camminando a ritroso verso l’arco;
erano seguiti a una certa distanza da cinque guerrieri elfici che
sfoggiavano corazze candide e la runa del Naishïon. Aprì la
bocca, ma era troppo debole per fare domande. Dalle labbra gli
uscì solo un sospiro. Aveva le palpebre sempre più pesanti.
«Mi chiamò Phenîlas», disse l’elfo in armarura bianca.
«Siamo stati mandati dal nostro sovrano per aiutarvi. Gli
Occhineri non devono entrare nella Terra Nascosta. Siamo qui
per evitarlo.» Gli allungò la mano. «E prometto che lo faremo.»
Bolîngor deglutì e annuì, sforzandosi di sorridere, ma la
scintilla della sua vita si spense.

Rognor era accanto a Phenîlas nel cortile della fortezza, il cui


cancello era stato richiuso.
Là davanti giacevano i cadaveri di otto guerrieri su un rogo
imbevuto di petrolio, con tanto di armi, cotte e gioielli. Sotto i
corpi c’era un letto di carbone di pietra leggermente
infiammabile.
I corridoi, le torri e la piazza erano affollati di nani della
stirpe dei Terzi, che volevano dare l’ultimo saluto ai caduti.
Sarebbe toccato a Rognor accostare la fiaccola al legno e
mandare le anime nella Fucina Eterna insieme con le scintille.
I cinque elfi con le armature di palandio bianco che avevano
accompagnato Phenîlas rimasero in disparte a sorvegliare il
cancello, rammentando agli abitanti della tendopoli che non
avrebbero mai più dovuto tentare di occupare il baluardo con la
forza o con l’inganno.
Rognor prese la fiaccola. «Questa notte diamo sepoltura ai
valorosi che hanno difeso la fortezza», esordì con voce
squillante e commossa. «Con l’astuzia gli albi hanno aizzato
contro di noi gli elfi disperati, e la loro perfidia ha portato frutti
cruenti. Che non ci riescano mai più.» Avvicinò la fiamma ai
tronchi: le vampe si levarono verso il cielo. «Che Vraccas dia il
benvenuto agli impavidi affinché i loro avi li accolgano a
braccia aperte.»
Il fuoco si allargò crepitando e sibilando lungo la pila di
tavole e distrusse tutto ciò che poteva bruciare.
Un corno suonò le note cupe dell’Inno dei guerrieri. I nani
cominciarono a cantare, e le loro voci soverchiarono lo
strumento propagandosi per miglia. Amplificate dalle
montagne, crearono un sottofondo di cori ed eco.
Rognor, che aveva la pelle d’oca, gettò la fiaccola sul rogo.
«Non lo scoprirà nessuno», sussurrò senza staccare gli occhi
dalle fiamme.
«Ti ringrazio. Ho fatto buttare i cadaveri nella forra senza
seppellirli. Gli albi non meritano nemmeno questo», bisbigliò
Phenîlas.
Rognor fece un cenno di assenso.
Avevano concordato in segreto di affermare che in realtà i
sei aggressori erano albi. Affinché l’astio degli abitanti della
tendopoli si tramutasse in vergogna, Phenîlas avrebbe
addirittura giurato di essersi fatto abbindolare dagli acerrimi
nemici e dalle loro menzogne, un errore che era costato la vita
a diversi innocenti.
Gli elfi che erano morti nel passaggio ricevettero invece una
sepoltura rituale. Anch’essi furono spacciati per vittime degli
albi.
Nessuno avrebbe mai scoperto che i quattro intrusi avevano
mentito, che era stato uno di loro a scaricare la catapulta su
Chynêa e Semhîlas per scatenare la battaglia e che avevano
agito sulla spinta del puro istinto omicida.
Rognor continuò a fissare le fiamme. Lui e Phenîlas erano gli
unici a conoscere la terribile verità. Dobbiamo mantenere il
massimo riserbo.
«Domani inizierò i controlli nella tendopoli», annunciò l’elfo.
«Non spaventatevi per le urla che sentirete.»
Rognor era certo che molti nani avrebbero sorriso.
Ritengo che non possa esistere testa coronata migliore della
mia.
Perché?
Ho recitato le parti più disparate, sicché dovrebbe essere facile
imitare un sovrano. È un ruolo che ho interpretato centinaia di
volte.
Vedete, sul palcoscenico ho fatto le prove per la vita vera e per
la mia vera reggenza. Quale re può dire lo stesso?
Tratto da Rodario: re, imperatore e attore
XVI

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, inverno

U
n corpo a faccia in giù era sempre sinonimo
d’imboscata.
Hargorin guardò Gosalyn galoppare tra la pioggia
gelida e l’erba alta, in cui potevano essere in agguato
pericoli di ogni genere. Pazza.
«E poi ci meravigliamo se viene colpita da una freccia o da
una spada», borbottò Beligata. «Che cosa facciamo?»
Ormai Gosalyn era smontata dal pony e saltata oltre il bordo
della scarpata.
«Impediamo che muoia.» Hargorin partì al trotto e seguì la
linea di erba calpestata dal cavallino di Gosalyn. Quando
raggiunsero il punto in cui la nana aveva lasciato l’animale, la
videro correre attraverso l’avvallamento. Non le mancavano più
di trenta passi dal corpo della donna.
«Non ha neppure sfoderato l’arma», commentò Beligata, con
un misto di stupore e severità. Scese e tirò fuori la doppia
ascia.
«Va’ da lei!» ordinò Hargorin, smontando a sua volta. «Io vi
raggiungo.» Con la gamba di metallo non sarebbe riuscito a
tenere la stessa velocità.
Beligata annuì e si lanciò lungo il pendio.
Il nano legò le redini tra loro e avvolse cappi di cuoio intorno
alle zampe anteriori dei pony, quindi si avviò guardandosi
intorno con circospezione e impugnando saldamente la scure.
La pioggia incessante copriva eventuali suoni rivelatori. Il
fosso non offriva copertura da possibili tiratori armati di arco o
balestra.
Hargorin si avvicinò zoppicando al punto in cui le nane si
stavano occupando della donna.
«È morta», lo informò Beligata, sollevando l’asticciola di una
freccia nera. «Questa era accanto al corpo, il resto è conficcato
nel cuore.»
Una freccia albica. Hargorin si lasciò cadere su un
ginocchio, puntellandosi sulla scure per sicurezza. Osservò la
morta, che Gosalyn aveva girato sulla schiena. Non era Coïra,
ma indossava i suoi vestiti. Doveva avere circa sedici cicli.
«Un’apprendista, suppongo.»
«Un diversivo.» Beligata indicò il volto pallido, che grazie al
freddo non mostrava il minimo segno di decomposizione. «A
quanto pare, sono state inseguite da un Occhineri.»
«Poiché la maga non aveva energia sufficiente per un
incantesimo, si sono dovute accontentare di un inganno.»
Gosalyn guardò le rovine della fortezza, dove si trovava
l’ingresso delle grotte. «Dobbiamo scoprire se sono entrate.» Si
alzò. «Copriamo il cadavere con le pietre e andiamo a
controllare.»
Hargorin apprezzava il suo spirito d’iniziativa, ma
quell’irruenza rendeva difficile obbedire all’ordine di tornare
tutti sani e salvi. «In futuro aspetterai le mie istruzioni.»
Gosalyn fece per ribattere, ma poi annuì con espressione
colpevole. «Ero sicura che non ci fossero pericoli.»
«Forse lo era anche lei.» Hargorin chiuse gli occhi al
cadavere. «Ora è morta.»
«Giacché hanno un albo alle calcagna, dobbiamo sbrigarci»,
disse Beligata. «Lasciamo stare la morta. Trascinare le pietre è
solo uno spreco di tempo e di energie.»
Hargorin era d’accordo, anche perché voleva uscire dal
fosso, dove sarebbero stati un facile bersaglio. Si raddrizzò e si
arrampicò sull’altro lato della scarpata, seguito dalle nane.
A parte qualche pietra sgrossata rozzamente, della fortezza
non era rimasto quasi nulla. Ciuffi di erba rada spuntavano
dalla terra arida e parevano destinati ad annegare sotto la
pioggia o a essere schiacciati dalla neve. La presenza delle
bestie aveva ammorbato per sempre il terreno benché i resti
dei mezz’orchi non ci fossero più.
Si sarebbero intonati perfettamente a questo posto.
Hargorin vide gli accessi, murati con enormi blocchi di pietra
impossibili da spostare. Altrove s’innalzavano mucchi di detriti,
che di sicuro erano stati usati anche per riempire le gallerie.
Il capitano delle guardie non aveva mentito. Mallenia aveva
messo fine alle scorribande nelle caverne.
«Ci separiamo, ma fate attenzione. Cercate una crepa nel
terreno», ordinò Hargorin. «Probabilmente si fa prima a
scavare un buco che a sfondare i muri o a sgomberare i
detriti.»
Le nane s’incamminarono.
Hargorin si avviò appoggiando con decisione la gamba
meccanica. Il suono che produsse gli rivelò informazioni
sufficienti sulla conformazione del terreno.
La pioggia diventò ancora più fredda, i fiocchi di neve
s’infittirono. Il respiro gli formava nuvolette di condensa bianca
davanti al naso. Il mantello e la tunica erano umidi, ghiacciati e
molto pesanti. Se non avessero trovato l’ingresso né le tracce,
Hargorin avrebbe accettato l’offerta del capitano e si sarebbe
riscaldato davanti al fuoco.
Dove si è cacciato il tessitore di storie? Il pensiero
tormentoso che Carmondai potesse allearsi con l’altro albo non
gli dava pace.
Continuò ad arrancare sotto gli scrosci che gli annebbiavano
la vista e gli penetravano fin nelle ossa. Di un riparo, neanche
l’ombra.
Sembra che Elria voglia affogarci.
Tenne gli occhi puntati sul terreno, dove l’acqua si
accumulava o scorreva lungo la leggera pendenza. Si augurò
d’imbattersi in una crepa da cui ricavare un accesso.
D’un tratto il rivolo si tinse di rosso.
Sangue! Hargorin cercò il punto in cui il liquido cambiava
colore.
Dietro due colonne capovolte ed erose dalle intemperie.
Si approssimò con cautela, sempre stringendo la scure.
Avrebbe chiamato i rinforzi solo se fosse incappato in un
avversario. Sulla roccia erano distese altre due donne dalle
vesti blu, con lunghe frecce che spuntavano dai corpi. Erano
state colpite alle spalle perché erano fuggite nella direzione
sbagliata, come confermava la posizione dei cadaveri dietro i
pilastri. Alcuni corvi saltellarono via di qualche passo,
lanciando gracchi indignati all’indirizzo del nano.
Hargorin si avvicinò pur sapendo che non c’era più niente da
fare.
Si sbalordì quando notò che il sangue non sgorgava dai
cadaveri delle apprendiste, bensì da quello di un albo supino
dieci passi più in là, col busto che pendeva dal bordo di un
masso.
I fiotti rossi fuoriuscivano da un taglio alla gola e scivolavano
sul volto coperto dalle linee dell’ira e sui capelli biondi.
È ancora vivo? Hargorin alzò la scure. Aveva la sensazione di
essere osservato.
Il picchiettio della pioggia cambiò di colpo, come se le gocce
cadessero su un telo.
«Meno male che c’ero io, altrimenti sareste stati i prossimi»,
disse una voce simpatica. Carmondai si teneva sopra la testa
una specie di baldacchino sorretto da un bastone. «Anche se so
che avresti preferito uccidere con le tue mani l’assassino.»
Sarà anche vecchio, ma è bravo, incredibilmente bravo.
Hargorin studiò l’albo morto. Gli occhi si spensero e le linee
dell’ira si dissolsero.
Carmondai sorrise e aprì il palmo sotto la pioggia. «Un
tempaccio da lupi. Dovreste tornare al posto di guardia e
riposarvi. Domani seguiremo le tracce.»
«Quali tracce?»
L’albo indicò verso nord. «Ho trovato le orme degli stivali di
un nano. Un paio, maschili. Il tuo simile portava un carico di
media grandezza, direi. E il sangue che ho trovato sotto gli
alberi è di un umano, probabilmente una donna.»
«Come fai a saperlo?»
«So leggere le impronte.»
«No, mi riferivo al sangue.»
Carmondai sorrise. «Sono maestro dell’immagine e della
parola. Indovina cosa usavo ogni tanto per dipingere?»
Hargorin si diede dello scemo. «Chiamo le altre, così ci
mostri le tracce.» Soffiò nel corno.
Carmondai si mise comodo mentre aspettavano le nane.
«Dove hai preso il baldacchino?» domandò Hargorin.
«L’ho costruito strada facendo. È molto pratico.»
«Soltanto se non si deve combattere.»
«Se si è abbastanza esperti, è sufficiente una mano.» L’albo
alzò la destra.
Le nane arrivarono da direzioni diverse e si stupirono dei
nuovi cadaveri.
Carmondai e Hargorin le aggiornarono. Il tessitore di storie
li condusse lontano dalla rovina, verso gli alberi inselvatichiti,
dove trovarono erba calpestata e tracce di sangue.
Le orme inconfondibili degli stivali si dirigevano verso nord.
«Andiamo a prendere i pony.» Hargorin si voltò. «Faremo
una sosta quando avremo raggiunto questo nano.»

Terra Nascosta, regno elfico del Ti Lesîndur, Sud,


6492° ciclo solare, inverno

Il Rabbioso avrebbe avuto tutti i motivi per essere tranquillo e


soddisfatto dopo l’abboccamento degli imperatori. Nani, elfi e
umani perseguivano un obiettivo comune.
A parte qualche dettaglio, l’armonia era tale che il nano si
domandò perché nelle decine e nelle centinaia di cicli
precedenti fossero sorte così tante difficoltà.
Se solo non ci fosse la piccola umana.
Sedeva davanti al palazzo del sovrano, avvolto in un
mantello, e inalava l’aria gelida. Aveva appena finito di fumare
la pipa.
In quella rotazione le altre teste coronate sarebbero arrivate
a Barenbrock per definire il contributo di ciascun regno. E
questo maledetto martellare, segare, battere.
Gli scalpellini, i falegnami e gli imbianchini elfici lavoravano
instancabilmente alla ristrutturazione della città umana per
piegare la pietra, il legno e i muri alla propria volontà.
Un poco di silenzio sarebbe utile per riordinare le idee.
Boïndil prese il mazzapicchio e rientrò nell’edificio. Vagò lungo
i corridoi in cerca di un posto in cui lo sgradevole concerto
degli attrezzi gli torturasse meno i timpani. Una birra non
sarebbe male.
Non incrociò guardie che lo invitassero a girare al largo da
determinati locali. Di tanto in tanto incontrò servitori che gli
chiesero se avesse bisogno d’aiuto, ma rifiutò educatamente.
La fragranza dell’incenso era ovunque. Nelle nicchie erano
collocati vasetti di sabbia in cui bruciavano bastoncini
profumati. Dissolvendosi, il fumo azzurrino sembrava tracciare
rune e simboli nell’aria, come un’instancabile macchina per le
benedizioni. Dalle finestre entravano lievi scampanellii.
Nonostante ciò, il baccano si udiva ancora.
Chissà se hanno una cantina sotterranea. Boïndil
s’incamminò alla ricerca di una scala che lo portasse di sotto.
Lì troverei sicuramente una birra.
Invece dovette salire. Tutte le scale parevano condurre ai
piani superiori.
Quando arrivò davanti a una porta d’acciaio con un lucchetto
elaborato, s’incuriosì. Non riuscì a decifrare le rune elfiche
incise sul battente. Da quando collezionano tesori? Lanciò
un’occhiata intorno. Non vide guardie né udì un rumore di
passi. Vraccas, vuoi che dia una sbirciatina? Posò la mano
callosa sull’uscio. Acciaio. Freddo. Non scattarono allarmi né
protezioni magiche. Non sarà il gabinetto del Naishïon? Boïndil
ridacchiò. Essendo l’imperatore, sedermi lì sopra renderebbe
giustizia al mio posteriore. Se lo avessero sorpreso, sarebbe
stato un pretesto debole e poco convincente, ma non riuscì a
trattenersi. Esaminò il lucchetto e il cilindro, diede dei colpetti
qua e là, studiò i cardini. Ben forgiata, ma installata male.
Aveva individuato i punti deboli sia sull’acciaio sia sui
cuscinetti e sul meccanismo di chiusura. Il suo popolo se ne
intendeva più di qualunque altro.
Di tanto in tanto alcuni rappresentanti dei Liberi lavoravano
presso bande di briganti, scassinando i bauli, i cofanetti e le
casseforti dei ricchi con le loro conoscenze, il loro fiuto e gli
attrezzi necessari. Il Rabbioso avrebbe punito senza esitazione
un Libero che fosse stato colto in flagrante.
Ma sarebbe utile averne uno ora.
Beligata sarebbe stata all’altezza del compito, ma era in
missione nella Terra Nascosta.
Provaci. Il Rabbioso prese una fibbia e la piegò, sfoderò il
pugnale e si mise al lavoro. Sono l’imperatore, sovrano dei figli
del Fabbro. L’acciaio si arrenderà.
Armeggiò, sudò, imprecò sottovoce, piegò di nuovo la fibbia,
ritentò… finché non udì un clic.
«Evviva!»
I rumori meccanici cessarono, sostituiti da cigolii e
scricchiolii sinistri. I perni scattarono e la porta si aprì.
Attraverso lo spiraglio, Boïndil udì appena in tempo una voce
elfica. Sta uscendo qualcuno. Guardò la fibbia, con un
sorrisetto. E io che pensavo fosse merito mio. Si nascose dietro
il battente.
Ataimînas si materializzò sulla soglia e si pulì le mani con un
panno di lino, quindi lo gettò via con noncuranza e lasciò il
locale mentre l’uscio si richiudeva da solo.
Vraccas, avrai sicuramente un piano. Boïndil sgusciò nella
fessura sempre più stretta e dovette togliersi il mantello per
evitare di restare impigliato e di essere schiacciato come un
acino d’uva. Si ritrovò in un locale mal illuminato, nelle cui
parete erano incassate ribalte e maniglie di cassetti.
Se all’inizio credette di essere di fronte a una gigantesca
cassaforte, ben presto si rese conto di trovarsi in una cella. Sul
pavimento vide un elfo nudo e incatenato, col corpo costellato
di vecchie ferite e tagli sanguinanti.
Quando notò le linee dell’ira sul suo volto, capì di essersi
sbagliato nonostante gli occhi bianchi sotto la luce del sole
morente che filtrava dalla finestrella. Un albo.
Il prigioniero lo guardò stupito. «Una Talpa delle rocce.»
Cambiò posizione, facendo tintinnare le catene. «Ora fate
addirittura causa comune. Ataimînas è stanco di torturarmi e
manda il suo vice?» Poi ebbe un’illuminazione. «Oh, ti sei
intrufolato qui dentro di nascosto!» Rise. «Credevi di trovare i
tesori degli elfi, eh? Piccolo e avido Verme delle montagne.»
L’uscio si chiuse, i perni s’inserirono nelle loro sedi.
Il Rabbioso si sarebbe preoccupato in seguito di come
uscire. Era ancora troppo sorpreso. «L’ultima cosa che puoi
aspettarti da me è la compassione.»
«Allora dammi una morte rapida!» L’albo gli offrì la gola.
«Coraggio, colpisci. Colpisci!»
L’imperatore lo derise. «Per me possono torturarti in
eterno.» Si concentrò sui cassetti come se fosse più interessato
al loro contenuto che al prigioniero, anche se naturalmente non
era così.
Il Naishïon non aveva mai accennato all’albo.
Doveva esserci una ragione.
Un motivo segreto che non poteva dipendere solo dal
divertimento della tortura. Il fatto che il prigioniero fosse
nascosto in una camera come quella la diceva lunga.
Ci sono aristocratici tra gli Occhineri? si chiese Boïndil.
Nemmeno quella sarebbe stata una ragione valida per
tenere in ostaggio un albo. Le trattative con la piccola schiera
che ancora infestava la Terra Nascosta non erano più in corso
da tempo.
«Uccidimi», sussurrò l’albo.
«Non ne ricaverei niente.»
«Prima posso rivelarti dei segreti.»
«Sì, certo.» Il Rabbioso sbuffò sdegnato. «Un Occhineri che
vuole morire e che prima racconta la verità.»
L’altro emise un sibilo rabbioso e posò la testa sul pavimento,
fissando il soffitto. «Allora non ti dico nulla della profezia.»
Il nano scoppiò a ridere. «Pensi di convincermi con questi
mezzucci?»
«Allora facciamo un patto vantaggioso per entrambi.» La
voce sommessa dell’albo rendeva le sue parole ancora più
incisive. «Io ti parlo della profezia, così puoi fermare Ataimînas.
Vedrai, non gli piacerà l’idea che tu sia al corrente.» Sorrise.
«Un segreto ben custodito, come ogni altra cosa in questa
stanza. Vorrei che la porta si aprisse e che entrasse il
Naishïon.»
«Per vedere la sua faccia.»
«Sì. E perché dovrebbe ucciderti per proteggere il segreto
che potrei averti rivelato.» Il prigioniero rantolò. «Chiunque tu
sia, Verme delle montagne, ti assassinerebbe. Poi scoppierebbe
una guerra tra le Talpe e gli Orecchi appuntiti, il che mi
farebbe molto piacere.» L’albo rise, facendo una smorfia di
dolore. «Avanti, va’ a chiederglielo. Ti direi di dipingere la sua
espressione, ma le tue piccole dita grassocce non ne sono in
grado.»
La bassezza è una delle armi più potenti degli Occhineri.
Boïndil osservò il prigioniero. Ma potrebbe esserci un fondo di
verità. Si allontanò dalle file di maniglie e ribalte, ma non riuscì
a decifrare le scritte. «Che cosa c’è qui dentro?»
«Domandalo ad Ataimînas. È stato lui a portare qui questa
stanza.» L’albo alzò le spalle. «Non mi credi?»
«Perché dovrei? La menzogna è più dannosa di qualunque
arma.»
«La verità è più micidiale della menzogna.» L’albo rise a
fatica. «La verità, per quanto possa sembrare strano, uccide la
fiducia. Provaci tu stesso. Di’ sempre la verità, e ben presto
tutti ti odieranno.» Ansimò. Le sue condizioni erano gravi. «Mi
giuri che chiederai ad Ataimînas della profezia?»
Il Rabbioso sghignazzò e si mise il mazzapicchio in spalla.
«Sai come uscire da qui?» Aveva notato che non c’erano
maniglie né leve né meccanismi di apertura. «Non importa,
escogiterò un modo.»
«Ataimînas ti troverà prima, e a quel punto svanirai nel
nulla.» L’albo chiuse gli occhi. «Ma so cosa devi fare.» Fece un
sorriso malinconico. «Sicché la tua vita è nelle mie mani. Non è
buffo? Sono incatenato e sono un tuo acerrimo nemico, eppure
hai bisogno di me.»
Boïndil lo ignorò. Picchiettò cautamente sulle pareti, ma il
rimbombo non gli diede nessuna indicazione.
Una bella gatta da pelare.
E d’un tratto cominciò ad avere sete.
Molta sete.
Il cuore gli batteva forte, il sangue gli scorreva caldo nelle
vene. La stanza sembrava ogni istante più angusta e
opprimente.
«Dimmi quando posso esserti d’aiuto. Nonostante le catene»,
lo schernì il prigioniero.
Il Rabbioso iniziò una ricerca spasmodica del meccanismo di
apertura. Sentendosi soffocare, diede fondo alle proprie
energie, ma invano.
In compenso, l’irrequietudine aumentò e la furia si fece
sentire.
Boïndil strinse il manico del mazzapicchio. Non mi serve a
niente. L’acciaio è troppo spesso, ma forse troverò qualcosa di
utile nei cassetti.
«Mi fai pena», sghignazzò l’albo. «Ti dirò dove premere per
aprire la porta, ma prima ascolta una parte della profezia.»
«No.»
Ma il prigioniero cominciò:

Così i miei figli puri


nel grande regno
uniti vivranno
coi fratricidi purificati.
E guarda:
è l’alba di una nuova epoca.

Il Rabbioso si tappò le orecchie troppo tardi, sentendosi


infantile. Così abbassò le mani. «E questo dovrebbe essere
importante?» Avrebbe preferito uccidere l’albo per averlo
costretto ad ascoltare i versi. Ma non gli farò questo favore. Si
strofinò nervosamente i capelli. Devo uscire di qui! Subito!
«Il secondo simbolo sulla parete davanti a te. Somiglia a una
luna tripartita sopra uno stagno.» L’albo chiuse gli occhi.
Non riuscendo più a resistere, Boïndil fece un tentativo.
In effetti, il battente si aprì.
Il Rabbioso uscì facendo un profondo respiro e lanciò
un’occhiata al prigioniero immobile. Libero!
La porta di metallo si richiuse e i bulloni tornarono nelle loro
sedi.
Boïndil era curioso di sapere quale fosse il meccanismo che
l’azionava. Profezia. Espirò, raccolse il mantello e si allontanò.
Se l’è inventata di sana pianta per… Tuttavia, mentre
attraversava il palazzo, non gli venne in mente nessuna ragione
valida.
D’un tratto incappò in una porta da cui provenivano odori di
cucina. Là dentro avrebbe trovato anche una buona birra. Dopo
due, tre o quattro boccali si ragiona meglio.
Il Rabbioso tracannò più di quattro boccali, poi fece un
pisolino per riflettere su come comunicare coi compagni.
Quando si svegliò, trovò ad aspettarlo un messaggero dei
Monti Grigi, che doveva avere cavalcato a rotta di collo fino a
Barenbrock.
Aveva con sé il rapporto di Balyndar sui progressi delle
fortificazioni e delle nuove armi alla Porta di Pietra e un
messaggio inviato da colui che comandava i ghaist.
Le parole minacciose che esigevano la consegna di Sha’taï
snebbiarono di colpo il cervello all’imperatore. Sapevo che
quella ragazzina porta solo guai! Ancora più preoccupante era
il fatto che il mittente fosse entrato in possesso di quelle
informazioni. Un ghaist nel regno dei Quinti. Di sicuro la stirpe
subirà delle perdite prima che Balyndar lo uccida. Si fece
portare una porzione abbondante di spezzatino, rinunciò
all’ennesima birra e bevve una tisana di erbe stimolanti per
contrastare il doposbornia.
Non c’era niente da fare. Doveva discutere del messaggio
con gli altri per proteggere la Terra Nascosta da nuove insidie.
Gli umani si sarebbero opposti alla richiesta di consegnare la
ragazzina o il suo cadavere, e molto probabilmente anche gli
elfi.
E io? Boïndil si sorprese ad accarezzare l’idea di sacrificare
Sha’taï pur non avendo la certezza che il mittente misterioso
avrebbe mantenuto la parola.
Era addirittura possibile che così diventasse ancora più
potente. Forse per un rituale, una magia particolare o banali
conflitti ereditari cui la morte della piccola avrebbe messo fine.
Il Rabbioso mangiò l’ultima cucchiaiata e raschiò il fondo
della scodella. Sarà una discussione vivace. Si pulì la bocca e la
barba, si pettinò e si guardò allo specchio. Le preoccupazioni
fanno venire le rughe. Vorrei potermi rasare le tempie ed
essere un semplice guerriero. Come una volta. La carica di
imperatore comportava molte responsabilità. Infinite, oserei
dire.
Boïndil si riscosse e tornò coi tre guerrieri nella sala delle
riunioni, dove trovò tutti i potenti della Terra Nascosta tranne
Rodario.
Dirisa parlava con Ataimînas; Isikor leggeva una pila di fogli
e prendeva appunti, per poi mostrarli ad Astirma. Indossavano
vestiti sobri, perché non c’era nessuno su cui fare colpo.
Mallenia, che portava l’armatura, chiamò con un cenno
l’imperatore. «Novità da Coïra?»
Il Rabbioso rimase impassibile. «Non è certo andata a
cercare la fonte magica nei nostri regni. Perché me lo chiedi?»
«Da quando ha lasciato i territori elfici, è svanita nel nulla.
Ora ho ricevuto un messaggio dalla mia patria.» Mallenia voltò
le spalle agli altri. «Il capitano di un’unità di guardie che
protegge la regione intorno al Toboribor mi ha comunicato di
avere trovato alcuni cadaveri tra le rovine di un’antica fortezza
dei mezz’orchi: tre donne, tutte uccise da frecce albiche, e un
albo sgozzato.»
Il Rabbioso soffocò un rutto. Sarebbe stato sconveniente
investire una regina con una zaffata di spezzatino e birra.
«Da quelle parti è passato un gruppo di nani che sosteneva
di cercare Carmondai per intascare la taglia», continuò
Mallenia, con sguardo penetrante. «In seguito uno di loro è
stato identificato come Hargorin Seminamorte. Potresti dirmi,
imperatore, cosa ci fa il sovrano dei Terzi nell’Idoslân? Sono
certa che lo sai.»
Perché mentire? «Ho incaricato lui e una pattuglia scelta di
cercare la maga.»
«Allora perché non lo dicono?»
«Per dare adito a meno chiacchiere e non suscitare
scalpore.»
«E perché hanno tagliato la gola all’assassino?»
«Per ucciderlo?» Il Rabbioso ridacchiò.
«I tuoi nani lo avrebbero fatto a pezzi, ma la ferita era
precisa e sembrava opera di un professionista.» Mallenia
scrutò Boïndil. «Come sai, ho smarrito un albo.»
Il Rabbioso era sinceramente sorpreso. «Credi che siano in
viaggio con…?»
«Carmondai.»
Arrivarono anche Rodario e Sha’taï. L’attore non aveva
rinunciato alle vesti variopinte e appariscenti. Un prato fiorito
sarebbe impallidito al confronto. La ragazzina indossava un
abito rosa scuro. Tutti parvero aspettare che Mallenia e il
Rabbioso smettessero di confabulare e aprissero la seduta.
Si rischia di diventare ciechi se si guarda l’attore troppo a
lungo. Boïndil rabbrividì. «Un albo con loro? Non riesco a
immaginarlo. E perché avrebbe dovuto uccidere un assassino
del suo popolo? Non avrebbe preferito allearsi con lui per
eliminare la mia pattuglia?»
«Il vecchio albo conosce molti segreti della Terra Nascosta.
Solo Tion e Samusin sanno a quale gioco stia giocando.»
Mallenia si chinò. «Se dovesse capitare qualcosa a Coïra per
colpa dei tuoi nani, Rodario perderebbe il lume della ragione e
farebbe cose assurde. Fa’ in modo che non accada.»
Rodario fa soltanto cose assurde. Che cosa potrebbe
combinare di peggio? Boïndil era ancora confuso. Si diresse
lentamente verso la sedia e non udì i saluti del Naishïon perché
era impegnato a chiedersi se i timori di Mallenia fossero
fondati.
Discussero dei compiti che ciascun regno avrebbe dovuto
svolgere per favorire il bene comune e rafforzare la Terra
Nascosta.
Furono avanzate alcune proposte valide: costruire roccaforti
con guarnigioni di tutti i Paesi e i popoli, da usare in caso di
attacco o minaccia; predisporre delle scorte; sostenere la
selezione e la formazione di apprendisti stregoni.
Nelle regioni più disabitate si sarebbero potute insediare
famiglie che si occupassero del disboscamento e della bonifica,
affinché il Tabaîn non fosse l’unico granaio della Terra
Nascosta. Fu messo a punto un ambizioso progetto per l’Urgon
e si decise di raddoppiare i canali d’irrigazione del Sangreîn.
Il Rabbioso seguì distrattamente le conversazioni
entusiastiche. Il suo popolo aveva già abbastanza da fare con la
protezione, perciò non aveva tempo di partecipare al taglio dei
boschi o al livellamento delle colline.
Poi c’era il messaggio dai Monti Grigi, così scottante che
sembrava bucargli la tasca.
«Quanto minerale metallico possono dare le miniere dei
nani?» chiese Ataimînas.
«Minerale metallico? Per cosa?» Boïndil si concentrò sulla
discussione.
«Per le armi delle fortezze comuni», rispose l’elfo come se
avesse già spiegato il concetto.
«E abbiamo bisogno dei vostri suggerimenti per i luoghi
adatti», intervenne Astirma. «I nani conoscono meglio di
chiunque altro la conformazione del terreno e della pietra.»
«Sì, certo.» Il Rabbioso provò una punta di rimorso all’idea
di guastare il buonumore generale. Il Consiglio sprizzava
ottimismo ed entusiasmo e contava almeno su cent’anni di pace
nella Terra Nascosta. «C’è una… anzi, ci sono due cose che
vorrei precisare.»
«Di sicuro non il prezzo del minerale metallico. Benché i figli
del Fabbro siano famosi per la loro predilezione per l’oro»,
osservò Rodario.
«Si tratta della figlioccia della regina Mallenia e di una
profezia.»
«Oh, imperatore, no. Rabbioso, per favore, risparmiaci!»
esclamò l’attore. «Basta con le storie da brivido sul male che si
abbatte su di noi sotto forma di una ragazzina. O su un essere
della Terra dell’Aldilà che vuole scatenare una guerra. Ce le
siamo già dovute sorbire per un ciclo.» Rodario sottolineò le
parole coi gesti e sfruttò la propria esperienza teatrale per
suscitare ilarità. «Vedi, abbiamo così tanti compiti da portare a
termine, e tu ci propini malignità?»
«La profezia non riguarda Sha’taï, anche se non mi
stupirebbe.» Il Rabbioso fissò Ataimînas. «Concerne gli elfi e i
vaticini di Sitalia, che sono stati trasferiti nella Terra Nascosta
insieme con una camera d’acciaio. Una stanza ben chiusa e
sprangata, piena di cassetti e scomparti simili a quelli che
usiamo nelle camere blindate.»
Rodario batté le palpebre, sorpreso. «Be’, suona un poco…
strano.»
Tutti gli occhi si puntarono sul Naishïon, che pareva essersi
trasformato in una statua.
Allora l’Occhineri aveva ragione. Boïndil s’infuriò. Non era
una sensazione piacevole, e ancora più insopportabile era l’idea
di essere incappato in segreti che riguardavano la propria
patria. «Che cosa rispondi, Ataimînas?»
Sha’taï prese la mano di Rodario, che sorrise e sfiorò
Mallenia. L’imperatore notò il movimento circolare con cui
abbracciò il tavolo. Lui invece fu escluso e si accorse che alcuni
dei presenti si toccavano coi piedi sotto il tavolo.
Che cosa sta succedendo? «Posso citare la profezia, se lo
desideri.»
Ataimînas protestò alzando la mano. «È ancora troppo
presto.»
«Non è mai troppo presto, se si tratta della Terra Nascosta»,
ribatté Boïndil.
«È ancora troppo presto», ripeté con calma il Naishïon, pur
impallidendo. Aveva intuito che l’imperatore era entrato nella
camera d’acciaio.
Cercherà di farmi uccidere come ha previsto l’Occhineri?
Boïndil trovò impossibile decifrare l’espressione dell’elfo.
«Come sarebbe a dire, ’troppo presto’? Come mai non ne
sappiamo nulla, o non dobbiamo saperne nulla?» intervenne
Astirma.
Dal corridoio giunse una serie di urla, e gli squilli dei corni si
mescolarono agli schianti e ai tintinnii di lame e scudi.
Le guardie nella sala si voltarono verso l’ingresso, pronte a
difendere i sovrani.
Risuonarono dei colpi contro la porta, come se qualcuno
avesse lanciato oggetti pesanti. I chiavistelli gemettero sotto la
veemenza dell’impatto. Poi la serratura e i cardini schizzarono
via, i battenti si spalancarono, si sganciarono l’uno dall’altro e
seppellirono diversi soldati.
Boïndil vide il sangue che copriva la superficie esterna della
porta, e i cadaveri dei guerrieri sulla soglia, accasciati in
posizioni innaturali. Qualcuno li aveva scaraventati contro i
battenti.
Sopra di loro torreggiò la figura di un ghaist, facilmente
riconoscibile dall’elmo di rame e dall’armatura di cuoio, ma
senza bandiera. Era coperto di sangue, che gli scorreva lungo
le braccia muscolose e gocciolava sulle stuoie chiare.
È fuggito dai monti! Il Rabbioso strinse il manico del
mazzapicchio. Se soltanto avessi parlato prima.
Le guardie formarono una barriera per tenerlo lontano dai
sovrani, un’iniziativa che si sarebbe trasformata in una scelta
fatale.
Dietro il ghaist comparvero due elfi, uno a destra e uno a
sinistra. Il primo lo colpì con lo spadone alla nuca, il secondo
dietro le ginocchia. Uno si vide strappare l’arma di mano,
mentre la lama dell’altro andò in frantumi come se la pelle del
mostro fosse di ferro.
Il ghaist girò su se stesso e sferrò un violento pugno
colpendo in rapida successione i due temerari. Lo schiocco si
udì da lontano, le ossa si spezzarono e si scheggiarono come se
fossero di vetro. I frammenti trapassarono la pelle; gli elfi
furono catapultati via di molti passi e rimbalzarono contro la
parete.
Il ghaist si erse in tutta la sua statura e allargò leggermente
le braccia. Dalle fessure dell’elmo uscì un vapore biancastro.
Il suono stridulo che echeggiò all’improvviso non veniva
dall’essere magico, bensì da Sha’taï, che iniziò a urlare come
un’ossessa.
Il ghaist scavalcò i due elfi, si gettò coi piedi avanti contro il
muro di scudi e scaraventò via quattro o cinque soldati come se
pesassero meno di bambole di paglia. I giavellotti si ruppero, le
lame scivolarono senza il minimo effetto, gli scudi si creparono
o si deformarono.
Il ghaist, che si trovava tra le guardie del corpo, allungò la
mano dietro la schiena. Estrasse una capsula di metallo e la
buttò con sorprendente delicatezza sul tavolo intorno al quale
erano riuniti i potenti. Quindi, prima che qualcuno potesse
aggredirlo, spiccò un salto e atterrò dietro Rodario, lo stese
con un pugno e bloccò con l’avambraccio il fendente di
Mallenia. L’acciaio tintinnò e vibrò, ma resistette.
Poi il mostro afferrò Sha’taï, se la premette contro il fianco e
fuggì approfittando del varco tra i difensori.
«Che nessuno faccia mosse azzardate!» Mallenia partì di
corsa. «Dobbiamo farlo cadere. Rivoglio mia figlia!»
Rodario era svenuto. Astirma si affrettò a soccorrerlo mentre
le guardie seguivano la regina.
Ataimînas guardò prima la capsula, poi il Rabbioso, quindi
sorrise. La profezia aveva ragione, disse articolando le parole
solo con le labbra. Si fece dare un giavellotto e rincorse
Mallenia.
Per quanto possibile, il nano rimase alle costole degli
inseguitori. Avrei dovuto mangiare meno spezzatino.
Non che volesse aiutare Sha’taï. Era soltanto curioso di
vedere come avrebbero fermato il ghaist.
Forse i vaticini di Sitalia contenevano qualcosa che poteva
essere utile sui Monti Grigi.
Ho parlato molto con lui.
Moltissimo.
Abbiamo avuto tempo a sufficienza dopo essere stati rinchiusi
in cella, e ora conosco la sua storia.
So che sono sorti e sorgeranno dubbi sulla sua identità.
Tuttavia sono assolutamente sicuro che sia l’unico vero
Tungdil. Sono stato testimone delle scariche e delle onde
magiche che imperversano nel Phondrasôn. Il fatto che abbiano
creato il sosia dell’eroe è plausibile e anche reale.
La domanda che bisognerebbe porsi nella Terra Nascosta è la
seguente: quali sono gli altri effetti di questi fenomeni?
Hanno forse modificato l’originale durante il processo di
riproduzione?
È opportuno mantenere alta la guardia, se nessun altro lo fa.
Annotazioni segrete agli Scritti della verità,
compilati sotto costrizione da Carmondai
XVII

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, inverno

T
ungdil guardò la maga che, nuda e addormentata,
fluttuava nel campo di forze, lambita da scintille
sfavillanti e da lampi occasionali. Perfino i lunghi capelli
neri ondeggiavano come se fossero immersi nell’acqua.
Il nano si era accovacciato là accanto per prendersi
cura di lei, qualora fosse stato necessario. Durante il breve
sonnellino aveva sognato Balyndis e Sirka, le nane che gli
stavano a cuore.
Sirka era morta da tempo. Tungdil poteva solo sperare di
tornare da Balyndis. Era certo dei propri sentimenti nei suoi
confronti. Nel Phondrasôn aveva avuto la possibilità di
riflettere e guardarsi dentro.
Coïra deve sopravvivere. La Terra Nascosta ha bisogno di
lei. Chi altri potrebbe istruire i nuovi maghi?
L’aveva salvata chiudendole una profonda ferita, ma era
riuscito a stento a portarla lì ancora viva, trottando
instancabilmente.
Sull’avambraccio destro Coïra aveva subito una lesione di
altro tipo, probabilmente dovuta a un incantesimo fallito. Dal
gomito in giù, il braccio appariva traslucido, come se fosse
fatto di vetro, mentre in altri punti si vedevano le vene, i
muscoli e i tendini. La pelle si era trasformata in un involucro
trasparente.
La fonte tuttavia avrebbe posto rimedio anche a quello.
Tungdil aveva quasi dimenticato il luogo che, quando faceva
il fabbro, gli era stato precluso come a tutti i suoi simili.
I cicli passati nel regno delle tenebre avevano messo a dura
prova la sua salute mentale, gli avevano rubato alcune
conoscenze, gliene avevano regalate di nuove e avevano
alterato e condizionato le vecchie nozioni, ora in meglio, ora in
peggio.
Tuttavia, mentre vagava per il Paese e la sua anima si
nutriva di pace, i ricordi erano riaffiorati, anche quelli che
credeva perduti per sempre.
La magia della fonte gli procurava un leggero formicolio in
tutto il corpo. Allungava i suoi tentacoli anche nella sua
direzione, per poi affrettarsi a ritirarli. Non voleva entrare in
contatto con un Cavernicolo né tantomeno legarsi al suo
essere.
Tungdil vide le gocce di sudore sulla fronte della maga. La
febbre non era ancora scesa del tutto perché l’albo aveva usato
cuspidi e lame avvelenate, com’era consuetudine dei sicari. Un
graffio era sufficiente per uccidere la vittima.
Ma non lei. Tungdil cercò di mettersi comodo sul terreno
umido e freddo, ma quello non emanava calore come le
profonde gallerie dei nani. La veste rosso scuro con la runa di
Vraccas e il mantello grigio erano bagnati. Solo il campo
magico offriva un certo riparo, ma allo stesso tempo era una
maledizione.
I ricordi lo avevano accompagnato anche nel Phondrasôn,
quando pensava alla patria per non perdere la ragione. Però
non aveva mai immaginato che quello relativo alla fonte
sarebbe diventato importante.
Quell’energia era una peculiarità: un apprendista di Lot-
Ionan aveva tentato di condizionare il campo magico in cui si
trovava la galleria per renderlo duttile e malleabile affinché i
fili si potessero tirare come miele denso o zucchero
caramellato. L’idea era geniale: ci si poteva allontanare dal
campo pur restando legati alla sua energia e continuando a
usufruirne.
Ma il tentativo era fallito.
Dopo quel pasticcio, una piccola parte del campo aveva
cambiato natura. Affinché nessuno rischiasse la vita, Lot-Ionan
l’aveva fatto isolare con uno spesso muro cosicché gli
apprendisti non potessero accedervi, a eccezione di colui che vi
era rimasto impigliato per avere preso quell’iniziativa
imprudente. Tungdil credeva di avere scorto sul terriccio le
ossa di quel poveretto. La punizione per la sua intraprendenza.
Così gli umani avevano dimenticato quel luogo perché, a
parte il nano, coloro che sapevano della sua esistenza erano
morti da tempo.
Coïra avrebbe dovuto pagare un prezzo per la propria vita.
Ma almeno sarà ancora in grado di pagarlo. Spero che sia
della mia stessa idea. Tungdil osservò la guarigione, che
procedeva senza tralasciare nessuna parte del corpo. Sarebbe
svanito anche il dolore che la maga aveva provato fino a
quell’istante.
Quel luogo esisteva ancora per volontà di Samusin. Sarebbe
anche potuto accadere che lo spostamento dei campi e la
ridistribuzione dell’energia prosciugassero la fonte.
Grazie, Vraccas.
Tungdil aveva dovuto cercare a lungo l’accesso. La galleria
era perlopiù crollata e invasa dai detriti, e saccheggiatori senza
scrupoli avevano lasciato le loro tracce. Tungdil si domandò se
accendere un fuoco, ma in uno spazio così angusto il fumo lo
avrebbe soffocato. Inoltre non voleva abbandonare il rifugio,
bensì continuare a vegliare sulla maga.
Era indeciso.
Doveva procurarsi indumenti più pesanti e soprattutto
asciutti, ma li avrebbe trovati solo in un villaggio distante
diverse miglia. Era stato costruito sulle rovine di Gutenauen,
che era caduta nelle mani dei mezz’orchi centinaia di cicli
addietro.
Al nano tornò in mente il periodo trascorso col mago, un
vecchio di buon cuore che, secondo il Rabbioso, si era
trasformato in uno degli avversari più temibili dei nani e degli
umani. Stento a crederci.
Non avrebbe mai e poi mai immaginato molte delle cose che
aveva letto nelle rotazioni precedenti. Libri di storia, pagine su
pagine. Le prove atroci che la Terra Nascosta aveva dovuto
superare dopo la sua partenza per la Forra Oscura.
Sospettava che ci fosse lo zampino di Tion. Ma ormai questi
eventi stanno per finire.
Si era stupito quand’era incappato nella propria storia, che
aveva letto avidamente. Un misterioso sosia magico con
un’armatura di tionio nero, dotato di poteri albici, ma
costantemente in missione nella Terra Nascosta. Come
ricompensa aveva dovuto assaggiare la Lama di Fuoco.
Dev’essere stata la scarica magica. Tungdil si guardò la
mano col segno dorato. Quella nella caverna del Phondrasôn.
Era quello il motivo per cui il campo manteneva le distanze
da lui?
Oppure sono un sosia a mia volta? Era un’idea insieme
sconcertante e divertente. Una copia che si preoccupava di
essere una copia. Molto interessante.
«Sei stato tu a portarmi qui», disse la donna.
Si è svegliata, finalmente. Il nano la guardò e fece un
inchino. «Mi chiamo Tungdil Manodoro.» Indicò i vestiti luridi
della donna, posati su un sasso. «Ti ho dovuta spogliare. Avevi
la veste coperta di terriccio, sudiciume e sangue.» Apprezzò
che non si mostrasse schifata dal suo viso deturpato.
Coïra abbassò le iridi azzurre sul proprio corpo e sulle mani.
«Questo… come può…?» Le salirono le lacrime agli occhi.
«Dove siamo? Che razza di campo è questo?»
Tungdil glielo spiegò. «Ho notato che il tuo braccio destro è
cambiato ma, non appena ti ho consegnata all’energia, è
iniziata la trasformazione. Spero che non ti dispiaccia.»
Coïra si asciugò il sudore. «È magnifico! Era più di un
semplice difetto che…» Rise sollevata. «Ti ringrazio, ti
ringrazio tanto!» esclamò commossa. «Hai fatto di più che
salvarmi la vita.» Provò a toccare terra. I piedi nudi si posarono
sul terreno, le dita vi affondarono come se volessero artigliarlo.
«È incredibile che il mio braccio stia tornando come prima.» Lo
tastò. «Un incantesimo è riuscito male, la magia si è scaricata
nella mia mano e vi è rimasta imprigionata. Perciò non ho
potuto curare definitivamente la ferita, ma solo finché ho avuto
un poco di magia dentro di me. Più diminuiva, e più il taglio
doleva e si apriva.»
«Probabilmente la fonte ha neutralizzato l’incantesimo.»
Tung-dil ammirò la pelle impeccabile, molto diversa dalla sua.
Tra poco parleremo del prezzo.
«Dove sono i miei apprendisti?»
«Morti. Sono caduti vittime dell’albo. Quasi sicuramente ti
seguiva da tempo e aspettava il momento giusto. Nel Toboribor
non c’era niente e nessuno che potesse aiutarti.»
«Tranne te.»
Tungdil annuì.
Coïra non riuscì più a trattenere le lacrime. «Erano donne e
uomini onesti.» Lo guardò. «Ti chiami Tungdil Manodoro, hai
detto?»
«Sì, e so che dalla Forra Oscura è già arrivato un nano che
tutti hanno scambiato per il vero Tungdil.»
«Non tutti. Ci sono sempre stati degli scettici.»
«Hai dato loro retta?»
Coïra rise. «Ero troppo occupata a difendere la Terra
Nascosta. L’altro Tungdil è stato di grande aiuto. Non avevamo
bisogno di nient’altro.» Studiò il nano. «Hai riportato gravi
ferite.»
«Si sono rimarginate e non mi dolgono più. Semmai le
cicatrici mi fanno male quando cambia il tempo.»
La maga non sembrava in imbarazzo per la propria nudità.
Continuava a guardarsi la mano e il braccio, che erano tornati
uguali agli altri. «Perché eri nel Toboribor? Cercavi qualcosa?
Non credo che sia stata una coincidenza.»
Tungdil la indicò. «Cercavo te perché mi ero stancato di
vagare senza meta.» Omise che voleva trovare anche un altro
luogo e che era stato il Rabbioso a descrivergli la strada per
raggiungerlo. «Mi hanno detto che avevi bisogno di campi
magici, così sono partito per segnalarti quello in cui ti trovi ora.
Avevo dapprima pensato che fossi a Porista, e poi sui Monti Blu
coi Secondi, quando ho sentito parlare della loro fonte. Lungo il
tragitto tuttavia un mercante mi ha parlato di uno dei tuoi
apprendisti, che aveva comprato dei viveri da lui. Ho seguito le
sue tracce e ti ho trovata.» Tungdil fece un’espressione triste.
«Troppo tardi, malauguratamente.»
«Maledetto albo!» Coïra espirò. «Sebbene sia splendido
essere immersa in questa energia e sentirsi piena di forza
magica, dobbiamo andare. E soprattutto mi servono dei
vestiti.» Si spostò di qualche passo, muovendosi sempre più
lentamente. Quindi si diede una spinta sulle gambe e fu tirata
indietro con delicatezza ma decisione. I suoi piedi scavarono
lunghi solchi nel terreno morbido.
Sbalordita, guardò il nano. «Che cosa succede?»
«Il campo non libera più ciò che s’intride della sua magia»,
spiegò Tungdil, in tono di scusa. «Non avevo altra scelta.
Sapevo che saresti morta se non ti avessi portata qui.»
«Devo rimanere qui dentro?» La maga impallidì. «Questa… è
una delle famigerate burle dei nani. Lot-Ionan sapeva
sicuramente come…»
Tungdil scosse la testa.
Coïra aveva un nodo in gola. «Quanto è grande?»
«Lo stregone mi ha detto che è circoscritto a questa stanza.
Siamo tra le rovine di una galleria laterale dove un tempo
s’istruivano gli apprendisti. Conosco un’uscita nascosta sotto
un gruppo di rocce. È da lì che siamo entrati.»
Coïra inorridì. «È un… buco! Una galleria isolata. Senza…
niente.» Rise disperata.
«Avrei dovuto lasciarti morire come i tuoi apprendisti?
L’ultima maga della Terra Nascosta?» Tungdil lesse lo sconforto
sul suo giovane viso. La gioia per la guarigione del braccio non
poteva compensarlo. «Sono certo che renderemo piacevole la
tua permanenza.»
La donna scoppiò in una risata triste. «Dovrei regnare sul
Weyurn, volevo scoprire dei campi magici, e che cos’ho
ottenuto? Un buco! Una prigione da dividere coi vermi e con le
larve!»
«Hai ottenuto una freccia albica avvelenata, la cancrena e la
febbre», la corresse Tungdil. «E poi hai ottenuto la vita. E il
braccio.»
Coïra lanciò un urlo furibondo e pronunciò una formula
magica.
Dalle sue mani uscirono raggi blu che attraversarono il
soffitto e lo vaporizzarono. Piovvero terriccio e grossi massi che
mancarono Tungdil di poco.
La camera si riempì di terra. Dall’apertura entrò la pioggia.
«Non posso restare qui!» Coïra fletté le gambe e si diede lo
slancio verso l’alto. «Non ce la faccio!»
Tungdil la seguì con lo sguardo e ben presto la vide
tramutarsi in un puntino nero nel cielo, che rimpicciolì e
scomparve tra le nuvole grigie. Salì sulle pietre e si arrampicò
lungo la collina crollata senza staccare gli occhi dal
firmamento. Ci è riuscita? Oppure si è sfracellata?
All’improvviso Coïra cadde dalle nubi basse, piombando
nella galleria come un sasso. Fece dei segni con le mani, quindi
l’aria s’infiammò e la donna diventò una cometa. Si tinse di blu,
trascinandosi dietro una coda di cinquanta passi. Precipitò
accompagnata da tuoni e rimbombi.
Non ce l’ha fatta. Tungdil si spostò sull’erba umida per
essere pronto a schivarla.
Coïra lanciò un raggio accecante verso il basso, al centro
della piccola fonte, provocando un’esplosione simile a
un’eruzione vulcanica.
Il terreno si sollevò. Il nano fu sbalzato via e si ritrovò
circondato da energie magiche che lo strattonavano
violentemente, come se il campo volesse dividere con lui il
proprio tormento.
Il mondo si capovolse. Tungdil allargò le braccia per provare
a rallentare il volo.
Poi la terra si avvicinò sempre di più e il nano cadde su una
siepe che attutì l’impatto. I rami morbidi e flessibili gli
impedirono di rompersi le ossa.
Tuttavia gli bruciava il viso, gli tremava la vista e dovette
chiudere la palpebra perché non gli venissero le vertigini. La
maga ha attaccato la fonte. Rotolò via dai cespugli, si alzò e
cercò di attenuare i fastidi respirando a fondo.
Dal lungo grido tormentato di Coïra capì che quel piano
rischioso era andato a monte e che la fonte non aveva liberato
la donna.
Quando riaprì l’occhio, vedeva doppio. Ricominciò a
distinguere nitidamente gli oggetti solo dopo avere battuto più
volte la palpebra.
C’è qualcosa che non va. Vedo diversamente da prima.
Tungdil si tastò l’occhio sano, quindi controllò la benda e si
accorse che non era più al suo posto. Vraccas, com’è possibile?
Si passò la mano tremante sul viso bagnato e regolare. Le
cicatrici sono sparite! E… Deglutì e ansimò, incredulo. Ho di
nuovo due occhi! Ridendo forte, balzò in piedi e corse verso
l’enorme buco spalancato nel terreno dall’esplosione. «Coïra,
guarda quale prodigio ha compiuto la tua magia!» urlò dal
bordo.
La maga, seduta su una pietra, alzò il capo e s’illuminò. «È
meraviglioso che abbia guarito anche te, ma temo di non
riuscire a liberarmi. Lot-Ionan è stato bravo a delimitare il
campo.»
«Vado al villaggio più vicino e ti porto dei vestiti.» Tungdil
dovette ammettere di avere paura che la guarigione si
vanificasse non appena si fosse allontanato dalla fonte. La
pioggia battente gli inzuppava il mantello.
Coïra sollevò la mano e fece un gesto, recitando una formula
magica. D’un tratto fu avvolta in un vestito grigio scuro con
ricami azzurri. «L’energia che mi attornia mi permette di
lanciare incantesimi più potenti di qualunque altra fonte. Ho la
sensazione che mi legga nel pensiero e realizzi i miei desideri.
Tranne la libertà.» Fece fluttuare le rocce verso l’alto e,
unendole ai mattoni della parete crollata, costruì un tetto per
ripararsi dalla pioggia. «Ingannerò il tempo mettendomi…
comoda», aggiunse, scoraggiata. «Riferisci l’accaduto al
Consiglio dei Re. A quanto sembra, dovrò istruire i futuri maghi
della Terra Nascosta da questa galleria.»
«Ti farò portare dei viveri.»
Coïra pronunciò un’altra formula, facendo comparire un
tavolo con ogni prelibatezza: bolliti, arrosti, pane, frutta e dolci,
il tutto preparato con tanta cura che sembrava uscito dalla
cucina di un re. «Come dicevo, voglio mettermi comoda.
Scoprirò cosa mi consente, questa magia.»
«E io informerò il Consiglio.» Tungdil si allontanò dall’orlo
del fosso e si stava incamminando quando all’orizzonte scorse
tre puntini che si muovevano nella sua direzione: nani in sella a
pony. I miei occhi funzionano alla perfezione. Si fermò ad
aspettare. Non aveva nulla da obiettare a un poco di
compagnia.

Terra Nascosta, regno elfico del Ti Lesîndur, Sud,


6492° ciclo solare, inverno

Correre, correre e ancora correre, senza sosta, ovunque si


diriga. Il Rabbioso cavalcava accanto al destriero bianco di
Ataimînas senza perdere di vista il ghaist. Maledetto.
Mallenia era col suo seguito, e anche Rodario si era unito al
drappello di cento guerrieri che rincorreva il mostro a una
distanza di venti passi.
L’essere magico procedeva a velocità regolare. Boschi, prati,
pianure innevate, ruscelli… Nulla lo costringeva a rallentare.
«I cavalli collasseranno», urlò Boïndil al Naishïon.
«Sono in pensiero per la ragazzina», replicò nervosamente
l’elfo. «Il ghaist non si ferma per farla riposare o darle da
bere.»
«Non gli interessa.» È il suo cadavere a stargli a cuore, non
la sua vita. Il nano sapeva che ormai i sovrani conoscevano il
sinistro messaggio contenuto nella seconda capsula. «Porterà
Sha’taï dall’altra parte del muro, non importa se viva o morta.»
«Non lo permetterò mai. Deve restare in vita, anche a costo
di sacrificare la mia.»
Ma non la mia, pensò il Rabbioso. Non credeva che il
mittente sconosciuto avrebbe rispettato i patti. Non appena
avrà radunato un nuovo esercito, attaccherà la Terra Nascosta.
Senza tregua.
Il ghaist scavalcava facilmente i tronchi caduti. Sotto il suo
braccio, Sha’taï penzolava come una bambola, con gli arti e la
testa che oscillavano avanti e indietro; il vestito le era scivolato
verso l’alto, mostrando i graffi su una gamba e un piede scalzo.
Il Rabbioso non escluse che la ragazzina potesse spezzarsi
l’osso del collo durante il brusco atterraggio successivo a un
balzo poderoso. Non sarebbe la peggiore delle ipotesi.
D’un tratto il ghaist svoltò e scese un pendio innevato.
Il corteo lo imitò.
È troppo ripido! Boïndil riuscì a rimanere in sella. Odio
cavalcare!
Alcuni cavalli, tuttavia, persero l’equilibrio e ruzzolarono, e
diversi cavalieri furono disarcionati e calpestati dagli zoccoli.
Mentre l’essere era già sulla pianura e proseguiva la sua fuga
verso nord, la folta schiera degli inseguitori si trasformò in una
valanga di neve, detriti, nani, elfi, umani e animali.
Ataimînas, però, si dimostrò inarrestabile e continuò a
incalzare il ghaist col gruppetto che arrivò indenne in fondo al
pendio.
Mallenia affiancò il Rabbioso. «Dobbiamo costringere il
mostro a fermarsi! Altrimenti Sha’taï morirà questa notte.»
«Sono d’accordo, ma sono a corto d’idee. Dobbiamo
ricorrere a uno stratagemma che non danneggi la ragazzina.» Il
nano si spremeva le meningi da miglia, ma invano. Non voleva
tanto salvare Sha’taï quanto impedire che cadesse nelle mani
dello sconosciuto.
Frecce e giavellotti erano fuori discussione, le corde da
lancio potevano colpirla e ferirla; inoltre era impossibile
prevedere quale direzione avrebbe preso il ghaist e anticipare
le sue mosse.
Oppure passiamo al contrattacco. «Esiste un sentiero
incassato in cui attirare la creatura?» domandò all’elfo, che non
esitò a chiamare uno dei suoi esploratori.
«Tra otto miglia, a est di questa strada. Il letto di un fiume in
secca che ha scavato un solco profondo nella roccia. Si
restringe fino a quattro passi e resta angusto per mezzo miglio
prima di tornare ad allargarsi», rispose il guerriero.
«Quanto profondo?»
«Una novantina di passi dal terreno al bordo.»
«Che cos’hai in mente, Rabbioso?» chiese Mallenia.
«Dobbiamo spingere il ghaist lì dentro. Un gruppo va avanti
e prepara una trappola.»
«Una rete stesa sul terreno, ben nascosta, da tirare su
quando ci passa sopra», suggerì Ataimînas.
«Io ne preparerei più di una», propose Boïndil. «Ipotizziamo
che il ghaist ci sfugga almeno una volta.»
«Ottima osservazione. Mando un reparto in avanscoperta.
Recluterà dei volontari lungo la strada e si procurerà le reti»,
disse Ataimînas. «Dovrebbe funzionare.»
«Intanto noi lo mettiamo sotto pressione da una parte.
Vediamo se reagisce quando ci avviciniamo troppo.» Mallenia
sguainò la spada. «Dateci due dei vostri guerrieri cosicché lo
spingiamo nella direzione giusta, Naishïon. Voi potete
incalzarlo dall’altro lato.»
«Proviamoci, ma senza esagerare. Se dovesse accelerare, la
trappola potrebbe non essere ancora pronta. Oppure il ghaist
potrebbe indovinare le nostre intenzioni.» Ataimînas diede altri
ordini e un gruppetto di guerrieri elfici rimase indietro per
cambiare strada senza dare nell’occhio e galoppare verso la
gola.
Mallenia e dieci cavalieri svoltarono a destra mentre il
Naishïon continuava l’inseguimento.
Proprio a me doveva venire l’illuminazione per salvare la
piccola umana? Il Rabbioso osservò le manovre con sentimenti
contrastanti. Vraccas, mi auguro di risparmiare in questo modo
sciagure peggiori alla Terra Nascosta.
Il tallonamento si protrasse per tutta quella gelida rotazione.
La ragazzina, infilata sotto il braccio muscoloso dell’essere
magico, alzava le palpebre di tanto in tanto e tentava di fare un
debole movimento per dare un segno di vita. Pareva allo stremo
delle forze.
Secondo i calcoli del Rabbioso, non sarebbe stato difficile
guidare il mostro verso la forra.
Mallenia procedette con estrema astuzia per celare il vero
obiettivo. Il ghaist non sembrava intenzionato a ingaggiare un
combattimento, perché mantenne la distanza dai cavalieri alle
sue spalle e al suo fianco.
Per fortuna il letto del fiume in secca era riconoscibile come
tale solo quando s’insinuava nelle viscere del terreno sassoso
del bosco.
Il Rabbioso restò accanto al Naishïon. Funzionerà.
Le sponde del vecchio corso d’acqua erano piuttosto ripide.
Il ghaist parve rallentare per qualche passo. Infastidito dal
restringimento, cercò una via d’uscita, ma le truppe a destra e
a sinistra non gli permisero deviazioni. Così abbassò la testa e
accelerò.
«Speriamo che i preparativi siano finiti.» Il Rabbioso spronò
il pony per non restare indietro.
«Prego Sitalia», disse Ataimînas.
Le pareti rocciose si ergevano scoscese.
Mallenia rimase sopra di loro e a un certo puntò svanì
nell’alveo. Il terriccio e la neve che cadevano di tanto in tanto
indicavano al nano la posizione esatta della regina.
Il ghaist aumentò la velocità. Le gambe e le braccia di
Sha’taï si agitavano qua e là, la ragazzina piangeva e si
lamentava.
Le rocce si restrinsero, obbligando il corteo ad assottigliarsi.
L’eco degli zoccoli, unito al tintinnio delle armi e delle corazze,
causava un baccano incredibile.
Il Rabbioso ne approfittò per avvicinarsi ad Ataimînas. «Che
cosa dice la profezia?» domandò senza che nessuno lo udisse.
«Comunicherò a te e agli altri cosa ha scritto la Creatrice. I
suoi vaticini riguardano tutti. Con la comparsa del ghaist si è
realizzata la prima parte, e ciò dimostra che Sitalia sa
esattamente cosa fare per preservare la Terra Nascosta dalla
rovina.» L’elfo indicò davanti a sé. «Ma prima salviamo
Sha’taï.»
La gola diventò ancora più angusta e raggiunse il punto più
stretto.
Il ghaist fece un lungo salto.
La rete lo mancò di un braccio e si sollevò davanti agli
inseguitori. Gli elfi che sbucarono dalle nicchie laterali la
tirarono su quanto bastava perché il corteo non restasse
impigliato.
Ci avrei scommesso. Il Rabbioso borbottò. «Abbiamo ancora
mezzo miglio. Altrimenti dobbiamo escogitare un altro piano.»
«Dobbiamo farcela. Il ghaist non si lascerà più abbindolare
così facilmente. Ormai sa cosa aspettarsi.» Ataimînas era
deluso.
Il trucco della rete si ripeté altre due volte, ma la creatura
non ci cascò. Al quarto salto, con cui sfuggì all’ultima trappola,
gli piovvero addosso diverse corde da lancio. Tre centrarono la
testa e si chiusero intorno al collo, lasciandolo sospeso in aria.
Sha’taï strillò quando sfiorò il terreno.
«Prendetela!» gridò Ataimînas.
Il ghaist, che tentò di afferrare le funi con una mano. Ne
agguantò una e, dopo un energico strattone, quattro elfi
ruzzolarono gridando dalla strettoia: non avevano avuto il
tempo di fissare l’estremità. Il mostro riprovò con la seconda
fune.
«Assicuratela da qualche parte!» urlò il Rabbioso.
I cavalli e i pony si stiparono l’uno contro l’altro ansimando, i
primi della fila tentarono di sgusciare via. Sotto il mostro si
creò un tappeto mobile che non avrebbe attutito l’eventuale
caduta della ragazzina.
Il Rabbioso continuò a guardare in su. Se il ghaist fosse
precipitato, ci sarebbe stato un numero spropositato di morti e
feriti.
Ma le corde resistettero.
Poiché l’essere non riusciva a liberarsi con una mano sola,
prese Sha’taï per la collottola e la scaraventò contro la parete.
Nella forra si levò un coro di urla quando la ragazzina
esanime rimbalzò contro la roccia e cadde.
Due elfi ebbero la prontezza di mollare le armi e montare in
sella per acchiapparla. Ci riuscirono, ma la posizione della
testa di Sha’taï non prometteva nulla di buono.
Il Rabbioso dissimulò il sollievo. Ma cosa facciamo col
ghaist? Non si arrenderà.
L’essere tirò le corde con una mano. Le fibre cigolarono e si
tesero finché una fune non si spezzò con uno schiocco sonoro.
Il ghaist dondolò verso destra e urtò la parete rocciosa. Si
arrampicò rapidamente lungo l’ultima corda e raggiunse la
sporgenza dove si trovavano tre elfi, che nel giro di pochi attimi
furono dilaniati e gettati sul gruppo nella forra. Zampilli di
sangue caldo innaffiarono il corteo.
Boïndil guardò il nemico che li fissava immobile dalle fessure
dell’elmo, oltre le quali non si distinguevano gli occhi né la
testa. Il sangue dei guerrieri massacrati gli colava dagli
avambracci e dalle dita, e gli schizzi rossi gli macchiavano la
corazza e le gambe. Sembra che stia riflettendo.
Frecce e giavellotti rimbalzarono contro la creatura, che non
si scompose minimamente. Poi però piovvero vesciche di maiale
gonfie, che la centrarono in pieno, imbrattandola di una
sostanza viscosa.
Il Rabbioso riconobbe l’odore di pece, olio, zolfo, calce viva e
salnitro. Sul bordo della forra comparvero gli arcieri con le
frecce incendiarie. Quello che i nani chiamavano «fuoco di
Vraccas» e che scagliavano dalle fortezze contro gli aggressori
veniva prodotto anche dagli elfi.
Guai se lo ribattezzassero «fuoco di Sitalia».
Ataimînas diede un ordine: il guerriero che teneva Sha’taï
tra le braccia si fece avanti, uscendo dalla gola. «Ora il resto.
Ritiratevi. Il ghaist sta per incendiarsi!» urlò nella lingua
comune.
Gli altri soldati – umani, nani ed elfi – lanciarono i cavalli e i
pony al trotto perché lo spazio ristretto non permetteva di
galoppare.
Il Rabbioso rimase indietro e osservò il ghaist, che non si era
ancora mosso. Fissava l’elfo che avanzava con la ragazzina per
uscire per primo dal letto del fiume.
I proiettili sibilanti si schiantarono contro la pelle dura e la
corazza. La creatura fu colpita da un’esplosione di scintille
finché il liquido non prese fuoco e le vampe l’avvolsero. Allora
fletté le gambe e spiccò un salto di sette od otto metri verso il
lato opposto della forra, atterrando tra i cavalli, che si
spostarono e sgropparono per allontanarsi dal calore. Si aprì
un varco tra gli animali agitati, li scaraventò via e travolse i più
lenti. Con un’agilità sorprendente arrivò in testa al corteo
principale e si voltò di scatto. Abbatté la prima fila di cavalli
con una serie di testate precise. I quadrupedi morti e i cavalieri
diventarono un ostacolo nei punti più angusti. Poi il ghaist
ripartì di corsa attraverso la gola, seguendo l’elfo che portava il
cadavere di Sha’taï. Le suole ardenti lasciavano orme sul
terreno roccioso, indicando la strada presa dal mostro.
Sembrava che le fiamme avessero preso vita.
Il Rabbioso scese dal pony e si arrampicò per qualche passo
lungo la parete irregolare per guardare oltre il mucchio di
carcasse. Incespicò tra il corteo e il guerriero elfico e si tenne
l’elmo con le mani come se dovesse comprimere il rame. «Al
riparo!» urlò, lasciandosi cadere tra i pony morti. Aveva meno
paura degli zoccoli ferrati che di ciò che sarebbe accaduto
dopo. Il rapporto di Balyndar gli era rimasto impresso nella
memoria. E tutto questo in una forra!
La prima detonazione e la corrente d’aria parvero meno
distruttive di quanto avesse ipotizzato in un primo momento,
ma furono solo l’inizio di un’esplosione fortissima che provocò
un lampo di luce abbagliante e un’ondata di calore, seguiti da
un vento impetuoso.
Sopra il nano turbinarono soldati in fiamme, perlopiù
guerrieri elfici delle prime file, e cavalli che s’incenerirono in
volo. Piovvero pezzi di armatura e di metallo arroventati.
Boïndil dovette scuoterne via uno dal risvolto del guanto per
evitare che il cuoio s’incendiasse.
L’onda d’urto compresse il corteo, schiacciò soldati e
animali, li strofinò contro le pareti fino a ridurli in una poltiglia
sanguinolenta. Il Rabbioso fu colpito più volte da oggetti duri,
davanti ai suoi occhi vorticarono ruote infuocate.
Poi le raffiche cessarono con la stessa fulmineità con cui
erano iniziate.
Boïndil era incastrato sotto un pony morto. Infilò il
mazzapicchio a mo’ di leva sotto la carcassa e, ansimando,
provò a sgusciare fuori. Le orecchie gli ronzavano per il boato.
Dalla parete si staccavano pietre e piccoli frammenti di roccia:
anche la forra aveva subito danni.
D’un tratto un’ombra si allungò sull’imperatore. Qualcuno lo
afferrò dalle ascelle e lo tirò fuori da sotto il cavallo.
«Non ti si può mai lasciare solo», disse Tungdil.
Il Rabbioso si pulì la polvere dal viso, guardò l’amico e
rimase stupefatto. Le ustioni erano sparite e gli occhi erano
entrambi sani. I capelli castani e la barba corta erano tornati
quasi uguali all’epoca del loro primo incontro, e solo le rughe e
la piega leggermente malinconica della bocca rivelavano che
erano passati duecentocinquanta cicli assai turbolenti.
«Per Vraccas! Se proprio tu, o è comparso un terzo
Tungdil?» Boïndil notò la veste rossa col simbolo del Fabbro
Divino sul cuore. «Che cos’è successo?»
«Ho trovato Coïra, ma ti spiego dopo.» Tungdil si guardò
intorno. «Prima i superstiti.»
Il Rabbioso annuì e lasciò scorrere lo sguardo. Anche se
regnavano la morte e lo squallore, i suoi pensieri continuarono
a ruotare intorno alla guarigione miracolosa dell’amico. I
lamenti dei feriti, tuttavia, richiamarono la sua attenzione.
Beligata, Gosalyn e Hargorin si aggiravano qua e là aiutando
chi ne aveva bisogno. Umani, elfi e nani misero al sicuro i feriti
e adagiarono i morti su un lato della gola.
Mallenia perdeva sangue da un profondo taglio sulla
guancia, Rodario aveva le costole fratturate.
Ataimînas doveva essersi rotto il braccio destro, ma per il
resto se l’era cavata a buon mercato. «Che furia. Queste
creature sono più pericolose quando muoiono che quando
attaccano.»
«Dipende da quello.» Il Rabbioso guardò il cratere sul fondo
della forra. Le bruciature più evidenti sulla roccia si
concentravano nel punto in cui il ghaist era morto: grossi
blocchi erano stati strappati via e avevano decimato il corteo.
Della creatura non era rimasto niente. «Quando imperversa tra
le file di un esercito, trascina con sé i guerrieri verso la
rovina.»
Stupito, Ataimînas fissò Tungdil. «Sei guarito? Com’è
accaduto questo prodigio?»
«È merito della maga. L’ho portata a una fonte.» L’Erudito
riassunse gli avvenimenti successivi alla sua partenza. «Così è
sopravvissuta. Dovrà restare laggiù finché non troverà il modo
di contrastare l’effetto delle energie.»
«La nostra unica maga è fuori gioco. E pensare che avremmo
urgente bisogno di lei.» L’elfo girò la testa quando udì un
rumore di zoccoli arrivare dalla direzione opposta.
Un guerriero tornò col cadavere di Sha’taï, stringendolo
delicatamente al petto. «Naishïon, è ancora viva! Sembra che
l’osso del collo non si sia spezzato del tutto. Ma respira a
malapena. Il sonno della morte è vicino.»
Tungdil e il Rabbioso si scambiarono un’occhiata furtiva.
Per Boïndil era insieme insolito e meraviglioso poterlo
guardare in entrambi gli occhi, nonostante lo sguardo
preoccupato. Anche lui avrebbe preferito che la piccola umana
morisse. L’imperatore riteneva che l’aspetto del vecchio amico
fosse finalmente come doveva essere. Più simile a quello del
Tungdil di cui aveva sentito la mancanza.
Ataimînas parve sollevato. «Le profezie di Sitalia continuano
ad avverarsi», esultò.
I soldati lanciarono un urlo di gioia.
Mallenia ordinò al manipolo di guerrieri umani incolumi di
montare in sella. «Andiamo da Coïra con Sha’taï. La maga
l’aiuterà.»
«Lo temo anch’io», mormorò il Rabbioso a Tungdil.
«D’accordo. Ci vediamo dalla maga», disse il Naishïon.
«Abbiamo molte cose di cui discutere.»
«Si direbbe che tu sia arrivato al momento giusto,
Sapientone», osservò Boïndil.
«Staremo a vedere. In realtà, la mia anima voleva riposare
ancora un po’», ridacchiò l’altro.
Che cosa significa essere re?
Mi rivolgo a coloro che credono equivalga a vivere negli agi.
Invece significa alzarsi ogni mattina, e fare una bella colazione.
E, se si mangia abbastanza lentamente, si può restare seduti
fino al pasto dello zenit, passare da lì al tè e dopo cena crollare
sul letto con un vino forte.
Chi troverebbe il tempo di lavorare?
Da Rodario: Re, imperatore e attore
XVIII

Terra Nascosta, Monti Neri, regno dei Terzi, Porta Orientale,


6492° ciclo solare, inverno

D
al cancello Rognor guardò la violenta tempesta che
imperversava fuori della fortezza. Le tende sottili si
gonfiavano e si agitavano come vele, liberandosi della
neve e lasciando uscire il calore.
Il cancelliere era preoccupato per l’ondata di gelo.
La sua apprensione non riguardava tanto il baluardo, i cui
camini erano tutti accesi, quanto la città provvisoria degli elfi.
Stanno esaurendo la legna da ardere. Moriranno assiderati nel
sonno.
Nelle rotazioni precedenti, Phenîlas aveva iniziato i controlli
sugli elfi che attendevano di superare la porta dei Monti Neri.
L’ordine veniva estratto a sorte in modo che non ci fossero
favoritismi. Sugli avambracci portavano i sigilli magici con cui
potevano dimostrare di essere veri figli di Sitalia.
Rognor aveva immaginato che nella tendopoli sarebbe
dilagato il panico, ma la notizia degli albi infiltrati aveva
lasciato indifferenti gli Orecchi appuntiti. Resistevano.
Ammirevoli. Tuttuavia probabilmente si guardavano con
sospetto, e la diffidenza s’insinuava sotto le tende.
La verifica e il conferimento del sigillo erano un compito
faticoso per i Sorânïon. Non riuscivano a controllare più di
dieci elfi a rotazione. Avevano bisogno di un pizzico di magia e,
non appena esaurivano le energie, dovevano andare a una
fonte magica. La più nota si trovava sui Monti Blu e non era
facile da raggiungere.
Dieci a rotazione. Ci vorrà un ciclo per controllarli tutti,
rifletté Rognor.
Ma il tempo inclemente e l’inverno rigido dei Monti Neri
avrebbero ridotto il numero più velocemente dei Sorânïon.
Non erano ancora stati individuati albi camuffati, il che non
giustificava l’atrocità del rituale.
Alle orecchie del nano giunse un urlo acuto e straziante.
Anche quelli erano dieci al giorno: adulti, bambini… Phenîlas e
i suoi aiutanti dalle armature di palandio bianco non facevano
eccezioni. L’età non aveva nessuna importanza per loro, e
Rognor trovava inconcepibile l’idea di marchiare perfino i
neonati.
Quelle delegazioni erano comparse in tutti i regni dei nani
davanti ai quali gli elfi si erano accampati in attesa di entrare.
D’un tratto nella tormenta si profilarono alcune figure
stracariche, con sciarpe davanti alla faccia. Le raffiche
congelavano in un batter d’occhio la pelle scoperta. Gli
sconosciuti erano accompagnati da Phenîlas e dai suoi aiutanti,
che non sembravano meno stanchi ed esausti.
Il cancelliere contò dieci elfi che avrebbero potuto varcare
l’ingresso. Anche i Sorânïon pernottavano nella fortezza.
«Alzate il cancello», ordinò alle guardie.
Le sbarre si alzarono e gli elfi s’infilarono nel passaggio e
rallentarono.
«Il cancelliere in persona.» Phenîlas ordinò ai propri
sottoposti di andare a dormire. «Che cos’ho fatto per meritare
questo onore?»
«Mi chiedevo se preparare altro carbone per le stufe. Con
questo vento, il calore si disperde velocemente.»
«Ieri notte ne sono morti assiderati altri quattordici benché
le stufe fossero accese.» L’elfo lanciò un’occhiata al cortile.
«So cosa stai pensando, ma non posso permetterlo. Ho
istruzioni ben precise.» Rognor sapeva che ci sarebbero stati
più sopravvissuti se gli elfi si fossero sistemati dall’altra parte
del cancello.
Phenîlas guardò quelli che si concedevano un attimo di
riposo mentre la grata scendeva. «Ho visto altre due sezioni del
corridoio che potresti isolare. Così non passerà nessuno.
Sarebbe un gioco da ragazzi continuare a garantire la sicurezza
dei Monti Neri e della Terra Nascosta finché la porta resta
chiusa. C’è spazio in abbondanza.»
Rognor annuì pensosamente. «Potrebbe anche succedere il
contrario, e agli impazienti potrebbe venire voglia di spingersi
oltre il cortile o il corridoio. Come nel caso dei sei che abbiamo
cacciato.» Abbassò la voce. «Anche se li abbiamo spacciati per
albi, non dobbiamo sottovalutare la disperazione di chi è
rimasto.»
Era per quella ragione che aveva triplicato le guardie e
ordinato di colpire qualunque elfo si fosse avvicinato a meno di
venti passi. Con l’espressa approvazione di Phenîlas.
«Fuori della porta la disperazione è più grande di quanto
sarebbe dentro», obiettò il Sorânïon, conciliante. «Sei tu il
signore del baluardo. Sta a te decidere.»
Rognor fece un segno ai soldati. Di lì a poco il passaggio si
sarebbe aperto. «Non sono il signore, bensì il governatore. E
faccio la guardia come mi è stato ordinato.» E di sicuro non
faccio entrare nella fortezza gli albi travestiti. Lascio passare
soltanto gli elfi che hanno superato il controllo.
Risuonarono rumori meccanici e cigolii di chiavistelli. Se il
primo bastione fosse caduto, gli eventuali aggressori non
sarebbero mai riusciti a sfondare con un ariete un acciaio così
spesso, ma particolari cuscinetti girevoli consentivano
un’apertura assai agevole.
Phenîlas gli segnalò di avere capito.
«Quanti ce ne sono ancora lì fuori?» domandò Rognor.
«Senza tenere conto di quelli che sono morti questa notte,
poco meno di tremila. Tra poco due dei miei aiutanti andranno
alla fonte per ricaricare le energie magiche. Non possiamo
permetterci ritardi. Non con tutti gli elfi che aspettano di
entrare.» Phenîlas stava per aggiungere qualcosa quando
guardò il gruppo ed esitò. «Sono undici?»
Rognor ricordava il numero esatto. «Sì.»
L’elfo sfoderò la spada e s’incamminò. «Non aprire la porta.
Non ancora almeno.»
«Ce n’è uno di troppo?»
Phenîlas annuì e urlò qualcosa in elfico. «Qualcuno ha
approfittato della mia stanchezza e della tormenta.»
Rognor lo seguì senza sguainare l’arma. Pur avendo messo
in guardia i soldati con un gesto, riteneva che fossero affari del
Sorânïon.
I cigolii del cancello cessarono.
Phenîlas diede altre istruzioni e gli elfi si girarono.
Uno di loro, tuttavia, partì di corsa e si diresse verso
l’entrata. Sebbene si fosse aperto solo uno spiraglio, il fuggitivo
parve avere la speranza di accedere almeno al corridoio.
Come se esistesse la possibilità di fuggire. «Fermo!» gridò
Rognor. «Non un passo in più. L’andito è chiuso. Non si entra.»
Phenîlas si rattristò. «Non basta avere scoperto dei presunti
albi. Ora devo anche giustiziare questo poveretto.»
«Perché?»
«Ho annunciato che chiunque avesse osato penetrare nella
fortezza di propria iniziativa sarebbe entrato nella dimensione
finita.» L’elfo rivolse la punta della spada contro la figura
imbacuccata. «Niente minacce senza esecuzione della pena.
Altrimenti la punizione non fa paura a nessuno.»
Il nano tacque. Non è il mio popolo.
Avevano raggiunto il fuggitivo, che si fermò ansimando
davanti allo spiraglio e si voltò.
Era un’elfa dall’espressione disperata. Sapeva che sarebbe
stata trucidata dalla spada di Phenîlas, ma colse Rognor di
sorpresa appellandosi alla sua clemenza. «Pietà, signore della
fortezza!» implorò, mettendosi in ginocchio. Parlò con voce
squillante, facendosi sentire da tutti affinché per il Sorânïon
fosse difficile infliggerle la punizione. «Vi chiedo il diritto di
permanenza! Gettatemi in una segreta o incatenatemi, ma per
favore non consentitegli di uccidermi!»
«Non hai niente da chiedergli.» Phenîlas le posò la lama
sulla spalla, e la luce delle lampade e delle fiaccole si rifletté
sul metallo affilato. «Non ti sei sottoposta al controllo e non hai
il marchio di Sitalia. Perché rischiare la vita eterna?»
«Non avrei superato un’altra notte al freddo.» L’elfa si mise
la mano sul ventre. «Ho dovuto fare un tentativo. Per mio figlio.
Non volevo che morisse né che nascesse fuori della nostra
nuova patria.»
«Ora sì che deve morire.» Phenîlas la guardò con
rammarico. «Come hai potuto?»
Un’elfa incinta? Rognor toccò il braccio del Sorânïon.
«Perché non la sottoponi ora al controllo?»
«Perché non ne ha diritto. Non è stata estratta a sorte.»
«Non lo verrebbe a sapere nessuno. E lei dovrebbe tacere.»
«Tacerò! E mio figlio avrà il tuo nome! Per ringraziarti della
tua compassione.»
«Ma gli altri taceranno? E se ti sfuggisse per errore? O se
tuo figlio volesse sapere perché si chiama così?» Phenîlas
sollevò la spada e posò l’altra mano sul manico del pugnale.
«Forse ti consolerà l’idea di morire col tuo bambino.»
L’elfa cercò di evitare la lama affilata, ma il Sorânïon aveva
previsto il suo movimento. Prima che Rognor potesse
concedere il diritto di permanenza e impedire l’esecuzione
all’interno della fortezza, il metallo sottile trafisse il ventre
dell’elfa.
Lei aprì la bocca per gridare, ma il pugnale le affondò nella
gola. Si afflosciò con un gemito sul pavimento di pietra.
Phenîlas fece una smorfia. «Due vite sacrificate
inutilmente.» Pulì le armi sui vestiti della moribonda.
Se la caricò sulla spalla e fece dietro front, passando tra i
dieci che avevano superato il controllo e ricevuto il marchio.
Nessuno protestò, lo insultò o lo maledisse. «Fate passare gli
altri, cancelliere», disse il Sorânïon. «Devo riportarla indietro,
in modo che il popolo sappia della sua morte. Scoraggerà altri
tentativi analoghi.»
Il cancello si riaprì e Phenîlas arrancò sulla neve per dare
l’annuncio agli abitanti della tendopoli.
Rognor guardò la macchia di sangue, che era già congelata.
«Aprite la porta», ordinò alle guardie.
Il concerto di rumori meccanici ricominciò. Il cancello si alzò
per i dieci elfi, che oltrepassarono il nano trascinandosi nel
corridoio.
Uno di loro si fermò accanto al cancelliere e lo guardò
riconoscente. «Grazie per avere cercato di dissuadere il
Sorânïon. Ma l’elfa era consapevole delle conseguenze del
proprio gesto. La colpa non è vostra né di Phenîlas.» Scosse la
testa. «Gli albi sono il male. Sono tutto ciò che esiste di male.
Senza di loro non sarebbe accaduto.»
Rognor deglutì. Se le avessi concesso il diritto di
permanenza, sarebbe ancora viva. Con lo sguardo seguì il
gruppo, quindi si voltò verso il cancello. Gli albi non c’entrano
nulla con queste due morti. La responsabilità è solo del
Sorânïon e di colui che gli ha impartito gli ordini. Si diresse a
passo pesante verso il proprio alloggio per bere una birra calda
aromatizzata.
Non avrebbe mai creduto che gli elfi fossero pronti a
trucidare le loro femmine incinte.
Di cos’altro sono capaci, se non hanno pietà neppure per il
loro popolo?

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân, Idoslân,


6492° ciclo solare, inverno

All’arrivo del corteo, Tungdil si sbalordì di ciò che Coïra aveva


creato intorno alla fonte durante la sua breve assenza: si era
materializzata una magnifica fattoria a traliccio con due fienili
e una grande casa, in cui sicuramente la maga risiedeva.
«Niente male», commentò.
Per costruire edifici di quel genere gli artigiani impiegavano
di norma un ottavo di ciclo, ma nemmeno un centinaio di
falegnami avrebbe completato le costruzioni in così poco
tempo, per non parlare del reperimento dei materiali.
«Questa è parte della vecchia galleria?» Boïndil entrò nel
cortile insieme col contingente di nani.
La porta si aprì, e uscirono servitori che si occuparono dei
cavalli.
«Quando sono partito c’era solo un buco con pareti di
mattoni e un tetto di pietra.» Tungdil intuì che il campo di
energia conferiva a Coïra poteri più complessi della semplice
forza magica. Dubitava infatti che esistesse un incantesimo
capace di creare fattorie dal nulla. Che Lot-Ionan avesse più di
un motivo per isolare questa sezione della galleria?
Mallenia e i suoi guerrieri erano arrivati molto prima dei
nani. Per il bene della ragazzina ferita, il corteo era stato diviso
tra lenti e veloci.
I cento nani raggiunsero la fonte per ultimi perché i pony,
con le loro zampe corte, avevano avuto qualche difficoltà col
terreno.
Boïndil e Tungdil smontarono, lasciarono indietro i guerrieri
e si affrettarono verso la casa padronale. Salirono i gradini
davanti alla porta, oltre la quale furono ricevuti da altri
servitori. Si videro offrire dell’acqua e furono condotti
attraverso stanze lussuose, l’una diversa dall’altra.
L’interno non sembrava affatto quello di una fattoria
tranquilla. C’erano cupole di vetro, marmi e perfino una piccola
spiaggia con acqua vera.
«L’elemento di Elria in una casa.» Per sicurezza, Boïndil
camminò lungo la parete opposta, guardando le onde con
diffidenza. «Com’è possibile, Sapientone?»
«Se lo sapessi, sarei un mago.»
Entrarono in una sala simile a un tempio, dove i sovrani
degli umani si accomodarono su sedie, panche e poltrone. I
lampadari ardevano, le pareti erano tappezzate di quadri e il
pavimento coperto di tappeti. In un angolo zampillava una
fontana, e l’aria profumava d’estate e di cereali maturi.
Dirisa e Astirma sedevano vicine, Mallenia e Rodario
parlottavano, e Coïra discorreva con Ataimînas. Isikor teneva in
mano una coppa e ne studiava l’interno.
Tungdil vide fluttuare Sha’taï al centro della stanza, con gli
occhi chiusi e un vestito bianco. «Anche Coïra ondeggiava così
quando l’ho portata alla fonte», disse a Boïndil.
«Allora anche la piccola è una maga?»
Tungdil non se la sentì di escluderlo. «Oppure i suoi poteri
sono innati come quelli degli albi.» Aveva saputo dall’amico che
la ragazzina aveva un fascino irresistibile per tutti a eccezione
dei figli del Fabbro. I nostri crani di acciaio e pietra non sono
facili da sottomettere. Altrimenti non sarei tornato vivo dal
Phondrasôn.
«Eccovi.» Coïra si voltò verso i nani. Aveva un velo di
tristezza sul viso anche quando sorrideva. A giudicare dalla
rigidità, ogni più piccolo movimento le costava fatica.
Camminava leggermente china come se dovesse tirare le corde
invisibili che la trattenevano.
La marionetta della fonte. Il campo le lascia poco spazio per
muoversi.
«Come sta la ragazzina?» Tungdil interpretò come un buon
segno il fatto che gli altri rispondessero al suo cenno di saluto.
Da quand’era tornato, si erano mostrati tutti distaccati e
diffidenti, ma non poteva biasimarli.
«È caduta nel sonno della morte. Sembra che la sua mente
non trovi la via d’uscita», dichiarò Mallenia, preoccupatissima.
«I miei incantesimi hanno guarito le fratture del suo fragile
corpo. La febbre è scesa e le escoriazioni si sono rimarginate
senza lasciare cicatrici», riferì Coïra. «Tuttavia non posso fare
nulla per la sua mente.»
Rodario l’abbracciò.
«Dobbiamo aspettare. Continuerò a inondarla di energia
magica e a sperare che serva a qualcosa», concluse la maga.
«Ce la farà», sussurrò Rodario. Era sollevato e felice di
rivederla, ma si dominò ed evitò di abbandonarsi a baci troppo
appassionati. «Senza di te, Sha’taï sarebbe morta.»
«Ma questa non è vita. Faremo tutto il necessario per
svegliarla.»
«Perché non l’adagiamo semplicemente davanti alla fortezza
della Porta di Pietra?» Boïndil si appoggiò al manico del
mazzapicchio.
Tutti gli occhi si puntarono su di lui, ma solo quelli di
Tungdil erano privi di biasimo.
«Non guardatemi così», disse l’imperatore. Gettò indietro la
treccia e indicò la ragazzina. «Il contenuto del messaggio a noi
indirizzato è noto a tutti. Sha’taï è un demone, c’è scritto. E so
che prima di prendere lezioni parlava soltanto la lingua albica.»
Tungdil cercò di zittirlo, ma il sangue ribollente di Boïndil
vanificò i suoi sforzi.
«Non fingete che sia un’ipotesi campata per aria. Potrebbe
darsi che dalla Terra dell’Aldilà sia arrivato un demone della
cui bellezza siete diventati succubi.»
«Fai discorsi sconclusionati. Mia figlia non è certo una
creatura del male», lo rimproverò Mallenia.
«Non accetterò mai di consegnarla a uno sconosciuto che
desidera solo ucciderla.» Gli occhi azzurri di Coïra erano colmi
di rabbia. «Come puoi prendere in considerazione una simile
idea, imperatore? Oppure è il solito umorismo dei nani?»
«No, quello non c’entra. La proposta del Rabbioso è soltanto
sconsiderata», intervenne Rodario.
Tungdil ascoltò la conversazione e osservò attentamente i
presenti, che ostentavano un atteggiamento assai protettivo,
come se Sha’taï fosse sangue del loro sangue. Per farsi amare
così nel giro di un ciclo bisogna essere particolarmente affabili
oppure… Guardò la ragazzina addormentata.
Nelle rotazioni precedenti aveva parlato con Beligata,
Gosalyn e Hargorin. Erano tutti sicuri che Sha’taï
condizionasse la mente degli elfi e degli umani. Apparteneva a
una delle famiglie di maghi che, nella Terra dell’Aldilà, usavano
i ghaist come ricognitori. Lo avevano saputo da Carmondai
dopo averlo incontrato lungo la strada.
Un demone, una maga astuta o un essere puro che cerca
soltanto di salvarsi la vita. Come si fa a verificarlo?
«I ghaist sono stati mandati da qualcuno che conosce la
Terra Nascosta», ricapitolò Coïra.
«I possibili responsabili sono numerosi. Le porte sono
rimaste aperte a lungo, e non solo sui Monti Grigi. All’epoca
sarebbe stato facile intrufolarsi inosservati e scomparire anche
nel Sud», precisò Mallenia.
«Non dobbiamo sottovalutare il pericolo. Chiunque sia in
grado di usare le anime e la magia per creare un essere
antropomorfo e di riunire un esercito di quelle proporzioni non
getterà la spugna.» Astirma incrociò le braccia. «Ma cosa
facciamo se oltre il muro vengono catapultati cento ghaist o
più? Sono inarrestabili, non è facile incendiarli.»
«Non lo so», borbottò Boïndil. «Per Vraccas, possiamo
respingere, fare a pezzi e bruciare migliaia di aggressori muniti
di torri d’assedio e macchine d’assalto, ma quegli elmi di rame
sono un mistero anche per noi. La Lama di Fuoco ha qualche
effetto contro di loro, ma Balyndar ha rischiato di morire.» Si
passò la mano sulla barba e sulle tempie. «È per questa ragione
che ho proposto di deporre la ragazzina davanti alla porta. Per
finta, tanto per vedere cosa succede.»
Tungdil sbirciò Ataimînas, che non si era ancora espresso.
Dal momento che sa qualcosa, proviamo a farlo sbottonare. «Le
profezie potrebbero illuminarci, Naishïon», lo esortò
educatamente. «Se ho ben capito, gli avvenimenti che si sono
verificati finora erano stati vaticinati. È così?»
«Ho promesso di rivelare il segreto.» Ataimînas si avvicinò e
chiamò un servitore, che gli porse una borsa da cui lui estrasse
un libro avvolto nella carta cerata, alto come un pugno.
Misurava due mani umane per tre, la copertina scintillava di
foglia d’oro ed era incisa con rune elfiche. Le pagine
sembravano cosparse di inchiostro nero. «Vi spiegherò ogni
cosa.» L’elfo posò il volume su un tavolo e lo aprì recitando
delle formule.
Le sottilissime pagine d’argento laminato brillarono,
evidenziando caratteri rosso rubino che Tungdil riuscì a
decifrare. «Un dialetto inconsueto. Il vostro popolo non lo parla
più. È molto antico.»
Il Naishïon non poté mascherare lo stupore. «Non a caso ti
chiamano ’l’Erudito’.»
Tungdil fece un inchino. «Tuttavia dovreste essere voi a
leggere ciò che si palesa davanti ai nostri occhi.»
Ataimînas fece un cenno di assenso. «Prima permettetemi di
spiegarvi perché veniamo a frotte nella Terra Nascosta.»
Sorrise ai nani. «Un tempo regnava l’ostilità tra i nostri popoli.
La Creatrice Sitalia ha compreso che per la nostra patria
sarebbe stato meglio che qualcuno se ne andasse e altri
vivessero nella clandestinità. Una guerra tra nani ed elfi
avrebbe comportato la fine della Terra Nascosta.»
«Avremmo vinto noi», bisbigliò Boïndil a Tungdil.
«Ma ha visto pure che avrebbe potuto esserci pace autentica
e sincera tra tutti gli abitanti e che saremmo dovuti tornare»,
proseguì Ataimînas, fingendo di non avere sentito quel
commento. «Ha scritto le sue istruzioni e le ha affidate a coloro
che hanno deciso di cercare fortuna lontano dalla patria.
Avrebbero dovuto dirigere i loro passi verso la Terra Nascosta
solo quando la Stella della Vita avesse iniziato a splendere,
quando gli astri avessero mostrato loro la strada. Non prima.»
Guardò solennemente i due nani. «È accaduto un ciclo fa. Il
flusso seguiterà finché l’ultimo figlio degli emigrati di allora
non avrà fatto ritorno.»
«Così si è compiuta la prima profezia», dedusse Tungdil.
«Esatto.» Ataimînas sfogliò il libro. Le scritte si tinsero di
verde smeraldo. «Poi si dice:

Giungerà una piccola umana


che conquisterà tutti con la propria amabilità
e che vale più del sale e dell’acqua.
Il suo arrivo stravolgerà la compagine.
Il mio popolo vorrebbe fondare un grande regno
per unire le forze,
giacché poteri oscuri ambiscono alla ragazzina
e vogliono impadronirsene.
Ma state attenti: costoro manderanno i propri messaggeri.
Saranno migliaia e cenciosi,
duplici e coperti di rame.»

Boïndil batté il mazzapicchio. «Descrive per filo e per segno gli


avvenimenti sui Monti Grigi», disse irritato. «Ma c’è
qualcosa…»
«Sono le profezie di Sitalia», lo interruppe Ataimînas. «Non
c’è niente da interpretare.» Riprese a consultare il volume. «La
dea ha previsto perfino il ritorno di Tungdil, anche se all’inizio
ho pensato che si riferisse al primo.»
«Io sono più adatto?» Il nano fece un sorriso ossequioso.
«I dubbi sono fuori luogo, perché le profezie della dea hanno
predetto anche le contestazioni nel Tabaîn e l’attacco del ghaist
a Sha’taï.» Ataimînas indicò il libro. «Dalle sue parole si deduce
cosa tutti noi dovremo fare in futuro.»
Boïndil rise incredulo. «Se sapevi del rapimento, perché non
l’hai impedito?»
«Non ero presente», rispose il Naishïon, in tono cortese e
indulgente. «Ecco i versi della Creatrice:
La gemma fanciullesca può andare smarrita
tra le mani ramate del male.
Se ella muore, perirà la nuova dimora,
con ogni essere vivente,
con ogni pietra,
con ogni goccia d’acqua che essa contiene.

Se la gemma si vuole custodire,


occorre rispondere al male.
Con incudine e martello.
I soli
che non si lasciano piegare.
I soli
a essere rigidi e potenti, distruttivi a sufficienza,
capaci di resistere alla tempesta, al fuoco e all’acciaio.
I soli
sono l’incudine e il martello.»

Ataimînas guardò i nani. «Incudine e martello. Si riferisce al


vostro popolo.»
Tungdil era lusingato, ma riteneva che non fosse l’unica
interpretazione possibile. Ho un sospetto. «I figli del Fabbro
sono felici che Sitalia abbia assegnato loro questo ruolo», disse
per impedire a Boïndil di pronunciare parole che, nonostante
gli elogi, potessero suonare offensive. «Che cosa s’intende per
’rispondere’?»
L’elfo girò pagina. «La dea spiega anche questo:

Mandate incudine e martello


verso nord, sempre verso nord,
cosicché trovino il male, lo fracassino e lo frantumino.
Nessun altro
riuscirà nell’intento.»

Boïndil rise. «Verso nord?»


«In parole povere, significa che i nani devono mettersi in
viaggio, abbandonare le fortezze sulle montagne e partire per
una campagna militare.» Ataimînas fissò con sguardo
penetrante l’imperatore. «E, prima che me lo domandiate,
saremo noi a difendere le vostre porte.»
Tungdil strinse la spalla di Boïndil per evitare che
cominciasse a strepitare. «I sovrani dei nani sono stati
informati e arriveranno presto. La vostra proposta e le vostre
profezie saranno oggetto di una discussione approfondita.»
Ataimînas si meravigliò. «Che cosa c’è da discutere?» Indicò
Boïndil. «È l’imperatore. Darà loro gli ordini e compiremo i
vaticini.»
Rodario, Mallenia, Astirma, Dirisa e Isikor fissarono i nani in
silenzio, senza fare mistero delle proprie aspettative. Coïra
aveva addirittura un’espressione vagamente minacciosa.
«Vedete, noi…» iniziò Tungdil.
«Vraccas non ci ha mandato parole sagge con cui c’impone
di fare simili sciocchezze.» Boïndil non riuscì più a dominarsi.
«Negli scorsi cicli abbiamo vagabondato fin troppo spesso,
arrivando fino alla Forra Oscura e lasciando le porte pressoché
sguarnite. Abbiamo lasciato le montagne anche quando siamo
scesi in campo contro il Toboribor.»
«E ogni volta avete riportato una vittoria», gli rammentò
gentilmente Rodario.
«Perché eravamo in tanti, Barbetta!» Il Rabbioso si erse in
tutta la sua statura. «Abbiamo perso molti guerrieri validi per
liberare la Terra Nascosta.»
«Come tutti. Anche noi abbiamo pagato col sangue»,
interloquì Mallenia.
«Ma ci sono più umani che nani. Per Vraccas, sembra che
perfino gli elfi siano più numerosi. È per questo che, secondo
me, i re e le regine del mio popolo non acconsentiranno mai.»
Su qualche volto Tungdil lesse un misto di orrore, rabbia e
incredulità. «Esporremo la proposta e la discuteremo»,
promise, per non gettare benzina sul fuoco. «Organizzeremo
l’incontro e vi comunicheremo l’esito.» Andò verso l’uscita
trascinandosi dietro Boïndil.
«Mandate incudine e martello verso nord, sempre verso
nord, cosicché trovino il male, lo fracassino e lo frantumino.
Nessun altro riuscirà nell’intento.» La voce di Ataimînas
echeggiò alle loro spalle. «È tutto nelle vostre mani. Non
saranno gli elfi né gli umani a salvare la Terra Nascosta, bensì i
nani.»
Boïndil si sarebbe voluto fermare, ma Tungdil lo spinse
delicatamente fuori dell’enorme sala. «È inutile. Sono tutti
della stessa opinione», gli sussurrò. Si lanciò un’occhiata sopra
la spalla.
Gli umani e l’elfo formavano una sorta di muro e li
guardavano con ostilità; la ragazzina addormentata fluttuava
come una figura spettrale. Da lontano pareva che volasse
direttamente sopra le teste dei potenti.
«Possono cianciare di profezie finché vogliono», bofonchiò
Boïndil. «Ma chissà chi ha scritto quelle parole…»
Osservazione intelligente. Tungdil avrebbe voluto esaminare
meglio il libro. «Dov’è l’albo?»
«Quello che ho trovato io?»
«Quello che era in viaggio con Hargorin e la sua pattuglia.»
«Si chiama Carmondai. Che cosa vuoi da lui?»
«È vecchio, anzi vecchissimo, e ha sentito molte storie.»
Attraversarono la casa padronale.
«Ne ha scritte a bizzeffe, ma possiede anche un vasto
sapere?» Boïndil non era molto ottimista.
«Chiediamoglielo. Abbiamo un po’ di tempo prima che
arrivino i re.» Tungdil gli diede una pacca sulla spalla. «Allora,
com’è essere imperatore?»
«Fa venire sete. Solo la birra mi aiuta a portare questo
peso.»
«Te ne offro una.»
Uscirono dall’edificio e indugiarono in cortile.
«Poi mi porti l’albo», disse Tungdil. Potrebbe avere la
risposta a molte domande.
«Sei sempre il solito», ridacchiò il Rabbioso. «L’esatto
opposto della copia con l’armatura di tionio nero.»
Tungdil gli fece l’occhiolino, e sul viso gli passò un’ombra
inquietante. Estrasse una boccetta dalla tasca e gliela infilò in
mano. «Prendi.»
«Che cos’è?»
«Non farla cadere. È l’antidoto alla sete. Devi berla d’un
fiato.»
Boïndil fissò prima il recipiente, poi l’amico. «Stai
scherzando?»
«Mi avevi detto dove si trovava il laboratorio dello Zhadár e
ci ho fatto una puntatina. Dovevo pur ingannare il tempo.»
Tungdil sorrise. «Tu hai riavuto il tuo Sapientone, io riavrò il
mio Rabbioso.»
Boïndil mise il regalo in tasca.

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân, Idoslân,


6492° ciclo solare, inverno

Carmondai osservava da lontano la fattoria, i cui occupanti


aumentavano da una rotazione all’altra. La maga sembrava
esercitare una forza d’attrazione sui villaggi circostanti,
inducendo gli abitanti ad abbandonare gli insediamenti per
cercarsi una nuova dimora. Probabilmente di lì a poco sarebbe
nata una città.
Coïra non aveva avuto altra scelta se non restare in quel
luogo sperduto, pur essendo la reggente del Weyurn.
Un nuovo regno magico dove un tempo sorgeva lo Ionandar.
Carmondai ricordava ancora i nomi di molti stregoni morti. Li
aveva inseriti nei propri scritti. Gran parte di quel lavoro –
migliaia di pagine, disegni e perfino dipinti – era andata
perduta.
Si era accampato in un grosso albero cavo che gli offriva
calore e un riparo dal vento. Aveva promesso a Hargorin di non
allontanarsi troppo.
Nel re dei Terzi vedeva un alleato da sfruttare. Nemmeno
salvare la vita a Gosalyn e Beligata era stato un gesto
disinteressato. Era ancora considerato un fuorilegge e, se i
soldati di Mallenia lo avessero trovato, avrebbe dovuto
difendersi. Immaginò di farsi condurre da Hargorin sui Monti
Neri. Da lì me la svigno nella Terra dell’Aldilà.
C’era, tuttavia, una questione che voleva risolvere non
appena avesse fatto buio.
Conosceva il messaggio che i ghaist avevano diligentemente
consegnato. Da allora non c’erano dubbi su quale fosse il
potere che minacciava la Terra Nascosta. Aveva già sentito
parlare dei botoiki. Ricordò di avere addirittura scritto delle
loro dinastie basandosi sui racconti di Sinthoras e Caphalor. I
dettagli dell’incontro erano ammantati di mistero, ma quel tipo
di magia, capace di condizionare le masse e renderle remissive,
gli era rimasto impresso.
Se gli Eterni avessero conosciuto il vero potere dei botoiki,
sarebbero state organizzate campagne militari contro di loro.
A parte quel piccolo episodio, i maghi non avevano avuto
nessuna influenza sul destino della Terra Nascosta. La cintura
di montagne altissime, gole ripide e versanti scoscesi costituiva
una protezione efficace.
Ma ora esiste un motivo per conquistare il Paese. Carmondai
aveva visto quanto fosse accattivante la ragazzina, come se
sprigionasse un profumo capace di ammorbidire i cuori e
rimpicciolire i cervelli. È una di loro.
Le sorti del regno gli interessavano poco.
Il suo popolo non governava più, gli umani lo avevano
mutilato, fatto prigioniero e umiliato senza pietà. Sarebbe stata
una bella soddisfazione poter descrivere il declino della Terra
Nascosta, anche se fosse stato l’unico a leggerlo. Si era
sottomesso per troppo tempo.
Tuttavia, prima di seguire Hargorin sui Monti Neri, aveva un
compito da portare a termine. Voleva vendicarsi di Sha’taï per
avere cercato di farlo linciare dalla moltitudine furibonda ad
Aichenburg.
Quando il sole tramontò e la notte scese sulle pianure
innevate, Carmondai uscì dal nascondiglio.
L’ingresso di un corteo di nani nella fattoria capitò proprio a
fagiolo perché i Cavernicoli avrebbero attirato l’attenzione su
di sé. Ciò lo avrebbe aiutato a mettere in pratica il suo piano.
Mi narrò le sue gesta, le nefandezze, i momenti più neri e le
vittorie più fulgide.
Nella Terra Nascosta nessuno immagina cosa abbia passato
l’eroe.
Cosa abbia combinato.
Come abbia sottomesso vaste aree del Phondrasôn, ma si sia
svegliato dal sogno senza poter sfuggire al terrore.
Un’ebbrezza maledetta.
Annotazioni segrete agli Scritti della verità,
compilati sotto costrizione da Carmondai
XIX

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, inverno

S ono arrivati e non dicono una parola. Tungdil lasciò scorrere


lo sguardo sui volti dei nani intorno al tavolo. All’inizio della
seduta nella fattoria della maga aveva descritto brevemente le
esperienze vissute nel Phondrasôn e le origini del sosia che
aveva trovato la morte nella Forra Oscura grazie alla Lama di
Fuoco.
Poi fu il turno dell’imperatore, che storpiò i versi della
profezia secondo cui incudine e martello si sarebbero dovuti
mettere in viaggio per frantumare il male.
Da quel momento in poi regnò un silenzio nervoso, come se
un oggetto di valore si fosse fracassato sul pavimento o un
animale caro fosse morto sotto gli occhi di tutti.
Xamtor Frontealta del clan dei Frontealta, il re dei Primi,
rifletteva sorseggiando una coppa d’acqua. La sua armatura si
contraddistingueva per i preziosi intarsi d’acciaio e ferro; gli
anelli sui guanti corazzati e i fermagli sulla barba color ruggine
erano di vraccasio.
Balyndis Ditadiferro del clan dei Ditadiferro si guardava le
mani come se potesse leggervi il futuro. Indossava una
semplice cotta con le insegne regali, pantaloni di cuoio nero e
un mantello di pelliccia bianca. Si era raccolta i lunghi capelli
castano scuro con un pesante diadema d’oro intrecciato.
Per Tungdil non fu facile rivedere Balyndis. Anche dopo tutto
quel tempo – duecentocinquanta cicli – sentì ridestarsi qualcosa
dentro di sé. Nelle viscere della terra, circondato dal male,
aveva pensato speso alla nana, ora con sentimenti d’amicizia,
ora con nostalgia, ora con rimorso. Vraccas e Samusin avevano
riservato loro destini che li avevano allontanati.
Che cosa succederà ora che sono tornato? Una cosa è certa:
La rivoglio.
Ma prima Balyndis doveva perdonarlo.
La nana invece lo guardava come guardava gli altri:
bonariamente, ma senza il minimo segno che nel suo cuore
albergasse qualcosa di diverso dall’amicizia e dal ricordo dei
bei tempi andati.
Che finga di essermi soltanto amica? Tungdil, confuso ed
emozionato, non riusciva a smettere di lanciarle occhiate
furtive e dovette fare uno sforzo per concentrarsi sulla seduta.
Frandibar Cogligioielli del clan dei Battiloro, sovrano dei
Quarti, sembrava più interessato alle incisioni della propria
coppa preziosa. La corazza d’argento con intarsi d’oro lucido
brillava quanto le gemme che vi erano incastonate. I capelli
biondi e ricci gli cadevano sulle spalle, le basette gli arrivavano
al petto, e la barba, lunga quanto un dito e ben spuntata,
sfoggiava un ciuffo attorcigliato che gli pendeva dal mento.
Gordislan il Giovane, di Goldhort, la città sotterranea dei
Liberi, rimuginava con espressione assente. Castano, era
l’unico a non avere l’armatura, come se volesse sfidare le
tradizioni. Si era accontentato di una sobria veste di cuoio
rosso e marrone.
Soltanto Hargorin stava guardando l’imperatore. Non era
molto sorpreso, perché da rotazioni era al corrente degli ultimi
avvenimenti. «Mi piace essere il re dei Terzi e preferirei
parlare alla fine ma, poiché voi state ancora riflettendo, inizio
io.» Si diede un colpetto alla gamba di metallo. «In passato ho
sacrificato molto pur di salvare la Terra Nascosta e non ho mai
dubitato delle mie azioni. Mi dispiace di avervi dato di tanto in
tanto l’impressione di eseguire la volontà dei gemelli trigemini,
ma ho sempre saputo quale sarebbe stato il risultato: la loro
rovina.» Si alzò. «In questo caso non so dove dobbiamo andare
coi nostri guerrieri né cosa ci aspetti né se la missione sarà
coronata dal successo.» Indicò Boïndil. «So che la tua parola è
vincolante, imperatore, ma lasceresti a noi la decisione se io
fossi contrario a una campagna militare così aleatoria?»
Frandibar picchiettò le dita ingioiellate sulla coppa per
segnalare la propria approvazione. Xamtor lo imitò
applaudendo coi guanti corazzati.
Era ciò che Tungdil aveva temuto. Aspettò che parlassero
tutti.
Frandibar si alzò dalla sedia, facendo luccicare l’armatura.
«Nella storia del nostro popolo non è mai accaduto che
l’incudine partisse per raggiungere il ferro di cavallo da battere
col martello. È sempre stato il ferro di cavallo ad andare dal
fabbro, dall’incudine e dal martello.» Accennò alla mappa
aperta sul tavolo. «Come ben sappiamo, siamo rimasti in
pochi.»
«Ma siamo sufficienti», borbottò Boïndil.
«Per difendere i baluardi e respingere un nemico in
superiorità numerica», aggiunse il re dei Quarti.
«E anche così stiamo raschiando il fondo del barile.»
Balyndis alzò la mano in segno di scusa per averlo interrotto.
«L’esercito degli straccioni è costato molto caro alle nostre
catapulte. Le scorte di petrolio e di fuoco di Vraccas
inestinguibile sono state rimpolpate, ma senza la protezione
delle mura e in campo aperto ci avrebbero sopraffatti
facilmente.» Fece segno a Frandibar di continuare.
«Non c’è altro da aggiungere.» Il re dei Quarti si risedette.
«Anch’io sono contrario», dichiarò Xamtor. «Ne abbiamo
discusso a sufficienza. I motivi sono evidenti.»
«Ma, se incudine e martello non partono, la nostra patria
potrebbe cadere», sottolineò Boïndil.
«Secondo quale profezia? Quella di una dea degli elfi.»
Xamtor scrollò il capo, facendo svolazzare i lunghi capelli
brizzolati. «E per giunta dovremmo cedere le nostre fortezze
agli Orecchi appuntiti, che vogliono tenerle da soli in uno
strano slancio di magnanimità. Non sanno nemmeno dove
conducono le gallerie nelle montagne e non s’intendono di
catapulte.»
Gli altri gli diedero ragione.
«Non è escluso che si tratti di uno stratagemma.» Frandibar
guardò la mappa. «Dall’epoca degli Eoîl Atár, gli elfi non hanno
fatto granché per riconquistare la nostra fiducia. Ora sono
entrati a migliaia nella Terra Nascosta e ce ne sono altre
migliaia che vogliono varcare le porte. Se avranno il controllo
degli ingressi, pretenderanno il potere assoluto.»
«Proprio così.» Balyndis guardò Boïndil. «Prima di ordinarci
di prestare fede alla profezia di Sitalia e di metterci in marcia,
tieni presente che mi opporrò.»
«C’è qualcuno tra noi che abbia verificato l’autenticità dei
vaticini?» Xamtor fissò Tungdil. «Ti chiamavano ’l’Erudito’. È
rimasto qualcosa del tuo sapere?»
L’altro sorrise e si alzò. «Ho visto il libro in cui sono riportate
le parole della dea. È scritto in un dialetto molto antico e alcuni
simboli non mi erano mai capitati sott’occhio nella Terra
Nascosta.» Si strinse nelle spalle. «Ma qualcuno li ha messi
nero su bianco. Non eravamo presenti né possiamo garantirne
la correttezza. Ataimînas e i suoi sudditi invece non hanno
dubbi.»
«Bella risposta, ma non ne sappiamo più di prima»,
commentò Frandibar, insoddisfatto.
«Nulla di ciò che io possa dire risolverà il mistero.» Tungdil
non voleva vendere fumo. «Abbiamo un’annotazione antica.
Almeno questo è vero. Quanto al contenuto e
all’interpretazione, dobbiamo affidarci al Naishïon.»
«Perciò non abbiamo un bel niente.» Xamtor si appoggiò allo
schienale. «Condivido l’opinione di Balyndis. I Primi non si
muoveranno dalla fortezza, imperatore. I figli del Fabbro non si
fidano delle dee elfiche.»
Hargorin schioccò la lingua. «Lo stesso vale per i Monti
Neri. I Terzi sarebbero lieti di partecipare a una campagna
militare contro un nemico noto. Ma alla cieca… no.» Fece
un’espressione di scusa. «Il peggio che possa capitare è la fine
della fiducia nel sottoscritto e nell’imperatore, e ciò
implicherebbe la fine dell’obbedienza. Dare retta alle profezie
di Sitalia può provocare più danni di qualche morto tra i nostri
guerrieri.»
So a cosa si riferisce. Tungdil sapeva che qualche Terzo non
era interessato all’amicizia con le altre stirpi. L’eredità di
Lorimbur imponeva di vivere nella discordia. Solo l’autorità di
Hargorin garantiva una pace stabile.
Boïndil, scontento, si accarezzò la barba. «L’avevo previsto,
tanto più che il momento – un ciclo dopo l’ultima grande
battaglia – è a dir poco sfavorevole.» Indicò la mappa. «Il
nostro posto è qui, come hanno dimostrato centinaia di cicli.»
«Tranne la rotazione in cui ha avuto luogo lo scontro nella
Forra Oscura», obiettò Tungdil. «Ne ho solo sentito parlare, ma
senza i contingenti dei nani sarebbe potuto finire in modo
molto diverso.» Prima che qualcuno protestasse, alzò la mano
in un gesto conciliante. «So che allora la situazione era
diversa…» Indicò verso settentrione. «Tuttavia penso che
questa sarebbe una missione importante.»
Balyndis aggrottò la fronte. Il volto rotondo appariva
invecchiato, la leggera peluria sulle guance era più visibile. Il
fardello delle responsabilità regali le aveva indurito i
lineamenti. «Dunque, sei favorevole?»
Tungdil sentì il suo sguardo su di sé e il cuore prese a
battergli più forte. «Ritengo sarebbe un errore partire alla
cieca con un esercito enorme, ma appoggio l’idea di metterci in
viaggio con un piccolo contingente e sondare il terreno. Da
dove vengono i ghaist? Chi li ha mandati? Perché questo
nemico conosce la Terra Nascosta, e che cos’ha di tanto
speciale la ragazzina per cui gli elfi e gli umani stravedono?»
«No! Assolutamente no», tuonò Boïndil. «Non abbiamo
accolto tra noi il più grande eroe della Terra Nascosta per poi
mandarlo subito nel deserto.»
«Ma è proprio questo il compito degli eroi.» Tungdil fece una
risata sommessa e gli posò la mano sulla schiena.
«Te lo proibisco! Sono l’imperatore e tu devi obbedirmi!»
«Calmati, vecchio mio. Vado e torno, confidando in Vraccas,
che mi ha aiutato a sopravvivere per duecentocinquanta cicli
nel Phondrasôn.»
«Io vengo con te», si offrì Hargorin, senza esitazione.
«Rognor è un cancelliere eccellente e probabilmente un re
migliore per i Terzi. Io mi sento chiamato ad altri compiti.
Anche Beligata e Gosalyn vorranno essere dei nostri. A rigor di
termini, la prima volta non siamo stati noi a trovare te, ma
viceversa. Abbiamo ancora un errore cui porre rimedio.»
«Allora dispongo che ogni stirpe mandi un guerriero o una
guerriera che ti accompagni», decise Boïndil. «Così forse
abbiamo compiuto la profezia: un esercito unito che parta e
affronti il nemico.»
«Anche tu potresti essere un erudito, Rabbioso», rise
Tungdil. «Noi contro centinaia di migliaia di avversari? Eri tu
quello che amava le sfide impossibili.»
«Esatto.» L’altro gli fece l’occhiolino pur non essendo affatto
allegro.
«Allora dobbiamo soffermare la nostra attenzione su due
cose», intervenne Xamtor. «Primo, come interpretiamo le
profezie di Sitalia? Secondo, che cosa sappiamo esattamente
del Nord, la destinazione del nostro eroe più grande?»
«Stai domandando cosa sappiamo noi, o ti riferisci a
qualcuno che sia già stato lassù?» chiese Hargorin con fare
misterioso.

Terra Nascosta, Regno unito del Gauragar-Idoslân,


6492° ciclo solare, inverno

Carmondai dovette riconoscere che la missione era più faticosa


del previsto. Il periodo trascorso sotto l’ala di Mallenia, più o
meno rinchiuso nella torre, prigioniero
dell’autocommiserazione, della tristezza e della caparbietà, non
aveva certo temprato il suo corpo.
Si era tenuto in allenamento con qualche piccolo esercizio –
come aveva fatto anche nella cella in cui i gemelli trigemini lo
avevano gettato – per non perdere troppi muscoli e troppa
agilità, ma avvicinarsi di soppiatto a una fattoria ben
sorvegliata era diverso da fare una passeggiata o viaggiare
nella Terra Nascosta.
Indossava i vestiti neri che aveva rubato strada facendo a
una lavandaia distratta, nei pressi di un fiume. Così era più o
meno invisibile nell’oscurità, purché non fosse costretto a
muoversi su un campo innevato. Stringeva la Sanguinaria nella
sinistra. Sgusciò da un nascondiglio all’altro, superò le guardie
e raggiunse l’edificio laterale sinistro. Percepiva da tempo le
deboli radiazioni emanate dal campo magico.
Ansimando, sbirciò dietro l’angolo.
Il cortile era ben illuminato. C’erano nani, elfi e umani in
armatura, intenti a consultarsi mentre si riscaldavano davanti a
fuochi e bracieri. Sorseggiavano bevande calde da boccali e
bicchieri, l’atmosfera sembrava rilassata. Con tanti occhi vigili,
nessuno temeva la presenza di un sicario.
O almeno così sperava Carmondai.
D’altro canto sapeva che Pietralibera era stata teatro di un
attentato. Era passato un po’ di tempo, ma probabilmente
dentro l’edificio erano state prese altre misure di sicurezza,
magari addirittura magiche.
Nonostante ciò non intendeva rinunciare al proprio piano.
Con tutta questa gente è impossibile passare inosservato.
Alzò la testa e guardò verso i tetti.
Prendendo la rincorsa, un albo sarebbe stato in grado di
superare la distanza tra quell’edificio e la casa padronale, che
era di sette od otto passi. Le tegole erano coperte di fanghiglia,
che avrebbe reso difficile il salto e l’atterraggio. Inoltre la neve
che fosse scivolata di sotto avrebbe attirato l’attenzione delle
guardie e degli ospiti.
Ci provo ugualmente. Carmondai si appese la Sanguinaria
sulla schiena e si arrampicò sul retro dell’edificio laterale, con
un notevole dispendio di tempo ed energie.
Arrivato sul tetto, rimase sdraiato sulla poltiglia bianca per
riprendere fiato. Quindi si rotolò e si spostò con cautela lungo
la pendenza fino al bordo.
Nel cortile, nani, elfi e umani continuavano a parlare, ridere
e scherzare. L’alcol del vino aromatizzato e della birra aveva
fatto effetto.
Nell’edificio principale c’erano ombre che si muovevano
oltre le finestre ben illuminate. Gli ospiti e i domestici
dovevano costituire una piccola schiera.
Carmondai si sforzò di non pensarci troppo, si strinse le
cinghie delle armi intorno al corpo e prese la rincorsa. Inàste,
aiutami! Dopo uno scatto energico e silenzioso, staccò i piedi
dalla neve scricchiolante.
Tuttavia non atterrò dall’altra parte, bensì finì contro il muro
sotto il colmo del tetto: aveva sottovalutato il peso della
Sanguinaria e dei vestiti pesanti. Scivolò e si fermò sopra un
bovindo. Si rannicchiò per non essere visto dal cortile e rimase
immobile.
Qualcuno aprì una finestra.
«Ho sentito qualcosa», disse una voce femminile roca. «Dico
alle guardie di dare un’occhiata.»
Mallenia! Carmondai chiuse gli occhi. La regina che aveva
messo una taglia sulla sua testa si trovava a meno di due passi
da lui.
«Un grosso fiocco di neve. Che cos’altro potrebbe essere
stato?» rispose Rodario. «Torna da me.»
«Controlliamo Sha’taï, altrimenti non riesco a dormire»,
replicò Mallenia, preoccupata.
«Ma non ti lascerò chiudere occhio», la stuzzicò l’attore.
La donna rise. «Il re vuole fare una visita di cortesia alla
regina.»
«Più o meno.»
Carmondai li sentì uscire dalla camera. Ha lasciato la
finestra aperta. Si calò rapido dal tetto al balconcino e
s’introdusse nella stanza, arredata lussuosamente e degna di
due sovrani, dal letto ai tappeti, dai mobili agli arazzi.
Il formicolio s’intensificò.
L’albo dedusse che là dentro molte cose erano state create
con la magia o che la fonte magica si era ampliata. In quel caso
sarebbe stato quasi impossibile individuare le trappole basate
su incantesimi.
Attraversò l’appartamento e spiò dal buco della serratura,
ma non vide guardie oltre la porta. Socchiuse l’uscio.
Sgattaiolò nel corridoio rischiarato da lampade e si nascose
accanto a un tavolino su cui era posata una scultura, che
giudicò brutta e sgraziata. I suoi gusti artistici erano assai più
raffinati.
Da una camera spuntarono Mallenia e Rodario, che
indossavano vesti ampie e comode simili a mantelli. Salutarono
qualcuno e gli augurarono sogni d’oro. Quindi oltrepassarono
l’albo e scomparvero nel loro alloggio.
Niente guardie nell’edificio. Carmondai si raddrizzò e tese le
orecchie. Perché sono così sicuri che non possa avvenire nulla?
Temeva di cadere in una trappola.
Perciò non varcò la soglia da cui erano usciti il re e la regina,
bensì strisciò lungo il corridoio e cercò una scala per scendere.
Voleva guardarsi meglio intorno. Trovò i gradini e si spostò al
piano inferiore, dove origliò e spiò dalle serrature e sotto le
fessure delle porte. Ogni tanto dovette evitare i servitori o
avvolgersi nelle tenebre. I domestici portavano vassoi di cibo e
bevande come se fosse in corso una festa.
Alla fine l’albo decise di approfittarne. Afferrò un uomo, lo
tramortì e s’infilò i suoi vestiti per muoversi più liberamente.
Nascose la Sanguinaria alla bell’e meglio sotto il tessuto,
sfruttando la propria statura. Le orecchie leggermente
appuntite svanirono sotto il berretto del servitore, cui
Carmondai tagliò i capelli lunghi per poi ficcarseli sotto il
bordo del copricapo. Un travestimento perfetto.
Vagò per i piani brulicanti di visitatori senza paura di essere
scoperto. Nani, elfi e umani oziavano cianciando delle profezie
di Sitalia e della loro interpretazione.
Entrò in una sala spaziosa in cui risuonava una musica ad
alto volume. I musicisti appartenevano ai tre popoli e in
qualche modo producevano note che incontravano i gusti di
tutti.
Un Cavernicolo intonò una nota canzone ingiuriosa di cui
esistevano innumerevoli varianti. Nell’ultima strofa il
mezz’orco moriva in diversi modi.

Vide un nano un mezz’orchetto,


un mezz’orchetto sulla pietraia,
bello grasso, pronto da picchiare,
corse a vederlo da vicino,
lo guardò con gioia.

I nani nella sala alzarono i boccali e cantarono:

Mezz’orchetto, mezz’orchetto bello grasso,


mezz’orchetto da fare a pezzettini!
Il solista attaccò la seconda strofa:

Il nano disse: «Ho voglia di tagliuzzarti,


mezz’orchetto da fare a pezzettini!»
E quello grugnì: «Ti sgozzo,
così il tuo eterno pensiero sarò
e nemmeno una ferita riporterò».

I nani ripeterono il ritornello e i primi guerrieri umani si


unirono divertiti al coro.

Mezz’orchetto, mezz’orchetto bello grasso,


mezz’orchetto da fare a pezzettini!

Il solista attaccò la terza strofa:

Il simpatico nano colpì,


tagliò il mezz’orchetto in tanti pezzi.
Quello si difese con una scure smussata,
a nulla valsero grugniti e lamenti,
morì tra mille tormenti.

Tutti insieme conclusero:

Mezz’orchetto, mezz’orchetto bello grasso,


mezz’orchetto da fare a pezzettini!

La canzone finì tra risa e urla.


Terribile. Una tortura per le mie povere orecchie. Con la
coda dell’occhio, Carmondai vide una ragazzina sulle spalle di
un soldato che saltellava allegramente qua e là.
I presenti batterono le mani a ritmo, gridando con
entusiasmo: «Sha’taï, Sha’taï!»
L’avranno prelevata dalla sua camera. L’albo si avvicinò al
buffet e finse di riordinare le pietanze e di assaggiarle. Nel
frattempo osservò il viavai intorno alla ragazzina, che rideva
rilassata e applaudiva a tempo di musica. Ha fatto in modo che
perfino gli elfi cantassero un motivetto dei nani.
Mallenia scese la scala di corsa. Doveva essere molto
preoccupata per mostrarsi in pubblico in camicia da notte.
«Eccoti!» gridò per soverchiare gli strumenti e lo strepito.
«Torna subito a letto.»
Il soldato adagiò Sha’taï sul pavimento. La musica e i
battimani cessarono.
Mallenia andò da Sha’taï, la prese per mano e se la trascinò
dietro. «Domani sarà una rotazione faticosa», spiegò, quindi si
rivolse agli ospiti. «Dovreste fare meno baldoria. Non ce n’è
ancora motivo. I sovrani dei nani hanno deliberato di non
partire con gli eserciti.»
Qualcuno posò il boccale sul tavolo, altri accantonarono le
posate e si alzarono imbarazzati.
Mallenia e la ragazzina salirono le scale mentre gli invitati si
disperdevano.
Non è un problema. Carmondai prese un lungo panno da un
tavolo non apparecchiato, se lo gettò sulla spalla e afferrò un
vassoio di cibo per dare l’impressione di voler portare da
mangiare a un ospite. Non staccò mai gli occhi dalla regina e
dalla sua figlioccia. Contrariamente alle aspettative, la
ragazzina fu condotta nella camera da cui erano usciti Mallenia
e Rodario. Dorme da sola.
Quando la sovrana tornò in corridoio e rientrò nella sua
stanza, Carmondai scivolò verso la porta, l’aprì piano e varcò la
soglia.
I suoi occhi si adattarono all’oscurità. La ragazzina era a
letto, girata verso la finestra.
Troppo facile. Ogni fibra del suo essere si ribellò all’idea di
avvicinarsi. A ciò si aggiunse il formicolio incessante, che parve
intensificarsi. Probabilmente la sua presenza aveva attivato
incantesimi di difesa nascosti.
Ma quante volte avrebbe avuto un’occasione come quella?
Posò il vassoio e il panno sul pavimento, estrasse la
Sanguinaria e avanzò senza far rumore. Alzò la spada con la
punta orientata verso la nuca della ragazzina.
È una sciagura che può trascinare verso la rovina la Terra
Nascosta e molti altri mondi. E ha cercato di farmi uccidere
perché avevo indovinato le sue intenzioni. Prese la misura.
«La tua morte si chiama Carmondai. Ti tolgo la vita, e la tua
anima verrà fatta a brandelli da Tion», sussurrò.
La colpì.
La lama affondò nella nuca. Le vertebre opposero una
resistenza sorprendente per una creatura così minuta.
Il sangue sgorgò dalla bocca aperta e il corpo della
ragazzina si afflosciò, per poi assumere le sembianze di una
guardia che giaceva tra le lenzuola con tanto di corazza. La
Sanguinaria aveva trapassato la lamella protettiva superiore
dell’armatura di cuoio.
Un’esca. Mi stavano aspettando. Carmondai ritirò l’arma e si
voltò di scatto perché l’uscio si era spalancato. Il formicolio era
provocato da un incantesimo d’illusione. Lo sapevo che era
troppo facile!
Il chiarore delle lanterne cieche lo abbagliò e un dardo volò
sibilando nella sua direzione, ma l’albo lo schivò.
Anziché provare a fuggire, attaccò colpendo il centro del
fascio luminoso.
Le lampade andarono in frantumi e si udirono delle urla. Il
petrolio si accese sullo stoppino scoperto.
La lama della Sanguinaria prese fuoco e, stretta nella mano
esperta di Carmondai, seminò la morte.

Hargorin sedeva nel suo alloggio con indosso una tunica


pesante, pervaso da un senso di soddisfazione.
La gamba di latta era appoggiata là accanto, sulla panca
imbottita. Nella cavità dell’arto artificiale custodiva piccoli
oggetti utili, tra cui un coltellino per le emergenze.
La cotta con le spalle rinforzate e con le punte di ferro era
appesa all’attaccapanni, le lame corte dei bracciali aspettavano
di essere affilate sul tavolo, accanto alla scure. Il nano aveva
oliato per bene la protezione di piastrine di ferro, simile a una
gonna. Preparativi per la missione.
Prese gli strumenti da incisione e impreziosì la gamba con
nuove decorazioni, intonate alle rune e alle formule di buon
auspicio. Sarebbe stata il suo talismano durante il viaggio verso
l’ignoto.
Alla fine dell’abboccamento con l’imperatore, i sovrani si
erano espressi a favore della partenza di Tungdil, e sia Beligata
sia Gosalyn volevano accompagnarlo. Insieme con Hargorin,
naturalmente.
Sarebbero stati selezionati i migliori guerrieri delle cinque
stirpi e dei Liberi, poi la missione sarebbe potuta iniziare.
Boïndil si era offerto di andare con loro, ma gli altri avevano
rifiutato. Essendo il secondo eroe più illustre del popolo dei
nani, doveva restare e dare sostegno morale alle stirpi. Erano
consapevoli che la Terra Nascosta non avrebbe capito il rifiuto
di mandare l’esercito, ma i figli del Fabbro non si sarebbero
mossi finché le profezie non si fossero rivelate vere e gli
esploratori guidati da Tungdil non avessero incontrato il
nemico nella Terra dell’Aldilà.
Colui che vuole la piccola umana. Hargorin soffiò via i
trucioli sottili e accarezzò la fredda gamba di metallo.
Quando aveva finto di servire gli albi, si era macchiato di
molte colpe sebbene non avesse avuto altra scelta. Doveva
rimediare alle sofferenze che aveva provocato, e la spedizione
sarebbe stata l’occasione giusta.
Non cercava la morte. Sperava di vivere molti cicli, se
Vraccas avesse lasciato ardere abbastanza a lungo la sua
fucina della vita. Da quella rotazione in poi, il suo obiettivo
sarebbe stato setacciare la Terra dell’Aldilà alla ricerca di un
nemico che aveva un potere inimmaginabile.
Balyndis aveva descritto il fanatismo, la sconsideratezza e
l’abnegazione con cui migliaia di persone si erano scagliate
contro la Porta di Pietra, e il suo racconto incuteva timore.
Nemmeno le bestie si comporterebbero come l’esercito degli
straccioni. Hargorin era d’accordo sulla necessità di stanare il
mago, che per Carmondai non era uno sconosciuto. O almeno,
il popolo del nemico viveva da cicli nella Terra dell’Aldilà. Una
volta lì decideremo il da farsi.
Avrebbero voluto discutere anche del destino di Sha’taï ma,
poiché i muri avevano orecchie, avevano preferito tralasciare la
questione. A giudicare dalle espressioni dei presenti, però, era
palese che tutti avrebbero preferito sbarazzarsi della
ragazzina.
Ma come? Hargorin non credeva che in quel corpicino
albergasse un demone.
Per sicurezza aveva proposto di avvicinare la Lama di Fuoco
alla ragazzina. Se i diamanti avessero sfavillato come avevano
fatto col finto Tungdil, rivelando la presenza del male, anche gli
elfi e gli umani avrebbero dovuto cambiare idea. Rinchiudere
Sha’taï sarebbe stata la soluzione più semplice.
Da una cella non potrà fare danni.
Nonostante l’avversione per la ragazzina, in primo piano
restava la preoccupazione per la Terra Nascosta. La Porta di
Pietra era quasi stata presa d’assalto.
Hargorin fu sopraffatto dalla stanchezza e dalla fame. Poiché
le consultazioni erano durate a lungo, i re dei nani si erano
persi la festicciola e purtroppo anche la cena.
Troverò qualcosa che mi rinvigorisca. Ripose gli strumenti,
si legò la gamba al ginocchio e si alzò. Quasi senza zoppicare
andò alla porta, l’aprì e si ritrovò davanti Carmondai,
imbrattato di sangue. «Che cosa…?»
L’albo lo spinse, s’infilò nella stanza e chiuse l’uscio senza far
rumore. «Non è il mio sangue, e non è nemmeno colpa mia.»
Incollò l’orecchio al legno e rimase in ascolto.
«Che cosa ci fai qui, Occhineri?» chiese Hargorin,
minaccioso. «Avevamo deciso che avresti aspettato lontano
dalla fattoria.»
«Tu mi hai detto di aspettare, ma io non ho acconsentito.»
Carmondai impugnava la Sanguinaria. Le prime gocce rosse
caddero dalla lama sulle assi del pavimento.
Il nano recuperò la scure dal tavolo. «Chi hai ucciso?»
«Più o meno una decina di guardie, metà delle quali era
costituita solo da magia.» L’albo gli fece segno di tacere quando
da fuori arrivarono urla e calpestii.
Ma Hargorin lo ignorò. «Perché le hai assassinate?»
«Per Samusin e Inàste, sta’ zitto!»
«Altrimenti?» Il nano brandì minacciosamente l’arma. «Ti
dimostro che sono un guerriero migliore di te e di quelle
guardie.»
«La ragazzina deve morire. Perché voleva vedermi morto e
perché così avrei fatto un favore alla Terra Nascosta.»
Hargorin fece un’espressione sbigottita. «Succederà quando
il ferro andrà in frantumi sotto il mio martello.»
«Se lo facesse silenziosamente, ne sarei molto lieto.»
Bussarono alla porta.
«Hargorin Seminamorte, sei lì dentro?» gridò Mallenia.
«Sì.» Il nano guardò l’albo. «Se ti salvo la vita, mi fai un
piacere?»
Carmondai strinse le labbra.
«Sei solo?» insistette Mallenia.
«Chi altri ci dovrebbe essere? Stavo per coricarmi. Se vuoi
conoscere l’esito delle consultazioni, rivolgiti al Rabbioso. Io
sono troppo stanco.» Abbassando la voce, Hargorin aggiunse:
«Posso dirle che sei qui. Così ti faranno a pezzi senza pensarci
due volte».
«Cerchiamo un albo. Ha tentato di uccidere Sha’taï. Era
Carmondai, colui che sono stata così sciocca da risparmiare»,
continuò Mallenia.
«Me lo ricordo chiaramente, come se fosse qui davanti a me
in questo momento.» Hargorin fece un gesto incoraggiante e
tese la mano vigorosa. «Sulla tua dea e sulla tua vita,
Occhineri.»
«Te lo giuro.» L’albo gliela strinse.
Hargorin lo spinse via e aprì la porta. Fuori c’erano Mallenia
e alcuni soldati, tra cui anche elfi e nani.«Posso aiutarvi?»
La regina lo squadrò. «Vai a letto armato?»
«La scure mi dà un senso di sicurezza.» Il re dei Terzi uscì in
corridoio. «Dov’è stato avvistato?»
«Ci ha seminati.» Mallenia era furibonda. «Non me lo
lascerò sfuggire un’altra volta. Avrebbe assassinato Sha’taï nel
sonno, quella canaglia.»
«Per Vraccas!» Hargorin sollevò l’arma. «Vengo con voi.»
Estrasse la chiave della camera dalla tasca e la girò nella
toppa. «La mia lama lo farà a pezzi!»
«Sei il benvenuto.» La regina ripartì di corsa.
Hargorin seguì i soldati, restando sempre più indietro a ogni
svolta finché non raggiunse la cucina. Finse di voler perquisire
la dispensa e si abbuffò di pane, formaggio e salsicce
affumicate. Quindi tracannò una birra, brindando alla splendida
idea di legare l’albo a sé. Non che mi fidi di lui, ma lo
convincerò a obbedirmi. Soddisfatto, vuotò la coppa d’un fiato e
la riempì di nuovo. Poi tornò in camera.
Carmondai era sparito.

Dopo la riunione, Tungdil seguì Balyndis lungo i corridoi della


casa padronale, ma non osò attirare la sua attenzione. Da dove
comincio?
La regina dei Quinti parlottò con diversi sudditi e diede
ordini ai capiclan, che annuirono e a loro volta impartirono
istruzioni ai loro compagni.
Occorreva fare i preparativi per la partenza dalla Terra
Nascosta attraverso la Porta di Pietra e mandare gli esploratori
a ispezionare le prime miglia del lungo tragitto per verificare
che non ci fossero trappole e pericoli. O almeno questo fu ciò
che Tungdil carpì dai frammenti di conversazione che captò.
Alla fine uno dei suoi accompagnatori le fece notare la
presenza di Tungdil. Balyndis si fermò, si voltò lentamente e
congedò gli altri.
L’Erudito sentì il battito che accelerava quando la vide
avvicinarsi. Così mi risparmia la necessità di rompere il
ghiaccio.
«Mi metti a dura prova», esordì enigmatica. «Il Phondrasôn
continuerà a sfornare un Tungdil dopo l’altro?»
«Penso di no. C’era un solo sosia.» Tungdil aveva le mani
sudate; migliaia di pensieri gli attraversarono la mente, le frasi
gli esplosero nel cervello. «Sono stato via a lungo, e starò via
ancora a lungo.»
«Può darsi.»
Devo scegliere un approccio diverso. «Nel Phondrasôn
c’erano buio, dolore e odio. Era una botte di malvagità che
fermentava e produceva altro male.» La guardò negli occhi.
«Non posso chiederti nulla né posso pretendere alcunché ma,
se dovessi tornare vivo da questa missione, posso farti visita?
Vorrei parlarti del passato e di ciò che potrebbe accadere.»
«Che cosa potrebbe accadere, Tungdil Manodoro? Il passato
ci unisce, ma non vedo nulla che possa unirci in futuro, a parte
il desiderio comune di agire per il bene della Terra Nascosta.»
Gli rivolse uno sguardo freddo e penetrante. «Non c’è altro.»
Anche se era preparato, quella risposta gli fece più male di
qualunque colpo avesse ricevuto nel Phondrasôn. «Ho avuto
molti cicli per riflettere sui miei sentimenti…»
«Anch’io. Duecentocinquanta, per essere precisi», ribatté
Balyndis. «Ti credevamo morto e non mi sono mai fidata
dell’altro Tungdil, perciò per me eri morto. Ora davanti a me
c’è un ennesimo Tungdil, che ha qualcosa di familiare,
ancorché diverso. Sei tornato dal mondo dei defunti, ma il mio
cuore ti ha seppellito molto tempo fa.»
Tungdil deglutì frastornato. Aveva sbattuto contro il muro
che Balyndis si era costruita intorno. «So che abbiamo un figlio.
Permettimi di vederlo e di passare del tempo con lui»,
mormorò.
La nana proruppe in una risata tanto cordiale quanto ostile.
«È un veterano di guerra adulto e il comandante delle truppe
della Porta di Pietra. Si è fatto carico della Lama di Fuoco e
dunque della tua eredità. Non ha più bisogno del tuo aiuto.»
Tungdil non sapeva cosa replicare. Aveva dimenticato le
parole sagge, il discorso che si era preparato, ma era ancora
certo di amare Balyndis. Sinceramente. È troppo presto per
dirglielo.
La nana si guardò pensosamente uno degli anelli che
portava su entrambe le mani, e si sfilò il più grosso. Glielo
tenne davanti al viso tra il pollice e l’indice. Era di vraccasio e
sfoggiava il sigillo del Fabbro Divino. «Te lo do come talismano.
Riportamelo, e ti concederò una visita sui Monti Grigi.
Mangeremo insieme e inviterò anche Balyndar.» Lasciò cadere
il cerchietto di metallo, che Tungdil prese al volo, poi si voltò e
si allontanò.
L’Erudito strinse il gioiello e la seguì con lo sguardo. È più di
quanto sperassi. Lo provò e riuscì a infilarlo sul mignolo destro.
Aveva ancora il calore della pelle di Balyndis.
Tungdil aveva evitato volutamente di commentare i suoi
ordini.
Tutta la Terra Nascosta credeva che il gruppetto avrebbe
lasciato il Paese valicando i Monti Grigi, ma Tungdil e Hargorin
avevano escogitato un altro piano, più promettente.
Gosalyn aveva gli appunti di Belogar sull’insediamento
dimenticato in cui Sha’taï si era nascosta dagli inseguitori della
Terra dell’Aldilà.
Belogar aveva sovrinteso ai lavori di demolizione per
distruggere i sentieri lungo i quali la ragazzina era arrivata
nella Terra Nascosta, e Tungdil voleva usare quelle mappe e
quelle descrizioni per lasciare la patria.
Percorreremo la stessa strada di Sha’taï. Riteneva
improbabile scoprire il male in quel modo, o almeno qualche
traccia da seguire. Un’impresa audace. Vide i fiocchi che
cadevano fuori della finestra. In inverno in un deserto di roccia,
ghiaccio e neve.
Tungdil strofinò l’anello. Non avrebbe potuto avere stimolo
più grande a tornare vivo dal viaggio.
Sarebbero stati gli dei a decidere cosa sarebbe successo
dopo che avesse mangiato con Balyndis e con Balyndar. Sapeva
cosa voleva. Scese nel proprio alloggio e si coricò.
Percepì il trambusto nel dormiveglia, ma lasciò che fossero
gli altri a occuparsene.
Così sarò di nuovo un eroe, pensò sonnecchiando.
Il suo ritorno sarebbe stato rimandato di altre centinaia di
cicli.
I gemelli trigemini lo avevano preso sotto la loro perfida ala,
ma non per tenerlo nella Forra Oscura.
Giocarono al gioco che gli albi conoscono meglio: lo
condizionarono, lo plasmarono e lo piegarono alla propria
volontà. Possedevano infatti conoscenze, pozioni e poteri
magici che non esistono altrove.
Neppure nella Terra dell’Aldilà.
I gemelli trigemini sapevano guidare la volontà di un eroe come
un cavaliere un destriero della notte.
Annotazioni segrete agli Scritti della verità,
compilati sotto costrizione da Carmondai
XX

Da qualche parte sui Monti Grigi,


6492° ciclo solare, inverno

«C he cos’hai detto?» urlò Tungdil contro il vento, voltandosi.


Gosalyn pronunciava parole inintelligibili sotto gli strati
di stoffa che le coprivano la bocca. Per giunta l’Erudito si era
tirato sulla testa il pesante cappuccio di pelliccia per
proteggersi dai geloni.
Alle loro spalle procedeva il piccolo corteo formato dai
guerrieri più valorosi di tutte le stirpi e dei Liberi. Si erano
messi in cordata per impedirsi a vicenda di precipitare nel
baratro. Il primo della fila conficcava nella pietra un gancio di
sicurezza, e l’ultimo lo rimuoveva per evitare di lasciare tracce
evidenti.
«Belogar ha fatto un ottimo lavoro», ripeté la nana a voce
più alta, accennando prima alla mappa e poi a un punto più
avanti. «Non è rimasto nulla.»
Tungdil guardò i crepacci artificiali. Se mai fosse esistito un
sentiero, i picconi, i martelli e gli scalpelli lo avevano demolito,
creando pendenze lisce che solo gli uccelli potevano superare.
«Non passeremo mai», rispose.
«Sì, invece.» Gosalyn indicò verso est, dove si allungava un
nevaio piano che conduceva a una vetta sotto cui c’era una
rientranza riparata dal vento. «Laggiù.»
«Come fai a essere così sicura?»
«Passerella di manutenzione.» Gosalyn accennò di nuovo alla
mappa, dov’era tracciata una linea tratteggiata. «Per le
ricognizioni. Larga come la lama di un pugnale.» Puntò l’indice
verso il basso. «Segui le mie orme.»
Assicurarono di nuovo la corda, quindi Gosalyn svoltò a
destra e tenne gli occhi fissi sul terreno.
La marcia proseguì, questa volta senza gancio perché sul
nevaio non avevano la possibilità di piantarlo nella roccia. In
compenso non c’erano nemmeno burroni in cui cadere.
Aveva smesso di nevicare, ma il vento implacabile riusciva a
congelare perfino le cose che non contenevano neppure una
goccia d’acqua. Sotto il cielo terso, la temperatura si abbassava
ancora di più.
Le pellicce aderivano ai corpi come tavole rigide, le funi
parevano fatte di fil di ferro. Non appena qualcosa di metallico
sbatteva contro la roccia, si spaccava oppure si crepava.
Il luccichio del ghiaccio era abbagliante anche senza i raggi
diretti del sole, perciò i nani indossavano maschere con fessure
sottili per gli occhi, che certo non facilitavano l’arrampicata.
Senza Gosalyn non saremmo andati lontano. Tungdil
ringraziò Vraccas per avergli fatto incontrare quella Quinta
competente, che li guidava leggendo gli appunti dell’amico
defunto. Di tanto in tanto si girava per vedere chi fosse già
stanco e rischiasse di rallentare. Meglio una sosta in più che un
morto per spossatezza.
Arrancavano in fila indiana, taciturni e ansimanti.
L’altitudine li metteva a dura prova. Non tutti i figli del Fabbro
erano abituati all’aria rarefatta della montagna.
Tungdil aveva il fiato corto. Ogni tanto era assalito da un
senso di vertigine, gli si offuscava la vista, il dolore alla testa lo
tormentava. Raccolse una manciata di neve, sollevò la sciarpa e
succhiò il grumo bianco per placare la sete. «Quanto manca?»
domandò a Gosalyn.
La nana gli mostrò un dito, senza alzare la testa.
Un miglio. Un’eternità. Tungdil aveva affrontato marce ben
più lunghe tra i crepacci del Phondrasôn, ma il caldo e
l’umidità erano niente in confronto al freddo micidiale e alla
scarsità di ossigeno.
Erano partiti trenta rotazioni addietro e avevano camminato
spediti, oltrepassando l’insediamento dimenticato dove i nani
dei Quinti avevano creato una base nel caso un esercito di
bestie tentasse un’invasione.
I mezz’orchi non avranno mai il coraggio di farlo. Ci
troviamo su sentieri impervi, dove non si avventurano neppure
le capre di montagna e gli stambecchi. Un nuovo attacco di
vertigini lo costrinse a concentrarsi sui propri passi, facendogli
perdere di vista le orme di Gosalyn.
All’inizio non accadde nulla di particolare. La neve sotto la
sua suola sinistra scricchiolò come sempre, ma il rumore fu
accompagnato dal leggero crepitio del ghiaccio che si rompeva.
Gosalyn si bloccò. «Fermi! Non muovetevi!» urlò.
Il nevaio alla sinistra del corteo, solcato da crepe a perdita
d’occhio, crollò all’improvviso.
La neve più farinosa si sollevò, avvolgendo il drappello in
una nuvola di cristalli che penetrarono nelle anguste aperture
delle maschere e irritarono i bulbi oculari. Si alzò un vento
impetuoso.
Tungdil ebbe la tentazione di fare un affondo verso destra,
ma immaginò che oltre le impronte di Gosalyn ci fosse solo una
voragine pronta a inghiottirlo.
Echeggiò un rimbombo sordo e insistente, come se sotto di
loro ci fosse un temporale e fosse stato risvegliato dalla loro
presenza.
Dietro Tungdil risuonarono delle grida, seguite da uno
strattone alla fune.
L’Erudito si sforzò di restare in equilibrio e appurò cosa fosse
successo.
Il penultimo membro della cordata era finito nel burrone e
penzolava verso sinistra, trattenuto dai due compagni più
vicini.
Il peso, tuttavia, trascinò anche la retroguardia oltre il
bordo, e altri due nani erano in bilico sopra l’abisso.
Gli altri, con gli stivali piantati nel terreno, tenevano i
compagni per salvare loro e dunque anche se stessi.
Tungdil afferrò la corda e si gettò indietro.
«Tirate!» urlò Gosalyn. «Ma camminate sulle mie orme! Non
spostatevi verso destra.» Guardò prima la neve e poi la mappa
e avanzò a passettini mentre gli altri cercavano d’issare i due
nani precipitati.
Tungdil capì dove si trovavano: uno stretto arco di pietra si
allungava come un ponte naturale sopra una gola attraversata
da un fiume.
Di sotto si gonfiavano veli di schiuma. Dovevano provenire
da una cascata che scorreva a destra sotto la coltre candida e
che aveva costruito la cupola di ghiaccio sopra il ponte. Le
gocce si trasformavano in perline ghiacciate non appena
entravano in contatto con l’aria gelida, e cadevano a velocità
incredibile.
Tungdil registrò quei dettagli nel giro di pochi secondi,
mentre tirava la fune con tutte le forze.
Uno dei salvatori uscì dalle orme e lo spettacolo della
distruzione ricominciò. Lo strato di ghiaccio a destra si staccò e
quella parte della cupola andò in frantumi. Il nano ruzzolò
trascinando con sé altri guerrieri.
La caduta fu arrestata soltanto dal robusto e imperturbabile
Hargorin. C’erano quattro nani che oscillavano a destra e due a
sinistra dell’angusto arco di pietra. Le braccia del re dei Terzi
tremarono per lo sforzo. La gamba di metallo rinforzato gli
tornò utile perché resisteva alle sollecitazioni.
Beligata, alle sue spalle, diede un po’ di corda e fissò un
gancio al ponte sottile prima che Tungdil potesse
sconsigliarglielo. Il ferro penetrò nella roccia e la fune s’infilò,
ma la pietra reagì con uno stridore distinto e incrinature che si
estesero in tutte le direzioni.
Tungdil capì che la catastrofe sarebbe stata inevitabile,
anche se il ponte avesse resistito. La nostra missione non può
finire così.
«Andate.» Il primo dei due sventurati estrasse la scure per
tagliare la corda. «Vraccas ci aspetta.»
«No!» tuonò Hargorin, intuendo cosa sarebbe successo.
«State commettendo un errore!»
Ma ormai era troppo tardi. Le fibre erano state recise. La
retroguardia scomparve silenziosamente nella voragine e dopo
un lungo volo atterrò nel corso d’acqua.
Elria, abbi pietà di loro. Tungdil aveva i muscoli che
bruciavano per la fatica.
Sebbene fosse stato nobile il gesto dei due nani, ormai
mancava il contrappeso per gli altri quattro. Il gancio si staccò
con un leggero tintinnio e le crepe sul ponte si
quadruplicarono.
Hargorin gemette, rovesciò la testa e gridò. Si era sporto
quasi completamente dall’altro lato del ponte e stringeva la
fune con forza straordinaria, ma il piede e la gamba artificiale
scivolavano inesorabilmente.
I quattro malcapitati urlarono qualcosa d’incomprensibile. A
quanto pareva, volevano che qualcuno tagliasse la fune.
La pressione era aumentata al punto che Beligata, Tungdil e
Hargorin tirarono nello stesso momento.
«Dobbiamo scendere dal ponte!» disse Gosalyn. «Sta per
crollare. La roccia non tiene più.»
«Non me ne vado senza questi quattro. Ne abbiamo già persi
due. Sono i guerrieri migliori», replicò Hargorin.
«Tagliate la corda, altrimenti moriamo tutti.» Gosalyn
riusciva a muoversi, ma non ebbe il coraggio di mettere in
pratica il suggerimento.
«Se smettiamo di tirare, perderemo l’equilibrio e
precipiteremo con loro», osservò Beligata in tono d’urgenza.
«Lanciami la tua ascia.» Tungdil udì le pietruzze che si
staccavano sotto le sue suole. «Sbrigati!»
Gosalyn prese lo slancio e gli gettò l’arma, ma una raffica la
deviò e a centrare la corda fu il manico anziché la lama.
Tungdil stava per ordinarle di prendere la sua ascia, ma
ricordò di non averla. Era l’unico ad avere rinunciato alle armi.
Non voleva più combattere e, dopo duecentocinquanta cicli, ne
aveva abbastanza degli spargimenti di sangue. Il coltellino.
«Allunga la mano verso la mia cintura e…» Ammutolì quando
guardò davanti e vide un albo vestito di nero che correva lungo
il ponte.
Il sole gli illuminò gli occhi neri, rivelando che era una
creatura di Inàste. Nella destra impugnava la Sanguinaria.
È impossibile. L’avevo lasciata nella galleria.
«Hargorin, fa’ attenzione!» gridò Tungdil.
I nani non erano in grado di difendersi e l’albo avrebbe
potuto ucciderli con un solo colpo.
Questi sollevò la spada. La lama tranciò la corda e i quattro
guerrieri furono inghiottiti dal fiume.
Hargorin perse l’equilibrio.
L’albo intervenne di nuovo. La parte piatta della lama colpì il
nano alla schiena e lo ributtò sulla passerella di pietra.
«Sbrigatevi!» Indicò sopra le loro teste con la Sanguinaria.
«Correte, se avete cara la vita.»
Tungdil esitò, ma fu l’unico. Hargorin non era allarmato
dalla presenza dell’albo, e anche Beligata voltò le spalle
all’acerrimo nemico.
Gosalyn lo prese per il braccio e se lo trascinò dietro.
«Togliti di mezzo! Sei d’intralcio agli altri.»
Avanzarono in equilibrio precario, senza staccare gli occhi
dalla roccia solida che in quel momento rappresentava la
salvezza.
Gosalyn la raggiunse per prima e conficcò il gancio mentre
Tungdil la superava con un balzo, si spostava di lato e si girava
per vedere se potesse dare una mano a qualcuno.
Il ponte si sgretolò sotto Beligata, che cadde insieme con
Hargorin.
Tungdil si buttò a terra e le afferrò il braccio. «Sono qui.
Resisti!»
La nana annuì senza dare segno di paura. Sembrava
convinta che non sarebbe morta. «È una posizione comoda»,
scherzò.
L’albo spiccò un salto oltre il bordo. Aveva ghermito il
mantello di Seminamorte e, prima di toccare terra, gettò il
nano sulla sporgenza come un sacco di patate.
«La corda è fissata. Possiamo tirarla su», ansimò Gosalyn.
Issarono Beligata sull’aggetto sopra cui si ergeva la vetta. Il
vento si calmò non appena il gruppo fu al sicuro.
Samusin ci odia. Tungdil stava per svenire. Aveva la vista
offuscata e il respiro rantolante come se avesse i polmoni pieni
di piccole catene e pezzi di metallo. «Questo è… questo è…» Gli
mancava il fiato.
«Carmondai», rispose Beligata.
«Volevo che partecipasse alla missione», aggiunse Hargorin,
sbuffando e restando supino. «Ma…»
«Non è stato necessario.» L’albo s’inchinò. Il viso era
nascosto da una maschera di cuoio che si era fabbricato per
proteggersi dalla luce e dal freddo. «Vi seguo da quando ho
saputo della spedizione. Siete la mia garanzia di fuga dalla
Terra Nascosta, dove non ho più nulla che mi trattenga da
quand’è comparsa la ragazzina.»
Il tessitore di storie che Mallenia teneva prigioniero. Non
avrei mai immaginato d’incontrarlo, si disse Tungdil.
«Ci ha già aiutati diverse volte», affermò Gosalyn.
«A mia volta sono in debito con Hargorin Seminamorte, che
mi ha salvato la vita a Barenbrock.» Carmondai aveva una voce
melodiosa, seppure arrochita dalla vecchiaia. «È un onore
conoscerti, Tungdil Manodoro. Ho scritto molto su di te pur non
avendoti mai incontrato.»
L’eroe indicò la Sanguinaria. «Dove l’hai presa?»
«Da lei.» L’albo accennò a Beligata. «L’aveva recuperata
dalla galleria, ma io ho pensato che un’arma così prestigiosa
sarebbe stata più al sicuro nelle mani di un albo che non in
quelle di una Cavernicola. Un ritorno alle origini.» Mostrò la
guancia destra. «Beligata ha una certa predilezione per…»
«Rubata», sibilò la nana. «Me l’hai rubata.»
«Hai mandato nella Fucina Eterna quattro nani valorosi»,
riprese Tungdil. «Avremmo potuto…»
«Sapete benissimo che non c’era altro da fare. Vi avrebbero
trascinati tutti verso la morte.» Carmondai si alzò lentamente a
sedere e guardò la forra invasa dai veli di schiuma che si
tramutavano in cristalli di ghiaccio. Sugli orli della rientranza
si formavano già le prime croste; di lì a poco avrebbe visto la
luce un nuovo strato bianco. «Non dovete rimproverarvi per
avere causato la morte dei vostri amici. Scaricate pure la colpa
sull’Occhineri.» Fece una risata sommessa. «Così siamo tutti
soddisfatti.»
Tacquero.
I nani cercarono di riprendere fiato. La morte dei compagni
gettava un’ombra sulla missione, che sarebbe stata ancora più
difficile da portare a termine.
«Non possiamo più compiere la profezia. Non
rappresentiamo più tutte le stirpi», osservò Gosalyn.
«Te ne scrivo una nuova, se è questo che ti preoccupa», si
offrì Carmondai. «La giudicheresti autentica, redatta di proprio
pugno da Sitalia.»
Sembra che ogni cosa complotti contro di noi. Tungdil era
ancora più deciso a scoprire cosa stesse accadendo nella Terra
dell’Aldilà.
Avrebbero trovato il modo di tornare indietro. L’anello sul
suo mignolo non lasciava spazio al minimo dubbio.

Tungdil osservò Carmondai che si riscaldava le mani davanti al


fuoco e si sgranchiva le dita. Durante il viaggio aveva riempito
molti fogli di disegni, schizzi e appunti. Usava una matita di
carbone pressato che, al contrario dell’inchiostro, non subiva
gli effetti delle temperature rigide.
Gli altri nani sedevano in silenzio davanti alle fiamme,
accese sotto la sporgenza col carbone e col petrolio, e
arrostivano pezzetti di salsiccia per scongelarli e renderli
commestibili. Per dissetarsi succhiavano la neve fresca. Gli
zaini fungevano da appoggi per la schiena.
Le montagne erano ammantate da nuvole dense, dando
l’impressione che il mondo circostante fosse fatto di ovatta.
In realtà davanti a noi si stendono molte miglia di ghiaccio e
pietra. Lo sguardo di Tungdil si spostò dalle mani dell’albo alla
Sanguinaria, che Carmondai aveva posato sotto di sé.
«Ti stai chiedendo come riprenderti l’arma», disse
Carmondai divertito, recuperando il quaderno e la matita. «Ti
conviene sbrigarti.» Accennò a Beligata. «Lei vuole fare la
stessa cosa.»
«La getterei in un burrone perché sparisca una volta per
tutte», ribatté Tungdil. «Le mie dita non la stringeranno mai
più. L’ho giurato.»
«Allora io giuro di custodirla al meglio.» Carmondai disegnò
uno schizzo fedele del gruppetto intorno al fuoco. «Tanto più
che ha salvato la vita a tutti voi.»
«Anche la mia scure avrebbe tagliato la fune», obiettò
Gosalyn.
«Se l’avesse centrata.» Carmondai lavorava con foga,
probabilmente per paura che le articolazioni s’irrigidissero di
nuovo.
«Perché non ci hai detto quanto fosse pericoloso?» chiese
Beligata a Gosalyn, con aria di rimprovero. «Se avessimo
saputo che a destra e a sinistra c’era soltanto uno strato di
ghiaccio sottile, saremmo stati più prudenti. I guerrieri
avrebbero potuto essere ancora vivi.»
«Gli appunti di Belogar non dicevano nulla al riguardo», si
giustificò Gosalyn. «Erano solo indicazioni precise del percorso,
con l’esortazione a seguirle fedelmente.»
«Il suo scopo era senza dubbio mandare incontro alla morte
eventuali nemici che entrassero in possesso delle annotazioni e
le prendessero meno alla lettera.» Tungdil cercò di fare da
paciere per evitare che scoppiasse un alterco tra gli ultimi
membri del drappello.
Beligata sembrava avere un temperamento irascibile quanto
quello del Rabbioso. La cicatrice verdastra era nascosta sotto
la sciarpa, ma Tungdil non l’aveva dimenticata.
Gosalyn si sentì ferita nell’onore e consultò gli scritti di
Belogar. «Leggi, se non mi credi», disse a Beligata. «Non vi
avrei mai messi in pericolo per semplice avventatezza.»
L’altra la ignorò e si mise in bocca un pezzettino di salsiccia
senza aggiungere altro.
Gosalyn ripose i fogli e mangiò a sua volta.
Tungdil studiò la cicatrice sulla guancia destra di Beligata.
Emanava un bagliore verde e non voleva saperne di
rimarginarsi, anzi i bordi erano leggermente distanti. D’un
tratto sgorgò una goccia di sangue che si lasciò dietro una scia
rossa.
Beligata l’asciugò imprecando e si premette il palmo sulla
ferita.
«Qualora vi stiate domandando se resterò con voi, la risposta
è affermativa», dichiarò l’albo.
«Mi devi la vita», borbottò Hargorin.
«Ho salvato la tua e quella dei tuoi amici. Ho saldato il mio
debito ma, giacché si tratta di un’avventura come non me ne
capitano da tempo, devo sapere come va a finire.»
«Forse sarai tu a finire prima che la missione si concluda»,
disse Beligata, beffarda.
«Sono certo che ci aiuteremo a vicenda a uscirne vivi.»
Carmondai posò quaderno e matita. «Avrete bisogno del mio
sapere più di quanto immaginiate.»
La nana fece una risata sprezzante. Prese una manciata di
neve e se la posò sulla guancia per arrestare l’emorragia. «Un
tessitore di storie non ci sarà di grande utilità.»
«Un vecchio tessitore di storie che ne ha viste e sentite di
tutti i colori», specificò Tungdil. «Ha conosciuto Sinthoras e
Caphalor quand’erano grandi condottieri e guidavano la
campagna militare nella Terra Nascosta. Ha assistito a eventi
di cui solo i più anziani del nostro popolo sono stati testimoni.»
«Ma nella Terra dell’Aldilà siamo uguali.» Gosalyn aggiunse
un pezzettino di carbone per attizzare il fuoco. Il calore, però,
non bastava a sciogliere la neve sui mantelli.
Tungdil guardò l’albo. «Spiegaci perché la ragazzina voleva
sbarazzarsi di te accusandoti di volere il suo sangue e le sue
ossa per creare opere d’arte.»
Hargorin scoppiò in una risata cupa. «Chi non ci
crederebbe?»
Carmondai annuì. «Ha escogitato un piano perfetto. Ci ho
riflettuto molto e, considerando gli eventi che mi sono giunti
alle orecchie e di cui è stata protagonista, sono arrivato alla
conclusione che è uno di quei maghi detti ’botoiki’.»
I nani si scambiarono un’occhiata interrogativa. Non
avevano mai udito quel termine.
Neppure Tungdil lo conosceva. «Nel Phondrasôn non li ho
mai sentiti nominare.»
«Sinthoras e Caphalor hanno fatto la loro conoscenza poco
dopo la conquista della Terra Nascosta. Caphalor mi ha
raccontato che quei maghi sono capaci di manipolare la mente
di tutti gli esseri viventi – di quasi tutti gli esseri viventi – in
modo che eseguano i loro ordini.»
Hargorin infilzò un pezzettino di salsiccia con la lama
riscaldata del pugnale e la mise sul fuoco. «Chi può resistere a
queste creature?»
«Pare che i figli del Fabbro siano immuni dai loro poteri.»
Carmondai rise educatamente. «Dipende dalla vostra
testardaggine e dal vostro spirito di contraddizione.»
«Vraccas sapeva cosa faceva quando ci ha creati.» Gosalyn
sospirò. «Mio caro Belogar, tu l’avevi capito fin dall’inizio.»
Tungdil studiò il tessitore di storie. «Anche il tuo popolo è
immune?»
Carmondai fece sì con la testa. «Grazie ai nostri poteri
magici innati, credo. O meglio, lo spero.»
«Perché la ragazzina non ha già preso il potere, se è in grado
di sottomettere la mente degli elfi e degli umani?» Beligata
gettò via la neve rossastra. La guancia aveva smesso di
sanguinare.
«Non ha ancora raggiunto l’apice della forza, penso.» L’albo
avvicinò le dita al fuoco. «Non ha nemmeno concluso gli studi.
Sostiene che durante la fuga da una famiglia botoika rivale non
ne ha avuto il tempo e che suo zio è morto nell’insediamento.
Perciò procede con astuzia e cautela per non destare sospetti.
Da quando ha iniziato a condizionare i potenti e ha nominato
Rodario imperatore, tutto va secondo i suoi piani.»
«Sicché diventa sempre più forte.» Tungdil intuì l’entità del
problema. «Prima o poi si toglierà la maschera dell’innocenza,
ma a quel punto nessuno si turberà.»
«Non possiamo neppure ucciderla così facilmente.»
Hargorin assaggiò la salsiccia e il grasso liquefatto gli gocciolò
sulla barba. «Non più. Diffida di noi.»
«Soprattutto sa che i nani non subiscono il suo fascino»,
aggiunse Carmondai. «Dunque architetterà un piano per
contrastarvi e far fare il lavoro ad altri.» Aprì e chiuse le dita.
«State attenti.»
«D’accordo.» Tungdil trovò strano considerare alleato un
albo. Anche lui ama ricorrere ai giochetti. «Prima scopriamo
chi ha mandato i ghaist.»
«Non possiamo allearci con questo sconosciuto?» propose
Beligata.
«Contro Sha’taï?» Hargorin guardò Tungdil. «Sarebbe come
un patto con un demone.»
«Un’idea destinata a fallire», obiettò Carmondai. «Noi albi
ne sappiamo qualcosa.»
«Il condizionamento mentale finisce con la morte del
botoiko?» chiese Tungdil.
«A quanto ne so, sì.» Carmondai prese carta e matita.
«L’idea di un patto è pericolosa perché il botoiko che dà la
caccia a Sha’taï dev’essere assai più potente di lei. Il rapporto
giunto dalla Porta di Pietra ha lasciato a bocca aperta perfino
me, che ho assistito a battaglie epiche.»
«Dobbiamo essere molto prudenti.» Tungdil si accarezzò la
barba, e i cristalli di ghiaccio si staccarono e si sciolsero
sibilando tra le braci. «Se questo mago superasse le nostre
mura, la Terra Nascosta capitolerebbe.»
«Niente patti, dunque.» Hargorin sembrava molto sereno.
«Scacciare il male minore col maggiore sarebbe a dir poco
stupido.»
«Piano, piano. Non escluderei un’alleanza a priori.» Beligata
li guardò supplichevole. «Forse avremo bisogno del botoiko per
liberarci della ragazzina e degli elfi.»
«Che cosa c’entrano gli elfi?» Gosalyn scosse la testa. «Sono
nostri alleati.»
«Blaterano di una profezia che ciascuno può interpretare
come più gli aggrada. E il libro coi vaticini è grosso. Chi ci dice
che dopo non si parli di un attacco alle stirpi dei nani, non
appena si saranno verificati i fatti precedenti?» Beligata guardò
Hargorin in cerca di appoggio.
«Un passo alla volta», insistette Gosalyn.
«Come sul nevaio?» la punzecchiò Beligata. «Per poi
meravigliarsi quando si viene trascinati verso la morte.»
«Ti ho già detto che…»
«State calme!» le rimproverò Tungdil. Nella sua testa
vorticavano mille pensieri. C’è qualcosa che mi sfugge…
«Prima scopriamo chi si nasconde dietro il mittente dei
messaggi. Poi decidiamo.»
Gosalyn si risedette e Beligata appiattì la neve sotto la suola
destra.
Carmondai finì il disegno e abbassò lentamente il foglio.
«Seguitemi.»
Hargorin corrugò la fronte. «Che cosa stai dicendo,
Occhineri?»
L’albo piegò le labbra in un sorriso altezzoso. «Seguitemi.»
Indicò con la matita l’aggetto sopra le loro teste.
Tungdil si voltò. Sulla roccia spiccava un simbolo pressoché
invisibile.
Hargorin si alzò ed esaminò la scritta, quindi guardò giù, si
accovacciò e tastò il terreno privo di neve. «Abrasioni.
Qualcuno si è preso il disturbo di rimuovere il segno senza dare
nell’occhio.»
«Probabilmente un esploratore albico che perlustrava una
strada sui Monti Grigi.»
Carmondai pregò Hargorin di mostrargli i frammenti che gli
erano rimasti attaccati al guanto. «Sono tinti di un colore che
solo noi possiamo vedere.» S’indicò gli occhi.
«Il sentiero che la ragazzina ha imboccato per entrare nella
Terra Nascosta era già stato usato dagli albi, ma qualcuno che
riconosce il colore l’ha rimosso», ricapitolò Tungdil. «Credo che
siamo sulle tracce di Aiphatòn. Sarà stato lui a raschiarlo via
dalla pietra.» Guardò il muro di nuvole. «Partiremo non appena
la foschia si dissolverà.»

«Laggiù potrebbe esserci una grotta.» Per Tungdil, le rotazioni


del viaggio si erano fuse in un flusso interminabile. Non
avrebbe saputo dire da quanto erano in marcia. «Potremmo
accamparci al suo interno. Sembra che il tempo stia per
peggiorare.»
Gosalyn, che camminava in testa al gruppo insieme con
l’albo, alzò il braccio per segnalare che aveva capito e curvò
verso ovest.
Sentieri, gole, pendii, distese innevate, lastre di ghiaccio,
valichi, panorami meravigliosi e banchi di nebbia si alternavano
in rapida sequenza, accompagnati da una stanchezza costante
e da un freddo insopportabile.
Dopo i cicli nelle caverne del Phondrasôn, Tungdil non era
abituato a vivere in un ambiente in cui gli elementi si
scatenavano contro ogni cosa. Di tanto in tanto il sole e il vento
incutevano timore, e un’occhiata alla vastità sconfinata oltre le
cime bastava per fargli battere forte il cuore. Un viaggio senza
fine.
L’albo trovò diverse rune cancellate. Durante le soste
frequenti raccontò loro dei dieci che, a quanto si diceva, erano
stati incaricati dai gemelli trigemini di esplorare l’insediamento
dimenticato e di uccidere gli elfi diretti al villaggio.
Facendo uno più uno, si aveva l’impressione che un membro
di quella pattuglia fosse riuscito a percorrere lunghi tratti sui
Monti Grigi e a restare incolume, il che era un incoraggiamento
importante per i nani.
Soprattutto Gosalyn, che viveva coi Quinti, mostrò più
resistenza degli altri. Sembrava che considerasse la missione
una marcia in memoria di Belogar.
A un certo punto, tuttavia, gli appunti dell’amico finirono. Il
nano non era andato oltre.
Da quel momento in poi ci furono solo le rune quasi invisibili
e la sensibilità per il terreno.
Il gruppo si trovò a circa mezzo miglio dall’ingresso della
caverna mentre il sole tramontava inondando i versanti di luce
rossa. La neve sembrò trasformarsi in sangue ghiacciato, come
se sulle montagne avesse avuto luogo una battaglia di
proporzioni immani.
Oppure sulle nuvole, e il sangue è piovuto dal cielo. Tungdil
non si era ancora abituato a vedere da entrambi gli occhi. Il
dono della fonte. Chissà se Coïra scoprirà come liberarsi.
Quando furono a duecento passi, Carmondai si fermò di
colpo e s’inginocchiò accanto a Gosalyn, con gli occhi puntati
sull’ingresso della grotta. «Da me!»
«Senti senti. Il nuovo comandante», bofonchiò Beligata.
«No, ho solo una vista più acuta della vostra.» L’albo indicò
la caverna. «La neve è stata calpestata. Forse non siamo gli
unici a volerci accampare.» Fece notare agli altri la linea sottile
che entrava nell’antro.
«Stambecchi o altri animali», lo contraddisse Hargorin.
«Anche loro avranno sentito il temporale imminente.» Girò la
testa verso sud, dove le nuvole nere si addensavano e
coprivano le stelle. Di tanto in tanto si scorgeva un baluginio
nell’oscurità.
«La larghezza delle impronte non corrisponde a quella degli
zoccoli.» Carmondai sembrava sincero. «Allo stesso tempo mi
chiedo chi si aggiri ancora su queste montagne.»
«Aiphatòn.» Tungdil si domandò se l’albo, con la sua
armatura impossibile da togliere, lasciasse delle orme sulla
neve. In fondo, Carmondai ne lasciava pochissime. Il peso delle
pellicce, del mantello e della corazza gli impediva di avere la
stessa leggerezza dei nani, ma affondava meno di loro.
«Mostri», aggiunse Beligata.
«Oppure un ghaist», disse Gosalyn.
«Bella scelta di brutte sorprese.» Hargorin indicò il
temporale mentre rimbombava il primo tuono. «Non abbiamo
alternativa. All’aperto non sopravvivremo di sicuro.»
Tungdil annuì. «Vediamo con chi dovremo dividere la
caverna.»
Il gruppo arrancò verso l’entrata mentre il vento rinforzava e
soffiava loro addosso cristalli di ghiaccio come se volesse
impedire di raggiungere il riparo. Gli aghi freddi s’insinuavano
nelle fessure delle maschere e si conficcavano negli occhi,
cosicché i nani dovettero proteggersi con le mani o abbassare
la testa. Ormai avevano imparato.
Il sole tramontò rubando il rosso alla neve, tranne davanti
all’ingresso. Là il colore rimase, mostrando lunghe scie di
spruzzi che spiccavano sul bianco.
Sangue! Tungdil ebbe l’impressione che un fiume scarlatto
fosse uscito dalla grotta e avesse inzuppato la coltre candida.
Hargorin imprecò e afferrò con entrambe le mani la scure.
Beligata prese la doppia ascia mentre Gosalyn si dovette
accontentare di un bifacciale. Anche Carmondai sguainò
l’arma.
Si divisero e si avvicinarono da destra e da sinistra per
spiare all’interno.
Dal buio uscì un tanfo di sangue e viscere. Doveva avere
avuto luogo una carneficina, e non poteva essere passato molto
tempo.
Dove sono i morti? Per quanto si sforzasse, Tungdil vide
soltanto massi sparpagliati qua e là. Alcuni mostravano
impronte di mani che potevano essere state lasciate dai
mezz’orchi, e il pavimento era rivestito di uno strato di sangue
che si ghiacciava a poco a poco e su cui si formavano croste
sottili. Entrò con cautela nella caverna, le cui pareti formavano
delle nicchie in ciascuna delle quali poteva esserci un nemico
in agguato.
I nani e Carmondai lo seguirono. Il ghiaccio fragile si ruppe
crepitando sotto le loro suole.
Avanzarono a tentoni, sguazzarono nel sangue e inalarono
l’aria, che lasciava un sapore di rame sulla lingua e sul palato.
D’un tratto Tungdil udì uno schiocco e ordinò agli altri di
fermarsi.
Nella grotta echeggiò un rumore di ossa che si spezzavano e
di carne cruda che si strappava.
Il cacciatore divora la preda. Tungdil immaginò un’orda di
mezz’orchi che aveva sterminato un branco di stambecchi: le
bestie non esitavano a consumare i pasti senza cucinarli, tanto
più che probabilmente non avevano legna per accendere il
fuoco. Fece cenno a Beligata di raggiungerlo, perché la
reputava la più robusta del gruppo. «Controlla quanti
Pelleverde ci sono», sussurrò. «Imprimiti nella memoria
dove…»
«So cosa fare.» La nana si tolse lo zaino e scomparve dietro
l’angolo.
«Preparatevi a combattere», disse Tungdil agli altri. «Prima
Hargorin, poi Carmondai. Io e Gosalyn in retroguardia.»
«Senza armi?» Hargorin fece per porgergli un pugnale.
«Mi farò venire in mente qualcosa.»
I rumori continuarono. Per l’eco era impossibile dire quanti
mostri ci fossero nella caverna.
I tuoni rimbombarono, i fulmini illuminarono l’antro e
strapparono per un istante le pareti all’oscurità. Il temporale si
scatenò sui Monti Grigi. Il vento ululava lungo i bordi della
galleria; il fischio acuto nelle orecchie diventò doloroso. Il
concerto sgradevole delle raffiche soverchiava ogni altro suono
e impediva di udire eventuali avversari in avvicinamento.
Senza la grotta saremmo stati spazzati via. Tungdil guardò
avanti, oltre Hargorin e Carmondai.
Le tenebre non rivelarono nulla a parte la galleria arcuata in
cui era scomparsa Beligata. I suoi stivali avevano sfondato
alcune pozze di sangue congelato e le suole avevano lasciato
delle impronte.
Quanto è alta questa caverna? Tungdil alzò la testa. Circa sei
passi.
Un’ombra imponente piombò dal soffitto e atterrò con un
gran baccano davanti all’albo, per poi ergersi in tutta la sua
statura. Una serie di fulmini accecanti rischiarò le pareti. Il
bagliore intenso illuminò la figura alta quasi tre passi, con
un’armatura finemente incisa. L’elmo era chiuso e somigliava a
un teschio con tre corna sulla fronte.
«Dorón Ashont!» Carmondai arretrò. «Indietro! È…»
Un pugno d’acciaio delle dimensioni di una testa scattò in
avanti e centrò il ventre del tessitore di storie, scagliandolo
violentemente sulla roccia davanti all’ingresso; la Sanguinaria
cadde poco lontano tintinnando.
Un essere come Djerůn. «No, no! Non ci farà niente!»
Tungdil vide Hargorin che veniva colpito a sua volta dal guanto
corazzato e che sbatteva contro la parete.
«Sono fatto di pietra.» Con un ruggito, il nano sollevò la
scure e passò al contrattacco. «Assaggia il mio acciaio!»
Gosalyn corse a dargli manforte.
Alle loro spalle comparve Beligata, pronta a colpire il retro
del ginocchio della creatura. «E anche il mio!»
L’avversario, tuttavia, sferrò un calcio fulmineo all’indietro,
colpendola al petto, al collo e alla faccia. La nana fu scagliata
nella galleria e, stordita, rotolò sulla pancia e tentò di
rimettersi in piedi.
Il fendente di Hargorin fu parato da una lunga mazza
ferrata; il manico di legno della scure si spezzò sotto la testa
per la violenza dell’impatto.
Il bifacciale di Gosalyn lasciò una leggera ammaccatura sul
fianco corazzato del nemico.
L’essere ansimante reagì con un altro calcio, che la nana
schivò con prontezza per poi ricevere una mazzata. La punta
smussata dell’arma le centrò la spalla sinistra e la gettò contro
Tungdil.
«L’acronte non è nostro nemico», urlò questi a Hargorin.
«Ha tratto le conclusioni sbagliate perché c’è un albo nelle
nostre file.»
«Lo so.» Il re dei Terzi si piegò sotto l’arma della creatura,
che colpì la roccia e ne staccò un grosso frammento, come se
fosse di gesso. «Ma come fa a capirlo? Non parlano la nostra
lingua.»
Si udì un rimbombo cupo e profondo che non aveva nulla a
che fare col temporale. Dalle fessure della visiera filtrò una
luce color porpora che avviluppò i nani e parve volerli
ipnotizzare.
Tungdil ricordava bene l’effetto che Djerůn aveva avuto sui
mostri e la paura che aveva infuso loro. Anche se gli acronta
combattevano e annientavano il male, spazzavano via tutto ciò
che impediva loro di mettere fuori gioco le bestie. In quel caso
si stava accanendo erroneamente sui nani.
Beligata, che si era alzata sulle gambe malferme, raccolse la
doppia ascia e si tolse il mantello. «Ora basta», farfugliò col
sangue che le scorreva dal labbro spaccato. Inspirò a fatica e si
tenne il fianco; doveva avere qualche costola fratturata. «Lo
tiro fuori dall’armatura.»
«Che altro possiamo fare?» Hargorin estrasse un bifacciale
dalla cintura, un gesto assurdo, date le dimensioni gigantesche
dell’avversario, la cui mazza ferrata pesava probabilmente
quanto un nano adulto.
Prima che Tungdil potesse dire altro, le dita d’acciaio
afferrarono Gosalyn e le strinsero la testa come una morsa.
La nana gridò e colpì il braccio dell’acronte, ma la lama
rimbalzò ammaccandosi. L’elmo di Gosalyn si schiacciò, gli
intarsi si staccarono e atterrarono sulla pelliccia e sul
pavimento.
«Lasciala!» Beligata si avvicinò barcollando.
L’acronte girò su se stesso, s’inginocchiò e le vibrò un colpo
orizzontale. Il metallo della sua corazza flessibile cigolò
impercettibilmente.
Beligata riuscì a intercettare l’arma del nemico con la
propria, ma fu schiacciata contro la roccia. Era in trappola.
Non ho altra scelta. «Giù!» ordinò Tungdil.
Hargorin si buttò in ginocchio senza fare domande.
Tungdil prese la rincorsa, saltò col piede destro sulla spalla
larga del compagno e si diede la spinta, estraendo il coltellino
mentre era in volo. Atterrò sulla schiena dell’acronte, gli posò
una mano sulla visiera e usò l’altra per fargli scivolare la lama
stretta nella fessura tra l’incavo del collo e l’elmo, cosicché il
gigante sentisse il metallo affilato sulla pelle. Evitò tuttavia di
trafiggerlo, limitandosi a minacciarlo. Spero che capisca cosa
voglio.
L’acronte s’immobilizzò come una statua e ruggì. La luce
porpora si spense.
Il nano aumentò leggermente la pressione della lama e rise
tra sé. Sconfitto con un temperino.
Le dita corazzate si aprirono di scatto e liberarono la testa di
Gosalyn.
La nana cadde sul pavimento da mezzo passo di altezza, si
tolse l’elmo e si accasciò gemendo. Il sangue le colava dai tagli
provocati dal ferro crepato.
Hargorin corse a esaminarle le ferite.
Quindi l’acronte rimosse la mazza che inchiodava Beligata.
La giovane nana mollò la doppia ascia e scivolò lungo la
parete tenendosi il fianco. Respirava come un annegato a corto
di ossigeno. Indicava l’acronte senza sosta, ma non riusciva a
parlare.
«Non ci farà più niente.» Tungdil cercò febbrilmente di
capire come comunicare col gigante. Le lingue che aveva
imparato nel Phondrasôn non sarebbero servite a nulla e usare
l’albico avrebbe potuto scatenare di nuovo l’aggressività della
creatura. L’elfico?
L’avversario posò la mazza e parve aspettare che il nano
prendesse l’iniziativa.
«Gosalyn non sta bene», disse Hargorin, preoccupato. «Temo
che le si sia spaccato il cranio.»
Beligata alzò di nuovo il braccio. «Acronte», ansimò,
tossendo.
Tungdil si accorse di una luce viola alle proprie spalle. Una
specie di ruggito gli fece venire la pelle d’oca. Acronta, sono
più di uno!
Un violento fendente laterale lo centrò dall’alto e lo colpì
alla clavicola e al collo, rompendogli l’osso e sprigionando un
intenso calore. Il braccio e le dita persero ogni energia, e
Tungdil fu spazzato via dalla schiena di ferro dell’avversario
come una mosca fastidiosa.
Cercò di aggrapparsi a qualcosa col braccio sano, ma scivolò
lungo l’armatura, si girò e sbatté il viso sul pavimento della
galleria. Il sangue gli riempì la bocca, i denti stridettero e le
forze lo abbandonarono. Perse i sensi.
Dopo che i gemelli trigemini se ne furono andati e gli ebbero
lasciato la ricetta di una bevanda capace di conferire grandi
poteri, egli iniziò la ricerca del proprio regno. Era convinto,
infatti, di appartenere a quei luoghi e di doverli sottomettere.
Reclutò mercenari, li legò a sé con ricchezze e minacce, e in
segreto quelli escogitarono piani per ucciderlo.
L’una dopo l’altra, le caverne si arresero a Tungdil, che aveva
dimenticato di essere un figlio del Fabbro.
Annotazioni segrete agli Scritti della verità,
compilati sotto costrizione da Carmondai
XXI

Da qualche parte nella Terra dell’Aldilà…

Q
uando Tungdil si svegliò, credette che il pavimento si
muovesse.
Poiché i suoi sensi non avevano ancora ripreso a
funzionare come al solito, all’inizio attribuì
quell’impressione a un’illusione ottica.
Invece non poteva avere dubbi sulle condizioni delle sue
mani, incatenate dietro la schiena. Anche le caviglie erano
immobilizzate. Aveva una benda tesa sugli occhi, che gli
premeva contro la testa e il naso.
Respirò con calma e aspettò di stare meglio.
Non dovrebbe dolermi la spalla? Tungdil ricordò il colpo che
gli aveva fratturato la clavicola, ma riusciva a muovere
normalmente il braccio e l’articolazione. Erano solo le catene a
limitare i suoi movimenti. Strano.
Forse gli avevano somministrato un rimedio contro il dolore
oppure lo avevano guarito con la magia, anche se non aveva
mai saputo che gli acronta conoscessero quell’arte.
Altrimenti Andôkai non avrebbe scelto Djerůn come guardia
del corpo. Tungdil tastò il terreno, trovandolo freddo e
metallico. Si alzò a sedere come meglio poté, si girò sul
fondoschiena e allungò le gambe. Se non altro, era in un
ambiente spazioso.
Il leggero dondolio non era cessato. Di tanto in tanto il
pavimento vacillava, ma non come su una barca.
Una slitta? La benda non gli lasciava intravedere nulla, e
l’aria era pulita ma tiepida. Una veste rozza aveva sostituito le
pellicce e il mantello. Dove sono? «C’è qualcuno?» sussurrò.
«Sono qui», rispose la voce cupa di Hargorin, poco lontano.
«Da quanto tempo?»
«Mi sono appena svegliato.»
Un gemito li interruppe. «Dove siete?» domandò Gosalyn,
stordita. «Ho… un panno davanti agli occhi.»
«Ce l’abbiamo tutti.» Tungdil si sforzò di essere
rassicurante. «Il lato positivo è che siamo ancora vivi.»
«Almeno noi tre», aggiunse Hargorin.
«Quattro», gemette Beligata. «Perché mi sento pesante
come il piombo?»
Ci siamo svegliati tutti insieme. Non è un caso. «Qualcuno di
voi è dolorante?»
Tutti risposero di no.
«Perché non ci hanno ucciso?»
«Avranno capito di avere commesso un errore», ipotizzò
Hargorin. «L’Occhineri è ancora vivo?»
«Sì», confermò Carmondai, assonnato. «Se fosse stato uno
sbaglio dei Dorón Ashont, voi sareste liberi e io morto.
Ringrazio Inàste di avermi fatto svegliare.»
«Non cantare vittoria troppo presto», lo ammonì Beligata.
«Tutti incatenati, giusto?» Gli altri risposero di sì. «Qualcuno
deve provare a togliersi la benda per spiegare agli altri dove ci
troviamo.»
«Ciascuno di noi è chiuso in una gabbia dalle maglie strette,
con un telo steso sopra. Tra le gabbie ci sono due sfere
metalliche bucherellate che fungono da bracieri e, se non erro,
siamo su un’enorme slitta in movimento. Non fiuto l’odore di
cavalli né di altri animali, e non sento gli schiocchi delle fruste
che incitano gli schiavi. Ne deduco che sono i Dorón Ashont a
trainarci.» Carmondai si schiarì la voce. «E indossiamo vesti di
tessuto naturale. Lino.»
È abile. Tungdil provò a sbarazzarsi della benda strofinando
le guance e i fianchi sul pavimento.
Nonostante gli sforzi non riuscì a liberarsene, ma la stoffa
scivolò abbastanza da permettergli di dare un’occhiata. L’albo
non aveva mentito: Tungdil vide esattamente le stesse cose.
Beligata, Hargorin e Gosalyn cercavano ancora di togliersi la
striscia di stoffa.
Un’idea per trasportare i prigionieri evitando di caricarseli
in spalla. Le maglie parevano fatte di filo metallico
attorcigliato: si sarebbero potute tranciare solo con un’ascia
affilata o con le tenaglie. «Dove ci staranno portando?»
«Che cosa ci facevano gli acronta sulle montagne?»
domandò Hargorin.
«Suppongo che la colpa sia delle rune albiche. I Dorón
Ashont sono acerrimi nemici del mio popolo. Un tempo ci
hanno sconfitti, e hanno annientato l’antico regno degli Eterni
dopo che avevamo tentato di sterminarli col veleno perché non
potevamo sgominarli in battaglia.» Carmondai disegnò il
simbolo nell’aria. «Seguitemi. Scommetto che l’alba non
immaginava che sarebbero stati gli Ashont a trovare la sua
indicazione e a obbedirle. Anche se centinaia di cicli dopo.»
Tungdil ricordò le avventure che aveva vissuto con la maga
Andôkai e con la sua guardia del corpo. «Combattono un’eterna
faida contro le bestie di ogni tipo.» Esitò. «Non sei
incatenato?»
Carmondai sorrise e gli mostrò le braccia. «Ho trovato un
pezzo di filo metallico che sporgeva e che sembrava fatto
apposta per scassinare il lucchetto. Ma non so ancora come
allargare le maglie. Un albo e un gruppo di nani. Li abbiamo
incuriositi abbastanza da spingerli a trasferirci altrove.»
«Gli albi conoscevano bene gli acronta?»
«Le Torri Ambulanti sono rimaste perlopiù un mistero.
Comparivano e seminavano la morte, sempre con una
pianificazione accurata, accanendosi prima solo sui mezz’orchi,
poi anche sui flecx e sugli altri mostri creati da Tion e da
Samusin.» Carmondai cercò di sbirciare attraverso il telo, ma
era troppo spesso. Tra il tessuto e il fuoco acceso era
impossibile dire se fuori fosse giorno o notte.
«’Sempre con una pianificazione accurata’ si riferisce alla
violenza degli attacchi?» chiese Tungdil.
«Al fatto che sceglievano sempre il popolo apparentemente
più pericoloso. Eliminavano quelli che erano in superiorità
numerica o che si distinguevano dagli altri per l’astuzia o per la
tecnica di combattimento.» Carmondai sembrò frugare nella
memoria come se nella sua testa fossero ordinatamente
archiviate schede su tutti gli eventi del passato. «Noi eravamo
gli unici a essere aggrediti ogni volta che ne avevano
l’occasione. Grazie alla faida interminabile.»
«Sapevate qualcosa dell’organizzazione dei loro eserciti?»
Hargorin riuscì ad abbassare la benda.
«No. Di certo simili informazioni avrebbero aiutato gli Eterni
a metterli in ginocchio. Sapevamo che esistono diversi
esemplari, ma nulla di più preciso. E che sono astuti e
intelligenti.» L’albo rise. «Al punto da mandarci una malattia
che ha fatto centinaia di vittime e da distruggere l’antico
Dsôn.»
«Allora mi sorprende ancora di più che ti abbiano lasciato in
vita.» Anche Beligata si liberò della benda.
Tungdil aggrottò le sopracciglia quando vide il volto della
nana. La cicatrice si era allungata, benché non sembrasse
infiammata o danneggiata dagli acronta. Semplicemente
cresceva in linea retta.
Una rapida occhiata a Carmondai gli rivelò che pure l’albo
se n’era accorto. Il suo viso esprimeva stupore e soddisfazione.
Buon segno.
«Scopriremo il motivo per cui ci hanno risparmiati.» Il
tessitore di storie rifletté picchiettandosi l’indice destro sul
labbro.
«Forse perché abbiamo combattuto valorosamente?»
Hargorin si mise in ginocchio. «Il trucco del coltellino è stato
un’idea geniale.»
Carmondai passò la mano sulle maglie. «Ma purtroppo
inefficace quando gli avversari sono più di uno.»
«Più efficace che restare svenuti sul pavimento.» L’altro
proruppe in una risata tonante.
«Sono vecchio. Perdonami, Cavernicolo.» L’albo la prese con
umorismo. «Ammetto di avere perso la cognizione del tempo,
ma le ferite si sono rimarginate e non vedo il livido che, dopo
avere ricevuto un pugno da una mano corazzata, dovrebbe
durare a lungo. Data la forza dell’Ashont e la violenza del
colpo, almeno dieci o quindici rotazioni.»
Tungdil calcolò il triplo del tempo per la guarigione della
clavicola. «Ci hanno narcotizzati.»
«E volevano che ci svegliassimo nello stesso momento.» Con
sorprendente agilità, Beligata si passò le mani sotto il sedere e
le gambe per averle almeno davanti. «Siamo vicini alla meta,
forse?»
«Quale velocità può raggiungere un acronte?» Gosalyn si
voltò speranzosa verso Carmondai.
«Sicuramente ottanta miglia a rotazione, fino a cento su un
terreno agevole. Ma sulla neve, dov’è ostacolato dal suo peso e
da quello dell’armatura, trenta al massimo.»
«Più di mille miglia», borbottò Tungdil. Notò che non aveva
più il pensiero affannoso. Non siamo più ad alta quota. «Ci
hanno portati lontano.»
«Senza nemmeno chiedercelo.» Beligata esaminò le maglie
ma, a giudicare dalla sua espressione, aveva poche speranze di
trovare un punto debole. «Se siamo molto sfortunati, hanno
preso la direzione sbagliata. Così impiegheremo decine di
rotazioni per recuperare il ritardo.»
«Ah, i giovani…» Hargorin rise bonario. «È già sicura che
fuggiremo.»
«In un modo o nell’altro, dobbiamo farlo.» Tungdil scacciò il
terrore che lo aveva assalito. «Avranno piani diversi dai nostri.»
«Poco ma sicuro.» Carmondai rimase in ascolto e posò la
mano sul pavimento della gabbia. «Gli scossoni diminuiscono.
Stiamo rallentando.»
In effetti, il dondolio finì.
Non accadde nient’altro.
«Non arrivo allo sportellino della gamba di ferro. Il coltello
che ho nascosto all’interno potrebbe essermi utile.» Hargorin
guardò le sfere di metallo che fungevano da fonte di calore.
«Forse il carbone è abbastanza caldo da sciogliere il fil di ferro.
Che ne pensi, Sapientone?»
Era insolito per Tungdil sentirsi chiamare così da un nano
che non fosse il Rabbioso. «Dovrebbe funzionare.» Si guardò
intorno. «Ma se le scintille entrano in contatto col telo, ed è
assai probabile, può darsi che il tessuto prenda fuoco e che
bruciamo vivi.»
«Così ameranno l’albo ancora di più.» Beligata si passò le
mani sul viso, sfiorando la cicatrice. Esitò, si tastò la pelle, ma
non aggiunse altro.
«A quanto ne so, prediligono la carne cruda», commentò
Carmondai.
«Aspettiamo di vedere cosa succede», decise Tungdil. «Se
stiamo facendo una sosta, avranno messo qualcuno di guardia,
e dai rumori capirà che stiamo combinando qualcosa.»
Soprattutto perché sanno che siamo svegli.
Gli altri tacquero e rizzarono le orecchie.
Non udirono nulla a parte qualche suono attutito, che non
rivelò loro nulla sulle attività degli acronta né sul luogo in cui si
erano fermati.
Poi il veicolo sussultò e s’inclinò lentamente.
I prigionieri furono premuti contro le maglie, quindi la slitta
prese velocità.
Tungdil si augurò che fosse una scelta intenzionale e non un
incidente. «Appoggiate la schiena alla rete, girandovi nella
direzione di viaggio.» Così in caso d’impatto e di arresto
improvviso avrebbero riportato ferite meno gravi.
Procedettero spediti, superarono alcune curve e infine si
fermarono. Attraverso il tessuto percepirono un fruscio
costante.
Il telo fu rimosso, e finalmente videro dov’erano stati portati.
Si trovavano in una sala a forma di cupola, costruita con
semplici pietre e senza particolari pregi architettonici. La luce
filtrava da dieci fori disposti in cerchio sul soffitto alto. L’aria
puzzava di escrementi e di sudore.
Il fruscio si rivelò essere il mormorio e il brusio di centinaia
di creature rinchiuse in gabbie identiche alle loro, ma di
diverse dimensioni e collocate nelle nicchie delle pareti.
Tungdil girò la testa e capì che i suoi calcoli erano sbagliati.
C’erano sette piani in tutto, sovrapposti ad anello e
leggermente sfalsati. Se non errava, erano gli unici nani e, di
primo acchito, non sembrava che ci fossero albi.
«È una collezione di curiosità?» Hargorin osservò gli altri
prigionieri.
Beligata studiò il pavimento. «No. È un’arena. Vedo denti
strappati, un pezzo di armatura laggiù e qui accanto un
frammento di lama.»
«Ci fanno combattere l’uno contro l’altro», interloquì
Gosalyn, furiosa. «Per divertirsi.»
Tungdil aveva un altro sospetto, ma lo tenne per sé.
Non si vedeva nessuno. Il telone oscillò su un gancio e fu
sollevato con un sistema di carrucole.
Quindi alcuni uncini si abbassarono dal soffitto rozzamente
lavorato, incastrandosi nelle maglie e sollevando le gabbie.
Dopo un breve volo, i nani e l’albo atterrarono in nicchie
attigue e furono sganciati. Gli uncini risalirono ronzando piano.
Il pavimento dell’arena era dieci passi sotto di loro.
Tungdil era nella rientranza all’estrema destra.
Il mostro sconosciuto là accanto sembrava un incrocio tra un
umano e un lupo. Ringhiò, appiattì le orecchie e mostrò una
lingua da serpente.
«Mi capisci?»
La bestia digrignò le zanne, abbaiò più volte e si sedette.
«Non è un teatro né la cantina di un’arena.» Carmondai,
nella gabbia centrale, si guardò attentamente intorno. Davanti
alle nicchie c’erano posti di guardia, ma dei soldati nemmeno
l’ombra. Indicò le aperture da cui entrava la luce. «Quelli sono
specchi. Se necessario, possono usarli per illuminare tutto il
pavimento.»
«E per spiarci.» Gosalyn era riuscita a spostare le braccia
avanti.
Dall’ombra sbucò un acronte corazzato, con la visiera
dell’elmo puntata verso i nuovi arrivati. Alzò il braccio,
mostrando una lunga spranga di ferro che si assottigliava e si
appuntiva a un’estremità. Indicò Hargorin.
Il gancio si abbassò e s’infilò tra le maglie, estrasse la gabbia
dalla nicchia e la trasferì rapidamente verso il basso.
«Che Vraccas sia con te!» urlò Tungdil.
«Fagli vedere cosa significa essere un figlio del Fabbro!» lo
incitò Gosalyn.
Non appena la gabbia ebbe toccato il suolo, l’acronte azionò
col piede un meccanismo nella base, e la cupola metallica
scattò grazie a una molla, lasciando Hargorin libero di
muoversi nella sala.
Quindi il mostro gli gettò una chiave e una spranga di ferro
davanti ai piedi e fece un passo indietro, sguainando la spada.
Dall’alto, dove si godeva la vista migliore dell’area centrale,
Tungdil aveva individuato quattro palchi in cui erano
accomodate figure più piccole. Indossavano un’armatura, ma
avevano con sé carta, penne e inchiostro. Osservano e
prendono appunti. Giudici?
Da lassù arrivò un fischio sommesso, pareva che i
preparativi fossero conclusi.
«Non fanno combattere le creature tra loro. Noi siamo i loro
avversari di prova», rifletté Tungdil. «Ogni metodo di
combattimento viene messo a verbale, ogni movimento
annotato.»
Gli specchi cambiarono posizione all’improvviso e deviarono
la luce del sole in modo che sul pavimento non restasse più
neppure uno spicchio d’ombra in cui Hargorin potesse
nascondersi.
Il brusio e i versi dei prigionieri si spensero, la tensione
aumentò.
«Pensi che non ce la faccia?» Il nano squadrò l’avversario,
alto tre passi, abbassò gli occhi sulla spranga e fece per
raccogliere la chiave. «Sta’ a vedere…»
«No, non toccarla», gridò Tungdil.
«Devo semplicemente farmi ammazzare?» Hargorin si fermò
con la schiena piegata. «Forse mi risparmierà il dolore, ma è
contro i miei principi.»
«Lascia la chiave dov’è. Devono capire che non intendiamo
collaborare», insistette Tungdil.
«È una buona idea?» Gosalyn lo guardò, preoccupata.
«Potrebbero ucciderlo perché non ha obbedito.»
«Troverebbero il risultato insoddisfacente», intervenne
Carmondai. «Tungdil ha ragione. Osservano e imparano.»
Hargorin si raddrizzò e incrociò le braccia con un gesto
eloquente.
L’essere accennò alla spranga, ma il nano rise e non si
mosse.
Dietro le fessure della visiera brillò una luce color porpora, e
si udì un ruggito cupo che fece tremare le ossa perfino a
Tungdil. Alcune creature strillarono di paura. «Resta fermo!»
«Certo.» Hargorin lanciò un’occhiata sprezzante
all’avversario. «Anche se ho la tentazione di prendere la
spranga e insegnargli il rispetto per i figli del Fabbro.»
L’acronte fece un passo avanti, lo afferrò per il braccio
destro e lo sollevò, per poi scagliarlo violentemente sul
pavimento. Quindi gli diede un calcio, lo ributtò nella gabbia e
abbassò la cupola metallica. La chiusura scattò.
«No», gemette Gosalyn.
«Non è morto», la tranquillizzò Carmondai. «Hanno ancora
bisogno di lui. Di sicuro è stata una punizione per la
disobbedienza. Ma è arrivata… all’improvviso.»
«Hanno ancora tre di noi. Perché ne dovrebbero risparmiare
uno?» Beligata scoccò un’occhiataccia all’acronte, che si
diresse verso un passaggio.
Gli specchi ruotarono e le ombre s’infittirono. L’acronte
scomparve nell’oscurità.
Un gancio pescò la gabbia e riportò Hargorin nella nicchia.
Dalla bocca aperta gli usciva un rivolo di sangue. Le braccia
incatenate avevano una posizione innaturale sotto il corpo e
dovevano avere riportato almeno una frattura.
«Per Lorimbur!» Beligata agitò le catene contro le maglie.
«Ucciderò quel mostro! Avete sentito? Lo ucciderò!»
«Zitta, altrimenti…» l’avvertì Gosalyn.
Gli specchi si girarono e inondarono di luce il pavimento,
dove l’acronte si materializzò come per magia.
Il gancio che aveva prelevato Hargorin tirò Beligata fuori
dalla rientranza e la trasferì nell’arena.
«Giuro che ti strappo l’elmo dalla testa. Insieme col cranio»,
inveì la nana.
Non ci riuscirai. Tungdil controllò i palchi, dove le penne
vennero intinte nei calamai.
«Se non altro, la sua morte servirà a qualcosa. Ora sappiamo
che ci capiscono», commentò Carmondai. «Se la vita è una
moneta di scambio per scoprire dettagli sul loro conto, la
esauriremo presto.» Si appoggiò alle maglie e fissò gli
avversari.
«Vorrei che fossi tu a pagare il conto», sibilò Gosalyn.
«Oh, tra poco anch’io finirò lì sotto.» Carmondai fece
l’occhiolino a Tungdil. «Ma dopo di voi.» Indicò i palchi. «Che
ne pensi? La tua amica li convincerà a smettere?»

Terra Nascosta, Monti Neri, regno dei Terzi, Porta Orientale,


6492/6493° ciclo solare, inverno

Rognor e Phenîlas mangiavano in silenzio nella guardiola


disadorna. A parte il vessillo dei Terzi sopra le loro teste e un
ritratto di Lorimbur sulla parete occidentale, non c’erano
ornamenti che la rendessero più accogliente.
Il nano si meravigliò di come l’elfo riuscisse a masticare
senza fare il minimo rumore.
Il pasto consisteva di verdura cotta, pappa di cereali e carne
in salamoia cui l’affumicatura a freddo aveva conferito un
sapore particolare, molto amato da Rognor. Il suo boccale era
pieno di birra.
Phenîlas invece preferì le verdure, assaggiò i cereali per
educazione e non toccò la carne. «Ancora grazie per
l’ospitalità», disse tra un boccone e l’altro, bevendo l’acqua.
«Sono lieto di offrire vitto e alloggio a te e ai tuoi Sorânïon.
Entrambi garantiamo la sicurezza della nostra patria», replicò
il nano, in un elfico zoppicante.
Phenîlas sorrise riconoscente. «Fai progressi.»
«Grazie.» Nelle rotazioni precedenti, Rognor aveva colto
l’occasione per imparare qualche rudimento di elfico perché
non si aspettava che i Nuovi Arrivati parlassero la lingua
comune della Terra Nascosta. «Farsi capire è importante.»
«Ti ringrazio anche per questo.» Phenîlas guardò la
tendopoli oltre i vetri coperti di arabeschi di ghiaccio. «E per i
tuoi doni. Le stufe e il carbone hanno salvato molte vite.»
Sospirò. «Ed evitato che il morale crollasse.»
Rognor masticò lentamente e inghiottì, poi prese la birra. «Il
morale.»
«Intendevo che la disperazione non ha avuto la meglio.»
Phenîlas si schiarì la voce e posò la mano sull’elsa della spada.
Rognor l’aveva notato già da alcune rotazioni: l’elfo cercava
spesso sicurezza nell’arma.
All’inizio si era mostrato cordiale e aperto nei confronti del
proprio popolo, ma durante gli avvistamenti e i controlli era
diventato freddo e diffidente. Di tanto in tanto il cancelliere
percepiva disprezzo nella sua voce, quando Phenîlas parlava di
quelli che rischiavano di entrare nella dimensione finita solo
per accedere alla Terra Nascosta.
Le guardie avevano riferito a Rognor che le urla degli elfi
sottoposti alle verifiche echeggiavano più a lungo di prima. Di
quel passo, perfino i Monti Neri si sarebbero lasciati
ammorbidire dal dolore degli innocenti.
Rognor bevve un sorso e fissò l’elfo. «Vi odiano tutti.» I
tatuaggi neri sul volto si spostarono come per sottolineare le
sue parole. «Nessuno vede di buon occhio te e i tuoi Sorânïon.»
Phenîlas sfregò col pollice il pomolo dell’elsa, che in quel
punto era già lucido. «Eseguo la volontà del Naishïon.»
Rognor posò il boccale. Il bianco dell’armatura elfica
metteva in risalto le pareti fuligginose, la sua corazza scura e la
sua barba tinta di blu. «Fareste meglio a eseguirla in modo
meno crudele.»
«Devo essere preciso.»
«La tua precisione produce anime piene di cicatrici,
Sorânïon.»
«Preferiresti che per negligenza facessi entrare un albo nella
Terra Nascosta?» ribatté l’elfo. «Mi sarei aspettato che mi
esortassi a una maggiore durezza. Dopotutto i Nuovi Arrivati
vagano per il regno. Un Occhineri sarebbe ben contento
d’intrufolarsi e di muoversi attraverso la fortezza. Non lo
scoprireste mai.»
«Sì, invece. Quanti albi avete smascherato?»
«Nessuno.»
«Secondo te, quanti ce ne sono tra i…?»
«Circa tremila.»
«… tra i tremila, se non ne hai ancora individuato nemmeno
uno?»
Phenîlas spinse via il piatto e si appoggiò allo schienale,
senza togliere la mano dall’elsa. «Le mie congetture non hanno
importanza, amico nano. Non c’è posto per le ipotesi. La
certezza è ciò che cerco e di cui ho bisogno.»
«Non volevo rimproverarti, ma solo sottolineare che gli elfi
potrebbero ribellarsi ai controlli.» Rognor percepì un’ostilità
inaspettata.
«Una rivolta, intendi.» Phenîlas inspirò, contraendo le narici.
«Sono consapevole del rischio, ma il Naishïon non ha risposto
alla mia richiesta di altri Sorânïon. Suppongo che i controlli da
effettuare alle porte siano troppi per chiedere rinforzi.» Fissò il
cancelliere. «Mi faresti un favore?»
Rognor immaginò quale fosse. «I controlli sono una
questione che riguarda solo gli elfi.»
Phenîlas si chinò, appoggiando il gomito al tavolo. «No,
riguarda tutta la Terra Nascosta. Che ne diresti di aiutarmi?»
«No.»
«Mi servono solo cinquanta guerrieri», continuò l’elfo. «Non
devono far altro che procurare dolore ai Nuovi Arrivati e
osservarne i volti. Non appena compaiono le linee dell’ira,
possono giustiziare gli Occhineri.»
«Considerando la vecchia inimicizia tra i nostri popoli, non
mi sembra una buona idea», ribadì Rognor.
«I guerrieri dei nani hanno soltanto obbedito agli ordini.
Come i Sorânïon.»
«Per qualche tempo potrebbe filare tutto liscio, ma poi si
leverebbero voci di protesta che ci stigmatizzerebbero, che
accuserebbero noi Terzi di essere particolarmente crudeli.»
Rognor non aveva nessuna intenzione di torturare le persone.
«Si spargerebbe la voce, e il vecchio odio tornerebbe a farsi
sentire.»
L’elfo liquidò l’obiezione con un gesto spazientito. «Il
Naishïon farà annunciare che…»
«Te lo ripeto: no.» Rognor prese il boccale. «I miei motivi
sono più che chiari. Sei quasi accecato dalle atrocità che hai
commesso.»
«Le atrocità colpiranno gli albi in generale. Cerco d’impedire
che penetrino nella Terra Nascosta.» Phenîlas, contrariato, si
abbandonò contro lo schienale.«Prolunghi la sofferenza degli
elfi, esponendoli al freddo e alla neve. Questo sì che mi sembra
atroce.»
Rognor rise incredulo. «Non incolpare me se ci sono pochi
Sorânïon.»
«Certo che no.» L’elfo si alzò lentamente. «Rivolgerò la mia
richiesta all’imperatore.»
Rognor, sicuro che Boïndil non avrebbe mai acconsentito,
rimase calmo. «Fa’ pure.» Aveva altre frasi sulla punta della
lingua, ma si trattenne. Non c’era ragione di gettare benzina
sul fuoco.
Qualcuno bussò e, quando il cancelliere diede il permesso di
entrare, comparvero un nano e un’elfa corvina coi capelli corti
e tinti di bianco e grigio sulle tempie. Sulla schiena le pendeva
una treccia nera.
Indossava l’armatura di palandio bianco, le insegne di una
Sorânïan e la runa del sovrano elfico. I lineamenti erano troppo
regolari per i gusti del nano, come se il viso fosse stato
intagliato da un artista che ambiva alla perfezione divina. Quel
tipo di bellezza non esercitava nessun fascino su Rognor.
I due si avvicinarono al tavolo, collocato in diagonale
rispetto all’ingresso.
«Vi porto Ocâstia. Vuole parlare col comandante dei
Sorânïon», annunciò il nano.
«Ecco i rinforzi», scherzò Rognor per stemperare la
tensione. Nella migliore delle ipotesi dimenticherà la richiesta
che mi ha fatto. Soddisfatto, strinse la barba e giocherellò col
ciuffo di peli che si formò sotto il mignolo. «Il tuo sovrano non
ti ha ignorato.»
Phenîlas si voltò per osservare meglio l’elfa. «Il segno di
Sitalia», le intimò duramente, senza neppure salutarla. Aveva
stretto la mano intorno all’elsa.
Ocâstia s’inchinò e superò la guardia, s’inginocchiò, si tolse
il bracciale e sollevò la stoffa. Sulla pelle candida spiccava il
marchio che dimostrava le origini elfiche. «Eccolo, Sorânïon.»
Phenîlas vi passò sopra le dita, ma si soffermò
maggiormente sulla bellezza della guerriera.
Rognor esultò. Se si lascia distrarre da lei e magari se ne
innamora, forse si dà una calmata.
Ocâstia tenne gli occhi bassi. «Ti porto un messaggio del
Naishïon.» Dalla cintura estrasse un cilindro di cuoio sigillato
su cui era impresso il simbolo del sovrano assoluto. «Si
rammarica di non poter mandare nessuno ad aiutarti, ma
davanti alle porte c’è una gran ressa.»
Phenîlas annuì e prese l’involucro, ruppe la piastrina di cera
e tirò fuori il rotolo. Quindi iniziò a leggere.
«Quali novità ci sono nella Terra Nascosta?» domandò
educatamente Rognor all’elfa. «Gradisci dell’acqua o magari
una birra? Qualcosa da mangiare per rifocillarti? Abbiamo cibo
a sufficienza.» Gli saltò all’occhio il manico della spada di
Ocâstia, leggermente arcuato.
Lei sorrise.
«Non ha bisogno di nulla, grazie», la precedette Phenîlas,
continuando a leggere.
Ocâstia si tirò su e prese un bicchiere, che riempì con la
birra scura della brocca. «Grazie, cancelliere. Sei molto
gentile.» Brindò alla sua salute e ingollò un lungo sorso.
Phenîlas batté le palpebre come se avesse capito male, alzò
lentamente la testa e fissò severamente l’elfa, che però non
parve affatto turbata.
«Questa birra è squisita.» Ocâstia curiosò tra le pietanze. «A
dire il vero, avrei anche un certo appetito. La carne ha un
profumo delizioso.»
«Più tardi troverai qualcosa negli alloggi», ringhiò Phenîlas.
«Se tu mangi, posso farlo anch’io», replicò l’elfa. Poi si
rivolse a Rognor. «Quanto alla tua domanda sulle novità nella
Terra Nascosta, purtroppo non posso esserti d’aiuto. Sono stata
a lungo nel Ti Singàlai, dove ho dovuto sottopormi al controllo
e dimostrare le mie capacità di combattimento prima di poter
comparire al cospetto del Sorânïon. Durante il viaggio verso i
Monti Neri non ho appreso granché, a parte il fatto che il
vostro eroe Tungdil è partito con un piccolo gruppo di nani.
Non, come previsto, dalla Porta di Pietra, bensì dalla strada che
inizia con l’insediamento dimenticato.»
Rognor rise. «Tungdil cerca il sentiero da cui la ragazzina è
arrivata fino a noi.» Apprezzava Ocâstia perché non si
preoccupava del malumore di Phenîlas né della sua malcelata
disapprovazione. «Serviti pure.» Indicò le pietanze.
Quando l’elfa prese la carne, Rognor l’ammirò ancora di più.
Il Sorânïon rinfilò il rotolo nell’involucro e si alzò. «Abbiamo
un lavoro da sbrigare.» Si avviò. «Seguimi.»
Ocâstia non si mosse e bevve un altro sorso di birra.
«Sorânïan!»
«Come hai letto, abbiamo lo stesso grado», ribatté
imperturbabile l’elfa, masticando l’ultimo boccone. «So cosa
dobbiamo fare.» Strizzò a Rognor uno dei suoi occhi color
corniola e seguì Phenîlas, che l’aspettava già all’uscita. «Voglio
la ricetta, cancelliere. Straordinario. Assolutamente
straordinario!»
Rognor ridacchiò guardandoli. Il sesto senso gli disse che da
quella rotazione in poi la situazione sarebbe migliorata per gli
abitanti della tendopoli. Ocâstia poteva rivelarsi una
benedizione, e ciò sarebbe stato un vantaggio per tutti.
Eccetto per Phenîlas. Ma quel pensiero, più che
preoccuparlo, lo rallegrò.
Finalmente il Sorânïon aveva una degna rivale.
Prendi il vino rosso
e poi cuoci a fiamma bassa con miele,
chiodi di garofano e cannella,
con anice e agrumi,
fino a ottenere un brodo denso e sostanzioso.
Mescola a fuoco vivo
e distribuisci a piacere nei boccali,
infine aggiungi della birra amara forte e scura.
Birra aromatizzata dei nani (fredda)
XXII

Da qualche parte nella Terra dell’Aldilà…

N
on appena la cupola metallica si sollevò, Beligata
saltò fuori, raccolse la chiave e aprì il lucchetto della
catena. Quindi prese la spranga di ferro. «Patirai le
stesse sofferenze del mio amico! Non illuderti che
l’armatura ti protegga!»
L’acronte le puntò contro la spada per segnalare che
accettava la sfida. Poiché non si muoveva, sembrava che
volesse lasciare il primo colpo all’avversaria.
Tungdil guardò i palchi. «Gosalyn, osservalo e tieni a mente
come combatte. Noi sappiamo fare da tempo ciò che fanno
loro.»
«Ha appena definito ’amico’ Seminamorte?» Carmondai
finse di applaudire. «Sarà uno spettacolo assai istruttivo. Di
sicuro Beligata pagherà un prezzo analogo a quello di
Hargorin.»
«Ha… bisogno di aiuto!» Gosalyn non riusciva a staccare gli
occhi dal re dei Terzi, che aveva una pozza rossa intorno alla
testa. Di tanto in tanto era scosso da un sussulto, ma non si
trattava di movimenti volontari.
«Guarda il combattimento.» Tungdil alzò di nuovo lo sguardo
verso i palchi, i cui occupanti prendevano appunti.
Beligata simulò un colpo al fianco dell’avversario, la spada
dell’acronte cercò di parare la spranga, che però cambiò
traiettoria grazie a un’abile rotazione della nana. La punta
affilata gli trapassò la scarpa corazzata e gli si conficcò nel
collo del piede.
Beligata estrasse l’arma e saltò dietro la cupola metallica
per proteggersi dal contrattacco e aspettare una nuova
occasione favorevole.
L’acronte ruggì e fissò la ferita, da cui sgorgava un liquido
giallo vivo.
Carmondai seguì lo scontro più attentamente di Gosalyn, che
continuava a tenere d’occhio Hargorin. «Sono curioso di sapere
come reagirà l’Ashont.»
Tungdil notò che le figure sui palchi parlottavano, facendo
volare le penne sulla carta. Non avevano previsto che Beligata
riuscisse a colpirlo.
Il gigante zoppicò verso la nana, che con la sottile veste di
lino si muoveva senza sosta tra lui e la gabbia. I fendenti poco
convinti s’impigliarono nelle maglie, ma l’acronte riuscì ogni
volta a liberare la lama.
Tungdil urlò per attirare l’attenzione degli occupanti dei
palchi, ma quelli lo ignorarono. Così tornò a concentrarsi sul
duello. Imparare a conoscere il nemico osservandolo. Prima o
poi sarebbe arrivato anche il suo turno.
Beligata saltò sotto la cupola metallica e fece scattare la
spranga contro l’avversario.
L’acronte deviò la punta e vibrò un fendente, ma le maglie lo
intralciarono.
La nana approfittò della distanza ridotta per piantargli
l’estremità dell’arma nella coscia destra e poi ritirarla senza
indugio. L’altro lanciò un secondo ruggito e vacillò
leggermente.
Beligata schizzò fuori della gabbia, gli girò intorno e schivò
un colpo orizzontale che l’avrebbe tagliata in due. Gli conficcò
la punta nel polpaccio della gamba ferita, aprendo un nuovo
foro nell’armatura.
L’acronte si voltò ringhiando, ma la nana rimase alle sue
spalle e gli centrò il tallone sinistro.
Quando il tendine si strappò, si udì un rumore simile allo
schiocco di una frusta e il gigante si piegò. Quindi si girò e
tenne a distanza l’avversaria agitando la spada.
«Ce l’hai in pugno! Uccidilo!» gridò Gosalyn, entusiasta.
«No!» ordinò Tungdil. «Dobbiamo dimostrare di essere
diversi dalle altre bestie.»
«Quello non è un Ashont addestrato. I movimenti sono
casuali, non c’è coordinazione tra gli attacchi con le braccia e
le gambe. Non è abituato a portare l’armatura e non ha modo
di difendersi da Beligata», commentò Carmondai.
«È una degna avversaria.»
L’albo rise. «Un Ashont ha sconfitto molti dei nostri
guerrieri. Nulla contro la nana ma, se avesse sfidato un vero
acronte, a quest’ora sarebbe già caduta.»
«È una conclusione accurata?» Tungdil ebbe un
presentimento su ciò che stava accadendo nell’arena, perché
aveva notato qualcosa di analogo.
«Per rispondere dovrei conoscere meglio gli Ashont ma, se
mi baso su quello che vedo, deduco che è una Torre Ambulante
assai giovane e che quelle figure lassù vogliono sapere se sia
idoneo per il campo di battaglia e per la caccia ai mostri. Non
sono interessate tanto a come combattiamo noi quanto a come
lotta l’Ashont.»
Beligata prese la rincorsa e usò la spranga a mo’ di asta, si
scagliò contro l’acronte coi piedi avanti e lo colpì di sghembo
prima che potesse attaccare.
Caddero insieme, ma la nana rimase sopra, roteò l’arma e gli
premette la punta sotto la fessura tra l’elmo e la corazza.
«Visto? Funziona anche senza coltellino», urlò con enfasi a
Tungdil.
«Esatto», replicò il nano.
L’acronte sentì il metallo sulla gola e non si mosse. In
compenso emise un ruggito che fu ripetuto dagli occupanti dei
palchi.
La nana restò sopra il gigante senza spostare la spranga e
aspettò nervosamente. «Che cosa faccio?»
Con un movimento fulmineo, l’acronte afferrò con la sinistra
l’arma della nana e se la piantò nella gola. Il sangue giallo
brillante prese a scorrere sul pavimento.
«Per Lorimbur!» Beligata saltò giù. «Che cosa significa?»
«Sono state le figure sui palchi a ordinarglielo.» Carmondai
si allontanò dalle maglie e si sedette sul pavimento. «Non si è
dimostrato all’altezza di essere un guerriero. È solo un’ipotesi,
ma sarebbe calzante per questo popolo. Non possono
permettersi punti deboli.»
«Torna nella gabbia! Dimostriamo loro di avere compreso
qual è il nostro compito!» gridò Tungdil alla nana.
Contrariamente alle aspettative, Beligata obbedì. Gli specchi
tornarono nella posizione di partenza e l’oscurità la inghiottì.
Quando i suoi occhi si furono abituati al buio, Tungdil vide
un acronte che entrava nella sala e chiudeva la cupola.
Il gancio scese dal soffitto, s’infilò nelle maglie e riportò la
prigioniera nella nicchia. Le figure sui palchi si alzarono e se
ne andarono. Il guerriero afferrò il cadavere per il colletto
dell’armatura e lo trascinò fuori.
Quando la porta si richiuse alle sue spalle, ci fu
un’esplosione di urla, strida e ruggiti. Le bestie acclamavano la
nana per avere umiliato e ucciso il nemico.
«Di certo non accade spesso. Terribile. Voci tremende.»
Carmondai si tappò le orecchie.
«A quanto pare, non dobbiamo temere una vendetta.»
Tungdil guardò Hargorin, le cui condizioni non erano
migliorate. «Come possiamo occuparci di lui?»
Beligata posò la mano sulle maglie e tirò, deformandole in
qualche punto. «Avevo più di un motivo per usare la gabbia
come riparo.» Sgusciò fuori. «La spada dell’acronte è stata
assai utile, anche se non per lui.» Si avvicinò alla gabbia di
Tungdil e studiò il meccanismo di apertura, per poi guardarsi
intorno alla ricerca di un attrezzo. «Potrei farcela con un colpo
molto forte al perno di sblocco, ma…»
«La gamba di Hargorin», suggerì Gosalyn. «Potrebbe
funzionare. Oppure il coltello nascosto all’interno.»
Beligata scivolò verso la gabbia dell’amico e cercò di
allungare la mano tra le maglie, ma il braccio era troppo corto.
Si tolse la veste, l’attorcigliò e la gettò come una rete in un
buco della gabbia. Al quarto tentativo l’arto di metallo
s’impigliò nel tessuto e la nana lo tirò verso di sé.
Astuta. Tungdil, come Gosalyn, controllò che non arrivassero
guardie, ma nessuno intervenne per zittire lo strepito delle
bestie. Buon per noi.
Dopo essersi rivestita, Beligata estrasse con un enorme
sforzo la gamba. «Faccio un tentativo.» Prese il coltello e lo
posò sul pavimento. «È troppo fragile. Provo con un altro
metodo.» Infilò la parte più sottile della gamba nell’apertura
sul pavimento della gabbia, si mise là davanti e prese la misura,
per poi sferrare un violento calcio.
Tungdil notò che i mostri si erano calmati. Avevano intuito
cosa stava succedendo. Tutti gli occhi erano puntati sui nani. Ci
tradiranno?
«Ci lasceranno evadere?» Carmondai si era alzato. «E dove
fuggiamo? Gli Ashont ci cercheranno.»
«Finché restiamo qui non facciamo neppure un passo verso
la nostra destinazione.» Tungdil vide che Beligata dava un altro
calcio.
Si udì un clic e il meccanismo si aprì. La molla fece scattare
la cupola metallica.
Ci fu un’esplosione di urla, che non avevano bisogno di
spiegazioni. Gli altri prigionieri volevano essere liberati.
Di sicuro le guardie si sarebbero accorte del cambiamento di
tono.
«Fate silenzio!» si adirò Beligata, ma la sua voce fu coperta
dal chiasso.
«Presto! Prima Hargorin», ordinò Tungdil, uscendo dalla
gabbia.
S’inginocchiarono davanti al re dei Terzi e inserirono la
gamba di latta nell’apertura, quindi l’Erudito sferrò un calcio.
«A sinistra. Attenti», mormorò Carmondai.
Su un lato del corridoio si aprì una porta e controluce
comparve la sagoma di un acronte.
Il rumore si placò all’istante e una pioggia di sassolini si
abbatté sui nani per rivelare le loro intenzioni alla guardia. Il
presentimento di Carmondai si era avverato.
«Non vogliono che fuggiamo.» Il primo calcio di Tungdil non
bastò per aprire la grata. Che Tion li divori!
La guardia ruggì quando capì cosa stava accadendo. Si mise
a correre.
«Dovete andarvene!» urlò Gosalyn. «Salvatevi e portate a
termine la missione!»
«Tornate a liberarci», insistette invece Carmondai. «Non
dimenticate che avete bisogno di me se volete sopravvivere
nella Terra dell’Aldilà.»
«Come se finora ci fossi stato d’aiuto», ringhiò Beligata.
Tungdil fece un altro tentativo e la cupola si aprì, ma di lì a
poco l’acronte li avrebbe raggiunti. Se si fossero caricati
Hargorin in spalla, non sarebbero riusciti a sfuggirgli.
«Andiamocene.» Si affrettò lungo la balaustra.
«Maledette bestie.» Beligata lo seguì. «Vorrei spaccare loro
la testa.»
«Torneremo a prendervi», promise Tungdil a Carmondai e a
Gosalyn.
Poiché la porta là davanti non si apriva, scesero saltando da
una cupola all’altra e raggiunsero l’arena mal illuminata, su cui
filtrava un raggio di luce da uno spiraglio dell’uscio sulla
destra.
Meglio un barlume di speranza che niente. Tungdil toccò
terra per primo e sbirciò nella fessura. «Non si vede nessuno.»
Alzò lo sguardo verso la balaustra.
L’acronte si ergeva come una statua. Aveva il solito chiarore
color porpora che usciva dalla visiera, e nella destra stringeva
Hargorin Seminamorte come una bambola troppo grande.
Tungdil vide chiaramente i tubi tesi che, all’altezza della bocca,
s’infilavano nell’elmo e scorrevano dietro le spalle.
Che razza di dispositivo è? Di tanto in tanto i nani che
lavoravano nelle gallerie ammorbate da vapori velenosi
usavano respiratori alimentati da sacchi di cuoio o vesciche di
animali. È possibile che serva allo stesso scopo?
Si udì un sibilo.
Lo strepito delle bestie cessò all’improvviso. Partendo dai
livelli superiori, si accasciarono sui pavimenti delle gabbie. Il
silenzio scese su un piano dopo l’altro. Anche Gosalyn e
Carmondai persero i sensi.
«Fuori!» ordinò Tungdil a Beligata, sentendosi assalire da un
senso di vertigine. Nell’arena era stato introdotto qualcosa
d’inodore, più pesante dell’aria e capace di provocare
svenimenti. Sulle montagne dei nani esistevano le cosiddette
«fosse della morte», in cui si raccoglievano gas che uccidevano
qualunque creatura li respirasse. Sembra che gli acronta li
utilizzino in forma attenuata per riportare la calma.
I nani dovettero appoggiarsi alle pareti perché avevano le
gambe molli. Proseguirono con un enorme sforzo di volontà,
lasciarono l’arena e imboccarono un corridoio alto, illuminato
da bracieri sospesi. Non avevano idea di cosa bruciasse al loro
interno, ma non produceva puzzo né fuliggine.
«Dove andiamo?» sussurrò Beligata, incespicando e
aggrappandosi a Tungdil. «Io… il gas è…»
«Respira a fondo. Deve uscire dai polmoni», consigliò
l’Erudito, mettendo in pratica il suo stesso suggerimento. «Più
ci allontaniamo, e prima ci riprendiamo.»
Si stupì che l’acronte non li avesse seguiti: probabilmente
non considerava suo compito rincorrere i fuggitivi.
Con la vista annebbiata avanzarono barcollando e svoltando
in corridoi laterali senza sapere dove sarebbero sbucati.
Avanti. Tungdil perse l’orientamento. Il gas gli si era fermato
nei polmoni oppure gli era già entrato nel flusso sanguigno. I
bracieri diventarono lune ondeggianti avvolte dalle fiamme, e il
corridoio una gola interminabile da cui non c’era via di scampo.
«Continuiamo», ansimò, allungando il braccio per prendere la
mano di Beligata. «Dobbiamo nasconderci finché non staremo
meglio.»
Ma le sue dita strinsero il vuoto.
È svenuta? Si voltò e si appoggiò, esausto, alla parete calda.
Qualche passo indietro, la nana era china a vomitare coi
palmi posati sulle cosce.
Là accanto comparve l’acronte, che si trascinava dietro
Hargorin con un braccio. Aveva ancora i tubi infilati sotto
l’elmo, ma aveva anche sfoderato la spada. Voleva ucciderli.
«Arrivo subito.» Beligata, che non si era accorta
dell’acronte, sputò sul pavimento.
Vraccas, no! «Attenta! Dietro di te!» l’avvertì Tungdil.
La lama lunga e larga le trapassò la schiena e la inchiodò a
terra. La nana si dibatté per qualche istante, poi rimase
immobile. Evidentemente non c’era clemenza per i prigionieri
che tentavano di evadere. Sul viso le passò un’ombra, e la
cicatrice brillò prima di spegnersi pulsando.
Oh, Vraccas, che cosa ti ho fatto per essere condannato ad
assistere alla morte dei migliori? Tungdil era così debole da
non riuscire nemmeno a urlare. Si voltò e provò a scappare.
Le gambe si alzavano e si abbassavano a costo di dolori
indicibili. Sembrava che i polmoni fossero rimpiccioliti alle
dimensioni di piselli, perché respirare gli era quasi impossibile.
Ma si costrinse a tenere duro e a correre, a passare senza
sosta da un corridoio all’altro e a varcare porte di cui non
distingueva bene la sagoma.
Di colpo il pavimento finì e il nano precipitò.
Mentre cadeva, perse conoscenza. Perciò non si chiese
neppure dove sarebbe atterrato.

Terra Nascosta, Monti Neri, regno dei Terzi, Porta Orientale,


6492°/6493° ciclo solare, primavera

Dal cammino di ronda, Rognor guardò Ocâstia stringere la


mano a uno degli elfi che avevano superato il controllo e fargli
il segno della benedizione sopra la testa. Gli fece un sorriso
benevolo, come se fosse una sovrana che concedeva ai sudditi
una grazia speciale.
L’elfo, che aveva sopportato dolori indicibili per dimostrare
di non essere un albo, chinò il capo con gratitudine e si unì ai
compagni. Un’altra piccola schiera si diresse verso la porta
della fortezza per attraversare il regno dei Terzi ed entrare
nella Terra Nascosta. Salutarono Ocâstia agitando le mani.
«Che differenza.» Rognor assaporò il vento tiepido che
profumava di disgelo e di prime fioriture. «Si direbbe che
amino la Sorânïan.»
Dall’arrivo dell’elfa, invece, Phenîlas era diventato ancora
più severo e prolungava i controlli oltremisura. Per mano sua
erano già morti due elfi, che erano stati spacciati per albi in
modo da evitare rivolte nella tendopoli. Tuttavia l’astio verso il
comandante cresceva a mano a mano che gli altri Sorânïon si
schieravano dalla parte di Ocâstia.