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Preambolo

Introdurre un tema come il colonialismo significa aprire il varco ad una


serie di accezioni, che possono condurre ai più svariati contesti: é come
aprire il vaso di Pandora, dove ogni male tende a riversarsi e rivelarsi nel
mondo.

Questo lavoro si propone di dare una lettura alla tematica, in modo anche
da considerare il consenso dell’opinione pubblica e delle ideologie della
razza, che hanno favorito lo sviluppo e l’affermazione della colonizzazione
come mito di civilizzazione dei popoli.

Viene dato ampio respiro alla voce di Frantz Fanon autore che,
unitamente a Aimé Césaire, ha interpretato, sentito, vissuto il colonialismo
nel momento del suo dispiegarsi, facendo da precursore agli studi
postcoloniali e alla psichiatria postfanoniana.
Queste peculiarità sorgono dalla colonizzazione, al fine di creare le libertà
spaziali, politiche e culturali per le nuove nazioni dopo la
decolonizzazione.

Da questa moltitudine di voci si é cercato di restituire, in una visione


d’insieme, ciò che il colonialismo ha creato, distrutto, modificato; rimane
univoco soltanto l’oggetto della nostra investigazione: la marginalità e
l’alienazione coloniale.

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Introduzione

La fase di espansione coloniale dell‟imperialismo capitalista, definita così in quanto si innerva


su un‟economia di tipo industriale, si delinea con una volontà assai diversa rispetto alle
colonizzazioni precedenti, in cui i vecchi imperi coloniali - formati essenzialmente nelle
Americhe dai primi decenni del Cinquecento - erano nella maggior parte dei casi “colonie di
popolamento, mentre, “le nuove colonie furono quasi sempre colonie di occupazione, in cui una piccola
minoranza di europei, esercitò un certo grado di controllo politico”.1

In questa fase di espansione coloniale, si procedette all‟occupazione di territori abitati da


antiche civiltà con un loro stabile assetto socio-economico strutturato da secoli, le quali furono
costrette ad accettare con la forza lo stile di produzione dell‟Europa capitalista, con dinamiche
assai diverse per tempi e logica dalle native.
Catapultate improvvisamente dalla preistoria alla civiltà industriale, queste civiltà subirono una
sorta di shock, sia dal punto di vista sociale che economico. Infatti, disgregandosi tutti i
modelli esistenti, si alterarono anche i rapporti umani e sociali: “In Africa scomparvero interi gruppi
umani, non riuscendo a adattarsi al nuovo modo di vivere, mentre erano stati privati dei loro mezzi tradizionali
di sussistenza”. 2
Le nazioni europee procedettero per i loro fini all‟occupazione dei territori senza tener conto
dei gruppi etnici, delle società indigene, degli stati tribali, e dei confini geo-antropologici e delle
usanze in essere, causando quella serie di scompensi, che Frantz Fanon definisce “alienazione
coloniale”.
L‟iper saturazione della produzione dei beni di consumo, il loro sottoconsumo, i capitali in
eccesso provocarono in Europa - a partire dalla metà del XIX secolo - la necessità di trovare
nuovi sbocchi commerciali e nuove fonti di materie prime dettate dalla pressante presenza
della rivoluzione industriale. Tale scopo é ben chiaro a Jules Ferry, uno dei più importanti

1
Francesco. Surdich, Esplorazioni geografiche e sviluppo del colonialismo nell‟età della rivoluzione industriale,
Fasi e caratteristiche dell‟espansione coloniale, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1980, pag. 1.
2 Ivi, pag. 2.

4
uomini politici francesi di fine Ottocento, il quale afferma che “Il mercato europeo é ormai saturo di
beni di consumo e occorre promuovere la formazione negli altri continenti di nuovi consumatori, pena la
dichiarazione di fallimento della società moderna e la preparazione, per l’alba del secolo XX, di una
liquidazione sociale dalle proporzioni di un cataclisma di cui non é possibile calcolare la portata e le
conseguenze”.3
Era fondamentale per la stabilità dei paesi sviluppati, creare sbocchi economici e demografici
fuori dei propri confini naturali al fine di attuare un ridimensionamento della loro economia.
Un‟affermazione di Paul Leroy- Beaulieu, professore di Scienze politiche e morali al Collège de
France, ci aiuta a comprendere il significato e l‟importanza delle colonie, le quali dovevano
“assicurare al commercio della madre patria un mercato disponibile, per avviare e mantenere in moto le sue
industrie e per fornire agli abitanti del paese colonizzatore maggiori profitti, salari o merci”.4

Questo pensiero illustra assai bene l‟aspettativa verso questi nuovi territori “oggetto di
conquista”, facendoci anche comprendere “le difficoltà” psicologiche e sociali che ebbero le
nazioni europee nell‟abbandonare le colonie durante fase di decolonizzazione.
Con la decolonizzazione si alterano gli equilibri e i ruoli in essere nelle colonie, sia da un punto
di vista economico che sociale. Infatti, in questa fase, la questione dei ruoli viene ribaltata, il
mondo a scomparti del colono e del colonizzato tendono a sfumare, il mondo manicheo e la
dicotomia del bianco e del nero - come scrive Frantz Fanon - vengono a cadere.

Le motivazioni economiche, culturali e sociali ampiamente appoggiate da uomini di stato, da


studiosi e dall‟opinione pubblica, furono gli attori indiscussi di questa realtà, dove personaggi di
diversa estrazione sociale e culturale si mobilitarono per raggiungere i propri scopi personali,
con la scusa di colonizzare quei popoli considerati ancora privi di progresso e tecnologia.
Missionari e industriali, banchieri e ufficiali dell‟esercito, politici e diplomatici, avventurieri di
ogni risma, criminali ed evasi, trovarono quel consenso e quelle giustificazioni giuridiche e
morali, che furono lo sprone per inaugurare nelle colonie un‟era di barbarie e sfruttamento mai
avute in precedenza.

La politica coloniale sarebbe stata, quindi, la fautrice di un‟ondata di aggressioni e di conquiste


basate non solo sulla distruzione dell‟economia naturale dei paesi colonizzati per favorire gli

3 Ivi, pag. 5.
4 Ivi, pag. 4.

5
interessi di quelli industrializzati, ma avrebbe cambiato completamente il tessuto connettivo
delle realtà sociali e culturali esistenti da secoli.
Questi profondi cambiamenti, instauratisi e protratti per il periodo di dominio coloniale con
caratteri a volte simili e volte dissimili, tenderanno ad avere una risoluzione nella fase
rivoluzionaria della decolonizzazione che, come afferma Fanon, é stata un programma di disordine
assoluto, un processo storico che creò uomini nuovi e nuove identità.
Gli uomini nuovi avrebbero incarnato la volontà di creare la nuova nazione, liberando i territori
da quanto il colonialismo aveva portato con sé; oltre alla cultura del paese dominatore che
aveva espropriato quella autoctona, perché retaggio del passato le cui tradizioni erano ritenute
barbare e prive di logica: la logica dell’uomo europeo.
Sarà proprio dalla cultura che l’intellighenzia africana ripartirà per affermare il proprio mondo,
non attraverso un passato ormai non più esistente, ma, iniziando da quel passato, per costruire
la coscienza nazionale e sociale della nuova nazione.

La rivoluzione quindi avrebbe avuto bisogno del risveglio di una cultura nazionale, ma anche
della lotta armata, della lotta violenta di un popolo che oppresso e assoggettato da tempo,
voleva liberarsi dalla dominazione del paese straniero e dalla sua presenza morale.
Quella presenza morale che gli aveva costruito addosso, l‟immagine dell‟indigeno.
La civiltà coloniale, infatti, sarebbe stata spazzata via, solamente nel momento in cui il
colonizzato “avrebbe alzato la testa” decretando così la rottura della diade relazionale che lega
irrimediabilmente il colono al colonizzato: l’uno non può esistere senza l’altro.
Il popolo colonizzato potendo finalmente raccordare nella propria personalità, la propria entità
di essere umano e non di indigeno “sciocco pigro”, avrebbe unito le forze con il fine ultimo di
creare l‟identità nazionale.

Le opere di Frantz Fanon e di Aimé Césaire sono le custodi di una memoria che, forse,
sarebbe andata persa, perchè hanno fatto da risonanza a un mondo colonizzato che,
sottomesso dalla dominazione e sottoposto alle sopraffazioni, ancora non era in grado di
raccontare quanto successo e quanto stava accadendo durante le lotte di liberazione.
La guerra di liberazione, come afferma Fanon in “I dannati della Terra”, ha la peculiarità di
sciogliere psicologicamente l’irrigidimento dei muscoli del colonizzato.
Grazie alla libertà di movimento, che ha un significato sia fisico che psichico, si allenta nella
mente anche la paura atavica verso il colono; infatti, il popolo africano sgranchendosi realizza la

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consapevolezza di essere uguale al padrone, solo in questo modo avrà il coraggio di prendere le
armi in mano e iniziare la rivoluzione per la lotta di liberazione.

La libertà di movimento e la nuova consapevolezza agiscono all‟unisono, e sono alcuni dei


fattori che hanno favorito la presa di coscienza del popolo africano per sollevarsi contro il
dominatore e mettere in atto l‟indipendenza, attraverso la decolonizzazione.
Questa fase si incentrò sull‟uso smodato della violenza, sia da parte dei colonizzati - per le
vessazioni subite - sia da quella dei coloni, come reazione e in funzione repressiva della
rivoluzione.

Tale decolonizzazione non é mai stata un totale e completo mutamento della situazione
coloniale precedente, a causa dei molteplici interessi che le nazioni ancora avevano nelle ex
colonie.
Anche nelle fasi successive alla decolonizzazione, i nuovi stati indipendenti non riuscirono ad
attuare una situazione economica e politica virtuosa, rimanendo sostanzialmente poveri e ai
margini dello sviluppo mondiale, in quanto: “In quasi un secolo di colonialismo, le nazioni europee
avevano drenato immense fortune in minerali ed altri prodotti, dividendo ben poca, di questa ricchezza con i
paesi originari.[…] L’assenza delle basi politiche ed economiche per la costruzione di democrazie stabili e vitali
causò la caduta sotto regimi totalitari, spesso influenzati dal comunismo sovietico o cinese, o in situazioni di
anarchia e guerra civile”.5
Difatti il continuo drenaggio delle risorse naturali durante la fase coloniale e il disgregarsi del
sistema produttivo locale, senza aver creato alcuno sviluppo economico e industriale, aveva
favorito tutte le premesse per far rientrare le nuove nazioni nel novero di quei paesi
sottosviluppati, considerati Terzo Mondo.

5Alberto Vanolo, Geografia economica del sistema mondo, Territori e reti nello scenario globale, Novara, UTET
Universitaria, 2008, pag. 11.

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1’ capitolo: I fattori che crearono la premessa coloniale:
capitalismo e ideologie.

“La colonizzazione, é la tutela, l’ultimazione


regolare e intensiva delle contrade della zona
tropicale o equatoriale, abitate da popolazioni
indolenti.
É stato, é e rimarrà uno dei piu’ potenti
fattori di civiltà.”
Leroy-Beaulieu 6

A) Capitalismo e opera di civilizzazione: due spinte verso la


colonizzazione.

La letteratura critica sull‟imperialismo coloniale é un coro di voci di differente entità, che si


struttura al fine di dare una spiegazione alle principali motivazioni che hanno giustificato la
colonizzazione, anche di quei territori non ancora coinvolti dalle mire espansionistiche delle
nazioni europee.

Le ragioni prese in considerazione partono da diversi punti, ma giungono tutte ad un unico


risultato: colonizzare terre e le popolazioni autoctone al fine di raggiungere i propri fini.

Gli scopi presi in esame fanno parte di differenti categorie: dalla possibilità di trovare nuovi
mercati, a quella di avere materie prime in gran copia a costi pressoché nulli, da nuovi campi
dove poter investire capitali, alla volontà di esprimere la potenza e la forza di una nazione
attraverso il possesso di territori fuori dei propri confini naturali, non escludendo la necessità
di portare i principi, la cultura e la religione europee a quelle popolazioni ritenute selvagge e
senza alcun progresso tecnologico.

6 Paul Leroy-Beaulieu, Trattato teorico-pratico di economia politica, vol. II, Utet, pag. 888.