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EDOARDO RIPARI

LACCETTA E IL FUOCO
Cultura storiografica, politica e poesia
in Giuseppe Gioachino Belli

BULZONI EDITORE
Volume pubblicato con il contributo di Banca Marche

Si ringrazia la
Fondazione Cassa di Risparmio di Macerata

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della Legge n. 633 del 22/04/1941

ISBN 978-88-7870-490-9

2010 by Bulzoni Editore


00185 Roma, via dei Liburni, 14
http://www.bulzoni.it
e-mail: bulzoni@bulzoni.it
Indice

INDICE

6 NOTA AL TESTO

7 PREFAZIONE, A partire da Vico

27 I. IN MEDIO CONSISTIT VIRTUS.


I lumi meridionali, i Sonetti e lo Zibaldone
27 La strategia della medietas: Vincenzo Cuoco nellorizzonte roma-
nesco
54 La giustizia di Gammardella, il coltello e la corona
79 Er merito de li quadrini
88 Professioni di fede e lumi di unIstoria civile

105 II. TERRA DI SERVIT, TERRA DESIGLI.


Lopera di Belli nella morfologia del discorso nazionale
105 Tra Firenze e Roma
108 I Santi-petti
114 Il romanesco e la nazione italiana
122 La letteratura e il miglioramento del proprio tempo
135 Le cause dellitaliana decadenza
152 Patria e nazione dallo Zibaldone ai Sonetti

179 III. IL CANCHERO NELLA RADICE.


Belli e il paradigma liberale
179 La tentazione liberale
186 Roma mostro dellEuropa
192 Belli e i moti liberali del 1831
208 La sovranezza
214 Larberone. Belli e il liberalismo nei sonetti del 1834

3
Indice

227 IV. CRISTO PER NERONE.


Listoria romana e lo storicismo impossibile
227 Romaccia, lEuropa e gli Stati Uniti
250 Il desiderio dellopera ed il rammarico dellinazione
261 Il sentimento del tempo: storiografia e folclore
275 Roma antica e moderna

293 V. I GIACUBBINI E LA LEGGE DER SIGNORE.


Belli e il paradigma controriformistico
293 Fermenti di irriverenza religiosa
307 Antropologia, religione e ambiguit del folclore
329 Predicazione e predicatori nella Roma gregoriana
335 Predicazione e spirito controriformistico: il linguaggio della paura
343 Il quaresimale: linferno e leternit
351 Deus ridens

357 VI. CATTOLICI O ATEI.


San Giobbe e il tramonto dello Stato pontificio
357 Un giro degli stessi fatti ... (1835-1837)
361 Cupio dissolvi
367 Er Papa novo
374 ... a tempi e ad uomini diversi (1846-1849)
383 Cattolici o atei

393 BIBLIOGRAFIA

399 INDICE DEI NOMI E DELLE OPERE

4
Enza Biagini-Augusta Brettoni

NOTA AL TESTO

Ledizione di riferimento dei Sonetti romaneschi quella curata da Marcello


Teodonio per la Newton & Compton di Roma, che riprende lEdizione Nazionale
curata da Roberto Vighi (Poesie romanesche). Per la numerazione dei testi, tutta-
via, abbiamo seguito in attesa delluscita delledizione critica a cura di Pietro
Gibellini e Lucio Felici, in corso di stampa presso I Meridiani, Mondadori
ledizione a cura di Giorgio Vigolo (Milano, Mondadori, 1952), in quanto la pi
citata nella saggistica su Belli. Per le lettere del poeta, ledizione di riferimento
quella curata nel 1961 da Giacinto Spagnoletti presso Cino del Duca, Milano; ma
abbiamo tenuto presente anche il volume Lettere Giornali Zibaldone, a cura di
Giovanni Orioli, pubblicato nel 1962 da Einaudi. Per le poesie in lingua riman-
diamo a Belli italiano, a cura di Vighi, 3 voll., Roma, Colombo, 1975. ancora
assente, invece, unedizione dello Zibaldone belliano che se si escludono i pochi
stralci trascritti in Lettere Giornali Zibaldone e nellutile lavoro di Stefania Lutta-
zi, Lo Zibaldone di Giuseppe Gioachino Belli. Indici e strumenti di ricerca, pubbli-
cato nel 2006 dalla Aracne di Roma resta pressoch inedito. Nel riportare le
pagine zibaldoniane inedite, al fine di rendere pi agevole la lettura e di adeguare
la grafia ai moderni criteri editoriali, abbiamo dunque sciolto le abbreviazioni del
manoscritto e i segni diacritici & e @, usati da Belli rispettivamente per abbrevia-
re ecc. e versus, qui reso con contro. Laddove stato possibile, inoltre,
abbiamo riportato i testi che Belli cita o indicizza nelle sue carte dalledizione
settecentesca o ottocentesca cui il poeta stesso faceva riferimento. A questo ri-
guardo, rimandiamo alla bibliografia alla fine del nostro volume.

6
Antologia di testi

PREFAZIONE
A partire da Vico

1. Nello stendere la Prefazione allopera postuma di Mario Pagano,


Saggi politici, Vincenzo Cuoco sosteneva che scrivere distoria eterna
dellumanit, uninvenzione in cui lingegno italiano non ha veruno riva-
le. Platone aveva appena traveduta lAtlantide. Vico, al pari di Colombo,
fu il primo a navigarvi 1. Grazie alla Scienza nuova dunque, sembra sug-
gerirci Cuoco, veniva meno ogni sudditanza filosofica dellItalia alla cul-
tura francese, e con laprirsi del secolo decimonono, il secolo della storia,
la prospettiva storicistica di Vico iniziava, dopo decenni di silenzio, a dif-
fondere la sua lezione, mentre gli apostoli vichiani, come ebbe a defi-
nirli Croce, facevano del maestro uno storicista ante litteram, in una pro-
spettiva politica nazionale e non giacobina sulla quale vichismo meridio-
nale e settentrionale trovarono profonda convergenza: il Gran Vico,
insomma, forte dello spessore della dottrina di una storia ideale eterna,
era ormai destinato a dominare lo scenario culturale italiano. Nel 1801,
ad esempio, fu Vincenzo Monti a proporre una traduzione del De anti-
quissima italorum sapientia, pubblicato successivamente dal Romagnosi 2,
e ancora Alessandro Manzoni, nel Discorso sopra alcuni punti della storia
longobardica in Italia, contrapponeva Vico a Muratori, dando al primo
una sorta di priorit: questi infatti non si propose di illustrare alcuna
epoca speciale di storia, ma cerc di insegnare un andamento universale
della societ nellepoche pi oscure; il suo sguardo dunque, rispetto al
Muratori, risultava pi esteso, pi penetrante, pi sicuro, in quanto

1
In Cospito [2002], p. 109.
2
La copertina delledizione del 1816 del Della antichissima sapienza deglitaliani tratta
da latini parlari opera di Giambattista di Vico dalla latina nellitaliana favella recata (Mila-
no, dalla Tipografia di Giovanni Silvestri agli Scalini del Duomo) attribuisce a torto la
traduzione a Vincenzo Monti, e non a Gian Domenico Romagnosi.

7
Edoardo Ripari

mezzo per trasformare in dottrina vitale, in scienza perpetua tante


cognizioni senza principi e senza conseguenze 3. Gli storiografi degli anni
a venire, inoltre, avrebbero fatto propria la polemica vichiana contro il
paradigma romano, e ancora Cattaneo, Romagnosi, Ferrari e Michelet
avrebbero dedicato al filosofo partenopeo scritti di ampio respiro 4. No-
nostante il successo dei Principi di una scienza nuova si situi principalmen-
te nel dibattito politico e intellettuale del bonapartismo e della Restaura-
zione, linfluenza di Vico, in virt soprattutto della propaganda cuochia-
na, coinvolse dunque un orizzonte ben pi ampio, di portata europea.
Lopera di Giuseppe Gioachino Belli, come testimoniano alcune pagi-
ne del suo Zibaldone, dovette fare i conti con le contemporanee sugge-
stioni storiche, filosofiche ed estetiche del vichismo, il rapporto con il
quale si presenta critico e problematico in consonanza con lo straordina-
rio eclettismo di questinedito suddito dello Stato pontificio. Se da un lato
la presenza della Scienza nuova nelle carte zibaldoniane si comporta in
modo carsico, negandoci la possibilit di giungere a sistematiche conclu-
sioni sulla reale riflessione condotta da Belli, dallaltro le stesse carte ci
consentono di costruire un paradigma indiziario sui termini della con-
creta ricezione, da parte del poeta, di motivi vichiani in materia di storia,
religione e in particolare di linguaggio. Nel settimo volume dello Zibaldo-
ne 5, Belli riflette sulle pagine di Giuseppe Martini, Di alcune cose memo-
rabili dItalia, e di Giuseppe De Martinis, Sul progresso umano, e i temi
della discussione sono riconducibili a una dimensione storica, che poggia

3
Manzoni [1963], pp. 40-42 passim.
4
Ricordiamo ad esempio, di Carlo Cattaneo, lo scritto Vico et lItalie pubblicato in Il
Politecnico nel 1839; e il saggio di Giuseppe Ferrari, La mente di Giambattista Vico, Mila-
no, Societ tipografica de Classici Italiani, 1837. Lo stesso Belli conosceva questultima
opera per fama, come deduciamo da una sua lettera a Giacomo Ferretti del 4 agosto
1838 (Gi conoscevo per fama il Ferrari e la sua sublime opera). Lamentando le sue
precarie condizioni intellettuali dopo la morte della moglie Mariuccia Conti, il poeta prose-
guiva per in questi termini: Pare che adesso la natura si faccia giuoco de prodig e si
compiaccia nel confondere le regole del suo consueto procedere. A 25 anni esser gi maturi
e di senno e di conoscenza di fatti! Sino a 14 anni luomo suole essere pochissimo per se
stesso, un punto matematico rispetto al mondo e alla societ. E in 11 anni saltare in groppa
ai profondi filosofi sessagenarii! Legger avidamente quellopera, ma la mia mente non
quella di Vico [...]; in Orioli [1962], p. 285 (dora in poi LGZ).
5
Zibaldone, VII, articoli 4495-4515, carte 210 verso-216 verso.

8
Prefazione

tuttavia su pi vasti problemi filosofici e linguistici, certo cari a un poeta-


glottologo e scienziato. Accanto alla Scienza nuova infatti, oltre al padre
dellempirismo Bacone, troviamo citati nella stessa rosa Hobbes, con il
De cive, Grozio con il De iure belli et pacis, Cartesio, Newton e Galilei, il
Pufendorf del Droit de la nature et des gens, il Montesquieu de Lesprit des
lois; e ancora lHistoire ancienne di Condillac (una vecchia conoscenza
del Belli 6), la Filosofia della storia del De Giorgi Bertola e infine, di parti-
colare importanza, lEssai sur lorigine du langage di Rousseau. Belli torna
poi sullo stesso campo di indagine nel nono volume zibaldoniano 7: lana-
lisi del modesto intervento del Martini si apre ancora su un pi vasto
orizzonte, ed alla domanda del De Martinis Per quali mezzi gli uomini
progredirono nello stato della societ?, il poeta, pur non sviluppando alcu-
na riflessione personale, sembra rispondere riproponendo la stessa rosa
di autori. Linfluenza del metodo induttivo anima a fondo, in effetti, la
strategia poetica di Belli, con la sua estetica della riproduzione fedele e
diretta del vero, la ricerca della dialettalit nella sua forma pura e lap-
proccio scientifico al linguaggio. Lo stesso Vico daltra parte, in uno dei
suoi aspetti pi moderni, ha agito sulla pagina del poeta col suo distaccar-
si dalla favola del Rousseau di una et delloro e del buon selvaggio (che
Belli poteva conoscere e vedere messa in discussione anche attraverso le
pagine di Filangieri e Volney 8), avvicinandosi in questo alla prospettiva di
Hobbes e Pufendorf, e presiedendo alla rappresentazione belliana degli
elementi pi bruti, e poetici a un tempo, della non civilizzata plebaglia
romanesca, per suggerire infine la visione crudele di un mondo abban-
donato a se stesso e senza miglioramento. E ancora Vico, convergen-
do col ginevrino dellEssai sur lorigine du langage, nel porre una sorta di
dialettica tra conoscenza, lingua e distanziamento conoscitivo, nellintui-
zione che la storia e il mutamento della sua idea sono resi comprensibili
dalle trasformazioni strutturali subite, oltre che dalle istituzioni, anche e
soprattutto dal linguaggio, potrebbe aver aperto al Belli unulteriore stra-

6
Va ricordato lo scritto giovanile Sopra lorigine delle umane condizioni, sviluppato in
margine a un saggio dellilluminatissimo Condillak [sic]. Cfr. Muscetta [19832], p. 17.
7
Zibaldone, IX, carte da 301 a 318.
8
Cfr. Volney [1820], pp. 29-35 passim. Belli indicizz con parsimonia Les ruines ou
mditation sur les rvolution des empires di Constantin Franois Chasseboeuf conte di Vol-
ney nel volume II del suo Zibaldone, articoli 1327-1360, carte 240 recto-253 verso.

9
Edoardo Ripari

da verso cui indirizzare il suo problematico rapporto con la parola e le


relazioni di questa con una realt profonda e oscura. Scopriremo del
resto, nel corso del primo capitolo, la centralit del pensiero meridionale
e delle sue dimensioni europee in tutta la produzione del Trasteverino; di
un pensiero dunque che va ricondotto, e che Belli di fatto riconduce a
Giambattista Vico.
I tentativi di ricostruzione della cultura del poeta, trascurando la cen-
tralit ermeneutica del sostrato storico e filosofico, fin qui abbozzato, nel
contesto italiano di primo Ottocento, rischierebbero e in parte hanno
rischiato di sottovalutare leffettiva portata critica e felicemente con-
traddittoria di un retroterra la cui influenza, sebbene non sempre docu-
mentata, ha permeato loperazione poetica di Belli della sua atmosfera,
delle sue costellazioni e riferimenti nascosti, preparando la forma mentis
di un autore che con grande maturit ha cercato, fin dalla sua educazione
giovanile, di inserirsi in un universo culturale che oltrepassasse i ristretti
confini della Roma pontificia. E daltra parte, negando linflusso degli
aspetti pi arretrati di tale background, si corso il rischio di sopravvalu-
tare le reali dimensioni storico-politiche della poesia belliana, e falsare
cos la vera natura degli ostacoli in cui tale poesia ha trovato i suoi limiti e
in essi, parimenti, la sua vera modernit. I punti deboli dello storicismo
che fa capo a Vico, laspetto meno corrosivo e pi indulgente del-
lAufklrung meridionale 9, protratti oltre il confronto con le parallele espe-
rienze europee, investono intimamente la tessitura romanesca dei sonetti;
e sarebbe pretestuoso individuare in questi un loro superamento, storica-
mente improbabile, a favore di un senso della storia progressivo, di un
atteggiamento critico desacralizzante, di una consapevolezza politica lai-
ca e liberale, o addirittura di un sentimento religioso non esente da forme
di ateismo materialistico. Una simile prospettiva si rivela ulteriormente
falsante in quanto viene a porre in secondo piano la reale rottura della
poesia di Belli, che paradossalmente, nei suoi tratti pi arcaici, antistori-

9
Cfr. De Martino [20033], p. 10: [...] mentre lilluminismo anglo-francese nacque e
matur sulla base della reale forza razionalizzatrice di una vigorosa borghesia commerciale
e industriale, operante nel quadro di forti monarchie nazionali in espansione, lilluminismo
napoletano non pot giovarsi delle stesse condizioni, e fu perci pi riservato e pi indul-
gente verso le esigenze di protezione psicologica connesse al ritualismo magico-religioso.
Ma vedi anche Ferrone [2007], pp. 169 ss.

10
Prefazione

ci e mitico-rituali nella compromissione dellautore con una materia


poetata da cui pure avrebbe voluto distaccarsi trova i suoi punti di forza
e un fascino senza tempo.

2. Giambattista Vico, pur potendo vantare a pieno diritto il titolo di


maestro di storicismo, si pone in realt a monte della nuova concezione
storiografica basata sullidea di svolgimento lineare e progressivo degli
eventi; la sua teoria dei corsi e ricorsi, infatti, pur coerente con una storia
ideale eterna vera scienza delluomo nella corrispondenza di verum et
factum , trascina inevitabilmente con s unidea zoppicante di progresso,
nel rischio continuo che le barbarie, malgrado o in virt del sempre vigile
operato della provvedenza, facciano ritorno. La suggestione di questa
dottrina, pi che scaturire da unintima riflessione filosofica, pare affac-
ciarsi al pensiero belliano nel confronto con una realt plebea la quale,
pur essendo il risultato di ancestrali stratificazioni culturali, sembrava aver
conservato caratteristiche proprie delle societ arcaiche, non alfabetizza-
te, con la loro rivolta contro il tempo concreto e storico, lostilit ad ogni
tentativo di storia autonoma e il deprezzamento degli avvenimenti senza
modello transtorico 10: una realt di archetipi e ripetizioni che coinvolge-
vano e determinavano intimamente la vita quotidiana dei Romaneschi,
spesso colti e rappresentati nel loro aspetto pi primitivo. La rielabora-
zione poetica di questi temi, daltra parte, sembra aver subito linflusso
anche dei motivi peculiari di una lettura belliana parallela alla Scienza
nuova: la riflessione di Belli su Les ruines di Volney ha senza dubbio sug-
gestionato la rappresentazione poetica della circolarit temporale ancora
viva nella plebe pontificia, e sviluppato un sentimento stupito e amaro dei
mutamenti storici, avvertiti nella loro incombenza funesta (lo stesso Fran-
cese, del resto, meditava su di una necssit funeste); nonch, quella
sorta di percezione orientale e fatalistica della temporalit che lidolo-
gue attribuiva a chi, discompagnato dalleducazione e dalla civilizzazio-
ne, guardava allo scorrere dei fatti, subendoli 11.
Linfluenza della Scienza nuova e delle Ruines in questa prospettiva e
resa poetica appare diretta in un sonetto del 9 dicembre 1834, Li monni
(1379), dove Belli sembra riprendere, nel suo gioco colto con lincultura

10
Cfr. Eliade [1999], p. 9; e mi permetto di rimandare a Ripari [2006b], pp. 20-44.
11
Volney [1820], pp. 12-14 passim.

11
Edoardo Ripari

popolare, laffascinante Degnit della geografia poetica dellillustre Parte-


nopeo, secondo cui gli uomini le cose sconosciute e lontane, ovessi non
ne abbian avuto la vera idea e la debbon spiegare a chi non lha, le descri-
vono per somiglianze di cose conosciute e vere 12; un assunto, questo,
che trascina ancora con s una visione ciclica delle cose umane:

Che ttimpicci Fra Elia?! Tutti li grobbi


che stanno sparzi pe li sette sceli
sce se troveno ebbrei, turchi e ffedeli
come in ner nostro? Miserere nobbi!

Tu me dichi una cosa che mme ggeli.


Vedi quanti Abbacucchi, quanti Ggiobbi,
quanti Santi Re Ddvidi e Ggiacobbi,
e quanti Merdocchei, Caini e Abbeli!

Vedi quantantre vecchie co locchiali!


quantantri cappuccini co le sporte!
e cquantantri peccati origginali!

Cristo! quantantri re! quantantre Corte!


freggna! quantantri Papi e Ccardinali!
cazzo! quantantre incarnazzione e mmorte! 13

12
Vico [1990], pp. 494 e 793.
13
Interessante, a riguardo, una riflessione di Teodonio [1998], vol. II, p. 252, che scrive:
La concezione ciclica del tempo e della storia trova in questo sonetto una delle sue pi
riuscite e compatte espressioni. Lidea che la storia non sia lineare ma ciclica attraversa la
cultura sia in ambito religioso, come qui dove viene proposta da un frate, che laico [...]. Nello
spazio di quattordici versi, Belli riassume la storia del mondo, dallinfinito spaziale (prima
quartina) la cui visione gela il parlante, alla storia degli uomini che comincia, com giusto,
dallAntico Testamento (seconda quartina), giunge alle quotidiane minime presenze del tem-
po presente e ritorna agli inizi della storia con il ricordo del peccato originale (prima terzina),
si allarga alla visione delle massime autorit della storia, per proiettarsi di nuovo, con incarna-
zione e morte, allinfinito del mistero divino; al tempo stesso ripercorre, con vertiginosa intui-
zione, il sorgere stesso dellidea di Dio, stravolgendone la direzione e il significato: lo sbalor-
dimento vichiano delluomo che, guardando linfinita ripetitivit del tutto, elabora lidea di
Dio, si trasforma nellirrisione finale dello stesso percorso culturale.

12
Prefazione

Daltra parte, necessario pensare alle difficolt effettive a concepire


la storia nel suo aspetto dialettico, anche per un autore emancipato quale
certo era Belli, in uno Stato pontificio che si negava allo spiritualismo
liberale e alla sua visione ottimistica della libert umana, ed era proiettato
verso un controriformismo che a sua volta mirava ad un recupero del
dogmatico e rigidamente gerarchico paradigma medievale. Il rapporto
del Belli con le idealit storicistiche di mutamento e progresso non poteva
che essere ambiguo, come pure avviene nelle pagine vichiane in cui lo
svolgersi della storia, pur concepita come creazione delluomo, culmina
in qualcosa che si avvicina pi alla necessit del fato che alla libera scel-
ta 14. Una storia vissuta come accadimento, una storia subita nella nega-
zione della libert decisionale, poneva Belli nel rischio di ricadere nel-
lorizzonte della rassegnazione plebea, di condividere un fatalismo omeri-
co che le parole di Volney certo scongiuravano, ma che non venne mai
effettivamente vinto dal poeta. Un senso di angosciosa incombenza, inve-
ro, resta latente nel cantore del popolo di Roma, laddove, sulla rischiarata
coscienza, veniva a prevalere il sedimento, nella carne delluomo, di ele-
menti ancestrali e biografici mai dal tutto esorcizzati; la giacenza, nel suo
sensibile intelletto, di temi e problemi riconducibili alle ansie dellam-
biente culturale pontificio e reazionario.
In effetti, proprio negli anni in cui il giovane Giuseppe Gioachino si
ritrov gettato nel tragico orizzonte degli eventi segnato indelebilmente
dalla Rivoluzione francese, la stessa pubblicistica cattolica controrivolu-
zionaria dovette fare i conti con linedito incalzare della storia, proponen-
do un confronto tra percezione circolare dei mutamenti e unicit di
un quadro storico che offriva uno spettacolo non mai pi veduto nel
mondo 15. Un misterioso scrittore pontificio, che si firmava con lo pseu-
donimo Giovan Battista Gemini, ribadiva ad esempio che la storia, nel
suo succedersi di mutazioni, non era che un eterno ritorno dellidenti-
co. Eppure, il rovesciamento messo in atto dai fatti di Francia sembra-
va contraddire in maniera definitiva il Nihil sub sole novum presentandosi
come assolutamente unico, privo di qualsiasi esemplarit. Lungi dal pen-
sare alla storia in una dimensione dialettica, tuttavia, Gemini, e con lui la

14
Lwith [2004], p. 149.
15
Guerci [2008], pp. 14-15.

13
Edoardo Ripari

pi fitta schiera dei pubblicisti reazionari, scorgeva in questa stessa unici-


t una degenerazione radicale del circolo storico, visto sempre pi in una
prospettiva pessimistica che gi Alfonso Muzzarelli, nello scritto Delle
cause dei mali presenti, identificava con linaudito attacco alla Chiesa cat-
tolica sferrato dalla Rivoluzione, la quale introduceva nelle aspettative del-
luomo uno spirito di vertigine testimone del silenzio di Dio. La de-
generazione, insomma, diveniva estesa e universale 16. E in effetti, se la
visione ciclica, in virt della sua intrinseca esemplarit, aveva consentito
di pensare allHistoria come magistra vitae, gli eventi del 1789 conduceva-
no ora, e inevitabilmente, a un futuro aperto, senza esempio 17 che, come
osservava Koselleck citando lEssai historique, politique et moral sur les
rvolutions anciennes et modernes di Chateaubriand (1797), aggravava lo
scetticismo, se non meglio il pessimismo di tanta parte dei pensatori euro-
pei 18.
difficile credere che anche questo sostrato culturale, assimilato dal
poeta negli anni della sua prima, drammatica esperienza del mondo, non
abbia in qualche modo determinato lo scarto evidente tra la sua cultura
storiografica e filosofica orientata in senso progressivo e razionale, e un
effettivo pessimismo che definiremmo sallustiano. Ancora nella stagione
postromanesca, invero, in tardi ma significativi appunti, Belli memore
anche del Machiavelli tornava a pensare alla storia come a un giro degli
stessi fatti ... a tempi e ad uomini diversi; e allo stesso tempo, certo pen-
sando a Vico in particolare alle Degnit LXVI e LXVII (Gli uomini
sentono prima il necessario, di poi badano allutile, appresso avvertiscono
il comodo, pi innanzi si dilettano nel piacere, quindi si dissolvono nel
lusso, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze 19; e ancora: La
natura dei popoli prima cruda, di poi severa, quindi benigna, appresso
dilicata, finalmente dissoluta 20) stilava un piccolo prospetto delle tre et
dellaristocrazia (let della superiorit, let dei privilegi, let della vani-
t. Uscita dalla prima, degenera nella seconda, e si estingue nella terza 21)

16
Ivi, p. 193.
17
Ivi, p. 15.
18
Koselleck [1986], pp. 50-54 passim.
19
Vico [1990], pp. 519-520.
20
Ibidem.
21
LGZ, p. 571.

14
Prefazione

che coniugava circolarit e intuizione di una degenerazione progressiva


della storia. Il poeta in effetti era perfettamente e tragicamente consape-
vole di trovarsi a vivere in una terza et, in un mondo al crepuscolo, in
attesa di inevitabili, nuove barbarie.
Gli stessi illuministi e idologues per, e Volney in particolare, che Belli
lesse attraverso una sorta di ermeneutica dellalterit, ovvero riconducen-
done la forza progressiva al proprio orizzonte di desolata meditazione,
ebbero un peso notevole nella formazione di un atteggiamento pessimisti-
co e disincantato. Nel XIII capitolo delle Ruines (Lespce humaine samlio-
rera-t-elle?) egli poteva incontrare un ulteriore prospetto delle varie fasi
che condussero gli Stati, e con essi luomo, alle macerie attraverso un
obbligato processo degenerativo. Una memoria vichiana, del resto, sem-
bra percorrere la pagina dellidologue, che ricostruiva il corso delluma-
na civilt per tappe, a partire dallet dellinfanzia o dellanarchia, passan-
do per unet aristocratica o dei privilegi, dominata dallestrema inegua-
glianza di ricchezze e condizioni, unet monarchica dal potere forte e
dalle ferree leggi, fino allinevitabile avvento della tirannide, cui sempre
segue la strada delle rivoluzioni e un nuovo grido di libert, un mor-
morio segreto contro loppressione, uninquietudine salutare che si
interroga su quello che , contrapponendovi quello che dovrebbe essere.
Volney, invero, scorgeva in questa successione storica i sintomi dellav-
vento di una nuova ed attesa era (et un mouvement immense va natre,
un sicle nouveau va souvrir! sicle dtonnement pur le vulgaire, de sur-
prise et deffroi pour les tyrans, daffranchissement pour un grand peo-
ple, et desprance pour toute la terre! 22); non cos poteva essere per il
suddito pontificio. La lezione illuministica, infatti, consent a Belli di giun-
gere ad una consapevolezza inedita del presente, senza offrirgli, tuttavia,
alcuna soluzione condivisibile e praticabile. Il cammino belliano verso la
verit effettuale, insomma, non riusc a tradursi in condivisione di un vero
storico e progressivo, di unideologia.
Un contesto storico-politico del tutto particolare, dunque, un preciso
retroterra filosofico e una disposizione esistenziale convergono nel farci
scoprire come immaturo, rispetto al nuovo paradigma, latteggiamento
storicistico e razionalistico della poesia belliana, al di l delle sue intenzio-

22
Volney [1820], p. 81.

15
Edoardo Ripari

ni monumentali e al contempo documentarie. Che i limiti individuati per-


meino la stessa dottrina di Vico, per, facile rilevarlo proprio dalle
riflessioni dei suoi apostoli: necessario chiedersi, infatti, fino a che
punto la storia ideal eterna, questa teologia razionale del mondo civi-
le, fosse accolta positivamente nel dibattito ottocentesco sullutilit della
storia per la vita; fino a che punto, dunque, essa riesca ad evitare i termini
negativi di una rassegnazione a un progresso ostacolato dalla circolarit
fenomenologica degli eventi. Una questione che ha ripercussioni inevita-
bili anche su un piano strettamente politico. Il venir meno di istanze pa-
lingenetico-rivoluzionarie e giacobine negli scritti di Cuoco o di Mario
Pagano, in effetti, aveva accentuato i dubbi non solo su quelle che, di l a
poco, Leopardi definir ironicamente come magnifiche sorti e progres-
sive dellumanit, ma pi in generale sulla razionalit della storia e quin-
di sullutilit del suo studio per orientarsi nel mondo presente se non per
scorgere le prospettive future 23. Il problema veniva focalizzato, tra il 1806
e il 1814, dal vichiano Melchiorre Delfico nei suoi Pensieri su lIstoria e
sullincertezze di essa ed utilit della medesima. Ed rilevante che Delfico,
nella sua argomentazione, si appoggi proprio sullautorit del maestro, e
soprattutto che la risposta di Cuoco in favore della storiografia, pi che
una smentita alle conclusioni dei Pensieri, sembra confermare un uso po-
litico e strumentale di ambiguit culturali ascrivibili a questioni intima-
mente vichiane 24. Lo stesso Genovesi daltra parte, che nel suo Discorso
sopra il vero fine delle lettere e delle scienze aveva chiarito definitivamente
il programma culturale della prima generazione di illuministi napoletani,
gi nel 1754 era caduto vittima di una visione ciclica delle vicende umane,
sempre minacciate da forze capaci di far precipitare lEuropa nuova-
mente nei secoli bui 25. Gaetano Filangieri, altra importante presenza
zibaldoniana, ci offre a sua volta una simile prospettiva. Il suo contrattua-
lismo, certo straordinariamente moderno, riformista, storico-evolutivo e
antirivoluzionario, non riusc a sfuggire a quella dottrina triadica dei corsi
e ricorsi, da cui la maggior parte della storiografia e della riflessione filo-
sofica successive si sarebbero programmaticamente smarcate. Lautore della
Scienza della legislazione si pone senza dubbio su un piano critico vantag-

23
Cospito [2002], p. 187.
24
Cfr. ivi, pp. 186-189.
25
Ferrone [2007], pp. 162-163.

16
Prefazione

gioso, che fa capo a una cultura legislativa e politica, e non meramente


storica: nella sua opera, infatti, il carattere anacronistico della pur rivoluzio-
naria riflessione di Vico, si esercita allinterno di un orizzonte pragmatico
rivolto allimmediato presente e al futuro pi vicino; non occorreva a Filan-
gieri guardare alla storia per trovare nella sua idealit eterna sostrati e sinto-
mi di ritorni ai tempi barbari; la realt chiusa e immobile del mondo ponti-
ficio, la natura teocratica del suo governo in particolare, erano gi, per lui,
la testimonianza diretta di uno stato vigente di barbarie, contrapposto ai
nuovi valori storici incarnati dalla nascente nazione americana. Leggiamo
del resto nel libro III, capitolo XXXV della sua opera:

Il governo democratico non pu nascere che dalla corruzione duna di queste


costituzioni. Se laristocrazia diviene violenta e tirannica, se la monarchia de-
genera in un dispotismo feroce, allora il popolo, stanco di soffrire, si desta dal
suo letargo, innalza il suo capo, vede i suoi diritti, misura le sue forze, combat-
te, espelle e fugge i suoi tiranni, innalza i trofei della libert nella sua patria e li
va a stabilire altrove, nellisole, sugli scogli, su monti e fra le maremme, dove
lacqua e la terra combattono per lui e difendono i suoi preziosi diritti 26.

squisitamente vichiano questo tema della corruzione e della pro-


gressiva decadenza delle forme di governo, che si relaziona direttamente
con un principio di ciclicit ancora lontano dal trasformarsi in quello spi-
ritualismo dialettico che iniziava a guidare, quasi fosse una fede religiosa,
gli animi dei veri liberali. E daltro canto, il riformismo scientifico e tecno-
cratico presente nella Scienza nuova e nelle opere coeve o immediatamen-
te successive dei Partenopei, non acquist mai lo spessore, la consapevo-
lezza, lorganicit di una vera e propria ideologia scientista, la dimensione
tutta politica dellIlluminismo teorizzato nei decenni successivi nei salot-
ti parigini, a Filadelfia, Berlino ma anche a Torino e Milano 27.

26
Filangieri [1822], tomo II, pp. 261-262. Ancora Carlo Denina [1826], nelle sue Rivo-
luzioni dItalia indicizzate da Belli nel IX volume zibaldoniano , riprendeva questo mo-
tivo, ricollegandosi per agli storici antichi piuttosto che al Vico. Cfr. ad esempio il tomo
III, libro IX, p. 3: La storia di venti e pi secoli troppo bene conferma quello che i primi
scrittori di politica hanno osservato e scritto: cio che dalla tirannide nasce dordinario il
governo libero, siccome dallabuso della libert rinasce il dispotismo e la tirannia. Vedi
infine Casini [1998].
27
Ferrone [2007], p. 170.

17
Edoardo Ripari

Lambiguit metodologica e storico-politica che riscontriamo nel vi-


chismo, dunque, non poteva non coinvolgere la riflessione e la produzio-
ne poetica di Belli. Lo Zibaldone, in primo luogo, pur testimoniandoci
interessi storiografici e scientifici profondi e di grande spessore critico e
culturale, in gran parte ascrivibili alle nuove prospettive paradigmatiche,
ci fa scoprire il continuo ricadere del Trasteverino verso le suggestioni di
giacenze superstiziose, verso i limiti di una storiografia nostalgica se non
reazionaria, di un astrattismo politico di impronta settecentesca e preri-
voluzionaria e di un moralismo tacitiano che concepisce la storiografia
come mera raccolta di exempla, con lesclusione, tuttavia, di quellexem-
plum plutarchiano, eroico, che aveva animato e continuava ad animare le
coscienze pi rischiarate di quei decenni, memori di Vittorio Alfieri.

3. Nei sonetti romaneschi, del resto, la questione si complica ulterior-


mente. Nel 996 proprio un principio vichiano, vissuto con numerose
contraddizioni, a rafforzare una resa poetica dai tratti chiaramente extra-
storici se non antistorici. la vichiana corrispondenza di filogenesi e on-
togenesi a muovere i sonetti verso una rappresentazione fiabesca della
realt cantata: agisce in questa prospettiva non il Vico del metodo e della
storia, ma lo scopritore dei principi di mitologia e poesia, delle favole
come vere e severe storie, per cui la fantasia tanto pi forte quanto
pi debole il raziocinio, e il pi sublime suo valore alle cose insensate
dar senso, giacch propriet dei fanciulli di prender cose inanimate e
trastullarsi (Degnit XXXVI e XXXVII) 28. Un principio, questo, che ci
ricorda da vicino la poetica di Leopardi 29, altro grande suddito dello Sta-
to pontificio. Ed unidea che ci fa scorgere un Belli alle prese con un
gioco poetico dai connotati infantili, di regressione nella parola e nel mon-
do, in quel primordio ancestrale in cui egli si immerge, in quel dialetto dai
connotati aurorali verso le cui madri egli precipita. La naturale inclina-
zione del volgo a fingersi le favole viene estesa in effetti, nelle pagine della

28
Vico [1990], p. 509.
29
Cfr. ad esempio il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, in Leopardi
[20012], p. 972: Quello che furon gli antichi, siamo stati noi tutti, e quello che fu il mondo
per qualche secolo, siamo stati noi per qualche anno, dico fanciulli e partecipi di quella
ignoranza e di quei timori e di quei diletti e di quelle credenze e di quelle sterminate opera-
zioni della fantasia.

18
Prefazione

Scienza nuova, ai primi uomini, fanciulli del genere umano, e insieme ai


poeti, che per primi hanno dato una forma linguistica alla realt, e hanno
creduto, loro stessi primitivi e fanciulli, che il cielo non fusse pi
suso delle alture dei monti (come tuttavia or i fanciulli credono di poco
pi alto de tetti delle lor case) (Degnit XLIX) 30. Dando il primato a
questa stessa fantasia, dunque, a quella meraviglia che figliuola del-
lignoranza (Degnit XXXV) 31, Belli scorge nei suoi locutori la credenza
che la faccia della luna sia quella di Caino che piange, in seguito alla ma-
ledizione divina 32, o che latmosfera sia popolata da una moltitudine di
folletti sin dalla famosa caduta degli angioli ribelli, anteriore alla fonda-
zione del mondo, come accade nella nota ottava del vichiano sonetto Li
nuvoli (1172), che sembra parafrasare direttamente, nello stupore di una
lingua abbietta e buffona, la XXXIII Degnit (la fisica deglignoranti
una volgar metafisica: con la quale rendono le cagioni delle cose chigno-
rano alla volont di Dio, senza considerare i mezzi de quali la volont
divina si serve 33):

Stateme bbenattente, che vve vojjo


spieg cche ss li nuvoli, sorelle.
S ttante pelle gonfie, uguala cquelle
che cqui a Rripetta sce se mette lojjo.

Me s ffatto cap? Ddunque ste pelle


sempieno dacqua e de tutto limbrojjo
de grandine e dde neve. Oh, mm vve ssciojjo
er come Iddio p ff ppe sostenelle.

Iddio manna li spiriti folletti,


che soffiannojje sotto co la bbocca,
li vanno a ssollev ssopra li tetti.

30
Vico [1990], pp. 513-514.
31
Ivi, p. 509.
32
Cfr. Er Ziggnore e Ccaino, (1146), nota 9.
33
Vico [1990], p. 508.

19
Edoardo Ripari

Si in questo quarche nnuvolo se tocca,


sce se fanno cqua e ll ttanti bbuscetti,
e allora piove ggi, ggrandina e ffiocca.

Sembra corretto, sotto questi rispetti, chiedersi con Giorgio Vigolo se,
in fondo, lo stato di ignoranza, il buio di fallacie che avvolgeva la
plebe di Roma, non venga ad offrire a Belli la condizione di primordiali-
t alla quale allora da tutte le parti si mirava. Non attuava esso meglio
di ogni altro linguaggio si domanda ancora Vigolo listanza estrema di
un rovesciamento di posizioni che alla forma illustre, al cerimoniale delle
accademie aveva contrapposto la Natura, Rousseau, luomo selvaggio di
Hobbes, il bestione tutto stupore e ferocia di Pufendorf, o, infine, la poe-
sia primigenia dei primi uomini di Vico nata da ignoranza di cagioni, la
qual fu loro madre di maraviglia di tutte le cose? 34. Se pensiamo al
romanesco come dialetto in grado di divenire a sua volta generazione di
una nuova lingua o linguaggio, dare una risposta positiva a questi legittimi
interrogativi diviene spontaneo; e per buone ragioni. Vanno fatte tuttavia
alcune precisazioni, senza le quali cadremmo nellerrore di non cogliere
importanti sfumature e divergenze della pagina belliana dalle contempo-
ranee esperienze romantiche, o ancora da altre forme di vichismo lettera-
rio, quali ritroviamo ancora in Leopardi o in Foscolo.
In un significativo appunto, la vichiana sapienza degli antichi viene
trasformata dal Belli in incredibile sapienza che hanno gli ignoranti a
dire spropositi. Se ne ascoltano di s nuovi che tutta la mente di Vico e di
Romagnosi non saprebbe giungere ad immaginare 35. Questa precisazio-
ne dautore tuttaltro che priva di conseguenze: la realt romanesca, in
effetti, rivelava a Belli problemi che oggi appaiono comprensibili se rap-
portati a un percorso poetico dallapproccio in parte empirico, come ab-
biamo visto, e dallaltra deduttivo e costrittivo, nellambiguit posta tra
discorsi popolari dominati dallincultura e il loro svolgimento in una
poesia che, pur annullando miracolosamente ogni riferimento intertestuale,
si presenta come operazione insieme culturale ed ontologica. Ad una pri-

34
Vigolo [1963], vol. I, p. 65.
In Muscetta [1989], p. 49 (il corsivo mio). Nelle parole di Belli potrebbe trovarsi leco
35

di due opere di Giuseppe Ferrari, La mente di Vico, sopra ricordata e plausibilmente letta
avidamente dal poeta dopo il 1838, e La mente di Romagnosi, Milano, Fanfani, 1835.

20
Prefazione

ma lettura si percepisce in Belli uninterpretazione non chiara del dato


poetico e linguistico, della demarcazione effettiva, cio, tra una fenome-
nologia di tipo universale e fantastico e unaltra di tipo derivato e
a posteriori. In realt Belli tende con tutta evidenza, in virt di una scel-
ta, pi o meno consapevole, di natura tanto storico-politica e linguistica
quanto religiosa, ad evidenziare il secondo aspetto, fino a farne uno dei
tratti pi originali della sua poetica: il sostrato atemporale colto nei sonet-
ti, Belli tende a considerarlo un superstite, una giacenza che la coscienza
colta, e profondamente cristiana ha superato, rivelato nella sua falsit;
diviene dunque loggetto di un atteggiamento aggressivo e affascinato ad
un tempo. La fantasia resta senza dubbio il grande privilegio dellattivit
intuitiva e intellettiva plebea, eppure questinventiva, questa immagina-
zione, in quanto spropositata, considerata non tanto operazione natura-
le, quanto rivisitazione corrotta di sedimenti e accumuli culturali millena-
ri e ormai fossilizzati, ed insieme di idee precipitate dallalto di una cul-
tura, quella pontificia e teocratica, a sua volta fantasiosa e incomprensibi-
le (si pensi al latino e alle sue deformazioni popolari), e per questo riavvi-
cinata dalla plebaglia al suo orizzonte conoscitivo: un orizzonte istintivo e
sensuale, materialistico e intriso di superstizione. Lo stesso romanesco
considerato da Belli a sua volta una corruzione di una lingua alta, come
il poeta afferma nellIntroduzione ai sonetti definendolo un idiotismo
continuo, una favella tutta guasta e corrotta, e come ancora ribadir
nel tardo 1861 nella nota lettera al principe Gabrielli del 15 gennaio:

Il parlar romanesco non un dialetto e neppure un vernacolo della lingua


italiana, ma unicamente una sua corruzione o, diciamo meglio, una sua stor-
piatura. Un dialetto, ed anche un vernacolo, indistintamente parlato da tutte
le classi del popolo a cui appartiene, salvo luso promiscuo dellidioma illustre
in chi lo abbia appreso dalla educazione o dai libri. Non cos del romanesco,
favella non di Roma, ma del rozzo e spropositato suo volgo 36.

Da questa constatazione che rigetta a priori istanze illuministiche e


gi vichiane alla negazione della poesia popolare e ingenua esaltata
dallambiente romantico italiano ed europeo, a sua volta intriso delle sug-

36
LGZ, pp. 377-378.

21
Edoardo Ripari

gestioni della Scienza nuova, il passo breve. Leggiamo ancora nellIntro-


duzione:

Il popolo quindi, mancante darte, manca di poesia. Se mai cedendo allimpe-


to della rozza e potente sua fantasia, una pure ne cerca, lo fa sforzandosi di
imitare la illustre. Allora il plebeo non pi lui, ma un fantoccio male e goffa-
mente ricoperto di vesti non attagliate al suo dosso. Poesia propria non ne ha,
e in ci errarono quanti il dir romanesco vollero sin qui presentare in versi che
tutta palesano la lotta dellarte colla natura e la vittoria della natura sullarte.

In effetti, la sottostoricit in cui colta la realt plebea un fenomeno


di origine squisitamente linguistica e storica, il sottoprodotto di una so-
vrastruttura storica e di una sovrastoria in cui il fenomeno di destorifica-
zione 37 e ritualizzazione della temporalit quotidiana di fronte alla mi-
naccia concreta di una nuova storia faceva capo allistanza fisiologica di
conservazione del potere attraverso il mantenimento delle forze agenti in
una totale immutabilit. E del resto, in linea con la lezione di Vico, gi
Volney aveva ricondotto la nascita e la permanenza degli elementi super-
stiziosi nelle societ umane, di quei fenomeni che lo stesso Belli riconduce
alle tenebre dellignoranza, a dinamiche prettamente linguistiche, in un
percorso di progressiva confusione di idee ascrivibile al passaggio da
un linguaggio condiviso socialmente e pervaso di senso proprio a
una fase intermedia in cui le istanze fisiche della lingua si elevano a un
piano morale e mitologico, fino alla condizione degenerata in cui luso
strumentale della parola presiede alla nascita delle classi sociali, della ine-
guaglianza tra gli uomini e di un potere dispotico e oscurantista 38.
Il plebeo belliano, dunque, appartiene solo in parte a quellenfance
de la raison che gi Vico aveva descritto, che Rousseau aveva fatto pro-
pria, aprendo la strada ai romantici, che Hobbes aveva gi condotto ad

37
Di destorificazione in quanto occultamento protettivo della storicit dellesiste-
re e risoluzione del divenire nella iterazione dellidentico parla De Martino [1995] (pp.
122-123 e p. 64) che, nel tentativo di integrare lo storicismo crociano con la fenomenologia
religiosa, osserva (p. 62): Il divenire angoscia, soprattutto nei momenti di crisi dellesi-
stenza: listituto religioso della destorificazione sottrae questi momenti alla iniziativa uma-
na e li risolve nella iterazione dellidentico, onde si compie la cancellazione della storia
angosciante.
38
Volney [1820], pp. 159-171 passim.

22
Prefazione

opposte ed altrettanto radicali conclusioni, e che infine, per restare


in ambito zibaldoniano, lo stesso Volney aveva definito in questi ter-
mini:

Avant quune nation et reu duna autre nation des dogmes dj invents;
avant quune gnration et hrit des ides acquises par une gnration an-
trieure, nul de tous les systme composs nexistait encore dans le monde.
Enfans de la nature, les premiers humains, antrieurs tout vnement, novi-
ce toute connaissance, naquirent sans aucune ide, ni de dogmes issus de
disputes scholastiques; ni de rites fonds sur des usages et des arts natre; ni
de prceptes qui supposent un dveloppement de passions; ni de codes qui
supposent un langage, un tat social encore au nant; ni de divinit, dont tous
les attributs se rapportent des choses physiques, et tous les actions un tat
despotique de gouvernement; ni enfin dame et de tous ces tres mtaphysi-
ques que lon dit ne point tomber sous les sens, et qui cependant, par toute
autre voie, laccs lentendement demeure impossible 39.

Anche Filangieri, invero, aveva respinto con fermezza ogni suggestio-


ne esotica a favore del buon selvaggio, chiudendo il capitolo I, paragrafo
I della sua Scienza con queste parole:

Queste poche riflessioni basteranno per farci vedere sulla terra la societ cos
antica come luomo e per farci vedere nel selvaggio che erra nei boschi non gi
luomo naturale, ma luomo degenerato, luomo che vive contro il suo istituto,
contro la sua destinazione, in poche parole la rovina e la degradazione della
specie umana piuttosto che il simulacro vivente della sua infanzia 40.

La posizione di Belli su questi temi, in effetti, riflette una caratteristica


del pensiero illuministico italiano, nel quale era assente ogni atteggiamen-
to benevolo verso i selvaggi, e di conseguenza verso ogni utopia primi-
tivistica 41. La scelta a favore del cattivo selvaggio propria del-
lAufklrung meridionale, anzi, testimonia una permanenza di suggestioni
controriformistiche 42 che, ben presto, avrebbe causato lesaurimento delle

39
Ivi, pp. 154-155.
40
Filangieri [1822], p. 51. E cfr. Ferrone [2007], pp. 185-186.
41
Ivi, p. 187. E vedi pp. 188-190.
42
Ivi, p.191.

23
Edoardo Ripari

stesse forze politiche orientate in senso liberale e repubblicano, e laggra-


varsi di uno scetticismo verso le idee di uguaglianza e libert individuale.
Questi limiti, dunque, si sarebbero riversati inevitabilmente sulla rifles-
sione che Belli conduceva sui temi strutturali alla sua rivoluzionaria deli-
berazione poetica: una riflessione tanto pi impossibilitata ad aprirsi con
serenit a un orizzonte progressivo ed olimpico quanto pi minacciata
dallirrompere di un retroterra antropologico negativo, venato di un pes-
simismo biblico e agostiniano.
I Romaneschi dei sonetti, dunque, sono con tutta evidenza primiti-
vi e postumi insieme, e la convergenza, nel monumento, tra demoni-
smo popolare e demonismo soggettivo 43, parimenti antropologica,
psicologica e culturale, giacenza storicamente determinata di istanze, vi-
sioni, dogmi, fantasie ascrivibili a un paradigma controriformistico pro-
lungato, attraverso una pianificazione politica, oltre i termini del suo cor-
so storico. Sotto questi riguardi, Samon nel giusto nel contestare a Vi-
golo che pure ha colto meglio di ogni altro il fenomeno descritto la
rappresentazione di un Belli avulso dalla storia e dalla sua epoca, e nel
rilevare insieme, con la dovuta attenzione, come pure il tempo di Belli
contenga in s una notevole dose di atemporalit, in quanto scarsa-
mente materiato di fatti che ne scandiscono il ritmo, determinandone il
colore e le caratteristiche 44. La grandezza del Belli sta, suo malgrado, nel
cogliere questo processo politico e antropologico di destorificazione re-
ligiosa, trovandosi inoltre in una posizione sociale a sua volta esclusa
dallorizzonte degli eventi. Nellimpossibilit di accedere a una visione
dialettica della storia, la posizione critica del poeta tendeva dunque a ri-
solversi in un atteggiamento di compromesso tipico, daltra parte, del-
lilluminismo e del pensiero meridionali 45. Nel duplice demonismo dei

43
Vigolo [1963], vol. I, p. 195: Tutto ci che il Belli rappresenta di questo mondo
infero, infero in lui stesso, cio una parte condannata e repressa della sua istintivit.
44
Samon [1969], p. 105.
45
Si tratta, in effetti, per dirlo con le parole di De Martino [20033], p. 142, di un
compromesso fra una coscienza culturale superiore, che ha appreso dallilluminismo il
grande tema della razionalit delluniverso, e della potenza trasformatrice dellopera uma-
na rischiarata dal lume della ragione, e una coscienza culturale inferiore, ancora non supe-
rata, secondo la quale, al contrario, tutto va di traverso con una regolarit e una prevedibi-
lit che costituiscono esattamente il rovescio di un mondo illuminato.

24
Prefazione

sonetti, luno sedimento di un sostrato pagano, laltro accumulo di istanze


irrazionali represse e liberate dal dialetto, Belli da un lato subisce la fasci-
nazione intima e poetica degli elementi fantastici, ancestrali e selvaggi della
plebe in cui si immerge, di quella turba di cui le carte zibaldoniane ci
offrono questa significativa definizione:

etimologia popolo. Turbare, turbamento, mente turbata, turbolen-


to etc. etc. = sono astratti e translati di turba. La turba o il popolazzo n la
radice.
Tutto ci che confuso, disordinato, inconseguente, instabile, prerogativa
della turba, del popolo. Il muoversi senza motivo, senza ordine, senza scopo,
ma solo alla merc delle impressioni del momento, propriet della turba.
Dunque il turbare la mente, i pensieri, gli affetti, lesser turbato etc. equiva-
le al dare allanimo, al cuore, il disordine che si ravvisa nellandar delle turbe
(Pesaro, 8 giugno 1830) 46.

Dallaltro per, il poeta protrae la sua indulgenza oltre ogni nostra


aspettativa verso un potere che viene attaccato su tutti i fronti, fatto
oggetto di una riflessione distruttrice e implacabile, ma al contempo mai
scoronato ed anzi percepito, con memoria neotestamentaria, come neces-
sario nella sua stessa arbitrariet, nei suoi stessi elementi oppressivi. Se
Volney scorgeva polemicamente nella religione una prerogativa del pote-
re, individuando nel linguaggio oscuro dei dogmi lo strumento dellop-
pressione (in un brano del capitolo XXIII delle Ruines, Identit du but
des Religions, fa esclamare ai teocrati riuniti: Supposons que tout cela
soit vrai, pourquoi rvler ces mystres? Sans doute nos opinions sont
pleines derreurs; mais ces erreurs sont un frein ncessaire la multitude.
Le monde va ainsi depuis deux mille ans, pourquoi le changer
aujourdhui? 47), Belli al contrario, sulla scorta di Vico, poteva annotare
nel suo Zibaldone:

Non v legame pi stretto n pi sicuro fra una moltitudine di uomini che


quello di unopinione a tutti comune. Ecco il beneficio politico di una religio-
ne 48.

46
LGZ, p. 513.
47
Volney [1820] p. 207.
48
Zibaldone, IX, carta 112 verso.

25
Edoardo Ripari

Il Trasteverino aveva certo ben chiaro lideale di un cristianesimo so-


brio, caritatevole e cristocentrico, di un potere illuminato, moderato e
aperto ai nuovi traguardi in materia di diritti e al sapere scientifico. Aveva
maturato profondamente la convinzione di una necessaria attivit rifor-
matrice, come lo Zibaldone torner costantemente a testimoniarci. E con
tutta probabilit avrebbe plaudito alle idealit che Vincenzo Monti aveva
pronunciato tre decenni prima nella sua prolusione agli studi nellUniver-
sit di Pavia (Dellobbligo di onorare i primi scopritori del vero in fatto di
scienze, 26 novembre 1803):

Dispotismo e superstizione avevano proscritta dal nostro cielo, con pena del
capo, la filosofia; ma un governo filosofo la richiama dallingiusto suo esilio, e
linvita ad illuminare tutte le classi. Egli sa che il prosperare duna nazione
incompatibile con lignoranza, fonte prima ed eterna di tutti i mali politici; sa
che la suprema compiacenza di un magistrato si quella di regger uomini e
non bruti; che gli errori del popolo sono spade a due tagli, pronte sempre a
ferire chi le maneggia; che le cure i sudori la saggezza di chi comanda non
ottengono lode e riconoscenza che in proporzione dei lumi di chi obbedi-
sce 49.

Tuttavia, nei sonetti romaneschi, la frizione tra volont di incivilimen-


to delle masse e fascinazione stregonesca, tra illuminismo rivelante e at-
teggiamento di compromesso verso lelemento superstite da un lato; tra
critica totale allautorit e consapevolezza del suo inalienabile diritto al
potere dallaltro, resta intima e irrisolta, ma si pone anche alla base, lungi
dal rappresentare una mancanza, dellesplosione di un poesia universale
ed ontologica, visionaria e magico-rituale, demoniaca e metafisica ad un
tempo. Del resto, la stessa frizione ancora riconducibile al vichismo, alla
sua intima convinzione, di natura tanto storica quanto religiosa, che an-
che la superstizione sia moralmente superiore allo sterile ateismo. Una
lezione, questa, che torner ad animare, con risultati straordinariamente
altri, le pagine critiche e romanzesche di Alessandro Manzoni.

49
In Carducci [2006], p. 147.

26
Antologia di testi

I. IN MEDIO CONSISTIT VIRTUS


I lumi meridionali, i Sonetti e lo Zibaldone

LA STRATEGIA DELLA MEDIETAS: VINCENZO CUOCO NELLORIZZONTE ROMANESCO

1. Il 28 gennaio del 1829 testimone il sonetto 10 del 996 (Peppe er


pollarolo ar sor Dimenico Cianca) Belli riceveva dallamico Biagini una
copia del paragrafo sulla Capitolazione conchiusa a Napoli, uscendo giu-
gno 1799, fra i Francesi, Olandesi, Napoletani, Turchi, etc. etc.; nella qua-
le furono dai repubblicani evacuati i due Castelli Nuovo e dellOvo; estratto
dallopera intitolata Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, di Cuoco.
E ritroviamo il documento integralmente riportato nello Zibaldone del
poeta 1.
La presenza di questo pericoloso testo nel corpus della virtuale bi-
blioteca belliana ha suscitato lattenzione di Carlo Muscetta, che con il
suo Cultura e poesia di G.G. Belli ha fatto del liberalismo la principale
chiave di lettura del pensiero ideologico e politico del poeta. Per Muscet-
ta il sonetto in questione, nonostante sia scritto nello stile allusivo della
tradizione giocosa pi letterata e meno popolare, tuttavia abbastanza
intelligibile per farci valutare quanto, nel Belli ante 1830 e 1831, si equili-
brassero le astratte aspirazioni di liberalismo riformatore e il concretismo
panico delle rivoluzioni 2. La parodia ridicola sul Ciarlamento di Na-
poli che troviamo ancora nelle carte zibaldoniane, con la sua visione pes-
simistica sulle conquiste costituzionali del 1820, sarebbe unulteriore con-
ferma di questo particolare atteggiamento politico di Belli:

Se ciarlare significa discorso senza fondo e senza conclusione, il Parlamento di


Napoli, cio il consesso dei deputati della Nazione nellultima rivolta della

1
Zibaldone, III, articolo 1745, carte 121 recto-123 recto.
2
Muscetta [19832], p. 173.

27
Edoardo Ripari

costituzione, si potr chiamare Ciarlamento di Napoli. Ed infatti gli stessi Na-


politani se ne mostrano persuasi, quando discioltosi quel senato per le armi
austriache, sulla porta delle sale dove i membri si adunavano si trov scritta
una satira in queste parole del dialetto napoletano: Perdonate i cchiacchie-
re. Questa unespressione della conversazione familiare solita ripetersi da
che dopo parlato ci si congeda 3.

Lo scetticismo del brano appare ancor pi significativo se pensato come


riflessione ulteriore su uno scritto del patriota partenopeo Guglielmo Pepe,
fornito al Trasteverino dallo stesso Biagini nel gennaio del 1827 e ristretto
nel V libro dello Zibaldone: la relazione delle circostanze relative agli
avvenimenti politici e militari in Napoli nel 1820 e nel 1821 diretta a S.M.
il Re delle due Sicilie (Ferdinando), con le osservazioni sulla condotta
della nazione in generale, e sulla sua in particolare: accompagnata da do-
cumenti ufficiali che in maggior parte vedono per la prima volta la luce.
Parigi, presso i principali libraj, 1822 4. Linteresse belliano per la patria
napoletana sembra dunque dettato dalla necessit di comprendere le
ragioni dei fallimenti delle vicende rivoluzionarie, e il sonetto romanesco
del gennaio 1829 conferma la centralit di un tema cos attuale nelle di-
scussioni tra il poeta della plebe di Roma e alcuni esponenti della bor-
ghesia pontificia:

S! propio tempo mo, cuesto che cquine,


dannasse a ciafrujj marcanzia nova!
Manco a butt la vecchia nun se trova!
Ma chi commanna nha da vede er fine.

E daltra parte, presso leditore Filippo De Romanis, amico di Belli, il


lettore pi scaltro poteva contare sulla presenza sia della princeps del Sag-
gio storico, del 1801, che della ristampa della seconda e pi significativa
edizione del 1806, datata 1820 5: fu questultima che sor Dimenico for-

3
Zibaldone, I, articolo 380, citato in Muscetta [19832], p. 174.
4
Ivi, V, articoli 3889-3905, carte 1 recto-16 verso.
5
Cfr. De Francesco, in Cuoco [1998], pp. 629 e 639.

28
I. In medio consistit virtus

n al poeta, come attesta un confronto variantistico tra le due stampe e le


carte dello Zibaldone 6.
Ma quale fu, in effetti, il ruolo giocato da questopera nella formazione
del pensiero politico belliano? E soprattutto, quale sarebbe stata la sua
lezione nella stesura dei versi del monumento romanesco? Le pagine di
Cultura e poesia offrono un importante contributo per affrontare una que-
stione che scopriamo tuttavia pi complessa, nel rischio continuo di so-
vrapporre lorizzonte di attesa dellautore dei sonetti a quello dei testi a
cui questi ha guardato con costanza. Occorre dunque chiedersi, per ra-
gioni di metodo, fino a che punto lapproccio militante di Muscetta, con
la sua ermeneutica di Horizontverschmelzung 7, consenta al critico una
visione oggettiva e serena del materiale esaminato. Come giudicare, ad
esempio, la reiterata affermazione di un Belli sempre pi fautore di Na-
poleone 8, basata sostanzialmente su una fusione rigorosa tra lorizzonte
del Saggio storico e quello di alcuni sonetti? La presenza, nelle carte zibal-
doniane, di opere come la Storia della guerra di indipendenza degli Stati
Uniti dAmerica di Carlo Botta, o della Vita di Napoleone di Walter Scott,
dove limperatore francese diviene una figura abnorme e malefica, con-
trapposta al modello tutto positivo di George Washington, pone i primi
dubbi su un giudizio che si rivela sin troppo unilaterale. E daltra parte va
subito dichiarata la difficolt di trarre conclusioni definitive sui temi poli-
tici e ideologici del canzoniere belliano, le cui strutturali formazioni di
compromesso 9 e la cui forte caratterizzazione cronologica costringono il

6
In Zibaldone, III, articolo 1765, carta 127 recto e nelledizione del Saggio del 1820
[18062], leggiamo infatti: Per seguire il trattato fu stabilito un armistizio; ma nellarmistizio
si prepar il tradimento. Appena che la regina seppe loccupazione di Napoli invi da Paler-
mo Milady Hamilton a raggiungere Nelson: voglio prima perdere (avea detto la regina ad
Hamilton) tutti e due i regni che avvilirmi a capitolar coi ribelli. Che Hamilton si prestasse a
servir la regina [...] (i c.vi sono nella carte zibaldoniane); nella princeps invece il testo era il
seguente: Per seguire il trattato fu stabilito un armistizio; ma nellarmistizio si prepar il
tradimento. Appena seppe la capitolazione, la regina da Palermo invi Milady Hamilton a
raggiungere Nelson: voglio prima perdere (avea detto la regina ad Hamilton) tutti e due i
regni che avvilirmi a capitolar coi ribelli. Che Hamilton si fosse prostituita ai capricci della
regina [...]. Per le ulteriori varianti rimandiamo alledizione critica [1998], pp 472-475.
7
Cfr. Gadamer [2000] e Jauss [1987 e 1988].
8
Muscetta [19832], p. 174.
9
Mi permetto di rimandare a Ripari [2006], pp. 119-151.

29
Edoardo Ripari

lettore a un approccio interpretativo sempre vigile di fronte alle infinite


sfumature della diacronia. Come possibile, ad esempio, ricondurre alla
suggestione di Cuoco sonetti quali Lo scordarello (1571) e La dativa rid-
doppiata (1661), del 1835? A questaltezza infatti, come avremo occasione
di vedere, il rapporto di Belli con le idealit del liberalismo politico aveva
subito un drastico cambiamento, che rinnovava unincertezza ideologica
daltro canto sempre presente tra le sprezzanti e disincantate pieghe dei
sonetti. Nellultima terzina del sonetto 1661, il plebeo locutore (o lo
stesso Belli a parlare camuffato?), sembra a tutti gli effetti rimpiangere la
stagione rivoluzionaria ed offrire un appoggio incondizionato ai liberali
(Hanno raggione lro, hanno raggione. / Tutter torto lha ato Bbona-
parte / che nun ha ffatto lavor er cannone), suggerendo forse la delusio-
ne del poeta per linsuccesso dei moti; eppure scopriremo come queste
testimonianze di ribellismo popolare tendano ad assumere le forme di
unindignazione n storica n apostolica, e che la loro ricorrenza accanto
alle grida reazionarie e forcaiole appare programmata secondo una strate-
gica ottica della distanza 10. Proprio un sonetto del 1835 daltro canto,
Lincoronazzione de Bbonaparte (1717), offre un giudizio tuttaltro che
positivo su Napoleone, di cui il poeta rappresenta il comportamento inau-
dito e violento di fronte a un pontefice che pure, in una equidistanza
assoluta che anzitutto scetticismo politico, severamente condannato
per pavida acquiescenza 11:

E ddoppo che cquer povero cojjone


de Chiaramonti abbandon er governo
pe ann a Ppariggi in ner cor de linverno
currenno tanto che cciarz er fiatone,

er zu fijjo, er zu caro Napujjone,


cher diavolo lo frigghi in zempiterno
ne la peggio padella dellinferno,
je fesce bbont ssua sta bbellazzione.

10
Di condizione di distanza essenziale al laboratorio poetico e allatteggiamento eti-
co-ideologico di Belli ha parlato Merolla [1984], pp. 212 ss., che definisce (p. 271) il cam-
mino del poeta come quello di chi prefer per lo pi osservare anzich partecipare.
11
Teodonio [1998], vol. II, p. 596.

30
I. In medio consistit virtus

Tra un Deus, un ajjo, un toro, e Mmeo mintenne,


e un Dommino a jjuvanni e mme festina,
sincoron da s!, ddeograzzia ammenne.

Che rrazza de creanze, eh? cche mmodestia!


Eppoi pe ggionta, je vort la schina
senza dijje n asino n bbestia.

Il pessimismo sallustiano dei versi, inoltre, una vera e propria co-


stante del 996 che, come osservammo, sostituisce con rigore, alla linearit
progressiva dello storicismo liberale, una percezione circolare degli even-
ti, aggravata dal sospetto di un continuo peggioramento delle sorti del-
luomo nella sua vita storica. La transumptio metastoricizzante delle quar-
tine (governo: eterno: inferno) trasforma anzi lincoronazione del 2 di-
cembre 1804 nel secondo polo figurale, degenerato, di ben altra e pi
virtuosa incoronazione: quella di Carlo Magno. Cos del resto Carlo Bot-
ta, nella cui Storia dItalia dal 1789 al 1814 Belli ricavava la principale
fonte dellepisodio, aveva osservato:

Si conosceva chegli [Napoleone] non era uomo da non usare efficacemente la


sua fresca potenza per solidare [la Francia], e che se egli si desse tempo, sa-
rebbe stato non che difficile, impossibile il frenarlo. N egli pel desiderio ar-
dentissimo del comandare troppo sinfingeva. Il suo procedere gi era da im-
peratore dOccidente. Questo voler significare [...] quegli onori di Carloma-
gno offerti il giorno dellincoronazione tanto a Parigi, quanto a Milano, que-
sto la corona ferrea dei Lombardi, questo i motti che metteva fuori gi fin
dallora, che lItalia fosse vassalla del suo impero [...]. Vide Roma un governo
papale servo, una repubblica serva [...]; vide un papa vinto, un papa tributa-
rio, una papa cattivo, un papa ito allincoronazione del suo nemico 12.

Quanto al Saggio storico, vanno poi rilevati i significativi cambiamenti


introdotti, tra le prima e la seconda edizione, dal Partenopeo: questi infat-
ti, pubblicista attivo nella Milano napoleonica, segu da vicino il corso
delle cose, aggiornando le strategie culturali della sua opera, ma eviden-

12
Botta [1824], tomo IV, libro XXIII, pp. 473-487 passim. La conoscenza, da parte di
Belli, della Storia di Carlo Botta documentata da un elenco di libri posseduti dal poeta, in
Zibaldone, IX, carta 108 recto.

31
Edoardo Ripari

ziando anche un disincanto che sarebbe divenuto segno distintivo del suo
pensiero. Se dunque la Prefazione alledizione del 1806 testimonia una
percezione positiva dellet napoleonica, in quanto dominata dalla mo-
derazione, compagna insaziabile di sapienza e giustizia 13, di contro,
proprio intorno a quella data, il bonapartismo cuochiano veniva tempera-
to dallauspicio di un superamento della stagione dellautoritarismo fran-
cese 14. Sotto questi rispetti, pare ancor meno plausibile lidea di un Belli
populista che offre il suo consenso a Cuoco nellesaltare Masaniello 15.
Perch ci sia populismo, non anzitutto necessario rappresentare il po-
polo come modello, farsene strumento? Ma il distacco del poeta dalla sua
plebaglia, costantemente ribadito nel monumentum sia attraverso le note
in lingua che fanno da corollario ai versi che nellIntroduzione del 1831,
proprio ci che distingue la sua opera dalla produzione romantica con-
temporanea, consentendogli di giungere ad una visione di carattere pi
metafisico che storico, un atteggiamento morale pi ontologico che terre-
no, unindignazione e un pessimismo pi universali che umani 16. Uno
dei principali punti di forza, questo, dei sonetti romaneschi.

2. Leffettivo punto di incontro tra Belli e Cuoco si svolge in effetti sul


terreno di una vera e propria mitologia della medietas 17. Larticolo 2495
dello Zibaldone, dell8 giugno 1830, rappresenta, sotto questi rispetti, un
nucleo centrale del pensiero politico belliano, e svela la reale portata della
riflessione del poeta sulla controversa e illuminante fatica dello storico
partenopeo:

In medio consistit virtus. Applichiamo questo venerando proverbio ai tre ge-


nerali ordini della societ: nobili, cittadini, e plebe. Il primo, io dico, ed il
terzo, siccome estremi, somigliansi e sovente si confondono. Qua rozzezza

13
Muscetta [19832], p. 175.
14
De Francesco, in Cuoco [1998], p. 171.
15
Muscetta [19832], p. 176. E vedi Cuoco [1998], p. 510: Con piccolissime forze
Masaniello ard opporsi, e non invano, allimmensa vendetta della nazione Spagnuola.
Masaniello mor, ma lopera sua rimase [...].
16
Asor Rosa [19767], p. 59. Questo il motivo afferma inoltre Asor Rosa, p. 13 per
cui un poeta come G.G. Belli non pu essere definito [...] populista: in lui infatti, non
avviene mai, neanche di sfuggita, neanche di scorcio, che il popolo venga, non dico idealiz-
zato, ma anche soltanto reso oggetto di una ipotesi ideologica progressista.
17
Carpi [1981], pp. 447-449 passim.

32
I. In medio consistit virtus

per istituzioni mancanti; l orgoglio per educazione fallace. Nelluno la infe-


delt del bisogno; nellaltro la rapacit della cupidigia. In questo la cecit della
superstizione; in quello loffuscamento del pregiudizio. In entrambi scono-
scenza ed oblio senza fine: difetto o rifiuto di mezzi: ignoranza o disprezzo di
doveri. Il Grande corrotto si degrada fino alla nefaria del popolo, confidando
che un sol nome canceller la vergogna di molti vizii. E quando il plebeo salga
col favore di fortuna, vorr mai ristarsi prima di giungere a un titolo? Il Citta-
dino, al contrario, quale cristallo in mezzo allo splendore del patriziato e alle
tenebre del volgo, sta incontaminato tra due azioni che lo attraversano per
bilanciarsi. Nelle repubbliche luomo cittadino; nelle monarchie il cittadino
uomo, dapoich escluso per necessit dalla insolenza del privilegio, e per
animo dallabiezione della servit, si consola nella mediocrit, e ingentilisce il
costume nella filosofia. Se poi la virt verr ad eguagliare le differenze del
sangue, avvicina allora essa gli estremi nel centro: cos che la patria non trove-
r mai salute che nellequilibrio della civica temperanza 18.

Queste parole nascondono inoltre linfluenza di un pi ampio dibatti-


to, condotto sin dagli albori del XIX secolo dagli intellettuali che, animati
dalla lettura del Contract social di Rousseau e dellEsprit des lois di Mon-
tesquieu, parteciparono in vario modo alle vicende rivoluzionarie del Re-
gno di Napoli. Quello di Mario Pagano un esempio tra i pi significativi,
nonostante nei suoi scritti, in modo del tutto convenzionale, il pensatore
sostituisca il termine cittadino con quello, in accezione convergente, di
popolo. Infatti:

Quando diciamo popolo, intendiamo parlare di quel popolo che sia rischiara-
to ne suoi veri interessi, e non gi duna plebe assopita nellignoranza e degra-
data nella schiavit, non gi della cancrenosa classe aristocratica. Luno e lal-
tro estremo sono de morbosi tumori del corpo sociale, che ne corrompono la
sanit 19.

Negli stessi termini, a riprova della centralit del tema nel panorama
italiano, si sarebbe espresso qualche anno dopo anche Berchet, nel tenta-
tivo di individuare un nuovo pubblico letterario cui, con tutta probabili-

18
In LGZ, pp. 516-517.
19
Cos Mario Pagano nel Progetto di costituzione della Repubblica napoletana del 1799,
in Lomonaco [1861], p. 87; e cfr. Venturi [1962], p. 917.

33
Edoardo Ripari

t, si sarebbe rivolto lo stesso Belli, qualora la sua opera fosse uscita dalla
serrata clandestinit per giungere al cospetto degli uomini:

Tutte le presenti nazioni dEuropa lItalia anchessa n pi n meno sono


formate da tre classi di individui: luna di ottentotti, laltra di parigini e luna,
per ultimo, che comprende tutti gli altri individui leggenti e ascoltanti, non
eccettuati quelli che, avendo anche studiato ed esperimentato quantaltri, pur
tuttavia ritengono attitudine alle emozioni. A tutti questi io do il nome di
popolo [...]. La gente che egli [il poeta] cerca, i suoi veri lettori stanno a
milioni nella terza classe. E questa, credio, deve il poeta moderno aver di
mira, segli bada al proprio interesse e allinteresse vero dellarte 20.

Cuoco, pur dissentendo apertamente da Pagano in merito al-


linservibile insistenza su una lontana et delloro e alla pretesa di limi-
tare i bisogni della popolazione in nome di una eguaglianza che aveva i
tratti preoccupanti di una dittatura 21, convergeva con lanalisi del com-
patriota nellosservare che una nazione si dir virtuosa quando il costu-
me sia tale che non renda infelice il cittadino 22. E in effetti, nella sua
diagnosi sul fallimento delle forze repubblicane 23, Cuoco definiva con
chiarezza le linee direttrici del suo programma politico (la libert delle
opinioni, labolizione de culti, lesenzione da pregiudizi) affidando al
ceto medio il compito di prendere in mano la situazione, e di dare in
tempi brevi una risposta in positivo alle attese di tutti, per poi passare,
forte dellacquisito consenso delle collettivit, a por mano alle altre rifor-
me di cui lo stato abbisognava 24.
Illuminato dunque da questa lezione, e verificatala empiricamente nei
suoi viaggi a Napoli, Firenze e Milano tra il 1823 e il 1828, Belli fu in
grado di valutare lo stato di effettiva arretratezza economica e sociale del-
la sua Roma, e di contrapporre idealmente, alla condizione feudale del
modello romano e napoletano, luniverso borghese delle capitali toscana
e lombarda, esempi di misura e sedi del cittadino che non ama di

20
Berchet [1912], pp. 17-18. E cfr. Carpi [1978], p. 37.
21
De Francesco, in Cuoco [1998], pp. 149-150.
22
Ivi, pp. 577-578 (c.vo mio).
23
Ivi, pp. 345-346.
24
In ivi [1998], p. 150

34
I. In medio consistit virtus

associar[si] agli estremi. Gi nel 1825, al termine dei suoi appunti sul
viaggio fiorentino, egli aveva posto a confronto Firenze e Napoli, tratteg-
giando i caratteri di due opposti e irriducibili paradigmi storico-politici:

Lamenit pi seducente confinante con lorror pi selvaggio, la prodigiosa


bellezza vicina alla spaventevole deformit, enorme ricchezza presso a deso-
lante miseria: squisita ricercatezza ricreante pulizia, cortigiana urbanit ac-
canto a crassa negligenza, a stomachevole sudiciume, a fecciosa villania: sor-
prendente dottrina mista con sorprendente ignoranza: eroico valore bilancia-
to da pecorina vigliaccheria: tutti insomma gli estremi ravvicinati e a contatto
fra loro producevano agli occhi miei un cos bizzarro ed originale contrasto,
che io nello stordimento da quello cagionatomi soleva con non meno strava-
gante espressione chiamare Napoli una misura senza mezzo. Ora questo mez-
zo da me in seno alla popolosa capitale de siculi inutilmente cercato eccomi
fatto di ritrovarlo qui dentro la terra dominatrice della fiorentissima Etruria,
alla quale, siccome a perfetto rovescio di Napoli, io di misura senza estremi
sonomi compiaciuto di dar nome.

Il 4 dicembre 1828, di ritorno da Milano, illudendosi forse sulla possi-


bilit di scorgere unalternativa politica ed economica allarretratezza del-
lo Stato pontificio, Belli scriveva negli stessi termini, e con pi efficacia,
allamico Giuseppe Neroni Cancelli:

Io mi son qui da pochi giorni, reduce di Milano, dove mi piace assai pi la vita
che altrove. Quella citt benedetta pare stata fondata per lusingare tutti i miei
gusti: ampiezza discreta, moto e tranquillit, eleganza e disinvoltura, ricchezza e
parsimonia, buon cuore senza fasto, spirito e non maldicenza, istruzione dis-
giunta da pedanteria, conservazione piuttosto che societ secondo il senso mo-
derno, niuna curiosit, lustro di arti e di mestieri, purit di cielo, amenit di sito,
sanit di opinioni, lautezza di cibi, abondanza di agi, rispetto nel volgo, civilt
generale etc. etc.: ecco quel che io vi trovo secondo il mio modo di vedere le
cose e di giudicarle in rapporto con me; e per se a Roma non mi richiamasse la
carit del sangue e la necessit de negozii, l mi fermerei ed ancora direi: hic
requies mea. Non ho sin qui veduto Parigi, ma visitandola talora nei libri vi
scopro eccessi di misura nel pi e nel meno, ed io non amo di associarmi agli
estremi. Gli assaggio per curiosit di palato, ma poi cerco il ristoro nel mezzo 25.

25
Tra le fonti che hanno ispirato queste parole, oltre al Saggio cuochiano, forse da
annoverare anche la Storia dItalia dal 1789 al 1814 di Carlo Botta [1824, tomo I, pp. 55-

35
Edoardo Ripari

Questa lettera, e le pagine zibaldoniane dell8 giugno 1830, disegnano


larco cronologico dellapprofondimento condotto dal poeta dei sonetti
sulla questione politica che, soprattutto grazie alla mediazione di Cuoco,
sarebbe divenuta dominante nel corso del nostro Risorgimento: quella
del moderatismo e del compito effettivo delle masse negli accadimenti
politici. Letimologia di popolo con cui Belli, nellarticolo 2453 dello
Zibaldone, caratterizzava psicologicamente lestremo sociale cui veniva de-
dicando la sua opera, converge infatti, a sua volta, con alcune tra le pi
suggestive riflessioni del Saggio storico, laddove la plebe veniva presentata
come lelemento sociale che sempre ondeggia senza meta, si agita sen-
za sapere dove fermarsi, corre sempre agli estremi e non sa che la felici-
t nel mezzo, contrapponendosi ai settori produttivi, a quella classe
dunque, che se non potente quanto la nobilt, e numerosa quanto il
popolo, per dapertutto e sempre la pi sensata 26. per questo, ag-
giungeva il Partenopeo, che la ruina della parte attiva della nazione ha
trascinato seco la ruina della nazione intera: tutto il popolo rimasto sen-
za sussistenza perch estinti sono o dispersi coloro che mantenevano, che
animavano lindustria 27.
Il ruolo giocato da tali considerazioni sullideazione e la stessa struttu-
ra del monumento romanesco davvero cruciale: Belli infatti fece pro-
pria, maturandola in senso radicale, lidea che la plebe fosse una nazione
a parte, una sorta di selvaggio nel seno della societ, per dirla con
Tolstoj 28. Attraverso Cuoco scopriva infatti che le differenze sociali e ideo-
logiche dovevano essere ricondotte innanzitutto a una dimensione squisi-
tamente linguistica:

La nostra rivoluzione aveva osservato il Partenopeo era una rivoluzione


passiva nella quale lunico mezzo di riuscire era quello del guadagnare lopi-

56], dove lo storico descrive la Francia come una nazione che, per la prontezza della
mente, e per la grandezza dei concetti, d facilmente negli estremi cos nel bene, come nel
male, e sempre si governa coi superlativi.
26
Cuoco [1998], p. 345
27
Ivi, p. 496
28
La nazione napoletana osservava fra laltro Cuoco, ivi, p. 336 si poteva conside-
rare come divisa in due nazioni diverse per due secoli di tempo, e per due gradi di clima.
Pochi erano divenuti inglesi e francesi e coloro che erano rimasti napoletani erano ancora
selvaggi.

36
I. In medio consistit virtus

nione del popolo. Ma le vedute del popolo e quelle de patrioti non erano le
stesse: essi avevano diverse idee, diversi costumi e finanche lingue diverse 29.

Appropriandosi di questa dimensione sociolinguistica, il poeta era in


grado di far leva sulle scarse risorse di una lingua abbietta e buffona, e
da una strategica posizione di medietas rafforzare il suo distacco dal mon-
do cantato e documentato attraverso una sorta di disprezzo linguistico:

Molti altri scrittori ne dialetti o ne patrii vernacoli leggiamo nellIntrodu-


zione del 1831 abbiam noi veduti sorgere in Italia, e vari di questi meritar
laude anche fra i posteri. Per un pi assai vasto campo che a me non si pre-
senta era loro aperto da parlari non esclusivamente appartenenti a tal plebe o
frazione di popolo, ma usati da tutte insieme le classi di una peculiare popola-
zione. Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in parte con-
cettosa ed arguta, e le ritraggo, dir, col soccorso di un idiotismo continuo, di
una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur
romana, ma romanesca.

Questo assunto rafforzava lidea di una contrapposizione netta tra i


plebei Romaneschi ed i buoni cittadini romani, quasi fossero due
etnie piuttosto che due classi allinterno della societ, divise da differen-
ze essenzialmente organiche, da uno scarto antropologico, da un abisso
tutto da colmare tra civilitas e natura:

I nostri popolani non hanno arte alcuna: non di oratoria, non di poetica: come
niuna plebe nebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura loro perch lascia-
ta libera nello sviluppo di qualit non fittizie. Direi delle loro idee ed abitudi-
ni, direi del parlar loro ci che pu vedersi dalle fisionomie. Perch tanto
queste diverse nel volgo di una citt da quelle deglindividui di ordini superio-
ri? Perch non frenati i muscoli del volto alla immobilit comandata dalla
civile educazione, si lasciano alla contrazione della passione che domina e del-
laffetto che stimola; e prendono quindi un diverso sviluppo, corrispondente
per solito alla natura dello spirito che que corpi informa e determina. Cos i
volti divengono specchi dellanima. Che se fra i cittadini, subordinati a positi-
ve discipline, non risulta una completa uniformit di fisionomie, ci dipende
da differenze essenzialmente organiche e fondamentali, e dal non aver mai la

29
Ivi, p. 334

37
Edoardo Ripari

natura formato due oggetti di matematica identit. Vero per sempre mi par
rimanere che la educazione che accompagna la parte ceremoniale dellincivili-
mento, fa ogni sforzo per ridurre gli uomini alla uniformit: e se non vi riesce
quanto vorrebbe, forse questo uno de benefici della creazione 30.

3. Lurgenza belliana di cittadinanza trova cos una sorta di iposta-


tizzazione letteraria sia nelle pagine introduttive del 1831 che nella strut-
tura stessa dei sonetti, laddove il loro autore, allo scopo di attuare una
precisa strategia etica (la definizione del proprio soggiorno allinterno
del mondo poetico) e comunicativa (la necessit di guidare il lettore nel
bosco narrativo del monumento) d vita a una sorta di prosimetria nel-
la suddivisione macrotestuale (lIntroduzione in rapporto al 996) e micro-
testuale (lapparato esplicativo in rapporto al singolo componimento) del-
latto compositivo in versi e in prosa, in romanesco e in italiano, al fine di
distinguere il soggetto emittente ideale ed empirico dai due estremi
delledificio sociale, e individuare linterlocutore modello di una poesia
consapevole della sua forza di rottura di ogni orizzonte dattesa tradizio-
nalmente fissato (mi sembra la mia idea non scompagnarsi da novit
osserva Belli . Questo disegno cos colorito, checch ne sia del soggetto,
non trova lavoro da confronto che lo abbia preceduto).
Il lector dei Sonetti dunque il citoyen colto, illuminato, honnte hom-
me incline a quel ragionevole scetticismo che dispone al riso intelligente,
alla satira indignata, aperto alle suggestioni della ricerca erudita, dellan-
tropologia, del folclore, disposto ad accettare tutte le conseguenze di una
deontologia della verit; consapevole di compiere unoperazione lette-
raria di portata nazionale, Belli si appellava cos al settore produttivo della
societ, chiamandolo a partecipare al gioco strategico di una poesia mul-
tiforme anche per la sua portata critica. Cos avviene nel prosimetro
Monziggnore s stato ferito (1570), del 4 giugno 1835:

30
La distinzione, tanto linguistica e sociale quanto, per cos dire, antropologica tra
plebe romanesca e cittadinanza romana , come torneremo a vedere, una costante dei so-
netti, e in pi occasioni ricorre nelle note in lingua. Come ad esempio nella quinta del
sonetto 908 che leggeremo nel capitolo IV dove Belli, quasi a scusarsi con il lettore per
quanto scritto nel testo, osserva: Lautore qui crede suo debito il protestare solennemente
aver lui cos scritto a solo fine di esprimere gli eccessi delle menti popolari, non gi una sua
propria opinione, troppo falsa ed ingiuriosa a buoni cittadini di Roma.

38
I. In medio consistit virtus

Da quattranni a sta parte e ppochi mesi


si vvoi dite a sti santi Imporporati:
Minentissimo mio, semo affamati,
pare, pe ccristo, che lavete offesi.

Io discorro accus, pperch llho intesi;


e so anzi che llro e li prelati,
quanno senteno guai, tutti arrabbiati
dicheno: Aringrazziate li francesi.

Cha che ff cquela gente in sta faccenna?


Cosa scentra la Francia in sto lavoro?
Scentra come li cavoli a mmarenna.

Li francesi oramai passa ventanni


che sse ne stanno in pasce a ccasa lro
senza annsse a ppij ttutti staffanni *.

* Fra gli altri sollazzi puerili, usa in Roma il seguente. Un fanciullo si asside giudice. Un
altro, curvato e colla faccia in grembo a lui, percosso da qualcuno del resto della compa-
gnia, che si tiene ivi presso schierata. Rizzatosi allora sulla persona, dice al giudice loffe-
so: Monzignore s stato ferito. / Chi vvha ferito? / La lancia. / Annatela a ttrova in
Francia. / E ssi in Francia nun c? / Annatela a ccerca indov. / E ssi nun ce v ven?
/ Pijjatela pe unorecchia e portatela qui. Con questo mandato va egli attorno, fissando
in volto tutti i suoi compagni, se mai vi apparisse alcun moto dal quale arguire la verit,
mentre gli esplorati si agitano fra le pi curiose smorfie del mondo, per comporsi ad un
aspetto dindifferenza. Finalmente ne sceglie uno, e lo conduce al giudice, che gli diman-
da: Chi questo? Il querelante risponde: Carne allesso; e il giudice, rivestito insieme
della prerogativa di testimonio, riprende: Riportatelo via, ch nun esso; ovvero: Lassa-
telo qui ch esso, secondoch il reclamo era bene o male applicato. Nel primo caso, il
povero deluso ritorna al suo posto in seno al giudice per subirvi nuove percosse: nel secon-
do vi subentra invece il reo convinto, e si ripetono in quella piccola societ colpe, accuse e
condanne. Or noi, supposta uningiuria, ed elevato il dialogo a pi alta significazione,
chiederemo al lettore, per moralit di questi versi, dove dovrebbe cercarsi lorecchio da
menare a penitenza, se cio sul Montmartre o presso il Colle Vaticano.

La vera natura della satira belliana, del resto, pu essere compresa


appieno solo alla luce del rapporto di ironia illuministica tra lautore e la
sua plebe, nella distinzione ideologica tra la ragione del cittadino, cui il
poeta strizza locchio stabilendo un patto di non aggressione, ed il torto
che accomuna gli estremi, in una formazione di compromesso, dun-
que, che levidente frutto del fenomeno politico della persecuzione del

39
Edoardo Ripari

libero pensiero 31. Le istanze del cittadino trovano espressione linguistica


nella prosa in italiano medio di stampo purista, intonato allironia del-
lAufklrung, alla polemica giornalistico-militante dei pamphlet, e posto in
un rapporto di diglossia con la lingua altra e bruta dei Romaneschi attra-
verso la quale il poeta irride il plebeo e allo stesso tempo, nella piegatura
della langue in parole, la parassitaria classe teocratica 32. Nel sonetto Er teso-
riere bbonanima (1137) questa satira, veicolo di un riso preposizionale,
stratificato, polisemantico, muove dunque verso due direttrici 33, luna volta
a colpire l alto delle autorit politiche, laltra il basso della turba che con
la sua irrazionale rissosit irride lcole de lexperience:

Monziggnor Tesoriere ch ccrepato,


quanno stava a la stanga der timone
e mmagnava su ttutte le penzione *,
le gabbelle, lapparti e r mascinato;

volenno f una bbona confessione


(ch da un pezzo nun zera confessato)
se naggnede da un prete sganganato
drentin ne lOratorio a la Missione.

* Pare che legregio prelato, a sentimento del nostro romanesco, volesse far rivivere il Date
obolum Belisario. Noi non siamo del suo maligno avviso. Crediamo per che se veramente
Belisario and orbato degli occhi del corpo, il nuovo non godesse di que de la mente.

Alle numerose note in cui Belli dichiara apertamente la propria abissa-


le distanza dalla plebaglia, nella necessit figurale di definirsi mero stru-
mento attraverso cui i popolari discorsi trovano espressione fenomeno-
logica, mantenendo la propria indipendenza ontologica dal poeta, fanno
dunque da contraltare i tanti casi in cui questi, fingendo di distinguere il
proprio punto di vista da quello del locutore, accentua in realt la forza
della critica dalla sua posizione di mezzo verso le autorit politico-religio-
se. Alla luce di queste considerazioni, daltronde, possibile osservare

31
Cfr. Orlando [19972], pp. 29-64.
32
Ripari [2006].
33
Cfr. Gibellini [1979], pp. 34-52.

40
I. In medio consistit virtus

come questa diglossia, grafico dello sdoppiamento 34 di un homo du-


plex, testimoni in fondo una pi complessa dialettica, tutta interna ad una
poesia carica di felice ambiguit. Il romanesco, sotto questi rispetti, sem-
bra per deviare verso grammatiche extratemporali, che si situano al di
sotto di quelle dinamiche storiche necessarie ad ogni tensione ideologica
e storico-politica. Lo stile nominale che lo caratterizza si fa portavoce di
ingiustizie senza tempo (Noi un tozzo de pane, quattrajetti, / e ssempre
fame vecchia e ffame nova) e stabilisce una cronotopia evidentemente epi-
co-fiabesca (Preti, frati, puttane, cardinali, / monziggnori, impiegati e bba-
garini: / ecco la ggente che po f li sciali 35); sintagmi minimi azzerano ogni
possibile orizzonte storico, e con esso ogni speranza di mutamento, dando
vita e vere e proprie grammatiche della rassegnazione, a stilemi dellinelut-
tabilit (Cuaggi, sse sa, nun c pper poveretto / n ggiustizzia, n Ddio,
n tribbunale 36, Ggi sse sa, pe nnoi poveri affamati, / a ste cose che cqua
nnun ce se penza 37); la sistematica tecnica dellanacronismo, su cui varr la
pena ritornare, fa della Roma dei Sonetti non un luogo nella storia ma una
citt perenne e onnicomprensiva che abbraccia, in un presente intempora-
le, anche lAntico Testamento, un mondo primordiale sempre uguale a s
stesso (anner ssempre come ssempre ito 38); ideologemi metatempora-
li, come il ricorrente noantri, diventano espressione, tuttaltro che politi-
ca, di una condizione esistenziale, di unumanit alla deriva cui Belli, con
atteggiamento schizomorfo, esprime ora cristiana, creaturale solidariet, ora
il disprezzo dellentomologo (Noi, se sa, ar Monno semo ussciti fori / im-
pastati de mmerda e dde monnezza 39; Pe nnoi, rubbi Simone o rubbi
Giuda, / magni Bbartolomeo, magni Taddeo, / sempr tuttuno, e nnun ce
muta un gneo 40).

34
Le note in calce ai sonetti di Belli, osserva Vigolo [1963], p. 79, ci danno visibil-
mente il grafico del suo sdoppiamento quasi di sogno e di veglia, la sezione del duplice
piano di coscienza in cui la personalit divisa. Vicino al pi libero rigoglio della sua vena,
le note rivelano la minuziosa pedanteria del letterato cruschevole, il quale si affretta ad
affiancare, accanto alla vivace espressione poetica, la scheda della lingua illustre con laria
di chi voglia di volta in volta chiedere scusa e riabilitarsi da un trascorso, da una licenza
momentanea, da cui subito si riprende e corregge.
35
Li polli de li vitturali (1001), 28 ottobre 1833, vv. 9-11.
36
Er vitturino aruvinato (500), 27 novembre 1832, vv. 3-4.
37
Li quadrini pubbrichi (1066), 20 gennaio 1834, vv. 1-2.
38
Er portone dun Ziggnore (652), 23 dicembre 1832, v. 11.
39
Li du ggenerumani (1169), 7 aprile 1834, vv. 1-2.
40
gnisempre un pangrattato (501), 27 novembre 1832, vv. 1-2.

41
Edoardo Ripari

A queste grammatiche dellextrastoria, che suggeriscono una sostan-


ziale estraneit della poesia belliana ad un orizzonte progressivo, litaliano
del cittadino oppone uno stile verbale e militante, proprio di chi consa-
pevole che la patria non trover mai salute che nellequilibrio della civica
temperanza. Questa lingua caustica e mordace, idioma illustre e borghe-
se, offre dunque una dimensione critica di tipo storico-cronachistico, allo
scopo di lasciare un monumento non solo della plebe di Roma, ma
anche e soprattutto della parassitaria aristocrazia pontificia. Nel prosi-
metro Er padre de Ghitanino (1736, 10 novembre 1835), ad esempio, a
un testo e a unatmosfera metastorici e metapolitici, si contrappone un
italiano che ferisce e ammazza, amplificando la polemica dei versi per
condurla sul piano dellattualit, in una pi concreta contestualizzazione
storica in cui lo sdegno quiritario vigila sui paradossi di un universo poli-
tico tragicamente assurdo:

Sor oste, una fujjetta der pi pprezzo,


e evviva sempre er Governo papale! ...
Bbravo, padron Cammillo ... nun c mmale.
Presto, corpo de Ggiuda!, un antro mezzo.

Bbono, pe Cristo! e vvali quer che vvale,


e Dio sce lo mantienghi per un pezzo ...
Bbono! e accidenti a mme si lo bbattezzo.
Su, alegramente, qua, nantro bbucale.

Viva er Papa, e r malocchio nun ce pzzi.


Ggi, a la salute de la Santa Cchiesa.
Vino, cazzo! Al, beve, Tuttibbozzi,

tocca, fijjo, e d sotto inzin che vvi.


Trucchia, sagrato!, e nun bad a la spesa,
ch adesso a Rroma commannamo noi.

Titolo. Il Cavaliere Gaetano Moroni, gi barbiere di frate Mauro, ora primo aiutante di
Camera di Papa Gregorio. Il signor Rocco, padre di questo grande di Corte, conservate le
sue prime abitudini, segue a frequentare le bettole, dove tiene appuntino il linguaggio che
qui gli attribuito; e la sera, tornando al Vaticano, picchia alle colonne del gran peristilio,
credendole la porta di casa. Il secondo figlio del vecchio Moroni Vincenzo, detto Vin-
cenzino del Papa, il quale, sotto la direzione del fratello Gaetanino, ha lonore di

42
I. In medio consistit virtus

radere i peli santissimi dal mento di Sua Beatitudine. Una sera, giocando egli allanello
in una societ di Roma, fu detto a chi riteneva lanello di portarlo a colui che faceva la
barba al porco. Colui lo port a Vincenzino che non conosceva. Di ci nacque uno scompi-
glio, e la casa ne fu presa di mira siccome un nido di carbonari. 1. Tuttibbozzi,
soprannome del terzo figlio del nostro Moroni. Imbianchino di professione si veduto
innalzato alla dignit di pittore de palazzi Apostolici, tenuta in peggiori tempi da un
certo Raffaello da Urbino. Egli ha difatto imbiancato da capo a fondo il Vaticano e il
Quirinale, ricoprendo di una bella mezza-tinta alcuni affrescacci de fratelli Zuccari, che
esistevano sotto una vortica (cos il Tuttibbozzi chiama la volta) nel giardino di que-
stultimo palazzo. Suole egli, mentre fischia e lavora, tenere in capo un berretto di carta,
in un lato del quale scritto: Evviva Gregorio XVII, nellaltro: Evviva la casa Moro-
ni; e di dietro: Accidenti a li Giacobbini. Desideriamo che questi cenni biografici
possano passare alla posterit insieme con la gloria del nostro amatissimo Pontefice e
Padre. Dio guardi.

In queste sovrapposizioni psico-linguistiche tra soggetto emittente e


locutore, tra due contrastanti universi della lingua, topicalizzati sulla pa-
gina nellopposizione tra un Io profondo e colletivo e una coscienza colta
e indignata, scopriamo per il dramma dellintellettuale Belli, che da un
lato cerca di ritagliarsi un ruolo politico e sociale per il miglioramento del
proprio tempo, ma dallaltro si trova di fronte a una realt storica sostan-
zialmente apolitica ed estranea allottimismo progressista e illuminato del
paradigma liberale. Partecipando, sul piano sintagmatico, della voce ora
reazionaria ora ribelle e anarchica del suo plebeo, il poeta rischiava in
effetti di imbattersi in un irrisolto compromesso tra due estreme possibi-
lit ideologiche, mantenendo la sua reale posizione politica in una preca-
ria instabilit 41.
Belli, daltra parte, era perfettamente consapevole che il suo lector sa-
rebbe stato empiricamente assente nella societ italiana, e pontificia in
particolare, di quello scorcio dellOttocento:

Nulladimeno leggiamo nellIntroduzione del 1831 io non milludo circa


alle disposizioni danimo colle quali sarebbe accolto questo mio lavoro, quan-
do dal suo nascondiglio uscisse mai al cospetto degli uomini. Bene io preveg-
go quante timorate e pudiche anime, quanti zelosi e pazienti sudditi gridereb-

41
Cfr. Samon [1969], p. 28: Nel popolano reazionario, come anche in quello ribelle,
c una parte di quello che il poeta pensa in quel momento. Le idee di Belli in fatto di
politica mancano sostanzialmente di stabilit.

43
Edoardo Ripari

ber la croce contro lo spirito insubordinato e licenzioso che qua e l ne traspa-


re, quasich nascondendomi perfidamente dietro la maschera del popolano
abbia io voluto prestare a lui le mie massime e i principii miei, onde esalare il
mio proprio veleno sotto legida della calunnia [...]. Facile per la censura,
siccome comune la probit di parole. Quindi, perdonate io di buon grado le
smaniose vociferazioni a quanti Curios simulant et bacchanalia vivunt, mi ri-
volger a quei pochi sinceri virtuosi tra le cui mani potessero un giorno capi-
tare i miei scritti, e dir loro: Io ritrassi la verit.

4. Riprendendo il pensiero antiastrattista della Scienza nuova, Vincen-


zo Cuoco fu in grado di conferire uno straordinario realismo alla sua ope-
ra, e di fondare a tutti gli effetti una nuova storiografia basata sul concetto
dello svolgimento organico dei popoli. Sotto questi rispetti, come ebbe ad
osservare Benedetto Croce nella Storia della storiografia italiana nel secolo
decimonono, il Saggio storico, insigne monumento di amor patrio, appare
innanzitutto una mirabile opera del pensiero liberale, giacch lindagine
che propone elude ogni racconto in forma di leggenda, sviluppando in
s il vero scopo di ogni istoria: losservazione del corso che hanno,
non gli uomini che brillano un momento solo, ma le idee e le cose eterne,
attraverso unindagine che oltrepassa i partiti, per attenersi solo al parti-
to della ragione e dellumanit 42. Lapostolo di Vico comprese infatti che
le nazioni erano soggetti collettivi dotati di un proprio spirito e di un
proprio carattere fondamentale, fissato ab origine [...] e condizionato, ma
non deformato, dallazione della storia 43; che la loro unit fondamentale
garantita dal possesso di una serie di caratteri originari e condivisi da
tutti i suoi membri (costumi, usi, tradizioni), che avrebbero dovuto esser
meglio ponderati e rispettati dai patrioti napoletani, ad evitare di imporre
alla nazione apparati istituzionali e normativi ad essa del tutto estranei 44.
Lassunto storicistico di tali considerazioni dovette apparire una lezio-
ne fondamentale ad un poeta che maturava la decisione di lasciare una
testimonianza oggettiva delluniverso popolare 45, e che nelle sue scorse
per la letteratura europea si era imbattuto in testi capitali del razionalismo

42
Croce [1920], p. 10.
43
Banti [2000], p. 114.
44
Ivi, p. 115.
45
Muscetta [19832], p. 175.

44
I. In medio consistit virtus

illuministico, come lEsprit des lois di Montesquieu, dove poteva leggere


che la legge, in generale, la ragione umana, in quanto governa tutti i
popoli della terra, e le leggi politiche e civili di ogni nazione non devono
costituire che i casi particolari ai quali si applica questa ragione umana.
Devono essere talmente adatte ai popoli per i quali sono state istituite,
che incertissimo se quelle di una nazione possano convenire a unaltra.
necessario che siano relative alla natura e al principio del governo stabi-
lito o che si vuole stabilire, sia che lo formino, come fanno le leggi politi-
che, sia che lo conservino, come fanno le leggi civili. Devono essere corri-
spondenti alle caratteristiche fisiche del paese; al clima freddo, ardente
o temperato ; alle qualit del suolo, alla sua situazione, alla sua ampiezza;
al genere di vita dei popoli, agricoltori, cacciatori o pastori; devono rifarsi
al grado di libert che la costituzione pu permettere, alla religione degli
abitanti, allindole di essi, alla loro ricchezza, al numero, al commercio,
agli usi e costumi (I, III) 46. Lo stesso Cuoco aveva fatto propria la propo-
sta di Montesquieu, ponendola alla base di una lucida polemica contro
quellastrattismo costituzionale che, a suo dire, era causa diretta del falli-
mento della rivoluzione partenopea:

Le idee della rivoluzione a Napoli avrebbero potuto essere popolari ove si


avesse avuto trarle dal fondo istesso della nazione. Tolte da una costituzione
straniera, erano lontanissime dalla nostra; fondate sopra idee astratte erano
lontanissime dai sensi, e quel ch pi si aggiungevano ad esse come leggi tutti
gli usi, tutti capricci e talora tutti difetti di un altro popolo lontanissimi dai
nostri difetti, danostri capricci, dagli usi nostri. Le contrariet e i dispareri si
moltiplicavano in ragione del numero delle cose superflue, che non doveano
entrar nel piano delloperazione e che intanto vi entravano 47.

46
Montesquieu [20046], vol. I, p. 152.
47
Cuoco [1998], pp. 316-317. Belli poteva trovare una riflessione sullo stesso argomen-
to nella Storia della rigenerazione della Grecia di Pouqueville, estratta nel quinto volume
zibaldoniano; si veda in particolare larticolo 2284: Di pi di centinaia di carte costituzio-
nali che nel periodo di circa mezzo secolo si proclamarono nei due emisferi, lultima finora
quella della Grecia (1827) la quale generalmente modellata sulla carta della Francia meri-
ta per molti rispetti di essere annoverata tra le pi saggie [sic] ed accomodata alla condizio-
ne de popoli pei quali fatta.

45
Edoardo Ripari

Agli albori del monumento, il Saggio storico fu dunque, per Belli,


una risorsa ineguagliata, e non solo in vista dellimminente svolta poetica:
avallando il postulato dellegemonia sul popolo da parte di unintelligen-
za borghese destinata a prendere le redini del potere e a guidare il corso
della storia, Cuoco diveniva esempio concreto dellintellettuale laico che
con la sua etica quiritaria ambisce a unazione reale nella dialettica degli
eventi in corso. I brani dello Zibaldone dell8 giugno 1830, sottoscrivendo
la dottrina del Saggio e ponendosi in parallelo alla nascita del monu-
mento della plebe di Roma, sono infatti la spia dellavvenuta ricerca,
da parte di Belli, di una nuova coscienza politica. Cultura e poesia, in
effetti, riconduce la lettura di Cuoco a una lezione di realismo storici-
stico, che i sonetti romaneschi farebbero propria, realizzandola appieno.
Il rischio di Muscetta per, come ebbe ad osservare Umberto Carpi, di
postulare unassoluta autonomia della cultura dalla politica e dai fattori
economici che la determinano 48, di disancorare dunque, suo malgrado, la
poesia belliana dalle reali condizioni di arretratezza del contesto storico e
sociale in cui prese disperatamente forma. La reale posizione di Belli, in
effetti, non poteva che situarsi in una problematica dialettica tra urgen-
za di medietas e atavica irriducibilit degli estremi nellorizzonte poli-
tico di uno Stato che escludeva la cittadinanza dallattivit produttiva ed
amministrativa, riconducendola in una inevitabile subalternit alla strut-
tura teocratica e precapitalistica dello stato 49. Il cittadino dei sonetti,
dunque, era destinato a restare un modello della strategia letteraria, nel-
limpossibilit di partecipare, sul piano empirico, a uneffettiva funzione
azionaria nello sviluppo economico romano ed italiano, e dunque a un
ruolo attivo nellorizzonte della politica e della storia. Un sonetto in lin-
gua scritto il 9 settembre 1842, intitolato significativamente Il mio stato,
esprime bene la rivendicazione belliana di cittadinanza, che tuttavia si era
gi rivelata agli occhi del poeta come gregaria:

S strano appar che nella mente e in cuore


dun cittadino, dun povero borghese,
provvidenza e natura abbiano accese
due favilluzze dintelletto e onore,

48
Carpi [1978], p. 40
49
Ibidem.

46
I. In medio consistit virtus

che quando io vo in provincia, e allesteriore


non mi dimostro un asino scortese,
mi d del cavalier tutto il paese,
salvo alcun titolazzo anche maggiore.

Io sono un cittadin semplice e schietto,


e tal sar senza arrossirne infino
che rgganmi lonore e lintelletto.

Ch quantunque gregario cittadino


conosco labbicc, n ho macchie in petto
da doverle coprir col ciondolino.

significativo, inoltre, che uno dei pochissimi cittadini protagonisti


dei Sonetti assuma una tragicit e una dignit inedite; LAvocato Cola (1731,
8 novembre 1835) un eroe borghese sconfitto dallo storia, che Belli ri-
scatta attraverso la poesia:

Ma eh? Cquer povero Avocato Cola!


da quarche ttempo ggi ssera ridotto
che ss e nn aveva la camiscia sotto,
e jje toccava a ggastig la gola.

Ma ppiuttosto che dd cquela parola


de carit, ppiuttosto che ff er fiotto,
se venn ttutto in zette mesi o otto,
for de lonore e dduna ssedia sola.

M uno scudo, m un testone, m un papetto,


se maggn, ddisgrazziato!, a ppoca ppoco
vestiario, bbiancheria, mobbili e lletto.

E ffinarmente poi, su cquela ssedia,


senza pane, senzacqua e ssenza foco,
ce serr llocchi e cce mor ddinedia.

47
Edoardo Ripari

La tensione etica dellassunto monumentale, una volta proiettata sulla


feudale ed anacronistica realt storica e sociale della Roma teocratica, era
dunque destinata a fallire: la lezione di storicismo, infatti, si rivelava im-
praticabile al poeta, costretto a fare i conti con un mondo che viveva il suo
crepuscolo in un autunno medievale 50, con una plebe che non poteva
apparire al suo cantore il soggetto di una credibile politica alternativa 51,
e lo poneva non rivoluzionariamente fuori dalla storia a contestare di
fatto il moderatismo, bens dentro coinvolto in pieno (al livello della
specificit romana) nella crisi di una intellettualit nazionale dalla crescita
quanto mai distorta e diseguale 52. Sotto questi rispetti, il ruolo effettivo
giocato da Cuoco nella formazione della coscienza politica belliana va
ripensato in profondit. Negli anni Trenta dellOttocento, daltra parte, si
afferm negli ambienti moderati la tendenza ad attualizzare, del Saggio
storico, il disincanto che tanto spesso caratterizza lopera del Partenopeo,
a recepire la sua cautela in senso antigiacobino ed antirivoluzionario, al
fine di muovere una critica radicale al processo di modernizzazione avvia-
to in Italia dalla stagione bonapartista 53.

5. necessario sottolineare, infine, la necessit metodologica di ricon-


durre ogni dinamica pur minuta della vita sociale e politica della Roma
dei sonetti al suo orizzonte eminentemente religioso, per ribadire con Croce
come lopposizione tra le tre classi sociali, in quegli anni del nostro
Risorgimento, vada spesso ascritta ad un vero e proprio conflitto di fedi
opposte 54. Lopera romanesca di Belli, prendendo ad oggetto gli estremi
sociali del Grande corrotto e della nefaria del popolo, offre dunque
al lettore limmagine di un universo che si oppone in senso radicale a
quella spiritualit che animava il cuore e le menti di larga parte della clas-
se media del XIX secolo: nel commedione infatti ogni istanza ideologi-
ca, ogni tensione etica e spirituale, ogni piegatura della lingua e dello stile,

50
Cfr. Gibellini [19872] p. 164. Lautore osserva in Belli la riduzione domestica e
anacronistica in una contemporaneit perenne e in un quotidiano metastorico. Per lim-
magine di un Belli alla ricerca di un luogo sociale della dialettica ricerca che rester
inappagata , cfr. ancora Gibellini [1979].
51
Carpi [1978], p. 40.
52
Ibidem.
53
Cfr. De Francesco, in Cuoco [1998], p. 30.
54
Croce [2000].

48
I. In medio consistit virtus

vanno poste a confronto con quellorizzonte ecclesiastico, controriformi-


stico, in cui gi Croce scorgeva la pi diretta e logica negazione dellidea
liberale, il prototipo e la forma pura di tutte le altre opposizioni che
col suo odio inammissibile metteva in luce il carattere religioso, di
religiosa rivalit, del liberalismo 55. La stessa religiosit popolare, daltro
canto, arcaicamente ritualistica, reazionaria e codina, malgrado o in virt
del suo sostrato pagano, si faceva portatrice indiretta di una strategia del-
limmobilismo, in quanto risultato di una istituzionale destorificazione
religiosa 56. E sulla natura religiosa, perch paradigmatica, dello scontro
politico in atto, lo stesso Belli poteva trovare conferma nelle tante opere,
indicizzate o ristrette nel suo Zibaldone, che alla nuova spiritualit laica, a
una politica che Mazzini veniva definendo religione civile, appartene-
vano a tutti gli effetti: basti pensare allopuscolo di Bourguignon DHer-
bigny, Dei futuri destini dellEuropa, ampiamente trascritto nelle carte zi-
baldoniane, o alla Storia della rigenerazione della Grecia di Pouqueville,
su cui il poeta medit a lungo. La stessa pubblicistica cattolica, allindo-
mani della Rivoluzione francese, si era spinta addirittura a parlare aperta-
mente di guerra di religione, rievocando le crociate 57 e sempre ribaden-
do il carattere anticristiano di uno scontro che voleva involare i beni
della Chiesa, saccheggiarne sacrilegamente i vasi sacri, atterrarne i tem-
pli, distruggerne il culto, abbatterne le sacre immagini, ucciderne i mini-
stri ed annichilarla interamente, al fine del sovvertimento generale di
tutti gli ordini. Quando mai si vide guerra pi minacciosa ed importan-
te di questa?, ci si chiedeva 58.

55
Ivi, p. 31
56
Cfr. De Martino [1995], p. 64 e pp. 122-123. Un episodio curioso avvenuto nello
Stato pontificio alla fine del Settecento, registrato da Belli in una nota del suo canzoniere
(sonetto 1735, 17 novembre 1835), pu aiutarci a comprendere pi da vicino lo svolgersi di
tale fenomeno: nel corso della repubblica francese a Roma infiniti fanatici credettero di
vedere le Madonne delle pubbliche vie aprir gli occhi, girarli e versar lacrime. Di fronte a
un pericolo concreto per la propria presenza storica, il popolo romano era ricorso alla
consolazione e giustificazione dellorizzonte mitico-rituale. La rinnovazione di tale mi-
racolo avvenne nel 1835, quando la presenza storica si ritrov minacciata dallarrivo del
colera alle porte di Roma.
57
Cfr. Guerci [2008], p. 101 e pp. 238-249.
58
Sono le parole di un libello anonimo, Lo Stato pontificio agli altri incliti co-Stati
dItalia, del 1796 (in ivi, pp. 238-239) il quale, tuttaltro che voce isolata, rifletteva la ten-

49
Edoardo Ripari

Certo Belli, attraverso la lettura dei riformatori meridionali e di Cuoco


in particolare, poteva acquisire una visione pi ampia, moderata delle re-
ali dinamiche politiche e religiose 59. Eppure, nella voce popolare dei so-
netti romaneschi, transumptiones rimiche ricorrenti griglie ideologiche
che precedono e strutturano la stesura dei versi veicolando intere costel-
lazioni di valori linguistici e ideologici testimoniano, pi di ogni altra
occorrenza fenomenologica, come il dilemma politico della pagina bellia-
na sia da ricondurre a problemi di natura profondamente religiosa 60. Pen-
siamo ancora, ad esempio, alla serie in rima governo: eterno: inferno, in
cui il poeta riassume con incredibile capacit sintetica il suo giudizio pi
intimo sulla teocrazia papale, e che si presenta tuttavia come eloquente
traccia di quel dubbio e di quella paura che sempre gli impedirono di
portare fino in fondo le sue pur evidenti eresie 61; o allaltrettanto signifi-
cativa e opposta transumptio giacubbini: assassini / cani particolar-

denza generale degli scrittori controrivoluzionari italiani sia allindomani del 1789, come
osserva Guerci, che, come vedremo, allindomani dei moti del 1830-1831 e della Repubbli-
ca romana del 1849.
59
Sul cristianesimo deistico di Cuoco, val la pena rileggere questa pagina fondamentale
del Saggio storico [1998], pp. 382-383: [...] i nostri repubblicani, seguendo delle idee
troppo inoltrate, voleano far due passi nelle stesso tempo in cui doveano far uno: laltro
avrebbe dovuto venir da se, e sarebbe venuto. Ma essi, mentre voleano spogliare i preti
volean distruggere i Dei; si un linteresse de primi e de secondi, e si rese pi forte la causa
de primi. Ritorniamo sempre allo stesso principio: si volea fare pi di quello che il popolo
volea, e conveniva retrocedere; si potea giugnere alla meta, ma se ne ignorava la strada. [...]
La religione cristiana ridotta a poco a poco alla semplicit del Vangelo, riformate le ric-
chezze de preti, tolto quel celibato che oggi li separa dallo stato, sostituendo ad una prima-
zia monarchica un concilio nazionale, era la religione che meglio convenisse alla democra-
zia. Che altro furono i primi cristiani se non Deisti, democratici? Essi furono perseguitati
non come fedeli ad una nuova religione, ma come contrarj al governo antico. Nelledizio-
ne del 1806, quella letta da Belli, il Partenopeo aggiungeva (in ivi, p. 384) [la religione
cristiana] la religione che meglio di ogni altra si adatta ad una forma di governo moderato
e liberale. Nessunaltra religione tra le conosciute fomenta tanto lo spirito di libert. [...] La
religione cristiana ha per base la giustizia universale: impone dei doveri ai popoli egual-
mente che ai re; e rende quelli pi docili, questi meno oppressori.
60
Cfr. Samon [1969], pp. 26-28 e p. 37.
61
Ivi, p. 20. Scrive ancora il Samon (ivi, p. 78): Leresia totale e senza remore una
tendenza che rimarr sempre tale, senza approdo in una concezione razionale del mondo.

50
I. In medio consistit virtus

mente efficace in componimenti quali Er trionfo de la riliggione (380) o Er


governo de li giacubbini (1160) in cui lindiretto richiamo ad un campo
semantico tipico dellepos cavalleresco (di cui Pulci forse lautore pi
vicino allestetica belliana) ricollega lo scontro in atto al conflitto religioso
pi comune alla letteratura europea. Rivelatrice, ancora, una nota allo
stesso sonetto 380, dove il poeta si preoccupa di esplicare i Cani del
primo verso termine con cui generalmente, in quella letteratura, veniva
indicato linfedele scrivendo con fredda constatazione: I liberali, o
rivoltosi come si chiamano; o infine un tardo appunto in cui sentenziava,
con uno spirito in realt non troppo distante da quello dei componimenti
citati: Mazzini e il vecchio della montagna = assassini 62.
Proprio Vincenzo Cuoco, daltra parte, in uno dei passaggi pi lungi-
miranti della sua opera, nel capitolo intitolato Religione (XXV), aveva
osservato:

Oggi le idee de popoli di Europa sono giunte a tale stato che non possibile
quasi una rivoluzione politica senza che strascini seco unaltra rivoluzione re-
ligiosa, dovech prima la rivoluzione religiosa per lo pi produceva la politica.
Questo forse fa s che le rivoluzioni moderne abbiano meno durata delle anti-
che 63.

In particolare in Francia la rivoluzione religiosa era stata violenta


perch violento era lo stato della nazione a questo riguardo. Infatti, si
riunivano in Francia tutti gli estremi:

Essa aveva innalzata in Europa lautorit papale; essa era stata la prima a scuo-
terne il giogo; ma scuotendolo non lavea rotto, come si era fatto in Inghilter-
ra, ma le antiche idee erano rimaste per materia di eterne dispute su degli
oggetti che conviene solamente credere. Il clero era continuamente alle prese
con Roma, i parlamenti lo erano col clero; la corte ondeggiava tra il clero, i
parlamenti, e Roma. La nazione non si poteva arrestare ai primi passi una
volta dati: lincredulit venne dietro allesame, ma nata in mezzo ai partiti,
risvegliar dovette la gelosia de potenti, e si vide in Francia la massima tolle-
ranza ne filosofi, e la massima intolleranza nel governo, e nella nazione. Po-

62
LGZ, p. 574.
63
Cuoco [1998], pp. 380-381.

51
Edoardo Ripari

che nazioni in Europa possono in questo pregio di barbara intolleranza con-


tendere coi colti, ed umani Francesi 64.

Diverso per era il caso della nazione napoletana, che si trovava in


uno stato meno violento; infatti, osservava il Partenopeo col consueto
realismo storico:

La religione era un affare individuale, e siccome esso non interessava n il


governo, n la nazione, cos le ingiurie fatte ai Dei, si lasciavano ai Dei stessi. Il
popolo Napoletano ama la sua religione, ma la religione del popolo non era
che una festa, e purch la festa se gli fosse lasciata, non si curava di altro.

Nelledizione del 1806, inoltre, Belli, dopo questo passaggio di grande


importanza per la sua rappresentazione della religione romana, poteva
leggere un altro brano di pari forza e suggestione, assente nella princeps
del Saggio storico del 1801:

Il fondo della religione uno, ma veste nelle varie regioni forme diverse a
seconda della diversa indole dei popoli. Essa rassomiglia molto alla favella di
ciascuno di essi. In Francia, per esempio, al pari della lingua pi didascalica
che in Italia; in Italia pi poetica, cio pi liturgica che in Francia. In Francia
la religione interessa pi lo spirito che il cuore ed i sensi; in Napoli pi i sensi
ed il cuore che lo spirito 65.

Queste considerazioni, dunque, spingevano Cuoco ad accentuare il


suo moderatismo strategico, di fronte alla delicatissima materia:

La libert delle opinioni, labolizioni de culti, lesenzione da pregiudizi era


cercata da pochissimi, perch pochissimi interessava. Questa ultima riforma
dovea seguire la libert gi stabilita, ma per fondarla si richiedeva la forza, e
questa non si potea ottenere se non seguendo le idee del maggior numero. Ma
si rovesci lordine, e si vollero muovere i molti presentando loro quelle idee
che erano idee di pochi 66.

64
Ibidem.
65
Ivi, p. 382.
66
Ivi, pp. 345-346.

52
I. In medio consistit virtus

Belli, certo daccordo con le parole del Partenopeo, dovette tuttavia,


per la natura teocratica della sua Roma, imbattersi in un ostacolo ben pi
concreto e in un clima di ben pi violenta estremizzazione, nella consape-
volezza, maturata attraverso letture eterodosse ma anche e soprattutto
vissuta nellintimo e subita in prima persona, che la politica pontificia
aveva gi pianificato, in un clima che ricordava i fantasmi della Controri-
forma, una strategia di destorificazione istituzionale che schiacciava sul
nascere ogni tentativo di partecipare alla dialettica degli eventi per domi-
narne il corso, e che conduceva a percepire le opposizioni politico-religio-
se come un vero e proprio aut-aut.
Non sorprende allora che latteggiamento di resa di fronte alle dram-
matiche contraddizioni della storia, di fronte al dubbio irrisolto (o sse-
mo ggiacubbini, o ccredemo a la lgge der Ziggnore 67) che caratterizza
lultimo stadio della sua parabola poetica, sembri tentare Belli sin dagli
albori di quella stessa parabola. In una lettera allamica Vincenza Roberti
di Morrovalle trascritta, quasi a lasciare un testamento, nel suo Zibaldone,
Belli abdicava, in effetti, dallimpegno etico che di l a breve avrebbe as-
sunto ad istanza poetica (Io ho deliberato di lasciare un monumento di
quello che oggi la plebe di Roma), stemperando ogni ansia quiritaria in
intima esigenza di ritiro e rinuncia:

Chi troppo cambia di esercizii e di stanza, educa i suoi pensieri al desiderio, i


desiderii alla cupidit, la cupidit alla intemperanza; e cos da sensazioni so-
verchiamente variate ed attive esce finalmente il mal frutto della trista indiffe-
renza e del tedio tormentoso. Al contrario, in un ritiro tranquillo, in un ritor-
no continuo di idee sperimentate, luomo moderno raccoglie la propria im-
maginazione in se stesso, e la impiega ad esaminare meglio le risorse ed il fine
dellesistenza. Familiarizzato ogni d pi con que suoni, con que colori, con
quelle forme, con quelle fisionomie del giorno precedente, si ritrova in co-
stante accordo con loro, e fingendosi del resto un Mondo al suo modo, lo
accomuna facilmente alle modificazioni soggettive del suo spirito [...]. Io pen-
so di fabbricarmi una felicit domestica, una felicit tutta indipendente dalle
vicende del mondo [...]. Ancor io dunque, se potessi, sceglierei asilo in un
angolo ignorato della terra, dove lelezione congiunta con la necessit mi abi-
tuassero per gradi a far di meno di agi, di strepito, di variet, di appetiti, di

67
La morte co la coda (2136), 29 aprile 1846.

53
Edoardo Ripari

gloria, di tutto ci insomma che aggirandosi nelleterno vortice delle cose pe-
ribili, ci vieta di pensare a noi stessi 68.

Il brano fa riflettere, tanto pi perch venne scritto in una giornata davve-


ro particolare: l8 giugno 1830. Agli albori di una esperienza poetica venten-
nale, dunque, si equilibravano gi, nellanimo del poeta, opposte tendenze
che a livello profondo, strutturale, si sarebbero riflettute appieno nei suoi
versi: i sonetti romaneschi divenivano infatti, per il loro infaticabile artefice,
anche loccasione di un rito quotidiano, il luogo di un rifugio da quella realt
che essi cercavano, allo stesso tempo, di comprendere e documentare.
Proprio di fronte ai tanti ostacoli che si sono frapposti al suo corso,
tuttavia, la poesia di Belli, in virt delle sue ambiguit, si atteggiava ad un
inquieto sperimentalismo, dando vita a una felice complessit letteraria e
semantica, a una dispersione degli elementi soggettivi ed oggettivi di un
messaggio di grande potenzialit comunicativa, di inedito fascino e mo-
dernit. Lassenza di una formulazione ideologica chiara, in effetti, nulla
toglie al valore universale di una poesia che si votava allontologia degli
archetipi piuttosto che ad una strumentalizzazione degli eventi.

LA GIUSTIZIA DI GAMMARDELLA, IL COLTELLO E LA CORONA

Coniugata la legge (in Roma)


Nom: Hic arbitrius la legge
Gen: arbitrii della legge ecc.
(Giuseppe Gioachino Belli, Zibaldone, III, 1981)

Mirate com bella Napoli! La gente vive da tanti anni


spensierata e contenta, e se di tempo in tempo simpicca
qualcuno, tutto il resto continua magnificamente per la
sua strada.
(La principessa di Satriano, sorella di Gaetano Filangieri,
a Goethe)

1. La riflessione sugli scritti dei rappresentanti dei lumi meridionali,


accompagna Belli lungo un arco cronologico dal 1827 al 1831 in cui

68
Zibaldone, III, articolo 2457, carte 299 recto-301 verso.

54
I. In medio consistit virtus

una tentazione liberale si affaccia con irruenza sullo sdegno divertito e


disincantato della sua coscienza offesa, e in cui linchiostro sferzante della
sua penna d vita ai primi sussulti del progetto monumentale. ancora
sor Dimenico Biagini a far da mediazione tra Belli e i riformatori parte-
nopei, trascrivendo per lo Zibaldone dellamico un significativo paragrafo
della Scienza della legislazione di Gaetano Filangieri: il testo colp a tal
punto il poeta, che di l a poco avrebbe sentito la necessit di acquistarne
una copia per la sua biblioteca 69.
Lopera di Filangieri, pietra miliare del pensiero riformatore settecen-
tesco, era tornata di grande attualit nel dibattito politico del primo Otto-
cento, in relazione a una rinnovata esigenza di riforme, volte a scongiura-
re quelle violenze che unatmosfera di palingenesi rivoluzionaria inequi-
vocabilmente presagiva, laddove i legislatori fossero stati sordi alle richie-
ste, non pi procrastinabili, della nuova intellighenzia. Unansia spiritua-
le, di sapore religioso, vissuta nel segno di un apostolato del vero, anima
lentusiasmo laico e civile della pagina filangieriana, con accenti che la
deontologia della Musa romanesca condivideva, nella sua idealit, appie-
no. Mirabili, per un poeta fedele a ritrarre la verit 70, erano le parole
che chiudono il secondo libro della Scienza:

Il filosofo deve essere lapostolo della verit e non linventore de sistemi [...].
Finch i mali che opprimono lumanit non saranno guariti; finch gli errori e
i pregiudizi che li perpetuano, troveranno de partigiani; finch la verit cono-
sciuta da pochi uomini privilegiati sar nascosta alla maggior parte del genere
umano; finch apparir lontana da troni; il dovere del filosofo di predicarla,
di sostenerla, di promuoverla, dillustrarla [...]. Cittadino di tutti luoghi, con-
temporaneo di tutte le et, luniverso la sua patria, la terra la sua scuola, i
suoi contemporanei e i posteri sono i suoi discepoli 71.

Ancora Carlo Botta, autore ampiamente documentato nello Zibaldo-


ne, storico appassionato e nostalgico di un ideale politico di riforme bru-

69
Leggiamo infatti in Zibaldone, III, carta 189 verso: articolo estratto per me dal
Signor Domenico Biagini mio amico. Io per ho acquistato lopera dalla quale esso articolo
fa parte.
70
[...] mi rivolger, scrive Belli nellIntroduzione, ai pochi sinceri virtuosi fra le cui
mani potessero un giorno capitare i miei scritti, e dir loro: Io ritrassi la verit.
71
Filangieri [1822], vol. I, p. 300.

55
Edoardo Ripari

talmente interrotto dagli eccessi della Francia rivoluzionaria, ricordava


con profonda partecipazione, in anni pi vicini a Belli, limportanza poli-
tica e culturale della pi autentica lezione del Napoletano:

Avea Filangieri filosofo pubblicato i suoi scritti, nei quali non saprei dire se sia
maggiore la forza dellingegno o lamore dellumanit. Erano con avidit letti,
e con grandissime lodi celebrati da tutti. Surse allora universalmente un pi
acceso desiderio di veder lo stato ridotto a miglior forma. Volevasi una libert
civile pi sicura, una libert politica maggiore, una tolleranza religiosa pi
fondata. N a questa inclinazione de popoli contrastava il governo, non anco-
ra insospettito dalla Rivoluzione di Francia 72.

Ma Filangieri rappresentava soprattutto, agli occhi del cristiano e cit-


tadino di Roma Belli, il campione di un umanitarismo politico 73 che si
poneva, al di l degli intenti pragmatici, in perfetta consonanza con lo
spirito attraverso cui il poeta di una plebe irredenta guardava alle stra-
zianti contraddizioni della realt in cui il suo genio creativo si trovava ad
operare. Il paragrafo zibaldoniano della Scienza daltra parte un cam-
pione significativo dellatteggiamento pi tipico del Partenopeo, e varr
la pena, a prescindere dal suo valore documentario, rileggerlo nella sua
interezza.

Il Cavaliere Gaetano Filangieri nella sua opera La scienza della legislazione,


Libro III, Delle leggi criminali, capitolo VI, Lintimazione allaccusato, e la
sicurezza della sua persona, dopo aver dimostrato quali erano in Roma le leggi
le pi favorevoli alla libert personale delluomo, trasportato da unardente
passione verso lumanit cos esclama:
Legislatori dellEuropa, son queste le leggi di un popolo che, malgrado la
perdita della sua libert, esigeva ancora il rispetto de suoi padroni? Per qual
funesto destino i vostri popoli son dunque condannati ad esser privi delluno
e dellaltro? Se la nostra bassezza, se la nostra vilt ci priva de vostri rispettosi

72
Botta [1824], vol. I, p. 27. Un contemporaneo del Filangieri scriveva della
Scienza:
Appare come un astro luminoso e benefico, che, innalzandosi sul nostro orizzonte, dovea
ben tosto illuminare le altre nazioni; in Croce [19585], p. 179. Continua Croce (ivi, pp.
179-180): Assai la ammirava Beniamino Franklin; e anche Bonaparte mostrava ai figliuoli
del Filangieri quel libro sul suo tavolino e diceva dellautore: ce jeune homme, notre
matre tous.
73
Cfr. Muscetta [19832], p. 172.

56
I. In medio consistit virtus

riguardi, che le nostre sciagure richiamino almeno la vostra piet! In mezzo


allopulenza ed alla grandezza, fra il lustro del trono ed i piaceri della reggia,
tra la simulata allegria de cortigiani e le armoniche cantilene de musici, i
sospiri deglinfelici che gemono sotto il flagello delle vostre barbare leggi, non
saranno mai intesi da voi. Luomo sensibile ha anche bisogno daver provati i
mali, o di averli conosciuti, per sentirli. Il cuore de re ha ordinariamente la
disgrazia desser privo delluno e dellaltro soccorso. Riparate dunque a que-
sta disgrazia della vostra istessa grandezza. Togliete un momento a vostri pia-
ceri per condurvi nelle carceri, ove pi migliaia de vostri sudditi languiscono
pe vizi delle vostre leggi, e per lesistenza de vostri ministri. Gittate gli occhi
sopra questi tristi monumenti delle miserie degli uomini, e delle crudelt di
coloro che li governano. Approssimatevi a queste mura spaventevoli, dove la
libert umana circondata da ferri, e dove linnocenza confusa col delitto.
Spogliatevi degli ornamenti della sovranit, vestite le spoglie dun privato cit-
tadino, e quindi fatevi condurre per quel laberinto oscuro che mena in que
sotterranei ove il lume del giorno non penetra giammai, e dov sepolto non
linimico della patria, non il proditore o il sicario, non il violatore delle leggi,
ma il cittadino innocente, che un inimico occulto ha calunniato, e che ha avu-
to il coraggio di sostenere la sua innocenza allaspetto di un giudice prevenuto
o corrotto. Se lo strepito delle catene, se i gemiti cupi e continui che ne parto-
no, se gli aliti pestiferi che nesalano non ve lo impediscono, fate che la porta
di questa tomba si apra. Avvicinatevi allo spettro che vabita. Fate che una
fiaccola permetta a vostri occhi di vedere il pallore di morte che si manifesta
sul suo volto, le piaghe che coprono il suo corpo, glinsetti schifosi che lo
rodono, que cenci che lo coprono per met, quella paglia marcita che stata,
forse, sostituita ad un morbido letto, nel quale egli avea abbracciato una spo-
sa, avea dati pi figli allo Stato, avea passate tranquille le notti sotto la prote-
zione di quelle stesse leggi, che ne lo hanno quindi privato. Dopo quella ispe-
zione fate che il custode che vi ha condotto, si allontani, e domandate quindi
a questo infelice la causa delle sue sciagure. Io son sicuro, vi risponder egli,
di non avere mai offeso alcuno, ma non sono egualmente sicuro di non avere
un inimico. Io godeva di tutta quella tranquillit che mispirava la coscienza
della mia innocenza, e la supposta protezione delle leggi, quando mi vidi strap-
pato dal seno della mia famiglia, e condurre alle carceri. Il mio turbamento
cominci da questo istante; ma si accrebbe a dismisura quando fui presentato
ad un giudice chio non conosceva, ma che al solo suo aspetto mi fe provare
tutte le angosce della morte. Tolto tutto ad un tratto dalle tenebre e dalla
solitudine, abbagliato dalla luce del giorno, spaventato dalle idee funeste che
si erano presentate alla mia immaginazione, tutto tremante, io ardii appena
dinnalzare uno sguardo timido ed incerto sullautor della mia sorte. Nel ve-

57
Edoardo Ripari

derlo io lavrei creduto il mio accusatore, se non fossi stato avvertito solo che
egli era il mio giudice. La fierezza del suo volto, la rabbia ed il livore che si
manifestava ne suoi occhi, lasprezza colla quale proferiva le sue interrogazio-
ni, le sue minacce e le sue seduzioni, mi fecero vedere nella sua persona un
inimico, e mi fecero anticipatamente leggere sulle sue inarcate ciglia il decreto
della mia condanna. Senza dirmi il motivo pel quale mi avea chiamato alla sua
presenza, egli mi fece alcune domande vaghe sopra molti fatti, alcuni de quali
erano da me conosciuti ed altri ignorati. Senza poter penetrare il fine dove
tendevano le sue interrogazioni, n il legame che aver potessero tra loro, io
risposi da principio a ciascuna di esse colla maggior verit, non nascondendo
n quel che sapeva, n quel che ignorava. Lo vidi pi duna volta infierire,
spesso rallegrarsi, come se mi avesse sorpreso, e qualche volta rimproverava-
mi di menzogna e di contraddizione. Quando io rispondeva tremando, il mio
timore era attribuito alla coscienza del reato: se rispondevo con coraggio, que-
sto si confondeva collo studiato ardore e colla sfrontatezza duno scellerato.
Queste imputazioni, queste false interpretazioni che si davano a miei detti, ed
al tuono stesso della mia voce, servirono a maggiormente turbare la mia me-
moria e la mia ragione, gi confusa dalla complicit e dalla disparit delle
domande che mi erano state fatte. In quel momento io non mi ricordai pi n
di quel che io aveva detto, n di quel che avea prima saputo. Mi avvidi soltan-
to che ciascheduna interrogazione, che da principio mi pareva indifferente,
diveniva quindi una domanda capitale. Nelle ulteriori domande io presi adun-
que il partito della debolezza e del timore: io cominciai a tacere e a negare.
Non ricordandomi pi di quel che aveva detto, non ci voleva molto a sorpren-
dermi in contradizione. Pi imbarazzato dalla mia innocenza, che non lo sa-
rebbe stato un delinquente dalla convinzione del delitto, io vedeva che pi si
prolungava il mio esame, pi si fortificava la prevenzione del giudice contro di
me, pi materiali io dava alla mia rovina. In poche parole, dopo questa lunga
e terribile alterazione, io fui condotto nel luogo ove mi trovate, senza sapere
ci che si fosse tramato contro di me, e quale sarebbe la mia sorte. Una sola
volta ho dovuto aprire questa porta, quando alla presenza dellistesso giudice
sono stato ricondotto per riconoscere i testimoni de quali per altro mi si na-
scosero le deposizioni. Mi si domand se gli conosceva e se aveva qualche
motivo legittimo da escluderli. Quella era la prima volta che io aveva inteso
proferire i loro nomi, e veduti i loro volti. Qualunque relazione potessero essi
avere col mio calunniatore, e colla mia accusa, per me ignorata, perch il
calunniatore non mi stato palesato, e non so ancora quale sia la sua accusa.
Io dovetti, dunque, ammetterli, perch non aveva cosa da opporre, non cono-
scendoli; ma chi sa chessi non sieno congiurati contro di me? Io debbo cre-
derlo, perch, se non avessero contro di me deposto, non sarebbero stati con-

58
I. In medio consistit virtus

dotti innanzi al giudice, e non ci sarebbe stato bisogno di chiamarli alla solen-
nit del confronto. La mia imaginazione mi fa dunque vedere con ragione gi
perfezionata la tela che v contro di me ordita; e i tormenti che ora soffro,
altro non essere che gli esordj della morte. Se la mia confessione necessaria
per portare lultima mano alledificio della mia rovina, io non tarder molto a
dar questo soccorso a miei nemici, perch non posso pi reggere nello stato
in cui mi ritrovo. Io lavrei gi fatto se avessi cognizione delle circostanze del
delitto, sul quale cader dovrebbe, e se la religione non me ne avesse finora
distolto. Il custode, che mi ha condotto, non fa che incoraggiarmi a questo
ultimo passo, e si offre a darmi tutte le istruzioni necessarie per eseguirlo. Egli
mi priva con una porzione di quel pane che la legge mi assegna; mi fa passare
de giorni interi tra gli ardori della sete, e viene qualche volta ad insultarmi
colle minacce della tortura, e colle speranze di un pronto ristoro alla mia fame
e alla mia sete, che mi sar conceduto subito dopo che avr proferita la men-
dace confessione, la quale, per quel chegli mi dice, non servir ad altro che ad
abbreviare il corso del giudizio, giacch, senza di quella, io non lascerei di
esser convinto. Alle minacce della tortura egli ne unisce pure unaltra, che mi
spaventa pi di quella. Egli mi dice, che vi preparato un carcere cento volte
pi orribile di quello nel quale mi ritrovo, e nel quale sar condotto, se stan-
cher la pazienza del giudice. Dalla dipintura chegli me ne ha fatta, laltezza
di questo carcere non maggiore della met del mio corpo, e la sua lunghezza
non contiene che lo spazio che si richiede per potervi rimaner seduto, senza
per altro poter distendere i piedi. Per togliere alle mie braccia e alle mie mani
anche quella piccola porzione di libert, che ora mi concedono le catene che
le circondano, egli mi dice che queste saranno unite a miei piedi, e che una
mano straniera verr ad introdurre nella mia bocca quelle poche once di pane
e di acqua, che serviranno a conservare la mia vita per gli ulteriori tormenti. Io
non ho motivo di credere false le sue minacce o esagerata la sua dipintura. Lo
stato, in cui mi ritrovo, mi dispone ad essere suscettibile di qualunque eccesso
e le leggi, che dirigono i giudici, e i giudici che le fanno eseguire. Io son dispo-
sto, dunque, a proferire la mendace confessione, che mi accelerer la mia morte
che io invoco in ogni istante, e che il solo spergiuro, che dee precederla, mi ha
finora impedito di conseguire.
Legislatori, re, monarchi, padri de popoli, come voi vi chiamate ne vostri
editti, con ci che vedreste, con ci che sentireste, se andaste per un momento
a visitare quella porzione de vostri figli che esauriscono la forza del dolore
sospirando presso la perduta libert! La descrizione che ve ne ho fatta non
n ornata dalleloquenza, n riscaldata dallentusiasmo. Io ho nascosto anzi
qualche cosa di pi che vi in qualche paese dellEuropa per timore che non
venga introdotta in quelli ove non conosciuta. Se questi scritti perverranno

59
Edoardo Ripari

sotto i vostri occhi, se supereranno gli ostacoli che allontanano tutto ci che
vero dalle vostre reggie e dai vostri troni; se non vi sar il cortigiano che li
derida, e lignorante che li calunnj, potrete voi non arrossire nel vedere che
tutti i fenomeni della tirannia si manifestino ancora nelle vostre monarchie, le
quali se sono moderate per le vostre virt, sono pi che dispotiche per le leggi
che vi regnano? In un secolo, nel quale si sono moltiplicati i lumi, e i pregiu-
dizj combattuti con tanto vigore, dovremo noi, dunque, essere ancora le vitti-
me delle stranezze funeste ed orribili, che linvenzione pi micidiale della su-
perstizione ha introdotte nella parte della legislatura, che pi interessa la li-
bert delluomo e la sicurezza del cittadino? Dovremo ancora noi risentirci
de colpi, che ha recati allumanit la terribile Inquisizione in un tempo, in cui
questa fiera superstizione ha perdute quelle unghie, colle quali ha per cinque
secoli lacerato linnocenza, lignoranza, la filosofia, e la religione istessa? Noi
che abbiamo adottate tante leggi de Romani, molte delle quali non sono pi
applicabili allo stato presente delle cose, molte inutili, e molte assurde, dovre-
mo poi trascurare quelle, che tanto favoriscono la civile libert? Dovremo noi
soffrire che il sistema creato da un ambizioso Pontefice prevalga ancora a
quello che la Greca, e la Romana sapienza stabilito aveva nel seno della liber-
t? Che lInquisizione proscritta dalle case de Vescovi, conservi ancora la sua
sede nel tempio di Ges? Che noi avremo di che arrossire leggendo i codici
stessi de tempi barbari sopra molti articoli della criminale procedura! Dovre-
mo noi soffrire ... Ma, ahi! Caliamo per un momento un velo su questa dipin-
tura orribile de pericoli, a quali esposta la nostra libert. Invece di maggior-
mente rattristarci sulla riflessione de mali, occupiamoci della scelta de rime-
dj, e consoliamoci sulla felicit che vi sarebbe di adoprarli 74.

Linfluenza diretta, quasi traslitterazione linguistica infima, di tanta


idealit sulla pagina romanesca, pu essere rintracciata laddove Belli, in
sonetti di argomento giuridico di grande forza visiva, esprime la sua insof-
ferenza verso larretratezza feudale dello Stato pontificio. Un sonetto del
23 aprile 1835, Er tribbunale der Governo (1530), sembra anzi ricondurci
a livello intertestuale, ma per stridente contrapposizione, alle parole del-
lestratto zibaldoniano:

74
Zibaldone, III, articoli 913-914, carte 189 verso-196 recto.

60
I. In medio consistit virtus

Eccoli cqua sti ggiudisci da jjanna


che pporteno la spada e la pianeta.
S cquattranni e r proscesso nun ze manna
e la popolazzione ha da st cquieta.

Pe cquer Cristo una gran lgge tiranna!


Ten er distin dun omo tra le deta,
e nun vol spidijje la condanna
prima de fallo infrascic in zegreta!

Doppo annata la causa allinfinito


caso cun poveretto esschi innoscente
chi jjarif cquellanni cha ppatito?

E ss ppoi sentenziato dilinquente, quanno


va ssu le forche ccompatito, perch er
dilitto nun ze ti ppi a mmente.

Ma gi nel sonetto La porpora (771), del 17 gennaio 1833, Belli aveva


affrontato lo stesso tema, in uninvettiva violentissima che torna a far pro-
prie istanze filangieriane, rivisitandone lhumanitas, tuttavia, in unottica
pi propriamente cristiana e creaturale:

Ched er colore che sse vede addosso


a ste settanta sscimmie de sovrani?
S, laddimanno a vvoi: ched cquer rosso?
sangue de Cristo? N: dde li cristiani.

er zangue de noi poveri Romani


che jje curre a li piedi comun fosso,
cuanno sce danno in gola cor palosso
come se fa a le pecore e a li cani.

Ner zangue de noi pecore sta a mmollo


cuella porpora infame; e a nnoi sta sorte
tocca, per dio, da presentajje er collo.

Epper le patente de sta Corte


s ttutte in carta-pecora e ccor bollo:
che pprima bbolla, e ppoi condanna a mmorte.

61
Edoardo Ripari

Definendo il delitto violazione della legge accompagnata dalla volon-


t di violarla, Filangieri si era gi posto, di fatto, sul terreno di un nuovo
paradigma giudiziario, volto non solo a un ripensamento di norme legisla-
tive fossilizzate, ma a scomporre alle fondamenta lintero corpo politico e
statale. Lideale garantista e laico del sistema normativo e la concezione
proporzionalista della pena, daltra parte, sono la conquista pi evidente
di un retroterra filosofico di pi ampia portata, che faceva capo diretta-
mente a Vico, Genovesi e al giusnaturalismo razionalistico, da Grozio a
Hobbes a Pufendorf: tutti autori che popolano con la loro presenza luni-
verso culturale dello Zibaldone belliano. Guardando ad essi, e scoprendo
la tragica alterit del mondo romanesco dalle loro pagine, Belli in una
dialettica tra istinto e cultura torna a sottolineare con forza, in un sonet-
to dell8 aprile 1834, La lgge (1173), larbitrariet dellintero sistema giu-
diziario pontificio. E in una nota in lingua, diretta espressione della sua
indignatio, rende inequivocabile, per stridente ironia, uninsofferenza
quiritaria:

La lgge a Rroma sc, ssori stivali:


io nun ho ddetto mai che nun ce sia:
ch er Governo ha ttrescentuna scanzia
tutte zeppe de bbanni-ggenerali. *

E mmanco vederete carista


dabbati, monziggnori e ccardinali
giudisci de li sagri tribbunali,
da impiccavve sur detto duna spia.

La mi proposizione stata questa,


cun ladro che tti a mmezzo chi ccommanna
e cci donne che ssarzino la vesta,

rubbassi er palazzon de Propaganna,


troverete er cazzaccio che larresta,
ma nun trovate mai chi lo condanna.

* Co bandi-generali, leggi effimere e di circostanza, consistenti in una farragine di fogli affissi


in varii secoli o sotto varii costumi, si fino ad ora giudicato in materia criminale. Larbitrio vi
si trovava come nel suo proprio regno. Oggi per stato pubblicato un cos-detto Codice
criminale, i di cui beneficii si potranno riconoscere dal tempo e dalle correzioni.

62
I. In medio consistit virtus

Nel solco di una simile frizione tra lideale ed il reale, del resto, lo
stesso Filangieri, con la sua Scienza, aveva di fatto superato lintero corpus
della scientia juris, affermando con le parole di Montesquieu: Noi gover-
niamo il mondo come , e non come dovrebbe essere.

2. Il riformismo filangieriano abbraccia inoltre, nei loro tratti essenzia-


li, gli ideali pedagogici del repubblicanesimo laico. Filangieri fu tra i pri-
mi, in effetti, ad augurarsi e a richiedere uneducazione di tipo nazionale
e aperta a tutti, pur mantenendo una diffidenza distaccata verso gli strati
pi bassi della societ, deboli e senza onore: quellonore che un plebeo
belliano avrebbe definito vento de scorregge 75. Il tema pedagogico daltra
parte, cos caro al Partenopeo, toccava apertamente le corde pi risonanti
dellanimo di Belli: lo stesso Zibaldone aveva il fine dichiarato di collezio-
nare un universo della cultura per leducazione di Ciro, figlio del poeta; e
lIntroduzione al 996 appare a sua volta animata da esigenze pedagogiche,
laddove la superstizione di una plebe condannata a restare senza miglio-
ramento viene implicitamente ricollegata allassenza di unautorit in
grado di portare un lume in quel mondo di tenebre. Gi in una lettera del
30 luglio 1829, Belli aveva riflettuto sui nuovi metodi di educazione per
fare di Ciro un uomo religioso e non superstizioso, amico pi dellonore
che della riputazione, coraggioso e non temerario, franco e non imperti-
nente, obbediente e non vile, rispettoso senza adulare, emulatore senza
invidia, giusto, leale, vegeto, agile, amabile, dotto, erudito: insomma un
uomo da riuscire la compiacenza de genitori e lesempio de cittadini.
Aveva scoperto infatti, leggendo Montesquieu, che era lonore il maestro
universale che deve guidarci dappertutto, e che solo un governo mode-
rato poteva garantirne linsegnamento e la pratica (IV, 2) 76. A Roma per,
quel padre premuroso vedeva che ladulazione o lastuzia avevano sosti-
tuito ogni virt, che lonore stesso imponeva le regole a suo talento, esten-
dendo o limitando diritti e doveri a suo capriccio, e che paura e supersti-
zione erano elevati a princip di governo. Laristocrazia pontificia, in quel-
lo scorcio di tempo, dovette apparirgli un universo corrotto e dispotico, e
il pontefice un despota che metteva la sua gloria nel disprezzare la vita,
forte solo perch poteva toglierla. Negli Stati dispotici, gli suggeriva

75
La bbona nova (1253), 29 aprile 1834, v. 13.
76
Montesquieu [20046], vol. I, p. 177.

63
Edoardo Ripari

infatti lautore dellEsprit des lois, dove non vi sono leggi fondamentali,
non vi nemmeno un deposito di leggi. Da ci deriva che in quei paesi la
religione ha di solito tanta forza, in quanto forma una specie di deposito e
di continuit; e, se non la religione, sono le consuetudini che vi sono
venerate, al posto delle leggi. Ma in uno stato siffatto anche la religione
era paura aggiunta alla paura (V, 14) 77, giacch lubbidienza presuppo-
neva ignoranza in colui che ubbidiva, nel tentativo di fare un cattivo
cittadino per ottenere un buono schiavo. In uno Stato siffatto nulla si
riparava, nulla si migliorava, e come accadeva con Li soprani der Monno
vecchio (361, 21 gennaio 1832), il teocrate, pigro, ignorante, voluttuo-
so, era un uomo a cui i suoi cinque sensi dicevano senza posa che egli
[era] tutto, e che gli altri non [erano] niente (II, 5) 78:

Cera una vorta un Re cche ddar palazzo


mann ffora a li popoli steditto:
Io s io, e vvoi nun zete un cazzo,
sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.

Io fo ddritto lo storto e storto er dritto:


pzzo vnneve a ttutti a un tanter mazzo:
Io, si vve fo impicc, nun ve strapazzo,
ch la vita e la robba Io ve laffitto.

Chi abbita a sto monno senza er titolo


o dde Papa, o dde Re, o ddImperatore,
quello nun p av mmai vosce in capitolo.

Co steditto ann er boja pe ccuriero,


interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: vvero, vvero.

Comprendiamo bene perch Belli ebbe laccortezza di far studiare il


suo unico figlio in un collegio di Perugia, dove evidentemente, sebbene
entro precisi limiti, la situazione scolastica differiva dallottusa chiusura
della Pulirana romana, che il poeta descrive, con eloquente fastidio, in

77
Ivi, p. 208.
78
Ivi, p. 164.

64
I. In medio consistit virtus

una nota (la seconda) di un altrettanto eloquente sonetto del 5 febbraio


1832, Li galoppini (396):

Jeri, a la Pulinara *, un colleggiale


doppo fatta una predica in todesco,
setacci tutter popolo in du sale,
e a la ppi mmejjo vorze d er rifresco.

In cuella fesce entracce er cardinale


co lamichi der Micco e ppadron Fiesco;
e nellantra la ggente duzzinale
che vviaggia cor caval de san Francesco.

Pe sta sala che cqu de li spedati


commincionno a ppass li cammorieri
pieni de sottocoppe de ggelati.

Ma cche! a la sala delli cavajjeri


un cazzo ciarriv: che staffamati
se sparinno inzinenta li bicchieri.

* Collegio in addietro germanico e ungarico di S. Apollinare: oggi Liceo del Seminario


Romano, dacch i Gesuiti ripristinati da Pio VII ripresero le scuole del Collegio Romano.
I secolari, che vogliono istruzione pubblica, debbono tutti andare alle scuole della Compa-
gnia di Ges. Al liceo de preti intervengono solamente que fanciulli che si destinano a
stato sacerdotale; dimodoch molti padri, per sfuggire la disciplina gesuitica, vestendo i
loro figliuoli in abito ecclesiastico, fanno impegno per procacciar loro quella de preti, lo
che ancora con difficolt si ottiene, conosciutosi il giuoco, che terminato il corso di studi,
svanisce la vocazione dellordinarsi.

Lattenzione di Belli verso le conquiste del pensiero liberale nel campo


delleducazione, appare del resto inequivocabile, chiaramente conferma-
ta da quelle numerose letture di cui proprio lo Zibaldone, nei suoi indici
meticolosi, nei suoi estratti, ci rende partecipi. Nel secondo volume, ad
esempio, Belli riporta, oltre allindice, numerose citazioni dallopera De
leducation des enfants di John Locke, nella traduzione francese del 1760,
con riferimenti a Montaigne, Rabelais, Newton, Rousseau, e, in particola-
re, a Chillingworth, apologo del protestantesimo 79. Nel volume IV poi,

79
Zibaldone, II, articolo 1184-1252, carte 154 verso -181 verso.

65
Edoardo Ripari

approfondiva largomento con la Delphine e alcune lettere della Stal 80.


Negli estratti della Storia della rigenerazione della Grecia di Pouqueville,
dove, tra le righe, emerge la sostanziale adesione del Belli alle iniziative e
al metodo di Joseph Lancaster (1778-1838), esempio concreto di spirito
costruttivo e filantropico, la riflessione del poeta sulla possibilit di dare il
via ad un orizzonte di riforme, in quegli anni di preparazione e di prima
immersione nel primordio, si presentava come profonda esigenza, matu-
rata nel confronto con una letteratura di grande spessore ideologico. Leg-
giamo un interessante brano dallo Zibaldone:

La scuola di mutuo insegnamento aperta in Tripolitza da Girolamo Antonius,


matematico di Cidonia, in sul declinar di Luglio del precedente anno (1824),
era dopo soli tre mesi oggetto di maraviglia per gli abitanti e per gli stranieri
che la visitavano, pel numero de suoi allievi e pe rapidissimi progressi che
facevano. Sotto la direzione di Augusto Giovanni Depuotis, dAntonio Biri-
cos, di Michele Fakis, di Nicola Gounari, edificavansi in Andreas diverse scuole
di mutuo insegnamento. Lesempio di Andreas di Tripolitza era dunque imita-
to. E non solo si aprivano scuole di mutuo insegnamento, ma ginnasii e licei
provveduti di esperti precettori che chiamavano da tutte le parti della colta
Europa, nelle cui universit avevano molti Greci attinte quelle scienze e quelle
arti che poi dovevano diffondere nella rigenerata loro patria 81.

Nel settimo volume, ancora, Belli sostiene in prima persona, con evi-
dente entusiasmo, i princip pedagogici della scuola di Jean Joseph Jaco-
tot (1770-1840):

Ho finalmente avuto gli elementi del Metodo Jacotot, concernenti i principii


dinsegnamento universale secondo il sistema della emancipazione intellettuale
da cui la Francia e pi il Belgio vanno attualmente ottenendo conquiste di
dottrina assai vicine al prodigio. Non pi i processi barbari dallincognito al
cognito, ma dal manifesto allocculto: non il falso spirito di sintesi fra non
intesi elementi; ma la benefica ragione di analisi stabilita sopra idee gi posse-
dute: ecco quel che prepara nellet nostra alle menti puerili uno sviluppo
meraviglioso di quelle facolt, che non negate dalla natura quasi ad alcuno, la
educazione conserva poi in cos pochi alla societ defraudata 82.

80
Ivi, IV, articoli 2395-2247, carte 225 recto -289 recto.
81
Ivi, articolo 2141, carta 158 recto.
82
Ivi, VII, articolo 4522, carte 218 recto -219 verso.

66
I. In medio consistit virtus

Certo il poeta dei sonetti, allo stesso tempo, era consapevole della dif-
ficolt di ricondurre la sua piccola patria pontificia allorizzonte delle nuove
conquiste del pensiero laico:

lopposizione completa e dir diametrale che questa moderna scoperta pre-


senta incontro ad ogni vecchia pratica distruzione, dovr in Roma richiamare
gli institutori alla qualit di discepoli, prima che possa dare alla patria un allie-
vo: danno, da durare ai figli ed ai padri che gli amano, finch la prepotenza del
pregiudizio e dellinteresse non sar vinta negli educatori dalla verit e dalla
filantropia 83.

Quanto a lui, non aveva alcun dubbio sullefficacia delle nuove propo-
ste, e si impegnava ad applicarle subito su s stesso, in vista della forma-
zione di Ciro:

Per me, voglio io stesso fare una prova sopra me stesso onde il mio Ciro colga
il frutto di un sistema di associazione ideologica, stato sempre consono a miei
principi, tanto che vado quasi orgoglioso di averlo presentito in certi miei
lavori di storia, delineati presso a poco sul disegno che oggi nel nord si colori-
sce con s bel premio di successi. Del resto mi piacer di sapere se la enciclo-
pedia che ho avuto lonore di procurarle Le sembri almeno capace dinsinuare
ne suoi cari bambini le elementari nozioni delle quali il Mondo Nuovo non
permette pi la ignoranza 84.

Pare di cogliere, in queste ultime parole, uno slancio propositivo ver-


so un futuro di cambiamenti un Mondo Nuovo, addirittura del
tutto inedito, se rapportato allo scetticismo disincantato che caratteriz-
za la pagina del cantore del medioevo pontificio. E daltra parte, lalteri-
t radicale, labissale solco che intercorreva tra luniverso delle riforme
e leffettiva situazione romana e romanesca, produceva, nellambito del-
la poesia, un vero e proprio capovolgimento antifrastico di quelle idea-
lit, che lattenta lettura di opere come la Scienza filangieriana aveva
fatto maturare nella coscienza delluomo Belli, e allo stesso tempo, per
felice contrappasso, dava vita a versi di mirabile forza espressiva e rap-

83
Ibidem.
84
Ibidem.

67
Edoardo Ripari

presentativa. il caso di un sonetto del 14 settembre 1830 intitolato,


appunto, Laducazzione (57):

Fijjo, nun ribbart mmai Tata tua:


abbada a tt, nun te fa mmette sotto.
Si cquarchiduno te vi a dd un cazzotto,
l callo callo tu ddjjene dua.

Si ppoi quarcantro porcaccio da ua


te sce fascessi un po de predicotto,
dijje: De ste raggione io me ne fotto;
iggnuno penzi a li fattacci sua.

Quanno ggiuchi un bucale a mmora, o a bboccia,


bbevi fijjo; e a sta ggente bbuggiarona
nu ggnene fa rrest mmanco una goccia.

Desse cristiano ppuro cosa bbona:


pe cquesto hai da port sempre in zaccoccia
er cortello arrotato e la corona.

Qui, contrariamente a ogni principio civile di rischiaramento, si pro-


spetta unimmagine elementare e istintiva dellumanit, quasi ridotta alla
sua animalesca natura e non riscattata da alcuna prospettiva, tant vero
che in conclusione il padre invita a ritrovare, in nome di unetica utilitari-
stica, la sintonia tra er cortello e la corona 85. E in effetti, doveroso chie-
dersi quali possibilit pratiche poteva scorgere un cittadino gregario nel-
la citt dove soli preti [...] reggneno, e dove a la missione il predica-
tore incalza:

Li libbri nun z rrobba da cristiani:


fijji, pe ccarit, nnu li leggete 86,

85
Gibellini, in Teodonio [1998], vol. 1, p. 71.
86
Er mercato de piazza Navona (1121), 20 marzo 1834, vv. 13-14.

68
I. In medio consistit virtus

e il popolano fa subito eco:

E a cche tte serve poi sto scrive e llegge?


Lsselo fa a li preti, a li dottori,
a li frati, a li Re, allImperatori
e a quelli che jje lobbriga la Lgge.

Io vedo che cce s ttanti siggnori


che Ccristo larricchisce e li protegge,
e nnun zannantro che rtti, scorregge,
sbavijji, e strapazz li servitori 87.

3. Lacuta descrizione psicologica del suddito in un regime di dispoti-


smo politico, che Filangieri, memore della lezione di Montesquieu, con-
duce nel primo libro della sua Scienza, tornava a stimolare dunque, alla
luce dei dati gi acquisiti, le riflessioni di Belli sullideale del cittadino,
e si presentava ai suoi occhi come visione a tutto tondo su quella realt
che viveva quotidianamente, e veniva rappresentando:

Quando il governo puramente arbitrario, quando lautorit sovrana tra le


mani di un tiranno, per lo pi educato tra le mura di un serraglio e fra gli
intrighi duna truppa di cortigiani avidi e corrotti, egli non sceglier sicura-
mente per suoi ministri senonch i complici o almeno i fautori dei suoi vizi
[...]. L il vizio, le volutt vergognose, loppressione, lingiustizia, la frode, la
bassezza, sono onorate, approvate, ricompensate dal potere supremo, applau-
dite dalla voce pubblica, legittimate, per cos dire, dal consenso tacito duna
societ che non ardisce di reclamare. L il favorito superiore alleroe. L il
traditore della patria diviene il pi potente cittadino dello stato. L colui che
non oppressore oppresso. L luomo virtuoso procura di nascondere le sue
virt. L, finalmente, il pi coraggioso procura di apparire il pi vile, perch il
valore e le virt sono niente dove il despota tutto 88.

Come non ricordare, alla lettura di queste parole, i tanti versi che trat-
teggiano, con la spietatezza di una visione degradata e nauseabonda, il
pontefice e la sua corte ottusa e compiaciuta? Nel secondo sonetto del

87
Er legge e scrive (1596), 27 agosto 1835.
88
Filangieri [1822], vol. I, p. 143.

69
Edoardo Ripari

trittico Un antro viaggio der Papa (1553), del 25 maggio 1835, la parabola
della teocrazia sembra aver raggiunto lo stadio pi estremo di una tiran-
nia educata tra le mura di un serraglio, e lindignazione rabbiosa del
poeta prossima allo schifo:

Corre la nova pe ppiazza Navona


cher Papa, pe vviaggi cco ppi ddecoro
ner rifresco che ffesce a Ppalidoro
se pijj na santissima cacona.

E a la faccia de mezzo concistoro


rivommitanno pe unoretta bbona
simpiastr ttutta la Sagra perzona
fino a le scarpe co la crosce doro.

E la Corte, sbruffata da li schizzi


vienuti da lo stommico sovrano
li pijj ccome ttanti bbenefizzi.

Maliziosamente nascosto dietro il gruggno di quella maschera ple-


bea, che sola possiede il privilegio della verit sfacciata, non facciamo
fatica a ritrovare, nellultima terzina, il disincanto dello stesso poeta, che
nei primi 11 versi i pi arditi e spregiudicati si era come per miracolo
eclissato:

Chi ssa? Nner galateo der cortiggiano


er male e r bene, le vert e li vizzi
nun zaranno spiegati in itajjano.

Eppure, di fronte al surrealismo del basso corporeo che caratterizza il


sonetto, la stessa rappresentazione non sembra disancorarsi dalla polemi-
ca di una verit storicamente contestualizzata e perdere, nel raggiunge-
re le vette di un vero ontologico, effettuale, la forza corrosiva di una
militanza diretta nel presente, gi preclusa invero da una condizione di
clandestinit che pure era necessaria allesplosione della ferocia del poeta
carnefice? Per riacquistare una dimensione cronachistica, giornalisti-
co-militante, Belli deve ricorrere, senza riuscire tuttavia ad abbandonare
gli stilemi della favola e latmosfera dellepos, alla lingua del poeta citta-

70
I. In medio consistit virtus

dino, quellitaliano che veicola, o tenta di veicolare una cronotopia stori-


ca che al romanesco, per la sua forza istintiva, per atavismo, immancabil-
mente sfugge:

Anche il Buffone Santissimo (Mons. Soglia de Vescovi e Regolari) ci infor-


ma cos una nota si ubriac fino agli occhi. Questi e il papa si abbracciarono
in un impeto di entusiasmo divino, e cos stretti luno fra le braccia dellaltro
andavano ruttando, recendo e gridando: Monsignor Soglia mio, che bella
giornata, Santo Padre mio, che consolazione. La corte intanto gli osserva-
va con divoto raccoglimento.

La forza senza tempo della poesia di Belli, ricondotta alla sua attualit,
diviene infatti elemento di una metastoricizzazione: non riconoscibile,
dietro i versi del sonetto, il volto di Gregorio XVI, e tendenzialmente,
nellintero macrotesto, non riusciamo a contestualizzare negli anni Trenta
dellOttocento una Roma che cogliamo, al contrario, intemporale e ana-
cronistica 89. Belli in effetti, confinato in quellinsula extrastorica come un
ragno nella propria tela 90, non ha accesso empirico, una volta sfuma-
ti i ricordi di Milano, a quella realt ideale cui poteva aspirare solo attra-
verso il filtro della letteratura. Per scorgere al di l del suo cupo orizzonte
romano alternative possibili, egli era costretto a far tesoro delle parole dei
suoi autori, cercando avidamente di possederle (gli elenchi, gli estratti, i
meticolosi indici dello Zibaldone ne sono un spia evidente), per poi river-
sarle, ma sotto forma immaginifica e attraverso la mediazione di una lin-
gua abbietta e buffona, sulla sua pagina.
Di fronte alleclettismo dellimpostazione politica e costituzionale del-
la Scienza della legislazione, Belli poteva leggere, ad esempio, lapologia
della nascente nazione americana, o scoprire come la saggia Inghilterra,
per chi riteneva sempre pi necessario un potere illuminato, doveva esse-
re un punto di riferimento indispensabile al fine dellinnovazione politica

89
Scrive con saggezza Vigolo [1963], p. 17: La grandiosit e potenza talora allucinan-
te di alcuni sonetti [...] sta proprio in questa immensit di sfondo intemporale a perdita
docchio, per cui quel papa potrebbe anche essere Paolo III o Innocenzo X. A ben poca
cosa si ridurrebbe la poesia del Belli se fosse rimasta appiattita nei limiti angusti della Roma
di Gregorio XVI.
90
Cfr. La difesa de Roma (1271), 27 maggio 1834, vv. 7-8: e cqui a Rroma sce sto
pperch oggni raggno \ attaccato e vv bbene a la su tela.

71
Edoardo Ripari

e giudiziaria. Poteva rileggere, trascrivendo intorno al 1830 le parole del


DHerbigny sui Futuri destini dellEuropa, problemi che scopriva, nei loro
tratti generali, ben vicini a questioni intimamente filangieriane:

La sua [dellInghilterra] aristocrazia, la maniera sua di eleggere i rappresen-


tanti, il suo sistema della vasta propriet, discorde troppo dal suo stesso spiri-
to sociale elevano gi un mormorio delle popolazioni gementi di miseria. E
per lInghilterra prevedere lavvenire meglio che ogni altra nazione e a diffe-
renza di ogni altra nazione abbisognare di riforme anzich di rivolgimenti. Il
giogo del privilegio e la pi bizzarra combinazione de suoi elementi politici
aver reso gi qui necessaria tutta labilit del governo e tutta lenergia patriot-
tica del popolo per conservare s lungamente una costituzione sotto la quale
nessun impero si sarebbe conservato, e la Francia avrebbe vissuto appena
dieci anni. Alla forza morale onnipotente in quel nobil paese, si deve la bril-
lante prosperit inglese, e tanto avvilita dai pubblicisti dellultimo secolo col
nome di Monarchia illusoria. Colpo docchio sulle gesta di questa nazione con-
frontate con quelle di alcunaltra. Essa inoltre conta pel pi bello de suoi
titoli laddolcimento delle leggi penali, per non avere disperato del cuore del-
luomo che volle salvare dalla disperazione e dalla recidiva aprendo a rei una
nuova carriera dopo il disonore del primo delitto, e dando loro nuova patria e
nuova esistenza insieme colla istruzione de doveri che prima non conosceva-
no; qui lautore esclama: com egli possibile che i governi dEuropa non
abbiano ancora imitato un s ammirabile esempio? Essi non conoscono pei
colpevoli di qualunque genere se non che i supplizi e la degradazione 91.

In Inghilterra osservava lo stesso Belli nei suoi scartafacci avanti


alla legge il Re pari ai sudditi. Fra le altre leggi una toglie le giurisdizioni
a chi per soli sette anni trascurandoli ne ha fatto godere il pubblico o
partecipare. (Ci forse perch ognindividuo geloso mantenendosi del suo
dritto privato, da questi impari ad apprezzare e difendere i pubblici.) Ora
Giorgio III, dopo otto anni che per un suo predio allodiale aveva lasciato
libero il transito, volle chiuderlo; cosicch un contadino trovatolo chiuso,
atterr la porta, e pass. Fu questi dai guardiani del luogo arrestato, ma
egli, citato il Re avanti ai Tribunali, vinse ed ottenne decreto che si toglies-
se da quel passaggio il nuovo ostacolo 92. Montesquieu, al contrario, ave-

91
Zibaldone, V, carte 280 recto e verso, articoli 3286-3287.
92
Ivi, I, articolo 550, carta 129 recto.

72
I. In medio consistit virtus

va confermato la percezione belliana della teocrazia come un Stato dispo-


tico, dove la natura del governo richiede unobbedienza estrema; e la
volont del principe, una volta conosciuta, deve avere il suo effetto cos
infallibilmente, come una boccia lanciata contro unaltra deve avere il suo.
Non v possibilit di moderazione, di modifiche, daccomodamenti, di
limiti, di equivalenti, di trattative, di rimostranze; niente di uguale o di
migliore da proporre; luomo una creatura che obbedisce a una creatura
che vuole. Non si possono avanzare i propri dubbi su un evento futuro,
come non si possono scusare i propri insuccessi col capriccio della fortu-
na. La parte che tocca in sorte agli uomini, come alle bestie, listinto,
lobbedienza, il castigo (III, 10) 93. A Roma dunque:

Er ricco ssciala, er ciorcinato stenta:


strilli ggiustizzia, e ggnisuno risponne;
e ppoveretto lui cchi sse lamenta 94.

E daltra parte, a smuovere il pancotto era facile comprendere che


in fondo cchi ubbidisce semo sempre noi 95. Alla forza morale di un
governo laico e moderato, vagheggiata attraverso il pesante filtro della
carta stampata, Belli non poteva che contrapporre la constatazione alluci-
nata di trovarsi a vivere in un mondo al crepuscolo, che faceva del boia il
bastone per la sua vecchiaia:

Er guajo nun mmica che cqui oggnanno


ar Governo nun fiocchino proscessi:
li delitti, ppi o mmeno, so listessi,
e, ppe ggrazzia de Ddio, sempre se fanno.

Ecchelo er punto indove sta er malanno:


che mm li ggiacubbini se s mmessi
drenta li loro scervellacci fessi
cher giustizzi la ggente da tiranno.

93
Montesquieu [20046], vol. I, p. 175.
94
Li Papati (942), 4 maggio 1833, vv. 12-14.
95
Cfr. Li Vicarj (1166), 6 aprile 1834, vv. 12-14.

73
Edoardo Ripari

N ccabbino li preti stoppiggnone:


sempre per una massima cattiva,
djje, djje, la fa cquarchimpressione.

E accus, pe llass la ggente viva


sinnimmicheno er boja, ch er bastone
de la vecchiaja de li Stati. Evviva! 96

4. Il legame tra arbitrariet della giustizia pontificia e spettacolo


giudiziario torna ovunque, nei sonetti, ad affascinare e preoccupare la
coscienza del poeta e suddito, che in un componimento del 5 dicembre
del 1832, Un privileggio (556), affilava le sue armi ben equipaggiato del-
le risorse dello sproposito plebeo e della causticit del suo disagio bor-
ghese:

Da cristiano! Si mmoro e ppo arinasco,


preghIddio darinasce a Rroma mia.
Vamma ccerca un paese foravia
dove se vti coma Rroma er fiasco!

Vamma cerca per monno staricasco


de pot ff un delitto chessesia,
eppoi trov una cchiesa che tte dia
un ber cmiscio bbianco de damasco.

Lhai visto a Ssan Giuvanni Decollato


cuello che ffesce a pezzi er friggitore,
come la Compaggnia lha llibberato.

96
Er boja (1111), 18 marzo 1834. C anche leco, in questo sonetto, delle riflessioni di
Joseph De Maistre, secondo cui toute grandeur, toute puissance, toute subordination
repose sur lexcuteur: il est lhorreur et le lien de lassociation humain. Otez du mond cet
agent incomprhensible; dans linstant mme lordre fait place au chaos; les trones sab-
ment et la socit disparot (Les soires de Saint-Ptersbourg, Libraire Greque, Latine et
Franaise, Paris, 1821, tome prmiere, p. 44). Non da escludere, nonostante le carte
belliane non ci informino a riguardo, che il poeta conoscesse lo scritto del controrivoluzio-
nario francese.

74
I. In medio consistit virtus

Lhai visto con che ppompa e ccon che onore


annava in priscissione incoronato,
come potrebbe ann limperatore? *

* Fra gli altri privilegi di simil fatta goduti da varie fraternit di Roma, notabile la prero-
gativa di cui investita la Compagnia di S. Giovanni Decollato, che quella che va a
tumulare i cadaveri dei giustiziati morti penitenti, dappoich glimpenitenti gettansi in
una specie di fogna scavata appi del cosiddetto Muro-torto, avanzo delle antiche costru-
zioni della Villa Domizia sul Pincio, e formante oggi parte del pomerio romano di Ono-
rio, tra le porte Flaminia e Pinciana. La Compagnia dunque poteva, e potrebbe anche
adesso, liberare un malfattore da morte, e menarlo processionalmente con torchio acceso
nelle mani, vestito di damasco bianco, e coronato di alloro, in segno di trionfo della
misericordia sulla giustizia.

Le osservazioni illuminanti di Montesquieu, Filangieri e dHerbigny,


abilmente camuffate dietro i versi, avevano del resto affascinato il poeta
sin dallinizio della sua parabola dialettale, quando ad esempio, tra il 29 e
il 30 settembre 1830, componeva i versi di Er ricordo (67) e La ggiustizzia
de Gammardella (68): attraverso i due sonetti e un loro confronto da un
lato con la quotidianit romana e dallaltro con lintertesto filosofico che
si frappone come un velo tra la vita e la poesia, possibile cogliere, nel
suo aspetto pi intimo, il procedimento alchemico che metabolizza il dato
reale e letterario in una nuova, autonoma, del tutto originale realt poeti-
ca. Nel primo sonetto, il bozzettismo popolare, veicolato da una lingua
dellincultura, lascia intuire, al lettore attento, gli echi di una intertestuali-
t estremamente raffinata:

Er giorno che impiccorno Gammardella


io mero propio allora accresimato.
Me pare m, cher zntolo a mmercato
me pag un zartapicchio e na sciammella.

Mi padre pijj la carrettella,


ma pprima vorze gode limpiccato:
e mme tieneva in arto inarberato
discenno: Va la forca cuant bella!

Tutta un tempo ar paziente Mastro Titta


jappoggi un carcio in culo, e Ttata a mmene
uno schiaffone a la guancia de mandritta.

75
Edoardo Ripari

Pijja, me disse, e aricordete bbene


che sta fine medema sce sta scritta
pe mmillantri che ss mmejjo de tene.

Un brano del pubblicista dHerbigny sembra anzi porsi a mediazione


diretta nella dialettica, che caratterizza i quattordici versi, tra listinto ple-
beo e lesperienza e la cultura belliane:

Una testimonianza della crudelt degli uomini, dei vizii e dellignoranza de


governi, della tirannia e della indifferenza dei re e della indolenza dei loro
Ministri, sono le legislazioni criminali dEuropa fondate da barbari governi
in tempi di barbarie. Le leggi crudeli non diminuiscono mai il numero dei
delitti: questo benefizio lo produce listruzione la quale dottrina capace di
penetrare nel cuore delluomo, di farvi germogliare il sentimento de suoi do-
veri, dandogli la scienza del bene e del male. I castighi e i supplizi possono
spaventare, ma non correggono nulla, sovente anzi irritano gli animi 97.

Questo dialogo impercettibile ma serrato tra istanze viscerali ed esi-


genze sentite a fondo nella forza dellintelletto, trova pi felice espressio-
ne nel secondo componimento del dittico, dove la neutralit documenta-
ria viene meno, e dietro unatmosfera senza tempo riusciamo a scorgere
lumana simpatia e lo sgomentato rispetto del poeta verso un condannato
orgoglioso e coerente, vittima egli stesso di un sistema legislativo disedu-
cativo ed arcaico, e portavoce del vero onore, che dice: er tutto nun
trem cuanno se more 98:

Cuanno che vvedde che a scann un busciardo


Gammardella ebbe torto cor governo,
nun vorze un cazzo convertisse; e ssardo
morse strillano vennetta abbeterno.

Svortato allora er beato Leonardo


a le ggente che tutti lo vederno,
disse: Popolo mio, pe sto ribbardo
nun pregate pi Iddio: ggi sta a linferno.

97
Zibaldone, V, carta 281 recto, articolo 3288.
98
La bbona nova (1253), 29 aprile 1834, v. 14.

76
I. In medio consistit virtus

Ebb, cquele du chiacchiere intratanto


jhanno incajjato un pezzo de processo
che sse stampava pe ccreallo santo.

Lavocato der diavolo fa er fesso


co sti rampini; ma pp dd antrettanto,
sha da santific ffussi de ggesso!

I versi ci suggeriscono daltra parte ulteriori considerazioni. Notiamo,


innanzitutto, che in unottica della distanza Belli torna a scagliare gli strali
della sua satira verso i due estremi della sua angusta societ: non solo il
potere politico viene coinvolto in questa dimensione polemica fatta tutta
di immagini e gesti di grande forza plastica; la stessa infima plebe, nel
confronto che il poeta indirettamente apre, rivela tutte le sue bassezze e
corruzioni nellanelito di morbosa curiositas che la spinge ad insano pia-
cere di fronte a un vero e proprio episodio di barbarie politicamente pia-
nificato. Episodi come lesecuzione di Antonio Camardella, invero, erano
dordine quotidiano nella vita collettiva della teocrazia pontificia, e Belli,
negli anni di formazione intellettuale e di massima ispirazione romanesca,
poteva guardare ad essi con matura consapevolezza, e condannare a tutti
gli effetti linaccettabile duplice pretesa di quei procedimenti giudiziari di
educare ed ammonire attraverso la teatralit barocca di uno spettacolo
di esemplare violenza, fatto di momenti rituali che raggiungono il loro
obiettivo nella confusione strumentale tra una pedagogia della paura e le
istanze di una religione che se ne fa promotrice. Lo straniamento intellet-
tuale del poeta da questa barbara ritualit palpabile dietro i versi dei
suoi sonetti 99, che tuttavia esprimono la loro forza pi genuina proprio
laddove si allontanano da una rappresentazione storicistica del dato reale.
Un ulteriore confronto tra La ggiustizzia de Gammardella e la testimo-

99
Va ricordata anche la nota 8 del sonetto 1093 (Le cllere, 14 marzo 1834), in cui la
chiosa ad un testo del tutto estraneo a polemiche politiche diviene occasione di una critica
che sta a dimostrare ladesione del poeta alle recenti acquisizioni della filosofia giuridica,
quella di Filangieri ma anche quella di Beccaria (Dei delitti e delle pene e La tortura): Dar
la corda: frase regalataci dal belluso dei tormenti nei giudizi criminali. Luso caduto, ma
il vestigio della frase rimarr chiss quanto nella bocca del popolo, e sopravviver forse
ancora alla pi tarda memoria di quelle barbarie.

77
Edoardo Ripari

nianza che di quellevento ha lasciato Luigi Morandi, ci consente di co-


gliere pi a fondo leffettivo azzeramento che il sonetto, pur muovendo
da eventi e luoghi concreti, fa di ogni cronotopia storica, traslitterando
lavvenimento quotidiano in una categoria mitica ed epica:

Antonio Camardella non ne fece che una sola assai grossa: nel settembre del
1749 ammazz con un colpo di terzetta il canonico Donato Antonio Morgigni
che, mancandogli di parola in una questione dinteressi, aveva potuto farsi dar
ragione davanti al tribunale, bench realmente avesse torto. Quel modo pro-
verbiale per non nacque tanto dal preticidio [...], quanto dallo scandalo che
il Camardella dette otto giorno dopo, allorch condotto alla forca sulla Piazza
di Ponte SantAngelo, rifiut ostinatamente di convertirsi, bench il celebre
frate Leonardo di Porto Maurizio ci adoperasse per quasi unintera giornata
tutta la sua eloquenza, che davvero non era poca, e il boia, dal canto suo, i
soliti schiaffi, le solite finte dimpiccarlo senzaltro indugio, e i soliti carboni
ardenti, o lastre infocate, o cera liquefatta sulle mani, per atterrirlo con un
assaggio anticipato de tormenti dellinferno [...]. Se non che, mentre negli
altri casi [tutte queste iniziative] pare che giovassero, in questo non servirono
che a inasprire di pi il paziente, il quale, alla minaccia dellinferno, risponde-
va che era contentissimo di andarci, per fare a tizzonate col canonico.

Nella sua denuncia, certo Belli aveva intenzione di documentare que-


ste realt politiche e antropologiche pensando allorizzonte illuminato del
suo lector in fabula. Tuttavia, il rapporto tra documento e monumento,
nella pagina dialettale in cui lo sguardo dellautore tutto interno, entra-
va in crisi, esponendo lo stesso poeta al pericolo di percepire sempre pi
come assolutamente vano il tentativo di trasformare una societ, nella
quale le leggi delloppressione erano salde come leggi della fisica che
fanno andare lacqua in fondo ai pozzi 100.
Belli insomma, mentre guardava e aspirava alla borghesia e alle sue ide-
alit, e assumeva al contempo il punto di vista infimo, rischiava di ritrovarsi
gettato nellorizzonte di proverbiale rassegnazione della sua plebaglia:

Pe nnoi, rubbi Simone o rrubbi Ggiuda,


magni Bbartolomeo, magni Taddeo,
sempr ttuttuno, e nun ce muta un gneo:
er ricco gode e r poverello suda.

100
Samon [1969], p. 28.

78
I. In medio consistit virtus

Noi mostreremo sempre er culiseo


e mmoriremo co la panza iggnuda.
Io nun capisco duncue a cche cconcruda
dav dda seguit sto piaggnisteo.

Lo so, lo so cche ttutti li cuadrini


carrubbeno sti ladri, ssangue nostro
e dde li nostri fijji piccinini.

Che sserveno per ttante cagnare?


Un pezzaccio de carta, un po dinchiostro
e ttuttOra-pro-m: llacqua va ar mare 101.

ER MERITO DE LI QUADRINI

Certo che i vizi maggiormente allignano fra i grandi,


che fra il popolo, tale essendo la natura umana, che
tanto pi si corrompe quanto ha pi modi di corrom-
pere, e di corrompersi; n bastano le gentili dottrine a
raffrenare questimpeto, poich esse meglio servono di
scusa, che di freno.
(Carlo Botta, Storia dItalia dal 1789 al 1814)

1. Attraverso lopera di Filangieri, Belli si appropriava di riflessioni


centrali nel dibattito sul lusso, cui parteciparono gli intellettuali del-
lEuropa dei Lumi. Nel XXXVI capitolo, libro II della Scienza della legi-
slazione, ad esempio, il poeta leggeva queste significative affermazioni:

Tutto lo splendore delle nazioni Europee non si trova oggi che nelle capitali.
Coloro che le abitano sono i soli cittadini dello stato; il resto degli uomini non
che una truppa dinfelici condannati a passar tutta la loro vita ne lavori pi
penosi, colla sicurezza di non poter trasmettere a loro figli altra eredit che
labito al travaglio, alle oppressioni, alla miseria ed alle imprecazioni vane di
una rabbia impotente. Parlando dell ostacolo che la grandezza immensa delle
capitali oppone a progressi dellagricoltura, noi abbiamo fatto vedere colla

101
gnisempre un pangrattato (501), 27 novembre 1832.

79
Edoardo Ripari

maggior precisione quali siano le cause che trasportano in esse tutto il nume-
rario de popoli. Si osserv che alcune di queste cause erano necessarie, molte
abusive. Si propose dunque un compenso per le prime ed una riforma per le
seconde 102.

Ampliando direttamente queste osservazioni, nel primo libro zibaldo-


niano lo stesso Belli, pensando alle spaventose miserie della sua Roma,
annotava:

I territorj delle grandi capitali non sono mai tanto grandi che bastino a dar
possidenza a molti individui. Daltronde i pi grandi e potenti principi del
Regno che nella capitale risiedono naturalmente ne assorbiscono la maggior
parte, senza contare le possidenze delle pubbliche istituzioni. Cos nelle gran-
di capitali i ricchi vivono parte co vistosi redditi delle grandi lor terre, e parte
con quelli e colle grandi cariche dello Stato: i cittadini (*) col resto de fondi
che avvanzasi ai grandi, e col servizio de grandi: il popolo colle arti meccani-
che, e col servizio de grandi e de cittadini. (*) Coglimpieghi, colle arti libera-
li, colla mercatura. Non cos nelle provincie, dove perlopi la estensione de
territorj pi proporzionata al numero degli abitanti, i quali in minori porzio-
ni dividendole, quasi a nessuno manca un cantone di terra da coltivare e da
procacciarne la vita. Perci le provincie sono sempre pi povere delle capitali,
ma negli individui le capitali offrono miserie pi spaventose etc 103.

Gi nel XVIII secolo, negli ambienti vicini a Voltaire, si sosteneva in


verit la funzione positiva del lusso ai fini dello sviluppo della societ. Alla
voce Christianisme dellEncyclopdie, anzi, il philosophe scriveva:

Chi pu negare che le arti, lindustria, il gusto delle mode, tutte cose che au-
mentano incessantemente i rami del commercio, non siano un bene molto
reale per gli Stati? Ora il cristianesimo, che proscrive il lusso, lo soffoca, di-
strugge queste cose che sono da esso necessariamente dipendenti. Mediante
questo spirito di abnegazione e di rinuncia ad ogni vanit, esso introduce al
loro posto la pigrizia, la povert, labbandono di tutto, in una sola parola la
distruzione delle arti. Esso dunque, per sua propria costituzione, poco adat-
to a realizzare la felicit degli Stati 104.

102
Filangieri [1822], vol. I, pp. 273-274.
103
Zibaldone, I, articolo 91, carta 24 verso.
104
In Einaudi [1979], p. 36.

80
I. In medio consistit virtus

Sotto questi rispetti, la speculazione voltairiana incarnava lopposto


dei valori difesi dal Rousseau: tra i due orizzonti, anzi, non esisteva terre-
no comune su cui operare una riconciliazione. Per Voltaire, infatti, la pro-
priet, la ricchezza, il lusso, non solo erano il giusto premio di una con-
dotta meritevole, ma anche un requisito necessario per coloro che eserci-
tavano ruoli di responsabilit allinterno delle istituzioni. Nel lodare le
Observations sur le Commerce di Melon, ad esempio, il filosofo aveva rias-
sunto la sua posizione notando con la solita chiarezza apodittica che mai
prima dora letteratura e finanza erano state tanto legate. Ci ag-
giungeva un diritto in pi alla fama del nostro secolo. Il bersaglio
polemico abilmente sotteso da queste parole era evidentemente Rousse-
au, che aveva opposto a quanti vedevano lo sviluppo del lusso delle classi
elevate come fonte di lavoro e sostentamento dei poveri, lidea che pro-
prio il lusso nutriva un centinaio di poveri nelle citt al prezzo della morte
di centomila di loro nella campagne, anticipando cos la tematica che poi
Filangieri, e sulla sua scorta il Belli, avrebbe approfondito:

Il denaro che circola nelle mani dei ricchi e degli artisti per soddisfare la loro
domanda di beni superflui aggiungeva il Ginevrino , perduto per la sussi-
stenza delloperaio: questultimo non ha vestiti precisamente perch i primi
hanno bisogno di ornamenti doro per i loro abiti. Lo spreco di generi alimen-
tari necessari al nutrimento degli uomini basta da solo a rendere il lusso odio-
so al genere umano. [...] abbiamo bisogno di salse nelle nostre cucine; ecco
perch tanti malati non hanno neppure una zuppa. Di vino nella nostra tavola,
ecco perch i contadini bevono solo acqua. Di cipria per le nostre parrucche;
per questo tanti poveri non hanno pane 105.

Per Filangieri, in verit, che pure eredita suggestioni rousseauiane e


nega a pi riprese la polemica di Voltaire contro i danni sociali del cristia-
nesimo, il lusso, del quale si detto tanto male e tanto bene da moralisti
e da politici, era tuttaltro che uno strumento sociale negativo; era anzi
uno de grandi strumenti della diffusione del denaro e delle ricchezze
delle stato, per la solidit dellindustria e il progresso delle arti:

105
In ivi, p. 90.

81
Edoardo Ripari

Il lusso non altro che luso che si fa delle ricchezze e dellindustria, per
procurarsi unesistenza piacevole col soccorso de mezzi pi ricercati che pos-
sono contribuire ad accrescere i comodi della vita ed i piaceri della societ.
Una nazione dunque, nella quale si osserva un gran lusso, deve senza dubbio
contenere grandi ricchezze; se in questa il lusso comune a tutte le classi de
cittadini, segno che le ricchezze vi sono ben distribuite e che la maggior
parte de cittadini ha un certo superfluo da impiegare per la sua felicit; se non
si ritrova che in una sola classe, segno che le ricchezze vi sono mal ripartite,
ma che se altre cause non cooperano a perpetuare questa funesta sproporzio-
ne essa non durer lungo tempo, perch il lusso istesso non tarder molto a
distruggerla 106.

In entrambe i casi, il lusso era sostanzialmente un bene: nel primo


infatti aveva il pregio di animare lindustria e ispirare lamore della fatica,
di conservare le ricchezze dello stato e raddolcire i costumi, di creare nuo-
vi piaceri ed eccitare unattivit salutare che allontana luomo dalliner-
zia, spargendo dappertutto un calore che incoraggisce il commercio,
e rende comuni a tutti gli uomini le produzioni e le ricchezze che la natura
avara racchiude sotto le acque del mare, nelle voragini della terra o che
tiene sparse in mille climi diversi. Nel secondo, inoltre:

il lusso anche un bene, perch promuove la diffusione del danaro e delle


ricchezze, le quali quanto sono desiderabili allorch sono ben ripartite, altret-
tanto, come si dimostrato, sono funeste allorch sono ristrette tra poche
mani. Il laborioso operajo e lesperto artista, che non posseggono alcun terre-
no, possono allora sperare di divenire anchessi proprietarj e ricchi. Il lusso
apre la cassa del ricco possidente, e lobbliga a pagare una tassa volontaria a
colui che languirebbe nellozio e nella miseria senza questo sprone. Esso raffi-
na, inventa, duplica le arti e i mestieri; ravviva glingegni e incoraggisce nel
tempo istesso lagricoltura; giacch i proprietarj privati dal lusso del superfluo
delle loro rendite, vengono dal loro interesse determinati a coltivare con mag-
gior diligenza quelle produzioni che cambiano con altri piaceri. Questa rea-
zione, della quale ogni societ sperimenta effetti particolari, pu nello stato
presente delle cose contribuire anche alla libert politica di una nazione 107.

106
Filangieri [1822], vol. I, p. 277.
107
Ivi, pp. 278-279.

82
I. In medio consistit virtus

Il problema su cui il moralista e il politico dovevano concentrare le


proprie forze, non era dunque il lusso in s, bens i costumi, giacch
sono questi che determinano e dirigono il lusso di una nazione:

Se i costumi sono buoni, il lusso sar quale debbessere; se i costumi saranno


corrotti, il lusso lo sar ugualmente. Se per esempio la perfezione de costumi,
o (che listesso) se lopinione che regola le azioni de cittadini e il governo
che la dirige danno della distinzione a coloro che si consacrano al bene della
patria, il lusso di questa nazione sar un lusso di beneficenza, sar un lusso
tutto patriottico. In questa nazione un cittadino ricco non si far un oggetto di
lusso di collocare ne suoi giardini un gruppo osceno di Bacco e di Venere, ma
memore dellimpressione che fece nellanima di Temistocle il monumento in-
nalzato in Atene ad Aristide vittorioso, egli far piuttosto scolpire da una mano
maestra la statua di un suo concittadino benemerito della patria per eternarne
il nome, e per mostrare a tutta la nazione ci che si deve essere per meritarne
la riconoscenza. Una strada pubblica da riparare pel comodo del commercio,
una maremma da asciugare, una nuova arte da introdurre, un talento da pro-
durre, saranno tanti oggetti di lusso per un cittadino fiero in questa nazione.
Questo infatti stato il lusso che ha allignato in tutti i paesi della libert, della
virt e delle ricchezze [...]. Ma se al contrario i costumi sono corrotti, in una
nazione; se ogni idea di virt, ogni sentimento di patriotismo si perduto in
un popolo; se lopinione, che ne regola le azioni, accorda della distinzione a
coloro che si sono dati in preda allozio ed alla mollezza, il lusso di questa
nazione prender allora limpronta de suoi costumi. L il cittadino, che ha
tanto quanto appena gli basta per poter vivere senza bisogno di ricorrere alle
sue braccia, si far un oggetto di lusso di portar lunghe le sue unghie per
palesare il suo ozio; l il lusso si perder tutto nel serraglio; l finalmente il
numero delle concubine e degli eunuchi decider delle facolt di ciaschedun
cittadino, e de gradi di rispetto e di considerazione che gli si debbono. Que-
sto il lusso di una gran porzione dell Oriente 108.

Non bisognava, in sostanza, confondere la causa cogli effetti. la


corruttela de costumi a cagionare la corruttela del lusso, ma non
pu mai il lusso corrompere i costumi, n snervare il coraggio di una
nazione:

108
Ivi, pp. 280-281.

83
Edoardo Ripari

Questo male, che i moralisti hanno anche attribuito al lusso, non altro che
un effetto della corruttela de costumi, la quale nel tempo istesso che corrom-
pe il lusso ammollisce gli animi, e rende gli uomini incapaci di reggere alle
penose fatiche della guerra 109.

Memore di queste parole, della distinzione tra lusso passivo e lusso


attivo che il Partenopeo offriva in queste pagine della Scienza, Belli che
pure avrebbe guardato con drammatica insofferenza alle condizioni di
una realt sociale dove il dislivello economico tra le classi era esorbitante
dimostrava una certa cautela sullargomento. Da un lato, infatti, osser-
vava che il lusso figlio della vanit e dellinteresse, e che dunque, in
un popolo che non abbia superfluit di danaro, o superfluit di manifat-
ture, esso non vuole essere tanto favorito nonostante sia in qualche
parte giovevole al commercio, perch le cose non necessarie si debbo-
no cambiare colla parte eccedente delle manifatture nazionali; dallaltro,
nondimeno, concludeva che il lusso pi vantaggi che danni pu produr-
re ad uno Stato, giacch il commercio figlio dellinteresse e della ne-
cessit. Ad una condizione, per: che un saggio principe lo secondi
al bisogno ed al bisogno lo freni 110.
Con queste parole in definitiva, come i sonetti romaneschi conferma-
no, i termini del dibattito abbandonavano il terreno specifico dellecono-
mia, e venivano ricondotti dal poeta a una dimensione moralistica, conso-
na allideale pauperistico che tanto caratterizza i suoi versi.

2. Alle condizioni degenerate e alla corruzione morale del patriziato


romano e italiano, del resto, Belli si era interessato gi al ritorno dal viag-
gio fiorentino del 1824, attraverso nuove letture che gli fecero compren-
dere a fondo i motivi dellarretratezza dello piccola patria romana e del-
lItalia tutta. Nel fascicolo 49 dellAntologia, del gennaio 1825, ad esem-
pio, il poeta leggeva, e riportava nello Zibaldone, alcuni brani della lettera
di Pietro Giordani al Marchese Gino Capponi (Firenze, 1 gennaio 1825),
ricca di considerazioni sul ruolo della nobilt italiana nei secoli, e animata
da unamara constatazione della sua scarsa rilevanza in ambito culturale e
della progressiva corruzione dei suoi costumi 111. Sullo stesso argomento

109
Ivi, p. 282.
110
Zibaldone, I, articolo 203, carta 51 verso, e ivi, articolo 431, carta 105 recto, passim.
111
Ivi, III, articoli 1887-1889, carte 189 recto-192 recto.

84
I. In medio consistit virtus

poteva leggere ancora nella sua edizione del 1826 delle Rivoluzioni dItalia
di Carlo Denina (che avrebbe poi indicizzato nel nono volume zibaldo-
niano), lopinione dello storico secondo cui proprio al lusso e alla effe-
minatezza dei costumi, che portano seco tanti altri vizi, andavano at-
tribuite le intime ragioni della decadenza di Roma antica e delle repub-
bliche italiane del medioevo 112. Nello scritto di Giuseppe Martini Di alcu-
ne cose memorabili dItalia dalla caduta dellImpero romano sino allanno
1700; e della letteratura di essa 113 basato sostanzialmente sullopera de-
niniana la cagione dei gravi danni futuri della penisola era ancora
attribuita al lusso di Cardinali e figli dei Papi che, nel XV secolo, a
discapito dei progressi della filosofia e delle lettere, contribuirono a in-
debolire il paese, e renderlo facile preda delle ambizioni straniere 114.
Una volta immerso nel primordio della sua plebe, poi, la realt roma-
na dovette apparire a Belli ancor pi disastrosa di quanto i libri facessero
immaginare. Nei sonetti, invero, laspra polemica nei confronti della ric-
chezza sempre collegata allimmagine di una generalizzata decadenza
dei costumi, per cui il povero plebeo, cui evidentemente il poeta esprime
solidariet, si ritrova vittima del malcostume smodato e immorale di unari-
stocrazia, tanto laica quanto religiosa, degenerata e ormai parassitaria. Cos
accade in La famijja sur cannejjere (1043), del 9 gennaio 1834:

Chi vv cconossce er fior de le famijje,


entri a rrifasse locchi in sto portone,
e vvienghi a vvede a ccasa der padrone
si cche ffrega dargenti e dde mobbijje.

Cqua ggioje pe la mojje e ppe le fijje:


cqua parchetti a la Valle e a Ttordinone:
cqua vviaggi e scampaggnate oggni staggione:
cqua ccavalli da sella e dda parijje.

112
Denina [1826], libro II, pp. 156-168 passim e libro XIV, pp. 48-51 passim. Nellindi-
ce dello Zibaldone (IX, carte da 54 recto a 59 verso) il poeta attentissimo a segnalare ogni
ricorrenza del tema; cfr. carta 55 verso: Lusso I, 4. 29. 32. 41. 59; II. 17. 120. 126; V. 158.
207; VI 199; VII. 34; VIII. 39. 40. X. 117.41.95.9. 200.
113
Trascritto in Zibaldone, III, articoli 1852-1884, carte 158 recto-179 verso.
114
Ivi, articolo 1879.

85
Edoardo Ripari

E rrifreschi, e accademie, e ttavolini


co li ppi mmejjo ggiochi der paese,
dove nun currenantro che zzecchini.

Inzomma tra sti sfarzi e ttra ste spese


sha da st ppe ccap cquanti quadrini
p av un Mastro-de-casa dun Marchese.*

* Abbiamo in Roma fra gli altri un luminoso esempio di questa verit. Un signor Patrizi
maestro di casa del Principe Chigi, e addetto anche al duca Braschi, stato accusato e
convinto da questultimo di furti vistosi. Ma il signor Patrizi ha danari e bbelle figlie,
potentissimi avvocati della Romana Corte.

La satira belliana dunque condotta, attraverso la voce gutturale del


popolano, contro un universo di abusi e arbitrio, che riflette la preoccu-
pazione del poeta per una classe politica indegna del suo ruolo e ormai
priva dellintegrit necessaria a unequa gestione del potere, ed esprime la
convinzione, profondamente sentita, della necessit di intraprendere un
processo riformistico nellambito della societ, delleconomia ma, soprat-
tutto, della religione.
Nonostante sia stato il retroterra illuministico a suggerire a Belli i ter-
mini della polemica, infatti una prospettiva evangelica (offermolo a
Ddio: ch la pascenza / un conforto che dd la riliggione), non neces-
sariamente politica, ad animare i versi dei suoi componimenti pi sentiti e
risentiti. Come questo dal titolo Er riccone (723):

Tutti ladri sti santi sascerdoti


sin car monno je va llacqua pe llorto:
cuanno crepeno poi, tutti divoti
pe strapp da San Pietro er passaporto.

Co cquattro Messe spalancajje er celo?!


sarebbe a dd: Ccristo imbriaco,
o nnun za legge er libbro der Vangelo.

Un ricco in paradiso? io me ne caco.


Pi ppresto crederebbe cun camelo
fussi passato pe na cruna daco.

86
I. In medio consistit virtus

Il radicalismo dei sonetti, che muove dalla amara consapevolezza che


er merito (1811, 3 aprile 1836) destinato solo a chi ha gi i quadrini,
dunque di natura squisitamente cristiano-sociale:
Merito dite? eh ppoveri merlotti!
Li quadrini, ecco er merito, fratelli.
Li ricchi soli s bboni, s bbelli,
s ggrazziosi, s ggioveni e ss ddotti.

A lincontro noantri poverelli


tutti schifenze, tutti galeotti,
tutti ddegni de sputi e de cazzotti,
tutti cucuzze in cammio de scervelli.

[...] Tristo chi sse presenta a li cristiani


scarzo e ccencioso. Inzino pe le scale
lo vanno a mmozzic ppuro li cani.

Lusso e decadenza morale divenivano infatti, per Belli, il paradigma di


uneterna ingiustizia, sintetizzata proverbialmente nella constatazione che
cqua cchi ha ccuadrini, nun ha ttorto mai, e che dunque noi mostrere-
mo sempre er culisero / e mmoriremo co la panza iggnuda, che er ricco
gode e r poverello suda 115, giacch ppanza piena nun crede ar diggiu-
no, e ricchezza e ccarit s ddu perzone / che nnun potranno mai f
cconoscenza. // Se chiede er pane, e sse trova er bastone! 116. Il dibattito,
nato in ambito politico ed economico, si trasforma cos in un atteggia-
mento che diverge sostanzialmente sia dalle riflessione del Rousseau che
dalla ratio anticristiana del Voltaire, e che concepisce la riforma auspicata
da un punto di vista morale e religioso prima e piuttosto che sociale, se-
condo i crismi di un cristianesimo evangelico e pauperistico, squisitamen-
te paolino nella supremazia della charitas:
Cosa fa er pellegrino poverello
ne lintraprenne un viaggio de quarcora?
Porta un pezzo de pane, e abbasta quello 117.

115
gnisempre un pangrattato, cit., vv. 4-6.
116
La madre poverella (912), 18 febbraio 1833, vv. 9-12.
117
La golaccia, 1339, vv. 12-14.

87
Edoardo Ripari

Ogni miglioramento sociale e politico, nellottica del Belli, doveva


dunque, anche in questo caso, passare prima attraverso una riforma intra
ecclesiam.

PROFESSIONI DI FEDE E LUMI DI UNISTORIA CIVILE

1. Tra il 1827 e il 1830, assieme agli scritti di Vincenzo Cuoco e Gaeta-


no Filangieri, Belli leggeva e indicizzava con minuzia anche lIstoria civile
del Regno di Napoli (1723) di Pietro Giannone dal volume primo e secon-
do delle Opere (Milano, Societ Tipografica de Classici Italiani, 1823). Il
pensiero storico, politico e filosofico dei lumi meridionali si imponeva
allattenzione dellautore dei sonetti proprio negli anni della conversione
poetica, della prima immersione nel primordio, della definizione e con-
cretizzazione del piano di lavoro fissato nellIntroduzione del 1831.
LAufklrung dei riformatori partenopei, con la forza di rottura delle sue
idealit, muove e guida i primi, incerti passi del suddito pontificio sul
terreno dei valori di un nuovo paradigma storico, culturale e politico, e
precede e illumina un fare poetico che quelle istanze, metabolizzate e ri-
condotte attraverso affascinanti contraddizioni nellorizzonte di un mon-
do infimo e ancestrale, ha cercato di intrappolare nella gerarchia metrica
di centocinquantaquattro sillabette. Gi Vico aveva permesso a Belli di
affrontare e far proprie questioni filosofiche e linguistiche, risolte, su di
un piano letterario, nellaccettazione di una fertile convergenza degli ele-
menti filogenetici e ontogenetici dellarcaica realt romanesca, dei mezzi
per veicolarla ed esprimerla. Con Cuoco egli aveva avuto la possibilit di
toccare con mano le risorse sociali e insieme letterarie di un nuovo oriz-
zonte di realismo storicistico. Filangieri, infine, aveva animato, coi lumi di
un umanesimo giudiziario, il sentimento tutto umanitario di un poeta cit-
tadino e cristiano.
La riflessione di Belli su Pietro Giannone verte invece su questioni pi
particolari il riconoscimento storico e filologico dellarbitrariet della
teocrazia, di ogni ingerenza tra la dimensione statale e politica e quella
ecclesiastica e religiosa che la prospettiva e resa metastorica del poetare
romanesco rendono invero pi ampie e universali, nel ricondurre le ragio-
ni di un vero strumentale e storico alla visione a tutto tondo di una ve-
rit sfacciata ed effettuale.

88
I. In medio consistit virtus

2. Nelle Letture del Risorgimento italiano, Giosue Carducci aveva de-


finito lopera storiografica di Giannone un gran passo nella storia delle
storie e in quella della libert 118, e Croce, che la scopriva animata dal
pensiero della rivendicazione che lo Stato ha il diritto di compiere contro
le usurpazioni del potere ecclesiastico, ne lodava lefficacia in virt del
suo compiuto programma di azione politica rispetto a tutte le questioni
economiche e giurisdizionali a cui davano luogo le condizioni della Chie-
sa e del Regno di Napoli 119. Abbracciare tali problemi in unottica illu-
ministica che affilava le proprie armi nellanalisi politica ed economica, fu
certo, per il cittadino della teocrazia occidentale, un impareggiabile esem-
pio di critica decostruttiva, facilmente applicabile allesperienza imme-
diata della quotidianit pontificia.
Di Giannone in effetti, nonostante le carte zibaldoniane non sembrino
suggerire specifiche modalit di approccio e ricezione, Belli ha colto nei
sonetti, piuttosto che il valore strategico della sua proposta storiografica,
gli assunti illuministici che riconducevano direttamente lillustre Napole-
tano allesperienze di Voltaire e, in modo particolare, di Montesquieu 120.
Questultimo, daltra parte, ebbe ad annotare nel proprio taccuino il pro-
posito di scrivere una Histoire civile du Royaume de France comme Gian-
none a fait lhistoire du Rouyaume de Naple, e lo stesso Voltaire ebbe a
definire il Partenopeo si clbre par son utile Histoire. Ancora Croce,
forte del suo idealismo storicistico, ricord lo storico come un seguace
della nuova religione, contemplativa e attiva il razionalismo che
nover apostoli e confessori, e anche martiri. Per questa sua fede nella
ragione che si congiungeva allo zelo riformatorio e allo spirito pugna-
ce, Giannone, che dopo ventanni di silenzioso e assiduo lavoro offr
al pubblico la sua Istoria, macchina bellica contro il potere ecclesiasti-
co, si era di fatto messo in capo, come predisse lArgento, una coro-
na di spine 121.
Certo, nessun apostolato poteva spingere il cattolico Belli allassunzio-
ne di tanta responsabilit politica. Eppure evidente, come Muscetta ha

118
Carducci [2006], p. 57.
119
Croce [19585], p. 175.
120
Ibidem.
121
Ivi, pp. 187-188.

89
Edoardo Ripari

giustamente osservato 122, che proprio la pagina giannoniana, assieme a


motivi direttamente riconducibili alle Ruines di Volney, fu lo stimolo che
con pi efficacia ha alimentato lirriverente polemica anticlericale e anti-
teocratica della musa romanesca. Il retroterra culturale di un sonetto del
26 novembre 1831, Er Papa (279), va ascritto direttamente alle idealit
dellIstoria civile:

Iddio nun v cher Papa pijji mojje


pe nnun mette a sto monno antri papetti,
sinn a li Cardinali, poveretti,
je resterebbe un cazzo da riccojje.

Ma er Papa a ggenio suo p leg e ssciojje


tutti li nodi lenti e cquelli stretti,
ce p scommunic, ff bbenedetti,
e ddcce a ttutti in dove cojje cojje.

E inortra cquesto che llui sciojje e llega,


porta du chiave pe ddacce lavviso
che cqu llui opre e llui serra bottega.

Quer trerregno che ppoi pare un zuppriso


v dd che lui commanna e sse ne frega
ar monno, in purgatorio e in paradiso.

Landamento antifrastico di questo componimento va inoltre ricon-


dotto anche a unaltra opera del Partenopeo: la Professione di fede, del
1753. La lettura degli articoli di questoperetta da parte di Belli non
documentata dallo Zibaldone, ma in virt di una consonanza espressiva
ideale, di una sorta di citazione infratestuale indiretta, appare necessario
avanzare la possibilit di un confronto tra la pagina romanesca e la Profes-
sione 123. In particolare il primo articolo di questa recita:

122
Muscetta [19832], p. 92.
123
La Professione di fede venne pubblicata nel volume secondo delle Opere postume
pubblicato nel 1824, XIII volume delle Opere delledizione sopra citata. La possibilit che
Belli possedesse anche questo scritto dunque altamente probabile.

90
I. In medio consistit virtus

Primariamente io credo il pontefice romano essere signore di tutto il mondo,


non meno nello spirituale che nel temporale, e che non solo indirettamente,
ma direttamente abbia autorit sopra tutta la terra e quanto in quella si muove
ed intende; e di potersi valere di tutti i mezzi, sieno spirituali, sieno temporali,
di multe, carceri, esili, relegazioni, ergastoli, fiamme e infine fuoco, perch
non sono adoperati se non per fine della salute eterna del genere umano 124;

e rileggiamo, tenendo docchio i quattordici versi, ancora il quarto ed


il pi eloquente articolo quinto:

che questa sua potest non si restringa nella sola superficie della terra e del
mare, ma si approfondi pi in gi ne due altri sotterranei mondi, nel Purgato-
rio e nellInferno [...] 125.

Confesso questa potest non essere circoscritta dal nostro terraqueo globo,
ma che sorvoli pi in alto tutta lampiezza del cielo, sicch non pur possa
esercitarla sopra i maligni spiriti, che hanno il lor soggiorno nellaria, che
[...] chiamiamo cielo; ma via pi alto, e nellEmpireo stesso pu correggere
e comandare gli angioli del Paradiso. [...] In conseguenza di che tengo con
voi che il papa pu collocare e mettere nella possessione di quel regno cele-
ste chi vuole, ed assegnargli quelle sedi e gradazioni che gli aggrada, n pos-
sa essere a niuno impedita lentrata in quello, sempre che ne labbia egli
spedito diploma, ancorch il ripugnassero i vescovi, i cardinali e tutto il
mondo 126.

La vitalit dellAufklrung che permea la scrittura giannoniana, trova


piena conferma nei sonetti antitemporalisti del Trasteverino, cos lumino-
si nello svelare i lati oscuri e assurdi della teocrazia, e in particolare in un
componimento del 26 aprile 1834, Li reggni der Papa (1243). A distanza
di tre anni dai versi sopra riportati, il Giannone romanesco torna a profes-
sare la propria fede attraverso un messaggio di evidente forza caustica e
paradossale:

124
Giannone [1824], vol. II, p. 9.
125
Ivi, p. 12.
126
Ivi, pp. 13-14.

91
Edoardo Ripari

ttanto vero cher Papa Mmonarca


fin de Ggerusalemme e cce commanna,
chio co storecchie ho inteso a Ppropaganna
che llui sempre sce nomina er Padriarca.

Duncue, disce, perch nnun ce lo manna


come manna li vescovi a la Marca?.
Perch cce s li Turchi e nnun ci bbarca
da fllo straport, ssora Susanna.

Anzi er Papa, sentitesce don Zisto,


ccapo urbisi e ttrbisi, inzin dove
s ccapi er PadrEterno e Ggesucristo.

Vabbasta, o vvabbisogneno antre prove?


Tristo colui che sserra locchi! Tristo
chi nun capisce mai scinque ttre nove!

Le subtilitates politiche e religiose, ora cariche del fascino dello spro-


posito, ora di unintelligenza colta e offesa, sembrano effettivamente ri-
calcare il sesto articolo della Professione di fede:

Che riconoscendosi nel papa s alta, indefinita, sovrana ed illimitata potest, ben
gli stia il nome di Vice-Dio, che non pur nelle pubbliche tesi, ma ne libri stam-
pati, che se gli dedicano in Roma ed altrove, tutto il d leggiamo. Talch tengo
essersi oggi gi decisa la quistione, che pur si vide posta in campo: utrum papa
simplex homo sit, an quasi Deus participer utramque naturam cum Cristo 127.

3. Quella di Giannone fu una concreta, chirurgica lotta giurisdizionale


volta al miglioramento del proprio tempo 128: nella rilettura poetica di Belli,

127
Ivi, p. 17.
[...] da unesatta notizia di tutto ci che abbiam proposto, oltre allaccrescimento
128

della prudenza per luso delle leggi e per un diritto discernimento, ciascuno potr ritrarre
lidea dun ottimo governo; poich notandosi nellistoria le perturbazioni ed i moti delle
cose civili, i vizi e le virt, e le varie vicende di esse, sapr molto ben discernere quale sia il
vero, ed al migliore appigliarsi. Ma sopra ogni altro, da ci dipende in gran parte il rischia-
ramento delle nostre leggi patrie e de nostri propri instituti e costumi [...]. Cos Gianno-
ne [1823, vol. I p. 213] nellIntroduzione alla sua Istoria.

92
I. In medio consistit virtus

tuttavia, questo spessore strategico perde inevitabilmente la propria forza


storico-politica, pur vedendo valorizzato, in virt di uninedita forza lette-
raria, il suo portato pi genuino. Luso che Belli, nei sonetti, fa dellIstoria,
ne tradisce dunque lo scopo immediato, ma ne traslittera in senso univer-
salistico lo spirito e le armi rischiaranti. Di Giannone in verit, che pure fu
tra i primi a contribuire al ridestarsi di quel laicismo borghese 129 che poi
Cuoco, nel suo ideale di cittadinanza, avrebbe fatto proprio, Belli poteva
apprezzare, in modo particolare, il richiamo a ideali di cristianesimo evan-
gelico 130 che soddisfacevano appieno le sue esigenze di riforma ecclesia-
stica, e che ricorrono con regolarit, nei sonetti, anche laddove sembrano
prevalere dinamiche prettamente politiche e antiteocratiche. Questo oriz-
zonte riformistico e insieme cristiano anima i versi del sonetto Er governo
der temporale (1055, 13 gennaio 1834), dove un appassionato evangeli-
smo popolare si afferma nella netta denuncia delle degenerazioni nel-
lesercizio di un temporalismo burocratico e oppressivo e dellimmeschi-
nimento della missione ecclesiale 131:

Oh, ppenzateve un po ccome volete


cher reggno ar Papa je lha ddato Iddio,
io sto co le parole de don Pio:
Sete cojjoni assai si cce credete.

E Ggesucristo ar popolo ggiudio


sapete che jje disse? lo sapete?
Io s vvienuto in terra a ff da prete,
e nnun dde sto monno er reggno mio.

Che bbella cosa sara stata ar Monno


de vede er Nazzareno a ff la guerra
e a scrive editti fra vviggijja e ssonno!

E, dde ppi, mmann llommini in galerra,


e mmette er dazzio a le sarache e ar tonno
a Rripa-granne e a la Dogn-de-terra.

129
Cfr. De Sanctis [1971], pp. 737-738.
130
Cfr. Ricuperati [1970].
131
Fasano [1984], pp. 47-48.

93
Edoardo Ripari

Ma assente, nei quattordici versi, una dimensione ideologica che non


veicoli anche e soprattutto un orizzonte morale e religioso profondamen-
te offeso: lo spirito del Giannone analista spietato degli abusi della Chiesa
anima evidentemente la pagina belliana, cui tuttavia presiede un pensiero
sostanzialmente privo di una definita e definitiva ideologia laica, e che
appare immune da ipostatizzazioni di dinamiche storiche e politiche, nel-
la tendenza a trasfigurare il messaggio di base in exempla chiarificatori di
nodi culturali che pure restano irrisolti, in versi che privilegiano lantino-
mia, lantifrasi, e un senso dellassurdo non discompagnato da una di-
mensione ludica. Cos accade in un altro sonetto del gennaio 1834, Le
faccenne der Papa (1058), spregiudicato nel rappresentare la miseria buf-
fonesca della Chiesa 132:

Fra ttanti sturbi, er Papa s anniscosto


ner Palazzo-der-Papa, e ll in giardino
spasseggia, fischia, e ppoi ruzza un tantino
cor un prelato suo garbte ttosto.

Lo porta a un gioco-dacqua accostaccosto


e tte lo f abbaggn ccome un purcino;
e arriva ar punto de mettjje infino
drentin zaccoccia li pollastri arrosto.

De le vorte lo pijja sottar braccio,


poi jje fa la scianchetta, e, ppoverello,
jje leva er piombo e jje fa dd un bottaccio.

Accus er Papa se diverte; e cquello


sammaschera da tonto e ffa er pajjaccio
pe mmerit lonore der cappello.

Lassunzione compiaciuta, e a tratti istintiva da parte di Belli, delle


forze reagenti dei lumires, che i 14 versi nel loro tono caustico e insieme

132
Ivi, pp. 49-50.

94
I. In medio consistit virtus

divertito avverano, doveva daltra parte scontrarsi, nel cantore di una re-
alt che quei lumi escludeva per disposizione naturale, con un retroterra
politico e religioso che affondava le radici del proprio ottuso immobili-
smo in un oscuro paradigma controriformistico. La stessa storiografia gian-
noniana, in virt del suo ampio respiro, del grande impianto della sua
impostazione, muoveva alla rivendicazione di una spiritualit evangelica
tradita, contrapponendosi parimenti a un universo della legislazione che
dalla Controriforma ereditava istanze, prepotenza e ingerenze di tipo feu-
dale. Negli anni di pratica romanesca, Belli aveva dunque guardato con
fascino e attenzione al tentativo del Partenopeo e dei riformatori meridio-
nali, di ridurre la religione a fattore umano, facendo propria, nella sua
poesia, la lucida indagine che Giannone conduceva sulle pratiche cultuali
di una teologia politicamente distorta: Belli stesso, ancora in tardi appun-
ti, avrebbe osservato, sulla scia di Benjamin Constant, che la religione
altro non che un affare di cuor tra luomo e dio 133.
Nellottica di unermeneutica dellalterit radicale, Belli pot leggere
con avidit e stupore, nel terzo libro, capitolo secondo, paragrafo terzo
dellIstoria civile, il racconto delle insigni virt di Teodorico, che afferma-
va, con una scrittura oggettiva e appassionata, un ideale di tolleranza e
una pratica dellefficienza che un presente malato alla radice poteva solo
desiderare:

E se ne tempi nostri si praticassero que rigori e quelle diligenze che a tempi


di Teodorico usavansi nella scelta di tali ministri, cio di mandare uomini di
conosciuta integrit e dottrina, e a popoli accettissimi [...] certamente dinfi-
nite liti e di tanti gravi dispendi vedrebbonsi libere queste nostre provincie,
che ora non sono [...]. Ma questo, nello stato delle cose presenti, pi tosto
da desiderarsi che da sperarsi; poich il male nella radice 134.

Con lo sguardo gi rivolto a Locke, a Voltaire, a Volney, il poeta via


via pi consapevole che il canchero ecclesiastico stava appunto ne la
radisce 135 poteva ancora ascoltare, nel sesto paragrafo dello stesso ca-
pitolo, la genuina lode verso la modestia sacerdotale di un principe

133
LGZ, p. 569.
134
Giannone [1971], p. 412.
135
Larberone (1060, 15 gennaio 1834), v. 14.

95
Edoardo Ripari

illuminato ante litteram che da un lato, della religione cattolica, ancor-


ch da lui non professata, ebbe [...] tanta cura e pensiero che non per-
metteva al governo della medesima seleggessero se non vescovi di cono-
sciuta probit e dottrina, de quali fu egli amatissimo e riverente, che
dallaltro, con grande piet, si adoperava a una politica di accorta tolle-
ranza religiosa (Ben si son scorti quali sentimenti fossero di questo prin-
cipe intorno a lasciare in libert le coscienze degli uomini ed appigliarsi a
quella religione che lor piacesse), e che infine permise che sotto il suo
regno Roma fosse dallo stesso romano Senato governata: che giudicasse il
romano tra Romani: tra Goti e Romani, il goto ed il romano. Che quella
religione ritenessero chavevan succhiato col latte, avversissimo dintro-
durre novit, come quelle che sogliono essere sempremai alle repubbliche
perniziosissime, e cagione di molti e gravi disordini 136. Col fastidio che le
pagine del Volney avrebbero rinnovato, leggeva infine le sottili eziologie
che nellumanizzare vicende ecclesiastiche scoprivano larbitrio di ogni
giustificazione temporalista, e individuavano negli antichi scismatici la fi-
gura dei moderni zelanti della teocrazia:

Spanemio, fra gli altri, si scaglia contra gli scrittori franzesi che hanno per
favolosi nella persona di Gregorio questi racconti; dice che essi, scrivendo
sotto il regno di Lodovico il Grande, han voluto negar questi fatti, ne sub
Ludovico M. in romano pontifice huiusmodi potestatem agnoscere videren-
tur: ma essi intanto vogliono che fossero veri per farne tal paragone tra Cri-
sto S.N. ed il P. romano. Cristo, volendo quella innumerabile turba, tratta da
suoi miracoli, farlo re, tosto fugg, e loro rispose che il suo regno non era di
questo mondo: il papa, avendo i ribellanti Romani scosso il giogo di Lione ed
offerto il principato a Gregorio, tosto acconsent e ne divenne principe. Cri-
sto espressamente comand che si pagasse il tributo a Cesare: il papa ordin
che non si pagasse pi i tributi a Lione; per queste e simili antitesi, per queste
vie, non tenendo n modo, n misura, han prorotto poi in quella bestemmia di
aver il papa per Anticristo. Ora chi crederebbe che i pi parziali de Greci
scismatici, ed i maggiori sostenitori di questi rabbiosi eretici, sieno ora i mo-
derati Romani e gli scrittori pi addetti a quella corte? 137

136
Giannone [1971], pp. 414-415.
137
Ivi, pp. 439-440.

96
I. In medio consistit virtus

La forza del discorso giannoniano, inoltre, consentiva a Belli, attraver-


so unattenta e lucida analogia, di confrontare la propria condizione di
letterato con lesperienza politica e religiosa che fu di Dante. In effetti, tra
le pagine dello Zibaldone dedicate allIstoria, la figura di Bonifacio VIII
assume un ruolo di evidente rilevanza 138. Il poeta sancisce il confronto col
padre della Commedia in uno straordinario sonetto-prosimetro del 9 otto-
bre 1835 Cosa fa er Papa? (1706) in cui il corredo delle note in lingua
gli consente di ricondurre al presente, e insieme metastoricizzare, una re-
alt storica su cui gi Dante aveva esercitato il suo sdegno politico. In
effetti, la forza durto della stessa opera di Giannone va ascritta alla tra-
sformazione strategica del passato in una indignazione civile che muove a
illuminare i problemi del presente, e si impone al contempo, per una sorta
di presenzializzazione, come battaglia ideale, trascendente, rinnovabile.
Leggiamo il sonetto:

Cosa fa er Papa? Eh ttrinca, fa la nanna,


taffia, pijja er caff, sta a la finestra,
se svaria, se scrapiccia, se scapestra,
e tti Rroma pe ccammera-locanna.

Lui, nun avenno fijji, nun zaffanna


a ddirigge e accord bbene lorchestra;
perch, a la peggio, lurtima minestra
sar ssempre de quello che ccommanna.

Lui laria, lacqua, er zole, er vino, er pane,


li crede robba sua: tutto mio;
come a sto monno nun ce fussi un cane.

E cquasi quasi godera sto tomo


de rest ssolo, come stava Iddio
avanti de cre llangeli e llomo.

Il Samon ha dato una lettura suggestiva di questi versi, scorgendo in


essi il passaggio effettivo, nei sonetti, da una commedia romana a una

138
Cfr. Zibaldone, VIII, carte 240 recto e verso.

97
Edoardo Ripari

commedia celeste. Il poeta avrebbe qui lo scopo di stendere una cortina


fumogena attorno alla sua poesia soprattutto dando ad intendere che il mas-
simo delleversione rispetto ai valori costitutivi consista nellapplicare una ri-
forma intra ecclesiam 139, e ci riporta di nuovo, attraverso il ricorso allappa-
rato in prosa, in una dimensione umanamente o disumanamente politica.
qui che Dante sembra chiamato ad affiancare Giannone: Se fosse vero
aggiunge infatti Belli in nota quello che qui asserisce il nostro romane-
sco, potrebbe san Pietro ripetere quanto gi disse di Bonifacio: Quegli
che usurpa il luogo mio, / il luogo mio, il luogo mio che vaca / Nella
presenza del Figliuol di Dio.
Questi versi tornano a conferma delleffettivo riuso, da parte di Belli,
della pagina giannoniana, nella quale scorge, al di l della rivoluzionaria
impostazione storica, la forza razionale di una polemica illuminata volta a
sottolineare, con grande modernit, come Stato e Chiesa procedano nel
migliore modo se nessuno dei due poteri si permette usurpazioni nel
quadro dellaltro. Un sonetto dell11 ottobre 1831, Lo Stato der Papa (209),
testimonia come la riflessione del poeta su quesiti di grande attualit sia
stata precoce ed attenta:

Come er Papa ha da st ssenza lo Stato,


quann vicario lui de Ggesucristo?
Mha ddetto er coco a me de San Calisto
che insinente a ddiscorrene e peccato.

Ggesucristo chha ttanto faticato


pe ffacce tuttoquanto avemo visto,
dovera cede puro a chi pi tristo
sto cantoncel de monno conzagrato?!

Cede un par de cojjoni! E dde sto passo


sarriva a lev Iddio dar paradiso,
pe mmettece in zu logo Satanasso!

Duncue pare che ssii belle indisciso


cher Zantopadre a sto monnaccio llasso,
a pp dd rriso ar farro e ffarro ar riso.

139
Samona [1969], pp. 77.

98
I. In medio consistit virtus

Ancora una volta, inoltre, appare spontaneo un confronto tra questi


versi e la Professione di fede. Leggiamone larticolo IX:

Ora conosco e detesto il mio errore daver creduto il pontefice romano fosse un
pastore, a cui fu commessa la cura duna greggia non sua, ma di Cristo, e che
questi fosse il solo Sposo e il Signore della Chiesa. E perci chiedo perdono, se tali
sentimenti voi avete scorti ne primi miei libri dellIstoria civile, e che a ragione gli
avete altamente sgridati s, ma non giammai convinti per falsi o erronei. Contutto-
ci io ora il detesto, e quando prima San Paolo ed i Padri vecchi diceano che lo
Sposo della Chiesa era Cristo, io ora dico meglio che sia il papa, e mi informo al
detto di Bonifacio VIII, il quale cio nel capitolo quoniam de immunit se stesso
chiam cos: Nos iustitiam nostram et Ecclesiae Sponsae nolentes negligere 140.

in questottica, daltra parte, che va letto il sonetto Er 28 settembre


(1068) del 26 gennaio 1834, un altro prosimetro in cui note in lingua e
testo sono inscindibili, e che rappresenta, forse, la pi compiuta riassun-
zione poetica delle idealit giannoniane:

Bb, mettmo che ssia; dimo, Vincenza,


che li Francesi avessino raggione.
Fmo caso, si vvi, che Napujjone
Cqua cce potessi addomin in cuscenza.

Che ccosa ne viera pe cconseguenza?


Choggi nun ze fara Papa Leone,
e a li sordati pe spar er cannone
nun je dara ggnisuno lindurgenza.

Poi, che disse a lApostolo er Messia?


Voi sete Pietro, e su sta pietra sola
ce vojjo dific la Cchiesa mia.*

E nun ce v che na testa de leggno


pe nnun cap cche ssotto la parola
de quella Cchiesa sha da intenne er Reggno.

* Queste memorabili parole, scritte allinterno della cupola di S. Pietro, sono rivocate in
dubbio da qualche incredulo, sul nudo e solo motivo che nella lingua ebraica, o altra

140
Giannone [1824], vol. II, pp. 21-22.

99
Edoardo Ripari

(fuori della latina o italiana) che avesse parlata Ges Cristo, manca il fondamento anfibo-
logico della omofonia tra Petrus e petra. Ma forse Ges Cristo parl a san Pietro in
latino. In questo caso per la Chiesa greca non fu fondata da Cristo.

Belli probabilmente non sapeva che lanfibologia era possibile nellara-


maico: ma certo questo non inficia lacuta sottigliezza di s lucida riflessione.

4. Consapevole dellassoluta novit di una storiografia fondata su prin-


cip baconiani e condotta su conquiste che gli illuministi portarono a com-
pimento, Giannone, nellIntroduzione alla sua Istoria, rivendicava con or-
goglio il suo ruolo di primus ego (Sar questistoria tutta civile, e perci,
se io non sono errato, tutta nuova, ove della politia di s nobil Reame,
delle sue leggi e costumi partitamente tratterassi: parte, la qual veniva
disiderata per intero ornamento di questa s illustre e preclara region dIta-
lia 141). E in effetti, per avere umanizzato, e per la prima volta, le vicende
storiche della Chiesa, colto il nesso inscindibile tra queste e la storia pro-
fana, ridotto a fatto umano la religione, laicizzato la sede apostolica, espres-
so la necessit di ricondurre alle origini lideale cristiano 142, lIstoria civile
stata letta, gi negli anni in cui Belli si applicava al monumento, come
insigne esempio di storiografia risorgimentale; e non a caso Giosue Car-
ducci, tracciando a fine secolo un bilancio della stagione eroica italia-
na, apriva con un suo paragrafo le Letture del Risorgimento, definendo
Giannone rivendicatore della potest civile, vittima [...] di due dispoti-
smi, che concluse la sua vita con parola e mente romana vaticinando a
casa Savoia, che lo teneva prigione, i destini futuri merc la disciplina e la
tradizione dellarmi 143. Ma questa dimensione nazionalistica e rivoluzio-
naria, che i sonetti eludono o escludono, conferma lo scarto tra lorizzon-
te dattesa degli intellettuali italiani e quello del poeta pontificio. Rielabo-
rate nel linguaggio infimo e sostanzialmente apolitico della plebaglia ro-
manesca, rese in una dimensione visionaria piuttosto che storica, antro-
pologica e religiosa piuttosto che politica e strumentale, le conquiste del
pensiero giannoniano vengono disancorate, nel monumento, da quel
portato ideologico e contrappresentico 144 che le forze liberali attualizza-

141
Giannone [1823], vol. I, p. 203.
142
Bertelli, in Giannone [1971], pp. 355-357 passim.
143
Carducci [2006], p. 31.
144
Cfr. Assmann [1997], pp. 51-58 passim.

100
I. In medio consistit virtus

rono in prima istanza. Le pagine dello Zibaldone daltra parte, dove lIsto-
ria riassunta attraverso criteri meramente cronologici e alfabetici, senza
alcuna analisi o rielaborazioni critiche personali, precludono al lettore la
possibilit di accedere direttamente alla reale riflessione di Belli a riguar-
do, costringendolo a procedere per piccoli indizi e muoversi attraverso la
distorsione del filtro romanesco. Ma certo si realizza, proprio in questa
mirabile fusione tra lintertesto colto e la voce popolare, il dramma intimo
del poeta, reso consapevole dallAufklrung delle stridenti contraddizioni
del proprio mondo, e al contempo costretto, per strategia letteraria, a
esprimersi attraverso modalit linguistiche e ideologiche negate a ogni
luce.
E tuttavia, la sostanziale estraneit del monumento alle rivendica-
zioni e alle conquiste del paradigma letterario risorgimentale, che agiva
gi allinterno del nuovo orizzonte dattesa e partecipava con assoluta con-
sapevolezza alle morfologie della lotta per le nazioni 145, non rappresenta
necessariamente un limite: il genio del Belli fu anzi in grado di fare della
sua condizione una forza, e giungere, attraverso la mediazione culturale
di archetipi primordiali e istintivi, dove la letteratura contemporanea dif-
ficilmente aveva solo cercato approdo. Suscitano infatti, a ogni nuova let-
tura, uno stupore allucinato, metafisico ed infero, quei sonetti che sco-
prono lessenza stessa del potere con uno sguardo visionario ed insieme
scientifico, secondo una vera e propria antropologia delluniverso politi-
co; nella rappresentazione metastorica del papato, nelle deformazioni cor-
porali del pontefice, egli coglieva ad esempio la decrepitezza anacronisti-
ca dellintero potere temporale, come accade nel sonetto del 1 aprile
1829, Pio Ottavo (11) con cui ha inizio, per dirla con Vigolo, la comme-
dia umana di Belli (Che ffior de Papa creeno! Accidenti! / Co rrispetto
de lui pare er Cacamme. / Bbella galanteria da tate e mmamme / pe ff
bbobo a li fijji impertinenti! // Ha un erpeto pe tutto, nun ti ddenti, /
gguercio, je strascineno le gamme, / spnnola da un parte, e bbuggiaram-
me / si arriva a ff la pacchia a li parenti); nelle teriomorfizzazioni che
coinvolgono e sconvolgono la figura di Gregorio XVI, lumeggiava come
demoniaco il suo pontificato, e ne estendeva poi la sostanza a tutti i Prin-

145
Cfr. Banti [2000].

101
Edoardo Ripari

cipati, con memoria neotestamentaria 146. Cos accade in Er motivo prenci-


pale (1277), del 5 giugno 1834:

A gguard bbene, er Papa, appressa ppoco,


un omo fatto dossa, carne e ppelle,
co la bbocca, li denti e le bbudelle,
e li membrucci sui tutti ar zu loco.

ccheve la raggion de le gabbelle:


pe vvia che li quadrini che dd ar coco
acci jje metti un po de pila ar foco,
nun je ponno fiocc ggi dda le stelle.

Paga poi lavatura e stiratura,


lumi, vestiario, spie, preti dajjuto,
stalla, e ddu fronne de villeggiatura:

comha da vive er povero Siggnore?


Manna un editto, e ddisce: Ho rrisoluto,
popolo mio, de rosicatte er core.

Qui il Papa, osserva Garvin, non domina il mondo in cima alla gerar-
chia ecclesiastica, ma un uomo come noi immerso nella sua animalit
fisiologica. Egli non il salvatore delegato in un mondo cristiano di valori
positivi bens un uomo che opera in un mondo di valori stravolti. La sua
umanit negativa [...] data dalla carnalizzazione delluomo, in questo
suo farsi tutto anatomia: ossa, carne, bocca, denti, budella [...]. Le com-
ponenti fisiche del Papa sono insaccate in un involucro senza forma, in
unarea semantica che suggerisce la voracit papale, privilegiando gli or-
gani suddetti ad attivit digestive ed escretive: bocca, denti, budella 147.
Sono dunque dimensioni simboliche a porsi alla base della forza visiona-
ria e corrosiva dei versi, in assenza di una cronotopia storica e ideologica;
archetipi dalla ricorrenza macrotestuale che consentono al poeta unine-
dita comprensione e rappresentazione della sovranezza.

146
Cfr. ad esempio At., 4, 26 e Eph., 6, 12.
147
Garvin [1978], p. 80.

102
I. In medio consistit virtus

spingendosi oltre le contingenze del proprio contesto storico-politi-


co, infatti, che Belli giunge a mettere a nudo il fine ultimo di un potere
siffatto e della divinit che rappresenta, oltre il demonismo, oltre il sadi-
smo: la solitudine, e quindi lannichilimento del mondo su cui esso potere
si estende, fino a coinvolgere lintero creato. E se lapproccio belliano al
mondo della politica sembrava, agli albori della sua commedia, farsi
strada nellottica di una giustizia cristiana, come accadeva in Campa e las-
sa camp (21), del 19 febbraio 1830 (Sha da vede, per dio, la buggiarata
/ cher Cristiano ha dann ssenza carzoni, / manco si cquelli poveri cojjo-
ni / nun fussino de carne bbattezzata), presto sarebbe stato il ricorso
allarchetipologia, alla metastoricizzazione, allespressionismo letterario a
focalizzare con straordinaria torsione del linguaggio e dello sguardo, mi-
chelangiolesca spesso, caravaggesca ancora e infine iperbolicamente ba-
rocca e surreale, le costanti universali dellesercizio della sovranit, la sua
arbitrariet al di sopra del bene e del male. Come accade, infine, nel so-
netto Li sordati bboni (1268), del 23 maggio 1834:

Subbito cun Zovrano de la terra


crede cun antro jabbi tocco un fico,
disce ar popolo suo: Tu sei nimmico
der tale o dder tar re: fajje la guerra.

E er popolo, pe sfugge la galerra


o cquarcantra grazzietta che nnun dico,
pijja lo schioppo, e vviaggia comun prico
che spedischeno in Francia o in Inghirterra.

Ccus, per li crapicci duna corte


ste pecore aritorneno a la stalla
co mmezza testa e cco le gamme storte.

E cco le vite sce se ggiuca a ppalla,


come quela puttana de la morte
nun vienissi da lei senza scercalla.

Lassunzione della verit sfacciata, insomma, se da un lato poneva


Belli al rischio di disancorare la sua scrittura da una battaglia ideologica
combattuta nel contesto storico che fu suo, dallaltro, nello sfuggire a ogni
filtraggio strumentale del materiale poetico, gli consentiva di elevare il
discorso dei suoi versi alle vette di un vero ontologico ed effettuale.

103
Antologia di testi

II. TERRA DI SERVIT, TERRA DESIGLI


Lopera di Belli nella morfologia del discorso nazionale

TRA FIRENZE E ROMA

1. Nel corso del viaggio nella fiorentissima capitale dellEtruria


era il 1824 Belli ebbe loccasione, probabilmente cercata, di entrare in
contatto con gli intellettuali del Gabinetto Vieusseux. Nello stesso anno
un altro grande suddito dello Stato pontificio, Giacomo Leopardi, in viag-
gio tra Milano, Recanati e Bologna, iniziava un rapporto epistolare con il
fondatore dellAntologia, una rivista, osserva Raimondi, che non trat-
tava solo di letteratura, ma anche di moralit, di costume, di societ, della
contemporaneit, ponendosi nello stesso solco del Conciliatore 1. Il
poeta dei Canti avrebbe lodato il nuovo giornale come una delle poche
serie iniziative di unItalia attardata nel passato, in una erudizione ormai
priva di ogni slancio vitale. Da Recanati, il 2 febbraio 1824, in una lettera
allo stesso Vieusseux, egli definiva il Toscano il primo che in Italia abbia
conosciuto che cosa debba essere un vero Giornale, e il primo certamente
che nabbia formato il disegno, e cominciato a metterlo in esecuzione; e
aggiungeva:

Non le bisogna usare molte parole a persuadermi delle immense difficolt che
l convenuto superare e che le conviene continuamente combattere nella sua
bella impresa. Conosco in generale lItalia e la Toscana quanto basta per im-
maginarmi tutti gli ostacoli che le si oppongono. In ogni modo, se il suo Gior-
nale, per difetto della letteratura e delle circostanze dItalia, ancora lontano
da quel punto che il suo squisito giudizio si propone, e che hanno conseguito
parecchi giornali stranieri, egli nondimeno la migliore opera periodica che
abbiano glItaliani, e superiore a quello che noi potevamo sperare 2.

1
Raimondi [20002], p. 31.
2
Leopardi [20012], p. 1261.

105
Edoardo Ripari

Lo scetticismo del Recanatese nei confronti delle sorti patrie, per il


difetto della letteratura e delle circostanze, muoveva infatti dalla lucida
consapevolezza che lambiente culturale italiano non era in grado di stare
al passo con le risorse di quelle realt settentrionali nelle quali avrebbe
scorto, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli Italiani, i be-
nefici di una societ stretta, laddove la meridionale Italia, per aver
perso lonore e il senso dello iustum atque honestum, si trovava a vivere
limmensa sua tradizione come un fardello, nellincapacit di trasformare
la memoria in impulso verso il moderno, in qualcosa che contribuisse ai
progressi delle sorti umane e nazionali:

[...] i libri che oggi si pubblicano in Italia non sono che sciocchezze, barbarie,
e soprattutto rancidumi, copie e ripetizioni. Un giornale che non pu annun-
ziare se non qualche sonetto, qualche testo di lingua inedito o ristampato,
qualche commentario sopra un libro antico, sopra un sasso, una moneta e
cose simili, non pu molto a contribuire ai progressi n dello spirito umano n
della nazione 3.

Il suo giudizio era particolarmente severo nei confronti dello Stato


pontificio e soprattutto di Roma, punto estremo della comune povert
dItalia, dove il libro pi importante che si pubblichi dentro lanno,
quello che noi chiamiamo il Cracas:

Sio le dicessi scriveva ancora al Vieusseux che in quella capitale, nello


spazio di parecchi mesi, non ho avuto la fortuna di conoscere un letterato
romano che mi abbia fatto desiderar lonore della sua corrispondenza, le par-
rei forse o superbo o ignorante, la quale ultima qualit consento che mi appar-
tenga, laltra mi fu sempre alienissima 4.

In effetti, a Roma, il Leopardi era stato lanno prima, nel 1823, sco-
prendo una situazione culturale desolata e desolante, vero e proprio le-
tamaio di letteratura e di opinioni 5:

3
Ivi, p. 1262.
4
Ibidem.
5
Lettera a Carlo Leopardi, 18 gennaio 1823, in ivi, p. 1233.

106
II. Terra di servit, terra desigli

La letteratura romana [...] aveva scritto a Pietro Giordani il 1 febbraio


cos misera, vile, stolta, nulla, chio mi pento daverla veduta e vederla, perch
questi miserabili letterati mi disgustano della letteratura, e il disprezzo e la
compassione che ho per loro, ridonda nellanimo mio a danno del gran con-
cetto e del grande amore chio aveva delle lettere [...]. Tutto quello che si
pubblica qui, se non sono assolute vanit e follie, mi pare che sia gittato e
perduto 6.

In simili termini, egli aveva gi scritto al padre Monaldo, il 22 dicem-


bre precedente:

Tutti [i letterati] pretendono darrivare allimmortalit in carrozza, come i cat-


tivi Cristiani in Paradiso. Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi
la sola e la vera scienza delluomo lArcheologia. Filosofia, morale, politica,
scienza del cuore umano, eloquenza, poesia, filologia, tutto ci straniero a
Roma, e pare un giuoco da fanciulli, a paragone del trovare se quel pezzo di
rame o di sasso appartiene a Marcantonio o a Marcagrippa [...]. Tutto il gior-
no ciarlano e disputano, e si motteggiano ne giornali, e fanno cabole e partiti,
e cos vive e fa progressi la letteratura romana 7.

Non abbiamo la certezza che Leopardi, nel suo breve soggiorno roma-
no, conobbe personalmente Giuseppe Gioachino Belli, ma certo avrebbe
trovato nel futuro artefice dei sonetti la stessa insofferenza di poeta e cit-
tadino. I viaggi di Belli a Firenze e Milano, in effetti, muovevano dallur-
genza profonda di evasione da un mondo di anticaglie ed arcaismi, di
Tiberini goffamente rivestiti dei panni di Arcadi, alla ricerca di nuovi
modelli letterari e linguistici e di un nuovo pubblico. Lesperienza di real-
t radicalmente altre consent in effetti, al Trasteverino, di acquisire una
consapevolezza inedita delle condizioni effettive delluniverso teocratico,
e soprattutto di estendere il panorama delle sue riflessioni alle idee di
nazione e progresso, sulle sorti comuni di un intero popolo intuite,
sino ad allora, solo attraverso il filtro della pagina scritta.

6
Ivi, p. 1236.
7
Ivi, p. 1226.

107
Edoardo Ripari

I SANTI-PETTI

Un giovane recitava un suo componimento poetico. Disse un


astante: bello! Come vi si conosce lo studio de classici! Un
altro soggiunse: eppure quel giovane non ne ha mai letto
neppure uno. Da quel momento quel giudice and ripetendo
non poter essere bello il lavoro del giovane come di-
giuno de classici.
(Giuseppe Gioachino Belli, Zibaldone, III, 1988)

NellAngelo Mai Leopardi celebrava chi, attraverso il passato, aveva


scoperto le lacune e i vizi del presente, e nel contrasto radicale tra i due
orizzonti avanzava la possibilit che in una nuova giovinezza potesse
nascere il desiderio di costruire il proprio tempo nel solco della dignit
di una gloriosa tradizione: il passato, insomma, doveva diventare lo sti-
molo e la ragione perch anche loggi tornasse ad avere la forza del tem-
po antico. Cosi, nella canzone Sopra il monumento di Dante, attraverso
una sorta di ermeneutica dellalterit radicale, contrapponeva fatalmen-
te quel tempo a un presente senza onori, ammonendo: O Italia, a cor ti
stia / far ai passati onor, che daltrettali / oggi vedove son le tue contra-
de.
degno di attenzione scoprire nei versi di un altro suddito dello Stato
pontificio una simile consapevolezza: al di l delle divergenze intellettuali
e della diversa sensibilit dal Recanatese, lo stesso Belli infatti, nella sua
esigenza di contemporaneit, avanzava una dura polemica nei confronti
di una cultura pietrificata in anticaglie ed arcaismi, guardando in primo
luogo, e condannandolo con fermezza, alluniverso letterario della restau-
razione romana in aperto contrasto col quale era nata la sua decisione di
ricorrere alla spregiudicata vitalit del dialetto, e ampliando in seconda
istanza la sua critica al panorama italiano.
Nel sonetto-prosimetro La Compaggnia de Santi-petti (1235), Belli ac-
cantona dunque lassunto del monumento plebeo per darci un quadro
della personale insofferenza verso il mondo culturale della sua Roma, e si
serve di un doppio registro, il verso e la prosa, per amplificare il suo cau-
stico sarcasmo. Sulla stessa pagina troviamo il sonetto romanesco cio il
momento del popolano , un lungo apparato in lingua voce del poeta , e
un sonetto ancora in italiano che, nellottica della finzione instaurata dalle
note, viene attribuito al padrone del locutore, il nostro romanesco ap-

108
II. Terra di servit, terra desigli

punto. In questa sorta di ipertesto le varie componenti linguistiche e stra-


tegiche si integrano sistematicamente nel consueto gioco di specchi tra la
voce popolare e la cultura dellautore, tra la registrazione della realt e
un commento sferzante che, legittimato dalla logica esplicativa, ha invero
la funzione di completare il testo, veicolandone il messaggio nella direzio-
ne di una vera e propria indignatio. I versi ci introducono in unosteria
dove un gruppo di letterati chiassosi fa una maggnata perch nnata
Roma; in cucina uno dei servi interroga loste per cercare di capire chi
siano i convitati:

Mattia! Che bbestie sciai nellosteria


che sse senteno url ccome li cani?
Sci lArcadichi e lArglichi romani,
che un po ppiaggneno e un po ffanno alegria.

E cche vv dd Arzigoghili, Mattia?


V dd: ggente che ssa; bboni cristiani,
che sullarco dellArco-de-Pantani
te sce ponno stamp una libbraria.

Ma cqui cche cce sta a ff tutta sta soma


de Cacrdichi o ddantro che jje dichi?
Fa una maggnata perch nnata Roma.

Ah, ho ccapito: s li SANTI PETTI,


che ttra lloro se gratteno e llAntichi
li suffragheno a ffuria de fiaschetti.

Il locutore, in questa circostanza, il diretto portavoce di istanze squi-


sitamente belliane, e il poeta interviene nel testo con grande capacit di
amplificazione del significato attraverso una deformazione che riseman-
tizza il significante: la langue, infatti, ricopiata e poi messa in tensione
con la parole dellautore (la deformazione linguistica scrive Teodonio
rid senso allinsensatezza e arriva a definire la verit immediatamente,
prima e meglio di qualsiasi altro discorso 8), per cui gli archeologi diven-

8
Teodonio [1998], vol. II, p. 104.

109
Edoardo Ripari

tano Arzigoghili e gli Arcadi si trasformano in Cacardichi, a suggeri-


mento, silenzioso ed eloquente, della sterilit stantia di una lingua morta e
delle sue finalit, disgiunte da ogni deontologia del vero e dellutile. I
Santi-petti sono cos lemblema di una situazione culturale chiusa e auto-
riproducentesi allinfinito, incapace di aprirsi alle esigenze della societ
contemporanea.
La nota, abbiamo accennato, nasce da una finzione: illustrare il sonet-
to in lingua attribuito al padrone del servo ma, ovviamente, scritto dallo
stesso Belli:

Agli indizi dati dalloste al nostro romanesco pare avere lui associata la notizia
che doveva avere di un sonetto del di lui padrone sulla morte di Geronimo
nostro, uno della Compagnia de Santi-petti, avvenuta nel giorno 15 aprile
1834, cio pochi giorni prima del banchetto genetliaco, del quale si parla. Il
sonetto necrologio il seguente, che noi qui diamo in forma di illustrazione,
con appresso laggiunta di alcuni schiarimenti:

In morte di Geronimo nostro

O santi-petti, o primi arcadi eroi,


dogni savere gentilezza e ostello,
in cui lodiam quanto di raro e bello
formar seppe Natura e prima e poi:

spenta la luce che mostrava a noi


carit benedetta di fratello
sulla omerica fronte ove il suggello
fu di spregio dognun fuor che di voi.

Levate alto gli omi, le genitali


blandizie vostre, e i modi lusinghieri
onde fra voi vi divolgate uguali.

E come gi rendeste allo Alighieri,


date in suffragio a lui di Parentali
fra il pianto, i rosolacci ed i bicchieri.

La seconda quartina rimanda direttamente a una lettera di Giulio Per-


ticari a Salvador Betti, entrambi membri della Compagnia, dellagosto

110
II. Terra di servit, terra desigli

1821: Bacia per me nel mezzo dellomerica fronte del mio santissimo
Amati (il santo-petto Geronimo), e la nota successiva, che rappresenta
una delle pagine pi lucide e significative di tutta la prosa di Belli 9, ag-
giunge ulteriori spunti di satira e motivi di insofferente disagio:

celebre il Symposium seculare celebrato il 14 settembre 1821, allosteria di


Ponte-Milvio, dalla romana compagnia dei Santi-petti, in commemorazione
della morte di Dante, accaduta quel giorno cinque secoli prima. Essendo fra le
libazioni molte e gli onesti parlari, scomparso dimprovviso Geronimo nostro,
e da tutti i Simposiaci chiedendosi: Ov elli? Ov elli?, indi a poco ei ritor-
n, pieno in grembo di fiori da orticheto, gridando quanto pi alto sapeva con
quella suavissima voce: Manibus date lilia plenis. E cos ne gett contro un
busto al poeta: mentre gli inteneriti fratelli, colle braccia al petto incrocicchia-
te e i colli torti, lacrimavano di quella inspirazione del santo-petto Geronimo,
facendo i meglio pietosi visacci che ad occhio umano sia dato vedere su questa
misera terra. Quindi per la differenza di colore fra i gigli e i rosolacci, si ferm
la famosa distinzione del purpureo e del porporino, di che molto onore ebbe a
venire a questo dolce nido della patria e allo italo nome.

Con un ulteriore richiamo intertestuale, Belli rinvia alla lettera di Luigi


Bondi al Betti del 1821 (la confonde in realt, precisa Morandi, con quel-
la di Bondi al Perticari, pubblicata in quellanno sul Giornale Arcadi-
co 10), che contiene unaltra versione del banchetto per Dante, e in cui
torna a distinguersi il defunto nostro Amati:

In questa lAmati, sommormorando a bassa voce il principio del seguente


verso di Virgilio: Purpureosque iacit flores, animamque poetae His saltem, accu-
mulem donis, et fungar inani Munere; come, lamentando sopra la morte imma-
tura del buon Marcello, disse Anchise presso Virgilio. Ed avendogli noi oppo-
sto, che Virgilio parla di gigli, i quali per la loro risplendezza (ciocch stabili-
sce la qualit della porpora) potevano dirsi purpurei; egli fortemente gli orec-
chi nostri intuon dicendo: che non solo gigli, ma pur viole, e corne di mirto,
e, pi di ogni altro arbusto o fiore, si spargevano rose in onore de defunti e
specialmente nellanniversario della lor morte. E qui cominci a riferire molte
antiche iscrizioni.

9
Ibidem.
10
Ibidem.

111
Edoardo Ripari

Ecco dunque la cultura romana esibirsi nella sua massima ispirazione.


Nelle sue parole Belli ci d un quadro tuttaltro che comico dellarido
fondaccio in cui si trovava ad operare: latmosfera grottesca del prosi-
metro descrive un deserto di desolazione, un paradigma della sterilit
intellettuale di cui i Santi petti, romana generazione di letterati fra s
ristretti e schivi di tutti altri e di tuttaltro che non sia loro (cosi Belli li
avrebbe definiti altrove, in una lettera alla Bettini del 26 ottobre 1835 11),
e Amati, uomo dal volto satiro e cos di parole, e tuttavia ne suoi scritti,
per umana contraddizione, non raro adulatore de potenti 12, erano la
perfetta sintesi. Lamara solitudine di un grande intellettuale, imprigiona-
to tra le mura della teocrazia romana, in cui ogni atto di rottura, anche
poetico, diviene un atto eversivo, si manifesta con tutta evidenza in queste
parole 13.
La situazione che Belli illumina, daltra parte, ribadiva con esattezza
quel pesante giudizio che proprio il Leopardi aveva espresso nel corso del
suo soggiorno pontificio, tracciando un quadro interpretativo che neppu-
re gli studi pi recenti sono riusciti a ribaltare. Negli stessi termini, invero,
si sarebbe espresso Carducci nelle Letture del Risorgimento italiano, dove,
con sguardo retrospettivo, scopriva come la cultura romana di fine Sette-
cento e dei primi decenni dellOttocento fosse improduttiva, stanca, fer-
ma su s stessa. Roma affermava infatti il cantore di Satana morto nel
1759 Benedetto XIV il papa teologo-filosofo ammirato da Walpole e Vol-

11
LGZ, pp. 312-313.
12
Ibidem.
13
Significativo anche questo brano dello Zibaldone (I, articolo 546, carta 127 verso):
(societ / beffa / impostura / improvviso. / Ignoranza). Giorgio Pescatori ancora vivente
(1825) nella Citt di Napoli si trov presente ad una conversazione in cui molti recitarono
versi. Pregato anchegli di dire qualche cosa, come non letterato ma astuto e lepido di
molto, rispose non aver nulla di scritto a memoria, ma che per compiacere chi lo invitava
avrebbe dopo un breve momento di riflessione composto un distico greco estemporaneo
sul soggetto che gli si fosse assegnato. Gli fu questo dato, e poi finchegli pensasse recit
altri una brevissima cosa. Dopodich alzatosi seriamente il Pescatori disse alcune parolacce
insignificanti foggiate a desinenza greca, e a ritmo poetico, disposto a mandare la cosa in
celia dove non gli fosse menata buona, o di riceversi seriamente gli applusi, quando alcuno
meglio di lui non avesse inteso di greco. Accadde nella seconda maniera: sicch egli da tutti
lodato e celebrato, il giorno dopo ricevette visite ed inviti per nuove accademie, alle quali
ognuno indovina che egli mai non torn, bench gravemente lo facesse sperare.

112
II. Terra di servit, terra desigli

taire [...], non riflette grande luce allintorno di propria vita romana; ed
condannata ad essere sempre cos, immobile, immutabile; la sua vita in-
tellettuale era infatti animata da squallidi imitatori di Metastasio nelle
cicale scoppiate dArcadia, da personaggi come il sarto improvvisatore,
Francesco Gianni (1749-1823), specie di mulo nato dallincrociamento
della giomenta Arcadia con lonagro Ossianismo nella frega dellenfasi
rivoluzionaria, o Giovan Battista Casti altro Geronimo Amati me-
nestrello nomade della marcia e fetida arte del servaggio italiano. Giullare
di tutto e di tutti; e infine da frati, preti belletteristi e gesuiti, tutti
retori falsi: ossa fracide che accusano letisia della fede e il sormontar
vittorioso del diavolo filosofismo che li tiene a cappuccio 14.
In questa prospettiva, la rivoluzione letteraria di Belli appare davvero
sorprendente, tanto pi se pensiamo che egli stesso apparteneva alla terza
generazione di intellettuali romani, i restaurati per eccellenza, nel periodo
di pianificazione dellorganizzazione delle istituzioni in senso controrifor-
mistico, dove i ceti medi sarebbero stati sempre pi facilmente e massic-
ciamente coinvolti nella produzione della cultura e del consenso, in un
orizzonte tradizionalista ed accademico. Clero e aristocrazia, borghesia
e popolo, condividevano una rozzezza di costumi (o meglio di usanze,
per usare ancora una distinzione leopardiana) maggiore rispetto al conte-
sto nazionale e internazionale, a causa della forte rigidit sociale e della
particolare natura teocratica dello Stato: il forte livello di integrazione tra
potere religioso e politico, la creazione e il controllo del consenso, una
censura particolarmente vigile e capillare, la presenza onnivora del clero
in istituzioni come scuole, biblioteche, accademie, venivano a caratteriz-
zare le opzioni disciplinari di quel ceto medio laico, cui Belli aveva guar-
dato e guardava, addirittura come sostanzialmente pi conservative e
tradizionali rispetto a quelle ecclesiastiche 15.
Una personalit come quella belliana, in tali circostanze, doveva inevi-
tabilmente guardare a un contesto pi ampio per conferire alla sua pagina
una dimensione nazionale e recuperare, dunque, quella tensione etica,
civile, progressista che la letteratura contemporanea tendeva ad obliare.

14
Carducci [2006], p. 33.
15
Merolla [1984], p. 81 e p. 125.

113
Edoardo Ripari

IL ROMANESCO E LA NAZIONE ITALIANA

La ricerca di una italianit, di una memoria comune allidentit di un


popolo, si manifestava in Belli gi negli anni della Tiberina, nel clima cul-
turale, dunque, tipico della Restaurazione, dove le istanze nazionali, lungi
dallassumere una dimensione propriamente politica, venivano ricondot-
te agli ideali di una nazione linguistica. Significativo, nondimeno, lat-
teggiamento polemico del giovane poeta nei confronti di disacconci modi
della lingua letteraria, ascrivibili al purismo pi estremo, che venivano a
falsare, ai suoi occhi, lo bello idioma gi motivo donore per lItalia.
In questi termini egli si esprimeva in un sonetto databile attorno al 1818
(AllItalia, appunto), scritto in commemorazione di Tommaso Matthias
Inglese, egregio scrittore di linguaggio italiano:

Costui, che nacque l ve simprigiona


entro a duo mari lAnglico paese,
studi nostrarti, e alla favella intese,
che sopra lArno dolcemente suona:

s che Petrarca, ed il buon Certaldese


e l cantor della vergin di Dordona
lui van tessendo del ben dir corona,
tanta laltezza a che poggiando ascese.

Eppure, Italia mia, mentre tu godi


veder per opra di straniero autore
serbarti il pregio delle antiche lodi;

piangi ahi! veggendo alcun nostro scrittore


falsar con vani e disacconci modi
lo bello idioma, che tha fatto onore.

Il confronto di questi versi con il componimento omonimo, e dello


stesso anno, di Giacomo Leopardi, fa trapelare, con tutta evidenza, lim-
maturit stilistica e ideologica del Romano, che in quegli anni condivide-
va le posizioni linguistiche dominanti della sua piccola repubblica lette-
raria, dove Giulio Perticari, presidente dellAccademia Tiberina negli
anni in cui Belli era segretario, occupava senza dubbio un posto privile-

114
II. Terra di servit, terra desigli

giato. Il primo sonetto dialettale del poeta nasceva proprio nelloccasione


di un pranzo di societ come egli stesso scriveva in una nota al testo
al quale presied G.G. Belli, ed intervennero i letterati Perticari Giulio,
Biondi Luigi, Tambroni Giuseppe, Borghesi Bartolomeo, Perticari Monti
Teresa, De Romanis Filippo, intellettuali che ruotavano intorno al Gior-
nale Arcadico, fondato ancora dal Perticari, e appartenenti a un ambien-
te culturale da cui pure il Trasteverino, negli anni a venire, si sarebbe via
via distaccato, fino alla polemica radicale dei Santi-petti. Nel componi-
mento in questione, al contrario, egli si dilettava a canzonare la letteratura
popolare, ricorrendo a un impasto ibrido italiano-dialetto, in cui tuttavia
facevano comparsa stornelli ed espressioni idiomatiche poi care alla musa
romanesca:

Lustrissimi: co questo mormoriale


vaddimanno benigna perdonanza
se gni fiasco de vino igni pietanza
non fussi stata robba pella quale.

Sibb che pe nun essece abbondanza


come ce n pi mejjo er carnovale,
o de pajja o de fieno, o bene o male
tanto c stato da riemp la panza.

Ma gi ve sento a d: fior dogni pianta,


pe la salita annamo e pe la scenta,
famo li sordi, e r berzitello canta.

Mo sentiteme a me: fiore de menta,


de pazienza co voi ce ne v tanta,
e buggiar pe bbio chi ve contenta.

Nel dibattito in corso sulla questione linguistica, il Perticari aveva


assunto una posizione mediatoria fra gli estremi dellincuria linguistica
tardo-settecentesca e della reazione esclusivamente e caricaturalmente tre-
centista, inerente al purismo propriamente detto 16. Egli aveva scorto il

16
Contini [19952], p. 261.

115
Edoardo Ripari

rimedio nel concetto dantesco di volgare illustre interpretato nellot-


tica del Trissino come interregionalit letteraria: strumento alla nazio-
nalit italiana, la quale appunto osserva ancora Contini nel mondo
della Restaurazione si poteva concepire solo linguisticamente 17. Siamo
sulla stessa linea, daltra parte, della Proposta montiana (di cui i trattati del
Perticari fanno parte integrante), che fu rifiutata, come sappiamo, dal-
lAccademia della Crusca, e che tuttavia fu intensamente appoggiata dal
Governo austriaco, continuatore su questo punto della politica culturale
del Regno Italico, promotore duna civilt letteraria incentrata non pi
nella sede tradizionale di Firenze, ma nella pi attiva e progredita delle
citt italiane, Milano 18. Del resto Monti, negli anni accesi della questio-
ne, dovette apparire a suo modo progressista, e certo non a caso Giusep-
pe Mazzini, alla sua morte, ebbe a scrivere: gemiamo caduto lautore
della Proposta, che d lultimo crollo alla tirannide in fatto di lingua 19.
Lappoggio di Belli alle iniziative montiane, dunque, lascia intendere
lo spessore nazionale ed attuale della sua riflessione sui problemi pi at-
tuali della politica culturale e linguistica, ed significativo che ancora nel
1835, nel primo sonetto di un dittico su cui avremo modo di tornare,
ribadiva la sua adesione alla Proposta, contrapponendola definitivamente
agli arcaismi della Crusca-muffa. Lanno precedente, infatti, il profes-
sor Don Michelangelo Lanci aveva pubblicato a Firenze lEsposizione de
versetti di Giobbe intorno al Cavallo, che conteneva anche la versione po-
etica dei versetti di Belli e che partecip nel 35 al premio quinquennale
dellAccademia. Possiamo immaginare, dai versi del sonetto, la sorpresa e
la delusione del Romano quando vennero premiate le prediche del puri-
sta Padre Buffa 20, personaggio esemplare di una Chiesa zelante e con-
troriformata:

17
Ibidem.
18
Ivi, p. 68.
19
In Ibidem.
20
Sulla vicenda cfr. il Ricoglitore italiano e straniero [1837], p. 580, dove ritroviamo la
cronaca dello scandalo che suscit lAccademia della Crusca per la premiazione del Dome-
nicano; Monti [1859], p. 42, che sottolinea listile ampollosissimo della lingua barocca
del Buffa, il quale si giov della dimestichezza con molti Cruscobeoni; Cant [1882], p.
48 e Stampa [1885], p. 232. In particolare, in questo ultimo scritto, si sottolinea con effica-
cia come il Buffa, predicando, toccasse il grottesco.

116
II. Terra di servit, terra desigli

Deh, Michelangiol mio, come hai tu posta


la sublime opra tua dentro lo staccio
di quelle scimie di Giovan Boccaccio
per cui Monti sprec tempo e Proposta?

Meglio oh quanto era il fartene una rosta


da cacciar mosche, o involgerne il migliaccio
o accenderne un fal per berlingaccio,
malgrado delle veglie che ti costa!

Quando, pi chessa, ha prezzo oggi un sermone,


e sopra un Lanci si solleva un Buffa
morto in terra il poter della ragione.

E i buon messeri della Crusca muffa


dan prova al mondo omai che il lor frullone
gira, come il cervel, di buffa in truffa.

Gi nel 1830 daltra parte, in una lettera del 15 maggio alla moglie
Maria Conti, esempio mirabile di prosa umoristica, Belli aveva professato
apertamente una deontologia del vero contrapponendola proprio a una
lingua quella del purismo del pio Cesari che aveva oramai consuma-
to i codici espressivi necessari alla rappresentazione del reale:

[...] a uno storico fedele disconviene meno unoscenit che una negligenza.
Cazzus!, esclam dunque il facente funzione, fottetemi in profosso questa caro-
gna. Con tutto ci intorno al vocabolo carogna, non debbo dissimulare, a di-
scarico del magistrato, che le opinioni dei filologi non vanno daccordo: poi-
ch se da un canto vero che un dignitario di Roma viet un giorno a me
stesso che col ministero di quella voce io potessi indicare onestamente pure
un asino morto, chi non ricorda dallaltro la purit, il candore e la eleganza
con che il piissimo Cesari di cruschevole memoria chiam Divina Carogna il
sacrosanto corpo di Cristo? 21

Linsofferenza nei confronti dei patenti arcaismi duna favella fradi-


cia per quasi sette secoli di vita (cos Belli scriveva allamico Ferretti an-

21
LGZ, pp. 118-119.

117
Edoardo Ripari

cora il 19 giugno 1838) 22, che per il vizio di un pesante filtro letterario
tendeva a disperdere lessenza pi intima, pi tattile, laidamente veritiera
della realt, appariva invero, sebbene in via del tutto obliqua, gi nellin-
fanzia della poesia di un autore che di tale problematica avrebbe fatto la
chiave di lettura della sua poetica pi significativa, dimostrandoci pi di
ogni altro contemporaneo che attraverso il linguaggio che percepiamo e
decodifichiamo il mondo che ci circonda. Ancora in un sonetto ascrivibi-
le al primo periodo della Tiberina, ad esempio, in cui lesigenza di sfogo
viscerale cercava goffamente di farsi strada fra le pieghe di una lingua
ossidata, la soluzione stilistica scaturiva dalla giustapposizione dei modi e
delle forme del basso corporeo della tradizione comica a uno stile altiso-
nante in finto-antico:

Conciosiacosach rigonfio e grave


sentissi il ventre mio questa mattina
ratto men corsi inverso la latrina
che Vostra Signoria fabbricato have.

Ma poi che con le man robuste e brave


nebbi tentato assai la porticina
maccorsi che il tesor di merda e orina
voi vi tenete conservato a chiave.

Perch per non cacar sotto il bancone


uscito per la porta delle scale
me sonito al solito cantone.

Per vi dico che mi suona male


di fare il viaggio che fe Robinsone
per procacciarmi un coccio di pitale.

Questa convivenza di un linguaggio del caos, espressione di un horror


vacui, con le formule della lingua illustre secondo un bilinguismo da
scrittura doppia proprio di un computista pontificio , avrebbe infatti,
con sempre maggior peso, spostato il proprio asse sullaccentuazione del

22
Ivi, p. 243.

118
II. Terra di servit, terra desigli

fastidio verso i codici consumati di questa, in una esigenza di straniamen-


to che confermava il tormento belliano per la parola. Proprio negli anni a
cavallo della conversione al dialetto, i tentativi di Belli di inserirsi nel sol-
co della tradizione poetica ufficiale, erano venuti a fallire nella frizione tra
volont espressiva e un mezzo comunicativo artificiale ed abusato, e per il
prevalere di un sostrato psicologico e culturale che evidentemente doveva
trovare uno strumento pi idoneo per la sua affermazione sul piano lette-
rario: cos nel Canzoniere amoroso scritto per la marchesina Roberti di
Morrovalle, forze centrifughe non controllate venivano indirettamente a
piegare limpianto petrarchesco in opposte tendenze, al punto che leffet-
tiva incertezza stilistica, la presenza di forme che proprio quel petrarchi-
smo tendevano, pi o meno consapevolmente, a rovesciare, non lasciava-
no pi dubbi, nellanimo del poeta, sulla necessit di continuare a speri-
mentare nel solco di tuttaltri modelli. Lassenza di esempi contemporanei
da imitare ed emulare, rappresenta in effetti la ragione pi diretta della
tuttaltro che precoce assunzione, da parte di Belli, di una poetica definita
(egli aveva quarantanni quando deliberava di lasciare un monumento),
e torna a conferma di come il suo scetticismo verso una precisa dimensio-
ne culturale vada compreso nellorizzonte polemico del conterraneo Leo-
pardi e del disagio che negli stessi anni manifestava il Manzoni, riconduci-
bili entrambi alla consapevolezza che la nazione linguistica e letteraria
non era pi in grado di stare al passo con le esigenze dei tempi, e di con-
tribuire ai progressi dello spirito umano. Non a caso, nel suo viaggio
milanese, Belli si preoccupava di acquistare una copia della ventisetta-
na (lavrebbe definita il primo libro del mondo), e soprattutto di pro-
curarsi lancora clandestina opera poetica di Carlo Porta.
Ancora nellultimo periodo tiberino, tra il 1824 e il 1828, la sua vena
giocosa, che pure guardava allo spirito dellAretino e del Berni, ad una
deformazione espressionistica del linguaggio dunque, lo portava alla spe-
rimentazione di modalit espressive in gran parte inedite, o meglio a solu-
zioni che erano il frutto di una personalissima esigenza strategica di stra-
niamento erede a sua volta di una gi subita, stridente frizione tra mezzo
linguistico e necessit rappresentative che anticipava di fatto la soluzio-
ne dialettale imminente. Nel Festino di Citera, ad esempio, la pittura del
costume romano riduceva la mitologia a pretesto di maschera e diverti-
mento, mentre si destava nelle rime uneco di arietta buffa, punteggiata di

119
Edoardo Ripari

voci esotiche, latinesche o salottiere 23; in Che tempi! invece, in cui la


satira divertita investiva direttamente il costume teatrale contemporaneo,
lassunzione straniata di una lingua altra, attribuita al soggetto emittente
del monologo in cui Belli si cala, oggettivandosi, colpiva indirettamente,
ma con altrettanta efficacia, proprio quelluniverso linguistico che era e
sarebbe stato oggetto di polemica, e che veicolava valori e idealit non pi
condivisi. Latteggiamento antipurista del poeta infatti consapevole e
ribadito (un confronto variantistico viene anzi a confermarlo ulteriormente,
laddove Belli correggeva le voci francesi toscanizzate da vocale dappog-
gio con le rispettive voci francesi pure); e soprattutto, a destare il nostro
interesse, lintroduzione di una prosa esplicativa la cui strategia antici-
pava a tutti gli effetti il metodo prosimetrico dei sonetti romaneschi. Belli
infatti, come presto avrebbe fatto nellopera dialettale, introduceva una
tecnica del registratore ricorrendo a un prosimetro per differenziare il
suo Io da quello del parlante in cui regredito, assicurando cos il libero
manifestarsi della rappresentazione nel rappresentato:

Querimonia poetica del signor Pasquale, romano, onesto computista di varii


luoghi pii, nato nellanno di grazia 1765, anno in cui, per mirabile coincidenza
di avvenimenti, moriva laltro querimonioso poeta Edoardo Young. Io non ho
fatto altro che fedelmente raccogliere le rimate lamentazioni del nostro pro-
fessore di scrittura doppia, le quali vi presenter come proruppero dalla di lui
riscaldata fantasia, conservandovi sin tutti i vocaboli e tutte le frasi che lArci-
consolato della Crusca, non senza ragione da vendere, chiamerebbe solecismi,
barbarismi e idiotismi. Intorno alle quali colpe di leso frullone, non essendo
questo uno sfogo mio, me ne lavo le mani.

Nel manoscritto troviamo unulteriore annotazione belliana: N.B.


Alcuni idiotismi ed errori sono indispensabili alla qualit dellinterlocuto-
re, romano, vecchio, querulo e ignorante.
Ci troviamo di fronte, per la prima volta, alla soluzione espressiva che
scaturiva dallurgenza del poeta di cogliere la verit attraverso processi
regressivi nella e della parola, restando coscienza colta, scientifica, di-
staccata, in un posizione di medietas che consentiva il libero dipanarsi, sul
piano fenomenologico, di un linguaggio necessariamente altrui, di un

23
Muscetta [19832], p. 78.

120
II. Terra di servit, terra desigli

locutore fatto oggetto di satira, cui Belli attribuisce, con atteggiamento


pilatesco, la responsabilit linguistica di valori non condivisi, di devian-
ze ed errori che vengono cos documentati e sottoposti a giudizio.
Nel 1828 Belli si dimetteva infine dallAccademia Tiberina con un com-
ponimento il sonneto Per gli augurati sponsali da seguire in Toscana
tra la nobile Donzella Sig. Porzia N. col signor Cavaliere Beco (Domenico)
N. che era ulteriore spia della vicina conversione poetica, e dove un
linguaggio spropositato e caotico riduceva la langue italiana a parole:

Le dolci notte onde con tanto affeto


turbi il silenzio di tranquilla note,
traran Diogene anchei fuor de la bote
con la maggia dinsollito dilleto.

E quando i vezi del divvino aspeto


appr a le genti travaggliatte e rote,
da inesprimibil volont condote,
sentonsi il corre esillarar nel peto.

Ah se quel carro al vincitor di Cane


riso mostravi che ogni sdegno placca,
Romma erra salva e il Campidoglio Secco.

Il Ciel ti di dotti s belle; or vane


deh vane, ammatta Dona unica, e vacca
a consolare il tuo tennero Becco.

Come accadeva in Che tempi!, e come sarebbe accaduto nei Sonetti,


Belli ricorreva di nuovo a un doppio registro per differenziare la propria
coscienza colta, distaccata, da quella del locutore (Monsignor Carlo Ema-
nuele Muzzarelli, allora direttore dellAccademia) e del suo linguaggio
abbietto e buffone per trasformare il sonetto in prosimetro, in virt di una
strategia comunicativa ormai sicura delle proprie risorse. Leggiamo dun-
que, a prefazione del componimento:

La seguente poesia pronunziata da un Ch. Mecenate di letterati / riportata


con premura / da un giornale italiano / il quale ne loda giustamente lorigi-
nalit de concetti larmonia delle membra la parsimonia de giudiziosi
epiteti i versi maschi e le rime femine; cosicch, conchiude lestensore

121
Edoardo Ripari

dellarticolo, questo parto novello del raro ingegno pu sicuramente mo-


strarsi a chiunque entra in carriera col Cavallo pegaseo siccome esempio
del vero e bello sonneto italico;

e ancora a commento dello stesso:

Questo sonetto scriveva nel manoscritto, sotto il testo fu scritto con espressa
intenzione di satirizzare il barocco stile di Monsignor Carlo Emanuele Muzza-
relli Uditore di Ruota, il quale oltre il cattivo comporre recita alla ferrarese
raddoppiando nella pronuncia alcune consonanti semplici, e semplificando
altre doppie: cosicch viene spesso a cadere in suoni equivoci e di vario senso.

E tuttavia, la scelta linguistica del monumento, che da un lato con-


sentiva al poeta di giungere a pi sublimi verit, non veniva daltra par-
te a contrapporsi in via diretta e consapevole proprio a quelle idealit di
nazione linguistica da cui pure la sua esigenza di identificarsi in una
comune identit italiana aveva preso le mosse? Il romanesco di una plebe
dispersa e che nome non ha aveva mosso Belli alla ricerca di un con-
sentimento con il pubblico della frammentata ed attardata Italia, per
documentare una condizione storica ed esistenziale (linferno terreno del-
la Citt Santa), e rispondere cos alla domanda che gi Leopardi e Manzo-
ni ponevano di fronte alla consapevolezza che il problema della moder-
nit consiste pure nel chiedersi come la letteratura possa far fronte allo
sviluppo di una societ nuova 24. Ma al contempo il poeta dovette presto
condividere, col Recanatese, la scoperta che in fondo gli italiani non ave-
vano un centro, n erano in grado di formare un pubblico corrispon-
dente, nella dimensione della cultura come spettacolo, allopinione pub-
blica 25.

LA LETTERATURA E IL MIGLIORAMENTO DEL PROPRIO TEMPO

1. Nel viaggio di ritorno dalla capitale lombarda, Belli ebbe occasione


di conoscere due giovani di Lugano: uno di questi, annotava il poeta nel

24
Raimondi [20002], p. 50.
25
Ivi, p. 55.

122
II. Terra di servit, terra desigli

suo Journal du voyage in data 4 novembre 1828, lo avrebbe messo in


corrispondenza col chiaro Stefano Franscini, autore della preziosa Stati-
stica della Svizzera, e imprenditore dellaltra generale dItalia di cui sta
raccogliendo i materiali. Poco tempo dopo, in effetti, il chiaro Franscini
inviava al Romano un questionario da riempire con gran quantit di dati 26,
da utilizzarsi nel lavoro statistico che si accingeva a pubblicare.
Le scienze statistiche, che un secolo addietro si erano imposte come
strumento fondamentale per la conoscenza delluomo e del suo ambiente,
in vista di un loro progressivo miglioramento, furono daltra parte uno dei
mezzi privilegiati dal poeta dei sonetti per appropriarsi del proprio tem-
po, ed estendere lo sguardo ben al di l degli angusti confini pontifici.
Ancora nel 1839 infatti, quando lutti familiari e nuova precariet econo-
mica lo costrinsero a far ritorno, pur di malavoglia, nellAccademia Tibe-
rina, e a recuperare le scarse risorse dellitaliano, Belli avrebbe fatto ricor-
so alla statistica per esprimere, nel sonetto intitolato appunto La statistica
fondamentale, del 19 gennaio, il suo sdegno civile e sociale. I toni modera-
ti, se non bonari, sono certo lontani dalla spregiudicatezza romanesca; ma
alle condizioni della sua abbandonata plebe, e a quelle dellItalia tutta,
che il poeta, rivendicando una lingua acre e funesta e un acuto e pre-
potente ingegno, continua a guardare:

Dice un autor di lingua acre e funesta


ma insiem di acuto e prepotente ingegno:
sommate il general censo dun regno
con quel che lopra industrial gli presta;

e poi fatta altra somma, accanto a questa,


di ciascun uom del socal convegno,
partite una per laltra infino al segno
di veder quanto gliene tocchi a testa.

Il quoto, ei segue, sia quaranta scudi:


or quante volte un uom nabbia quaranta
egli lascia altrettanti uomini ignudi.

26
Lo ritroviamo nel secondo volume dello Zibaldone, articolo 1463, carte 306 recto-
307 verso.

123
Edoardo Ripari

Pensate adesso, o tiberini, quanta


parte di popol chieda, inganni o sudi,
dove son molti con ricchezza tanta.

La curiositas che anima, allalba del monumento, lonnivoro biso-


gno di sapere di Belli, mossa del resto anche da una ricerca dellutile,
nel tentativo di conoscere a fondo, al fine di rapportarlo alla periferia
romana, il contesto storico-politico ed economico dEuropa e dOltreoce-
ano. Nel quarto libro zibaldoniano ci imbattiamo cos in una statistica
della Russia comparata alla Turchia, Inghilterra, Francia, Prussia, Austria,
Paesi-Bassi, le due Americhe, Danimarca, Sardegna, Due Sicilie ecc.
ecc. 27. Vi si trovano aggiungeva il poeta in margine de curiosi ele-
menti, e delle utili notizie. Negli articoli dei giorni 13, 14 e 15 maggio
1830, traspare inoltre la preoccupazione del padre, impegnato nelledu-
cazione di Ciro (estratto per futuro uso del mio caro figlio, appuntava
Belli in margine): dal fascicolo 104 dellAntologia Belli riportava noti-
zie sullestensione, la demografia (densit e distribuzione della popola-
zione), le confessioni religiose e le lingue parlate in vari paesi del Conti-
nente, dellImpero Ottomano e delle Americhe, con estratti ulteriori sulle
forze armate, la produzione agricola e le risorse minerarie, il commercio,
la politica finanziaria, listruzione pubblica e il diritto penale. Significati-
vo il continuo richiamo allEssai sur la statistique de la Russie, considere
sous les rapports gographique, morale et politique di Adriano Balbi (Parigi
1829), consigliere per la statistica e la geografia a Vienna, e autore di un
Balance politique du globe e di un Tableau statistique de lAmrique en
1828, entrambi citati nello Zibaldone 28. Lapproccio scientifico di queste
opere va ricondotto al metodo del danese Conrad Malte-Brun (1775-1826),
che sulla scia del Condorcet (Tableau gnral de la science qui a pour objet
lapplication du calcul aux sciences politiques et morales) aveva messo in
stretta relazione lo studio del territorio e delluomo con le discipline ma-
tematiche; espulso dalla patria per aver abbracciato le idee della Rivolu-
zione francese, Malte-Brun aveva raggiunto fama internazionale per la
sua Grande Gographie universelle, ancienne et moderne, mathmathique,

27
Zibaldone, IV, articoli 2290-2316, carte 186 recto-200 recto.
28
Rispettivamente nel terzo volume, carta 67, e nel settimo, carta 154.

124
II. Terra di servit, terra desigli

physique, statistique, politique et historique des cinq parties du Monde, r-


dige apres ce qui a t publi dexact et de nouveau de statistique des na-
tions les plus claires (Parigi, 1803-1817, in 16 volumi): gi lettore di Con-
dorcet, Belli estrasse numerose notizie da questopera (osservata in casa
del Signor Giuseppe Spada) nel secondo volume zibaldoniano 29, tra-
scrivendo parte dellintroduzione di Adams sullevoluzione della civilt
umana, delle conoscenze astronomiche degli antichi, delle istituzioni po-
litiche. Nelle stesse carte annotava interessanti informazioni dalla Thorie
de la terre di Deluc, in cui le armi del nuovo metodo scientifico venivano
applicate alla storia biblica del diluvio, nel solco dunque di quel processo
di razionalizzazione e laicizzazione delluniverso religioso che Voltaire,
Diderot e dAlembert avevano inaugurato. Altri numerosi articoli belliani
del periodo immediatamente precedente la deliberazione monumentale,
confermano la solidit della prospettiva etica e civile della conversione
poetica, erede tra laltro del retaggio illuministico e della lezione del Di-
derot, per cui la conoscenza del selvaggio aveva una funzione essenzia-
le nellaprire il mondo dei Lumi alla comprensione della morale, della
politica, della religione, delluomo civile e della sua storia in generale 30.
Il 5 novembre 1830, inoltre, veniva fondata in casa Belli una Societ
di lettura che sembrava voler ricostruire quellelemento liberale escluso,
dopo i moti del 1820-21, dalla Tiberina: insieme agli amici pi intimi al
poeta (Spada, Biagini, Ricci, Piccardi, Silvagni), vi partecipava ad esem-
pio il sovversivo Felice Scifoni, che lanno successivo sarebbe stato impri-
gionato per cospirazione, e che ancora nel 1849 si sarebbe distinto per
una fervida protesta antipapale nel corso della Repubblica mazziniana.
Scopo della Societ era lacquisto, evidentemente clandestino, di rivi-
ste quali, appunto, lAntologia del Vieusseux e la Rvue Encyclopedi-
que; una sorta di esercitazione segreta di uno dei fondamenti strutturali
dellideologia liberale: la libert di stampa.
Gli estratti dalla stampa periodica, in effetti, confermano come le pro-
blematiche intellettuali del suddito pontificio allalba del progetto roma-
nesco vadano ricondotte a una prospettiva riformistica, maturata attra-

29
Articoli 1001-1146, carte 1-98.
30
Ferrone [2007], p. 173.

125
Edoardo Ripari

verso lo studio dellintero contesto politico-culturale europeo e mossa dalle


esigenze di un miglioramento delle condizioni pontificie e italiane: dal
Diario di Roma (3 maggio 1828) Belli riportava ad esempio notizie sul
trattato di Turkmantchai tra Russia e Persia 31; dalla Gazzetta di Fran-
cia (27 gennaio 1829) quelle sullabolizione del gioco del lotto in molti
dipartimenti del regno francese, e sulla proposta del conte Joseph Marie
Portalis di rendere legale il duello 32; dal numero del 7 marzo successivo
riportava la proposta di Antoine Louis Claude conte di Destutt de Tracy,
per labolizione della pena capitale per i falsari di moneta, allora condan-
nati per delitto di lesa maest 33. Inseriva poi tra i suoi scartafacci alcune
pagine a stampa dalla Biblioteca italiana con articoli di Girolamo Ama-
ti, Loreto Cantucci e Salvatore Betti 34, e ancora notizie sullinvio in In-
ghilterra, il 24 dicembre 1829 da Parigi, di una delegazione di medici
della Marina per studiare i processi di conservazione sotto sale dei cibi
(Notizie del giorno di Roma, numero 1, 1830), sulle tasse di successio-
ne in Inghilterra (stessa fonte), sullintroduzione della festa della Befana
da parte degli Arabi in ricordo dei donativi dei Magi con rimando a uno
scritto del Cancellieri, sul trattato russo-turco di Adrianopoli, sul fiorente
stato dei lavori pubblici in Russia nonostante la guerra appena conclusasi
con la Turchia (Diario di Roma, 1830, numero 4), sui comitati di bene-
ficenza londinesi, che distribuivano pasti ai molti indigenti (Diario di
Roma, 1830, numero 5), sulle condizioni di miseria degli operai del Not-
tinghamshire, del Leicestershire e del Berkshire, che per la mancanza di
lavoro erano costretti a tirare i carri di carbone al posto dei cavalli (No-
tizie del giorno di Roma, 1830, numero 4) 35. Significativi sono poi gli
estratti e gli indici da vari fascicoli della Gazzetta politica di Perugia.
Dal 3 numero del 1830, Belli riportava la notizia relativa al primo conci-
lio della Chiesa Cattolica negli Stati Uniti, a Baltimora, interessato dalle
indicazioni sui libri pericolosi e linvito a fondare pi seminari e scuole
cattoliche 36; dal numero 5 dello stesso anno ricopiava informazioni su

31
Zibaldone, V, articolo 2843, carta 141 recto.
32
Ivi, articolo 2933, carte 152 verso-153 verso.
33
Ivi, articolo 2937, carte 155 recto e verso.
34
Ivi, articoli 3003-3018, carte 181 recto-188.
35
Ivi, articoli 3100-3213, carte 209 recto-229 recto, passim.
36
Ivi, articolo 3071, carta 199 verso.

126
II. Terra di servit, terra desigli

una societ filantropica fondata a Colonia per aiutare le donne detenute


in carcere 37 e, soprattutto, un bilancio dellanno 1829, i cui benefici veni-
vano ricondotti allindipendenza dellAmerica, allemancipazione cattoli-
ca dellIrlanda, alla liberazione della Grecia, allapertura dello stretto dei
Dardanelli, ai progressi delle arti e delle scienze 38. Nello stesso arco di
tempo, ricopiava il testo integrale della Costituzione greca 39 e ancora il
testo del trattato di Londra del 6 Luglio 1827, con il quale il Regno Unito
di Gran Bretagna e Irlanda, la Francia e la Russia annunciavano il loro
intervento per una mediazione nel conflitto greco-turco: la Grecia avreb-
be dovuto riconoscere la sovranit dellImpero Ottomano, per acquisire
tuttavia il diritto di scelta delle autorit governative sul proprio territo-
rio 40. Nel secondo volume dello Zibaldone, troviamo ancora estratti dalla
Rvue (tomo II, 1828, 38 della collezione), compilati nel maggio del
1830 41. Belli rifletteva su un articolo di tale Fossati a proposito di una
tecnica di trattamento dei cadaveri adottata in Inghilterra da alcuni espo-
nenti della nobilt, consistente nellimmergere i resti in un liquido corro-
sivo, fino al loro dissolvimento. Qualche anno pi tardi, nel 1834, si sa-
rebbe ricordato di questo tema in un sonetto romanesco del 12 giugno, Li
morti scuperti (1293), dove, alla nota 5, osservava con sdegno:

Un giusto principio di decenza e di sanit aveva persuasa al Governo lintrodu-


zione delluso di mandare alla chiesa i cadaveri incassati. A questo scopo suole-
va esso pagare il prezzo della cassa ai poveri. Ma posteriori viste di risparmio,
ritirando queste misere largizioni, hanno fatto revocare un divieto troppo pei
preti in armonia coi moderni perfezionamenti sociali. E altronde, dove seppelli-
re i cadaveri fuori della citt e in cemeteri creduto empiet, si pu bene mo-
strare scoperti agli occhi degli uomini questi oggetti funesti e mortificanti;

e nella nota 7 aggiungeva: Allorch il cadavere si porta incassato, non


pi a confrati addossata la bara, ma a sozzi becchini inferiori, vestiti di
lurido sacco, e con le sinistre facce scoperte.

37
Ivi, articolo 3106, carte 211 verso-212 recto.
38
Ivi, articolo 3107, carta 212 recto.
39
Ivi, IV, articolo 2288, 172 recto-183 recto.
40
Ivi, articolo 2289, carte 184 recto-185 verso.
41
Ivi, II, articoli 1147-1154, carte 99 recto-116 verso.

127
Edoardo Ripari

Ancora nella Rvue, Belli leggeva e riportava un articolo del Salfi


con notizie sulla vita e le opere di Francesco Milizia (Vite de pi celebri
architetti antichi e moderni, 1768; Trait du thatre, 1772; Roma delle
belle arti del disegno, 1787), con particolare riferimento al soggiorno
romano dellintellettuale, avanzando, su ispirazione del Voltaire, spunti
anticlericali e polemiche contro la cultura arcadica. Subito dopo sottoli-
neava un articolo sullopera La Vestale che cost allautore Pietro Ster-
bini, gi Tiberino, lespulsione da Roma. Lesule Sterbini, del resto, ri-
cordava a Belli il destino del magnanimo Foscolo, di cui lesse e indiciz-
z le prose e i versi 42, e il cui dialogo fra Jacopo Ortis e Parini volle
inserire fra le sue carte, trascrittogli dallamico Torricelli di Fossombro-
ne din sul volto di un ritratto del Foscolo stesso (sotto nome di Or-
tis) 43. Subito sotto il poeta trascriveva, quasi integralmente, lopera del
liberale francese dHerbigny Dei futuri destini dellEuropa 44, della quale
avremo modo di parlare a lungo, e ancora stralci dalla Istoria civile del
regno di Napoli del Giannone.

2. Erano gli anni in cui unorrenda reazione contro natura, cio con-
tro storia ebbe a dire pi volte Croce avrebbe ricondotto la Roma dei
Papi alloscuro clima medievale e controriformistico, escludendola ulte-
riormente, o meglio definitivamente opponendola alle istanze del nuovo
paradigma storicistico e laico, che la circondavano con una minaccia sen-
za precedenti. Alla morte di Pio VIII, infatti, lo scontro tra zelanti e
politici si era riproposto vistosamente, e aveva bloccato i lavori di uno
dei conclavi pi lunghi e discussi della storia. Dopo cinquanta giorni, cen-
to scrutini e numerosi disordini a Roma e in tutto lo Stato pontificio, veni-
va eletto, il 2 febbraio 1831, Gregorio XVI, il pontefice che pi di ogni
altro sarebbe stato in lotta contro il secolo. Nei suoi confronti, Belli fu
diffidente sin dallinizio. Proprio il 2 febbraio 1831, un sonetto romane-
sco sullUpertura der concrave (93) inaugurava latteggiamento di scettica
insofferenza nei confronti di Frate Mauro che caratterizza lintero uni-
verso dialettale:

42
Ivi, III, articoli 1655-1671, carte 85 recto-90 recto.
43
Ivi, V, articolo 3226, carte 233 recto-237 verso.
44
Ivi, articoli 3227-3316, carte 239 recto-285 recto.

128
II. Terra di servit, terra desigli

Senti, senti castello come spara!


Senti montescitorio come sona!
sseggno ch ffinita sta caggnara,
e r Papa novo ggi sbenedizziona.

Bbe? che Ppapa averemo? ccosa chiara:


o ppi o mmeno la solita canzona.
Chi vi che ssia? quarcantra faccia amara.
Compare mio, Dio sce la manni bbona.

Comincer cor f arid li pegni,


cor rivt le carcere de ladri,
cor manovr li soliti congeggni.

Eppoi, doppo tre o cquattro sittimane,


sur f de tutti lantri Santi-Padri,
diventer, Ddio me perdoni, un cane.

La repressione dei moti scoppiati il 4 febbraio seguente fu durissima, e


al memorandum che lAustria e altre potenze avevano inviato al neoeletto
vicario di Cristo, al fine di suggerire innovazioni di carattere amministra-
tivo, Grigorio non si limitava a rispondere con un rifiuto, ma dava il via
a un atteggiamento di chiusura che escludeva i laici dalle cariche ammini-
strative e politiche, limitava la libert di stampa, condannava sul piano
dottrinario, nellenciclica Mirari vos del 1832, le perniciosissime dottri-
ne del cattolicesimo liberale e ogni pur minimo cedimento alle nuove istan-
ze. Superba tripudia la disonest affermava il pontefice , insolente la
scienza e perverte la sana dottrina, ed errori dogni genere si disseminano
audacemente. Le societ segrete venivano definite luogo in cui sembra
essersi raccolto, come in sozza cantina, quanto vha di sacrilego, di abomi-
nevole e di empio nelle eresie e nelle sette pi scellerate, la libert di
coscienza un delirio, frutto della perversa opinione dellindifferenti-
smo religioso, e la libert di stampa una realt mai abbastanza esecrata
ed aborrita 45. Alla necessit non pi differibile di riforme giuridiche ed
economiche, le forze reazionarie, prive di qualsiasi capacit costruttiva ed

45
In Villari [2007], vol. 3, pp. 50-64 passim.

129
Edoardo Ripari

organizzativa, proponevano cos ben altra ricetta: una volta aboliti codici
e tribunali istituiti dai francesi, il clero veniva esentato dalle imposte, gli
ebrei venivano di nuovo rinchiusi nei ghetti, veniva proibita la vaccinazio-
ne contro il vaiolo portato del diavolo , ripristinato il SantUffizio, ri-
chiamati i gesuiti.
In questa prospettiva, la conversione belliana appare in tutta la sua
dimensione etica, non solo nelleversione linguistica e civile, ma anche e
soprattutto perch animata dal sentimento profondo dellurgenza di una
riforma intra ecclesiam. Le stesse carte zibaldoniane, daltra parte, rivela-
no la capacit del poeta di ricondurre le conquiste del pensiero europeo
alleffettiva situazione italiana e romana, e di convertire dati e informazio-
ni alle necessit della sua musa dialettale. Gi nel 1828, infatti, Belli anti-
cipava i criteri del suo metodo conoscitivo e letterario, guardando da un
lato allo scenario politico internazionale, e adattandolo dallaltro a unot-
tica tutta romana e romanesca: cos il 16 aprile 1828 componeva un picco-
lo racconto su Ferdinando IV III e I Re del Regno delle due Sicilie che
fugg da Napoli per salvarsi dalla Costituzione sotto legida del congres-
so di Lubiana. Ad una statua di lui eretta in Palermo osservava fu di
notte rovesciato sul capo un vaso di sterco, e poi lasciatovelo con sotto
questa epigrafe A tal guerriero degno cimiero. Scoperto lautore, fu
condannato ai ferri in vita 46. Pi oltre rifletteva sulla politica deleteria di
Leone XII, e si soffermava sullinterpretazione satirica fornita dai Roma-
neschi su Pio VIII (di quellanno il sonetto omonimo, che apre defini-
tivamente la commedia romana):

Il Pontefice Leone XII guast molto la cosa pubblica. Morto lui, e montato al
trono Federico Saverio Castiglioni col nome di Pio VIII, fu veduto che lo
stemma di questi era un leone che ritto sulle zampe posteriori sostiene una
torre colle anteriori; fu allora detto satiricamente rappresentante quellarme
Leone che consegna la torre di Babel (confusione) a Pio VIII. Tratto molto
spiritoso e degno dellarguto popolo romano 47.

46
Zibaldone, V, articolo 2833, carta 139 verso.
47
Ivi, VII, articolo 4237, carta 153 recto.

130
II. Terra di servit, terra desigli

Parole ben pi spregiudicate (Ne p ppenz de ppi sto Santopadre,


/ pzzi av bbene li mortacci sui / e cquella santa freggna de su madre? 48),
ma anticipate dallarticolo, avrebbe dedicato il poeta a Sua Santit Anni-
bale della Genga. Lispirazione gi romanesca, ad esempio, anche nel-
laneddoto seguente, dove Belli si divertiva, prefigurando nei toni gli ap-
parati in lingua ai suoi sonetti, ad osservare gli effetti provocati da una
sovrapposizione casuale di manifesti pubblicitari a Roma:

In Roma si eseguirono al teatro Alibert nel carnovale 1829 alcune forze da un


atleta che si nominava lAlcide, cosa oggi assai comune in Italia dopo lesem-
pio del francese Mathevet. Nella quaresima erano ancora rimasti attaccati qu
e l pe muri delle case nelle strade di Roma alcuni vecchi manifesti teatrali
aventi in capo delle figure di ci che la sera si doveva rappresentare al teatro.
Uno ne vidi io stesso con una figura capovolta e attaccata per un piede ad una
fune, la quale tirava in alto un asino. Casualmente al disotto era stato attaccato
altro affisso publicante a grandi caratteri la stampa accaduta di unopera asce-
tica intitolata: Travagli di Nostro Signore Ges Cristo. Curiosa combinazio-
ne! Quasi che Ges Cristo fosse venuto al mondo per portar seco al Cielo gli
asini onde si verificasse alla lettera quel passo del Vangelo: beati pauperes spi-
ritu, quoniam ipsorum est regnum coelorum 49.

Quasi a conferma di come lassunto dialettale non sia mai discompagna-


to da una dimensione culturale e speculativa, Belli inseriva sulla stessa carta
una riflessione sui processi logici del pensiero, che varr la pena rileggere:

Chi pensa con idee sproporzionate al soggetto e parla con parole sproporzio-
nate al pensiero pu talora per accidente sembrare di aver bene pensato e
parlato, mentre pure err e nella idea e nel vocabolo: cosicch un errore so-
vente ne rettifichi un altro. Diamo di questa metafisica verit due paragoni
uno fisico e laltro aritmetico. Una mensa non bene orizzontale abbia sopra un
candeliere inclinato dalla banda opposta alla inclinazione del piano. Il vizio
della linea verticale emender quello della orizzontale, e ne risulter un ordi-
ne. Chi, date le seguenti cifre, da sommare, 6 5 4 dicesse, sommando: sei e
cinque dodici: dodici e quattro quindici errerebbe due volte, e con due errori
avrebbe dato nulladimeno un regolare prodotto di 15.

48
Li cancelletti, 152, 2 ottobre 1831.
49
Zibaldone, VII, articolo 4238, carta 153 verso. E cfr. il sonetto Li teatri de Roma
(343), del 12 gennaio 1832.

131
Edoardo Ripari

Levidente lezione kantiana che sostiene queste parole, conferma il


portato europeo degli interessi belliani, proprio a ridosso della rivoluzio-
naria ideazione del progetto monumentale.

3. Come tanti intellettuali di quello scorcio dellOttocento, anche Belli


rifletteva dunque in modo nuovo e diverso sul ruolo dello scrittore nel
mondo moderno, scosso dalla Rivoluzione francese e dalla grande tem-
pesta napoleonica. Quale poteva essere il rapporto dello scrittore con
lavanzare della storia e con i mutamenti della societ? Le generazioni
cresciute durante la Rivoluzione francese osserva Raimondi ebbero
infatti immediatamente la sensazione che la storia avesse accelerato il pas-
so e che tutto mutasse con maggiore rapidit rispetto al passato mettendo
in discussione i vecchi princip rivoluzionari. Si osservava che Napoleone,
nel giro di ventanni, aveva cambiato il volto dellEuropa, che erano cam-
biati i costumi e i modi di vivere 50.
Belli stesso aveva compreso che il gran fuoco della filosofia doveva
agire sulla societ per porre fine ai radicati pregiudizi, penetrare la
massa e renderla buona; e nel 1834, in una lettera del 18 giugno a
Melchiorre Missirini, esortava lamico con queste parole:

Levate dunque sempre la voce voi animosi che avete petto da tanto, e se un
sollecito esito non coroner le vostre speranze sotto i vostri occhi che ne vissero
bramosi, vi sosterr il conforto di quella gran verit: di, di, di e qualche cosa
resta. Molte forze e tutte cospiranti ad un fine, spesso vincono la stessa natura 51.

La cautela dellottimismo, per altro inedito, che caratterizza la lettera,


sottolinea per anche lassoluta consapevolezza di Belli di operare in un
contesto sociale indurito, dove le false credenze erano fomentate da
malinteso spirito religioso, aggravato a Roma dalla natura teocratica del-
lo Stato. La luce e i suoi raggi, anche per gli sforzi insistenti dei saggi,
avrebbero certo condotto la societ allagognato miglioramento, girando,
spesso ciecamente, attorno a un nucleo di benefica non conosciuta e
non meritata influenza. Ma occorreva il gran ferro del tempo che sem-
pre lavora nel solco di distruzione dove non venga aiutato dalla luce del

50
Raimondi [20002], p. 38.
51
LGZ, p. 313.

132
II. Terra di servit, terra desigli

sapere 52. Il sostanziale disincanto del poeta, in verit, torna a ricordarci lo


scetticismo del Discorso sopra i costumi degli Italiani, laddove Leopardi
constatava che in Italia si era sviluppata una generale indifferenza, e il
pi savio partito era diventato quello di ridere indistintamente e abi-
tualmente dogni cosa e dognuno, incominciando da s medesimo 53. La
civilt moderna, continuava, nasceva dalla battaglia contro gli abusi e con-
tro loscurantismo, anche se certi paesi settentrionali dallavanzo di bar-
barie dellet media hanno tratto un denominatore comune capace di
creare uno spirito nazionale. AllItalia mancava anche questo fondamen-
to che la civilt moderna offriva alle nazioni dEuropa e dAmerica pi
sociali e pi vive. Per il Recanatese la societ stretta, cui la patria dove-
va aspirare, era una sorta di diaframma nei confronti delle verit ultime
della vita, del rapporto tra uomo, natura e caso; dunque una filosofia pra-
tica, dove si vedono esattamente le cose: nude, povere, piene di lacune, in
uno spazio che non costruito per luomo. Gli Italiani, a suo dire, ricono-
scevano questa situazione, ma non ne ricavavano alcun pensiero costrutti-
vo: restava anzi in loro la percezione della vanit della vita, congiunta al
disprezzo di essa 54. Questo spiegava lindifferenza profonda, radicata
ed efficacissima che avevano verso s stessi e verso gli altri, la maggior
peste de costumi, de caratteri, della morale. Infatti le classi superiori
dItalia, [erano] le pi ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il
popolaccio italiano [era] il pi cinico de popolacci 55. Il riso aveva cos
sostituito la conversazione, o meglio, si instaurava un altro tipo di conver-
sazione, intesa piuttosto come derisione: una satira che non corregge i vizi
ma deride le persone. Altrove in effetti non si rideva degli uomini, ma dei
fenomeni, mentre nel bel Paese il pi del riso [era] sopra gli uomini, e
presenti. In Inghilterra ad esempio, osservava lo stesso Belli, le carica-
ture prendevano di mira il gran signore, percuotevano luomo poten-
te; presso di noi, al contrario, opprimevano il debole, atterravano
la vittima. Non c speculazione proseguiva il poeta di questa pi
miserabile, n pi vergognosa. Gli autori di questo vile commercio non

52
Ibidem.
53
Cit. in Raimondi [20002], p. 56.
54
Ibidem.
55
Ivi, p. 57.

133
Edoardo Ripari

hanno poca somiglianza con quegli sciagurati, che si nascondono durante


il combattimento, e che spogliano i feriti dopo la battaglia. Ingratitudi-
ne e superbia venivano a rappresentare per Belli il vero paradigma
della sua societ, spingendolo daltro canto a sposare le ragioni del
Metastasio, quando ammoniva:

Odia lingrato
(e assai ve nha) De beneficii il peso
Del suo benefattor; ma laltro in lui
Ama allincontro i benefizii sui.

Sincontra pur tuttavia nella societ aggiungeva il poeta nello Zibal-


done una terza generazione di uomini, di cuor gretto e danimo super-
bo, la quale mentre non saprebbe mai risolversi a spontaneamente gratifi-
carti, quando anche la opportunit se ne presentasse e lo comandassero le
convenienze, si sdegna pure di non avere acquisito un dritto alla tua rico-
noscenza, e in ci un pretesto di soprastarti. Per ti mette odio, come ad
un ostacolo alla sua mania di preminenza; e alloccasione ti punir ancora
del non averti fatto favore 56. Di fronte a questa certezza, che aveva matu-
rato per esperienza e sui libri, egli non poteva che individuare nella dissi-
mulazione onesta uno dei rimedi per vivere in pace la vita umana, e
osservava:

Per vivere in pace con questi uomini pericolosi, fa duopo suscitar destramen-
te motivi di esercitar teco qualche facile cortesia; e conciliando cos in essi
linteresse dellavarizia con quello dellorgoglio, liberarli dalla incomoda ne-
cessit di non vedere in te un inferiore. Ma dove poi un giorno tu li trovi fuori
della probabilit di nuocerti, allora quella tua temporanea sommissione ven-
dicala col flagello del beneficio 57.

Il giorno seguente a queste riflessioni, opportuno ricordare, Belli


scriveva (8 giugno del 30) gli articoli In medio consistit virtus, letimologia
di popolo, e contemporaneamente la lettera allamica Roberti sulla ne-
cessit di ritagliarsi una felicit tutta privata. Quando deliberava,

56
Zibaldone I, articolo 310, carta 70 recto.
57
Ivi, IV, articolo 2458, carte 301 verso-302 recto.

134
II. Terra di servit, terra desigli

di l a breve, di lasciare un monumento del popolo romanesco, e vede-


vano la luce i primi versi della commedia romana ed umana, egli
dava realizzazione concreta alla responsabilit etica della sua offesa co-
scienza di uomo del XIX secolo, il secolo della storia, del pensiero,
dellazione. Ma nella solitudine di una clandestinit pressoch totale,
sollevata appena da furtivi incontri e segrete letture destinate ai pochi,
fidatissimi amici, venti anni di immersione nella vita e nella poesia si
dipanavano nella sacralit di una liturgia quotidiana, di un rito che sfuggi-
va al presente per appropriarsene, confidando, ben presto, solo nella sor-
te pi favorevole di un futuro lettore, di un orizzonte ormai libero dalla
lente del pregiudizio.

LE CAUSE DELLITALIANA DECADENZA

1. Il viaggio fiorentino, la lettura dellAntologia, la scoperta empiri-


ca di una realt socio-politica votata a idealit che Belli aveva potuto co-
noscere solo attraverso la mediazione della pagina stampata, diedero im-
mediatamente nuovo impulso alla attivit letteraria del Trasteverino, sino
ad allora impaludata negli arcaismi della cultura pontificia, e al tentativo
di adeguarla, nei contenuti e nelle forme, alle esperienze pi vive ed attua-
li. Del 1824, la canzone Bellosguardo, dedicata proprio a Firenze, tradiva
rinnovate suggestioni foscoliane ed inediti parallelismi con lAngelo Mai
(Belli indicizz i Canti solo dalla Piatti del 1831, ma non possiamo esclu-
derne un precedente lettura); e soprattutto, dietro lomaggio alla capitale
toscana, il poeta si spingeva ad una celebrazione, non priva di spunti po-
lemici e in qualche modo eversivi, delle scoperte del Galilei e del suo
destino di martire di un ingiusto processo:

Ecco dove in trilustre


opra fra i gran sistemi
lo emulator di Tolomeo si tenne;
pria che vittima illustre
di violata Temi
lonta soffrisse ed il livor decenne.
Qui scoprir primo ottenne
astri ad altrui non conti,
nel sol le macchie, e nella luna i monti.

135
Edoardo Ripari

significativo che, per decenza di unaccademia di Roma (come


leggiamo nel manoscritto del componimento), Belli dovette mutare quei
versi, certo troppo audaci per gli zelanti del nuovo pontefice Leone XII,
in altri di ben pi accettabile banalit:

E prima vita i semi


ebber del genio illustre
che gli avrian dato poi gloria perenne.

Lanno successivo poi, vedeva la luce una Canzone, dallo stesso Belli
definita civile, in cui il Romano si poneva ulteriormente il problema di
un intervento diretto, attraverso la letteratura, nel contesto politico-socia-
le e storico non solo relativo allangusta realt dello Stato papale, ma ad
un orizzonte dattesa definitivamente italiano. Essa nasceva, invero, da
una lite fra musici nata in seno allAccademia filarmonica di Roma, ma
la presenza occulta di pi sublimi verit ci confermata proprio da
Belli. La sua coscienza di cittadino era dunque tentata da una militanza
poetica che lo conduceva e lavrebbe condotto di l a breve a una profon-
da meditazione sulle cause dellitaliana decadenza attraverso un retaggio
filosofico che gi Leopardi e Manzoni, pur su altri binari, avevano fatto
proprio. Belli muoveva in effetti, in virt del suo atteggiamento pi reli-
gioso che ideologico, da un terreno moralistico ed esistenziale che non
escludeva, tuttavia, idealit civili gi care alla poetica del Petrarca:

Per vario sentier ciascun si avanza


ver la dubbia dolcezza,
come lingegno natural gli chiede.
E qual pon sua fidanza
in malnata ricchezza;
e chi trae per le corti, umile, il piede.
Talun goder si crede
pace nellozio, e libert fra i servi:
ma, se tutti gli osservi,
vivono stolti, e inquieti, e vili, e ignavi:
ch mal di onor fan fede
lustro di fango, e codardia di schiavi.

136
II. Terra di servit, terra desigli

Che le stanze belliane rappresentino pi di un semplice resoconto po-


lemico, lo stesso poeta a suggerirlo anche in una lettera del 10 settembre
1825 da Firenze alleditore Nobili di Pesaro, dove leggiamo:

Ill.mo Sig. Nobili, noviziato io sul rifiuto di permesso che codesto Reverendo
revisore ecclesiastico si d alla stampa della mia canzone se prima non venga
dichiarato lo scopo di essa, volentieri io mi faccio a dichiarare ci che nella
nona strofa accennato. In Roma esiste unAccademia filarmonica, regolata,
approvata e di eccellenti speranze. Alcuni individui separati da essa per priva-
te differenze ne hanno adesso eretta unaltra con parole di sdegno e mire di
reciproca distruzione. I brutti litigi attuali e i danni futuri mi eccitarono a
levare la voce rampognando coloro che non badano a vedovare la patria di un
lustro [...] 58.

La stanza incriminata sembra essere dunque la nona:

Su, su, fratelli, allamistate antica


via cedete, volate,
tuffando in Tebro il mal concetto sdegno.
Non fate che si dica
che tante alme bennate
abbian dostinazion varcato il segno.
Poi quelle man che in pegno
si stringeranno di novelle paci,
quelle labbra che i baci
dian di f ristorata augurii santi,
premio al merto condegno,
pi trarran darmonia magici incanti.

La censura pontificia aveva forse guardato con sospetto a questo sin-


golare invito ad agire, a tornare a una antica amistate, rivolto a una
non meglio specificata fratellanza: termine di per s pericoloso, in
quanto preciso lemma di una grammatica che aveva costruito e veniva
costruendo una chiara morfologia funzionale al discorso della nazione del
Risorgimento. Tanto pi che la parola patria viene pi volte utilizzata
ed enfatizzata nel corso della canzone, e in un regime di significato oscil-

58
In Vighi [1975], vol. I, p. 691

137
Edoardo Ripari

lante, che da un lato allude con chiarezza alla piccola patria dello Stato
pontificio, mentre sottende dallaltro, pur ben dissimulata, la pi sublime
idea di Italia:

Oh patria! oh dolce e sfortunato nome,


che innamorar dovresti
quanti spirti albergar Dio volle in terra,
poche civiche chiome
de tuoi lauri celesti
vedo in pace bramose, e meno in guerra!
Per vanit si atterra
lumana razza, e per le altrui contese;
ma del natio paese
carit vera, ahi quasi move a riso!
Eppure in lei si serra
tanta soavit di paradiso!

E leggiamo ancora:

Prodi, non pi: gi assai lebber trafitta


Gli animosi contrasti
Di questa acerba inonorata giostra.
Regal matrona afflitta
Pregavi che vi basti.
E tanto bella questa patria nostra
ignudo il sen vi mostra
incontro al fil dellarmi parricide,
che se un raggio non ride
in voi di calma e di misericordia,
tener si dee la vostra
peggior dognaltra ed infernal discordia.

Di fronte a questa oscillazione, a una dissimulata polisemia, la


critica belliana ha reagito dividendosi tra chi, come Gnoli, ha inter-
pretato queste stanze come un mero atto di patriottismo pontificio, e
chi, come Muscetta, ha affermato: Senza dubbio il Belli non ostent
mai un serio ideale unitario, ma non gli si pu togliere che abbia sin-
ceramente partecipato (come tanti classicisti) a quella tradizionale
retorica la quale molto spesso surrogava un vero e proprio pensiero

138
II. Terra di servit, terra desigli

politico 59. Una retorica che si scorge con facilit in questi versi,
nellimmagine di una patria personificata in regal matrona, che
inerme tende il seno al nemico.
Rispetto a queste divergenti interpretazioni, va tuttavia notato che nel
corso di un decennio, attraverso dichiarazioni dello stesso Belli, i versi
della canzone subiscono, in uno slittamento interpretativo, un definitivo
allargamento di orizzonte. Gi nella citata epistola al Nobili, linvito a
vedovare la patria era di per s significativo, in quanto aderiva, pi o
meno consapevolmente, a un preciso contesto simbolico patriottico. Ma
nella lettera del 31 gennaio 1836 ad Amalia Bettini, attrice drammatica e
amica del poeta di note simpatie liberali, che Belli si spingeva ad afferma-
zioni retrospettive chiarificatrici ed inequivocabili:

Dacch i primi studi delle storie e della ragion politica dei popoli principiaro-
no a svilupparmi un senso nella parola di Patria, il sommo pensiero che abbia
di poi occupato continuamente il mio spirito quello si fu delle cause della
italiana decadenza, non che di quella specie di fato che questa gi s potente e
pur sempre nobilissima terra mantien vile e derisa. Vane se non al tutto ingiu-
ste mi parvero ognora le querele dItalia contro la violenza straniera, quando
la principale vergogna debba ella vederla sul proprio volto, e il roditor verme
suo vero cercarlo nelle stesse sue viscere. Succedute le cupidigie delloro al-
lamor della gloria, allardire linsolenza, agli stenti dei campi lozio e le lasci-
vie, e alle magnanime imprese le discipline del fasto e del triclinio, la pubblica
vita divenne privata e, sciolto il gran vincolo simboleggiato sapientemente ne
fasci de littori, ciascun uomo si raccolse in se stesso, non pi cospirando al
comun bene ma inteso allindividuale suo comodo. Surse allora uno scettro su
milioni di spade e la verit di ciascuno segn il termine allimpero di tutto per
dar principio ad una nuova grandezza, falsa ed instabile, perch scompagnata
dalluniversale interesse che anima e vita delle nazioni [...]. Meditavo io ap-
punto nellanno 1825 sui miseri destini di queste nostre belle contrade, allor-
ch lAmor-personale, vecchia ed eterna origine delle italiane sventure, venne
a dividere gli animi di un romano sodalizio, che dal culto de numeri musicali
sintitol Accademia filarmonica. Il malnato scisma separ lonorevole istituto
in due corpi, n luno n laltro de quali poteva bastare a se stesso. Parsemi
quella discordia circostanza atta a pretesto per levare alta la voce, e, sgridando
i miei sconsigliati cittadini per quello per s oscuro soggetto, far balenare a

59
Muscetta [19832], p. 102.

139
Edoardo Ripari

loro occhi una luce dileguatasi in tanta abbiezione e dimenticanza de civili


doveri. Composi quindi e pubblicai la Canzone che qui appresso vi trascrivo,
n volli darle alcun titolo speciale, vagheggiando la speranza che ne pi sve-
gliati de miei lettori potesse entrare almeno un dubbio che io sotto lievi appa-
renze avessi forse occultato pi sublimi verit, non concesse dalla condizione
dei tempi a libero esame. Varii difatti penetrarono il mio intendimento; il mas-
simo numero per non ne trasse altro giudizio fuorch della sproporzione di
que miei clamori ad una meschina lite fra musici 60.

Nel maggio del 1828, del resto, mentre estraeva con minuzia per il
suo Zibaldone numerosi brani dai 25 volumi della Storia della rigenera-
zione della Grecia di Pouqueville, Belli aveva gi potuto riandare con la
memoria alle vicende culturali della sua piccola patria, allepisodio
della scissione dellAccademia filarmonica che aveva suscitato la sua in-
dignazione di romano ed italiano, leggendo e trascrivendo, nel segno di
una drammatica alterit, notizie relative alla fondazione, nel 1813 ad
Atene, della societ dei Filomusi, lungimirante esempio di istituzione
nata al fine di sgombrare lignoranza di un popolo oppresso da seco-
li di barbarie:

Fin dal 1813 si fond in Atene una societ chiamata de Filomusi ad oggetto di
sgombrare lignoranza che da tanto tempo signoreggiava la patria delle scienze
delle lettere e delle arti. La politica sospettosa de Musulmani non le permette-
va, bench grandissimo ne fosse il numero dei membri ascritti, che di aggiun-
gere qualche professore di filosofia e di eloquenza alle scuole elementari, di
sussidiare gli allievi indigenti, e di mantenere alcuni giovani nelle universit
dEuropa. Tuttoci segretamente, come pure segretamente avevano gettate le
fondamenta di una biblioteca, e raccoglievano i monumenti di architettura e di
scultura strappati a tanti secoli di barbarie e alle incessanti ricerche degli Eu-
ropei da Cosimo il Vecchio a Lord Elgair che senza compassione spogli Ate-
ne de capi lavori onde Fidia e i suoi allievi avevano ornato il Partenone. Le
circostanze non permettevano di formare un museo; ma non perdettero mai la
speranza di un migliore avvenire, in cui sarebbe loro concesso dinnalzarne
uno degno della classica terra che tuttavia racchiude inesauribili tesori di scul-
ture dogni maniera. N questavvenire era lontano. Non appena fu lattica
sgombrata dai Maomettani che lillustre societ si riordin in pi di 400 mem-

60
LGZ, pp. 315-316.

140
II. Terra di servit, terra desigli

bri. Il governo, secondando le sue nobili cure, autorizzava quattro monisteri a


contribuire collannuo pagamento di 5000 piastre alleducazione della gioven-
t; accordava una moschea ad altri edifizi pel mutuo insegnamento e pel gin-
nasio nel quale oltre le letterarie discipline sinsegnerebbero la lingua greca
antica e quella dellItalia erede e conservatrice delle lettere e delle arti greche.
La societ approfittando de governativi incoraggiamenti, apparecchiava con-
venienti locali per professori e faceva ristaurare lantica scuola fabbricata e
datata nel 750 da Lidinio Nteca; indi richiamava da Salamina, asilo in ogni
tempo degli ateniesi e delle loro pi care cose, la pubblica biblioteca e i raccol-
ti monumenti. Allora leparca dAtene il filomuso Marco Soutzos annunziava
a suoi concittadini gli utili mezzi apparecchiati alla loro istruzione 61.

La situazione italiana, evidentemente, non offriva la stessa prospetti-


va, e Belli si interrogava e vieppi si sarebbe interrogato sulle cause che
mantenevano la sua patria in uno stato di decadenza che le nazioni euro-
pee erano riuscite o stavano riuscendo a superare. Nella lettera alla Betti-
ni, Belli afferma dunque di aver maturato, fin dai primi suoi studi, una
riflessione preoccupata verso le condizioni politiche, culturali e sociali
dellItalia, concepita evidentemente come patria. Pur andando consa-
pevolmente incontro ad ostacoli di censura, ed essendo costretto a una
malcelata dissimulazione, egli fin dal 1825, tre anni prima delluscita dal-
lambiente culturale pontificio della Tiberina e sei anni prima dellattua-
zione del monumento, si dice intimamente partecipe di vicende politi-
che di ampia portata, e attribuisce la nascita in lui di un sentimento nella
parola di Patria, pensiero sommo che mai lo avrebbe abbandonato, a
una solida formazione culturale, storiografica e filosofica, ampliata nel
corso degli anni attraverso letture di carattere letterario (pensiamo ad esem-
pio al Denina, a Foscolo, a Parini ed Alfieri), storico-politico (Botta, Cuo-
co, Giannone) e giuridico (Filangieri, Vico e ancor prima Grozio, Pufen-
dorf, Hobbes).
Nondimeno appare decisivo come le parole alla Bettini lasciano in-
tendere con chiarezza un sostrato filosofico ascrivibile direttamente al-
lilluminismo francese (Rousseau) e ai pi vicini idologues (pensiamo alle
Ruines). Significativa, sotto questi rispetti, indubbiamente la riflessione
belliana su un tema caro alluniverso culturale settecentesco e di primo

61
Zibaldone, IV, articolo 2256, carte 158 recto-160 recto.

141
Edoardo Ripari

Ottocento: quellAmor personale, quellamor proprio che gi Rous-


seau aveva posto al centro di un intero paradigma interpretativo, che an-
cora Alfieri e Leopardi avrebbero ripreso e ricondotto alla loro particola-
re disposizione speculativa, che Volney aveva elevato a motore della sua
filosofia della storia, Belli, influenzato in maniera determinante dalla let-
tura di questultimo, lo poneva infatti a causa diretta e di lungo termine
dellitaliane sventure. Rousseau, dunque, funge da ipotesto per tutti gli
intellettuali che tornarono, nel corso di un secolo, a meditare su questo
aspetto paradigmatico della filosofia morale e storica illuministica. Egli
aveva distinto lamor di s dallamor proprio scorgendo in questo
una degenerazione del primo, nella concezione dellamour de soi come
sentimento assoluto, naturale, buono per definizione, e dellamour
propre come attitudine sempre negativa in quanto, nascendo dal con-
fronto con gli altri, si configurava come sentimento sociale subordinato
allopinione. naturale, affermava il padre del Contratto sociale, che colui
che ama cerchi di estendere il suo essere e i suoi godimenti sul prossimo,
sino ad appropriarsi, attraverso i legami affettivi, di ci che egli sente pos-
sa essere per lui un bene. Ma non appena questo amore assoluto si modi-
ficava e degenerava in rivalit comparativa, produceva inevitabilmente
una sensibilit negativa nellabitudine di misurarsi con gli altri, di uscire
da se stessi per assegnarsi il posto migliore e privilegiato, fino allavversio-
ne ostile ed aggressiva verso ci che ci impedisce di esser tutto 62.

62
Il ne faut pas confondre lAmour-propre et lAmour de soi-mme, deux passions
trs-diffrentes par leur nature et par leur effets. LAmour de soi-mme est un sentiment
naturel qui porte tout animal veiller sa propre conservation; et qui, dirig dans lhomme
par la raison et modifi par la piti, produit lhumanit et la vertu. Lamour-propre nest
quun sentiment relatif, factice et n dans la socit, qui porte chaque individu faire plus
de cas de soi que de tout autre, qui inspire aux hommes tous les maux quils se font mutuel-
lement, et qui est la vritable source de lhonneur. Le plus mchant des hommes est celui
qui sisole le plus, qui concentre le plus son cur en lui-mme; le meilleur est celui qui
partage galement ses affections tous ses semblables. Il vaut beaucoup mieux aimer une
matresse que de saimer seul au monde. Mais quiconque aime tendrement ses parens, ses
amis, sa patrie et le genre humain, se dgrade par un attachement dsordonn qui nuit
bientt tous les autre, et leur est infailliblement prfr. Lamour de soi, qui ne regarde
qu nous, est content quand nos vrais besoins sont satisfaits; mais lAmour-propre, qui se
compare, nest jamais content et ne surot ltre, parce que ce sentiment, en nous prfrant
aux autre, exige aussi que le autres nous prfrent eux, ce qui est impossible. Voil com-

142
II. Terra di servit, terra desigli

Dal suo canto, Leopardi, che solo in virt di sfumature terminologiche


sembra opporsi a Rousseau, dal quale invece ha derivato per diretta filia-
zione la sua dottrina dellamor proprio, riconduceva proprio a que-
stultimo, ad una sua ulteriore alterazione, le cause dellarretratezza deso-
lata della societ italiana. Negli anni del Discorso sopra i costumi degli
Italiani (1824-1826), il Recanatese si chiedeva per quali ragioni, a diffe-
renza degli altri paesi europei, lItalia si ritrovava in una condizione di
dissipatezza continua senza societ, in una realt culturale in cui solo
il passeggio, gli spettacoli e le Chiese erano occasioni di vita comune. Il
clima e le peculiarit naturali non bastavano, a suo dire, a spiegare un
fenomeno tutto italiano. La vera ragione era ancora ricondotta allassenza
nella penisola di una societ stretta, in cui ciascuno fa conto degli uo-
mini e desidera farsene stimare, una societ fondata sullamor proprio
inteso invero come stima che gli individui fanno dellopinione degli altri
verso di loro, e senza il quale nessuno pu essere giusto, onesto, e vir-
tuoso di carattere. Gli italiani al contrario e la classe non bisognosa in
particolare , non avendo amor proprio sono ignari e indifferenti nei
confronti di ogni opinione pubblica e la conversazione si riduce alla
chiacchiera, alla raillerie e al persifflage. Ciascuno, combattuto e
offeso da ciascuno dee per necessit restringere e riconcentrare ogni suo
affetto ed inclinazione verso se stesso, il che si chiama appunto egoismo,
ed alienarle dagli altri e rivolgerle contro di loro, il che si chiama misan-
tropia. Luno e laltra le peggiori pesti di questo secolo. In questa logica,
lo spirito ostile verso i pi prossimi destinato ad aumentare, e se nelle
altre nazioni lamor proprio un mezzo efficacissimo damore, in Italia
al contrario un mezzo di odio e disunione, giacch luomo cerca
sempre di innalzarsi, in qualunque modo e con qualunque sia mezzo, col-
la depressione degli altri, e di far degli altri uno sgabello a se stesso 63.

ment les passions douces et affectueuses naissent de lamour de soi, et comment les pas-
sions haineuses et irascibles naissent de lAmour-propre. Ainsi ce qui tend lhomme essen-
tiellement bon, est davoir peu besoins et de se comparer peu aux autres; ce qui le rend
essentiellement bon, est davoir beaucoup de besoins et de tenir beaucoup lopinion. Les
prceptes de la loi naturelle ne sont pas fonds sur la raison seule, ils ont une base plus
solide et plus sage. LAmour des hommes driv de lAmour de soi, est le principe de la
justice humaine; in Rousseau [1806], pp. 53-55.
63
Leopardi [20012], pp. 1013-1019 passim.

143
Edoardo Ripari

Evidentemente Belli non pot mai leggere tali parole, che tuttavia ci
appaiono essenziali alla comprensione delle sue intime riflessioni, soprat-
tutto perch queste vanno a loro volta ricondotte a un pessimismo ancora
settecentesco, alla interpretazione negativa, scettica, rassegnata di sugge-
rimenti, chiarificazioni, teorie illuministiche e post-illuministiche.
Les Ruines di Volney appaiono anzi il modello intertestuale diretto
delle appassionate parole che Belli inviava ad Amalia Bettini nel 1836, e il
retroterra filosofico che in via obliqua, traslitterata, ipostatizzata aveva
animato e animava quei sonetti romaneschi che erano espressione di un
disagio politico e civile tutto belliano. Sulla scorta del Contratto sociale
altra presenza zibaldoniana lidologue ascriveva infatti alla degenera-
zione della naturale soddisfazione dei bisogni (il rousseauiano amour de
soi) in cupidit (lamour propre) la responsabilit della prevarica-
zione del pi forte sul pi debole, per cui alla loi naturelle succedeva
una suddivisione della societ in oppressori ed oppressi:

ce mme amour de soi qui, modr et prudent, tait un principe de bonheur et de


perfection devenu aveugle et dsordonn, se trasforma en un poison corrupteur;
et la cupidit, fille et compagne de lignorance, sest rendue la cause de tous les
maux qui ont dsol la terre [...]. Par lignorance et la cupidit, lhomme sest
arm contre lhomme, la famille contre la famille, la tribu contre la tribu, et la
terre est devenue un thtre sanglant de discorde et de brigandage: par ligno-
rance et la cupidit, une guerre secrte, fermentant au sein de chaque tat, a
divis le citoyen du citoyen; et une mme socit sest partage en oppresseurs
et en opprims, en matres et en esclaves: par elles, tantt insolens et audacieux,
le chefs dune nation ont tir ses fers de son propre sein, et lavidit mercenaire
a fond le despotisme politique [...] et la cupidit crdule a fond le despotisme
religieux: par elles enfin se sont dnatures les ides du bien et du mal, du juste
et de linjuste, du vice et de la vertu [...] La cupidit de lhomme et son ignoran-
ce! ... voil les gnies malfaisans qui ont perdu la terre! [...] voil les anathmes
clestes qui ont frapp ces murs jadis glorieux, et converti la splendeur dune
ville populeuse en une solitude de deuil et de ruines! 64

NellXI capitolo delle Ruines, lamour propre, la cupidit, dive-


niva la causa alla base delle pi generali cause delle rivoluzioni e delle
rovine degli antichi Stati. Era la lotta universale tra individui e tra societ

64
Volney [1820], pp. 34-35.

144
II. Terra di servit, terra desigli

a condurre infatti a invasioni reciproche, alla corruzione delle istituzioni e


della stessa moralit dei popoli:

Cependant la cupidit avait suscit entre les hommes une lutte constante et uni-
verselle qui, portant sans cesse les individus et les socit des invasions rcipro-
ques, occasiona des rvolutions successives et une agitation renaissante 65.

La disuguaglianza era dunque divenuta, da accidente della natura, una


legge di Stato, e la schiavit degli individui aveva preparato la schiavit
della nazione, con guerre intestine, la rottura del patto sociale, e lavvento
dellanarchia ovvero del dominio delle passioni:

Ainsi, parce quun homme fut plus fort quun autre, cette ingalit, accident
de la nature, fut prise pour sa loi; et parce que le fort put ravir au faible la vie,
et quil la lui conserva, il sarrogea sur sa personne un droit de propriet abu-
sif, et lesclavage des individus prpara lesclavage des nations 66.

Nasceva allora, per funesto rimedio, il potere assoluto, dispotico, non


pi elettivo ma ereditario:

Et dans les socits formes sur ces bases, le temps et le travail ayant dvelop-
p les richesses, la cupidit, gne par les lois, devint plus artificieuse sans tre
moins active. Sous des apparences dunion et de paix civile, elle fomenta, au
sein de chaque tat, une guerre intestine, dans laquelle les citoyens, diviss en
corps opposs de professions, de classes, de familles tendirent ternellement
sapproprier, sous le nom de pouvoir suprme, la facult de tout dpouiller et
de tout asservir au gr de leur passions: et cest cet esprit dinvasions qui,
dguis sous toutes les formes, mais toujours le mme dans son but et dans ses
mobiles, na cess de tourmenter les nations 67.

Nello stesso contesto, il Volney si spingeva a spietate riflessioni sul-


laristocrazia, che ci ricordano da vicino lindignatio caustica di tanti so-
netti romaneschi:

65
Ivi, p. 44.
66
Ibidem.
67
Ivi, pp. 45-46.

145
Edoardo Ripari

Dans un pays, les chefs gaux en forces se redoutant mutuellement, firent des
pactes impies, des associations sclrates; et se partageant les pouvoirs, les
rangs, les honneurs, ils sattriburent des privilges, des immunits; srig-
rent en corps spars, en classes distinctes; sasservirent en commun le peu-
ple, et sous le nom daristocratie, ltat fut tourment par les passions des
grands et des riches 68.

Ma soprattutto il francese giungeva a unanalisi della teocrazia, ulte-


riore degenerazione del potere assoluto, che portava alla luce della co-
scienza di Belli, gi stimolata dalla lezione giannoniana, le reali dinamiche
storiche e filosofiche della situazione pontificia, spingendolo a una medi-
tazione approfondita del suo destino di laico, suddito dello Stato della
clericocrazia. Affermava dunque Volney:

Dans un autre pays, tendant au mme but par dautres moyens, des impos-
teurs sacrs abusrent de la crdulit des hommes ignorans. Dans lombre des
temples, et derrire les voiles des autels, ils firent agir et parler les dieux, ren-
dirent des oracles, montrrent des prodiges, ordonnrent des sacrifices, impo-
srent des offrandes, prescrivirent des fondations; et, sous le nom de thocratie
et de religion, les tats furent tourments par les passions des prtres.

Gi Vico, nella sua Scienza dei corsi e ricorsi di una storia ideal
eterna, aveva scandito le tre et delluomo e della societ nella progressi-
va alterazione dellorganizzazione democratica in aristocrazia, della
monarchia in dispotismo assoluto. La vichiana filosofia della storia, per,
era dominata da un provvidenzialismo i cui facili compromessi la saturni-
na disposizione esistenziale di Belli e lo scetticismo del punto di vista infi-
mo che domina i sonetti avevano rifiutato per il vizio di una pessimistica e
rassegnata percezione della fenomenologia degli eventi. Di fronte alle
Ruines poi, il cammino della storia tornava a presentarsi al poeta del mo-
numento come un processo fatale, inevitabile, di progressiva corruzio-
ne, un processo che egli veniva a identificare con le sorti dellitaliana na-
zione e della romana piccola patria in particolare, nella chiara percezione
di un cercle ternel de vicissitudes che nasceva dun cercle ternel de
passions 69. La storia non era dunque che un progressiva dissoluzione di

68
Ibidem.
69
Ivi, pp. 47-48.

146
II. Terra di servit, terra desigli

valori fondanti, attraverso usurpazioni, egoismo, asservimento, e la teo-


crazia pontificia non era che il punto estremo di una degenerazione che
aveva coinvolto lItalia tutta.
Volney daltra parte, offriva un esempio concreto di questo percorso
negativo, individuando nella burocratizzazione esasperata degli appara-
ti statuali lo strumento di affermazione e mantenimento del potere nel-
limmutabilit per una tirannide che definiva asiatica; uno strumento,
insomma, che Belli e la sua plebaglia potevano direttamente sperimen-
tare:

Par la raison qu mesure que les tats acquirent plus dtendue, leur admi-
nistration devenant plus pineuse et plus complique, il fallut, pour remuer
ces masses, donner plus dnergie au pouvoir, et quil ny eut plus de propor-
tion entre les devoirs des souverains et leur facults.[...]. Le peuple indigent
savilit; les grands rassasis se dpravrent; et le nombre des intresss la
conservation de ltat dcroissant, sa force et son existence devinrent dautant
plus prcaires. Dautre part, nul objet ntant offert lmulation, nul encou-
ragement linstruction, les esprit tombrent dans une ignorance profonde 70.

Questo declino della nazione, conduceva lo Stato a un indeboli-


mento interno, giacch la scomparsa del bene pubblico per le divisioni
provocate dallamor proprio lo esponeva alle invasioni dallesterno, al
conseguente perfezionamento della science de loppression, allinaspri-
mento delle pene, alla crudelt delle leggi:

Et les oppresseurs tant moins nombreux que les opprims, il fallut, pour
soutenir ce faux quilibre, perfectionner la science de loppression. Lart de
gouverner ne fut plus que celui dassujettir au plus petit nombre le plus grand.
Pour obtenir une obissance si contraire linstinct, il fallut tablir des peines
plus svre; et la cruaut des lois rendit les murs atroces. Et la distinction des
personnes tablissant dans ltat deux codes, deux justices, deux droits; le
peuple, plac entre le penchant de son cur et le serment de sa bouche, eut
deux consciences contradictoires, et les ides du juste et de linjuste neurent
plus de base dans son entendement.

70
Ivi, pp. 50-51.

147
Edoardo Ripari

Nascevano cos, negli uomini esclusi dalla vita pubblica, dottrine fu-
neste, religioni atrabiliari e misantropiche, una morale negativa e antiso-
ciale che conduceva allinerzia della morte e sviluppava superstizioni, fa-
natismo, ignoranza: le campagne si spopolavano, le citt restavano incu-
stodite, le costruzioni si riducevano a rovine:

Sous un tel rgime, les peoples tombrent dans le dsespoir et laccablement.


Et les accidens de la nature stant joints aux maux qui les assaillaient, per-
dus de tant de calamits, ils en reportrent les causes des puissances sup-
rieures et caches; et parce quils avaient des tyrans sur la terre, ils en suppo-
srent dans les cieux; et la superstition aggrava les malheurs des nations. Et il
naquit des doctrines funestes, des systmes de religion atrabilaires et misanth-
ropiques, qui peignirent les dieux mchans et envieux comme les despotes,

finch una morale abngative et anti-sociale plongea les nations dans liner-
tie de la mort 71.
Eppure, proprio queste rovine del tempo passato restavano ad ammo-
nimento degli uomini del presente, una lezione sulla necessit di non in-
frangere le leggi della natura, una premonizione, infine, che un mondo
nuovo era alle porte, e si sarebbe imposto scorgendo nelle rovine la molla
delle rivoluzioni che avrebbero condotto lumanit allavvento di un nuo-
vo paradigma storico e religioso:

Eh bien! [...] puisque lexprience des races passes reste ensevelie pour les
races vivantes, puisque les fautes des aeux nont pas encore instruit leurs
descendans, les exemples anciens vont reparatre: la terre va voir se renouve-
ler les scnes imposantes des temps oublis. De nouvelles rvolutions vont
agiter les peoples et les empires. Des trnes puissans vont tre de nouveau
renverss, et des catastrophes terribles rappelleront aux hommes que ce nest
point en vain quils enfreignent les lois de la nature, et les prceptes de la
sagesse et de la vrit 72.

2. Lattesa di palingenesi che animava lideologue, tuttavia, non trova


nei sonetti alcun riscontro: si ha ancora il sospetto, al contrario, che pro-

71
Ivi, pp. 52-53.
72
Ivi, p. 55.

148
II. Terra di servit, terra desigli

prio la lezione dei Lumi, fondamentale per lacquisizione di una matura


consapevolezza etica e politica, veicoli lo scetticismo pessimistico di Belli,
rafforzato daltra parte dalla prospettiva plebea, rivelando altres latavico
predominio delle tenebre nelluniverso pontificio e lassenza di una so-
luzione pratica per un concreto rischiaramento. La lettura di opere illu-
minate, che lo Zibaldone documenta attenta e costante, ha dunque con-
sentito al poeta di giungere a una lucida, chirurgica rappresentazione del-
la realt teocratica, che si scopriva per, in tutta la sua negativit, sostan-
zialmente immutabile. Cos il sonetto Er ventre de vacca (735), del 13 gen-
naio 1833, descrive con esattezza, come fosse un dato di fatto e una con-
dizione naturale, un mondo di arroganza e sopraffazione, di grida e false
promesse, di corruzione e scorregge:

Na setta de garganti che rrameggia


e vv ttutto pe fforza e cco li stilli:
un Papa maganzese che stangheggia,
promettenosce tordi e cce d ggrilli.

Narmata de Todeschi che ttraccheggia


e cce v un occhio a ccarzalli e vvestilli:
un diluvio de frati che scorreggia
e intontisce er Ziggnore co li strilli.

Preti cocciuti ppi dde tartaruche:


edittoni da facce un focaraccio:
spropositi ppi ggrossi che ffiluche:

li cuadrini serrati a ccatenaccio:


furti, castellin aria e ffanfaluche:
eccheve a Rroma una commedia a bbraccio

Non solo lassunzione della maschera sur gruggno, pur consenten-


do lespressione di una verit sfacciata, viene ad azzerare ogni parame-
tro culturale, allontanando il ricordo dellintertesto colto e delle sue idea-
lit; ma il fenomeno, ovunque ricorrente, dello stile nominale, ribadisce,
indirettamente ma con chiarezza, il destino di esclusione della societ ple-
bea e romana da ogni possibile miglioramento. La stessa ottica popolare
daltra parte, infima ed infera, dava a Belli la possibilit di estendere la

149
Edoardo Ripari

commedia romana a commedia umana e celeste, di conferire alla


sua poesia una dimensione universale, che confermava allo stesso tempo
la natura ontologica, piuttosto che strumentale, della sua operazione let-
teraria. Nel sonetto La Cassa der lotto (1050) ad esempio, del 10 gennaio
1834, il dato contestuale viene assolutizzato, metastoricizzato, condotto
dalla polemica storica alla constatazione disincantata. Il rapporto prosi-
metrico tra i versi e le note in lingua rende ancor pi chiaro lo scarto tra
volont di militanza e attitudine alla scettica contemplazione:

Ecco la carit de sto Governo.


Eccola la ggiustizzia che ssinzeggna
da sti diavoli esscti da linferno.

Tutto se scola sta Fajola indeggna.


Tutto cqua sse priscpita in eterno
ner pozzo de la gola e dde la freggna.

* La Fajola una gran foresta del nostro Stato, la quale per essere stata altre volte nido
famoso di ladri, ha dato nome ad ogni ceto di amici della roba altrui.

Volney aveva descritto con minuzia il procedimento di burocratizza-


zione dello Stato come strategia del Potere per prolungare la sua durata in
una immobilit storico-politica, attraverso un occultamento dei suoi veri
rappresentanti. Reso conscio di questa strategia, Belli ha potuto illumina-
re nei suoi versi, cos spesso dominati da accumuli nominali, le intricate
ramificazioni delle gerarchie ecclesiastiche ed aristocratiche, in virt di
unevidenza visiva che non ha pari. Leggiamo ad esempio la prima terzina
del sonetto Er ciancico (92):

Cqua mmaggna er Papa, maggna er Zagratario


de Stato, e cquer dAbbrevi e r Cammerlengo,
e r Tesoriere, e r Cardinal Datario;

il potere viene denudato attraverso uninedita aderenza al vero fatta di


minuziose, seppur grottesche, descrizioni della pompa, dellabbigliamen-
to, dei simboli minacciosi e dei gesti ritualizzati delluniverso politico e
burocratico, di cui pure vengono scoperti e rivelati, in unottica tuttavia
deformata e deformante, i meccanismi segreti che lo dominano. Rileg-

150
II. Terra di servit, terra desigli

giamo ancora La Reverenna Cammera Apropretica (283), uno dei compo-


nimenti pi violenti del monumento, del 27 novembre 1831:

Sta Cammera de cristo una puttana:


bbeati quelli che la ponno fotte,
e ddajje che sse sentino le bbtte
sino ar paese de la tramontana.

Da pertutto qui sbarcheno marmotte,


che nun z ussciti ancora da dogana
che ssubbito, al, cchrica e sottana,
eppoi tajjele ggi che ss rricotte!

A Rroma, abbasta de sap er canale


e trov er buscio pe ficc un zampetto,
a cquaresima puro ccarnovale.

Scoperto il vero, Belli si arresta sulla soglia della constatazione dei


fatti, n riesce a scorgere un rimedio praticabile al male che giudica e
condanna:

Ma er padre de famijja poveretto


nassce petterra, more a lo spedale,
e si ffiata sciabbusca er cavalletto.

Nel sonetto Li Vicarj (1164) del 6 aprile 1834, limite estremo nella
rappresentazione della burocrazia teocratica, la percezione distinta delle
cariche politiche e religiose del papa, del cardinal vicario, dei vicariati
giudiziari, dei vicereggenti coadiutori torna ad occultarsi in una infinita
iterazione di uno stesso nome, di una stessa sostanza, nellaffermazione
definitiva di quella che Carpi, con pertinenza, ha chiamato ideologia
belliana dellimmutabilit:

Cqua cc un Vicario de Ddio nipotente:


c un Vicario, vicario der vicario:
e pper urtimo c un Vicereggente
vicario der vicario der vicario.

151
Edoardo Ripari

Ste distinzione cqui ttiettela mmente


pe nnun sbajj vvicario co vvicario:
ch una cosa vvicario solamente,
antra cosa vvicario de vicario.

Ccus er primo commanna sur ziconno,


er ziconno sur terzo, e ttutti poi
commanneno su ttutto er mappamonno.

Tira adesso le somme come vi,


smovi er pancotto, e ttroverai ner fonno
che cchi ubbidisce semo sempre noi.

Nelle Lettres dAmebed, V, riportato nellarticolo 1848 dello Zibaldo-


ne, Voltaire parlava di un Vice-Dieu de lUnivers e di un vicaire du
Vicaire de Dieu. Al fianco di Volney si nasconde, dietro il sonetto in
questione, unulteriore influenza illuministica. Ma la disposizione a-ideo-
logica che caratterizza il 996, nella prevalenza macrotestuale del nome sul
verbo, dello stato sullazione, azzerava la prospettiva progressista e rivolu-
zionaria dellAufklrung, e gettava il cittadino nella condizione della sua
plebe, nellallarmata e rassegnata accettazione di un naturale, fisiologico
paradigma dellumanit irredenta.
Daltra parte, il deciso rifiuto, da parte di Belli, di elevare il popolo a
modello positivo e farsene strumento politico, lassenza dunque, nella sua
opera, di ogni populismo o paternalismo, non appare addirittura una de-
nuncia di tutta la fragilit e linsufficienza del nazional popolare romanti-
co proprio del pensiero liberale di quegli anni? Nellestendere la sua ana-
lisi pessimistica dalluniverso romano alla decadenza della Patria tutta,
Belli inserisce in effetti la sua fatica monumentale nel pi vivo del di-
battito sul ruolo della letteratura in quellirripetibile scorcio dellOttocen-
to, rendendo la questione tuttaltro che secondaria.

PATRIA E NAZIONE DALLO ZIBALDONE AI SONETTI

1. Lo Zibaldone, in effetti, offre al lettore una testimonianza importan-


te in merito alla natura ideologica della riflessione belliana sugli avveni-
menti politici che stavano cambiando il volto dellItalia e dellEuropa tut-

152
II. Terra di servit, terra desigli

ta. Anche se i documenti indicizzati o estratti sono del tutto privi di com-
menti o annotazioni del poeta, la sola presenza di determinati autori ed
opere ci rende partecipi della profonda conoscenza che Belli approfondi-
va, nei primi anni di immersione nel primordio, delle dinamiche e delle
morfologie che venivano costruendo un ampio e coerente discorso sul-
la nazione del Risorgimento. I versi anonimi Nella caduta di Varsavia.
Grido italico, trascritti nel 1831 nel nono volume zibaldoniano, carte 212
recto-214 verso, per il loro lirismo patriottico ricco delle grammatiche e
degli ideologemi pi tipici del paradigma letterario nazionalistico, ne sono
un esempio di indiscutibile valore:

Ahi dellOracol la ragion fu vera!


Incontro ai Fati non bast il valore,
Non bast degli eroi linvitta schiera:
Varsavia muore!

Muore armata, n al suol ginocchio piega,


Muore stringendo al petto il suo stendardo:
Muore, e volge a Colei che la rinnega
Lultimo sguardo.

Perfida Francia! un fulmine supremo


Della suora morente ed infelice
Ti sia quel guardo: nel sospiro estremo
Ti maledice.

Tra i fischi e lurla di tradite genti


Porta or la man a la superba fronte,
E dellorribil fratricidio senti
Le nere impronte.

Il risentimento nei confronti della Francia era daltro canto condiviso


dagli ambienti liberali italiani, e lo stesso Belli, in quei giorni (si vedano le
carte 91 recto-96 verso del nono volume dello Zibaldone), aveva estratto
significativi passaggi dallopuscolo Il Duca dOrleans e gli emigrati france-
si in Sicilia: o glItaliani giustificati, pubblicato a Parigi proprio nel 1831
da Michele Palmieri (1779-1863). Dal pamphlet, ad esempio, il poeta ri-
portava questo passaggio:

153
Edoardo Ripari

Attaccare i deboli, e glinfelici, scagliarsi a raddoppiati colpi sopra di loro,


allorch ricchi in casa, circondati dai vostri voi accordate un asilo a quegli
stessi infelici, che per questa cagione si trovano nella crudele situazione di
sentirsi insultare senza osare di levar alto la voce per rispondervi che voi li
calunniate, cheglino han fatto per voi mille volte pi di quello che voi non
fate e non fareste per loro; questo un modo di agire che la delicatezza e la
generosit egualmente disapprovano. Ma se voi, che li oltraggiate, voi avete
impiegato lastuzia e la perfidia per attirare sul loro capo i mali, che li oppri-
mono, la morte che li miete, le parole allora e le espressioni sono insufficienti
per esprimere tutto lorrore che deve ispirare una simile condotta; lonore e la
religione ne rimangono profondamente offesi 73.

Nei versi del Grido italico, Belli si imbatteva poi nella trascrizione liri-
ca di una simile analisi politica, scoprendo come Polonia e Italia erano
accomunate dalle stesse ispirazioni e dagli stessi ostacoli:

Ahi quanta altezza di virt divina


Nelluniverso come lampo apparve!
E fu gigante nellet meschina:
Tutto disparve!

Tutto tomba e silenzio atro di morte:


Sol nella terra oggi non pi commossa
Dallalto suon di Libert, del forte
Fremono lossa.

Ed il ministro vil che ti corregge,


A quel silenzio dinsultar si piace.
Con ferma voce nel consesso ei legge:
Varsavia ha pace.

Per Dio! tascondi e il tuo vil fato attendi:


Gitta quel brando che sta sol rinchiuso:
Via quellinutil pompa darmi: prendi
Conocchia e fuso.

73
Palmieri [1831], pp. 5-6.

154
II. Terra di servit, terra desigli

La percezione che la Francia avesse profondamente tradito gli ideali


della Rivoluzione francese, quegli stessi che ora animavano tutte le nazio-
ni in cerca di riscatto, era insomma comune ai liberali del Vecchio Conti-
nente:

Tradito hai luniverso: oh infamia! oh scorno!


Era tuo vanto liberar la terra:
Ed ai tiranni che ti stanno intorno?
Qual festi guerra?

I popoli a rivolta concitavi


O turpe e vana femmina loquace,
Poi nel pianto e nel duol gli abbandonavi
Per la tua pace.

Ed ai fratelli che chiedean ricetto


Per te mendici, qual si getta al cane,
Con alterezza e pubblico dispetto
Gittasti un pane.

Belli certo condivideva laspra polemica contro la nazione francese,


soprattutto laddove questa veniva accusata di aver spogliato i tesori del-
lItalia, rapite le sue arti, e deflorate le sue vergini:

N i profanati altari or ti rammenti


DellItalia, i tesor, larti rapite,
Le deflorate vergini, i lamenti
Delle tradite.

Oh s ti volgi ai mercadanti avari


Di quellastuta e perfida Inghilterra,
Che turpemente tiranneggia i mari,
Vende la terra!

Abbraccia e bacia la novella amica,


Ed ella il bacio a te doni di Giuda:
Tu ftti al par della rivale antica
Mercante e Druda.

155
Edoardo Ripari

Invano ascolto il tuo funereo grido,


La varia veste in bruna indarno cangi:
Ugual ti mostri al cocodrillo infido:
Uccidi e piangi.

Io era commosso, confessava Palmieri nel suo libello, aveva din-


nanzi agli occhi il cadavere della povera mia Patria bagnata nel proprio
sangue; credeva ascoltar le grida di vittime spiranti, miei amici, miei com-
patrioti [...] 74. E ci che lo feriva ancor pi erano i detti infami dei no-
stri avversarj, secondo cui glItaliani non sapevano battersi, perch
non maturi per la libert. Detti destinati da lungo tempo a velare tutte
le ignominie politiche e diplomatiche. LItalia per sarebbe corsa alla
vendetta, a riparare il mal, coma loppressa sua sorella, la Polonia:

Or corri alla vendetta e al mal ripara:


Abbia in te la Polonia il suo sostegno:
Ed or che pi non , tu la dichiara
Libero regno.

Feccia italica noi, lalto tuo dono


Noi non mertiamo scostumate genti:
Di Polonia gli eroi degni ne sono
Or che son spenti.

Come i Polacchi, anche gli Italiani, osservava Palmieri, erano perse-


guitati in patria siccome bestie feroci. Per sfuggire alla fucilata dei
Preti e agli assassinj giuridici del Duca di Modena e dellAustria, essi
erano costretti a rifugiarsi proprio in Francia, dove per si trovavano nella
drammatica situazione di non avere nemmeno il pane, abbandonati senza
alcun aiuto. Ma questo avveniva perch nei regni dispotici comanda[va]no
dei re assoluti, i quali coerenti coi loro principi agiscono francamente in
favor di coloro, che abbracciano questi principj; e perch daltra parte i
paesi detti liberi non [erano] il pi sovente rappresentati che da certi
Uomini, i quali simulano la libert, e detestano in fondo del loro cuore la
libert, e i suoi partigiani 75. Soprattutto in quel momento storico, quan-

74
Palmieri [1831], pp. 16-17.
75
Ibidem.

156
II. Terra di servit, terra desigli

do nella patria di Voltaire e Montesquieu, di Danton e Robespierre, su-


bentrava un infido re, Luigi Filippo dOrlans, che puttaneggiava
con le corti europee restaurate e la teocrazia vaticana, sacrificando il dirit-
to dei popoli a meschine ambizioni personali:

Palese alfin lo scelerato arcano,


il vel che lo copr disteso a terra:
Fin che Filippo avr lo scettro in mano
Non vi fia guerra.

Segnando dellinfamia il patto e il giuro


Linfido re puttaneggiar fu visto
Colle corti dEuropa, e far securo
Il regio acquisto.

Fino allinverecondo idolo antico


Che folleggiando regna in Vaticano
Di riso oggetto e di disprezzo amico
Spese la mano.

2. Un ulteriore documento zibaldoniano i numerosi estratti dalla


Storia della rigenerazione della Grecia di Pouqueville (Prato, Giachetti,
1825) 76, torna a testimoniare lavvenuta riflessione, da parte di Belli, sul-
le costellazioni di simboli e allegorie, figure e profezie che la letteratura
romantica e liberale proponeva e organizzava in una coerente morfologia,
dominata dai temi della fratellanza e delleroismo, dellonore e del marti-
rio 77; e certo le sorti della nazione ellenica, oppressa dalla lunga tiran-
nia ottomana, rappresentavano un modello di confronto concreto per
unItalia che a sua volta aspirava alla conquista dellindipendenza e lotta-
va per rivendicare nuova libert.
Nel seguente articolo, ad esempio, Belli riportava alcuni passaggi del
ditirambo, scritto nel 1797 dal poeta e patriota greco Riga, riconoscendo
nella sua poesia una testimonianza che la rivoluzione degli Elleni non fu
improvvisata, ma scatur dalla risoluzione di un intero popolo di proce-

76
Zibaldone, IV, articoli 2003-2287, carte 101 recto-170 verso.
77
Cfr. Banti [2000].

157
Edoardo Ripari

dere a una guerra insurrezionale per giungere, anche attraverso il sacrifi-


cio estremo, a una nuova fondazione politica:

Fino a quando o Palicari (bravi) viveremo noi simili ai lioni spinti tra gli sco-
scendimenti delle montagne, erranti in mezzo ai boschi, costretti a dormire in
fondo alle caverne, separati dal mondo per sottrarsi alla schiavit? Alla schia-
vit! Alle armi! Sagrifichiamo, se fa duopo, famiglie, figli, amici: piuttosto
unora di libert che secoli di schiavit! Che serve la vita a coloro che sono fra
le catene? Vedete come questi Visir, questi oppressori avvelenano la nostra
vita? Lavorare e soffrire mentre essi ingrassano. Leviamoci; e se dobbiamo
perire, muoriamo colla patria! La vedete? Volgete gli sguardi al piano! Con-
template questi visir, i pasci, le loro forche, i pali, gli ardenti roghi, i vostri
fratelli prostratisi ai loro piedi, i vostri fratelli in mezzo ai carnefici, i vostri
fratelli solcare la terra per alimentare la loro indolenza! La loro indolenza, o
cielo! Che mai dico! La loro empia rabbia! Essi immolarono i vostri generosi
sostegni Soutzos, Morousis, Petrakis, Scanaves, Gykes, Mavregenis, vostri eroici
capitani, vostri sacerdoti, vostri benefattori! 78

Questi episodi di eroismo, di martirio, suggerivano nondimeno lidea


di un patto sacro tra i figli di una nazione, un contratto che trasforma-
va, per dirlo con Banti, un volgo disperso che nome non ha in una
compatta falange eroica 79, e che impegnava la parti contraenti, gli ono-
rati congiurati, a lottare sino al pi estremo dei sacrifici. Particolar-
mente significativo a riguardo questo brano, trascritto anchesso nello
Zibaldone:

Sessanta donne suliotte, nella strage di Souli fatta da Al Visire di Giannina


gettarono i loro figli in faccia agli assalitori; poscia intuonando il loro funebre
canto, presesi per mano si precipitarono in fondo a un abisso (da una delle
loro montagne) dove gli ammucchiati cadaveri de loro figli impedirono ad
alcune di trovare la morte desiderata [...]. Despo, vedova del capitano suliotto
Giorgio Botzi, dalla gran torre dove abitava, chiamata Dimoula, di cui vedonsi
anche adesso le ruine, fece fuoco sopra molti turchi che uccidevano le sue
compagne: indi postasi col residuo di esse a sedere sopra un cassone di polve-
re, accost a questa un tizzone. Cos tutte insieme con la torre saltarono in

78
Zibaldone, IV, articolo 2120 ad esempio, carte 117 verso e 118 recto.
79
Banti [2000], p. 58.

158
II. Terra di servit, terra desigli

aria, senza lasciare ai tiranni il piacere di saziare gli sguardi sopra i loro cada-
veri [...]. Alcune sbigottite madri suliotte, per nascondere ai nemici le tracce
de loro passi, stringevan la gola ai loro bambini perch non piangessero e li
soffocavano [...]. Dopo essersi difese coi ceffi e coi coltelli, vedonsi prive de
loro sposi e de loro fratelli, ad un solo grido unanime: Moriamo! spontanea-
mente pi di 200 madri stringendosi al seno i loro bambini e seguite dalle
giovanette figlie si precipitano nelle torbide acque del fiume Achelon che le
inghiotte 80.

Nelle pagine di Pouqueville, tuttavia, il Romano poteva scorgere an-


che e soprattutto una prima, sostanziale differenza tra la causa italiana e
quella greca: nellEllade, infatti, il trionfo della libert si sovrapponeva a
quello della Croce; e in effetti in pi luoghi Belli si imbatteva, e trascrive-
va esempi di cristianesimo popolare e rivoluzionario, che riconduceva le
vicende delloggi a un orizzonte dattesa escatologico e profetico. Come
in questo struggente Canto di addio alla patria dei Pargagnotti:

Addio valli, addio montagne, e voi fioriti poggi, ombrosi boschetti di sempre
verdeggianti melarangi, addio fresche campagne, addio per sempre felici rive.
Parga, illustre amata terra, ahi troppo vicina ai Mussulmani! LInglese ti ven-
de, o mia cara patria, al pi feroce de tiranni. Addio valli ecc. Partite, antichi
agricoltori dellEpiro, impuro avanzo degli ultimi cristiani, disse Osmano nel
suo delirio; cedete i vostri tempi e i vostri beni. Addio valli ecc. Che la croce,
altrove trionfante, si chini innanzi ad Ismaele! Figli de Greci, razza impoten-
te, andate vagabondi senza trono e senza altare. Addio valli ecc. Cos, o trop-
po superba Inghilterra, profanando il tuo nome e i tuoi diritti, parlava un
sanguinoso tiranno, nemico delle sante nostre leggi. Addio valli ecc. Possano
i miei canti mormorare al suo orecchio portati sullale delleco, come la folgo-
re che risveglia il vile in seno nel suo riposo. Addio valli ecc. Dio vendicatore,
prendi il fulmine, scaglia contro Osmano i tuoi dardi. La sua presenza lord la
terra. Incenerisci lautore de nostri mali [...] 81.

La particolare situazione rivoluzionaria della Grecia si configurava


dunque come scontro religioso oltre che politico, e la tirannia dellimpero
Turco sugli Elleni diveniva oppressione di Mussulmani su Cristiani:

80
Zibaldone, IV, articolo 2042, carte 108 recto e verso.
81
Ivi, articolo 2066, carte 114 recto e verso.

159
Edoardo Ripari

Non fu loro concesso di pigliare n un frutto n un fiore, e si viet ai ministri


dellEterno di levare le reliquie e le immagini degli eletti del Signore: i suoi
ornamenti, le fiaccole, i cerei, il ciborio del viatico sono diventati per forza del
trattato, propriet dei Maomettani. Alcuni mobili e le loro persone, ecco ci
che rimane ai Pargagnotti, pocanzi padroni di tanti tesori dellindustre loro
economia e di 839 case, ove fra poco soggiorneranno i loro nemici... Rammen-
tando le loro miserie, sciogliendosi in lagrime, recansi verso limmagine della
Vergine di Parga, antico palladio del loro acropoli, quando una voce uscita dal
fondo del santuario gli avvisa che glInglesi che li sacrificarono, sonosi dimen-
ticati nel trattato di vendere le reliquie a loro trapassi. Tutti si precipitano
allistante verso i cemeteri, si aprono i sepolcri, si estraggon le ossa e i cadaveri
a met consumati degli avi e de parenti, che pongonsi sopra un vasto rogo di
legni dulivo indigeno della patria terra ... Allo spuntar del giorno (10 Maggio
1819) aveano abbandonate le loro case, e sparsi sulla spiaggia indugiavano
raccogliendo alcuni rottami della patria. Gli uni riponevano in sacchetti le
ceneri de loro padri che involavano alle fiamme accese dalla loro religiosa
piet; altri seco portavano manate di terra patria, mentre che le donne e i
fanciulli radunavano sassi e conchiglie, sparse tra larena, che poi nascondeva-
no sotto le loro vesti colla premura di un amante che fa allamica un segreto
furto che non vuol palesarle: addio paterna terra, dicevano i vecchi. Addio
templi venerandi, sacri altari del vero Dio, esclamavano i sacerdoti 82.

Le vicende della rigenerazione greca offrivano cos una peculiare esem-


plarit, in quanto rivoluzione cristiana contro la tirannia religiosa e teo-
cratica dellimpero Osmano, e rinnovava la secolare lotta tra seguaci di
Cristo ed infedeli. Lo stesso articolo 2120, infatti, proseguiva con
queste parole:

Alzatevi, onorati congiurati! La legge di Dio, la sua santa eguaglianza, ecco i


nostri capi; accorrete, e giurate sulla croce di spezzare linfame giogo dellAs-
siro [...]. Suliotti, e voi Maniotti! Uscite dai vostri nascondigli, leopardi di
Montenegro, aquile dellOlimpo, avvoltoi dAgrafa, cristiani della Sava e del
Danubio, intrepidi Macedoni, correte alle armi, ed il vostro sangue si accenda
di nobile ardore. Delfini del mare, Alcioni dIdra, di Psara e delle Cicladi,
udite la voce della patria: montate a bordo delle vostre navi, prendete il fuoco
del Cielo, il fulmine alle vostre mani, bruciate fino alla radice lalbero della

82
Ivi, carte 114 verso-115 verso.

160
II. Terra di servit, terra desigli

tirannia! Spiegate le vostre bandiere, e la croce vittoriosa annunci al mondo


stupefatto il suo trionfo e la vostra libert 83.

Questa religiosit, daltra parte, sollecitava gli ideali di evangelismo


popolare che negli anni del progetto romanesco si affacciavano a Belli,
nel suo tentativo di opporre i valori del cristianesimo primitivo alla corru-
zione di una teocrazia al crepuscolo; ma tali valori si disancoravano anche
dalle vicende rivoluzionarie italiane, dove cristiani combattevano contro
altri cristiani, e cattolici uccidevano altri cattolici.

3. In un sonetto del 4 aprile 1834, La ggirnnola der 34 (1153), la


descrizione di uno spettacolo di fuochi dartificio diventa un pretesto per
unallusione politica degna di attenzione:

Ce fussi a la ggirnnola jjerzera?


Ma eh? cche ffuntanoni! eh! cche scappate!
quante bbattaierie! che ccannonate!
cristo, er monno de razzi che nun era!

E la vedessi quela lusce nera


cussciva da le fiamme illuminate?
Nun parveno furie scatenate
che vvienissina ff nnase pprimiera?

E llAngelo che stava in de linterno


de quer fume co ttutto er zu palosso,
nun pareva un demonio de linferno?

E r foco bbianco? e r foco verde? e r rosso?


Disce che inzino a cquelli der Governo
je parze av sti tre ccolori addosso!

Non solo la nota allultimo verso (Pretendono alcuni male informa-


ti che il Governo in quelladunataccia di popolo sospettasse di alcun fasti-
dio politico) a confermare inequivocabilmente il valore dellallusione;
un sonetto in lingua del 19 gennaio 1836, intitolato I tre colori, recuperan-
do nella terzina finale le rime de La ggirnnola der 34, getta infatti uno

83
Ivi, carta 118 verso.

161
Edoardo Ripari

sguardo retrospettivo sui versi ora riportati, e ci spinge a interrogarci pi


a fondo sul vero rapporto tra Belli e gli ideali nazionalistici del primo
Risorgimento italiano:

Appena Europa ud che il Saladino


in Soria sera tolto il santo legno,
e come avesse rovesciato il regno
di Goffredo il Buglione e Baldovino,

punto Clemente da furor divino


trasfuse in tutti i re lalto suo sdegno,
e li spinse a discior dal giogo indegno
la sacra terra e il gran seme latino.

Sopra gli usberghi allor del popol franco


incrociarsi fu visto il segno rosso,
dellanglo il verde, e del fiammingo il bianco.

Colori, choggi (e intendere nol posso),


o colla spada o senza spada al fianco,
tristo colui che li portasse addosso.

Al fine di comprendere pi da vicino il problema, utile un confronto


tra gli autori e le opere presenti nelle carte zibaldoniane e luniverso cul-
turale del canone risorgimentale individuato da Banti nel suo La nazio-
ne del Risorgimento. Lo storico ha messo in luce, attraverso lesame delle
pagine memorialistiche dei patrioti italiani, lesistenza di un canone for-
mato da una quarantina di testi che, agendo su un piano emotivo e
simbolico, produssero un atto di illuminazione nel quale gli uomini
del Risorgimento scoprirono la nazione italiana, riuscirono a figu-
rarsela, e capirono che per lei era necessario lottare anche a rischio
della propria vita 84. Lintuizione fondamentale di Banti, dunque, che
lidea di una resurrezione dellItalia sia innanzitutto il risultato di una
elaborazione culturale, che ottenne in breve una grande popolarit tra
llite colta, trasformando un mito letterario in mito politico. Individuare

84
Banti [2000], p. 45.

162
II. Terra di servit, terra desigli

le aderenze e le divergenze tra questo mito e lorizzonte di ricezione bel-


liano, offre una possibilit concreta per inquadrare il particolare atteggia-
mento del Trasteverino di fronte alle dinamiche politiche ed ideologiche
del suo tempo, e soprattutto per procedere a un ulteriore esame di come
queste stesse siano state assorbite, metabolizzate e transcodificate nei so-
netti attraverso la lingua della plebe di Roma.
Nellambito della poesia canonica incontriamo dunque Giuseppe
Giusti, le poesie patriottiche di Giacomo Leopardi, il Marzo 1821 di Ales-
sandro Manzoni, il Risorgimento di Alessandro Poerio, Lesule di Pietro
Giannone (1792-1872), i Sepolcri di Foscolo e le opere di Goffredo Ma-
meli. Per quanto riguarda il teatro, oltre alle due tragedie manzoniane,
sono presenti il Giovanni da Procida e lArnaldo da Brescia del Niccolini.
Un ruolo decisivo va poi riservato ovviamente al romanzo, genere otto-
centesco per eccellenza: particolare rilievo assumono le Ultime lettere di
Jacopo Ortis di Foscolo, il Platone in Italia del Cuoco, lAssedio di Firenze
di Guerrazzi, lEttore Fieramosca e il Niccol de Lapi di DAzeglio. Tra le
opere storiografiche e politiche vanno evidenziati il Saggio storico sulla
rivoluzione di Napoli di Cuoco, la Storia del reame di Napoli di Colletta, la
Storia dItalia di Botta, la Guerra del vespero siciliano dellAmari. In ambi-
to propriamente politico, infine, incontriamo il Primato di Gioberti, vari
scritti di Mazzini, Le mie prigioni di Pellico, Delle speranze dItalia di Bal-
bo e il Misogallo di Alfieri.
Al di l delle nostre aspettative, luniverso culturale dello Zibaldone
belliano appare in gran parte estraneo a questa dimensione ufficiale; e
tuttavia molte delle opere trascritte o indicizzate da Belli appartengono
con tutta evidenza allo stesso orizzonte di attesa. Tra le opere poetiche del
canone, lo Zibaldone documenta infatti solamente i Canti di Leopardi,
brevemente indicizzati per argomenti nel IX volume, carta 223 dalledi-
zione Piatti del 1831, e i Sepolcri del Foscolo. Di Manzoni poeta Belli
conobbe presumibilmente soltanto gli Inni, mentre un certo interesse
manifest per la Mascheroniana di Vincenzo Monti (1801), di cui fece
indici ed estratti 85. Di fronte a questo poema incontriamo per un primo
scarto tra mito culturale e mito politico della nazione: dimenticati i bollori
della Bassvilliana, Monti si rendeva infatti portatore di un italianismo prov-

85
Zibaldone, III, articoli 1646-1654, carte 80 recto-81 verso.

163
Edoardo Ripari

visorio che preludeva, in una posizione politica moderata, allistaurazio-


ne nellinesistente Italia di un regime non legittimista eppur sempre auto-
ritario. Nel suo rappel lordre, evidentemente, era assente quella dimen-
sione ideologica e figurale propria delle opere canoniche, e il concetto di
nazione era ricondotto a istanze linguistiche e culturali, piuttosto che
politiche.
Per quanto riguarda il teatro, Belli sembra invece disconoscere del
tutto le opere indicate da Banti; ma va sottolineata la lettura attenta di
unimportante tragedia foscoliana, lAjace (1808), indicizzata per nomi e
argomenti 86: Foscolo riprendeva qui una poetica chiaramente alfieriana,
che faceva della vicenda del personaggio omerico un paradigma delle alte
idealit civili calpestate dalloltranza tirannica 87. Letture di questo gene-
re sottostanno idealmente a quella coscienza civile che aveva gi animato
la polemica di Belli contro la sterilit della cultura romana e italiana: an-
che da un punto di vista stilistico e linguistico, daltra parte, Foscolo pre-
ludeva ai versi della Canzone del 1825 determinandone latmosfera e il
rigore morale.
Del poeta dei Sepolcri del resto, Belli aveva fatto meditata lettura sia
delle prose che dei versi, indicizzando accuratamente ledizione Silvestri
del 1822 donatagli nel novembre del 1828 dallamico Torricelli di Fos-
sombrone. Ancora nel 1830, domenica 31 ottobre, egli trascriveva inte-
gralmente, dalle Ultime lettere di Jacopo Ortis, il dialogo tra Jacopo e Giu-
seppe Parini 88, esempio mirabile di riflessione sul ruolo civile e politico
del letterato, ma anche ammonizione a non cedere alla tentazione di eser-
citare, adottando una strategia della violenza, il potere cieco e sanguinario
che proprio invece dei tiranni. Come sappiamo, infatti, il magnanimo
Parini sconsigliava il discepolo di unirsi ai patrioti per tentare di recupe-
rare la libert del Veneto, e nelle sue parole, memori del Principe di Ma-
chiavelli e del trattato alfieriano sulla tirannide, a dominare il modello
dellintellettuale moderato che racchiude il dolore per i mali di una mise-
ra patria nella sua coscienza pura e generosa. Evidentemente, nella lettera
ortisiana del 4 dicembre, Belli individuava i termini di un dilemma nella

86
Ivi, articoli 1735-1736, carta 115 verso.
87
Gavazzeni, in Foscolo [1994], p. 793.
88
Zibaldone V, articolo 3226, carte 233-237.

164
II. Terra di servit, terra desigli

contrapposizione tra una visione intimistica del letterato suddito di un


potere assoluto, ascrivibile a un pensiero riformatore ed insieme nostalgi-
co, e quella opposta dello scrittore militante, propria dellorizzonte rivo-
luzionario tipicamente risorgimentale e canonico. Egli condivideva lana-
lisi impietosa che Foscolo offriva di unItalia dominata dalla vilt, dimen-
tica della generosit e della virt; faceva propria la coscienza storica dei
mali della nazione incarnata dal Parini; percepiva infine che la domina-
zione francese non aveva affatto mutato il clima politico e culturale del
paese. Ma soprattutto, del Lombardo, Belli ammirava e vieppi avrebbe
approvato il rifiuto di una violenza che snaturava ci che di meglio luo-
mo, il cittadino, il cristiano possedevano.
In questo contesto ci data la possibilit di precisare unulteriore, fon-
damentale divergenza tra la deliberazione monumentale del Romano e
un paradigma letterario quello rivoluzionario e liberale che in quegli
anni veniva ad imporsi come dominante. Lo stesso Foscolo, in quella stes-
sa lettera, che pure ricostruiva una mitologia e una simbologia volte alla
rivendicazione di unidentit italiana, si disancorava da una prospettiva
politico-ideologica, ricollegandosi a una filosofia dellitalianismo che
gi Monti, sulla scia di Cuoco, aveva fatto propria.
Se restiamo nellambito del romanzo storico, inoltre, non appare ca-
suale, sotto questi rispetti, la predilezione assoluta che il poeta dei sonetti
accordava ai manzoniani Promessi sposi 89, a unopera, quindi, che si po-
neva a tutti gli effetti, in virt dello spirito di rassegnazione che la domina,
al di fuori del canone risorgimentale. Varr la pena ricordare, a questo
proposito, le note parole di Mazzini, che recensendo negativamente il
Marco Visconti di Tommaso Grossi procedeva di fatto a una polemica
obliqua contro la fatica di Manzoni:

Dov lanima di questo bel corpo? [...] Ditemi a quale grande e forte pensie-
ro chiedete un simbolo per riempire questo quadro il cui cielo cos bello,
laria cos pura e trasparente, il fogliame cos esattamente e artisticamente ri-
tratto. [...] il fatto che la passione, la passione bruciante, tempestosa, che vi
pone il cielo o linferno nellanima, che fa di voi un santo o un criminale, un
gigante o un pigmeo, che vi battezza per il martirio o per la vittoria, bandita

89
Ne troviamo un dettagliato indice in ivi, I, articoli 916-920, carte 201 verso-204
verso.

165
Edoardo Ripari

da queste pagine. [...] Le sue gioie sono gioie di famiglia, i suoi dolori non
arrivano fino alla rivolta, le sue espiazioni si compiono sempre attraverso la
sottomissione e la preghiera [...] e il suo grido abituale []: Volgete i vostri
cuori verso il cielo 90.

La logica dei Promessi sposi, del resto, era universalistica prima che
nazionalistica, e questo aspetto appare rilevante se confrontato con la di-
mensione metapolitica che Belli realizza sia nei versi in lingua che nei pi
spregiudicati tra i sonetti romaneschi. Il tema delloppressione straniera
infatti, che Belli rievocava nella lettera alla Bettini, presenta nel Manzoni
una differenza strutturale dalla morfologia canonica: da un lato evidente
che nella vicenda di Renzo e Lucia esso assume le forme di una violenza
diretta contro lonore sessuale delle donne, e di conseguenza degli uomi-
ni, della popolazione oppressa, in linea con il simbolismo del discorso
nazionale; ma daltro canto, osserva ancora Banti, i riferimenti geopoliti-
ci sono sfumati, o sono ricondotti ad usi linguistici arcaici, propri dello
Stato di Milano di inizio Seicento, cos da evidenziare il carattere univer-
sale del contrasto che qui interessa a Manzoni, che sta nella relazione pura
oppressori-oppressi, priva di specifici vettori etnonazionali:

Lesame della costellazione lessicale riconducibile allidea di nazione prose-


gue lo storico mostra con evidenza come Manzoni, coerentemente con una
posizione teorico-estetica che esporr poi nel saggio Del romanzo storico e, in
genere, de componimenti misti di storia e dinvenzione, si sia attenuto piutto-
sto rigorosamente agli usi linguistici seicenteschi, cercando di restituire intat-
to luniverso concettuale dei suoi personaggi. cos che se ci sono realt geo-
politiche indicate chiaramente, esse riconducono alla realt degli antichi stati
italiani [...], senza che alcun riferimento diretto parli della comunit nazionale
italiana, o dellappartenenza (o meno) dei personaggi del romanzo a questa
comunit: conclusione che fa apparire, alla fine, del tutto ovvia lassenza dei
Promessi sposi nel canone risorgimentale 91.

Queste osservazioni sono basilari se ricondotte alla prospettiva di un


poeta, Belli, che si offriva di documentare ad un pubblico italiano, al di l

90
G. Mazzini, De lArt en Italie, propos de Marco Visconti, roman de Thomas Grossi
[1835], citato in Banti [2000], p. 46. Tradizione dal francese di A.M. Banti.
91
Ivi, pp. 47-49 passim.

166
II. Terra di servit, terra desigli

degli effettivi esiti monumentali, la situazione storica e sociale concreta di


una plebe di provincia, di una citt al tramonto, degna di solenne ricor-
danza in virt della sua eccezionalit. I Promessi sposi, invero, assieme
alluniverso milanese di Carlo Porta, si pongono come il modello lettera-
rio pi vicino, anche cronologicamente, alla deliberazione belliana. At-
traverso la lezione di Vico, filtrata dal pensiero di Cuoco, Manzoni si face-
va inoltre portatore di unidea di religione come necessit per i popoli,
e riconduceva la stessa superstizione non pi percepita dunque come
mistificazione di un potere politico a realt provvidenziale. Levoluzione
del Lombardo dal giacobinismo giovanile ad una concezione vichiana del
cattolicesimo giungeva in questi termini, proprio nelle pagine del roman-
zo, a un riconoscimento della vanit dei proclami eroici e degli slanci
plutarchiani in nome di una giustizia astratta 92.
Unulteriore analisi delluniverso storiografico zibaldoniano, che ap-
profondiremo nel capitolo quarto, ci consente gi di percepire, con mag-
giore efficacia, lalterit tra lorizzonte di attesa belliano e le idealit poli-
tico-rivoluzionarie del primo Risorgimento. Come vedremo, in effetti, fu
innanzitutto una storiografia anacronistica e nostalgica quella di
Denina e Botta a incidere in modo determinante sulla riflessione di Belli
intorno alle vicende pi vicine ed attuali alla condizione pontificia e na-
zionale. Botta ad esempio, nella Storia dItalia dal 1789 al 1814, accusava
il partito rivoluzionario di aver fatto degenerare, e quindi fermato, il pro-
cesso riformistico che stava migliorando, alla fine del XVIII secolo, le
condizioni sociali ed economiche dellItalia tutta; non solo, proprio i rivo-
luzionari avrebbero costretto i nobili italiani, certo tacciati di poco amor
patrio, a invocare lintervento di forze straniere nella Penisola:

Certo quel che pi manc allet nostra, lamor della patria, poich i primi la
resero serva con le mannaje, i secondi la volevano render serva coi cannoni
Tedeschi, rei gli uni e gli altri per non aver voluto accettare quella libert, che
il re e gli uomini savj volevano dar loro, unica e sola libert, che ad un tanto
stato, quanto la Francia , potesse convenirsi; nuovo, ma non unico argomen-
to, che non pu esser libert, dove sono i mali costumi, massime la cupidit
sfrenata di comandare, e di comparire 93.

92
Sirri [1992], pp. 31-43 passim.
93
Botta [1824], tomo I, libro II, pp. 83-84.

167
Edoardo Ripari

Lo storico non nega che, ai nuovi ideali, abbiano partecipato anche


coloro che volevano lItalia grande e rispettata al pari delle altre nazioni
europee, o addirittura una parte del clero che vedeva in un governo popo-
lare religioso un ritorno del cristianesimo antico; sottolinea per che la
situazione degener inevitabilmente in un proliferare di sette che divisero
e indebolirono lo Stato:

Tal era la condizione dItalia: i buoni esperti volevano la conservazione per


previdenza di male, i buoni inesperti volevano le novit per isperanza di bene;
i malvagi desideravano rivoluzioni per dominare e succiarsi lo stato; il clero
stesso parteggiava; dei nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed
insolenti, e per linsolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni nel
popolo; altri finalmente poco fedeli ma prudenti, aspettavano quietamente le
occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni sindebolivano continuamente i
fondamenti dello stato 94.

La ricezione, in senso patriottico e risorgimentale di questa storiogra-


fia, avvenne daltra parte, nelluniverso culturale italiano, solo in anni suc-
cessivi (a partire dai moti del 31) alla formulazione belliana del progetto
dialettale, quando ormai lincalzare degli eventi, con tutto il loro portato
rivoluzionario e radicale, aveva condotto le attese del poeta in un cupo
scetticismo, e solo dopo il 1861 la fatica di Botta venne percepita come il
primo tentativo fatto nei tempi moderni per affermare al cospetto dello
straniero il diritto della nazione italiana 95. Cos ad esempio si sarebbe

94
Ivi, tomo I, libro III, p. 138.
95
Ancora Carducci [2006. p. 14], nelle sue Letture del Risorgimento, avrebbe antologiz-
zato questo significativo passo dal libro XVI: GlItaliani ricoverati in Francia, dico quelli
che si erano acquistato maggior credito nelle faccende, avevano persuaso a loro medesimi che
in tanta tempesta di fortuna grande mezzo a far risorgere lItalia e ad aiutare lo sforzo della
Francia per ricuperarla fosse pretendere il disegno di unirla tutta in un solo Stato; perch non
dubitavano che a questa parola di unit italiaca glItaliani bramosamente non concorressero
a procurarla. [...] Il gittare i nostri liberi sguardi verso la patria nostra, mandare in dimenti-
canza, se fia possibile, la grandezza dei mali che da tutte le tirannidi sofferto abbiamo, rintrac-
ciarne le cagioni, mostrarne i rimedi, collocare le speranze nella giustizia nella lealt dei Fran-
cesi e nei principii che hanno manifestato, pruovare che i popoli dItalia debbono essere
amici ed alleati naturali della Francia, mostrare che vogliono esser liberi, porre in chiaro
finalmente che lunit dItalia necessaria alla felicit ed alla prosperit dei due popoli, fia
largomento dello scritto che indirizziamo al popolo francese ed a suoi rappresentanti.

168
II. Terra di servit, terra desigli

espresso Carlo Boncompagni nella terza delle sue lezioni su La tradizione


liberale piemontese, in un periodo in cui il Risorgimento era gi un luogo
della memoria. Belli poteva leggere nella Storia bottiana, tra 1828 ed il
1831, brani di inequivocabile spessore nazionalistico, ascrivibili tuttavia
alle aspettative politiche di un moderato 96. Ma dopo il 1831 rischiava di
prevalere, nelle aspettative reali del suddito pontificio, e proprio negli
anni della sua deliberazione, quel pessimismo che Croce avrebbe indivi-
duato nella stessa storiografia di Botta, scorgendovi un preciso ostacolo
verso la formulazione di una messaggio positivo e propositivo.
Occorre dunque provare a chiedersi quale sia stata, per lautore dei
sonetti, leffettiva lezione degli storici. Le Rivoluzioni dItalia di Carlo
Denina, accuratamente indicizzate da Belli, e rilette anche attraverso lo
scritto di Giuseppe Martini Di alcune cose memorabili dItalia, ci offrono
un ulteriore campo di indagine. Sempre Carducci ebbe a definire le Rivo-
luzioni dItalia la prima storia generale della nostra gente, unopera ar-
dua ed efficace nel riproporre con insistenza la vexata quaestio dellunit
della storia dellItalia. Per il poeta dei Giambi la stagione risorgimentale
italiana era riconducibile, infatti, a istanze culturali settecentesche (le Let-
ture si aprono con una pagina di Giannone), e Denina rispondeva a sua
volta a un sentimento tutto settecentesco di nazionalit, a un mito cultu-
rale che, nellesigenza di un equilibrio della nazione allinterno di un
pi ampio equilibrio europeo 97, si disancorava dal mito politico e
rivoluzionario degli anni Trenta dellOttocento. evidente che la lettura
di questa storiografia ha permesso a Belli di approfondire con maturit le
dinamiche del proprio tempo, in relazione, in particolar modo, alla pecu-
liare situazione pontificia. Proprio le Rivoluzioni del Denina, ad esempio,
tornavano a suggerire la responsabilit diretta del potere temporale nei
confronti della mancata unificazione dItalia, consentendo a Belli di ri-
flettere ulteriormente sulla necessit di una separazione tra Stato e Chie-
sa. Nel terzo volume dello Zibaldone, infatti, il poeta prendeva atto di una
questione che era e sarebbe divenuta dominante, e che tuttavia rimase,
nella sua riflessione di lungo corso, su di un piano provvisorio ed incerto:

96
Ivi, pp. 124-125.
97
Calcaterra [1935], pp. 158-159.

169
Edoardo Ripari

La cagione che lItalia non abbia anchella una repubblica e un principe che la
governa, solamente la Chiesa; perch avendovi abitato e tenuto imperio tem-
porale non stata s potente da occupare il restante dellItalia e farsene princi-
pe, n avendo permesso che un altro la occupi, stata cagione che la non
potuta venire sotto un capo, ma stata sotto pi Principi e Signori; ond pi
facile il vincerla. E queste medesime turbolenze furono che sottoposero lIta-
lia alla dominazione de tedeschi, che guidati da Otone Imperatore erano ve-
nuti nel 952 ad assaltarla 98.

Lo stesso Denina, in verit, attualizzava lontane intuizioni del Machia-


velli, non necessariamente riconducibili alle immediate esigenze rivolu-
zionarie. Non solo; a conclusione delle sue Rivoluzioni, libro XXV, capi-
tolo IX e ultimo, lo storico veniva ad auspicare, in una prospettiva che
sarebbe stata neoguelfa, lidea di una patria guidata dalla stessa Roma
cattolica, centro catalizzatore della cristianit, purch il cattolicesimo ac-
cettasse un processo di riforma intra ecclesiam che riavvicinasse la reli-
gion Romana a quella de primissimi tempi del cristianesimo, o alme-
no dei grandi e santi pontefici Gregorio I e Leon I, cos da avviare gli
uomini alla beatitudine futura e, insieme, raffermare la base della felici-
t temporale 99.
Abbiamo, a questo punto, la percezione ulteriore che la patria cui il
poeta dei sonetti fa riferimento sia da questi pensata esclusivamente come

98
Zibaldone, III, articolo 1883, carte 179 verso-180 recto.
[...] a torto aggiungeva Denina [1826], tomo V, libro XXV, pp. 304-306 passim
99

gli Italiani [sono] tacciati di poco patriottismo. Non formando un sol corpo di nazione
sotto le stesse leggi, e un solo governo, il loro patriottismo non pu avere n oggetti cos
rilevanti, n per conseguenza la stessa energia chebbe il patriottismo Inglese e Francese,
quando queste due nazioni si disputavano la preponderanza nella bilancia del commercio,
e linfluenza principale sopra gli affari generali del globo. Ma se mai venisse ad accendersi
guerra tra qualcuna delle nazioni oltremontane e lItalia, il patriottismo e la tanto decantata
virt degli antichi risorgerebbe di certo. Il patriottismo figlio della rivalit nazionale; e la
virt, che nel senso dei politici non che valore e bravura, nasce e cresce in mezzo alle
guerre; nella pace immancabilmente languisce e si estingue. Certamente il patriottismo
sarebbe in Italia pi generale se fosse animato da una identit dinteressi, e se vi fosse un
centro dunione, che non sarebbe forse difficile di trovar appunto col dovera gi una
volta. Roma cristiana, senzavere un premeditato sistema di comandare alluniverso, come
non lavea avuto Roma antica di conquistarlo, era divenuta di fatto il centro dunione di
tutte le nazioni che professavano la fede cristiana.

170
II. Terra di servit, terra desigli

una sorta di koin storica e culturale, per cui il patriottismo [...] non si
traduceva in negazione dei fondamenti della sfera pubblica degli antichi
Stati, della legittimit delle loro istituzioni, della sovranit dei loro princi-
pi. Se dunque, sul piano culturale, Belli cercava di contribuire al pro-
gresso delle arti e delle scienze che facevano dellItalia una nazione, sul
piano politico la sua fedelt alla propria piccola patria era assolutamen-
te fuori discussione 100.

3. Il pessimismo di Belli daltra parte, che Felici definisce storico e


cosmico insieme 101, e che, come vedremo, affonda le proprie radici in un
retroterra biblico ed insieme agostiniano, si contrapponeva alla base alla
morfologia risorgimentale, ai propositi di politicizzazione delle masse, in
vista di una riforma intellettuale e morale e dellavvento di un modello di
umanit rigenerata; esso veicolava e determinava, ancora, il rapporto con-
creto di Belli con le dinamiche politiche e ideologiche del proprio tempo,
evidenziando il senso di impotenza della sua indignazione, aspra ma ras-
segnata di fronte alla consapevolezza dellassenza di un rimedio praticabi-
le contro i mali del presente pontificio e italiano. Belli esprimeva con stra-
ordinaria forza questo stato effettivo in un terribile sonetto del 22 maggio
1834, Er battesimo der fijjo maschio (1266):

Cosa s sti fibbioni sbrillantati,


sto bber cappello novo e sto vistito?
Sta carrozza ched? cched stinvito
de confetti, de vino e dde ggelati?

E li sparaggni tui lhai massagrati,


cazzo-matto somaro scimunito,
perch jjeri tu mojje ha ppartorito
un zervitore ar Papa e a li su frati?!

Se fa ttantalegra, tanta bbardoria,


pe bbattezz cchi fforzi ccondannato,
prima de nassce, a cojje la scicoria!

100
Banti [2000], p. 7.
101
Felici, in Teodonio [1998], vol. II, pp. 382-383.

171
Edoardo Ripari

Poveri scechi! E nnun ve sete accorti


cher libbro de bbattesimi in sto Stato
se potera chiam llibbro de morti?

Leggere questo testo in chiave risorgimentale, stata una tentazione


troppo forte per Morandi, che ne coglieva lo spessore di una denuncia
sociale e politica:

Questo sonetto parr un capolavoro e insieme una santa e generosa azione, se


si ripensa che nello stato pontificio a chi non fosse prete o frate era chiusa
quasi ogni via; e se si tengono presenti le condizioni generali dello Stato stes-
so, durante il pontificato di Gregorio XVI. Federico Ranalli, che appunto nel
1834, nellArcadia e nella Tiberina, tra un nuvolo di monsignori e cardinali,
recitava applauditi sonetti sulla Passione e sopra altri argomenti [...] fece poi
del pontificato di Gregorio questo lugubre ma verissimo quadro: Pessima
lamministrazione; lerario esausto; protetti i malfattori, e gli onesti uomini
perseguitati; nessuna sicurezza nelle citt e nelle campagne; i piati continui e
perpetuati dalla confusione delle leggi e ingordigia dei curiali; consigli militari
in luogo de tribunali ordinari, misteriose le condanne, ingiuste le pene; le
tasse enormissime; violato il segreto delle lettere; gli uffici e gli onori premio
della malvagit e dellignoranza; da per tutto abusi, arbitri, corruzione. Viziosi
i costumi, contaminata la morale, scaduta la religione, ledifizio civile minac-
ciante da ogni lato rovina. E a tutto questo si aggiunga che Gregorio, finch
visse, non volle mai strade ferrate, non congressi scientifici, non asili dinfan-
zia 102.

Ma questa lettura, che ha il pregio di cogliere la fedelt dei versi alle


reali, disastrose condizioni politiche e sociali di una teocrazia al tramonto,
non riesce, per il vizio di un approccio strumentale, a cogliere la verit
ontologica e culturale del sonetto; e giustamente Gibellini 103, ricordando
le intuizioni di Nicholas Timiras, ha associato lidea della terra-di-morti
allantropologia negativa di un popolo di fango impastato de mmerda e
dde monnezza, in perfetta consonanza con la dimensione infera di so-
netti come Li du ggenerumani, e ancora con la visione quaresimale de La
vita dellOmo. La memoria letteraria di versi alfieriani (la sua ferrigna

102
Morandi, in ivi., vol. II, p. 136.
103
In Belli [1991], p. 497.

172
II. Terra di servit, terra desigli

durezza agli italiani lpota) o il rimando obliquo al Leopardi dellAnge-


lo Mai, che contrapponeva la grandezza degli avi a un secolo di fango,
non va certo esclusa; e daltro canto, ancora in ambito risorgimentale, uno
dei topoi garibaldini era proprio limmagine di un popolo che si sollevava
dal fango come in una resurrezione di morti: ma Alfieri e Leopardi guar-
davano alle antiche virt delluniverso greco-romano, e la letteratura gari-
baldina ad un cristianesimo primitivo e rivoluzionario riproposto in fun-
zione evidentemente antiteocratica. Belli, al contrario, affondava il pro-
prio immaginario nelle costellazioni simboliche del De miseria humanae
conditionis, suggestionato ancora, vedremo, dal retroterra culturale della
predicazione postridentina. I versi in questione, insomma, coinvolgono
una sfera esistenziale, piuttosto e prima che meramente politica, e su un
piano esistenziale si attua daltra parte il trasferimento della stessa visione
al contesto italiano in un sonetto in lingua del 1 dicembre 1835, riscrittura
colta di Er battesimo der fijjo maschio:

Per le nozze del barone Mlvica

Immagini di vita, o Ferdinando,


pegni di volutt fur glimenei,
infin che arriser pi benigni Dei
a questo di virt suol venerando.

Ma da che Italia messa al bando,


e fra lonta di barbari trofei
nacque in lei morte, e par vivere in lei,
chi mve allara de mver tremando.

Donor, di senno e carit ripieno


se da sposa feconda avrai tu figli,
pensa a qual terra li deponi in seno.

Terra povera darmi e di consigli,


terra cui mai non sorge un d sereno,
terra di servit, terra desigli.

Belli riconduceva in una disillusa ottica moralistica il sentimento nel-


la parola di Patria, e il sommo pensiero si stemperava in un inerte,
apolitico scetticismo di fronte allassenza di prospettive di azione alterna-

173
Edoardo Ripari

tive alla via rivoluzionaria dominante e minacciosa. Ancora nel tardo 9


luglio del 1842, nel sonetto in lingua E sempre Italia, i suoi sussulti pa-
triottici lo spingevano a unulteriore polemica verso una cultura che si
limitava ad inerti detti apologetici, e rivendicava la necessit di proce-
dere a dei fatti:

Sissignori, lItalia un bel paese,


ricco di latte e miel, di frutta e fiori,
pien di saggi, dartisti, di scrittori,
e grande un giorno per guerresche imprese.

LItalia un bel paese, sissignori:


e chi che a questora non lo intese?
Lo sa a mente ogni turco, ogni cinese,
e tutto il mondo infine e dentro e fuori.

Possibil che un sol barbaro vi sia


cieco e sordo al profluvio di sonetti
zeppi de vanti della Italia mia?

Ma ditemi, figliuoli benedetti:


sembravi che stia ben questa mania
di lodarci da noi? Fatti e non detti.

Ma a quali fatti alludeva? Non gi allazione armata, alla via della


violenza e delleversione. In una prospettiva pariniana egli proponeva la
concretezza della severit morale, lassunzione di una responsabilit cul-
turale consapevole delle colpe della stessa cultura che tanto spesso tradi-
sce il suo ruolo pi vero.
Michele Palmieri, nello scritto ricordato, giustificava gli Italiani, elo-
giava i giovani puri che lottavano per un causa buona, e che tuttavia,
per questa bont medesima, si rendevano non solamente generosi, ma
talvolta troppo trascurati nellassicurarne il successo. A suo dire, le accu-
se dei partigiani dellassolutismo, o del giusto mezzo, che paragonava-
no i patrioti agli artefici del terrore, erano del tutto ingiuste, giacch non
erano loro i veri carnefici di questepoca sanguinosa 104. Nondimeno, il

104
Palmieri [1831], p. 17.

174
II. Terra di servit, terra desigli

pubblicista ammoniva e minacciava: la scure del carnefice, era la stessa


che uccise Cirillo e Pagano, e gli Italiani avrebbero seguito senza esita-
zione, sino in fondo, la sorte di quelle illustri vittime, e di mille altre, di
cui il sangue generoso bagna[va] da lunga pezza il suolo europeo. Vani
infatti erano gli sforzi dei tiranni di estirpare e di abbattere lalbero
della libert. Quanto pi voi lo sradicherete aggiungeva , pi cresce-
r; le teste dei liberali concludeva , che voi abbandonate alla sanguina-
ria mannaja si riprodurranno allinfinito, e ben tosto questa libert e i suoi
coraggiosi figli vi soperchieranno, voi ne sarete vinti, annichilati; sparirete
dinnanzi a loro come la nebbia allapparire del sole 105.
Belli per, dal suo canto, pur prendendo in seria considerazione le
dimensioni di questa minaccia, non riusciva a giustificare i suoi connazio-
nali; vane ed ingiuste, anzi, erano le lamentazioni dei patrioti contro il
dominio straniero, giacch lItalia il roditor verme suo vero doveva cer-
carlo nelle sue stesse viscere.

4. Luniverso culturale dello Zibaldone, estremamente eclettico e mai


unilaterale, acquista, una volta riversato nei sonetti romaneschi, unancor
pi ampia complessit, per la sovrapposizione, allinterno della serrata
griglia del sonetto, del punto di vista dellautore con la prospettiva, tanto
estetica quanto ideologica, del protagonismo plebeo. Il 996, daltra parte,
il luogo privilegiato della dissoluzione nel comico di un intero univer-
so di valori, siano essi cattolici e teocratici, siano invece rivoluzionari e
liberali. La stessa dimensione propositiva e riformistica della carte zibal-
doniane subisce, nellinfima riscrittura romanesca, un sostanziale capo-
volgimento, che pure non nasconde mai del tutto lintransigenza morale,
squisitamente cristiana ed evangelica, del poeta.
La riflessione colta su concetti quali la libert e luguaglianza, perde
essa stessa dunque, nella lingua abbietta e buffona, ogni connotazio-
ne politica, e diviene materiale per le arguzie teologiche ed oscene del
locutore plebeo; queste tuttavia non celano del tutto, dietro lo sproposi-
to, la scelta dellautore a favore di una charitas evidentemente evangelica,
come accade in un sonetto intitolato appunto Libbert, egguajjanza (470),
la cui ultima terzina recita:

105
Ivi, p. 8.

175
Edoardo Ripari

Da un cazzo allantro nun ce curre ggnente;


er Signor Gesucristo mmorto in crosce
pe ttutti quanti lommini uguarmente.

Come rilevammo, infine, nel monumento delloggi si verifica un


processo di metastoricizzazione per cui la prospettiva temporale stempe-
ra le sue grammatiche in microtemporalit a-storiche ed a-ideologiche, e
la mens collettiva plebea annulla o distorce ogni memoria del passato,
riducendola nelleterno presente del romanocentrismo. Non solo dun-
que, sotto questi rispetti, viene escluso ogni patto di fondazione, ma
viene a cadere alle origini qualsiasi ideale, foscoliana esortazione alla sto-
ria: O Italiani, io vi esorto alle storie, perch niun popolo pi di voi pu
mostrare n pi calamit da compiangere, n pi errori da evitare, n pi
virt che vi facciano rispettare, n pi grandi anime degne di essere libe-
rate dalla oblivione da chiunque di noi sa che si deve amare e difendere ed
onorare la terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi, e che dar pace e
memoria alle nostre ceneri 106.
Se nei testi del canone, inoltre, il patto nazionale veicolava una
concezione figurale degli eventi del passato dellItalia, che divenivano
appunto figure nellaccezione che lAuerbach dava a questo termine
del presente e per il futuro immediato, vere e proprie anticipazioni,
dunque, di fatti che dovevano ancora compiersi e che si sarebbero com-
piuti 107, viceversa nei sonetti, ci imbattiamo in un figuralismo metasto-
rico, eminentemente cattolico, in cui tutto appare gi compiuto ab aeter-
no 108. Nella Roma belliana, infatti, ogni avvenimento storico la ripeti-

106
Foscolo [1809], p. 93.
Particolari avvenimenti della storia della penisola (fatti reali e ben storici) osserva
107

Banti [2000, pp. 76-77] acquistano rilievo solo quando possono essere considerati come
prefigurazioni del risveglio della nazione. Cos eventi apparentemente autonomi e non col-
legati acquistano il medesimo significato come momenti specifici di una ininterrotta storia
della comunit nazionale italiana che aspetta il suo compimento.
108
Esempi ricorrenti di questo fenomeno ritroviamo infatti nella stessa predicazione e
nella pubblicistica di quegli anni, che Belli pot ascoltare gi nella sua infanzia. A titolo
puramente esplicativo, possiamo citare un brano da La moderna democrazia smascherata di
padre Prospero Tonso (1799), il quale, commentando con esultanza lintervento delle trup-
pe austriache contro i Francesi in Piemonte, notava che la storia pur sempre uguale a se
stessa e ammirabile sempre nelle sue pur arcane vie la sacra provvidenza, e a riprova

176
II. Terra di servit, terra desigli

zione di archetipi fissati da norme celesti, come accade con tutta evidenza
nel sonetto Gnente de novo (902):

Nun z da Papa, n, ttante sciarlette.


Oh, llui studi un po ppi: llegghi er Vangelo;
e vveder, ssi mai, che ppuro in Celo
sce s stati li torbidi e le sette.

E ssi nnun era, dioneguardi, er zelo


de San Micchele co le su saette,
langeli a Ddio je daveno le fette,
te lo dichio, da rivedejje er pelo.

Anzi aringrazzi lui cuer zerra-serra:


ch ssi nn cchi lo sa cche antra piega
pijjaveno laffari in Celo e in terra?

Nun ze fa ssegatura senza sega.


Duncue er Papa po dd cche cquella guerra
jha ddato campo a llui dupr bbottega.

Le stesse rivoluzioni liberali, dunque, rappresentano per il popolo di


Roma non avvenimenti da collocare allinterno di una dialettica di forze
storiche: sono s una sorta di figure, che tuttavia ripetono avvenimenti
archetipici, ancestrali che gi la Scrittura, che una spece dunistoria,
ha fissato da sempre e per sempre 109. Questo procedimento evidente
nel secondo sonetto del dittico degli Angeli ribbelli (904):

Letto leditto, oggnangelo ribbelle


vorze cacci lo stocco, e ffasse avanti;
ma Ssan Micchele bbutt vvia li guanti,
e cominci a spar lle zzaganelle.

ricorreva al racconto biblico del tradimento del re assiro Sennacherib a danno del re dIsrae-
le: Orribile tradimento che si rinnov in tutte pressoch le sue circostanze ai nostri giorni,
e sotto gli occhi nostri, uditori riveriti. Tanto vero i detti del Savio, che le cose che alla
giornata succedono sulla faccia del globo non sono che una copia fedele, una continuata
ripetizione delle gi accadute nei secoli che ci precedettero; cit. in Guerci [2008], p. 14.
109
Rimando a Ripari [2006b], pp. 21-44.

177
Edoardo Ripari

Langeli allora, collale de pelle,


corna, uggne, e ccode, tra bbiastime e ppianti,
tommolorno in ner mare tutti-cuanti,
che li schizzi arrivaveno a le stelle.

Cento secoli sani sce metterno


in cuer capitommolo e bbottaccio
dar paradiso in ggi ssino a linferno.

Cacciati li demoni, stese un braccio


lungo tremila mijja er PadrEterno,
e serr er paradiso a ccatenaccio.

Ancora nella letteratura canonica, per fare un ultimo esempio, pro-


prio un personaggio biblico, Giuditta, a divenire figura storica, colei che
gi nei Vespri siciliani e poi nelle eroine del Risorgimento portava al com-
piersi del movente narrativo e simbolico dellonore. Eppure, affrontan-
do negli stessi anni il personaggio della Bbella Ggiuditta (213) e proiettan-
dolo nella realt romanesca, Belli spogliava leroina di ogni sovrasenso
politico, facendone al contrario un simbolo del fanatismo religioso, unana-
cronistica presenza caravaggesca rappresentata nella logica di una con-
taminazione tra sacro e osceno nella quale proprio lonore femminile
ad essere empiamente sacrificato per la gloria di Dio:

Disce lAbbibbia Sagra che Ggiuditta


doppo dav ccenato co Llionferne,
smorzate tutte quante le luscerne
ciann a mmette er zordato a la galitta:

che appena jebbe chiuse le lenterne


tra er beve e lo schium dde la marmitta,
cor un corpo da fia de Mastro Titta
lo mann a ffotte in ne le fiche eterne:

e cche, agguattata la capoccia, aggnede


pe ff la mostra ar popolo ggiudio
sino a Bbetujja co la serva a ppiede.

Ecchete come, Pavoluccio mio,


se p scann la ggente pe la fede,
e ff la vacca pe dd ggrolia a Ddio.

178
Antologia di testi

III. IL CANCHERO NELLA RADICE


Belli e il paradigma liberale

LA TENTAZIONE LIBERALE

1. Tra le opere estratte e ristrette da Belli nel suo Zibaldone, il pamph-


let Dei futuri destini dellEuropa (Bruxelles, 1828) 1 dellautore della Rvue
politique dEurope nel 1825, Pierre-Franois-Xavier Bourguignon dHer-
bigny (1769-1829) 2, appare la pi compromettente se pensata tra le mani
di un suddito pontificio, in virt dello spirito illuminista (la luce disce-
sa e risplende dal lato dei popoli, vi leggiamo), liberale (il mondo va a
malgrado dei re e dei Papi) e costituzionalistico che si impone in ogni
sua pagina, e per quella sistematica e ossessiva ricorrenza di uno dei prin-
cipi rivoluzionari che il poeta sembrava finora aver trascurato, o addirit-
tura guardato con sospetto: la libert. Su tutte, ricorda Croce nel darci un
memorabile quadro dellEuropa postnapoleonica, sormontava una paro-
la che compendiava e ne esprimeva lo spirito animatore: la parola liber-
t 3.
Allinterno dellimmobile triangolo immortale della ragione come
ebbe a dire il Monti 4 , la libert fu parola che mai cadde in disuso, ed
anzi riascendeva sola allorizzonte, pronunziata dalle giovani genera-
zioni con laccento commosso di chi ha pur ora scoperto un concetto di
importanza vitale, rischiaratore del passato e del presente, guida nellav-
venire, eppure sempre nel rischio di perdersi in quelle astrattezze che
dividono individuo e stato, libert civile e libert politica, libert del sin-

1
Zibaldone, V, articoli 3227-3316, carte 239 recto-285 recto.
2
Cfr. il mio Belli, dHerbigny e i futuri destini dellEuropa, in Bibliomanie, n. 14,
luglio-settembre 2008.
3
Croce [1991], p. 13.
4
In ivi, p. 14.

179
Edoardo Ripari

golo individuo e libert degli altri tutti singoli nei quali ella trova il suo
limite 5.
Memore degli entusiasmi di Condorcet, che laveva iniziato alla carrie-
ra politica, e delle idealit della massoneria illuminata 6, dHerbigny
animava il discorso di fede nei destini delluomo; ma, nella consapevolez-
za che nel Mondo morale, egualmente che nel Mondo fisico, la luce
dovesse scendere dallalto, vi proiettava al contempo una sorta di stato
di allerta, nella percezione che fosse giunto il momento del-
lautocoscienza dei popoli, e del loro intendimento ad intervenire di-
rettamente nella storia, dopo che la protesta religiosa della Riforma e le
istanze politiche della Rivoluzione frutto entrambe di un nuovo ardire
del pensiero razionalistico e laico avventuratosi tra i popoli sotto la forma
dellideologia avevano incominciato a rischiarare le coscienze tenute per
secoli nelle tenebre dellignoranza:

I pensamenti che hanno per oggetto la felicit e la dignit delluomo non ap-
partengono a quello che li ha concepiti. Sono essi devoluti allumanit. do-
vere di ogni cittadino di recare il suo raggio di luce al viver loro comune, ove
concorrono per illuminarsi le ragioni dubbiose ed incerte sul loro destino. La
verit non soffre pi tranquillamente dessere schiava: ella si agita tra i Re che
lincatenano, e i popoli che vogliono liberarla. Ella simile ad una sovrana
spogliata dellimpero, ma forte di tutti i suoi dritti, che deve finalmente segui-
re ne luoghi stessi dovella incatenata. Il mondo sociale non vuol pi rego-
larsi senza di lei: ella non pi si contenta della prudenza che la celava: ha
bisogno del coraggio che la proclama: esso la pone in prima fila tra i benefizii
che ogni uomo debbe agli uomini 7.

Il Mondo, infatti, non era pi quello stesso daltra volta:

la faccia delle cose cangiata. Se fuvvi un tempo in cui la sapienza si partiva


dai punti superiori, egli da tutti i punti inferiori chessa in oggi si parte. La
luce discesa e risplende dal lato dei popoli. I sentimenti generosi hanno
seguito la direzione dei lumi; essi han cambiato porto, e non pi debbonsi
ricercare fra i grandi: se esistevano nel cuore de loro antenati, si sono estinti

5
Ivi, p. 19.
6
Cfr. Jacob [1995].
7
Zibaldone, V, articolo 3227, carta 240 recto.

180
III. Il canchero nella radice

nel passaggio delle generazioni. I cuori non si tramandano come i nomi. Le


qualit dellanimo non fanno parte delleredit delle famiglie 8.

Oramai la nuova via di propagazione del vero si imponeva ad esorta-


zione e minaccia: lintendimento delle nazioni infatti era maturo e
si emancipava da quello tardivo del potere. Al movimento de popo-
li, limmobilit de governi non era pi in grado di opporsi, giacch i
primi rimanevano nellinfanzia del Mondo, mentre gli altri erano giunti
alla pura virilit. Se il tempo presente era ancora indulgente, lav-
venire avrebbe preteso molto, e a ragione, poich quelli che condu-
cevano avevano bisogno desser pi saggi di quelli che erano condot-
ti, e perch un diritto dei popoli di voler per garanti la virt e il sapere
di quelli che governano 9:

I popoli in un re chiedono un uomo che sia nel rapporto di un Dio alluomo.


Homo homini Deus. In questo modo hanno i re qualche cosa di divino. Divi-
nizzare i re in altro modo lo stesso che degradare lumanit; n ci pu
farsi impunemente. Diceva sensatamente quel cittadino dAtene a coloro
che volevano divinizzare Alessandro: mentre voi gli date il cielo, egli vi pren-
de la terra 10.

Ma i sovrani e le loro aristocrazie erano ormai troppo corrotti, e ledu-


cazione di palazzo aveva fatto loro perdere ogni contatto con la vita
reale dei popoli. Le parole del pubblicista convergevano pienamente con
la percezione che Belli aveva della parassitaria classe politica pontificia, e
con la sua rappresentazione indignata e deformante:

La vita condotta nei palazzi non istruisce i re della vita della societ: tutto ci
che in queste accademie si insegna non ha nessuna somiglianza con ci che
avviene in corte. Le genti di corte non possono dare ai re nessuna idea dei
popoli: i cortegiani sono esseri deformi in nulla simili agli altri uomini: la loro
volontaria servit attesta la loro degradazione. Non si trova in loro che di-
sprezzo delle pubbliche e private virt, rinunzia alla dignit personale, avvili-
mento di tutti i sentimenti, e vi si trovano tutti i vizi figli di una smodata

8
Ivi, carta 240 verso.
9
Ivi, carta 241 recto, passim.
10
Ivi, articolo 3236, carte 244 verso-245 recto.

181
Edoardo Ripari

cupidit e delle pi sfrenate passioni (aristocrazia). Montesquieu ha detto an-


cor di pi; eppure viveva in mezzo a loro: ma ci che vi di pi rimarchevole,
, che la peggiore specie duomini abbia la pretensione dessere la pi alta e la
pi nobile, per la ragione che avvicina di pi al trono; come la schiuma che
pretendesse desser pi pura dellacqua per trovarsi sulla superficie 11.

Dopo la Rivoluzione francese il corso degli eventi aveva subito unac-


celerazione inedita e inaspettata: la religione laica imponeva infatti un
movimento inarrestabile agli ingranaggi arrugginiti del motore della sto-
ria, la cui lunga immobilit secoli di inerzia avevano fatto percepire agli
uomini come condizione naturale:

Il Mondo va da s, diceva Papa Urbano VIII. Si pu dire ancor meglio: il Mon-


do va a malgrado dei re e dei Papi. Il suo moto stato ben lento; pi di pro-
gressi faceva lo spirito umano in un secolo del governo dAtene, che non ne ha
fatti in 12 secoli del governo reale e sacerdotale; ma coloro stessi che lo hanno
trattenuto, sono oggi ravvolti nella sua sfera di attivit; e se in luogo di cedere
vogliono resistere, saranno spezzati dal movimento 12.

I tempi del potere assoluto dei re erano stati i tempi del silenzio dei
popoli, ma ora la volont riprendeva il posto di tutto, ciascuna
cosa riprendeva il suo nome, il suo volere e il suo posto, e i re doveva-
no concepire dellautorit reale unidea diversa da quella che ne aveva
fatto concepire il modo con cui [era] stata finora esercitata. Infatti la
pubblica ragione la riduceva ne suoi veri elementi, fuori dei quali
essa entrava tra i poteri illegittimi. Invano dunque i re volevano dare la
divozione: erano essi a riceverla. Non era pi in loro potere dopporsi
al movimento che la societ comunicava a se stessa e che strascinava
tutto ci che la compone. Il mondo infatti si move per una forza che
gli inerente; nessuno lha creata, nessuno pu fermarla 13.
Il Francese, inoltre, sapeva bene che lo scontro in atto possedeva una
dimensione religiosa oltre che politica, e si imponeva attraverso un razio-
nalismo mai discompagnato dalla passione e dalla fede nella causa del-

11
Ivi, articolo 3232, carte 243 recto-243 verso.
12
Ivi, articolo 3229, carta 242 recto.
13
Ivi, articolo 3228, carta 241 verso.

182
III. Il canchero nella radice

luomo. Sapeva bene che le motivazioni profonde della crisi coinvolgeva-


no il pensiero nella sua essenza di libert, nella sua lotta contro le catene
della secolare Controriforma cattolica e degli stati assoluti che la difende-
vano, la Francia su tutti, una volta retrocessa dalla via dei Lumi che per
prima aveva indicato:

(Esame della Francia nel tempo che era per met protestante. Controversie reli-
giose, cagione dello sviluppo del genio e della filosofia. A quelle questioni si
uniscono in seguito le altre di politica; e la ragione umana sillumina in Francia.
Roma e i Re Francesi se ne spaventano. Esterminio; e retrocessione dei lumi)
[...]. La Francia fu in ogni tempo la spada e lo scudo di Roma; la Francia dopo
che Roma chiesa, lha liberata da suoi primi e da suoi ultimi nemici. Roma
ringrazi i suoi re. La Francia la salv dal mortal colpo della riforma; che far
Roma senza la Francia? La Spagna, il Portogallo, alcune contrade dItalia, al-
cune province della Belgica non sono che ausiliari: esse molto possono fare
insieme alla Francia, ma nulla senza di lei. Sessa manca a Roma, il Vaticano
cade. Roma lo sa: ed perci che fa ogni sforzo per ripigliarla; ma finora essa
lagita senza fermarla; la stanca senza trascinarla con lei. Sessa manca a Roma,
il Vaticano cade 14.

La Chiesa di Roma diveniva il luogo fisico e ideale di uno scontro di


paradigmi contrapposti, di una dialettica senza sintesi possibili, che avrebbe
visto lassoluta supremazia del vero sullimpostura, della filosofia sul
dogma:

Ne suoi nuovi pericoli, Roma ha tenuto consiglio: qual sar il giorno del suo
sdegno? Esso non fissato: ella stessa lo ignora. Leducazione dei popoli non
ancora completata; il fanatismo non n esteso abbastanza n abbastanza
acceso: ma finalmente bisogna che cada la filosofia o Roma: tutte e due si sono
messe nellalternativa. La filosofia non ha duopo di fare altro che di crescere e
diramarsi: essa non ha armi e non ne ha bisogno; ma Roma obligata ad impu-
gnar le sue. Mancandole la virt e la verit, le necessario dattinger dal male
la sua forza, non potendo trarla dal bene. Una nuova proscrizione prolunghe-
r di due secoli il suo imperio; questo il partito che ha preso, ma il giorno
dellesecuzione non fissato; fino a quellepoca tutto sar apparentemente in
calma. Non emaneranno da Roma che proteste damore, sensi di moderazio-

14
Ivi, articoli 3256-3259, carte 255 recto-256 verso passim.

183
Edoardo Ripari

ne, giubilei, concordati, concessioni, pace profonda finalmente, come allavvi-


cinarsi dei massacri; e la vigilia del giorno funebre sar il pi tranquillo giorno
del secolo, come fu la vigilia del massacro di San Bartolomeo 15.

2. Nelle pagine di Voltaire e Montesquieu, di Filangieri e Volney, Belli


aveva potuto individuare la base ideologica delle osservazioni e delle pro-
poste avanzate nei Futuri destini dellEuropa. Les ruines, in particolare,
sono il retroterra letterario e filosofico pi immediato per lanalisi belliana
delle idealit del paradigma liberale, e il terreno di confronto pi vicino
allo spirito che domina le parole del pubblicista francese. Volney infatti
aveva gi esortato i popoli alla conoscenza dei propri diritti, e ammonito i
tiranni a non ostacolare la nuova forza che sarebbe scaturita dal basso,
laddove ogni uomo si fosse innalzato, attraverso il sapere e lesperienza,
ad artefice del proprio destino:

Un petit nombre de brigands dvorent la multitude, et la multitude se lasse


dvorer! O peuples avilis! connaissez vos droits! Toute autorit vient de vous,
toute puissance est la vtre. Vainement les rois vous commandent de par Dieu
et de par leur lance; soldats, restez immobiles: puisque Dieu soutient le sultan,
votre secours est inutile; puisque son pes lui suffit, il na pas besoin de la
vtre: voyons ce quil peut par lui-mme ... Les soldats ont baiss les armes; et
voil les matres du monde faibles comme les derniers de leurs sujets! Peuples!
sachez donc que ceux qui vous gouvernent sont vos chefs et non pas vos ma-
tres; vos prposs, et non pas vos propritaires; quils nont dautorit sur vous
que par vous et pour votre avantage [...] 16.

Volney, inoltre, caratterizzava pi di ogni altro lo scontro rivoluzio-


nario alle porte come una lotta essenzialmente religiosa, una battaglia
per laffermazione di un nuovo Dio principio regolatore, Grande Ar-
chitetto DellUniverso, padre ed erede di una loi naturelle contrap-
posto alla divinit rivelata dellassolutismo politico e teocratico per
una nuova storia quella dei popoli rischiarati che si oppongono al tro-
no ed allaltare:

15
Ivi, articoli 3256-3257, carta 255 recto e verso.
16
Volney [1820], p. 70.

184
III. Il canchero nella radice

Vainement le sultan oppose ses armes; ses guerriers ignorans sont battus,
disperss: vainement il appelle ses sujets; les curs sont glacs; les sujets r-
pondent: cela est crit; et quimporte qui soit notre matre? nous ne pouvons
perdre charger. Vainement les vrais croyans invoquent les cieux et le proph-
te: le prophte est mort, et les cieux, sans piti, rpondent: Cessez de nous
invoquer; vous avez fait vous maux, gurissez-les vous-mmes. La nature a
tabli des lois, cest vous de les pratiquer: observez, raisonnez, profitez de
lexprience [...]. Les peuples sont ignorans, quils sinstruisent; leurs chefs
sont pervers, quils se corrigent et samliorent; car tel est larrt de la nature:
puisque les maux des socits viennent de la cupidit et de lignorance, les hom-
mes ne cesseront dtre tourments quils ne soient clairs et sages, quils ne
pratiquent lart de la justice, fond sur la connaissance de leur rapports et des
lois de leur organisation 17.

Per lidologue dunque, attraverso la scienza fisica della morale, i


popoli avrebbero compreso che il bene individuale intimamente legato
al bene comune, che le debolezze devono unire, giacch luguaglianza la
vera forza della libert, che la misura legata alla felicit e leccesso al
vizio, che la vera felicit sta nellimpiego del tempo e nella pace del cuore,
che il potere infine doveva essere sottoposto a nuova regolamentazione,
giacch la communication des lumires setendra de proche en proche,
et gagnera le tout e par la loi de limitation lexemple dun premier
peuple sera suivi par les autres 18. Ma soprattutto, Volney individuava
nelle contraddizioni e nelle differenze tra religioni le cause della crisi del
vecchio paradigma storico, e proponeva a rimedio una visione laica e tol-
lerante dellumana societ, radicata in un indifferentismo religioso di ma-
trice squisitamente massonica:

Chefs et docteurs des peuples! vous voyez comment jusquici les nations, vi-
vant isoles, ont suivi des routes diffrentes; chacune croit suivre celle de la
vrit; et cependant si la vrit nen quune, et que les opinions soient oppo-
ses, il est bien vident que quelquun se trouve en erreur. Or, si tant dhom-
mes se trompent, qui osera garantir que lui-mme nest pas abus? Commen-
cez donc par tre indulgens sur vos dissentimens et sur vos discordances.
Cherchons tous la vrit comme si nul ne la possdait. Jusqu ce jour les

17
Ivi, pp. 71-72.
18
Ivi, pp. 79-80 passim.

185
Edoardo Ripari

opinions qui ont gouvern la terre, produites au hasard, accrdites par lamour
de la nouveaut et par limitation, propages par lenthousiasme et lignoran-
ce populaires, ont en quelque sorte usurp clandestinement leur empire. Il est
temps, si elles sont fondes, de donner leur certitude un caractre de solen-
nit, et de lgitimer leur existence. Rappelons-les donc aujourdhui un exa-
men gnral et commun; que chacun expose sa croyance, et que tous deve-
nant le juge de chacun, cela seul soit reconnu vrai, qui lest pour le genre
humain 19.

ROMA MOSTRO DELLEUROPA

Roma dunque, nelle pagine che Belli prendeva in esame, si rivelava il


vero mostro della storia dEuropa: nel vagheggiare un orizzonte di rifor-
me costituzionali adeguate ai nuovi bisogni dei popoli ed estese allintero
Vecchio Continente, dHerbigny scorgeva infatti nella fortezza dei Papi
lostacolo pi arduo da superare, perch sintesi storica e ideologica di
ogni usurpazione, limite estremo e invalicato di un paradigma anacroni-
stico, al quale la dialettica degli eventi e limporsi di un nuovo pensiero
avevano ormai definitivamente voltato le spalle. Se i re volevano evitare
le conseguenze sanguinose della cosiddetta Santa Alleanza avrebbero
dovuto opporre la sola alleanza prudente che era quella dei re con i
loro popoli.

Ma i Re dEuropa avvertiva il Francese non sono ancora abbastanza inizia-


ti nei segreti di questa usurpazione dei Pontefici: rimontando verso i tempi
antichi, si ritrovano tutti i principj: giunto il tempo di richiamarli alla memo-
ria, perch il tempo verr di farli rivivere: e noi ne facciamo restituzione ai re,
affinch se la politica e la ragione ben presto li consigliassero a riaffermare il
sacerdozio ed a regolare le attribuzioni, sappiano chessi non farebbero altro
se non che rientrare in quei dritti che laudacia dei Pontefici ha rapiti o sor-
presi alla tolleranza degli imperatori. Grande stato senza dubbio il genio di
Roma; ma per quanto illustre sia stato, non stato peranco tanto potente per
difendersi con la sola forza della parola o della persuasione. Fin dal suo nasce-
re Roma giudic rettamente che sella era forte contro gli spiriti deboli, ella
era allincontro debole contro lumana ragione. Non si fonda un impero colle

19
Ivi, p. 119.

186
III. Il canchero nella radice

preghiere: senza la spada nulla divien potente sulla terra, e la nuova Roma
aveva ci imparato dallantica. Roma non poteva molto a lungo sostenere lo
sforzo di tante chiese rivali, di tante sette contrarie; ella doveva inoltre respin-
gere gli attacchi della filosofia tuttavia potente nella Grecia e nellItalia; sareb-
be quindi inevitabilmente perita, se non avesse sostenuto la sua eloquenza col
ferro de suoi difensori. La sua primaria, la sua sola politica stata quella di
fanatizzare i suoi amici per iscagliarli contro i suoi nemici: in tal modo ella
trionf ne primi concilii [...]. Non si vergogna ella punto della sua origine? 20

Evidentemente no, insisteva dHerbigny, dacch la sua politica conti-


nuava a riprodursi su se stessa, a perpetuarsi in un atteggiamento che
assumeva i tratti dellesterminio:

Roma non ha mai deviato da questa politica, e non fa duopo dammonirla di


non discostarsene: da questa derivano i suoi successi: da questa dipende la sua
esistenza. Non v dubbio, lesistenza di Roma il prodigio della Storia e del
Mondo. Essa un colosso che gravita da 15 secoli sopra tutte le generazioni
umane e che debbe la sua grandezza e la sua perpetuit al fanatismo de suoi
devoti ed allesterminio de suoi contraddittori. Dappoich i pontefici impu-
gnarono la spada esterminatrice, mai pi lhan deposta; essi la fanno rosseg-
giar di sangue di popolo in popolo, dimpero in impero [...] Convien dirlo
infine: tutta la politica del Vaticano riposta in questa parola: Perseguitia-
mo 21.

Non paga della sua egemonia in Europa, Roma aveva infatti rivolto i
suoi occhi avidi allAmerica, proprio nel tempo in cui [questa] appariva
improvvisamente allantico Mondo come una nuova creazione; se ne era
impadronita come duna vasta preda, portando lincendio su di que-
sto secondo universo, riducendone gli imperii in cenere con la forza
del fanatismo:

Il culto del sole fa luogo al culto dei pontefici; dieci milioni duomini sono
offerti in olocausto alla divinit di Roma; e lAmerica annunziata come un mondo
abitato, pi non che la scoperta di una tomba. La specie umana che lanima-
va vi estinta, ogni esistenza annientata, e di quel Mondo pieno di vita, e

20
Zibaldone, V, articolo 3246, carta 250 recto.
21
Ivi, articolo 3249, carta 251 verso.

187
Edoardo Ripari

coperto di abitanti, non rimasto che la terra e le acque. O fondatrice del


cristianesimo, questo il nuovo cuore che siete venuta a rigenerare nelluo-
mo? questa la missione che i vostri apostoli hanno ricevuta? DallEuropa in
fiamme e insanguinata passava nellAmerica devastata e deserta di tutte le sue
popolazioni; e dalle sue desolate sponde trasportasti neglimperii dAsia, ove
alte milioni di vittime sono periti e la gloria di Roma, fare il giro del Mondo
camminando sempre nel sangue 22.

Quale indignatio potevano suscitare queste affermazioni nelloffesa


coscienza di un illuminato suddito pontificio, sempre attento, per natu-
rale inclinazione, a condannare ogni violenza delluomo sulluomo, ogni
usurpazione che il potere continuava a perpetrare, protetto dallarbitrario
strumento della religione? Lucida e implacabile, nel sonetto Er missiona-
rio dellInnia (1551) del 20 maggio 1835, lonorata polemica di Belli pote-
va ergersi a giudizio intransigente, forte di una deontologia della verit
sfacciata:

Nostro Siggnore, a cquella testa matta


che mm ppe cconvert quarcomo indiano
se va a scapicoll ttanto lontano,
sai che ccosa jha ddato? Una sciavatta.

Lui lha bbasciata, lha pijjata in mano,


lha mmessa in una scatola de latta,
eppoi drentuna bborza, tutta fatta
a strissce de velluto e ttaffetano.

Er prete porta un croscifisso e cquella,


e aridusce li popoli a la fede
cor Cristo e la santissima sciafrella.

E ssi cc ppoi quarche fijjo de mulo,


che nun jabbasta, se la mette in piede
e tte lo fa cristiano a ccarci in culo.

22
Ivi, articolo 3250, carta 252 recto.

188
III. Il canchero nella radice

Eppure in virt dello spirito propositivo che anima lintero pamph-


let anche nella condanna delluniverso teocratico dHerbigny era mosso
da una volont ammonitrice, volta a interrogarsi sulla possibilit che Roma,
proprio nel corso storico che sembrava esserle pi fatale, riacquistasse il
valore di una prospettiva politica:

Roma in pericolo e giammai non fu essa minacciata da uno pi grande. La


persecuzione deglImperatori; la dilaniazione dellItalia; gli sforzi del pagane-
simo; linvasione e la concorrenza della religione di Maometto; le pretensioni
della Chiesa dOriente, gli scismi dei cristiani, gli attacchi della riforma, non
lavevano mai spinta cos vicino alla sua rovina come la strascina la filosofia
del secolo. Il suo genio troppo abile per non conoscere il potere in tanto
nemico. Essa ben rammenta daltronde che la posizione pi pericolosa che
trovasi nella sua storia, e che pi paragonabile con la sua attuale il regno
dellimperator Giuliano, che fu al suo dominio cos fatale, e lo fu senza che il
potere imperiale daltra arme si valesse allinfuori dei lumi dellumana ragio-
ne 23.

Ora, le redini della salute o della perdizione non erano pi nelle


mani di re, imperatori, teocrati: interi popoli erano pronti a battere nuove
strade, a sprigionare una forza che nemmeno i Papi e tutti i loro sostenito-
ri erano in grado di immaginare davvero. La forza risiedeva nei popoli,
perch essa altro non era che quella ragione che protestantesimo e lumi
avevano posto a motore degli eventi, diffondendola su tutti gli uomini:

Fu altres facile in altri tempi ai Pontefici ed ai re di Francia, allora tanto simili


ai re vandali, dannientare la filosofia della Grecia e di Roma; poich a quel-
lepoca la ragione umana non aveva che due asili; ma a d nostri ella ha asilo
dovunque sono popoli ed uomini; e questo asilo s ampio che pu prendere
il nome dimpero, ed impero del Mondo 24.

Da prudente e ben accorto uomo di Stato e di opposizione, dHerbi-


gny non limitava le sue parole alla minaccia rivoluzionaria, ma elevava la
sua voce chiamando in causa e invocando quei sovrani che soli, grazie alle

23
Ivi, articolo 3252, carta 253 recto.
24
Ivi, articolo 3253, carta 253 verso.

189
Edoardo Ripari

dovute riforme costituzionali, potevano render giustizia ai loro sudditi e


dare infine un fondamento legittimo, perch meritocratico e morale, al
loro mandato di regnanti:

Riconciliare la politica con la morale da cui era stata separata, richiamare la


societ ad un governo comprensivo di diritti, di doveri e di forze reciproche;
far legittimo il comando, ed onorevole lobbedienza, vale lo stesso che circon-
dare dei medesimi mezzi di difesa glinteressi dei governi e della societ;
parlare il linguaggio della ragione universale che si estende come la civilizza-
zione sua compagna. La durata degli imperii e la sicurezza dei Re, non un
mistero: essa basata sulla giustizia. Io ringrazio mio padre, esclamava un gran
principe, di avermi insegnato che si pu essere imperatore e non aver guardie,
ed infatti tutti i pericoli del trono scompaiono allorch la virt vi sta assisa ecc.
Un Re orgoglioso si considera come il padrone dellumanit; un re giusto e
generoso si considera come lo schiavo di essa. Qual prodigiosa distanza si
trova tra sovrani e sovrani! Tra Luigi XIV che dice: lo stato sono io: tutto mio;
e Marco Aurelio che dice al senato di Roma: io non ho cosa che sia mia: questo
stesso palazzo che io abito vostro. Ci non pertanto perderanno essi la mede-
sima sovranit e il medesimo potere assoluto ecc. Tutti i popoli hanno bisogno
di una sovranit legale; in tal modo ella esist presso i primi Romani e nelle
savie contrade della Grecia; tale fu nellantica Spagna; egualmente che presso i
primi francesi, nazione la pi avvilita di poi dai suoi Re 25.

LEuropa intera era dunque in allarme; giunta a un bivio, solo il suc-


cesso dellopinione costituzionale, favorevole per natura a sovrani e
sudditi, poteva tenerla al riparo, e scongiurare il delirio dellimminente
violenza rivoluzionaria:

LEuropa agitata da due opinioni pronunziate le quali possono trasfondersi


e conciliarsi in una terza; ella divisa tra lopinione monarchica e lopinione
repubblicana, che possono trasfondersi nellopinione costituzionale, la quale
una transazione tra luna e laltra ed accettabile da ambedue, poich il gover-
no costituzionale racchiude in s ci che pu soddisfare i voti di ognuna di
loro. Lorrore che nelle repubbliche si ha contro le monarchie, e viceversa,
considerabilmente diminuito, e spianato il cammino da una allaltra: era que-
sta una conseguenza necessaria della creazione dei governi costituzionali. La

25
Ivi, articoli 3274-3275, carte 264 verso-265 recto.

190
III. Il canchero nella radice

forma dei governi non sarebbe tanto importante se vi si mantenesse una esatta
giustizia, poich la giustizia ci che interessa agli uomini. In tutte le condi-
zioni politiche, le opinioni ed i sentimenti degli uomini non si alterano, se non
quando lequit non presiede pi ai destini della societ. Glimperj rovesciati
per fatto dei popoli non debbono attribuire le loro catastrofi che ad avere
sbandito la giustizia. Quando essa disparve dalla repubblica romana, Roma si
abbandon al potere Monarchico nella speranza che questo glielavrebbe re-
stituita; e quando nellantica Italia si trattava di sapere se Roma rimarrebbe
repubblica o diverrebbe monarchia, i cuori dei Romani erano gi monarchici,
perch la giustizia repubblicana pi non esisteva in Roma. questo un gran
subietto di riflessione per tutti i modi di governo; poich se la giustizia abban-
dona le monarchie, i popoli ricercheranno il governo repubblicano, nella spe-
ranza di ritrovarvela, nello stesso modo che se la giustizia politica si tace nelle
repubbliche, i popoli andranno a domandarla alla Monarchia; questa transi-
zione oggi ben facile, perch il governo costituzionale partecipa delle due es-
senze, perch i popoli passando sotto questo governo vi trovano una parte dei
vantaggi loro, e perch essi vi scorgono delle garanzie di quella stessa giustizia
che forma il solo oggetto dei loro voti e dei loro sforzi26.

Eppure Roma, imperturbabile, proseguiva sulla sua strada, una strada


di perdizione, una strada che, fondata sullodio, avrebbe portato alla rovi-
na dellItalia tutta:

LItalia tanto desiderata, che ha appartenuto a tanti re, a tanti principi, duchi,
e pontefici, senza mai appartenere a se stessa, la contrada che pi dogni
altra deve far plauso allestensione del sistema costituzionale: essa dopo la
caduta dellimpero romano non stata altro che una preda; niuno lha posse-
duta e niuno la possiede se non a questo titolo. Il suo spezzamento la prova
materiale chessa stata una preda spartita. I pretesi diritti dei Re di Francia,
di Spagna, di Germania; e i diritti degli Unni, dei Vandali e dei Saraceni, sono
della stessa natura, ed emanano dallo stesso principio di forza, di violenza, di
brigantaggio. LItalia come la Grecia; ella pu alzare il suo grido dindigna-
zione e sorgere sulle sue tombe; ma essa non come la Grecia ridotta alla
disperazione; ella ha molto da desiderare; ma ha tutto da sperare dalla forza
della civilizzazione che reca a tutti i popoli una minor violenza una nuova
situazione (si desidera ed annunzia la riunione di un solo regno dalle diverse
province italiane, dal quale avvenimento si predice non poter fallire il ritorno de

26
Ivi, articoli 3290-3291, carte 273 recto e verso.

191
Edoardo Ripari

popoli di questa bella contrada alla maest e allo splendore di cui sono capaci). E
Roma? Essa capitale dun culto pu stare senza lItalia: lItalia come regno
politico non pu stare senza Roma. Il solo nome di Roma sembra qualificare
un impero. Roma non necessaria alla religione cristiana lo allimpero dIta-
lia. La Repubblica in un deserto vi splende bella come nel centro di Gerusa-
lemme. Cristo non fond la sua religione in Roma; prefer anzi i tugurii al
Campidoglio 27.

BELLI E I MOTI LIBERALI

Negli anni della Societ di Lettura, della cameretta dantesca, del-


la deliberazione monumentale (1829-1831), un copioso numero di sonetti
romaneschi sviluppa, in una dimensione ora seria ed autoriale, ora, pi
spesso, comicamente plebea, la riflessione di Belli sugli eventi storici e
politici del presente, sullinasprimento, dunque, dello scontro tra le forze
progressiste e rivoluzionarie e quelle dei nuovi zelanti della teocrazia di
Gregorio XVI.
In un saggio del 1963, Giovanni Orioli ebbe gi occasione di studiare
i rapporti tra Belli e i liberali nel corso dei moti del 30-31, sottolineando
la puntualit degli interventi del poeta a giudizio di quegli eventi sia nei
sonetti romaneschi che nellepistolario. In una lettera a Francesco Spada
del 26 giugno 1830, ad esempio, Belli alludeva con evidente atteggiamen-
to polemico alla politica reazionaria di Carlo X, e condannava le misure
prese dal primo ministro francese Jules de Polignac (1780-1847) contro la
libert di stampa:

Ma eh? povero Giorgio jr! ad uso di ricetta. E ora avremo forse un recipe
Guilhelm pro usu. Pillola dura! E il lordo Vellintone, che far? Oh pure i
grandi romori nel gabinetto di Queluz! La Porta si sganghera: Santa Fe gron-
da. Gallia arde. A Buenos-Aires tira aria cattiva. Mexico d in campanelle.
Don Fernando cogliona i figli maschi di S. Luigi: Dante Algeri prepara una
tragicommedia cum notis variorum. S. Nicholaosko piglia Armeni in Salvia-
no, se non li compera a sconto di pigione. Intanto le nuove elezioni oltre-

27
Ivi, articolo 3293, carta 274 verso.

192
III. Il canchero nella radice

monti si affrettano; i Dipartimenti bestemmiano per carit; e il Ministero cer-


ca di lavorarli alla Polignacca, Lauda finem 28.

Belli, assiduo lettore di gazzette politiche italiane ed europee, dimo-


stra, gi in questo brano, una lucida ed attenta consapevolezza del pano-
rama internazionale che in quegli anni, tra rivolte e reazioni, stava mutan-
do radicalmente laspetto dellEuropa, travolgendo e spazzando via vec-
chi pregiudizi, decrepite idealit e interi assetti politici e istituzionali. An-
cora in un sonetto del 15 agosto 1830, Ar zor Carlo X (26) (siamo agli
albori della conversione poetica), egli tornava a meditare con lo stesso
spirito critico sullinvoluzione politica della Francia alla vigilia della Rivo-
luzione di luglio: dopo lassedio e la conquista di Algeri (5 luglio) Carlo X
riusc a forzare limpasse politica interna e consolidare la propria posizio-
ne a discapito dei liberali; di l a breve tuttavia, proprio a causa dello
scioglimento della Camera e della limitazione della libert di stampa (26
luglio), sor Carluccio fu costretto ad abdicare mentre il Parlamento, nel
corso delle tre gloriose giornate (27-29 luglio) di rivolta popolare, dichia-
rava decaduta la dinastia borbonica. Nel testo a parlare ovviamente un
plebeo, e la sua prospettiva non pu che essere reazionaria; il sonetto
per presenta curiose sfumature antifrastiche che consentono al lettore di
cogliere leffettivo pensiero del poeta, il quale nelle terzine sembra pren-
dere la parola direttamente:

Bravo Carluccio! je lhai fatta ggiusta


pe bbatte er culo e addivent ccerasa.
Tosto m! aspetta la bburiana a ccasa
cor general Marmotta de Ragusta 1.

Ah! cched, Ccarluccio? nun te gusta


de port a Ggiggio 2 la chirica rasa?
Drento a le bbraghe te ne fai na spasa? 3
Spada, caroggna! e nn speroni e frusta.

Cor d de bbarba allemme, ar zeta e allAcca 4,


hai trovo er busse 5, e sti quattro inferlicchese
che thanno aruvinato la bbaracca.

28
LGZ, pp. 156-157.

193
Edoardo Ripari

Chi ar Monno troppo v, nnun pijja nicchese 6;


e ttu ppe llavor a la pulignacca 7,
hai perzo er trono, e tt rrimasto? un icchese 8.

Oltre alle rime difficili e ardite, ad espressioni tuttaltro che semplici e


unilaterali, a complicare lambiguit che tuttavia presiede alla costruzione
del testo si aggiungono note in lingua non sempre attinenti al contenuto
dei versi:

1. Il general marmont, duca di ragusi. 2. Luigi XVI. 3. Spargimento di quel che sinten-
de. 4. Alla stampa, sotto la figura delle lettere dellalfabeto. 5. Equivoco fra busse,
battiture, e busse che nelle scuole delle maestre dicono ai fanciulli alla fine dellalfabe-
to, cio: Ette, cnne, rnne e busse, Sia lodato el bon Ges. Le prime voci esprimono
tre segni che nella cosiddetta Santa-Croce (cio labbecedario, perch innanzi allA pre-
cede un ) vengono appresso alla Z, e sono &.V.R.: il busse poi si aggiunge onde far
cadere in rima il nome di Ges, che termina la canzoncina. 6. Nix: nulla. 7. Lavorare
alla pulignacca: far le cose destramente, a capello. Questa frase derivata in Roma dalle
molle da cocchio dette alla Polignac. 8. Un X: un nulla.

Questo avviene, si chiede giustamente Teodonio, forse perch Belli


voleva far dire al parlante il contrario di quello che le parole significa-
no? 29. probabile, invero, che Belli, proprio in questi anni ed in vista di
una possibile pubblicazione della sua opera dialettale, abbia pensato di
ricorrere ai metodi della dissimulazione onesta per nascondere, dietro
la pura denotazione e un gusto squisitamente documentaristico, pi su-
blimi verit.
Scopriamo infatti che neppure Luigi Filippo viene risparmiato da sfer-
zanti allusioni, cariche di ulteriori ambiguit ideologiche che possono tut-
tavia essere ricondotte a coerenza se integrate allinterno di unottica
della distanza. Anche lo Zibaldone conferma, in effetti, come Belli con-
dividesse con gli intellettuali italiani ed europei una profonda delusione
per loperato dellOrlans. Negli estratti dagli Italiani giustificati di Mi-
chele Palmieri egli leggeva, ad esempio, che la rapida involuzione della
politica francese ebbe serie e immediate ripercussioni sia per i compatrio-
ti rifugiati in Francia che per la Sicilia borbonica: qui infatti il Duca si era
dedicato pienamente al liberalismo siciliano, anche a costo di affronta-

29
Teodonio [1998], vol. I, p. 35.

194
III. Il canchero nella radice

re il risentimento de suoi augusti parenti, ma fu infine costretto a cede-


re alle prepotenze di una politica che continuava a depauperare quel-
lIsola meschina, lasciandola senza leggi, senza commercio, senza giu-
stizia; paese dove tutti son rovinati, possedendo, in luogo delle istituzioni
giurate da suoi Principi alla presenza di Monsignore il Duca dOrleans,
una miseria spaventevole, monaci in gran copia, e il pi ributtante dispo-
tismo 30. Proprio come accadeva nella Roma gregoriana, dunque; e alle
condizioni della sua piccola patria Belli pensava anche annotando nello
Zibaldone questo curioso aneddoto:

Giusta unantica costumanza nel Delfinato (capitale Grenoble in Francia) il


popolo nella prima domenica di quaresima suol fare numerose mascherate.
Nella quaresima attuale (1832) sonovi accaduti gravissimi disordini per una
mascherata ingiuriosa al governo di Luigi Filippo 31.

Facile riandare con la memoria ai tanti sonetti romaneschi in cui il


carnevale, lungi dallo scoronare il potere, sempre negato per ragioni
di sicurezza politica, e al plebeo non resta che rassegnarsi alla sua sorte di
oppresso. Significativo questo sonetto del 6 gennaio 1833, Una sciarab-
bottana (700), dove Belli amplifica la sua voce indispettita attraverso note
puntuali e risentite:

Sarebbe bbuffa che stanno ar finale


der giubbileo de Pascua Bbefania,
m jje vienissi stantra frenesia
de prorogallo a ttutto er carnovale.

Direbbe allora per la parte mia


cher Zanto-Padre nostro ssenza sale,
e ccher Romano lo conossce male
levannoje sti ggiorni dallegria.

Adesso coggni cosa va a ccartoccio!


sciamancherebbe puro un Papa sscemo
che inibbissi quarcora de bisboccio!

30
Palmieri [1831], p. 18.
31
Zibaldone, IX, carta 182 verso.

195
Edoardo Ripari

Pe cquesto er Campidojjo * lui medemo


currerebbe a Ssampietro a ppreg er Boccio
de dacce la liscenza che rridemo.

* Si pu francamente asserire non essere ai rappresentanti del popolo romano restata


quasi altra giurisdizione, che quella di dirigere e premiare i cavalli delle corse carnasciale-
sche.

Nel corso del 1834, inoltre, Luigi Filippo dOrleans era entrato in
aperto contrasto con le correnti liberali e massoniche, che risposero al-
lormai sempre pi accentuata involuzione costituzionale con rivolte sia
a Parigi che a Lione; lanno successivo, poi, cera stato lattentato al re,
su cui Belli sarebbe ritornato, ed ora, tra il luglio e lagosto, in Polonia le
manovre militari di russi e prussiani a Kalitz preludevano a unalleanza
antifrancese, a un vero e proprio spianto per la Francia. Il poeta ne
parla nel sonetto Bbone nove (1599), del 28 agosto 1835, dove si accen-
tua la sua indignazione, ma con essa anche lo scetticismo nei confronti
del presente politico:

Io le nove le s dda fra Ssiconno


er laco der padre Dejjantoni,
coggni sera co ccerti chiacchieroni
legge li fojji e mmette in paro er monno.

Bbe ddunque in Francia er Re li framasoni


nun ce lo vonno ppi, nnun ce lo vonno;
e ssingeggneno a ff cquello che pponno,
pe llevsselo for da li cojjoni.

Quelle s ttutte sette indemogratiche,


disce er frate, che vonno larcana,
ma llassa f le potenze alleatiche.

Adesso lalleatichi tratanto


vanno ar campo der clisce in Turchia,
e ddoppo in Francia sentirai che spianto!

196
III. Il canchero nella radice

Il fastidio di Belli per notizie bbone, evidentemente, solo dal punto


di vista del frate, trova espressione proprio nellandamento antifrastico
dei versi, per cui la posizione dei reazionari, cadendo vittima di un lin-
guaggio spropositato, subisce nel messaggio un vero e proprio rovescia-
mento. La deformazione semantica dunque acquisisce una chiara e po-
tente capacit significativa, che tuttavia, osserva ancora Teodonio, sem-
bra rivelare una sostanziale incoerenza, risolvibile daltra parte se riporta-
ta alla prospettiva di una scettica, certo non serena equidistanza: i partiti
democratici, dunque, diventano sette indemogratiche, dove si coglie una
evidente assonanza con indemoniate; per gli alleati a loro volta diventa-
no potenze alleatiche, con una pi sottile consonanza con aleatici, con-
fermata poi dal fatto che, coerentemente, vanno al calisce 32. Nel sonetto
del 14 agosto precedente, La notizzia de telfrico (1576), relativo appunto
allattentato a Luigi Filippo del 28 luglio da parte di Giuseppe Fieschi,
qualsiasi portato ideologico del messaggio si annulla nel gioco linguistico,
che tuttavia non appare fine a se stesso:

Ha ssentito, Eccellenza, a ddon Bennardo


che ggran nova jha ddato un uffizziale
che llha intesa da un omo ggi ar bijjardo,
che llha lletta in ner fojjo der giornale?

Disce cher Re de Francia, ar baluardo


der Tempio de le guardie nazzionale,
un certo Monz Ggichemo Ggerardo
jha spartuna machina infernale.

Le palle hanno ammazzato pe ffurtuna


un zubbisso de popolo innoscente,
e ar Re ppoi, chera robba sua, ggnisuna!

Chi stato crto in testa, chi in ner core,


chi in ne la panza; e er Re e li fijji ggnente!
Ce se vede la mano der Ziggnore!

32
Teodonio [1998], vol. II, p. 476.

197
Edoardo Ripari

La conclusione del componimento, inoltre, al di l di una comicit


paradossale, non rivela anche unironia disillusa e amara su un provviden-
zialismo che Belli rifiuta e i sonetti romaneschi, nel loro macrotesto, esclu-
dono drammaticamente? Ma soprattutto, scopriamo la voce pi intima
del poeta proprio laddove, in un atteggiamento cristiano e creaturale ovun-
que ricorrente, laccento cade sulla solidariet verso vittime indifese e in-
nocenti, che ignare si ritrovano a subire una storia che le esclude dal suo
violento corso. Questa incondizionata simpatia per le vittime, in effetti,
determina le dure parole di giusta vendetta espresse dal plebeo alla
notizia de La morte de Fieschi (1767), dove lattentatore del re tuttaltro
che riabilitato dalla voce del popolo di Roma 33:

A ddodisciora er venard a mmatina


der giorno disciannove de frebbaro
quer porco frammasone carbonaro
de Fieschi ann a mor a la quajjottina.

Disce per che cce sputava amaro


perch jjera in ner core una gran spina
dav dabbandon una scerta Nina
che llui lamava co un affetto raro.

Nun ce fu ttanta Nina o ttanta Nena:


lui bbisoggn che sse fascessi sotto
e scontassi er dilitto co la pena.

Limparzialit del giudizio belliano, inoltre, appare evidente nellulti-


ma terzina, che riconduce la vicenda di Francia a una polemica tutta in-
terna alla politica di Gregorio XVI, di cui un certo Monsignor Fieschi era
maestro di camera:

Uh! ... cc ggnisuno cqua cche jjarieschi


de sap ddimme si cco cquer birbotto
ciabbi ggnente che ff Mmonziggnor Fieschi?

33
Orioli [1965], p. 54.

198
III. Il canchero nella radice

La dimensione romana di questi versi viene estesa anche al sonetto


successivo Li ritratti de lujjo (1768) , che torna sullargomento con una
protesta diretta, nel testo e nelle note, contro il direttore del giornale Il
Tiberino, il quale aveva proposto lintelligente promozione di vendere i
ritratti dei cinque attentatori a un prezzo dieci volte maggiore di altrettan-
ti ritratti di santi pi quello del papa:

Sor mannatro mio der Tibberino *,


lei nun zo ccosa diavolo se peschi
dann cchiedenno un pavolo pe Ffieschi
e pe Mmor, Bboir, Bbessc e Ppeppino.

Ar monno doggi se starebbe freschi


a ppag ddu bbajocchi oggni assassino!
Me pare a mm cca vvol dd un lustrino
pe ttutte ccinque, ebb, ppuro arincreschi.

Capisco, s rritratti; ma, cojjoni!,


nun ciaccommida a nnoi de f ste spese
pe stasse a ccontempr ccinque bbirboni.

Cinque vassalli un giulio! ccosa bbuffa,


quanno cavmo poi for de le cchiese
cinque Santi a bbajocco e r Papa auffa **.

* Parole dirette al camminatore della Direzione del giornale Il Tiberino, che andava
offrendo un foglio coi ritratti de condannati del 29 luglio 1835, pel prezzo di un paolo.
** Precise parole di un girovago venditore di stampe, che spacciava un rame con 5 santi
canonizzati da Pio VII, e fra quelli il Papa canonizzatore.

Ancora nel 1837, Belli sarebbe tornato ad ampliare la sua prospettiva


critica gettando il suo sguardo polemico sullintero contesto europeo; nel
corso della nuova ondata reazionaria che stava investendo lintero conti-
nente, il sonetto Le commediole (1904), del 25 maggio, veniva ad esprime-
re un giudizio estremamente severo sui commedianti della politica di tut-
ta Europa, senza escludere, ovviamente, Sua Santit Gregorio XVI:

199
Edoardo Ripari

Quello der Portogallo, che sse disce


re, sta a Rroma a ccredenza, e cciarza trono 1.
Quello de Francia pubbrica er perdono
eppoi strilla: Ah mmundi! mm ss ffilisce 2.

Quelantro de li Greghi, ch er pi bbono,


se farebbe arrost ssu la scinisce
per zu popolo: e intanto nun disdisce
le truppe che Ppap jje mann in dono 3.

Lo Spaggnolo dilibbera la Spaggna


a ccannonate 4; e Ssuarfa romano 5
piaggne er fraggello de la fame e mmaggna 6.

Misreli accus na quarta rasa


e una corma, pe dio!, s ssempre un grano;
e ffanno tutti er teatrino in casa.

1. Don Michele I di Braganza e Alcantara alz trono pel baciamano del San Michele
1836. Fu a porte chiuse, ammessi i soli di lui confidenti, presi fra i pi screditati
cittadini di Roma e innalzati al grado di ciambellani e grandi dignitari di corte. 2. Il re
Luigi Filippo di Borbone, proclamata per necessit la generale amnistia politica (sot-
to alcune riserve fondamentali), abbracci il suo ministro guarda-sigilli esclamando
scenicamente: Enfin je suis heureux!. 3. Otone di Baviera, re dellEllade, ha pel
riposo de suoi amatissimi sudditi prorogato clementemente di altri quattro anni il
soggiorno de reggimenti bavari sul territorio greco. 4. Don Carlos di Borbone mas-
sacra i diletti figli del suo cuore, onde liberarli dalla oppressione del regime costitu-
zionale sotto le di lui dolci cognata e nipote, Cristina e Isabella. 5. Sualfa: nome di
ironica intelligenza. 6. Si allude alla carestia prodotta dalle convulsioni atmosferiche
di questo anno e del precedente. La Santit di Gregorio XVI non fa che gemerne pei
tipi della R.C.A.

E davvero un componimento come questo sembra smentire, in via


definitiva, i tentativi di ridurre il pensiero di questo grande e poliedrico
poeta a una dimensione codina e reazionaria, e daltra parte giustificare
come negli anni immediatamente successivi al tramonto della musa dia-
lettale personaggi del calibro di Giuseppe Mazzini abbiano potuto legge-
re molti sonetti romaneschi in chiave squisitamente liberale. Le opinioni
del Belli in tal caso osserva Orioli sembrano collimare con quelle dei
liberali italiani, amaramente delusi dallatteggiamento ambiguo di quel re

200
III. Il canchero nella radice

[Luigi Filippo] che aveva tradito le loro aspettative con la politica del non
intervento e che, col passare del tempo, pareva sempre pi somigliare a
un sovrano assoluto 34. Le commediole dunque, che per le sue caratteri-
stiche di stile e contenuto va letto nel filo occulto dellindignatio politi-
ca propria di tanti prosimetri gi esaminati, assume rispetto a questi un
ulteriore spessore critico: laddove lapparato in lingua di componimenti
quali Er padre de Ghitanino o Monziggnore s stato ferito limitava la sua
prospettiva di militanza al contesto specificamente pontificio, riducendo
lorizzonte storico a cronaca, le note di questo sonetto assumono la di-
mensione di un vero e proprio giudizio storiografico: una bilancio detta-
gliato e ben definito della situazione politica europea nellanno di grazia
1837.
Eppure, anche in questo sonetto, che riduce lintero teatrino politico a
farsa attraverso unira che nega, deride e distrugge 35, il poeta abdica
dalla responsabilit ideologica di avanzare una pars costruens, in assenza
della quale prevale uno scetticismo disincantato, sullorlo del pessimi-
smo storico, dallo spessore sovrapartitico e metapolitico; ed a ragione
Felici ha osservato come di fronte agli avvenimenti storici Belli si sia
sforzato di mantenere una posizione distaccata e serena, cercando di
valutare equamente tutte le componenti della situazione venutasi a deter-
minare 36. N tuttavia il distacco riesce sempre ad accompagnarsi a se-
renit 37, laddove lequidistanza non risolve il dubbio, la remora intellet-
tuale e psicologica, e si rivela come mera strategia di medietas di fronte
allimpossibilit per il poeta di assumere una posizione unilaterale e defi-
nitiva, o di riconoscersi con una determinata ideologia storica. Proprio
nella maggior parte dei sonetti politici del 1831, in effetti, Belli, certo at-
tento a cogliere le atmosfere surriscaldate dello scontro in corso, vigile e
preoccupato per landamento dei moti, sceglie tuttavia di veicolare il suo
incerto pensiero solo attraverso una prospettiva obliqua, dando spazio
pressoch esclusivo alla voce sanfedista del plebeo, alla cui coscienza si
oppone con forza attraverso lantifrasi e il sarcasmo, senza per esplicita-

34
Ibidem.
35
Carducci [1939], p. 386.
36
Felici [1965], p. 395.
37
Ibidem.

201
Edoardo Ripari

re in via diretta le istanze del secondo membro, positivo e ideologico,


della formazione di compromesso. Cos accade nel sonetto Li bbaffutelli
(197), del 9 ottobre, dove la violenza ultrareazionaria che autocondanna il
locutore plebeo raggiunge una truce e volgare ottusit:

No, ppe ccristaccio, nun volemo un cazzo


sti bbaffetti pe Rroma in priscissione;
che vviengheno a dd er zacco su a ppalazzo,
e a bbuggiar la santa riliggione.

Ma er Papa nostro, si nun cojjone,


ce lha dda f vved cquarche rrampazzo!
Bastabbino lidea de frammasone
pe mmannalli a impicc tuttin un mazzo.

E ppe nnun f a chi fijjo e a chi ffijjastro,


a le mojje bbollateje la sorca,
e a li fijji appricateje lincastro.

Si a dd un essempio a sta canajja porca


poi manca er boja, s cqu io pe mmastro,
che sso ccome se sta ssotta la forca.

Ancora nel sonetto Larmata nova der Sommo Pontescife (207), dell11
ottobre seguente, il ricordo del fallito tentativo insurrezionale del 5 feb-
braio, violentemente represso e strumentalizzato al fine di inasprire il con-
trollo poliziesco sulla citt di Roma (anche in questa circostanza furono
proibite le maschere per il carnevale), viene affidato a una voce esclusiva-
mente popolare, verso la quale la diffidenza, se non meglio il disprezzo di
Belli evidente. Avviene ancora che il parlante cade vittima del suo stesso
linguaggio, fino allesito paradossale dellultima terzina, dove possibile
cogliere, assolutamente camuffata, la malizia dellintellettuale:

Com ita a ffin la ribbijjone


caveva da sfasci Ppiazzacolonna? 1
Ce lha mmesse le mane la Madonna!
vvienuto Sampietro cor bastone!

202
III. Il canchero nella radice

La bbarca de la fede nun zaffonna,


nun ha ppaura un cazzo de bbarbone:
duncue chi vv alloggi ssenza piggione,
ce vienghi a rriprov cco la siconna.

Pe ff mmejjo addann li ggiacobbini


mo ssariveste nantra truppa vera,
e sse so ttrovi ggi li tammurrini.

Gi sarippezza a nnovo la bbanniera;


e ddoppo a li sordati papalini
je sha da f na statua de scera 2.

Le stesse note in lingua, luogo privilegiato delle istanze del poeta, pur
suggerendo nel loro distacco la natura critica dellatteggiamento di que-
sti, rivestono un ruolo puramente denotativo:
1. In Piazza Colonna accadde il movimento rivoluzionario alla prima ora di notte del
giorno 12 febbraio 1831, ultimo sabato di carnovale. 2. Fare una statua di cera ad uno,
vale: riputarlo per lottimo fra suoi eguali.

A riprova del liberalismo belliano, nel suo articolo lOrioli chiamava a


testimonianza il sonetto Lottobre der 31 (1053), del 32 gennaio 1834 38: in
questo componimento, in effetti, lapparato esegetico torna ad atteggiarsi
polemicamente, in perfetta coerenza col tema macrotestuale dellindignatio
civile. Ma la militanza belliana, esclusivamente decostruttiva, viene di nuovo
a limitare il suo raggio dazione al ristretto orizzonte politico pontificio, e pur
mantenendo una mirabile forza corrosiva, si espone al rischio di ricondurre il
giudizio storiografico a una prospettiva cronachistica e provinciale:

Come! e in un tempo de tanto fraggello,


che, ssi rridemo noi, puro ddilitto,
er Papa che sse stampa 1 accus affritto
se ne va intanto a vvilleggi a Ccastello!

Mentrer tesorierato ttanto guitto


che nnun c in cassa manco un quadrinello,
l sse spenne mijjara a rrif bbello
tutto er palazzo 2, e r Monno ha da st zzitto!

38
Orioli [1965], pp. 55-56.

203
Edoardo Ripari

Dove scime de Papi hanno passate


tante staggione cor mobbijjo vecchio,
nun p sta cchi pper dio jjeri era frate! 3

Romani mii, specchiateve in sto specchio


e ccapite che ttutte le sscimmiate 4
che ffa llui, s bbusce da mozzorecchio 5.

1. Si stampa. Ne molti editti che si stamparono durante le vicende politiche del 1831, non
si leggevano che espressioni di cordoglio e di pianto delle paterne viscere di Sua Beatitudine.
2. A rifar bello tutto il palazzo. Malgrado la trista condizione dellerario in quel tempo, si
spesero vistose somme per rimodernare il palazzo, cos che meglio che ad un papa potesse
dar ricetto ad una sposa regina. 3. Gregorio XVI in brevi istanti passato dal chiostro al
trono. 4. Scimmiate: leziosit sceniche. 5. Mozzorecchi sono detti i cavillosi e bugiardi
leguli del romano foro.

Lindignazione politica di Belli, consona a un ideale di cristianesimo


evangelico e pauperistico, si riduce semmai a nostalgia verso pontificati
migliori, al tempo in cui scime de Papi consapevoli della propria re-
sponsabilit trascorrevano tante staggione cor mobbijjo vecchio. Non
va poi dimenticato che, come osservammo, le simpatie belliane per i moti
insurrezionali vengono drasticamente meno proprio nel 1831, quando gli
ideali furono ridotti dagli eventi a mere coglionerie 39. Accanto alla sati-
ra politica, infatti, lassunzione di prospettive intimamente cristiane sem-
pre presente, e veicola ovunque un profondo scetticismo nei confronti
del proprio tempo e delle tempeste che lorizzonte della storia faceva pre-
sagire sempre pi burrascose e violente. Del 10 maggio 1832, anzi, una
lettera a Mariuccia svela un intimo sentimento di precariet sociale, e il
gregario cittadino pontificio manifestava un evidente desiderio di pacifi-
cazione sociale, nella viva preoccupazione per un mondo ridotto a cola-
brodo:

La frequenza di simili sconcerti per diversi luoghi dello Stato non pu essere
favorevole al ristabilimento della buona intelligenza reciproca, tanto necessa-
ria pel ritorno di un ordine desideratissimo, al quale ciascuno dei partiti do-
vrebbe cospirare, cooperando col sagrifizio duna parte del proprio orgoglio e

39
Zibaldone, IX, carta 114 verso.

204
III. Il canchero nella radice

del sommo diritto che affaccia. Il Mondo pare oggimai una caldaia di mosto.
Per ora grandacido si sviluppa: quando ci consoleremo col vino di tanto fer-
mento? Iddio ci tragga da tanti imbarazzi, ci faccia buoni, ci consoli, amen 40.

Qualche mese prima, il 27 gennaio, Belli scriveva il sonetto Er trionfo


de la riliggione (380), storia del giorno [5] febbraio 1831; qui lallusione
ai liberali, nella distaccata denotazione dellapparato in lingua, lascia tra-
pelare un pi profondo disagio, un rancore che proprio nel sarcasmo sde-
gnato manifesta la disillusa equidistanza del poeta:

Cuer giorno che vvoleveno sti Cani *


lev ar Zommo Pontescife lo scetro,
lui pe mmette coraggio a li Romani
fesce un giretto attorno de Sampietro.

Che vvi vede sart li bborghisciani


sur cel der carrozzone, e avanti, e ddietro!,
e ppe rreliquia de bboni cristiani
staccajje ggi llottoni come vvetro!

Er Maggiordomo fesce a Ppidocchietto


che diede un bascio ar Papa: Eh galantomo,
cuer culo a lo sportello un po ttroppetto.

E Ppidocchio, co ttutto er pavonazzo,


disse in cuer tuppetuppe ar Maggiordomo:
Zitto ll vvoi che nun capite un cazzo.

* I liberali, o rivoltosi come si chiamano.

Ancora nel 1832, Belli riscopriva che gnisempre un pangrattato (501),


che Panza piena nun crede ar diggiuno (675), e le vaghe speranze di rinno-
vamento sociale, appena intraviste nello scarto tra gli ideali delle sue illu-
minate letture e il fallimento degli stessi nella fenomenologia degli eventi,
si riducevano a disperazione politica, come nel sonetto Lordine de Caval-
laria (320), del 9 gennaio:

40
In Spagnoletti [1961], vol. I, p. 248.

205
Edoardo Ripari

Er Papa, cher Ziggnore lo conzoli,


doppo av co ddu editti solamente
fatto vien, ddeograzzia, un accidente
a sti ggiacubbinacci romaggnoli,

pe ddistingue de ppi ggente da ggente


e ddivide accus ccesci e ffascioli,
ha mmannato una crosce 1 a li fijjoli
che in cuer frufr 2 nun hanno fatto ggnente 3.

E stantri cavajjeri cha inventati


nun hanno dann mmai contro er Granturco 4
pe av la rimissione de peccati.

Pe spieg ppoi chi s, lha bbattezzati


fijji de San Grigrio e ttamaturco
protettor de li casi disperati. 5

1. Allude al nuovo ordine cavalleresco di S. Gregorio, istituito da Gregorio XVI per rimu-
nerare chi gli sembrato bene dopo la rivoluzione del 5 febbraio 1831. 2. Confusione. 3.
Qui propriamente vuol dire non aver essi fatto n male n bene. 4. Gran Signore, e grano
turco. 5. Un mandatario della Confraternita di S. Gregorio Taumaturgo grida: Devoti de
san Gregori ettamaturco protettor de li casi disperati, deo gherazzia. Qui pu allude-
re a disperazione politica.

La vera forza politica della poesia di Belli, daltra parte, si afferma


proprio nellimpossibilit per questi di identificarsi con un movimento
politico reale, laddove alla sconfitta degli ideali sul terreno della verit
storica succede il riconoscimento radicale e spietato di un vero effettuale
ed ontologico. I sentimenti belliani di orrore ed odio verso i tiranni 41,
dunque, non possono essere ricondotti a una ideologia storicamente de-
terminata: lottica dei sonetti non alfieriana, e tanto meno risorgimenta-
le. La perenne grandezza delle intuizioni politiche di Belli sta nella sua
lucida riflessione sullantropologia del Potere, concepito come Potentato
di memoria scritturale, unentit corrotta nellessenza, una manifestazio-
ne organizzata del male, un arbitrio mostruoso ma necessario, come acca-
de nel terribile sonetto Laricreazzione (1565):

41
Orioli [1965], p. 59.

206
III. Il canchero nella radice

Detta cher Papa ha Mmessa la matina,


e empite le santissime bbudelle,
essce in giardino in buttas e ppianelle,
a pijj na bboccata daria fina.

L llegato co ccerte catenelle


sce ti un brutto uscellaccio de rapina
e, ddrento a una ramata, una ventina
o ddu dozzine ar pi de tortorelle.

Che ffa er zantomo! Ficca drento un braccio,


pijja na tortorella e la conzeggna
ridenno tra le granfie a luscellaccio.

Tutto lo spasso de Nostro Siggnore


de ved cquela bbestiaccia indeggna
squarciajje er petto e rrosicajje er core.

Mai Frate Mauro cos animalesco come in questo suo ritratto in pan-
tofole. Il papa-Dio signore assoluto, per arbitrariet, della vita, della
morte, della sofferenza gratuita dei suoi sudditi-tortore, dati in pasto per
soddisfazione, per gusto, secondo una costellazione simbolica propria
dellarchetipo della predicazione popolare del Deus ridens, a quel rapace
che simbolo dello stesso papato.
La disperata impotenza ad agire su un piano politico dunque, in circo-
stanze come questa, si rivela un motivo di forza poetica, una vittoria della
poesia nellorizzonte metastorico, che riscatta il poeta dalla sconfitta ine-
vitabile sul piano di una storia che si imponeva violenta e inesorabile. E
daltra parte, proprio quando si imbatte in ostacoli insormontabili Belli
diventa distruttore e cantore ammaliato, eretico e pieno di Dio, consape-
vole che si pu essere carnefice e poeta 42.

42
LGZ, p. 566.

207
Edoardo Ripari

LA SOVRANEZZA

1. La lucida consapevolezza delle dinamiche storiche del proprio tem-


po, che il suddito pontificio condivideva con la pi avanzata intellighen-
zia italiana ed europea, torna ad imporre alla nostra attenzione linterro-
gativo che abbiamo posto alla base di queste pagine. Occorre chiedersi,
insomma, quale peso effettivo il portato delle nuove idealit paradigmati-
che, delle quali Belli evidentemente ha provato ad appropriarsi con inedi-
ta maturit intellettuale, pot avere sulla sua formazione politica e sulle
sillabette pi corrosive della sua musa romanesca. necessario dunque
provare ad assaporare le parole dei lumires, di Volney e di dHerbigny in
particolare, spostandoci nellorizzonte di ricezione dellopposto paradig-
ma storico-politico e religioso (quello della teocratica Santa Romana Chie-
sa) nel quale Belli si trov a pensare ed operare, per scoprire infine come
agli occhi di un osservatore emancipato, quale certo era il Trasteverino, le
premesse e le promesse dei destini dEuropa si presentassero come tenta-
zione accattivante, vissuta tuttavia nel rischio concreto di imbattersi in
ostacoli e remore insormontabili, intimi alluniverso politicamente iner-
te di una Roma che restava lingranaggio immobile della sempre pi mo-
bile macchina europea, e dove lazione politica e la spregiudicatezza del
pensiero che questa animava, tendevano a identificarsi atavicamente, per
dirlo con Delumeau, con il peccato e la paura 43. Non un caso, forse,
che negli anni della piena maturit, ripensando al remoto passato di Roma
e ai suoi futuri destini, Belli abbia polemizzato proprio con dHerbigny.
Sarebbe dHerbigny, infatti, il sor don Tizzio del sonetto La scitt eter-
na (1232) del 22 aprile 1834, dove Belli ritorce contro il Francese una
vaga disperata speranza nei valori positivi della libert, cio di una religio-
ne liberatrice degli uomini che sopravvivesse anche ai miti della violenza e
dellintolleranza clericale 44:

Gusto sce lavrebbe io, sor Topaj,


che Rroma tra cqualunque priscipizzio
campassi inzino ar giorno der giudizzio
e ppuro un po ppi in l ssi ccasomai.

43
Delumeau [2006].
44
Muscetta [19832], p. 203.

208
III. Il canchero nella radice

Ma ssempre ha ttorto marcio er zor don Tizzio,


che la preposizzione cavanzai
ner d cche sta scitt pp pass gguai,
sii dilitto danncce a SsantUffizzio.

Dunque, pe llui, la riliggione e Rroma


s ddistinate inzieme a una cascata
come cascheno lasino e la soma?!

Dunque la riliggione a stabbatino


nun je p arregge si nun affonnata
sopra Ppiazza-Navona e ar Babbuino?!

Questi versi per non sono tanto la testimonianza dellamore del poe-
ta per Romaccia: un amore che gli faceva escludere che la sua fine
fosse legata alla fine del cattolicesimo, in una estrema apocalisse 45; quan-
to piuttosto limplicita confessione del timore che quella possibilit fosse
non solo verosimile ma vicina a realizzarsi.
Unopposizione radicale tra politicit e religiosit si imponeva infatti
al pensiero di Belli proprio nel momento della sua immersione nel pri-
mordio romanesco. Ma proprio questesperienza radicale, nei due de-
cenni di totalizzante lavoro clandestino, non tendeva forse, lungi dallaf-
fermarsi come atto di un pensiero progressivo, a rimanere impaludata
nella ripetizione del rito e della liturgia, certo ardita o sacrilega, di un
eterno presente? Belli invero, che si era ritrovato nella difficolt di rap-
presentare nei suoi versi le dinamiche storiche di quel mondo plebeo esclu-
so dalla storia, rischiava di trovarsi gettato nella condizione di dover ac-
cettare quella stessa naturale immobilit cui pure, nella ricerca di criteri
di miglioramento, aveva cercato di opporsi, e che presto, nella perce-
zione che lo scontro in corso fosse definitivo e assoluto, avrebbe strenua-
mente difeso. Anche nei momenti in cui la forza critica della poesia si
afferma con inaudita efficacia, il sedimento religioso del poeta, con i sui
dubbi metafisici, e quello del popolo in cui si cala, con la sua ancestrale
superstizione rafforzata da una destorificazione istituzionale che agiva
per il mantenimento della presenza contro la minaccia dellirruente sto-

45
Ibidem.

209
Edoardo Ripari

ria, tendevano a prevalere egemoni, al punto che gli stessi sonetti politici
pensiamo ad esempio alle ambiguit di Gnente de novo sfuggivano
programmaticamente alla prospettiva dello storicismo liberale, risolven-
do il senso dellessere storico sul piano di unermeneutica metafisica e
ontologica. Non vogliamo, n certo possibile farlo, disconoscere il ricor-
rere, nel 996, di un atteggiamento distruttivo che spinge il poeta al di l
della mera negazione: prevale tuttavia, nella belliana fede in una religio-
ne disperata costellata di fermenti di vera e propria miscredenza 46,
uno scetticismo erede di una remora profonda, di un dubbio e di una
paura squisitamente cattolici, che ostacolano lassunzione definitiva di una
prospettiva riformistica o rivoluzionaria, e la possibilit, dunque, di rior-
ganizzare in senso positivo tutti quei valori e quelle realt di cui, spietati,
i versi romaneschi fanno tabula rasa.
Nel sonetto del 9 novembre 1832, Er codisce novo (435), ad esempio,
la rabbia esplosiva che accomuna autore e plebe diretta, chirurgica, e
riflette le acquisizioni liberali di Belli in ambito giuridico e legislativo.
Eppure, dietro la pars destruens, negato qualsiasi approdo in una con-
cezione conseguentemente razionale del mondo 47, al punto che il poeta
e il suo popolo vengono a trovarsi accomunati nella stessa subalternit
costituzionale:

Poveri gonzi, currete, currete


a llegge sti lenzoli a li cantoni:
che vve penzate, poveri cojjoni?,
de trovacce da bbeve pe cchi ha ssete?

Ve lo dichio si mmai nu lo sapete


che cce sta scritto in cuelli lenzoloni:
ninfirza de castighi bbuggiaroni
da facce inciampic cchi nun pprete.

Varda ll! pe ggni caccola na Legge,


na condanna, un fraggello, un priscipizzio!,
accidentacci a cchi ssa scrive e llegge.

46
Cfr. Samon [1969], pp. 5-11. E vedi a p. 15: La razionalit piena sempre in
apparenza a portata di mano di Belli, che per, nei fatti, mai la raggiunge pienamente.
47
Ivi, p. 77.

210
III. Il canchero nella radice

Bono ca ste cartacce chi ha ggiudizzio


p mmannajje na sarva de scorregge
cor pijj la patente a Ssantuffizio.

Si percepisce, nellintero macrotesto dialettale, la partecipazione sim-


patetica di Belli alle istanze illuminate, o ancora al tentativo di mediazione
proposto da dHerbigny per salvare i popoli dalle aberrazioni dei re e i
re dalle violenze dei popoli, nella visione di unEuropa in cammino
verso forme di governo costituzionali in un sistema vantaggioso per tutte
le parti sociali in campo. Ma quando lo stesso dHerbigny puntava lindi-
ce sul mostro cattolico, gridando o Roma o il pensiero, il dubbio impe-
diva al suddito pontificio di andare a fondo, nellimpossibilit di scorgere
la strada per procedere a una ricostruzione dalla macerie che le sue eresie
romanesche avevano prodotto. E daltra parte, come poteva reagire, il
cattolico poeta, alle affermazioni radicali cui il Francese tanto spesso si
abbandonava con vaticinante passione, affermando ad esempio:

Ammiriamo una religione la quale ha sopravvissuto a questi orrori e che quasi


per miracolo si salvata dalla mano stessa de suoi ministri. Laspetto di tante
calamit, lorrore di tante crudelt, il sentimento della felicit del Mondo fece-
ro prorompere Enrico IV in queste grandi e gravi parole: Nulla andr bene in
questo Mondo, finch non avremo rovesciato la Monarchia di Roma?

Quella di Belli, evidentemente, la parabola di un intellettuale che si


sforzato di spostarsi verso le idealit di un nuovo paradigma storico, e che
tuttavia, nel tentativo di ricondurre quelle stesse in una visione politica
razionale e praticabile, si ritrovato inevitabilmente a subire il peso delle
catene ancora imposte dallorizzonte paradigmatico opposto; la vicenda
di un grande poeta, che ha formato il suo pensiero attraverso le pi mo-
derne ed eterodosse letture, e che allo stesso tempo stato costretto a
operare allinterno di un universo culturale, quello controriformistico,
radicato nella profondit della sua coscienza e risvegliato dallimmersione
nel primordio dellottenebrata plebe pontificia. Per quanto il grado di
emancipazione raggiunto da Belli continui giustamente a sorprendere,
doveroso capire che un secolare paradigma comporta nel tessuto intellet-
tuale e fisiologico di un individuo o di un gruppo che lhanno vissuto e
subito, degli stigmi che tendono a riaffacciarsi inevitabilmente, sotto for-
ma di segni o sintomi. Il poeta, dunque, viveva le sue contraddizioni pro-

211
Edoardo Ripari

prio nel momento storico di una cesura paradigmatica, di uno scontro di


fedi opposte che assumeva i connotati di una nuova guerra di religione,
riconducendo ogni attesa di fronte a un vero e proprio aut-aut. Tale consa-
pevolezza, negli anni accentuatasi nel solco di un rassegnato pessimismo,
avrebbe di fatto impedito al cittadino della teocrazia occidentale di tradur-
re in atto ogni ideologia acquisita, e nel suo impatto effettivo con la storia
si veniva palesando in maniera man mano pi netta la precariet della
risposta che [egli] tentava di dare alla crisi sociale che lo investiva 48.

2. Nei sonetti romaneschi in effetti, al di l di ogni aspettativa, la so-


vranezza, pur attaccata nella sua stessa essenza di immagine di Dio gua-
sta e corrotta, guardata attraverso un filtro carnevalesco e rappresentata
con un espressionismo linguistico che tutto deforma e corrode, non mai
da Belli veramente messa in discussione, nella convinzione, di neotesta-
mentaria e paolina memoria, che larbitrariet del potere politico vada di
pari passo con la necessit del Principato. Non lo , osservava gi Carpi,
a livello religioso Dio come creatore-responsabile rimane unentit non
revocata in dubbio dal pi radicale scetticismo nei confronti de La rilig-
gione der tempo nostro (1711) o de La pantomima cristiana (1790); non lo
a livello statuale dove il papa e in genere i vicari possono anche essere
oggetto dellavversione pi nauseata come nei quattro sonetti Un antro
viaggio der Papa (1552-1554), ma sono nel contempo subiti ed accettati
quale presenza inevitabile 49.
Ne La spiegazzione de li Re (1493), ancora, dove Belli elabora una stra-
ordinaria analisi antropologica delle origini del legittimismo, ogni scoro-
namento del potere, carnevalesco o reale che sia, si rivela per natura
impossibile, giacch nei sovrani la corona una sorta di biologica escre-
scenza della fronte:

Li Re a bbon conto s nne le nazzione


come la testa soprar corpo umano;
che cquanno disce lei le su raggione
ccome labbi dette er corpo sano.

48
Carpi [1978], p. 59.
49
Ivi, p. 57.

212
III. Il canchero nella radice

Ce v un popolo matto in ner cestone,


pe ccrede de camp ssenza sovrano.
Dunque oggnuno se tienghi er zu padrone,
e aringrazziamo Iddio cor core in mano.

Quello lass ffa tutto co pprudenza;


e mmentre che li Re llui lha ccreati
v dd ccher monno nun p stanne senza.

Ecco perch li Re, ssor Tisifonte,


nascheno tutti bbelli e ppreparati
co la corona ggi incarnita in fronte.

Lo stesso papa autoriproducentesi allinfinito ne Er passa-mano (1696)


sonetto che la critica ha molto spesso preso a riprova dellodio antiteo-
cratico del poeta , pi che un Visn di montesquieuana memoria, o ipo-
statizzazione di brani del Volney, si rivela, nella suggestiva e sottoscrivibi-
le tesi di Giovanni Pozzi, un personaggio portatore di un paradosso or-
todosso:

Er Papa, er Visceddio, Nostro Siggnore,


un Padre eterno comer PadreEterno.
Ciov nun more o, ppe dd mmejjo, more,
ma mmore solamente in ne listerno.

Che cquanno er corpo suo lassa er governo,


lanima, ferma in ne lantico onore,
nun va nn in paradiso n a linferno,
passa subbito in corpo ar zuccessore.

Accus pp vvariasse un po er ciarvello,


lo stommico, er naso, er pelo;
ma er Papa in quanta Ppapa ssempre quello.

E ppe questo oggni corpo distinato


a cquella indiggnit, ccasca dar celo
senzanima, e nun porta antro cher fiato.

213
Edoardo Ripari

Nessuna venatura di satira afferma Pozzi si pu legittimamente


sospettare in un messaggio del genere. Proprio perch esso non pu esse-
re delegato ad un ipotetico narratore; e perch la lingua che lo veicola
funziona benissimo in tutte le sue parti senza mai un mancamento: infatti
anche lo strafalcione tale solo se letto nel contesto primario di superfi-
cie: nel contesto profondo e vero funziona benissimo, esprime la verit
suprema, designa con pienezza il servus servorum, non gi a livello mora-
le, ma a livello metafisico. Questo del Belli non un discorso empio o
bestemmiatore, non nemmeno, al limite, irriverente; paradossalmente,
un discorso integralmente cattolico 50.

LARBERONE. BELLI E IL LIBERALISMO NEI SONETTI DEL 1834

L11 giugno 1834 Belli scriveva il sonetto Er rilasscio (1289), dove un


feroce atteggiamento antigovernativo lo conduce a simpatizzare aperta-
mente con gli eretici liberali:

Pe av ssorte bbisogna sse bbirbanti:


pe cquelli soli nun ce s mmai pene;
ma ariveriti e cco le mano piene
se ne vanno groriosi e ttronfanti.

Specchiamose in startichi* furfanti:


laveveno ingabbiati tanto bbene,
e mmo invesce de metteli in catene
larimanneno a ccasa tutti quanti**.

Io noto er Papa, io. Doppo av ttanto


fatto er foco dallocchi, allatto pratico
s ccalato le braghe come un zanto.

Come se spiega m er cavajjeratico


dato a la sbirrara che pport er vanto
darrestalli? Fu un estro mattamatico.

50
Pozzi [1983], pp. 92-95 passim.

214
III. Il canchero nella radice

Le stesse note in lingua, dettagliatissime e di indiscutibile forza pole-


mica, rincarano la dose, eludono ogni strategie di medietas e, mettendo
sui banchi di un tribunale personaggi in carne ed ossa della classe politica
pontificia, si pongono come inequivocabile ed inedito atto di accusa:

* In questi eretici. Sono i liberali, perch avversi a un sistema sostenuto da un Re-Papa.


** Il nostro popolano va per le generali, e secondoch una confusa fama lo istruisce
de fatti correnti. Noi per, facendoci a comentarlo, diciamo quegli eretici rilasciati
in difetto di colpa dopo un rigido processo e una pi rigida prigionia di un anno,
essere un Guardabassi, un Cesarei de Leoni, un Menicucci e un Bartolucci, imputati
di aver suscitato la sommossa popolare perugina del giorno ... maggio 1833, quando-
ch non fu quella originata che dalla imprudenza del Governo che ordin e fece
eseguire sul bel meriggio una perquisizione politica nella farmacia di Giuseppe Tei,
vecchio onestissimo e adorato dal popolo per la sua carit. Le armi, onde il popolo
irritato si valse in quella occasione, furono le sedie delle erbaiuole di piazza, ciocch
esclude qualunque idea di premeditazione, quando ancora non la escludesse il re-
pentino cenno del Governo.

Nel corso dellanno del Signore 1834, del resto, un ultimo, estremo
sussulto liberale sembra animare i versi caustici ed eversivi di molti sonet-
ti romaneschi 51; un grido di rivolta che trova concreta espressione in un
componimento del 15 gennaio di imbarazzante eccezionalit 52, Larbe-
rone (1060):

Immezzo allorto mio sc un arberone,


solo ar Monno, e oramai tutto tarlato:
eppuro fa er zu frutto oggni staggione
bbello a vvede, ma ascerbo e avvelenato.

Ricconta un libbro cha dda quanno nnato


vvienuta a ppotallo oggni nazzione;
ma er frutto carif ddoppo potato
pizzica che nemmanco un peperone.

Quarchiduno me disce dinzitallo,


perch accus er zu frutto a ppoca ppoco
diventerebbe bbono da maggnallo.

51
Cfr. Fasano [1991].
52
Ivi, p. 22.

215
Edoardo Ripari

Ma un Carbonaro amico mio me disce


che nnun c antro che llaccetta er foco,
perch er canchero sta in ne la radisce.

Di fronte al radicalismo del componimento la critica belliana ha mo-


strato un evidente imbarazzo. Vigolo, nel suo Genio del Belli, ha preferito
di fatto ignorare i versi; Muscetta al contrario, per primo, vi trov indiscu-
tibili propositi eversivi, pur scorgendo in essi una certa cautela e collo-
candoli allinterno di quella legge del regresso che sembra dominare il
mondo pontificio 53. Samon, daltro canto, inseriva il testo tra i sonetti
fondamentali dellintera raccolta, anche se agli estremi possibili di un iti-
nerario intellettuale comunque derivante da una presa di coscienza di
alcuni processi storici, certo episodica ma, hic et nunc, molto ferma; come
se qualcosa di sepolto e nello stesso tempo definito e compatto affiorasse
un attimo manifestandosi alla luce per intero prima di scomparire di nuo-
vo. Il qualcosa la convinzione politica che il male della teocrazia mor-
tale, un canchero nella radice, e che laccetta e il fuoco allusioni nien-
taffatto arcane sono le uniche cose che possono avere ... rapporti con
lalberone 54. Carpi, al contrario, ha sottolineato la sporadicit della fe-
nomenologia giacobina nella Roma belliana; eppure evidente, come
dimostra lo studio di Fasano I tarli dellalberone, che nel corso del 1834 la
tentazione liberale si riaffaccia allorizzonte della poesia di Belli, e si estre-
mizza proprio di fronte alla consapevolezza della mostruosit teocrati-
ca, ormai al suo tramonto, divorata da una cancrena, sola e circondata da
una minaccia senza pari.
La singolarit de Larberone innanzitutto strutturale: raramente, in-
fatti, Belli ricorre allallegoria; e solo in questo caso essa appare compiu-
ta ed estranea allindole plebea 55, in quanto svolta in un discorso
regolare e conciso. Landamento analitico e raziocinante dei versi sem-
bra anzi dotare di un carattere ideologico il messaggio, in virt di unag-
gettivazione che rende la cronotopia chiaramente storica; anche grafica-
mente, osserva inoltre Gibellini 56, il dialetto si presenta come mero

53
Muscetta [19832], p. 189.
54
Samon [1969], pp. 82-83.
55
Fasano [1991], p. 24.
56
Gibellini, in Teodonio [1998], Roma, vol. I, p. 1093.

216
III. Il canchero nella radice

travestimento della voce viva dellintellettuale. Cade dunque ogni scher-


matura plebea, e il borghese Belli pu pronunciare in prima persona il
suo inequivocabile giudizio storico sulla teocrazia romana dando una
concreta indicazione di cambiamento 57.
Fasano, che giustamente rifiuta di considerare il sonetto una prova del
messaggio progressivo dellintero canzoniere, vi ha tuttavia individuato
una solida coerenza rappresentativa e un preciso senso politico, con-
fermato dal filo occulto cronologico dei giorni dal 5 al 26 gennaio 1834:
la figura allegorica dellarberone sarebbe il punto centrale di un preci-
so percorso, che consente al poeta un distanziamento della visione, una
sorta di zoom allindietro, un allargamento della prospettiva che in-
cide fulmineamente il significato storico della irreversibile decadenza ec-
clesiale, e propone senza ambiguit o remora il giudizio politico dellin-
tellettuale 58. Il sonetto Er Carnovale der 34 (1042), del 9 gennaio, presen-
terebbe gi una situazione eversiva strisciante, un brontolio di rivolta
mascherato, mentre il disincantato scetticismo dellidiota romanesco, ri-
porta assiduamente la lente dingrandimento sul quotidiano svolgersi del-
la degradazione presente 59; ne Langonia der Zenatore (1044), dello stes-
so giorno, assistiamo ancora a un balletto ecclesiastico delle cariche lai-
che, che avrebbe lo scopo di sottolineare la subalternit del plebeo al-
lassolutismo papale 60. Li pericoli der papato (1058) e Le faccenne der Papa
(1059), poi, sarebbero un ulteriore tentativo di togliere ogni aura di gran-
dezza e austerit al vice-Dio, di degradare irreparabilmente il carisma
papale, sottolineandone la gratuita malignit. Leggiamo il secondo so-
netto, del 15 gennaio:

Fra ttanti sturbi, er Papa s anniscosto


ner Palazzo-der-Papa, e ll in giardino
passeggia, fischia, e ppoi ruzza un tantino
cor un prelato suo garbte ttosto.

57
Fasano [1991], p. 28.
58
Ivi, p. 38.
59
Ivi, p. 40.
60
Ibidem.

217
Edoardo Ripari

Lo porta a un gioco-dacqua accostaccosto


e tte lo f abbaggn ccome un purcino;
e arriva ar punto de mettjje infino
drentin zaccoccia li pollastri arrosto.

De le vorte lo pijja sottar braccio,


poi je fa la scianchetta, e, ppoverello,
je leva er piommo e jje fa dd un bottaccio.

Accus er Papa se diverte; e cquello


sammaschera da tonto e ffa er pajjaccio
pe mmerit lonore der cappello.

Belli, insomma, starebbe preparando il lettore alla soluzione estrema


dellarberone, dove la scelta dellipotesi rivoluzionaria verrebbe affron-
tata con la laica razionalit progressiva che il dominio borghese del
mondo stava delineando. Daltra parte, il sonetto Lottobre der 31, un
testo a sua volta stravagante, sembra riproporre loccasione storica
dei moti di quellanno come ulteriore verifica dellipocrisia di un potere
che impone lausterit con lo spauracchio giacobino, e va dissipando per
futili fini privati le risorse pubbliche 61.
Questa proposta di lettura, affascinante ed in parte condivisibile, pone
tuttavia nuovi interrogativi e merita di essere approfondita con ulteriori
precisazioni. Da un lato, infatti, necessario ribadire come, di fronte alle
fertili ambiguit del 996, occorra distinguere metodicamente la fenome-
nologia microtestuale da un atteggiamento macrotestuale che riporta il
singolo sonetto, proprio laddove prevale unirriducibile stravaganza, al-
linterno di una strategica formazione di compromesso, di unottica del-
la distanza che pone al riparo il poeta dalle sue semestrali eresie, ri-
conducendo queste stesse in una dimensione monumentale o docu-
mentaristica. Implicazioni politiche radicali, impulsi alleresia religiosa,
ricorrono per tutto larco cronologico della poesia romanesca, sempre af-
fiancate per da una pi diffusa filosofia della rassegnazione (paradigma-
tico ad esempio il sonetto Li polli de li vitturali, 1001) che soffoca sul
nascere ogni proposta progressiva o ideologica del messaggio dellautore,

61
Ivi, p. 46.

218
III. Il canchero nella radice

il quale daltra parte tende a ricucire lo strappo in una tessitura macrote-


stuale animata da un riformismo cristiano ed evangelico.
Lo statuto di eccezionalit de Larberone, sotto questi rispetti, acquista
forza maggiore: leversione politica che ricorre nei sonetti, in effetti,
veicolata e deformata dal protagonismo plebeo, da una ribellione pri-
mordiale ed istintiva (quale, ancora, in sonetti come La Reverenna Cam-
mera Apopretica), mai apostolica, mai collocata nel contesto storico-poli-
tico della rivoluzione liberale e risorgimentale. Al contrario, lonorata
polemica del cittadino Belli si radica in profondit nelloffesa coscienza
del cristiano, che innalza la sua protesta, di spessore pi evangelico che
ideologico, nel recupero e nella estremizzazione dellantico e gi dantesco
topos della Chiesa-prostituta. Significativo a questo riguardo, per una
ambiguit che ci riconduce tuttavia a una superiore eppur mai risolta co-
erenza, proprio un sonetto del 1834, La fila de li Cardinali (1388), del 12
dicembre:

Va vva er Cardinalume come piove,


si bbenedetta lanimaccia sua!
Vi cqua, Sghiggna, contamoli: Uno, dua,
tre, cquattro, scinque, sei, sette, otto, nove,

diesci, unnisci, dodisci ... Eh la bbua!


So ttante ttante ste Minenze nve,
che, a volelli cont, nun te pi move
pe ttre o cquattrora de la vita tua.

Guarda che rriveree! Vedi che sfarzo!


Ecco poi si pperch llentrata pubbrica
dar capo-danno nun arriva a Mmarzo.

Te ggiuro chio me tajjerebbe un braccio


che ritornassi er tempo de repubbrica
pe dijje a tutti: Cittadin Ccazzaccio.

La nostalgia per il tempo de repubbrica in effetti, come osserva lo


stesso Fasano, non implica affatto la partecipazione del parlante, o di chi
si nasconde dietro di lui, a un repubblicanesimo storico e liberale; lo
scoppio quasi gioioso provocato dal contatto fra il gergo repubblicano e

219
Edoardo Ripari

la parola plebea [...] si ferma a livello verbale dello sfogo e dellinsulto,


non produce certo alcuna prospettiva politica 62. Esattamente alloppo-
sto, anzi, viene enfatizzato il tema centrale dellimmobilit, non solo
accettata ma spesso desiderata dallabbietta plebe: a conferma di ci, un
sonetto di quei giorni (18 dicembre), Lelezzione nova (1393), torna ad
affrontare lo stesso assunto attraverso una struttura favolistica, intrisa di
istintivo materialismo popolare, che pone i versi in consapevole contrap-
posizione con lallegoria dellarberone, nellannullamento di ogni cro-
notopia storica o storicizzabile e nella riproposta di una sperimentata ar-
chetipologia che riduce il potere politico ad abuso nutritivo 63:

Disce che un anno o ddua prima der Monno


morze ne la scitt de Trappolajja
pe un ciamorro pijjato a una bbattajja
er Re de sorci Rosicho Siconno.

Seppellito che ffu dda la sorcajja


sotta un zasso de cascio tonno tonno,
settanta sorche vecchie se serronno
pe ffanne un antro, in un casson de pajja.

Tre mmesi ereno ggi da tutto questo,


e li sorcetti attorno a cquer cassone
saffollaveno a dd: Ffamo un po ppresto.

Quantecchete da un bscio essce un zorcone


che strilla: Abbemus Divorino Sesto.
E li sorci deggi: Vviva er padrone!.

Unanalisi pi ampia dello stesso Arberone, ricondotto al di fuori del


filo occulto della cronologia e inserito pi compattamente allinterno
del corpus, pu aiutarci a una comprensione pi approfondita dellintui-
zione belliana, tragica e abissale ma a nostro avviso non ascrivibile a pro-
posta di una visione del mondo alternativa e innovativa 64: i quattordici

62
Ivi, p. 56.
63
Ivi, pp. 57-58, e cfr. Garvin [1978].
64
Fasano [1991], p. 55.

220
III. Il canchero nella radice

versi, invero, contengono tutti gli elementi di forza del radicalismo critico
di Belli ed insieme tutti i limiti di una coscienza politica irrisolta, sospesa
su un dubbio amletico scaturito da una inedita e drammatica compren-
sione delle dinamiche storiche del proprio tempo. Lautore, nel sonetto,
simpatizza apertamente con un amico Carbonaro (forse Felice Scifoni,
della Societ di Lettura?), senza tuttavia vagheggiare in modo concreto
e propositivo una palingenesi rivoluzionaria: evidente che Belli soppesa
possibilit estreme, nellurgenza di un cambiamento di direzione necessa-
rio e doveroso per una realt politica non pi sostenibile, per unistituzio-
ne millenaria giunta al bivio, nel pericolo della radicale messa in discus-
sione della propria presenza storica. La Chiesa dunque, caso unico al
mondo per la sua essenza teocratica, vissuta nel corso dei secoli in una
situazione di costante precariet, ed ora, di fronte ad uno scontro di para-
digmi decisivo e finale, si trova nel momento di massima crisi, decadenza
e solitudine: ovunque minacciata, essa ormai incapace di reagire, di avan-
zare proposte per il suo miglioramento e la sua stessa sopravvivenza. La
cancrena procede inesorabile in un clima di disperazione politica, giun-
ta alla radice guastando lintero edificio, mentre lassenza di prospettive,
di rimedi praticabili coinvolge lintera stratificazione sociale.
Del 20 aprile 1834, il sonetto Un zegreto miracoloso (1213) torna a getta-
re nuova luce su questa desolante verit; atmosfere apocalittiche alludono
al generalizzato teatro di lotta, una visionariet controriformistica riporta
alla dimensione di un inferno terreno la crisi politica internazionale, e una
sbigottita impotenza smorza la tensione nella paradossale ultima terzina:

Sor Eluterio mio, tutti stinferni


cardeno le scitt da capa ffonno,
succedeno pe vvia che li Governi
cinno gusto, e ss llro che li vonno.

E accus dopper primo vi er ziconno,


e oggni ggiorno diventeno pi eterni:
quanno, senza spreg ttanti quinterni
de carta scritta, p aggiustasse er monno.

Lo saperebbe io, sor Eluterio,


er rimedio sicuro che ssan-brutto
rissetterebbe lossi ar cimiterio.

221
Edoardo Ripari

Eccolo in du parole assciuttassciutto.


Bbisognerebbe penz un po ssur zerio
a cquer che sse p ff pe aggiust ttutto.

La sfiducia totale nei confronti delle cariche ecclesiastiche, che ser-


peggia lungo larco di una poetica ventennale, tende cos ad aggravarsi,
nella descrizione fosca e decadente, barocca e grottesca dellintera classe
politica come in una danza macabra di tanti cadaveri de morti; cos
accade nel sonetto Le cappelle papale (1516), del 14 aprile 1835, dove le
grammatiche di un presente eterno rendono con efficacia la percezione
belliana di una disperata immutabilit:

La cappella papale ch ssuccessa


domenica passata a la Sistina,
pe tutta la quaresima llistessa
com stata domenica mmatina.

Sempre er Papa vi ffora in portantina:


sempre quarche Eminenza canta messa;
e cquello che ppi a tutti jinteressa
sc ssempre la su predica latina.

Li Cardinali sce stanno ariccorti


cor barbozzo inchiodato sur breviario,
come ttanti cadaveri de morti.

E nun ve danno ppi ssegno de vita


sin che je saccosta er caudatario
a ddijje: Eminentissimo, ffinita.

Quali alternative rimangono a uno Stato giunto a un improcrastinabile


tramonto? Pu ancora salvarsi, curarsi con una potatura attraverso un
processo riformistico, o invece il suo male in metastasi e non resta che
estirparlo alle fondamenta con una vera e propria rivoluzione? La viva
preoccupazione di Belli per un mondo che, raggiunto il culmine della
decadenza, si trova anche al massimo livello di debolezza e instabilit:
lipotesi liberale, che egli pone esplicitamente nelle terzine dellArberone,
non prende dunque le mosse da un assunto ideologico ma da uninsoffe-

222
III. Il canchero nella radice

renza allarmata profondamente religiosa. Il richiamo in nota alla vigna


del Signore (Lalberone. Questa una allegoria da cercarne il senso
nella Vigna del Signore, leggiamo nella nota esplicativa al titolo), chia-
risce infatti il significato pi intimo dellallegoria, carica di dottrina
lattacco clericale 65, ma insieme conferma la natura evangelica della
prospettiva di partenza e dellorizzonte di attesa della sensibilit bellia-
na. Il poeta, grazie alla lettura di dHerbigny, comprese definitivamente
che in assenza di un cambiamento profondo la Chiesa sarebbe stata spaz-
zata via dalle nuove forze storiche: il libbro della Storia narra infatti
che lo sradicamento dellalbero ecclesiastico imminente, che la violen-
za laica e atea non mai stata cos minacciosa e vicina al successo. Ep-
pure Belli scopriva anche, con rinnovato timore, che lo stato de lo Sta-
to di Gregorio XVI, al di l dei tanti avvertimenti, non era in grado di
risvegliarsi dalla sua inerzia, e sarebbe restato immobile a contemplare
lo spettacolo della propria distruzione, tra editti che un Papa mette e
un stracciarolo leva (Lo stato de lo Stato, 681, 14) e che sariducheno
a ssono de scorregge (Leditti, 509, 4) o a bolle de sapone (La lgge
der diesci novembre, 1400, nota 1).
Con cresciuto disincanto, nel sonetto del 6 gennaio 1838, Lallonguz-
zione der Papa (1926), riaffiora il tema dellimpotenza politica, dellimmo-
bilismo inerte della sposa del Signore, ridotta a vigna ad uso dellul-
tima cena di un potere bulimico e ubriaco di s. La nota in lingua im-
prontata a freddo e rassegnato scetticismo:

Disce che in duna scerta allonguzzione *


che ha ffatto er Papa pe ggratt la roggna
a un Re de fora, cha mmesso in priggione
er Vescovo dellacqua de Cologgna,

bbisogna bbene valut, bbisoggna,


tra llantre, du bbellissime espressione,
che llui ci ttanta e ppoi tanta raggione
che cchi jje dessi torto una caroggna.

65
Ivi, p. 37.

223
Edoardo Ripari

La Santa Cchiesa lui la chiama Sposa


de laggnello; e in staffare va ar zicuro,
perch ssa cche la pecora se tosa.

Poi verzo er fine disce chiaro e aperto


che la Cchiesa una viggna. E cquesto puro
nun je se p nneg. Vviggna de scerto.

* Del resto, aggravandosi ogni giorno pi i mali sopra la Sposa dellAgnello immacola-
to, non possiamo non eccitare calorosamente Voi partecipi delle nostre cure per la somma
vostra religione e piet, ad offrire umilmente con Noi fervorose preghiere al Padre delle
misericordie, affinch riguardi propizio dalleccelso abitacolo de cieli la Vigna piantata
dalla sua destra, e clementissimamente da essa allontani la diuturna tempesta. Fine
della allocuzione tenuta da N.S. Gregorio, per divina provvidenza Papa XVI, nel Conci-
storo segreto del giorno decimo di dicembre 1837.

Fa riflettere che proprio il sonetto La vita da cane (2087), visione


somma dellincapacit storica e politica della teocrazia, sia stato il pri-
mo di tanti a ricevere unattenzione particolare dallambiente rivolu-
zionario e mazziniano, e che al contrario lo stesso Belli, di l a breve,
avrebbe scorto nellatteggiamento di Pio IX, ora indulgente verso i
liberali, ora intransigente e severo ma sempre coerente e fermo nella
rivendicazione della necessit storica del Papato temporale, lultimo
baluardo alla definitiva caduta dello Stato pontificio. Ancora nel tardo
aprile del 1846 per, negli anni del declino della musa romanesca, la
disperazione politica spingeva Belli a proiettare linerzia e larbitrio
del governo dei Papi sugli ingranaggi del Primo Motore Immobile, su
una divinit a sua volta insofferente e annoiata, silenziosa nelleserci-
zio sadico del suo Potere:

Che fa er Governatore? Arrota stilli


e li dispenza a sbirri e bberzajjeri.
E er Vicario? Arimscina misteri
per invent ppeccati e ppoi punilli.

E er Tesoriere? Studia er gran bussilli


de straform er bilancio in tanti zzeri.

224
III. Il canchero nella radice

E er Zegritar de Stato? Sta in guai seri


pe ttrov mmodo daffog li strilli.

Tra tanto er Papa cosa fa? Ssi acciso!,


guarda er zu orlggio dIsacchesorette,
e aspetta lora che sia cotto er riso.

Si ppoi pe ggionta sce volete mette


quer che ffa er PadrEterno in paradiso,
sta a la finestra a bbutt ggi ccroscette 66.

66
Laffari de Stato (2135), 28 aprile 1846

225
Antologia di testi

IV. CRISTO PER NERONE


Listoria romana e lo storicismo impossibile

ROMACCIA, LEUROPA E GLI STATI UNITI

La vostra fama raccomandata alleternit, disse un d Bonaparte al


celebre Bourienne. In qual modo, Sire? rispose questi. Voi siete il
mio segretario, gli replic limperatore. Sapreste Voi dirmi il nome
del segretario di Alessandro Magno soggiunse Bourienne. Napoleone
ammutol.
(Giuseppe Giachino Belli, Zibaldone, IX, carta 111 verso)

1. Negli anni che immediatamente precedono la deliberazione del


monumento, e ancora nel primo periodo di immersione nel primor-
dio, Belli studiava con la consueta passione un numero considerevole di
opere storiografiche di chiara impronta riformistica. I criteri di estrazione
ed indicizzazione di questa letteratura negli scartafacci zibaldoniani ri-
spondono per, per la maggior parte, ad esigenze mnemoniche, e negano
al lettore la possibilit di accedere direttamente alla reale riflessione che il
meticoloso amanuense pontificio conduceva su quei brani, costringendo-
lo a procedere per piccoli indizi, a regredire alla condizione gnoseologica
e primordiale del cacciatore che scruta il terreno in cerca delle tracce
lasciate dallincauta preda.
LIstoria della guerra di Indipendenza degli Stati Uniti di Carlo Botta,
indicizzata dalledizione del 1825 (Firenze, Formigli) nel terzo volume
dello Zibaldone, articoli dal 1629 al 1643 (opera in mio possesso, sotto-
lineava il poeta), consent a Belli di approfondire le cause e le conseguen-
ze degli eventi pi determinanti della storia a lui contemporanea, attraver-
so un filtro artistico-letterario, tuttavia, che quegli eventi distanziava ide-
ologicamente, per un approccio moralistico e tacitiano che contrappone-
va alle barbarie della rivoluzione dell89 il sobrio razionalismo riformisti-
co del secolo XVIII. Lideale nostalgico che anima le opere di Botta, in

227
Edoardo Ripari

verit, venne interpretato da Benedetto Croce, nella sua Storia della storio-
grafia italiana del secolo decimonono, come la spia di un metodo e di idealit
anacronistici e reazionari, in aperto contrasto sia con il razionalismo more
geometrico degli illuministi che con la morfologia nazionalistica sorta nel-
lambito romantico 1. Lo stesso Botta, in effetti, aveva rivendicato, in una
lettera al conte Littardi del 27 novembre 1822, la natura sostanzialmente
umanistica e morale del suo purismo letterario e narrativo:

Certo non mi ridurr mai a fare la parte di semplice narratore, come fanno gli
storici dei nostri tempi: altro maggiore dovere incombe allo storico; e se egli
non esalta la virt, e non fulmina il vizio, farebbe meglio tacersi, n merita
certamente il nome di storico. Se si vogliono gazzette da me, io non le so fare.
Voglio scrivere quanto posso, da Tacito, non da scrittorello moderno 2.

Questo moralismo, che appare in aperto contrasto con lo spirito spre-


giudicato dei sonetti romaneschi, per una costante strutturale di unope-
ra programmaticamente pedagogica come lo Zibaldone, in cui le pagine
storiografiche e politiche vengono spesso ricondotte, nei criteri di estra-
zione, a una sorta di filosofia morale. La stessa Istoria bottiana indicizza-
ta per costellazioni di figure esemplari e di exempla, e molti sono i rimandi
a brani ricchi di adagi di argomento politico e religioso, o di unaneddoti-
ca di carattere sentenzioso e proverbiale:

siccome luomo purtroppo sfrenato e ne desideri suoi molto intemperante,


sicch, non contento di rimanersi ai limiti del bene, non precipiti spesso nel
suo contrario, cos la religione, che dovrebbe essere sempre santa e intemera-
ta, di talvolta favore a biasimevoli imprese con grave scandalo dei popoli, e
con molta diminuzione della propria autorit, che riusc assai dannosa alla
rettitudine ed al buon costume 3;

Nelle imprese dubbie che i popoli sollevati tentano, la speranza ed il timore


nascono e si depongono prontissimamente. Al che si debbe aggiungere che
altrettanto pi ostinatamente difendono i popoli una causa, quanto pi la cre-
dono giusta, quanto essa felice 4.

1
Croce [1920].
2
In Maturi [1962], p. 40.
3
Botta [1825], vol. III, p. 71.
4
Ivi, p. 223; e cfr. Zibaldone, III, articolo 1624, carta 63 recto.

228
IV. Cristo per Nerone

E daltra parte, se la materia romanesca si presentava al poeta in una


totale mancanza di esemplarit, il disegno complessivo degli stessi sonetti,
mossi dallassunto etico del monumento, lascia trapelare un disagio
chiaramente morale.
In quegli anni Alessandro Manzoni, nel tratteggiare i criteri di un nuo-
vo ideale storiografico, aveva proposto un fusione tra filosofia e filolo-
gia, individuando nella Scienza nuova di Vico il modello filosofico, e in
Muratori il pi illustre esempio del metodo filologico. Carlo Botta invece,
fedele alla sua prospettiva neoumanistica, aveva gi rifiutato apertamente
una concezione della storia basata su rigidi parametri critico-scientifici,
ritagliandosi un posto privilegiato allinterno di un contesto storiografico
letterario e narrativo: di qui la sua predilezione per la coralit, per le pitto-
resche descrizioni di battaglie e paesaggi, per linvenzione delle concioni,
per la sostituzione, infine, dei nessi causali con transumptiones di caratte-
re prettamente letterario. Proprio in casa di madama Beccaria, mentre si
discuteva su quale tema di storia moderna sarebbe potuto riuscire buon
soggetto di poema eroico, e la discussione cadde sulla guerra dindipen-
denza delle colonie americane, Botta, col cervello in ebollizione, si rese
conto che quegli eventi, in quanto possibile soggetto di un poema, pote-
vano con altrettanta naturalezza divenire il tema di un trattato storiografi-
co 5. Pur avendo espresso scetticismo nei confronti del romanzo storico, il
Piemontese, per la sua repulsione verso il nuovo metodo, si inseriva dun-
que nello stesso orizzonte di attesa di Guerrazzi e Walter Scott 6, come
daltro canto testimonia la ricezione dello stesso Belli. Le storie di Botta e
il romanzo scottiano, in effetti, erano per il poeta il terreno privilegiato
per la conoscenza del passato, ma anche e soprattutto per un confronto
tra usi, costumi e tradizioni di lontani popoli e quelli della plebaglia di
Roma.

2. Lammirazione di Carlo Botta per le vicende delle colonie dAmeri-


ca va valutata nel solco del suo ideale nostalgico e anacronistico: il secolo
delle riforme del resto, e gli stessi Lumi, avevano lodato la guerra indipen-
dentistica pi per lindole pacifica che ispirava la repubblica americana
che per le forti aspirazioni progressiste che lanimavano. La stessa Istoria

5
Maturi [1962], p. 39.
6
Cfr. Croce [2001], pp. 291-316.

229
Edoardo Ripari

della guerra dIndipendenza nasconde, dietro lelogio degli Stati Uniti,


unallegoria pi profonda, di spessore morale, che coglie nelle vicende
dOltreoceano loccasione per una condanna degli eventi dell89, e oppo-
ne la magnanimit di George Washington allabnorme e fosca figura di
Napoleone 7. Ma anche Belli fu in grado, attraverso la lettura dellopera
del Piemontese, di condurre una riflessione pi intima, riportando tra le
mura di Romaccia leco di quei fatti cos distanti, e confrontando lesem-
plarit di quei lontani personaggi con la sua precaria condizione sociale e
intellettuale. Il lettore di Cuoco, che aveva scoperto nel cittadino un
cristallo incontaminato, guardava con ammirazione alle azioni e al pen-
siero di modelli ineguagliabili di cittadinanza come Peine, Franklin, La
Fayette, che si ponevano in drammatico contrasto con la gregaria e fru-
strante realt della borghesia pontificia, e che pure dovettero entusiasma-
re e ispirare lo sdegno civile del poeta dei sonetti.
Benjamin Franklin diveniva cos il portavoce ideale di quella verit
che sola in grado di smascherare la corruzione elevata a sistema, e con le
armi della simulazione e della dissimulazione in grado di aprire una
breccia allazione contro una politica vigile nella sua ostilit. Belli dunque
indicizzava questo brano, evidenziandolo con un tratto di penna:

mentre nel moto raccontato si concitavano in America le menti a maggior


consenso ed i cuori a maggior rabbia, si facevano in Inghilterra quelle mezza-
ne risoluzioni le quali furono dal canto suo la causa manifesta di tutta limpre-
sa. Al quale effetto contribuirono ad un tratto le invasioni e la dappocaggine
dei ministri, le relazioni infedeli degli agenti dello Stato in America, e forse
non meno lopera di Beniamino Franklin, il quale, trovandosi tuttavia a Lon-
dra agente delle colonie, ingann i ministri, siccome ci voleva dire, con dir
loro la verit; essendo che, come aggiungeva egli stesso, gli uomini di stato
erano tanti corrotti, che riputavano la sua verit astuzia e la verit bugia [...].
Quindi nacque che operarono essi alla cieca e seguendo quei bagliori che fa-
cevan loro apparir le cose diverse da quello chelle eran veramente 8.

7
Cfr. Croce [1920], p. 82. Coloro fra i nobili che avevano militato in America leggia-
mo ad esempio nella Storia dItalia [1824, tomo I, libro II, p. 67] del Botta , eransi lasciati
ridurre s per lesempio, e s ancora sospinti da una illusione benevola credendo, che una
americana pianta potesse portar buoni frutti in un terreno europeo non adatto ad opinioni
pi favorevoli ai popoli che alla Corona.
8
Botta [1825], vol. V, p. 168; e cfr. Zibaldone, III, articolo 1637, carta 64 recto.

230
IV. Cristo per Nerone

La Fayette, daltro canto, si elevava su tutti per generosit e forza intel-


lettuale, per il valore morale della sua passione disinteressata, per il suo
zelo verso quella libert che avvicinava leader e popolo:

siccome sogliono agli uomini generosi facilmente riuscir care ed affette le ge-
nerose imprese, cos questa dAmerica, parendogli come a quasi tutti gli uo-
mini di que tempi e particolarmente ai Francesi, non solo generosa, ma que-
sta ed altre, grandemente amava e favoriva [...]. Questa generosit e modestia
del marchese de La Fayette riusc tanto pi grata agli Americani, quanto che
parecchi fra quei Francesi i quali condotti vi erano ai soldi dellAmerica vole-
vano a grosse paghe tirare ed i pi alti gradi nellesercito americano riempire
[...]. La Fayette pel suo zelo verso la libert, per la quale gli Stati Uniti com-
battevano, aveva lasciata la famiglia, i parenti e gli amici ed era ito a sue spese
ad offerir i suoi servigi senza voler trar paga o altro emolumento godere 9.

Lassenza di questa stessa forza, di questa dimensione etica nelluniver-


so amorale della romanesca plebaglia, accentuava per il disagio e lo scet-
ticismo del suo cantore, che dissolveva il suo dramma di gregario cittadi-
no nel riso dellanfibologia e dello sproposito; La Fayette infatti nel
sonetto Li guai de li paesi (1063), del 17 gennaio 1834 si trasformava in
protagonista femminile, ed il Bill of right diveniva un personaggio in car-
ne ed ossa, nemici entrambi della riliggion cristiana:

Cqua ggni du ggiorni o ttre ppe ssittimana


car padrone jarriva la gazzetta,
nun ze sentantro a dd che la Fajetta
scombussola la Francia sana sana.

Pussibbile, per dio, ca sta puttana


nun jabbi da pijj mmai na saetta!
Nu limpiccheno mai sta mmaledetta,
che vv atterr la riliggion cristiana?

Listesso dde lIngresi co cquer Billo:


ch sto ladro futtuto larrovina
e ancora nun arriveno a ccapillo.

9
Ivi, vol. VI, pp. 136-139 passim.

231
Edoardo Ripari

Bbenedetta la Ccorte papalina,


che ar meno cqui bbisogna dillo
d ppane ar boja e sse manti rreggina.

Quasi ad evidenziare la sproporzione tra luniverso romano e la realt,


storica e ideale, dellindipendenza americana, Belli esplicava inoltre il
Billo del verso 9 con una nota a un tempo ironica e sdegnata:

Se compatibile un plebeo di aver preso il Generale Lafayette per una donna,


che dovr dirsi dellEminentissimo Cappelletti (gi governatore di Roma, vice
Camarlingo di Santa Chiesa e Direttore generale di Polizia) il quale si scagli
con veementi parole contro quel rivoluzionario di Monz Bill dInghilterra, al
tempo della riforma parlamentaria?

Alla stessa sproporzione, allo stesso disincanto, il poeta aveva del resto
gi ricondotto in un sonetto del 9 gennaio precedente le note parole
del Franklin (al mondo di sicuro ci sono solo la morte e le tasse) nella
prospettiva della pi desolata rassegnazione popolare:

Er crede e lo sper ss ccose bbelle;


ma a sto monnaccio nun c de sicuro
che ddu cose: la morte e le gabbelle 10.

Nella rosa di nomi illustri proposta da Botta, Thomas Peine sembra


rivestire, per Belli, un ruolo di particolare importanza: quello dellintellet-
tuale letterato che attraverso istile e pensieri accomodati riesce a
muovere e volgere a suo talento gli animi della moltitudine. Il suo libro
sul comun senso, osserva infatti Botta, stato uno degli strumenti pi
efficaci dellindipendenza americana:

lautore si sforza di provare [...] che la ricongiunzione con lInghilterra era


impraticabile per la diversit, anzi per la contrariet delle parti e per lelogio
britannico, siccome pure infedele pel rancore e pel pensiero della vendetta.
Da un altro canto discorreva assai acconciamente della necessit, dellutilit e
della possibilit dellIndipendenza [...]. Si rallegrava in fine coi popoli ameri-

10
Er carnovale der 34 (1043), 9 gennaio 1834.

232
IV. Cristo per Nerone

cani che il cielo e la fortuna avessero loro fatto abilit di poter creare quegli
ordini pubblici, nei quali fossero raccolte tutte le eccellenze della britannica
costituzione [...]. Non si potrebbe facilmente dire con quanto consentimento
dei popoli sia stata ricevuta quella scrittura del Peine. Chi diventava da arden-
te arrabbiato. Chi da tiepido infervorato; e perfino vi furono di quelli che da
leali diventaron libertini. Ognuno voleva lindipendenza 11.

Il Peine, agli occhi di un poeta che agli albori della sua parabola mo-
numentale adombrava la necessit di inserirsi nella dialettica culturale e
storica degli eventi in corso, si offriva dunque come il pi lungimirante
dei modelli, e si inseriva al contempo, tragicamente, nellabisso incolma-
bile che lo stesso poeta, nellesperienza decennale di quel monumento,
veniva a scorgere tra i due orizzonti dattesa, stemperando la consapevo-
lezza sempre pi accentuata di un impossibile consentimento con il pub-
blico in un disincantato pessimismo.
Ma il personaggio che per la sua prudenza e generosit, per lanelito
spontaneo verso le cause giuste ed il sacro principio della libert, riempie di
entusiasmo le pagine dellIstoria, certo George Washington: a suo con-
fronto, Bonaparte, il liberticida della Storia dItalia, un vero e proprio
genio del male. E Belli, nellindice del suo Zibaldone, non si risparmia nel
sottolineare i tanti esempi di impareggiabile magnanimit delleroe statuni-
tense. Questo brano ad esempio, dal V volume dellIstoria, diveniva ai suoi
occhi un paradigma delle condizioni per acquistar gloria:

Washington, in mezzo a tante avversit, non disperava della salute pubblica.


Era meravigliosa la sua costanza; e non che facesse fuori alcun segno di dubi-
tazione e di timore, si mostrava allesercito suo travagliato ed oppresso con
volto sereno e quasi colla certa speranza che lavvenire dovesse portare con-
giuntura migliore. La rea fortuna non avea potuto non che vincere, piegare
quellanimo invitto. Pigliava Washington tutte quelle risoluzioni che per la
brevit del tempo e per la strettezza delle circostanze pi utili alla mente sua si
offerivano di ingrossare di nuovo il suo esercito, non colla speranza di potere
a quei d arrestare il corso favorevole delle cose al nemico, ma piuttosto per
non parere di avere del tutto abbandonata la repubblica e per tener rizzata al
vento una qualche insegna [...]. Washington non disperava; e prima che il

11
Ivi, vol. V, p. 184. E cfr. Zibaldone, III, articolo 1636, carta 63 verso.

233
Edoardo Ripari

genocidio sopraggiungesse, o finissero le forme dei soldati, volle con audacia


e ben ponderato consiglio far nuova prova delle fortune della repubblica [...].
Ognuno lodava la prudenza, la costanza e lardimento del generale Washin-
gton. Tutti lo chiamavano il salvatore della patria; tutti lo pareggiavano coi pi
riputati capitani dellantichit e specialmente col nome di Fabio americano, lo
distinguevano. Era egli nelle bocche di tutti gli uomini e nelle penne degli
ingegni pi elevati. Cos non mancarono al generale americano n una insigne
causa da difendere n loccasione di acquistar gloria, n la fama che lo esaltas-
se, in tutta una generazione duomini ben inclinata a celebrarlo 12.

Le azioni dei rivoluzionari francesi, e di Bonaparte in particolare, con-


tinuamente e polemicamente sottese da Botta dietro queste parole, acqui-
stavano sempre pi, in un contrasto radicale, laspetto di barbarie ritor-
nate 13. E daltra parte lo stesso Walter Scott, nella sua Vita di Napoleone
indicizzata da Belli dalledizione fiorentina del 1827-29 (Stamperie Mar-
ghera) nel nono volume zibaldoniano (carte 236-248) , suggeriva al poe-
ta lo stesso scenario. Il racconto della ritirata del fosco generale da Mosca
suscit in modo particolare lo sdegno del poeta, che gli dedicava tra i suoi
appunti un articolo a parte, rimandando al tomo XIV, capitolo LXI della
biografia scottiana:

Prima di lasciar Mosca i Francesi, per ordine espresso di Napoleone prepara-


ronsi a far saltare il palazzo degli czar. Inutile essendo intieramente il Kremlin

12
Botta [1825], pp. 183-190 passim. E cfr. Zibaldone, articolo 1637, carta 63 verso.
Cos, nella Storia dItalia [1824, tomo I, libro VI, p. 306], Botta descriveva lavanzata
13

dei Francesi guidati da Bonaparte in Italia: Oggimai si appropinquavano le calamit


dItalia. La tirannide sotto nome di libert, la rapina sotto nome di generosit, un conci-
tare di poveri ed uno spogliare di ricchi, un gridare contro la nobilt pubblicamente, ed
un adularla privatamente, un far uso degli amatori della libert, e disprezzarli, un incitar-
li contro i re, ed un perseguitarli per piacere ai re, il nome di libert come mezzo di
potenza, non come mezzo di felicit, un lodarla con parole, ed un vituperarla coi fatti, le
pi sacre cose antiche stuprate con derisione, o per ladroneccio, un rubar di cose moder-
ne fatte vili da unorribile accompagnatura, un rubar di monti di Piet, uno spogliar di
Chiese, un guastar palazzi di ricchi, un incendere casolari di poveri, ci che la licenza
militare ha di pi atroce, ci che linganno ha di pi perfido, ci che la prepotenza ha di
pi insolente [...] Non si vanti ella [lItalia] dellesser bella, o il giardino dEuropa, o,
come la chiamavano, la terra classica delle arti; poich tali doti [...] non la fecero segno di
rispetto, ma s di preda, di derisione.

234
IV. Cristo per Nerone

come fortificazione, quandanco sperato avesse Napoleone di tornare vincito-


re a Mosca, questatto gratuito di distruzione esser pu imputato soltanto al
desiderio di far cosa alcuna chesser potesse personalmente dispiacevole ad
Alessandro, perchegli mostrato avea un carattere pi ferino di quello che
lantico di lui nimico si fosse aspettato. La maniera in cui eseguito fu questor-
dine, il quale, quantunque esser dovesse probabilmente attribuito aglinge-
gneri, fu un tratto di pi di barbarie. Sapendo che alcuni de Russi cherano
stati lasciati nella citt, gente della feccia del popolo, si affollerebber nel palaz-
zo tosto che i Francesi si fossero ritirati, attaccarono essi lunghe micce lentis-
sime alla polvere rinchiusa nelle cantine, e le accesero allorquando segu leplo-
sione, che ridusse una parte considerevole del Kremlin in ruine, e fece al tem-
po stesso un gran numero di miserabili, che la curiosit o lamor del bottino
indotti avean, come era stato previsto, a precipitarsi nel palazzo. Frettolosa-
mente entraronvi le truppe russe, distrussero le mine che non erano ancora
scoppiate, ed estinsero il fuoco cherasi gi appreso alledifizio. Entraronvi. I
contadini russi diedero in questa occasione una manifesta prova della patriot-
tica loro prudenza [...]. La spaventosa esplosione del Kremlin scosse la terra
come un terremoto, ed annunzi a Napoleone, che marciava allora contro
Koutousoff, che i di lui ordini erano stati obbediti. Il giorno di poi un bullet-
tino annunzi in un tuono di trionfo che il Kremlin, coetaneo della monarchia
russa, aveva esistito; e che altro non era allora pi Mosca, che un impuro leta-
maio, mentre le dugento mila persone che formavano altra volta la sua popo-
lazione, andavano errando per le foreste, nutrendosi di radici selvatiche, e
morenti di fame 14.

Lapprofondimento zibaldoniano una fredda statistica che da un lato


visualizza limmagine di una inaudita barbarie, e dallaltro, insieme, ne
esorcizza lorrore:

Napoleone aveva conquistato Mosca, che ben presto fu dai Russi ridotta in
cenere. Il principe Kutuzow marciava sopra Leitoskova fra Kaluga e Mosca,
nella quale citt pensava Napoleone che oramai non aveva pi scampo. Ivi
avanzava a Pietroburgo, si tirava dietro tutta larmata Russa, che gli avrebbe
tagliato la comunicazione colla Polonia: se ne volgeva verso Jaroslav e Wladi-
mir si ritrovava in condizione asciutta [...]. I Francesi erano nelle pi funeste
estremit. Napoleone risolse di ritirare il suo esercito dalla Russia, ma era gi

14
Scott [1828-29], tomo XIV, cap. LVI, pp. 119-121 passim.

235
Edoardo Ripari

tardi. Questa ritirata che principi il 14 Ottobre 1812, si pu fissar in tre


epoche. La prima finisce alla battaglia avuta a Krasnow colle divisioni del
generale Kutuzow e Platow [...]. Il risultato di questo primo periodo fu pi di
40000 prigionieri fra i quali 27 generali, circa 500 comandanti, 31 bandiere,
ed un immenso bottino. Il secondo periodo principia alla battaglia di Kra-
snow e va fino al passaggio della Beresina [...]. Il terzo periodo comincia dal
passaggio della Beresina fino a quello di Niemen e di l fino negli Stati Prus-
siani [...]. Il risultato della ritirata in tutto era in questi periodi grande a pi di
100000 prigionieri, tra quali 50 generali e circa 900 cannoni. Oltre ai prigio-
nieri poi si debbono enumerare le perdite degli uccisi ne fatti di guerra [...] Il
gelo si manteneva quasi sempre sotto lo zero circa i ventidue gradi, onde il
miserabile esercito ne moriva ovunque, si fermava, o andava seminando i campi
e le strade di cadaveri di uomini e di cavalli [...].

Nota de cadaveri francesi, e de cavalli abbruciati per ordine della Reggenza


Russa dopo la ritirata di Mosca, tratta da un foglio di Vienna del 21 Novem-
bre 1813:
Nel governo di Minsk : No cadaveri 18797 No cavalli 2746
Rimanevano ad abbracciarsi ancora: No cadaveri 90196 No cavalli 27316
Nel governo di Moskwa: No cadaveri 49754 No cavalli 27849
Nel governo di Smolensko: No cadaveri 71735 No cavalli 51430
Nel governo di Wilkwa: No cadaveri 72203 No cavalli 9407
Nel governo di Kaluga: No cadaveri 1077 No cavalli 4384
Totale: No cadaveri 243612 No cavalli 123132 15

NellIstoria, invece, il poeta era tornato a leggere della bella ritirata


di Washington, perfetto contraltare alla spregiudicatezza napoleonica, e
aveva sottolineato il brano nellindice del suo Zibaldone:

Il generale Washington era passato durante la battaglia della Nuova Jork a


Brooklin e, veduta la distruzione dei suoi, dicesi esclamasse fortemente in
segno di grandissimo dolore. Poteva egli, se avesse voluto, trar fuori i suoi
dagli alloggiamenti e spingerli in soccorso di quelli che erano alle mani col
nemico. Poteva altres far venire immediatamente le restanti genti della Nuo-
va Jork e comandar loro entrassero a parte della battaglia. Se avesse dato den-
tro, egli probabile che tutto lesercito sarebbe stato a quel distrutto e lAme-

15
Zibaldone, I, articolo 99, carte 27 recto-30 verso.

236
IV. Cristo per Nerone

rica ridotta a soggezione. Gli si deve perci molta lode, per non essersi lascia-
to in s grave occorrenza trasportare da un poco prudente consiglio e per aver
se stesso e i suoi serbati ai casi avvenire ed alla miglior fortuna 16.

Nelluniverso politico tutto negativo dei sonetti romaneschi, non c


spazio per Washington, e forse la sua assenza una sorta di strategia, il
tentativo da parte di Belli di sottrarre un eroe valoroso allorizzonte spro-
positato della plebaglia e della sua lingua abbietta che tutto deforma
e riduce a carnevale della storia. Quanto a Napoleone, nel monumento
un paradigma dellarbitrio politico e della violenza gratuita, salvo dove
lanacronistica prospettiva popolare (Mmos, che ppareva Bbonaparte 17)
non lo trasformi in un comico spauracchio o in una figura proverbiale (
un boccon da Bbonaparte 18) ormai disancorata da ogni dimensione sto-
riografica.
Sarebbe un paradosso, dunque, attribuire allintellettuale romano i
sussulti filonapoleonici che pure raramente fanno capolino nella rabbia
cieca e sorda della plebe. Belli in effetti avrebbe sottoscritto appieno le
efficaci parole dello Scott, amareggiato dalla consapevolezza che Napo-
leone avrebbe potuto essere un principe patriota, ma volle esser despo-
ta usurpatore, avrebbe potuto recitar la parte di Washington, prefer quella
di Cromwell 19.

3. Laspirazione nostalgica e il quietismo pacifista propri della storio-


grafia di Botta, non escludono tuttavia la presenza di un atteggiamento
sostanzialmente illuministico: la predisposizione scettica e disincantata
dello storico, il suo pessimismo che Croce interpretava come avversione
al progresso e assenza di speranza per le sorti italiane ed europee, in
effetti da ricondurre a un ideale di riforme ancora settecentesco e alle
ansie della nascente borghesia intellettuale e produttiva: a un percorso
tanto spirituale quanto politico che va ascritto pienamente al cattolicesi-
mo liberale di quegli anni, nella contrapposizione esemplare tra Napoleo-
ne, genio malefico dellumanit, e il magnanimo Eduardo Jenner, inven-

16
Botta [1825], vol. V, p. 41; e cfr. Zibaldone, III, articolo 1637, carta 63 verso.
17
Li Ggiudii de lEgitto (619), 16 dicembre 1832, v. 5.
18
Er roffiano onorato (327), 10 gennaio 1832, v. 8.
19
Scott [1828-29], tomo VIII, cap. XVII, p. 65.

237
Edoardo Ripari

tore della vaccinazione e benefattore 20. Nella Storia dItalia dal 1789 al
1814, Botta descriveva in effetti il diciottesimo secolo coi tratti dellidillio,
esaltando unet rischiarata da quei governi illuminati (da Giuseppe dAu-
stria a Leopoldo di Toscana agli stessi Borboni di Napoli, disposti a speri-
mentare le proposte del Filangieri) che avevano compreso la necessit di
intraprendere un profondo percorso di riforme che assecondavano la
filosofia esquisita di quei tempi 21. Sarebbero stati gli eventi del 1789, la
parabola di Napoleone e i rinnovati tumulti rivoluzionari a deviare sovra-
ni e sudditi dal giusto cammino, e a far piombare la penisola nella pi
triste e luttuosa et della sua secolare storia 22. Lo stesso papato tempora-
le, dove pure le nuove dottrine filosofiche, che parlavano tanta umani-
t, avevano messo poche radici, era guardato con indulgenza dallo
storico, che contrapponeva lintransigenza di Pio VI alla giusta tolleranza
del successore Clemente XIV 23. Se da un lato Botta, animato damor pa-
trio, sembrava inchinarsi riverente dinanzi ai martiri giacobini napoletani
del 99 24, daltro canto il suo ideale di politica interna assumeva tendenze
decisamente moderate, nel vagheggiamento di una repubblica patrizia che
riecheggiava i motivi pi ricorrenti della pubblicistica restaurata: caduto
Bonaparte, infatti, gli Italiani dovevano ritornare alle riforme del secolo
passato, ed evitare qualsiasi inclinazione verso quei governi geometrici,
astrattamente e razionalisticamente concepiti, che gi Cuoco aveva con-
dannati con fermezza. Il carattere regressivo dellilluminismo bottiano, in
questa prospettiva, viene per allo scoperto: oramai gli ideali dei Lumi
non erano pi sentiti nel loro momento creativo e progressivo, ma nel
momento quietistico, conservatore, che opponeva allAufklrung di Vol-
taire il moderatismo rischiarato di Metternich, e ai lumi eversivi che pre-
ludevano alle rivoluzioni la sobria prudenza della Restaurazione del 1815 25.

20
Maturi [1962], p. 45. Alla notizia della morte di Edward Jenner (26 gennaio 1826), lo
stesso Belli dedicava un articolo zibaldoniano (I, articolo 51, carta 17 verso) in cui ricorda
la scoperta del vaccino antivaioloso.
21
Ivi, p. 67, e cfr. Botta [1824], tomo I, libro I, pp. 3-51, e in particolare pp. 9-14; 26-
29 e p. 51.
22
Maturi [1962], pp. 67-68.
23
Botta [1824], pp. 34 ss.
24
Maturi [1962], pp. 69-70.
25
Ivi, p. 45.

238
IV. Cristo per Nerone

Si offre dunque, al lettore dello Zibaldone e dei sonetti romaneschi, la


possibilit di ripensare leffettivo rapporto di Belli con la lezione raziona-
listica dei lumires, assimilata in un orizzonte dattesa di riflusso, in un
contesto storico in cui tale lezione proiettava le aspettative del liberalismo
moderato e riformatore in un disincanto nostalgico nei confronti del tem-
po passato, in un profondo scetticismo per le sorti italiane ed europee di
fronte alla minaccia imminente dei moti rivoluzionari 26. Le carte zibaldo-
niane, daltro canto, documentano che la riflessione del poeta sugli eventi
pi significativi per lavvento del paradigma della modernit, la Rivolu-
zione francese e la parabola napoleonica, stata condotta su una lettera-
tura per lo pi conservatrice e anacronistica, quando non reazionaria, che
contrapponeva la strada della diplomazia ad ogni tentativo di rovescia-
mento armato dellordine politico stabilito, e giustificava con estrema cau-
tela la sola ribellione, ovvero il diritto di resistenza dei sudditi a li crapic-
ci duna corte 27 dispotica e oscurantista 28.
La stessa Vita di Napoleone di Scott, animata da un profondo disagio
nei confronti degli eventi che avevano sconvolto lintero vecchio conti-
nente: allepoca pi importante negli annali del mondo, per il suo svi-
luppamento, e per i suoi resultati 29, il romanziere, gentiluomo in panto-
fole improvvisatosi storiografo, guardava anzi con orrore (questa bella
Francia era in preda a tutti gli orrori, e a tutte le atrocit della guerra
civile 30, scriveva), dipingendola attraverso cupe transumptiones che pre-
paravano il terreno allavvento dellabnorme figura della bestia nera:
Bonaparte. Per Scott i giacobini affettavano di portare le idee di libert e
uguaglianza, ma si dimostrarono nei fatti dei fanatici poco formidabili
a forza dassurdit:

26
Leggiamo ad esempio nel sesto libro della Storia [1824, tomo I, p. 306]: se un
benigno risguardo dei cieli non ajuta lumana generazione in Europa, temo assai, che lesem-
pio, e le ricordanze delle cose fatte in Italia, sotto colore di libert, siano ostacolo insupera-
bile alla fondazione di lei.
27
Li sordati bboni (1268), 23 maggio 1834, v. 9.
28
Cfr. Botta [1825], tomo II, p. 182.
29
Scott [1828-1829], tomo I, cap. I, p. 27.
30
Ivi, cap. IV, p. 181.

239
Edoardo Ripari

e veramente le loro opinioni erano troppo esagerate, le loro abitudini troppo


pubblicamente depravate, i loro costumi di una rusticit troppo abominevole,
i loro piani di una violenza troppo ridicola perch venisse loro accordato qual-
che credito, in unepoca in cui ancora la gentilezza delle maniere era osservata
nella societ [...]. Qual era lo scopo ideale di questi uomini? impossibile
dirlo. Appena possiamo far loro lonore dattribuire a pazzia quelle dimostra-
zioni di stravaganza patriottica 31.

Senza il loro operato, la Francia avrebbe comunque ottenuto quel


grado di libert di cui gode presentemente; essa lavrebbe ottenuto senza
soggiacere alla breve, ma spaventevole anarchia, che la pose per il corso di
lunghi anni sotto il dispotismo militare, ossia lavrebbe ottenuto senza
vedere i suoi tesori inghiottiti, e senza spargere fiumi di sangue 32. Da
veri e propri mercenari, invece, i giacobini avevano strumentalizzato
una plebe che non avrebbe mai dovuto innalzarsi a quel modo a motore
degli eventi, e che invece, a partire dalla presa della Bastiglia, era divenuta
il vero padrone del destino dei Francesi: veniva organizzata, infatti,
una insurrezione tutte le volte che si tratt[ava] di far ammettere una
deliberazione, al punto che lassemblea riceveva limpulso della cie-
ca moltitudine, proprio come la ruota duna macchina idraulica mes-
so in moto da una caduta dacqua 33. Dopo aver proclamato in tutta la
sua estensione metafisica il principio della libert, essi avevano inoltre
stabilito sopra una base non meno estesa quello delluguaglianza, un
principio innaturale, e contrario ad ogni progresso dellumana societ:
se infatti, nel senso proprio, leguaglianza dei diritti, leguaglianza in fac-
cia alla legge, accordando la stessa protezione aglindividui di tutte le
classi, indispensabile allesistenza reale della libert, daltro canto
era stato un errore grossolano e ridicolo il voler sottomettere tutta la
massa del popolo allo stesso livello sotto il rapporto delle abitudini, dei
costumi, dei gusti, dei sentimenti 34. E se era vero che la natura aveva

31
Ivi, pp. 154-155 passim. p. 135 Similmente Botta [1824, tomo I, libro III, p. 135]
definiva i giacobini uomini perversi i quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di
virt, di repubblica, di libert, di uguaglianza, che ingannarono i buoni ed ingenui uto-
pisti, i quali non si svegliavano dal forte sonno, e continuavano nelle loro beatitudini.
32
Scott [1828-1829], tomo I, cap. IV, p. 167.
33
Ivi, p. 172.
34
Ivi, tomo II, cap. VI, pp. 55-56 passim.

240
IV. Cristo per Nerone

orrore del vuoto, si potrebbe dire con altrettanta ragione chessa ha


orrore delleguaglianza 35. Occorreva distinguere, suggeriva Scott, tra un
egualitarismo democratico, in cui, per dirla con Croce, gli individui sono
centro di forze pari basato su uneguaglianza di fatto, e un egualitarismo
liberale, che considera gli individui come persone, in cui leguaglianza
sola quella dellumanit, e il popolo non somma di forze pari ma orga-
nismo differenziato. Le differenze tra gli ordini della societ, avrebbe os-
servato lo stesso Belli nellIntroduzione ai sonetti, erano essenzialmente
organiche, e fondamentali, n mai la natura aveva formato due oggetti
di matematica identit: vero che la educazione che accompagna la
parte ceremoniale dellincivilimento fa ogni sforzo per ridurre gli uomini
alla uniformit, ma se non ci riesce quanto vorrebbe, forse questo uno
de beneficii della creazione 36.

4. Per lautore dei sonetti daltra parte, esisteva un superiore concetto


di eguaglianza, disancorato da una dimensione storico-politica e sociale e
ricondotto alla comune condizione delluomo di fronte a Dio. Come si
conciliava, dunque, il sostrato religioso delleducazione cattolica di Belli
con i princip rivoluzionari del nuovo paradigma storico-politico? Era

35
Ibidem.
36
Vanno nondimeno ricordati, come suggestione indiretta e tuttavia innegabile, i temi
sul concetto di eguaglianza che sin dall89 la pubblicistica reazionaria fece propri, e che
Belli, ancor fanciullo e adolescente, dovette ascoltare in pi occasioni. In effetti, tra gli
scrittori controrivoluzionari a cavallo di secolo, quello della disuguaglianza per natura
era un vero e proprio topos: se nella natura regnavano disuguaglianza e diversit, cos dove-
va essere per il mondo umano in cui non si scorgeva niente dindipendente, [...] niente
deguale, ma al contrario, dappertutto, variet, disparit, disuguaglianza. Cos Alfonso
Muzzarelli ribadiva che la disuguaglianza era intrinseca alla natura stessa, e la con-
trapponeva alleguaglianza filosofica che, a suo dire, minacciava pi di ogni altra idea la
vera eguaglianza, quella evangelica ovvero la carit, sfociando nella violenza del
fanatismo delleguaglianza e della libert. Negli stessi anni monsignor Turchi, vescovo
di Parma, a sua volta osservava: La vera eguaglianza della societ non pu consistere che
in una mutua e ragionevole dipendenza degli uni dagli altri; ma questa deve avere per base
un punto di unione, in cui si trovino tutti eguali. Ci non pu aversi che nel vangelo che ha
per fondamento la carit. E infine Thjulen alla voce eguaglianza del suo Dizionario la
definiva: Una finzione, un sogno filosofico per lusingare lorgoglio e linvidia della plebe,
ed indurla nelle mire che i seduttori suoi si erano proposte. In Guerci [2008], pp. 27-39
passim e pp. 142-153 passim.

241
Edoardo Ripari

possibile conciliare, sul piano della poesia, la verit religiosa con le nuove
idealit? Quando Belli lamenta, nellIntroduzione del 1831, la condizione
di una plebe abbandonata e senza miglioramento, d in effetti voce a
profonde esigenze di riforma; e tuttavia, rigorosamente fedele a una de-
ontologia della verit, rifiuta di strumentalizzare loggetto della sua poe-
sia, rinunciando alla compromissione del paternalismo manzoniano che
candidava lonesto Renzo a una cittadinanza borghese. Nel suo scavo de-
mopsicologico, al contrario, il Trasteverino elude la possibilit di innalza-
re il plebeo a modello storico, e non perch si concentra dantescamente
su un destino individuale 37, ma perch scorge, dietro il singolo locutore
dei suoi versi, lanima di un intero popolo disperso e senza nome, pro-
iettato dalla sua poesia su un piano universale privo di ogni tentazione
populistica.
necessario, in effetti, ripensare alle fondamenta il reale significato di
un sonetto davvero centrale nelleconomia del monumento, e allo stes-
so tempo pi volte frainteso, perch interpretato coi criteri ermeneutici
unilaterali dellideologia. Li du ggenerumani (1169), al contrario, bellis-
simo e terribile componimento del 7 aprile 1834, mostra da vicino il ca-
rattere problematico dellegualitarismo e dellumanitarismo belliani, non-
ch la natura ambigua e la profonda stratificazione culturale dellintero
canzoniere romanesco:

Noi, se sa, ar Monno semo ussciti fori


impastati de mmerda e dde monnezza.
Er merito, er decoro e la grannezza
s ttutta marcanzia de li Siggnori.

A ssu Eccellenza, a ssu Maest, a ssuArtezza,


fumi, patacche, titoli e sprennori;
e a nnoantri artiggiani e sservitori
er bastone, limbasto e la capezza.

Cristo cre le case e li palazzi


per principe, er marchese e r cavajjere,
e la terra pe nnoi facce de cazzi.

37
Cos invece vuole Stefania Luttazzi [2001], p. 72.

242
IV. Cristo per Nerone

E cquanno morze in crosce, ebbe er penziere


de sparge, bbont ssua, fra ttanti strazzi,
pe cquelli er zangue e ppe nnoantri er ziere.

Di fronte a questi versi, il Genio di Giorgio Vigolo ha preferito tacere,


mentre Muscetta esprimeva un giudizio fermo e inequivocabile: essi se-
gnerebbero il colmo dellindignazione che inarca la protesta sociale
del poeta nellopera intera, e listanza duna riforma egalitaria percor-
rerebbe senza interruzioni tutta lamara commedia romana 38, fino a rag-
giungere il culmine assoluto in questo sonetto. Attraverso una fusione
ermeneutica dellorizzonte culturale e letterario di Belli con quello filoso-
fico e ideologico delle presenze zibaldoniane, Muscetta riconduceva in-
fatti il sentimento egualitario dei sonetti al retroterra illuministico, indivi-
duando nelle Ruines di Volney lintertesto pi diretto della scrittura ro-
manesca. Il messaggio sempre ribadito nelle pagine dellidologue, sa-
rebbe infatti il concetto che il contenuto concreto della libert lugua-
glianza, base universale di ogni diritto e di ogni legge come solennemente
proclamano gli eletti del popolo, apostoli di verit fra tanti apostoli der-
rori 39.

38
Muscetta [19832], p. 185,
39
Questo il brano, dal capitolo XVII delle Ruines, che ispira le considerazioni muscet-
tiane, in ivi, p. 183: Alors les hommes, choisis par le peuple pour rechercher les vrais
principes de la morale et de la raison, procdrent a lobjet sacr de leur mission; et, aprs
un long examen, ayant dcouvert un principe universel et fondamental, il sleva un lgisla-
teur qui dit au peuple: Voici la base primordiale, lorigine physique de toute justice et de
tout droit. Quelle que soit la puissance active, la cause motrice qui rgit lunivers, ayant
donn tous les hommes les mmes organes, les mmes besoins, elle a, par ce fait mme,
dclar quelle leur donnait tous les mmes droits lusage de ses biens, et que tous les
hommes sont gaux dans lordre de la nature. Queste ed altre pagine delle Ruines
osserva Muscetta a p. 184 sono fondamentali per comprendere la genesi culturale delle
aspirazioni egalitarie cos frequenti nei sonetti belliani, l dove per dare unimmagine
fedele del popolo di Roma, il poeta, pur prevedendo le proteste di zelosi e pazienti sud-
diti per lo spirito insubordinato e licenzioso che qua e l ne traspare, volle ed os espri-
mere, accanto ai pregiudizi e alle superstizioni, i lumi che non mancavano neppure ad
una plebe abbandonata senza miglioramento. E ci volle fare anche a costo che gli rim-
proverassero di essersi nascosto dietro la maschera del popolano per prestare a lui le
sue proprie massime e i principi suoi.

243
Edoardo Ripari

Simile interpretazione scorge infatti, nellideologema di maggiore fasci-


no e ricorrenza nel macrotesto monumentale, noantri, una dimensione
progressista e propositiva, un soggetto agonistico e positivo, una sorta di
patto sociale, dunque, tra il poeta e la borghesia da un lato e la plebe dallal-
tro contro il mondo dei potenti, in una sorta di visione palingenetica di
tutti i popoli della terra convocati in assemblea generale per mettere sotto
accusa tutti i tiranni, ascrivibile al modello intertestuale di Volney, capitolo
XIX delle Ruines: O nations! bannissons toute tyrannie et toute discorde;
ne formons plus quune mme socit, quune grande famille; et puisque le
genre humain na quune mme constitution, quil nexiste plus pour lui
quune loi, celle de la nature; quun mme code, celui de la raison; quun
mme trne, celui de la justice; quun mme autel, celui de lunion 40. La
fenomenologia della rassegnazione, che pure percorre il 996 come vero e
proprio sottofondo e si pone tra i principali fili occulti della macchina,
sarebbe dunque un fenomeno da non sopravvalutare, rappresentato dal
poeta in forma maliziosamente oggettiva, facendo svaporare in una musi-
calissima cojjonella lassurdit di questo cristiano rimedio 41.
Daltra parte Belli non avrebbe esitato ad esprimere, in uno dei pi
alti dei suoi tragici sonetti Er ferraro (1406, 26 dicembre 1834) il rozzo
ma possente rifiuto dellingiustizia, in una contrapposizione che assurge
alla semplificazione simbolica del chi ttanto e cchi ggnente, del sovra-
no che pu tutto e del fabbro che, sottoposto al suo destino di massa-
crante lavoro per lesistenza, non pu comprendere la commedia che l
addanna in questa societ che lesclude dai beni della vita 42:

Pe mmanten mmi mojje, du sorelle,


e cquattro fijji io so ca sta fuscina
comincio co le stelle la matina
e ffinisco la sera co le stelle.

E cquanno ho mmesso a rrisico la pelle


e nnun marreggo ppi ssopra la schina,
cosho abbuscato? Ar zommo una trentina
de bbajocchi da empicce le bbudelle.

40
In ivi, p. 184.
41
Ivi, p. 185.
42
Ivi, p. 186.

244
IV. Cristo per Nerone

Eccolo er mi discorzo, sor Vincenzo:


quer chi ttanto e cchi ggnente na commedia
che mmaddanno oggni vorta che cce penzo.

Come!, io dico, tu ssudi er zangue tuo,


e ttratanto un Zovrano suna ssedia
co ddu schizzi de penna tutto suo!

Questi versi ci consentono di far luce sullopposta disposizione erme-


neutica fra Cultura e poesia e la lezione vigoliana, su una duplicit inter-
pretativa che sembrava condividere quel destino che essa stessa conferiva
al poeta, homo duplex. Laddove Vigolo, infatti, scorgeva nel fabbro del
sonetto una biblica tristezza (Nota la spaziosit quasi dantesca del rit-
mo cos ampio e pacato leggiamo nel Genio . Con le stelle si apre la
giornata del ferraro e con le stelle si chiude [...]. Belli vuole certo suggeri-
re con biblica tristezza che il fabbro nella sua fucina escluso dal godere
il sole. Perci sulla parola stelle cade un accento doloroso, senza alcuna
enfasi o compiacimento. Semmai sono le stelle di un duro destino 43),
riconducendo il componimento a un orizzonte esistenziale, Muscetta sco-
priva un personaggio tanto pi reale e storico, perch, nato in quellanno
di esasperante miseria che fu il 34, reso tipico proprio per lassoluta
propriet del linguaggio, che non eccede i limiti dellistinto di classe dun
artigiano romano, ignaro di queglideali che rifulgevano nella coscienza
del poeta 44. Allavvicinamento ideologico tra autore e popolo presuppo-
sto da Muscetta, gi Carpi ebbe tuttavia a contrapporre una impossibile
identit tra i due termini, che costituisce la nota dominante, [...] la cifra
storico-sociale dei sonetti: il noantri, dunque, si rivela un soggetto
quanto mai ambiguo, una soluzione a livello di pura coscienza duna
crisi reale didentit. Tutta la lunga vicenda dei sonetti si svolge insomma
sotto il segno di quella scelta cos caratteristicamente ideologica che sot-
tende la deliberazione da parte dellintellettuale di descrivere la plebe per
reidentificare se stesso 45. Proprio la politica, sotto questi rispetti, diviene

43
Vigolo [1963], vol. II, p. 60.
44
Muscetta [19832], p. 185.
45
Carpi [1978], p. 54.

245
Edoardo Ripari

nel 996 un terreno impraticabile, il momento di una esclusione, condivisa


da poeta e ggentaccia bbassa, dalluniverso degli eventi storici, e sanci-
ta ad esempio dallallucinata e rassegnata terzina conclusiva del com-
ponimento Li Papati:

Er ricco sciala, er ciorcinato stenta:


strilli ggiustizzia, e ggnisuno risponne;
e ppoveretto lui chi sse lamenta.

Il noantri infatti pu fondarsi solo sul riconoscimento dellimpos-


sibilit della storia, su unideologia dellimmutabilit che, pur consenten-
do allintellettuale con la sua poesia di mantenere le distanze rispetto
alla plebe e ai suoi popolari discorsi, riconduce ad un segno comune
lisolato sradicamento del primo e la degradazione rissosa della secon-
da 46. La logica esclusivamente economico-sociale e non politica che
lo sostiene 47, daltra parte, appare del tutto evidente laddove unanalisi
delle sue ricorrenze e delle costellazioni grammaticali e sintagmatiche che
lo accompagnano, ci riconduce proprio sul terreno di una rassegnazione
tuttaltro che oggettiva e giocosa. Nel sonetto gnisempre un pangrattato
(501), del 27 novembre 1832, lesclusione dei Romaneschi dalla dialet-
tica degli eventi presentata sin dal titolo come un dato naturale, biologi-
co, e col noantri intimamente legate compaiono vere e proprie gram-
matiche della rassegnazione (Noi mostreremo sempre er culiseo / e
mmoriremo co la panza ignuda); ne Le mura de Roma (645) poi, del 22
dicembre successivo, la prospettiva desolante ed il cristiano rimedio,
tuttaltro che assurdo, svela la reale dimensione, n agnostica n positi-
va se non per chi confonde il livello delleconomia con quello della poli-
tica 48, dellideologema belliano:

Mm cc un editto ca sta Roma caggna


jje vonno ariggiust ttutte le mura;
ma si nun che cquarcuno sce maggna,
nun te pare, per dio, caricatura?

46
Carpi [1978], p. 56.
47
Ivi, p. 57.
48
Ivi, p. 55.

246
IV. Cristo per Nerone

Se p ssap dde cosa hanno pavura?


Che li Romani scappino in campaggna?
De li preti ggnisuno se ne cura,
perch ddrento in citt sta la cuccaggna.

Se ppoi semo noantri secolari,


c bbisoggno de muri e dde cancelli
pe ffacce rest ddrento a li rippari?

Pe ppoche pecoracce e ppochi aggnelli


dati in guardia a li can de pecorari
bbasta una rete e cquattro bbastoncelli.

Ne LOmbrellini (770), del 17 gennaio 1833, il povero plebeo sembra


sul serio voler reagire, accecato da una rabbia che sentiamo, tuttavia, n
storica n apostolica:

E nun te pare che ssii vero tutto?


Nu lo vedi ca nnoi ce piove addosso,
e sti servi de Ddio stanno a llasciutto?

Ah! pper dio santo un ber colore er rosso!


Ma cce vorrebbe poco a ffllo bbrutto,
bbruscianno chi lo porta, inzinallosso!

Gi landamento sillogistico che percorre i versi, infatti, rileva come


proprio in concomitanza con questi sussulti di elementare consapevo-
lezza di classe [...] viene ribadita con fermezza particolare, quasi fosse una
regola vitale di comportamento, la diffidenza per ogni ipotesi di protesta
contro un dato di natura 49. Il noantri, con tutta evidenza, d ancora
luogo a una dimensione grammaticale rassegnata, che appartiene alluni-
verso della constatazione e del disincanto: cos accade ancora nel sonetto
Li polli de li vitturali (1001), del 28 ottobre 1833, dove il senso della digni-
t offesa alto e nobile, ma contenuto allinterno dei consueti e apolitici
stilemi, cui pure si aggiunge uno stile nominale che di fatto annulla ogni

49
Ibidem.

247
Edoardo Ripari

senso di storicit, proiettandoci nelleterno presente della sottostoria


plebea:

Lo sapmo che ttutti sti carretti


de gabbie de galline e cceste dova
viengheno da la Marca: ma a cche ggiova
de sapello a nnoantri poveretti?

Pe nnoantri la grascia nun ze trova.


Le nostre nun z bbocche da guazzetti.
Noi un tozzo de pane, quattrajjetti,
e ssempre fame vecchia e ffame nova.

Preti, frati, puttane, cardinali,


monziggnori, impiegati e bbagarini:
ecco la ggente che pp f li ssciali.

Perch ste sette sorte dassassini,


come noantri fussimo animali,
nun ce fanno mai vde li quadrini.

La prevalenza del nome sul verbo, della sostanza sullazione, del


dato di fatto sul cambiamento, dellextrastoria infine sulla temporalit sto-
rica, davvero la cifra stilistica dellintero canzoniere; lo materia nella sua
struttura, nella sua a-ideologia, nel suo portato genuinamente ontologico
e mai strumentale. Essa giunge daltra parte alle estreme conseguenze
espressive proprio in un tardo sonetto del 4 gennaio 1846, Er Cavajjer de
spade ccappa (2090), in cui il predominio assoluto dellenumerazione non
tanto una spia dellevidente natura squisitamente letteraria del com-
ponimento, in sintonia con la tradizione letteraria satirica, verso la qua-
le Belli si sempre mostrato particolarmente severo 50, quanto appunto
il risultato ultimo di una disposizione poetica intimamente belliana e ro-
manesca:

50
Teodonio [1998], vol. II, p. 1012.

248
IV. Cristo per Nerone

Chi ffussi cavajjer de spade ccappa


cosa vierebba sse in fin de fini?
Eh, ssarrebbuno che nun ci cquadrini,
eppuro, grazziaddio, sempre la strappa:

un negozziante de leccate e inchini


che sta ar ricasco de li ricchi, e ppappa:
uno che rruga sempre e ssempre scappa,
e ssoverchia noantri piccinini:

un pajjaccio de corte, un cammeriere


pien de croscette e ffittuccine in petto,
carregge a li padroni er cannejjere:

uno che nnun za un cazzo a ffa er dottore:


un Galimdo arriggistrato in Ghetto:
un milordo a la bbarba der zartore.

Allansia egalitaria, alla polemica sociale contro i tiranni della terra


che percorrerebbe lintero monumento, dobbiamo allora accompagna-
re una diversa disposizione intellettuale e comunicativa, che permette di
rilevare, dietro ai versi di Li du ggenerumani, una pi complessa centra-
lit: il sonetto ci riporta alla fertile ambiguit dellAbbibbia romane-
sca 51, alla percezione allucinata dellassurdo che sempre domina, nel 996,
lorganizzazione delle societ umane, alle atmosfere creaturali de La vita
dellOmo, e ancora alle opposizioni esistenziali e abissali dellultimo dei
sonetti romaneschi, Sora Crestina mia: alle ispirazioni di pi lungo termi-
ne, dunque, dellintero poetare belliano, che dai sonetti intimistici del-
ladolescenza (Perch o Signor dallutero materno) giunge al testamento di
Mia vita del tardo 1857. Ci imbattiamo allora in un egualitarismo che si
impone nel sentimento della fralezza umana, nella fede in un Dio che
nasce tuttavia da una negazione espressa della democraticit del sacrifi-
cio divino, in quanto proiezione di una irrimediabile ingiustizia terre-
na 52, che risale al pessimismo agostiniano di tutta la tradizione medieva-

51
Cfr. Gibellini [19872], pp. 13-35.
52
Ivi, pp. 173-174.

249
Edoardo Ripari

le sulla miseria humanae conditionis, e che nellansia del divino torna tut-
tavia a dissolversi, nel riconoscimento finale, tutto paolino, di una supre-
mazia della charitas sulla speranza e la stessa fede.
Di fronte alluniverso politico e storico dei sonetti romaneschi, venia-
mo cos ricondotti a una dimensione religiosa e universale, umanitaria
eppur non umanistica, ontologica e mai strumentale. Ma questa la forza,
non il limite, di una poesia che daltra parte sempre in grado di offrirci,
nel suo senso complessivo, unimmagine precisa e indelebile 53 del tem-
po in cui, solitaria e clandestina, prese forma.
Il resto osserva Samon non necessariamente compito di lui, del
poeta 54.

IL DESIDERIO DELLOPERA ED IL RAMMARICO DELLINAZIONE

Lo scetticismo di Belli nei confronti della storia e delle sorti delluo-


mo, daltra parte, aveva origini pi profonde, ancestrali, radicate nella
vita e ricondotte in seguito sulla pagina. Episodi cruciali di uninfanzia
vissuta nellintensit dello stupore e del dolore, determinano spesso, in
effetti, lintera esistenza di un individuo, e nel caso di un artista, di un
poeta, tracciare le tappe fondamentali di fatti e scoperte, intuizioni e at-
teggiamenti dei primissimi anni della sua esperienza e percezione del
mondo, pu contribuire a spiegare e riassumere, in una dimensione unita-
ria e coerente, i caratteri irripetibili, i segni e i sintomi, lo stile e gli stilemi
di unintera produzione letteraria. Nel corso del Settecento del resto, at-
traverso il retaggio di risorse agostiniane, lautobiografia, grazie alle Con-
fessioni di Rousseau o ancora, nel caso italiano, della Vita alfieriana, veni-
va a codificarsi come genere autonomo, rispettoso di un severo patto
con il nuovo lettore honnte homme, di unetica del vero, che muoveva
dal riconoscimento, nellaurora dellIo e del S gettati nella fenomenolo-
gia della Storia, degli eventi e delle figure che avrebbero portato al compi-
mento delluomo e alla realizzazione della sua opera 55.

53
Samon [1969], p. 92.
54
Ibidem.
55
Cfr. Lejeune [1986] e Starobinski [1994].

250
IV. Cristo per Nerone

Nel 1811, nello stendere una lunga lettera di autopresentazione al-


lamico Filippo Ricci che titolava Mia vita (Mi accingo a narrarti breve-
mente gli avvenimenti della mia vita vi leggiamo in apertura : non
mosso dalla stima o da un interesse o diletto che a te possa venire da
simili vanit ma stimolato dal desiderio vivissimo di far passare sotto i
tuoi occhi quasi in ordinata mostra quelle cose, che di me e del mio
carattere sappiano farti fede, dandotene quasi la stessa notizia che avre-
sti potuto raccogliere, dove tu avessi convissuto sempre con me 56), Giu-
seppe Gioachino Belli, appena ventenne, certo non poteva ancora for-
mulare un giudizio definitivo sulla sua personalit in fieri, n prevedere
gli esiti dei propri sforzi nello studio dellanimo umano, delle sue pro-
duzioni culturali e politiche, della sua realt storica e antropologica;
eppure, egli era gi in grado di tratteggiare una veritiera immagine di s,
di rispettare, per istinto, i codici del patto, scoprendo nellanamnesi
della sua fanciullezza, collocata con precisione nel tumulto di avveni-
menti paradigmatici, i destini del suo essere nel mondo. Sentiamo la
sua voce pi genuina, quando si proponeva di rinunciare alla retorica
della captatio benevolentiae per affidarsi alla schiettezza di disadorni
verba: Nessuna parola io impiegher per cattivarmi anticipatamente la
tua fiducia. La schietta e disadorna esposizione dei fatti sapr in pro-
gresso meritarmela: e se mi ti mostrer quale fui quando potei meritare
laude, non mi ti nasconder laddove mi resi degno di biasimo, contrap-
ponendo cos ingenuamente quelle circostanze, dalle quali lumano amor
proprio suole essere e lusingato ed offeso 57; o quando rivendicava, fe-
dele ad unetica del vero, il suo amore per la giustizia, limplacabile
ostilit per ogni forma di adulazione, definendosi non mai menzo-
gnero ed ignaro di come si potesse celare la verit anche per i propri
vantaggi; quando descriveva la sua innata inclinazione alla solitudine
e al silenzio, limpetuosa curiosit di sapere (io non parlava che di
pittura, di musica, di poesia, di letteratura, di scienze e di viaggi) che
gli faceva afferrare senza scelta e con avidit qualunque libro potesse
casualmente cader[gli] fra le mani, alimentando la sua fervida fanta-
sia e i progetti dellambizione; o si diceva generoso e compassio-

56
LGZ, p. 5.
57
Ivi, pp. 5-6.

251
Edoardo Ripari

nevole, ma ad un tempo sdegnato, vendicativo, carico delleccessiva


dose di un amor proprio che gli faceva sempre comparire la [sua]
opinione per la migliore di tutte, unopinione che difendeva strenua-
mente con alacrit di parole e di atti 58. Comprendiamo a fondo il
senso di precariet che sempre lo avrebbe accompagnato e che solo una
felice e fertile parentesi poetica lo avrebbe illuso di superare, quando
delineava i primi venti anni della sua esperienza terrena come una sorta
di via crucis, una successione di cadute di fronte allarbitraria disinvol-
tura con cui gli accadimenti politici, impostisi in tutta la loro violenza,
venivano a negare sicurezze, aspettative, acquisizioni di quel fanciullo,
della sua famiglia e delle vite di tanti uomini del tempo che fu suo: Pre-
parati dunque avvisava il Ricci a conoscere colui, del quale non co-
noscesti sinora che il nome, ma disponiti insieme a rattristarti, leggendo
di quali amarezze sia la di lui storia consparsa 59.
Nato nel 1791 il 7 settembre, a Roma da parenti romani Belli
doveva ritrovarsi infatti al centro di una nuova rivoluzione copernica-
na, di un effettivo mutamento del paradigma storico-politico e religio-
so, suggellato dalla rivoluzione dell89 e radicato in quella riforma lute-
rana che aveva concesso nuova spregiudicatezza al pensiero, e reagendo
alla quale lo Stato pontificio, che avrebbe prolungato in unalba da
fine del mondo 60 un rigido dogmatismo controriformistico, sembr ri-
nunciare per secoli, esorcizzandolo per istituzione 61, allorizzonte di
una storia che in quegli anni, quasi a conferma del profetico assunto
vichiano, completava il suo processo di antropomorfizzazione, cosicch
luomo, non pi da lei schiacciato, pretendeva di esserne il vero e infati-
cato autore. Quella storia che Belli, al contrario, fu costretto a vivere nel
suo indifferente e travolgente corso, a subire, ancora, nel suo stesso,
teocraticamente pianificato destorificarsi e ripetersi sicu tra tin prin-
cipio nunche e ppeggio 62.

58
Ivi. pp. 6-9 passim.
59
Ivi, p. 6.
60
Vigolo, in Belli [20048], p. XVI.
61
Cfr. De Martino [1995], pp. 47-74.
62
Sicu t ra tin principio nunche e ppeggio (599).

252
IV. Cristo per Nerone

Gli strepitosi avvenimenti che tutta sconvolsero lEuropa 63 coin-


volsero il piccolo Giuseppe Gioachino in prima persona, e cangiarono
affatto gli interni sistemi della [sua] famiglia:

Tu sai scriveva Belli allamico che poco dopo scoppiata la rivoluzione di


Francia, torrenti di arme calarono in Italia e inondarono Roma e le pi belle
provincie. Fu allora che agli sforzi del Pontefice quelli si accoppiarono della
Casa Siciliana, onde liberarsi della straniera violenza, e Carolina dAustria in
que d moglie di Ferdinando quarto di Borbone sped da Napoli a Roma il
generale Gennaro Valentini giovane bellissimo e di lei molto amorevole, per-
ch segretamente trattasse dei modi pi atti a discacciare dal suolo dItalia la
idra formidabile, che a danni nostri si vedeva menare le velenose sue lin-
gue 64.

Il Valentini, o Valentino come scrive Benedetto Croce 65, era cugino di


Gaudenzio Belli e parente di Luigia Mazio, genitori del Nostro. Figura
mediocre, il generale, ospitato in casa Belli nella quale ebbe a trovare un
misterioso ricetto, riusc momentaneamente nel suo intento di liberale
Roma, cadendo per vittima della strategia delle truppe francesi, che pre-
sto lo aggirarono, arrestarono e condannarono a morte. Un anonimo dia-
rista, in data 9 dicembre 1798, ricordava in questi termini lepisodio della
fucilazione del generale:

63
Di ferina barbarie che aveva sconvolto tutti i popoli dellEuropa aveva gi par-
lato il giornalista romano Michele Mallio aprendo gli Annali del 1793. Il termine scon-
volgimento annuncia infatti un tema e una costellazione simbolica che sarebbero stati
dominanti nella pubblicistica reazionaria degli anni successivi, e la cui influenza sembra
aver subito Belli nella lunga lettera del 1811. Nel Quadro del fanatismo della rivoluzione di
Francia, di un autore anonimo, si parlava ancora di bugiarda eguaglianza e di una insa-
nissima turba, attraverso la similitudine dellimpetuoso torrente senza ripe, n argini, di
uomini convertiti in fiere ed in mostri terribilissimi, fatti per nutrirsi di massacri, di carne-
ficine, di stragi. Particolarmente significativo infine questo brano dal libello Della Mo-
narchia di Luigi Martorelli: Bisogna pur confessare che il nostro secolo nellapprossimarsi
al suo termine ci presenta uno spettacolo non mai pi veduto nel mondo. Ogni secolo nella
storia stato segnato con qualche grande avvenimento, sia nel fisico e sia nel morale. Ma
quello di cui siamo noi spettatori tale per limportanza e per luniversalit, che non am-
mette confronto; in Guerci [2008], pp. 81 e 101-110 passim e pp. 196-197.
64
LGZ, pp. 8-9.
65
Croce [19542], pp. 229-241.

253
Edoardo Ripari

In questo giorno stato fucilato sulla piazza di Monte Citorio il fu generale


della truppa urbana Gennaro Valentini [...]; il quale essendo morto contrita-
mente con il Cristo in mano, nel venire al supplizio li sono stati fatti delli urli;
nel punto che morto lo stato maggiore della truppa nazionale hanno gridato:
viva la libert, e leguaglianza ed appena tirato la banda ha sonato la Gar-
magnola. La sentenza che uscita di sua morte per aver trasgredito alla legge
del 16 Termifero per non essersi presentato come straniero e Napoletano poi
per aver nel giorno che venne il Re di Napoli subornato molti ufficiali nazio-
nali della Chiesa Nova, per aver spiegato una bandiera rossa ed aver dispensa-
to delle coccarde parimente rosse ed aver fatto delli attruppamenti, aver gri-
dato: viva Ferdinando IV, viva il Re di Napoli, uccidete li Francesi, morte alli
Giacobini, scoprite le Madonne, sonate le campane; ed in somma essersi fatto
capo di una insurrezione; di pi per aver carteggio con il Re ed esser sua spia
in Roma 66.

Il ventenne Belli, nel 1811, avrebbe ricordato il parente come un eroe,


traslitterando gli episodi della propria infanzia in una dimensione lettera-
ria ed epica:

I francesi [...] ingrossatisi coi presidj che dei loro raccoglievano ovunque, pre-
sto ricomparvero pi feroci, e con onta e scorno indelebili del nome parteno-
peo, quasi senza un colpo di cannone n un lampo di spada ritolsero ai nemici
la preda. Ottantamila soldati fuggirono avanti a seimila; ed il misero Valentini
da tutti abbandonato e solo, non trov altro scampo alla sua vita, che nella
nostra fedele ospitalit [...]. Forse troppo, o caro amico, io ti sembro diffon-
dermi in questi politici racconti; ma mi mestieri di bene descriverti la fonte
primaria di tutte le mie successive calamit. In que giorni mia Madre soprap-
presa da un sbito terrore per la propria sicurezza, chiar la sua determinata
volont di abbandonare la sua patria. A nulla valsero le preghiere del marito:
a nulla le lagrime de figlioli. Rimase ferma nella sua risoluzione, e conducen-
do me ancora fanciullo, partimmo subito alla volta di Napoli precedendo di
poco il mio zio cugino il generale Valentini [...]. Ah mai non avessimo mosso
quel primo passo fatale! Inorridisci qu, o dilettissimo amico, tu, il cui bel-
lanimo cos dai tradimenti rifugge. Uscito appena il Valentini dalla citt dalla
porta di San Giovanni, fu preso, e contro ogni data fede, ed ogni dritto delle
genti ricondotto in Roma, e fucilato nel seguente giorno sulla piazza di Monte
Citorio. Egli and al supplicio da eroe. Rivestito di tutte le divise del suo gra-

66
LGZ, p. 8.

254
IV. Cristo per Nerone

do, volle senza benda guardare fermo quelle armi, dalle quali egli stesso invo-
c il foco e la morte 67.

Ma per Belli e la sua famiglia, questo episodio era solo il primo di una
lunga serie di sventure: la storia, con la sua accelerazione sempre pi tra-
volgente, si dipanava con tutto il suo portato negativo, sotto il segno del-
limprevedibile, di qualcosa che sfugge al fattore umano, alluomo che
pure in quegli anni si illudeva di porsi a motore degli eventi; essa si pre-
sentava al futuro poeta dei sonetti come una spada di Damocle sospesa
con un sottilissimo filo sopra la sua testa, e lo costringeva ad apprendere
larte del travestimento e della dissimulazione, larma pi efficace, eppur
vana, per scampare allimminente pericolo:

Noi informati del barbaro caso precipitammo la fuga scortati dal cameriere
dello sventurato Valentini; ed arrivati ad una locanda del Regno, ivi stanca
volle mia Madre fermarsi, e trapassare la notte. Cos andammo a riposarci,
ignari della nuova disgrazia che ci soprastava nel sonno: poich allapparire
del giorno risvegliatici, non trovammo pi n i nostri bagagli n quello scelle-
rato servo, nel quale cos a torto avevamo riposto fiduca. Di poco meno di
10.000 scudi fu il danno del furto. Soli e privi di tutto fummo costretti prose-
guire il viaggio fino a Napoli, ove accolti in casa del banchiere del fratello
germano di mia madre, ricevemmo in prestito vesti per mutarci, e danari per
soddisfare il nolo della nostra vettura 68.

Nella patria napoletana, in una societ cittadina che restava via via
paralizzata dalla grettezza ed inerzia di una corte peraltro elegante e
variopinta nella sua sguaiataggine 69, Giuseppe Gioachino doveva assu-
mere una forma mentis disincantata e contemplativa, un giudizio distac-
cato e scettico sugli eventi, nella limpida percezione dei contrari, delle
opposizioni politiche e sociali, di uningiustizia insita nella storia, al di
l delle contrapposte fazioni; acquisiva il pessimismo di una antropologia
negativa, che un sostrato culturale cattolico e quaresimale accentuava ed
avrebbe accentuato. Dopo i misfatti dei giacubbini invero, la bugiar-

67
Ivi, p. 9.
68
Ivi, p. 10.
69
Croce E. [1999], pp. 23-24.

255
Edoardo Ripari

da tranquillit dei primi giorni nella capitale partenopea veniva brusca-


mente interrotta da ulteriori, tanti ed atroci misfatti ad opera dei
partigiani del generale, che cominciarono irragionevolmente a sollevar-
si dando luogo a una nuova funesta rivolta:

Mia madre, sospettata complice con la mia famiglia del tradimento di Valenti-
ni fu dichiarata vittima di una ingiusta vendetta, e bastarono appena i sacri
recessi di un convento di monache per salvare la sua e la mia vita dallebbrezza
del popolare furore. Ecco come si fondano gli umani giudizj! Noi abbando-
nammo Roma per sottrarci allira di una fazione, e ci ponemmo fra gli artigli
dellaltra, la quale, lungi dal perseguitarci, avrebbe anzi dovuto concederci
pietosa accoglienza e conforto delle sofferte sciagure 70.

Intanto, da Roma, nuove e avverse disposizioni coglievano di sorpresa


la famiglia: Confiscati i nostri beni, sigillati i nostri domestici arredi, fu
mio padre dichiarato nemico della Repubblica, e mia madre emigrata e
proscritta. Calmatasi la violenza di que primi moti, lestrema penu-
ria, che di ogni vettovaglia per lo Stato tutto rapidamente si estese aggra-
vava la situazione dei Belli. In quei giorni, il piccolo Giuseppe Gioachino
dovette scorgere nella persona del pontefice, figura al di sopra delle parti,
mediatrice dellarbitrariet degli accadimenti, una sorta di forza salvifica,
un kat-echon contro gli abusi di una bugiarda eguaglianza che nascon-
deva sotto la cieca violenza fragili piedi dargilla:

Vennero i Russi, tornarono i Napolitani, e la Repubblica Romana ebbe nella


sua culla il sepolcro. Presto si apr a Venezia il Conclave, ed innalzato alla
cattedra di S. Pietro Gregorio Barnaba Chiaramonti che attualmente vi siede
[...]. Questo avvenimento fece concepire alla mia casa le pi fauste speranze.
Ed infatti venuto a Roma il nuovo Pontefice ricevette subito a pro di mio
padre graziosissimi uficj della Regina di Napoli, e poco appresso lo nomin ad
un onorevole carico nella citt, e a Darsena di Civitavecchia. Pieni di allegrez-
za noi ci trasferimmo alla nostra novella residenza insieme con un vero amico
di mio padre, col quale coabitavamo, ed avevamo di tutto perfetta comunio-
ne. In quella citt vivevamo nei pi salubri mesi dellanno, vivendo gli altri sei
sotto il meno impuro cielo di Roma 71.

70
LGZ, p. 10.
71
Ivi, pp. 10-11.

256
IV. Cristo per Nerone

Ma se la storia nasconde limprevedibilit del male, non forse pro-


prio perch essa fatta dalluomo accecato da sete di rapina, dallavarizia,
dalla cupidigia? E daltra parte, gli sforzi dellumanit per il proprio mi-
glioramento, non rischiano di essere inutili, proprio perch sottoposti, al
di l di ogni fiducia nellazione, a una realt che alla Provvidenza sistema-
ticamente sostituisce le cecit del fato? Queste intuizioni, i cui lampi bale-
nano nelle pagine pi cupe dei versi romaneschi, dovettero sorgere in
Belli negli anni della sua prima formazione, nella gettatezza (Gewor-
fenheit) in un mondo sottoposto al dominio di una sorte altalenante. Scri-
veva ancora allamico Ricci nel 1811:

Tre anni passammo in questi tragitti, de quali ricorder sempre il pi segnala-


to per un assassinio sofferto da sette masnadieri mascherati, che di bel giorno
e fin sotto a Civitavecchia, ci avevano teso laguato. Tra effetti di valore e di
uso, computammo la perdita scendere a circa settemila scudi. Per quanta dili-
genza per da noi si adoperasse in allontanarci di l nella state onde evitarci i
morbosi effetti che di quella stagione se ne risentono, pure io vi contrassi una
pertinace febbre, la quale mi travagli fin oltre i due anni. Ma non al grave
rubamento, e non alla mia febbre si limit contro di noi lodio della sorte, che
aveva gi deliberato di rendere la citt di Civitavecchia quasi il teatro della
nostra rovina [...]. Ci avessi veduto circondati di notte e di giorno di lodatori
blandissimi, pieni tutti di amicizia sul labbro, e di sincerit sulla fronte. Non
altro che canti e viva di gioja si udivano risuonare fra i nostri muri: e sempre in
giuochi e in conviti vi si trapassava il corto beneficio del tempo. Mio padre era
divenuto lidolo de parasiti; e mia madre, per se stessa anche bella, loggetto
degli incensi della galante adulazione 72.

Per inclinazione votato alla solitudine e al silenzio, Giuseppe Gioachi-


no trovava rifugio nella contemplazione, nel nutrimento di idee melan-
coniche, tutto soletto sulla silenziosa spiaggia del mare, e nelle sue
meditazioni spesso spesso senza neppure saperne il motivo, [si] ritrova-
va gli occhi umidi di pianto. Presto offesa, la sua coscienza lo portava a
condannare altamente nel cuore la condotta dei genitori, che spinti
dal disio virtuoso di splendidezza, trascendevano in una viziosa prodigali-
t, in uno strepito che lo annoiava e feriva, cos contrario al suo inna-

72
Ivi, pp. 11-12.

257
Edoardo Ripari

to amore per le cose tranquille 73. Presto edotto a diffidare del vizio delle
arti cortigianesche, delle serpi che si nascondo nel seno di una
illimitata fiducia, della vilt della seduzione, percepiva lurgenza di di-
fendere la propria anima libera e sdegnosa proiettandola su un superio-
re piano spirituale 74. Ma alla superiorit dellarbitraria sorte non vera
rimedio: della sorte che trasforma i progetti in sogni! fumo! vanit!. La
sfiducia nei destini delluomo e della storia, doveva aggravarsi di fronte
agli oscuri piani di una natura nemica, quando a complicare ogni dub-
biezza sopraggiungeva a Civitavecchia una improvvisa malattia epide-
mica. Fu in questa dolorosa circostanza che Gaudenzio, uomo severo
che mai sorrise allo spaesato bambino 75, e pure incapace di una seria
condotta negli affari, soggiogato dagli adulatori 76, dava finalmente pro-
va di generosit, di cristianissimo caritatevole animo, ponendo a rischio la
propria vita in aiuto dei colerosi, fino a contrarre il morbo e a chiudere gli
occhi, dopo diciotto giorni di patimenti e dolori, alle miserie della
terra.

Ah! fu quello il primo momento, in cui mi accorsi di essere uomo, ed uomo


destinato a soffrire assai, perch la nebbia della felicit che si andava gi dile-
guando, od era gi assai svanita, lasciava aperta agli occhi della mia mente
unacerba prospettiva di dolorose vicende. E come avrei potuto io allora di-
stornare dal nostro capo i mali che la minacciavano, io fanciullo appena di
dodici anni, e privo di ogni mondana sperienza? Non mi restava dunque che il
desiderio dellopera, ed il rammarico della inazione 77.

Di ritorno a Roma, nella nuova povera casa in via del Corso 391, Giu-
seppe Gioachino conosceva il duro stillicidio delle privazioni 78, e veni-

73
Ibidem.
74
Ivi, p. 13.
75
Cfr. Ivi, p. 7: Ricorder sempre con orrore il gastigo da lui datomi nellet di sette
anni a pena di essermi ritenuto con silenzio un soldo da me trovato sopra la di lui scrivania.
Mi rinchiuse solo per due giorni in una camera oscura con vitto di pane ed acqua, e poi, al
terzo giorno trasportato da quella in unaltra, in presenza di circa venti persone tutte con-
sanguinee mi udii accusare dal mio genitore di furto.
76
Spagnoletti [1961], vol. I, p. 12.
77
LGZ, p. 15
78
Spagnoletti [1961], vol. I, p. 12.

258
IV. Cristo per Nerone

va ripetendo dentro di s lantico adagio greco: felice il bambino a cui


concedesse Iddio ne suoi natali la morte 79. In quei giorni di grave indi-
genza, Luigia Mazio chinava virtuosamente il capo sotto la sferza del
cielo, e valendosi della sua squisita abilit in ogni genere di femminili la-
vori, cominciava a preparare con essa un sudato alimento ai suoi figli
orfani. Seguendo lesempio della madre, lormai adolescente poeta ini-
ziava a vivere anni nel segno dellintenso studio, di una inedita, avida cu-
riositas, e percepiva il filtro letterario come rifugio dai fragori delle tem-
peste del mondo, e al contempo come strumento per affermare i proget-
ti delle ambizioni:

Ed eccomi gettato scriveva nell11 nel mondo cos diverso da quello, che
poco addietro dovea farvi ingresso [...]. Ritiro, abbiezione, e tristezza erano
divenuti il mio patrimonio [...]. Correva lanno decimoterzo della mia et; e
cominci in quello il corso non pi poscia interrotto de miei studj. Abituato
per tempo alla lettura ed alla riflessione, dotato di tenacissima volont di riu-
scire in quello che desiderava, e di un immenso amor proprio di far bene quel
che faceva, andai alluniversit collanimo gi preparato alla emulazione ed
alla vittoria 80.

Studente al Collegio romano, Belli veniva dunque rafforzando, con


disperata applicazione 81, il suo eclettico bagaglio culturale: quella lin-
gua latina, quellarte oratoria, quella poetica, quella filosofia finalmente,
di cui udiva gi da altri parlare, con tanta costernazione; ti giuro, dilettis-
simo amico, sembravano a me strade fioritissime e piane, per giungere
alla gloria della scienza. Con lanimo consumato sempre da una arden-
tissima mania di superare chiunque, egli si levava di notte pian piano,
per sacrificare i riposi del sonno ai tumulti dellamor proprio; indocile e
turbolento, nello scoprire le proprie qualit intellettuali sdegnava ogni
punizione comune agli animali privi di quella ragione, di cui molto bene
[egli] si accorgeva dotato. Cos le mie passioni, scriveva ancora al Ric-
ci, divenivano ogni anno pi ribelli. Compiuto il corso degli studi che
preparano la mente, il sedicenne Giuseppe Gioachino intraprendeva

79
LGZ, p. 15.
80
Ivi, pp. 16-17.
81
Muscetta [19832], p. 15.

259
Edoardo Ripari

quelli che formano lo spirito e il cuore, e gi le [sue] riflessioni si face-


vano pi mature 82. Ma quello stesso anno sopraggiungeva un nuovo do-
lore: moriva di stenti e di lunga malattia, dopo anni di sacrifici, di lunghi
giorni e lunghe notti a lavorare di cucito, Luigia Mazio. Le sue parole al
punctum sarebbero sempre state, per il futuro poeta, un monito severo
per la condotta di unintera vita:

Gli occhi suoi gi coperti dal livido velo della morte si illuminarono allora
delle ultime scintille vitali, e la virt della religione seppe renderle per brevi
momenti un vigore che ella aveva perduto fra i suoi travagli. Rivolta quindi a
noi, ed a me principalmente dirigendo le sue estreme parole, ci ricord i dove-
ri di cristiano, di suddito, di cittadino, compendiandoci brevemente le ricom-
pense ed i gastighi che Iddio e la coscienza retribuiscono alla virt ed al vizio.
Ci confort di non troppo confidare negli uomini, ma s tutto in noi stessi e
nelle opere nostre, e ci avvert in ultimo qualunque affanno poter essere tolle-
rabile ed anche dolce quando si pensi che le calamit come i piaceri dovendo
sulla terra aver fine, in questa idea di un termine si rinchiude necessariamente
la consolazione dello sventurato, ed il tormento delluomo felice 83.

Tra il 1798 ed il 1811 Belli aveva dunque vissuto qualcosa che non si
sarebbe cancellato mai del tutto, e avrebbe provocato pi tardi una
crisi di sfiducia nei confronti della societ contemporanea, lorrore per i
mutamenti politici accompagnati dal sangue e dalle violenze. La rivolu-
zione del 98, insomma, con i traumi sofferti da bambino, sarebbe
divenuta il termine di confronto per qualunque altro rivolgimento poli-
tico, esercitando una spinta ad un esorcismo egualmente vigoroso 84. Uno
studioso di psicologia osserva ancora Spagnoletti forse andrebbe pi
in l, anteponendo alla vocazione realistica del poeta, alle letture volteria-
ne e roussoiane che stanno alla base della sua formazione culturale
lesperienza che egli ebbe fin dallet pi tenera dei gravi avvenimenti ai
quali si riferisce lautobiografia 85.

82
LGZ, pp. 17-18 passim.
83
Ivi, p. 18.
84
Spagnoletti [1961], vol. I, p. 13.
85
Ibidem.

260
IV. Cristo per Nerone

IL SENTIMENTO DEL TEMPO: TRA STORIOGRAFIA E FOLCLORE

1. Di fronte alla letteratura storiografica, capita spesso al poeta dei


sonetti di imbattersi in una sorta di contraddizione, che scopriamo in ve-
rit funzionale alle aspirazioni della musa romanesca. Come accade nel-
luniverso plebeo, in effetti, anche Belli sembra ridurre levento storico a
proverbialit e aneddoto, ad exemplum morale e a massima politica, de-
privandolo cos della sua vera natura, nel privilegio di ci che resta immu-
tabile sul cambiamento, della continuit sulla rottura, del folclore e del-
lantropologia sul senso della storia. Sono proprio le carte zibaldoniane a
confermare questa prospettiva, anche per lassenza in esse, nellorganiz-
zazione del materiale, dello spessore dialettico, causalistico, che garanti-
sce la contemporaneit del fare storiografico, in modo particolare laddo-
ve le opere di storici che pure, per il loro metodo, conquistarono un ruolo
di primo piano nellorizzonte progressista e liberale, vengono indicizzate
ed estratte con un andamento cumulatorio, aneddotico appunto, secon-
do determinazioni classificatorie dalle quali, suggerisce Croce, nasce il
falso sospetto che la storia sia un continuo ripetersi, cangiati solo i nomi e
i collegamenti spaziali e temporali 86, nella percezione definitiva di una
disincantata circolarit. La visione dimidiata della storia che caratterizza i
sonetti, trova cos una sua ragione, una sua premessa, nelle stesse pagine
zibaldoniane, che sostituiscono allatto storiografico basilare del giudizio
un acritico accumulo di esotismi, eziologie e varia curiositas. Il nuovo
metodo storiografico, causalistico e militante, si proponeva di rendere il
passato contemporaneo, pensandolo nella prospettiva strumentale di
unazione nel presente in vista dellimmediato futuro. Tale conquista del
pensiero liberale tende, dunque, a sfuggire sia alla pratica enciclopedica e
cumulatoria dello Zibaldone riconducibile daltra parte allingombrante
barocco scientifico-letterario, piuttosto che al razionalismo analitico del-
lEncyclopdie che alla protesta politica dei sonetti romaneschi. Occorre
tornare ad evidenziare, inoltre, la radicale alterit tra lorizzonte della poe-
sia, in cui certo Belli dovette illudersi di riversare le idealit che rifulgeva-
no nella sua rischiarata coscienza, e i propositi riformatori o rivoluzionari
che animavano gli intellettuali italiani ed europei in quello scorcio del-
lOttocento; la frizione stridente, dunque, tra gli assunti ideologici e po-

86
Croce [1938], pp. 262-263.

261
Edoardo Ripari

litici di quella storiografia e la loro eventuale riassunzione nel paradig-


ma culturale e linguistico di una plebe perenne, condotta per la prima
volta, attraverso una vera e propria discesa agli inferi, sulla soglia della
pagina.
Gli estratti dalla Storia della rigenerazione della Grecia dal 1740 al 1824
di Franois Pouqueville illustrano con efficacia il movimento circolare
che Belli instaura tra lintertesto colto e il protagonismo plebeo dei sonet-
ti. Lopera del Francese, pubblicata nel 1824 e subito tradotta, acquist
grande fama in Italia in ambiente liberale e risorgimentale: per tutti i libe-
rali dEuropa, del resto, la Grecia era gi un luogo dellanima, il punto di
convergenza dellattenzione di classicisti e romantici; e la sua lotta per
lindipendenza dal dominio ottomano era percepita, da intellettuali quali
il Byron, come il tentativo di tornare alla purezza e alla bellezza delle sue
origini, a quella manifestazione del bello che gi in Keats era sinonimo di
verit; come unaspirazione dunque, lontana da ogni ripiegamento no-
stalgico, a rinnovare lumanit nella sua dimensione storica e spirituale.
La forza apostolica, profetica, che percorre la Storia di Pouqueville e avreb-
be animato il nostro stesso Risorgimento, sembra per non attirare, se
non in fugaci sussulti, lattenzione di Belli, che appare concentrato su un
aspetto a sua volta ricco di fascino: lestremo rigore con cui lo storico
descrive gli usi, i costumi, i rituali di un intero popolo. Allorganizzazione
diacronica e diegetica del fare storiografico, dunque, il poeta sostituiva i
modi e le forme di una curiositas suggestiva nel suo eclettismo, funzionale
a uno scavo demopsicologico nella plebe pontificia, volta a rilevare colori
locali e climatici, aneddoti e formule proverbiali per ricondurli alloriz-
zonte romano ed italiano: proprio come accadeva, dunque, nella lettera-
tura gesuitica dei secoli XVI e XVII, nella riscoperta delle Indie par aa,
di un esotico e di un selvaggio tutti interni 87, o ancora nei resocon-
ti di viaggio dei cultori di esotismi.
Nella trattazione degli eventi storici della rinascita della nazione Gre-
ca, disposti in una catena di cause ed effetti e sintetizzata in un pi ampio
giudizio storiografico, Belli tende a sottolineare i momenti che sembrano
collocarsi al di fuori della stessa catena, falde sottostoriche nellorizzonte
della storia nelle quali forse ritrovava la condizione peculiare del suo po-

87
Cfr. Prosperi [1996], pp. 551 e ss.

262
IV. Cristo per Nerone

polo. Questo articolo zibaldoniano come una spia delleffettivo atteg-


giamento del poeta:

Lisola di Samotracia che lantico sacerdozio aveva scelta per formarne il san-
tuario de misteri cui erano stati iniziati Orfeo, Ercole, Agamennone, e Filippo
re di Macedonia, privata dellaltare degli Dei Cabiri conserv un non so che di
mistico sino alla presente et. Le donne rimaste in possesso di predire lavveni-
re subentrarono ai Gerofanti; ma invece di eroi e di re oramai non approdano
alle sue spiagge che alcuni marinari greci che vengono a comperare amuleti
onde avere propizio il vento (navigazione) oppure pietose vecchie per chiede-
re se un diletto amante si conserver fedele allamata figlia, o se le render
lamore dopo aver traditi i suoi giuramenti. Trecento famiglie greche sparse in
questisola, contente di andar vagando sotto le fresche ombre delle sue valli,
contente del latte e delle lane delle loro pecore vivevanvi in pace senza nulla
saper della insurrezione della Grecia, quando vi approdarono i Turchi 88.

Pu sorprendere, ad esempio, che tra gli episodi della Storia, sempre


narrati in un contesto di rigoroso razionalismo, il cantore pontificio scelga
di sottolineare la ricorrenza di eventi prodigiosi e irrazionali, come lap-
parizione di un caduceo, portato dalle onde sulle spiagge di Micale 89, a
prefigurazione della vittoria greca; o avvenimenti che per il loro valore
figurale si situano in una dimensione pancronica, piuttosto che fattuale:
del 3 agosto 1825, giorno della battaglia di Missolungi, Belli in effetti non
riporta le cause e le conseguenze di uno dei fatti pi significativi della
guerra, n le riflessioni di Pouqueville, ma ricorda limpresa di un fan-
ciullo greco di quattordici anni, che si distinse con prove di straordina-
rio coraggio avendo uccisi di sua mano pi nemici, e portati nella citt i
fucili di due asiatici di gigantesca statura. Nuovo David, aggiunge a
lato 90.
Certo non mancano le occasioni in cui Belli appare alla ricerca, nei
lumi della storia, di esempi praticabili per il miglioramento della sua
abbandonata societ (Gli uficiali francesi del genio che servirono a
Corf posson attestare con quanta facilit i contadini epiroti avevano adot-

88
Zibaldone, V, articolo 2177, carta 140 recto.
89
Ivi, articolo 2249, carta 155 recto.
90
Ivi, articolo 2259, carta 160 verso.

263
Edoardo Ripari

tato il calcolo decimale e le varie nostre misure fondate sullo stesso calco-
lo. Tuttoci che esatto e utile sommamente piace a questo popolo, che
accolse con entusiasmo la vaccina, e che essendo senza repulsi pregiudizi
accoglier sempre le cose capaci di migliorare la sua condizione 91, anno-
tava); ma tali osservazioni servivano piuttosto al cittadino per meglio
comprendere leffettiva alterit tra utili exempla e le tenebre romanesche.
infatti il consueto, amaro scetticismo verso il corso della storia a preva-
lere, nella rilevazione delle contraddizioni e delle violenze, delle assurdit
e dei soprusi che la caratterizzano, soprattutto quando si stringono legami
illegittimi e nefasti tra le ragioni religiose e quelle ideologiche; come quan-
do, nel giorno di Pasqua dellanno 1798, Al, per meschine strategie
politiche, fece ordinare una strage a San Basilio, terra della catena marit-
tima dei monti Cerauni, e una famiglia di quattordici persone fu appic-
cata tutta ad una stessa pianta, che fu poi per molto tempo chiamata luli-
vo dei martiri 92. Anche in queste circostanze, tuttavia, la curiosit antro-
pologica, e il disagio morale, precedono linteresse storiografico:

Le teste che portansi a Costantinopoli o impagliate o salate restano esposte tre


giorni alle porte del serraglio chiamato la dorata soglia della porta di felicit del
gloriosissimo ecc. ecc. altar distributore delle corone ai principi che regnano
sopra la terra con uno scritto (Yafta) indicante il delitto degli individui decapi-
tati (superbia). La testa di un visir pasci a tre code vien posta sopra un piatto
dargento su di cui una colonna di marmo presso alla seconda porta del serra-
glio, chiamata Orta Capou; quella dun pasci a due code, di un ministro, di un
generale mettesi entro un piatto di legno avanti alla porta del Basch Capou,
sotto la volta di questo ingresso. Gettansi in terra presso a questa medesima
porta le teste degli uficiali subalterni. Dalla posizione che lesecutore d ai
cadaveri, distinguensi quello di un musulmano da quello di un cristiano. I
primi giacciono supini col capo posto sotto le braccia, e gli altri sono stesi col
ventre verso terra, ed hanno il capo sulle natiche 93.

La storia si rivelava magistra vitae piuttosto per i suoi fattori di lunga


durata, per le sue ammonizioni contro ogni forma di oclocrazia, governo

91
Ivi, articolo 2102, carta 123 recto.
92
Ivi, articolo 2034, carta 107 recto.
93
Ivi, articolo 2086, carta 118 verso.

264
IV. Cristo per Nerone

del popolaccio 94, per una saggezza antica e proverbiale che ricordava
non esservi pi ridicolo mostro di un impotente tiranno, che tutti
glignoranti sono bestiali 95, soprattutto nel caso in cui un popolo acca-
rezzato esprime tutto il suo furore, rendendosi pi pericoloso di un
principe pervertito dalladulazione 96; che la guerra infine, in quanto
tale, non pu e non deve che nutrire la guerra 97.
Laccorta annotazione dei fenomeni superstiziosi o credenze religiose
domina per su ogni criterio di estrazione e riassunzione, e risponde ap-
pieno agli assunti propri della musa dialettale:

Ecco un tempo disastroso pei malvagi; faranno su di lui soffiare un vento


impetuoso in un giorno fatale; faranno cadere gli uomini a guisa di palme
sradicate, perch i miei uccisero il cammello di Salh (1). Noi abbiamo male-
detti sulla terra, e nel giorno della risurrezione saranno abominevoli a tutto il
mondo.
Note (1) Korano, capitolo della Luna. Sal o Salah era un profeta pi antico di
Maometto molto stimato presso i Persiani e gli arabi. Essendosi recato alle
Indie per convertire i fedeli, gli fu chiesto un miracolo, ed il Profeta risuscit
un cammello chera stato ucciso da un certo Chander. Questo cammello, scri-
vono gli orientali, vive ancora, e si odono talora le sue grida quando le carova-
ne passano presso alla caverna in cui chiuso: ma i viaggiatori non omettono
di fare gran fracasso per timore che udendolo i loro cammelli non rimangano
immobili. Sventura riservata a coloro che odono la sua voce 98.

Belli evidentemente intenzionato a collezionare materiale che poi


avrebbe riusato nei fili occulti della sua macchina romanesca; e in
effetti linteresse del lettore per le carte zibaldoniane va alla capacit del
poeta di rilevare da un lato labisso tra gli orizzonti gnoseologici e storici
delle opere esaminate e la sua esperienza quotidiana, e in seconda istanza
di ricondurre questa stessa demarcazione a una fusione superiore, nel con-
fronto serrato con quanto di selvaggio, di esotico e superato dalla sua
coscienza di honnte homme ritrovava, a mo di relitto, allinterno della

94
Ivi, articolo 2114, carta 123 recto.
95
Ivi, articolo 2089, carta 119 recto.
96
Ivi, articolo 2213, carta 148 verso.
97
Ivi, articolo 2152, carta 136 recto.
98
Ivi, articolo 2077, carte 117 recto e verso.

265
Edoardo Ripari

specificit romana. Lo Zibaldone dunque, pensato e costruito nellarco di


un ventennio per leducazione del figlio Ciro, si rivelava per Belli, anche e
soprattutto, una possibilit di autoformazione culturale e uno dei privile-
giati strumenti di lavoro della propria officina poetica. Questo atteggia-
mento belliano, il suo riportare a casa, da un contenuto altro, quanto
pi poteva giovare al suo compito di cantore popolare, era ulteriormente
suggerito, daltra parte, dal relativismo gnoseologico e religioso della scrit-
tura persiana del Montesquieu, dalle cui lettere Belli estrasse copiosi ar-
ticoli 99.
La ripresa di modelli e motivi zibaldoniani per una polemica tutta dia-
lettale si pensi alla protesta civile che caratterizza le note in lingua ai
sonetti, dominate da uninsofferenza tanto politica quanto religiosa, e so-
spese tra contemplazione ed antifrasi torna a testimoniare in effetti lin-
timo bisogno, per Belli, di allontanarsi il pi possibile da Roma, al fine di
poterla comprendere e accettare nella sua mostruosa eccezionalit. Cos
era accaduto con i viaggi degli anni 20: lo stesso fenomeno, evidentemen-
te, si ripeteva nei viaggi tutti letterari della stagione poetica. Nel seguente
articolo dello Zibaldone, ad esempio, Belli ritrovava unindagine sulle su-
perstizioni che avrebbe riversato, adottandone i toni, le forme, le formule,
sulle pieghe pi intime della sua poesia:

Nella metropoli di San Nicola [...] mostravasi come a Roma un pezzo della
colonna cui fu legato Ges Cristo; era di un colore bruno di ferro, e i Greci
pretendevano che nel Venerd Santo sudasse. Vi si vedevano inoltre tre urne
di ferro in una delle quali riposavano le ossa di sette giovanetti martirizzati
per ordine di Antioco, perch ricusarono di abbracciare la religione paga-
na 100.

Il sonetto Cristo a la Colonna (1550) in effetti, del 19 maggio 1835, che


rileggiamo assieme al suo breve ma significativo apparato in prosa, apre
un canale di comunicazione, per via diretta o obliqua, con il brano sopra
trascritto:

99
Ivi, III, articoli 1890-1975, carte 194 recto-234 recto.
100
Ivi, V, articolo 2136, carta 133 verso.

266
IV. Cristo per Nerone

Er Redentor Ges, sotto le bbraccia


de quelli manigordi senza fede,
dite che ddivent dda capa ppiede
una spesce dun pezzo de carnaccia. 1

Uhm, ar vede la colonna che sse spaccia


per cquella vera ll a Ssanta Presede 2
sar stato in ner petto e in ne la faccia,
ma in tutter corpo nun lo posso crede.

Ce star ppe la panza e ppe la schina,


pe bbracce ffianchi e ppe la crosce puro,
ma in tutter corpo n, ssora Fermina.

Io so cca la colonna accostar muro


me sce s mmisurato stammatina,
e armeno er culiseo 3 stava ar zicuro

1. Carne sanguinolenta di carogna che si vende a Roma a cibo di gatti. 2. Nella chiesa di
Santa Prassede sullEsquilino si vede la colonna della flagellazione. Giunge appena ai
fianchi di un uomo. 3. Il deretano, con rispetto parlando.

Lo scartafaccio, assimilato e rielaborato, diveniva una risorsa interte-


stuale per la polemica in versi e in prosa; come nel sonetto del 9 ottobre
1831, Er viaggio de Loreto (194):

Ito che ffui co tt a la Nunziatella, 1


agnde a vvisit la Santacasa, 2
pe strufin ne la sagra scudella
sta coroncina dossi de scerasa.

De fede cche per aria sii rimasa, 3


ma ggnisuno c degno de vedella;
e un anno na Reggina ficcanasa 4
ce perze locchi. Si cche ccosa bbella!

B, ll a Maria Santissima, in ner mentre


disse: E cciancilla Dommine, er Ziggnore
je mann ne la panza er fruttusventre.

267
Edoardo Ripari

Eh? cche ttibbi de casa in cuella Cchiesa!


Oh vv che sse trovassi un muratore,
da fanne unantra pe cquantoro pesa!

1. Chiesa suburbana, dove in dato tempo dellanno corre il popolo divoto a gozzovigliare.
2. Nella Santa Casa di Loreto si conserva e mostra la vecchia scodella in cui mangiava il
pancotto N. S. G. Su di essa i pii pellegrini fregano le loro corone le quali ipso facto
rimangono benedette e operatrici di portenti anche meteorologici. 3. Pretendevasi, ma in
oggi que buoni preti van pi a rilento nel sostenerlo, che quella sagra Casa fosse sospesa
in aria come la casa di Maometto, e che in prova poteva passarlesi per di sotto un nastro.
Una dama per che accett lesperimento, rimase cieca miracolosamente prima della con-
sumazione dellatto. Bel testimonio venuto a mancare! da leggersi lopera di un Vesco-
vo Lauretano sulla nostralit de materiali betlemici onde sospesa quella casa volante.

Il tono che caratterizza i versi ancora una volta di stampo voltairiano,


e lapparato in lingua, con funzione amplificativa ed espressione diretta di
idealit cittadine, torna a inarcare una doppia protesta: verso un mondo
plebeo intento a gozzovigliare e verso luniverso del potere che stru-
mentalizza ai propri fini la superstizione. In questa riscrittura infima il
poeta dunque in grado di superare il mero intento documentario per
volgersi alla militanza dellantifrasi, attribuendo al folclore unambiguit
pi profonda e un sovrasenso politico.

2. Il sentimento del tempo che caratterizza il 996, sia nei contenuti che
nella struttura, tende esso stesso ad escludere le dinamiche della storia, in
uninedita convergenza tra la temporalit liturgica del fare poetico 101 e
quella ritualistica dellannulus ecclesiastico, tra i ritmi di composizione e
quelli che cadenzavano la vita quotidiana della societ pontificia. Tra il
1829 e il 1849 Belli aveva composto 2279 sonetti; ben 1867 dal 1830 al
1836, con picchi di dodici testi al giorno: egli visse un decennio della sua
vita, nel periodo di maggior turbolenza nella realt politica europea, ita-
liana e romana, pressoch esclusivamente sub specie poesiae. Lordinamento
cronologico dei 30.208 versi romaneschi, con la segnalazione paratestuale
di giorno, mese, anno, oltre a rispondere a una sorta di estetica del fram-
mento (Distinti quadretti e non fra loro congiunti fuorch dal filo oc-
culto della macchina, aggiungeranno assai meglio al fine principale, sal-

101
Cfr. Gibellini [19872], e Ripari [2008].

268
IV. Cristo per Nerone

vando insieme i lettori dal tedio di una lettura troppo unitaria e monoto-
na. Il mio un volume da prendersi e lasciarsi, come si fa de sollazzi,
senza bisogno di progressivo riordinamento didee. Ogni pagina il prin-
cipio del libro: ogni pagina il fine, leggiamo nellIntroduzione), viene a
porsi, in questa prospettiva, come il pi vitale filo occulto della macchi-
na, ipostatizzando una concezione quaresimale del modus operandi lette-
rario. La stessa monometria del canzoniere sembra ribadirlo: gi Vigolo
individuava in essa qualcosa di simile alle preghiere, ai rosari degli
orientali che passano la vita contro un muro in contemplazione. Il sonet-
to, infatti, il pi chiuso dei metri della nostra tradizione letteraria, breve e
contratto, da un lato si rivelava del tutto funzionale alla brevitas di una
mentalit popolare spropositata, votata al sarcasmo e allepigramma, al
dir proverbiale e conciso, ai risoluti modi di un genio manesco, alla
sua incapacit di parlare a lungo in discorso regolare ed espositivo; dal-
laltro si affermava come vera e propria forma mentis tipicamente bellia-
na, una seconda natura, un istinto, una specie di organo o di struttura
epilaringa 102.
Sotto questi rispetti, tendeva dunque a ridursi quella distanza dalla
prospettiva plebea che il cittadino aveva posto come strategica, nella
convergenza tra i contenuti e le forme della poesia, tra il tempo fittizio e
quello reale; nel prevalere, infine, del sentimento arcaico e religioso del-
luniverso popolare, fatto di corsi e ricorsi e scarsamente materiato di
fatti che ne scandiscono il ritmo 103, sullaspirazione dellintellettuale ad
operare nellorizzonte degli eventi. Belli particolarmente efficace nel
cogliere ogni gesto minimo della vita quotidiana del popolaccio, scan-

102
Osserva ancora Vigolo [1963], vol. I, pp. 99-100: Una volta adottata la formula
del sonetto (ma non si pu dire nemmeno adottata perch la portava gi in s come
tradizione e morfologia di linguaggio, come le declinazioni, e le coniugazioni dei verbi) egli
vi resta immutabilmente fedele come la chiocciola al suo nicchio, con quella tendenza, per
di pi, alla mania, alla ossessione che era nel suo carattere. Nella formula del sonetto egli
ha risolto a priori, una volta per tutte, i problemi della scelta, di incertezza che un artista
pu avere sui mezzi pi proficui. Per il Belli questi problemi non esistono pi: egli li ha
lasciati tutti dietro di s, dietro il principio della sua opera, nella quale entrato, una volta
per sempre come in una eternit. [...] una specie di fato e di rinuncia in cui si rivela
ancora il medievalismo originario del sonetto. Il poeta lo accettava come una regola religio-
sa, un chiostro: rinunciare al mondo, per avere il mondo.
103
Samon [1969], p. 105.

269
Edoardo Ripari

dita da archetipi e ripetizioni; come in questo sonetto del 18 novembre


1831, intitolato proprio Li ventiscinque novemmre (241), dove gli stessi
eventi meteorologici sono predeterminati dal busciardello, e gli avveni-
menti delloggi non sono che la riattivazione di un modello preesistente e
ordinatore:

Oggiaotto ch Ssanta Catarina


se cacceno le store pe le scale,
se leva ar letto la cuperta fina,
e ssaccenne er focone in de le sale.

Er tempo che ffar cquela matina


pe Nnatale ha da fllo tale cquale.
Er busciardello cosa mette? Bbrina?
La bbrina vederai puro a Nnatale.

E ccominceno ggi li piferari


a ccal da montagna a le maremme
co cquelli farajli tanti cari!

Che bbelle canzoncine! oggni pastore


le cant spiccicate a Bbettalemme
ner giorno der presepio der Ziggnore.

La memoria culturale perde cos ogni profondit diacronica, stem-


perando latto storico nella ripetizione, nel gi fatto, nel gi detto, in
quel noto (nel 996 il corso degli eventi ggi sse sa) che tuttavia, in
quanto non pensato, non corrisponde mai al conosciuto, e presiede a
un atteggiamento contemplativo e rassegnato 104. Nella sua discesa in que-
sto primordio plebeo, nella sua rappresentazione, la poesia di Belli avvera
la validit storica, monumentale e documentaria del proprio assunto, pa-
radossalmente, nel cogliere e scoprire il carattere intemporale di un con-
testo storicamente determinato, sottoposto per una strategia di natura
storico-politica, istituzionale dunque a una vera e propria destorifica-
zione religiosa, nel tentativo di preservare una presenza minacciata dal-

104
Cfr. Heidegger [1970], pp. 212-216.

270
IV. Cristo per Nerone

lincombere di una nuova storia. Belli, del resto, coglie la sua plebe nel
periodo storico in cui questa stessa strategia dellimmutabilit, di fronte
allirrompere di un nuovo paradigma, di unulteriore mediazione ester-
na 105 opposta alluniverso teocratico, stava entrando ormai in una crisi
irreversibile, e in cui il ricorso al rito dissolveva nel riso, nella commedia
dellarte la sua potenza sacrale:

Chiuso appena lapparto teatrale


stanotte la Madonna entra in ner mese;
e ffra cquinisci ggiorni pe le cchiese
principia la novena de Natale.

E ddoppo, ammalappna se s intese


le pifere a ffin la pastorale,
riecco le commedie e r Carnovale:
e accus sse va avanti a sto paese.

Poi Quaresima: poi Pasqua dellOva:


e, ccom tterminato lottavario,
aricomincia la commedia nova.

Pijja inzomma er libbretto der lunario,


e vvedi lanno scompartito a pprova
tra Ppurcinella e Iddio senza divario.

Anche questo sonetto daltra parte, intitolato Er primo descemmre


(521) e composto il 1 dicembre 1832, ci riporta nella dimensione di
una poesia quaresimale, di una liturgia della parola che riflette un biso-
gno di spiritualit genuina e primitiva, e parimenti la necessit, per Bel-
li, di trovare un rifugio da quellorizzonte storico-politico che lo esclu-
deva e minacciava.
Era inevitabile, in questo contesto, la fragilit ma parimenti leffica-
cia del progetto belliano di far coincidere il monumento con lassunto
etico e storicistico che pure lo reggeva alla base, laddove il divenire stori-
co si sottraeva ad ogni percezione dialettica, rivelandosi nella sua sostanza

105
Cfr. Girard [2006].

271
Edoardo Ripari

ripetitiva e circolare. La rarefazione temporale dei nessi cronotopici che


presiede alla nascita del sonetto belliano, convergeva infatti con limpos-
sibilit di affermare uno storicismo rappresentativo, e al contempo di con-
durre sino in fondo la lezione del razionalismo radicale. Il sostrato arcaico
della plebe, la matrice inestirpabile ed arcaicamente cattolica della for-
mazione del poeta, si imponevano sullottica della distanza, solo in par-
te garantita dallautoeducazione illuministica, nel prevalere, infine, di una
perenne tormentosa remora 106. Nel suo itinerario intellettuale, infatti,
Belli ha sentito il portato pi genuino della letteratura rischiarata, ne ha
sfruttato le risorse; ma fu poi costretto, per il suo spirito poco incline
allastrazione, a rimanere schiavo di una diffidenza, sia epidermica, sia
profonda, verso quegli stessi ideali su cui aveva meditato: anche nei mo-
menti di maggiore incidenza di queste opere, insomma, prevale nella pa-
gina romanesca linfluenza del primordio 107. Per la grande profondit
del suo spirito, della sua intelligenza, Belli ha cercato di sfuggire a quel-
lagnosticismo che cristallizza e sottrae vitalit alla comprensione degli
eventi, dei quali tuttavia sub sino in fondo loppressiva incombenza.
Il dramma dellintellettuale, ma al contempo la forza espressiva e stili-
stica del poeta, si situano del resto nel confronto irrisolto tra ragione e
religione, tra analisi decostruttiva e contemplazione prelogica delluniver-
so analizzato. A questo proposito, il lettore pu ricordare lo splendido
sonetto La notte dellAsscenzione (961), del 15 maggio 1833:

Domani llAsscenzione: ebb, sta notte


Nostro Siggnore, pe bbont ddivina
se ne ssceggne dar celo a la sordina,
mentre che lluniverso o ddorme o ffotte;

e vva ppe ttutte le mase rotte,


discenno ar grano: Al, ppassa e cammina:
lacqua diventi latte, eppoi farina,
pe ddivent ppoi pasta, e ppoi pagnotte.

106
Samon [1969], p. 100 e cfr. ibid: Nel poeta una certa disperata vaghezza controri-
formistica organo non asportabile.
107
Ivi, pp. 26-27.

272
IV. Cristo per Nerone

Ecco a li bbagarozzi la raggione


che jjaccennemo addosso li scerini
cantanno er Curri curri bbagarone.

Ecco perch sse mette li lumini


a le finestre de le ggente bbone:
perch Ccristo nun batti a li cammini.

Ma a suscitare il nostro interesse unaltrettanto straordinario compo-


nimento, Er miracolo de san Gennaro (1264) del 18 maggio 1834, dove la
carica visionaria ricompone il dualismo irrisolto della prosimetria nel con-
vergere della violenza e del sacro, e lo iato sottile tra ritualismo e
dimensione extrastorica, tra intenti documentaristici e riassunzione sog-
gettiva e ammaliata del dato storico e antropologico, raggiungono una
mirabile, indissolubile sintesi:

Come per er miracolo cho vvisto


cor mi padrone a Nnapoli, di ppuro 1
che cquant ggranne er Monno, Mastro Sisto,
nun ne ponno succede 2 de sicuro.

Ussc un pretone da de-dietro un muro 3


co un coso 4 pieno de sanguaccio pisto,
e strill fforte a ttante donne: dduro.
E quelle: Sia laudato Ggesucristo.

E ddoppo, in ner frattempo cher pretone


se smaneggiava 5 er zangue in quer tar 6 coso,
le donne bbiastemaveno orazzione 7.

Finch cco sto smaneggio e nninna-nanna 8


er zangue divent vvivo e bbrodoso
comer zangue dun porco che sse scanna.

1. Di pure. 2. Succedere: accadere. 3. Il prete col reliquario in forma di lanterna di carroz-


za, entro cui sono le due ampolle del sangue, esce di dietro laltare che isolato. Dalla
parte opposta esce altro prete col teschio del santo vescovo rinchiuso nel capo di un busto
dargento ornato come una mammana in giorno di battesimo. Allincontrarsi di queste
due reliquie, or pi presto ed or pi tardi accade il miracolo della fusione, il quale accade-
va anticamente nella grotta di Posillipo, prima che la devozione de Napolitani rubasse

273
Edoardo Ripari

violentemente quel teschio alla citt di Pozzuoli. 4. Con un coso, ecc. Coso voce generi-
ca che rappresenta tutto ci che si vuole. Qu sta pel reliquario nominato alla nota prece-
dente. 5. Si maneggia. Tardando il miracolo, il prete si ravvolge tra le mani il reliquiario,
e lo frega e lo accarezza. 6. In quel tal. 7. Bestemmiavano orazioni. E realmente le sono
pi bestemmie che altro. Fra i credi e le salve-regine, ecc., recitate o gridate con una specie
di furor baccante, e storpiate Iddio sa come, sempre interpolata la orazione seguente:
Benedetto lo Padre, benedetto lo Fijjo, benedetto lo Spiritossanto, che cci ddato chis-
so Santo nuosto; e fede a chi nun crede. 8. La ninna-nanna, tanto esprime quelle
cantilene con le quali le nutrici provocano il sonno de bambini, quanto il tentennamento
delle culle, da quelle cantilene accompagnato.

Allandamento prettamente documentaristico della nota 8, che con la


sua scientifica impersonalit sembra volerci straniare dai versi, la nota 3,
col suo sarcasmo critico nei confronti del connubio tra religione e prati-
che popolari superstiziose, contrappone un ironico e polemico sguardo
dallalto, unottica della distanza dalla realt che il testo romanesco si pro-
poneva di scavare nei suoi precordi. La nota 5, a sua volta, esempio di
amplificazione testuale che ci riconduce a una contaminazione tra il sacro
e losceno, mentre la successiva nota torna ad intonare unironica indi-
gnazione, e propone direttamente al lettore (richiamando la sua attenzio-
ne sui rituali dionisiaci) uninterpretazione dellintero componimento in
chiave antropologica. Il primato della fantasia, dellimmaginazione com-
binatoria, sono un supporto essenziale alla fertile ambiguit del messag-
gio, nella fusione tra la voce del primitivo e la ratio cittadina dellautore,
testimone e giudice. Lempirismo che presiede alla composizione dei 14
versi, torna per a sposarsi con la dottrina vichiana della convergenza di
filogenesi e ontogenesi, che presiede a una formazione di compromesso
mai del tutto risolta. Lambiguit di questa antropologia dissimulatrice
sembra dunque confermare che il cittadino illuminato Belli non riusci-
to di fatto a superare, nella sua stessa coscienza, quellelemento della su-
perstizione che gi Cesare Pavese chiam selvaggio:

La tua idea [...] che il selvaggio sia il superstizioso, il non pi accettabile mo-
ralmente, mentre il semplice caso naturale (anche la crudelt della natura ci
appare moralmente superata) accompagna la tua favola perenne il selvaggio,
il titanico, il brutale, il reazionario sono superati dal cittadino, dallolimpico,
dal progressivo 108.

108
Pavese [1997], pp. 304-305.

274
IV. Cristo per Nerone

Essa stessa presiede a una liturgia magica che il romanesco veicola


ed esprime, cui litaliano del borghese progressivo, scientifico, votato
alla storia ha cercato di opporsi. Il lettore di Voltaire, dei riformatori
partenopei, degli storiografi liberali, si ritrovava cos di fronte a una ben
diversa Aufklrung, in cui la luce antifrastica dellironia perdeva la forza
tagliente del razionalismo analitico, per subire il fascino degli elementi
superstiti e primordiali, e il ridimensionamento ludico di un sorriso
che non nasceva per seppellire il passato culturale, quanto piuttosto per
mantenerlo in vita con indulgenza: un risoluzione che contemplava, e in
parte accettava, lantico fascino stregonesco, un magismo che ammalia-
va intimamente il poeta.
Ma proprio laddove il cittadino si imbatteva in un limite, il genio del
Belli era in grado di sprigionare una forza visiva ed espressiva senza pari,
cos carica di archetipi aurorali e universali, e dei granellini metafisici
ed inferi della sua personalit.

ROMA ANTICA E MODERNA

Babilonia prendesi per confusione, come Babel. Si vuole che


Roma sia significata nellApocalisse sotto questa allegoria: e quindi
molti scrittori cos la chiamarono.
(Giuseppe Gioachino Belli, sonetto 1135, nota 14)

Un sonetto del 17 febbraio 1833 assume ai nostri occhi, sin dal titolo
Listoria romana (908) , una connotazione esemplare:

Che bbellabbilit, cche bbella groria


de sap rrescit sta filastroccola!
Cuanto faressi mejjo esse una zoccola,
e nnun vienicce a ff ttanta bbardoria.

Che mme ne preme un cazzo de listoria:


a mm mme piasce de vive a la bbroccola,
senza stamme a intont la sciriggnoccola,
e impicciamme li fili a la momoria.

275
Edoardo Ripari

E cche! ho da f er teolico, er profeta,


ho da incide le statue, li quadri,
mho da mette la mitria, la pianeta?!

Bbasta ssap ccoggni donna pputtana,


e llommini una manica de ladri,
ecco imparata listoria romana.

Non solo la nota 5 allultimo verso (Lautore qui crede suo debito il
protestare solennemente aver lui cos scritto a solo fine di esprimere gli
eccessi delle menti popolari, non gi una sua propria opinione, troppo
falsa e ingiuriosa a buoni cittadini di Roma) e la seconda quartina torna-
no a ribadire labissale distanza etica e cittadina dellautore dalluniverso
plebeo; ma si offre anche al lettore un nuovo indizio per la comprensione
del rapporto tra i sonetti romaneschi e lo Zibaldone: se uno dei principali
scopi di questultimo proprio quello di impicciare i fili a una memoria
storiografica, i primi vi si oppongono in modo radicale, pur sottendendo
quello scetticismo di fondo verso i grandi avvenimenti della storia che
tanto caratterizza il poeta stesso.
Nel 996, in effetti, la supremazia strategica ed estetica del protagoni-
smo plebeo non impedisce di individuare temi e problemi direttamente
riconducibili alla volont di Belli. Diviene allora lecito interrogarsi sulle
motivazioni profonde che hanno spinto il poeta, onnivoro lettore di lette-
ratura storiografica rischiarata, alla scelta di ricordare, tra eventi e perso-
naggi storici paradigmatici, pressoch esclusivamente esempi negativi,
nellassordante silenzio di ogni dimensione ottimistica e plutarchiana del-
la fenomenologia della storia. Un moralismo tacitiano e unantropologia
biblica negativa muovono infatti il severo giudizio di Belli sul millenario
succedersi degli eventi. Nella loro raffigurazione pancronica e romano-
centrica, la vicenda di Romolo e Remo assume ad esempio il ruolo di
figura del fratricidio primordiale, di assassinio fondatore che si pone,
in una circolarit priva di tensioni verticali, come ab origine di Roma in
prima istanza, e a livello profondo, macrotestuale, della storia tutta. La
violenza e il sacro sono in effetti, nelluniverso monumentale, il princi-
pale elemento della sovrastoricizzazione degli avvenimenti che caratteriz-
za il commedione nella sua struttura. Alla vicenda di Caino e Abele,
Belli giustappone dunque quella dei fondatori di Roma, e da qui giunge

276
IV. Cristo per Nerone

ad una allucinata rappresentazione della sua realt. Cos accade nel sonet-
to A Padron Marcello (1031), del 27 novembre 1833:

Chi ha ffrabbicato Roma, er Vaticano,


er Campidojjo, er Popolo, er Castello?
Furno Romolo e Rremolo, Marcello,
che ggnisun de li dua era romano.

Ma un e llantro volenno esse soprano


de sto paese novo accus bbello
vennero a ppatti cor cortello in mano.

Le cortellate aggndero a le stelle;


e Rroma addivent ddar primo ggiorno
com oggi, una Torre-de-Bbabbelle.

Le cortellate arrivano alle stelle proprio come gli schizzi dac-


qua del mare dove tommolorno, precipitati da Dio, langeli ribbel-
li 109 dellomonimo dittico, e ancora come le tacchierelle in paradiso
nella violenta Stragge de li nnoscenti 110. Un orrore metafisico, dissolto nel
comico solo su un piano sintagmatico, percorreva la coscienza del poeta e
materiava i suoi versi, nei quali solo fatti esecrabili, anche se non necessa-
riamente rilevanti, venivano posti in evidenza per bocca dello sproposita-
to popolo. Ad esempio il suicidio di Lucrezia nel secondo sonetto del
dittico Campo Vaccino (39), del 25 agosto 1830:

Le tre ccolonne ll viscino ar monte,


dove te vojjo f pass tte vojjo,
furno trescento pe ff arregge un ponte
dar culiseo nsinenta a Ccampidojjo.

A mmanimmanca adesso arza la fronte:


lass Ttracquinio se perdette er zojjo,
e ppoi Lugrezzia sua per gran cordojjo
ce fesce ann la bbarca de Garonte;

109
LAngeli ribbelli, sonetti 2 [903-904], 2, vv. 7-8.
110
Sonetto 333, 12 gennaio 1832, v. 11.

277
Edoardo Ripari

e ancora il ratto delle Sabine, cui Belli fa riferimento, in chiave antifra-


stica, nelle note di un sonetto di polemica filangieriana, La ggiustizzia der
Monno (1511), dell8 aprile 1835:

La ggiustizzia pper povero, Crestina.


Le condanne pe llui s ssempre pronte.
Sai la miseria che tti scritto in fronte?
Questa ccarne da bboja: e ccindovina.

Naver vvisti ann a la ghijjottina


da venti o ttrenta tra er Popolo e Pponte *.
Ce fussi stato un cavajjere, un conte,
un monziggnore, un perzona fina!

* Piazze sulle quali sino agli ultimi anni si eseguita la giustizia. Ora le esecuzioni han
luogo in Via de Cerchi, che corre parallela al lato esterno settentrionale dellantico Circo
Massimo, nella valle fra lAventino e il Palatino, bagnata una volta dal Velabro maggiore.
Ed ivi ben si conviene la punizione de misfatti dove fu da Romani compiuto il primo
delitto: il ratto delle Sabine.

evidente, anche in questi particolari minimi, che una violenza fon-


datrice, per dirla con Girard, prolungava nei sonetti le sue ombre sullin-
giustizia del presente (lo stesso Caino daltra parte, afferma un Romane-
sco, un omo come nnoi de carne e ddosso 111) e si manifestava nella
istoria romana ed umana come una sorta di genealogia delle stesse di-
namiche politiche e culturali. Questo oscuro sostrato, prolungando la sua
minaccia sullorizzonte del poeta borghese, veniva a stemperare ulterior-
mente, nel disincanto di un profondo scetticismo, quei propositi di mi-
glioramento che pure animavano il cittadino: sono le note in lingua
infatti, la diretta espressione delle istanze di questi, ad amplificare la pro-
spettiva dei versi, ponendo laccento su un atavismo di barbarie non su-
perate e insormontabili. Perch di Giulio Cesare, che pure una presenza
isolata nel monumentum, Belli ricordava, in una nota del sonetto La mo-
moriosa (537, 3 dicembre 1832), solo il luogo in cui questi venne assassi-
nato? Un assassinio, a ben vedere, che si pone a sua volta come evento

111
Caino (180), 6 ottobre 1831, v. 12.

278
IV. Cristo per Nerone

decisivo di fondazione politica, con il passaggio, appunto, dalla Repub-


blica allImpero. Nessun imperatore, del resto, sfugge a questa prospetti-
va sanguinaria; neppure Marco Aurelio, della cui saggezza e magnanimit
non resta che la statua equestre in Campidoglio, a monito della futura
Apocalisse:

Ecchese ar Campidojjo, indove Tito


venn a mmercato tanta ggente abbrea.
Questa se chiama la rupa tarpea
dove Creopatra bbutt ggi er marito.

Marcurlio sta ll ttutto vestito


senza pavura un cazzo de tropea.
E un giorno disce er zor abbate Fea,
cha da sse oro infinamente a un dito.

E si ttu gguardi er culo der cavallo


e la faccia dellomo, quarche innizzio
gi vederai de scapp ffora er giallo.

Quanno poi tutta doro, addio Donizzio:


se va a ff ffotte puro er piedistallo,
ch amanca poco ar giorno der giudizzio 112.

Tra tutti gli imperatori inoltre, spicca proprio la figura di Nerone,


lupo, canbbolo e mostro, con la sua proverbiale crudelt 113.

Nerone era un Nerone, anzi un Cajjostro;


e ppe lappunto se chiam Nnerone
pellanima ppi nnera der carbone,
der zangue de le seppie, e dde linchiostro.

Di fronte a questo personaggio, possibile cogliere da vicino il feno-


meno di metastoricizzazione della violenza che caratterizza il 996, e dal-
tro lato scorgere come la stessa violenza si ponga a funzione stilistica e

112
Campidojjo (46), 10 settembre 1830.
113
La crudert de Nerone (1595), 26 agosto 1835, vv. 1-4.

279
Edoardo Ripari

ideologica della rappresentazione extrastorica degli eventi. Dimidiata e


colta in sottovoce, la storia nei sonetti romaneschi ovunque evidenziata
nelle sue aspre contraddizioni, e la sua canzonatura attraverso gli spropo-
siti e gli anacronismi plebei testimonia ancora come dietro al riso e al
comico si nasconda in realt un profondo pessimismo che va ricondotto
direttamente alla disposizione ed al pensiero del poeta.
In Muzzio Sscevola allara (199, 10 ottobre 1831), ad esempio, la dis-
soluzione nella comicit esclude ogni plutarchismo, e condanna il carat-
tere rivoluzionario di quel classicismo che guardando alla lezione di Plu-
tarco (Bruttarco, nei sonetti 114), alla sua dimensione eroica e sacrifica-
le, aveva formato la coscienza politica degli uomini del secolo XVIII (si
pensi ad Alfieri e poi a Foscolo), ponendosi alla base delle istanze rivolu-
zionarie del nostro Risorgimento 115. Nei suoi Discorsi storici e politici so-
pra gli Annali di Livio, Giannone aveva affermato la necessit di riporta-
re in dietro la nostra attenzione, e riguardare le condizioni andate, e quale
aspetto avessero nel tempo che Romolo diede principio alle cose romane,
e quando, mutata forma di governo, sinnalz la romana repubblica co-
tanto, che giunse a tal grandezza che a pena poteva reggere s medesima.
Ci solo nellistoria, unica e fedele depositaria delle antiche memorie, pu
essere a noi somministrato 116. Non a caso Carducci, nella sua ricostru-
zione antologica delluniverso culturale del Risorgimento italiano, avreb-
be scorto in queste parole idealit che precorrevano il mondo morale del-
la lotta per la patria. Belli dal suo canto, nel sonetto del 10 ottobre 1831,

114
Cfr. Larte moderne (1583), 21 agosto 1835, v. 4.
115
Simile scetticismo nei confronti del classicismo rivoluzionario aveva gi manife-
stato Botta [1824] nella sua Storia dItalia, libro III, pp. 133-134, dove Belli poteva leggere:
[...] le storie della Grecia, e di Roma si riandavano con diligenza, e maravigliosamente
infiammavano gli animi. Chi voleva esser Pericle, chi Aristide, chi Scipione, e di Bruti non
vera penuria: siccome poi un famoso filosofo francese aveva scritto, che la virt era la base
delle repubbliche, cos era anche nata la moda della virt. Certamente non si pu negare, e
i posteri deonlo sapere (poich non vogliamo, per quanto sta in noi, che le opinioni conta-
minino con landar dei secoli la virt) che gli utopisti di quei tempi per amicizia, per since-
rit, per fede, per costanza danimo, e per tutte quelle virt, che alla vita privata si appar-
tengono, non siano stati piuttosto singolari, che rari. Solo errarono, perch credettero, che
le utope potessero essere di questi tempi, perch si fidarono di uomini infedeli, e perch
supposero virt in uomini, che erano la sentina de vizj.
116
In Carducci [2006], p. 57.

280
IV. Cristo per Nerone

riconduceva le stesse ammonizioni a una dimensione che negava a tutti gli


effetti, al di fuori di valori umanistici e classicisti, ogni visione dellhistoria
come magistra vitae:

Tra ssei cherubbiggneri e ddu patujje


co le mano dereto manettate,
Muzzio Sscevola in tonica da frate
ann avanti ar Zoprano de le Trujje.

Stava Porzenno a ssede in zu le gujje


che sse vedeno a Arbano inarberate.
Sora mmaschera, come ve chiamate?
Er Re jje disse, e ccosa s ste bbujje?

Disce: Sagra Maest, s Mmuzzio Sscevola:


ve volevo ammazz; ma ppe n equivoco
ho rrotto un coppo in cammio duna tevola.

Ditto accus, pe ariscont er marrone,


cor un coraggio de sordato scivico
se schiaff la mandritta in ner focone.

Dietro lo sproposito canzonatorio che caratterizza una parte sostan-


ziosa dei sonetti di argomento storico, vanno lette dunque inquietudini
viscerali che adombrano lattitudine disincantata del poeta: la lezione al-
fieriana, le pagine di Plutarco che infiammarono unintera generazione
europea, il loro spirito di martirio e riforma culturale e politica venivano
azzerate o polemicamente sottese, quasi a condanna di una loro immora-
lit, e a conferma dellimpossibilit di una loro affermazione nellanacro-
nistico mondo pontificio. Nello Zibaldone daltra parte come poi nei
sonetti , lattenzione alla storia antica priva di una formulazione storici-
stica, di una dimensione, dunque, contrappresentistica e figurale del pas-
sato, e proprio nei casi in cui sembrano affermarsi istanze illuministiche,
si avverte il prevalere di uno scetticismo a sua volta settecentesco, come in
questo brano che riflette su Montesquieu:

Montesquieu attribuisce anche molta corruttela del cuore e dello spirito de


Romani alla setta di Epicuro introdottasi sul finire della Repubblica. Da quel
punto tutto si svolge in peggio. Giunsero un tempo i Romani a tale decadi-

281
Edoardo Ripari

mento e abbiezione, che Liutprando afferma essersi il nome di Roma impiega-


to a dar paragone del grado di vilt e ignominia di qualunque persona 117.

Lo sguardo che Belli riservava al mondo antico non era daltra parte
quello di uno storico ma di un antropologo che deve fare i conti, nella sua
stessa coscienza, con unantropologia, ora biblica ora agostiniana, distan-
te se non opposta a quel retroterra umanistico che il paradigma liberale
veniva a recuperare e proporre. Nella Roma delle origini, il cristiano Belli
non era in grado di scorgere quellintegrit morale, quella forza fisica,
quelle virt che tanti poeti a lui contemporanei ponevano a modello dei
loro versi, ma piuttosto una violenza pagana a sua volta ricondotta a un
male ontologico:

Corruttela. Quanto sentiamo di leggerezza allorch ci studiamo per ritrovare


leppoca della corruttela! Essa nacque con la creazione. Le storie sacre ci ad-
ditano una ingrata ribellione degli angeli contro Dio, e le profane de Titani
contro Giove. Caino alza la mano fratricida contro Abele e Tifone contro
Osiride. Catone richiam i giorni di Publicola, Seneca quelli di Catone. Noi
richiamiamo quelli dei nostri avi, ed i posteri richiameranno i nostri. Il mondo
un corpo che ha migliorato e peggiorato secondo le condizioni: chi infelice
piange per non aver vissuto quando si era felici: ed intanto i nostri padri dice-
vano che tutto avendo essi sofferto avevano a noi preparato la strada de godi-
menti 118.

Evidentemente, in questa prospettiva, Belli non poteva accogliere il


valore tutto politico e rivoluzionario che gi Volney scorgeva nelle ruines,
luogo concreto di una meditazione sulle rvolutions des Empires, lezione e
ammonimento del passato al servizio di un futuro di uguaglianza e libert
contro un presente di tiranni 119. Esse, nellottica dellidologue, erano in-

117
Zibaldone, III, articolo 1863, carta 167
recto.
118
Ivi, I, articolo 13, carta 7 verso.
119
Cfr. Volney [1820], p. 1. Je vous salue, ruines solitaires, tombeaux saints, murs
silencieux! cest vous que jadresse ma prire. Oui! tandis que votre aspect repousse dun
secret effroi les regards du vulgaire, mon cur trouve vous contempler le charme de
sentimens profonds et des hautes penses. Combien dutiles leons, de rflexions touchan-
tes ou fortes noffrez-vous pas lesprit qui sait vous consulter! Cest vous qui, lorsque la
terre entire asservie se taisait devant les tyrans, proclamiez dj les vrits quils dtestent,
et qui, confondant la dpouille des rois celle du dernier esclave, attestiez le saint dogme

282
IV. Cristo per Nerone

fatti le eterne donatrici di equilibrio e saggezza, il motivo di una grave


meditazione e di un raccoglimento religioso in funzione di una batta-
glia volta a tutti gli effetti al miglioramento del proprio tempo 120. In Vol-
ney, daltro canto, Belli poteva scoprire una doppia disposizione, laddove
la forza propositiva e rivoluzionaria scaturiva da unattitudine poetica e
religiosa alla contemplazione:

Chaque jour je trouvais sur ma route des champs abandonns, des villages
dserts, des villes en ruines: souvent je rencontrais dantiques monumens,
des colonnes, des aquducs, des tombeaux: et ce spectacle tourna mon esprit
vers la mditation des temps passs, et suscita dans mon coeur des penses
graves et profondes 121.

Di questo doppio movimento la pagina belliana, in cui le rovine sono


innanzitutto il luogo ulteriore e privilegiato della dissoluzione comica, ere-
dita in particolar modo latteggiamento meditativo, un disincanto che Belli,
lungi dal procedere a una razionalizzazione costruttiva, stemperava nel-
losservazione sbigottita e allucinata di un universo desolato. Paradigma-
tico a questo proposito il sonetto Er deserto (1785), del 26 marzo 1836:

Dio me ne guardi, Cristo e la Madonna


dann ppi ppe ggiuncata a sto precojjo.
Prima ... che pposso d? ... pprima me vojjo
f ccastr dda un norcino a la Ritonna.

de lgalit. Cest dans votre enceinte, quamant solitaire de la libert, jai vu mapparatre
son gnie, non tel que se le peint un vulgaire insens, arm de torches et de poignards, mais
sous laspect auguste de la justice, tenant en ses mains les balances sacres o se psent les
actions des mortels aux portes de lternit.
120
Ivi, pp. 2-3: Vous punissez loppresseur puissant; vous ravissez lor au concussion-
naire avare, et vous vengez le faible quil a dpouill; vous compensez les privations du
pauvre, en fltrissant de soucis le faste du riche; vous consolez le malheureux, en lui offrant
un dernier asile; enfin vous donnez lame ce juste quilibre de force et de sensibilit qui
constitue la sagesse, la science de la vie [...] O ruines! je retournerai vers vous prendre vos
leons! je me placerai dans la paix de vos solitudes; et l, loign du spectacle affligeant des
passions, jaimerai les hommes sur des souvenirs; je moccuperai de leur bonheur, et le
mien se composera de lide de lavoir ht.
121
Ivi, p. 6.

283
Edoardo Ripari

F ddiesci mijja e nun ved una fronna!


Imbatte ammalappena in quarche scojjo!
Dapertutto un zilenzio comun ojjo,
che ssi strilli nun c cchi ttarisponna!

Dove te vorti una campaggna rasa


come sce sii passata la pianozza
senza manco limpronta duna casa!

Lunica cosa sola cho ttrovato


in tutter viaggio, stata una bbarrozza
cor barrozzaro ggi mmorto ammazzato.

Giustamente Vigolo osservava come il testo crei uno sgomento, unan-


sia sospesa nellaria vuota e ferma [...]. La solitudine dellagro romano, il
barrozzaro assassinato, anche essendo qui loggetto di quella indignazione,
si confanno e si intonano nella loro quasi sublimit dellorrido alla tristez-
za, allo squallore terribile dellanimo del Poeta che alla fine quasi si inebria
alla sua tazza di cicuta. Da ci la stupenda fermezza del tono serio, cupo,
che poi simile a quello con cui Dante in certi paesaggi dellInferno [...]
esprimeva insieme una condanna morale, tutta trapassata nella visione, nel
fantasma poetico dei suoi gironi o delle sue bolge 122. Pertinente anche il
confronto che lautore del Genio proponeva tra questo sonetto e i famosi
versi dellAlfieri, dove tuttavia lindignazione, pur mossa dallo stesso disa-
gio morale, acquista i toni della condanna ferma e inequivocabile:

Vuota insalubre regon che stato


Ti vai nomando, aridi campi incolti;
Squallidi oppressi estenuanti volti
Di popol rio codardo e insanguinato;

Prepotente e non libero senato


Di vili astuti in lucidostro involti;
Ricchi patrizi, e pi che ricchi, stolti;
Prence, cui fa sciocchezza altrui, beato;

122
In Belli [20048], pp. 492-493.

284
IV. Cristo per Nerone

Citt, non cittadini; augusti tempi,


Religon non gi; leggi che ingiuste
Ogni lustro cangiar vede, ma in peggio;

Chiavi, che compre un d schiudeste agli empi


Del ciel le porte, or per et vetuste:
Oh! se tu Roma, e dogni vizio il seggio.

Di fronte alle ruines, Volney scopriva che la storia poteva essere con-
cepita come progressivo miglioramento, giacch lesperienza del passa-
to non veniva mai completamente perduta, anche laddove persisteva la
superstizione: infatti, poich il male delluomo risiedeva nella sua igno-
ranza, si apriva la possibilit concreta che limitazione e la conoscenza
del passato potessero condurre a un effettivo cambiamento, quando classi
intere sarebbero state istruite e la scienza sarebbe divenuta possesso co-
mune a tutti i gradini delledificio sociale. Nel suo ottimismo, il francese
individuava proprio nella lingua il veicolo principale della civilizzazio-
ne 123.
Non ci stanchiamo di osservare quanto la lezione illuministica abbia
coinvolto linteresse di Belli, determinando spesso le sue stesse scelte
nellambito della poesia; ma nel medesimo tempo dobbiamo riafferma-
re con forza leffettiva estraneit di questi a quellorizzonte ideologico,
che da un lato gli consentiva di comprendere con chiarezza le dinami-
che del proprio tempo, con la sua crisi di valori e le sue insanabili con-
traddizioni, ma dallaltro, nello stesso momento, gli rivelava una reale
assenza di prospettive, che lesperienza esistenziale e poetica veniva as-
solutamente a confermare. Il pessimismo belliano, rileva daltra parte
Samon, ha la sua radice proprio in quellinizio della fine della con-
cezione teleologica della vita e del mondo che alla base del pensiero

123
Leggiamo ancora in Volney [1820], pp. 77-78: Dans ltat moderne, et surtout
dans celui de lEurope, de grandes nations ayant contract lalliance dun mme langage, il
sest tabli de vastes communauts dopinions; les esprits se sont rapprochs, les curs se
sont tendus; il y a eu accord de penses, unit daction: ensuite un art sacr, un don divin
du gnie, limprimerie, ayant fourni le moyen de rpandre, de communiquer en un mme
ide des millions dhommes, et de la fixer dune manire durable, sans que la puissance
des tyrans pt larrter ni lanantir, il sest form une masse progressive dinstruction, une
atmosphre croissante de lumires, qui, dsormais, assurent solidement lamlioration.

285
Edoardo Ripari

moderno, ed ricollegabile allilluminismo, alla crisi del mondo cri-


stiano-feudale, al settecento 124.
Il ritorno semestrale di Belli, per dirlo con Muscetta, a prospettive
chiaramente ortodosse, alluniverso di valori di un cristianesimo primitivo,
o ancora alla verit dogmatica di un paradigma eminentemente cattolico,
non rappresenterebbe solo un rifugio momentaneo, nel mondo a lui pi
familiare, dalle idealit sovversive che quel paradigma escludeva, il penti-
mento per una tentazione liberale spinta oltre la sovversione e leresia, ma la
testimonianza di una riflessione di lungo termine verso una risoluzione
morale, politica e religiosa a favore della sola possibile alternativa di fronte
allaut-aut in cui lo scontro politico in corso era venuto a porre la sua preoc-
cupata coscienza di cristiano e cittadino. Sebbene non sistematica e defini-
tiva, in effetti, la prospettiva di un cattolicesimo riformatore ricorre nel 996
fianco a fianco alle numerose e altrettanto asistematiche risoluzioni radicali,
e ci facile comprendere la proposta di Vigolo di ricondurre lideale di
fondo dei sonetti allorizzonte di una riforma intra ecclesiam.
Ma soprattutto preme rilevare ulteriormente che le dicotomie dellho-
mo duplex vanno ricollegate allassoluta consapevolezza, da parte di Belli,
che il canchero della Chiesa era da ascrivere a quella che definiremmo,
sulla scia di Girard, una crisi della mediazione esterna 125, di un intero
paradigma storico-culturale, che esponeva il suo mondo al rischio di un
ritorno al caos primigenio, a un ribaltamento definitivo di ogni valore
acquisito attraverso una violenza indifferenziata e indifferenziatrice volta
a una nuova fondazione paradigmatica. La violenza della storia portava
cos Belli a concepire la storia stessa come un percorso drammatico desti-
nato a rinnovate barbarie, ad assumere dunque, inevitabilmente, uno scet-
ticismo sul presente che retrocedeva ad un passato ancestrale per proiet-
tarsi su un futuro apocalittico imminente.
Questo spiega, in verit, le ragioni profonde per cui un intellettuale
intriso di cultura classica, verseggiatore classicheggiante in lingua, ami-
co di classicisti e archeologi, non solo si mostrava estraneo al fascino per
lantico e ai valori politici del classicismo imperante, ma tendeva a scor-
gere dietro il ritorno della paganit il riflusso di una violenza precristia-
na o addirittura anticristiana. La sua aspra polemica verso gli Arzigo-

124
Samon [1969], p. 117.
125
Girard [2006], pp. 241-259.

286
IV. Cristo per Nerone

ghili 126 della cultura pontificia, nascondeva problemi ideologici e reli-


giosi pi profondi, dinanzi al rischio di rinnegare Cristo per Nerone.
Cos accade in un significativo sonetto, Er cariolante de la Bbonifiscienza
(2052), del tardo 3 gennaio 1845:

M ssariscava a Ccampidojjo; e, amico,


ggi ss ddu vorte o ttre cche ccianno provo.
Ma io, pe pparte mia, poco me movo,
perchio nun z ppi io quanno fatico.

E lo sapete voi cosa ve dico


de tutti sti frantumi channo trovo?
che mmnneno a ff ffotte er monno novo,
per le cojjonerie der monno antico.

Ve pare un ber proscede da cristiani


demp de ste pietracce oggni cantone
perch addosso ce piscino li cani?

Inzomma er Zanto-padre un gran cojjone


a dd rretta a stArcggioli romani
carinegheno Cristo pe Nnerone.

La materiale societ pagana avrebbe appuntato Belli di l a breve


in cui ogni sozzura ebbe un altare 127. Il classicismo, in effetti, si poneva e
si sarebbe posto, fino al satanismo carducciano, a modello tanto culturale
quanto politico-rivoluzionario di istanze liberali e nazionalistiche animate
dallesigenza di porre fine, una volta e per sempre, allanacronismo della
teocrazia romana.
Ma daltra parte, lo scetticismo belliano si prolungava anche oltre, ab-
bracciando con assoluta coerenza tutte le epoche e tutti i luoghi della
storia, cos che, una volta messo in discussione lorizzonte culturale del
classicismo, il poeta estendeva la sua critica allo stesso universo romanti-
co: se spostiamo la nostra attenzione alla storia medievale nei sonetti, in-
somma, gli scopi e i risultati della polemica non cambiano. Da un lato, il

126
La Compaggnia de Santi-petti, 1235, v. 3.
127
LGZ, p. 572.

287
Edoardo Ripari

lettore appassionato di Walter Scott e del romanzo storico dItalia e dOl-


tralpe non riusciva a cogliere, dietro alla narrazione degli eventi, causalit
teleologiche in cui scorgere una pi ampia moralit, riservando il suo inte-
resse a quegli aspetti antropologici ed etnologici che avrebbe poi riversato
sulla pagina poetica. Dallaltro, proprio nei sonetti, ogni risorsa storiogra-
fica veniva veicolata da una lingua che sostituiva spontaneamente, a una
cronotopia storica, gli stilemi e le forme dellepica, della fiaba, del folclo-
re. Cos Belli, nel sonetto La Papessa Ggiuvanna (278), del 26 novembre
1831, stemperava la prospettiva documentaria in una dimensione favoli-
stica, che riconduceva agli stessi termini la sua attitudine allepos e il ge-
nio manesco del suo demos:

Fu ppropio donna. Bbutt vvia r zinale


prima de tutto e ssingaggi ssordato;
doppo se fesce prete, poi prelato,
e ppoi vescovo, e arfine cardinale.

E cquanno er Papa maschio stiede male,


e mmorze, c cchi ddisce, avvelenato,
fu ffatto Papa lei, e straportato
a ssan Giuvanni su in zedia papale.

Ma cqua sse ssciorze er nodo a la commedia:


ch ssanbruto je preseno le dojje,
e sfic un pupo ll ssopra la ssedia.

Dallora stantra ssedia sce fu mmessa


pe tast ssoto ar zito de le vojje
si er pontescife sii Papa o Ppapessa.

Un componimento del 4 giugno 1835 in verit, Lo scordarello (1571),


sembra proporre una diversit dintenti, non solo perch il protagonista
dei versi, Cola di Rienzo, viene collocato in un prospettiva storica, fra
laltro incerta e traballante, quanto perch la sua vicenda diviene pretesto
per una polemica concreta e di spessore propriamente politico:

Di, ttaricordi ggnente, Fidirico,


chi era quello cher mastro de scla,

288
IV. Cristo per Nerone

disce ca ttempi sui fesce sciriola


ar Papa e lo tratt ccome nimmico?

Lho ssu la punta de la lengua dico,


eppuro ... Aspetta un po, ffiniva in ola.
Andrea? No Andrea; na spesce de Nicola
co un antro nome de casato antico.

Cristo! sar ddu ora che cce penzo!


Zitto, zitto ch vvi: Cola da ... Ccazzo!
Lho ttrovo, eccolo cqua: Cola dArienzo.

Sto Cola era na bbirba bbuggiarossa:


co ttutto questo, io sciannerebbe a sguazzo
cariarzassi la testa da la fossa.

Il carattere eversivo della terzina finale, in effetti, evidente, e tutta-


via difficile scorgervi quella esemplarit che Muscetta evidenziava. Il
protagonismo plebeo, al contrario, veicolo di unottica della distanza
basilare a quelle formazioni di compromesso che impediscono uninter-
pretazione unilaterale del messaggio, laddove il ribellismo acritico della
voce plebea non include una necessaria partecipazione del poeta borghe-
se, il cui radicalismo, anche nelle sue vette pi esasperate, pi episodico
che sistematico. Manca inoltre nei quattordici versi (a ulteriore conferma
della distanza di Belli dallorizzonte dattesa condiviso dagli intellettuali
dellEuropa romantica e liberale), qualsiasi connotazione di Cola come
eroe della libert, padre di una nazione e del nazionalismo, precur-
sore della riforma religiosa e dei governi democratici, come ritroviamo
invece in Schiller o Byron 128. Nella Roma papale, del resto, se si prescinde
dal Dizionario di erudizione storico ecclesiastica di Ghitanino Moroni
il quale immaginava Cola rinchiuso nelle carceri pontificie per lunghi anni
il tribuno romano sub una rimozione quasi totale 129. Stando allo Zi-
baldone, il poeta dei sonetti, che tra le sue carte accenna rapidamente alla
Vita di Cola di Zeffirino Re, pot accedere alle vicende del personaggio
solo attraverso le Rivoluzioni del Denina, dove Cola che pure elogiato

128
Carpegna Falconieri [2002], pp. 228-232 passim.
129
Ivi, p. 238.

289
Edoardo Ripari

per aver amministrato con tanto vigore la giustizia e ripulito le strade


prima fieramente infestate da ladroni e masnadieri presentato come
una sorta di avventuriero, figliuolo di un taverniere, venuto in qual-
che riputazione perch gran maestro nellarte della diceria con
cui riempi il popolo di magnifiche idee 130: un profilo, dunque, del
tutto estraneo allimmagine di Cola quale rivoluzionario precursore della
patria italiana. Ma soprattutto, ancora una volta lazzeramento di pa-
rametri temporali (in quale contesto storico-politico ascriveremmo il lo-
cutore del sonetto belliano?) a riportare il personaggio e i suoi sussulti
sovversivi alluniverso del mythos romanesco.
A una storia di cause ed effetti, alla verticalit figurale e provvidenziale,
vaticinante, della storiografia patriottica, il mondo dei sonetti risponde del
resto con la realt dellanacronismo, dove lAngiolo Grabbiello entra in
casa della Verginemmaria e je recit navemmaria 131, dove Cristo dop-
po trentanni fu pe mmano / de San Giuvanni bbattezzata sguazzo / in
quer tevere granne der giordano e se fesce cristiano 132; dove Dvide
ddivoto de Gges e Mmaria 133 e Mos [...] pareva Bbonapararte. E se
da un lato, nella prospettiva dellautore, lanacronismo diviene intenzional-
mente proposta di una contemporaneit metastorica del Vangelo 134, o
per dirlo con Gadamer, unidea di storia come contemporaneit ovvero
appello, assegnato al credente dal Vangelo stesso, a render presente il
messaggio di Cristo 135, nella prospettiva plebea si tratta di una vera e pro-
pria confusio temporum che trae origine dalle ripetizioni di una ritualit
quotidiana mai votata a dinamiche storiche. In questi termini, in un clima di
rinnovata destorificazione istituzionale, la possibilit per Belli di cogliere,
attraverso la sottostoria del suo dialetto, le dinamiche storiche e diacroni-
che delle vicende de Roma, si presentava nel segno del paradosso, del-
lassurdo, al punto che alla pubblicazione della Descrizione di Roma antica e
moderna di Carlo Fea, il poeta rispondeva per le rime con un sonetto omo-
nimo (Romantiche mmoderna 1135) del 23 marzo 1834:

130
Denina [1826], tomo IV, libro XV, pp. 13-15 passim.
131
La Nunziata (329), 12 gennai 1832, vv. 1-8 passim.
132
La scirconcisione der Zignore (331), 12 gennaio 1832, vv. 4-8 passim.
133
Er duello de Dvide (720), 9 gennaio 1833, v. 7.
134
Gibellini [19872] p. 163.
135
Gadamer, [2000], pp. 277-279.

290
IV. Cristo per Nerone

Romantice mmoderna! E a li libbrari


cqua jj llscito un libbro de sto nome?
Eh camminate via, bbestie da some,
pe nnun dvve er diproma de somari.

Romanticae mmoderna! Propio cari!


Ma in che ccervello ha da sart! mma ccome!
drentar monno sce so ddunque du Rome?!
O ddatela pe ggionta a li lunari!

Romantice mmoderna! Oh cquest bbella!


M adesso Roma s ffattunamica!
Ma ssuna cquesta cqua, lantra indovella?

Bbravi! Roma moderna e Rroma antica!


Sarebbe coma dd: Vostra sorella
lo pijja ne la freggna e nne la fica.

Quello popolare, daltra parte, era il mondo della chiacchiera, del-


linautenticit, della deiezione, laddove una reductio ad presentem
svuotava in ciarle ogni filosofia della storia, sin dalla fondazione e sino
alla fine del mondo, caratterizzando cos i sonetti romaneschi come la
metafora e il luogo di uno storicismo impossibile:

Che ccosa mho da intnne io si er Messia


nnato prima o ddoppo de Maometto
oppuro de Mos? Vvadino in Ghetto
a ff ste sciarle: vadino in Turchia.

So impicci d sbrojj doppo tantanni?


Lomo nun p ssap che cquer cchha vvisto:
ma eh? nun dico bbene, sor Giuvanni?

Prima o ddopo, chi vvi che jje nimporti?


Bbasta, o Mmos o Mmaometto o Ggesucristo,
quello ch ccerto che ss ttutti morti 136.

136
Cose antiche (1034), 30 novembre 1833, vv. 4-14.

291
Antologia di testi

V. I GIACUBBINI E LA LEGGE DER SIGNORE


Belli e il paradigma controriformistico

FERMENTI DI IRRIVERENZA RELIGIOSA

1. Fermenti di rivolta religiosa, un disagio nei confronti delle contrad-


dizioni del sacro, della frizione tra prospettiva evangelica e sovrastrutture
dogmatiche e controriformistiche, loffesa per la contaminazione tra gli
ideali di un cristianesimo primitivo e una superstizione tanto popolare
quanto squisitamente ecclesiastica e teocratica, si affacciano allorizzonte
di Belli sin dagli anni giovanili e scapigliati, in un atteggiamento di irrive-
renza memore della lezione letteraria e morale delle liete 1 e spregiudi-
cate pagine decameroniane. I viaggi napoletano e fiorentino, in particola-
re, si rivelano tuttavia, anche in questa circostanza, il momento di una pi
matura presa di coscienza dei meccanismi politico-religiosi e della dimen-
sione culturale abnorme delluniverso pontificio: unesperienza decisiva
per lassunzione di una prospettiva critica che avrebbe condotto il poeta
tiberino, di l a breve, a una conversione linguistica e intellettuale. Gli
articoli dello Zibaldone ci consentono di scorgere, in una prospettiva dia-
cronica, levoluzione del pensiero belliano in materia religiosa, laggravar-
si di una consapevolezza critica inedita, di uno scetticismo razionale e
illuminato erede di letture tanto eterogenee ed eclettiche quanto etero-
dosse ed eversive.
Del 1825, un piccolo e divertente aneddoto, per il gusto dello spropo-
sito e dellequivoco, della storiella minima che getta tuttavia luce su una
situazione generale di superstiziosa arretratezza comune a clero e pleba-
glia romani, precede le soluzioni pi tipiche dei versi dialettali, nonostan-
te a dominare, a questaltezza, sia ancora un purismo linguistico e uno

1
Cfr. Veglia [2000].

293
Edoardo Ripari

stile semplice e asciutto eredi del Novellino, piuttosto che del pi felice
spirito del Boccaccio:

Nel medesimo mese [aprile 1825] accadde nella Chiesa di S.Pietro in Vaticano
altro aneddoto. Sogliono i beneficiari ivi celebranti donare di regala un soldo
a chierici inservienti per ogni sacrificio. Uno fra quelli per avarizia nulla mai
dava, perloch i chierici proposero di evitarlo. Un giorno che quel magro si
parava a celebrare, due fra i pi piccoli di costoro non sapendo dove nascon-
dersi sul momento si chiusero dentro una gran cassa, che quivi presso trova-
vasi in una delle sale contigue. Ivi erano allorch un altro prete con un secola-
re entrarono in quella sala onde venire al sagramento di penitenza, ed il prete
su quella cassa si assise, mentre il penitente genuflesse a lui accanto. Mancava
gi troppo il respiro a due rinchiusi, sicch le cose della penitenza andando a
lungo, incominciarono colle schiene a pian piano sollevare il coperchio, e con
esso il confessore. Il quale che pio molto e semplice uomo era, forte prese a
temere, ma tacque, contento di stimolare il penitente a finirla. Colui per che
di altre peccata sentivasi forse ancora grave, e daltra parte ignaro de motivi
della fretta del sacerdote, continuava e cos pure continuavano i fanciulli la lor
tresca di dentro: e a tanto giunge il ballo del prete, che questi grondante sudo-
re e con voce tremula di spavento, grid: presto fratello, che le iniquit vostre
han qui chiamato il diavolo a persecuzione. E in cos dicendo per fuggire si
lev di sulla cassa, donde, rossi come fuoco e sbuffanti, saltaron fuori i due
demonietti vestiti in cotta e zimarrino 2.

Ancora nel secondo volume zibaldoniano, laneddoto e la breve ma


sapida riflessione di Belli preludono alla satira divertita sul culto delle
reliquie propria di tanti sonetti. Lo stile ancora quello del Novellino, ma
la memoria del Decameron altrettanto evidente e certo pi accentuata
che nel precedente brano:

Il Cardinale de Bernis aveva spedito in Francia per divozione della corte lo


scheletro di un santo martire, le di cui ossa furono a Roma dissotterrate, riuni-
te, vestite e battezzate. La celebre Pompadour scrisse al Cardinale: quando
vorrete farci unaltro [sic] simile regalo, sar sempre bene che mandiate i santi
che avevano una gamba sinistra e una destra, giacch il vostro san N. non
mostra che due gambe sinistre. (Reliquie, fede ecc.). Venne ultimamente a

2
Zibaldone, I, articolo 854, carta 177 verso.

294
V. I giacubbini e la legge der Signore

Milano, mi dice il marchesino Triulzi unaltro [sic] santo martire fabbricato a


Roma, ad un braccio del quale era stata posta una tibia. curioso come di
ossa appartenute a varii individui si componga lo scheletro di un sol uomo; e
cos un santo solo pu spesso venire costruito colle reliquie di pi peccatori
sepolti anchessi nelle catacombe quando quelle formavano tutto il ricovero
degli antichi cristiani perseguitati. E nel giorno del giudizio mentre que santi
di fabbrica romana si alzeranno dalle loro urne preziose per salire alla gloria a
cui la tromba angelica le avr chiamate, si vedranno trattenuti a mezzo il volo
da chi dovr ritorgli i suoi frammenti, destinati forse ad assai diverso desti-
no 3.

Un piccolo racconto nel quinto volume, poi, assume una prospettiva


gi romanesca: Belli narra del trasporto e dellinnalzamento di una gigan-
tesca colonna di granito utilizzata per la costruzione della basilica di San
Paolo; il merito della fatica, piuttosto che andare ai solerti architetti o allo
sforzo immane dei duecento galeotti impiegati, venne attribuito allinter-
cessione del santo:

Del che si menarono tante meraviglie che abbracciamenti di consolazione e


spari di artiglieria ne seguirono sul luogo, e grazie si rendettero al favore del-
lapostolo, e si fecero parlare i giornali come di una cosa in Roma tutta nuova
e sorprendente, come di un fenomeno strano che non potesse accadere per
sola forza di corde e dargani e di braccia. Questi romori menaronsi in Roma
dove restano ancora le reliquie del Colosseo e il portico del Panteon. Disse il
P. abate de Benedettini al Signor Glosse direttore della faccenda: Bravo Si-
gnor Glosse! Che dice, Reverendissimo rispose questi, baciandogli la mano
se non era San Paolo non se ne faceva niente. Io intanto osservava che i
canapi erano molto grossi e nuovi, che lintravatura robusta teneva sospese
assai taglie pesanti, e contai quattrocento braccia di galeotti. Ed anche Ella,
anche Ella ha molto contribuito, segu labate, rivoltosi al comandante di piaz-
za di Roma, il quale ordin la scarica a dieci fucilieri per disotto la colonna gi
alzata e sospesa. Grazie, Padre mio (e qui non la solita baciata di mano ma
solo un profondo inchino per lonore della milizia), grazie, ho fatto quanto ho
potuto. Toccata infine la volta degli elogi a un napolitano capo dellesecuzio-
ne, il quale aveva gridato assai, e gridava Viva S.Paolo, sventolando una ban-
diera dal dorso della sospesa colonna, io aggiunsi del mio una lode toccante

3
Zibaldone, II, articolo 1695, carte 92 verso-93 recto.

295
Edoardo Ripari

esclusivamente que gridi che egli sapeva cos ben fare. Egli mi rispose: Ob-
bregato, signore, faccio lobbrego mia 4.

Dietro il purismo della prosa e linnocenza della satira, scopriamo un


pi accentuato spirito critico, che solo la maschera sur gruggno del
romanesco avrebbe fatto esplodere, ma che gi appare riflettere la pro-
gressiva assimilazione delle idealit rischiarate documentate dallo Zibal-
done. Al 14 maggio 1830, ad esempio, risalgono gli estratti eseguiti a Pesa-
ro sul romanzo in 4 volumi prestato al poeta dalla Contessa Cecilia
Camporeali Spada, intitolato Monsieur Botte par Pigault-Lebrun, Paris,
chez Barba, libraire, Palais du Tribunal, Galrie du thtre franais, An
XI 1803 5. Gli articoli sono divisi per argomenti: Femmes; Socit
humaine; Prdicateurs; Acteurs comiques; Quelques genres de fous; Ra-
rets; Vertu; Vanit; Puits de Caligula; Hommes blancs et noirs; Louange;
Constance; Croyance, foi; Franais; Pigault-Lebrun; Voltaire ecc.. Let-
ture come questa sembrano confermare, in effetti, linteresse di Belli per
un realismo squisitamente borghese, animato da causticit satirica e illu-
minata, modello indiscusso della pagina dialettale, imitato ed emulato negli
irriverenti sonetti romaneschi di polemica religiosa e sociale. Il poeta inol-
tre particolarmente interessato al quinto capitolo dellopera dello stra-
vagante francese, intitolato La curiosit, la pice curieuse, ovvero, un nuo-
vo mondo, che si raggira tutto sul ridicolo della societ, e ne fa un qua-
dro veramente magistrale. Belli sottolinea il lungo passo sulla discussio-
ne sullappartenenza dellessere supremo a una razza piuttosto che a unal-
tra 6, e osserva:

4
Ivi, V, articolo 2821, carte 135 verso-136 recto.
5
Ivi, VI, articoli 3682-3700, carte 196 recto-199 verso.
6
Ecco il brano cui Belli fa riferimento, in Pigault-Lebrun [1803], tomo III, pp. 199-
200: [...] On ma parl des talens de monsieur, et de la modicit de ses prix, je lui demande
un pre ternel: savez-vous ce quil mapporte? un dieu ngre. H, monsieur, repartit le
peintre, tos livres ne disent-ils pas que Dieu fit lhomme son image? Or, jen suis un, je
crois. Monsieur, Adam tait blanc. Il tait noir. Il tait blanc. Quand je le peindrai,
je le ferai noir; car enfin, je veux comme vous tre le fils de Dieu ; et puisquil na fait quun
homme, jai mes raisons de soutenir quil la fait noir comme vous de prtendre quil la fait
blanc. Mais, mon cher monsieur, ce sont deux races tout--fait diffrentes. Do diable
lune des deux est-elle venue? Etes-vous chrtien, mon cher ami? Oui, par la grce de
Dieu. Le Christ tait-il noir? Il leut t, sil lui eut plu de natre en Afrique. Mais il ne

296
V. I giacubbini e la legge der Signore

Pigault-Lebrun fu uno de pi begli spiriti della Francia, e si accosta molto a


Voltaire per lacume del pensare e la grazia del dire. Labate Geoffroi reggente
del collegio di Luigi-il-Grande, gran detrattore in pubblici articoli della fama
degli uomini pi chiari, lo attacc di frivolezza, di calunnia, di ateismo: forse
in vendetta di una pittura che dello stesso Geoffroy deve certo nascondersi
sotto il ritratto dellabate che il Ciarlatano mostra e illustra sul finire del tomo
I del Monsieur Botte, l dove mostra la sua Pice curieuse ad alcuni personaggi
del romanzo 7.

E certo lartefice del 996, in quegli anni di ribellione, amava identifi-


carsi con personaggi come il Pigault-Lebrun, nel desiderio di irradiare
nuova luce nelle tenebre della Roma di Gregorio XVI.
Nel corso dello stesso anno tuttavia, in perfetta consonanza con quel
dualismo cos tipico della sua personalit, il poeta si preoccupava, col
pensiero gi rivolto alleducazione del figlio, di estrarre o indicizzare ope-
re storiografiche e letterarie appartenenti a un universo culturale tuttal-
tro che illuminato, a una erudizione cattolico-agiografica strutturalmente
opposta alle istanze pi corrosive dellAufklrung italiana ed europea. Nel
sesto volume dello Zibaldone incontriamo ad esempio un indice, eseguito
da Belli ancora a Pesaro il 7 luglio nella biblioteca dellamico Marco Pro-
cacci, De Campanis Commentarius a Fr. Angelo Roccha Episcopo Tega-
stensi in Apostolici Sacrarii praefecto ad Sanctam ecclesiam catholicam
directus. Romae apud Guillelmum Facciottum Superiorum Permissu Anno
Domini 1611. Intorno alle campane, aggiunge il poeta, da vedersi
la eruditissima opera dellabate Francesco Cancellieri [Roma, 1751-1826]
allievo di Gravina e Cordara al Collegio Romano e autore del noto De
secretariis basilicae Vaticanae , Le due nuove campane di Campidoglio be-

la pas voulu. Donc il prfre le blanc, donc son pre est blanc. Ce nest pas cela. Donc
voulant partager ses grces, il a fait son fils blanc, pour vous consoler de ntre pas noir. Le
marquis riait quelquefois comme un homme du peuple, et lorsquil put parler, il dit: Pui-
squil nest pas possible, messieurs, de vous entendre sur la couleur du premier homme,
voici mon avis, qui peut tout concilier: cest de faire votre pre ternel un ct noir et
lautre blanc. Vous vous mocquez, monsieur le marquis, et bien certainement je ne pren-
drai pas le tableau. Je vous ferai assigner. Nous verrons. Non seulement pour me payer,
mais pour reconnatre quAdam tait noir.
7
Ivi, VI, articoli 3698-3699, carta 198 verso.

297
Edoardo Ripari

nedette dalla Santit di N.S. Pio VII P.O.M. con varie notizie sopra i campa-
nili e sopra ogni sorta di orologi, ed unappendice di monumenti (1806) 8.
Significativo, daltra parte, un ulteriore rimando bibliografico del poeta
alla traduzione dal tedesco dellInno di Schiller sulle campane: sta essa
fra le mie carte, annotava. Ancora nel settimo volume zibaldoniano, Bel-
li dava notizie sulla lettura nellAdunanza dellAccademia Tiberina del
16 aprile 1827, di un poema sulla passione di Cristo della poetessa france-
se Delfina Gay madame de Girardin [1804-1855], autrice di poesie quali
Le suore di santa Camilla, Maddalena, La visione di Giovanna dArco, Lul-
timo giorno di Pompei apprezzate dalla scuola romantica. Il giudizio posi-
tivo del Trasteverino sui versi della Gay de Girardin, andava in particolar
modo allo stile delicato, ma allo stesso tempo, significativamente, Belli
ne apprezzava lumanizzazione dei personaggi religiosi 9. Ancora da
Pesaro nel 1830, dal 20 giugno all11 luglio, Belli eseguiva estratti, per
uso futuro del [suo] Ciro, dallopera, prestatagli ancora dal Procacci,
intitolata Memorie ecclesiastiche appartenenti allistoria ed al culto della
B. Chiara di Rimini raccolte dal conte Giuseppe Garampi canonico della
Basilica Vaticana e Prefetto dellArchivio segreto apostolico consacrate alla
Santit del Nostro Signore Benedetto XIV. In Roma MDCCLV appresso

8
Ivi, articolo 3593, carte 170 recto-171.
9
Ivi, VII, articolo 4078, carta 113. Sulla Gay leggiamo in La signora Emilia di Girardin,
in Ricoglitore italiano e straniero [1836], pp. 609 e 611 passim: Nel 1822 laccademia
francese mise in concorso lelogio da farsi ai medici cherano andati a rinchiudersi entro
Barcellona durante la peste. Fra i diversi componimenti presentati, i giudici esclusero a
malincuore una commovente elegia che avea per titolo Le suore di santa Camilla. Lautore,
diceasi, non avea trattato se non una parte del soggetto. Questo autore era madamigella
Delfina Gay. Non certamente a dirsi chella non avesse afferrata lintenzione dellaccade-
mia; ma non saprei spiegare per qual vaghezza di giovenile istinto, appena le si dipinsero
alla fantasia le soavi sembianze delle suore di santa Camilla, non le fosse pi possibile il
vantare altra devota affezione fuor della loro. Il signor Alessandro Duval lesse questa poe-
sia, che fu colmata dapplausi; onore di pubblica lettura che valea meglio di una medaglia
doro. Poich si seppe essere di una giovinetta tale lavoro, il sentimento chesso eccit
assunse una tinta di tenerezza, e ciascuno nel ritirarsi si rec seco una speranza che lavve-
nire non ha smentita [...]. Madamigella Gay aveva avuto il coraggio di lodare Carlo X per
la libert restituita alla stampa. Nello stesso anno salut con nobili versi la nobile causa de
Greci, ed in contraccambio, luditorio cui ella protendea la mano, le porgeva un poco doro
che serv a prolungare dalcune ore lagonia immortale di Missolongi. Non egli bello che
in tutte le ferite dellumanit si rinvenga la pietosa mano di una donna?.

298
V. I giacubbini e la legge der Signore

Niccol e Marco Paglierini con licenza de superiori. N.B. aggiunge-


va . La detta opera consiste nella pubblicazione di unantica leggenda
della Beata, data in luce dal Garampi e da lui illustrata con 20 dissertazio-
ni e con note copiosissime a pi di pagina; nel che mostr una erudizione
immensa. Il Garampi fu poi creato cardinale di S.R.C. 10. Linteresse del
Belli, tuttavia, piuttosto che alla vita della santa, va alle notizie storiche ed
erudite, mediate da riferimenti al Muratori, sulla citt di Roma nel medio-
evo; e soprattutto, a richiamare la nostra attenzione, sono le copiose noti-
zie sulle sette ereticali e lamministrazione della giustizia. Ancora nel setti-
mo volume zibaldoniano, ad esempio, Belli indicizzava lopera, prestata-
gli gi nel 1827 dallamico Domenico Biagini, intitolata Storia della rifor-
ma protestante in Inghilterra e in Irlanda la quale dimostra come un tale
avvenimento ha impoverito e degradato il grosso del popolo di que paesi: in
una serie di lettere indirizzate a tutti i sensati e giusti inglesi da Guglielmo
Cobbet e dallinglese recate in italiano da Domenico Gregori, Napoli, 1826,
Dalla tipografia della biblioteca cattolica col dovuto permesso 11; lo spi-
rito dogmatico e violentemente antiprotestante di quelle pagine sembra
suggerire un ulteriore recupero di una prospettiva cattolico-romana; ep-
pure Belli si preoccupava di far notare a Ciro, destinatario dellindice, che
la societ tipografica napoletana stava pubblicando proprio tuttoci che
stato scritto di pi classico in favore di quel paradigma religioso, da
Giustino I a Lamennais, come a suggerire al caro figlio la necessit di
assumere un atteggiamento critico e mai passivo di fronte al carattere stru-
mentale della scrittura, consigliandogli inoltre di consultare la discussa e
vivacemente criticata opera teologica La religion chrtienne prouve par le
faits (Amsterdam 1744) delloratoriano Claude Franois Houtteville (1686-
1742). Allambiguit del linguaggio, sempre aperto a interpretazioni di-
scordanti, Belli allude del resto, memore della lettera di Rousseau a de
Beaumont, nellestrarre il 12 luglio del 30 da Pesaro brani dalloperetta
di La Mennais Sullautenticit, verit ed ispirazione delle Sacre Scritture 12,
vient de paratre della Societ dei Calabibliofili di Imola, per Ignazio Ga-
leati. Attento alle note al testo, il poeta riflette intorno ad antiche creden-

10
Ivi, V, articoli 2541-2780, carte 1 recto-118 verso.
11
Ivi, VII, articolo 4103, carte 116 recto-118 verso.
12
Ivi, III, articoli 1994-1999, carte 232 recto e verso.

299
Edoardo Ripari

ze (quali la sacralit dellarcobaleno), o su notazioni erudite (ad esempio


letimologia di Scheitan indicante Satana), aggiungendo rimandi biblio-
grafici allApology for christianity in a series of letters addressed to Edward
Gibbon (1776) di Richard Watson e al lavoro di Gabriel Fabricy Dei titoli
primitivi della rivelazione, o considerazioni sulla purezza ed integrit del
testo originale dei libri santi dellAntico Testamento (1772). Dimensione
religiosa ortodossa e sintomi di una pi profonda e di per s irriverente
curiositas sembrano dunque convivere sulla stessa pagina, in un unico arco
di tempo, come due poli di una tensione irrisolta eppure spinta, testimoni
i sonetti, sullorlo di uneterodossa eversione.
Inoltre, la lettura, da parte di Belli, delle riflessioni in materia di fede
di Felicit-Robert de Lamennais, non certo priva di conseguenze per la
materia in fermento dei versi romaneschi, e rappresenta una significativa
integrazione al pensiero pi propriamente illuministico che domina una
parte consistente delle carte zibaldoniane. Con il Saggio sulla indifferenza
in materia di religione, pubblicato tra il 1817 e il 1823 in sintonia con
posizioni vicine allultramontanismo, il Lamennais si era infatti guadagna-
to la fiducia dellestablishment cattolico, che vide in lui uno dei pochi
polemisti in grado di controbattere allAufklrung voltairiana dominante.
Voltaire in particolare veniva accusato in questopera di vivere separato
dalla societ umana a causa di un anormale individualismo contrario al
senso comune, unico criterio socio-politico valido, e di un misconosci-
mento del significato reale del cristianesimo, culmine di tutti i concetti
morali e spirituali dellumanit. Eppure, allindomani della rivoluzione
del luglio 1830, dopo la fondazione del giornale LAvenir e la collabora-
zione con Jean-Baptiste Henri Lacordaire e Charles de Montalembert,
Lamennais era entrato in aperto contrasto con i nuovi zelanti della teocra-
zia romana e del clero francese, che certo guardavano con allarmato so-
spetto agli inattesi entusiasmi per la libert di coscienza e di insegnamen-
to, di stampa e di associazione, che lAvenir propugnava a gran voce,
alla proposta di estensione del diritto elettorale ed alla rivendicazione in-
fine delle autonomie provinciali e comunali. Con la chiusura del quotidia-
no, il 15 novembre 1831, i rapporti tra Lamennais e le autorit ecclesiasti-
che che pure lo avevano sostenuto si sarebbero vieppi inaspriti, e fu pro-
prio Gregorio XVI, nellenciclica Mirari vos del 15 agosto 1832, a con-
dannare esplicitamente il Francese, che gi aveva protestato per lappog-
gio aperto del pontefice alla repressione da parte delle autorit russe della

300
V. I giacubbini e la legge der Signore

rivolta polacca del 31, e che avrebbe ancora nel 1834 manifestato il suo
sdegno contro un papa rinnegato nelle Parole dun credente 13.
In effetti, il distacco dellultramontanismo dalla linea ufficiale vatica-
na, preludeva a un possibile dialogo con le forze liberali moderate, consa-
pevoli della necessit che i sovrani europei intraprendessero un cammino
di riforme onde scongiurare laggravarsi della causa rivoluzionaria. Nei
Futuri destini dellEuropa di dHerbigny, Belli poteva approfondire la
questione estraendo questo brano:

Ecco come si esprime [il cardinal Bentivoglio] [...] colosso dellultramontani-


smo: Allamor della libert vedasi che in suo luogo succeduto il comodo
dellobbedienza nei popoli. Furon veramente tutti i re da principio capi di
repubbliche e non re di regni; ma poi il lungo uso ha fatto che i popoli si siano
disposti e avvezzati allabito dellintiera ubbidienza, come appunto suole osti-
narsi una pianta e un corpo umano a vivere in terreno e sotto clima diverso dal
suo naturale: e chi vorrebbe ora persuadersi che linclinazione alla libert po-
tesse aver forza di movere i popoli della Francia e della Spagna, e daltri simili,
a voler tornare alle forme antichissime de lor primi governi pi liberi, dei
quali rimane in loro estinta del tutto la memoria, non che il desiderio?. Non
si pu trattare la causa dei re con maggior fiducia e temerit. Questa una
confessione ingenua e senza artifizio; e un repubblicano non potrebbe fare
una rivelazione pi importante; essa lo tanto pi che esce dalla penna dun
cardinale, amico e sostegno naturale del potere assoluto 14.

A questo riguardo, e a conferma della vicinanza del poeta allultra-


montanismo, la lettera che Belli spediva, il 21 luglio 1838, allamico Gia-
como Ferretti, dove leggiamo: Conosci tu il fatto seguente? Il rosso, il
Caffarelli tiene da oltre 15 giorni bottega serrata per ordini superiori. Pre-
tende il povero libraio venirgli il danno da una calunnia di un dottor Gatti
che raccapezzati tre o quattro esemplari delle Paroles dun croyant le an-
dasse a metter sottocchio a qualche capoccione qual roba uscita dal ne-
gozio Caffarelliano. Quellasinone rosso disperato per la condanna di
perpetua inabilitazione. Ma credo che la rimedier dopo qualche altro
sospiro, et il en aura t quitt pour la peur. Del 19 giugno precedente,

13
Cfr. LGZ, p. 278.
14
Cfr. Zibaldone, VII, articolo 3238, carta 245 verso.

301
Edoardo Ripari

inoltre, un sonetto romanesco (Un paragone, 1981) prendeva esplicita-


mente posizione sullutilit di qualche concordia tra la vecchia religione
e la nuova politica:

E ttant vvero che nnun bbusca,


che lo porteno inzino le gazzette.
Er Papa jjera otto ariscevette
monziggnor Accemette de Turchia *.

* Lequivoco si fonda sulla consimiglianza del titolo di A.C. Met (Auditor Camerae Met.)
appartenente ad uno de giudici prelati del fro di Roma col nome proprio musulmano
Acmet. E realmente Ahmed Feth Pasci, ambasciatore per la sublime porta presso il re
cristianissimo, fu il 12 giugno 1838 accolto dal successore di Urbano II in amorevole e
paterna udienza, negata per saviamente al dragomanno di quello, perch greco scismati-
co, dovendosi dalla moderna Chiesa Romana preferire lintiero Maometto a un mezzo
Ges Cristo, dacch la ristaurazione del 1814 e le sue conseguenze dimostrarono la utilit
di qualche concordia tra la vecchia religione e la nuova politica.

La nota nona, poi, nellevidenziare i moltissimi punti di eguaglianza


tra il governo pontificio e quello musulmano, incominciando dalla te-
ocrazia e terminando alla corrispondenza fra Camera e Porta, risente
chiaramente delle riflessioni di Montesquieu e Volney sulla teocrazia ro-
mana come tirannide asiatica: Cqua a Rroma e in Turchia so tutti ugua-
li, conclude il saggio plebeo del sonetto.

2. Belli del resto, negli anni precedenti, aveva spinto la sua attenzione
sulle soglie del deismo e dellindifferentismo, leggendo la Loi naturelle di
Volney che trovava in appendice alla sua edizione delle Ruines, e discuten-
do con lamico Biagini su pagine ormai classiche di Diderot e Voltaire. Di
Biagini, in effetti, la grafia degli articoli zibaldoniani, trascrizione comple-
ta dellArticle Foi, Section III dal Dictionnaire philosophique:

Che cos la fede si chiedeva in questo brano Voltaire ? il credere in ci


che appare evidente? No: per me evidente che esiste un Essere necessario,
eterno, supremo, intelligente; ma questa non fede, ragione. Non ho nessun
merito nel pensare che questo Essere eterno, infinito, che la virt, la bont
stessa, voglia che io sia buono e virtuoso. La fede consiste nel credere non a
ci che sembra vero, ma a ci che sembra falso al nostro intelletto. [...] Non
possibile che Dio faccia o creda in cose contraddittorie: non sarebbe Dio,

302
V. I giacubbini e la legge der Signore

altrimenti. Io sono pronto, per farvi piacere, a credere in ci che oscuro; ma


non posso dirvi che credo nellimpossibile. Dio vuole che noi siamo virtuosi,
non che siamo assurdi 15.

Deismo e materialismo potrebbero dunque aver contribuito, nel corso


di questa evoluzione di un decennio, a moltiplicare nel cattolico e illumi-
nato Belli dubbi e inquietudini religiose, che tuttavia venivano espressi
solo attraverso la prospettiva infima e dissimulatrice della maschera sur
gruggno, impareggiabile veicolo di una verit sfacciata e scomoda, e
che pure non eliminarono mai, nel poeta, un superstizioso fondo fideista
(a differenza del Leopardi), n gli consentirono di condividere quegli
entusiasmi neocattolici propri della scrittura manzoniana 16. Infatti, os-
serva ancora Muscetta, Belli rest oscillante ed incerto dinanzi al retag-
gio deista di Montesquieu, Rousseau e Voltaire, che rafforzavano una ge-
nerica fede nel divino con lautorit di un pensiero laico e non sospetto di
impostura clericale. Dio e limmortalit dellanima sembrerebbero in-
somma valere per il Belli pi come solidi fondamenti morali di una so-
ciet, che come princip metafisici e dogmatici. Attraverso gli scritti del-
lAufklrung francese, dunque, Belli sarebbe stato iniziato ad appro-
fondire il contrasto tra la devozione cattolica e la religiosit deistica, ac-
cettata come il riconoscimento razionale di un Essere necessario, eterno,
supremo, intelligente, e quindi a sviluppare un progressivo rifiuto degli
aspetti pi assurdamente contraddittori dei dogmi e dei misteri 17. Il so-
netto Er principio (1714), nellottica di Cultura e poesia, rappresenterebbe
la maturata convinzione nel poeta della vanit di ogni ricerca della causa
prima: una convinzione definitivamente acquisita. Ma leggiamo il so-
netto:

Ne lentr ccor messale in zagristia


e nner ridallo ar chirico Mazzola,
dico: Cosa vo dd, ppadre Mattia,
In principio eratverbo?. Eh sor Nicola,

15
Ivi, articoli 4042-4043, carta 102 recto-103 verso.
16
Muscetta [19832], pp. 131-132.
17
Ivi, p. 135.

303
Edoardo Ripari

disce era frate, in che dd sta fantasia?


(e bbasciava la crosce de la stola).
Dico: Ebb, ddunque? Disce Andiamo, via,
v dd cchera in principio una parola.

E sta parola che ccosera? dico.


Disce: Era inzomma quer chera a un dipresso
la santa riliggione a ttempantico.

Dico: E cchi sse nintenne de sti guai?


Ner principio era una parola, e adesso
un chiacchier cche nun finissce mai!.

Nel sonetto del 5 dicembre 1832 Er carzolaro dottore (555), lassunzio-


ne di una prospettiva deistica appare ancor pi decisa:

Ma ccome sha da d: ggira la terra,


cuanno che Ggiosu cco ddu parole
disse: In nome de Ddio, fermete, o ssole,
fermete, cazzo!, e ffa ffin la guerra?

Pe rraggion ccus cce v una sferra


che pijji le tomarre pe le sle.
Chi nnun za che a Ppariggi in Inghirterra
sanno stistoria cqui tutte le scole?

Cuanno che mme dirai che ppe starresto


de sole se metterno in cuarche ppena
lantri che llaspettaveno ppi ppresto,

cqua la raggione ttua: perch er divario


mut llore der pranzo e dde la scna,
e bbuggiar li conti der lunario.

Notiamo per, con Gibellini 18, che il calzolaio dottore (in Roma i cal-
zolai e i barbieri sono i dottori della plebe, annota Belli), a differenza di altri
plebei irrazionalisti convinti, come il dottoretto del sonetto omonimo,

18
Gibellini [19872], p. 181.

304
V. I giacubbini e la legge der Signore

pur perpetuando una logica scarsamente galileiana fondata sullauctoritas di


Gs., 10, 12-14, crede nella conciliabilit tra rivelazione e buon senso. Il
buon senso non ha accesso nel regno dei cieli, ebbe daltro canto ad osserva-
re lirriverente Sergio Quinzio. Quanto allaltrettanto irriverente poeta di Roma,
gi nellottobre del 1831, due giorni prima della lettera a Francesco Spada (5
ottobre) contenente un primo abbozzo dell Introduzione, componeva i versi
di Er Ziggnore, o vvolemo d: Iddio (159), letto da Muscetta come afferma-
zione intimamente solenne della religione illuministica:

Er Ziggnore una cosa ch ppeccato


sino a ccredese indegni de capilla.
Pi indiffiscile a nnoi sto pangrattato,
che a la testa de David la Sibbilla.

A Santa Potenziana e Ppravutilla,


me disceva da sciuco er mi curato
ch ccome un fit, un zoffio, una favilla,
inzomma un Vatt-a-ccerca-chi-ttha-ddato.

E ppe spiegamme in tutti li bbuscetti


si ccome Iddio sce se trova a ffasciolo,
metteva attorno a ss ttanti specchietti.

Poi disceva: Io de cqui, vvedi, fijjolo,


faccio arifrtte tutti sti gruggnetti:
eppuro er gruggno dun curato solo.

il primo sonetto teologico della raccolta osserva Teodonio , pre-


messa e apertura a una riflessione comica e cosmica, irridente e sgomenta,
tragica e ridicola che attraverser lintero corpus come un continuum, espli-
cito o implicito, di fondo 19. Lacquisizione della scrittura voltairiana, in
effetti, appare solida e determinante, e non a caso, subito dopo aver medi-
tato sullarticolo Foi di Voltaire, come pensando ad una applicazione
romanesca di quelle istanze, Belli osservava: Disse un filosofo: la verit
sta fra il panegirico e la satira (In medio consistit virtus) 20. Del resto va

19
Teodonio [1998], vol. 1, p. 182.
20
Zibaldone, VII, articolo 4045, carta 104 recto.

305
Edoardo Ripari

rilevata, nella terzina finale in particolar modo, la presenza di un interte-


sto pi ampio, gi ricondotto da Vigolo a intuizioni senecane (Naturales
quaestiones, 46, I, 5), dantesche (Par., XXIX, 10-15, Io dico, e non di-
mando, / quel che tu vuoli udir, perchio lho visto / l ve sappunta ogne
ubi e ogne quando. / Non per aver a s di bene acquisto, / chesser non
pu, ma perch suo splendore / potesse, risplendendo, dir Subsisto) e
postridentine (confronta ad esempio Daniello Bartoli, De simboli traspor-
tati alla morale, II, 1); la stessa deformazione della teologia, quasi blasfe-
ma nella pointe finale, nellardito paragone tra Dio e il gruggno del curato,
pu ricondurci, proprio attraverso uninterpretazione letterale, a una pi
ampia, certo ambigua ortodossia che ci allontana dalla proposta muscet-
tiana. Lo strafalcione del secondo verso (sino a ccredese indegni de ca-
pilla), ad esempio, vale solo se ascritto alla natura plebea del messag-
gio: a livello autoriale, direbbe Pozzi, lindignit della comprensione
dellessenza divina resta un concetto teologicamente e cattolicamente or-
todosso.
Lirriverenza religiosa e la satira illuministica dei sonetti romaneschi
sono dunque riconducibili a una pi complessa, macrotestuale ambigui-
t, per cui spesso, osserva ancora Gibellini, le stesse violazioni in presen-
tia o in absentia della fonte scritturale o dogmatica si imbattono in un
sistema teologico che si rivela ferreo 21. La formazione di compro-
messo, propria della strategia complessiva del 996, diviene daltro canto
lunica soluzione che consenta al cattolico Belli di essere, cattolicamen-
te, ateo: loggettivazione dietro la maschera del popolano lunico modo
perch la voce del lettore di Voltaire e di un vangelo gravis, la voce della
ragione e della ribellione possa manifestarsi senza che il poeta sia costret-
to a portare sino in fondo la scelta dellarido vero o del coerente radicali-
smo cristiano; non gi per costrizione esterna, ma per il timore di staccarsi
da una formula esplicativa dellesistere e di scoprirsi il terrore di un Lu-
crezio senza Epicuro 22.
doveroso a questo punto indagare, al fine di una comprensione genuina
delle stesse dinamiche politiche dei sonetti, le ragioni storiche, culturali e
religiose che impedirono allo spregiudicato Belli, mai libero dalla remora,

21
Gibellini [19872], pp. 19-22.
22
Ivi, p. 27.

306
V. I giacubbini e la legge der Signore

mai sereno di fronte al dubbio, di condurre sino in fondo, in via diretta e


inequivocabile e in un pensiero organico e definitivo, quelle eresie, quelle
nuove conquiste filosofiche, che nella voce gutturale e nel genio manesco
di un idiota che nulla sa hanno trovato oltraggiosa espressione.
Lanalisi di unulteriore ambiguit belliana, meno indagata dalla sag-
gistica ma di non minore rilevanza, e propria delluniverso antropologico
e folcloristico del monumento dialettale, ci consente di allentare gli stretti
lacci di un nodo culturale irrisolto e di grande fascino.

ANTROPOLOGIA, RELIGIONE E AMBIGUIT DEL FOLCLORE

La condizione di etnografo simbolo di


espiazione.
(Claude Levi-Strauss)

1. La Loi naturelle di Volney, le Lettres persanes di Montesquieu, il


Contratto sociale di Rousseau e lopera di Voltaire nel suo complesso: un
folto bagaglio culturale ha contribuito in maniera determinante allassun-
zione, da parte di Belli, delle prospettive di un relativismo antropologico
che conduceva a sua volta a concepire il fenomeno religioso come fattore
umano, artificio sociale e culturale. Lo stesso giusnaturalismo, che il
poeta approfondiva sia attraverso la lezione di Rousseau che quella pi
radicale, certo pessimistica del De cive hobbesiano, spingeva verso questa
direzione. E in effetti, lo studio appassionato e costante della letteratura
etnografica tentava il poeta dei sonetti a proseguire sulla strada del dub-
bio, a mettere in discussione il vero biblico e scritturale, il dogma. Uno
straordinario avvenimento riferisce Diodoro parlando del Mar Rosso
osserva Belli nellarticolo 343 del primo volume zibaldoniano, memore
della lezione di Charles Dupuis (1742-1809) . Dice esservi nel paese unan-
tica tradizione che il mare per uno straordinario riflusso lasciasse scoper-
to gran tratto di fondo, il quale fu poi istantaneamente ricoperto da un
repentino flusso violento delle acque che ritornarono al loro letto (ecco il
passaggio di Mos) 23. La tradizione popolare, dunque, un folclore cari-

23
Nel nono volume dello Zibaldone, carta 107, Belli cita in effetti lOrigine de tous les cultes,
del 1795, dove Dupuis riconduceva le origini di tutte le religioni allastrologia primitiva.

307
Edoardo Ripari

co di segreti ancestrali, nascondeva forse verit pi profonde? Le super-


stizioni del presente rimandavano forse a pratiche, costumi, rituali ormai
sepolti eppure basilari per comprendere gli statuti della propria religio-
ne? O forse le stesse religioni erano riconducibili a una tradizione pri-
mordiale comune, sulla quale luomo avrebbe solo in seguito costruito
un universo dogmatico particolare, una sovrastruttura che divideva culto
da culto, nazione da nazione, uomo da uomo? In tempo di peste i carta-
ginesi sacrificavano ancora i fanciulli ... Vidi un bello squarcio di Plutarco
sulla empiet e superstizione troppo frequenti compagne delle religioni,
appuntava Belli tra le sue carte 24. Ma se lo stesso Newton, annotava altro-
ve, dopo aver fatto uno studio particolare de libri santi, aveva detto al
dottore Smith: Io trovo delle prove certe dautenticit nella Bibbia pi
che in qualunque altra storia profana 25?
Affascinato, insicuro, dubbioso, leclettico poeta pens certo che vale-
va la pena indagare, capire fino in fondo:

[...] si vous rsumez lhistoire entire de lesprit religieux aveva gi letto in


Volney , vous verrez que dans son principe il na eu pour auteur que les
sensations et les besoins de lhomme; que lide de Dieu na eu pour type et
modle que celle des puissances physiques, des tres matriels agissant en bien
ou en mal, cest--dire en impressions de plaisir ou de douleur sur ltre sen-
tant; que, dans la formation de tous ces systme, cet esprit religieux a toujours
suivi la mme marche, les mme procds; que dans tous, le dogme na cess
de rpresenter, sous le nom des dieux, les oprations de la nature, le passions
des hommes et leur prjugs; que dans tous, la morale a eu pour but le dsir
du bien-tre et laversion de la douleur; mais que les peuples et la plupart des
lgislateurs, ignorant les routes qui y conduisaient, se sont fait des ides fausses,
et par-l mme opposes, du vice et de la vertu, du bien et du mal, cest--dire
de ce qui rend lhomme heureux ou malheureux; que dans tous, les moyens et

24
Zibaldone, I, articolo 383, carta 91 verso.
25
Belli riporta questo passo dallApology for christianity in a series of letters addressed to
Edward Gibbon di Richard Watson in Zibaldone, IV, articolo 1997. Cfr. Watson [1820], p.
57: You cannot otherwise obviate this conclusion, than by questioning the authenticity of
that book, concernig which, Newton, when he was writing his Commentary on Daniel,
expressed himself from the person from whom I had the anecdote (Dr. Smith, late Master
of Trinity College), and which deserves not to be lost: I find more sure marks of authenti-
city in the Bible, than in ever profan history whatsoever.

308
V. I giacubbini e la legge der Signore

les causes de propagation et dtablissement ont offert les mmes scnes de


passions et dvenemens, toujours des disputes de mots, des prtextes de zle,
des rvolutions et de guerres suscites par lambitions des chefs, par la fourbe-
rie des promulgateurs, par la crdulit des proslytes, par lignorance du vulga-
ire, par la cupidit exclusive et lorgueil intolrant de tous; enfin vous verrez
que lhistoire entire de lesprit religieux nest que celle des incertitudes de
lesprit humaine, qui, plac dans un monde quil ne comprend pas, veut cepen-
dant en deviner lnigme; et qui, spectateur toujours tonn de ce prodige
mystrieux et visible, imagine des causes, suppose des fins, btit des systmes;
puis, en trouvant un dfectueux, le dtruit pour un autre non moins vicieux;
hait lerreur quil quitte, mconnat celle quil embrasse, repousse la verit qui
lappelle, compose des chimres dtres disparates, et rvant sans cesse sages-
se et bonheur, sgare dans un labyrinthe de peines et de folie 26.

Queste parole alimentarono il dubbio, lo scetticismo, lirrisione di un


dogma che, per essere spiegato e difeso, non poteva far altro che ricor-
rere allo stucco de la fede. Philosophia ancilla theologiae dunque, sug-
gerisce Gibellini commentanto il sonetto La riliggione spiegata e indifesa 27:

Sio fussi prete o ffrate, e avessi vosce


deggna de f ddu strilli a le missione,
e de sputamme unala de pormone
in onor de la grolia de la crosce,

sfoderera na predica ferosce


pe spieg cche la Santa Riliggione
se p arissomijjalla a un tavolone
de sceraso, de mgheno o de nosce.

Tutto sta av bbon stommico e bbon braccio


da maneggiajje la pianozza addosso
e ddajje er lustro a fforza de turaccio.

E siccome a le vorte p ssuccede


dimbatte in quarche nnodo un po ppi ggrosso,
sciarimedia lo stucco de la fede.

26
Volney [1820], pp. 205-206.
27
Sonetto 1329, 11 ottobre 1834.

309
Edoardo Ripari

Allo stesso tempo daltro canto, deismo e indifferentismo religioso erano


sorretti da un retroterra culturale strettamente riconducibile alle acquisi-
zioni della scienza empirica e delletnoantropologia, laddove il relativi-
smo suggeriva la presenza di un sostrato rituale e simbolico primordiale
comune allintera umanit. Su questo punto Belli rifletteva in un elabora-
to estremamente colto (Uovo e salame di Pasqua), evidente frutto di uno
studio accurato e prolungato della letteratura storiografica e folcloristica,
da Pausania a Plutarco, attraverso i Saturnalia di Macrobio, il De re rustica
di Varrone, Achille Tazio e sino alle pi recenti opere di Nicolas-Antoine
Boulanger (orientalista specializzato nelle idee religiose e nei fenomeni
superstiziosi), con le Antiquit dvoile (1766), dellarcheologo e astrono-
mo Francesco Bianchini, presidente delle antichit di Roma e autore di
una Istoria universale provata con monumenti e figurata con simboli degli
antichi (1697), e ancora di Jean Foi Vaillant (1632-1706), esploratore in
Italia, Grecia, Olanda, Inghilterra, Egitto e Persia ed autore del trattato
Le monete di bronzo degli imperatori coniate nelle colonie (1688):

Gli antichi popoli celebravano con particolari ceremonie feste e giuochi la


memoria della universale catastrofe che distrusse il genere umano, e quella del
risorgimento della natura. Si commemorava la inondazione con le feste dette
della idroforia, le pi antiche di tutte, dacch in ogni tempo gli uomini
andarono pi colpiti dalle idee spaventose della distruzione e del cambiamen-
to dei grandi ordini stabiliti che non dalle immagini di una felicit ovvia e
tranquilla, insieme con la quale si educarono. Luomo si duole del male, lo
schifa e ne ha spavento: luomo filosofo lo paragona col bene; d a questo il
suo pregio, lo lauda e ne parla alla posterit. Quindi seguirono le feste di
ricordo del rinnovellamento del mondo: e come le prime eccitavano a tristez-
za egualmente le seconde movevano ad ebbrezza e a fanatismo. Rammentia-
moci de Baccanali col Fallo, e rileveremo in quale maniera si figurasse simile
risorgimento. In certo modo quella figura della parte virile generatrice fu divi-
nizzata in ogni tempo e in ogni luogo. Anzi nellIndostan vi univano anche la
muliebre detta Limgam. Il simbolo medesimo effigiavasi in America, e pre-
cisamente nella provincia di Panuco. Nelle orgie per si univa alla figura del
fallo anche quella delluovo, dotato della medesima virt. Macrobio (Satur.
libr. VII) dopo avere trattato la quistione sullanteriorit delluovo o della gal-
lina, soggiunge in onore di quello che si consultino gliniziati nelle orgie, nelle
quali hac veneratione ovum colitur. Achille Tazio, rammentando le opinio-
ni de filosofi intorno alla figura della terra, di conica, sferica, e di ovale, sog-
giunge che questa ultima opinione sostenuta da quelli che iniziati sono nelle

310
V. I giacubbini e la legge der Signore

ceremonie orfiche. In Egitto il serpente, e il dio Cuef, ossia la eternit, avevano


un uovo in bocca. Il Bianchini e il Vaillant (clon. Rom. Tom. II, p. 136) portano
delle medaglie di Treboniano Gallo e di Elagabalo con la figura delluovo nel
rovescio coniate in Tiro, il qual uovo circondato da un serpente. Da Varrone
(De re rust. I.2) abbiamo che le donne romane le quali al collo avevano penden-
te a guisa di gioiello il priapo, nelle feste di Cerere portavano anche luovo in
processione. Anzi lo stesso Varrone immagin che il globo terraqueo fosse for-
mato a guisa duovo, perch rappresentar doveva una perpetua facolt genera-
trice. Tutto rappresentava o la formazione delluomo o la rigenerazione; ma la
pi antica ceremonia risguardava la rigenerazione, e per la celebrit delle uova
era anticamente accompagnata da segni destrema letizia. La figura delle uova
era posta sulla sommit delle mete nel circo da cui, terminata la prima corsa, si
ricominciava da capo. Alla China ugualmente credevasi per tradizione e per
favola che una vacca avesse dato un calcio ad un uovo, donde ne sortisse il
genere dei viventi. In America per non si fatta mai menzione alcuna del sim-
bolo delluovo, nel tempo che tanti usi, costumi, ceremonie, dir cos, antidilu-
viane si conservarono; come nessuna traccia si riconobbe intorno al nome dato
ai pianeti, cio Saturno, Giove, Marte e Mercurio; quando allincontro le osser-
vazioni delle Pleiadi, delle Iadi, dellOrsa e di Espero, cio Venere, con la fissa-
zione de solstizii e degli equinozii, sono stati comuni ad amendue i continenti.
Questa una prova che il nome dei pianeti fu dato nelle et posteriori, e che
luovo rappresentava la ripopolazione dopo linondazione che divise i popoli e
le parti del globo, e non la prima generazione o creazione de viventi. In Persia al
primo giorno dellanno, cio quando lanno si rinnovella, si fa dono fra le perso-
ne scambievolmente delle uova dorate e dipinte, ceremonia derivata dalla rimo-
ta antichit. In Moscovia si fa lo stesso al tempo di Pasqua, come per tutta
Europa, particolarmente in Italia e pi specialmente in Toscana, a Venezia, nel
regno di Napoli e a Roma, dove le uova si benedicono, e poi anche si scocciano
e luovo che si rompe perduto. Vedasi quindi quale riposta origine tragga luso
delle uova e de cos detti salami che presso di noi mangiansi con certo religioso
culto nel tempo pasquale, il qual tempo quello effettivamente della spirituale
rigenerazione degli uomini compiuta secondo i cristiani nella morte e risurre-
zione del loro Salvatore 28.

interessante osservare come, anche in questa circostanza, Belli rie-


sca a ricondurre lontananze geografiche e temporali allorizzonte del
presente italiano e romano: evidentemente, la sua straordinaria erudizio-

28
Zibaldone, VI, articoli 3763-3767, carte 240 recto-243 recto.

311
Edoardo Ripari

ne non restava inerte alla contemplazione compiaciuta di macerie e anti-


caglie, ma diveniva pensiero, una forza in grado di decifrare e riassumere
le dinamiche culturali del proprio tempo. E daltra parte, il poliedrico
universo zibaldoniano documenta che linteresse di Belli verso il folclore
e lantropologia stato tuttaltro che sporadico, che la sua osservazione
minuta ed empirica della plebe di Roma poggiava su una conoscenza
solida e profonda. Le Lettres Emile sur la Mythologie di Demoustier e
un Dizionario delle fiabe furono testi che accompagnarono la sua ricerca
per tutto larco del periodo zibaldoniano e romanesco: da queste fonti il
poeta trascriveva notizie sulle magiche virt che gli antichi attribuivano al
fiume Clitumno 29, su prodigi e castighi esemplari nelle Sacre Scritture 30,
sui sacrifici idolatri presso gli Assiri e sullantico Egitto 31, integrandole
poi con la Storia antica del Rollin, con la lettura dellopera Recueil dobser-
vation curieuses sur les moeurs, le costumes, les artes et les sciences des
diffrent peuples de lAsie, de lAfrique e de lAmrique (Parigi 1749) e
ancora dellHistoire gnral, civile, naturelle, politique et rligieuse de tous
les Peuples du monde (Parigi 1750), delletnografo gesuita Charles-Franois
Lambert (1705-1765). Nel primo volume zibaldoniano troviamo un bre-
ve ma significativo indice per argomenti delle Imagini de i dei de gli anti-
chi (Venezia 1556) di Vincenzo Cartari, che offriva un ricco repertorio
mitologico-iconografico, e ancora numerose citazioni dai Costumi antichi
e moderni di tutti i popoli [1817-1834] di Giulio Ferrario 32. Il secondo
volume, poi, si apriva allinsegna dellantropologia, con articoli e indici
dalla Gographie universelle di Edme Mentelle e Conrad Malte-Brun, e
lunghi estratti soprattutto dalle sezioni iniziali dellopera, tra cui capitoli
dedicati alle diverse religioni esistenti nel mondo, con riferimenti allOri-
gine de tous les cultes (1795) di Charles Franois Dupuis. Lattenzione
veniva parimenti posta sugli spettacoli e le feste degli italiani nel medioe-
vo, con un indice del Discorso di Guglielmo Manzi (Mordacchini e Ripic-
chia, Roma 1818), libro di propriet del poeta 33. Ma anche periodici come

29
Ivi, I, articolo 104, carta 35 recto.
30
Ivi, articoli 183-184, carta 47 recto.
31
Ivi, articolo 572, carta 131 recto.
32
Ivi, articoli 822-823, carta 172 verso.
33
Ivi, II, articoli 1156-1170, carte 125 recto-134 verso.

312
V. I giacubbini e la legge der Signore

la Rvue stimolavano la passione belliana per il folclore ed i fenomeni


religiosi: interessante un riferimento bibliografico alle Fables Sngalaises
tradotte dal barone Roger e pubblicate a Parigi presso Didot nel 1828,
dove si ipotizza una comune origine tibetana delle favole: il colto Belli
non manca di far riferimento ulteriore a La Fontaine, Esopo, Fedro e
Voltaire, nonch alledizione parigina (1822) della Mille e una notte 34.
Possiamo facilmente immaginare il poeta per le vie di Roma, con un oc-
chio sempre attento alla vita della plebe, parlare con amici ed esperti su
argomenti che certo suscitavano in lui dubbi e curiosit; ad esempio, dopo
un colloquio con il signor Biggs, suo conoscente, Belli appuntava tra le
sue carte notizie sulla sopravvivenza, a Friburgo, di cerimonie bacchiche,
osservando: A Friburgo nella Svizzera nel tempo delle vendemmie, solen-
nizzansi feste, simili alle antiche orgie, per venti giorni, con costumi bac-
canti di coronazioni di pampani, balli, tresche, amori ecc. Buona parte de
fanciulli di quella citt nascono verso il mese di Luglio. I preti perdono
ogni influenza; ma spirato appena quel periodo rientrano a dominare sul-
le coscienze al lor modo ecc. 35. Forse egli gi pensava a situazioni pi
vicine al suo orizzonte pontificio, ad esperienze dirette rivissute nella spre-
giudicatezza dei versi, come nel citato sonetto Er miracolo de San Genna-
ro, cui rimandiamo. E neppure le lontanissime regioni orientali sfuggiva-
no allonnivora necessit di comprensione del poeta, che preparava estratti
intorno alla Cina, e qualcuno del Giappone, cavati dalla Encyclopdie,
Livourne, 1773 (esistente presso il Signor Giuseppe Spada mio amico)
agli articoli Chine, Chinois (philosophie des), Japonais (philosophie des),
e dallopera sulle cerimonie religiose di tutti i popoli di Banier et Le
Macrier (propriet del medesimo Signor Spada), ovvero lHistoire gnra-
le des crmonies, moeurs, et coutumes religieuses de tous les peuples du
monde, reprsentes en 243 figures dessines de la main de Bernard Picard:
avec des explications historique, et curieuses, par M. labb Banier et par M.
labb Le Macrier 36. Con lo sguardo rivolto a Montesquieu, egli dimostra-
va invero un atteggiamento severo, quasi di disprezzo, nei confronti delle

34
Ivi, articoli 1253-1254, carte 183 verso e 190 verso-191 verso.
35
Ivi, III, articolo 1696, carte 93 recto e verso.
36
Ivi, VII, articoli 4009-4037, carte 83 recto-99 recto.

313
Edoardo Ripari

superstizioni e dei pregiudizi religiosi; cos appare ad esempio in un bra-


no sulle superstizioni dei baniani illustrate al poeta dallamico Onorato
Martucci, viaggiatore e commerciante in Grecia, Cina, India e America,
ritiratosi a Roma nel 1827, autore del discorso in cinque parti Di alcune
cinesi curiosit:

Arriva il Baniano a un eccesso di religione che vede e sente lo spirito di Dio


(lanima del mondo) in tutti i pi minuti enti che ricoprono la faccia della terra,
e gli adora quasi alberghi ed emanazioni di quello spirito arcano [...] Se dovr
comperare un campo, un giardino, non mancher mai di andare prima a ricono-
scere di quale spirito o benefico o malefico riceve glinflussi. Entra nel podere,
lo vede per esempio nudo, mietuto: tutto tace e presenta allocchio un aspetto
uniforme. Il buon Baniano gira attorno due pupille attonite e indagatrici: distin-
gue a un tratto un sasso pi rilevato, pi grosso: ivi abita il nume. Ed allistante
si abbassa, ripulisce la pietra, e la tinge di rosso che il color sacro il colore di
Dio. Poi compera la terra. La mattina i Baniani protraggono a lungo le loro
ceremonie religiose, senza le quali non danno mai opera ad alcun atto giornalie-
ro del viver civile, abbench addati al commercio al segno di ricavarne sorpren-
denti ricchezze. Vedendo un giorno il Signor Martucci che il mercadante ... non
iscendeva mai ai suoi magazzini dove dovevano insieme consumare un gran
contratto di traffico, si condusse alla di lui casa per sollecitarlo. Erano presso le
10 ore antimeridiane. Giunto alla porta, vede in mezzo a un cortile una vaccarel-
la tutta annojata, immobile e sonnacchiosa, intorno a cui la intiera famiglia Ba-
niana, uomini, donne, fratelli, sorelle, padri, madri, figliuoli, in numero circa di