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“La madre di Eva”, Silvia Ferreri e il racconto di una rinascita

di Leonardo Jattarelli

Irreversibile. Bisognerebbe partire da questa parola, forse, per iniziare a capire l’affascinante,
sofferto percorso di Silvia Ferreri e del suo primo romanzo,“La madre di Eva” (Neo Edizioni, 196
pagine, 15 euro). Una sorta di discesa all’inferno appassionata e tagliente, l’analisi chirurgica di una
nascita, di una crescita e di una interruzione che fa rima con rivoluzione. Per poi ricominciare
daccapo: nascita, crescita verso un futuro, finalmente. Lei, la madre, all’inizio questa figlia neanche se
l’aspettava anche se in qualche modo l’aveva messa in conto. Le dicevano: «Hai più di trent’anni, è
tardi. Fumi, dormi poco, mangi male. A te i figli non ti verranno mai». Invece, dice la madre, «tu sei
venuta subito, alla faccia di chi mi faceva sterile e vecchia».

Gli “strappi” a cui va incontro la madre di Eva e con lei il racconto di Silvia Ferreri sono diversi, e lo
sguardo della donna diventa da subito uno sguardo interiore. Inizia ad auscultarsi. E scrive:
«Nell’utero tutto è fragile, delicato, instabile. Tutto può cambiare da un attimo all’altro. Sarebbe
bastato così poco, mi dico, per preservarti da tanto dolore». Perché Eva nascerà Eva ma quasi subito
vorrà chiamarsi Alessandro. Quando la bambina scriverà la letterina a Babbo Natale, metterà nero su
bianco: «Caro babbo Natale, per regalo vorrei svegliarmi col pisello al posto della patatina». Eccola,
dunque, la parola irreversibile: la scelta di Eva sarà senza ritorno. E così anche quella di sua madre: il
viaggio in Serbia, nella clinica dei miracoli. E il romanzo di Silvia Ferreri diventa chirurgicamente
doloroso; la scrittrice non ha alcuna reticenza nelle descrizioni delle atmosfere, degli atti, dell’abisso
del pensiero, delle sensazioni, dei sensi di colpa. In quella clinica, scrive: «Demoliscono i corpi invece
che costruirli. Chirurgia demolitiva, così si chiama la prima parte del tuo intervento. Demoliscono
quello che io avevo fatto con tanta cura. Seno, utero, ovaie, vagina».
L’ennesimo strappo chiamerà in causa “gli altri”. Cioè come si vede la madre di Eva nei confronti degli
altri genitori “normali”. La madre che accetta di frequentare un gruppo di supporto, un giorno dice a
suo marito: «Non abbiamo niente in comune, noi non siamo come loro, Eva non è come i loro figli.
Loro sono “gli altri”, noi siamo diversi. Noi siamo intelligenti, noi siamo coscienti, noi siamo attenti.
Noi siamo consapevoli. Noi non lasceremo mai che nostra figlia si rifornisca di ormoni al mercato
nero».

Ma il capitolo successivo del libro inizia così: «Cominciasti a prendere il testosterone poco dopo aver
compiuto sedici anni». Ecco la resa, irreversibile, si direbbe. Ma la madre di Eva non ha mai preso in
considerazione questa parola. La sua è una scelta, figlia di un’altra scelta: Eva decide di diventare
Alessandro e sua madre decide che sia giusto così. Silvia Ferreri dà vita ad un romanzo in continuo
divenire, come un eterno parto destinato a illimitate sorprese, del cuore e dell’anima. Una sorta di
lettera aperta genitoriale che diventa testimonianza per tutti: «In pochi conoscono il mio nome. Mi
chiamo semplicemente la madre. Come fossi un archetipo, la matrice, la madre di tutti, di tutte le
creature, donne e uomini che vanno portati in salvo verso approdi sicuri».

Il Messaggero